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Dalla dementia praecox alla schizofrenia:

I CONTRIBUTI
Jung tra organicismo e psicogenesi
Eliana Forcignanò
Università del Salento
ABSTRACT

This paper has an objective: to tell about schizophrenia’s history beet-


wen Nineteenth and Twentyeth century by mean of the work of C.
G. Jung and E. Bleuler. If E. Kraepelin characterized schizophrenia as
dementia praecox, Bleuler wrote that this disease is a Spaltung (tea-
ring) that concerns thinking and feeling, while Jung introduced a new
concept adopted by Freud too: the complex, meaning a representa-
tion with emotional characteristics. The effects generated by the com-
plex come into the consciousness and are the cause of disease. Jung af-
firms that dementia praecox has psychological origins and he was per-
suased by this theory until his death.
In the last part of this paper, we write about Janet’s idèes fixes and
complex: which were their similarities? Which their differences? We
write about this because, although there are short accounts about this
problem, however the subject is even more notewhortier.

Keywords: schizophrenia, complex, idèes fixes, Bleuler, Jung, Janet.

PSYCHOFENIA – ANNO XIX – N. 33/2016 – pp. 15-54 – ISSN 1722-8093

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I CONTRIBUTI - ANNO XIX - N. 33/2016

Dalla dementia praecox alla schizofrenia:


Jung tra organicismo e psicogenesi

Introduzione

Questo contributo si propone di costituire non una rassegna clinica


sulla schizofrenia, bensì una ricognizione di carattere storico sul feno-
meno schizofrenico che, tuttavia, tratta solo una parte delle indagini
che si sono succedute tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecen-
to sulla patologia della dementia praecox come l’aveva denominata E.
Kraepelin. Proprio da questa definizione prende le mosse la nostra in-
dagine, esaminando la significativa contestazione alle tesi kraepeliniane
da parte di E. Bleuler che, nel 1908, diede alle stampe un volume di
cardinale importanza nella storia della psichiatria intitolato Dementia
praecox o il gruppo delle schizofrenie, opera che rivide nel 1911 e che scar-
dina il concetto di schizofrenia come demenza per porre all’attenzione
dei clinici la nozione di Spaltung (scissione) delle facoltà psichiche.
Pochi anni prima di lui, nel 1907, il suo collaboratore C. G. Jung
aveva pubblicato Psicologia della dementia praecox, un’opera in cui egli si
poneva l’obiettivo non solo di analizzare le più recenti conoscenze sul-
la dementia, ma anche di delineare una prima teoria del complesso de-
stinata ad accompagnarlo, sia pur con significative modifiche che que-
st’articolo tenta di porre in luce, nel corso di tutta la sua produzione.
In particolare, rimarrà stabile nella concezione junghiana l’idea di
complesso quale insieme di “rappresentazioni connotate affettivamen-
te”, anche se Jung insiste maggiormente nel 1907 sull’idea di un’in-
nervazione somatica del complesso, teoria che sarà palesemente dilui-
ta nel 1934 in favore di una più netta predilezione dell’Autore per un
effetto eminentemente psichico della rappresentazione complessuale.
Analogamente, analizzando la dementia, Jung sarà sempre più persuaso
della matrice psicogena di tale patologia, benché la sua visione “con-
dizionalista” gli permetterà di riconoscere, negli anni Trenta, un’inter-
dipendenza fra disagio psichico e predisposizione originaria che non
verrà mai del tutto abbandonata, al punto da giungere a sostenere, ne-

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gli anni Cinquanta, la localizzazione fisica dell’archetipo in base a de-


terminate acquisizioni sperimentali che s’illustrano in questa sede.
Particolare riguardo è dedicato, nella trattazione, al concetto di li-
bido junghiano inteso quale paradigma esplicativo del disagio psicoti-
co, in quanto la fissazione della libido introvertita sull’archetipo deter-
minerebbe la scissione schizofrenica connotata da un vistoso divario
fra il “dentro” e il “fuori”.
L’ultima parte dell’articolo è, invece, dedicata a un confronto tra la
nozione di “idea fissa” così come viene riformulata da P. Janet e quella
di complesso junghiana: si ritiene, infatti, che, nonostante i cenni pre-
senti nel Trattato di psicologia analitica diretto da A. Carotenuto1, la rela-
zione fra Janet e Jung sia stata poco affrontata e, sebbene lo scopo della
ricerca non fosse quello di delineare meglio l’influenza di Janet su Jung,
non si sarebbe potuto omettere di operare un esame comparativo del
concetto d’idea fissa e di quello di complesso, ponendo in luce analogie
e differenze. Ciò anche in considerazione di un recente ritorno d’inte-
resse per Janet in seguito alla pubblicazione in Italia di un’antologia dei
suoi scritti cui, in questa sede, si è più volte fatto ricorso.

1. Fra Jung e Bleuler, fenomenologia ed etiologia della de-


mentia praecox

È il 1908 quando E. Bleuler dà alle stampe il volume intitolato Demen-


tia praecox o il gruppo delle schizofrenie, tentando di coniugare la visione
psicoanalitica freudiana con le conoscenze psichiatriche2. Ne sortisce un
risultato forse poco felice sul piano della psicoanalisi che viene del tut-
to sottoposta alle conoscenze della medicina del tempo e alle osserva-

1 AA. VV., Trattato di psicologia analitica, a c. di Carotenuto A., voll. 2, Utet, Torino
1992.
2 Secondo la definizione di Cancrini L., curatore dell’edizione italiana del volume,
quello di Bleuler è un esempio di “metodo misto”, ossia un “tentativo interessan-
te, anche se inevitabilmente incompleto, di verificare la compatibilità della ricerca
psicoanalitica con quella propria della psichiatria” (dall’Introduzione di Cancrini L.
a Bleuler E., Dementia praecox o il gruppo delle schizofrenie, trad. it., La Nuova Italia,
Roma 1985, p. 12).

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zioni fenomenologiche3. Analizziamo quest’opera per scorgere quella


che si potrebbe definire un’eclissi della libido intesa quale energia anco-
ra eminentemente sessuale per approdare a una visione della psicosi – e,
in particolare, della dementia praecox – nella quale è preponderante l’idea
di un disturbo associativo e, in secondo luogo, affettivo che viene attri-
buito a cause ignote varianti da una non meglio specificata “predisposi-
zione” a una non ancora individuata noxa presente nell’organismo4.
Certo, si potrebbe obiettare che neppure la regressione della libido e la
stretta saldatura di quest’ultima a un complesso autonomo fornisse, in
ultima analisi, una spiegazione esaustiva del fenomeno schizofrenico,
tuttavia un confronto fra la tesi di Bleuler e quella di Jung ci permette-
rà di comprendere meglio quanto il nostro Autore differisse nel meto-
do d’indagine dal suo primo antico maestro e interlocutore5.
Occorre, infine, ricordare che Dementia praecox (1908/1911) è po-

3 Con l’aggettivo “fenomenologiche” s’intende riferirsi letteralmente all’osservazio-


ne del fatto, perché – secondo la testimonianza di E. Minkowski – Bleuler igno-
rava la fenomenologia husserliana al momento della redazione del suo lavoro sul-
la schizofrenia e furono lo stesso Minkowski insieme con Binswanger a riconnet-
tere le ricerche di Husserl con gli studi psichiatrici. Scrive Minkowski a tal pro-
posito: “Quanto alla fenomenologia, crediamo di poter affermare con certezza che
Bleuler ha ignorato completamente l’opera filosofica di Husserl nel momento in
cui scriveva il suo libro sulla schizofrenia. E in seguito ha sempre formulato riser-
ve a proposito dell’applicazione di questo metodo ai fenomeni psicopatologici”
(Minkowski E., La schizofrenia, trad. it., Einaudi, Torino 1998, p. 156).
4 Kraepelin era del parere che la malattia fosse causata dall’accumulo di “sostanze di
origine sessuale” nel cervello, ma questa etiologia era stata posta in discussione da
Christian, il quale aveva sostenuto nel 1899 che nei dementi precoci – e, in parti-
colare, negli ebefrenici – l’attrazione per l’altro sesso che dovrebbe manifestarsi in
età adolescenziale è invece quasi del tutto assente, nonostante i pazienti pratichino
onanismo o altre aberrazioni sessuali. Essi risultano, però, di una frigidità pressoché
assoluta (Cfr.: Garrabé J., Storia della schizofrenia, trad. it., Magi, Roma 2001, p. 77).
5 Come ricordano Garrabé J. nel suo già citato Storia della schizofrenia e Carotenuto
A. in Diario di una segreta simmetria (Astrolabio-Ubaldini, Roma 1999), Jung era pri-
vatdozent di Bleuler e clinico presso il Burghölzli: proprio qui il padre della psico-
logia analitica ebbe occasione di elaborare le sue prime osservazioni sulle psicosi
e di trattare Sabina Spielrein: il resoconto clinico del trattamento sarà reso noto da
Jung al Primo Congresso di Psichiatria e Neurologia tenutosi ad Amsterdam nel
1807 e sarà pubblicato nel 1908 con il titolo Freud’she Hysterietheorie (Teoria freu-
diana dell’isteria).

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steriore a Psicologia della dementia praecox (1907) di Jung, tuttavia, aven-


do Jung esposto le sue concezioni in maniera progressiva in diversi
scritti, si analizzeranno prima le tesi di Bleuler per rendere più agevo-
le il successivo confronto critico.
La concezione krapeliniana risalente al 1896 aveva caratterizzato la
dementia quale “deterioramento precoce” riferendosi soprattutto alla sfe-
ra cognitiva e suddividendo la patologia in sottogruppi la cui validità era
fondata sulla correlazione fra i sintomi. Bleuler accetterà tale suddivisio-
ne, però avvierà la sua indagine a partire da un interrogativo: la schizo-
frenia – termine coniato da lui stesso che muta radicalmente la prospet-
tiva scientifica, perché pone l’accento non sulla perdita delle facoltà co-
gnitive, bensì sulla Spaltung – è necessariamente deterioramento? Nella
maggior parte dei casi, il deterioramento è presente, tuttavia il tratto
universale è la “scissione delle diverse funzioni psichiche”. Ciò dà ori-
gine ad alterazioni ravvisabili nella sfera del pensiero, del sentimento e
dei rapporti con l’esterno che non si riscontrano – ma sarebbe più cor-
retto ricorrere all’imperfetto – nelle altre patologie psichiche.
La prima parte dell’opera di Bleuler è incentrata sull’analisi della
sintomatologia e sulla distinzione che egli istituisce tra sintomi prima-
ri e sintomi accessori. Si collocano fra i sintomi primari il disturbo as-
sociativo e quello dell’affettività.
Il disturbo associativo si caratterizza per una fenomenologia speci-
fica. In primo luogo, si osserva la carenza o la completa mancanza di
rappresentazioni finalizzate, ossia di un intento dimostrativo nell’argo-
mentare. In secondo luogo, si ha il cosiddetto “pensiero laterale” che
consiste nell’incapacità da parte del paziente di svolgere un ragiona-
mento seguendo una linea associativa principale e nella tendenza a di-
sperdersi in associazioni collaterali. In terzo luogo, il pensiero è com-
pletamente dissociato, ossia manca il procedimento logico-razionale ti-
pico dell’argomentazione. Questo tipo di sintomatologia determina,
nei casi più gravi, un blocco di pensiero e uno stato stuporoso che
contribuiscono a conferire al paziente un’aria inebetita. Si può, tutta-
via, determinare anche il contrario del blocco, ossia una necessità com-
pulsiva di pensare – denominata proprio “impulso a pensare” – nel
quale si registra una “fuga d’idee”6 che rende impossibile fissare il pen-

