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L ’ I C O N O G R AF I A S C I E N T I F I C A N E I M U S E I I T AL I AN I

Durante il mio intervento saranno proiettate alcune diapositive relative ad alcuni musei
scientifici, non solo italiani e non solo universitari, che hanno lo scopo di mettere a confronto il
linguaggio usato per l’esposizione degli oggetti. I musei sono quelli de ”La Specola” e di Paleontologia
di Firenze dove lavoro, il Civico Museo di Storia Naturale di Milano, il British Museum, il Natural
History di New York e il Museo di Scienze Naturali e Scienze della Tecnica di Tokyo.

Vorrei iniziare questo intervento che una promessa che ritengo fondamentale.
Tutte le illustrazioni a carattere scientifico hanno in comune lo studio del contenuto e la
scelta della tecnica più adatta alle esigenze ed agli scopi della rappresentazione.
Si tratta quindi di immagini che vengono realizzate secondo criteri e codici ben
precisi e che prevedono fondamentalmente lo studio approfondito del tema da trattare
per arrivare, in ultima analisi, alla più corretta soluzione illustrativa.
Premesso ciò, per quello che riguarda la mia esperienza, ritengo che l’aver
frequentato una Scuola come quella di disegno Anatomico, che informa e prepara tecnici,
mi abbia permesso di acquisire una preparazione tale che, anche esulando dal campo
prettamente medico mi ha messo in grado di poter agire in altri settori scientifici
comprendendo con più facilità le problematiche e trovando le soluzioni più idonee.
Infatti le mie esperienze di lavoro si sono indirizzate, nell’arco di diversi anni, verso
la didattica museale cominciando da ricostruzioni anatomiche di animali estinti fino ad
allestire completamente sale espositive soprattutto nell’ambito di Musei Universitari.

CENNI STORICI

Per meglio far comprendere le difficoltà di diverso tipo che chiunque si occupi di
didattica museale incontra durante il lavoro, ritengo necessario dare un breve cenno
sulla storia dei musei scientifici universitari.

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I musei Universitari italiani, i più antichi dei quali risalgono alla prima metà del
‘700, si formarono attraverso due vie principali: la donazione di antiche collezioni private
agli Atenei, e attraverso la raccolta di materiale effettuata dagli stessi professori
universitari. Nati a solo scopo scientifico e per la didattica a livello universitario
costituirono all’inizio un elemento essenziale nella museologia Italiana.
Col passare del tempo questi musei si trovarono nella necessità di trasformarsi da
centri di studio in centri in cui le attività furono sempre più ampie (tutela del patrimonio
scientifico, raccolta di materiali e soprattutto anche una certa divulgazione dell’operato a
livello non strettamente universitario). Non si può negare che in un recente passato sono
riusciti a far fronte a queste necessità ma oggi, nonostante che alcuni di questi siano
inseriti nelle problematiche museologiche, la maggior parte non è in grado di fornire quel
supporto di materiale indispensabile ad ogni insegnamento di tipo scientifico.
Infatti difficoltà di ogni genere, dal disordine nel quale giacciono a causa
principalmente di mancanza di spazio, la cronica quasi mancanza di fondi, la difficoltà di
poter assumere personale specializzato, facilita la dispersione e il deperimento di una
parte del materiale. Inoltre, e non ultima, la subordinazione dell’istituzione museale alla
struttura universitaria – e cioè alla struttura di insegnamento dal punto di vista
amministrativo sia da quello organizzativo – fa si che queste istituzioni siano quasi
sempre gestite con mentalità non museologiche né tantomeno museografiche.

