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La pubblicazione è stata realizzata nell’ambito

del Progetto ‘L’Università e il Territorio’,


co-finanziato dal Fondo Sociale Regionale.

Partner del progetto:


ANCI Umbria
Associazione ricreativa culturale Porta S. Susanna
CGIL Regionale Umbria
Circolo Culturale Primomaggio
Università degli Studi di Perugia
Ufficio Scolastico Regionale per l’Umbria
Centro Sperimentale per la Promozione della Salute e l’Educazione Sanitaria (CeSPES) -
Dipartimento di Medicina sperimentale - Università degli Studi di Perugia.
Collana
“Studi di storia e critica delle idee”
[1]
diretta da
Salvatore Cingari
Lessico Postdemocratico
a cura di
Salvatore Cingari e Alessandro Simoncini

Collana
“Studi di storia e critica delle idee”
diretta
da Salvatore Cingari

Comitato scientifico
Antonio Allegra –Università per Stranieri di Perugia
Monia Andreani –Università per Stranieri di Perugia
Alessandro Arienzo –Università Federico II di Napoli
Serge Audier – Università Paris IV – Sorbonne
Richard Bellamy –Istituto Universitario Europeo
Guillaume Sibertine –Blanc Università di Tolosa
Gianluca Bonaiuti -Università di Firenze
Carmelo Calabrò –Università di Pisa
Giuseppe Cascione –Università di Bari
Cristina Cassina –Università di Pisa
Patricia Chiantera Stutte -Università di Bari
Alberto De Sanctis –Università di Genova
Franco Di Sciullo –Università di Messina
Federico Lucarini –Università del Salento
Luca Michelini –Università di Pisa
Michela Nacci –Università dell’Aquila
Giovanna Scocozza -Università per Stranieri di Perugia
Xosé Manoel Núñez Seixas – Università L. Maximilian di M. di Baviera
Fausto Proietti –Università di Perugia
Gianfranco Ragona –Università di Torino
Siriana Sgavicchia -Università per Stranieri di Perugia
Alessandro Simoncini –Università per Stranieri di Perugia
Silvia Rodeschini –Università di Firenze
Enrico Terrinoni –Università per Stranieri di Perugia

Publishing Manager
Antonello Lamanna

Editing
Antonello Lamanna

Published by
Perugia Stranieri University Press

Università per Stranieri di Perugia


Piazza Fortebraccio 4,
06123 Perugia
www.unistrapg.it

ISBN:978-88-99811-04 -4 [ebook/pdf online]

ISBN: 978-88-99811- 01- 3 [print]

Copyright © 2016 by
Perugia Stranieri University Press
All rights reserved.
INDICE

Premessa e ringraziamenti pag. 11

Introduzione
Sull’interregno postdemocratico
di Alessandro Simoncini » 13

Crisi
Crisi economica e crisi dei territori
di Piero Bevilacqua »   43

Precarietà
Capitalismo bio-cognitivo, trappola della precarietà, reddito di base incondizionato:
la crisi della governance istituzionale
di Andrea Fumagalli »   55

Governance
Della governance come rappresentazione politica e della sua «storia»
di Alessandro Arienzo »   81

Meritocrazia
Dalla distopia elitarista alla teodicea della diseguaglianza
di Salvatore Cingari »   97

Beni Comuni
I beni comuni e le possibilità del diritto
di Maria Rosaria Marella »  123

Diritti sociali
Crisi dei diritti sociali e Costituzione
di Ugo Mattei »   135

Sicurezza
Politiche di sicurezza e cittadinanza nell’Unione Europea
di Tamar Pitch »  147
Populismo
In nome del popolo sovrano? La questione populista nelle postdemocrazie
contemporanee
di Damiano Palano pag. 157

Populismo come spettacolo


Critica della ragion populista
di Mario Pezzella »   187

Spettacolo
Vecchi e nuovi scenari dello spettacolo
di Alessandro Simoncini »   201

Postfazione
di Salvatore Cingari »   217
Alla Repubblica di Rojava,
oltre tutto questo
Premessa e ringraziamenti

Questo libro nasce da un’esperienza: L’università e il territorio. Otto seminari per ca-
pire il presente. Nato dentro l’Università, e quindi diretto in primo luogo agli studenti,
questo ciclo di seminari è stato pensato per raggiungere e coinvolgere un pubblico
ben più ampio, composto da docenti, studiose e studiosi, studentesse e studenti, citta-
dine/i italiane/i e straniere/i, migranti, istituzioni locali e diversi soggetti umbri coin-
volti nel sistema socio-culturale ed educativo regionale. Con loro abbiamo tentato di
mettere a fuoco le cause e i caratteri distintivi della crisi sociale, economica e culturale
all’interno della quale tutti oggi ci aggiriamo. In particolare abbiamo cercato di co-co-
struire la comprensione di alcuni processi in corso legati alla globalizzazione e alla
crisi dello Stato sociale o al passaggio da un’economia fordista ad un’altra post-for-
dista. Abbiamo cercato di rimarcare le tensioni gerarchiche persistenti all’interno di
società nelle quali si intreccia una molteplicità di forme culturali: società che vivono
una transizione non comprensibile con il ricorso a ideologie e a paradigmi unificanti.
In questo modo abbiamo voluto interpretare la «terza missione» non tanto come
un modo per mettere in connessione l’Università con il mercato e il profitto privato,
ma con un territorio inteso come realtà sociale libera dall’urgenza immediatamente
produttiva, ritenendo che questa debba essere la missione di un’Università pubblica.
Nel farlo abbiamo cercato di porre le basi per l’attivazione sperimentale di un Labo-
ratorio permanente sul pensiero critico all’interno del Dipartimento di Scienze Uma-
ne e Sociali dell’Università per Stranieri di Perugia: un progetto work in progress la
cui riuscita dipenderà da variabili di non facile prevedibilità. Quel che conta per noi,
tuttavia, è avere avviato il dissodamento di un cantiere che sia progressivamente ca-
pace di restituire una cartografia concettuale del tempo presente, a partire da un’in-
dagine – certo parziale e lacunosa – di alcuni tra i suoi nessi problematici centrali, qui
sintetizzati in un lessico che mira a metterli concettualmente a fuoco. I lemmi raccolti
nel volume – Crisi, Precarietà, Governance, Meritocrazia, Beni comuni, Diritti socia-
li, Sicurezza, Populismo, Populismo/Spettacolo, Spettacolo – sono quindi opera degli
autori che li hanno composti, ma sono in un certo senso anche il frutto dello sforzo
di articolare una ricerca comune – o quanto meno un dialogo interno ad un orizzonte
comune - che ha per obiettivo una comprensione adeguata del nostro tempo di crisi.
Un tempo che, pur conservando alcune centrali invarianti, muta con ritmi frenetici.
Motivo per cui abbiamo concepito il nostro volume non certamente come un Lessico
ambiziosamente compiuto, ma come un’opera aperta, passibile di aggiornamenti e
capace di integrare importanti contributi futuri.
L’effetto d’assieme potrà sembrare non sempre armonico, anche perché alcuni dei
testi sono frutto della revisione a cui gli autori hanno sottoposto le sbobinature e dun-
que denotano un tono più colloquiale e sintetico rispetto a quello analitico della mag-
gior parte dei saggi. Ma anche questo aspetto rientra nella nostra idea di cantiere, in
cui non sono le euritmie formali ad avere il primo posto.

11
Ringraziamo quindi tutte/i quelle/i che hanno contribuito all’ottima riuscita dei se-
minari, organizzandoli, collaborandovi a vario titolo o partecipandovi attivamente:
innanzitutto la guida costante e l’intelligente supporto di Cristina Mercuri e Valentina
Seri; poi Antonello Belli, creativo grafico delle locandine; Antonello Lamanna, pazien-
te publishing manager della Perugia Stranieri University Press; il Rettore Giovanni
Paciullo e il Dipartimento di Scienze Umane e Sociali; i tecnici dell’Università per Stra-
nieri e dell’Università degli Studi e il personale di servizio di entrambe le Università
- che hanno anche reso possibile registrare ed archiviare sul web i materiali dei nostri
incontri; Andrea Maori e Radio Radicale, che hanno messo a disposizione il loro sito
(qui l’accesso a tutti i seminari: http://www.radioradicale.it/organizzatore/universi-
ta-per-stranieri-di-perugia); tutte le realtà che hanno materialmente reso possibili gli
incontri (l’Università per stranieri e l’Università degli studi, la Regione Umbria, la Cgil
Umbria, l’Anci Umbria, l’Ufficio scolastico regionale per l’Umbria, il Circolo culturale
Primo Maggio e, in particolar modo, l’Associazione culturale Porta Santa Susanna, i
cui soci ci hanno supportato amichevolmente in ogni genere di necessità. In parti-
colare ringraziamo i preziosi e insostituibili Franco Bocci, Cristina Piacenti e Maria
Paola Rossi. Grazie poi a Lorenza d’Astolto, brava e generosa traduttrice. Ricordiamo
poi i discussant dei vari incontri: e cioè Antonio Allegra, Mario Bravi, Ugo Carlone,
Riccardo Emilio Chesta, Giovanni Maria Perfetto De Sanctis, Emidio Diodato, France-
sco Duranti, Giacomo Nencioni, Maurizio Pagano. A quest’ultimo, a Riccardo Emilio
Chesta e ad Elisa Fiorucci va anche un ringraziamento per la continua sollecitazione
critica e per gli apporti di riflessione. Allo stesso modo ad Emidio Diodato va un sen-
tito ringraziamento come presidente del corso di laurea in Relazioni internazionali
e cooperazione allo sviluppo, per aver «ospitato» il ciclo. E un grazie anche a Luca
Michelini. Grazie anche a tutte le persone semplicemente interessate che hanno fre-
quentato con passione i seminari e grazie ai dottorandi, che sono spesso intervenuti
in modo sagace apportando contributi importanti. Un grande grazie, infine, soprattut-
to a quelle studentesse e a quegli studenti che hanno spesso mostrato grande tenacia
nella frequenza e un reale interesse, capace di andare oltre gli angusti tracciati di uno
studio ben ordinato.

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Introduzione

Sull’interregno postdemocratico
Alessandro Simoncini

In una recente intervista, e nel suo ultimo libro, Etienne Balibar prende a presti-
to il termine gramsciano di «interregno»1. Lo fa per descrivere una situazione, come
quella attuale, in cui il vecchio ordine dell’Unione Europea sancito a Maastricht «non
funziona più e dall’altra parte non c’è alcuna forza»2. Questo non significa che oggi
in Europa non esistano «forze morali, ideologiche, politiche» alternative – sostiene
Balibar –, ma che esse non riescano ancora a dare forma «a un’alternativa politica»3.
Per questo assistiamo perplessi a un passaggio le cui conseguenze «possono esse-
re catastrofiche»4. I segnali non mancano e il filosofo ne elenca alcuni: il montare di
una nuova grave questione sociale, l’ascesa dei nazionalismi, la «disperazione morale
delle popolazioni», il montante «disgusto per la politica», la parabola declinante ap-
parentemente inarrestabile della democrazia rappresentativa5. Di questo interregno
postdemocratico le pagine che seguono provano a descrivere alcuni aspetti conside-
rati centrali.

1. Sull’Europa reale e sulla sua governance

Con notevole capacità sintetica, in un suo contributo recente, Carlo Galli ha rico-
struito la vicenda europea degli ultimi cento anni. Fino alla prima guerra mondiale
– scrive Galli - l’Europa è stata tutto, cioè il centro dell’ordine internazionale e della
«configurazione globale della Terra»6. Dopo lo smottamento che nel periodo tra le

1  A. Gramsci, Quaderni dal carcere, Torino, Einaudi, 1975, 4 voll., Q 3, §34, p. 311; Democrazia fine
corsa: la Grecia e l’Europa. Intervista a Etienne Balibar, in «Tysm. Philosophy and social criticism», on
line, 4 luglio 2015; E. Balibar, Interregnum, in Id., Europe, crise et fin?, Paris, Le bord de l’eau, 2016, pp.
7-31; trad. it. Crisi e fine dell’Europa?, Torino, Bollati Boringhieri, 2016, pp. 33-56. Per una recente ri-
presa del tema dell’ interregno, cfr. anche Z. Bauman, C. Bordoni, Stato di crisi, Torino, Einaudi, 2015; B.
Caccia, S. Mezzadra, Sotto il cielo dell’«Interregno», in «Euronomade», on line, ottobre 2015, W. Streeck,
J. Ross, Politics in the interregnum, in «Roar magazine», 23 dicembre 2015.
2  Democrazia fine corsa, cit.
3  Ibidem.
4  Ibidem.
5  Ibidem.
6  C. Galli, Europa: linee di frattura e punti esplosivi, in «Ragioni politiche», on line, 19 gennaio 2016.

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due guerre ha determinato l’affermazione di potenze extra-europee, e dopo la conclu-
sione della «seconda guerra civile europea» (1914-1945), essa è stata invece un Nul-
la7. «Nulla, è ciò che è stata l’Europa dal 1945 al 1990: un nulla politico, in quanto era
semplicemente l’oggetto privilegiato della grande spartizione globale»8. Nella guerra
fredda l’Europa ha rappresentato per decenni l’unica posta in gioco che avrebbe po-
tuto accendere una vera e propria guerra fra USA e URSS. È questo, in fin dei conti, il
vero motivo per cui ha potuto godere una pace benefica durata per decenni. Il prezzo
da pagare ha corrisposto a una quasi naturale privazione della sovranità. Con buona
pace di francesi e inglesi, «i quali nella data-chiave del 1956 (con la crisi di Suez) han-
no sperimentato di essere incapaci di costituire il centro di alcunché»9.
È solo dal 1989-91, con la caduta del muro di Berlino e la dissoluzione dell’URSS, che
l’Europa «è stata costretta a tentare di essere “qualcosa”, cioè parte di un ordine mon-
diale politicamente plurale ma economicamente omogeneo (ovvero capitalistico)»10.
Detto altrimenti, negli ultimi decenni l’Europa realmente esistente si è connotata
principalmente come spazio politico ed economico competitivo all’interno di una glo-
balizzazione capitalistica priva di stabilità, ordine e giustizia sociale. Dopo la vittoria
degli Usa nella guerra fredda, l’Europa ha cercato di essere quel qualcosa che per tro-
vare il proprio ruolo nel mondo ha dovuto strutturarsi, in modo assai problematico,
intorno alla Germania riunificata, che tendeva - e «col “suo” euro» ancora tende - a
«esondare» in buona parte del continente e a «creare disunione»11. Ne è derivato uno
spazio politico sistematicamente percorso da molteplici fratture: «fratture geopoliti-
che, geoeconomiche […], sociali ed esistenziali»12. Limitiamoci qui solo alle ultime. Tra
queste – sostiene Galli - c’è la crescente «disuguaglianza politica e sociale, la distanza
fra ricchi e poveri (di sapere, di potere, di reddito, di proprietà) che attraversa tutte le
società europee»13. Non si tratta di un fatto naturale, dettato magari dalle ineludibili
leggi della globalizzazione, ma dell’esito sancito dalla vittoria epocale del capitalismo
nella sua versione globale, neoliberale e finanziarizzata. Una versione del capitalismo
– quella neoliberale - sorta in risposta alla grande crisi degli anni ’70 e ai movimenti
sociali, nel tentativo di arginare la caduta del saggio di profitto e di affossare (finanzia-
rizzandole e privatizzandole) le logiche keynesiane che avevano dettato le linee dello
sviluppo postbellico14.

7  Ibidem. Sulla seconda “guerra civile europea”, Cfr. E. Traverso, A ferro e fuoco. La guerra civile euro-
pea, 1914-1945, Bologna, Il Mulino, 2007. 
8  C. Galli, Europa: linee di frattura e punti esplosivi, cit.
9  Ibidem.
10  Ibidem. Corsivo mio.
11  Cfr. anche Id., La Germania unita divide l’Europa, in «Ragioni politiche», on line, 6 giugno 2016,
già in «Limes», 3, 2016, pp. 175-182. Sul tema cfr. V. Giacch, Modello tedesco: un mito da sfatare, in
«MicroMega», 3, 2014, pp. 72-83 e i contributi di S. Lehndroff, A. Barba e M. D’Angelillo in A. Barba et
alii, Rottamare Maastricht. Questione tedesca, Brexit e crisi della democrazia in Europa, Roma, Derive
Approdi, 2016, pp. 93-186.
12  Id., Europa: linee di frattura e punti esplosivi, cit.
13  Ibidem.
14  Per un approfondimento del tema cfr., tra i tanti, R. Bellofiore, L’ascesa e la crisi del Money mana-

14
Per David Harvey il neoliberalismo è un esplicito «progetto di classe […] molto cen-
tralizzato» e incentrato sull’«accumulazione per spoliazione», avviato alla fine degli
anni ’60 e realmente decollato alla metà dei ’70, quando il processo di finanziariz-
zazione si consolida e diventa il suo «agente principale»15. Pierre Dardot e Christian
Laval, invece, sulla scia della lezione foucaultiana leggono il neoliberalismo come un
«dispositivo globale […] di natura essenzialmente strategica», i cui molteplici e va-
riegati attori non perseguono necessariamente un «progetto cosciente» pianificato a
tavolino16. Sia come sia, è certo che il neoliberalismo ha «preso corpo durante la crisi
degli anni Settanta […], ha legittimato una serie di politiche draconiane mirate a rista-
bilire e a consolidare il potere della classe capitalista» e ha realizzato un’«incredibile
concentrazione della ricchezza e del potere»17.
Anche per questo – continua Galli ricostruendo le linee fondamentali della ragion
politica europea contemporanea - nei decenni del neoliberalismo si sono prodotte
«gravi lesioni della struttura delle società europee, portate a un livello di povertà da
tempo sconosciuto»18. Ne sono derivati, a catena, «la fine della legittimazione dei par-
titi, dei corpi intermedi, e anche della democrazia»19. Si tratta quindi di «una frattura
destrutturante, che non disegna alcuno spazio […] perché produce essenzialmente
atomi sociali, individui isolati»20. Individui che sono invitati dagli assiomi dell’ordoli-
beralismo tedesco, un po’ ovunque in via di applicazione in Europa, a concepirsi come
responsabili imprenditori di se stessi nell’ottica della cosiddetta meritocrazia21; indi-
vidui che vengono continuamente sollecitati a investire sul proprio “capitale umano”,
da impiegare poi senza posa nella concorrenza di mercato: l’unica potenza energetica
ritenuta capace di dare forma ad una società organica da cui bandire il conflitto socia-
le e quello tra le classi22.
Allo Stato, che non può e non deve intervenire sulla dinamica dei prezzi e nel gioco
della concorrenza, resta allora il compito di dare forma a quella che gli ordoliberali
tedeschi chiamano la «naturale pulsione societaria dell’uomo»23: l’istinto competitivo

ger capitalism: una ricostruzione della crisi tra Marx e Minsky, in A. Simoncini (a cura di), Una rivoluzio-
ne dall’alto. A partire dalla crisi globale, Milano, Mimesis, 2012, pp. 185-204. Mi permetto di rinviare
anche al mio Rivoluzione dall’alto. Crisi, neoliberalismo, governo, in ibidem, pp. 11-69 (soprattutto pp.
36 e ss.), oltre che agli importanti lavori di Riccardo Bellofiore e Christian Marazzi indicati nelle note
e nella bibliografia del testo.
15 Le néolibéralisme comme «projet de classe». Entretien avec David Harvey, in «Contretemps», on
line, 24 marzo 2013. Cfr. D. Harvey, Breve storia del neoliberismo, Milano, Il Saggiatore, 2007.
16  P. Dardot, C. Laval, La nouvelle raison du monde. Essai sur la société néolibérale, Paris, La Découv-
erte, 2009, p. 465. La fonte principale dei due autori francesi è M. Foucault, Nascita della biopolitica.
Corso al Collège de France (1978-1979), Milano, Feltrinelli, 2005.
17  D. Harvey, L’enigma del capitale e il prezzo della sua sopravvivenza, Milano, Feltrinelli, 2010, p. 21.
18  C. Galli, Europa: linee di frattura e punti esplosivi, cit.
19  Ibidem.
20  Ibidem.
21  Sul concetto di meritocrazia e il suo rapporto con il neoliberalismo, cfr. il contributo di Salvatore
Cingari, infra.
22  Su tutto ciò cfr. P. Dardot, C. Laval.
23  C. Galli, Europa: linee di frattura e punti esplosivi, cit.

15
dell’homo oeconomicus dal cui libero gioco verrà naturalmente riassorbita ogni spin-
ta antagonista ed anticapitalista. Di qui nasce ad esempio la Mitbestimmung, ossia la
collaborazione dei sindacati tedeschi ai consigli di amministrazione delle maggiori
imprese. Per agevolare la pulsione competitiva di tutti e ciascuno, o se si vuole la loro
“autoimprenditorialità”, lo Stato dovrà limitarsi ad un’azione di governo che appronti
i necessari dispositivi giuridico-istituzionali capaci di garantire la libera concorrenza
e l’espressione della ratio stessa del mercato. In altri termini, lo Stato non dovrà agire
«a causa del mercato», regolando le contraddizioni che naturalmente esso produce
come accade nelle politiche di tipo keynesiano, ma solo «per il mercato»24.
È questo il cuore della ragion governamentale che informa di sé l’Europa attualmente
esistente, nella quale – come ha osservato Wolfgang Streeck – si è passati «dai mercati
entro gli Stati agli Stati entro i mercati»25. Ed è il funzionamento quotidiano e ordina-
rio della medesima ragione a produrre, e a sovradeterminare, le fratture sociali ed
esistenziali presenti nello spazio politico europeo. Questa è l’Europa reale, che poi è
anche l’Europa dell’Euro. Una moneta che costituisce un “doppio spazio” composto
da un nucleo tedesco - comprendente una serie di «economie embedded dentro l’eco-
nomia tedesca (paesi baltici, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Austria,
Olanda, Slovenia, Croazia, l’Italia settentrionale)» - e da «un cerchio più esterno dei
Paesi del Sud (esterni ma prigionieri dell’euro essi stessi)»26. Si tratta di una linea di
frattura che, come si sa, distingue un’Europa dei creditori da un’Europa dei debitori.
La prima corrisponde al nucleo tedesco mentre la seconda comprende tutti gli altri,
che «sono via via, con cerchi concentrici differenziati, collaboratori più o meno coatti
e subalterni di quel nucleo economico»27. Sono poi gli spread, e i rischi di una loro
sempre possibile impennata critica, a rappresentare la vera cifra di questa drastica
linea di frattura dello spazio monetario ed economico europeo.
Non si tratta qui, naturalmente, di inclinare verso la demonizzazione dell’Euro. E
tanto meno di accodarsi al coro di chi sostiene che con l’uscita dalla moneta unica i
problemi economici e sociali delle singole nazioni europee potrebbero essere più o
meno facilmente risolti. Tuttavia si può sostenere che negli ultimi decenni l’Europa
neoliberale (che è divenuta l’Europa dell’Euro) ha prodotto linee di frattura esplosive
che hanno contribuito a destrutturare le società europee. Linee di frattura che hanno
liquefatto le sicurezze di queste società, sgretolando progressivamente l’insieme di
quei supporti pubblici che - affiancando una «proprietà sociale» alla proprietà privata
- avevano garantito ai singoli di potersi pensare nel bene e nel male come attori del
proprio futuro28. Con il progressivo smantellamento degli Stati sociali – lo sostie-

24  M. Foucault, Nascita della biopolitica, cit., p. 112.


25  W. Streeck, Conversation on States and Markets (with Marion Fourcade), Asa, in «Economic So-
ciology Section Newletter», Fall 2015.
26  C. Galli, Europa: linee di frattura e punti esplosivi, cit.
27  Ibidem.
28  Sul tema, cfr. almeno R. Castel, C. Haroche, Proprietà privata, proprietà sociale, proprietà di sé.
Conversazioni sulla costruzione dell’individuo moderno (2001), Macerata, Quodlibet, 2013; R. Castel,
L’insicurezza sociale. Che significa essere protetti?, Torino, Einaudi, 2004 e Id., Incertezze crescenti. La-

16
ne ormai anche il senso comune - la modernità si è fatta sempre più «liquida» e le
soggettività sono state avvolte dalla precarietà crescente, dall’incertezza strutturale e
dall’insicurezza esistenziale29.
Le politiche di austerità europee adottate fin dall’inizio della crisi del 2008 ed ormai
in via di piena costituzionalizzazione – politiche di cui la Grecia è stata fin da subito
il laboratorio - non hanno fatto altro che rilanciare con forza e vigore gli assiomi ne-
oliberali appena menzionati. Assiomi che discendono per via diretta dalle tre «regole
d’oro» dell’ordoliberalismo sperimentate nella Germania postbellica e «costituziona-
lizzate dai trattati fondativi» dell’Unione: «stabilità monetaria, pareggio di bilancio e
regime di libera concorrenza», che rappresentano di fatto il «corsetto disciplinare»
della costruzione economica europea30. Nel percorso compiuto dagli accordi di Ma-
astricht del 1992 al Fiscal Compact entrato in vigore nel 2013 - passando dal patto
di stabilità e crescita del 1997, dal Libro bianco sulla governance europea licenziato
dalla Commissione Europea nel 2001, dall’adozione dell’European Stability Mecha-
nism (Mes) del 2012 (per citare solo alcuni dei passaggi principali della produzione
normativa del corsetto disciplinare europeo)31 -, quegli assiomi sono stati poi rigida-
mente fissati come una necessità per tutti i paesi della futura Eurozona. E di un’Unio-
ne connotata ormai come un vero e proprio «impero delle norme» o, se si vuole, come
un «sistema di governo fondato su regole di diritto ordinate alla logica suprema del
mercato» 32.
Una logica che ha finito per stritolare (almeno finora) le velleità di salvaguardia dei
diritti sociali fondamentali, pur presenti nella Carta dei diritti adottata a Nizza nel
2000 e divenuta obbligatoria dal 2009 con il Trattato di Lisbona33. Anche chi, in nome
del più avanzato costituzionalismo democratico, ha sempre sostenuto le ragioni di
un’altra Europa - un’«Europa dei diritti» dalla logica contrapposta alla «prepotente
Europa economica e all’evanescente Europa politica»34 - oggi non può evitare di
sottolineare lo scacco dell’Unione. Questa infatti - sostiene Stefano Rodotà - «agisce

voro, cittadinanza, individuo, Bologna, Editrice Socialmente, 2015.


29  Cfr. Z. Bauman, Modernità liquida, Laterza, Roma-Bari, 2002. Con riferimento alla crisi contempo-
ranea, il sociologo polacco ha ripreso il tema in Stato di crisi, cit.
30  P. Dardot, C. Laval, Cambiare l’Europa o cambiare Europa?, in «Lettera internazionale», 120, 2014,
p. 4. Per uno sviluppo dell’analisi, cfr Ead., La nouvelle raison du monde, cit., pp. 328-352. Cfr. anche A.
Somma, La dittatura dello spread, Roma, DeriveApprodi, 2014, soprattutto pp. 174 e ss.
31  Sulle vicenda storica e le radici teoriche della governance, cfr. il contributo di Alessandro Arienzo,
infra e Id., La governance, Roma, Ediesse, 2013.
32  Cfr. P. Dardot, C. Laval, L’Union européenne ou l’Empire des normes, in Ead., Ce cauchemar qui n’en
finit pas. Comment le néolibéralisme défait la démocratie, Paris, La Découverte, 2016, pp. 119-143 e p.
126. Sul tema cfr. anche F. Denord, A. Schwartz, L’Europe sociale n’aura pas lieu, Paris, Raison d’agir,
2009 e, con approccio giuridico, F. Losurdo, Stabilità e crescita da Maastricht al Fiscal compact, in «Cul-
tura giuridica e diritto vivente», 2, 2015, pp. 107-118.
33  Sulla fenomenologia dello stritolamento, cfr. G. Allegri, G. Bronzini, Sogno europeo o incubo?,
Roma, Fazi, 2014, pp. 19-43. Cfr. anche cfr. B. Caccia, S. Mezzadra, Disintegrazione dell’Europa o proces-
so costituente? Crisi, governo dell’emergenza e prospettive di nuova invenzione democratica, in «Euro-
nomade», on line, 16 novembre 2016.
34  S. Rodotà, Il diritto di avere diritti, Roma-Bari, Laterza, 2012, p. 38.

17
come se la Carta non vi fosse, […] e muta i cittadini da attori del processo europeo in
puri spettatori impotenti e sfiduciati di fronte all’arrivo da Bruxelles di imposizioni
di sacrifici e non di garanzie dei diritti»35. Com’è stato osservato, così, la carta di Niz-
za diventa tristemente inefficace «proprio in relazione ai provvedimenti di matrice
sovranazionale decisivi per le condizioni materiali di vita di intere popolazioni: i due
trattati del Fiscal compact e del Mes»36.
Essi hanno modificato in modo decisivo e costituente il Trattato di Lisbona, riorga-
nizzando la governance neoliberale europea sotto l’egida della «costituzione finanzia-
ria»37. Schierandosi dal punto di vista dei creditori, il Fiscal Compact è infatti inter-
venuto a rivedere, correggere e inasprire le regole auree ed austeritarie del Trattato
di Maastricht. Prevede infatti l’obbligo del già citato pareggio di bilancio; l’obbligo
di rispettare il rapporto dello 0.5% tra il deficit strutturale dello Stato e il Pil (con la
possibilità di giungere ad un massimo del 3% nel caso di “emergenze”, pena l’attiva-
zione di sanzioni semi-automatiche in caso di sforamento); e l’obbligo di rientro dal
debito statale che eccede la quota del 60% rispetto al Pil. Il Fiscal Compact stabilisce
anche che il rientro dovrà avvenire riducendo il debito al ritmo medio di un vente-
simo all’anno. Per l’Italia ciò comporterebbe una spesa di circa 50 miliardi di euro
ogni anno. Richiederebbe cioè, «al 90% della popolazione, sacrifici da tempo di guerra
prolungati per almeno una generazione»38. La stessa logica austeritaria è implicita
nell’istituzione del Mes (il cosiddetto fondo salva-Stati). Il Mes opera infatti come una
banca che concede assistenza finanziaria agli Stati in difficoltà di bilancio. In cambio
però richiede la garanzia che questi adottino “riforme strutturali” capaci di allineare
gli ordinamenti nazionali ai dettami ordoliberali: secondo l’art. 136 del Trattato sul
funzionamento dell’Ue, infatti, ogni prestito concesso dal Mes deve essere soggetto «a
una rigorosa condizionalità», nell’ottica di una severa e rinforzata «sorveglianza della
disciplina di bilancio» (art. 136, 1a)39. Sul fatto che l’allineamento degli Stati membri
agli assiomi del capitalismo finanziarizzato e neoliberale possa avvenire nel disprezzo
del circuito democratico, i due Trattati non si pronunciano.
A presidio dell’intero assemblaggio di potere sta poi la cosiddetta Trojka (Commis-
sione Europea, Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale), che defini-
sce i protocolli di intesa con gli Stati richiedenti “assistenza” e fissa le condizioni che

35  Id., Il pensiero debole dell’Europa che s’accontenta, in «La Repubblica», 9 Gennaio 2014.
36  G. Allegri, G. Bronzini, Sogno europeo o incubo?, cit., p. 32.
37  Cfr. A. Amendola, Un piano costituente europeo, contro la costituzione finanziaria, in «Euronoma-
de», on line, 23 febbraio 2016. Ma cfr. ora Id., Costituzioni precarie, Roma, Manifestolibri, 2016.
38  L. Gallino, Il colpo di stato di banche e governi. L’attacco alla democrazia in Europa, Torino, Einau-
di, 2013, p. 196.
39  A. Somma, l’Europa della moneta e la cultura ordoliberale: storia di una regressione politica, in A.
Barba et alii, Rottamare Maastricht. Questione tedesca, Brexit e crisi della democrazia in Europa, Roma,
DeriveApprodi, 2016, p. 86. Gallino aggiunge che il Mes è un fondo di salvataggio finanziato non solo
dagli Stati membri ma anche da banche private, che ottengono denaro dalla Bce a un tasso di interesse
dell’1% e lo prestano al Mes a un tasso ovviamente più elevato. Per questo, quando il Mes «assisterà»
gli Stati con difficoltà di bilancio il tasso di interesse non potrà che crescere ulteriormente. Risultato:
Gli Stati debitori saranno sempre più invischiati nella trappola del debito e il denaro per interessi che
dovranno restituire andrà ad arricchire in notevole misura i creditori privati.

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questi dovranno rispettare per la restituzione del prestito. In questo modo la Trojka
si attesta come lo snodo decisivo della nuova «governance commissaria di mercato»:
un modello di potere neo-oligarchico e tecnocratico che – come il caso greco ha la-
boratorialmente mostrato40 - possiede la forza quasi sovrana di «commissariare le
politiche economiche degli Stati», assoggettandoli al comando di capitale sulla base di
un presunto debito-colpa41. D’altra parte, però, la governance commissaria continua a
far perno sugli Stati – che, come vedremo, restano attori decisivi della trasformazione
contemporanea –, per promuovere una «complessiva riorganizzazione dei dispositivi
di governo delle popolazioni e degli uomini»42. Popolazioni e individui d’Europa che
la razionalità programmatica neoliberale della nuova costituzione finanziaria indica
come i veri responsabili del debito, invitandoli quindi a espiare per intero la loro colpa
e a liberarsi dal marchio dell’infamia. In tal senso, la governance commissaria di mer-
cato sembra costituire qualcosa di molto simile a una «macchina sovrana della gover-
namentalità»43. Una macchina che, mentre applica nel modo più radicale la razionalità
di governo ordoliberale e le sue pretese di “civilizzazione” economica, commissaria la
politica e la scavalca «per farsi suo fondamento e legittimazione»44.

2. Rivoluzione dall’alto, democrazia decidente, eclisse dei


diritti sociali
È attraverso l’insediarsi di simili processi che nello spazio politico europeo ha preso
forma una vera e propria «rivoluzione dall’alto»45. In nome del salvataggio dell’Euro,
forzando il diritto comunitario e le regole dei trattati europei, essa si è concretizzata
in un «direttorio degli esecutivi» che ha messo in campo «una legislazione intergover-
nativa d’emergenza»46. Il Consiglio europeo dei capi di Stato e di governo, coordinato

40  Sul ruolo politico del debito e del diktat imposto dalla Trojka al popolo greco, cfr. M. Bertorello
e D. Corradi, Economia del debito e diritto all’insolvenza, problemi e prospettive, in M. Bersani et alii,
L’alternativa all’Europa del debito, Roma, Alegre, 2016, pp. 25-42.
41  A. Arienzo, La governance, cit., p. 139.
42  Id., Stato, sovranità e democrazia: noterelle per un lessico nella crisi, in A. Arienzo, M. Castagna
(a cura di), Le parole della crisi. Etica della comunicazione, percorsi di riconoscimento, partecipazione
politica, Pomigliano d’Arco, Diogene Edizioni, 2013, p. 135.
43  S. Mezzadra, B. Neilson, Confini e frontiere. La moltiplicazione del lavoro nel mondo globale, Bolo-
gna, Il Mulino, 2014., p. 258.
44  A. Arienzo, La governance, cit., p. 144 e Id., Dal governo politico dell’economia alla governance
commissaria di mercato, consultato in «unina.academia.edu/AlessandroArienzo».
45  Il concetto di rivoluzione dall’alto è stato rilanciato nel dibattito contemporaneo da Etienne Ba-
libar, Europe: la révolution par en haut, in «Libération», 21 novembre 2011, ora in Id., Europe, crise et
fin?, cit., pp. 177-182. Per una ripresa del tema, cfr tra gli altri G. Allegri, G. Bronzini, Sogno europeo o
incubo?, cit.; S. Mezzadra, Costituzione, movimenti e processi costituenti, in «Uninomade», on line, 12
ottobre 2012; Id., Dopo l’Eurogruppo, in «Euronomade», on line, 22 febbraio 2015; M. Pezzella, Sociali-
smo o astrazione?, in «Il Ponte», on line, 1 giugno 2015; infine mi permetto di rinviare ad A. Simoncini,
Rivoluzione dall’alto, in Id. (a cura di), Una rivoluzione dall’alto, cit., pp. 11-69 e ai contributi ivi raccolti.
46  G. Allegri, G. Bronzini, Sogno europeo o incubo?, cit., p. 23 e p. 35; ma sull’emergenza come discor-
so ed esperienza continuamente riprodotti nella rivoluzione dall’alto, «fino a diventare una figura spe-

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dalle élite tecniche, ha di fatto «assunto i poteri di “governo di eccezione” nella crisi
europea»47. E ha così contribuito a ridefinire la costituzione materiale dell’Unione, radi-
candovi quell’austerity che Luciano Gallino ha recentemente definito «progetto politico
o guerra di classe»48. L’austerity è così diventata una «gabbia d’acciaio vessatoria e
punitiva in cui sono stati rinchiusi gli stati indebitati»49. La necessità per i singoli
paesi di mutuare questa assiomatica penitenziale si sarebbe poi puntualmente
tradotta, in tutti i paesi - e con le differenze del caso -, nel conseguente rilancio delle
pratiche governamentali, più o meno obbligate, già adottate dai tempi degli accordi
di Maastricht. La riduzione del deficit e del debito con parametri estremamente
rigidi (in una parola il pareggio di bilancio), le privatizzazioni e le liberalizzazioni,
l’aumento delle imposte al ceto medio e al lavoro, la flessibilizzazione ad oltranza di
quest’ultimo e della vita stessa – di fatto la loro progressiva cattura nella «trappola
della precarietà»50 -, la riduzione o il congelamento delle retribuzioni dei pubblici
dipendenti, i tagli alla spesa sociale, sanitaria e previdenziale, lo smantellamento ad
oltranza di uno Stato sociale ormai percepito come un peso (e non come il volano
dello sviluppo e il regolatore delle contraddizioni capitalistiche): sono queste alcune
delle ricette neoliberali e austeritarie che – come nel caso italiano -, sarebbero poi
ricadute tramite il taglio dei trasferimenti e il Patto di stabilità anche sugli enti locali,
le cui amministrazioni si sono viste precludere la strada di ogni politica redistributiva.
Presi nella trappola del debito, gli enti locali hanno dovuto – e spesso anche voluto –
tagliare la spesa corrente, aumentare le imposte e le tariffe locali, privatizzare i servizi
pubblici locali, vendere e svendere patrimonio pubblico, prestare il proprio territorio
a grandi opere e grandi eventi, spesso forieri di speculazioni immobiliari e finanziarie.
La grande crisi in corso si è così ripiegata in una altrettanto grave crisi dei territori51. E
gli abitanti dei Comuni hanno dovuto progressivamente dismettere i panni di cittadini
con diritti sociali costituzionalmente garantiti, per indossare quelli più laceri di indi-
vidui il cui accesso ai servizi veniva determinato prima di tutto «dalle proprie capacità
economiche, nell’orizzonte della solitudine competitiva»52.
Più in generale, come insegna il caso greco, chiunque governi in un paese dell’Unione

cifica della governance» e la matrice di una «razionalità governamentale che ruota intorno al management
dell’emergenza» (con la crisi dei debiti pubblici e quella dei profughi, ad esempio, o con la minaccia
del terrorismo di marca jihadista e con il tema della gestione dell’approvigionamento energetico), cfr.
B. Caccia, S. Mezzadra, Disintegrazione dell’Europa o processo costituente?, cit.
47  G. Allegri, G. Bronzini, Sogno europeo o incubo?, cit., p. 34.
48  L. Gallino, Il denaro, il debito e la doppia crisi spiegati ai nostri nipoti, Torino, Einaudi, 2015, pp.
95 e ss.
49  G. Allegri, G. Bronzini, Sogno europeo o incubo?, cit., p. 23.
50  Sulla «trappola della precarietà» e sulla dinamica di sussunzione della vita alla valorizzazione nel
capitalismo bio-cognitivo, cfr. il contributo di Andrea Fumagalli, infra.
51  Sul nesso tra crisi economica e crisi dei territori, cfr. il contributo di Piero Bevilacqua, infra.
52 M. Bersani, I Comuni nella trappola del debito, in «Il Manifesto», 15 ottobre 2016 e «Non c’è scel-
ta. Abolire il Patto di stabilità ed il pareggio di Bilancio». Intervista a Marco Bersani su debito, Patto di
stabilità e pareggio di Bilancio, in «La città futura», on line, 19 febbraio 2016.

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deve subire l’ortopedia correttiva del suo «vincolo esterno»53. Deve cioè seguire lo
spartito stabilito dalla governance europea. È questo ad imporre ciò che, dalla presi-
denza della Banca Centrale Europea – un luogo di enunciazione decisivo per il gover-
no dei viventi d’Europa -, Mario Draghi ha definito «il pilota automatico»54. Al pilota
automatico della prassi governamentale europea devono adattarsi gli Stati, che sono
invitati a riconfigurare la propria costituzione materiale verticalizzandosi. Per mezzo
di “riforme” adatte a fare del mercato il regime di verità del governo di ogni singolo
paese, essi sono spinti a rafforzare il momento esecutivo a discapito di quello legislativo
e dei parlamenti, ossia della sovranità popolare e della democrazia rappresentativa.
Esemplare a questo riguardo è il riformismo neoliberale italiano avviato fin dagli inizi
degli anni ’80. La sua vicenda può essere forse fatta iniziare con il ben noto “divorzio”
tra il Ministero del Tesoro (guidato allora da Beniamino Andreatta) e la Banca d’Italia
(presieduta da Carlo Azeglio Ciampi). Vietando alla Banca d’Italia di acquistare i titoli
del debito pubblico, il divorzio contribuì in maniera decisiva all’incremento dei loro
tassi di interesse portando al raddoppio del debito stesso in soli dieci anni.55
Agli albori della seconda Repubblica, i cosiddetti governi tecnici di Giuliano Amato e
Carlo Azeglio Ciampi hanno proseguito nello stesso solco. Un solco mai abbandonato,
se si pensa alla cruciale riscrittura dell’art. 81 della Costituzione. Nell’aprile del 2012
essa ha infatti costituzionalizzato il pareggio di bilancio, recependo integralmente
le indicazioni austeritarie del Fiscal Compact. A questa trasformazione, poi, è
immediatamente collegato il principio della sostenibilità del debito anche per le
amministrazioni locali e gli enti territoriali. Per effetto della riforma dell’art. 119
della Costituzione, infatti, essi si vedono soggetti all’obbligo di contribuire «ad
assicurare l’osservanza dei vincoli economici e finanziari derivanti dall’ordinamento
dell’Unione Europea». Ben prima della recente Riforma Costituzionale, si è avuta
quindi una profonda ristrutturazione della costituzione formale, dettata di fatto dalle

53  Con particolare attenzione al caso italiano, cfr. E. Diodato, Il vincolo esterno. Le ragioni della de-
bolezza italiana, Milano, Mimesis, 2014, su cui cfr. D. Palano, L’ortopedia del «vincolo esterno». Un libro
di Emidio Diodato sulla de-democratizzazione italiana dopo Maastricht, in «Rivista di Politica», on line,
25 gennaio 2015.
54 «Dovete considerare che gran parte delle misure italiane di consolidamento dei conti continu-
eranno a procedere con il pilota automatico». Dichiarazione rilasciata da Mario Draghi il 7 marzo
2013 durante una conferenza stampa all’Eurotower di Francoforte, cit. in B. Spinelli, Il pilota au-
tomatico nei palazzi del potere, in «La Repubblica», 13 marzo 2013. Per una ripresa del tema, cfr. F.
Berardi Bifo, Non si è ancora fatto sera, in «Alfabeta 2», on line, 29 giugno 2015 e Id., La nonna di
Schӓuble. Come il colonialismo finanziario ha distrutto il progetto europeo, Verona, ombre corte, 2015.
55 Sul tema cfr. L. Gallino, Il denaro, il debito e la doppia crisi spiegati ai nostri nipoti, cit., pp. 66-70
e le osservazioni contenute in R. Bellofiore, F. Garibaldo, Euro al capolinea, in «Inchiesta», on line, 30
settembre 2013. Ma cfr. anche T. Nencioni, Ciampi, Andreatta e il divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia,
in «Sinistra unita magazine», on line, 21 settembre 2016; G. Garavini, F. Petrini, Il divorzio fra Tesoro
e Banca d Italia: il vincolo interno e le origini del problema del debito pubblico italiano, in D. Caviglio
e S. Labbate (a cura di), Al governo del cambiamento. L' Italia di Craxi tra rinnovamento e obiettivi
mancati, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2013; F. Petrini, Mercantilismo e lotta di classe. L'economia
italiana nel contesto internazionale, 1960-1990, Relazione al convegno L’Italia nel contesto inter-
nazionale dagli anni Settanta alla fine della Guerra Fredda, visionabile sul sito Academiaedu. Più in
generale, sul «riformismo neoliberale» italiano cfr. U. Mattei, Contro riforme, Torino, Einaudi, 2013.

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esigenze dell’accumulazione finanziaria. Con l’inserimento fulmineo e unanime della
regola del pareggio di bilancio in Costituzione - vera e propria «Grundnorm neoli-
berale»56 - è come se tramite una sorta di blitz ri-costituente fosse stato dichiarato
il «divieto di deficit spending», codificando così «una trasformazione già [da molto
tempo] avvenuta nella costituzione materiale europea»57. È quest’ultima, infatti, ad
avere messo fuori legge le politiche keynesiane negli ultimi decenni. La riforma della
costituzione formale non fa altro che ratificare un dato di fatto, rendendo il deficit
spending una misura emergenziale consentita – come recita l’art. 81 riformato – «solo
[…] previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi
componenti, al verificarsi di eventi eccezionali».
In altri termini, dopo aver contribuito a riconfigurare la costituzione materiale (Verfas-
sung), lo Stato giunge a modificare anche quella formale (Konstitution) per costituziona-
lizzare il pilota automatico della governance finanziaria europea e globale. Occorre quindi
che lo Stato si trasformi «da sistema della mediazione e della rappresentanza a sistema della
decisione»58. In questo senso, si è affermato che le recenti riforme italiane (mentre scri-
viamo non è ancora stato celebrato il referendum costituzionale italiano) recepiscono
le direttive delle «istituzioni sovranazionali che realmente ci governano (da Bruxelles
e da Francoforte, oltre che da New York e da Washington)»59. E gettano così le condi-
zioni di possibilità di «una politica volta sistematicamente ad aumentare il peso degli
esecutivi e a verticalizzarne l’azione»60. Nell’intento di produrre una «democrazia de-
cidente» e un sistema della decisione capaci di rimuovere ogni ostacolo locale all’e-
sercizio del potere globale (anche quelli eventualmente derivanti dall’esercizio delle
autonomie locali e delle istanze territoriali di autogoverno)61. Una simile «involuzione
autocratica delle nostre democrazie» può garantire rapida e tecnocratica esecuzione
ai dettami del mercato, in modo che «i nostri governi abdichino al loro ruolo di go-
verno dell’economia e della finanza e possano liberamente aggredire i diritti sociali e
del lavoro dai quali dipendono la vita e la dignità dei cittadini»62. I cosiddetti compiti
a casa imposti dal vincolo esterno della governance europea potranno così continuare
ad essere svolti con sempre maggior efficacia, in modo tale da rimuovere a priori la
possibilità che essi siano impostati secondo una razionalità governamentale alterna-
tiva (già da tempo rimossa nei fatti): quella secondo cui poter attuare le «norme costi-

56  F. Brancaccio, F. Raparelli, Il ‘No’ e la sfida costituente, in «Euronomade», on line, 29 ottobre 2016,
ora in «Alternative per il socialismo», 42, 2016.
57  Cfr. A. Amendola, Un piano costituente europeo, cit. Cfr. anche Id., Per un buon uso del fallimento.
Nuove pratiche costituenti dentro e oltre la crisi delle costituzioni del Novecento, in G. Allegri, G. Bronzi-
ni (a cura di), Il tempo delle costituzioni, Roma, Manifestolibri, 2014, pp. 29-40.
58  C. Galli, Democratizzare la democrazia, in «Ragioni politiche», on line, 23 marzo 2016.
59  Id., La «nuova democrazia» di Renzi e le ragioni del no, in «Ragioni politiche», on line, 19 maggio
2016, già in «Micromega», 3, 2016.
60  Ibidem.
61  Ibidem.
62  L. Ferrajoli, Un monocameralismo imperfetto, per una perfetta autocrazia, in «Libertàgiustizia»,
on line, 25 giugno 2016, ripubblicato con il titolo Dal bicameralismo perfetto al monocameralismo
imperfetto, in «Democrazia e diritto», 2, 2016, pp. 15-25.

22
tuzionali sulla redistribuzione della ricchezza», sancendo ad esempio la «crescita del-
la progressività delle imposte» e applicando queste ultime con aliquota del «70/90%
a redditi ultramilionari»63. Crisi dei diritti sociali e crisi della Costituzione marciano
insieme64. La Costituzione del ’48 rappresenta l’esito di un “compromesso” che rece-
pisce la funzione sociale della proprietà e costituzionalizza i diritti sociali, garantendo
così - in risposta al pericolo di un elevato tasso di conflittualità sociale - l’integrazione
subalterna del lavoro salariato nello spazio politico della cittadinanza. La sua nascita
va poi inquadrata nel contesto delle innovazioni giuridiche progressive che, fin dagli
anni ’20, hanno risposto alla sfida rappresentata dall’esistenza stessa dell’Unione So-
vietica. Con la scomparsa di questa e con la crescente affermazione in Occidente della
«lotta di classe dopo la lotta di classe» – cioè di una «lotta di classe condotta dall’alto
per recuperare i privilegi, i profitti e soprattutto il potere che erano stati in qualche
misura erosi nel trentennio precedente» dalle classi subalterne -, anche i diritti sociali
cessano a poco a poco di essere considerati una risposta necessaria65. Perché, come
sostiene con chiarezza Ugo Mattei, è venuto meno «l’incentivo del capitalismo a sem-
brare buono»66. Così, i diritti sociali declinano progressivamente e cedono il passo alla
norma individualistica della proprietà, del mercato e del capitale. Da questo punto di
vista, le recenti modifiche costituzionali ed elettorali italiane - sovradeterminate dalla
governance dell’Unione Europea e da quella finanziaria – possono essere lette come
l’ultima tappa di un percorso di spoliticizzazione tecnocratica, secondo cui gli esecuti-
vi devono possedere tutta la forza e la libertà necessaria per acconciare la società alle
regole imposte dal capitale. Compresa la regola che conduce alla mercificazione dei
diritti sociali, nella quale diventano espliciti «i nessi tra queste riforme e il dominio
quotidiano che milioni di persone subiscono ogni giorno»67. Il futuro prossimo ci dirà
se le riforme italiane avranno o meno la funzione e il valore di un test laboratoriale.

3. «Emergenza profughi» e nuovo governo dei confini


Laboratorio di una nuova declinazione europea della questione migratoria è certa-
mente stata la cosiddetta emergenza profughi: un variegato insieme di processi, spes-
so drammatici, riconfigurati mediaticamente sulla base di questo pervasivo frame.
L’«emergenza migratoria», del resto, non è affatto nuova. È anzi stata continuamente
utilizzata alla bisogna dai tanti imprenditori politici della paura che si sono affollati

63  Ibidem.
64  Sul tema cfr. il contributo di Ugo Mattei, infra.
65  L. Gallino,  La lotta di classe dopo la lotta di classe, Roma-Bari, Laterza, 2012, p. 12.
66  Cfr. U. Mattei, infra.
67  Connessioni Precarie, La nostra infrastruttura logistica, spazi metropolitani e processi transna-
zionali, in «Connessioni precarie», on line, 30 settembre 2016. Cfr. anche A. Illuminati, Magari non
vincerà, in «Dinamo Press», on line, 4 ottobre 2016.