6 Bleuler ricorda che la locuzione appartiene a Jung.

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siero. Fondamentale nel disturbo associativo è il fattore della distraibi-


lità, ossia la tendenza del paziente più o meno sviluppata ad accoglie-
re uno stimolo esterno che possa interrompere le sue funzioni nella
maggior parte dei casi ecolaliche ed ecoprassiche.
Il disturbo dell’affettività si caratterizza per un’imponente regres-
sione degli affetti, che determina indifferenza e autismo. Ora, è bene
chiarire che l’indifferenza di Bleuler non è propriamente una mancan-
za d’affetto, bensì un’assenza di modulazione affettiva a cagione della
quale il contenuto del pensiero varia, ma l’affetto che dovrebbe ac-
compagnarlo non vi si adatta. È evidente che la psiche dello schizofre-
nico è ancora capace di produrre affetti, tuttavia, lo smarrimento del-
la capacità di modulazione produce inevitabilmente una reazione af-
fettiva dissonante rispetto ai moti del pensiero, come provano i feno-
meni di “paratimia”, in cui la tristezza accompagna un evento allegro,
e di “paramimia” in cui l’allegria accompagna un evento triste. Nei ca-
si di analisi ben riuscita – scrive Bleuler – il paziente è in grado di rea-
gire correttamente se esposto a quei complessi che hanno provocato in
parte l’agitazione concomitante all’esordio patogeno. È bene precisare,
tuttavia, che, nonostante si riferisca a una “ferita vitale” dello schizo-
frenico, Bleuler non ritiene i complessi etiologicamente dominanti:
scriverà Minkowski che, nell’ottica bleuleriana, i complessi non scava-
no il vuoto della schizofrenia, bensì lo riempiono con il loro contenu-
to e determinano il significato del sintomo7.
Appartiene allo schizofrenico un altro fenomeno patologico affet-
tivo: l’ambivalenza che si traduce nella tendenza ad attribuire alla stes-
sa rappresentazione sentimenti ora gradevoli ora sgradevoli. L’ambiva-
lenza è causa diretta dell’ambitendenza, ossia un’ambivalenza della vo-
lontà che induce a desiderare e non desiderare contemporaneamente
la medesima cosa. Sul piano intellettivo, l’ambivalenza rappresenta una
violazione palese del principio di non contraddizione in una costante
corrispondenza di “pensiero” e “contropensiero”.
Accanto all’indifferenza si colloca l’autismo che è un vero e proprio
distacco dalla realtà in favore del predominio della vita interiore. Da qui
la chiusura al mondo esterno e la tendenza a mantenere celati i propri
complessi. Si osservi che, nella trattazione di Bleuler, il termine “com-

7 Cfr., Minkowski E., La schizofrenia, cit., p. 155.

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plesso” parrebbe non propriamente conforme all’accezione junghiana,


perché – com’è noto – per Jung il complesso è sempre inconscio e può
esser portato a coscienza solo attraverso una terapia8. Il paziente non
può celarlo volontariamente perché non ne è a conoscenza.
Se il distacco dalla realtà esterna si aggrava, assistiamo all’insorgen-
za del pensiero autistico che può coesistere con quello realistico, tut-
tavia diverge significativamente da quest’ultimo, in quanto segue leggi
proprie ed è contraddistinto da una logica parziale, da associazioni ca-
suali che si compiono per via analogica e simbolica su base affettiva.
A questo punto, Bleuler torna a porsi la domanda da cui era parti-
to: lo schizofrenico è demente? La sua risposta non è univoca, poiché
egli non manca di osservare che il disturbo schizofrenico dell’intelli-
genza sussiste e si caratterizza per lo stato confuso delle associazioni e
per l’indifferenza in cui sono evidenti apatia, abulia e ritiro sociale, tut-
tavia quella dello schizofrenico potrebbe essere una “pseudodemenza”,
perché, nonostante reazioni inadeguate alle situazioni ambientali, le
funzioni intellettive fondamentali si conserverebbero inalterate, per-
tanto la demenza schizofrenica corrisponderebbe a un’ “anomalia” de-
rivante dalla combinazione di più fattori fra i quali emergono gli ef-
fetti del disturbo associativo, l’indifferenza, l’irritabilità e l’autismo. Ta-
li fattori inducono una compromissione della fantasia che determina
uno scarso talento poetico e altrettanto scarse facoltà estetiche in ge-
nerale, eccezion fatta per i casi di schizofrenia lieve in cui il senso este-
tico è persino favorito, in particolare la poesia per le associazioni in-
consuete e davvero bizzarre9.
Bleuler prosegue la sua trattazione occupandosi dei sintomi acces-
sori, fra i quali hanno un’importanza preminente le dispercezioni, le
idee deliranti e i sintomi catatonici.
Le dispercezioni si distinguono, a loro volta, in illusioni e allucina-
zioni: le illusioni consistono nell’interpretare erroneamente uno sti-
molo che il paziente percepisce. Le allucinazioni consistono, invece,
nella percezione di stimoli inesistenti nella realtà. Sia le illusioni sia le
allucinazioni possono essere visive, uditive, tattili, gustative, somatiche,

8 Cfr., Jung C. G., Considerazioni sulla teoria dei complessi (1934) in Opere, vol. VIII,
trad. it., Bollati Boringhieri, Torino 1996.
9 Cfr., Bleuler E., Dementia praecox o il gruppo delle schizofrenie, cit., p. 84.

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tuttavia si segnalano, fra le dispercezioni, le voci: si tratta di allucinazio-


ni uditive che possono essere “nominanti” o “profetiche”, ossia nomi-
nare oggetti, pronunciare il nome del paziente o anticipare eventi; es-
se possono costituire un’eco del pensiero del soggetto cui sembra di
sentir sussurrare o gridare ciò che egli stesso cogita. Infine, le voci ipo-
statizzano i complessi e gli affetti del paziente, talvolta ingenerando una
profonda confusione perché esprimono speranze, desideri, timori in
maniera simultanea e mescolandosi fra loro. Bleuler pone in luce la
possibilità che il paziente ritenga le voci localizzate nel corpo: le voci
familiari, per esempio, risiedono nel cuore, ma è singolare il caso di un
paziente che ode la voce di una ragazza nella mano sinistra con la qua-
le è solito masturbarsi10. Esse sono influenzate significativamente da
fattori contingenti, ma dipendono in un certo senso dalla volontà, poi-
ché il paziente rivolge attenzione alle voci dialogandovi, ma ciò non
esclude che egli possa anche esserne sorpreso improvvisamente. Le vo-
ci possono essere classificate in base a quattro caratteristiche principa-
li: in primo luogo, l’intensità che varia dal bisbiglio all’urlo, il che non
è necessariamente connesso con l’attenzione attiva del paziente. In se-
condo luogo, la chiarezza: le voci possono udirsi in maniera ben distin-
ta o confusa. In terzo luogo, la proiezione verso l’esterno: le voci pos-
sono essere attribuite dal paziente a persone reali e può sussistere tran-
sitivismo, ossia l’idea che altri, all’esterno, odano le medesime voci che
appartengono al paziente e, in qualche modo, le conoscano. Anche i
pazienti più intelligenti sono sovente in dubbio sulla natura delle pro-
prie dispercezioni, essendo incapaci di dire se odano voci o se le pen-
sino. In quarto e ultimo luogo, si ha il valore di realtà: il paziente può
andare incontro a un autentico “conflitto di realtà” in cui l’allucinazio-
ne vince sulle percezioni effettive. Non è raro che si provi vergogna
per ciò che le voci dicono e che si abbia difficoltà a parlarne per timo-
re di essere considerati matti.
Alle voci possono associarsi idee deliranti, le quali sono latrici di de-
sideri e timori. Il loro contenuto predominante è quello persecutorio:
il delirio fondamentale – nella concezione di Bleuler che si avvicina

10 Cfr., ivi, p. 104. Bleuler osserva inoltre che: “Come nelle altre malattie, anche nel-
la schizofrenia le allucinazioni si presentano nel momento in cui i malati sono la-
sciati a se stessi” (p. 109).

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nuovamente alla nozione di complesso – è quello egocentrico che


comprende tutti gli altri e, in particolare, il delirio di persecuzione il
quale si esplica nel delirio di grandezza – celante aspirazioni erotiche –
e nel delirio d’inferiorità – celante sentimenti di colpa, rovina e nume-
rose autoaccuse –. Delirio di grandezza e delirio d’inferiorità possono
coesistere pur in contrasto fra loro e pur costituendo una palese viola-
zione della logica. Nei paranoidi che conservano pressoché integra l’in-
telligenza si assiste alla costruzione di veri e propri sistemi logici deli-
ranti fondati, però, su premesse false. Non è infrequente che il delirio
sia suscitato dalla diffidenza che persiste anche dopo il trattamento e la
parziale remissione dei sintomi. Il paziente si sente costantemente sot-
to minaccia e l’unico modo per attenuare il delirio è stornare la carica
affettiva dal quale esso è contraddistinto (oblio del delirio).
Concludiamo la rassegna dei sintomi primari e secondari secondo
Bleuler con i sintomi catatonici che comprendono automatismi, stati
stuporosi, manierismi, stereotipie, catalessia. Fra tali sintomi meritano
particolare attenzione gli stati stuporosi, poiché essi possono dipendere
da un fenomeno cui anche Jung dedicherà attenzione e che è conosciu-
to con il nome di “negativismo”, ossia la tendenza del paziente a forni-
re una risposta negativa là dove il medico si attenderebbe una risposta
positiva. Bleuler riconosce la possibilità che il negativismo sia general-
mente legato a un complesso e rappresenti la radice delle “risposte per
traverso” dello schizofrenico che mirano a occultare le richieste riguar-
danti il complesso stesso. Bleuler distingue un negativismo esterno che
concerne la risposta al medico e uno interno, a cagione del quale il pa-
ziente – influenzato dalle voci che esprimono sempre parere contrario
rispetto alla sua volontà – decide di farsi deliberatamente del male. Le
voci, in questo caso, sono “voci del pro e del contro” che proibiscono o
comandano sempre in opposizione alla volontà del malato dinanzi al
quale si aprono due vie: apatia o disperazione11.

11 Nella critica junghiana alla teoria del negativismo di Bleuler, il fondatore della psi-
cologia analitica lamenta il carattere episodico attribuito alla sessualità in relazio-
ne alle manifestazioni negativistiche: in realtà – scrive Jung – il negativismo è il ri-
sultato della resistenza del paziente al complesso (Cfr.: Jung C.G., Critica a Bleuler,
“Teoria del negativismo schizofrenico”, trad. it., in Opere, vol. III) e Freud ha dimostra-
to la natura sessuale del complesso.

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Nella parte seconda della sua trattazione, Bleuler offre una ricogni-
zione sulla nomenclatura kraepeliniana della dementia praecox, tradizio-
nalmente suddivisa in paranoide, catatonica, ebefrenica, introducendo,
però, una quarta denominazione che – secondo quando sostiene L. Pe-
lizza12 – sarà accolta da Kraepelin solo nell’ottava edizione del suo Trat-
tato di psichiatria, pubblicato nel 1919: si tratta della schizofrenia simplex,
caratterizzata da progressiva debilitazione intellettuale e affettiva che
rende il paziente inabile alla cura di se stesso e nei rapporti con gli al-
tri. Possono mancare del tutto i sintomi accessori, pertanto la diagno-
si si fonda più che sulla constatazione di un quadro sintomatico evi-
dente, sulla probabilità e, dunque, sulla latenza della patologia stessa.
Ora, anche nel caso della schizofrenia simplex la prognosi è decisamen-
te sfavorevole, poiché se – come si è detto in precedenza – la guari-
gione consiste nella restitutio ad integrum del soggetto, questa è resa im-
possibile dall’idea sconcertante che l’integrità psichica del paziente po-
trebbe risalire a tempi davvero remoti: in breve, il medico non cono-
sce lo stato precedente la patologia, se si considera che i primi sinto-
mi, quali irritabilità e tendenza all’isolamento, potrebbero essersi ma-
nifestati già nell’infanzia ed esser passati inosservati. In breve, si tratta
di quelle progressive e inesorabili “modificazioni del carattere” che
condurranno alla malattia, ma che sono impercettibili al loro esordio.
Piuttosto che di guarigione, Bleuler postula la possibilità di un miglio-
ramento, ossia di una ripresa, seppur con difficoltà, della vita sociale e
professionale.
Sebbene più breve delle altre, la pregnanza filosofica della parte
quarta dell’opera di Bleuler è imprescindibile, poiché essa propone una
riflessione sul concetto di malattia e da essa sono inevitabilmente di-
pendenti anche i restanti capitoli del volume che riguardano le possi-
bili cause della schizofrenia e il suo trattamento. Ciò in quanto la pa-
tologia, per essere individuata e descritta, non può basarsi soltanto sul
corredo dei sintomi: una volta individuato il sintomo principale – o il
gruppo principale di sintomi – sostiene Bleuler – è necessario proce-
dere a una disanima del rapporto con eventuali altri sintomi, con il de-

12 Pelizza L., Schizofrenia simplex. Attualità del pensiero di E. Bleuler in Journal of Psycho-
patology, vol. 10, Giugno 2004, (www.jpsychopathol.it/issues2004/vol. 10/2/peliz-
za.htm).

