Sei sulla pagina 1di 6

Manlio Iofrida

Diego Melegari

FOUCAULT

1.
Anni Cinquanta; giovinezza e primi studi

L’adolescenza e la giovinezza di Michel Foucault furono fortemente segnate dall’esperienza della guerra; la
scelta della vita intellettuale come professione sarebbe infatti scaturita proprio dall’angoscia e dal senso di
impossibilità di poter anche minimamente padroneggiare la propria esistenza che scaturivano dalla
situazione bellica. Fece i primi incontri decisivi per la sua formazione a Parigi dove prese nel 1949 la laurea
in psicologia. In questa scelta pesava fortemente un dato biografico, e cioè la sua difficile condizione
psicologica che lo aveva indotto a un primo tentativo di suicidio nel 1948 e ad un secondo nel 1950. In
questa situazione drammatica Foucault aderì fra il 1950 e il 1953 al Partito Comunista francese. Fu questo
un periodo in cui le suo posizioni filosofiche e politiche oscillarono tra due poli:

 il primo si rifaceva alle posizioni di Ludwig Binswanger, dunque alla psichiatria fenomenologica, che
era fortemente influenzata da Heidegger.
 il secondo rappresentato da un marxismo ortodosso che faceva spazio anche a fonti sovietiche.
Questi due poli sono rappresentati da due opere: l’Introduzione al saggio Sogno ed esistenza di Binswanger
e il volumetto Maladie mentale et personnalité.

L’introduzione al sogno pur essendo una prefazione a un testo di Binswanger, ci presenta un pensiero già
notevolmente autonomo e originale rispetto a quello di Binswanger. Il problema del significato
dell’esistenza porta immediatamente sul terreno ontologico: proprio un fenomeno come il sogno è una
esperienza fondamentale, originaria, perché pone in rapporto l’uomo con una dimensione che lo trascende,
che gli restituisce la sua libertà in quanto lo fa regredire alla mera possibilità di essere mondo. Attraverso il
sogno, dunque, si possono attingere dei significati puri, il mondo si presenta nella sua purezza.
Per un lato, attraverso Binswanger, è ad Heidegger che Foucault mira: in un fenomeno limite fra conscio e
inconscio come il sogno, è infatti l’idea heideggeriana di esistenza ad essere messa a frutto. Per l’altro,
incentrando il discorso sul tema dell’espressione, è un tema fenomenologico che viene richiamato:
direttamente, col riferimento a un testo come quello di Husserl sull’Origine della geometria;
indirettamente, attraverso la lezione di Merleau-Ponty, che del tema dell’espressione aveva atto il centro
delle sue riflessioni. Inoltre attraverso questo tema dell’espressione, Foucault incontra anche Freud e il suo
classico testo sull’Interpretazione dei sogni.
Infine di grande importanza per l’argomentazione di Foucault sono i riferimenti alla tradizione romantica
tedesca, in particolare a Holderlin, Novalis, Shelling e von Schubert e al surrealismo francese, in particolare
al lavoro svolto da Bataille e Blanchot. Non meno importante è l’attenzione rivolta all’importante lavoro di
Béguin nella sua opera L’ame romantique et le reve, in qui confluivano l’interesse per la tradizione
romantica e quello per il movimento surrealista.
IL NESSO TRA HUSSERL, HEIDEGGER E IL ROMANTICISMO TEDESCO, CON I FILTRI FRANCESI, E’ UNA CARATTERISTICA
PORTANTE DI QUESTA POSIZIONE DEL GIOVNE FOUCAULT ED ESSO RIMARRA’ ANCORA VALIDO PER L’IMPIANTO DI
‘STORIA DELLA FOLLIA’.