23
sulla scena europea nel trentennio neoliberale68. A ben vedere, però, l’emergenza pro-
fughi, in atto fin dalla primavera del 2015 e determinata anche dall’inasprirsi della
guerra siriana, andrebbe meglio visualizzata come «un movimento di massa di uomini
e donne in fuga […] che ha esercitato una pressione letteralmente incontenibile sul
regime europeo di controllo dei confini»69. Si è trattato, infatti, di un movimento che
rimettendo in discussione quel regime ha in un certo senso sfidato l’assetto costitu-
ito dello spazio politico europeo. Lo ha fatto con «lotte di confine» che, mettendo in
gioco i corpi e le vite in modo auto-organizzato, si sono rivelate capaci di praticare
materialmente il «rifiuto di tornare indietro», rivendicando al contempo il «diritto ad
attraversare i confini [e] ad avere accesso in Europa»70.
Questa grande sfida all’assetto dei confini d’Europa, affiancata dalle mobilitazioni e
dalle manifestazioni di solidarietà che spesso si sono opposte alla «moltiplicazione
delle Lampeduse d’Europa» - da Ventimiglia a Calais, da Budapest a Vienna, negli stadi
tedeschi ed oltre - portava in sé il germe di una concezione più democratica dello spa-
zio politico europeo71. Alludeva cioè alla potenzialità di un’altra Europa, finalmente
capace di praticare un allargamento differente da quelli fin qui attuati sulla base degli
assiomi ordoliberali presenti nei Trattati, soprattutto verso Est.
L’esercizio del «diritto di fuga» praticato da migranti e profughi avrebbe richiesto,
come soluzione adeguata e necessaria, un allargamento «imposto dagli eventi nel con-
testo di uno “stato di eccezione”»72. Ad utilizzare questo concetto gravido di pericoli è
stato recentemente Etienne Balibar. Non lo ha fatto per segnalare un’inesistente “in-
vasione”. Com’è stato sottolineato a titolo di esempio, infatti, «su quasi sei milioni di
profughi siriani l’UE ne accoglie solo il 15%, con i suoi 500 milioni di abitanti, per lo
più concentrati in Serbia e in Germania, mentre un paese come la Giordania ne acco-
glie 700mila su una popolazione di 7,5 milioni. E addirittura il Libano ne accoglie 1,3
milioni con una popolazione di 4,5 milioni di abitanti»73. Più in generale, basti pensare
che il milione di rifugiati entrato in Europa lo scorso anno rappresenta lo 0,5% della
sua popolazione. Se Balibar ha ritenuto opportuno utilizzare la categoria di «stato di
eccezione» è, allora, per tre diverse e ben precise ragioni: la prima è che uno dei pi-
lastri principali della «costituzione europea», rappresentato dal combinato disposto
tra gli accordi di Schengen e i regolamenti di Dublino, ha sostanzialmente «smesso di

68  Una logica già evidenziata con precisione in A. Dal Lago, Non persone. L’esclusione dei migranti
in una società globale, Milano, Feltrinelli, 1999, soprattutto pp. 72-75 sulla «tautologia della paura».
69  S. Mezzadra, Poscritto. 15 aprile 2016, in Id., Terra e confini, Roma, Manifestolibri, 2016, p. 46.
70  Ibidem e ivi, p. 53. Per un approccio teorico al concetto di «lotte di confine», cfr. S. Mezzadra, B.
Neilson, Confini e frontiere. La moltiplicazione del lavoro nel mondo globale, Bologna, Il Mulino, 2014,
pp. 335-342.
71 M. Tazzioli, Spazi-frontiera: la moltiplicazione delle Lampeduse d’Europa e la migrazione dei confini
europei, in «Euronomade», on line, 15 agosto 2015 e Id., The government of migrant mobs: Temporary divi-
sible multiplicities in border zones, in «European Journal of Social Theory», on line, 26 luglio 2016, pp. 1-18.
72  E. Balibar, Europe et refugiés: l’élargissement, in Id., Europe, crise et fin?, cit., p. 158. Per un ap-
proccio teorico ormai classico al tema, del diritto di fuga cfr. S. Mezzadra, Diritto di fuga. Migrazioni,
cittadinanza, globalizzazione, Verona, ombre corte, 2006.
73  T. Perna, L’età della grande reclusione, in «Il manifesto», 25 ottobre 2016.

24
funzionare»; la seconda è che - come e più delle politiche d’austerità - la nuova crisi
migratoria «sta spezzando il consenso almeno apparente sui “valori” costitutivi dello
stato democratico», e sta generando «una messa a confronto dell’Europa con se stes-
sa, suscettibile […] di assumere forme violente»; la terza ragione è che la questione
migratoria si intreccia inestricabilmente a quella vera e propria «guerra civile gene-
ralizzata - in parte causata e costantemente aggravata da interventi esterni» - che si
estende dall’Afghanistan all’Africa del Nord, trova il suo epicentro attuale in Siria ed
Iraq e «costituisce la fonte principale dell’afflusso dei rifugiati»74.
Questa terza ragione permette di aprire una parentesi sulla sovradeterminazione
bellica delle dinamiche fin qui discusse. Come si sa, molte forze populiste europee
hanno cavalcato l’“emergenza profughi” ricollegandola abusivamente al terrorismo
di matrice islamista. Le retoriche emergenzialiste ed eccezionaliste che ne sono sca-
turite hanno occultato un dato di fatto: quel terrorismo rappresenta la ricaduta asim-
metrica, nello spazio politico e sociale europeo, di una «guerra globale» che si dà oggi
come l’esito di una «catastrofe geopolitica del Nord Africa, del Corno d’Africa, del Vi-
cino oriente, del Medio oriente»75. La guerra globale in corso fu avviata mentre l’or-
dine bipolare incentrato sull’equilibrio del terrore volgeva al termine e fu promossa
nel nome di un ipotetico “nuovo ordine mondiale”. Uno dei suoi principali errori fu
quello di rimuovere la radicale incertezza dei fatti bellici diagnosticata dal barone von
Clausewitz. Fondata sulle garanzie di vittoria offerte dall’applicazione degli sviluppi
ipertecnologici e digitalizzati all’arte della guerra - che permettevano di aggirare l’o-
stilità dell’opinione pubblica occidentale nei confronti dell’invio di forze di terra -, la
profezia di un nuovo ordine mondiale si è rivelata ben presto un pio desiderio. E ha
lasciato spazio aperto alla disillusione degli strateghi. Com’è stato osservato, infatti, le
prepotenti vittorie ottenute con i blitz sui campi di battaglia afghani, iracheni e libici si
sono rapidamente convertite in un «fiasco sanguinoso»: «una sconfitta politico-mili-
tare che ha scatenato in situ il disastro del Medio-Oriente, senza risparmiare il mondo
libero venuto ad apportargli i suoi valori in uno strano remake del Dottor Stranamo-
re»76. La cosiddetta War on Terrorism di George W. Bush e dei suoi alleati occidentali
- che mascherava il progetto dell’egemonia statunitense nel mondo chiaramente leg-
gibile in un importante documento programmatico della Casa Bianca77 - può essere
considerata infatti una delle principali cause dell’avanzata del fondamentalismo
armato in Asia, in Africa e in Europa.
Alessandro Dal Lago ha recentemente parlato di «venticinque anni di errori» cul-

74  E. Balibar, Europe et refugiés, cit., pp. 159-161.


75  C. Galli, Democratizzare la democrazia, cit. Sul concetto di guerra globale cfr. Id, La guerra globale,
Roma-Bari, Laterza, 2002. Per l’informazione sulle guerre recenti cfr. i tanti articoli di Alberto Negri
leggibili sul sito de «Il Sole 24 ore».
76  E. Alliez, M. Lazzarato, Introduction. À nos ennemis, in Ead., Guerres et Capital, Paris, Éditions
Amsterdam, 2016, p. 27.
77  The White House, The National Security Strategy of the United States of America, United States
Governement Printing Office Washington (DC), settembre 2012. Per un’analisi del documento, cfr. A.
Dal Lago, Pacifismo pratico. Sun Tzu e il terrorismo, Genova, Il Melangolo, 2016, pp. 14 e ss.

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minati nella polveriera siriana, dove - sullo sfondo della guerra civile sorta in seguito
alle rivolte popolari del 2011 - si affrontano i principali attori internazionali a difesa
dei propri interessi materiali, compreso l’autoproclamato Stato Islamico78. In Siria la
guerra globale offre l’«ultimo esempio (per il momento) del caos strategico, politico
e militare globale seguito alla fine del bipolarismo e, in fondo, alla guerra del Golfo
del 1991»79. La guerra globale in corso può essere interpretata come l’esito di una
gara tra «competitori ciechi» che, dalla caduta del muro di Berlino in poi, prolungano
l’imperialismo ottocentesco scontrandosi in modo scomposto «per il controllo delle
risorse energetiche e delle materie prime (a partire dal petrolio, dal gas e dall’acqua)
e per l’influenza geopolitica»80. Questa gara scomposta mostra oggi espressamente il
fallimento di uno pseudo-ordine global-capitalistico che genera continuamente nuo-
vi confini, muri, stati d’eccezione e guerre. Quello pseudo-ordine si dà oggi a vedere
come una «catastrofe» determinata «dalle politiche delle potenze occidentali e delle
potenze regionali, che hanno destabilizzato equilibri precarissimi […] nati poco dopo
la fine della Prima guerra mondiale»81. Equilibri e confini tracciati a tavolino – si pensi
solo agli accordi Sykes-Picot del 1916 – che sono in sé corresponsabili della catastrofe
geopolitica sotto gli occhi di tutti.
Quest’ultima produce poi materialissimi effetti anche sulla società europea, già col-
pita dall’impoverimento. Da una parte, infatti, la espone alla possibilità di essere col-
pita da efferati atti di guerra asimmetrica negli spazi della propria vita quotidiana
e ribadisce così che la guerra globale è quella condizione in cui «tutto può capitare
ovunque in qualsiasi momento»82. Ogni popolazione, cioè, può essere repentinamente
ricacciata in una condizione simile a quella dell’hobbesiano stato di natura. D’altra
parte – lo si è detto - il divenire globale della guerra genera crescenti flussi di profughi
presentati come invasori dal populismo dilagante, che può così gettare carburante
«sulla paglia infiammabile della povertà e della frustrazione»83. Il suo intento è quello
di favorire la chiusura degli spazi democratici residuali, oltre che quella molto mate-
riale dei confini. Dribblando la formidabile complessità di questa catastrofe geopoliti-
ca e geoeconomica, il discorso populista fa del terrorismo e delle migrazioni due facce
della stessa medaglia, materializzando nel migrante-terrorista la figura più ovvia del
nemico interno. Del resto, da sempre il gioco degli imprenditori politici della paura
consiste nell’alimentare l’insicurezza, il disorientamento e il risentimento antipolitico
da cui poi potrà essere tratto consenso politico. Oggi quote crescenti di popolazione
che fino a qualche tempo fa godevano di maggiore sicurezza sociale inclinano a se-
guire questa narrazione regressiva, che fornisce una spiegazione adeguata e perversa

78  Ivi, p. 7.
79  A. Dal Lago, Pacifismo pratico, cit., p. 10.
80  Ivi, p. 17.
81  C. Galli, Democratizzare la democrazia, cit.
82  Id., Europa: linee di frattura e punti esplosivi, cit.
83  Id., Democratizzare la democrazia, cit. Sul populismo cfr. infra i contributi di Mario Pezzella, che
ne indaga la razionalità e le componenti spettacolari, e di Damiano Palano, che ne ripercorre la vicen-
da storico-concettuale e ne problematizza gli aspetti politici.

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della crisi economica e delle istituzioni statali. Così, alle linee di frattura tracciate dalla
disuguaglianza economica si aggiungono quelle generate dalla paura del terrore: un
connubio di contraddizioni che può «destrutturare e fare esplodere ogni spazio poli-
tico, sia europeo sia statale»84.

A un simile “stato di eccezione” – tornando alla ipotesi di Balibar – si sarebbe dovuto


rispondere con un allargamento non territoriale ma demografico: «uomini, donne e
bambini “senza Stato”» avrebbero dovuto essere accolti nella cittadinanza europea
con «unità, solidarietà, ospitalità»85. In altri termini, la Commissione europea avrebbe
dovuto fronteggiare lo stato di eccezione migratorio dichiarando uno «stato di ur-
genza umanitario»86. Realizzando, cioè, un allargamento «essenzialmente umano [e]
morale» - e proprio per ciò politico -, capace di ridefinire l’ Europa nell’ «idea che ha
di se stessa fino agli interessi che difende e agli obiettivi che si pone»87. Lo stato di
urgenza umanitario evocato da Balibar somiglia molto al «vero stato di eccezione»
di cui parlava Walter Benjamin nell’ottava delle sue Tesi sul concetto di storia88. Se «la
tradizione degli oppressi insegna che lo “stato d’eccezione” in cui viviamo è la regola»
– sosteneva il filosofo tedesco -, il nostro compito è quello di «suscitare il vero stato
d’eccezione, migliorando così la nostra posizione nella lotta contro il fascismo»89. Allo
stesso modo, per Balibar, contrastare il ritorno dei nazionalismi e l’ascesa di nuove
forme di fascismo europeo significa allestire al più presto uno stato di urgenza uma-
nitario. Solo questo potrebbe infatti iniziare a «scardinare il continuum della storia»
del dominio europeo90. A partire dal lungo e necessario lavoro di archiviazione del
continuum delle politiche migratorie che, da decenni, sanciscono la regola dello stato
di eccezione per chi migra in Europa. Da sempre sui migranti si pratica infatti una vera
e propria «chirurgia sociale», che coniuga l’«inclusione differenziale» dei migranti la-
boriosi nell’ordine produttivo (anche attraverso processi di clandestinizzazione) con
il respingimento, il contenimento, la dissuasione di quelli ritenuti eccedenti e perico-
losi91.
Uno stato di urgenza umanitario avrebbe forse permesso di pensare e di avvia-
re altre politiche, capaci di iniziare a «pagare il debito concreto che i paesi europei
hanno [storicamente] contratto verso le popolazioni che il colonialismo europeo ha
impoverito»92. Com’è noto, invece, l’Europa realmente esistente ha risposto in modo

84  Id., Europa: linee di frattura e punti esplosivi, cit.


85  E. Balibar, Europe et refugiés, cit., p. 158 e 174.
86  Id., Le «frontiere  d’Europa» e la «sfida migratoria», in «Alternative per il socialismo», 38, 2016, p.
81.
87  Id., Europe et refugiés, cit., p. 158.
88  W. Benjamin, Sul concetto di storia, Torino, Einaudi, 1997, p. 33.
89  Ibidem.
90  Ivi, p. 48.
91  Per il concetto di inclusione differenziale cfr. S. Mezzadra, B. Neilson, Confini e frontiere, cit., pp.
201-212. Per il concetto di chirurgia sociale, cfr. S. Palidda, Criminalisation et «guerre aux migrations»,
in «Homme et migrations», 1241, 2003, p. 45.
92  F. Berardi Bifo, A che punto è la notte europea?, in http://comune-info.net/, on line, 25 settembre

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ben diverso alla sfida mossa da profughi e migranti. La via verso il saldo del «debito
concreto» è apparsa barrata. Per assenza di volontà politica, certamente, ma anche
per assenza di mezzi economici: l’obbligo per i singoli paesi di risarcire il «debito
astratto», quello formalizzato nel Fiscal Compact, sancisce infatti la subalternità dei
governi nazionali, dei popoli e del sociale alle esigenze del sistema finanziario93. In
altri termini, anche in questa occasione l’Europa si è mostrata incapace di fare i conti
con una vicenda che affonda le proprie radici nel passato imperialista e nella barba-
rie praticata a più riprese negli spazi extra-europei. Del resto, come sottolinea Mario
Pezzella, «i nostri regimi parlamentari e le nostre vite psichiche sono stati costruiti
sull’oblio o il distoglimento dalla barbarie che noi europei abbiamo praticato ovunque
nel mondo e infine al centro del nostro stesso continente»94. Colonialismo e genocidi
sono stati, infine, relegati al rango di semplici «deviazioni criminali»95.
Impaurita e spaccata sul tema delle “quote” di rifugiati da ricevere, l’Europa reale
ha risposto alla sfida in modo seccamente regressivo. I suoi Stati hanno proceduto
all’innalzamento di barriere in modo scomposto e in ordine sparso. Nessuna politica
comune per l’accoglienza, nessuna autorità in grado di darle seguito. Oggi l’Europa
è molto più simile ad un luogo «ove si compete per respingere il massimo possibile
di profughi verso il territorio del confederato più vicino», che a uno in cui si rifletta
seriamente sulla loro accoglienza e il loro inserimento socio-economico96. Di fronte ai
migranti forzati, esclusi come ha scritto Hanna Arendt dalla «trinità nazionale di po-
polo territorio e Stato» e dal «diritto di avere diritti» (o se si vuole dal «diritto di ogni
individuo ad appartenere all’umanità»97), è scattata la gara a chi sapeva difendere me-
glio il proprio territorio, adottando rigide politiche di sicurezza e magari schierando
l’esercito98. E un po’ ovunque si sono scatenati neo-nazionalismi aggressivi di ogni
sorta99. Con qualche sorpresa per i fan del civilissimo nord europeo, quando il Par-
lamento danese ha approvato una riforma della normativa sull’asilo e la protezione
internazionale che permette di confiscare legalmente i beni personali dei migranti,
a compensazione dei costi per la loro assistenza: somma minima confiscata 10.000
corone (1.340 euro)100. Qualcosa di molto simile a quello che il sociologo Abdema-
lek Sayad chiamava la «doppia pena del migrante»101, secondo la quale – sintetizza
Alessandro Dal Lago – «loro non sono come noi e, se vogliono vivere tra noi, devono

2016.
93  Ibidem. Su ciò cfr. anche Id., La nonna di Schӓuble, cit., soprattutto pp. 9-38 e pp. 141-162.
94  M. Pezzella, infra.
95  Ibidem.
96  A. Giustiniano, Paura, intolleranza e razzismo. Intervista ad Anna Maria Rivera, in «Philosophy
Kitchen. Rivista di filosofia contemporanea», on line, gennaio 2016.
97  H. Arendt, Le origini del totalitarismo, Torino, Edizioni di Comunità, 1999, p. 324 e p. 413.
98  Sulla razionalità delle politiche di sicurezza dell’Unione Europea cfr. il contributo di Tamar Pitch,
infra.
99  A. Giustiniano, Paura, intolleranza e razzismo, cit.
100  Una legislazione simile esiste in Svizzera, in Baviera e nel Baden-Wuerttemberg.  
101  A. Sayad, La doppia pena del migrante. Riflessioni sul pensiero di Stato, in «Aut aut», 275, 1996, su
cui F. Raimondi, Migranti e Stato. Riflessioni sul «pensiero di Stato», Verona, ombre corte, 2016.

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pagare pegno. Non solo stranieri, ma anche tenuti sotto il tallone»102. Insomma, profu-
ghi e migranti devono essere scoraggiati in modo esemplare.
Come ha osservato la sociologa statunitense Saskia Sassen, la risposta europea ha
seguito in fondo una razionalità molto semplice: quella che consiste nel «reinstallare
i confini e costruire muri in cima ai vecchi confini»103. Confini e muri sono sorti, così,
tanto sul margine esterno dell’Unione - Lesbo, Idomeni – quanto negli spazi ad essa
interni, ad esempio a Calais, lungo la rotta balcanica o intorno alle «stazioni di molte
metropoli»104. Si è trattato, e si tratta, di una risposta emergenziale che non ha solo
rimesso in discussione il principio della libera circolazione delle persone all’interno
dello spazio Schengen, ma ha anche spinto con forza verso una «rinazionalizzazione
della politica europea»105. Una simile politica non allude però a un superamento del
neoliberalismo economico – come vorrebbero i teorici sovranisti -, ma più verosimil-
mente a una sua perniciosa combinazione con i nazionalismi106. Dalla quale sta emer-
gendo, con ogni probabilità, un dispositivo di governo della mobilità che irrigidirà
ulteriormente le gerarchie sociali della cittadinanza europea, ponendo al contempo
«le condizioni per un’intensificazione dello sfruttamento»107.
Nonostante le spettacolari tensioni tra paesi, anche relative al fatto che «la Germania
mira ad accaparrarsi i lavoratori più qualificati lasciando agli altri Stati d’Europa una
forza lavoro destinata a competere con quella locale, già sottopagata e in lotta per un
salario», lo sfruttamento del lavoro migrante sembra restare l’obiettivo condiviso al
centro dell’intero dispositivo europeo108. Anche in condizioni eccezionali, per le élite
neoliberali europee perseguire questo obiettivo significa porsi il problema di «dare
ordine a un movimento inarrestabile, massimizzandone il potenziale di profitto»109.
Significa, cioè, «gestire un bacino europeo di forza-lavoro che non è unificato da regole
comuni e omogenee, ma a partire dal governo dei flussi»110. In tempi di crisi aggravata
bisogna stringerne al massimo le maglie, certo, ma il confine deve pur sempre funzio-
nare come un setaccio. Un setaccio che lascerà filtrare la forza-lavoro occorrente, da
imbrigliare poi laddove sarà necessaria. Come ha osservato Wendy Brown, del resto, i
nuovi muri somigliano a «dighe, costruite per regolare più che per bloccare i flussi»111.

102  A. Dal Lago, La doppia pena del migrante, in «Il Manifesto», 23 gennaio 2016, che aggiunge
sarcastico: «la Danimarca partecipa attivamente ai bombardamenti della Siria – cioè prima dice di
bombardare l’Isis per sconfiggere il fondamentalismo e poi impone i balzelli a chi scappa dall’Isis. Un
miracolo di logica».
103  M. Dotti, Europa 2016: il ritorno dei muri. Intervista a Saskia Sassen, in «Vita», on line, 1 marzo
2016. Cfr. anche A. Rivera, Ci mancava il muro di Calais …, in «Micromega», on line, 13 settembre 2016.
104  S. Mezzadra, Poscritto, cit., p. 45
105  Ivi, p. 52.
106  Ivi, p. 52.
107  Ibidem.
108  Connessioni Precarie, L’Europa anche fuori dall’Europa: salvare i confini, governare la mobilità,
in «Connessioni precarie», on line, 17 novembre 2015.
109  Ibidem.
110  Ibidem.
111  Cfr. W. Brown, Stati murati. Sovranità in declino, Roma-Bari, Laterza, 2013.

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È quindi proprio di una nuova modalità del governo dei flussi che continuano regolar-
mente ad occuparsi le élite nei vari summit internazionali sulle migrazioni, tentando
di «produrre, a partire da flussi ingovernabili, soggetti mobili governabili»112.
A Malta, dove l’11 e il 12 novembre 2015 si sono incontrati i leader africani ed euro-
pei, sono state infatti ribadite le linee fondamentali dell’intervento concordato: «ester-
nalizzare le frontiere, legare la libertà di movimento all’interno dell’Europa all’irrigidimen-
to del governo dei confini esterni, cooptare i paesi di origine dei migranti»113. Non stupisce
allora che nei confronti dell’Unione africana sia stato istituito un fondo di emergenza
di 1.8 miliardi di euro all’insegna del principio: «meno collaborazione sui rimpatri e sul
pattugliamento dei confini, meno aiuti»114. Si tratta di obiettivi confermati al summit dei
capi di Stato e di governo europei di Bratislava il 16 settembre 2016, dove alla linea
della progressiva chiusura e dell’«aumento dei controlli alle frontiere» si è aggiunta
un’intesa «nel segno della continuità dell’accordo con la Turchia»115. Lo scopo è quello
di ridurre progressivamente a zero i flussi, grazie ad ulteriori accordi con paesi terzi
«per rimpatriare le persone e per impedire loro di partire»116. Il processo di deterri-
torializzazione dei confini, che si caratterizza per «lo spostamento di funzioni tipiche
del controllo dei confini ben al di là della linea di confine», continua così a fare parte
integrante del nuovo regime di governo delle migrazioni117. Lo attesta in modo esem-
plare proprio il recente accordo con il governo “democratico” di Erdogan. L’accordo
punta a fare della Turchia il gendarme d’Europa, appaltandole il compito di contenere
i flussi di migranti e profughi dal di fuori dei confini dell’Unione. Il tutto per 3 miliar-
di di euro, con l’aggravante di legittimare l’arrogante nazionalismo del regime turco.
L’emergenzialismo istituzionale con cui l’UE ha reagito alla crisi del regime europeo
dei confini e della mobilità migratoria ha preso anche altre strade, concretizzandosi
in operazioni molto mediatizzate - un po’ militari un po’ umanitarie - come Mare No-
strum, Triton, Eunafvor Med118. Si è però accuratamente evitato di fronteggiare le vere
cause del fenomeno. Cause che Saskia Sassen attribuisce alla normale dinamica di un
capitalismo globalizzato estrattivo governato da «formazioni predatorie» che - oltre a

112  D. Panagiotidis, V. Tsianos, How to Do Sovereignty without People? The Subjectless Condizion of
Postliberal Power, in «Boundary 2: International Journal of Literature and Culture», 1, 2007, p. 82.
113  Connessioni Precarie, L’Europa anche fuori dall’Europa, cit.
114  Ibidem.
115  F. Miraglia, A Bratislava l’inizio della fine dell’Unione europea, in «Il manifesto», 25 settembre
2016.
116  Ibidem. La novità di Bratislava è semmai che, dopo le recenti sconfitte alle elezioni amministra-
tive ad opera della destra radicale, anche la cancelliera Angela Merkel sembra inclinare verso solu-
zioni di maggior chiusura, dopo che per un po’ – scoprendo di colpo la questione dei profughi siriani
– aveva propugnato «una politica di ingressi selettivi guardando soprattutto al mercato del lavoro
interno e alla spinta verso un’indiscussa primazia in Europa». F. Gambino, Quello che succede in Africa
non può più essere contenuto in Africa, in «Connessioni precarie», on line, 17 settembre 2015.
117  S. Mezzadra, Confini, migrazioni, cittadinanza, in «Scienza & Politica», 30, 2004, p. 91. Sul tema,
cfr. anche E. Rigo, Europa di confine. Trasformazioni della cittadinanza nell’Unione allargata, Meltemi,
Roma, 2007.
118  Ivi, p. 48.

30
generare nuove guerre - istituzionalizza «la logica dell’espulsione»119.
Per inciso, secondo Sassen le formazioni predatorie non corrispondono affatto alle
élite predatorie, magari prettamente finanziarie. Sono invece «formazioni complesse
che assemblano una varietà di elementi: élite, capacità sistemiche, mercati, innova-
zioni tecniche (di mercato e finanziarie) abilitate dai governi»120. Ne consegue che gli
Stati nazionali non possono essere intesi come vittime della mondializzazione capi-
talista. Al contrario, essi sono tra i suoi principali attori. Grazie alla globalizzazione
hanno infatti «ottenuto un particolare, nuovo tipo di potere […]: sono loro a istituire
le politiche, ad articolare i trattati commerciali e di investimento che sostengono le
corporation»121. Anche loro, cioè, partecipano ad allestire i dispositivi di governo che
alimentano su scala globale il capitalismo estrattivo e pongono implacabilmente in es-
sere la logica dell’espulsione. I profughi sono solo alcuni tra i milioni di esseri viventi
espulsi da un sistema che registra un «crescente numero degli indigenti; degli sfollati
nei paesi poveri ammassati nei campi profughi formali o informali; dei discriminati
e perseguitati nei paesi ricchi depositati nelle prigioni; dei lavoratori i cui corpi sono
distrutti dal lavoro e resi superflui a un’età troppo giovane; della popolazione attiva
considerata in eccesso che vive nei ghetti e negli slum»122. Ma anche nelle zone rurali
del Midwest o nei centri deindustrializzati della Rust Belt, dove vive parte conside-
revole di quei sette milioni di statunitensi maschi fra i 25 e i 54 anni che non hanno
un lavoro e che hanno ormai rinunciato anche a cercarlo123. Si tratta di persone «con
difficoltà fisiche, problemi di alcool o di droga, che vivono dei miseri assegni della So-
cial Security, di lavoretti occasionali, dell’aiuto di parenti e amici»: persone espulse
appunto da un capitalismo estrattivo incentrato sulla finanziarizzazione e sulla de-
localizzazione; persone che in elevata percentuale – come si sa - sono state sedotte,
alle ultime elezioni statunitensi, da Donald Trump e dalle sue promesse di ritorno alla
grandezza, alla prosperità124.
È su queste quote di umanità che sembra trovare la propria maggiore conferma
quella che Heiner Müller considerava provocatoriamente la più sinistra vittoria postu-
ma di Hitler: contro la massima comunista «o tutti o nessuno» – affermava il dramma-
turgo tedesco nel 1995 -, «Hitler oppose la massima: per tutti non basta. Hitler andò al
nocciolo della questione già nel suo discorso all’Associazione degli Industriali nel 1932
– chiosa Müller: lo standard di vita della razza bianca può essere garantito solamente
abbassando quello delle altre razze. La selezione è sempre il principio cardine degli
Stati industrializzati. Su questo aspetto Hitler ha vinto»125. Come è stato recentemen-

119  S. Sassen, Espulsioni. Brutalità e complessità nell’economia globale, Bologna, Il Mulino, 2015, p. 7.
120  G. Battiston, Le nuove logiche del capitalismo predatorio. Intervista a Saskia Sassen, in «Microme-
ga», on line, 4 novembre 2015.
121  Ibidem.
122  Ibidem.
123  Cfr. A. B. Krueger, Where Have All the Workers Gone?, on line, 4 ottobre 2016.
124  F. Tonello, Trump #1–Il fascismo americano, in «Alfabeta 2», on line, 13 novembre 2016.
125  Il discorso di Müller è citato da Peter Sloterdijk in un intervento senza titolo contenuto in  M.
Jongen, (a cura di), Il capitalismo divino: colloquio su denaro, consumo, arte e distruzione, Milano, Mi-

31
te osservato, questa vittoria viene celebrata ad ogni «operazione di downsizing della
cittadinanza, magari compiuto in nome di spettrali esigenze di rigore e redditività»126.
Esigenze che la nuova versione autoritaria del capitalismo non soddisfa più utilizzan-
do il linguaggio «manifestamente sanguinoso dei plotoni di esecuzione», ma pratican-
do quello «esangue e fintamente neutrale della “scienza economica”»127. A una simile
“scienza”, che finisce per ridurre la vita al valore di scambio, si indicizzano anche le
politiche dell’Unione Europea, che perdono così la capacità di inquadrare i processi
migratori da un punto di vista umano e solidale. È in questa temperie che cresce la
propensione ad appoggiare le promesse di respingimento ed espulsione provenienti
dalle destre populiste. E la prima preoccupazione dei cittadini europei sembra diven-
tare la conservazione dei presunti privilegi sulla maggioranza dei viventi. È come se
si fosse persa la capacità di «tornare a vedere con gli occhi ciò che abbiamo sotto gli
occhi»128. E cioè che l’Europa sta gettando centinaia di migliaia di singolarità, nomi,
vite, vissuti «nel grande calderone dei “migranti”, morti anche nella ridda dei numeri
e delle statistiche»129.
Così, all’insegna dell’emergenzialismo, del sicuritarismo e dell’oblio della propria
stessa memoria migratoria, quello che sta prendendo forma in Europa è un gigantesco
fenomeno di «occultamento dei corpi migranti»130. Occultamento che, secondo Raffae-
le Salinari, si connota come «uno dei dispositivi fondanti di questa fase biopolitica» e
ne incarna il risvolto necropolitico131. Come attesta il Missing Migrants Project, infatti,
al settembre 2016 «i migranti morti e “dispersi” su scala mondiale sono stati 4.310, di
questi ben 3.226 erano diretti in Europa»132. Si tratta del 74, 8% del totale delle vitti-
me di migrazioni su scala planetaria. La logica necropolitica del confine e delle espul-
sioni è ben riassunta da questi crudi dati. A questa logica, così come allo sfruttamento
biopolitico che la completa, sembrano resistere le donne e gli uomini che sui confini
d’Europa promuovono, coniugandoli, solidarietà e conflitto. Nelle «lotte di confine»
di queste minoranze c’è l’indicazione da seguire per restituire un volto e un’identità
irripetibile a chi fugge gli effetti materiali della globalizzazione e delle sue guerre. A
chi è capace di vedere, queste lotte mostrano oggi il cammino da cui poter avviare la
rifondazione della democrazia in Europa.

mesis, 2011, p. 80.


126  G. Bonaiuti, Cittadini della catastrofe. Nota su A. Simoncini (a cura di), Una rivoluzione dall’alto. A
partire dalla crisi globale, in «Tysm. Philosophy and social criticism», on line, 20 giugno 2012.
127  Ibidem.
128  R. K. Salinari, Il nostro futuro nelle vite chiamate «migranti», in «Il Manifesto», 13 ottobre 2016.
129  Ibidem.
130  Ibidem.
131  Ibidem.
132  Cfr. A. Rivera, Ci mancava il muro di Calais, cit.

32
4. Sincronizzazione, postdemocrazia, pseudodemocrazia

Alla grave crisi della democrazia si è già accennato con l’esempio del caso italiano. Si
è detto del passaggio a una «democrazia decidente», collegato alla recente proposta
(sottoposta a referendum) di riforma costituzionale in Italia133. Occorre aggiungere
che già prima di queste riforme il Parlamento era sostanzialmente svuotato del suo
potere, come attesta il massiccio ricorso a maxiemendamenti, decretazioni di urgen-
za, questioni di fiducia. Da tempo il Parlamento non rappresentava più un vincolo
credibile all’azione dell’esecutivo. Quest’ultimo, invece, era già saldamente collocato
al centro della vita politica nazionale. E da molto tempo i partiti avevano perso la loro
capacità rappresentativa. Da almeno tre decenni, poi, la politica italiana viene schiac-
ciata sulla figura di leader dall’appeal più o meno carismatico. Non stupisce quindi
che la politica che viene costituzionalizzi la crisi terminale dei principi e delle struttu-
re della democrazia parlamentare, proseguendo l’attacco simultaneo alla partecipa-
zione, al lavoro e ai diritti sociali. È in fondo proprio questo che viene oggi richiesto
«per governare le società del neoliberismo avanzato e sempre più affaticato»134.
È a questo stesso scopo che lo Stato – e non certo solo quello italiano - va sempre
più riconfigurandosi come strumento tramite cui sincronizzare i tempi della politica
a quelli del mercato e della finanza globale. Com’è stato sostenuto, la democrazia
rappresentativa tende a collassare «sotto i colpi del martello della sincronizzazio-
ne»135. La temporalità economica del mercato globale «impone la velocità del pro-
cesso decisionale democratico», dichiarando superata la sua lentezza (in altri tempi
ritenuta necessaria)136. La politica deve essere compatibile con la «velocità e le neces-
sità del capitale», risultando capace di decidere rapidamente facendo fronte a sempre
nuovi presunti «stati di eccezione»: la crisi del debito pubblico, l’emergenza profughi,
il terrorismo islamista, le guerre (umanitarie, per i diritti umani, per l’esportazione
della democrazia)137. In altri termini, i dispositivi del capitalismo globale spingono ver-
so una modificazione sostanziale della forma della politica e della natura dello Stato.
Quest’ultimo va reso «rapidamente adeguato al comando delle potenze economiche
dominanti» e va liberato «dai lacci (tali sono oggi considerati) del parlamentarismo»138.
L’esecutivo rischia così di diventare «un esecutore», e chiunque riesca a impossessar-
sene potrà farne uso. Questo vale anche per qualsiasi movimento populista che risulti
in grado di affermarsi elettoralmente «raccogliendo in chiave sciovinista e razzista la

133  Del resto si può concordare con chi sostiene che non si potrà interrompere un processo di
lungo periodo come il rafforzamento degli esecutivi (e tanto meno la «rivoluzione dall’alto» in corso),
dando una semplice «spallata al governo attraverso un referendum, un’elezione o una manifestazione
stagionale». Connessioni precarie, La nostra infrastruttura logistica, cit.
134  C. Galli, La «nuova democrazia» di Renzi, cit.
135  M. Tomba, Scontro fra temporalità: capitale, democrazia e piazze, in «Tysm», on line, 4, 2013.
136  Ibidem.
137  Ibidem.
138  M. Pezzella, No, in «Il Ponte», on line, 30 settembre 2016.

33
protesta contro la crisi e le forze economiche che l’hanno prodotta»139.
D’altro canto, la crisi economica è stata il principale fattore di accelerazione e legitti-
mazione della sincronizzazione tra tempi della politica e tempi del mercato140. La crisi
dei debiti pubblici del 2011 è stata infatti presentata come uno stato di eccezione. La
si è messa in scena come un ostacolo che poteva essere superato solo adottando stru-
menti rapidi di decisione e un «diritto europeo dell’emergenza», la cui consacrazione
– lo si è visto sopra - è avvenuta con l’adozione del Fiscal Compact e del Meccanismo
europeo di stabilità141. Se la rivoluzione dall’alto di cui si è detto è giunta a corona-
re nei fatti la controrivoluzione neoliberale in atto da quattro decenni, lo si deve in
buona misura al fatto che la crisi è stata rappresentata – e continua ad esserlo - come
eccezione da normalizzare a tutti i costi. Il rilancio amplificato delle misure di auste-
rità ha così permesso di continuare la lunga marcia di un neoliberalismo ormai quasi
assoluto, sciolto cioè da ogni vincolo politico e democratico.
L’austerità svolge una funzione di primo piano nell’estrazione di valore dal corpo
vivo delle popolazioni e nel suo trasferimento alla rendita finanziaria. In nome del
rientro dal debito, infatti, gli Stati si impegnano a drenare quote immani di risorse
da trasferire ai creditori. In questo senso, l’austerità non è che l’ultima tappa di un
processo pluridecennale dal chiaro segno di classe che ha visto il capitale finanziario
diventare sempre più capace di comandare sulla produzione e sul sociale. Fin dalla
risposta alla crisi di redditività degli anni ’70, il capitalismo neoliberale ha cercato
di riaprire il meccanismo estrattivo di quella che Marx ha chiamato «la cosiddetta
accumulazione originaria»142. Nel farlo, ha attaccato il principio di progressività fisca-
le e quello di uguaglianza, i sindacati e il diritto del lavoro, i livelli salariali e lo Stato
sociale. Intanto il capitalismo si faceva «bio-cognitivo»143. Diventava, cioè, sempre più
capace di estrarre valore dalle componenti affettive, relazionali, linguistiche, coope-
rative del lavoro - in una parola dall’ “anima” e dal bìos144. La crisi esplosa nel 2008

139  Ibidem.
140  Sulla recente crisi si sofferma Piero Bevilacqua nel suo contributo infra. Per un approfondimen-
to cfr Id., Il grande saccheggio. L’età del capitalismo distruttivo, Roma-Bari, Laterza, 2011.
141  Cfr. G. Allegri, G. Bronzini, Sogno europeo o incubo?, pp. 24-29.
142 K. Marx, La cosiddetta accumulazione originaria, in Id. Il capitale. Critica dell’economia politica,
Roma, Editori Riuniti, 1973, Libro primo, cap. XXIV. Sulla persistenza dell’accumulazione originaria
nel tempo presente, cfr. almeno M. Tomba, Forme di produzione, accumulazione, schiavitù moderna,
in D. Sacchetto, M. Tomba, La lunga accumulazione originaria. Politica e lavoro nel mercato mondiale,
Verona, ombre corte, 2008; S. Mezzadra, Attualità della preistoria. Per una rilettura del Capitale, in
Id., La condizione postcoloniale Storia e politica nel presente globale, Verona, ombre corte, 2008 e A.
Zanini, Il riproporsi dell’ursprung. Una nota su accumulazione originaria, sussunzione formale e reale,
in «Millepiani», 37-38, 2011.
143  Cfr. il contributo di Andrea Fumagalli, infra e Id., The concept of life subsumption of labour to
capital: towards the life subsumption in bio-cognitive capitalism, in E. Ficher, C. Fuchs (eds.), Recon-
sidering value and labour in the digital age, London, Palgrave-Mc Millan, 2015; Id, Scenari dalla crisi
globale: 2008-2014. Nuovi paradigmi della governance imperiale e della valorizzazione capitalistica, in
«Effimera», on line, 2 dicembre 2014.
144  Sul tema, tra gli altri, cfr. F. Berardi Bifo, L’ anima al lavoro. Alienazione, estraneità, autonomia,
Roma, DeriveApprodi, 2016; C. Marazzi, Il posto dei calzini. La svolta linguistica dell’economia e i suoi
effetti nella politica, Torino, Bollati Boringhieri, 1999; P. Virno, Scienze sociali e «natura umana». Fa-

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ha rivelato, in modo plateale e adeguato ai tempi, il «carattere cronico e non congiun-
turale dell’accumulazione primitiva»: il fatto cioè che quest’ultima non è stata affatto
un evento storico eccezionale collocabile in secoli remoti, ma è piuttosto la norma
ricorsiva e generale del capitalismo145. Negli ultimi decenni infatti, sotto l’egida del
comando finanziario, il capitale privato ha praticato costantemente nuove enclosures.
I processi di privatizzazione del pubblico, dei beni comuni e del comune sono stati
all’ordine del giorno146.
Valga qui solo qualche esempio tra i tanti possibili: l’ondata di privatizzazioni di ser-
vizi pubblici e risorse naturali in tanti paesi del mondo (l’acqua, l’elettricità, il gas, l’i-
struzione, la salute, l’edilizia popolare, la rete); la pratica intensiva del Landgrabbing
in Africa e America Latina; lo sfruttamento sempre più massiccio di petrolio, gas, mi-
nerali, sementi da parte delle compagnie multinazionali; il rilancio dello sviluppismo
estrattivista in tanti paesi dell’ex Secondo e Terzo mondo; la massiccia messa al lavo-
ro, e a valore, della cooperazione sociale nella Sharing Economy e in dispositivi di rete
come i social network; l’appropriazione del General Intellect di marxiana memoria (o
se si vuole della conoscenza) per fini privati attraverso i diritti di proprietà intellet-
tuale147; e appunto, last but not least, la macchina del debito e dell’austerity. Anche in
questo senso, si può sostenere con Massimiliano Tomba che «gli orologi delle borse
mondiali battono il tempo delle decisioni politiche, delle modifiche costituzionali e
del ritmo di lavoro»148.
Le recenti trasformazioni della costituzione formale affiancano questi processi per
proseguirli, ridisegnando gli esecutivi come strumenti capaci di tenere il ritmo della
finanza globale e del “processo costituente” neoliberale. Non è affatto casuale che ciò
sia avvenuto in nome del valore supremo della governabilità, perché è da questo che
ha preso genealogicamente le mosse l’intera vicenda. La recente rivoluzione dall’alto,
con il suo corollario di “dittatura commissaria”, affonda infatti le proprie radici nella
risposta del capitale e degli Stati alla sfida delle lotte, dei movimenti sociali e dei tanti
processi di soggettivazione che negli anni '60 e '70 avevano rimesso in discussione dal
basso la stabilità degli equilibri costituzionali postbellici. La postdemocrazia nasce
anche come una risposta a quelle lotte, che avevano criticato materialmente i disposi-
tivi di potere-sapere della democrazia rappresentativa, insieme ai confini di razza, di
classe, di genere interni alla cittadinanza democratica149. Il testo che meglio sintetizza

coltà di linguaggio, invariante biologico, rapporti di produzione, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2003.
145  F. Raparelli, La miseria e la fonte, in «Opera viva», on line, 26 settembre 2016. Dello stesso auto-
re cfr. anche Rivolta o barbarie. La democrazia del 99 per cento contro i signori della moneta, Firenze,
Ponte alle Grazie, 2012, soprattutto pp. 47-107.
146  Sul tema Cfr. P. Dardot, C. Laval, La grande appropriazione e il ritorno dei commons, in Ead., Del
comune o della rivoluzione nel XXI secolo, Roma, Deriveapprodi, 2015, pp. 76-109. Sui beni comuni e
il loro esproprio, cfr. il contributo di Maria Rosaria Marella, infra e Id. (a cura di), Oltre il pubblico e il
privato. Per un diritto dei beni comuni, Verona, ombre corte, 2012.
147  Sul tema, cfr. ancora il contributo di A. Fumagalli, infra.
148  M. Tomba, Scontro fra temporalità, cit.
149  Cfr. S. Mezzadra, Citizenship and Social Class di Tom Marshall cinquant’anni dopo, in T. H. Mar-
shall, Cittadinanza e classe sociale, Roma–Bari, Laterza, 2002, pp. V-XXXIV.

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quella risposta è il celebre Rapporto sulla governabilità delle democrazie alla Commis-
sione Trilaterale, prefato in edizione italiana da Giovanni Agnelli150.
Il Rapporto aggiornava il vecchio odio liberale per la democrazia, inaugurandone la
stagione contemporanea. Proprio in nome della governabilità, si denunciava infatti il
sovraccarico di domande democratiche che le spinte soggettive avevano prodotto ne-
gli anni ’60 e ’70. E veniva formulata con chiarezza – anche se con linguaggio speciali-
stico - la tesi per cui agli eccessi di democrazia che rendevano “ingovernabili” i sistemi
politici occidentali, occorreva rispondere rafforzando il potere esecutivo, riforman-
do i sistemi elettorali in chiave iper-maggioritaria, riorganizzando i partiti in modo
verticale e controllando i flussi informativi. Ma anche riducendo la spesa pubblica e
conferendo nuova centralità al mercato, a cui si sarebbero dovute cedere funzioni fin
lì svolte dallo Stato. Si trattava, in altre parole, di ridurre al minimo la partecipazione
popolare, perché – come scriveva Huntington nella parte da lui redatta – «il funzio-
namento efficace di un sistema politico richiede, in genere, una certa dose di apatia
e disimpegno di certi individui e gruppi»151. La cittadinanza democratica veniva così
svuotata dei suoi aspetti sociali e limitata sul terreno politico alla sola scelta elettora-
le. La ragione di ciò non stava solo nel perseguimento della tanto conclamata gover-
nabilità, quanto nella necessità di rimuovere la concezione radicale della democrazia
messa in gioco dalle soggettività sociali insorgenti. Dalle lotte, infatti, la democrazia
veniva nuovamente determinata come un campo di una battaglia per nulla riducibile
alle sole forme classiche della Costituzione postbellica: né di quella formale né, tanto
meno, di quella materiale.
La direzione era tracciata. E nei decenni successivi, praticando quello che Jacques
Rancière ha chiamato l’«odio per la democrazia», gli Stati occidentali l’avrebbero se-
guita152. Ciascuno con i propri modi e ciascuno con i propri tempi. Sempre in nome
della “governabilità”, la costituzione materiale e quella formale delle liberaldemocra-
zie sono state stravolte e ridisegnate dalla «costituzione finanziaria»153. Essa si è infi-
ne affermata come una nuova costituzione materiale, sorta sulla spinta di un capitali-
smo che - proprio per via dei processi di finanziarizzazione – «assume sempre più una
natura “estrattiva”, azzerando tendenzialmente quel terreno di mediazione dialettica
tra capitale e lavoro su cui si erano impiantate le costituzioni postbelliche»154. In que-
sta temperie per ogni Stato europeo i margini di sottrazione all’austerità e al vincolo
esterno imposto dall’Unione Europea paiono oggi ridursi al minimo.  Al di là del gioco

150  M. J. Crozier, S. P. Huntington, J. Watanubi, La crisi della democrazia. Rapporto sulla governabilità
delle democrazie alla Commissione Trilaterale (1975), Milano, Franco Angeli, 1977.
151  S. P. Huntington, Stati Uniti d’America, in ivi, p. 109. Per una stimolante lettura del rapporto alla
Trilaterale, cfr. D. Palano, Capitalismo, crisi, democrazia. Appunti sulla «distruzione creatrice» contem-
poranea, in A. Simoncini (a cura di), Una rivoluzione dall’alto, cit., pp. 269-307.
152  Cfr. J. Rancière, L’odio per la democrazia, Cronopio, Napoli, 2007.
153  Sul tema cfr. A. Amendola, Un piano costituente europeo, cit. e A. Negri, A proposito di costituzio-
ne e capitale finanziario, in P. Ametrano et alii, Dalla rivoluzione alla democrazia del comune. Lavoro,
singolarità, desiderio, Cronopio, Napoli, 2016, pp. 11-25.
154  S. Mezzadra, La lunga marcia dei costituenti, in «Euronomade», on line, 28 ottobre 2014.

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delle parti e della difesa rituale delle prerogative sovrane, lo spartito dell’Austerità segna
il tracciato seguito da Bruxelles e dai singoli Stati. Mentre «il dispotismo del capitale
viene imposto attraverso il predominio incontrastato degli esecutivi»155.
Con ogni probabilità, per descrivere questa situazione non basta più parlare di po-
stdemocrazia, sinteticamente intesa come quel regime di governo che conserva le
forme democratiche (le elezioni, i diritti di associazione e le libertà di espressione
del pensiero), svuotandole però della loro sostanza (i diritti sociali, la partecipazione,
il conflitto, l’idea dell’autogoverno)156. Intendiamoci, viene sicuramente confermata
la tendenza postdemocratica secondo cui le politiche che governano la società sono
decise «in privato dall’integrazione tra i governi eletti e le élite che rappresentano
quasi esclusivamente interessi economici»157. Ma sembra ormai insediarsi un nuovo
stadio della postdemocrazia, in cui essa tende a divenire apertamente «pseudode-
mocrazia»158: un dispositivo di potere che – come si è visto – codifica le stesse tra-
sformazioni avvenute nella costituzione materiale, capovolgendo platealmente anche
quella formale. Ne esce sostanzialmente ridefinito l’impianto costituzionale che aveva
mantenuto l’egemonia nell’Europa della seconda metà del Novecento: quello «basato
sull’ovvia sovra-ordinazione della sfera pubblica alle sfere economiche private»159.

5. Apocalisse della democrazia e metamorfosi


della forma-Stato

In fin dei conti, è come se stessimo assistendo a una lenta, e in ciò paradossale, apo-
calisse della democrazia rappresentativa. Siamo infatti di fronte a una situazione nella
quale - come suggerisce il termine greco ἀποκάλυψις  (disvelamento) - «cade il velo
sotto cui la verità si celava […], cade la benda che portavamo sugli occhi»160. La demo-

155  Connessioni Precarie, La nostra infrastruttura logistica, cit.


156  È l’accezione del concetto fornita nell’ormai classico C. Crouch, Postdemocrazia, Roma-Bari, La-
terza, 2003.
157  Ivi, p. 6.
158  C. Galli, La «nuova democrazia» di Renzi, cit. Ma sulla stessa trasformazione, con accenti più
radicali, J. Rancière, Il disaccordo, cit. e Id., L’odio per la democrazia, Napoli, Cronopio, 2007, su cui
cfr. le stimolanti riflessioni contenute in D. Palano, Il nuovo odio per la democrazia. Uguaglianza, poli-
tica e biopolitica (a proposito di Jacques Rancière), in «Maelstrom», on line, 15 gennaio 2012 e Id., Lo
scandalo dell’eguaglianza. Appunti sull’itinerario teorico di Jacques Rancière, in «Filosofia politica», 3,
2011. Per un'interessante ripresa aggiornata del tema, cfr. anche Id., La democrazia senza qualità. Le
«promesse non mantenute» della teoria democratica, Milano, Mimesis, 2015 (soprattutto pp. 25-110)
e L. Lo Schiavo, Teoria democratica e «suggestioni» foucaultiane. Post-democrazia, governance, neolibe-
rismo: un approccio critico-ricognitivo, Relazione al Convegno Sisp Milano, 15-17 settembre 2016, on
line, http://www.sisp.it/docs/convegno2016/86_sisp2016_teoria-politica.pdf e Id., Ontologia critica
del presente globale. Governance, governamentalità, democrazia, Milano, Mimesis, 2014, soprattutto
pp. 79-112.
159  L. Ferrajoli, Per un’assemblea costituente europea, in G. Allegri, G. Bronzini (a cura di), Il tempo
delle costituzioni, cit., p. 99.
160  M. Cacciari, Apocalisse, in «La Repubblica», 7 gennaio 2005.