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corso, con l’esame dei reperti anatomici e, possibilmente, con l’indivi-


duazione del disturbo di base. Per quanto concerne la schizofrenia, il
disturbo di base – secondo Bleuler – è quello associativo, ma, data l’im-
possibilità d’individuare la causa della patologia, ci si deve inevitabil-
mente appellare a un criterio diagnostico sintomatico, secondo la pro-
cedura già seguita da Kraepelin per l’individuazione della dementia
praecox, la quale risponde al concetto di malattia in primo luogo per-
ché è delimitata rispetto all’esterno possedendo un corredo di sintomi
che le appartengono in via esclusiva; in secondo luogo, perché la pre-
senza o meno di sintomi accessori non modifica l’essenza della malat-
tia; in terzo luogo, perché i quadri patologici, fluttuando l’uno nell’al-
tro, forniscono l’idea di unitarietà della malattia; in quarto luogo, per
la facilità nel reperimento dei criteri diagnostici. Ciò che Bleuler cri-
tica di Kraepelin è proprio la suddivisione della dementia in sottogrup-
pi, compito che egli ritiene debba essere affidato ai ricercatori futuri.
Ora, per quanto concerne le cause, Bleuler prende in considerazio-
ne l’ereditarietà e le predisposizioni individuali, tuttavia egli sostiene la
sostanziale indipendenza della schizofrenia dalle circostanze esterne13,
pertanto le costellazioni traumatiche, lungi dall’essere cause della pato-
logia, costituiscono soltanto eventi in grado di slatentizzare la malattia
medesima. Bleuler si dimostra pessimista sulle possibili terapie della
schizofrenia: egli pare più favorevole a una prevenzione collettiva e in-
dividuale che si realizza attraverso la sterilizzazione dei soggetti a ri-
schio e la rinuncia per loro a progetti particolarmente ambiziosi. An-
che quando si attua la cosiddetta terapia del lavoro, è importante asse-
gnare al paziente occupazioni semplici, il più possibile lontani dall’isti-
tuzione all’interno della quale l’individuo dovrebbe essere recluso so-
lo se pericoloso per sé e per gli altri. Non bisogna, infine, dimenticare
la straordinaria tendenza all’affaticamento di alcuni pazienti che impe-
disce lavori intellettualmente impegnativi e continuativi. Una terza via
terapeutica che Bleuler contempla è il trattamento a letto con conten-

13 Scrive Bleuler: “La schizofrenia sembra indipendente dalle circostanze esterne. Si


verifica in condizioni di povertà e ricchezza; in ogni situazione, regolare o irregola-
re, fortunata o sfortunata. Ogni clima e ogni razza producono schizofrenia” (Bleu-
ler E., Dementia praecox…, cit., p. 254). È evidente che vissuti psichici sgradevoli
“possono condizionare” il manifestarsi della schizofrenia, tuttavia non la causano.

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zione e isolamento: lo psichiatra, cosciente del fatto che questo siste-


ma contraddica il no restraint, consiglia di mitigare la contenzione at-
traverso la sorveglianza e l’ingaggio di personale infermieristico spe-
cializzato. Migliori speranze non sembrano provenire dalla sommini-
strazione di farmaci come l’apomorfina – responsabile di crisi emeti-
che – e dalla terapia abreativa, poiché, nei casi gravi, anche in seguito
alla scoperta di complessi i pazienti non migliorano. Allora, quali obiet-
tivi può proporsi il trattamento della schizofrenia? Bleuler insiste sullo
sviluppo di autocontrollo e disciplina, nonché sulla resistenza all’auto-
lesionismo, sul quale, però, lo psichiatra espone un punto di vista ori-
ginale e, in breve, favorevole al suicidio: se il malato conduce una vita
non degna di esser vissuta, se egli ha consapevolezza della profonda
condizione di dolore e prostrazione in cui la malattia lo getta, allora
perché imporgli a tutti i costi di vivere? È così che il medico si trasfor-
ma in esecutore dei biechi dettami della società e abdica alla sua co-
scienza morale che gli suggerirebbe di non mantenere in vita coloro i
quali non desiderino più vivere14. Sorge, a questo punto, un problema
filosofico di non poca rilevanza: ossia se i malati di schizofrenia – per
come Bleuler tende a vederli – siano uomini dimidiati, incapaci di re-
cupero nonostante le sue stesse parole. E, se così fosse, questo motive-
rebbe una sorta di eugenetica? Se è vero che l’umanità deve essere in-
tesa come fine in sé e mai come mezzo, la teoria di Bleuler violereb-
be una delle fondamentali leggi kantiane che prescrivono il rispetto
dell’altro uomo non per ciò che egli fa, ma per ciò che è. Per quanto
assurda, la domanda che implicitamente l’opera di Bleuler pone è se lo
schizofrenico sia ancora un uomo, se il “valore negativo” della vita
schizofrenica non implichi la presa di coscienza da parte del medico
che tale vita non sia degna di essere salvaguardata.
La questione è, in realtà, ben più controversa e contraddittoria di

14 “(…) L’attuale ordinamento sociale richiede allo psichiatra un’estrema crudeltà. Si


costringe a continuare a vivere gente che ha le sue buone ragioni per non conti-
nuare più questa vita.
(…) Ma ancor più grave è rendere a questi malati la vita ancor più insopportabi-
le con tutti i mezzi e con una sorveglianza penosa. La maggior parte delle nostre
più terribili misure di costrizione sarebbe inutile se non fossimo costretti a man-
tenere il malato in vita; una vita che per loro e per gli altri ha solo valore negati-
vo” (ivi, p. 359).

26
ELIANA FORCIGNANÒ

quanto appare a una prima lettura, poiché – come si è cercato di di-


mostrare – Bleuler asserisce, da un lato, che vi sia la possibilità di una
remissione dei sintomi schizofrenici; dall’altro, però, conclude la sua
opera con l’affermazione che il paziente schizofrenico grave ha dinan-
zi a sé una vita dal “valore negativo”. Se è vero – secondo quanto scri-
ve lo studioso Mistura15 – che le contraddizioni attraversano la vita e
il pensiero di Bleuler a cominciare dalla pratica clinica perpetrata al
Burghölzli, al cui interno le etichette nosografiche tendevano a limi-
tare fortemente la comprensione del paziente e dei suoi bisogni uma-
ni, Eugène Minkowski, devoto bleuleriano e accomunato a Jung da
un’attenta conoscenza di Bergson, ha tentato di porre in luce la fecon-
dità terapeutica della nozione di schizofrenia, sostenendo i pregi di un
approccio che, lungi dal soffermarsi sul deterioramento, desse impor-
tanza al distacco affettivo dello schizofrenico dal “mondo-ambiente”16:
Minkowski insiste, in altre parole, sulla perdita di contatto da parte del-
lo schizofrenico con la realtà, ma anche sulla possibilità che tale perdi-
ta sia temporanea e recuperabile attraverso il ripristino di rapporti af-
fettivi, uno su tutti quello fra medico e paziente. Mediante un dettato
estremamente poetico e “incarnato”, egli sostiene che la psichiatria sia
prima di tutto psicoterapia – nel senso di “cura della psiche” – e con-
testa la definizione di dementia kraepeliniana, ponendo in luce l’impos-
sibilità di recuperare il deterioramento rispetto al contatto affettivo
con la realtà. La schizofrenia, pertanto, non è un concetto nosografico,
ma una nozione terapeutica in base alla quale il medico opera tenden-

15 Mistura S. ha curato una dettagliata Introduzione al citato volume di Minkowski in


cui ha approfondito i rapporti fra Bleuler e Freud, pur con la precisazione che l’in-
tero carteggio fra i due potrà essere reso noto soltanto dopo il 2020. Dal materia-
le a disposizione, tuttavia, risulta che Bleuler resistette con caparbietà all’invito di
Freud ad entrare nella Società psicoanalitica e a fondare una sezione svizzera di cui
egli stesso avrebbe dovuto assumere la carica di presidente. Ciò non significa che
Bleuler non riconoscesse i meriti di Freud, bensì il direttore del Burghölzli era po-
co incline alle strategie organizzative del circolo psicoanalitico e, soprattutto, te-
meva di subire l’ostracismo da parte della medicina del tempo che avversava pro-
fondamente le nuove idee ritenendole non scientifiche. Vi era, poi, la questione
Jung, il nuovo allievo che Freud intendeva allontanare dall’influenza di Bleuler per
attrarlo definitivamente nell’orbita della psicoanalisi (Cfr.: Mistura S., Introduzione
a Minkowski E., La schizofrenia, cit., pp. LVI-LXVII).
16 Ivi, p. 155.

27
I CONTRIBUTI - ANNO XIX - N. 33/2016

do invisibili corde affettive fra sé e il paziente, nella consapevolezza di


avere dinanzi un uomo che, nella sua estrema complessità non solo pa-
tologica, deve essere accompagnato e guidato verso la restituzione al
“mondo-ambiente”17.
Per Minkoswki, la psichiatria non ha solo bisogno di esser validata
come scienza, bensì essa necessita anche di fede, ossia di credere nella
speranza che un paziente possa essere recuperato, perché nel momento
in cui il medico smette di aver fede nel recupero, allora, si pone dinan-
zi al malato come un automa di fronte a un altro automa, contribuen-
do ad accentuare il distacco dell’individuo sofferente dalla realtà e a
rendere quella stessa realtà ancor più ostile di quanto non fosse avver-
tita in precedenza. Le misure terapeutiche per la schizofrenia, pertanto,
devono essere volte a reintegrare il paziente nella quotidianità, seppur
in una quotidianità protetta: a tal fine, sono utili il ricollocamento pres-
so la famiglia, la terapia del lavoro che, però, è intesa in maniera diffe-
rente da Bleuler, se non addirittura contraria, in quanto, da un lato, s’in-
siste sulla necessità di un lavoro stabile, dall’altro, si pone l’accento sul-
l’importanza dell’interesse che il paziente deve essere sollecitato a nu-
trire per il compito che svolge. Minkowski riprende, a tal proposito, il
caso narrato dal collega Repond18 di un’infermiera schizofrenica che,
ricoverata da tempo in isolamento per catatonia, di notte assisteva sot-
to sorveglianza le altre pazienti e si comportava diligentemente prov-
vedendo ai bisogni delle ammalate e stilando rapporti molto precisi.
Durante il giorno, però, la medesima ammalata tornava a versare in uno
stato di agitazione e chiedeva lei stessa di essere ricoverata in isolamen-
to. Tale comportamento si spiega con una risposta al mondo dello schi-
zofrenico che potremmo definire “a intervalli”: compito del medico –
secondo Minkowski – è praticare una “breccia” sempre più ampia nel-
le reazioni del paziente e, a questo scopo, possono risultare utili anche
le dimissioni precoci dall’ospedale, in quanto l’ambiente artificiale

17 Scrive Minkowski: “La nozione di perdita di contatto con la realtà implica l’idea
della possibilità di ristabilire questo contatto, sia interamente, sia almeno parzial-
mente” (ivi, p.158).
18 Un altro psichiatra seguace di Bleuler e autore, fra le altre pubblicazioni, di un ar-
ticolo intitolato Qualche nota sul trattamento della schizofrenia negli ospedali che Min-
kowski cita.