Il testo dell’Introduzione al Sogno ci offre anche un altro prezioso elemento per comprendere la posizione
dell’autore in questo periodo cruciale della sua formazione e per mettere meglio a fuoco il significato della
sua prima grande opera, Storia della follia: si tratta del rapporto di Foucault con l’eredità surrealista. Tale
rapporto rimanda ai due autori che sono stati negli anni Cinquanta i punti di riferimento dell’ala
antisartriana e non comunista dell’intellettualità francese di sinistra: Blanchot e Bataille.
Per quanto riguarda Blanchot ci soffermiamo su un saggio di importanza strategica che scrisse subito dopo
la Liberazione: Réflexions sur le surréalisme. Il tema fondamentale del saggio è quello della totalità
dell’esistenza come problema che non coincide con la rivoluzione comunista. Blanchot argomenta infatti
che la rivoluzione marxista, la socializzazione dei mezzi di produzione, non sarà che una premessa alla vera,
integrale rivoluzione, quella per cui ogni uomo dovrà affrontare il senso integrale della sua esistenza, la
tragica sfida che le è lanciata dalla sua totalità. Solo dopo la rivoluzione l’uomo potrà veramente cercare la
sua autenticità, la sua libertà, che non è nei bisogni materiali, nei fini utilitaristici, nel lavoro, anche se non
può fare a meno della preliminare soluzione dei problemi che riguardano questi campi. In sostanza si tratta
di contrapporre alla rivoluzione come obiettivo primo e assoluto l’idea di una strumentalità della
rivoluzione stessa nei confronti di un regno dei fini che la trascendesse e le fornisse senso, limite e
significato.
Nel saggio La letteratura e il diritto alla morte Blanchot riproponeva le stesse idee di comunità, totalità, di
rivoluzione totale attraverso la poesia e il desiderio, mettendole questa volta in connessione con la
tradizione giacobina del terrore. Per un lato, dunque, Blanchot si poneva, a suo modo, nell’ambito del
marxismo e del movimento comunista; per l’altro, affermava l’insufficienza della politica a risolvere il
problema più importante: quello dell’esistenza autentica e totale. Richiamandosi all’esperienza surrealista,
era alla letteratura che Blanchot si rivolgeva, vedendo in essa lo strumento essenziale per la rivoluzione più
importante, quella interiore ed esistenziale, rispetto alla quale quella politica non era che uno strumento
preparatorio.
Pochi anni dopo i saggi di Blanchot, Bataille pubblicò La parte maledetta, in cui l’ultimo capitolo era
dedicato al Piano Marshall. Per un lato, egli riprendeva implicitamente il discorso di Blanchot, per l’altro,
continuava il dialogo che aveva intrecciato con Kojève a proposito della fine della storia; veniva così a
delineare un’analisi geopolitica della situazione internazionale all’epoca dell’inizio della Guerra fredda, per
poter rispondere a una domanda fondamentale di carattere filosofico e politico: in tale nuova situazione
storica, che ne è del progetto surrealista dell’esistenza autentica e totale?
Che l’Unione Sovietica e con ess il campo socialista potesse essere il luogo dove realizzare quel progetto
era escluso da Bataille: fra il regima comunista, che intendeva incentrare l’esistenza umana intorno all’asse
del lavoro, e l’idea di una vita umana totale, di un’esistenza autentica, indipendente dalle restrizioni
imposte dal bisogno e dal lavoro, per Bataille non c’era possibilità d’incontro.
Tuttavia è proprio dal campo capitalistico, e in particolare dagli Stati Uniti che hanno lanciato il Piano
Marshall che si sarebbe sprigionata la possibilità di un superamento della vita legata all’utile e al calcolo. Il
grande spreco che il Piano Marshall rappresentava stava già ponendo il capitalismo in contraddizione con il
principio fondamentale che lo regolava, quello del profitto e della crescita, e avrebbe presto portato ad una
situazione in cui gli uomini, liberati dai problemi materiali, avrebbero potuto dedicarsi interamente alla
pura interiorità sottraendosi del tutto alla tirannia del fine e dell’oggetto. Con Bataille viene delineata quella
posizione di critica radicale della società borghese e del capitalismo che non aveva mai creduto alla
possibilità di una soluzione dei problemi umani grazie al semplice rivoluzionamento dei rapporti di
produzione, ma aveva sempre puntato alla necessità di una trasformazione di sé stessi al fine di compiere
una vera rivoluzione.

Sono queste le posizioni che faranno da sfondo al lavoro filosofico di Foucault almeno fino al 1968. E’ una
posizione quella di Foucault che si colloca certamente nel campo dell’anticapitalismo in senso lato, ma che
meglio si potrebbe definire quella di un’avanguardia rivoluzionaria molto legata alla tradizione letteraria: i
saggi di questi due autori intendevano impostare attraverso la letteratura un progetto di liberazione ancora
più eversivo del mondo borghese rispetto alle altre posizioni, cercando di rinnovare, aggiornandola alla
nuova situazione storica, l’esperienza dell’avanguardia surrealista fra le due guerre.
La rivincita del folle, prima, e la morte dell’uomo, poi, si sarebbero svolte all’ombra di questa analisi della
situazione mondiale del capitalismo e del posizionamento politico che essa imponeva, in Francia e a
livello internazionale.

2.
La ‘Storia della follia nell’età classica’ e ‘L’Introduzione all’Antropologia’ dal punto di
vista pragmatico di Kant

Come mai Foucault a metà degli anni Cinquanta si accosta a un tema come quello della follia nel
dopoguerra francese?
 Prima di tutto dobbiamo tenere conto del fatto che a quell’epoca Foucault era molto
infelice, un giovane che negli anni da studente aveva tentato due volte il suicidio. Fu per
questo motivo che dopo essersi laureato in filosofia si orientò verso gli studi di psicologia.
 D’altra parte, una serie di movimenti culturali a cui Foucault era profondamente legato – il
surrealismo, le avanguardie artistiche nel loro complesso, l’esistenzialismo, la
fenomenologia – già negli anni fra le due guerre avevano dato molto rilievo al fenomeno
della follia.
 Ma soprattutto dobbiamo tener conto della situazione storica degli anni Cinquanta
francesi.