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crazia europea realmente esistente, progressivamente amputata della sua dimensio-
ne sociale, si dà sempre più apertamente a vedere come una forma di governo nella
quale la sovranità popolare è ridotta alla facoltà, dei singoli individui, di poter elegge-
re i propri rappresentanti. Per di più all’interno di parlamenti in cui le maggioranze
prendono decisioni intimamente funzionali al dominio del capitale, o da questo di-
rettamente indotte. Più che decisioni, esse ci appaiono ormai come mere trascrizioni
legislative della volontà di potenza dei mercati finanziari. Una circostanza che sembra
alludere all’irreversibile declino del regime democratico-parlamentare o, se si vuole,
al suo divenire irreversibilmente altro.
Come si è già accennato, tutto ciò viene attestato dalla decisiva metamorfosi della
forma-Stato che ha preso forma negli ultimi decenni. Occorre allora approfondire que-
sto snodo cruciale. Lo Stato ha progressivamente riconfigurato la propria sovranità
intendendola principalmente come la capacità di farsi garante del saldo del debito,
mettendo a lato ogni considerazione (ad eccezione di quelle retoriche) sull’ugua-
glianza e sulla giustizia sociale. «Rassicurare i mercati finanziari della loro solvibilità
rispetto al servizio del debito» è diventato l’obiettivo prioritario dei diversi governi
europei161. Si è così attribuita «rilevanza costituzionale agli equilibri di bilancio», in
modo tale che «le politiche fiscali sono state sottratte al controllo elettorale»162. Per
dirla con il sociologo tedesco Wolfgang Streeck, stiamo assistendo alla conclusione
di un ciclo ormai pluridecennale: «un tragitto durato quarant’anni» durante il quale
«si è via via affermato il tentativo di liberare l’economia capitalistica e i suoi mercati
non dal giogo degli Stati, da cui dipendono i modi diversi per la loro stessa sicurezza,
ma dal giogo della democrazia intesa come democrazia di massa o come capitalismo
democratico»163. Per Streeck è evidente che questa formazione economica e sociale

161  G. Sivini, La fine del capitalismo. Dieci scenari, Trieste, Asterios, 2016, p. 41.
162  Ibidem.
163  W. Streeck, Tempo guadagnato, Milano Feltrinelli, 2013, p. 66. Tralascio qui le possibili critiche
ad una locuzione come «capitalismo democratico» che può apparire ossimorica. L’analisi di Streeck
ha il notevole pregio di ricostruire in modo sistematico la crisi del capitalismo, inteso à la Adorno
come una totalità sociale unitaria, intendendola come l’approdo terminale di una vicenda quaranten-
nale durante la quale, grazie all’intervento attivo degli Stati, il capitale ha rinviato la propria agonia e
quella delle società che governava. L’inflazione, il debito pubblico, l’indebitamento privato sono state
le strategie grazie a cui, in sequenza, il capitale e il suo Stato hanno risposto alla crisi generata dai
movimenti sociali degli anni ’60 «guadagnando tempo». Tuttavia simili strategie hanno solo rinviato i
conti con quelle contraddizioni interne del capitalismo che ora riemergono ed esplodono, accelerando
il processo di separazione del capitalismo stesso dalla democrazia. Uno dei limiti principali dell’ap-
proccio di Streeck consiste invece, a mio avviso, nei suoi approdi sovranisti. Nelle pagine conclusive di
Tempo guadagnato, Streeck evoca il parziale ritorno alle monete nazionali, il diritto alla svalutazione
per le singole nazioni e auspica in modo piuttosto indeterminato una «Bretton Woods europea». Si
tratterebbe, cioè, di far sì che l’Europa ritornasse «a un sistema ordinato di tassi di cambi fissi, ma
aggiustabili in modo flessibile, che sappia riconoscere e apprezzare le differenze tra le società euro-
pee» (L’euro, un errore politico Giuliano Battiston intervista Wolfgang Streeck, in «Micromega», on line,
12 luglio 2015). Così, però, Streeck sembra infine attribuire la capacità di ritrovare una autonomia
in grado di fronteggiare la globalizzazione finanziaria neoliberale, proprio a quello Stato nazionale
della cui sovranità proclama, nel suo libro, la fine tendenziale. Per una lettura critica delle posizioni
di Streeck, cfr. D. Palano, L’Europa si divide a Francoforte. Jürgen Habermas contro Wolfgang Streeck,
on line, in http://www.istitutodipolitica.it/, 11 giugno 2014 e G. Allegri, G. Bronzini, Sogno europeo o
incubo?, pp. 99-110.

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volga ormai al termine. Come si è visto, infatti, il potere della finanza transnazionale
piega ai propri voleri la sovranità statuale e la forma-Stato. Gli investitori non sono
più in alcun modo «soggetti agli Stati»: possono infatti «attaccare le monete nazionali,
incidere sui tassi di interesse dei titoli pubblici, vantare priorità legali sul bilancio sta-
tale»164. Così i governi sono rigidamente vincolati a una «disciplina del mercato» che
isola «la gestione dell’economia […] dalle interferenze della democrazia»165.
In altri termini, «i governi non rispondono più alle forze sociali ma ai mercati finan-
ziari»166. Come si è detto, i governi sono ormai più “esecutori” che esecutivi. I parla-
menti dei singoli Stati, del resto, prendono decisioni sempre più determinate dalle
direttive di organismi sovranazionali pressoché privi di alcuna legittimazione demo-
cratica (come quelli che compongono la Trojka). Nel combinarsi di questi fattori, non
può che saltare l’assunto rousseauviano su cui si fonda la democrazia rappresentati-
va: quello per cui «i destinatari delle decisioni politiche devono esserne al tempo stes-
so gli autori»167. In altri termini se i rappresentanti del popolo non possiedono, non
gestiscono e non esercitano più il potere sovrano, allora i rappresentati non possono
in alcun modo governare per il tramite di chi li rappresenta. E nemmeno, più sempli-
cemente, pensare di farlo. A fortiori si dirada la vecchia illusione democratica secondo
cui i governanti - che governano ormai «per il mercato»168 - dipendono dai governati
e ne assecondano bisogni, interessi, aspirazioni.
Qualunque definizione si possa darne, il demos non dispone di alcun kratos: una si-
mile evidenza si appalesa. E con essa balza in scena una verità consustanziale alla
stessa logica formale della rappresentanza. Fin dai suoi inizi questa costruisce il “po-
polo” come un insieme di individui radicalmente privati. Privati e spoliticizzati, per-
ché – appunto - de-privati della comune potenza di agire politicamente: «io autorizzo
e cedo il mio diritto di governare me stesso a quest’uomo, o a quest’assemblea di
uomini» - scrive già Hobbes nel capitolo XVII del Leviatano169. Per la logica moder-
na della rappresentanza, il cui luogo di emergenza pratico-politica è rinvenibile nella
Costituzione francese del 1791170, i molti - ritenuti autori del potere sovrano (in età
moderna, gli elettori) - devono delegare quella potenza a pochi attori. Attori perché,
appunto, autorizzati per effetto della delega ad agire come rappresentanti del popo-

164  G. Sivini, La fine del capitalismo, cit., p. 42.


165  Ibidem.
166  Ibidem.
167  S. Petrucciani, I confini svaniti della democrazia, in «Il manifesto», 23 settembre 2016. Per un
approfondimento cfr. Id., Democrazia, Torino, Einaudi, 2014.
168  M. Foucault, Nascita della biopolitica, cit., p. 112.
169  T. Hobbes, Leviatano o la materia, la forma, e il potere di uno stato ecclesiastico e civile, Roma-Ba-
ri, Laterza, p. 143. Il Leviatano può essere considerato il luogo di provenienza teorica della logica
rappresentativa. Cfr. C. Galli, All’insegna del Leviatano. Potenza e destino del progetto politico moderno,
in T. Hobbes, Leviatano, Milano, Rizzoli, 2011, pp. V-L. Ma sul tema della rappresentanza cfr. G. Duso,
La rappresentanza politica. Genesi e crisi del concetto, Milano, Franco Angeli, 2003.
170  Cfr. G. Duso, Ripensare la rappresentanza alla luce della teologia politica, in M. Cometa e D. Ma-
riscalco, Rappresentanza/rappresentazione. Una questione degli studi culturali, Macerata, Quodlibet,
2015, soprattutto pp. 70-78.

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lo Uno e sovrano, e come garanti dell’ordine, della sicurezza, della libertà171. In altri
termini, nella macchina della rappresentanza i molti rappresentati devono necessa-
riamente identificarsi al dire e all’agire dei pochi rappresentanti, che risultano così
gli unici attori politici in scena. I molti finiscono così per essere relegati al ruolo di
spettatori, de-privati della capacità di (auto)governo e in buona misura anche della
facoltà partecipativa. La società dello spettacolo, sia detto en passant, appare ben più
radicata di quanto sembri nella genealogia profonda del moderno172.
La facoltà partecipativa dei molti risulta oggi sostanzialmente sterilizzata. Nel qua-
dro delle democrazie postbelliche la facoltà partecipativa veniva almeno parzialmen-
te garantita dalla presenza di forze partitiche e di rappresentanze sindacali capaci
di dare forma ai diversi interessi di parte. I partiti e i sindacati introducevano anche
«forme di rappresentanza vincolata» che mantenevano aperto «un canale di comuni-
cazione tra rappresentanti e rappresentati»173. Questo rimetteva in discussione l’iden-
tificazione senza resti dei secondi con i primi e «di fatto problematizzava l’unità del
popolo sovrano»174. I partiti di massa hanno messo storicamente in scena «un elemen-
to di parzialità che ha indebolito […] il carattere rappresentativo della democrazia
parlamentare», riducendo la forza coattiva del principio di rappresentanza politica
senza vincolo di mandato175. I partiti hanno infatti indebolito il combinato disposto
tra il principio di autorizzazione – che come si è visto è consustanziale alla rappre-
sentanza stessa - e il conseguente «riconoscimento integrale […] dei rappresentati
nelle parole e negli atti dei rappresentanti»176. In questo senso si può sostenere che,
pur funzionando come macchine rappresentative, in alcuni momenti della loro storia
i partiti hanno saputo cogliere e fronteggiare la radice oligarchica della democrazia
rappresentativa, riducendo la distanza tra governanti e governati. Anche se il merito
va soprattutto alla parte di questi ultimi che con la propria partecipazione attiva ha
contribuito a ridefinire modalità decisionali decisamente verticali.
Oggi però, nei parlamenti dell’Europa contemporanea, si scontrano (o si incontrano)
per lo più partiti che accettano in via preliminare l’assiomatica capitalistica e la sua
variante neoliberale. Si tratta di partiti che - spesso ridotti a cartelli elettorali, a “par-
tito del Capo” o a “partiti pigliatutti” (catch-all-parties) - non incarnano più in alcun
modo la peculiarità e gli interessi di quelle singole “parti” di demos che, sulla base
del proprio radicamento sociale e di un certo grado di partecipazione alle istituzioni
partitiche, animavano il conflitto su modelli di società, progetti economici e forme di

171  Mi permetto di rinviare a A. Simoncini, Invarianti capitalistiche nella nuova «grande trasforma-
zione». Nuovi concetti per vecchi problemi, in Id. (a cura di), Dal pensiero critico. Filosofie e concetti per
il tempo presente, Milano, Mimesis, 2015, soprattutto pp. 37 e ss, dove ho cercato di sviluppare il tema.
172  Sul concetto di spettacolo e su alcuni dei suoi “abiti nuovi”, cfr. il contributo di Alessandro Si-
moncini, infra.
173  S. Visentin, Cosa si può imparare dal populismo, in «Quaderni di rassegna sindacale», 2, 2014,
p. 204.
174  Ibidem.
175  Ibidem.
176  Ivi, p. 203.

40
vita radicalmente diversi tra loro177. I partiti realmente esistenti concentrano tutte le
proprie energie nell’elaborazione di strategie comunicative finalizzate al solo obietti-
vo della vittoria elettorale. Le politiche di governo neoliberali non sono più oggetto di
contesa nei parlamenti, dove disegni economici alternativi non prendono quasi mai
forma organica. E dove anche i pochi che tuttora decidono esercitano perlopiù «un
semplice compito di trasmissione di decisioni ammantate di tecnicità, [ritenute] legit-
time in base alla promessa di efficacia della quale si fanno in anticipo carico»178. Pochi
rappresentanti autorizzati si limitano insomma a trasferire in legge gli assiomi astrat-
ti prescritti dalla logica della valorizzazione capitalistica. E, dal momento che lo fanno
ancora in nome dei molti rappresentati, ossia del “popolo”, riemerge platealmente la
radice oligarchica e spoliticizzante - in una parola spettatoriale - della democrazia
rappresentativa. Così, il popolo appare al contempo come «il soggetto collettivo che
esprime la volontà sovrana attraverso quel comando che è la legge» e come «l’insie-
me dei singoli cittadini che dovranno ubbidire»179. In sintesi la regola democratica
neoliberale approfondisce il solco tra i pochi governanti, che controllano sempre di
più saperi e pratiche di governo, e i molti governati, ricondotti al ruolo di moltitudini
espropriate ed obbedienti a cui non resta che muoversi nella società della concorren-
za «come nello stato di natura hobbesiano»180.
Fine dell’illusione democratica: si afferma una «democrazia recitativa dove gover-
nano i rappresentanti di un “demos assente”»; una democrazia il cui palcoscenico
è lo Stato, attore protagonista sono i governanti e «comparsa occasionale il popolo
sovrano, che entra sul palco solo per la scena delle elezioni, mentre per il resto del
tempo assiste allo spettacolo come pubblico»181. Sovrano ormai solo per la retorica
costituzionale, nei fatti il popolo è «desovranizzato»; è ridotto a «idolo» o, tutt’al più, a
«mito» mobilitante per i populismi182. Sembrerebbe, insomma, che la democrazia stia
tornando ad essere solamente «il regime politico in cui il governo dipende dal voto dei
cittadini»183. Un regime governamentale, cioè, in cui i governati infilano la schedina
nell’urna e i governanti regolano elitariamente e oligarchicamente tutti i  fenomeni di
insieme della popolazione: la sua ricchezza e la sua povertà, la vita dei corpi degli in-
dividui che la compongono e, in misura crescente - nelle nostre società di controllo184
- anche quella della loro mente. L’uguaglianza degli attori sociali e la soggettività del

177  Per un’eccellente analisi della vicenda storico-concettuale del partito in Occidente, cfr. D. Pala-
no, Partito, Bologna, Il Mulino, 2013.
178  S. Chignola, Il governo e la città, in «Euronomade», on line, 23 agosto 2016.
179  G. Duso, Ripensare la rappresentanza, cit., p. 72.
180  S. Visentin, Cosa si può imparare dal populismo, cit., p. 205.
181  E. Gentile, In democrazia il popolo è sempre sovrano. Falso!, Roma-Bari, Laterza, 2016, pp. 122
e XII.
182  Ivi, pp. XIII e 118. Ne consegue, per Gentile, che «se la democrazia è il potere del popolo sovrano,
e il popolo sovrano non ha più potere, la democrazia cessa di esistere o diventa altra cosa da quella che
è stata finora. E altra cosa diventa anche il popolo sovrano» (p. XV).
183  S. Mezzadra, Ipocrisie europee, in «Il manifesto», 12 aprile 2011.
184  Preconizzate in G. Deleuze, Post-scriptum sulle società di controllo, in Id., Pourparler, Macerata,
Quodlibet, 2000.

41
popolo sovrano si danno apertamente a vedere come le finzioni necessarie che sono
sempre state. Finzioni che vengono certamente riconosciute in linea di principio - dal
momento che garantiscono legittimità al potere -, ma che appaiono ormai in modo di-
svelato come le componenti ostentate di una «“democrazia spettacolare” ridotta a messa
in scena e priva di potere decisionale»185. Se - come si è detto - la governamentalità de-
mocratica neoliberale agisce in modo strutturalmente subalterno alla “costituzione
finanziaria”, allora vuol dire che «le rappresentanze democratiche diventano vuote
rappresentazioni» perché si limitano a riflettere il dominio astratto del capitale186.
Ma questo significa anche che la democrazia realmente esistente si è fatta vettore
attivo di quel dominio, permettendo alla logica astratta del capitale di penetrare il
sociale attraverso l’affermazione di una teologia neo-universalistica del valore, della
merce e del denaro187. Valore, merce e denaro generano le tante fantasmagorie che
stanno al cuore della teologia capitalista o, se si vuole, di quello che Walter Benjamin
chiamava «capitalismo come religione»188. Simili fantasmagorie hanno svolto – e con-
tinuano a svolgere - un ruolo decisivo nell’assoggettamento degli homines democra-
tici all’ordine simbolico capitalistico. Con l’ausilio di ultima istanza della democrazia
reale, esse hanno garantito materialmente il quotidiano processo di interiorizzazio-
ne collettiva degli idoli capitalistici, perché hanno rivolto «l’adorazione dei credenti
direttamente all’astrazione costitutiva del capitale, al dio invisibile del valore»189. In
questo insieme di processi andrebbero allora ricercate le radici ultime della nostra
strana apocalisse democratica: del fatto, cioè, che la democrazia tende ormai a mo-
strarsi senza veli come un modo di governo elitario e capitalista della società, che «si
alimenta incoraggiando il disimpegno politico più che la mobilitazione di massa»190.
La democrazia rischia così di coincidere senza resti con quella che una volta Marco
d’Eramo ha definito «dittatura informale del capitalismo»191: una forma di governo
che sembra progressivamente divenire la verità del nostro interregno postdemocra-
tico. Nel quale si continua sì a governare in nome della sovranità popolare, ma la si
degrada a «titolo-spazzatura»192.
185  M. Pezzella, Democrazia spettacolare, in «Democrazia Km 0», on line, 1 marzo 2011.
186  Id., Prefazione all’edizione italiana, in M. Abensour, Per una filosofia critica, Milano, Jaca Book,
p. IX.
187  Per un’eccellente analisi della «teologia del denaro», cfr. M. Pezzella, Insorgenze, Milano, Jaca
Book, 2015, pp. 105-200.
188  W. Benjamin, Capitalismo come religione (1921), Genova, Il Melangolo, 2013, p. 41. Sul tema cfr.
almeno B. Groys et alii, Il capitalismo divino. Colloquio su denaro, consumo, arte e distruzione, Milano,
Mimesis, 2011; M. Löwy, Il capitalismo come religione: Walter Benjamin e Max Weber, in A. Simoncini
(a cura di), Dal pensiero critico, cit., pp. 63-79; M. Pezzella, Teologia del denaro I. Il debito, in Id., In-
sorgenze, Milano, Jaca Book, 2014, pp. 105-140; E. Stimilli, Il debito del vivente. Ascesi e capitalismo,
Quodlibet, Macerata 2011 e i contributi di E. Stimilli, M. Ponzi, D. Gentili, M. Tomba, in D. Gentili, M.
Ponzi, E. Stimilli (a cura di), Il culto del capitale. Walter Benjamin: capitalismo e religione, Quodlibet,
Macerata, 2014.
189  M. Pezzella, Insorgenze, cit., p. 166.
190  È la tesi sostenuta da Sheldon Wolin sulla democrazia statunitense in Democrazia Spa. Stati Uni-
ti: una vocazione totalitaria, Roma, Fazi, 2011, p. 65, su cui cfr. D. Palano, Il Leviatano è la democrazia?,
in «Avvenire», 19 marzo 2011 e B. Vecchi, Modelli neoliberali per il volto totalitario dello Stato-nazione,
in «Il manifesto», 3 maggio 2011.
191  M.
192  D’Eramo, Europa, crisi del debito o crisi della democrazia?, in «Il manifesto», 13 maggio 2011.
Ibidem.

42
Crisi

Crisi economica e crisi dei territori


Piero Bevilacqua

1. Veniamo subito al tema: crisi. Cercherò di svolgere un ragionamento di spiegazio-


ne storico-teorica della crisi e poi passerò ad alcune riflessioni relative al nostro terri-
torio. Forse non esiste parola più usurata del termine crisi. Mi ricordo dell’esistenza di
questo termine fin da quando ragazzo ho incominciato ad occuparmi di politica. È una
parola che non dice più niente. Eppure bisogna andare alla sua origine storica per ca-
pire in che situazione ci troviamo, perché noi oggi siamo all’interno di un grande mu-
tamento dell’economia capitalistica, che secondo alcuni è entrata in una «stagnazione
secolare»1. Com’è noto, Marx ha dedicato molte riflessioni teoriche a questo fenomeno
tipico del capitalismo a cui altri economisti hanno aggiunto ulteriori approfondimen-
ti, ma lo schema fondamentale di una crisi è il seguente: l’economia capitalista fun-
ziona per cicli, per grandi cicli: cicli di espansione e cicli di depressione. Quand’è che
esplode la crisi? La crisi si genera dalla rottura di un equilibrio in seguito ad una fase
di grande espansione. L’espansione economica, la crescita, the growth, come si chiama
in inglese, avviene per l’insieme di più circostanze materiali: incremento della popo-
lazione, innovazione tecnologica, produzione di nuovi beni e quindi aumento dell’oc-
cupazione, innalzamento talora anche del livello dei salari e poi il tracollo.
Un tracollo che Marx ha spiegato sul piano teorico generale, con un’analisi che rima-
ne ancora attuale2. Alla base di questo tracollo c’è la contraddizione fondamentale del
capitalismo: quella, cioè, tra accumulazione privata della ricchezza e, diciamo, manca-
ta socializzazione di questa ricchezza tra chi la produce, vale a dire la massa dei lavo-
ratori. Il che significa che a un certo punto l’apparato industriale produce molto, ma
le capacità di assorbimento di questa produzione da parte della grande moltitudine
dei cittadini è limitata dal fatto che questi produttori di beni ricevono solo un salario,
quindi una parte minima della ricchezza prodotta. Dunque, quando la ricchezza in
forma di merci diventa troppa non viene assorbita dal mercato e c’è il tracollo. Lo
schema è questo.
Anche nella crisi del '29 si è prodotto tale schema. Che cosa c’era alla base della
crescita economica di quegli anni negli USA? C’era l’aumento della popolazione dei

1  È stato Larry Summers, ex Segretario al Tesoro degli Stati Uniti sotto Clinton, a parlare di «stagna-
zione secolare». Cfr. L. H. Summers, The Age of Secular Stagnation. What It Is and What to Do About It, in
«Foreign Affairs», March/April, 2016. Ma cfr. anche J. Bellamy Foster, F. Magdoff, The Great Financial
Crisis. Causes and Consequences, New York, Monthly Review Press, 2009, pp. 128 e ss. e M. Bertorello,
D. Corradi, Capitalismo tossico. Crisi della competizione e modelli alternativi, con la postfazione di R.
Bellofiore, Roma, Alegre, 2011.
2  Cfr. K. Marx, Il capitalismo e la crisi. Scritti scelti, a cura di V. Giacché, Roma, DeriveApprodi, 2009.
Ho affrontato il tema nel mio Il grande saccheggio. L’età del capitalismo distruttivo, Roma-Bari, Laterza,
pp. 62-82.

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primi del Novecento, alimentata anche dai grandi flussi di immigrazione dall’Europa.
C’erano alcune innovazioni tecnologiche fondamentali, la più importante delle quali è
quella dell’automobile, nuovo prodotto che entrava nel mercato. C’era stata una certa
crescita dell’occupazione e anche buoni salari. Non dovunque era così nel resto del
mondo. Il tracollo è seguito a questo eccesso di ricchezza, naturalmente poi ci sono
state anche le complicazioni di carattere finanziario. La speculazione e l’arrivismo
finanziario sono superfetazioni dell’economia. Il tracollo avviene nell’economia reale.
Vediamo invece che cosa è accaduto nel 2008. Come si sa, la crisi parte con i cosid-
detti mutui subprime. Che cosa sono questi mutui subprime? Sono dei mutui concessi
dalle banche, anche a persone e famiglie che non avevano la possibilità di pagarli e che
quindi erano destinati a restare inesigibili. Però tali mutui, attraverso delle operazioni
finanziarie molto sofisticate, venivano distribuiti in pacchetti di obbligazioni, vendute
alle varie banche non solo negli USA, ma in tutto il mondo. Quei mutui naturalmente
sarebbero diventati soldi per gli acquirenti di questi pacchetti solo quando i mutuatari
avrebbero pagato le banche. Quando non pagavano restavano pura carta, spazzatura.
Naturalmente banchieri e operatori finanziari pensavano che i mutui subprime, me-
scolati con altri prodotti finanziari solidi, capaci di fruttare rendimenti ai compratori
e distribuiti a livello mondiale, avrebbero funzionato. Invece ad un certo punto il mer-
cato delle case si è fermato, si è bloccato, il valore immobiliare degli edifici è crollato,
i mutui non valevano più niente e le banche che ne erano piene, che ne avevano ac-
quistati tanti, sono fallite e quindi hanno trascinato dentro questo tracollo il sistema
monetario e creditizio internazionale, con tutto il seguito che più o meno si conosce.
A me però non interessa raccontare questa storia, ma vedere le grandi differenze che
stanno alla base di questa crisi rispetto a tutte le fasi precedenti. Ovviamente anche
nell’attuale tracollo ci sono dei tratti comuni con le crisi precedenti: per esempio c’è
una grande innovazione tecnologica dentro il ciclo della crescita economica, che è l’in-
formatica. L’informatica è l’equivalente dell’automobile del primo ‘900 o, che so, della
siderurgia e della chimica alla fine dell’‘800: una grande innovazione tecnologica che
porta nuova produzione di beni. Però attenzione: a differenza delle altre innovazioni
tecnologiche, l’informatica ha certo creato dei nuovi posti di lavoro. Ma il suo fine fon-
damentale è mangiarselo il lavoro: è una tecnologia job-killing: cioè uccide il lavoro.
L’informatica ha questa peculiarità fondamentale rispetto a tutte le altre innovazioni
precedenti.
Pensate ad alcune innovazioni tecnologiche del passato: ad esempio all’introduzione
dei trattori nell’agricoltura. I trattori facevano il loro ingresso nelle campagne e so-
stituivano i contadini: hanno sostituito il loro lavoro. E, tuttavia, come hanno reagito
in buona parte i contadini? Hanno lasciato le terre e sono entrati in fabbrica, hanno
trovato nuove occupazioni, perché nel frattempo cresceva il lavoro industriale. Più
tardi abbiamo assistito ad una nuova ondata di innovazione tecnologica: c’è stata ro-
botizzazione e automatizzazione di alcune funzioni nelle fabbriche, con conseguente
espulsione degli operai industriali, molti dei quali, però, sono finiti nel terziario che
nel frattempo era cresciuto, come prima l’industria, ecc.

44
La grande novità dell’informatica è che essa toglie lavoro contemporaneamente
nell’agricoltura, nelle fabbriche, nei servizi, dovunque. Essa cioè si mangia il lavoro
dappertutto e, anche se ha creato nuovi settori produttivi e di servizi (hardware e
software), questi non compensano il vasto processo di sostituzione di lavoro con mac-
chine da essa innescato3. Siamo di fronte a una novità assoluta nella storia del capitali-
smo4. La potenza economica di questa innovazione sta proprio nel fatto di sostituire il
lavoro umano - il “lavoro vivo” come lo chiamava Marx5 - con meccanismi automatici.
Il che equivale naturalmente a un grande progresso in sé, significa produrre molti più
beni, con maggiore velocità, a costi decrescenti, ecc. Come potete immaginare, una
macchina guidata da un programma informatico produce con un’esattezza, con una
regolarità, con una continuità senza precedenti. Può lavorare di notte senza fermarsi
mai a differenza della forza-lavoro umana.
E qui incontriamo il nucleo, ci approssimiamo a quello che io considero il cuore, il
problema centrale delle società capitalistiche attuali. Il problema del nostro tempo
è concentrato in questa sfasatura tra la straordinaria capacità di produrre ricchezza
che il capitalismo ha raggiunto nel nostro tempo e l’organizzazione sociale generale,
che è ancora quella ottocentesca. Si pensi al modello di giornata lavorativa entro cui
viviamo. Noi oggi lavoriamo ancora non meno di 8 ore al giorno, ma spesso più di 50
anni fa, soprattutto negli USA6. Mentre con il livello di produttività raggiunto, potrem-
mo lavorare per la metà di ore, e tutto il resto della giornata dedicarlo alla cultura,
ai rapporti umani, alla cura della natura, dell’ambiente, ad allevare e giocare con i
nostri animali. Insomma avremmo la possibilità di vivere una vita che le potenzialità
del capitalismo ci consentirebbero e invece la stupidità umana, l’ingordigia, l’inerzia
culturale, gli interessi miopi e tutta una serie di elementi che andrebbero analizzati ci
costringono a vivere come se fossimo in condizioni di estremo bisogno.
Pensiamo ai tanti precari che saltano da un lavoro all’altro, ai ragazzi, spesso dispe-
rati, che avrebbero la possibilità di esprimere la loro energia e il loro talento se messi
alla prova7. Mentre questo assetto presente si ritorce contro il capitalismo stesso, che
passa di crisi in crisi, perché la ricchezza si accumula in poche mani e non finisce
nell’investimento di nuova produzione - che tra l’altro serve sempre meno - e quindi
rimane cristallizzata in forma cartacea nelle banche. E la domanda langue.

3  Cfr. S. Aronowitz, Just Around the Corner. The Paradox of Jobless Recovery, Philadelphia, Temple
University Press, 2005.
4  Cfr. l’inquietante quadro restituito in M.  Ford,  The Lights in the Tunnel. Automation, Accelerat-
ing Technology and the Economy of the Future, Sunnyvale, Acculant Publishing, 2009.
5  Cfr. K. Marx, Il Capitale, Libro I, capitolo VI inedito, Firenze, La Nuova Italia, 1969, p. 39, dove si
può leggere la celebre affermazione secondo cui «nell’incorporare la forza-lavoro viva nelle sue parti
componenti oggettive, il capitale diventa così un mostro animato, e comincia ad agire come se “avesse
l’amore in corpo”».
6  Sul superlavoro negli USA, cfr. S. Aronowitz, Post-Work. Per la fine del lavoro senza fine, Roma,
DeriveApprodi, 2006.
7  Cfr. L. Gallino, Globalizzazione della precarietà e I. Masulli, Lavoro e cittadinanza sociale, in I. Masul-
li (a cura di), Precarietà del lavoro e società precaria nell’Europa contemporanea, Roma, Carocci, 2004. 

45
2. Torniamo ora all’analisi della crisi. Che cosa è successo? È successo che questa
espansione economica negli Stati Uniti, che è la prima origine da cui prende avvio il
tracollo del 2008, avviene in una situazione di bassa occupazione. Contrariamente
a quello che normalmente è successo nelle altre fasi di crisi. Ci sono molte leggende
sull’occupazione negli USA, costruite con statistiche inaffidabili. Ad esempio vengono
conteggiati come occupati tutti coloro i quali sono arruolati nelle forze armate, nelle
varie basi sparse per il mondo e nei fronti di guerra. Poi naturalmente ci sono le figure
dei disoccupati che non vengono statisticamente considerate e sono coloro i quali
hanno cessato di cercare lavoro, coloro che scompaiono dal radar delle registrazioni
statistiche. Da aggiungere gli oltre 2 milioni di persone in carcere soprattutto in gran-
de maggioranza afroamericani e latinos: (coloured people) che alleggeriscono, per così
dire, il mercato del lavoro8. Infine occorre aggiungere che per la statistica americana è
sufficiente che uno lavori per una settimana e viene considerato come occupato nelle
statistiche semestrali9.
Ricordo questi dati per una ragione semplice. Per dire, cioè, che mentre nel corso
degli anni ’90 e nei primi anni del nuovo millennio la produzione e la ricchezza au-
mentavano, i lavoratori statunitensi e la middle class vedevano ristagnare o addirit-
tura regredire la loro condizione economica. E questa è una novità importante per
capire le ragioni più specifiche della crisi dei nostri anni. Come si sa, nell’anno 2000
negli Stati Uniti un milione e mezzo di famiglie hanno fatto bancarotta. Ci si stupirà
di questo termine: bancarotta applicata alle famiglie. Ma le famiglie negli Stati Uniti
sono ormai organizzate come imprese. Ad esse è concesso di indebitarsi con le banche
ed il diritto statunitense prevede che facciano bancarotta come un’azienda. Questo dà
alcune facilitazioni: cioè chi fa bancarotta va in tribunale, porta - diciamo - il libro dei
debiti e gli viene rinegoziata la carta di credito, naturalmente a tassi più elevati. E così
via. Circa un milione e mezzo di famiglie, nel 2000, aveva fatto fallimento.
Che cosa è successo negli Stati Uniti da un punto di vista economico? Sono accadute
alcune cose fondamentali. La prima è stata il processo di delocalizzazione di una parte
consistente di industrie. Ho ricordato che l’informatica ha dato al lavoro, all’attività
produttiva, un’enorme potenza, ma l’informatica ha permesso anche alle imprese sta-
tunitensi di andare a sfruttare il lavoro in Cina, i bassi salari nel Vietnam, nel Messico,
nei paesi in via di sviluppo. Di conseguenza il trasferimento di tante imprese ha fatto
sì che molti nuclei produttivi siano stati smantellati nei distretti industriali americani
e quindi molti operai gettati sul lastrico, oppure costretti ad accettare bassi salari10.
E infatti i salari americani sono stagnanti anche adesso che c’è la ripresa, la cosid-
detta ripresa. Certo, rispetto all’Europa c’è la ripresa, ma avviene con bassi salari, con
molto lavoro part-time, con il lavoro precario e così via. Quindi negli Stati Uniti non si

8  Sul tema cfr. L. Wacquant, Punire i poveri. Il nuovo governo dell’insicurezza sociale, Roma, Derive
Approdi, 2006.
9  Considerazioni più estese sul tema si trovano nel terzo capitolo del mio Miseria dello sviluppo,
Roma-Bari, Laterza, 2008.
10  Cfr. S. Aronowitz, Just Around the Corner, cit., pp. 101 e ss.

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sta bene. È ormai giudizio corrente che le prossime generazioni non riusciranno mai
ad avere il livello di reddito e di servizi di cui hanno goduto i genitori.
Il cosiddetto sogno americano, il mito retorico più tenace e universalmente diffuso, è
finito11. Ed è veramente paradossale. Un paese che produce più ricchezza di prima dà
ai suoi concittadini molto meno, soprattutto gli toglie quello che è stato per un paio di
secoli il sogno, il mito del capitalismo americano, quello secondo cui basta avere buo-
na volontà per farsi strada, per avere successo e vivere meglio rispetto alla famiglia di
provenienza. Oggi si vive peggio rispetto alla famiglia di provenienza. E le prospettive
sono meno rosee che nel passato.
Ci sono statistiche rivelatrici. Ho cercato di documentarmi sulla condizione dei bam-
bini, di cui di solito non si parla. Bene, nel 1995 i bambini poveri costituivano negli
Stati Uniti il 26,3% di tutti i bambini di quel paese ed erano preceduti solo dalla Rus-
sia di Eltsin con il 26,6%. Poi c’era il Regno Unito, significativamente, e - udite, udite
- l’Italia con il 21%. Noi siamo al quarto posto in questa squallida classifica mondiale.
Perché citare questi dati? Perché non si era mai visto in una fase precedente un
tracollo del capitalismo con tanta povertà e soprattutto - questo è il segreto di un
equilibrio fasullo che il capitalismo aveva creato - con tanto debito privato, oltre che
pubblico. Ho citato il caso delle famiglie che hanno fatto bancarotta, ma tutte le fami-
glie americane sono dipendenti dalla carta di credito e dalle banche, quindi i mutui
subprime sono stati la goccia, come si dice, che ha fatto traboccare il vaso. Ma il debito
privato degli americani è colossale. Si pensi anche al debito pubblico complessivo del-
lo Stato federale americano: un debito che non dà luogo a speculazioni per il fatto che,
essendo comunque quella statunitense l’economia più forte del mondo, continua ad
avere credito da parte degli altri paesi.
Quindi, ricordiamolo, abbiamo avuto il fallimento della Lehman Brothers e il tracollo
finanziario internazionale che ne è seguito. Poi Obama è intervenuto, ha rifinanziato
Wall Street con 700 miliardi di dollari, ha rimesso in piedi la baracca sotto il profilo
degli equilibri finanziari. Però la storia continua. Ed è questa la storia che continua:
disoccupazione oppure occupazione precaria, lavoro saltuario e mal pagato. C’è stato
certamente un aumento del lavoro femminile, ma soprattutto nei servizi: servizi alla
persona, servizi domestici, servizi nelle pulizie e così via. Si tratta cioè di lavoro abba-
stanza scadente.
Si può dire che la promessa di una nuova frontiera dell’occupazione legata all’infor-
matica è ormai venuta meno. Perché è vero che si sono create nuove figure di occupa-
ti: ingegneri, programmatori e così via, ma è un fenomeno molto ristretto rispetto al
lavoro sostituito dall’informatica. Questa, oggi, sta togliendo il lavoro agli uomini e alle
donne anche nei servizi. Non ci sono solo i robot che fanno il lavoro nelle fabbriche

11  A proposito del sogno americano, vale la pena di riportare la dichiarazione della National Asso-
ciation of State Board of Education del 1990: «Mai prima una generazione di teenagers americani è
stata meno sana, meno curata, meno preparata per la vita di quanto lo fossero i loro genitori alla stes-
sa età» (cit. in D. G. Myers,The American Paradox. Spiritual Hunger in an Age of Plenty, New Haven-New
York, Yale University Press, 2011, p. 60). Cfr. anche S. Bartolini, Manifesto per la felicità. Come passare
dalla società del benavere alla società del benessere, Roma, Donzelli, 2011, pp. 15 e ss.

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automobilistiche o le macchine a controllo numerico, che compiono operazioni senza
intervento umano. L’informatica sta sostituendo il lavoro nelle banche, nelle agenzie
di viaggio, ma anche in settori altamente specialistici della medicina, nei grandi studi
legali, e così via12.
Possiamo quindi stabilire che, quando è esplosa, la crisi non ha fatto altro che ac-
centuare i problemi già esistenti. Problemi che noi abbiamo di fronte oggi accresciuti,
perché anche in Europa esistevano già 25 milioni di disoccupati prima della crisi. La
risposta da parte dei governi a questo nuovo arretramento del fronte economico è
stata la cosiddetta liberalizzazione del mercato del lavoro e la riduzione del Welfare.
Ora, guardando alla risposta data ai problemi generati dalla crisi, assistiamo al falli-
mento storico: fallimento storico (uso un’espressione molto impegnativa) delle forze
della sinistra tradizionale, ex comunisti e il fronte della socialdemocrazia. In Italia,
come sapete, è stato introdotto il Jobs act. Che cosa è il Jobs act? È un insieme di norme
che nasce da questa filosofia neoliberista, cioè dalla volontà di rendere licenziabile -
dunque assoggettata, flessibile - la forza lavoro. Perché l’idea, l’idea dominante, è una
filosofia di tipo neocoloniale.
Quale è la filosofia che sta sullo sfondo di tutto ciò? La filosofia secondo cui nello spa-
zio-tempo attuale ci sono tanti capitali in movimento che si spostano per il vasto mon-
do: c’è tanta ricchezza in giro in cerca di valorizzazione. «Allora – si sostiene in base
agli assiomi di questa filosofia - se noi rendiamo la forza lavoro facilmente disponibile
arriveranno i capitali, creeranno delle imprese e quindi genereranno domanda di la-
voro. Ecco, quindi, che per questa via noi risolveremo il problema dell’occupazione».
Ecco quale grande filosofia ispira i nostri statisti, questi nostri governanti e la gran
parte del ceto politico: rendere merce fino al limite del possibile gli uomini e le donne
della nostra società perché in questo modo arrivano i soldi e qualche lavoro queste
bestie da fatica lo troveranno. Questo è il distillato teorico di una simile ideologia, che
equivale a una rinuncia piena al governo della società: una rinuncia che equivale, a sua
volta, a una subordinazione totale alle logiche del capitale finanziario13.
E che cosa rappresenta il Jobs act, sul piano della legislazione del lavoro, se non un
saggio del fallimento storico della politica contemporanea, la testimonianza che il
ceto politico non sa più governare e per avere consenso dai gruppi di potere domi-
nanti (dalla Confindustria, dai gruppi industriali, dal mondo finanziario, dai media,
ecc.) rende pienamente disponibile l’uso della forza lavoro?
Oggi viviamo in una fase storica in cui il capitalismo, per assenza di un grande an-
tagonista organizzato e sistematico, domina incontrastato sul lavoro subordinato e
sulla società14. Si comprende bene che in una società ricca (perché la nostra è una

12  Sul tema cfr. M. Ford, The Lights in the Tunnel, cit.


13  Su tutto questo ha insistito nei suoi lavori Luciano Gallino. Cfr. almeno Finanzcapitalismo.  La
civiltà del denaro in crisi, Einaudi, Torino, 2011 e Il colpo di stato di banche e governi. L’attacco alla
democrazia in Europa, Torino, Einaudi, 2013.
14  Ho analizzato la crisi delle organizzazioni politiche della sinistra nel mio Il grande saccheggio,
cit., pp. 94-112.

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società ricca) c’è tutta una platea che sostiene lo status quo - giornalisti, intellettuali,
operatori dei media - che naturalmente trae vantaggio da questa realtà. Quindi questa
platea asseconda sul piano del pensiero, dell’elaborazione ideologica, tale tendenza a
rendere sempre più disponibile il lavoro come se fosse una innovazione, qualcosa di
positivo, mentre di fatto il lavoro diviene sempre più subordinato e precario.
Viviamo al tempo dei voucher per il lavoro, cioè dei ticket con cui una persona va
a svolgere un lavoro. Considero tale invenzione un’infamia. Una pagina di vergogna
incancellabile del capitalismo contemporaneo. Non siamo più nell’‘800 e neppure
nel ‘900, ma è peggio. Siamo di fronte a un regresso sociale, civile, culturale e umano
spaventoso che potrebbe dar luogo a rivolte popolari. Occorre ricostruire un’oppo-
sizione e bisogna ricostruire nuove modalità di lotta, bisogna allestire anche un’in-
terpretazione della realtà all’altezza della situazione. Dobbiamo mostrare che questa
situazione del capitalismo è veramente paradossale: esso è bloccato dalle sue stesse
contraddizioni. Il capitalismo, che è davvero potente - ci potrebbe annientare tutti
con la complicità di intellettuali, giornalisti e mass media -, non può andare avanti
perché ha un punto debole: non ci può annientare, perché noi dobbiamo continuare a
comprare le stesse merci che produciamo. Dobbiamo consumare e consumare ancora,
altrimenti il profitto non si realizza.
Se gli imprenditori producono splendenti smartphone e altri gadget mirabolanti e
noi, comuni cittadini, non li compriamo, loro chiudono. Non vanno da nessuna parte.
Il capitalismo è questo strano mostro, questo modo di produzione straordinario per
tanti aspetti: il più rivoluzionario, il più capace di creare ricchezza che sia mai apparso
nella storia umana. Ma senza una controparte acquirente muore. E si avvolge entro
contraddizioni inestricabili se non ha un antagonista organizzato che lo combatta e
ne limiti il potere. Sembra che questa dialettica sia stata sempre la molla segreta del
progresso sociale.
Già Machiavelli alla fine del ‘400, nei Discorsi sopra la prima Decade di Tito Livio ri-
corda che la lotta fra patrizi e plebei nella Roma repubblicana è stata a lungo interpre-
tata come causa di disordini civili e instabilità. E invece - dice Machiavelli - coloro che
sostengono tale interpretazione non hanno capito che quelle lotte mettevano poi capo
a sintesi (sintesi è una parola mia), davano luogo a nuove leggi. Leggi che per Machia-
velli hanno costituito la base della libertà repubblicana di Roma antica15. A maggior
ragione, nell’età contemporanea, con la nascita di due classi contrapposte, operai e
capitalisti, il conflitto è diventato il motore dello sviluppo. Oggi, questo capitalismo

15  «Io dico che coloro che dannono i tumulti intra i Nobili e la Plebe, mi pare che biasimino quelle
cose che furono prima causa del tenere libera Roma; e che considerino più a’ romori ed alle grida che
di tali tumulti nascevano, che a’ buoni effetti che quelli partorivano; e che e’ non considerino come e’
sono in ogni republica due umori diversi, quello del popolo, e quello de’ grandi; e come tutte le leggi
che si fanno in favore della libertà, nascano dalla disunione loro, come facilmente si può vedere essere
seguito in Roma; perché da’ Tarquinii ai Gracchi, che furano più di trecento anni, i tumulti di Roma
rade volte partorivano esilio e radissime sangue». N. Machiavelli, Discorsi sopra la prima deca di Tito
Livio, Torino, Einaudi, 2000, Libro I, capitolo IV, p. 17. Sul punto cfr. il mio Il grande saccheggio, cit., pp.
83 e ss.

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che non trova contrapposizione e conflitto organizzato è un capitalismo che si autodi-
strugge e distrugge noi con esso.

3. Quando si parla di crisi raramente si discute degli aspetti territoriali, aspetti che
naturalmente non sono affatto slegati da quanto si è detto fin qui. È sufficiente pen-
sare al fatto che il capitalismo ha un bisogno continuo e costante, e sempre meno
contrastato dalla politica, di fare profitti. Se non si fanno operazioni finanziarie, si fa
ricchezza producendo nuovi prodotti, nuovi beni. Ma negli ultimi decenni c’è una nuo-
va forma di sfruttamento, diciamo di investimento dei capitali, che si chiama “grandi
opere”16. Le grandi opere si realizzano consumando un bene collettivo che è il ter-
ritorio, inventando necessità infrastrutturali anche quando non sono effettivamente
necessarie.
In Italia l’esempio più clamoroso di tale modo di procedere del capitale (per fortuna
non ancora realizzato) è il progetto della Tav in Val di Susa, dove esiste già il traforo del
Frejus e sono in funzione da decenni sia un’autostrada sia una linea ferroviaria. Molti
ambienti politici e finanziari, interessati a utilizzare i capitali pubblici che sarebbero
disponibili, ne vogliono costruire un’altra per “legarci all’Europa”. A sentire la vacua
propaganda mediatica, noi non siamo in Europa, noi siamo staccati dalla civiltà, la Val
di Susa è isolata, chiusa tra montagne, boschi, pecore. Naturalmente, con la TAV in Val
di Susa siamo ancora ai progetti. Ma si potrebbe parlare anche di opere del passato,
che hanno consumato suolo per generare profitti e rendite.
Non la faccio lunga. Tuttavia devo ricordare che questo è un problema che riguarda
un po’ tutti i territori dei paesi capitalistici avanzati e anche non avanzati. Si pensi alle
politiche delle dighe nei paesi del Sud del mondo, dove sono all’opera anche grandi
gruppi economici occidentali. L’Italia però ha un profilo fisico molto particolare: la
penisola ha una corona di montagne che la dividono dal resto dell’Europa e poi la
dorsale appenninica. Nella maggior parte del suo territorio, più dell’80%, è dunque
un paese collinare e montuoso.
Ora, a lungo l’economia e anche gli insediamenti umani si sono collocati nelle aree
montane e soprattutto nelle aree delle colline interne17. Le nostre pianure costiere
sono state a lungo disabitate perché paludose e infestate dalla malaria. La stessa Pia-
nura Padana, nel Medioevo, era molto paludosa. Ancora oggi alcune aree del Ferra-
rese non sono sommerse perchè delle macchine idrovore sollevano l'acqua dalle zone
ad altimetria negativa, cioè poste sotto il livello del mare, e la riversano nei corsi d’ac-
qua diretti verso l’Adriatico. Buona parte delle pianure, sia della Valle Padana, sia dei
versanti costieri, sono state una conquista lenta delle popolazioni che hanno dovuto
prosciugare gli acquitrini, costruire le strade, sconfiggere la malaria.

16  Per un approfondimento, cfr. P. Bevilacqua, Le grandi opere contro le piccole opere, in Id., Elogio
della radicalità, Roma-Bari, Laterza, pp. 100-116. e Id., I topi ballano nel formaggio della Grande Opera,
in «Il manifesto», 24 giugno 2014.
17  Cfr. P. Bevilacqua, I caratteri originali dell’agricoltura italiana, in C. Petrini e U. Volli (a cura di) La
Cultura Italiana. Cibo, gioco, festa, moda, Vol. VI, Torino, Utet, 2009

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Oggi noi viviamo uno squilibrio molto grave nel nostro territorio. Accade ormai da
decenni che gran parte della popolazione che prima stava in collina si trasferisce sem-
pre più verso valle e nelle aree costiere. Secondo il censimento del 2001 (un censi-
mento che non sono riuscito ad aggiornare, ma secondo dati non sistematici questo
fenomeno è aumentato), il 66% della popolazione italiana è insediata lungo le fasce
costiere, le pianure, le valli e le colline litoranee. Tutto il resto, che è la gran parte
del territorio, ospita poco più del 33% di popolazione in via di continua emorragia e
smobilitazione.
Che cosa succede allora? Che cosa comporta tutto questo? Comporta delle minacce
straordinarie alla nostra ricchezza nazionale, perché lungo le fasce costiere, quindi in
una striscia di terra sempre più cementificata, ci sono le abitazioni private, le imprese,
le strutture viarie e ferroviarie: c’è la polpa per usare una vecchia immagine, la ric-
chezza del nostro paese18. L’interno si spopola, ma noi non ce lo possiamo permettere
perché l’Appennino incombe su queste aree costiere con i suoi vasti processi di ero-
sione. Un tempo tale squilibrio territoriale e demografico non esisteva. Fino a pochi
decenni fa queste aree, le colline, e anche i versanti preappenninici, erano presidiati
dalle famiglie contadine: la mezzadria toscana, marchigiana, umbra, anche di parte
dell’Emilia interna. E i contadini non soltanto producevano beni agricoli, ma presidia-
vano il territorio, riparavano i torrenti che esondavano, i muretti a secco, lavoravano e
ripulivano il bosco, cioè facevano manutenzione territoriale costante19.
Oggi queste figure sono scomparse, le aree interne vengono abbandonate, quando
c’è un’alluvione l’acqua precipita senza nessun filtro nelle zone di costa, nelle zone
di valle, nelle aree della pianura ricca e densamente abitata, creando danni crescenti.
Occorre poi aggiungere il rilievo che hanno due fenomeni: uno è dato dagli eventi
estremi, le cosiddette “bombe d’acqua” di cui si parla, le forti precipitazioni che si
verificano ogni autunno e ogni inverno. L’altro è la progressiva cementificazione dei
dintorni delle città. Non ci si fa molto caso, ma una volta intorno alle città c’era il
contado, c’erano gli orti, c’erano i terreni agricoli: oggi c’è il cemento, c’è l’asfalto e
quando arriva una pioggia intensa non c’è più la spugna costituita dai terreni non
edificati che assorbe l’acqua. E allora in città si formano dei fiumi che minacciano or-
mai l’incolumità dei cittadini, in alcuni giorni diventa pericoloso aggirarsi per la città
anche in automobile.
Il consumo di suolo dissennato degli ultimi anni nelle nostre città ha creato una si-
tuazione per cui l’incolumità personale, questo bene pubblico impagabile, è messo
in gioco, è messo a rischio. Noi dovremmo punire penalmente chi cementifica anche
un centimetro quadrato delle nostre terre. Bisognerebbe punire penalmente, perché
non c’è più posto per il cemento nelle nostre città e nei nostri territori. Abbiamo cifre

18  Cfr. M. Rossi Doria, La polpa e l’osso. Agricoltura risorse naturali e ambiente, L’Ancora del Medi-
terraneo, Napoli, 2005. Ho riattivato quella metafora in L’osso dell’Appennino la polpa delle pianure, in
«Il Manifesto», 25 agosto 2016. Per un approfondimento, cfr. P. Bevilacqua, L’«osso», in «Meridiana»,
44, 2002.
19  Ho trattato il tema in Il grande saccheggio, cit., pp. 187 e ss.

51
statistiche impressionanti su tale fenomeno, che ha investito il paese negli ultimi 20
anni. Vi sono tantissime pubblicazioni: anche i recente studi dell’ISPRA, che mostrano
la trasformazione violenta e totalitaria subita dal nostro territorio20.
Abbiamo quindi la necessità di riappropriarci del nostro suolo oggi in abbandono.
Queste aree interne spopolate sempre di più, erano un tempo presidiate da borghi
dove ci sono opere d’arte, dove c’è un patrimonio immobiliare abbandonato. Per la
verità ci sono anche deboli forze in controtendenza. In alcune aree si inizia già a re-
staurare vecchi edifici, a organizzare gli alberghi diffusi, a ristrutturare le case padro-
nali e si costituiscono centri di ricerca. Intorno ai borghi ci sono campagne un tempo
coltivate. Esistono aree dove si può fare agricoltura, agricoltura di tipo nuovo fondata
sulla biodiversità, non agricoltura industriale: dove si può fare allevamento, non alle-
vamento bovino o intensivo, ma allevamento di volatili. Per esempio in alcune aziende
di agricoltura biologica ci sono i frutteti e a terra si allevano i polli e altri volatili che
si cibano di erba, che puliscono e fertilizzano anche il suolo. E in questo modo un’a-
zienda agricola ha sia i prodotti dell’albero che le uova, la carne, gli animali, che può
vendere e così via.
Poi c’è tutta l’economia silvana da rimettere in piedi. Noi oggi possediamo dei boschi
abbandonati che si inselvatichiscono e autodistruggono. La macchia selvatica diventa
rifugio di cinghiali sempre più numerosi, che devastano e minacciano le aree coltivate.
Assistiamo alla degradazione dei nostri boschi e al tempo stesso importiamo dalla
Francia e dalla Germania, per esempio, legname di noce e legname di ciliegio per la
falegnameria.
Naturalmente in queste aree interne si può anche innovare. Si possono fare nuove
forme di turismo (un turismo escursionistico, giovanile, di tipo nuovo) e si possono
attivare nelle acque interne allevamenti ittici e così via. Esiste un patrimonio di risor-
se inutilizzato straordinario per cui le aree interne si potrebbero ripopolare non con
l’assistenza statale, che può pure esserci come aiuto, ma grazie all’avvio di economie
nuove, in grado di creare nuovi posti di lavoro.
Lo scrittore ed amico Franco Arminio (che sta oggi acquistando notorietà) si è inven-
tato una disciplina. Dice di essere un paesologo21. Arminio è irpino e studia i paesi del
nostro sud. In questi villaggi oggi si possono fare esperienze di vita davvero singolari
perché ci sono dei centri che sono belli e che - mentre si è collegati via Internet con il
mondo intero - assicurano la possibilità di vivere in dimensioni di silenzio e lentezza
oggi perdute. Non è necessariamente una scelta per tutta la vita, ma per alcuni mesi o
anni può costituire una esperienza spiritualmente suggestiva, una possibilità di stile
di esistenza che nelle città è andato perduto. Una vita frenetica domina le nostre esi-
stenze soprattutto nelle grandi città. Chi vive a Roma, Torino, Milano Firenze, ecc. sa di
che cosa parlo. Oggi nei borghi si possono vivere dimensioni e stili di vita sconosciuti.