28
ELIANA FORCIGNANÒ

ospedaliero favorisce la stabilizzazione delle reazioni schizofreniche e la


tendenza del malato a considerarsi condannato al proprio destino. Ora,
Minkowski non ne fa specifica menzione, tuttavia, come non vedere in
queste reazioni dello psicotico grave una regressione e fissazione della
libido intesa in senso junghiano? Se si esamina la condizione ospeda-
lizzata del paziente schizofrenico, non si può evitare di osservare che es-
sa è improntata all’immobilità e, pertanto, a una progressiva introversio-
ne della libido che aggrava il distacco dalla realtà e l’autismo, come ac-
cadde per la Spielrein. Se questo, da un lato, favorisce l’emersione di
materiale archetipico, dall’altro lato, è inabilitante per la vita in società
dell’individuo che si ritrova costretto in una sorta di condizione narci-
sistica in cui conta soltanto il proprio mondo interiore. È la medesima
condizione di narcisismo che occorse anche a Nietzsche, sebbene Jung
fosse più incline a parlare di sopraggiunta psicosi con conseguente pa-
ralisi per il Filosofo, piuttosto che di dementia praecox19. È innegabile, pe-

19 Si leggano a tal proposito i Seminari sullo Zarathustra, voll. 4, trad. it., Bollati Bo-
ringhieri, Torino 2012-2013. In particolare, nel vol. I, Jung risponde alla domanda
di uno dei partecipanti al seminario, la signora Sigg, che paragona l’aquila e il ser-
pente di Zarathustra alla visione di un malato mentale – riferita dallo stesso Jung
– di un disco solare con un tubo pendente. Jung smentisce immediatamente il pa-
rallelismo, sostenendo che il caso dello schizofrenico non sia accostabile a quello
nietzscheano, in quanto il malato aveva espresso un simbolismo arcaico derivante
dallo strato più primitivo dell’inconscio collettivo e tale il simbolismo era rimasto,
ossia improntato all’arcaismo, mentre Nietzsche si dimostra molto più evoluto nel-
la simbologia richiamandosi non al culto mitraico, bensì alla discesa del Logos nel
mondo, com’è testimoniato dal planare di un uccello nobile e abituato alle gran-
di altezze, ossia l’aquila (Jung C. G., Lo “Zarathustra” di Nietzsche, vol. I, pp. 260-
262 trad. it., Bollati Boringhieri, Torino, 2013). Non a caso, la discesa di Zarathu-
stra fra gli uomini è un Untergang, ossia un tramonto. Per quanto concerne il nar-
cisismo di Nietzsche, Jung non ricorre mai a questa “etichetta” psicoanalitica, tan-
to più che, nei Tipi psicologici, egli tratta solo fugacemente del narcisismo quale de-
viazione del sentimento introverso (Jung C. G., Tipi psicologici in Opere, vol.VI, trad.
it., Bollati Boringhieri, Torino 2002 pp. 392-393): se il sentimento introverso è ri-
volto all’interiorità e alle immagini primordiali, se esso ostenta nei confronti del
mondo esterno indifferenza perché da tale mondo è sovente ferito non trovando
corrispondenza in alcuno della profondità dei suoi moti più intimi, l’amore smo-
dato per l’Io in cui degenera talvolta l’introversione è considerato da Jung una for-
ma di narcisismo, perché sostituisce all’attenzione per la dimensione archetipica
quella per una “passionalità priva di contenuto”, tipica dell’egocentrismo. Da ciò

29
I CONTRIBUTI - ANNO XIX - N. 33/2016

rò, che la carica libidica sia in entrambi i casi introvertita e fissata:


l’ospedalizzazione – o, per ricorrere a un termine goffmaniano e basa-

risulta evidente il motivo per il quale Jung non avrebbe mai considerato Nietz-
sche un narcisista: infatti, la passionalità di Nietzsche era ben lungi dal non avere
contenuti, tuttavia il narcisismo freudianamente inteso è evidente nel personaggio
stesso di Zarathustra che, pur tentando il tramonto, anela alla solitudine e all’in-
tangibilità rispetto agli altri quale stato di perfezione. E, soprattutto, una forma di
narcisismo da parte di Nietzsche è ravvisabile nel suo perenne contrapporre un su-
blime “egoismo” alle forme di altruismo che inducono l’uomo a smarrire il sen-
so di sé. L’altruismo è ammesso da Nietzsche in un solo caso, ossia quando esso
permette, mediante una vita dedicata agli altri uomini, di conservare una forma di
autodisciplina verso se stessi (cfr.: Nietzsche F., Ecce homo, trad. it., Newton Com-
pton, Roma 2014, p. 69): lontano dalle dichiarazioni disinteressate e dall’immola-
zione per un mondo che non lo merita, Nietzsche sostiene che, mentre l’indivi-
duo accoglie gli altri, prenda forma in lui una sorta di “idea dominante” che lo ri-
conduce alla propria vera natura, mobilitando quelle qualità e capacità che gli di-
verranno indispensabili. In tal senso, non esistono – nell’ottica nietzscheana – azio-
ni “egoistiche” e “non egoistiche” o, almeno, non esiste la loro opposizione nella
misura in cui l’individuo sia impegnato a “diventare ciò che è”. Si potrebbe dire
che l’orizzonte altruistico scompaia sotto il peso dell’affermazione individuale – il
che è proprio di una condotta narcisistica – e che in questo atteggiamento si col-
lochi anche la difesa perorata da Nietzsche che egli definisce “gusto” (ivi, pp. 67-
68: “In tutto ciò – nella scelta dei cibi, del luogo e del clima, del riposo – domi-
na un istinto di autoconservazione, che nel modo più netto si esprime come istin-
to di autodifesa. Non vedere, non udire, non farsi avvicinare da molte cose – pri-
ma astuzia, prima dimostrazione che non vi è un caso, bensì una necessità”), ma
che è in sostanza un allontanamento volontario dall’umano, una non-reazione –
secondo quanto egli stesso dichiara – volta a difendere gelosamente la propria li-
bertà interiore dalla moltitudine di cui il Filosofo si diceva ammalato (ivi, p. 71,
ma sono tanti i passi delle opere di Nietzsche in cui la moltitudine è severamen-
te deprecata), poiché non poteva sopportarla. Anche nei confronti dei libri e del-
la cultura Nietzsche dimostrava un atteggiamento narcisista caratterizzato dalla ne-
cessità di non leggere troppo, ossia di non lasciarsi attraversare da altre idee men-
tre formulava le proprie, atteggiamento che lo distingueva dal dotto e dal filologo
di professione, costretto a “compulsare duecento libri al giorno” (ivi, p. 62 e 68)
Infine, come non citare la ferita narcisistica ricevuta dal cattivo rapporto con la
madre e con la sorella? Se ciò non bastasse, si pensi alle parole di Lou Von Salomé
(Andreas Salomé L., Friedrich Nietzsche, trad. it., SE, Milano 2009, pp. 59-60), la
quale scrive che la “personalità chiusa” di Nietzsche era spesso investita da un tur-
bine tale d’idee che mettevano in serio rischio l’equilibrio psicofisico del Filoso-
fo, il quale era dilacerato dal conflitto tra “una vita spirituale ricca e piena” e il tra-
mutarsi di questa vita in uno “scatenamento caotico” che egli aveva la necessità di

30
ELIANA FORCIGNANÒ

gliano20, l’istituzionalizzazione – ha innumerevoli punti di contatto con


l’isolamento psicotico e contribuisce ad aggravarlo. Interessante è, infi-
ne, notare la concezione che Minkowski nutre riguardo all’impiego di
farmaci nel trattamento della schizofrenia: si ricordi che la sua opera ri-
sale al 1927, dunque non si parla ancora di psicofarmaci, bensì di so-
stanze che, inducendo una condizione fisica di malattia, contribuisco-
no a determinare uno “spostamento” della focalizzazione interna dello
schizofrenico che, da malato psichico, si vede tramutare in malato fisi-
co e può trasferirsi in un altro reparto, sebbene sotto la debita sorve-
glianza. Ciò spezza la routine dell’ospedale psichiatrico e costituisce un
deterrente all’istituzionalizzazione.
È evidente quanto Minkowski sia andato oltre Bleuler nella sua
trattazione e quanto sia prevalsa in lui la volontà di attribuire impor-
tanza al disturbo affettivo della schizofrenia piuttosto che a quello as-
sociativo, come invece aveva reputato opportuno il suo maestro. È al-
tresì evidente che porre l’accento sul disturbo affettivo nella schizofre-
nia piuttosto che su quello associativo induca nell’allievo Minkowski
quella fede nel recupero che non rientrava propriamente nelle corde
di Bleuler, determinando la concezione tutta fenomenologica della
psichiatria, in primo luogo, come psicoterapia e avvicinando straordi-
nariamente questo autore al nostro Jung21, il quale, in una conferenza

tenere a freno isolandosi e denunciando la decadence del proprio tempo, pur avver-
tendosi egli stesso come decadent, ossia come individuo che aveva conosciuto e af-
frontato la malattia, ma l’aveva superata con l’amor fati, evitando accuratamente di
definirsi un malato di nervi e leggendo la malattia stessa e, soprattutto, il suo su-
peramento come un’accresciuta possibilità di conoscenza di sé.
20 Cfr., Basaglia F., Scritti, voll. I-II, Einaudi, Torino 1999 e Goffman E., Asylums, Ei-
naudi, Torino 1978.
21 Ancora una volta è Mistura (Mistura S., Introduzione…, cit., p. LXXXII) a far chia-
rezza sul rapporto Jung-Minkowski, ponendo in luce quanto per Jung fosse im-
portante, nel trattamento delle psicosi, la relazione terapeutica fra medico e pa-
ziente esplicantesi soprattutto nella ricostruzione della storia personale del pazien-
te psicotico, ossia di quello che Minkowski chiamerà in seguito “fondo mentale”.
Mistura, tuttavia, individua il diverso approccio alle psicosi di Jung rispetto a Freud
nella lunga pratica che il padre della psicologia analitica aveva svolto con gli schi-
zofrenici proprio al Burghölzli sotto la supervisione di Bleuler: in breve, prima di
scriverne, Jung aveva trattato schizofrenici gravi, gioendo dei loro sia pur esili mi-
glioramenti e riconoscendo nella personalità del terapeuta la vera fonte di recupe-

31
I CONTRIBUTI - ANNO XIX - N. 33/2016

zurighese del 1908 aveva dichiarato la psichiatria una “cenerentola del-


la medicina” insistendo sull’assurdità riduzionistica di vedere nelle pa-
tologie psichiatriche una mera alterazione del cervello. Come la reli-
gione – sostiene Jung – interpreta il peccato quale causa della malat-
tia, la psichiatria materialistica attribuisce la condizione patologica a un
danno funzionale del cervello, mentre secondo statistiche raccolte pro-
prio al Burghölzli dal 1904 al 1908, i tre quarti dei pazienti affetti da
dementia praecox presentavano un cervello “per lo più” intatto all’appa-
renza o le cui alterazioni nulla spiegavano del disturbo psicologico in
atto nella patologia stessa22. In breve, Jung prendeva le mosse, in que-
sta conferenza zurighese, dallo spinoso interrogativo sull’etiologia del-
la dementia praecox, chiedendosi se il disturbo psicologico fosse prima-
rio o secondario rispetto a quello anatomico. Se per i disturbi cosid-
detti “funzionali” come l’isteria l’etiologia somatica poteva esser mes-
sa da parte in favore di quella psicogena, Jung poneva in luce la man-
canza di prove della natura primaria del disturbo organico nella demen-
tia, asserendo, invece, la presenza di una disfunzione psicologica prima-
ria legata ai complessi23. Nell’Appendice del 1914, l’Autore continuerà

ro. Tuttavia, chi scrive non esclude che anche la diversa considerazione dell’ener-
gia psichica o libido – come, d’altronde, prova Simboli della trasformazione (1912)
che segna la rottura con Freud – abbia indotto in Jung una diversa valutazione del
fenomeno schizofrenico, decisamente più feconda rispetto a quella di Freud che,
non potendo troppo deviare dalla teoria della sessualità, eludeva l’interpretazione
dei mitologemi e del materiale arcaico, prova decisiva dell’esistenza di una energia
psichica introvertita. Sembra essere in accordo con questa tesi Innamorati, il qua-
le scrive che la teoria junghiana dei complessi già in nuce nel lavoro del 1907 per-
mise a Jung di affermare la propria posizione con una certa originalità, pur senza
“attaccare al cuore” la psicoanalisi. La vera dichiarazione d’inadeguatezza – da par-
te di Jung – del concetto freudiano di libido per spiegare la dementia praecox sareb-
be giunta non solo con il lavoro del 1912, ma anche con il Saggio di esposizione sul-
la teoria psicoanalitica in cui Jung avrebbe espresso senza indugi quanto il concetto
di un’energia eminentemente sessuale fosse inapplicabile ai malati di dementia
(Cfr.: Innamorati M., Jung, Carocci, Roma 2013, pp. 57-58).
22 Cfr., Jung C. G., Il contenuto della psicosi, trad. it., in Opere, vol. III, Bollati Borin-
ghieri, Torino 1999, pp. 167-168.
23 Cfr., ivi, p. 171 in cui Jung descrive il caso della paziente abbandonata molti anni
prima dall’amante con un figlio illegittimo e scrive queste parole: “(…) Perciò il
malato mentale ci è più vicino umanamente. Egli è un essere umano che soffre