La Guerra fredda e la minaccia incombente di una Terza guerra mondiale rompono molte delle
solidarietà politiche e intellettuali che si erano saldate durante la Resistenza e producono
polarizzazioni e cristallizzazioni che impoveriscono molto il panorama politico e culturale nel quale
le prospettive di “far blocco” fra intellettuali e classe operaia nel quadro del vecchio marxismo
vengono superate. Ma non è questa l’unica crisi che si trova ad affrontare Foucault in questi anni:
c’è anche la crisi della Quarta Repubblica che sotto la spianta delle guerre coloniali allontanano i
giovani intellettuali e i giovani in generale dall’impegno in politica e li orientano verso un rifiuto
totale di essa. E’ questa crisi della democrazia e della politica a spostare l’attenzione dai temi
filosofici e politici più canonici, dalle classi, in genere considerate come portatrici di una nuova
civiltà, agli emarginati, ai “diversi”, a coloro visti come elementi di disturbo.
In altri termini, era la crisi del comunismo alternativa al capitalismo che questi giovani stavano
vivendo: la soluzione economicistica, l’idea che il mondo della libertà sarebbe fiorito
spontaneamente grazie all’abolizione del carattere privato dei mezzi di produzione si era rivelata
un’illusione pericolosa. E’ dunque abbastanza naturale che sia la letteratura per questa
generazione a surrogare la politica, a costituire lo strumento vero di una nuova rivoluzione, che
non può avvenire nelle forme tradizionali ma attraverso un mutamento interiore, una radicale
trasformazione di sé che poi si riversa sul mondo e lo rivoluziona. E’ in questo panorama che la
figura del folle assume un significato completamente nuovo: è nel folle e non nel proletario che
troviamo il soggetto rivoluzionario, il portatore di un nuovo modo di vita che, certo, avrà come
effetto quello di sconvolgere anche le strutture economiche, ma che in primo luogo attuerà un
nuovo senso della libertà.

In seguito a questa nuova concezione della follia e del folle, possiamo affermare che Storia della
follia nasce dalla necessità di Foucault di:
 rompere con la scienza psichiatrica, responsabile della repressione e della riduzione al
silenzio della follia.
 muovere una critica epistemologica all’idea stessa di una tale scienza.
 l’esigenza, che consegue da tale critica alla scienza in generale e alla psichiatria, di trovare
un nuovo linguaggio che permetta di ridare voce alla follia.

Le difficoltà intrinseche alla realizzazione di tale progetto sono subito evidenti; per chiarirle è
necessario soffermarsi sull’accezione di follia nel discorso di Foucault. Fin dall’inizio, all’accezione
psichiatrica del termine Foucault ne affianca una filosofica; alla coppia di concetti
follia/normalità si sovrappone quella sragione/ragione, che altro non è che una trasposizione
dei concetti nicciani di dionisiaco e apollineo.
Il nocciolo filosofico dell’opera è quindi costituito da questi concetti di Nietzsche che sono
esplicitamente attinti dalla Nascita della tragedia. In Storia della follia è la metafisica del primo
Nietzsche a essere la base del suo discorso: è la perdita del nesso tragico fra dionisiaco (sragione) e
apollineo (ragione) a determinare l’inabissamento storico e la repressione della follia. Ritagliando
dei limiti, dei valori che separano bene e male, lecito e illecito, ogni società determina una
repressione dei più veri e autentici valori vitali, con cui Foucault identifica la totalità dionisiaca. La
Storia della follia si rivela subito come un progetto metafisico di ampia portata: è la storia della
repressione che ogni civiltà e la storia in generale operano sull’assenza non storica e vitale del
mondo, su un’origine e un fondamento primordiali.
Ma se già il semplice costituirsi del linguaggio, con la connessa nascita del logos e della ratio,
implica la repressione del dionisiaco, della follia, con quale linguaggio e con quali concetti potremo
scrivere una storia della follia?
A questo problema Foucault non da una risposta coerente. Per un lato sembra propendere verso
un “archeologia del silenzio”; solo il vuoto di ogni parola potrebbe rendere il pieno della totalità
rappresentato dalla follia:

Il tempo storico impone silenzio a qualcosa che in seguito non possiamo più apprendere se non
sotto le forme del vuoto, del vano, del nulla. […]
Bisognerebbe dunque tendere l’orecchio, chinarsi verso questo borbottio del mondo, cercare di
scorgere tante immagini che non sono mai state poesia, tanti fantasmi che non hanno mai
raggiunto i colori della veglia.
Dall’altro lato, al problema del linguaggio Foucault dà un’altra risposta, quella che in fondo gli
permette di scrivere l’opera; invece di un silenzio che consegnerebbe solo alla poesia la possibilità
di riavere accesso alla dimensione della follia, egli fa appello alla possibilità di “revocare” il
linguaggio razionale, quello della scienza psichiatrica, di fare (seguendo i passi di Husserl)
un’epochè, di sospendere e mettere tra parentesi tutto ciò che la storia e la civiltà hanno
sovrapposto alla verginità dell’origine:

Occorreva quindi un linguaggio abbastanza neutro da potersi accostare quanto più possibile a
quelle parole primitivamente aggrovigliate, e da abolire la distanza con la quale l’uomo moderno si
garantisce contro la follia; ma un linguaggio abbastanza aperto da permettere che venissero a
iscriversi senza tradimento le parole decisive con le quali si è costituita, per noi, la verità della follia
della ragione.

In questa ripresa di Husserl, in questa delineazione della possibilità di attingere un momento di


genesi, si avverte nettamente l’influenza di Merleua-Ponty, che ha costituito un punto di
riferimento molto importante per il nostro autore.
Sulla base di questi presupposti Foucault si appresta a svolgere la sua ricerca sulla follia.
Va ancora chiarito un ultimo riferimento fondamentale, quello a Blanchot: proprio alla fine della
Prefazione, Foucault afferma che : la follia è “nient’altro che l’assenza d’opera”. Sul concetto di
“assenza d’opera” dobbiamo soffermarci perché il suo chiarimento dà modo di comprendere
meglio il nesso essenziale che lega, in Storia della follia, il discorso filosofico da quello letterario.
Blanchot aveva introdotto il tema dell’assenza d’opera come elemento caratteristico della
letteratura, sottolineando in questo modo l’aspetto inconcluso e frammentario della scrittura
letteraria. Lo scrittore lavora seguendo il suo progetto e il suo intento soggettivo; ma è solo nel
momento in cui questo lavoro, questo progetto, si interrompono per lasciare spazio a quella
dimensione che Blanchot definisce del ‘fuori’, collocato sempre oltre i nostri intenti e la nostra
coscienza, che l’opera si compie proprio aprendosi all’incompiutezza. L’opera e il lavoro hanno un
senso solo nel momento in cui attingono la dimensione dell’inoperoso e del non lavoro, l’ordine
si svela non essere altro che l’altra faccia del frammentario, del caos e del disordine. Con questa
formulazione appare trasparente il motivo del ricorso che fa a essa Foucault per fornire la
definizione più esplicita di follia:
la follia è assenza d’opera perché è il polo opposto del lavoro utile e finalizzato, del progetto
razionale, del logos; è il vaos che viene a infrangere la loro compattezza, il silenzio che, sempre
inframezzato al dire, viene d’un tratto proiettato in primo piano, facendo riemergere la totalità
infinita e dionisiaca che logos e lavoro reprimevano.
Con tale definizione della follia Foucault metteva il luce il legame inscindibile che collega il suo
discorso al progetto dell’avanguardia del Novecento; nello stesso tempo, l’assenza d’opera si
presenta come il rifiuto del lavoro utile quindi, un modo di contrapporsi alla società capitalistica
fondata su tale caposaldo.

OSSATURA DI STORIA DELLA FOLLIA


Un primo capitolo, dal titolo Stultifera navis, prende le mosse dalla fine del Medioevo e descrive
poi il trattamento della follia nel Rinascimento, visto come un’epoca bifronte:
 sul piano dell’arte figurativa alla follia viene conservato tutto lo spessore tragico e
dionisiaco.
 sul piano filosofico e letterario, salve alcune eccezioni, inizia la sua repressione, la sua
sottomissione alla ragione.
Gli otto capitoli che seguono sono il cuore dell’opera: essi sono dedicati alla follia nell’età classica,
al suo ricadere, come sottoclasse, nel più ampio e generico campo della dèraison e alla varietà e
complessità dei suoi trattamenti, teorici e pratici, fra la metà del XVII secolo e gli ultimi decenni del
XVIII.
La terza parte tratta invece del passaggio dal modello dell’internamento a quello del moderno
ospedale psichiatrico: il discorso di Foucault culmina qui nella trattazione sull’opera dei riformatori
Pinel e Tuke, che furono gli iniziatori della moderna istituzione del manicomio.
Il corpo dell’opera non si spinge oltre il XIX secolo; solo il capitolo finale ci fa fare un salto al XX
secolo. Il cerchio antropologico, è questo il titolo di tale capitolo, enuncia insieme il programma
antipsichiatrico e quello del rovesciamento della società borghese, l’appello alla chiusura dei
manicomi e quello alla rivoluzione.