20  Cfr. Ispra, Il consumo di suolo in Italia. Edizione 2015, on line, http://www.isprambiente.gov.it/.
Più in generale, sul tema, cfr. F. Sansa et alii, La colata. Il partito del cemento che sta cancellando l’Italia
e il suo futuro, Milano, Chiarelettere, 2010; F. Erbani, Italia Maltrattata, Roma-Bari, Laterza, 2003.
21  Diversi suoi articoli di paesologia sono leggibili al sito http://comune-info.net/.

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Si può fare un salto nel passato storico e vivere alimentandosi con cibi genuini, intes-
sendo rapporti umani non nevrotici, una quotidianità scomparsa ormai dalla nostra
esperienza.
C’è tutta una serie di cose da scoprire con un atteggiamento mentale non asservito
alla pubblicità dominante, che non deve inseguire la crescita, lo sviluppo, e le sue reto-
riche: “andiamo avanti”, “conquistiamo il futuro” e idiozie di massa di questo genere.
Bisogna tirare fuori creatività, inventarsi nuove possibilità di vita, attraverso le quali
è possibile sconfiggere il capitalismo sul suo terreno senza inseguire lo sviluppo. È
possibile, cioè, tentare di trovare nuove forme di vita. E naturalmente occorre anche
impegnarsi con radicalità nella lotta collettiva, perché il problema fondamentale del
nostro tempo resta questo contrasto tra la potenza di ricchezza del capitalismo e l’or-
ganizzazione sociale, debole e sottomessa22.

22  È una tesi che ho sostenuto e argomentato in Elogio della radicalità, cit.

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Precarietà

Capitalismo bio-cognitivo, trappola della precarietà, reddito


di base incondizionato: la crisi della governance istituzionale
Andrea Fumagalli *

1. Introduzione
Una delle caratteristiche fondamentali dell’approccio operaista di ieri e di quello
neo-operaista di oggi è l’analisi della dinamica dei processi di valorizzazione basati
sulla soggettività sociale che li definisce e li interpreta. Negli ultimi 30 anni, l’attuale
processo di accumulazione capitalistica e valorizzazione ha ricevuto diversi nomi, tra
i quali il termine postfordismo risulta il più antico e in parte il più usato. La sua dif-
fusione nel corso degli anni ’90 è in particolare associata all’École de la Regùlation
francese1. Tuttavia, come molti altri termini che hanno il prefisso post, se può essere
chiaro ciò che è stato superato, nulla si dice su ciò che sta accadendo e quindi la de-
finizione che ne consegue non è scevra da ambiguità e può essere soggetta a diverse
interpretazioni. Possiamo affermare che il postfordismo si possa riferire al periodo
storico che inizia con la crisi economica del 1975 e si chiude con la crisi nei primi anni
’90, cioè il periodo in cui il processo di accumulazione e valorizzazione cessò di essere
caratterizzato dalla centralità della produzione fordista materiale in grandi fabbriche
verticalmente integrate. Allo stesso tempo, tuttavia, non emerge ancora un paradigma
alternativo e il prefisso post è, da questo punto di vista, pienamente giustificato.
La fase post-fordista è infatti caratterizzata dalla simultanea coesistenza di diversi
modelli produttivi: dal modello toyotista del just-in-time di ispirazione iper-taylori-

*
Ringrazio per il supporto psicologico The Grateful Dead, Jimi Hendrix e The Phish.
1  Come giustamente ricorda Maria Turchetto, «la paternità della nozione di postfordismo non
spetta tuttavia né al marxismo ortodosso né all’operaismo. Questi due filoni di pensiero hanno im-
portato d’oltralpe il termine e la definizione corrispondente, adattandoli al proprio apparato con-
cettuale. Il copyright sul postfordismo spetta infatti alla cosiddetta Ecole de la Régulation francese».
M. Turchetto, Fordismo e post-fordismo. Qualche dubbio su un’analisi un po’ troppo consolidata, in E.
De Marchi et alii, Oltre il Fordismo. Continuità e trasformazioni nel capitalismo contemporaneo, Mi-
lano, Unicopli, 1999, p. 1. Uno dei primi testi che utilizza il termine «postfordismo» è del geografo
inglese A. Amin, Post-fordism: A Reader, Blackwell Publishing, 1994. Nell’ambito della scuola della
Regolazione francese, cfr B. Jessop, The Regulation Approach, Governance and Post-fordism, Econ-
omy and Society, Oxford, Blackwell, 1995; A. Lipietz. The Post Fordist World: Labor Relations, Inter-
national Hierarchy and Global Ecology, in «Review of International Political Economy», spring 1997,
pp. 1–41; R. Boyer , J.-P. Durand, L’Aprés-fordisme, Paris, Syros Edition, 1998. Per quanto riguarda il
dibattito italiano, il primo testo che usa il termine postfordismo è S. Bologna, A. Fumagalli (a cura
di), Il lavoro autonomo di seconda generazione. Scenari del postfordismo in Italia, Milano, Feltrinelli,
1997. Cfr. poi E. Rullani, L. Romano, Il Postfordismo. Idee per il capitalismo prossimo venturo, Mila-
no, Etas Libri, 1998 e il testo, di taglio critico, già citato in E. De Marchi et alii, Oltre il Fordismo, cit.

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sta2, al modello del distretto industriale della piccola impresa3, al modello della filiera
produttiva internazionalizzata su base gerarchica e/o a rete4: non è ancora possibile
definire un paradigma emergente di natura omogenea. Dopo la guerra del Golfo nel
1991, le innovazioni nel campo del trasporto, del linguaggio e della comunicazione
hanno favorito il consolidamento di un unico e nuovo paradigma di accumulazione
e valorizzazione. La nuova configurazione capitalistica identifica i nuovi riferimenti
in una capacità dinamica di accumulazione basata sulla merce “conoscenza” e sullo
“spazio” (sia geografica che virtuale). Due nuove economie di scala si affermano come
fattori rilevanti e strategici nel determinare la crescita della produttività (e quindi del
plusvalore): le economie di apprendimento e le economie di rete. La prima è associata
con il processo di generazione e la creazione di nuova conoscenza (supportata dal-
le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione); la seconda deriva dal
ruolo svolto dalle reti territoriali, non più applicate esclusivamente alla produzione
e distribuzione di beni, ma sempre più alla diffusione (e controllo) della conoscenza e
del progresso tecnologico.
Questo paradigma di accumulazione può essere definito capitalismo cognitivo: «il
termine capitalismo designa la permanenza, nella metamorfosi, delle variabili fonda-
mentali del sistema capitalistico: in particolare, il ruolo guida del profitto e del rap-
porto salariale o più precisamente le differenti forme di lavoro dipendente dalle quali
viene estratto il plusvalore; l’attributo cognitivo mette in evidenza la nuova natura del
lavoro, delle fonti di valorizzazione e della struttura di proprietà, sulle quali si fonda
il processo di accumulazione e le contraddizioni che questa mutazione genera»5. La
centralità delle economie di apprendimento e di rete, tipiche del capitalismo cogniti-
vo, viene messa in discussione con l’inizio del nuovo millennio in seguito alla scoppio
della bolla speculativa della Net Economy nel marzo 2000. Il nuovo paradigma co-
gnitivo non è da solo in grado di garantire il sistema socio-economico dall’instabilità
strutturale che lo caratterizza.
È necessario che nuova liquidità venga immessa nei mercati finanziari. La

2 Cfr., tra gli altri, T. Ohno, Toyota Production System: Beyond Large-scale Production, New York, Pro-
ductivity Press Inc., 1995, G. Bonazzi, Il tubo di cristallo. Modello giapponese e fabbrica integrata alla
Fiat, Bologna, Il Mulino, 1993, M. Revelli, Economia e modello sociale nel passaggio tra fordismo e toyo-
tismo, in P. Ingrao, R. Rossanda (a cura di), Appuntamenti di fine secolo, Roma, Manifestolibri, 1995, pp.
161-224, B. Coriat, Penser à l’invers, Paris, C. Bourgois, 1991.
3  Cfr. M. Piore, C. Sabel, The second industrial divide. Possibilities for prosperity, New York, Basic
Books, 1984; S. Brusco, Piccole imprese e distretti industriali, Torino, Rosenberg & Seller, 1989; G. Be-
cattini, Distretti industriali e sviluppo locale, Torino, Bollati Boringhieri, 2000. Per un’analisi di taglio
critico, cfr. M. Lazzarato, Y. Moulier Boutang, A. Negri, G. Santilli, Des entreprises pas comme le outres,
Paris, Publisud, 1993, A. Fumagalli, Lavoro e piccola impresa nell’accumulazione flessibile in Italia. Par-
te I e Parte II, in «Altreragioni», 5-6, 1996-97.
4  Cfr. C. Pailloix, L’economia mondiale e le multinazionali, 2 voll., Milano, Jaca Book, 1979 e 1982, G.
BERTIN, Multinationales et propriété industrielle : le contrôle de la tecnologie mondiale, Paris, Presse
Universitaire du France, 1985
5  D. Lebert, C. Vercellone, Il ruolo della conoscenza nella dinamica di lungo periodo del capitalismo:
l’ipotesi del capitalismo cognitivo, in C. Vercellone (a cura di), Capitalismo cognitivo, Roma, Manifesto-
libri, 2006, p. 22.

56
capacità dei mercati finanziari di generare “valore”, infatti, è legata allo sviluppo di
“convenzioni” (bolle speculative) in grado di creare aspettative tendenzialmente
omogenee che spingono i principali operatori finanziari a puntare su alcuni tipi di
attività finanziarie6. Negli anni ’90 è stata, appunto, la Net Economy, negli anni 2000
l’attrazione è venuta dallo sviluppo dei mercati asiatici (con la Cina che entra nel Wto
nel dicembre 2001) e dalla proprietà immobiliare. Oggi tende a focalizzarsi sulla tenu-
ta del Welfare europeo e il suo smantellamento. A prescindere dal tipo di convenzione
dominante, il capitalismo contemporaneo è perennemente alla ricerca di nuovi ambiti
sociali e vitali da fagocitare e mercificare, sino a interessare sempre più quelle che
sono le facoltà vitali degli esseri umani. È per questo che negli ultimi anni si è comin-
ciato a parlare di bioeconomia e biocapitalismo7.
A questo punto, al lettore dovrebbe essere chiaro come il termine che utilizziamo in
queste pagine non è altro che la crasi tra capitalismo cognitivo e biocapitalismo: capi-
talismo bio-cognitivo come definizione terminologica del capitalismo contemporaneo.
Scopo di questo saggio, sulla base dell’approccio e del metodo dell’analisi neo-ope-
raista, è discutere il fallimento della governance liberale del capitalismo bio-cogniti-
vo. A tal fine, dopo aver analizzato le sue caratteristiche principali (par. 2), discuto le
forme di governance economica e il concetto di trappola della precarietà come dispo-
sitivo per regolare la nuova relazione capitale-lavoro (o meglio ancora, i rapporti di
sfruttamento) che si è consolidata nel corso degli ultimi due decenni (par. 3). In con-
clusione, discuto di alcune possibili alternative per uscire dalla attuale crisi economi-
ca mondiale, con particolare attenzione alla proposta del reddito di base incondizio-
nato (par. 4) e alla non fattibilità di una via d’uscita dalla crisi attraverso la definizione
di un nuovo New Deal (par. 5) per via istituzionale.

6  A. Orléan, Dall’euforia al panico. Pensare la crisi finanziaria e altri saggi, Verona, ombre corte, 2010.
7  I termini bioeconomia e biocapitalismo sono termini recenti. Il concetto di bioeconomia viene in-
trodotto da A. Fumagalli, già a partire dal 2004; cfr. Conoscenza e bioeconomia, in «Filosofia e Questioni
Pubbliche», 1, 2004, pp. 141-161 e Bioeconomics, labour flexibility and cognitive work: why not basic
income?, in G. Standing (ed.), Promoting income security as a right. Europe and North America, London,
Anthem Press, 2005, pp. 337-350, oltre che nel già citato A. Fumagalli, Bioeconomia e capitalismo co-
gnitivo. Verso un nuovo paradigma di accumulazione, Roma, Carocci, 2007. Per un’interessante analisi
del concetto di Bioeconomia, cfr. anche F. Chicchi, Bioeconomia: ambienti e forme della mercificazione
del vivente, in A. Amendola, L. Bazzicalupo, F. Chicchi, A. Tucci (a cura di), Biopolitica, bioeconomia e
processi di soggettivazione, Macerata, Quodlibet, 2008, pp. 143-158 e L. Bazzicalupo, Il governo delle
vite. Biopolitica ed economia, Roma-Bari, Laterza, 2006. Il termine biocapitalismo si deve invece a V.
Codeluppi, Il biocapitalismo. Verso lo sfruttamento integrale di corpi, cervelli ed emozioni, Torino, Bol-
lati Boringhieri, 2008. Più recentemente, cfr. anche C. Morini, Per amore o per forza. Femminilizzazione
del lavoro e biopolitiche del corpo, Verona, ombre corte, 2010.

57
2. Caratteristiche del capitalismo bio-cognitivo8
Nel capitalismo bio-cognitivo, la finanza, la conoscenza e le relazioni sono il moto-
re dell’accumulazione e il luogo dello sfruttamento. I mercati finanziari sono il cuo-
re pulsante, la conoscenza è il cervello, le attività relazionali costituiscono il sistema
nervoso. Il capitalismo bio-cognitivo è un corpo unico, al cui interno non è possibile
separare la sfera “reale” dalla sfera “finanziaria”, la sfera produttiva dalla sfera impro-
duttiva, il tempo di lavoro dal tempo di vita, la produzione dalla riproduzione e dal
consumo.
Possiamo affermare che nel capitalismo bio-cognitivo i mercati finanziari influen-
zano direttamente, e condizionano, il processo di accumulazione e valorizzazione. In
un senso più ampio, la finanziarizzazione segna il definitivo passaggio dalla mone-
ta merce alla moneta segno9. Con la totale smaterializzazione della moneta (dopo il
crollo di Bretton Woods del 1971 e la fine della parità fissa dollaro-oro), i mercati
finanziari definiscono le convenzioni sociali e gerarchiche in grado di fissare nel breve
periodo il valore della moneta. E, nello stesso tempo, consentono di mantenere aperti
i rapporti di debito e credito, fintantoché si genera sufficiente fiducia negli operatori.
Da questo punto di vista, i mercati finanziari forniscono il lubrificante al processo di
accumulazione: nel sistema capitalistico, infatti, non esiste accumulazione senza in-
debitamento. Non è un caso che essi, dagli anni ’90 in poi, provvedono al finanziamen-
to dell’attività di accumulazione: la liquidità attratta sui mercati finanziari premia la
ristrutturazione della produzione volta a sfruttare le conoscenze e il controllo degli
spazi esterni all’impresa.
In secondo luogo, in presenza di plusvalenze, i mercati finanziari svolgono nel si-
stema economico lo stesso ruolo che nel capitalismo industriale-fordista svolgeva il
moltiplicatore keynesiano (attivato dal deficit spending). Tuttavia – a differenza del
classico moltiplicatore keynesiano – il nuovo moltiplicatore finanziario conduce a
una distribuzione distorta del reddito. Perché tale moltiplicatore sia operativo (> 1)
occorre che la base finanziaria (ovvero l’estensione dei mercati finanziari) sia costan-
temente in aumento e che le plusvalenze maturate siano in media superiori alla per-
dita del salario mediano. D’altro lato, la polarizzazione dei redditi aumenta i rischi di

8 Le analisi qui presentate sono eminentemente di natura socio-economica e quindi parziali. Ad
esempio mancano riferimenti espliciti all’evoluzione della struttura proprietaria (analisi giuridica) e
alla tematica del comune come superamento della dicotomia pubblico-privato. Anche l’aspetto delle
relazioni internazionali e della fine dell’egemonia economica USA, con conseguente spostamento del
baricentro economico-finanziario verso oriente (Cina e India, in primo luogo), non è trattato con il
dovuto approfondimento. In particolare, non si affronta, per mancanza di spazio, la tematica delle tra-
sformazioni del lavoro e della diffusione dei settori “cognitivi” nei paesi Brics e del Sud-Est asiatico. Al
riguardo, si rimanda all’ottima inchiesta di Ngai Pun, Jenny Chan, Mark Selden, Morire per un iPhone.
La Apple, la Foxconn e la lotta degli operai cinesi, a cura di F. Gambino, D. Sacchetto, Milano, Jaca Book,
2015. Sulla cognitivizzazione dell’economia cinese, cfr. G. Roggero (a cura di), La testa del drago. Lavo-
ro cognitivo ed economia della conoscenza, Verona, ombre corte, 2010, con contributi di Gigi Roggero,
Andrew Ross, Yu Zhou, Aihwa Ong, Xiang Biao e Ching Kwan Lee.
9 Per approfondimenti su questo passaggio, M. Amato, L. Fantacci, Fine della Finanza, Roma, Donzelli
Editore, 2009, in particolare cap. V e VI, pp. 65-90.

58
insolvenza dei debiti che stanno alla base della crescita della stessa base finanziaria
e abbassa il livello mediano dei salari. Ne consegue che il capitalismo bio-cognitivo è
strutturalmente instabile. In terzo luogo, i mercati finanziari, canalizzando in modo
forzoso parti crescenti dei redditi da lavoro (TFR e previdenza, oltre ai redditi che
attraverso lo Stato sociale si traducono nelle istituzioni a tutela della salute e dell’i-
struzione pubblica), sostituiscono in tal modo lo Stato come assicuratore sociale. Da
questo punto di vista, i mercati finanziari rappresentano la privatizzazione della sfera
riproduttiva della vita. Infine, essi sono il luogo dove oggi si fissa la valorizzazione
capitalistica, ovvero il luogo della misura dello sfruttamento della cooperazione so-
ciale e del general intellect tramite la dinamica dei valori borsistici. Il profitto si tra-
sforma così in rendita e i mercati finanziari diventano il luogo della determinazione
del valore-lavoro, il quale si trasforma in valore-finanza, che a sua volta non é altro
che l’espressione soggettiva dell’aspettativa dei profitti futuri effettuata dai mercati
finanziari: mercati che si accaparrano in questo modo una rendita.
I mercati finanziari esercitano quindi biopotere10. Nel capitalismo bio-cognitivo, re-
gistriamo il (parziale) “divenire-rendita” del profitto11. La rendita si presenta come lo
strumento principale sia della captazione di plusvalore che della desocializzazione/
privatizzazione del comune. Il senso e il ruolo chiave di questo divenire rendita del
profitto possono essere colti su due principali livelli. Da un lato, risulta evidente sul
piano dell’organizzazione sociale della produzione e della distribuzione del reddito:
sono i criteri stessi della distinzione tradizionale tra rendita e profitto che diventano
sempre meno pertinenti. Questo confondersi delle frontiere fra rendita e profitto tro-
va una delle sue espressioni nel modo in cui il potere finanziario rimodella i criteri
della governance delle imprese in funzione della sola creazione di valore per l’aziona-
rio. Nel capitalismo bio-cognitivo, infatti, si realizza non solamente il declino defini-
tivo dell’idilliaca figura dell’imprenditore weberiano (che riunisce nella sua persona
le funzioni di proprietà e di direzione dell’impresa, in parte già attuato dal capitali-
smo industriale-fordista con la rivoluzione marginalista degli anni Trenta) ma anche
la crisi irreversibile della tecnostruttura galbraithiana, che trae la sua legittimità dal
ruolo svolto nella programmazione dell’innovazione e nell’organizzazione del lavoro.
La nuova governance dell’impresa di oggi si fonda sempre più su un management la
cui competenza principale consiste nell’esercizio di funzioni finanziarie e speculative,
mentre le reali funzioni di organizzazione della produzione sono sempre più attribu-
ite al lavoro dipendente.
Dall’altro, la competitività delle imprese dipende infatti sempre più non dalle econo-
mie interne ma dalle economie esterne, vale a dire dalla capacità di captare i surplus
produttivi provenienti dalle risorse cognitive di un territorio. Il capitale si accaparra

10  S. Lucarelli, Financialization as Biopower, in A. Fumagalli, S. Mezzadra (eds.), Crisis in the Global
Economy, cit., pp. 119-138.
11 C. Vercellone, Crisi della legge del valore e divenire rendita del profitto. Appunti sulla crisi siste-
mica del capitalismo cognitivo, in A. Fumagalli, S. Mezzadra (a cura di), Crisi dell’economia globale,
Verona, ombre corte, 2009, pp.71-99.

59
così, gratuitamente, dei benefici del sapere collettivo della società come se si trattasse
di un “dono di natura”. Il divenire rendita del profitto assume, da questo punto di vista,
l’aspetto di una privatizzazione del comune12 che permette, su questa base, di prele-
vare un reddito generato dalla creazione di una rarità artificiale di risorse. Si tratta
dell’elemento comune che riunisce, in una logica unica, la rendita proveniente dalla
speculazione immobiliare e la rendita finanziaria che, dall’inizio degli anni ’80, grazie
alla privatizzazione della moneta e del debito pubblico, ha giocato un ruolo maggiore
nella crisi fiscale e nello smantellamento delle istituzioni del Welfare State. Il divenire
rendita del profitto deriva quindi dal tentativo di privatizzare il sapere ed il vivente
(bios), grazie ad una politica di rafforzamento dei diritti di proprietà intellettuale in
grado di mantenere artificialmente elevati i costi di numerose merci, allorché i loro
costi di riproduzione sono estremamente bassi o addirittura si avvicinano allo zero.
Abbiamo comunque parlato del parziale divenire rendita del profitto. Occorre infatti
ricordare che nel capitalismo bio-cognitivo siamo in presenza anche di elementi di
sussunzione reale che derivano dalla nuova organizzazione produttiva e del lavoro
tramite la mediazione delle tecnologie linguistiche e comunicative, che hanno investi-
to in modo diretto la vita degli individui13. Occorre, infatti, prendere atto che l’attività
produttiva si basa sempre più su elementi immateriali, vale a dire su “materie pri-
me” intangibili, difficilmente misurabili e quantificabili, che discendono direttamen-
te dall’utilizzo delle facoltà relazionali, sentimentali e cerebrali degli esseri umani. Il
processo di valorizzazione perde, così, l’unità di misura quantitativa connessa con
la produzione materiale. Tale misura era in qualche modo definita dal contenuto di
lavoro necessario per la produzione di merce, misurabile sulla base della tangibilità
della produzione stessa e del tempo necessario per la produzione. Con l’avvento del
capitalismo cognitivo, la valorizzazione tende a innestarsi su forme diverse di lavoro,
che tracimano l’orario di lavoro effettivamente certificato per coincidere sempre più
con l’intero tempo di vita. Oggi il valore del lavoro alla base dell’accumulazione bioca-
pitalistica è anche valore della conoscenza, degli affetti e delle relazioni, dell’immagi-
nario e del simbolico.
Ne consegue che la produzione di valore non si fonda più solo su un sistema omoge-
neo e standardizzato di organizzazione del lavoro, indipendentemente dal tipo di beni
prodotti. L’attività di produzione si attua con diverse modalità organizzative, caratte-
rizzate da una struttura a rete, grazie allo sviluppo delle tecnologie di comunicazione
linguistica e di trasporto. Ne consegue uno scompagimento della tradizionale forma
gerarchica unilaterale interna alla fabbrica che viene sostituita da strutture gerarchi-
che che si attuano sul territorio lungo filiere produttive di subfornitura, caratterizzate
da relazioni di cooperazione e/o di comando.

12 Per una discussione sul concetto di “comune”, cfr. M. Hardt, A. Negri, Commonwealth, Cambridge
Ma., Harvard University Press, 2009.
13 A. Fumagalli, The concept of Subsumption of Labour to Capital. Towards the Life Subsumption in
Bio-cognitive Capitalism, in E. Fisher, C. Fuchs (eds.), Reconsidering Value and Labor in the Digital Age,
Londra, Palgrave, McMillan, 2015, pp. 224-245.

60
La divisione del lavoro stesso assume caratteristiche cognitive e quindi si basa sul
diverso accesso e sull’uso di diverse forme di conoscenza. La conoscenza è divisibile
in quattro livelli: informazione, conoscenza codificata, conoscenza tacita e cultura (o
conoscenza sistemica), caratterizzate da rapporti unilaterali di dipendenza. L’informa-
zione è il livello di conoscenza di base che sempre più è incorporata nell’elemento
macchinico. La conoscenza codificata è quella conoscenza specializzata (know how)
che deriva dalla conoscenza tacita ma che si trasmette attraverso procedure stan-
dardizzate, con l’intermediazione delle macchine, con la conseguenza che chi ne è
portatore può essere in qualunque momento sostituito, senza poter far leva su una
qualche forma di potere contrattuale. La conoscenza tacita può nascere da processi di
apprendimento personali o da investimenti specifici in R&S (grazie ai diritti di pro-
prietà intellettuali); inoltre, almeno fino a che non diventa codificata, non è trasmetti-
bile se non tramite l’essere umano, con la possibilità di originare forme di enclosures.
Chi possiede conoscenza tacita, rilevante per il processo produttivo, detiene così un
elevato potere contrattuale e definisce la struttura gerarchica nella produzione e nel
lavoro. Tuttavia, la conoscenza tacita, se rilevante, è destinata prima o poi a trasfor-
marsi in conoscenza codificata e quindi a svalorizzarsi. La cultura, infine, è l’insieme
di quei saperi e conoscenze che consentono di ricoprire la funzione intellettuale, ov-
vero di svolgere un’attività critica e creativa, non immediatamente sussumibile alla
logica di valorizzazione biocapitalistica. Di conseguenza la cultura è pericolosa per
la riproducibilità socio-economica del sistema, ma ne costituisce anche l’eccedenza
irriducibile al comando.
Nel capitalismo bio-cognitivo, la condizione della forza lavoro va di pari passo con la
mobilità e la predominanza della contrattazione individuale (precarietà). Ciò deriva
dal fatto che sono le individualità nomadi a essere messe al lavoro e il primato del
diritto privato sul diritto del lavoro induce a trasformare l’apporto delle individualità,
soprattutto se caratterizzate da attività cognitive, relazionali e affettive, in individua-
lismo contrattuale. Il rapporto di lavoro basato sulla condizione di precarietà, ovvero
limite temporale e mobilità spaziale della prestazione lavorativa, è il paradigma di
base della forma del rapporto capitale-lavoro. La precarietà diventa così una condizio-
ne strutturale, esistenziale e generalizzata14.
Una delle caratteristiche essenziali del capitalismo bio-cognitivo è la smaterializza-
zione del capitale fisso e il trasferimento delle sue funzioni produttive e organizzative
nel corpo vivo della forza-lavoro. Tale processo è all’origine di uno dei paradossi del
nuovo capitalismo, ossia la contraddizione tra l’aumento di importanza del lavoro co-
gnitivo quale leva della produzione di ricchezza e, contemporaneamente, la sua svalo-
rizzazione in termini sia salariali che professionali. Tale paradosso è interno a quello
che Christian Marazzi in un suo saggio ha definito «il carattere antropogenetico della

14  A. Fumagalli, La condizione precaria come paradigma biopolitico, in F. Chicchi, E. Leonardi (a cura
di), Lavoro in frantumi. Condizione precaria, nuovi conflitti e regime neoliberista, Verona, ombre corte,
2011, pp. 63-79.

61
produzione capitalistica contemporanea»15. Nel capitalismo bio-cognitivo, l’essere vi-
vente contiene in sé entrambe le funzioni di capitale fisso e di capitale variabile, cioè
di materiale e strumenti di lavoro passato e di lavoro vivo presente: il bios. La separa-
zione tra lavoro astratto e lavoro concreto non è più così netta come nel capitalismo
industriale-fordista. Innanzitutto, ciò che Marx chiamava il lavoro concreto, il lavoro
che produce valori d’uso, oggi può essere ridenominato lavoro creativo16. Tale termine
consente infatti di cogliere meglio l’apporto cerebrale insito in tale attività, mentre il
termine “lavoro concreto”, pur essendo concettualmente sinonimo, rimanda più all’i-
dea del “fare” che a quella del “pensare”, con un riferimento più marcato al lavoro arti-
gianale in sé e per sé. Nel capitalismo bio-cognitivo, è la vita stessa ad essere messa a
valore. La teoria del valore-lavoro si trasforma in teoria del valore-vita17. Ciò avviene
tramite la valorizzazione delle differenze che ciascun individuo porta con sé, siano
esse definite in base a presupposti di razza, di genere o altro. Sono proprio queste
differenze, nelle loro singolarità, a rendere possibile l’attività relazionale che sta alla
base della cooperazione sociale che produce general intellect. Sono le differenze tout
court ad essere valorizzate, a prescindere dalle caratteristiche antropologiche che le
definiscono. Quelle che cominciano a venir segmentate e divise sono le differenze ce-
rebrali, ovvero le individualità. Le differenze spaziali e biologiche, appunto genere e
razza in primo luogo, possono al limite costituire strumenti di disciplina immedia-
ta del corpo sociale. Ma la tendenza che sembra emergere va verso la costituzione –
preoccupante - di una soggettività umana caratterizzata dal conflitto contraddittorio
tra creatività del fare e omologazione cerebrale: una sorta di essere bionico, in grado
di gestire il processo antropogenetico di produzione; un mondo dove viene negata
l’individualità ma esaltato l’individualismo. Il bio-capitalismo cognitivo è produzione
bioeconomica, è bioeconomia.

15 C. Marazzi, Capitalismo digitale e modello antropogenetico del lavoro. L’ammortamento del corpo
macchina, in J. L. Laville, C. Marazzi, M. La Rosa, F. Chicchi (a cura di), Reinventare il lavoro, Roma,
Sapere 2000, 2005, pp. 107-126. Ecco la citazione completa riguardo al concetto di modello antropo-
genetico della produzione: «un modello cioè di produzione dell’uomo attraverso l’uomo, in cui la pos-
sibilità della crescita endogena e cumulativa è data soprattutto dallo sviluppo del settore educativo
(investimento nel capitale umano), del settore della sanità (evoluzione demografica, biotecnologie) e
di quello della cultura (innovazione, comunicazione e creatività)» (p. 109).
16  Scrive J. Halloway: «qui […] si colloca il centro della lotta di classe: è la lotta tra il fare creativo ed
il lavoro astratto. In passato si era consueti pensare alla lotta di classe come la lotta tra il capitale ed
il lavoro, comprendendo il lavoro come lavoro salariato, astratto e la classe lavoratrice è stata spesso
definita come la classe dei lavoratori salariati. Ma questo è sbagliato. Il lavoro salariato ed il capitale
si completano mutuamente, il primo è un momento del secondo. C’è senza dubbio un conflitto tra il
lavoro salariato ed il capitale, ma è un conflitto relativamente superficiale. È un conflitto sui livelli
salariali, sulla durata della giornata di lavoro, sulle condizioni di lavoro: tutto questo è importante
ma presuppone la esistenza del capitale. La vera minaccia al capitale non viene dal lavoro astratto ma
dal lavoro utile o fare creativo, poiché è il fare creativo che si oppone radicalmente al capitale, ovvero
alla propria astrazione. È il fare creativo che dice ‘no, non lasceremo che il capitale comandi, dobbia-
mo fare quello che consideriamo necessario o desiderabile’». J. Halloway, Noi siamo la crisi del lavoro
astratto, intervento al seminario di Uninomade, Bologna, 11-12 marzo 2006, dattiloscritto.
17  A. Fumagalli, C. Morini, La vita messa a lavoro: verso una teoria del valore-vita. Il caso del lavoro
affettivo, in «Sociologia del lavoro», 3, 2009, pp. 94-116 (Life put to Work: towards a Life Theory of
Value, in «Ephemera», winter 2010-11).

62
Assistiamo così al superamento della separazione tra tempo di vita e tempo di lavoro.
Nel momento stesso in cui la prestazione lavorativa utilizza le facoltà vitali degli in-
dividui, diventa impossibile definire un limite temporale del tempo di lavoro rispetto
al tempo di non-lavoro. Se ciò può esistere fittiziamente da un punto di vista giuridi-
co-formale, di fatto - grazie anche alle nuove tecnologie linguistico-comunicative - tra
vita e lavoro non c’è più alcuna differenza: la vita appare totalmente sussunta nel lavo-
ro18. Assistiamo pure al superamento della separazione tra luogo di lavoro e luogo di
vita. Il biolavoro nella sua molteplicità è infatti lavoro nomade, dove sempre più viene
richiesta una mobilità che porta alla definizione di non-luoghi di lavoro, piuttosto che
a forme di domestication classiche. In quest’ultimo caso, è quindi più corretto parlare
non tanto di coincidenza tra luogo di vita e luogo di lavoro, ma piuttosto di espropria-
zione di un luogo di lavoro, con tutte le conseguenze sull’identità lavorativa che ne
derivano.
Assistiamo anche al superamento della separazione tra produzione e riproduzione.
Essa è la prima conseguenza della messa al lavoro della vita. Quando si parla di vita,
si intende non solo la vita finalizzata all’attività produttiva diretta ma anche quella
rivolta alla riproduzione sociale della vita stessa, oggi esemplificabile al lavoro di cura
eminentemente femminile. Tuttavia, si può comunque affermare che il venir meno di
questa distinzione implichi il parziale superamento della stessa differenza di genere
per porre la questione delle differenze tout court19. Infine, assistiamo al superamento
della separazione tra produzione, circolazione e consumo. Nel capitalismo bio-cogniti-
vo, l’atto del consumo è, allo stesso tempo, partecipazione dell’opinione pubblica, atto
di comunicazione e marketing di se stessi. In ciò consente un ulteriore valorizzazione
della merce.
Nel biocapitalismo cognitivo, la creazione di valore si fonda in ultima analisi sul
processo di espropriazione e di organizzazione (che spesso assume la forma dell’au-
to-organizzazione apparente) del general intellect per fini di accumulazione privata.
Il general intellect è frutto della cooperazione sociale che sta alla base e consente il
passaggio dalla conoscenza tacita alla conoscenza codificata come conoscenza so-
ciale. Tale passaggio viene regolato dall’evoluzione delle forme giuridiche dei diritti
di proprietà intellettuale. Proprietà che si somma a quella dei mezzi di produzione,
dando così la possibilità alla proprietà privata di controllare il processo di genera-
zione (proprietà intellettuale) e di diffusione della conoscenza (proprietà dei mezzi
di produzione). Poiché lo sfruttamento del general intellect implica la messa a valore
dell’esistenza degli individui, il processo di creazione di valore non è più limitato alla
singola giornata lavorativa ma si estende sino a inglobare l’intera esistenza umana.
Con ciò si intende dire che la misura dello sfruttamento non è più solo il tempo del-
la giornata lavorativa che genera il pluslavoro, ma piuttosto quella parte dell’arco di
vita necessario per generare conoscenza tacita e quindi conoscenza sociale che viene

18  A. Fumagalli, The concept of Subsumption of Labour to Capital, cit., pp. 224-245.
19  C. Morini, Per amore o per forza. Femminilizzazione del lavoro e biopolitiche del corpo, Verona,
ombre corte, 2010.

63
poi espropriata dal processo di accumulazione. Le forme effettive e dirette con cui
l’espropriazione del general intellect crea valore possono essere di diverso tipo. Tra
queste, la valorizzazione della merce data dal processo di brandizzazione è partico-
larmente significativa. Il valore della merce aumenta all’aumentare del suo significato
simbolico e della sua capacità di generare immaginario reso condiviso tra i clienti. An-
che in questo caso, il plusvalore ha origine da elementi immateriali creati da conven-
zioni comportamentali, ovvero da attività relazionali comuni, così come avviene nel
funzionamento dei mercati finanziari. Se la proprietà privata dei mezzi di produzione
implica il furto di parte della giornata lavorativa e consente la generazione di plusla-
voro, la proprietà privata intellettuale è il furto della conoscenza sociale come bene
comune. Nel capitalismo bio-cognitivo, la creazione di valore è quindi l’espropriazione
e allo stesso tempo l’appropriazione del “comune”20.
Nel capitalismo bio-cognitivo, il reddito di base è la remunerazione della vita attiva,
così come i salari sono la remunerazione del tempo di lavoro certificato come produt-
tivo. L’idea di reddito di esistenza fa perno sul concetto di “remunerazione” o “rico-
noscimento” e non di intervento assistenziale (sussidio, trasferimento, ecc.). La logica
che ne giustifica l’esistenza è quindi del tutto rovesciata rispetto alla vulgata corrente
ed è opposta a misure che tendono a garantire continuità di reddito in modo condizio-
nato e temporaneo21. Nell’attuale contesto del capitalismo bio-cognitivo, la ricchezza
si ripartisce tra coloro che mettono a valore la vita, da un lato (tutte e tutti i residenti,
nessuno escluso, a prescindere dalla cittadinanza), e coloro (una quota minore) che
estraggono valore dall’appropriazione privata dei beni comuni (sfruttamento dei di-
ritti di proprietà intellettuale, sul territorio, sui flussi finanziari, ecc.) o che traggono
profitti dall’attività produttiva e terziaria. Ne consegue che il reddito di esistenza è per
definizione incondizionato e perpetuo (almeno finché si rimane in vita)
In altre parole, il reddito di esistenza non è oggi altro che il corrispettivo del sala-
rio nell’epoca fordista22. Ne consegue che, nel biocapitalismo cognitivo, la struttura
di Welfare più adeguata è il common fare, ovvero il Welfare del comune23. Il Welfare
del comune si basa su due pilastri principali. Da un lato, la garanzia di una continuità
di reddito incondizionato - a prescindere dalla condizione lavorativa e dallo status
professionale e/o sociale e/o di cittadinanza - complementare a qualsiasi altra forma
di reddito diretto, come remunerazione della cooperazione sociale produttiva che sta

20  Il tema del comune richiederebbe un approfondimento che qui non è possibile fornire. Al riguar-
do cfr. M. Hardt, A. Negri, Impero, Milano, Rizzoli, 2004 e Ead., Commonwealth, cit.
21  Come, ad esempio, l’Rmi francese e dispositivi analoghi che svolgono il ruolo di semplici ammor-
tizzatori sociali finalizzati esclusivamente al rientro nel lavoro.
22  A. Fumagalli, Per una nuova interpretazione dell’idea di basic income, Basic Income Network (a
cura di), Reddito per tutti. Un’utopia concreta per l’era globale, Roma, Manifestolibri, 2009, pp. 125-
140.
23  A. Fumagalli, Trasformazione del lavoro e trasformazioni del welfare: precarietà e welfare del co-
mune (commonfare) in Europa, in P. Leon, R. Realfonzo (a cura di), L’Economia della precarietà, Roma,
Manifestolibri, 2008, pp. 159-174. Cfr. anche il cap. 9 di A. Fumagalli, Bioeconomia e capitalismo cogni-
tivo. Verso un nuovo paradigma di accumulazione, Roma, Carocci, 2007.

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alla base della creazione del valore e oggi espropriata a fini di profitto e rendita priva-
ta. Dall’altro, l’accesso ai beni comuni materiali e immateriali, in grado di consentire
una piena e libera partecipazione alla vita sociale tramite la libera fruizione dei beni
comuni ambientali e naturali (acqua, aria, ambiente) e dei beni comuni immateriali
(conoscenza, mobilità, socialità, moneta, servizi sociali primari).
Nel capitalismo bio-cognitivo, la parola d’ordine sindacale del diritto al lavoro do-
vrebbe trasformarsi in diritto alla scelta del lavoro. Assistiamo, cioè, ad un capovolgi-
mento etico riguardo alla concezione della prestazione lavorativa. Se nel capitalismo
industrial-fordista il diritto al lavoro rappresentava l’architrave di molte costituzioni
nazionali (quella italiana in primis) - e l’obiettivo primario della lotta sindacale come
lasciapassare per accedere alla stabilità di reddito e al godimento dei diritti civili -, nel
capitalismo bio-cognitivo, dal momento che la vita stessa è produttiva, la necessità
del lavoro svolge sempre più la funzione di ricatto e di controllo della prestazione la-
vorativa ed è sempre meno funzionale all’attività di accumulazione. Da questo punto
di vista il capitale tende a “autonomizzarsi”, pur comunque dipendendo dai nessi so-
ciali impliciti nel rapporto capitale-lavoro. Di contrasto, il diritto alla scelta del lavoro
prelude all’autonomia del lavoro ed è per questo che tale obiettivo non è compatibile
né sussumibile con l’attuale valorizzazione capitalistica. In altre parole, se nel capita-
lismo industrial-fordista il diritto del lavoro era da un lato funzionale al processo di
accumulazione - ma anche condizione per esercitare il diritto al conflitto -, nel bioca-
pitalismo cognitivo il diritto alla scelta del lavoro si trasforma unicamente nel diritto
alla sovversione.

3. La governance socio-economica del capitalismo bio-co-


gnitivo: la trappola della precarietà e il nuovo esercito indu-
striale di riserva
Nel capitalismo bio-cognitivo, la struttura del mercato del lavoro e la composizione
del lavoro si sono strutturalmente modificati. Nuovi elementi sono apparsi in grado
di rendere obsoleta la rigida separazione tra occupazione e disoccupazione, lavoro
produttivo e lavoro improduttivo e tra produzione e riproduzione. La conseguenza
principale è che il termine “lavoro” perde di significato, in un duplice senso: semanti-
co e culturale. Oggi, infatti, da un punto di vista semantico, non esiste un’unica parola
per indicare l’attività produttiva umana. Come minimo ve ne sono quattro, il cui signi-
ficato rimanda ad altrettanti concetti di attività produttiva. Essi sono, oltre al termine
“lavoro”, “opera”, “ozio”, “svago”24. Nel linguaggio contemporaneo, il termine “lavoro”
ha preso il sopravvento, sino a vantare una sorta di esclusività nell’indicare l’attività

24  G. Standing, The Precariat. The New dangerous Class, London, Bloomsboury, 2012; A. Fumagalli,
Lavoro male comune, Milano, Bruno Mondadori, 2014.

65
produttiva umana. L’etica del lavoro ne è il risultato.
Ma ai tempi dei greci, il lavoro veniva svolto dagli schiavi e dai banausoi (βάναυσοι,
gli artigiani e i lavoratori manuali che non avevano la cittadinanza), ovvero dai non
cittadini. Nella cultura greca, la vera attività umana libera era quella dell’arte della
politica e dell’attività artistica (praxis, πρᾶξις). Il termine contemporaneo “opera” ne
è la derivazione attuale. Tale distinzione è rimasta di fatto inalterata sino ai nostri
giorni, anche se spesso non viene ricordata. Non è un caso che il significato della parola
lavoro - così come viene normalmente accettato nel mondo occidentale - è spesso
sinonimo di fatica: in quasi tutte le lingue occidentali la parola “lavoro” deriva dai
sostantivi latini labor e trabalium25, (con il rispettivo significato di “fatica”, “dolore”,
“tortura”), mentre “opera” - o “messa in opera” - definisce la prestazione liberamente
svolta dalla mente umana utilizzando l’ingegno e la volontà: si tratta di una locuzione
che, nel linguaggio corrente, viene oggi utilizzata per indicare l’attività artistica (non
a caso un’attività slegata dalla necessità di produrre valore di scambio e quindi non
immediatamente produttiva, nel senso capitalistico del termine).
Nella cultura classica, il termine ozio (derivato dal latino otium) indica invece un’oc-
cupazione principalmente votata all’attività intellettuale, attività generalmente riser-
vata alle classi dominanti e definita “libera”. Dalla negazione dell’attività di otium, de-
riva invece il suo opposto negotium, termine che indica la necessità di occuparsi (più
per costrizione che per scelta) dei propri affari. Nella cultura greca, tale dicotomia è
tra i due termini forse ancora più significativi26: scholé (σχολή), che significa tempo di
riposo dedicato a cultura, lettura, relazioni (dal quale deriva il nostro termine scuo-
la), e ascholé (ἀσχολή) o ascholìa, ovvero non apprendimento ma lavoro, spesso reso
anche con il termine πόνος, che significa appunto lavoro, fatica (da cui deriva anche il
termine italiano pena).
Svago, così come ozio, assumono oggi significati negativi. Lavoro e opera, ma soprat-
tutto lavoro, acquistano invece un’accezione positiva anche come elemento distintivo
della morale borghese contro il lassismo aristocratico.
È infatti nel giro di pochi secoli che abbiamo assistito al ribaltamento di 180° del
valore morale dei due termini, lavoro e ozio. Già la rottura protestante aveva riabilitato
l’attività del lavoro come strumento, eminentemente individuale, di riscatto non solo

25 Trabalium (da trabs = trave) in latino indica uno strumento composto da travi ove mettere le
bestie intrattabili o irritate per poterle ferrare o curare. Con il tempo, indica anche uno strumento di
tortura. Credo che non ci possa essere metafora più chiara per indicare come il lavorare (il “tribolare”
nel linguaggio più popolare) implichi una forzatura delle capacità umane nel fare qualcosa di imposto.
Ancora oggi in alcuni dialetti (ad esempio a Napoli) si utilizzano i termini “faticare”, “andare a faticare”,
per intendere “lavorare” e “andare a lavorare”. Da trabalium, deriva il termine lavoro in castigliano
(trabajo) e in francese (travail), ancora in uso in alcuni dialetti, laddove vi è stata dominazione spa-
gnola o francese: per esempio in siciliano “lavorare” si dice “travagghiari” e in piemontese “travajè”.
26  Una delle prime delineazioni di tale binomio, scholè-ascholìa, è enunciata da Aristotele nel VII
libro della politica. L’ozio in Aristotele coincide con l’insieme di attività riservate agli uomini liberi, le
arti liberali, e si carica di un significato di alto valore. Il lavoro, inteso come attività manuale, mecca-
nica (banausia), è considerato necessario allo sviluppo della comunità, ma non adatto al rango degli
uomini liberi bensì riservato agli schiavi e agli artigiani.

66
sociale ma soprattutto religioso27. Con il dispiegarsi poi della rivoluzione industria-
le e il passaggio alla produzione manifatturiera, è evidente che l’attività di lavoro e
l’attività produttiva, nel momento stesso in cui diviene “artificiale”, richiede di essere
coordinata, strutturata, sino a essere regolamentata. Di fatto, possiamo affermare che
il sistema capitalistico di produzione è segnato da una continua evoluzione dell’or-
ganizzazione del lavoro, una volta riconosciuto e sancito che l’attività lavorativa (il
lavoro, non l’attività di opera o di ozio o di svago) è la fonte principale del valore ca-
pitalistico (valore di scambio) e quindi dell’accumulazione. È un processo di snatu-
ramento della vita (nel senso etimologico del termine) quello a cui abbiamo assistito
negli ultimi tre secoli. E tale processo è stato reso possibile dallo stravolgimento dei
due cardini principali che hanno accompagnato la specie umana da quando è apparsa
sulla terra: la gestione del tempo (biologico e naturale) e il suo essere comunità.
È partendo da queste premesse che ora possiamo introdurre il concetto di trappola
della precarietà. Questo concetto è già presente nella letteratura economica e
sociologica - in particolare nell’attività di ricerca anglosassone -, tuttavia con significati
differenti. Una prima definizione descrive la trappola della precarietà come una sorta
di circolo vizioso, che porta gli individui a non essere più in grado di uscire dalla
condizioni di precarietà a causa dei costi troppo elevati per trovare un lavoro stabile.
Fuoriuscire dalla condizione di precarietà richiede infatti di sopportare notevoli costi
simili a quelli che nella teoria d'impresa sono chiamati costi di transazione. Se per
quest’ultima tali costi dipendono dal grado di incertezza (che può favorire pratiche
di free riding o di moral hazard) e dal coordinamento dell’attività di produzione, per
il lavoratore precario si tratta dei costi necessari per compilare, ad esempio e molto
banalmente, le domande di lavoro, la ricerca di un nuovo posto di lavoro una volta che
il contratto precedente non è stato rinnovato, o per attivare processi di formazione
e apprendimento, o per mantenere una certa struttura di Welfare, soprattutto in un
contesto dove la logica del workfare è dominante. Se tali costi di transizione dalla pre-
carietà alla stabilità risultano eccessivi e non sostenibili, ecco che allora la condizione
di precarietà può risultare permanente. Da questo punto di vista, la trappola della
precarietà deriva dal fatto che il/la lavoratore/trice precario/a si assume tutti i rischi
della propria condizione lavorativa individuale28.
Un’altra definizione più ampia, ma a questa collegata, ha a che fare con il fatto che la
trappola della precarietà - proprio perché interna a una condizione sistemica di ele-
vata incertezza e rischiosità - è il risultato della mancanza di una politica di sicurezza
sociale. In alcuni recenti ricerche, a partire dalla constatazione che il lavoro precario
e flessibile è più diffuso nei servizi avanzati e nelle cosiddette industrie creative, si
sostiene che politiche economiche mirate per questi settori potrebbero essere utili
per rivitalizzare l’economia e consentire il superamento della precarietà29. Gli stru-

27  M. Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, Firenze, Sansoni, 1970.
28  G. Standing, The precariat: the new dangerous class, Londra, Bloomsbury, 2011.
29  C. Murraya, M. Gollmitzer, Escaping the precarity trap: a call for creative labour policy, in «Inter-
national Journal of Cultural Policy», 4, 2012, pp. 419-438.