32
ELIANA FORCIGNANÒ

a contrapporre il metodo riduttivo al metodo costruttivo, interpretan-


do quest’ultimo non come una teoria rigida al pari di quella causale,
bensì come traccia di una linea di sviluppo per l’indagine della psiche
in grado di guardare al divenire – e non al divenuto, ossia al passato –
dell’anima24. Il pensiero costruttivo, in psicologia, si fonda non sulla
comprensione oggettiva, bensì su quella soggettiva che pone il tera-
peuta in primo piano nell’indagine di se stesso e delle sue proiezioni
sul mondo. In questa direzione, può aiutare l’esempio che Jung propo-
ne del filosofo scolastico il quale crede, attraverso il proprio sistema, di
aver trovato un paradigma comprensivo del mondo, mentre, in realtà,
egli ha soltanto compreso se stesso. La lettura comprensiva, in psichia-
tria, si propone di guardare ai fini del paziente anche nel delirio di
questi, perché la formazione delirante, in quanto soggettiva e finalizza-
ta, ha diritto all’esistenza: essa rappresenta l’impulso a costituire una
nuova visione del mondo attraverso la quale i pazienti tentano di adat-
tarsi alla propria realtà. Sebbene la costruzione di una propria visione
del mondo sia un passo che Jung considera indispensabile per collo-
carsi nella vita, tuttavia quello dello schizofrenico corrisponde a un di-
fetto di realtà (della fonction du rèel, per dirla con Janet) poiché egli non
riesce a superare il soggettivismo del quale è prigioniero per raggiun-
gere la società. Come si può osservare, anche qui vi è un’opposizione
“oggettivo/soggettivo”, tuttavia Jung tiene a precisare che la realtà
“oggettiva” – ossia condivisa dalla maggior parte degli uomini dotati
di capacità di raziocinio – non coincide con la comprensione “ogget-
tiva” psicoanalitica che è essenzialmente quella causale e di riduzione
delle fantasie schizoidi ai loro elementi costitutivi precipuamente di
natura sessuale.
La visione comprensiva e costruttiva studia l’adattamento del sog-

come tutti noi di problemi che sono di tutti gli uomini, e non è una macchina ce-
rebrale che abbia avuto un guasto. Finora abbiamo creduto che il malato mentale
nei suoi sintomi non ci mostrasse altro che i parti assurdi delle sue cellule cerebra-
li malate; ma questo era un sapere da eruditi intriso di polvere e muffa”. Jung con-
tinua sostenendo che, attraverso l’immedesimazione, il terapeuta viene a cono-
scenza dei “segreti umani” che appartengono al malato e si rende conto di quan-
to la sua malattia costituisca una “reazione affettiva insolita” a problemi legati alla
sfera dell’affettività cui nessuno è estraneo.
24 Ivi, pp. 190-193.

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I CONTRIBUTI - ANNO XIX - N. 33/2016

getto alla realtà mediante il suo specifico interesse, ossia mediante la li-
bido che è qui definita quale “espressione energetica per i valori psi-
cologici”25. Dall’introversione della libido vengono all’essere quei sim-
boli che esprimono le formazioni mitologiche – Jung, com’è noto,
giungerà alla nozione di archetipo cinque anni più tardi – i cui paral-
leli con le rappresentazioni collettive dei popoli primitivi sembravano
al padre della psicologia analitica così evidenti. La visione costruttiva,
pertanto, prende in esame il simbolo e il temperamento o tipo – in-
troverso/estroverso – che lo ha prodotto.
Ora, se già Shamdasani poneva in luce il debito di Jung con la fi-
losofia di Bergson26 – un debito che, peraltro, lo stesso Jung dichiara
nella conclusione dell’Appendice – occorre, tuttavia, osservare che Ber-
gson non ritiene che l’adattamento possa spiegare le molteplici dire-
zioni dell’élan vital: come le curve e i dossi presenti nel terreno non
costituiscono la causa di una determinata strada, analogamente non è
per adattarsi a una realtà prestabilita che la vita si dispiega nelle sue
molteplici forme, poiché questo equivarrebbe a ricadere in una visio-
ne causal-meccanicistica la quale se, da un lato, si oppone al finalismo
costituendo un dipolo paradigmatico, dall’altro non rende ragione del-
la dissociazione in singoli organismi e specie dell’impulso originario il
cui progresso è, invece, implicito nella tendenza stessa della vita. Essa si
sviluppa in un “ventaglio” di direzioni opposte, avendo dinanzi a sé, in
quanto natura, infinite possibilità, a differenza della vita del singolo uo-
mo le cui possibilità si atrofizzano nel corso della crescita27. Sembra di
poter concludere che, se certamente l’idea di libido junghiana ha affi-
nità con l’élan vital, se il metodo costruttivo, respingendo induzione e
deduzione, si apparenta al metodo intuitivo di Bergson che rifiuta, al

25 Ivi, p. 196.
26 Cfr.: Shamndasani S., Jung e la creazione della psicologia moderna, trad. it., Magi, Ro-
ma 2007, pp. 250-253.
27 Scrive Bergson: “Certamente non neghiamo che la condizione necessaria del-
l’evoluzione sia l’adattamento all’ambiente. È fin troppo evidente il fatto che una
specie sparisce quando non si piega alle condizioni di esistenza che le si pongono
di fronte. Ma una cosa è riconoscere che le circostanze esterne sono forze di cui
l’evoluzione non può non tener conto, e un’altra è sostenere che esse sono le cau-
se direttrici dell’evoluzione. Quest’ultima tesi è quella del meccanicismo” (Ber-
gson H., L’evoluzione creatrice, trad. it., Bur, Milano 2012, p. 104).

34
ELIANA FORCIGNANÒ

pari di Jung, il riduzionismo positivista e pone in luce la necessità che


l’intelligenza trascenda se stessa mediante un vero e proprio salto o “at-
to di volontà”28, tuttavia sussistono fra Jung e Bergson alcune differen-
ze rilevanti. In primo luogo, la libido è un’energia psichica e non or-
ganica; in secondo luogo, il criterio di misurazione della libido in re-
lazione alla patologia psichiatrica è proprio l’adattamento alla realtà e
la conseguente valutazione, da parte del ricercatore, della visione del
mondo del malato e della sua funzionalità all’adattamento, inteso, pe-
rò, non come appiattimento sulla realtà, bensì quale delicato equilibrio
di forze consce e inconsce, secondo una spinta di impulsi e controim-
pulsi che determinano la relazione con l’ambiente. Ecco, l’adattamen-
to è una relazione dell’individuo con la realtà circostante mediata da
comprensione intellettuale e sentimento, come Jung chiarirà nel 1928
in Energetica psichica, collocandosi inevitabilmente entro un orizzonte
diverso da quello bergsoniano.

2. L’evoluzione della concezione di Jung dal 1907 al 1959

Come già si è posto in luce, se si esaminano con attenzione gli scritti


di Jung sulla dementia precox, si osserva la presenza non solo di un con-
fronto con Freud – il quale di psicosi si era, in fondo, occupato poco
– ma anche con l’antico maestro Bleuler, benché occorra precisare che
Psicologia della dementia precox è anteriore (1907) al sopracitato lavoro
bleuleriano. Già nel 1907, Jung riconduceva la dementia a una etiolo-
gia complessuale e affettiva29, ponendosi la questione – che accompa-
gnerà tutta la sua produzione in materia – del significato dei disturbi
psicologici in questa patologia, là dove la letteratura corrente offriva sul
tema solo spunti parziali e incompleti. È evidente in Psicologia della de-
mentia praecox che né Jung né Bleuler si muovessero entro un orizzon-
te del tutto inesplorato e che, nonostante si tenda a menzionare con
più facilità nella storia di questa patologia le tesi kraepeliniane, altri au-
tori come Tschisch, Masselon, Weygandt, Roller e Neisser, Sommer e
Pellettier concordassero sul motivo del deterioramento appercettivo

28 Ivi, p. 152.
29 Jung C. G., Psicologia della dementia praecox, trad. it. in Opere, vol. III.

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I CONTRIBUTI - ANNO XIX - N. 33/2016

nella dementia o sull’abbassamento del niveau mental che Janet aveva po-
sto in luce30. In particolare, Jung si sofferma sulla tesi di O. Gross, se-
condo cui la dementia consisterebbe in uno “svolgimento simultaneo di
serie di associazioni funzionalmente distinte”. Jung obietta a questa
teoria che la dementia non consista nel decorso simultaneo di singole
serie associative, bensì in “complessi di rappresentazioni” emergenti
nella coscienza e attivati (“costellati”) da altri complessi che a questi
erano associati precedentemente. Ora, ciò che tiene insieme l’emisfe-
ro dei complessi è l’affetto che presiede ai “legami associativi incon-
sci”: se è vero – secondo quanto sostiene Freud – che la fissazione de-
gli affetti comporta un’impossibilità di escludere ulteriormente i com-
plessi rimossi dalla coscienza, all’interno della quale essi si fissano im-
pedendo lo sviluppo della personalità, tuttavia Jung non omette di os-
servare che le conseguenze della fissazione dell’affetto isterogeno sono
assai diverse da quelle studiate nella dementia praecox, pertanto occorre
sia riesaminare la nozione di complesso, sia includere fra le possibili
cause la presenza di una tossina metabolica che altererebbe il funzio-
namento cerebrale. Si noti quanto Jung si dibattesse qui tra una spie-
gazione di matrice organica e una psicologica della dementia e questo
conflitto lo accompagnerà per tutta la sua attività scientifica, anche se,
dal secondo dopoguerra in poi, egli contemplerà sempre più la possi-
bilità che la schizofrenia non abbia una matrice organica e che si pos-
sa parlare, nella maggior parte dei casi, di un disturbo psicogeno.
Ciò che è opportuno osservare riguarda la formulazione in nuce
della teoria junghiana dei complessi che vede nell’affettività la base im-
prescindibile della personalità di cui pensiero e azione costituiscono
“sintomi”. Il complesso – così come Jung argomenta – è “un’insieme
di rappresentazioni connesse dal tono affettivo”, una definizione che
resterà sostanzialmente immutata nella sua produzione31. Complesso,

30 Jung cita scrupolosamente tutti gli autori menzionati nel testo e ne illustra bre-
vemente le tesi, proponendo le proprie obiezioni.
31 Anche in Simboli della trasformazione (1912-1951), Jung sosterrà la presenza di un
complesso affettivo nella prepsicotica Miss Miller della quale analizzerà le fantasie,
ponendo in luce i mitologemi. Si è scelto di non trattare quest’opera, poiché essa
poco o nulla svela delle dinamiche schizofreniche, bensì è una poderosa eviscera-
zione di materiale antropologico.

36
ELIANA FORCIGNANÒ

in quanto “stato affettivo accompagnato da innervazioni somatiche”, è


destinato a diventare ogni avvenimento connotato in maniera affetti-
vamente forte, benché l’Autore distinguesse tra un “effetto acuto” del
complesso, il quale viene superato con il venir meno dell’ostacolo
esterno e con la conseguente caduta dell’attenzione da parte dell’indi-
viduo e un “effetto cronico” dovuto precipuamente a situazioni trau-
matiche, a causa delle quali i complessi continuano ad agire anche a di-
stanza di tempo secondo quanto dimostrato dagli esperimenti associa-
tivi. Il complesso più stabile e saldo è – o dovrebbe essere in caso di
equilibrio psichico – il complesso dell’Io, “espressione psicologica del-
l’insieme strettamente associato di tutte le sensazioni somatiche”, men-
tre i complessi che penetrano nella coscienza o permangono in stato
di rimozione sono – e qui Jung è, in parte, nell’orbita freudiana – pre-
valentemente di natura erotico-sessuale, soprattutto nelle donne e si
esprimono in maniera prevalentemente simbolica. Siamo ancora lon-
tani dall’elaborazione del concetto di funzione trascendente che vedrà
Jung interpretare il simbolo quale unione di elementi consci e incon-
sci, poiché in questa sede egli si limita a distinguerlo dall’allegoria at-
tribuendo a quest’ultima valore intenzionale e dichiarando il simbolo
quale “associazione secondaria al pensiero, poco chiara”. Forse, uno
schema del funzionamento della psiche così come la descrive Jung po-
trà chiarire meglio l’azione dei complessi.