IL RUOLO SOCIALE DEL MUSEO

Se quindi il Museo è nato come struttura di conservazione (il che non è sinonimo di
tutela), la sua evoluzione storica, l’efficacia culturale che ha dovuto e che deve
comunque esprimere, il suo doveroso compito di divulgare scienza – parallelamente se
vogliamo ai mass-media – hanno condotto ad una sua trasformazione e comunque ad un
suo ruolo sociale ben preciso. In questo senso il Museo, non avendo la necessità, come
ad esempio l’uso tradizionale del mezzo televisivo, di un ritorno a breve scadenza, può
permettersi di offrire la propria competenza su più piani di fruibilità, in ogni caso tutti di
più ampio respiro. Il Museo, come affermano Bini e Pinna, “è cioè andato ad occupare
gradualmente lo spazio che la scuola e i mezzi di informazione di massa hanno lasciato
libero da sempre: la scuola in quanto struttura limitata dai suoi compiti istituzionali e

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dalla sua organizzazione troppo schematica, l’informazione di massa – televisiva o
editoriale – in quanto incapace ad essere al tempo stesso universale e particolare”.
Oggi si può affermare con sicurezza che se non può esservi un Museo senza
oggetti – il che forse si può anche discutere – non è comunque detto che una serie di
oggetti costituiscano, per il solo fatto di esistere, una istituzione museale. In definitiva il
Museo oggi è, per il suo giusto inserimento sociale, una realtà ben più complessa che nel
passato: questo è naturale se si considera il bagaglio di tradizioni storiche e culturali che
ha alle sue spalle e se si tiene conto del suo doversi proiettare con forza in avanti.
Sempre Pinna afferma: “l’azione moderna dei musei non sta nell’avere inventato o
assunto funzioni del tutto nuove, quanto piuttosto nella socializzazione delle antiche
funzioni, una socializzazione che ha creato il senso sociale del Museo e che ha portato
come logica conseguenza, la necessità di sviluppare azioni tipicamente pubbliche (e
quindi nuove nella storia del Museo), quali la tutela dei beni culturali e la divulgazione del
proprio operato e quindi l’esposizione didattica.

L’ESPOSIZIONE DEL MUSEO

Prescindendo comunque dall’effettivo funzionamento dei Musei e considerando


unicamente la potenzialità culturale che questa istituzione ha nel campo della didattica e
dell’informazione il problema che si pone è capire attraverso quali canali il Museo possa
giungere ad espletare le sue funzioni educative. Si ritiene che il mezzo primario sia
costituito dalle esposizioni e dal contenuto fisso del museo, dal suo patrimonio di oggetti
pensando che tale contenuto debba essere presentato tenendo conto delle finalità di
trasmissione culturale dell’istituto museale e del fatto che gli oggetti non si trovano nel
Museo per caso. Risulta quindi evidente che deve essere abbandonata la logica
espositiva che considera il materiale importante come tale e non inserito in una tematica
generale e finalizzata.
La costruzione del messaggio educativo del museo deve essere il risultato di due
aspetti assai importanti della museologia, successivi e strettamente conseguenti: la
scelta delle tematiche e quindi il riconoscimento del messaggio educativo da trasmettere
e l’esecuzione pratica dell’informazione attraverso la scelta del linguaggio.

IDENTIFICAZIONE DEL MESSAGGIO

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E’ indiscutibile che quello della identificazione del messaggio è un lavoro assai
complesso poiché dipende da numerosi fattori e richiede una notevole capacità di sintesi.
D’altro canto anche una valutazione non idonea delle modalità di trasmissione del
linguaggio, rende il lavoro della scelta culturale inutile e rende inefficace il ruolo stesso
del museo.
Quello del riconoscimento del messaggio è comunque il lavoro che offre una
problematica assai più ampia, non tanto per la difficoltà stessa del lavoro ma per
l’assenza – perlomeno nelle strutture universitarie – del museologo, che viene così
sostituito dalla figura dello scienziato. Ed è così che lo stesso si trova a dover filtrare e
interpretare in chiave museologica le richieste culturali che devono essere
necessariamente classificate e organizzate in un unico complesso,

LA TRASMISSIONE DEL MESSAGGIO

Di conseguenza anche l’operato del museografo, cioè di colui che si occupa della
trasmissione del messaggio è resa ancora più difficile per l’assenza di questo
interlocutore. Oltre la scelta del linguaggio, l’organizzazione del percorso espositivo, la
sua suddivisione in tematiche, le modalità di esposizione degli oggetti e delle idee - e
cioè l’impaginazione del Museo – spetta al tecnico una parte della traduzione in chiave
museologica dell’argomento scientifico. Prendo ad esempio la diversa ampiezza di
applicazione del linguaggio nel caso di strutture che sono, o espressione di una piccola
comunità o inserite in una realtà ben più complessa.