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menti politici esistenti sono per lo più scoordinati ma possono essere suddivisi in
quattro categorie: “istruzione e formazione”, “incentivi fiscali e creditizi”, “sostegno
alle imprese” e “politiche di sicurezza sociale”, con una maggiore enfasi sulle prime
tre. Sfuggire alla trappola della precarietà - esistenza senza sicurezza - tipica di molto
lavoro culturale, richiede una riformulazione del concetto di flex-security più adegua-
ta a quelle che sono le esigenze e i vincoli delle industrie culturali, creative e più in
generale del terziario avanzato immateriale.
Secondo queste due interpretazioni, la trappola della precarietà potrebbe essere evi-
tata se si perseguisse una politica economica adeguata. Ma, secondo la nostra analisi,
la precarietà è un fenomeno strutturale e generalizzato. Ne consegue che potrebbe
essere eliminata solo se le dinamiche del mercato del lavoro cambiassero drastica-
mente. E ne consegue pure che la trappola della precarietà rischia di essere fisiolo-
gica, soprattutto nel breve termine. Essa è infatti costantemente “alimentata” dalle
peculiarità della attività lavorativa esistente, basata sullo sfruttamento delle facoltà di
vita e delle soggettività degli esseri umani. La nostra opinione è che la trappola della
precarietà è il risultato dell’esistenza di un nuovo tipo di esercito di riserva industriale.
La definizione tradizionale di esercito industriale di riserva si basa sull’idea che la
presenza della disoccupazione agisce come una pressione nei confronti degli occupa-
ti, riducendo il loro potere contrattuale.
È famoso il saggio di Michael Kalecki sulle origini politiche della disoccupazione30.
Qui l’economista polacco sostiene che, in un sistema di relazioni industriali, per la
classe imprenditoriale è più conveniente rinunciare alla ottimizzazione del profitto
- che porterebbe alla piena occupazione - e creare artificialmente un bacino di disoc-
cupazione in grado di ridurre il potere contrattuale dei sindacati. Questa tesi ha una
sua validità se la distinzione tra lavoro e non-lavoro (cioè fra occupati e disoccupati)
è chiara e precisa, come è stato durante il periodo fordista. Ma oggi, nell’era del capi-
talismo bio-cognitivo, questa distinzione tende a svanire e le modalità di controllo del
lavoro tendono sempre più ad essere fondate sul ricatto del reddito e sulla individua-
lizzazione dello stesso rapporto di lavoro. Questo rende la condizione di precarietà
generalizzata e strutturale. Ed è proprio questa condizione di precarietà, percepita
individualmente in un modo diverso, che nutre e definisce il nuovo esercito industria-
le di riserva: un esercito industriale di riserva che non è più al di fuori del mercato del
lavoro ma è interno.
Ne consegue che, a dispetto di qualsiasi dichiarazione pubblica e ufficiale, ci sono
buone ragioni politiche per mantenere una certa quantità di precarietà, proprio come
nel periodo fordista non era “conveniente” raggiungere una situazione di piena oc-
cupazione (parzialmente raggiunta solo con l’attuazione di politiche pubbliche). La
trappola della precarietà svolge oggi lo stesso ruolo garantito nel secolo scorso dal-
la trappola della disoccupazione: con una differenza, che rende l’attuale situazione
ancora peggiore. Infatti, oggi, la precarietà si aggiunge alla disoccupazione con una

30  M. Kalecki, Political Aspects of Full Employment, in «Political Quarterly», 4, 1943, pp. 322–330.

68
dinamica anti-ciclica. In una fase di ripresa economica - come è stata la prima metà
dello scorso decennio (prima della grande crisi economico-finanziaria del 2007) - i
disoccupati tendono a diminuire ingrossando le fila dei precari, mentre in una fase di
recessione, come quella degli ultimi anni, avviene l’opposto: i lavoratori e soprattutto
le lavoratrici precarie sono le prime (e i primi) che diventano disoccupate(/i), entran-
do nel limbo delle (e degli) scoraggiate(/i) o delle (e dei) Neet. In tal modo, continua
comunque ad operare il dispositivo biopolitico di sussunzione della forza lavoro, ac-
compagnato dalla crisi dei sindacati tradizionali e dallo smantellamento dello Stato
sociale.
Il concetto di trappola della precarietà è diverso da quello di trappola della pover-
tà. Con esso si intende «qualsiasi meccanismo di auto-rafforzamento che fa sì che la
povertà tenda a persistere»31. Se persiste di generazione in generazione, la trappola
comincia a rafforzarsi se non si adottano misure per rompere il ciclo. La letteratura
tradizionale descrive la trappola della povertà come condizione strutturale da cui non
è possibile liberarsi nonostante gli sforzi. A sua volta, la trappola della povertà è diver-
sa dalla trappola della disoccupazione32. Quest’ultima si riferisce alle barriere indotte
da politiche di sicurezza sociale (Welfare) che vengono ritenute dotate di incentivi
perversi33. E, infatti, una delle critiche più comuni al reddito di base ha a che fare con
la persistenza della trappola della povertà. Il ragionamento è il seguente: garantire
un reddito ai disoccupati (a meno che non sia collegato a processi obbligati di inseri-
mento lavorativo) può indurre a preferire di rimanere disoccupati, con la conseguente
mancanza di efficienza nel sistema economico. Pertanto la letteratura mainstream e
neoliberista sottolinea come un aumento delle prestazioni sociali, soprattutto quando
incondizionate (come nel caso del reddito di base), è una delle cause della persistenza
di disoccupazione volontaria che rende l’equilibrio sub-ottimale. Tuttavia i risultati
empirici sono controversi. Nella situazione attuale, caratterizzata da precarietà strut-
turale, questo tipo di ragionamento è del tutto irrilevante. La questione vera, infatti,
non è la scelta tra lavorare e non lavorare, ma piuttosto tra il lavoro precario e il lavoro
desiderato. Se, nel capitalismo bio-cognitivo, la vita viene messa al lavoro e poi a va-
lore - direttamente o indirettamente -, il concetto di disoccupazione cambia radical-
mente. Oggi il bacino della disoccupazione è costituito da coloro che, pur risultando
inattivi secondo le statistiche ufficiali, in realtà svolgono attività produttive che non
sono certificate come tali. Il discrimine non è più tra coloro che lavorano o non lavo-
rano ma tra coloro che vengono remunerati e coloro che non lo sono. La precarietà
è espressione di una condizione di ricattabilità che induce processi di auto-controllo
da parte della forza lavoro, depotenziandola sia soggettivamente che oggettivamen-
te. La trappola della precarietà ne è la conseguenza. Siamo, quindi, in una situazione

31  C. Azariadis, J. Stachurski, Poverty traps, in Handbook of Economic Growth, London, Elgar, 2005,
p. 326.
32  B. Petrongolo, The unemployment trap, Paper No. CEPCP249, CentrePiece 13(1), Spring. http://
cep.lse.ac.uk/CentrePiece/browse.asp?vol=13&issue=1, 2008.
33  Per questo si parla anche di “trappola del benessere”.

69
opposta a quella della trappola della disoccupazione, la cui esistenza avrebbe potuto
avere un senso (ammesso che lo abbia) in epoca fordista. Se in quella fase la trappola
della disoccupazione poteva derivare dall’introduzione di politiche di Welfare, oggi la
trappola della precarietà è il risultato della mancanza di politiche di Welfare.

4. Prospettive e contraddizioni della crisi


È ormai consolidato il fatto che il capitalismo bio-cognitivo e finanziario produce
un livello di instabilità strutturale. Tale instabilità genera una perenne situazione di
crisi, che è allo stesso tempo una forma di governance economica. Ma si tratta di una
governance di breve periodo che, a sua volta, genera instabilità. Il capitalismo bio-co-
gnitivo si alimenta delle crisi per perpetuarsi. Gli elementi principali di contraddizio-
ne riguardano da un lato l’inadeguatezza della struttura distributiva riguardo ai nuovi
processi di valorizzazione (par. 4.1) e l’inadeguatezza della forma-salario (par. 4.3),
dall’altro l’esistenza di un problema di “misura” (par. 4.2).

4.1. La necessità di un reddito di base

Il reddito di base (non solo di cittadinanza34) è l’erogazione regolare di una certa


quantità di denaro in grado di consentire una vita dignitosa, a prescindere dalla per-
formance del lavoro. Il reddito di base deve avere due caratteristiche fondamentali:
deve essere universale e incondizionato, deve cioè essere annoverato tra i diritti ina-
lienabili dell’umanità. In altre parole, deve essere somministrato a tutte e a tutti in
modo non discriminatorio (per sesso, razza, religione, o reddito). La sola esistenza
è già garanzia di questo diritto. Quindi, il reddito di base non è collegato ad alcuna
forma di vincolo o condizione (cioè non richiede da parte del destinatario un obbligo
particolare e/o di comportamento). I due attributi, universalità e incondizionatezza,
eliminano ogni equivocità. Il concetto di reddito di base ricade esclusivamente nella
sfera della distribuzione, dato il livello della ricchezza totale. Tutte le proposte di ero-
gazione di reddito, qualunque sia la definizione terminologica, che fanno riferimento
allo stato di occupazione (la disoccupazione o la precarietà, insufficiente a garanti-
re un reddito minimo) o all’obbligo di impegni contrattuali - anche se staccato dalla
prestazione del lavoro (come nel caso dei Rsa in Francia) - sono discriminatorie e
non possono fregiarsi del titolo di essere conformi allo status di “diritto individuale
inalienabile”.
Date queste premesse, per calarci all’interno di un discorso più concreto, introducia-
mo ora il concetto di reddito minimo. Perché si possa effettivamente parlare di “red-

34  Su questo punto cfr. A. Fumagalli, Per una nuova interpretazione dell’idea di Basic Income, in Basic
Income Network Italia (a cura di), Reddito per tutti, cit., pp. 125-140.

70
dito di base minimo” (usiamo questa espressione in un'accezione larga e provvisoria)
crediamo che almeno 5 criteri debbano essere verificati:

1. Criterio dell’individualità: il reddito minimo deve essere erogato a livello in-


dividuale e non familiare a tutte le persone fisiche. Si potrà poi discutere se anche i
minori di anni 18 potranno averne diritto o no.
2. Criterio della residenza: il reddito minimo deve essere erogato a tutte/i coloro
che, risiedendo in un dato territorio, vivono, gioiscono, soffrono e partecipano alla
produzione e alla cooperazione sociale a prescindere dalla loro condizione civile, di
genere, di etnia, di credo religioso, ecc.
3. Criterio della congruità o della massima incondizionalità possibile: il reddito
minimo deve essere erogato riducendo al minimo qualunque forma di contropartita
e/obbligo come scelta il più possibile libera dell’individuo.
4. Criterio dell’accesso: il reddito minimo viene erogato nella sua fase di speri-
mentazione iniziale a tutte/i coloro i quali dispongano di un reddito inferiore ad una
determinata soglia. Tale soglia deve comunque essere superiore alla soglia di povertà
relativa e convergere verso il livello mediano della distribuzione personale del reddito
esistente. Inoltre tale livello di reddito deve essere espresso in termini relativi e non
assoluti, in modo tale che all’aumentare della soglia minima (a seguito dell’iniziale
introduzione della misura) la platea dei beneficiari possa costantemente aumentare
sino ad assurgere a livelli graduali di universalità.
5. Criterio del finanziamento e della trasparenza: le modalità di finanziamento
del reddito minimo devono essere sempre enunciate sulla base di studi di sostenibili-
tà economica, specificando dove le risorse vengono reperite in base alla stima del suo
costo necessario. Tali risorse devono ricadere sulla fiscalità generale e non su altri ce-
spiti di provenienza (come, ad esempio, contributi sociali, alienazione di patrimonio
pubblico, proventi da privatizzazioni, ecc.)
I criteri 1, 2, 5 dovrebbero essere non emendabili, mentre i criteri 3 e 4, essendo
espressi in modo relativo, possono essere soggetti a ulteriori definizioni a seconda
del contesto di riferimento, ma all’interno delle direttive di principio testé delineate.
Oggi il reddito minimo di base è cosa buona e giusta. Le ragioni di tale affermazione
prendono spunto dalle forme della composizione sociale del lavoro e dalle modalità
di accumulazione e valorizzazione dominanti. Al riguardo, è necessario proporre un
salto culturale prima che politico e affermare che il reddito di base è una variabile
distributiva primaria. Esso deve, infatti, intervenire direttamente nella distribuzione
del reddito dei fattori produttivi: come il salario, che remunera il tempo di lavoro cer-
tificato come tale; o il profitto, che remunera l’attività d’impresa; o la rendita, che
remunera l’esercizio di un diritto di proprietà. Variabile distributiva primaria significa
che non è una variabile redistributiva, nel senso che si materializza solo dopo che si è
attuata una distribuzione del reddito sulla base di quelli che sono i rapporti di forza
e i rapporti sociali esistenti all’interno di un certo processo di accumulazione: una
redistribuzione di reddito che, in una fase successiva, è l’esito di un secondo livello di

71
distribuzione indiretta agita a livello extra mercato e sovra individuale (di solito gra-
zie all’intervento pubblico), tramite politiche economiche discrezionali appropriate.
Se il reddito di base è una variabile remunerativa, occorre chiedersi che cosa remu-
nera. Per rispondere è necessario in primo luogo analizzare quali sono nel capitalismo
contemporaneo le principali fonti di valorizzazione. Studi e case study sempre più nu-
merosi ci confermano che oggi è la vita stessa, in ogni manifestazione quotidiana, a
essere spesso il fattore produttivo per eccellenza. Se prendiamo in considerazione gli
atti di vita quotidiana che caratterizzano la nostra esistenza, essi possono essere ca-
talogati in quattro tipologie: lavoro remunerato, opera, ozio, svago/gioco. Sempre più
oggi non è il solo lavoro remunerato (labor) che produce valore. Sono anche il tempo
dell’attività creatrice (opus), il tempo dell’otium, il tempo dello svago a essere inseriti
in un meccanismo di valorizzazione crescente e continuo. Le classiche dicotomie del
paradigma fordista tra tempo di lavoro e tempo di non lavoro, tra produzione e consu-
mo, tra produzione e riproduzione sono oggi in parte obsolete. È l’esito di un processo
epocale di cambiamento strutturale nei processi di produzione e organizzazione del
lavoro, processo che ha segnato il passaggio da un capitalismo materiale fordista ad
un capitalismo bio-cognitivo finanziarizzato.
Oggi la produzione di valore si basa contemporaneamente su forme di estrazione di
plusvalore assoluto e di plusvalore relativo, dove per plusvalore assoluto si intende
l’esistenza di una sorta di accumulazione originaria - in un’organizzazione capitali-
stica basata sul rapporto capitale lavoro e sulla proprietà privata quale quella nella
quale noi viviamo - che si realizza su un piano estensivo (orizzontale) modificando il
rapporto tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo. Una parte di quest’ultimo, che
nel capitalismo materiale fordista veniva considerato improduttivo (cioè non produt-
tivo di plusvalore e quindi non remunerabile), oggi è diventato produttivo, mentre
le forme giuridiche, giuslavoriste, statuali e sindacali di remunerazione sono rimaste
ancorate alla remunerazione di stampo fordista.
Di conseguenza, assistiamo sempre più al fenomeno che forme di attività ieri non
produttive di valore capitalistico, oggi lo sono diventate. Ma senza che tale trasfor-
mazione sia stata accompagnata da un adeguamento delle forme di remunerazione.
Di fatto, attività di lavoro oggi produttive non vengono certificate come tali in seguito
all’inadeguatezza delle regole concertative sindacali e giuslavoriste. Non è un caso
che il lavoro gratuito - non quello volontario, come oggi spesso si vuol fare credere,
ma quello non pagato, come nel caso dell’Expo di Milano - è in forte incremento, a
partire da quei settori che maggiormente sono stati investiti dalle trasformazioni dei
meccanismi di valorizzazione e dall’adozione del nuovo paradigma tecnologico lingui-
stico-comunicativo (attività cognitivo-relazionali)35.
A fronte di ciò, la proposta che potrebbe essere avanzata per contrastare tale feno-
meno di lavoro non pagato (quindi formalmente “schiavista”, anche se dai più non

35 A. Fumagalli, Dal lavoro precario al lavoro gratuito: la nuova frontiera della sussunzione del lavoro
al capitale, in F. Coin (a cura di), Le promesse del capitale. Economia politica e conflitto ai tempi del
lavoro gratuito, Verona, ombre corte, 2017, in corso di pubblicazione.

72
viene percepito come tale), è quella di procedere a una sua salarizzazione. Il che ren-
derebbe inutile un reddito di base, se quest’ultimo dovesse essere giustificato come
strumento per la remunerazione di un lavoro che potrebbe essere pagato con un sa-
lario o una forma simile.

4.2 L’indeterminatezza della misura del lavoro

Quest’ultima osservazione apre un secondo problema teorico–politico e, allo stesso


tempo, metodologico. Quando le trasformazioni tecnologiche e organizzative favori-
scono il diffondersi di produzioni sempre più immateriali con un elevato grado di non
misurabilità, quando si mettono a valore tutta una serie di attività che sono legate ai
processi d’apprendimento, alla riproduzione sociale36 e alle reti di relazione, allora si
pone il problema della “misura”. Il tema della misura è legato al calcolo della produt-
tività del lavoro. A differenza del passato, quando questo calcolo era possibile perché
dipendente da un’attività lavorativa che poteva essere misurata in ore di lavoro e da
una quantità di produzione altrettanto misurabile su base individuale, oggi la produt-
tività ha cambiato forma: come abbiamo già osservato (par. 2), essa tende a dipendere
in misura crescente dallo sfruttamento di nuove forme di economia di scala: le econo-
mie di apprendimento e di rete (learning e network economies). Si tratta di economie
di scala non più statiche ma dinamiche, perché è lo scorrere (continuo) del tempo a
consentire una crescita dell’apprendimento e delle capacità relazionali nonché della
riproduzione sociale, e quindi a incrementare una produttività che dipende sempre
più dall’interazione tra individui. Sia l’apprendimento che la relazione e la riproduzio-
ne sociale, infatti, necessitano di un contesto sociale di riferimento comune e coope-
rativo. La produttività di cui nel capitalismo bio-cognitivo si parla è quindi, in primo
luogo, produttività sociale. E la cooperazione che ne è alla base è cooperazione sociale
o, con riferimento al ruolo della conoscenza, general intellect.
Non stiamo parlando di cooperazione nel senso tradizionale del termine, cioè di
“unire le forze”, ma di co-operazione: ovvero dell’interazione di operazioni individua-
li che solo nella sinergia comune realizzano processi di accumulazione, e quindi di
creazione di plusvalore. Si tratta di relazioni di gruppo, che spesso nascondono for-
me di gerarchia e di sfruttamento, il cui valore è difficilmente misurabile non solo in
termini individuali ma anche – appunto - di gruppo. Se nella fabbrica tradizionale la
produttività (che aveva nel cottimo la sua esaltazione) era basata su precisi mecca-
nismi tecnici che permettevano di misurare la produttività individuale, nel contesto
lavorativo di oggi la produttività della cooperazione sociale non è misurabile in termi-
ni di produttività individuale. Non solo la produttività individuale, ma anche lo stes-
so prodotto della cooperazione sociale, non sono misurabili. Quando si producono
simboli, linguaggi, idee, forme di comunicazione, controllo sociale, che tipo di misu-

36  C. Morini, Riproduzione sociale, in C. Morini, P. Vignola (a cura di), Piccola Enciclopedia Precaria,
Milano, Agenzia X, 2015.

73
razione possiamo adottare? Salta ogni relazione valoriale tra l’output, il suo tempo di
produzione (misurato in orario) e la sua remunerazione (misurata in salario), anche
se questa è fittizia e inferiore al valore prodotto. La crisi della teoria del valore-lavoro
deriva proprio dal fatto che non solo l’apporto individuale oggi non è misurabile ma
anche l’output tende a sfuggire a un’unità di misura, tanto più quanto la produzione
diventa tendenzialmente sempre più immateriale. E ciò avviene in un contesto in cui
la misura del valore non è più condizionata da un fattore di scarsità. Come veniva sot-
tolineato in precedenza, l’apprendimento (conoscenza) e le relazioni (spazio) sono
fattori produttivi abbondanti, teoricamente senza limiti (soprattutto se pensiamo allo
spazio virtuale) almeno quanto la natura umana. Una teoria del valore fondata sul
principio di scarsità, come quella implicita della teoria del libero mercato fondata sul-
la legge della domanda e dell’offerta, oggi non ha più alcun principio di rilevanza nella
realtà economica e sociale. Ma, paradossalmente, l’unica teoria del valore che appare
adeguata al capitalismo bio-cognitivo contemporaneo, la teoria del valore-lavoro - se-
condo la quale il valore di un bene è commisurato al contenuto di lavoro vivo neces-
sario per produrlo – non è in grado di fornirne una misura37. Come infatti misurare la
cooperazione sociale e il general intellect? È una domanda a cui si può solo ipotizzare
qualche risposta. Un possibile aspetto da considerare ha a che fare con la sfera della fi-
nanziarizzazione. Il ruolo pervasivo e centrale dei mercati finanziari - come strumenti
di finanziamento degli investimenti, di privatizzazione del Welfare sociale e come for-
ma di remunerazione parziale del lavoro ad alto contenuto di conoscenza - non ha in-
taccato solo la sfera della realizzazione ma anche quella della valorizzazione. È infatti
nelle plusvalenze finanziarie, innescate dall’attività speculativa, che si può depositare
il valore prodotto dal lavoro vivo cognitivo-relazionale. È nella dinamica delle conven-
zioni finanziarie che si attua il processo di espropriazione della cooperazione sociale
e del general intellect. Tale processo non è immediato e diretto. Spesso è intermediato
dalla gestione del biopotere dominante e dalle relazioni gerarchiche che ridefiniscono
continuamente gli assetti proprietari e di mercato. Da questo punto di vista, il reddito
di base come quota distributiva diretta, cioè primaria, della ricchezza sociale prodotta
acquista ancor di più la sua valenza di riappropriazione diretta della ricchezza che in
comune viene generata dal tempo di vita messo al lavoro.

37 Sostenere la tesi della crisi della teoria del valore-lavoro non significa affermare che il lavoro
(astratto) non sia più la fonte del valore. Come scrive Michael Hardt: «lasciatemi dire una cosa ovvia.
La nostra tesi sulla crisi della legge del valore non è naturalmente un modo per mettere in discussione
che il lavoro non sia oggi la fonte del valore. La proposizione all’inizio del primo libro de Il Capitale
di Marx è che il valore di scambio di ogni merce è determinato in qualche misura dalla quantità di
lavoro astratto che le produce. Così, la quantità del tempo di lavoro che viene utilizzato nel produrre
una merce determina il suo valore di scambio. Ciò che viene posto in discussione non è se è il lavoro
a produrre il valore ma è piuttosto la capacità del capitale di quantificare e misurare il contributo del
lavoro. Questo è ciò che ho capito dalla corrente eterodossa a partire dagli anni Settanta, includendo
Negri, che la tesi sulla crisi [del valore, ndr.] che hanno posto era la tesi sulla crisi della misura». Cfr. M.
Hardt, The post-operaist approach: answers to J. Sowa, «Three questions on autonomy and labour theory
of value», in «Praktyka Teoretyczna», 2, 2015, pp. 168-69.

74
4.3. L’inadeguatezza della forma salario ai tempi del corpo-mente

L’ordine del discorso fin qui svolto ci porta a dire che la struttura salariale classi-
ca non è più adeguata, non coglie le trasformazioni avvenute. La struttura salariale
classica può essere ancora utile in quelle parti del ciclo produttivo complessivo in
cui esiste una misura del valore lavoro. Ma non rappresenta un terreno distributivo
che può essere generalizzabile. Dal punto di vista teorico, tale tematica conduce alla
necessità di rivedere, ripensare e ridefinire la teoria del valore lavoro di marxiana
memoria. Infatti, dinanzi all’inadeguatezza della forma salariale come indice della
remunerazione del lavoro, può essere ragionevole ritenere che un reddito di base
(che si aggiunge alle forme salariali di remunerazione dove queste sono misurabili) è
qualcosa di strutturalmente diverso dal salario (anche se potenzialmente, in futuro,
convergente): non può essere semplicemente intesa come un’estensione della forma
salariale, perché è necessario tener conto del cambiamento quantitativo e qualitativo
che le nuove tecnologie hanno generato.
In particolare, occorre tenere presente che si è strutturalmente modificato il rappor-
to tra essere umano e macchina. Negli anni Sessanta il rapporto tra l’essere umano
(con il suo corpo, i suo nervi, i suoi muscoli, il suo cervello, il suo cuore, il suo eros) e
la macchina era un rapporto tra ambiti separati: da un lato l’essere umano, il lavoro
vivo, dall’altro la macchina, il lavoro morto. Il rapporto tra vita e morte era ben chiaro,
materialmente tracciabile. Dal punto di vista umano interiore, la macchina era qual-
cosa di esterno e di tangibile, separata da sé. Dagli anni ’90 a oggi, tale separazione
non è più così netta. La macchina si trasforma in macchinico e perde parte della sua
materialità: gli ingranaggi della macchina taylorista diventano sempre più linguistici
e relazionali. La materia definisce l’involucro, la scatola, ma il suo funzionamento di-
pende sempre meno da un processo di automazione meccanico-rigido e sempre più
dalle facoltà cognitivo-relazionali dell’essere umano. L’utilizzo del linguaggio come
principale strumento del funzionamento del macchinico modifica il nesso di dipen-
denza tra essere umano e macchina tipico delle tecnologie tayloristiche. Nelle tecno-
logie digitali, il dispotismo della macchina viene meno.
Ma tale ibrido tra uomo e macchina che direzione prende? È la macchina che si uma-
nizza o è piuttosto l’essere umano che si macchinizza? Assistiamo al divenire umano
della macchina o piuttosto al divenire macchinico dell’uomo?
Consideriamo il web 2.0 e la diffusione recente dei social media. «L’utile delle agenzie
di pubblicità, proprio come il profitto di tutte le imprese 2.0 web, dipende quasi inte-
ramente dalla capacità di sviluppare tecnologie di controllo. Il controllo sociale viene
quindi presentato come l’unico modo per innovare, svilupparsi, in futuro. Ma che cosa
viene controllato, esattamente, oggi? Le nostre identità e il modo in cui cambiano»38.
Gli algoritmi di profilatura delle tecnologie digitali si nutrono della biodiversità uma-
na la quale si ritrova incanalata e integrata «in uno spazio Panopticon, completamente

38  Ippolita, Metamorphosis, in https://www.facebook.com/events/1517005871962950/.

75
trasparente, dove siamo chiamati a agire pubblicamente»39.
Il controllo del corpo-mente diviene oggi (d’intesa con il lavoro gratuito) la nuova
frontiera di valorizzazione. Anche se tale attività venisse salarizzata o semplicemente
remunerata in altro modo (cosa che non è), la nostra libertà di scelta sarebbe co-
munque condizionata. Un reddito di base incondizionato non è solo lo strumento
per riconoscere che la nostra vita è parte attiva (seppur spesso non cosciente) della
valorizzazione contemporanea, ma soprattutto per esercitare il diritto alla scelta e
all’autodeterminazione individuale e sociale: il diritto di scegliere il proprio destino di
attività e partecipazione sociale e anche il diritto di rifiutare condizioni di lavoro “ca-
pestro”. E ciò non può essere permesso dai dispositivi del capitalismo bio-cognitivo,
pena il rischio di far saltare il fragile equilibrio del controllo sociale e la supina con-
dizione di subalternità. Solo un reddito incondizionato può essere quindi sovversivo
fattore di liberazione comune.

5. L’impossibilità di un nuovo New Deal e l’instabilità struttu-


rale della governance istituzionale: verso forme di “autono-
mia/esodo costituente”?
Per alleviare l’instabilità strutturale dell’attuale capitalismo bio-cognitivo di-
venta necessario – almeno da un punto di vista meramente teorico – ripensare la
definizione delle variabili redistributive, in modo che esse siano più consone alla
produzione di valore e accumulazione dell’attuale capitalismo cognitivo. Di fatto
la tendenziale sovrapposizione tra lavoro e vita, quindi tra salario e reddito, non è
ancora considerata nell’ambito della regolazione istituzionale (e neanche da alcune
componenti che si definiscono “antagoniste”). Il reddito di esistenza (basic income)
può rappresentare un elemento di regolazione istituzionale adatto alle nuove ten-
denze del nostro capitalismo.
Per quanto riguarda la sfera della produzione, un secondo aspetto innovativo è
il ruolo svolto dai diritti di proprietà intellettuale. Essi rappresentano lo strumen-
to principale che consente al capitale di appropriarsi del general intellect. In altre
parole, poiché il profitto nasce dallo sfruttamento e dall’espropriazione a fini pri-
vati della conoscenza, esso è in parte assimilabile a una rendita. Ora, parafrasando
Keynes, si potrebbe sostenere che «il proprietario della conoscenza può ottenere
un profitto perché la conoscenza è scarsa, così come il proprietario terriero può
ottenere una rendita, perché la terra è scarsa. Ma mentre ci possono essere ragioni
intrinseche della scarsità di terra, non vi sono ragioni intrinseche della scarsità di
conoscenza» 40.
Da questo punto di vista, le indicazioni di politica economica proposte da Keynes

39  Ibidem.
40 Abbiamo qui ripreso la citazione di Keynes, tratta dal cap. 24 della General Theory (J. M. Key-

76
all’indomani del sorgere del fordismo potrebbero essere riscritte tenendo conto
delle novità insite nel passaggio al capitalismo cognitivo. La misura di un basic in-
come sostituisce la politica degli altri salari, mentre l’eutanasia del rentier di Key-
nes potrebbe essere declinata nell’eutanasia dei diritti di proprietà intellettuale,
accompagnata da politiche fiscali in grado di ridefinire l’imponibile di base tenendo
conto dei nuovi input produttivi, in primo luogo lo spazio, la conoscenza e i flussi
finanziari. Riguardo alla terza proposta di Keynes di socializzazione degli investi-
menti, il capitalismo bio-cognitivo si caratterizza per una socializzazione della pro-
duzione a fronte di una concentrazione sempre più elevata dei flussi tecnologici e
finanziari, le leve che oggigiorno consentono il controllo e il comando sull’attività
produttiva flessibilizzata e esternalizzata. Qualsiasi politica vada ad intaccare tale
concentrazione, che sta alla base dei flussi di investimento, incide quindi in modo
diretto sulla struttura proprietaria e mina alle radici lo stesso rapporto capitalistico
di produzione.
Le possibili proposte “riformistiche”, che potrebbero definire un patto sociale nel
capitalismo bio-cognitivo, si limitano dunque all’introduzione di una nuova regola-
zione salariale fondata sul basic income e su un minor peso dei diritti di proprietà
intellettuale: regolazione che potrebbe tendenzialmente sfociare in una sorta di eu-
tanasia della rendita/profitto da proprietà intellettuale. Tuttavia, nella realtà attua-
le, non vi sono le premesse economiche e politiche perché tale patto sociale possa
realizzarsi. Esso è quindi solo una mera illusione. Il new deal fordista è stato l’esito
di un intervento istituzionale che si è basato sull’esistenza di tre presupposti:
uno Stato nazione in grado di sviluppare politiche economiche nazionali in modo
indipendente, seppur coordinato, da altri Stati;
la possibilità di misurare i guadagni di produttività e quindi di provvedere alla loro
redistribuzione tra profitti e salari;
relazioni industriali tra parti sociali, che si riconoscevano reciprocamente ed erano
legittimate a livello istituzionale, in grado di rappresentare in modo sufficientemente
univoco gli interessi imprenditoriali e quelli della classe dei lavoratori.
Nessuno di questi tre presupposti è oggi presente nel capitalismo bio-cognitivo.
L’esistenza dello Stato-Nazione viene messa in crisi dai processi di internazionaliz-
zazione produttiva e globalizzazione finanziaria, che rappresentano oggi - nelle sue
declinazioni in termini di controllo tecnologico e delle conoscenze, dell’informazione
e degli apparati bellici - le basi di definizione di un potere imperiale sovranaziona-
le, espressione delle nuove forme di oligarchia finanziaria oggi dominanti (come il
caso-Grecia ci ha ben illustrato). Nel capitalismo bio-cognitivo è al limite possibile

nes, La Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, Torino, Utet, 1978 [orig.
The General Theory of Employment, Interest and Money, London, Mc Millan, 1936]) e abbia-
mo sostituito il termine “capital” con il termine “knowledge” e il termine “interest” con quel-
lo di “profit”. «The owner of knowledge can obtain profit because knowledge is scarce, just as
the owner of land can obtain rent because land is scarce. But whilst there may be intrinsic
reasons for the scarcity of land, there are no intrinsic reasons for the scarcity of knowledge».

77
immaginare un’entità spaziale geografica sopranazionale. La comunità europea po-
trebbe rappresentare, da questo punto di vista, una nuova definizione di uno spazio
pubblico socio-economico in cui implementare un nuovo new deal. Ma, allo stato at-
tuale delle cose, la costruzione dell’Europa procede lungo linee monetariste e neoli-
beriste che rappresentano la negazione della possibilità di creare un spazio pubblico
e sociale autonomo e indipendente, non condizionato cioè dalla dinamica dei mercati
finanziari.
La dinamica della produttività tende sempre più a dipendere da produzioni imma-
teriali e dal coinvolgimento di facoltà umane cognitive difficilmente misurabili con
i tradizionali criteri di tipo quantitativo utilizzati nel fordismo. La difficoltà attuale
di misurare la produttività sociale non consente una regolazione salariale basata sul
rapporto tra salario e produttività41. La proposta di basic income potrebbe rappresen-
tare, teoricamente, la soluzione. Ma, non casualmente, viene ritenuta politicamente
inaccettabile dalla classe imprenditoriale e incontra pure difficoltà nel campo sinda-
cale. I primi la considerano una misura sovversiva, nella misura in cui essa è in grado
di ridurre la ricattabilità dal bisogno e dalla dipendenza del lavoro. Per i secondi, in-
vece, il basic income contraddice quell’etica del lavoro su cui parte dei sindacati stessi
continua a basare la propria esistenza.
Infine, ma non meno importante, è la crisi delle forme di rappresentanza sociale sia nel
campo imprenditoriale che in quello sindacale. Il venir meno di un modello organizzati-
vo unico induce alla frammentazione sia del capitale che del lavoro. Il primo è segmenta-
to tra interessi delle piccole imprese, spesso legate a rapporti di subfornitura gerarchica,
interessi delle grandi multinazionali e attività speculative sui mercati finanziari e valu-
tari, appropriazioni di profitti e rendite da monopolio nel campo della distribuzione, dei
trasporti, dell’energia, delle forniture militari e della ricerca & sviluppo. In particolare,
la contraddizione tra capitale industriale, capitale commerciale e capitale finanziario - in
termini di strategie e orizzonti temporali diversificati - e quella tra capitale nazionale e
capitale sopranazionale - in termini di influenza geo-economica e geopolitica - rendo-
no di fatto impossibile un livello di omogeneità di intenti della classe capitalistica e la
definizione di obiettivi condivisi. Possiamo affermare che è la stessa commistione tra
profitto e rendita a rendere non omogenea la classe capitalistica. L’elemento che più ac-
comuna gli interessi del capitale è il perseguimento di un profitto a breve termine (che
trae origine in modo diverso), il quale rende praticamente impossibile la formulazione
di riforme progressive, così come invece era accaduto ai tempi del capitalismo fordista.
Di converso, il mondo del lavoro appare sempre più frammentato non solo da un punto
di vista giuridico ma soprattutto da quello qualitativo. La figura del lavoratore salariato
industriale è emergente in molte parti del globo, ma sta declinando in modo quasi irre-
versibile nei paesi occidentali: a tutto vantaggio di una moltitudine variegata di figure
atipiche e precarie, dipendenti, parasubordinate e autonome, la cui capacità organizza-

41  Questo non significa che in un futuro più o meno ravvicinato tale difficoltà non possa essere
superata.

78
tiva e di rappresentanza è sempre più vincolata dal prevalere della contrattazione indi-
viduale e dall’incapacità di adeguamento delle strutture sindacali fordiste. Il risultato
complessivo è che nel capitalismo bio-cognitivo non vi è spazio per una politica istitu-
zionale di riforme in grado di ridurre l’instabilità strutturale che lo caratterizza. Nessun
nuovo new deal è possibile. E ciò è tanto più vero quanto più sarebbero ravvisabili delle
misure in grado di favorire un riequilibrio del processo di accumulazione. Ma tali misu-
re, che abbiamo individuato in una regolazione salariale basata sulla proposta di basic
income e in una capacità produttiva fondata sulla libera e produttiva circolazione dei
saperi, minano la natura e le basi stesse del sistema capitalista: la necessità del lavoro, la
ricattabilità di reddito come strumento di dominio di una classe sull’altra e il principio di
proprietà privata dei mezzi di produzione (ieri le macchine, oggi la conoscenza).
In altre parole, possiamo concludere che nel capitalismo bio-cognitivo un possibile
compromesso sociale di derivazione keynesiana ma adeguato alle caratteristiche del
nuovo processo di accumulazione, che si possa definire sulla base di un intervento an-
che radicale ma comunque sul piano istituzionale, è solo un’illusione teorica ed è im-
praticabile da un punto di vista politico. Cionondimeno, alcune esperienze locali per
creare alternative municipali sono in atto, ma ciò non toglie che una politica a tutti gli
effetti riformista (che cioè tenda a individuare una forma di mediazione tra capitale e
lavoro soddisfacente per entrambi) in grado di garantire una stabilità strutturale del
paradigma del capitalismo bio-cognitivo non può esistere. È bene ripetere, infatti, che un
eventuale compromesso sociale fondato sul basic income e sulla libera diffusione della
conoscenza mina alle basi i fondamenti reali su cui si fonda il sistema economico ca-
pitalista: la necessità del lavoro per vivere (e quindi la sua subalternità) e la proprietà
privata come fonte di accumulazione.
Siamo dunque in un contesto storico in cui la dinamica sociale non consente spazio allo
sviluppo di pratiche, e soprattutto di “teorie”, riformiste. Ne consegue che, poiché è la
praxis a guidare la teoria, solo il conflitto e la capacità di creare movimenti autonomi e
differenziati (a seconda dei contesti di riferimento) possono consentire – come sempre
– il progresso sociale dell’umanità. E tale prassi – crediamo – non può che partire dal
condurre progetti di sperimentazione replicabili e generalizzabili; progetti tanto più im-
portanti quanto più gli spazi della mediazione politica si sono progressivamente chiusi.
Con l’eccezione forse di alcune potenzialità locali42, a livello macro il piano della pene-
trazione istituzionale si rivela oggi impotente. E neppure, di converso, una logica esclusi-
vamente resistente è in grado di modificare i rapporti di forza, oggi del tutto sbilanciati a
favore del capitale. La possibilità di costituire uno “spazio comune europeo” si è rivelata
fallace. La possibilità di creare una dialettica “corrosiva” all’interno dell’attuale gover-
nance europea si è rivelata illusoria e priva di possibilità. La Grecia ce lo ha confermato e

42  Esempi al riguardo possono essere considerati Barcellona e Napoli, ma si tratta di situazioni
ancor tutte in divenire, le cui premesse di alternatività sono ancora lungi dal concretizzarsi. Su ciò cfr.
F. Festa, Per un lessico municipalista: Municipalismo, neomunicipalismo, potere costituente, in «Eurono-
made», on line, ottobre 2016 e G. Caccia, Dalle piattaforme civiche alle città ribelli, in «Euronomade»,
on line, ottobre 2016.

79
la Spagna ce lo ribadisce. Si pone, così, una questione di potere. Ma la si pone in termini
nuovi, perché oggi il tema del “potere” si articola a livello imperiale. Un impero globale
che oggi (come ieri) scricchiola e trasuda di instabilità, perché il suo equilibrio geopoli-
tico è messo a dura prova dalla conflittualità delle relazioni e dagli interessi convergenti,
ma allo stesso tempo conflittuali, che lo animano all’interno della triade incerta che lo
definisce: USA, Cina e Brics.
Ed è partendo da queste premesse (di realismo e non di pessimismo) che occorre recu-
perare la nozione di autonomia o, in altri termini, della capacità di autodeterminazione.
Non è una questione nuova. È un tema ricorrente nella storia della conflittualità socia-
le di questo paese come di altri. Fa riferimento al tema dell’autonomia operaia nel mo-
mento più alto del conflitto sociale nella fabbrica fordista degli anni ‘70, fa riferimento
alla ricerca (e al riconoscimento) di autonomia della condizione precaria negli anni
’90 ai tempi degli Stati Generali della Precarietà e della Mayday. E oggi pone la questio-
ne dell’autonomia della vita e della sua auto-determinazione nell’era del capitalismo
bio-cognitivo, quando la vita (con tutti i suoi addentellati, dalle relazioni sociali, alla
cura, all’apprendimento, all’arte) viene sussunta e messa individualmente a valore.
Al di là del “potere”, si pone il problema di come conquistare un’autonomia decisio-
nale ovvero costituente e trasgressiva dell’attuale ordine imperiale. In altre parole di
come esercitare il potere, perché avere “potere” (e di conseguenza egemonia) non
significa automaticamente avere la possibilità di esercitarlo. Per questo, il dotarsi di
una cassetta degli attrezzi adeguata a garantire tale autonomia costituente non può
che partire da un esodo a sua volta costituente43, via la creazione di circuiti finanziari
e produttivi non sussumibili e condizionabili all’interno di una logica di mercato. Per
questo parlare di reddito incondizionato significa oggi creare le premesse perché tale
reddito non sia solo l’esito di una rivendicazione politica-istituzionale che mai verrà
accolta, ma piuttosto il frutto di un processo di autorealizzazione tramite la creazio-
ne, ad esempio, di circuiti finanziari e monetari alternativi in grado di essere sosteni-
bili e autonomi nel tempo; circuiti incondizionabili dal potere economico del mercato
e della governance autoritaria delle istituzioni dominanti attuali44.
Occorre guardare avanti. Il passato non è interessante. Vogliamo essere padroni del
nostro destino, non vogliamo mediazioni con le istituzioni della governance attuale.
Vogliamo fare. Esprimiamo volontà di Poiesis. Poiesis deriva dal verbo greco «ποιέω»
che significa faccio, invento, compongo ed è traducibile come poesia. Per gli antichi
greci ‘fare’ è uguale a “poesia”. La poesia del fare è oggi lo strumento principale per
modificare lo stato di cose presenti.

43  Ci riferiamo qui al concetto di esodo, inteso non nel senso della fuga ma della sottrazione. Cfr. A.
Fumagalli, Grateful Dead economy, Milano, AgenziaX, 2016.
44  Una prima discussione in questa direzione è raccolta nel testo E. Braga, A. Fumagalli (a cura di),
La moneta del comune. La sfida dell’istituzione finanziaria del comune, Roma, Alfabeta2-DeriveAppro-
di, 2015.

80
Governance

Della governance come rappresentazione politica e della sua


“storia”
Alessandro Arienzo

1. Un lemma di governance e di governo


Dopo aver attraversato il dibattito politologico e pubblicistico-politico degli ultimi
decenni, e nonostante la sua indeterminatezza, la governance si è affermata come
espressione di uso comune. Il termine è ormai consueto nei documenti di istituti e
agenzie internazionali: dall’ONU all’Organizzazione Mondiale per il Commercio, dal-
la Banca Mondiale all’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico,
dall’Unione Europea al Fondo Monetario Internazionale. Allo stesso modo, i governi
– e più in generale le amministrazioni pubbliche – lo utilizzano per denotare il proprio
operato anche là dove non vi sia alcuna effettiva differenza con l’ordinaria attività ese-
cutiva o amministrativa. Del resto, pur presentandosi come termine “tecnico” e quindi
apparentemente neutro nelle sue implicazioni, proprio l’uso comune e indifferenziato
del termine rivela quanto il suo carico ideologico sia almeno pari alla sua indetermina-
tezza. Tanto da spingere il politologo Gerry Stoker a sottolineare come spesso gover-
nance sia essenzialmente una parola «used to provide the acceptable face of spending
cuts»1. La governance viene infatti descritta e tematizzata in modi talvolta divergenti,
tanto che, introducendo un lavoro collettaneo dedicato alla global governance, lo stu-
dioso Meghnad Desai ha sottolineato come «the word […] presents dangers and op-
portunities to anyone who would re-open the question of global governance, thought
the term itself lacks in precision […] beyond that negative stance, the concept of global
governance needs to be clarified, amplified and, if thought desiderable, made opera-
tional»2. Del resto, già nel 1942, Luis Baudin economista e storico dell’economia, ave-
va ironizzato sul fatto che l’esercito dei teorici della governance fosse tanto disparato
da fare di essa un’etichetta piazzata da produttori diversi su bottiglie riempite con
bevande differenti3. Senza negarne gli usi impropri o retorici, se osserviamo con un
certo distacco il contemporaneo dibattito politico possiamo cogliere come, più che un

1  G. Stoker, Governance as a theory: five propositions, in «International Social Science Journal», 50,
1998, pp.17-28, cit. p. 18.
2  M. Desai, Global Governance, in M. Desai & P. Redfern (eds.), Global Governance. Ethics and econom-
ics of the world order, London-New York, Pinter, 1995, p. 7.
3  L. Baudin, Le corporatisme. Italie, Portugal, Allemagne, Espagne, France, Paris, Librairie Générale
de Droit et de Jurisprudence, 1942, pp. 4-5; cfr. P. Schmitter, Still the Century of Corporatism?, in «The
Review of Politics», 1, 1974, pp 85-131 e M. Calise, Tra governo e governance: La costituzione, in L.
Ornari (a cura di), La Nuova Età del Costituzione, Bologna, Il Mulino, 2000.

81
lemma utilizzato per denotare una forma o una prassi politica specifica, la governance
costituisca in fondo la figurazione iconica – per quanto vaga – di un certo modo di pen-
sare e rappresentare la politica affermatasi essenzialmente “per negazione”. Sul piano
internazionale, ad esempio, la governance è stata presentata come una forma politica
“oltre lo Stato”. In altri termini, distinguendola dalle tradizionali politiche interstatali
e diplomatiche per mettere in risalto come essa descrivesse lo svolgersi relativamente
autonomo delle relazioni tra gli attori di una nascente società civile globale. Sul piano
delle politiche infra-nazionali, invece, essa è stata descritta come una modalità di ge-
stione dei fenomeni politici e sociali distinta, e per certi versi opposta, alla verticalità
burocratica e alla chiusura delle amministrazioni pubbliche.
In effetti, la governance costituisce un discorso che ha dato “rappresentazione” agli
sforzi di costruzione dell’ordine politico multipolare post-1989 (sebbene, come ve-
dremo, le sue radici siano ben precedenti). Per tale ragione, credo opportuno “pren-
derla sul serio”, sia per cogliere le ragioni che hanno mosso organizzazioni internazio-
nali, politologi e amministratori a farla propria, sia per individuare le tensioni ideali
(se si vuole ideologiche) entro la quale essa è emersa, si è sviluppata ed è, forse, giun-
ta al suo compimento. Certamente, a dispetto della sua vaghezza, essa ha mostrato
una straordinaria capacità nel permeare i più diversi ambiti disciplinari: le dottrine
dell’amministrazione e dello Stato, le teorie dell’organizzazione delle corporazioni
economiche, i dibattiti sul governo locale e urbano, la politica internazionale. In tut-
ti questi ambiti, la governance ha esercitato una funzione descrittiva e analitica nel
tratteggiare e interpretare una serie di fenomeni “nuovi”. Nel contempo, essa è stata
utilizzata anche con un esplicito intento prescrittivo attraverso i moduli della “buona
governance”: insieme di buone pratiche, regole, princìpi, standards, codici regolativi
o auto-regolativi. La governance ha svolto quindi una funzione politica direttiva, nelle
forme della regolazione e dell’auto-regolazione, distinguendosi dalla normatività giu-
ridica e politica sulla quale si sono costituiti i principali attori politici moderni, gli Sta-
ti. Come ha osservato Saskia Sassen, «this new institutional order also has normative
authority – a new normativity that is not embedded in what has been (and to some
extent remains) the master normativity of modern times, raison d’état»4.
Indipendentemente dalla loro valenza euristica, i discorsi sulla governance permet-
tono di cogliere alcuni importanti mutamenti nella rappresentazione della politica
contemporanea. In primo luogo, permettono di cogliere i mutamenti relativi alla
natura e alle prassi dell’amministrazione dello Stato nonché le linee di tensione che
caratterizzano l’operato degli Stati sul piano internazionale. In secondo luogo, essi
segnalano alcune trasformazioni in atto nei sistemi politici democratico-liberali: il
mutamento degli attori e dei processi politici e sociali, sempre più articolati intor-
no alla negoziazione diffusa tra portatori d’interesse; la prevalenza del momento del
policy-making su quello giurisdizionale e legislativo; l’affermarsi di percorsi di legitti-

4  S. Sassen, Embedding the Global in the National, in States and Sovereignty in the Global Economy, S.
Solinger, J. Topik (eds.), London, Routledge, 1999, pp. 108-122, cit. p. 111.

82
mazione politica (cosiddetta output legitimacy) fondati sull’effettività e sulla capacità
d’intervento; la sostituzione della logica della mediazione del conflitto politico per via
“politico-parlamentare” con quella del problem solving tecnico ed esecutivo. In terzo
luogo, la governance rinvia ad alcuni cambiamenti strutturali nelle relazioni tra poli-
tica ed economia, ossia tra i principi che regolano il libero scorrere degli interessi e
quelli che regolano la convivenza politica tra individui e gruppi.
Per indagare le trasformazioni nel lessico e nelle rappresentazioni della politica
palesate dalla governance si possono, allora, seguire due percorsi distinti anche se
convergenti. Da un lato, è possibile ricostruirne l’emergere nel discorso scientifico
e pubblicistico, indicando gli spostamenti semantici, le significazioni, le tipizzazioni.
Un percorso d’indagine abbastanza consueto nel quale, pur in modalità differenti, si
sono esercitati tanti studiosi, compreso chi scrive5. Dall’altro lato, se si vuole fino in
fondo cogliere la dimensione retorico-ideologica e performativa della governance, è
forse utile collocarla “storicamente”. Cioè affiancare alla storia del suo emergere come
discorso politico lo studio dei contesti storici nei quali esso ha esercitato la sua spe-
cifica performatività. L’obiettivo di questo contributo è quello di tracciare in paralle-
lo questi due percorsi di analisi per mostrare come a partire dagli anni Settanta del
secolo scorso si è affermata la necessità di un passaggio dal governo (government)
alla governance attraverso la mediazione linguistico-concettuale della governabilità.
E come a partire almeno dal 2006, la governance come discorso politico sul governo
dell’economia si traduca, almeno nel contesto europeo, in un peculiare discorso “eco-
nomico” sulla politica6.

2. Definire la governance
In italiano con l’espressione “governo” indichiamo indifferentemente un’istituzione
(il Governo), una particolare attività (quella di governare, come in “io governo”) e
il suo risultato (il buon governo). Si può ben comprendere, allora, perché la tradu-
zione italiana del documento The Commission Work Program for the White Paper on
European Governance della Commissione UE preparatorio al successivo Libro bianco,
riporta l’espressione sistema di governo come corrispettivo dell’inglese governance7.
E perché nei successivi documenti si preferirà non tradurre il termine governance

5  Come introduzione alla governance cfr. G. Borrelli (a cura di), Governance, Napoli, Dante&Descar-
tes, 2004; S. Vaccaro (a cura di), Governance, Milano, Mimesis, 2007; G. Fiaschi (a cura di), Governance:
oltre lo Stato?, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2008. Cfr. anche M Calise, Tra governo e governance, cit.,
pp. 121-143; S. Belligni, Mrs Governance, I presume, «Meridiana», 50-51, 2004, pp. 181-209; A.M. Kjaer,
Governance, Cambridge, Polity Press, 2004; A. Arienzo, La Governance, Roma, Ediesse, 2013.
6  A. Arienzo, G. Borrelli, Emergenze democratiche. Ragion di stato, governance, gouvernementalité,
Napoli, Giannini, 2011.
7  SEC (2000) Un libro bianco sul sistema di governo europeo. “Approfondire la democrazia nell’Unione
europea”. Programma di lavoro, SEC (2000) 1547/7 def. Cfr. anche: COM (2001), Libro Bianco sulla
Governance Europea, COM (2001) 428, 25.07.2001; COM (2002), Report from the Commission on Euro-
pean Governance, COM(2002) 705, 11.12.2002.

83
che, pertanto, è entrato a far parte del corrente vocabolario italiano. In inglese, invece,
con government si indica l’istituzione (o in termini generici il sostantivo “governo”)
mentre con l’espressione governing (to govern) si denomina la pratica del governare.
L’espressione governance nel suo uso più generico denota il risultato dell’azione del
governare. In inglese, ma lo stesso accade per il francese, esiste quindi una sottile ma
importante differenza tra le espressioni good government e good governance.
Il lemma governance, del resto, ha una storia antica che è parte delle molteplici rap-
presentazioni del “fatto” del governo, nonché delle arti e delle tecniche di conduzione
e di auto-regolazione della vita associata. Governance ha la sua radice nel lemma greco
kubernân, usato per indicare l’atto di condurre una nave oppure un carro, e che nel-
le opere di Platone appare anche nell’accezione più estesa di governo degli uomini.
Essa attraverserà quindi la storia politica europea nella sua forma latina gubernare.
Ad esempio, nel XIII secolo, in Francia, il termine gouvernance assumerà due signifi-
cati diversi: il primo – più consueto – per indicare il governo nella sfera domestica; il
secondo, proprio dell’ambito giuridico, per designare le autonomie di governo appar-
tenenti all’Artoise e alla Fiandra che godevano di un particolare status giuridico-poli-
tico. In Inghilterra il termine indicherà innanzitutto l’atto di governare: «The action or
manner of governing»8 sebbene questa espressione non sia legata esclusivamente, o
principalmente, al government inteso come il comando (rule) del principe o del magi-
strato, ma sia utilizzata anche per denotare quell’insieme di norme, di consuetudini,
di statuti e libertates che rappresentavano l’intreccio dei diritti e dei poteri costituenti
l’organizzazione politica e civile. In tal senso, essa evidenzia quelle relazioni moltepli-
ci che nel corpo politico concorrono nel determinare l’ordine civile e politico. Esem-
plare, in tal senso, è l’uso fattone da Sir John Fortescue nel suo On the Laws and Gover-
nance of England, scritto tra il 1471 e il 1476, nel quale la governance è descritta come
un insieme ordinato di leggi, consuetudini e istituti che si affiancano – e limitano – il
potere del principe, e che egli descrive come dominium politicum et regale. Poco meno
di un secolo dopo, nel 1628, il giurista Coke scriverà di good governance per riferirsi
ad un governo nel quale «full right is done to every man»9. Sarà proprio la governance
nella particolare accezione di “buona governance” a riemergere nella seconda metà
del XX secolo, pian piano arricchendosi di una pluralità di significazioni diverse che
faranno da base al suo crescente utilizzo da parte di economisti, politologi, scienziati
della politica, istituti ed organismi internazionali.
Nel nuovo contesto globalizzato, con governance s’intenderà una modalità di gestio-
ne politica distinta e per molti versanti alternativa a quella del government statale. La
prima rivendica l’orizzontalità nelle relazioni tra gli attori, la flessibilità e adattività
dei processi e una natura “inclusiva”, perché consensuale, policy oriented, partecipa-
tiva. Obiettando quindi, al secondo, la sua natura gerarchica e burocratica. Il testo
che forse più di ogni altro ha sollevato l’attenzione su forme inedite e non statuali

8  Oxford English Dictionary, Oxford, Clarendon Press, a cura di J.A. Simpson e E.S.C. Weiner, 1989,
20 voll., governance, vol. XII, p.711.
9  Ibidem.