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Questa rudimentale schematizzazione rappresenta la formazione


del complesso – per mezzo dell’unione delle rappresentazioni attraver-
so il tono affettivo – e l’influsso che tali rappresentazioni, tenute insie-

37
I CONTRIBUTI - ANNO XIX - N. 33/2016

me dall’affettività, determinano sull’Io dallo sconfinato mare dell’in-


conscio e attraverso formazioni simboliche. È opportuno operare un
parallelo fra lo scritto del 1907 in esame e le Considerazioni generali sul-
la teoria dei complessi del 193432: nelle Considerazioni, Jung tratta il com-
plesso quale “immagine di una determinata situazione psichica”33 con-
notata affettivamente e incompatibile con la coscienza. È, però, il caso
di osservare che la situazione psichica non è propriamente l’evento
traumatico, il quale può costellare il complesso, ossia ingenerare una
“predisposizione di attesa” in virtù della quale a un determinato sti-
molo si reagirà in una determinata maniera: p. es., a una data parola sti-
molo l’analizzando reagisce in un determinato modo che pone il ri-
cercatore in una condizione di attenzione in merito al complesso che
soggiace alla risposta. Oltremodo interessante la nozione già presente
nel 1907 – come si è detto in precedenza, meno chiara nel lavoro di
Bleuler – d’incompatibilità del complesso con la coscienza: quando il
complesso si attiva, esso determina una condizione d’illibertà della co-
scienza che è trasportata nella coazione al pensiero e all’azione perve-
nendo non solo a quella che Jung chiama una “limitata capacità d’in-
tendere” (la schizofrenica “restrizione della coscienza”), bensì, nei casi
estremi, alla psicosi.
Al termine delle Considerazioni, Jung giunge a formulare determi-
nate conclusioni che qui si espongono perché funzionali alla compren-
sione dei successivi sviluppi della teoria della schizofrenia.
In primo luogo, il complesso è inconscio e, pertanto, involontario:

32 Jung C. G., Considerazioni sulla teoria dei complessi, trad. it. in Opere, vol. VIII.
33 Scrive Jung caratterizzando il complesso che esso è: “(L’) immagine di una situa-
zione psichica caratterizzata in senso vivacemente emotivo che si dimostra inoltre
incompatibile con l’abituale condizione o atteggiamento della coscienza (ivi, p.
113). Quando Jung tratta la figura del funambolo nello Zarathustra (Seminari, vol.
I), egli afferma chiaramente che tutta la situazione in cui il personaggio Zarathu-
stra parla alla folla e, all’improvviso, si arresta lasciando spazio all’infausta azione del
funambolo, è l’espressione di un complesso, ossia di una realtà inconscia che
Nietzsche non può esprimere a parole. Tale realtà risiede nell’incompatibilità fra la
vita di Nietzsche e la realizzazione del Superuomo che, in effetti, rimane allo sta-
to di abbozzo, quasi che l’Ombra intervenisse continuamente a ricordare al Filo-
sofo la propria malattia che risulta incompatibile con lo stato di salute che Nietz-
sche auspica per il suo Superuomo. Il funambolo, pertanto, rappresenterebbe il fal-
limento del progetto nietzscheano e lo sprofondare nella follia.

38
ELIANA FORCIGNANÒ

non è corretto dire che noi abbiamo determinati complessi, quanto,


piuttosto, che “i complessi abbiano noi”. In secondo luogo, il comples-
so attivato irrompe nella coscienza e ne limita la libertà di agire: ciò
induce considerazioni sull’azione morale dell’individuo che, da sogget-
to dell’azione, diviene oggetto del suo stesso impeto sottoposto al-
l’azione del complesso (si consideri l’ “impulso a pensare” dello schi-
zofrenico). In terzo luogo, la paura del complesso svia l’attenzione del
paziente e del medico, che proietta o nasconde i propri complessi, dal-
l’inconscio per riportare il discorso terapeutico a un’esortazione vo-
lontaristica che sortisce l’unico effetto di aumentare il complesso d’in-
feriorità del paziente il quale si sente incapace di dominarsi. In quarto
luogo, i complessi hanno sempre connotato l’umanità al punto che
l’uomo primitivo – nel senso di originario – se li rappresentava sotto
forma di più anime e lo psicotico sotto forma di allucinazioni soprat-
tutto uditive. In quinto luogo, non i sogni – come sosteneva Freud –
costituiscono la “via regia all’inconscio”; bensì i complessi che di so-
gni e sintomi sono la causa34.
Ciò che si può osservare a questo punto consiste nel fatto che il di-
namismo dei complessi si adatterebbe bene anche alla nevrosi, pertan-
to, tornando al lavoro del 1907 in cui Jung aveva enunciato la natura
del complesso, sebbene ritenendo l’effetto cronico di questo ancora le-
gato a un evento traumatico, che cos’è peculiare della dementia praecox?
Jung riscontra una certa apatia nei malati di dementia, tuttavia tiene a
precisare che gli affetti siano ben lungi dall’estinguersi: essi sono solo
“inibiti” o “spostati” sulle formazioni allucinatorie come dimostrano al-
cuni casi in cui una terapia abreativa produce eccitamento perché libe-
ra l’affetto inibito. Jung, però, sembra sostenere, almeno in questa fase,
l’impossibilità da parte del terapeuta di penetrare stabilmente nel com-

34 Frey-Rohn L. sostiene che, per Jung, il complesso sia sempre stato un’entità psi-
chica in cui si verifica la connessione stabile fra affettività e rappresentazione, tran-
ne che nei casi di dispersione psicotica (cfr.: Frey-Rohn L., Da Freud a Jung. Uno
studio comparato della psicologia dell’inconscio, trad. it., Raffaello Cortina, Milano
1984, p. 24), mentre Jolande Jacobi ha posto l’attenzione sul valore del complesso
dell’Io scrivendo che esso costituisce la nostra differenza specifica dall’altro che di-
viene a noi cosciente in quanto Io nel momento in cui a noi si relaziona (Cfr.: Ja-
cobi J., Complesso, archetipo, simbolo, trad. it., Bollati Boringhieri, Torino, 1960).

39
I CONTRIBUTI - ANNO XIX - N. 33/2016

plesso, il che renderebbe infausta la prognosi nel ripristino della “sinte-


si dell’Io” la cui disgregazione costituirebbe il disturbo alla base della
schizofrenia. È questa, allora, la vera differenza con l’isteria in cui l’in-
tervento del terapeuta sortisce l’effetto di penetrare nel complesso e di
ridurne la dilatazione; non così avviene nella dementia praecox in cui la
stabilità del complesso – secondo Jung – occlude qualsiasi intervento da
parte dello psichiatra: talvolta, si riesce nell’intento di penetrare nel
complesso solo per qualche istante e, in quella circostanza, la persona-
lità del demente pare ravvivarsi, ma, subito dopo, essa ritorna “fredda”
ed “estranea”. Accanto al disturbo di sintesi dell’Io si riscontra anche un
restringimento della coscienza, a cagione del quale l’attenzione del ma-
lato si concentra su una sola rappresentazione e le associazioni secon-
darie perdono chiarezza. Jung, al pari di Bleuler, traccia in quest’opera
una mappa della sintomatologia della dementia praecox indicando quali
sintomi principali l’incapacità di fissare l’attenzione; il delirio comples-
suale, ossia lo sfogo del complesso sotto forma di realizzazione del de-
siderio; il delirio di riferimento; il disturbo del sentimento d’attività che
può tradursi in sentimento d’incompletezza riassumibile nella perdita
di senso, in sentimento di dominio riassumibile nell’idea che qualcuno
induca a pensare, in sentimento di percezione incompleta, riassumibile
nell’idea che il mondo intero sia un’allucinazione e, infine, in sentimen-
to d’automatismo riassumibile nell’incapacità di astenersi dal compiere
determinate azioni. Da quest’ultimo derivano molte stereotipie e ver-
bigerazioni. Per quanto concerne le voci, Jung prende in considerazio-
ne l’idea – poi non sviluppata da Bleuler – che esse, se correttive, pos-
sano costituire un “residuo del complesso dell’Io”35, pertanto assume-
rebbero valenza non negativa, ma positiva, richiamando il malato a un
barlume di coscienza e sentimento di realtà.
L’opera si chiude con una disamina di un caso di demenza paranoi-
de che si attesta sulla conferma – da parte di Jung – delle posizioni
freudiane in merito all’analogia fra dinamiche oniriche e quadro pato-
logico della dementia praecox: la paziente, una sarta nubile nata nel 1845,
all’esame del metodo diagnostico associativo, presenta nel pensiero e
nel linguaggio fenomeni di “condensazione” e “metonimia” fondati, in

35 Cfr., Jung C.G., Psicologia della dementia praecox, cit., p. 82.

40
ELIANA FORCIGNANÒ

primo luogo, sull’ incapacità di distinguere fra materiale importante e


non importante, sulla “scarsa capacità di distinguere fra due rappresen-
tazioni”; su associazioni ossessive, anche dette “intuizioni patologiche”
per il loro carattere di compulsiva illuminazione. La donna, costretta al-
la miseria fin da giovanissima, aveva sviluppato un complesso di poten-
za, ritenendo che lo Stato le dovesse dei soldi e che, presto, avrebbe
trovato riscatto dalle sue sofferenze36.
Se Psicologia della dementia praecox presenta un impianto fenomeno-
logico e descrittivo, Jung s’interrogherà maggiormente sull’etiologia
della schizofrenia nella conferenza zurighese del 1908 già esaminata in
precedenza e in un’altra conferenza tenuta a Londra che è stata tradot-
ta con il titolo italiano Il problema della psicogenesi nella malattia mentale
(1919). In questa sede, il padre della psicologia analitica si esprimerà in
favore del condizionalismo37 in psichiatria, ossia di un’idea etiologica
mista che contemperi la causa psicologica con la presenza di una “co-
stituzione particolarmente ricettiva”. L’Autore sosterrà, infatti, che una
causa psichica da sé produrrà difficilmente una patologia se non ali-
mentata da un terreno fertile. D’altronde, la ricettività costituzionale
potrà rimanere pura potenza se si eviteranno all’individuo gravi con-
flitti e situazioni particolarmente a rischio, in breve, quelli che oggi de-
finiremmo “eventi stressanti”. Per quanto concerne la definizione del-
la psicosi, Jung non modificherà la sua posizione rispetto agli anni pre-
cedenti, ritenendola il frutto dell’irruzione di “elementi inconsci” ca-
paci di assumere il posto della realtà.
Trascorso un ventennio dall’enunciazione del condizionalismo, nel

36 Nell’esposizione del caso, si osserva che la malata costruisce, per mezzo della sua pa-
tologia, un “paradiso compensatorio”, sia pur attraverso associazioni che parrebbe-
ro prive di senso. Descrivendo speranze e delusioni della propria esistenza, la donna
agisce “come fa il poeta” o in una maniera analoga a quella del sonnambulo, se si
eccettua che il poeta ha un certo interesse a rendersi comprensibile e il sonnambu-
lo presenta uno stato di coscienza obnubilata. Ciò che l’analisi di questo caso pone
in luce è la natura multipla dei complessi che, lungi dall’essere solo di natura sessua-
le, riguardano l’intera esistenza. Jung trae da Freud la concezione dell’innervazione
somatica dell’idea alla base del complesso, tuttavia, nel formulare la nozione stessa di
complesso, respinge categoricamente la sola matrice sessuale.
37 Cfr., Jung C. G., Il problema della psicogenesi nella malattia mentale in Opere, vol. III,
p. 228.

41
I CONTRIBUTI - ANNO XIX - N. 33/2016

193938, Jung continuerà ad esigere un equilibrio nelle conoscenze psi-


chiatriche tra fisiologia e patologia cerebrale e psicologia dell’incon-
scio, nonché a qualificare la schizofrenia quale “scissione assoluta” del-
la personalità rispetto a quella relativa presente nella nevrosi, parago-
nandola a un “grande sogno” con presenza di materiale arcaico in for-
ma simbolica. Trattasi, però, di una simbologia primitiva rimasta intat-
ta rispetto allo sviluppo della personalità e, soprattutto, incapace di
adattarsi alle condizioni della modernità39. Non a caso, l’anamnesi del
paziente schizofrenico – ove possibile – non dovrebbe prescindere da
conoscenze riguardanti la storia della civiltà, la religione, la filosofia e
la mentalità primitiva. Ancora nel 195740 Jung continuerà ad afferma-
re che “l’origine psicogena della malattia è più probabile di quella tos-
sica”, poiché la schizofrenia è caratterizzata da un’intensità emotiva
complessuale notevolmente dilatata la quale induce un fenomeno di
disturbo nella “sintesi della rappresentazione”. Lo scritto del 1957, in-
titolato La schizofrenia, è meritevole di analisi, poiché rappresenta l’esi-
to più maturo cui Jung è pervenuto su questo tema. In apertura, egli
ripercorre i suoi primi studi sulle associazioni, ponendo di nuovo in
luce, in primo luogo, la disgregazione delle rappresentazioni e, in se-
condo luogo, l’analogia fra schizofrenia e fenomeni onirici, tenendo
ben presente, tuttavia, che il sogno si verifica in uno stato di coscien-
za obnubilata, mentre la psicosi si verifica in uno stato – come già os-
servato – di restrizione della coscienza e di fissazione dell’affetto che
deriva dal complesso e che produce una “disgregazione dell’apperce-
zione”. Nello schizofrenico il senso di sé e il rapporto con il mondo
circostante è irrimediabilmente compromesso, come dimostrano pro-
prio le sue rappresentazioni oniriche che sono testimonianza non so-
lo dell’emersione di materiale archetipico in forma simbolica – Jung
ammette qui di esser giunto alla formulazione della nozione di arche-
tipo nella pratica clinica e terapeutica con soggetti schizofrenici – ben-
sì anche di un progressivo isolamento dal mondo. Uno schizofrenico

38 Cfr., Jung C. G., Psicogenesi della schizofrenia in Opere, vol. III


39 Ivi, p. 255.
40 Si vedano: Jung C. G, Nuove considerazioni sulla schizofrenia e La schizofrenia, trad. it.
in Opere, vol. III. Entrambe sono conferenze scritte rispettivamente in inglese e te-
desco.

