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Il sacro anglosassone impero

INTERVISTA - Nasce con la lettura «letterale» della Bibbia in ambito protestante la convinzione che gli inglesi
(e più tardi gli americani) siano il nuovo popolo eletto Parla il saggista britannico Clifford Longley, che ha
sviluppato la sua tesi in un pamphlet appena uscito

«La retorica della missione degli Usa è condivisa anche dalla cultura del politicamente corretto»

Da Londra Silvia Guzzetti

E' un nuovo modo di guardare alla Storia, cercando nella religione, anziché nella economia o nella Realpolitik, le
radici dell'imperialismo britannico prima e americano poi. Chosen People («Gente eletta»), pubblicato in Gran
Bretagna Hodder & Stoughton e firmato dal celebre commentatore religioso Clifford Longley individua infatti
nella Riforma protestante o, meglio ancora, nella riscoperta della Bibbia il momento in cui gli anglosassoni si
sono convinti di avere un ruolo speciale, simile a quello affidato da Dio al popolo di Israele. «Il mio è un libro
poco inglese - ammette Longley -, perché gli inglesi sono pragmatici e non amano ragionare sulle idee».
Come è nata la su ricerca?
«Ero interessato a capire l'establishment della Chiesa di Inghilterra, ovvero il suo fortissimo legame con lo Stato.
E per individuarne le ragioni ho dovuto risalire indietro nel tempo, fino alla Riforma protestante».
E che cosa ha scoperto?
«Rileggendo la Bibbia in chiave anticattolica, i protestanti si convinsero che la Chiesa di Roma avesse perduto il
suo status di popolo eletto. Inoltre, interpretarono in modo diverso dal passato i passaggi del Nuovo Testamento
nei quali torna a riecheggiare il concetto di "elezione" da parte di Dio, riferendoli alle nuove Chiese nazionali
che sorgevano in Inghilterra, in Germania e nei Paesi scandinavi. Si formò così la convinzione che tra la nazione
britannica e Dio fosse stato stabilito un patto e che il rispetto di questo stesso patto portasse alla prosperità del
Regno. Un concetto che fu ribadito ancora nel 1953, durante la cerimonia di incoronazione di Elisabetta II».
Ma come può una fede religiosa trasformarsi in ideologia nazionale?
«Perché il protestantesimo è diventato una religione nazionale, in una prospettiva per cui l'esercito, la marina, le
leggi, la Chiesa e lo Stato inglesi sono tutti strumenti di Dio per salvare l'umanità. Questa idea si indebolì
durante la Prima guerra mondiale, nel periodo che segna il declino del potere inglese. Il concetto di "popolo
eletto" si indebolisce infatti dopo il 1918 e sopravvive soltanto nella retorica delle classi dirigenti. Le classi più
umili non ci credono più».
Ed è a questo punto che la qualifica di «popolo eletto» passa agli Stati Uniti?
«No, il passaggio era già avvenuto nel XVII secolo, con l'arrivo in America dei primi colonizzatori puritani.
Oggi la convinzione che gli Stati Uniti abbiano una missione civilizzatrice unica nei confronti del resto del
mondo è vivissima in tutto il Paese. Basta ascoltare i discorsi di George W. Bush per ritrovare una retorica
condivisa non soltanto tra i neoconservatori repubblicani. L'idea che l'America sia superiore al resto del mondo
esiste anche a sinistra, nell'ideologia del politicamente corretto».
In che modo tutto questo influisce cui rapporti fra Stati Uniti e Europa?
«Personalmente provo una certa simpatia per il punto di vista francese, che vede un mondo bipolare nel quale
l'Europa può bilanciare il peso dell'America affermando una diversa scala di valori. Allo stesso tempo, però,
ammetto che si tratta di una posizione estrema, che potrebbe condurre a una situazione di guerra fredda. Non
dimentichiamo che Stati Uniti e Europa hanno molto in comune, anzitutto perché sono entrambe fondate sul
cristianesimo. Quello che le unisce è molto più forte di quello che le divide».
la curiosità

E Londra si ispirò a Gerusalemme

A. Zacc.

«La città è cinta da un grande e alto muro con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti,
i nomi delle dodici tribù dei figli d'Israele...». Apocalisse, capitolo 21. La descrizione della Gerusalemme
celeste, certo. Ma anche della nuova Londra che sir Christopher Wren e gli altri membri della Royal Society
progettarono e realizzarono all'indomani del terribile incendio divampato nella capitale britannica il 2 settembre
1666. A sostenerlo è Adrian Gilbert, un autore inglese noto anche in Italia per le sue tesi - spesso francamente
disinvolte - di «fantarcheologia». Ma il suo ultimo libro («The New Jerusalem», ora in edizione tascabile presso
Black Swan) presenta diversi elementi di interesse. A partire, appunto, dalla decifrazione della mappa di Londra
come città apocalittica e «zodiacale», con la cattedrale di San Paolo al centro di un fitto sistema di rimandi
simbolici che traggono la loro origine dall'identificazione fra gli anglosassoni e le «tribù perdute» di Israele.

Avvenire- 07 dic 03