IL PERCORSO

Uno degli aspetti fondamentali del Museo, che lo rende unico rispetto alle altre
forme di divulgazione come la stampa o il video, è senza dubbio la partecipazione attiva
dell’utente, che può entrare nell’argomento senza subirlo: l’aspetto di sintesi, tra lo
spettacolo e la scienza, - indiscutibile prerogativa dell’esposizione – può far ribaltare i
ruoli tra messaggio e ricettore, tra spettatore e attore. L’utente può decidere la lunghezza
del suo percorso, può decidere la durata della visita attraverso una scelta individuale tra
superficialità e attenzione. Per rendere possibile questo interscambio di ruoli tra

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messaggio e utente è però essenziale che il Museo offra una esposizione visitabile
liberamente, con un percorso in cui i vari argomenti trattati devono avere una
successione logica anche se presi singolarmente, devono essere esaudienti ed
estrapolabili dal discorso generale. Questo in definitiva per permettere a ciascun utente
la possibilità di approcci differenti.
Il percorso espositivo di un museo è quindi la realizzazione, attraverso la sequenza
dei concetti, del contenuto culturale del museo stesso: rappresenta cioè l’organizzazione
di una idea e la sua realizzazione pratica nello spazio. Questo dovrebbe tenere conto più
delle esigenze del contenuto che dello spazio di cui il museo dispone.

Inoltre è importante che le esposizioni siano ampiamente intelligibili – in quanto


messaggio esse stesse – e senza quindi bisogno di supporti – tipo guide o video – che
devono essere considerati solo come memorie utilizzabili in tempi successivi alla visita
stessa.

IL LINGUAGGIO ESPOSITIVO

Una esposizione pubblica è tale in quanto è rivolta a tutte le categorie di utenti, dalle
scuole al singolo cittadino più o meno preparato. Di questo bisogna tenere conto nella
scelta del linguaggio in modo da non emarginare una parte del pubblico. Si tratta quindi
di proporre perlomeno un doppio linguaggio, due livelli che si rivolgono il primo ad un
pubblico per niente preparato, il secondo ad un pubblico che non necessiti di un discorso
introduttivo generali. La parte del pubblico non preparato potrà capire le didascalie più
complesse e i temi più approfonditi solo dopo aver recepito le indicazioni contenute nel
livello didascalico precedente.
Penso che uno degli aspetti fondamentali della didattica museale, soprattutto nella fase
iniziale della divulgazione di un concetto, sia l’aggancio alla realtà, ai fatti, all’esistenza
concreta di un oggetto esposto in una vetrina. Il partire da teorie e da idee non riferibili ad
avvenimenti immediatamente controllabili sugli oggetti, porta ad una inequivocabile
sintesi astratta dell’argomento rendendo quindi vana l’esposizione. Si tratta quindi di
ribaltare la progressione classica di una ricerca scientifica: dalla successione
“osservazione – ipotesi – dimostrazione” si passa ad una dimostrazione più semplice

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“fatti reali – teoria dimostrata” e a cui seguono ovviamente, l’iter seguito nella
dimostrazione della teoria, i tentativi andati a vuoto ed altro.
E’ chiaro dunque che la rielaborazione del materiale e la sua valutazione in senso
museale sono indispensabili all’azione didattica del museo. E per rielaborazione del
materiale in senso museologico, non intendo il solo concepire museologicalmente il
singolo oggetto da esporre, ma la costruzione dell’intero percorso che deve essere
concepito come una successione coerente e logica degli argomenti.
Deve essere quindi frazionabile, non solo per consentire la sistematica organizzazione
degli argomenti ma anche, - e di questo sono coscienti i museologi delle strutture
d’oltreoceano – per avere a disposizione unità di facile strutturazione, e cioè di moduli
che possono essere cambiati nelle forme e nei contenuti, senza per questo capovolgere
l’intero apparato espositivo.
Questo problema, che coinvolge in toto la struttura del museo, e che giustifica
un’apparato produttivo non indifferente – sia di materiali che di forza lavoro – è risolvibile
con una plasticità dell’esposizione che deve necessariamente essere prevista e
progettata in fase di strutturazione.
Se viene meno questa duttilità, si corre il rischio di giungere alla costruzione di
esposizioni fatte per durare nel tempo in una unica forma, esposizioni dunque invariabili
e che non verranno mai adeguate all’evoluzione del pensiero, diventando dopo pochi
anni per buona parte superate e quindi inutili come veicolo di informazione.