42
ELIANA FORCIGNANÒ

sogna inondazioni, catastrofi e morte dei propri cari: ciò testimonia un


senso crescente di distacco dalla realtà, tuttavia, accanto a queste dram-
matiche visioni oniriche, si collocano anche visioni simboliche che de-
vono essere esternalizzate sia mediante la terapia della parola, sia me-
diante quella del disegno e della pittura: quest’ultima, infatti, consente
al paziente di oggettivare il proprio materiale inconscio e di frapporre
tra sé e il simbolo che atterrisce un medium che potremmo definire ca-
tartico: in altri termini, il paziente si rappresenta all’esterno e rappre-
senta la struttura della propria psiche. Ciò gli consente di osservarsi e
di comprendere il funzionamento del proprio disturbo. Jung torna so-
vente sul caso delle visioni di padre Niklaus41, ma anche su quello di
una giovane schizofrenica che si vedeva abitante della luna e investita
del ruolo di salvare il suo popolo42. La paziente perviene a Jung in sta-
to catatonico grave condotta dal fratello medico. Occorrono molte
consultazioni prima che giunga a mormorare qualcosa sulle proprie
rappresentazioni psicotiche: la giovane subisce due recidive causate, ri-
spettivamente, dal timore di non poter più tornare sulla luna dopo aver
rivelato a un essere umano il suo segreto e, più avanti nel tempo, dal-
la paura di reinserirsi nella società. L’esito della terapia è, però, positi-
vo e Jung prende a pretesto il caso per confermare l’importanza di ana-
lizzare il materiale simbolico anche quando questo si presenti estrema-
mente frammentato e il senso di realtà sia gravemente compromesso,
in quanto la distinzione che occorre operare tra psicosi e nevrosi risie-
de proprio nella mancanza di un “contesto significante”, in virtù del
quale il nevrotico, pur sviluppando una personalità scissa, presenta
ugualmente una forma di adattamento all’ambiente attraverso il carat-
tere sistematico della dissociazione. Se dovessimo rendere ancor più
semplice l’esposizione di Jung, si potrebbe dire che il nevrotico non fa
delle sue rappresentazioni patologiche tutta la realtà, ma ha sempre una
parte della personalità che presenta contatto con il mondo, mentre lo

41 Delle visioni del mistico Niklaus von der Fluee (Sachseln 1417 – 1487) tratterà
anche Von Franz M. L. in un volume intitolato Le visioni di Niklaus von Fluee edi-
to in Italia per Bollati Boringhieri nel 1991: dopo aver avuto la visione della Tri-
nità, padre Niklaus espresse il suo atterrito stupore realizzando mandala sulle pa-
reti della grotta in cui si era ritirato.
42 Cfr., Jung. C. G., La schizofrenia, cit., pp.279-280.

43
I CONTRIBUTI - ANNO XIX - N. 33/2016

schizofrenico perde il controllo delle proprie rappresentazioni che, a


causa dell’affettività compromessa derivante dal complesso, invadono la
sua personalità e determinano nel linguaggio e nel comportamento
quei fenomeni sintomatici come “pensiero laterale”, catatonia, neolo-
gismi, verbigerazioni.
A questo punto, verrebbe da chiedersi come Jung pensasse di agire
nei confronti di quei pazienti di scarsa cultura, incapaci d’interpretare
i propri affetti e la disgregazione delle proprie rappresentazioni. L’Au-
tore è, in ogni caso, favorevole all’idea che si possa e si debba trasmet-
tere al soggetto nevrotico e psicotico quanta psicologia sia possibile, in
modo che egli abbia gli strumenti razionali per interpretare le manife-
stazioni dell’inconscio, tuttavia riconosce anche di avere meno fiducia
nella riuscita del suo lavoro terapeutico con pazienti gravi e deteriora-
ti. Jung evita accuratamente, nel caso della schizofrenia, di parlare di
metodo, poiché è la dedizione del terapeuta, la sua attenzione al pa-
ziente che sortisce gli effetti sperati e, in questa direzione, anche un
profano può ottenere buoni risultati43, mentre non è escluso che un
medico “s’infetti” trattando uno schizofrenico. È evidente – e non in-
frequente – che una nevrosi possa scivolare nella psicosi e, in questo
caso, le misure terapeutiche devono essere tempestive, includendo non
solo un cambio d’ambiente e d’abitudine, ma anche del terapeuta e,
persino, delle letture come nel caso della giovane signora di cultura
universitaria che frequentava i seminari di Jung sul tantrismo e appro-
fondiva i contenuti dell’inconscio senza tuttavia riuscire a esprimerli.
Si verificarono, allora, sogni catastrofici che, riferiti a Jung, persuasero
l’Autore sull’urgenza di un intervento: egli proibì alla signora di fre-
quentare ulteriormente i suoi seminari e le consigliò lo studio appro-
fondito di Schopenhauer in funzione compensatoria44.
All’etiologia Jung dedica l’ultima parte del suo scritto, persuaso che

43 Scrive Jung: “Alla psicoterapia dei casi gravi si pongono tuttavia limiti relativamen-
te stretti. Sarebbe un errore pensare che esistano metodi di trattamento più o me-
no adatti. I presupposti teorici a questo riguardo non hanno praticamente alcun
significato. Si eviti pertanto di dunque di parlare in generale di metodo. Ciò che
importa soprattutto nel trattamento è l’impegno personale, il serio proposito e la dedi-
zione, anzi il sacrificio del terapeuta” (Ivi, p.280)
44 Ivi, p. 275.

44
ELIANA FORCIGNANÒ

la schizofrenia sia causata dai complessi e dagli affetti a questi legati:


potrebbero essere gli affetti a produrre quella tossina che determina il
danno psichico e organico, agendo però solo nell’area del complesso
patogeno. Jung propende per una teoria localistica non solo del com-
plesso, ma anche dell’archetipo, riferendosi ad alcuni esperimenti che
avrebbero visto prodursi l’archetipo della quadratura del cerchio con-
seguentemente alla stimolazione del tronco cerebrale. Ora, è indubbio
che gli archetipi appaiano in momenti di particolare disorientamento
e pericolo nell’esistenza dell’individuo, tuttavia ciò non esclude che es-
si, in quanto modi istintuali, abbiano una localizzazione fisica che l’af-
fetto stimola. Ciò non mette capo a una teoria organicistica che sva-
luta quella psicologica: semplicemente, induce ad approfondire la con-
nessione fra psiche e soma che obbliga lo psichiatra, al pari dei medi-
ci paracelsiani, ad avere conoscenze non solo di medicina, ma anche di
mitologia, psicologia primitiva e antropologia, in quanto, se è vero che
la natura non può esistere “senza sostanza”, tale sostanza – secondo le
parole di Jung – si riflette nella psiche45.

3. “Idee fisse” e complessi


Nel 1893, un articolo redatto da S. Freud e J. Breuer e corredato di
casi clinici sul Meccanismo psichico dei fenomeni isterici46 analizzava le
forme d’isteria traumatica, descrivendone sintomi e possibili decor-
si, tuttavia, quel che qui occorre osservare è la particolare attenzio-
ne che i due Autori dedicano alle idee la cui abreazione si rende im-
possibile per due ordini di ragioni: in primo luogo, il futuro nevro-
tico non ha reagito a un trauma psichico – quale può essere un lut-
to – perché questa tipologia di evento escludeva la reazione oppure
perché – nel caso di eventi connessi alla socialità – le circostanze im-
pedivano la reazione stessa. In secondo luogo, il paziente non ha rea-
gito perché determinate idee apparentemente non significative sono
sorte in particolari stati di coscienza alterati – come vedremo, gli

45 Ivi, p. 286.
46 Freud S.- Breuer J., Studi sull’isteria, trad. it., in Freud S., Tutte le opere, vol. I, New-
ton Compton, Roma 2015.

45
I CONTRIBUTI - ANNO XIX - N. 33/2016

“stati ipnoidi” di Janet che Freud e Breuer definiscono “stati crepu-


scolari o semipnotici” – i quali inibiscono la reazione. Alla luce di
ciò, si può affermare che le idee patologiche acquisiscano sempre
maggior preminenza sulla psiche del malato, perché non trattate me-
diante abreazione e associazione.
Ora, Freud e Breuer, nell’elaborazione della loro teoria, erano
tutt’altro che digiuni, com’è noto, degli studi di Charcot e Möbius47
sulle idee fisse che saranno magistralmente analizzate da P. Janet nel
suo Nevrosi e idee fisse datato 189848, pertanto cinque anni dopo il
contributo freudiano. Il motivo per il quale ci si sofferma, in questo
paragrafo conclusivo, sulle idées fixes è ravvisabile nella possibile con-
nessione che esse avrebbero con il complesso, almeno così com’è
stato elaborato da Jung nel 1907 ed esposto nel paragrafo preceden-
te. Di precipuo interesse, a tal proposito, la definizione che Janet pro-
pone di questo fenomeno patologico che sarebbe riduttivo assimila-
re alle ossessioni, poiché le idee fisse producono ossessioni, ma non
sono le ossessioni medesime. Esse costituiscono, piuttosto, “stati
emotivi” che si distinguono in primari e secondari: gli stati emotivi
primari sono all’origine della nevrosi e non sono propriamente né
rappresentazioni né sentimenti, bensì entrambe le istanze49 proprio
come il complesso costituisce una “rappresentazione connotata af-
fettivamente”.

47 Si pensi, in particolare, a Maladies du système nerveux (trad. it.: Nuove lezioni sulle ma-
lattie del sistema nervoso e in particolare sull’isterismo nell’uomo, Vallardi, Milano 1885)
di Charcot J.-M.: nel testo è stabilita la connessione fra paralisi isterica e “preoc-
cupazioni del malato” la cui preponderanza è tale nello stato patologico da indur-
re il ricercatore a credere che il soggetto suggerisca a se stesso la propria malattia.
Janet preciserà quest’affermazione sostenendo che, in realtà, il paziente non è in
grado di determinare il proprio disturbo, ma soggiace all’azione di una potente
emozione.
48 Cfr.: Janet P., Trauma, coscienza, personalità. Casi clinici, trad. it., Raffaello Cortina,
Milano 2016: da quest’antologia degli scritti di Janet è tratto il resoconto del caso
clinico di Justine e la formulazione della teoria sulle idee fisse.
49 Scrive Janet riferendosi alle idee fisse: “Io ho ripetuto continuamente che si tratta
di un’emozione raggelata, un’emozione compressa che si riproduce sempre identica, ecc.”.
D’altronde, persino negli ossessivi propriamente detti, l’idea ossessiva non è astrat-
ta e fredda, ma determina reazioni emotive così forti da far denominare questo sta-
to come delirio emotivo”. (Ivi, p. 120).