84
di coordinamento e organizzazione politica che emergevano sul piano internaziona-
le s’intitola significativamente Governance without Government di James N. Rosenau
ed Ernest O. Czempiel. La governance è descritta in termini molto ampi come «order
plus intentionality»10: l’ordine è dato dall’insieme delle regole e degli accordi formali
e informali che permettono ad un insieme di attori di realizzare obiettivi comuni sulla
base di una sostanziale intenzionalità condivisa. Il testo però ha avuto il grande me-
rito di porre in risalto il fatto che, a livello internazionale, andavano moltiplicandosi
le esperienze di governance – ossia di coordinamento intenzionale tra attori – senza
“governo”. Più articolata è l’analisi di Renate Mayntz che ha segnalato due accezioni
diverse della governance. La prima indicava «un nuovo stile di governo, distinto dal
modello del controllo gerarchico e caratterizzato da un maggior grado di coopera-
zione e dall’interazione tra Stato e attori non-statuali all’interno di reti decisionali
miste pubblico/private»11. La seconda stava per indicare quelle «modalità distinte di
coordinamento delle azioni individuali, intese come forme primarie di costruzione
dell’ordine sociale» così come esse erano derivate dall’economia dei costi di transa-
zione e dall’analisi dei mercati quali forme alternative di organizzazione12. Queste due
posizioni aprivano ad accezioni più ristrette e articolate che potevano essere collocate
nell’uno o nell’altro campo teorico. Su un piano diverso da quello politologico, connes-
so alla nuova pubblicistica post-statuale, vi è la definizione, tanto interessante quanto
generica, offerta dal rapporto On Our Global Neighborhood redatto dalla Commissione
ONU sulla Governance Globale che descriveva la governance come: «the sum of the
many ways individuals and institutions, public and private, manage their common af-
fairs. It is a continuing process through which conflicting or diverse interests may be
accommodated and co-operative action may be taken. It includes formal institutions
and regimes empowered to enforce compliance, as well as informal arrangements that
people and institutions either have agreed to or perceive to be in their interest»13. Nel-
la sua genericità questa proposta è quella più indicativa degli assunti teorici di fondo
che orientavano questo nuovo approccio alla politica.

3. Le radici teoriche della governance


Anche solo da questi rapidi passaggi appaiono chiare le ragioni per cui il lemma go-
vernance sia giunto a significare molte cose diverse. Per cogliere il significato politico
che emerge da questo quadro confuso è utile individuare i tratti che hanno caratteriz-
zato la governance in ambiti scientifici di particolare rilievo. E che ne costituiscono le

10  J. Rosenau, E.O. Czempiel (eds.), Governance without government, New York, Cambridge Univer-
sity Press, 1992, cit. p. 5
11  R. Mayntz, La teoria della ‘Governance’: sfide e prospettive, in «Rivista italiana di scienza politica»,
1, 1999, pp. 3-22, cit. p. 3.
12  R. Mayntz, La teoria della ‘Governance’: sfide e prospettive, cit., p. 4.
13  Commission on Global Governance, Our Global Neighborhood, Oxford, Oxford University Press,
1995, cit. p. 5.

85
radici teoriche. Tra questi vi sono le teorie del governo locale e dell’amministrazione
pubblica del New Public Management nonché le teorie riguardanti la nuova governan-
ce delle corporazioni economiche.
Nella sua piena differenziazione dal government, la governance è descritta per la prima
volta in una serie di studi che negli anni Sessanta del secolo scorso segnalavano forme
nuove di gestione delle amministrazioni locali e tematizzavano la loro distanza da un
modello basato sulla centralità della burocrazia statale. Nel 1961, gli studiosi Vincent
Ostrom, Charles Tiebout e Robert Warren proponevano un modello di gestione dei
servizi strutturato in reti di fornitori pubblici, privati e misti, in concorrenza tra loro14.
Questa proposta s’inseriva in un più ampio dibattito sulla necessità di una riforma del
sistema dei servizi locali la cui organizzazione appariva frammentata e fortemente
localistica. Contrariamente ai fautori di un modello di riforma “centralistica”, basata
sul rafforzamento della regolamentazione istituzionale e del coordinamento federale,
l’obiettivo dei tre ricercatori era di delineare le caratteristiche di una gestione più effi-
ciente delle risorse pubbliche attraverso un’organizzazione non gerarchica delle fun-
zioni e degli attori. A loro giudizio, l’autorità pubblica non avrebbe dovuto intervenire
direttamente nella gestione dei servizi locali, ma poteva più utilmente fissare stan-
dard ed esercitare le funzioni di controllo e di coordinamento dell’offerta, lasciando
quindi al mercato la gestione. Il singolo cittadino doveva essere messo in grado di sce-
gliere in una pluralità di alternative concorrenti quelle ritenute più efficienti, effettive
e rispondenti alle proprie esigenze. In tal modo, si potevano superare i problemi di
scarsa efficienza ed efficacia associati al monopolio statale dell’offerta dei servizi. La
concorrenza e la competizione tra amministrazioni e fornitori di servizi avrebbe cioè
contribuito ad ampliare l’offerta e determinato una migliore allocazione delle (scarse)
risorse. Questi principi erano stati elaborati qualche anno prima dallo stesso Tiebout
e sono comunemente riassunti nell’espressione voting with one’s feet (letteralmente:
“votare per mezzo dei propri piedi”): ossia, l’esistenza di distretti amministrativi con-
correnti avrebbe permesso al cittadino di scegliere (votare) quella dotata del sistema
di servizi/costi a lui più favorevole15. Le amministrazioni capaci di attrarre un numero
crescente di cittadini grazie alla migliore offerta di servizi avrebbero potuto disporre
di maggiori risorse economiche (e politiche) ampliando il loro bacino fiscale. Quelle
che avrebbero visto diminuire il numero dei propri cittadini sarebbero state incenti-
vate a riformare il proprio operato per concorrere in efficienza e attrattività. Seppure
in forme diverse, il dibattito tra fautori di un approccio istituzionalista alla riforma
del governo locale e teorici di una governance metropolitana “dei costi di transazione”
(transaction-costs metropolitan governance), detta anche della scelta pubblica (public
choice), è durato a lungo. E si è arricchito negli anni più recenti grazie agli studi com-
parativi provenienti dagli Stati Uniti e dalle ricerche europee, asiatiche ed africane,

14  V. Ostrom, Ch. Tiebout, R. Warren, The organization of government in metropolitan areas: a theo-
retical inquiry, in «American Political Science Review», 55, 1961, pp. 831-842.
15  C. Tiebout, A pure theory of local expenditure, in «Journal of Political Economy», vol. 34, 1956, pp.
416-424.

86
confluendo nella cosiddetta “nuova governance metropolitana” che – rielaborando i
presupposti del dibattito precedente – sperimenta forme di decisione pubblica basate
sulla cooperazione tra attori pubblici e privati, con un approccio che punta alla costi-
tuzione di sistemi di organizzazione ibridi che si collocano tra mercato e gerarchia16.
In effetti, le trasformazioni in atto nella governance urbana danno conto della pro-
fonda trasformazione dello spazio amministrativo pubblico e dei confini che separano
lo Stato dalla società. E se è vero che le istituzioni del governo e gli istituti amministra-
tivi continuano ad essere i motori principali dei processi di attuazione della decisione
pubblica, Martin Shapiro sottolinea che: «the decision-making process is no longer
seen as one in which private activity occurs around government decision-making, or
seek to influence decision-making. Rather, the very distinction between governmen-
tal and non-governmental has become blurred, since the real decision-making pro-
cess now continually involves, and combines, public and private actors»17.
Se l’uso del termine governance in un’accezione distinta da quella del governo statale
si presenta per la prima volta nello studio del governo locale, l’imporsi di questo con-
cetto è però stato anche favorito dal rilievo che nelle scienze politiche e sociali hanno
assunto le forme di autogoverno delle imprese economiche. Un primo riferimento alla
governance per significare l’autoregolazione delle imprese economiche lo troviamo in
uno scritto del 1937 di Ronald Coase che descrive l’impresa come una vera e propria
“struttura di governo”, ossia un ente in cui la cooperazione interna permette di ridur-
re i cosiddetti “costi di transazione”18. A partire dal lavoro di Coase, ma soprattutto
grazie ai contributi di Oliver Williamson tra gli anni Settanta e Ottanta, prende avvio
una prospettiva di studio dell’impresa che la analizza nei termini di rendimento e di
efficacia le relazioni interne. Sulla base di questi studi si comincerà a parlare di gover-
nance per indicare l’insieme delle strutture e delle prassi che garantiscono l’efficace
coordinamento interno e l’efficacia e l’efficienza operativa di una impresa/azienda sia
essa privata o pubblica.
Al pari di altri ambiti, anche nel contesto dell’autogoverno delle imprese vi sono mo-
delli diversi di intendere la governance, rispondenti a premesse di fondo differenti.
Per cogliere le ragioni di queste varietà di approccio, possiamo fare riferimento a tre
definizioni distinte. Nella prima, la «corporate governance is concerned with ways of
bringing the interests of investors and managers into line and ensuring that firms are
for the benefit of investors»19. Essa rappresenta quindi un insieme di meccanismi e
procedure organizzative e operative finalizzato a tutelare, armonizzare e ottimizza-
re gli interessi degli investitori in rapporto a quelli, potenzialmente divergenti, della

16  D. Kübler, H Hubert, An analytical framework for democratic metropolitan governance, «EPCR
Joint Session of Workshop», Torino, 2002.
17  M. Shapiro, Administrative Law Unbounded: Reflection on Goverment and Governance, in «Indiana
Journal of Legal Studies», 2, 2001, p. 369-377, cit. p. 369; cfr. anche J. Kooiman, Modern Governance.
New Government - Society Interactions, London, Sage, 1993.
18  R.H. Coase, The Nature of the Firm, in «Economica», n.s, 16, 1937, pp. 386-405.
19  F. Mayer, Corporate governance, competition and performance, in Enterprise and Community: New
Directions in Corporate Governance, a cura di S. Deakin e A. Hughes, Oxford, Blackwell, 1997, p. 154.

87
struttura manageriale. Secondo una differente definizione, la governance corporata
«is concerned with the relationship between the internal governance mechanics of
corporations and society’s conception of the scope of corporate accountability»20. Gli
attori, in questo caso, sono da un lato l’impresa, o più propriamente i dipartimenti e le
sue articolazioni interne; dall’altro, la società intesa come insieme unitario che opera
nel mercato. La governance deve offrire un riscontro positivo sui piani dell’organiz-
zazione e del funzionamento dell’azienda mettendo in relazione la propria struttura
interna e gli attori ad essa esterni realizzando una più ampia responsabilità sociale di
cui deve farsi portatrice. Infine, un terzo approccio vede nella governance dell’impre-
sa tutte quelle «structures, processes, cultures and systems that engender the succes-
sful operation of the organisations»21. Gli attori di cui tenere conto sono tanto diversi
da essere unicamente accomunati dal concorrere al successo dell’azienda. In questo
senso, la governance concerne tutti quei processi di autogoverno – e quindi di attribu-
zione autonoma di regole così come di procedure di controllo e verifica – attraverso
cui rendere più efficiente, più trasparente e più sicuro l’operato dell’impresa e degli
attori coinvolti.
A dispetto delle differenze che emergono tra questi modelli, tutti questi approcci
condividono il principio di fondo che, comunque intesa, la governance debba innan-
zitutto tutelare gli interessi di lungo periodo della “proprietà” dell’impresa22. Tutta-
via, anche la definizione della proprietà di un’azienda è problematica. Un’impresa
economica, infatti, può basarsi su un nucleo proprietario prettamente finanziario: i
proprietari coincidono, quindi, con gli azionisti. Poiché il controllo o la gestione sono
diversi e separati dalla proprietà, l’obiettivo della governance non potrà che essere
quello di allineare gli obiettivi della dirigenza con quelli degli azionisti. La struttura
di simili imprese – definita come outsider system of corporate governance – è tuttavia
diversa dai modelli della cosiddetta insider system of corporate governance nei quali
gli investitori determinano, o magari coincidono con, gli assetti manageriali. Un altro
aspetto di rilievo è quello dato dalla differenziazione tra shareholders (azionisti) e
stakeholders (portatori di interessi). In una definizione più ristretta della governan-
ce dell’azienda, gli interessi da tutelare sono esclusivamente quelli degli azionisti. In
definizioni più ampie della natura e composizione della corporazione, invece, tutti i
portatori di interessi, ossia tutti coloro i quali abbiano un interesse nelle scelte opera-
te dall’impresa, possono essere considerati propriamente attori. Con stakeholders si
possono, infatti, intendere tutti quelli che possono legalmente condizionare l’impresa
o sono condizionati da essa, oppure tutti coloro che hanno un interesse legittimo nelle
attività della compagnia fino a definizioni estremamente estensive che coinvolgono

20  S. Deakin, A. Hughes, Comparative corporate governance: an interdisciplinary agenda, in Id., Enter-
prise and Community, Oxford, Basil Blackwell, 1997, cit. p. 2.
21  K. Keasey, M. Wright, Introduction: the corporate governance problem - competing diagnoses and
solutions, a Corporate Governance: economic, managment, and financial issue, Keasey et alii (eds.), Ox-
ford, O.U.P., 1997, p. 2.
22  J. Cook, S. Deakin, Stakeholding and corporate governance: theory and evidence on economic per-
formance, ESRC Centre for Business Research, 1999.

88
tutti coloro che, a diverso titolo, sono interessati dall’attività dell’azienda: azionisti, fi-
nanziatori, dirigenza, collaboratori, impiegati e per certi versi anche clienti, fornitori,
commercianti al minuto.
A dispetto delle proposte diverse, tutti questi modelli mostrano come è solo in base
ad una decisione presa a priori sugli attori da coinvolgere che diviene possibile stabi-
lire i principi di una buona governance. Con l’espressione “buona governance” si vuole
allora distinguere la mera descrizione dei meccanismi di controllo e di decisione che
sottendono all’organizzazione della compagnia, da quei criteri (prassi, standard) che
realizzano il buon operato dell’impresa. In questa seconda accezione, è importante il
documento dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Econonomico del
dal titolo Principles on Corporate Governance che nasce dall’esigenza di vedere garan-
tite trasparenza e responsabilità nel governo delle corporazioni sulla base di standard
minimi condivisi a livello internazionale23. Il moltiplicarsi degli Stati i cui assetti eco-
nomici andavano orientandosi al mercato dopo il 1989 e l’accelerazione dei processi
di privatizzazione nei settori pubblici e dell’energia avevano infatti favorito l’allargar-
si del ruolo e potere nel contesto internazionale di imprese e società transnazionali.
Tuttavia, le gravi e ripetute crisi economiche e finanziarie che avevano visto coinvolte
grandi imprese internazionali, il moltiplicarsi degli scandali finanziari, le accuse per il
disinteresse verso i diritti dei lavoratori, la scarsa tutela dell’ambiente e più in gene-
rale il benessere complessivo della società, spingevano questa organizzazione a defi-
nire standard di buona governance da utilizzare come riferimento internazionale per
l’auto-regolazione delle imprese. Il documento dell’Organizzazione resta una carta di
intenti nella quale sono definiti princìpi e standard dal valore non vincolante. Quello
che giustifica l’attenzione sul tema della governance delle imprese è proprio la natura
non regolamentare di questi documenti, e il fatto che i nodi concettuali e organizzativi
che emergono nel dibattito politico siano mutuati in buona parte proprio da questi
modelli. È possibile, infatti, individuare almeno quattro temi di rilievo politico che
emergono dalle riflessioni intorno alla governance delle corporazioni:
a. la governance delle imprese mostra come la definizione degli attori coinvolti o
coinvolgibili nel processo di autogoverno costituisca il presupposto senza il quale non
è possibile definire alcun criterio di responsabilizzazione (accountability);
b. le definizioni che si danno dei portatori di interessi – shareholders e/o stakehol-
ders – e il livello e la qualità della rappresentatività di questi attori segnano i confini
della loro maggiore o minore inclusione;
c. la governance presuppone un’interazione orizzontale tra attori in linea di princi-
pio eguali, le cui relazioni si basano su una fiducia reciproca (trust) e una sostanziale
interdipendenza;
d. l’efficacia dell’operato dell’azienda rimane l’aspetto centrale della governance così
come si configura nel campo dell’autogoverno delle imprese. Il nucleo esecutivo e la
capacità operativa della dirigenza deve sempre rimanere garantita a fronte del rischio

23  OECD (1999), Principles on Corporate Governance, SG/CG (99) 5, 19.4.1999.

89
del disaccordo o di una conflittualità tra le parti che si mostri irrisolvibile.

4. La governance e la sua storia


Se le radici teoriche della governance sono state ampiamente studiate e variamente
interpretate, minor attenzione è stata data al contesto storico-culturale nel quale essa
è emersa e si è affermata. In effetti, la governance come discorso politico compare
in una fase storica di profonda trasformazione delle società e delle istituzioni demo-
cratico-liberali e attraversa fasi molto diverse. Si presenta per la prima volta come
governabilità nel quadro dalla grande crisi dei primi anni Settanta, quindi si afferma
nel ventennio che accompagna la speranza globalista della fine degli anni Ottanta, per
giungere alle due grandi rotture rappresentate dall’attacco alle Torri Gemelle (2001)
e dalla grande instabilità economica (2006).
Abbiamo già posto l’attenzione sull’importanza teorica della categoria di governa-
bilità, rilanciata dalla Commissione Trilaterale nel 197524. Nel rapporto The Crisis
of Democracy veniva descritto un sistema democratico “occidentale” minacciato da
un “eccesso di democrazia”; un eccesso cui era necessario far fronte attraverso una
maggiore capacità di direzione ed esecuzione politica definita come “governabilità”.
Attraverso questo rapporto, che ebbe una vastissima eco nel dibattito dell’epoca, la
Trilaterale argomentava la necessità di un passaggio nella politica democratica dalla
centralità degli istituti della rappresentanza – e quindi dalle forme tradizionali della
legittimità rappresentativa – verso un’organizzazione istituzionale più centrata sul
momento esecutivo e regolativo. L’obiettivo era di garantire stabilità politica, compe-
titività e una maggiore efficacia di processi decisionali. Alle tradizionali procedure del
governo democratico-liberale o social-democratico si opponeva la nuova categoria di
governabilità che richiamava a un necessario depotenziamento della politica dei par-
titi, e del ruolo di promozione economica e redistributivo dello Stato, per far prevalere
le funzioni di governo e di autoregolazione dei mercati. Questo testo rispondeva alle
esigenze di ripensamento dei sistemi politici democratici messi in difficoltà non solo
dal perdurare del conflitto con il “blocco comunista”, ma anche dalle crescenti conflit-
tualità interne (dalle lotte anti-autoritarie al progressivo rafforzarsi del movimento
operaio) e dal problema dei “limiti allo sviluppo” segnalati dalle crisi energetiche e
dal calo della produttività (a fronte di salari crescenti). L’abbandono della stabilità
monetaria e del cambio fisso voluto dall’amministrazione Nixon sotto la spinta del
crescente debito pubblico provocato dalle spese di guerra in Vietnam costituiscono
un passaggio decisivo nella costruzione di un’architettura politico-finanziaria globale
che diremmo “di governance”: seppur ancora centrato sulla sovranità monetaria, l’ab-
bandono del golden standard rende possibile scambiare le diverse valute su un merca-

24  Trilateral Commission, The crisis of democracy. Report on the governability of democracies to the
Trilateral Commission, M. Crozier, S.P. Huntington, J. Watanuki, New York, NYUP, 1975.

90
to aperto che non ha più il vincolo strutturale del riferimento al dollaro e al suo equi-
valente aureo. Allo stesso modo, la serie delle crisi energetiche dei primi anni Settanta
vedono, sul piano economico, porsi il problema della sostenibilità di uno sviluppo
basato sul petrolio (e in generale l’emergere del tema ambientale nel dibattito pubbli-
co) nonché il problema politico posto dal protagonismo del mondo arabo che allarga
– e complica di molto – lo scenario geopolitico globale. La prima crisi petrolifera del
1973, la seconda nel 1979 (con l’affermarsi del tema dell’austerity), la persistenza dei
conflitti arabo-israeliani, le lotte operaie nel quadro della guerra “fredda”: lo scenario
politico che emerge nel corso degli anni Settanta è critico e impone scelte politiche
ed economiche drastiche. La governabilità promossa dalla Commissione Trilaterale,
in fondo, coglie proprio le domande di performatività e di riduzione della comples-
sità politica attraverso percorsi di accentramento esecutivo e di negoziazione tra gli
interessi secondo modalità differenti dal consociativismo social-democratico. La go-
vernabilità resta, tuttavia, centrata su un orizzonte statale perché tenta di rispondere
innanzitutto al problema posto dai presupposti politici ed economici di una più forte
alleanza tra i paesi del blocco occidentale: USA, Giappone e Europa in primo luogo.
Non coglie, quindi, l’emergere di un sistema di relazioni internazionali tra attori non
statali che pure andava lentamente affermandosi in quegli anni. Del resto, la prin-
cipale istituzione regolativa internazionale rimaneva l’Organizzazione delle Nazioni
Unite: un’organizzazione sovranazionale tra Stati con alcune caratteristiche inedite
(effettivamente cosmopolite), ma nei fatti strumento di contenimento – e scacchiere
politico – del contrasto tra mondo liberale e mondo socialista. Cui si affiancavano le
istituzioni costituitesi dopo gli accordi di Bretton Woods del 1946 (Banca Mondia-
le e Fondo Monetario Internazionale) che proprio negli anni Settanta cominciavano
ad operare secondo una nuova governance internazionale, più coerenti con la loro
natura di istituzioni “tecniche” e “globalizzate”. L’operato di queste due istituzioni è
quello che marca in maniera più netta le prassi della nuova governance: le politiche
di sostegno agli Stati che ne fanno richiesta sono, infatti, basate sul rispetto di accordi
centrati sul raggiungimento di obiettivi precisi. Obiettivi che devono essere misura-
bili attraverso indicatori di risultato, benchmarks e procedure standardizzate così da
essere applicabili a contesti analoghi a quelli di prima attivazione. Gli accordi possono
poi essere centrati su percorsi di regolazione soft e di negoziazione (sebbene entro il
quadro di più tipiche convenzioni internazionali) e possono vedere il coinvolgimento
sullo stesso piano di attori pubblici e privati. In altri termini, quella che si presenta
come buona governance realizza le logiche che caratterizzano le cosiddette “buone
prassi” sperimentate nel new public management.
Nel corso degli anni Ottanta il ruolo di queste due istituzioni diventa decisivo in un
quadro di inflazione crescente e di sovrapproduzione. Del resto, è quello il decennio
segnato dai governi Thatcher e Reagan che realizzano, per molti versi, i principi della
governabilità della trilaterale e avviano una più complessiva opera di ridefinizione
degli assetti politici ed economici che vengono oggi descritti come “neo-liberali”, ma

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che sono forse – più propriamente – di keynesismo privatizzato25. Una stagione anco-
ra permeata dal conflitto tra Est e Ovest che lascerà il campo, dopo il 1989, alle pro-
messe di un nuovo ordine politico globale, cosmopolitico e democratico.
In effetti, il crollo del sistema bipolare che ha segnato la politica internazionale nella
seconda metà del Novecento ha preannunciato un nuovo ordine globale nel quale la
tanto conclamata fine della storia non coincideva solo con la caduta delle grandi ide-
ologie26, ma esprimeva il dispiegarsi di una democrazia di mercato che scioglieva i
tradizionali vincoli territoriali, che moderava le identità nazionali, che faceva ricorso
alla guerra solo nelle forme regolate e temperate della nuova polizia internazionale,
che depotenziava la supremazia dello Stato tra gli attori della politica internaziona-
le. Dal 1989 al 2001 si è quindi proposta una nuova governance globale centrata sul
superamento di politiche westfaliane27. Una politica apparentemente orizzontale e
negoziale che puntava ad alleggerire le sfere della mediazione politica e giuridica a
favore di una policy intesa come risoluzione dei problemi e regolazione28. Tutto ciò è
però valso fino al drammatico spartiacque segnato dall’attentato alle Torri Gemelle,
a partire dal quale si è assistito al rapido e trionfante ritorno dei temi della sicurezza
internazionale, della guerra, degli interessi di stato. Gli eventi drammatici che hanno
aperto il nuovo millennio hanno rapidamente scomposto il quadro delle aspirazioni
globaliste col susseguirsi degli attentati, dei conflitti locali e delle operazioni “di po-
lizia” internazionale, delle politiche emergenziali e delle crisi economiche e finanzia-
rie. E le conseguenze sul piano internazionale del crescente protagonismo di paesi
come la Cina, la Russia, il Brasile e l’India, hanno riaffermato – almeno in apparenza
– la preminenza dell’ordinamento internazionale interstatuale. Le stesse dinamiche
interne all’Unione Europea attivate dalla crisi dell’Euro e del debito sovrano hanno
visto il ritorno nella crisi della più moderna e statalista delle questioni: il contrasto
tra Francia e Germania come modello di contrapposizione tra keynesismo socialde-
mocratico e monetarismo liberista. Il susseguirsi delle crisi economico-finanziarie dal
2008 a oggi ha in tal senso riattualizzato il dibattito intorno alla crisi dello Stato che
ha attraversato tutto il Novecento. Prima la crisi dei mutui subprime che ha spinto al
salvataggio di un sistema finanziario al collasso, quindi quella connessa a finanze in-
debolite da una crescente esposizione debitoria e dal controllo censorio delle agenzie
di rating internazionale e di istituti come la Banca Mondiale o il Fondo Monetario In-

25  Cfr. C. Crouch, Il potere dei giganti. Perché la crisi non ha sconfitto il neoliberismo, Roma-Bari, La-
terza, 2011; R. Bellofiore, L’ascesa e la crisi del money manager capitalism: una ricostruzione della crisi
tra Marx e Minsky, in A. Simoncini (a cura di) Una rivoluzione dall’alto. A partire dalla crisi globale, a
cura di A. Simoncini, Milano, Mimesis Edizioni, 2011, pp. 185-204; W. Streeck, Tempo guadagnato. La
crisi rinviata del capitalismo democratico, Milano, Feltrinelli, 2013.
26  F. Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, Rizzoli, Milano, 1992.
27  J.A. Caporaso, Changes in Westphalian Order: Territory, Public Authority, and Sovereignty, in «In-
ternational Studies Review», 2, 2000, pp. 1-28; S.D. Krasner, Sovereignty: Organized Hypocrisy, Prince-
ton, Princeton Univerity Press, 1999.
28  Il tema è discusso da G. Giraudi, M. S. Righettini, Le autorità amministrative indipendenti. Dalla
democrazia della rappresentanza alla democrazia dell’efficienza, Roma-Bari, Laterza, 2001.

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ternazionale29. Il ruolo di questi organismi, e la necessità di tenuta del sistema finan-
ziario globale, hanno messo in evidenza i vincoli strutturali che l’economia globale
pone all’esercizio di una piena sovranità politica, così come la vicenda del referendum
greco sull’accordo sul debito è apparsa paradigmatica dei confini entro cui opera la
vita democratica. In effetti, parte decisiva dell’attuale crisi finanziaria globale è una
più specifica crisi fiscale dello Stato che è sistemica e di lungo periodo e che ha visto
incrociarsi il problema posto dalla sostenibilità dello Stato sociale keynesiano con le
dinamiche proprie di un mercato globale sempre più finanziarizzato. Non sorprende,
allora, come si possa ritenere oggi che gli interventi statali nella gestione della crisi
finanziaria siano uno dei volti di quel “ritorno dello Stato” già messo in evidenza dalle
risposte date al fenomeno globale del terrorismo di matrice islamista30. Tuttavia, la
gestione politica della recente crisi finanziaria – se letta con lo sguardo di Paesi come
la Spagna, l’Italia, il Portogallo, la Grecia, Cipro e la Slovenia – attesta il ruolo decisivo
di attori sovranazionali dalla natura spesso privatistica che hanno imposto soluzioni
fiscali, economiche, sociali e in qualche caso anche politiche, agli Stati in maggiore dif-
ficoltà. Esercitando, nei fatti, una sorta di potere commissario talvolta non fondato sul
piano del diritto internazionale ma giustificato e legittimato in un’ottica finanziaria e
di mercato. In effetti, dal 2004 a oggi la presidenza Barroso della Commissione Euro-
pea ha posto con forza al centro del dibattito sull’integrazione il rilancio del mercato
unico a partire da una più rapida trasformazione in senso liberista del mercato del la-
voro e del Welfare europei e la costruzione di un più efficace sistema di coordinamen-
to bancario intorno al ruolo della Banca Centrale. Esemplari di questi sforzi sono la
prima stesura della cosiddetta direttiva Bolkestein del 2006 sulla liberalizzazione dei
servizi pubblici, ed i più recenti documenti Una nuova strategia per il mercato unico. Al
servizio dell’economia e della società europea inviato a José Manuel Barroso da Mario
Monti il 9 maggio 2010 e la proposta per una direttiva del Parlamento europeo e del
Consiglio On the enforcement of Directive 96/71/EC31. Così come importanti sono l’ap-
provazione dello European Stability Mechanism e la scelta di molti Paesi dell’Unione di
vincolare le proprie politiche al principio del pareggio di bilancio. A guardare quanto
è accaduto in Europa negli ultimi anni, si può concordare con Luciano Gallino che
ha sostenuto come nell’attuale finanzcapitalismo ogni aspetto della vita associata sia
diventato elemento utile a un gigantesco processo di estrazione del valore. Questo è
potuto accadere non perché l’«economia con le sue innovazioni ha travolto la politica»
ma perché la politica ha «identificato i propri fini con quelli dell’economia finanzia-
ria»32. Crisi dello Stato e crisi della democrazia non sarebbero altro che l’immediato

29  G. Ferri, P. Lacitignola, Le agenzie di rating, Bologna, Il Mulino, 2009; P. Gila, M. Miscali, I signori
del rating. Conflitti di interesse e relazioni pericolose delle tre agenzie più temute dalla finanza globale,
Torino, Bollati Boringhieri, 2011.
30  Cfr. R. Ciccarelli, Il ritorno non è dello stato, ma è la crisi di un Governo. Lineamenti per una critica
della società governamentale, in «Democrazia e Diritto», 2, 2008, pp. 60-81.
31  On the enforcement of Directive 96/71/EC concerning the posting of workers in the framework of
the provision of services, COM(2012) 131 final del 21.03.2012.
32  L. Gallino, Finanzcapitalismo. La civiltà del denaro in crisi, Einaudi, Torino, 2011, p. 13. Ma sul

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risultato di questo processo. E dalla speranza che la governance politica potesse re-
golare e indirizzare l’economia a partire dal libero gioco tra attori pubblici e privati si
passa ad una fase diversa, molto più incerta e di difficile interpretazione, nella quale
le spinte e i limiti strutturali di una governance economica globale commissariano, in
molti casi, le scelte della politica.

5. Governance, economia e politica


Dalla fine degli anni Ottanta del secolo scorso si è tentato di rispondere alle spinte
degenerative della politica democratico-liberale contemporanea delineando una vera
e propria democrazia di governance: forma particolare di organizzazione politica ne-
goziale e performativa. Alla verticalità della rappresentanza politica e alla mediazione
giuridica e politica dei conflitti si riteneva di poter affiancare l’orizzontalità delle reti
di negoziazione tra interessi e l’efficacia dei processi di regolazione e autoregolazione.
Sul versante delle politiche internazionali questa governance ha cercato di offrire una
soluzione alle trasformazioni delle forme della statalità post-guerra fredda, tentando
di interpretare questi mutamenti come un’opportunità per la riorganizzazione com-
plessiva dei poteri su scala globale. In tal modo, si tentava di ripensare i criteri e le
forme di una legittimazione democratico-rappresentativa ritenuta inadatta a operare
su un piano internazionale e, su quello della politica interna, incapace di far fronte ai
tempi e alle necessità del presente. Queste spinte hanno quindi favorito la “de-costitu-
zionalizzazione” del comando politico e la trasformazione delle categorie fondamen-
tali della politica33. La governance ha quindi rovesciato le forme classiche di legitti-
mazione ex ante dell’azione di governo attraverso lo strumento elettorale a favore di
un modello di legittimazione funzionale: un passaggio che si può sintetizzare come la
transizione dalla democrazia della rappresentanza alla democrazia dell’efficienza. Ciò
che però sembra anche emergere da questo quadro complesso non è solo il manife-
starsi di una dimensione post-nazionale e post-democratica della politica, ma anche
le modalità inedite attraverso cui lo Stato – parzialmente denazionalizzato – si “apre”
ai mercati, ai capitali, alle migrazioni. Un’apertura che vale come riorganizzazione dei
rapporti tra capitale e lavoro, e tra poteri e diritti, a tutto vantaggio della performa-
tività del momento esecutivo e di una governance economica degli interessi. Come
ho cercato di mostrare nelle pagine precedenti, la governance da un lato accentua lo
scarto tra sovranità e “governo” a favore del secondo, dall’altro lato propone forme di
regolazione e auto-organizzazione politica che fanno dello Stato un attore tra molti

tema del rapporto tra accumulazione originaria e gli svolgimenti attuali dell’economia politica cfr. D.
Sacchetto, M. Tomba (a cura di), La lunga accumulazione originaria. Politica e lavoro nel mercato mon-
diale, Verona, ombre corte, 2008; S. Mezzadra, Accumulazione originaria, in AA.VV., Lessico Marxiano,
Roma, Manifestolibri, 2008, pp. 17-40.
33  S. Chignola, In the shadow of the state. Governance, governamentalità, governo, in G. Fiaschi, Gover-
nance: Oltre lo Stato?, cit, pp. 117-141.

94
altri, funzionale alla gestione degli equilibri del mercato capitalistico. La forma stato,
quindi, assume un ruolo e una posizione nuova nel novero dei poteri economico-po-
litici globalizzati e s’inserisce in una più generale riorganizzazione dei dispositivi di
governo di uomini e popolazioni.
In questo quadro di trasformazioni di “lungo periodo”, i principi politico-economici
che, almeno in Europa, hanno condizionato le scelte di governi e istituzioni sovra-
nazionali a partire dalle crisi economica del 2006-2008 hanno posto la regolazione
monetaria e microeconomica a fondamento dell’azione pubblica. Gettando le basi, a
mio parere, di una diversa governance economica che resta da comprendere appieno
nei suoi risvolti politici. Ad ogni modo, pur tra le incertezze teoriche e le fasi diver-
se che esso ha attraversato, il tema della governance ci permette di porre in risalto
le dimensioni strutturali dell’autoregolazione (commissaria) capitalistica. E di com-
prendere come la risposta alla crisi dei sistemi democratici su base nazionale non
possa più consistere in un ipotetico ritorno alla pienezza sovranista dello Stato (mai
peraltro esistita) e nella mera difesa delle tradizionali istanze del costituzionalismo
democratico-liberale. Ancora una volta la governance ci offre un’utile indicazione “per
negazione”; il passo successivo, costitutivo di nuove forme di vita comune e di nuove
istituzioni, resta, nonostante tutto, il compito del nostro fare politica.

95
96
Meritocrazia

Dalla distopia elitarista alla teodicea della diseguaglianza*


Salvatore Cingari

1. Il problema

Parlerò della meritocrazia, diventata negli ultimi due decenni una parola chiave
dell’egemonia neo-liberale in vaste parti del globo1. In Italia, ad esempio, la merito-
crazia è diventata un must di ogni agenda politica che si rispetti e ben pochi ne met-
tono in dubbio il ruolo di stimolo per la qualità democratica della società. In epoca di
crisi economica, a fronte di una scarsità di risorse e di lavoro, specie in un contesto
in cui tradizionalmente il familismo e il favoritismo sono più accentuati, il discorso
meritocratico sembra invocare un principio di maggiore giustizia. La “meritocrazia”
sembra cioè essenziale, nel discorso pubblico diffuso, ad una critica democratica di un
sistema oligarchico. In un paese a scarsa mobilità sociale, in cui dominano le grandi
famiglie e serpeggia il nepotismo, il favoritismo, il clientelismo e talvolta la vera e pro-
pria corruzione, richiamare l’idea che l’assegnazione dei ruoli vada riportata al merito
e alla competenza e non alle relazioni personali è un assunto di semplice buon senso.
Cercherò invece di dimostrare come oggi, non dovendo le élite neppure scendere più
a compromessi con la rete di potere stesa, nell’age d’or, da partiti di massa e sinda-
cati, la meritocrazia stia finendo per fornire le basi di una vera e propria ideologia
della diseguaglianza, in quanto giustifica le differenze di classe, rivelandosi una sorta

*Questo lavoro compone insieme alcune parti di miei saggi precedenti con una serie di materiali
nuovi. Tali saggi sono: L’equivoco meritocratico e il valore del lavoro pubblico, in «Il ponte», 1, 2010; Per
un’analisi critica del concetto di «meritocrazia» come «ideologia» neo-liberista, in «South East European
Journal of political Science», 1, 2013; «Meritocrazia»: concetto chiave dell'egemonia neo-liberista
postdemocratica, in «Historia magistra», 17, 2015, pp. 66-81. Devo inoltre ringraziare Maria Cristina
Acampora, Marco Salvatore De Luca e Valeria Mancini, miei studenti all’Università per Stranieri di
Perugia, le cui tesi di laurea, discusse con il sottoscritto, mi sono state di grande aiuto e insostituibile
stimolo, così come le discussioni con loro su meritocrazia e neo-liberismo. Cito qui di seguito le
tesi: M. C. Acampora, tesi di laurea (a.a. 2013-2014), Michael Young: biografia intellettuale e fortuna
dell’inventore e critico della meritocrazia; M. C. Acampora, tesi di laurea magistrale (a.a. 2015-2016),
Alcuni aspetti di Una teoria della giustizia di John Rawls ed il tema della meritocrazia; M. S. Di Luca,
tesi di laurea magistrale (a.a. 2016-2017), Singapore: il miraggio asiatico. Crisi e contraddizione del
prototipo neo-liberista; V. Mancini, tesi di laurea (a.a. 2016-2017), Democrazia elettorale e meritocrazia
politica: The China model.
1 Sulla «cristallizzazione semantica cui sono sottoposti alcuni termini nel discorso politico
contemporaneo», cfr. L. Lo Schiavo, Ontologia critica del presente globale. Governance, Governamentalità,
democrazia, Milano, Mimesis, 2014, pp. 21-28.

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di teodicea del neo-capitalismo. Il merito, cioè, non come criterio della distribuzione
di determinati ruoli, ma come giustificazione delle posizioni sociali esistenti e delle
differenze di classe. Il concetto di meritocrazia, inoltre, è volto anche a sottolineare
la necessità di selezionare i ruoli sulla base di un criterio di efficienza ed a valoriz-
zare, a questo fine, quindi, la formazione di classi dirigenti e di leader, piuttosto che
orientare l’attenzione sull’innalzamento culturale e civile dell’intero corpo sociale,
il cui benessere è visto solo in funzione, appunto, della possibilità di essere guidato
da “eccellenze”. Si tratta, insomma, non solo della diffusione di massa delle teorie
elitistiche, ma di un ritorno in grande stile dello stesso elitarismo aristocraticistico e
irrazionalistico (non a caso venato di giovanilismo) del primo Novecento che accom-
pagnava, non a caso, i processi di accelerazione imperialistica del capitalismo (una
globalizzazione ante litteram, veicolata da innovazioni tecnologiche che abbattevano
la misura dello spazio tempo e contribuivano ad allargare i mercati), come Gyorgy
Lukács ben comprese nella Distruzione della ragione. L’elitismo stesso tende ormai a
lasciare il campo democratico (per quanto formalistico) guadagnato con Schumpeter,
per tendere ad un “modello Singapore” in cui meritarsi i diritti non rimanda tanto alla
sfera dell’autonomia personale, quanto a quella dell’obbedienza e della subordinazio-
ne gerarchica. Ai lavoratori non mette più conto di organizzarsi ed unirsi per esprime-
re un conflitto, al fine di rivendicare collettivamente diritti individuali, ma di “stare al
proprio posto”, cercando individualisticamente di ottenere premi e approvazione dai
superiori. È poi facile slittare dall’idea che chi merita deve assumere più responsabili-
tà a quella che chi merita deve avere più diritti.
Non stupisce, allora, che il dato più ricorrente nella letteratura “meritocratica” sia
l’assenza di attenzione per i meccanismi produttivi e redistributivi utili affinché una
società abbia quelle caratteristiche di giustizia tali da far emergere il “merito”. La me-
ritocrazia viene declinata come uguaglianza di opportunità (che per qualcuno è anche
sinonimo di “socialismo”), ma tale uguaglianza viene vista come il risultato di partico-
lari sistemi educativi, oppure proprio come frutto della distruzione dello Stato socia-
le, nell’idea che, mentre questo accresce rendite di posizione, la società privatizzata
favorisca la mobilità: come se il liberismo sfrenato non menasse alle concentrazioni
oligopolistiche e quindi all’immobilità. L’attuale discorso sulla meritocrazia promuo-
ve, quindi, il “merito” come allocatore di risorse professionali e di potere, ma rimuove
del tutto il tema degli strumenti per fare in modo che i soggetti partano alla pari o
vengano quanto meno ridotte le asimmetrie. Al massimo – come si diceva - si fa rife-
rimento all’educazione, ma, anche in questo ordine del discorso, nulla in genere vie-
ne detto su come soggetti provenienti da contesti diversi possano profittare in modo
paritario dell’opportunità offerta dalla scuola. Sull’inadeguatezza della leva educativa
per fondare una società meritocratica son intervenuti utilmente John Goldthorpe e
Michelle Jackson, in un articolo del 20082. Le statistiche degli ultimi decenni mostrano

2  J. Goldthorpe, M. Jackson, La meritocrazia dell’istruzione e i suoi ostacoli, in «Stato e mercato», 82,


2008, pp. 31-59.

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come i sistemi educativi occidentali non riescano a produrre mobilità sociale e come
questa rimanga fortemente condizionata dalle relazioni di classe. I due studiosi, con
neutralità scientifica e senza finalità politico-mobilitanti, concludono che non resta
che accettare le diseguaglianze sociali oppure effettuare interventi radicali in direzio-
ne socialista. Lo stesso autore della voce Meritocrazia, nella riscrittura per l’edizione
2004 del Dizionario di Politica (testo a cui torneremo ad accennare più avanti), dopo
aver rilevato la positività dell’accezione in uso negli anni correnti, opposta a quella
degli anni Sessanta, quando in Italia si guardava a miglioramenti salariali per tutti, si
esprime in termini molto critici: facendo leva sugli studi di Goldthorpe e Jackson e su
studi statistici sulla società inglese (che mostrano come, fra le generazioni nate nel ‘58
e quelle nate nel Settanta, non vi sia stata alcuna mobilità sociale), conclude cioè che
la meritocrazia non è molto più di una legittimazione della diseguaglianza3.
Come vedremo, però, c’è anche un altro livello inespresso del discorso meritocratico,
che va riportato alla luce: una volta che si intervenga per garantire pari opportunità di
partenza o comunque condizioni in cui vi sia un ragionevole riequilibrio delle oppor-
tunità stesse, si assisterebbe ad una gara in cui i “forti”, alla fine, con mezzi (talvolta)
anche leciti, prevalgono sui “deboli”. Ecco che, allora, una società giusta non può fer-
marsi a garantire pari opportunità, ma deve anche guardare a quella sfera dei bisogni,
indipendente da quella dei “meriti”, che si identifica con diritti che non possono esse-
re erosi dalla considerazione delle proprie scarse performance. Non si dovrebbe, in-
somma, essere “licenziati” dalla possibilità di iscriversi all’università (magari per i de-
meriti dei genitori), o dalla possibilità di avere una casa riscaldata, di mangiare sano
e di avere delle cure. Scriveva qualche anno fa Nadia Urbinati: «nel merito entrano in
giuoco non soltanto le qualità intrinseche e morali della persona, ma anche quella che
per Adam Smith era una simpatetica corrispondenza tra i partner sociali. Per questo i
teorici moderni della giustizia hanno sempre diffidato di questo criterio se usato per
distribuire risorse. Non perché non pensano che ad essere assunto in un ospedale
debba essere un bravo medico, ma perché mettono in guardia dallo scambiare l’effet-
to con la causa: è l’eguaglianza di trattamento e di opportunità il principio che deve
governare la giustizia e non il merito, il quale semmai è una conseguenza dell’ordine
sociale giusto»4. Ma in quest’ordine sociale giusto, aggiungiamo noi, va considerata
anche la sfera del bisogno, a integrazione necessaria di quella delle “pari opportunità”,
per non precipitare nelle contraddizioni della meritocrazia.
D’altra parte mette conto anche di rilevare come il “merito” sia un concetto di tipo
“teologico”, come ha sottolineato di recente Bruno Accarino5: che, cioè, in quanto em-
piricamente incontrollabile, si presta ad ogni tipo di arbitrio, finendo per premiare
proprio i privilegi già acquisiti e l’attitudine all’obbedienza verso l’ordine già costitu-
ito. Lo dimostra, ad esempio, il caso dell’università, in cui i docenti vengono ad esem-

3  Cfr. L. Fischer, Meritocrazia, in N. Bobbio, N. Matteucci, G. Pasquino, Dizionario di politica, Torino,


Utet, 2004, pp. 631-633.
4  N. Urbinati, Il merito e l’uguguaglianza, in «La repubblica», 27 Novembre 2008.
5  B. Accarino, Meritocrazia come premio di obbedienza, in «Il manifesto», 25 giugno 2008.

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pio valutati sulla base di pubblicazioni su riviste, considerate di fascia “A”, rendendo
necessaria una subalternità dei soggetti a determinati circuiti linguistici e ideologici.
Ha fatto giustamente notare Giacomo Marramao6 come la logica confindustriale della
meritocrazia tenda a favorire l’ingresso al lavoro qualificato di chi corrisponde a de-
terminati coefficienti produttivi (informatica, inglese e impresa), negando completa-
mente altre forme di vita e di valori. Che la dilagante idea del “merito”, come valore
guida dei soggetti al lavoro, sia del resto connessa alla cultura economico-aziendale
egemone, emerge dal proliferare delle pratiche di valutazione quantitativa nella scuo-
la, nell’università, negli ospedali, nella pubblica sicurezza, con le connesse dinamiche
etico-culturali ispirate alla competizione e all’enfasi elitaria sull’eccellenza al posto
della cultura egualitaria che si era affermata fra anni Sessanta e Settanta.
Ovviamente, qui non è in questione il fatto che i ruoli debbano essere assegnati con
criteri che guardino all’adeguatezza di determinate competenze attraverso procedure
non arbitrarie. È qui in questione, invece, la formazione di un “discorso” meritocratico
che tende a costituire un più generale criterio per giudicare una buona società. La tesi
che qui si sostiene è che tale discorso finisca per ridurre il problema della erosione dei
diritti sociali a un problema relativo a chi ne debba usufruire. La riduzione delle op-
portunità di lavoro e di reddito dipenderebbe dai favoritismi e dal clientelismo e non
dalla finanziarizzazione dell’economia, dallo svuotamento dello Stato sociale, dalle
privatizzazioni, dal dominio delle corporation. Ecco che quindi il discorso meritocra-
tico non solo serve a canalizzare l’antagonismo dentro il sistema, ma serve anche a
legittimare l’esistente, introducendo la logica per cui, in assenza di corruzione e ille-
galità, chi ha di più se lo è meritato. La meritocrazia viene qui intesa, cioè, come una
parola chiave dell’egemonia neo-liberista affermatasi, fra anni Settanta e Ottanta, con
una planetaria rivoluzione passiva7 (o «modernizzazione regressiva»8, o «rivoluzione
dall’alto»9) che, come una sorta di lotta di classe all’inverso, ha redistribuito le risorse
dalla base sociale alle élite economiche10. Il discorso meritocratico, cioè, veicola in sé
quella soggettivazione individualistica11 secondo cui il fondamento delle relazioni so-
ciali è di tipo competitivo e in ultima analisi gerarchizzante e repressivo; e in tal senso
connesso con i processi di crisi non solo dei diritti sociali ma della stessa democrazia

6  G. Marramao, Montezemolo? Una retorica del merito grave e discriminatoria, in «Liberazione», 2


giugno 2007.
7  Su un’analisi gramsciana dei processi in corso cfr. A. Burgio, Senza democrazia. Per un’analisi della
crisi, Roma, DeriveApprodi, 2009.
8  Si veda l’utilizzo che ne fa Stuart Hall a proposito del populismo tatcheriano: S. Hall, Gramsci e noi,
in G. Vacca, P. Capuzzo e G. Schirru (a cura di), Studi gramsciani nel mondo. Gli studi culturali, Bologna,
Laterza, 1998, p. 71.
9  Balibar utilizza questa espressione in Une révolution par le haut, in «Libération», 23 novembre
2011. Su questo tema cfr. anche A. Simoncini (a cura di), Una rivoluzione dall’alto, Milano, Mimesis,
2012.
10  D. Harvey, Breve storia del neo-liberismo, Milano, Il Saggiatore, 2005; L. Gallino, La lotta di classe
dopo la lotta di classe, Roma-Bari, Laterza, 2012; e ora anche M. Revelli, La lotta di classe esiste e l’hanno
vinta i ricchi. Vero!, Roma-Bari, Laterza, 2014.
11  P. Dardot, C. Laval, La nouvelle raison du monde, Paris, La Découverte, 2009; trad. it. La nuova
ragione del mondo (2009), Roma, DeriveApprodi 2013.

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politica (post-democrazia)12. È emblematico il caso della scuola. Negli ultimi anni si è
assistito ad una perdita di egemonia del tema dell’istruzione di massa che, nel Secon-
do dopoguerra, aveva avvicinato culturalmente e socialmente le classi, parallelamente
ad un ridursi delle diseguaglianze economiche. Introdurre, del resto, sistemi premiali
e competitivi nella scuola, cozza frontalmente con il carattere emancipativo che ave-
va avuto quest’istituzione pubblica nel secondo dopoguerra13. Si pensi ai libri della
Mastrocola14, dove si sostiene che non si può dare a tutti un’istruzione superiore. O si
pensi, anche, al testo “neo-gentiliano” di Adolfo Scotto di Luzio sulla storia della scuola
italiana. Estraneo all’aziendalismo neo-liberista (ma membro della Fondazione Mon-
tezemolo), che anzi Di Luzio vede in continuità con le culture politiche di massa del
Novecento, per il loro economicismo, egli vi contrappone, appunto, un neo-gentilismo
che ripristina, con apprezzabile sincerità, l’idea che soltanto chi se lo può permettere
economicamente dovrebbe poter svolgere studi superiori. Questi ultimi presuppon-
gono infatti un’ampia disponibilità di tempo e di tranquillità per coltivarli convenien-
temente15: bando quindi ad ogni lassismo donmilanista e pieno sostegno (crocio-gen-
tilianamente) ai tagli degli organici. Il carattere anti-democratico dei nuovi sistemi
di valutazione è peraltro evidente. I test Invalsi per la scuola premiano i docenti che
fanno ottenere migliori risultati agli studenti, a prescindere dal contesto sociale in cui
questi sono immersi. Il sistema di valutazione universitario garantisce maggiori ri-
sorse ai dipartimenti produttivi, generando un sistema darwinista in cui le situazioni
più deboli soccombono, magari lasciando spazio ai privati. L’innalzamento delle tasse
universitarie non è visto come un fatto problematico, perché, per i “migliori”, a pre-
scindere dal contesto sociale di partenza, sono previste “borse di studio”. Il risultato
è che chi proviene dai ceti abbienti, potrà accedere all’istruzione superiore privata o
pubblica a prescindere dal merito, mentre per i ceti meno privilegiati la possibilità
di ascesa socioculturale viene prevista solo per minoranze “geniali”. Il problema è,
appunto, che tale visione si inserisce, da un lato, nel dilagare dell’egemonia neolibe-
rista anglosassone, basata sulla competizione, che contraddice il ruolo costituzionale
dell’istruzione pubblica, volto anche a promuovere lo status dei più deboli; ma, dall’al-
tro, rimanda anche all’idea che il problema della società di oggi sia non in un deficit
di democrazia, bensì – si pensi del resto alla relazione The crisis of democracy della
Commissione Trilaterale, del 1975 – in un sovraccarico portato dall’eccesso di riven-
dicazione di diritti e che quindi sia necessario pensare un sistema educativo non volto

12 Per il concetto di post-democrazia cfr. C. Crouch, Postdemocrazia, Roma-Bari, Laterza, 2003. Ma


anche i saggi di A. Mastropaolo, Democrazia e post-democrazia, in «Ragion pratica», 7, 1996, pp. 39-58;
Crisi della cittadinanza democratica e paradigma post-democratico, in «Fenomenologia e società», 20,
1997, pp. 70-100; Democrazia, postdemocrazia, neodemocrazia: tre paradigmi a confronto, in «Rivista
di diritto pubblico comparato ed europeo», 4, 2001, pp. 612-635.
13  E. Rigo, M. Ricciardi, Meriti senza debiti. Quel diritto all’accesso negato dalla meritocrazia, in
«Il manifesto», 2 febbraio 2012; cfr. anche G. Caliceti, Appunti di scuola. Quanti scempi in nome della
meritocrazia, in «Il manifesto», 9 novembre 2008.
14  Cfr. ad esempio P. Mastrocola, Togliamo il disturbo. Saggio sulla libertà di non studiare, Milano,
Feltrinelli, 2011.
15  A. Scotto Di Luzio, La scuola degli italiani, Bologna, Il Mulino, 2007.