I MUSEI UNIVERSITARI

I musei universitari – le eccezioni sono sempre comunque possibili – costituiscono con la


loro incapacità di gestirsi in modo autonomo rispetto alla struttura universitaria, il più
grave problema del sistema museologico scientifico italiano. In definitiva questo
problema si può riassumere in una sola constatazione di fatto: e cioè che queste
collezioni, molto importanti e che costituiscono un patrimonio scientifico di enorme
valore, non sono affatto dei Musei. La loro struttura è cioè paragonabile ad una
collezione privata, testimonianza dell’attività scientifica dell’Istituto a cui appartiene. Se
da un lato queste collezioni non funzionano nei confronti della comunità – come ogni
Museo dovrebbe – dall’altro è bene chiarire che non poche volte esse mancano anche ai

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compiti più strettamente scientifici: esiste quindi una estrema difficoltà di fruizione del
materiale non solo da parte del pubblico, ma anche e spesso da parte degli studiosi.
Proporre delle ristrutturazioni dell’allestimento all’interno di queste strutture è quindi una
cosa di non semplice soluzione. Spesso accade che, nell’ambito di un discorso di
rinnovamento non si può fare una progettazione di massima, studiare percorsi logici e
visitabili liberamente, ma si è costretti ad allestire vetrine che, sparpagliate per il museo,
non hanno nessun nesso logico tra di loro.

“LA SPECOLA”

Un esempio in tal senso può essere il Museo de “La Specola”. Di Firenze, che rimane, pur
essendo famoso nel mondo per le sue collezioni di cere anatomiche e zoologiche, -
ricordo che essa raccoglie, accanto a quello che rimane delle collezioni Medicee,
materiale proveniente da tutto il mondo – una struttura non proiettata all’esterno
dell’organismo Universitario. L’aspetto storico e artistico delle collezioni di questo Museo,
sono i soli a mio avviso che esercitano sul pubblico un certo fascino, tale da permettergli
una continua e numerosa fruizione di turisti, studenti e scolaresche. Ciò nonostante a
mio avviso, la presentazione del materiale – chiamiamolo artistico – è tale da far ritenere
che la scelta culturale che il Museo ha adottato nell’esposizione sia comunque il negare
la storia e la socialità dell’oggetto stesso. Questo è innegabile nel momento stesso in cui
si tende ad individuare l’oggetto storico-artistico in quanto tale. La funzione didattico-
scientifica del Museo è quindi di fatto limitata, ed è sostanzialmente una funzione di
educazione estetica.
Il percorso del Museo si svolge all’interno di una antico palazzo con grandi sale piene
zeppe di animali naturalizzati – molti dei quali risalenti al secolo scorso – esposti in
vetrine ottocentesche purtroppo polverose e male illuminate.
L’ordine scientifico in modo sistematico, tipo degli antichi Musei naturalistici, è
subordinato comunque al rapporto dimensionale tra vetrina ed animale per cui possiamo
vedere le foche in mezzo ai leoni, le zebre accanto ai topi e così via. (Da notare la famosa
giraffa Lamarckiana a cui hanno accorciato il collo perché non entrava nella vetrina). E
non parlerò dei rettili, degli anfibi, degli uccelli pensando che siano ancora in preda a
numerose crisi di identità.