46
ELIANA FORCIGNANÒ

Janet propone il caso di un’isterica – Justine – ossessionata dalla pau-


ra del colera in seguito a un ricordo di giovinezza della madre infermie-
ra che assisteva sovente i defunti e, una notte, aveva vegliato i cadaveri
di due uomini morti di colera. Justine era stata emotivamente colpita da
questa visione e, pur tacendo, ne aveva tratto un’impressione profonda
che l’aveva scossa e indotta in un progressivo stato d’instabilità emotiva
con chiari sintomi psiconevrotici, fra i quali anche allucinazioni uditive.
Allo stato affettivo primario, con il sopraggiungere del matrimonio, se
n’era associato un altro consistente nel rigetto del marito, un sentimen-
to che la spingeva a cercare in confessori e avvocati l’appoggio per l’an-
nullamento del vincolo coniugale, nonostante l’uomo fosse dolce e per-
missivo con lei. Due, pertanto, erano le idee fisse di Justine: la paura del
colera (idea primaria) e il desiderio spasmodico della separazione dal
marito (idea secondaria), tuttavia la sua suggestionabilità, anche dopo
che queste idee furono allontanate dalla sua mente per mezzo della te-
rapia, restò tale che la donna risultava estremamente permeabile a ogni
tipo d’idea fissa, come per esempio la colpa per azioni che non aveva
commesso e la conseguente paura della punizione.
Janet argomenta che qualsiasi ricordo, qualsiasi pensiero in grado di
suscitare “emozioni forti e durevoli” – si potrebbe parlare di affetti ana-
logamente al complesso – può esser classificato tra le idee fisse e alla
domanda relativa allo statuto delle idee fisse in relazione alla psiche,
egli non esita a definirle “subcoscienti”, ossia esse possono rimanere
sconosciute al paziente che è in grado di esprimerle soltanto in deter-
minati stati: sotto ipnosi; nei fenomeni di sonnambulismo; nei deliri;
nella scrittura e nella parola automatica, naturalmente in maniera in-
consapevole. Anche in questo caso si può ravvisare una significativa so-
miglianza fra l’idea fissa e il complesso che si esprime per mezzo del-
la rappresentazione grafica come Jung preciserà nel 1959, pertanto ciò
deve indurre a considerare che tale somiglianza è sì particolarmente
ravvisabile nella formulazione che Jung ne dà del 1907, tuttavia, ben-
ché la nozione di complesso si renda sempre più elaborata, alcune ana-
logie permangono anche nelle riflessioni successive.
Le idee fisse, al pari dei complessi, si esprimono in maniera simbo-
lica, così che è impresa ardua, talvolta, ricondurre un sintomo all’idea
fissa che lo ha generato: se, p. es., il disturbo ai genitali è da ricondur-
si a un problema di natura sessuale, più difficilmente – soprattutto se
non si conosce l’anamnesi del paziente – si ricondurrà un tic facciale

47
I CONTRIBUTI - ANNO XIX - N. 33/2016

a una rovina finanziaria50. Si osservi che Janet è ancora lungi dal rife-
rirsi a una dimensione simbolica, benché lo avesse già fatto Freud nel
sopracitato studio sull’isteria51. Il pensiero janetiano si sofferma sulle
cause delle idee fisse, ammettendo che ravvisarne l’etiologia nella sug-
gestionabilità non fornisce alcuna risposta perché anche la suggestio-
nabilità è una caratteristica indotta nel paziente da una determinata
predisposizione. Si tratta di una predisposizione non esclusivamente
psicogena che Janet ricollega a un’alterazione istologica delle circon-
voluzioni corticali di natura ereditaria. Se torniamo al caso di Justine,
la donna proveniva da una famiglia ad alto tasso patogeno con un pa-
dre alcolista e una madre estremamente collerica e volubile, il che
equivale a dire che, da un lato, vi erano i presupposti psicologici per-
ché insorgesse un disturbo, dall’altro, tali presupposti non erano solo
psicologici, bensì assimilabili a tare ereditarie, considerando che anche
i nonni soffrivano di disturbi nervosi e che si era registrato un alto tas-
so di mortalità tra i figli di quella stessa famiglia. Il riconoscimento di
una tara ereditaria, tuttavia, nulla sottrae ai possibili sviluppi della psi-
cologia e, in particolare, allo studio dei fenomeni correlati alle idee fis-
se come l’abbassamento del niveau mental caratterizzato dal restringi-
mento del campo della coscienza o disturbo “della sintesi mentale” che
consiste nell’incapacità del malato di costruire una dialettica fra più
idee che, peraltro, mancano, poiché nella mente vi è un’idea isolata. Si
ravvisa un’altra somiglianza con il complesso i cui effetti – secondo la
concezione junghiana – penetrano nella coscienza fino a irrigidirla e
renderla poco duttile agli interventi del terapeuta. Tali interventi – se
ci si riferisce a Janet – si possono classificare in due macrotipi: il trat-
tamento generale e quello locale. Il trattamento generale prevede “pra-
tiche idroterapiche e toniche” così da curare l’eccitamento della sensi-
bilità, mentre il trattamento locale si avvale principalmente della sug-
gestione in una prima fase e, in una seconda, dell’educazione e della
ginnastica. L’obiettivo della terapia locale consiste nel trattare l’emo-
zione o il ricordo cui è legata l’idea fissa. Si riconsideri il caso di Justi-
ne: Janet riferisce che, per mezzo della suggestione, egli aveva invitato
la paziente a vestire i cadaveri che comparivano nella sua fantasia con

50 Caso clinico citato da Janet.


51 Cfr., Freud S. – Breuer J., Studi sull’isteria, cit., p. 131.

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appositi abiti, in modo tale da distogliere l’attenzione dell’ammalata


dall’idea della morte e concentrarla su una manifestazione vitale del-
l’essere umano quale l’abbigliarsi anche con una certa ironia. Un se-
condo esempio di suggestione che Janet suggerisce è quello della
“scomposizione automatica” della parola “cholera” che veniva associata
a termini positivi quali, p. es., “chocolat”, finché la paziente, pur avendo
preso le mosse dalla parola iniziale, non ricordava più quale fosse l’ele-
mento perturbante. L’Autore tiene, tuttavia, a precisare che la sugge-
stione in sé raggiunge solo effetti di labile durata, trattandosi del pre-
valere di una determinata idea o di “alcune idee al di fuori della vo-
lontà e della coscienza personale”: in breve, il paziente non compie
uno sforzo di volontà per trarsi fuori dal suo stato patologico, ma ne
viene trascinato via quasi a forza dal medico senza comprendere né
quale sia il disagio sottostante al proprio sintomo né quali siano le stra-
tegie per giungere a un effettivo benessere anche senza l’aiuto del me-
dico. Analogo discorso, d’altronde, vale per l’ipnosi. La strada più cor-
retta da seguire è, pertanto, quella dell’educazione mediante il lavoro
fisico: Justine era esortata a impegnarsi in lavori di sartoria, anche se
questo non escludeva che, mentre era intenta a cucire, un’idea ossessi-
va le tornasse alla mente e le impedisse di continuare l’opera causan-
dole un senso di disorientamento.
Janet si ritiene convinto che, pur mirando il trattamento locale a ri-
durre l’esagerazione patologica dell’idea fissa e a implementare il cam-
po di coscienza, gli effetti di un miglioramento duraturo siano diffici-
li da vedersi: l’unica strada che il medico può seguire è quella di esse-
re guida morale del paziente, assumendo una sorta di direzione della
sua anima che sarà espletata in incontri sempre più radi, ma probabil-
mente distribuiti per tutto l’arco della vita dell’ammalato. Anche nel
caso dell’isteria, la restitutio ad integrum – nell’ottica janetiana – è di dif-
ficile realizzazione.
In sintesi, l’obiettivo di questo paragrafo era quello di osservare
analogie e differenze fra il concetto di “idea fissa” così come lo elabo-
ra Janet e quello di “complesso” junghiano: se l’idea fissa e il comples-
so hanno in comune la pervasività e lo stato di subcoscienza, anche se,
nel caso del complesso, sarebbe più opportuno parlare di inconscio; se
essi possiedono entrambi i caratteri della rappresentazione affettiva; se
producono nel medesimo modo un abbassamento del niveau mental,
benché Jung tenda a porre in luce che l’abbassamento non si verifichi

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sempre, che cosa distingue le due istanze psichiche? In primo luogo, il


complesso può non essere ossessivo come l’idea fissa: nel caso di Justi-
ne la paura del colera induceva in lei pensieri e atteggiamenti anoma-
li, mentre nel caso della sarta esaminata da Jung il sintomo non era im-
mediatamente riconducibile a un complesso univoco. Si potrebbe
obiettare che anche nella distinzione operata da Janet esistono idee fis-
se primarie e secondarie, tuttavia la possibilità di distinguere l’idea fis-
sa è più ampia rispetto a quella di reperire il complesso, soprattutto se
si considera che lo stesso Io è un complesso, pertanto un insieme di
rappresentazioni che dànno vita a un processo osmotico con le rappre-
sentazioni inconsce nei casi d’equilibrio e che tale equilibrio disgrega-
no nei casi di patologia. In secondo luogo, il complesso può anche es-
sere egosintonico, mentre l’idea fissa è sempre egodistonica nei casi de-
scritti da Janet. In terzo e ultimo luogo, Janet non è persuaso che la te-
rapia della parola possa in qualche modo curare l’idea fissa, perché la
“confessione” non elimina i timori associati al pensiero ossessivo, anzi,
in molti casi, sortisce l’effetto opposto, mentre Jung sarà persuaso che
occorra sempre informare i pazienti sul loro stato e intraprendere un
dialogo con loro, come dimostrava già la sua pratica al Burghölzli52.

Conclusione

In questo contributo si è tentato di mettere in luce alcuni aspetti e te-


mi riguardanti la storia della schizofrenia fra diciannovesimo e vente-
simo secolo. Si è osservato, in primo luogo, che un grande dibattito
sull’etiologia ha permeato la trattazione degli Autori esaminati e che,
se Bleuler si colloca nell’orizzonte dell’organicismo, Jung è a favore di
una psicogenesi della schizofrenia, sebbene riconosca la possibilità di
una tossina in circolo nell’organismo causata da quelli che potremmo
definire “eventi stressanti” e dall’attivazione del complesso. Fra i due
poli dialettici di Jung e Bleuler, tuttavia, altri esponenti della psichia-
tria e della psicologia sono stati citati con l’obiettivo di costruire un

52 Jung ne parla in Ricordi, sogni, riflessioni (Rizzoli, Milano 2003), confessando anche
il suo scoraggiamento nel ritrovarsi isolato all’interno della clinica per quanto con-
cerneva l’applicazione della pratica psicoterapica.

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confronto efficace che desse misura di quanto fosse centrale il dibatti-


to sulla schizofrenia, ma, soprattutto, di quanto la psichiatria dei primi
del Novecento abbia attribuito importanza all’humanum, non solo per-
ché non erano stati compiuti studi neurobiologici particolarmente raf-
finati, bensì per un tentativo – che diverrà proprio soprattutto dei fe-
nomenologi – di realizzare la coincidenza fra psichiatria – “scienza del-
l’anima” – e psicoterapia – “cura dell’anima”. In sintesi, al centro del-
le ricerche di Jung, Minkowski e dello stesso Bleuler, sebbene con ri-
sultati divergenti, vi era non il cervello di cui pochissimo si conosce-
va, ma la psiche dell’uomo per quanto soggetta alla diminutio della pa-
tologia. Ciò induce a riflettere sui cambiamenti che sono occorsi in
quest’ultimo secolo e su quanto si stia lentamente ritornando a un
orientamento positivista della psichiatria, il medesimo che Freud e
Jung avevano tentato di scardinare attraverso l’indimostrabile, eppur fe-
conda, nozione d’inconscio. Soprattutto da parte di Jung, l’attenta di-
samina dell’azione dei complessi e della direzione della libido ha con-
sentito di formulare un’etiologia della schizofrenia che – per ricorre-
re alle parole del già citato Minkowski – alimentava la fede nella spe-
ranza di un recupero del paziente attraverso l’impegno in prima per-
sona del terapeuta il quale, pur non disponendo di un metodo preci-
so, offriva abnegazione e dedizione agli ammalati con i quali, sovente,
lavorava per anni interi offrendo consultazioni e, soprattutto, colloqui
finalizzati all’esame delle fantasie psicotiche e al progetto di cura. La
parola chiave di questa conclusione è proprio “progetto”: di essa, in
buona parte della psichiatria contemporanea fortemente permeata dal-
le neuroscienze, si deve purtroppo constatare l’eclissi progressiva anche
per motivi di razionalizzazione dei servizi dedicati alla salute mentale.
In una società in cui il tempo si è drasticamente ridotto, neurobiolo-
gia e psicofarmacologia hanno progressivamente sostituito nel mondo
– eccetto rari casi virtuosi – la terapia della parola per le psicosi più
gravi sortendo, però, l’infelice risultato di mutare i pazienti in automi
dipendenti dalle pillole e – fatto ancor più grave – di accrescere i bi-
sogni artificiali della popolazione mondiale, ormai legata al consumo
di farmaci piuttosto che alla parola. Con ciò non s’intende screditare
la psicofarmacologia pur necessaria per la gestione e la riduzione dei
sintomi psicotici, ma soltanto – e questo articolo si è proposto di di-
mostrarlo – precisare la necessità di un intervento integrato anche per
le psicosi che riporti in auge il dialogo fra paziente e terapeuta e che

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risulti finalizzato al ricollocamento della persona nella quotidianità. In


quest’ottica, Jung e Minkowski hanno, senza dubbio, fornito la lezio-
ne più valida il cui nucleo si potrebbe riassumere nella celebre frase del
commediografo latino Terenzio: homo sum et nihil a me humani esse alie-
num puto (“Sono un uomo e nulla di umano ritengo mi sia estraneo”),
pertanto vi è una ratio umana anche nella follia e un nucleo sofferen-
te – la “ferita vitale” di Bleuler – che il terapeuta deve incaricarsi di
riassorbire.

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