101
all’elevamento di vasti strati sociali, ma alla produzione di nuove eccellenze, di rinno-
vate élite dirigenti. Si noti la componente “neo-nietzscheana” di questo discorso. In ef-
fetti il superomismo e il giovanilismo dell’inizio del secolo hanno affinità con l’odierno
culto dell’eccellenza, sebbene nel quadro di un passaggio dal lato della lotta politica e
sociale a quella del mercato e con la differenza sostanziale che l’eccellenza è cercata
in quelle sfere della vita che, invece, per Nietzsche erano all’origine dell’appiattimento
spirituale16. L’attuale fase di globalizzazione mostra diverse omologie – accelerazione
spazio-temporale, apertura dei mercati, imperialismo, per quanto privatistico – con
quella di inizio secolo: esito, peraltro, di decenni di sviluppo di una cultura liberista
che aveva avuto nel self-help17, nell’Italia del secondo Ottocento, un paradigma che,
oggi, risuona nelle vulgate neoliberali; sebbene in queste ultime, come hanno rile-
vato Dardot e Laval18, senza più argini in concetti di «naturalità» ed «interesse», che
possano far pensare ad un orizzonte del bene comune. Lo stesso Rosanvallon19 rileva
come la meritocrazia sia stata l’ideologia del conservatorismo ottocentesco, che, in
Francia, ha egemonizzato anche i democratici progressisti: l’idea, cioè, di un sistema
aperto, ai cui privilegi potevano accedere anche i ceti meno abbienti tramite l’istituto
scolastico. Il filtro meritocratico, senza correttivi sociali volti a garantire pari oppor-
tunità, avrebbe così consentito di puntare ad un progresso complessivo della nazione,
senza temere le conseguenze destabilizzanti di un eccessivo “spostamento sociale”.
Quest’ultima questione era sentita, in Italia, persino da un sincero democratico come
Gaetano Salvemini20. La meritocrazia è, insomma, il miglior escamotage per giustifi-
care la diseguaglianza in democrazia: il caso più eclatante sono gli Stati Uniti, dove
un’ideologia dell’eguaglianza naturale degli uomini deve essere resa compatibile con
le conseguenze sociali del libero mercato: ecco, quindi, The bell curve ed ecco i test Sat.
L’ideologia del testing è del resto erede della frenologia positivistica, altro modello
pseudoscientifico di naturalizzazione delle diseguaglianze.
Tale visione disegualitaria viene poi trasposta anche ai gruppi sociali per giustificare
i maggiori diritti dei cittadini dell’Occidente rispetto ai popoli che bussano ai nostri
confini fortificati. Il problema non è più eliminare la povertà, ma eliminare i poveri
in quanto “immeritevoli”. I precari, gli impiegati dello Stato che guadagnano poco più
di mille euro, il piccolo commerciante che fallisce sono visti come figure deboli fatal-
mente penalizzate nella grande gara della vita, a causa della loro penuria di talenti e di
spiriti animali; così come il clandestino che finisce, per sopravvivere, nella devianza, è
considerato come un criminale che ha meritato la sua pena. Se nell’Ottocento – come

16  F. Nietzsche, Sull’avvenire delle nostre scuole (1872), Milano, Adelphi, 1992 e Roma, Newton
Compton, 1998.
17  Su questi temi cfr. le indicazioni bibliografiche in S. Cingari, L’«onda di fondo». Liberalismo e
riforma del carattere negli epigoni italiani di Samuel Smiles, in «Incontri mediterranei», 1, 2004, pp.
149-160.
18  P. Dardot, C. Laval, La nouvelle raison du monde, cit., pp. 159-170.
19  P. Rosanvallon, La società dell’uguaglianza, Roma, Castelvecchi, 2013, pp. 111-118.
20  Cfr., ad esempio, A. Galletti, G. Salvemini, La riforma della Scuola media. Notizie, osservazioni,
proposte, Milano-Palermo-Napoli, Sandron, 1908, pp. 357-361.

102
si accennava - l’ideologia del self-help tendeva a giustificare una ridotta mobilità so-
ciale dalle “classi pericolose” alle élite,  oggi l’ideologia del merito giustifica la nuova
disuguaglianza del new order neo-liberista, che riproduce in chiave postmoderna le
società pre-democratiche dell’Ottocento. L’essenzializzazione del merito, del resto,
svela la parentela della meritocrazia con il razzismo contemporaneo, propaggine
del neo-liberismo, così come il neo-fascismo lo è del neo-populismo. Il razzismo sta
nell’essenzializzazione, nella naturalizzazione di un dato storico: allo stesso modo l’i-
deologia meritocratica tende a essenzializzare-naturalizzare posizioni storicamente
acquisite di svantaggio o di vantaggio nel più ampio scenario di una rigerarchizzazio-
ne post-democratica della società. Il nesso unificante è il social-darwinismo, storico
ponte di passaggio fra conservatorismo individualistico-capitalistico e razzismo fa-
scista. Nella dilagante cultura securitario-autoritaria si distinguono i cittadini “meri-
tevoli” da quelli “immeritevoli”, spesso razzizzati e criminalizzati, in modo parallelo a
come, a livello di politica internazionale, vengono stigmatizzati (e magari bombarda-
ti) gli “Stati canaglia”.
Può essere utile, a questo punto, ripercorrere la storia del termine, anche per do-
cumentare come sia cambiata nel tempo l’egemonia di valori e come essa anche si
modifichi a seconda dei contesti geo-culturali.

2. Per una storia della parola. Meritocrazia come distopia


La parola meritocrazia è entrata ufficialmente nel lessico politico occidentale con
The rise of meritocracy (1958), di Michael Young, sociologo e militante della sinistra la-
burista inglese21. Nell’ Introduzione all’edizione del 199422, il sociologo ricorda che un
suo amico classicista gli aveva fatto notare di aver inventato una parola che infrangeva
le regole del buon uso, dato che il termine meritocrazia derivava sia dal latino che dal
greco: meritum dal latino e kratos dal greco. Letteralmente: “potere del merito”. The
rise of meritocracy è una sorta di romanzo sociologico che per una parte ricostruisce
la reale storia delle riforme dell'istruzione in Inghilterra dal 1870 in poi, fino ad un
immaginario futuro. Il filo conduttore politico-istituzionale è l'instaurazione di una
sempre più compiuta meritocrazia. Ma proprio in quel 2033, in cui si immagina che
questa storia venga narrata da un sociologo filo-meritocratico, esplode una protesta
sociale molto dura che porta all'uccisione dell'io-narrante.
Come sottolineava Cesare Mannucci nel 1962, nell’introduzione alla prima edizione
italiana del testo, l’idea dell’opera deriva dalla critica di Young nei confronti del suo
partito, che sembrava identificare l’eguaglianza con l’eguaglianza di opportunità. Alla
tradizione fabiana di una Webb e di uno Shaw, Young contrapponeva il socialismo più
radicale dei Cole e dei Morris. Con una mera uguaglianza delle opportunità, si ren-

21  London, Thames and Hudson.


22  New York, Transaction publisher.

103
devano le persone egualmente capaci di diventare ineguali, ma non nel senso di una
differenza di caratteristiche e vocazioni personali, bensì proprio di risorse, di diritti e
di potere. Dare a tutti eguali opportunità di partenza, rompendo quindi il regime clas-
sistico dei privilegi ereditari, non toglie che, alla fine del percorso agonistico, si trovi
ricostituita una nuova classe: quella dei più forti che vincono la gara e trasmettono i
loro privilegi. Ecco perché – faceva notare Mannucci – la meritocrazia è il contrario
della democrazia23.
Nella narrazione di Young l’instaurazione della meritocrazia avviene gradualmen-
te, senza che apparentemente vengano abolite le istituzioni democratiche. Soltanto,
la Camera dei comuni, elettiva, finisce per perdere di centralità rispetto a quella dei
Lord, non più ereditaria, ma selezionata attraverso il QI. Lo snodo decisivo della sto-
ria è, infatti, il momento in cui vengono stabiliti test di misurazione dell’intelligenza,
periodicamente riproposti per lasciare aperte le possibilità di “redenzione”, in cui i
soggetti vengano valutati e distinti fra coloro che possono seguire studi superiori e
aspirare a ruoli d’élite e coloro che, invece, devono rassegnarsi a lavori manuali e, via
via che l’automazione si diffonde, di tipo sempre più “domestico”. Fra le due nuove
classi si instaura perciò una reciproca estraneità. Il carattere eugenetico della logica
del testing svela peraltro la sua parentela con il razzismo di tipo positivistico. Ma, risa-
lendo ancora più indietro, quest’ordine del discorso è assimilabile a quello avanzato
dal conservatorismo alla Guizot, che criticava gli incipienti processi di democratizza-
zione, contrapponendo alla quantità delle maggioranze la qualità della ragione dei più
intelligenti24.
Il dato più importante che Young vuol mettere in risalto è come, in ultima analisi,
la legittimazione del potere verrebbe in tal modo a diventare più ferrea e capace di
raccogliere consenso anche fra i ceti che, in base ad essa, sarebbero subalterni: in-
fatti chi comanda sarà legittimato da una scientifica valutazione del suo QI. Young
rimarca anche come tale tipo di esito sia stato preparato, dopo la seconda guerra
mondiale, dalla crescente competizione economica internazionale. Questa aveva del
resto spinto i laburisti stessi a puntare tutto sul produttivismo capitalistico, ciò che
convinse Young a lasciare il partito di Attlee, dopo averne stilato il vincente manifesto
elettorale, dedicandosi esclusivamente alla ricerca sociale. I “meriti”, nella distopia
youngeana, vengono ovviamente misurati in relazione alla capacità di ogni soggetto di
contribuire alla produttività economica. La critica di Young si esplicita, infatti, proprio
a partire da questo punto. Egli immagina che gli insorti, i “populisti” (una coalizione
dei lavoratori manuali e di una parte della classe dirigente), sfondando la barriera del
consenso elevata dal potere soggettivante del nuovo sistema di legittimazione, diano
voce alla loro protesta attraverso il “Manifesto di Chelsea”, che rivendica la dignità di

23  C. Mannucci, Prefazione a M. Young, L’avvento della meritocrazia. 1870-2033 (1958), Milano,
Edizioni di Comunità, 1962, p. 22. Presso lo stesso editore nel 2014 è uscita una nuova edizione, che,
però, non solo non ripresenta la Prefazione di Mannucci, ma appare priva di ogni apparato critico.
24  Cfr. ad esempio F. Guizot, Della sovranità, Napoli, Editoriale scientifica, 1998; Id., Della democra-
zia in Francia (1848), Firenze, CET, 2000. Su Guizot come teorico del merito cfr. il saggio di M. Tesini,
Meritocrazia, merito e storia del linguaggio politico, in «Paradoxa», gennaio-marzo 2011, pp. 59-64.

104
ogni forma di lavoro umano e, in pratica, l’impossibilità di valutare quantitativamente
l’intelligenza di questo o quel soggetto attraverso astratti parametri modellati sulla
logica economica e scientifica. Non è un caso che Young attribuisca alla componente
femminile una parte significativa nella rivolta, tesa a valorizzare aspetti della vita non
identificati con quelli del potere.
Da rimarcare, nella narrazione youngeana, l’esito totalitario di una logica che tende a
eliminare la spontaneità sociale, con la stessa abolizione della famiglia, per uguagliare
le opportunità. Young sembra dire che per eguagliare davvero le opportunità - l’uni-
co modo, cioè, per edificare una meritocrazia -, bisogna necessariamente ingabbiare
la realtà sociale, imponendo un’uguaglianza iniziale che diventi la premessa per una
giusta diseguaglianza. Questo anche spiega perché Von Hayek paradossalmente criti-
casse la logica meritocratica25.
Quello stesso 1962 in cui usciva la traduzione di the rise of meritocracy, era anche
l’anno del Rousseau e Marx di Galvano Della Volpe26, in cui il filosofo sosteneva che
se Rousseau opponeva all’Antico regime un sistema in cui le diseguaglianze proveni-
vano soltanto dal lavoro e dal talento, in realtà solo con Marx le condizioni di questo
sistema potevano venire prefigurate e cioè con il superamento dello sfruttamento di
classe. Della Volpe stesso sembrava accettare l’idea di una diseguaglianza basata sui
meriti, senza sviluppare il riferimento al tema marxiano dei bisogni. In tal senso egli
sembrava guardare agli aspetti gerarchizzanti della Russia post-staliniana a lui coeva.
Il termine “meritocrazia” stenta comunque a sganciarsi, in Europa, dalla connotazio-
ne negativa attribuitagli da Young. Ancora nel Dizionario di Politica Bobbio-Matteucci
della fine degli anni Settanta, la voce meritocrazia di Fischer27 riporta il concetto alla
Rivoluzione francese, che sostituisce il metodo acquisitivo, basato su talento e lavoro,
ad uno ascrittivo, basato sul privilegio nella distribuzione di risorse e potere. Ma poi
conclude enfatizzando il fatto che la meritocrazia fosse di problematica assunzione
per chi volesse rimanere dentro il paradigma democratico-sociale corrente e anche
per chi prendesse sul serio la lezione di Bourdieu, su come le gerarchie, nelle società
borghesi, possano contare su potenti meccanismi di autoriproduzione28; e, ancor pri-
ma, quella di Marx, che – come si accennava - aveva insegnato a guardare ai bisogni,
prima ancora che ai meriti29.
Ma se ci inoltriamo fino al cuore degli anni Novanta, vediamo che nella stessa Terza
via di Antony Giddens, il principale consigliere del principe Tony Blair, a sua volta
forse il massimo responsabile politico dell’apertura delle porte delle culture progres-

25  F. Hayek, The Constitution of Liberty, The University of Chicago Press,1960.


26  G. Della Volpe, Rousseau e Marx (1962), in Id., Rousseau e Marx, Roma, Editori Riuniti, 1971, pp.
114-136.
27  L. Fischer, Meritocrazia, in N. Bobbio e N. Matteucci (a cura di), Dizionario di politica, Torino, Utet,
1976, pp. 573-574.
28  Cfr. P. Bourdieu, J.C. Passeron, I delfini. Gli studenti e la critica (1964), Bologna, Guaraldi, 2006; P.
Bourdieu, La riproduzione (1970), Bologna, Guaraldi, 2006.
29  Sul tema dei bisogni il rinvio obbligato è a K. Marx, Critica al programma di Gotha (1875), Roma,
Editori Riuniti, 1978, p. 32.

105
siste al neo-liberalismo, ci si premurava di precisare (siamo nel 1998) che riformare
lo Stato sociale non avrebbe dovuto voler dire finire in una logica meritocratica dell’u-
guaglianza delle opportunità, che è una logica “neo-liberista”: e ciò per preservare
la società dagli effetti disgreganti delle inevitabili conseguenze disegualitarie e della
mobilità verso il basso30; e Romano Prodi, nell’introdurre l’anno successivo la tra-
duzione italiana dell’opera, non mancava di rimarcare questo aspetto, mettendo in
guardia dalle «mitologie neo-liberiste e meritocratiche»31.

3. Per una storia della parola. Daniel Bell

Ora, è innanzitutto interessante registrare che il termine youngeano, inizialmente,


avrebbe avuto una sorte diversa sulle due sponde dell’Oceano. Mentre in Europa bi-
sognerà aspettare i primi del nuovo millennio affinché esso venga diffusamente utiliz-
zato in chiave positiva all’interno della nuova egemonia neo-liberale, negli Stati Uniti
diventa un concetto rideclinato in positivo proprio all’interno del nascente pensiero
neo-liberale. Pensiamo in particolare al sociologo Daniel Bell, autore di importanti
opere come The end of ideology (1960), The coming of Post-industrial society (1973) e
The contraddictions of capitalism (1976), che aveva previsto l’avvento di una società
di servizi, ma che ancora alla fine degli anni Ottanta (1988), nell’introdurre una rie-
dizione di La fine dell’ideologia, sembrava ancora attestarsi sull’idea che ciò sarebbe
avvenuto nel quadro di un capitalismo socialmente temperato32. Egli entrò in pole-
mica con John Rawls, connettendo strettamente il tema dell’egualitarismo con quello
della meritocrazia. Ci riferiamo in particolare ad un saggio del 1972, pubblicato sulla
rivista The public interest, che Bell aveva contribuito a fondare, intitolato On meri-
tocracy and equality33, uscito quindi un anno dopo Una teoria della giustizia di John
Rawls (1971). In quest’ultima opera Rawls aveva denunciato come l’eguaglianza di
opportunità fosse la condizione per una prevalenza dei più forti sui più deboli34. L’idea
di un’eguaglianza nei risultati sembrava resa urgente anche dal fatto che, per Rawls,
le componenti del merito e cioè lo sforzo e il talento, sono anch’esse spesso frutto
dell’ambiente o della stessa natura e dunque non realmente meritate dal soggetto. Il
merito, il talento, dovevano perciò porsi al servizio della società e non costituire un
motivo per distinzioni morali. Rawls non pensava ad un livellamento assoluto, ma ad
una società che rispettasse il principio della differenza, per cui ogni soggetto può mi-

30  Cfr. A. Giddens, La terza via. Manifesto per la rifondazione della socialdemocrazia (1998), Milano,
Il Saggiatore, 1999, pp. 102-103.
31  Ivi, p. 10.
32  Cfr. D. Bell, La fine dell’ideologia: il declino delle idee politiche dagli anni cinquanta ad oggi, Milano,
Sugarco, 1991.
33  Id., On meritocracy and equality, in «The Public Interest», 29, 1972, pp. 1-40.
34  Cfr. J. Rawls, Una teoria della giustizia (1972), Milano, Feltrinelli, 1982. Cfr. soprattutto il capitolo
V, Quote distributive, e le pp. 292 e ss.

106
gliorare la propria situazione individuale a patto che tale miglioramento faccia stare
meglio anche chi sta peggio.
Bell vede evidentemente la teoria di Rawls come il distillato teorico più importante
di tutta una stagione che va dalla New frontier kennediana alla Big society johnsonia-
na, alla stessa «contestazione» della fine del decennio, con le punte più antagonistiche
delle rivolte nei ghetti neri. In questo decennio, secondo Bell, i “populisti” (significati-
vamente chiamati come gli insorti di Young) stravolgono il senso del liberalismo. Que-
sto si basava sull’idea di un’eguaglianza formale che lasciava libero il campo ad una
gara di sforzi e di talenti e che si curava anche di garantire pari condizioni di partenza
al fine di produrre risultati diversi. Ma ora si era passati all’idea che invece bisognasse
collettivamente influire sui risultati, rendendoli meno ineguali. Bell nota come l’incro-
cio della questione sociale con quella razziale, producendo le politiche di eguaglianza
basate sulle quote, su cui poggiavano le «azioni affermative» johnsoniane, rompevano
anche il paradigma universalistico-individualistico del liberalismo. Argomentazione,
questa, sicuramente utile a problematizzare le affermative actions, ma che non sem-
bra in grado di confrontarsi col paradigma rawlsiano, che rimane saldamente univer-
salistico-individualistico. In realtà, però, per Bell anche la tassazione progressiva va
a rompere il paradigma universalistico. Rispetto alle argomentazioni di Rawls, Bell
avanza un’altra obiezione forte: secondo lui, l’idea di influire sui risultati, avrebbe
determinato una stretta alle motivazioni necessarie a sviluppare la produttività. La
redistribuzione e il miglioramento delle condizioni sociali negli anni Sessanta, sareb-
bero stati infatti determinati non dai provvedimenti egualitari, bensì dalla precedente
accumulazione di surplus.
Per spingere avanti la società, inoltre, sarebbe stato necessario puntare sulla sele-
zione di una classe dirigente capace, mentre si stava affermando l’idea che le politiche
sociali dovessero soltanto mirare all’aiuto dei ceti più deboli. Inoltre, secondo Bell,
l’enfatizzazione sul ruolo dell’ambiente sociale come causa dello svantaggio faceva
rimuovere le differenze dovute al quoziente di intelligenza. Con ciò Bell non soste-
neva l’abbandono dei programmi sociali (a parte quelli basati sulle quote, da lui re-
cisamente avversati), ma soltanto preservare le gerarchie di reddito, di potere e di
prestigio culturale, di contro alle punte più estreme dell’egualitarismo sessantottino,
che arrivava a predicare l’incidenza del parere degli infermieri sull’attività dei medici
o dei genitori degli alunni su quella dei professori. Questo anche perché, secondo Bell,
le critiche alla disparità di fortune, non venivano tanto, a suo avviso, dal senso di in-
giustizia, quanto dall’invidia e dal risentimento, in senso schiettamente nietzscheano,
connaturati a una società democratica, che dà a tutti le stesse opportunità in linea di
principio. È qui che ha radice la critica neo-conservatrice di Fukujama, così come tutta
una serie di argomenti che troveranno spazio soprattutto dagli anni Novanta in poi.
A quell’altezza cronologica, invece, Bell appariva accondiscendente verso lo spirito
del tempo, parlando infine di una meritocrazia temperata, che comunque preservi
il rispetto dovuto ai ceti meno direttivi e ai loro minimi diritti sociali. Ma ciò perché,
per Bell, la politica avrebbe in futuro sempre più volentieri voluto e potuto garantire

107
questi ultimi.
Se cioè Bell è un teorico che contribuisce a inaugurare un certo discorso neo-libe-
rale, e tuttavia a lui pare ormai irreversibile il rispetto di una serie di diritti sociali
fondamentali. Inoltre, sembra che la sua idea della società post-industriale, per certi
versi antiveggente, per altri paia invece preconizzare fallacemente una centralità di
scienziati, tecnologi e professori nella scala del prestigio e negli aspetti direttivi della
società. È inutile rilevare come quasi cinquanta anni dopo ci si trovi in una situazione
diversa, in cui viene quasi naturalizzato l’assunto per cui i diritti sociali difficilmente
potranno essere in futuro garantiti, a causa dei loro costi; una situazione in cui la
classe dirigente non sembra sempre caratterizzata dal primato del sapere a cui Bell si
riferiva, bensì da quello della capacità comunicativa e delle relazioni con il potere eco-
nomico. Ed è ovvio che ogni discorso sulla meritocrazia temperata non può, in questo
contesto, che mutare di senso. È significativo che un critico della sinistra radicale (e di
Pierre Bordieu) come Pierre Rosanvallon sposi ormai senza riserve la prospettiva di
Rawls. Lo stusioso sottolinea come, nel “rovesciamento” dell’idea di uguaglianza de-
mocratica affermatasi negli anni Cinquanta-Sessanta - idea di cui la «teoria della giu-
stizia» era una sublimazione teorica - fosse implicata anche la teoria dell’uguaglianza
radicale di Dworkin, che tende a riportare sulla responsabilità delle scelte individuali
i destini sociali di ognuno, aprendo la strada ad una visione che mette in crisi l’idea di
redistribuzione35.

4. Il vento “americano” in Europa

Fino agli anni Ottanta, del resto, rilevavano Boltanski e Chiapello nel Nuovo spiri-
to del capitalismo36, si tendevano a stipulare contratti nazionali per ampie tipologie
di lavoratori. Proprio nel corso degli anni Novanta, invece, si introduce, con il nuo-
vo sistema post-fordista, una logica individualizzante di tipo meritocratico. La logica
aziendale competitiva tende gradualmente ad estendersi anche alle istituzioni pub-
bliche, assieme al suo principale correlato: la valutazione37. Le attività professionali
– sanità, scuola, università, pubblica sicurezza – vengono sempre più irregimentate in
processi di “qualità” che implicano un controllo continuo sul lavoro ed una sua valuta-
zione in termini meritocratici. Come si diceva prima è proprio Blair a incorporare nel
centrosinistra europeo l’idea della competizione meritocratica. La politica scolastica

35 Cfr. P. Rosanvallon, La società dell’uguaglianza, cit., pp. 247-254. È bizzarro (e in certo qual
modo indicativo dello spirito del tempo) che il prefatore di questa traduzione italiana del libro di
Rosanvallon, Corrado Ocone, sostenga che lo studioso francese «sembra consapevole del fatto che
queste idee guida non possono essere più quelle fondate sulla ridistribuzione delle risorse da parte di
uno Stato fondato sulla spesa pubblica» (ivi, p. 12).
36  G. L. Boltanski, E. Chiapello (1999), Il nuovo spirito del capitalismo, Milano, Feltrinelli, 2016.
37  Cfr. V. Pinto, Valutare e punire, Napoli, Cronopio, 2012.

108
del new labour deluderà le attese degli operatori del settore, rivelando una stretta
continuità con quella conservatrice: al centro dell’attenzione vengono messe scuole
di alta specializzazione e formazione delle eccellenze. Ma per comprendere il grado di
penetrazione dei meccanismi di valutazione nella vita stessa degli inglesi, può essere
sufficiente vedere l’ultimo film di Ken Loach38. C’è un articolo di Francis Wheen, in The
Guardian del 14 febbraio 2001, Satirical fiction is becoming Blair’s reality, nel quale
veniva tematizzata la centralità che andava assumendo la parola “meritocrazia” nella
retorica politica di Tony Blair. Ma è Michael Young che, ormai ultranovantenne, sem-
pre su «The Guardian», sente il bisogno di rivolgersi direttamente al premier new la-
bour, nel giugno di quell’anno stesso, in un significativo articolo dal titolo: Down with
meritocracy (28 giugno 2001). Young dice chiaramente che la storia della parola da lui
introdotta nel lessico politico aveva deluso le sue aspettative. Se il suo voleva essere
un avvertimento sugli effetti collaterali della meritocrazia – come già aveva spiegato
nell’introduzione all’edizione del 1994 - quest’ultima parola era diventata, negli Stati
Uniti, una parola chiave della reazione all’egualitarismo, fino all’acquisizione del ter-
mine nel lessico blaireano. Fra le altre cose Young ricorda al premier che, mentre il
suo governo era composto di super-ricchi, il governo Attlee comprendeva esponenti
di origine umile, in cui le persone dei ceti più modesti potevano indentificarsi. Ernst
Bevin, Ministro degli esteri, aveva fatto il contadino, l’aiuto cuoco, il fattorino e il car-
rettiere prima di farsi strada nell’attività sindacale. Herbert Morrison, vice-premier,
invece proveniva dal governo locale, dopo aver lavorato come fattorino, aiuto dro-
ghiere e centralinista. E così altri dello stesso governo. Il messaggio a Blair era chiaro:
decidere i destini dei soggetti a scuola significa marchiarli per sempre, aggravando il
gap classista nella maggior parte di loro.
Inutile dire che la protesta di Young cadde nel vuoto. Da allora il termine meritocra-
zia ha preso a diffondersi anche nell’Europa continentale, come parola chiave di una
rivoluzione neo-liberale che ormai pervade le agende politiche di tutte gli schiera-
menti. In Italia, alla svolta del secolo, esce un libro che può essere preso ad esempio
della rideclinazione in positivo del termine in questione. E cioè La guerra del talento
di Giuliano da Empoli, uscito nel 200039, in un clima ancora lontano dalla grande crisi
economica ma, anche, antecedente all’11 settembre. In queste pagine veniva avanzata
una visione positiva dei processi di finanziarizzazione dell’economia e di precarizza-
zione del lavoro. Per Da Empoli l’economia finanziarizzata, che produce denaro da
denaro (D’-D’) e non merce da denaro e poi ancora denaro (D’-M’-D’) è produttrice di
ricchezza perché consente a imprese appena nate di diventare in breve ricchissime e
quindi innesca mobilità socio-economica. Per Da Empoli, il fatto che la nuova econo-
mia post-fordista privilegi i contratti a tempo determinato, rispetto a quelli a tempo
indeterminato, non significa una riduzione antidemocratica dei diritti del lavoro. Egli
definisce il precario un «nomade» (alludendo forse ad una sorta di inveramento dei

38  K. Loach, I, Daniel Blake, Gb, FR, 2016.


39  G. Da Empoli, La guerra del talento, Padova, Marsilio, 2000.

109
valori “rizomatici” del libertarismo post-sessantottino) che si mette sul mercato e che,
quindi, è anzi più esistenzialmente privilegiato rispetto allo stanziale (il lavoratore a
tempo indeterminato), perché può migliorare il proprio destino cambiando datore
di lavoro. Più il nomade è preparato, cioè conosce l’inglese, l’informatica etc., più per
lui il destino sarà roseo. Ma non vengono precisati quanti siano questi «meritevoli»,
o quanti possano essere. Da Empoli pensa al caso limite degli imprenditori ad alta
tecnologia della Silicon Valley. La figura del creatore di Facebook, che per il regista di
The social network David Fincher40 è un arrampicatore sociale privo di scrupoli, per
Da Empoli dovrebbe essere un esempio di ascesa democratica al successo. La soluzio-
ne, per Da Empoli, è quindi quella di americanizzare la società italiana ed europea, e
cioè subordinare i ruoli e le retribuzioni alla produttività (in modo da evitare un livel-
lamento che metta i «fannulloni» a carico dei più produttivi), favorire la flessibilità,
togliere potere ai sindacati, liberalizzare le corporazioni dei professionisti. In questo
modo la vecchia Europa (e soprattutto la vecchia Italia) potrà raggiungere la mobilità
sociale americana.
La visione di Da Empoli – poi non a caso attivo nella galassia renziana - presuppone
una concezione del privato-economico di tipo liberatorio ed emancipativo, di contro
alle istituzioni pubbliche, viste come burocratiche e oppressive: la stessa concezio-
ne maturatasi nell’era “berlusconiana”. Se guardiamo lo scenario odierno, sedici anni
dopo l’uscita del libro di Da Empoli, vediamo che le diseguaglianze sono enormemen-
te cresciute più che altrove in due paesi dell’Occidente, l’Italia e gli USA, che, secondo il
ragionamento di Da Empoli, avrebbero dovuto essere ai poli opposti della mobilità so-
ciale. Alla fine del libro, Da Empoli sostiene che una società privatizzata all’americana
può non essere incompatibile con le garanzie sociali all’europea, volte ad assicurare
pari opportunità di partenza. Ma poi non si sofferma sulla questione. E ciò sembra pe-
raltro in contraddizione con quanto da lui affermato circa la necessità della società di
non farsi carico dei fallimenti personali e l’esigenza delle imprese di non avere obiet-
tivi sociali ma solo di profitto. Da Empoli, ad esempio, sottolinea come i meritevoli,
per emergere, abbiano bisogno di titoli universitari d’eccellenza - soprattutto lauree
americane - ma non fa riferimento all’alto costo degli studi necessari per conseguirle.
La resistenza italiana ad adottare un modello europeo dipende a suo avviso dalla forte
influenza della cultura cattolica (critica verso il culto del profitto e della ricchezza), e
di quella marxista, che tende a ragionare in termini di acquisizione dei diritti collettivi
(sindacalmente raggiunti) e non individuali, più tipici di una società di nomadi (cioè
di precari).

40  USA, 2010.

110
5. Un interessante caso studio: Meritocrazia di Roger Abra-
vanel
L’idea di una nuova società virtuosamente liquida, contrapposta alla gabbia d’acciaio
del fordismo risuona anche negli interventi ospitati sul «Sole 24 Ore» e sul «Corriere
della sera» da Alberto Alesina e Francesco Giavazzi41. Ed è proprio un editorialista di
questi due giornali, poco prima dell’esplodere della Grande crisi, a firmare un libro
traboccante di ottimismo più delle stesse pagine di Da Empoli. Ci riferiamo al best
seller italiano Meritocrazia, di Roger Abravanel, particolarmente fortunato in termini
di vendite. Lo scarso spessore scientifico non giustificherebbe una sua disamina in
questa sede, ma d’altro canto esso è un importante caso studio di sociologia della
cultura in quanto, da un lato, come si è detto, ha avuto molti lettori e, dall’altro, il suo
autore, oltre che dei due principali giornali della borghesia moderata italiana, è stato
un influente consulente del Ministero dell’istruzione al tempo di Maria Stella Gelmini.
Una prima cosa da osservare è che, contrariamente alle retoriche liberali anti-to-
talitarie volte a stigmatizzare l’ideologismo giacobino-progressista, incurante della
formazione spontanea dei valori sociali, Abravanel42 - più in linea con un approccio
neocon - si fa esplicitamente fautore di un’«ideologia» che debba «mobilitare migliaia
di italiani eccellenti» per «trasformare la cultura e i sistemi di valori». C’è in gioco
un «homo novus»: si tratta di definire, cioè, «nuovi valori morali per influenzare
comportamenti diffusi fra milioni di persone». Insomma, un vero e proprio progetto
egemonico, che non esita ad auto-definirsi «ideologico». Il fine è produrre «leader
eccellenti»43 nel settore pubblico e in quello privato, ma anche maggior «sviluppo ed
eguaglianza sociale», sebbene su quest’ultimo punto la sua posizione sia ambivalente.
Poco dopo, infatti, egli precisa che in Italia la cultura meritocratica è stata in difficoltà
per la mancata accettazione della «piena responsabilizzazione degli individui» e delle
«pari opportunità orientate alla mobilità sociale», oltre che per la diffusa indulgenza
verso «chi sbaglia» e per la critica della «disuguaglianza». Qual è allora l’uguaglianza
che, a suo avviso, si sposa con la meritocrazia? È solo quella dei punti di partenza,
mentre la diseguaglianza dei punti d’arrivo è un problema soltanto dell’antico regime,
quando essa era basata sull’esistenza di privilegi ascrittivi. Questo discorso si basa
quindi sull’idea che il merito sia all’origine delle diseguaglianze del sistema capitali-
stico e di quello neo-capitalistico in particolare: nell’epoca, cioè, di Bill Gates, la ric-
chezza non genera sfruttamento e il benessere cade a pioggia su tutti44. Insomma, a
suo avviso, mentre nelle società feudali, schiaviste o castuali, la diseguaglianza giu-
stificava privilegi ingiusti, nelle società meritocratiche essa è considerata «giusta» in

41  A. Alesina, F. Giavazzi, Il liberismo è di sinistra, Milano, Saggiatore, 2007.


42  R. Abravanel, Meritocrazia. Quattro proposte concrete per valorizzare il talento e rendere il nostro
paese più ricco e più giusto, Milano, Garzanti, 2008, pp. 14-18.
43  Cfr. anche ivi, p. 241.
44  Ivi, p. 20.

111
quanto basata sulle «pari opportunità» e la «mobilità sociale»45.
Molte sono le pagine che destano impressione in questo volume, in considerazione
del suo successo. Ad esempio il succitato testo di Michael Young viene considerato
come un’esaltazione delle meritocrazia attraversata da qualche spunto problemati-
co46. Addirittura, per Abravanel, Young sarebbe un fautore della quantificazione del
merito47. Egli concedeva che l’education act, varato nel ’44 dai conservatori a seguito
delle battaglie laburiste criticate da Young (che prevedeva i test a undici anni per ca-
pire se il soggetto poteva fare le grammar schools o le secondary moderns), era troppo
rigido, dal momento che a quell’età il condizionamento familiare è ancora troppo for-
te. Tuttavia, in alternativa, egli propone a modello il sistema americano, che prevede
il momento della valutazione a diciassette anni, con un sistema universitario privato
che ha saputo ben recepire la politica delle borse di studio48. Ispirato dal modello
americano, che si farebbe preferire anche perché in esso università e scuole inferiori,
in media, non sono di alto livello, ma spiccano le punte di eccellenza49, Abravanel so-
stiene che in Italia non bisogna investire più soldi in Università e ricerca, ma conver-
tire le risorse già tradizionalmente stanziate alla valorizzazione dell’eccellenza50. Lo
spirito, insomma, delle cosiddette “cattedre Natta”.
Le stesse preoccupazioni di Young sulla possibilità che l’“utopia” meritocratica pos-
sa degenerare in un’aristocrazia genetica, sono facilmente fugabili, a suo avviso, con
un monitoraggio in età scolare, dato che «ricerche approfondite» (ma non precisa-
te51) evidenzierebbero come a sette anni si possa prevedere il reddito del bambino a
trentacinque52. Insomma, Abravanel non comprende come il problema di Young non
fosse l’errore possibile nel sistema di selezione genetico-aristocratico, ma il sistema
selettivo stesso.
Del resto, per costruire una società meritocratica, è necessario, per Abravanel, ap-
prontare sistemi di testing nelle università sul modello americano, rompendo con la
diffidenza italiana per le classifiche e le misurazioni «obiettive e quantitative»53. Si
tratta, cioè, della filosofia che di recente ha dato l’impronta alla valutazione univer-
sitaria italiana, i cui parametri quantitativi sono da tempo oggetto di accese critiche
e dibattiti. Alla stessa filosofia attingono i test PISA, attraverso cui la scuola italiana
è stata monitorata con il risultato di segnalare una forte discrepanza fra Nord e Sud.
Altra resistenza culturale alla meritocrazia, in Italia – paese dove, a suo avviso, do-

45  Ivi, p. 62.


46  Ivi, pp. 20, 37-41, 53-55, 109.
47  Ivi, p. 68.
48  Ivi, pp. 52-57.
49  Ivi, p.81.
50  Ivi, pp. 207-210.
51  Per la mancanza di riferimenti alle fonti, e per il fraintendimento dell’opera di Young, da parte di
Abravanel cfr. anche M. Boarelli, L’inganno della meritocrazia, in «Lo straniero», 118, 2010, consulta-
bile on line.
52  Cfr. M. Tesini, Meritocrazia, merito e storia del linguaggio politico, cit., p. 83.
53  Cfr. R. Abravanel, Meritocrazia, cit., pp. 21-22.

112
mina una mentalità parassitario-assistenzialistica -, è, secondo Abravanel, la paura
che essa porti al licenziamento dei «fannulloni» e che inoltre, come temeva Young, si
inauguri un «aristocrazia dello sperma»54. Egli fa invece notare come l’Italia abbia una
delle società più diseguali del mondo, più di USA e Gran Bretagna55. Qui, da un lato,
l’autore sembra non considerare come l’Italia abbia registrato nuovi coefficienti di
accentuata diseguaglianza proprio da quando le politiche neo-liberiste si sono gra-
dualmente sostituite a quelle redistributive. Anche dove sostiene che le politiche per
il Mezzogiorno hanno dato risultati inaccettabili, sfornando dati dal 1995 al 2005, non
considera come sia proprio in quel lasso di tempo che si inverte la tendenza positiva,
dei decenni precedenti, in concomitanza con la fine dei provvedimenti redistributivi
per il Sud56. D’altro lato va registrato come stranamente egli utilizzi USA e Gran Breta-
gna come esempi di società diseguali, dato che lamenta che l’Italia lo sia di più, quan-
do poi in altri luoghi del suo testo i due paesi anglosassoni vengono rappresentati
come modelli di società meritocratica e, quindi, secondo il suo discorso, egualitaria.
Il carattere “meritocratico” delle società anglosassoni è peraltro riportato da Abrava-
nel alla cultura protestante e a quella laburista. Ciò secondo lui attesterebbe che an-
che in Italia il terreno può essere fertile per una riscoperta, da parte della destra, del
libero mercato e, da parte della sinistra, della mobilità sociale, in quanto l’incidenza
della cultura cattolica e di quella comunista non dovrebbe quindi essere un ostacolo
insuperabile57: ma in tal modo egli sovrappone aproblematicamente protestantesimo
e cattolicesimo, laburismo e comunismo. Tanto più che subito dopo si incontra un
rinvio al motto di uno dei modelli dell’autore e cioè la ditta McKinsey: «up or out»58.
Le aziende devono classificare i dipendenti, valorizzando i migliori59. Secondo Abra-
vanel, ad esempio, il testing non può essere assolutamente l’unica misura di merito-
degli studenti: bisogna poter valutare anche la personalità, l’autodisciplina, i valori
morali. Ma ciò può avvenire solo in maniera qualitativa, e richiede particolari capacità
di valutazione e formazione da parte degli insegnanti. Tuttavia, è a suo avviso essen-
ziale avere degli standard misurabili: altrimenti le valutazioni qualitative portano alla
«mancanza di oggettività». Non si può non notare qui quanto pesi il mito dell’ «ogget-
tività della valutazione», che è letteralmente una contraddizione in termini.
Non poteva mancare, anche qui, la retorica giovanilistica. Abravanel sostiene che in
Italia c’è troppo rispetto per gli anziani. Per lui non è vero che questi ultimi siano più
adatti a prendersi delle responsabilità: anzi, a suo avviso, dopo dieci anni va riscontra-
to in ogni lavoratore un inesorabile appiattimento di prestazioni. Secondo Abravanel
un laureato del 2005 è in media migliore di uno del 1995, che è migliore a sua vol-
ta di uno del 1985. Insomma, praticamente, una visione ascendente della storia, che

54  Ivi, p. 24.


55  Ivi, pp. 24-25 e 159.
56  Ivi, p. 192.
57  Ivi, p. 25.
58  Ivi, pp. 25-26.
59  Ivi, p. 133.

113
proietta curiosamente il giovanilismo sullo stesso tempo storico60. Nelle aziende più
all’avanguardia – fa notare - lo stipendio non è più calibrato su posizione e anzianità
aziendale, ma sulla «performance»61.
Abravanel, peraltro, mostra di coltivare l’attenzione liberal-democratica per la valo-
rizzazione dell’individuo a prescindere dall’appartenenza micro-comunitaria alla fa-
miglia. Rileva opportunamente come il familismo in Italia sia anche il frutto del deficit
di statualità62. Citando Napoleone, Hegel, Giddens, egli sostiene l’idea di uno Stato che
ridimensioni il ruolo della famiglia per offrire agli individui «un’alternativa di appar-
tenenza e di sviluppo»63. Ma non si avvede che le politiche neo-liberiste rilanciano le
appartenenze natural-tradizionali proprio nella misura in cui prevedono istituzioni
che abbandonano socialmente l’individuo a se stesso.
È interessante che tale modello aziendalistico-produttivistico conviva con il
riferimento ai metodi di selezione della RAF durante la seconda guerra mondiale64
e poi dell’esercito israeliano65, fino a risalire alle pratiche di selezione spartana66 e,
soprattutto, a Platone67, la cui utopia può anche essere pensata come una meritocrazia
fondata su una metafisica delle idee. Questo tipo di idealismo, di fatto, converge con
le posizioni “naturalistiche”, un po’ come i modelli cattolico e positivistico, nell’Otto-
cento, approdavano alle stesse posizioni sulla gerarchizzazione della società in ses-
si, razze e classi. Anche quando Abravanel si appoggia ad un riferimento venato di
istanze democratiche, come Bryant Conant68, fautore di borse di studio per i meno
abbienti e per la confisca dei beni ereditati, il riferimento è alla «aristocrazia natura-
le» basata su «virtù e talento», di cui nel 1813 discutevano Thomas Jefferson e John
Adams. Tale commistione di idealismo e positivismo si rileva anche nella pagina in cui
Abravanel parla dei test SAT come di qualcosa di mistico, una sorta di degno sostituto
“scientifico” della religione, che avrebbe portato gli intellettuali a capo della società,
come ai tempi della teocrazia. Possiamo pensare, per queste posizioni, al teorico del
corporativismo fascista Ugo Spirito, passato da posizioni neo-idealistiche, nella pri-
ma metà del Novecento, ad uno scientismo comtiano e spenceriano, che nel secondo
dopoguerra rideclinava il capacitarismo corporativista nell’eugenetica69. Henry Chau-
ncey, il padre dei test SAT – continua Abravanel - parlava dell’ «equivalente morale
della religione»70. Si tratta di utilizzare la «psicometria» per selezionare i leader delle

60  Ivi, p. 175.


61  Ivi, p. 130.
62  Ivi, p. 186.
63  Ivi, p. 184.
64  Ivi, p. 131.
65  Ivi, pp. 141-143.
66  Ivi, p. 40.
67  Ivi, pp. 41, 143-144.
68  Ivi, pp. 42-47.
69  Su ciò cfr. S .Cingari, Ugo Spirito e la rivoluzione passiva. Note a margine, in «Bollettino telematico
di filosofia politica», on line, 1 ottobre 2012.
70  R. Abravanel Meritocrazia, cit., p. 48.

114
masse, in un contesto in cui l’evoluzione dell’economia rende sempre più importante
il manager e poi anche il «creativo» e il talentuoso, più che il tradizionale self made
man di scarsa cultura71.
Il problema del sistema educativo italiano è a suo avviso, infatti, quello di voler dare
la stessa istruzione a tutti. Paradossalmente, per Abravanel, ciò fa si che non incidano
le pari opportunità ma influisca il condizionamento familiare: egli non crede, infat-
ti, che i “migliori” siano tali per via del contesto di formazione, ma che lo siano per
natura (secondo un criterio prossimo al razzismo) e che, quindi, vadano selezionati
estraendoli dal contesto72. Addirittura Abravanel, in uno dei suoi spunti, che sareb-
be sbagliato definire “politicamente scorretti”, perché caratterizzati da una sorta di
inconsapevolezza naive, sembra ironizzare sul fatto che, senza una selezione dei mi-
gliori, con istruzione ed educazione differenziate, non resterebbe altro che acconten-
tarsi della scuola italiana, che aumenta l’alfabetizzazione e integra le diverse culture:
«le scuole sono piene di figli di immigrati» – scrive testualmente - e «tutti vanno a
scuola»73. Insomma, a suo avviso, nell’istruzione pubblica, bisogna passare dall’idea di
«tutti allo stesso modo», a quella di «educare secondo il potenziale di ciascuno»; o, an-
cora, bisogna passare dall’«eguaglianza del livello di istruzione alle pari opportunità
nel ricevere la migliore educazione»74. I meritevoli non abbienti, in questa prospettiva
sarebbero supportati da borse di studio75.
La nota autoritaria del neo-liberismo di Abravanel è evidente nel fatto ch’egli attri-
buisca un valore morale alla meritocrazia, con un diretto riferimento alla religione,
che punisce con l’inferno i peccatori. Il concetto di “merito” è alla base del modello di
«legge ed ordine», di una giustizia «rapida e senza compromessi», tanto che in Ame-
rica, società meritocratica per eccellenza, la maggioranza dei carcerati riterrebbe di
«meritare» la propria condanna76. Anche questo assunto sembra collidere con la no-
stra civiltà costituzionale: l’ha fatto notare Francesco D’Agostino, sottolineando come
nel nostro ordinamento la sanzione non miri a punire il condannato ma a «reinte-
grarlo» nella società, riconoscendolo come soggetto di diritto77. È utile ricordare qua
anche Shakespeare che, nell’Amleto, fa dire al protagonista che trattare ogni ospite
come «merita» avrebbe voluto dire condannare ognuno alla «fustigazione», data la
condizione umana78.
Dal punto di vista specificamente politico, la nota più eclatante è l’enfasi positiva
posta sul «sistema-Singapore», di cui esplicitamente si rimarcano l’ordine e l’efficien-
za come valori da apprezzare, nonostante l’assenza di istituzioni democratiche. La

71  Cfr. ivi, pp. 49-51.


72  Ivi, p. 256.
73  Ivi, p. 257.
74  Ivi, p. 314.
75  Ivi, p. 315.
76  Ivi, pp. 60-61.
77  F. D’Agostino, Ben gli sta: che cosa merita un criminale, in «Paradoxa», Vol. I, 2011, pp. 18-23.
78  Cfr. M. Tesini, Meritocrazia, merito e storia del linguaggio politico, cit., p. 59.

115
Costituzione di Singapore, per il nostro autore, incardina i principi di eccellenza e
meritocrazia. Per Abravanel, di quello Stato vanno elogiate le performance di legalità,
istruzione, sicurezza («nelle scuole si fanno regolarmente test sulle urine e sul sangue
degli studenti e […] se questi ultimi risultano positivi l’intera famiglia viene espulsa
dal Paese»). Veniva riportata, in proposito, la tesi di un giornalista di una qualche in-
fluenza nel parco mediatico italiano79: «ricordando che Singapore non è una demo-
crazia come la intendiamo noi […] concludeva dicendo che chiunque invidi queste
performance deve cominciare a preoccuparsi». Si rilevi qui l’utilizzo dell’espressione
«democrazia come la intendiamo noi», quasi che Singapore potesse costituire un mo-
dello alternativo (e auspicabile) di democrazia. Concludeva così Abravanel, con parole
sue, sostenendo che Singapore «non è una democrazia, ma i suoi cittadini non sem-
brano preoccuparsene più di tanto, visto che il livello di reddito pro capite è fra i più
alti del mondo»80.
L'ex consulente del ministero dell'Istruzione non è per l’abolizione del Welfare Sta-
te, ma per la sua revisione in un sistema che incoraggi i "veri” deboli a prendere ri-
schi81 (la citazione diretta è al Giddens della Terza via). Con un tono quasi sprezzante
Abravanel sostiene che non bisogna fornire sussidi a «disoccupate» e «ragazze ma-
dri», ma finanziare più asili nido82. Il Welfare, insomma, non deve essere una «rete di
sicurezza dei barboni delle metropolitane»83. Questa immagine del “barbone” – che
curiosamente sembra riprendere una tipica offesa rivolta dallo yuppie italiano degli
anni Ottanta a chi veniva ritenuto inadeguato alla vera vita – ritorna a proposito del
fatto che, secondo l’autore, in Italia la diffidenza per la meritocrazia scaturisce da un
senso comune diffuso che rifiuta l’idea dell’emarginazione a cui il modello americano
sembra condannare fette significative della società84. È a suo avviso necessaria, del
resto, la massima flessibilità sul mercato del lavoro, compensata dagli ammortizzatori
sociali, ma il salario minimo deve esser basso come in USA, per far respirare le im-
prese85. Il servizio pubblico, inoltre, per Abravanel, non deve diventare un’occasione
occupazionale, ma puntare sull’eccellenza86.
Coerentemente con le sue posizioni “platoniche”, Abravanel è favorevole a pesanti
tasse di successione (in modo sintomatico, solo per ragioni “simboliche”), ma non
problematizza il nodo politico del loro attuale arretramento giuridico-politico nel
mondo occidentale. Stesso discorso per il suo sostegno alla tassazione del capitale
rispetto ai redditi da lavoro. Quanto ai cresciuti redditi dei super-ricchi, a suo avviso,
essi sono da “lavoro” e non rendite da capitale, in un contesto economico idealizzato

79  Beppe Servegnini.


80  R. Abravanel, Meritocrazia, cit., pp. 21, 145.
81  Ivi, p. 69.
82  Ivi, pp. 85-86.
83  Ivi, p. 95.
84  Ivi, p. 108.
85  Ivi, pp. 88, 206.
86  Ivi, pp. 85-86 e 206.

116
in cui le aziende sarebbero allergiche al nepotismo87. Arriviamo quindi ad un punto
fondamentale del suo discorso, che richiamavamo in apertura di paragrafo: la forbice
che si apre sempre più fra ricchi e poveri è, in realtà, un discrimine fra chi merita e chi
no. L’importante è a suo avviso che, nonostante la diseguaglianza, il benessere collet-
tivo aumenti, come (secondo la sua personale ricostruzione) insegnerebbe il modello
inglese post-tatcheriano88. Probabilmente senza esserne consapevole, Abravanel tor-
na ad usare toni di violenta intolleranza, affermando che con la globalizzazione, l’eco-
nomia postindustriale e dei servizi (high tech), comincia ad affermarsi il credo per cui
«i parassiti di oggi siano i poveri e non i ricchi»89. Insomma le minoranze avrebbero
oggi tutti i diritti di accesso all’educazione: nessuno quindi, per il nostro autore, do-
vrebbe poter lamentarsi e questo a suo avviso spiegherebbe perché si stia afferman-
do un rigetto dell’egualitarismo e un primato della responsabilizzazione a svantaggio
della solidarietà90.
Lo Young frainteso di Abravanel avrebbe solo uno «sbandamento» anti-meritocrati-
co nel finale del libro. Alla denuncia di Young, l’editorialista del «Corriere della sera»
oppone che il sociologo inglese «non poteva immaginare la società attuale, in cui i
quotidiani abbondano di cronache e di storie che celebrano la gentilezza, il coraggio
e la devozione di cittadini qualunque e la dignità di lavori umili»91. Per lui il mondo di
oggi è caratterizzato da una nuova economia dei servizi basata su un accesso ai beni
dei redditi medio-bassi (discount, aerei low cost, telefonia, servizi finanziari). Quindi
un miglioramento della qualità della vita dei cittadini92: il mondo immaginato, cioè,
da Daniel Bell due-tre decenni prima. La meritocrazia segnerebbe il futuro del mondo
globale e sarebbe basata sulla «superiorità cognitiva»93. Ogni commento sul distacco
dalla realtà di queste pagine è ovviamente superfluo.