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Ironia a parte, mi preme far notare che, perlomeno in alcuni Musei Universitari, i motivi
che spingono ad una ristrutturazione rientrano nella logica dell’intervento casuale e non
inserito in una progettazione generale. Oltre alle varie carenze a cui accennavo prima, la
scelta del linguaggio espositivo il più delle volte è vincolata ad esempio, al dover
sistemare gli oggetti preesistenti e di difficile collocazione. Esiste un esempio illuminante
di ciò: In questo Museo è stata ristrutturata ultimamente una sala del settore zoologico in
occasione delle molte campagne di studio effettuate in Somalia. La scelta della
rappresentazione di un habitat a tre dimensioni non è certo stata motivata dal fatto che
l’uso del diorama è forse la più indicata per rappresentare una scena naturale, ma
semplicemente per collocare un modello di una grande termitaio che altrimenti sarebbe
stato inutilizzato.
Che cosa si possa fare per risanare una situazione così degenerata non è facile a dire. A
parte l’intaccare – forse – in maniera più o meno drastica il rapporto di dipendenza che il
Museo Universitario ha nei confronti dell’istituzione Universitaria, per ciò che riguarda
l’insieme dei problemi della trasmissione del messaggio educativo si tratta di soluzioni
che incidono prima di tutto sulla struttura stessa – quindi sui locali, le attrezzature – che
incidono sulla scelta del personale specializzato – sia tecnico che scientifico -, insomma
soluzioni che permettano al Museo di ricostruire il suo ruolo sociale.

Vorrei a questo punto mettere a confronto delle soluzioni del linguaggio espositivo con l’aiuto di
diapositive.

In questa diapositiva si può vedere una sal del Natural History Museum di New York. Questa
è accogliente, calda, non intimidisce e garantisce un concentrazione di fondo. La distribuzione dei
moduli espositivi permettono una libera scelta del percorso. Inoltre, la continua scoperta di zone non
modulari, - quindi pannelli, di numerose fonti di luce e l’architettura stessa della stanza – rendono
meno monotona la visita e più stimolante la ricerca.

Qui si può vedere una vetrina del solito Museo. Il rapporto tra spazio e oggetto, tra oggetto e
didascalie, - che sono comunque molto lunghe rispetto ad altre vetrine del solito Museo – giocano con
la propria immagine risultando quindi esteticamente valide e leggibili con facilità. Inoltre sono proposte
a più livelli di linguaggio – titolo, sottotitolo e descrizioni – e quindi sono rivolte ad un pubblico più
vasto

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Questa sala si trova nel Museo di Paleontologia di Firenze ed è una sala sull’evoluzione del
cavallo, ristrutturata da poco tempo. Nonostante la antica struttura del palazzo che costringe ad un
percorso obbligato, questa stanza, che esula dal contesto generale del Museo, rappresenta la
proposta di un possibile tentativo di rinnovamento anche in un Museo Universitario. La stanza è
coordinata da una successione logica degli argomenti, ma è possibile visitarla con più libera fruizione.
Forse la differenza più appariscente con i musei d’oltreoceano è rappresentata dall’uso limitato di
materiali “nuovi” ma troppo costosi e di difficile lavorazione. Di non facile soluzione è stata ad esempio
l’illuminazione che da naturale è diventata artificiale, e la risonanza acustica, per cui è stata progettata
una griglia con funzione fonoassorbente

Le pareti di questa stanza, irregolari per la presenza di nicchie, sono state progettate non solo
per la sistemazione di moduli espositivi, ma anche per pannelli di legno, nuove fonti di luce, didascalie
introduttive etc. Il tutto ha quindi movimentato l’insieme, rendendo più piacevole la visita e di
conseguenza l’apprendimento.

Questa vetrina è una delle tante che troviamo nel Museo “La Specola”, Di indiscutibile valore
storico, sia degli oggetti che del modulo stesso, la totale assenza di colore, la stanza fredda,
intimorisce e crea disagio. Il visitatore cerca di leggere ma non apprende niente in quanto le uniche
didascalie hanno il solo nome scientifico.