6. Meritocrazia e autoritarismo

Gli spunti antidemocratici del libro di Abravanel mostrano in modo efficace come
il discorso meritocratico si stia sposando anche con i nuovi sviluppi autoritari della
post-democrazia. Questa, cioè, rivela non solo la tendenza alla distruzione dello Stato
sociale, ma anche ad una neutralizzazione della democrazia politica, attraverso la for-
mula dei governi tecnici e lo spiegamento di forme di governance non legittimate dal
basso. Fin dagli inizi il neoliberismo è costitutivamente diffidente verso la democra-

87  Ivi, pp. 73 e 161.


88  Ivi, p. 74.
89  Ivi, p. 115.
90  Ivi, p. 116.
91  Ivi, p. 94.
92  Ivi, pp. 196 e 199.
93  Ivi, p. 97.

117
zia. Da Walter Lippman, preoccupato dell’intralcio dell’opinione pubblica alla gover-
nabilità, allo stesso Von Hayek, che preferiva il termine demarchia a quello di demo-
crazia, troppo implicata di valenze maggioritarie. Sempre Von Hayek, preferiva altresì
una dittatura liberale, come a suo avviso era quella di Pinochet, ad una democrazia
illiberale. La meritocrazia, del resto, aiuta a giustificare un sistema gerarchico, in cui i
soggetti cercano di “meritare” i premi, ottenuti attraverso “valutazioni”, perseguendo
obiettivi di valore individuati dal sistema di mercato. L’attacco che viene scagliato,
ad esempio, contro gli “scatti di anzianità” e l’idea che il livello di retribuzione debba
essere legato ad una valutazione sulla produttività delle prestazioni, finisce per to-
gliere autonomia al lavoratore. Si determina cioè una soggettivazione di personalità
subalterne che devono adattarsi alla gerarchia sociale, in quanto giustificata dalla
valutazione meritocratica.
Il testo più famoso di Fukuyama è del 199294. Esso inaugura una stagione ancora in
corso, in cui il problema della diseguaglianza economico-sociale non viene più consi-
derato elemento importante per qualificare una democrazia, dallo stesso Fukuyama
pensata, fra Hegel e Kojève, come fondata sulla nozione identitaria di «riconoscimen-
to». Secondo Fukujama, la democrazia è basata sull’isotimia: sulla tendenza, cioè, ad
un eguale riconoscimento. È qui la natura ambigua, e molto più articolata di quanto si
pensi, del testo di Fukuyama: dopo aver sostenuto insistentemente che la democrazia
era in qualche modo un modello insuperabile come capacità di soddisfare il comu-
ne desiderio di riconoscimento, lo studioso problematizza alla fine la possibilità che
essa possa evitare la decadenza della società, conducendo ad un appiattimento sulla
razionalità dei consumi. Vengono qui riprese le tensioni più conservatrici di Tocque-
ville, radicalizzato in senso nietzscheano. L’ «ultimo uomo» del titolo è, in realtà, il
netzscheano frutto stantio della democrazia isotimica. L’autore sostiene, infine, che
dalla democrazia bisogna uscire almeno in parte. Che bisogna, cioè, riattivare la «me-
galotimia» e, cioè, rilegittimare la volontà dei soggetti di primeggiare. Oggi la guerra
sarebbe troppo distruttiva e lo sport è insufficiente: il campo di battaglia, dove la me-
galotimia si può affermare, è quindi quello del mercato. L’avidità dell’homo oecono-
micus non deve essere denunciata, perché essa può fornire sfogo alle giuste tensioni
megalotimiche. Addirittura Fukuyama vede come una fortuna che tanti avventurieri
occidentali trovino sfogo nel Terzo Mondo alle proprie tensioni megalotimiche: e il
fatto che ciò non giovi a quelle aree del mondo non fa problema nel suo discorso95.
Quest’ultimo assunto, di particolare durezza, espresso con stile di leggera disinvol-
tura, non è l’unico del genere nel libro, e lo ritroviamo, ad esempio, nel capitolo 29,
Liberi e ineguali96, che inizia significativamente con il riferimento a Nietzsche: «per chi
crede nella democrazia liberale è difficile seguire Nietzsche fino in fondo. Egli fu infat-
ti un avversario della democrazia e della razionalità sulla quale si basa, e sognava la
nascita di una moralità nuova, che favorisse il forte a scapito del debole, aumentasse

94  F. Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, Milano, Rizzoli, 2011.
95  Ivi, p. 332
96  Ivi, pp. 327-34.

118
l’ineguaglianza sociale e promuovesse addirittura un certo genere di crudeltà»97. Già
il tono di questa rievocazione – di cui qui ora non è in esame la correttezza esegeti-
ca – sembra mostrare come in realtà essa susciti in Fukuyama ben altra adesione di
quanto non dicano le sue parole. E infatti, subito dopo, egli finisce quasi per contrad-
dirsi: «Pur respingendo la sua morale noi possiamo accettare tranquillamente molte
delle sue acute osservazioni psicologiche». E ancora: «Il modo in cui il desiderio della
giustizia e della pena è fin troppo spesso legato al risentimento del debole contro il
forte, le conseguenze spiritualmente debilitanti della compassione e dell’eguaglianza,
il fatto che certi individui non cercano volutamente le comodità e la sicurezza e che
la felicità non li soddisfi nel senso della tradizione anglosassone, il modo in cui la lot-
ta e il rischio sono parti costitutive dell’anima umana, il rapporto tra il desiderio di
essere più grandi degli altri e la possibilità di eccellere personalmente e di superare
se stessi», sono riflessioni – a suo avviso – accettabili «senza dover rompere con le
tradizioni cristiano-liberali in cui viviamo». Non parla più, cioè, di «democrazia», ma
di «tradizioni cristiano-liberali». E prosegue affermando che la «sua preoccupazione
principale è il futuro del thymos […] minacciato dal senso storico dell’uomo e dal dif-
fondersi della democrazia»98. E, subito di seguito, una frase rivelatrice: «anche se, per
il momento, non abbiamo bisogno di condividere l’odio di Nietzsche per la democra-
zia, possiamo però utilizzare le sue intuizioni sul difficile rapporto tra la democrazia
e il desiderio di riconoscimento»99. È da evidenziare, appunto, l’inciso «per il momen-
to». Come a dire, alla luce delle pagine seguenti, che o la democrazia riuscirà a convi-
vere con la megalotimia, oppure è la prima a dover essere sacrificata. Lo studioso nip-
po-americano riprende un classico refrain antiegualitario – ma spinto ad un estremo
che diventa quasi involontariamente caricaturale100 –, ovvero la sovrapposizione del
concetto di uguaglianza a quello di omologazione, evocando un «fanatismo isotimico»
che porterebbe ad eguagliare belli e brutti, un uomo senza gambe ed uno con le gam-
be. Un’ironia della sorte affine a quella che ha fatto di Tocqueville, nonostante il suo
contributo alla repressione della Repubblica romana del 1848, un padre morale della
democrazia, ha reso possibile che l’alfiere della fine della storia nel grande spirito
assoluto della liberaldemocrazia, sottolineasse, senza nessun tipo di imbarazzo, che
«il Cile ha cominciato a mettere in pratica i principi dell’economia liberale dall’inizio
degli anni ’80, sotto Pinochet, con il risultato che quando il paese è uscito dalla ditta-
tura […] si è trovato con l’economia più prospera di tutta l’America meridionale»101.

97  Ivi, p. 327.


98  Ibidem.
99  Ivi, p. 328.
100  Si veda la gustosa satira di questo tipo di discorso, peraltro legato anche alla logica “ideologica”
della meritocrazia, nel romanzo di M. Berry, Logo Land (Casale Monferrato, Edizioni Piemme, 2004,
pp. 20-21), che è come una trasposizione letteraria - di genere distopico - di No logo di Naomi Klein.
101  F. Fukujama, La fine della storia, cit., p. 63. Sul Cile come laboratorio del neoliberismo cfr. T.
Moulian, Una rivoluzione capitalista. Il Cile, primo laboratorio del neoliberalismo, Milano, Mimesis,
2003; D. Harvey, Breve storia del neo-liberismo cit., pp. 17-59, 134-136; N. Klein, Shock Economy.
L’ascesa del capitalismo dei disastri, Milano, Rizzoli, 2007, pp. 60-134.

119
Fukuyama rilevava altresì, non solo senza imbarazzo ma con vero entusiasmo, i suc-
cessi della Repubblica di Singapore e il fatto che questo Stato non tollerasse tre tipi di
«abominazioni» e cioè «gli hippies, i capelloni e i critici delle multinazionali»102.
Abravanel è dunque un epigono di Fukujama. Per certi versi qui inizia l’onda lunga
fino a Genova 2001. Ma Fukuyama è ancora più esplicito in tema di autoritarismo103.
Egli sottolinea infatti, con Schumpeter, che in democrazia può accadere che per moti
personali o per calcolo razionale errato, gli elettori vadano contro il libero mercato o
che poteri, che hanno da guadagnare da un suo contenimento, approfittino del regime
libero per impedire le riforme mercatistiche. Dato che rispecchiano le esigenze dei
vari gruppi di interesse della loro società, i regimi democratici tendono nell’insieme a
spendere cifre maggiori nell’assistenza sociale, a creare disincentivi alla produzione
attraverso politiche fiscali che livellano i salari, a proteggere industrie fallimentari
e non competitive, e perciò ad avere deficit di bilancio sempre più alti, comprimen-
do così la futura crescita economica e le scelte delle future generazioni. Negli States,
quindi, la «democrazia non ha dimostrato in questi anni un alto grado di funzionalità
economica»104. Continua Fukuyama: «I regimi autoritari sono, in linea di principio, più
capaci di seguire politiche economiche veramente liberali e non distorte da obiettivi
redistributivi che comprimono la crescita. Essi non devono render conto ai lavoratori
delle industrie in declino, né sussidiare settori inefficienti semplicemente perché c’è
un tornaconto politico. Essi possono davvero servirsi del potere dello Stato per tenere
bassi i consumi in modo da non compromettere la crescita a lungo termine»105. Dopo
aver fatto l’esempio della Corea del Sud, che, col passaggio alla democrazia nel 1967,
perse competitività, Fukuyama conclude che i regimi autoritari orientati al mercato
hanno il meglio di democrazia e comunismo: la capacità del secondo di comprime-
re i consumi con la forza, ai fini del risparmio e dell’investimento e la competitività
dei primi. Per lui lo Stato, in questi regimi, è più presente che nelle democrazie occi-
dentali, sebbene non a fini redistributivi ma in direzione della «crescita economica».
In conclusione, per lo studioso, il nesso fra capitalismo e democrazia liberale non è
necessario e il nostro futuro potrebbe essere liberale ma anche «autoritario-buro-
cratico». Nel 1995, in Quadrare il cerchio106, Ralf Dahrendorf lanciava uno sguardo
inquietante sul futuro, ipotizzando che lo spazio globale, improntato ad un sempre
più pervasivo principio di competizione mercatistica, rischiasse di essere assorbito
nel «modello Singapore»107. Ma nessuna delle inquietudini di Dahrendorf potevano
ritrovarsi in Fukuyama.
Il saggio di Fukujama è del 1990 mentre il libro di Abravanel è del 2007, alle porte

102  F. Fukujama, La fine della storia, cit., p. 120.


103  Cfr. ivi, pp. 142-44.
104  Ivi, p. 143.
105  Ibidem.
106  R. Dahrendorf, Quadrare il cerchio. Benessere economico, coesione sociale e libertà politica,
Roma-Bari, Laterza, 1995.
107  Si veda l’analisi critica di D. Zolo, nel capitolo così intitolato del suo Da cittadini a sudditi. La
cittadinanza politica vanificata, Milano, Punto Rosso, 2007, pp. 59-85.

120
della grande crisi, dopo la quale diventa quasi ridicolo quell’ottimismo che forse po-
teva ancora essere perdonato a Daniel Bell. La storia della meritocrazia successiva
va inserita nel quadro di un neo-liberismo che, sia per l’impossibilità di prospettare
magnifiche sorti e progressive che per quella di reagire alla critica sociale (magari de-
finita “populistica”, come Young faceva con la rivolta da lui immaginata), tende a porsi
esplicitamente in senso autoritario, iniziando a mettere in dubbio gli stessi elementi
fondamentali della liberal-democrazia. Uno dei tanti episodi che confermano questa
tendenza è, ad esempio, il fatto che «La Repubblica», per lungo tempo considerata il
quotidiano del progressismo liberal italiano, ha pubblicato un paio d’anni fa un arti-
colo in cui Michael Ignatieff108, recensendo con un certo entusiasmo l’ultima opera di
Fukuyama109, sosteneva fra l’altro - e simpateticamente - che rispetto alle «polemi-
che di destra e di sinistra», l’autore della Fine della storia si distingue sostenendo che
questa «crisi di efficacia del Governo» è il prodotto di «troppo diritto» e «troppa de-
mocrazia», rispetto alla «capacità dello Stato americano». Quello che chiede Fukuya-
ma – continua Ignatieff – è «uno Stato efficiente, reattivo, competente». Ignatieff, tra
l’altro, afferma che Fukuyama, nella sua opera più famosa, non aveva previsto sistemi
capitalisti in economia, autoritari in politica e nazionalisti nell’ideologia (come la Cina
e la Russia attuali). Come sappiamo, invece, Fukuyama l’aveva previsto e non sembra-
va affatto esserne inquietato.
Di recente è uscito un libro di un omonimo di Daniel Bell, che ha fatto molto successo
nel panorama intellettuale americano, da Harvard al Financial times, intitolato The
China model110. Il libro non lesina elogi al sistema Singapore né a quello cinese, che
avrebbero ideato un’ottima alternativa al modello elettoralistico e multipartitico, e
cioè un sistema democratico ai livelli locali e meritocratico (oltre che monopartiti-
co111) ai livelli superiori, in cui ovviamente la parte del leone, nella selezione, la svol-
ge un sistema di testing. Il tentativo è di riattivare tensioni platoniche e soprattutto
l’eredità confuciana. Bell si rapporta esplicitamente al testo di Young112, sostenendo
che i pericoli prospettati, in realtà, non vadano messi in conto, dato che non si tratta
di meritocrazia economica ma politica e che, anzi, la meritocrazia politica è anche
indirizzata a contenere l’influenza del capitale sul meccanismo elettorale. Bell, tutta-
via, non sottopone certo a critica le diseguaglianze e la mercatizzazione delle società
asiatiche in questione.
Può essere interessante notare che mentre l’Occidente sembra attratto dalle sirene
di Singapore, alle elezioni del 2011 il partito di governo del piccolo ma florido Stato
ha avuto una flessione, sia pure non grave. Dalla riflessione sulle cause è nato, in un

108  M. Ignatieff, Il declino dell’America secondo Fukuyama, in «La Repubblica», 30 dicembre 2014.
2014.
109  F. Fukuyama, Political order and political decay. From the industrial revolution to the global
tradition of democracy, Farrar, Straus and Giroux, 2014.
110  D. A. Bell, The China Model. Political Meritocracy and the limits of democracy, Princeton Univer-
sity, Press, 2015.
111  Ivi, pp. 170-174.
112  Ivi, pp. 110-112.

121
dipartimento dell’Università di questo paese, un volume, Hard Choices: Challenging
the Singapore Consensus, di Donald Law e Sudhir Vadaketh113. In questo libro si cerca-
no di demistificare una serie di miti: e cioè che lo Stato sociale costi troppo e freni la
crescita, che la diseguaglianza sia frutto della differenza di abilità dei soggetti, che un
aumento del PIL sia di per sé un beneficio per la società, che l’arricchimento ulteriore
dei più ricchi porti beneficio ai più poveri. Ma, soprattutto, interessanti per il nostro
discorso sono alcune pagine di Donald Law specificamente dedicate alla meritocra-
zia114. Gli autori sottolineano come l’idea di mettere i soggetti in competizione per
aumentare i risultati del sistema nel suo complesso possa essere fallace, dati i costi
psicologici e spesso anche fisici, in termini di somatizzazioni patologiche115. Perciò
può essere preferibile, proprio ai fini di una crescita generale, la cooperazione. Ma
Law fa un passo avanti. Il problema è, a suo avviso, passare da un sistema merito-
cratico-disegualitario trikle-down, ad uno trikle-up. Egli, cioè, prende atto di come la
politica volta a ridurre le imposte sui redditi e sulle ricchezze, nell’idea che i privilegi
dell’élite si riversassero anche sulla base sociale, accrescendone il benessere, abbia
prodotto solo un notevole abbassamento delle sue condizioni. La selezione attraverso
la leva educativa non fa altro che riprodurre il privilegio senza premiare il “merito”.
All’opposto, è proprio l’élite che trarrebbe vantaggio da una politica redistributiva che
innalzasse il livello di opportunità per l’intero corpo sociale.
Mentre nel cuore dell’impero capitalistico, quindi, spira un vento post-democratico
che, dopo aver iniziato a tagliare le garanzie sociali, sembra affondare la sua lama
anche nella carne viva dei diritti politici, a Singapore (per quanto sempre in un’ottica
capitalistica) si riscoprono le politiche redistributive. È forse un segno che la freccia
della storia possa cambiare direzione?

113  Singapore, NUS Press, 2014. Con contributi di Linda Lim e Ping Tjin Thum.
114  Ivi, pp. 48-58.
115  Cfr. P. Dardot, C. Laval, La nouvelle raison du monde, cit., pp. 442-456.

122
Beni Comuni

I beni comuni e le possibilità del diritto*


Maria Rosaria Marella

Introduzione
I beni comuni sono un tema assai complesso, idoneo ad essere declinato secondo
una pluralità di prospettive e di cui pertanto si sono interessati filosofi, politologi,
sociologi, antropologi e così via1. In questo scritto mi propongo di affrontarli dal pun-
to di vista del giurista e, in particolare, della privatista, occupandomi soprattutto dei
problemi che la tematica pone dal punto di vista del diritto di proprietà.
La questione dei beni comuni ha trovato una fioritura inedita e un’elaborazione all’a-
vanguardia nel nostro Paese, aspetto che assume particolare rilievo se si considera
il complesso di inferiorità di cui spesso i giuristi italiani soffrono nei confronti delle
culture altre.
L’Italia, del resto, ha tradizionalmente rappresentato una semiperiferia, collocata
fuori dal centro dell’Impero e appena lambita dalle rivoluzioni che hanno condotto
all’elaborazione dei modelli giuridici moderni, risultando pertanto tributaria di altre
culture maturate in altri sistemi, in primo luogo dei modelli imposti dal code civil fran-
cese e dalla cultura tedesca e poi dai tanti filoni critici e funzionalisti importati dalla
cultura giuridica statunitense. Questa volta, invece, è l’esperienza italiana ad essere
assunta come un modello, ad essere identificata con un’esperienza e un luogo in cui
non solo si è fatta sperimentazione dal punto di vista politico delle pratiche del comu-
ne, ma anche dal punto di vista dell’elaborazione giuridica in senso proprio.
Per tali ragioni, cercherò di affrontare il tema dando risalto alle peculiarità dell’espe-
rienza italiana, sebbene occorra considerare come quella dei beni comuni sia tutt’al-
tro che una questione provinciale, municipale: non si è posta infatti solamente nel
nostro paese, ma ha assunto fin dall’inizio una rilevanza globale.
Non a caso la mia tesi, un po’ provocatoria, è quella di ritenere che i beni comuni e
un possibile diritto dei beni comuni possano essere considerati una caratteristica del
diritto dei beni propria di questa fase della globalizzazione del diritto2. Si parla spesso
di tendenza alla privatizzazione, di morte del Welfare State, di mercatizzazione di tut-
to ciò che ci circonda, ma molti dei fenomeni che possono essere ricondotti al discorso

* Il testo riproduce l’intervento al ciclo seminariale «L’università e il territorio», che si è tenuto a Pe-
rugia presso l’Università per stranieri, il 30 maggio 2016.
1  Si vedano al riguardo le precise osservazioni di L. Pennacchi, La triangolazione pubblico/privato/
comune ai fondamenti della modernità, in Fondazione Lelio e Lisli Basso-Issoco (a cura di), Tempo di
beni comuni. Studi multidisciplinari, Roma, Ediesse, 2013, p. 61 e ss., soprattutto pp. 62-64.
2  Il riferimento è alla fase che Duncan Kennedy ha definito «Contemporary Legal Thought». D. Ken-
nedy, Three Globalizations of Law and Legal Thought: 1850-2000, in D. Trubek, A. Santos (eds.), The
New Law and Economic Development. A Critical Appraisal, Cambridge, 2006.

123
dei beni comuni rivelano la presenza di un importante movimento in controtendenza,
volto alla riappropriazione di ciò di cui siamo stati spossessati.
Alla base dell’emergere e della rilevanza del fenomeno dei beni comuni vi è proprio
la diffusione di dinamiche di spossessamento rispetto a ciò che è sempre stato comu-
ne o, almeno, liberamente accessibile.
A tal proposito si possono ricordare le vicende relative alla medicina ayurvedica in
India o alla brevettazione di semi da parte di Monsanto: comunità che hanno scoperto
e per secoli beneficiato delle proprietà di determinati prodotti naturali, come erbe e
semi, divenuti nel tempo risorse fondamentali per la loro cultura o per la loro stessa
esistenza, se ne vedono improvvisamente privati, sia come bene materiale, che intel-
lettuale, in virtù di un preteso diritto di esclusiva3.
Altri esempi possono essere rinvenuti nelle continue minacce di privatizzazione di
spazi tradizionalmente ritenuti comuni, come le spiagge; occorre capire se tali feno-
meni implichino una perdita del carattere demaniale o pubblico del bene, che si tra-
sforma in proprietà privata o, più semplicemente, rendano non più accessibili risorse
che sono sempre state considerate come tali.
Si assiste cioè allo spossessamento di ciò che è stato creato insieme, collettivamente,
e di ciò che è sempre stato liberamente fruibile in modo collettivo.
Altro panorama sul quale appare opportuno riflettere riguarda un meccanismo o un
fenomeno di creazione collettiva divenuto oggi molto importante, grazie soprattutto
alla diffusione di Internet. Ormai ci relazioniamo di continuo con creazioni intellet-
tuali collettive come Wikipedia o i programmi open source che, oltre ad offrire la pos-
sibilità di accedere a risorse intellettuali rilevanti, rappresentano una continua messa
in discussione del mito novecentesco dell’autore solitario, che ci ha abituato a pensare
che un’idea, un’invenzione sia sempre riconducibile ad una persona, ad un genio, ad
un solo uomo (più che una donna) in carne ed ossa. Ora viene invece sfatato questo
mito, perché Wikipedia è una produzione collettiva ed oltretutto non sappiamo chi
scrive le voci di cui tutti facciamo tesoro.
Se da una parte Internet offre questa ricchezza di risorse liberamente accessibili,
dall’altra anche in questo contesto emerge un tentativo continuo di privatizzazione,
di imposizione di barriere, confini, “recinzioni” (The second enclosure movement)4 e
questo è ad esempio il caso dei meccanismi che limitano o ostacolano la possibilità
di scaricare musica o di vedere film in streaming5. Qui il mito dell’autore viene ripro-

3  Sul complesso rapporto fra culture minoritarie e mercato cfr. R. Austin, Kwanzaa and the Com-
modification of Black Culture, in M. Ertman e J. C. Williams (eds.), Rethinking Commodification. Cases
and Readings in Law and Culture, New York and London, New York University Press, 2005, p. 178; S. K.
Harding, Culture, Commodification, and Native American Cultural Patrimony, in ibidem, p. 137.
4  Cfr. J. Boyle, The Second Enclosure Movement and the Construction of the Public Domain, in «Law
and Contemporary Problems», Vol. 66, Winter-Spring 2003, pp. 33-74.
5  Cfr. L. Lessig, The Future of Ideas. The Fate of the Commons in a Connected World, New York, Vintage
Book, 2002; Id., Free Culture. How Big Media Uses Technology to Lock Down Culture and Control Creativ-
ity, New York, The Penguin Press, 2004. Sulla tendenza dilagante all’imposizione di diritti di esclusiva
su tutto ciò che è capace di produrre profitto cfr. più in generale M. Heller, The Gridlock Economy. How
Too Much Ownership Wrecks Markets, Stops Innovation and Costs Lives, New York, Basic Books 2008.

124
posto con forza e con esso si assiste alla costante creazione di recinzioni fittizie, che
trovano espressione nell’enorme diffusione della cosiddetta proprietà intellettuale.
Questo istituto oggi riguarda una quantità considerevole di risorse e annovera sia
beni che sono stati tradizionalmente suscettibili di privativa che alcuni beni “inediti”,
come per esempio i geni umani.
Il fatto che i geni umani possano essere oggetto di brevetto implica che per fare ri-
cerche che richiedono l’utilizzo delle informazioni che li riguardano occorre pagare
le royalties al titolare del brevetto, con la conseguenza di imporre costi enormi alla
ricerca e, talvolta, il rischio di rinunciare alla stessa. Per esempio, alcuni anni fa era
stato individuato un possibile percorso che sembrava condurre alla produzione di un
farmaco contro l’Alzheimer. Tale ricerca però richiedeva di acquisire la licenza relati-
va a geni brevettati e i costi erano tali che alla fine questa potenziale cura non è stata
prodotta6.

Per un diritto dei beni comuni


Si assiste pertanto ad una continua tensione tra una produzione del comune e una
privatizzazione, una recinzione dello stesso.
A fronte di questi fenomeni sono nati a livello interstiziale, a volte in realtà circoscrit-
te, altre con un’evidenza ed una diffusione più ampia, forme di lotta e di resistenza
contro lo spossessamento del comune.
Piccole comunità hanno deciso di resistere alla sottrazione con strumenti vari che
vanno dalla lotta, al ricorso a strumenti giuridici, come ad esempio l’utilizzo del bre-
vetto in forma anti-egemonica. Alcune popolazioni indigene, per esempio, hanno ri-
tenuto che per preservare la propria cultura fosse possibile brevettarne le forme, gli
esiti e le ricadute di carattere scientifico prima che una multinazionale sottraesse loro
l’uso7; è evidente che non si tratta qui di un uso del brevetto volto al profitto, ma fina-
lizzato a mantenere il carattere collettivo e accessibile di quella risorsa.
Altre lotte si esprimono a livello più ampio, ad esempio quando si tratta di resistere
a processi di recinzione promossi su Internet, come il coalizzarsi degli utenti a fron-
te dei tentativi di rafforzamento del diritto d’autore on line, o pratiche di lotta e di
resistenza cui è possibile ascrivere anche il famoso referendum del 20118, che ha de-
cretato una enorme vittoria per la cosiddetta ripubblicizzazione dell’acqua, contro la

6  Cfr. M. A. Heller, Gridlock Economy: How Too Much Ownership Wrecks Markets, Stops Innovation, and
Costs Lives, New York, Basic Books, 2008; M. A. Heller, R. S. Eisenberg, Can Patents Deter Innovation?
The Anti-Commons in Biomedical Research, in «Science», 698, 1998.
7  Cfr. S. Vezzani, I saperi tradizionali e le culture popolari alla luce del paradigma dei beni comuni, in
M. R. Marella (a cura di), Oltre il pubblico e il privato, Verona, ombre corte, 2012, pp. 149-160; Id. Scia-
mani e «cacciatori di geni». Proprietà intellettuale e diritti dei popoli indigeni, in I. Papanicopulu (a cura
di), Incontro di studio dei giovani cultori delle materie internazionalistiche, Milano, Giuffrè, 2008, p. 85.
8  Il riferimento è al referendum del 12-13 giugno 2011 per l’abrogazione dell’art. 23-bis del Decreto
Ronchi, concernente la privatizzazione dei servizi pubblici locali, inclusi quelli idrici.

125
privatizzazione del servizio idrico integrato.
Accanto alle forme di lotta politica9, però, si profila anche l’esigenza, di fatto condivi-
sa, di individuare strumenti giuridici adeguati10. L’aspetto interessante dell’esperien-
za italiana è dato proprio dalla riscoperta del diritto anche da parte dei movimenti so-
ciali, secondo i quali l’elaborazione di rimedi, di strumenti controegemonici, di forme
di uso che contrastino il dominio assoluto della proprietà privata rappresentano una
via che non sostituisce la mobilitazione politica, ma la corrobora: il referendum stesso
può essere considerato un’espressione di questo discorso.
L’evidenza del diritto che scende nel campo delle lotte emerge anche grazie agli in-
terventi delle corti supreme.
Nel 2011 le Sezioni Unite della Corte di Cassazione italiana, l’organo giurisdizionale
più elevato nel sistema nazionale, ha per la prima volta formalizzato la nozione di
beni comuni11. Sebbene tale espressione non sia rinvenibile in alcun testo di legge del
nostro sistema giuridico, la Cassazione si è basata sull’elaborazione offerta da una
Commissione ministeriale12, per affermare che un bene demaniale, un ramo della la-
guna di Venezia, non dovesse essere semplicemente considerato un bene pubblico,
ma un bene comune13.
Un’altra sentenza di sicuro rilievo è quella della Corte Suprema dell’India14, che è
intervenuta contro un processo di privatizzazione che, in ragione di un programma di
lottizzazione e quindi di costruzione, aveva comportato il prosciugamento di un lago.
Tale pronuncia è particolarmente interessante in primo luogo perché ribadisce il
carattere comune di molti beni che riguardano lo spazio urbano, che può anzi essere
definito in sé un bene comune, anzi la “cosa comune per eccellenza”15; il riferimento
è non solo ai laghi o ai ruscelli che in un’economia rurale garantiscono l’acqua per
dissetarsi, per abbeverare il bestiame o per uso domestico, ma anche ai luoghi di ag-
gregazione, come le piazze o le strade. Inoltre, la sentenza manifesta una condanna,
anche morale, della “connivenza” delle amministrazioni pubbliche rispetto ai fenome-
ni di privatizzazione. Questi ultimi, del resto, sono il risultato delle partnership tra le
amministrazioni pubbliche e le imprese private, che conducono ad una sottrazione
del comune a danno di chi ne ha sempre usufruito16. La Corte suprema dell’India con-
danna questo modo di agire delle amministrazioni pubbliche che troppo facilmente
concedono l’uso esclusivo di beni comuni, collettivamente e liberamente accessibili, a

9  U. Mattei, Beni comuni. Un manifesto, Laterza, Roma-Bari, 2011.


10  A. Negri, Il recinto dei beni comuni, in «Il Manifesto», 14 aprile 2012.
11  Cass. Civ. Sez. Unite. Sent., 14-02-2011, n. 3665.
12  Infra.
13  Infra.
14  Supreme Court of India, Civil Appeal No. 1132/2011@SLP(C) NO. 3109/2011, January 28, 2011.
15  Così C. Lévi Strauss, Tristi tropici, Milano, Il Saggiatore, 1965, citato da A. Petrillo, Ombre del co-
mune: l’urbano fra produzione collettiva e spossessamento, in M. R. Marella (a cura di), Oltre il pubblico
e il privato, cit., p. 203.
16  Cfr. U. Mattei, L. Nader, Plunder. When the Rule of Law is Illegal, New York, Wiley-Blackwell, 2008;
P. Bevilacqua, Il grande saccheggio. L’età del capitalismo distruttivo, Roma-Bari, Laterza, 2011.

126
imprese interessate a perseguire esclusivamente scopi di profitto privato.
Un terzo caso particolarmente importante è offerto da uno dei gradi di giudizio di
una famosa controversia statunitense nota con il nome di “Myriad Genetics”17, avente
ad oggetto la brevettazione di geni umani, sulla base dei quali sono stati elaborati dei
test per la diagnosi della predisposizione al tumore alla mammella. Tali strumenti dia-
gnostici potrebbero rappresentare, se fossero accessibili a prezzi relativamente bassi,
un fondamentale aiuto per la prevenzione di questo tipo di cancro, invece, in virtù di
un sistema brevettuale particolarmente rigido, hanno garantito solamente al loro ti-
tolare di beneficiare di una condizione di monopolio, in ragione della quale ha potuto
imporre prezzi particolarmente elevati, che gli hanno assicurato rilevanti guadagni
e hanno reso questa risorsa una prerogativa per pochi. L’aspetto più significativo di
questa vicenda è rappresentato dal fatto che ad essere oggetto di brevetto non è stata
un’invenzione particolarmente sofisticata, ma l’identificazione di un gene presente
nel DNA umano, di qualcosa che esiste, come si dice, in natura e che in quanto tale
dovrebbe essere sottratta alla disciplina del brevetto. Tuttavia, nel corso del tempo,
l’istituto della proprietà intellettuale è stato oggetto di un processo di rielaborazione
per cui l’area del brevetto, che un tempo era abbastanza contenuta, è divenuta oggi
molto ampia, tanto da comprendere oggetti esistenti in natura, come piante, geni, ani-
mali, purché modificati in qualche loro parte.
Tali esperienze evidenziano come a livello mondiale siano molteplici le emergenze
del comune che si accompagnano a una nuova consapevolezza, maturata in reazione
alle tante forme di spossessamento prodotte dal capitalismo finanziario. Siamo cioè
di fronte al prodursi di dinamiche sociali di creazione di beni collettivi cui di tanto in
tanto segue anche un qualche riconoscimento a livello giuridico.
Per quanto riguarda l’Italia, il discorso sui beni comuni non può essere definito
proprio mainstream, ma ha assunto grande rilevanza anche mediatica. A seguito del
referendum del 2011 è esploso un vero e proprio movimento dei beni comuni che
ha portato all’occupazione di teatri, cinema, fabbriche dismesse e, al tempo stesso, a
un’elaborazione giuridica che non si è sviluppata in modo separato, confinata nell’Ac-
cademia, ma è frutto di un lavoro collettivo dei giuristi insieme ai movimenti.

L’esperienza italiana
Occorre fare riferimento in primo luogo alla famosa Commissione Rodotà18. Si tratta
di una commissione ministeriale nominata nel 2007 dall’allora ministro della giusti-
zia Mastella per riformare la parte del libro III del codice civile dedicata alla disciplina
dei beni pubblici, che già all’indomani dell’entrata in vigore del codice del 1942 appa-

17  Association for Molecular Pathology v. United States Patent and Trademark Office, No. 09 Civ. 4515
(S.D.N.Y., Mar. 29, 2010).
18  Commissione Rodotà sui beni pubblici, https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_12_1.wp?fa-
cetNode_1=0_10&facetNode_2=0_10_21&previsiousPage=mg_1_12&contentId=SPS47617.

127
riva insoddisfacente.
La commissione Rodotà ha elaborato la nozione di beni comuni, definendoli come
quei beni, di proprietà pubblica o privata, che sono sono necessari alla realizzazione
dei diritti fondamentali di tutti e funzionali al benessere delle generazioni future; in
quanto tali essi debbono essere preservati dallo Stato, il quale ha un'azione di danni
contro chiunque ne comprometta la funzionalità, mentre la tutela inibitoria, volta a
far cessare il comportamento lesivo, spetta a chiunque vi abbia interesse, dunque a
chiunque sia portatore di un diritto fondamentale che nell'accesso a quel bene trova
soddisfazione. Il riferimento è ad esempio alle risorse idriche, che possono essere an-
che di proprietà privata, ma si sottolinea debbano essere comunque fruibili da tutti,
perché necessarie alla realizzazione dei diritti fondamentali e al libero sviluppo della
persona umana, a prescindere appunto dal fatto che siano di titolarità di enti pubblici
o di privati cittadini. È la qualità delle risorse e il tipo di utilità che garantiscono che
ne fa dei beni comuni e non invece il titolo di proprietà.
L’elenco contenuto nel draft predisposto dalla Commissione Rodotà non è un elenco
chiuso, ma ha carattere puramente esemplificativo; ciò che emerge da questa elabo-
razione non è tanto una lista di risorse, di beni che possono essere definiti comuni,
ma una nozione: come già detto, sono beni comuni non soltanto le risorse naturali,
ma tutti quei beni che sono funzionali al soddisfacimento di diritti fondamentali e al
libero sviluppo della persona umana e quindi ad esempio anche le istituzioni relative
all’istruzione o alla sanità.
Una nozione non naturalistica è propugnata in Italia anche dai movimenti sociali.
Il teatro Valle19, per esempio, fu occupato perché vi era la possibilità che l’ente pub-
blico che ne era proprietario, il Ministero, lo affidasse ad un privato, facendo temere
una gestione commerciale di questa importante istituzione e quindi la sottrazione alla
collettività e la distrazione dalla sua destinazione culturale.
Alla base dell’occupazione vi era l’idea di preservare la destinazione di quel bene e
di renderlo accessibile a tutti; non si voleva produrre una nuova enclosure, passando
da quella del ministero a quella di un collettivo di occupanti, ma restituirlo alla cittadi-
nanza, non solo alla città di Roma, ma a chiunque fosse interessato, mantenendo una
gestione condivisa e partecipata e inventando anche nuove forme di lavoro.
A questo profilo si ricollega l’ulteriore discorso del reddito20, poiché queste occu-
pazioni riguardano non solo istituzioni della cultura, ma anche fabbriche dismesse,
edifici pubblici poi cartolarizzati e dunque privatizzati; l’idea non è solo di restituirli
a tutti e quindi di renderli nuovamente accessibili, ma anche di organizzare attività
che possano essere di interesse generale, di aiuto, forme di Welfare dal basso: dopo-
scuola, corsi di italiano per migranti, palestre gratuite o accessibili a prezzi popolari,

19  Cfr. ora AA.VV., Teatro Valle Occupato. La rivolta culturale dei beni comuni, Roma, DeriveApprodi,
2012.
20  Rinvio sul punto a M. R. Marella, Pratiche del comune. Per una nuova idea di cittadinanza, in «Let-
tera internazionale», 116, 2013, p. 24 e ss. G. Capuzzo, M. Di Masi, Le ragioni del reddito garantito, in
«Rivista critica del diritto privato», 2, 2015, pp. 317-326.

128
laboratori. Si tratta non tanto di inventare nuove attività produttive, quanto piuttosto
attività che escano dallo, e che superino lo, schema del lavoro subordinato. Di qui il
discorso del nuovo lavoro o del non lavoro e del reddito, cioè la possibilità di pensare
attività non necessariamente classificabili come lavoro in senso classico, e comunque
forme di reddito universale o di cittadinanza o incondizionato, a seconda delle varie
forme e delle varie teorie21.
Il discorso dei beni comuni, che si era sviluppato a livello di movimento, ha trovato
una base teorica e una nozione giuridica ben strutturata e del tutto fondata, appunto
nella Costituzione, grazie all’elaborato della Commissione Rodotà.
Tanto la Commissione Rodotà quanto i movimenti sociali prescindono dal fonda-
re in senso naturalistico la nozione di beni comuni. Quest’ultima diventa del tutto
funzionale alla realizzazione di diritti fondamentali e alla soddisfazione di bisogni:
questo è l’aspetto caratterizzante dell’esperienza italiana, su cui si sviluppa il suo coté
giuridico e in relazione al quale dal 2011 ad oggi c’è stato un fiorire di letteratura
anche accademica, che ha reso i giuristi italiani particolarmente interessanti anche
fuori dall’Italia.
La nozione italiana riprende sicuramente l’elaborazione che si deve alla famosissima
premio Nobel Elinor Ostrom, secondo la quale i beni comuni sono quelle risorse che
fanno riferimento ad una comunità, che sono usate, curate da quella comunità e che
sono gestite in modo collettivo, in modo partecipato22. Ciò che la contraddistingue da
quest’ultima formulazione è però il collegamento ai diritti fondamentali, che la eman-
cipa dalle specifiche caratteristiche del bene, tanto che, in casi come quello del Teatro
Valle, si danno beni comuni che non sono tali in natura, o secondo il comune sentire,
ma lo divengono in virtù del tipo di gestione che li riguarda, la quale ha la finalità di
restituirli ad una comunità più larga, producendo effetti di tipo redistributivo che in-
teressano non solo i soggetti che se ne fanno carico, che se ne prendono cura.
Questa nozione di beni comuni consente anche di tentare una tassonomia, di indi-
viduare delle classi, delle tipologie di beni che possono essere definiti come beni co-
muni, senza ovviamente volerne fare un elenco chiuso: le risorse naturali: come si è
visto anche le sezioni unite della Cassazione avevano definito bene comune una parte
della laguna di Venezia; l’immateriale e quindi le creazioni intellettuali, Wikipedia,
ciò che è liberamente accessibile su Internet, ma anche ciò che è il prodotto di una
creazione collettiva e che è costantemente minacciato dalle recinzioni poste in essere
dalla proprietà intellettuale; lo spazio urbano, un bene comune di cui si parla sempre
di più oggi, ma la cui affermazione come tale è molto spigolosa perché presuppone un
attacco frontale alla proprietà.
Pensare lo spazio urbano come bene comune significa infatti mettere in questione
alcune facoltà del proprietario. Non vengono in rilievo solamente le piazze, le strade,

21  G. Bronzini, Il reddito di cittadinanza. Una proposta per l’Italia e per l’Europa, Torino, EGA-Edizio-
ni Gruppo Abele, 2011.
22  E. Ostrom, Governing the commons. The Evolution of Institutions for Collective Action, Cambridge
University Press, 1990.

129
che tutti sono pronti a definire comuni perché liberamente accessibili, ma anche altri
spazi, come il centro commerciale, che nel tempo è divenuto un luogo di aggregazione,
di incontro e non più solo di consumo. Se il mall più che la piazza diviene oggi il luogo
in cui si stabiliscono i nuovi legami sociali, è opportuno chiedersi se il proprietario ab-
bia le medesime prerogative del titolare di una qualsiasi altra proprietà privata priva
di una funzione analoga23. Si pone il problema se il proprietario possa decidere che al
suo interno non sia possibile distribuire volantini a carattere più o meno politico24, o
semplicemente realizzare una raccolta firme a salvaguardia del verde pubblico della
città25.
Emerge altresì il problema di quelle forme di discriminazione che non potrebbero
di certo essere poste in essere in una pubblica piazza, ma che non possono essere
bandite con eguale sicurezza dalla proprietà privata. Si è posta ad esempio la que-
stione se il titolare di un centro commerciale possa inibire l’accesso alle persone che
sono abbigliate in un certo modo; il riferimento è a quanto previsto da uno dei più
grandi centri commerciali del Regno Unito, Bluewater, il quale ha adottato un “codice
di condotta” che promette tolleranza zero nei confronti dei comportamenti giudicati
antisociali, e ciò al fine di assicurare “a safe and pleasant environment for our guests”26.
Su questa base è possibile inibire l’accesso al mall di gente che impreca o è vestita in
modo da potersi travisare, come ad esempio di ragazzi, prevalentemente di colore,
che indossino felpe con cappuccio, un abbigliamento ritenuto non rassicurante. Ma
è possibile che in qualità di proprietari si possa impedire l’accesso ad un luogo che
viene ormai considerato una parte integrante della città, se non addirittura uno dei
luoghi più importanti?
Si tratta di vicende che hanno riguardato principalmente l’Inghilterra e gli Stati Uniti,
ma che non appaiono estranei al contesto nazionale, basti pensare alla polemica sorta

23  A. Bottolomey, A Trip to the Mall. Revisiting the Public/Private Divide, in H. Lim, A. Bottomley (a
cura di), Feminist Perspectives on Land Law, New York, Routledge Cavendish, 2007, 65; K. Worpole,
The Age of Leisure, in J. Corner, S. Harvey (a cura di), Enterprise and Heritage: Crosscurrents of National
Cultures, London, Routledge, 1991.
24  Il riferimento è al caso Lloyd Corp. Ltd. v. Tanner. La vicenda ha origine da un volantinaggio contro
la guerra del Vietnam in un centro commerciale di Portland, Oregon. Gli agenti della security avevano
intimato agli attivisti di lasciare la proprietà, minacciando di arrestarli. Di qui la decisione di portare
il caso in Corte. La decisione della Corte suprema, favorevole alla proprietà del mall, si basa su un di-
stinguishing rispetto ai suoi stessi precedenti (Marsh v. Alabama, 326 U.S. 501, 66 S.Ct. 276 U.S. - 1946
e Amalgamated Food Emps. Union Local 590 v. Logan Valley Plaza Inc., 391 U.S. 308, 88 S.Ct. 1601 -
1968), favorevoli al prevalere del ‘free speech’ sulle prerogative proprietarie, che non persuade un’am-
pia minoranza dei suoi componenti. Nella dissenting opinion il giudice Marshall mette in evidenza le
peculiarità di una proprietà privata destinata ad un uso ‘pubblico’ anche grazie agli investimenti in
infrastrutture fatti dalla Amministrazione locale per migliorarne l’accessibilità e incrementarne le po-
tenzialità economiche a vantaggio dell’intera comunità. Contemporaneamente il diffondersi di centri
commerciali privati quali equivalenti funzionali delle zone commerciali pubbliche svela la crucialità
del mall come luogo inevitabilmente deputato anche all’esercizio del free speech da parte di coloro che
lo frequentano.
25  Appleby and Others v. The United Kingdom, no. 44306/98, ECHR, 2003. La sentenza è reperibile
on-line sul motore di ricerca della Corte europea dei Diritti dell’Uomo, http://hudoc.echr.coe.int/en-
g#{“appno”:[“44306/98”],”itemid”:[“001-61080”]}.
26  A. Bottolomey, A Trip to the Mall. Revisiting the Public/Private Divide, cit., p. 79.

130
durante Expo di Milano del 2015 quando fu inibito l’ingresso alla manifestazione a chi
indossava magliette raffiguranti ad esempio Che Guevara, sostenendo che in quel luo-
go non dovessero essere esibiti simboli politici; a fronte dell’ovvia obiezione fondata
sulla libertà d’opinione e di manifestazione del pensiero, si è osservato che nel caso di
specie si trattava di una proprietà privata, essendo l’Expo gestita da una S.p.A., sia pur
a capitale interamente pubblico, ma tuttavia improntata a una logica (e a una forma)
giuridica privatistica27.
Questi esempi dimostrano come definire lo spazio urbano un bene comune metta
direttamente in discussione la proprietà privata non meno della proprietà pubblica,
laddove entrambe siano destinate, come oggi sempre più di frequente accade, ad un
uso pubblico e siano, per così dire, costitutive della sfera pubblica.
Un’altra categoria di beni comuni riguarda le infrastrutture, lo stesso Internet e tut-
ti quei beni che sono funzionali alla creazione e all’esercizio di altre attività, come
le strade o le ferrovie. Affermare che le infrastrutture sono beni comuni vuol dire
che dovrebbero essere accessibili a tutti, senza discriminazioni in relazione al tipo
di utente o al tipo di uso. In un bellissimo libro di impostazione ostromiana28, Frisch-
mann definisce come Commons, cioè beni comuni, le infrastrutture, fra le quali com-
prende anche la ricerca di base, in quanto presupposto della ricerca applicata.
Accanto alle infrastrutture è possibile considerare anche le istituzioni, come le uni-
versità, o la sanità, in quanto funzionali alla realizzazione dei diritti fondamentali.
Parlare di beni comuni significa ripensare gli attuali modelli di gestione, proporre
una rivisitazione del concetto stesso di servizio pubblico e dei diritti sociali, forme
giuridiche che appartengono al Welfare State e che con lui sono andate in crisi29. Qui
il discorso beni comuni si pone come proposta di revisione di ciò che appartiene tra-
dizionalmente al Welfare ma che avrebbe bisogno di maggior partecipazione e coin-
volgimento di tutti gli utenti. Una base per tale impostazione si rinviene nell’articolo
43 della Costituzione, che delinea un modello di gestione partecipata da parte degli
utenti30.

27  La stessa circolare del MIUR contenente «indicazioni per EXPO» prevede che non sia consentito
introdurre all’interno del Sito Espositivo «qualsiasi tipo di materiale stampato o scritto, contenente
propaganda a dottrine politiche ideologiche o religiose». Documento reperibile on line: http://us-
rlazio.it/index.php?s=1052&wid=2684.
28  B. Frischmann, Infrastructure:  The Social Value of Shared Resources, Oxford University Press,
2012. Si veda anche M. J. Madison, B. Frischmann, K. J. Strandburg, The University As Constructed Cul-
tural Commons, 30 Wash. U. J. L. & Pol’y 365, 2009.
29  G. Allegri, Le esperienze giuridiche delle nuove istituzioni comuni nella crisi delle democrazie capi-
talistiche, in G. Allegri, M. R. Allegri, A. Guerra, P. Marsocci (a cura di), Democrazia e controllo pubblico
dalla prima modernità al web, Napoli, ES, 2012, pp. 89 e ss., parla al riguardo di nuove istituzioni co-
muni quali epifanie di una «democrazia contro lo Stato». .
30  L’idea di gestione partecipata non è però pacifica. Alcuni elementi per pensare in positivo la
gestione partecipata si desumono dalla regolamentazione delle proprietà collettive presenti in Italia:
innanzitutto il vincolo di destinazione sul bene, che incide sulla gestione in funzione di limite. Ove il
carattere comune del bene si accompagni ad una situazione di appartenenza collettiva, com’è nel caso
delle proprietà collettive, forti limiti alla facoltà di disposizione connoteranno ovviamente l’attività di
gestione.

131
Il problema della proprietà
Il tema dei beni comuni porta a mettere in discussione la definizione classica di pro-
prietà, perché è evidente che quando la commissione Rodotà stabilisce che un bene
comune, a prescindere dall’appartenenza pubblica o privata, è funzionale all’esercizio
dei diritti fondamentali vuol dire che deve essere accessibile, deve poter essere usato
da chi di quei diritti fondamentali è titolare.
Occorre però superare gli equivoci che hanno indotto alcuni, anche all’interno dell’e-
laborazione giuridica, a farne una terza specie di proprietà, tale per cui ci sarebbe la
proprietà pubblica, la proprietà privata e poi la proprietà comune.
La commissione Rodotà ambisce ad andare “oltre il pubblico e il privato”31, pensando
a risorse che per realizzare i diritti fondamentali non devono essere di titolarità esclu-
siva; non è la proprietà a venire in rilievo, ma l’uso, legato ovviamente all’accesso.
Accesso e uso, dunque32.
Qui i giuristi hanno un grande lavoro da fare, perché le forme di uso che conosciamo
attualmente sono tendenzialmente tipizzate e non così ampie e così elastiche da poter
essere assunte come lo strumentario di cui abbiamo bisogno all’uopo. Si ricorre per-
tanto a tutta una serie di dispositivi, molti basati sull’autonomia privata, sull’accordo,
sulla negoziazione, che danno vita a forme di uso non convenzionale, non tipizzato e
che però consentono l’accesso e l’uso dei beni comuni.
In alcuni casi si ritiene addirittura preferibile non ricorrere al diritto, alla formalizza-
zione e rimanere nell’informalità. Per esempio le megalopoli si sviluppano per lo più
sulla base dell’informalità, e in tutto il mondo si parla di favelas o slums come forme
concrete dell’abitare.
Molte città enormi dell’America Latina per larga parte non sono cresciute sulla base
di un fondamento giuridico-amministrativo, su titoli di proprietà, licenze, concessioni,
strumenti urbanistici propri del governo del territorio, ma sulla base dell’abusivismo.
Una politica della World Bank voleva risolvere la situazione di alcune di queste città,
per esempio Panama City, in cui vi sono dei contesti totalmente informali, con l’obiet-
tivo di migliorare anche il benessere delle persone che vivono in queste abitazioni,
conferendo loro il titolo di proprietà. Diventare proprietari, anche se di una baracca,
rappresenta in astratto un’idea di stabilità, anche sociale.
In realtà, si è dimostrato che questo genere di soluzioni perseguono l’emancipazione
delle persone attraverso la proprietà in maniera del tutto illusoria, se non addirittura
ingannevole e dannosa. Infatti, chi diventa proprietario di una casa, ma non ha un la-
voro o ha un lavoro che non gli assicura un sostentamento e non gli consente una vita

31  Tale espressione compare nel sottotitolo della versione italiana di Commonwealth di A. Negri, M.
Hardt, Comune. Oltre il privato e il pubblico, Milano, Rizzoli, 2010, ed è ripresa nel titolo del volume
collettaneo da me curato, Oltre il pubblico e il privato. Per un diritto dei beni comuni, Verona, ombre
corte, 2012.
32  Cfr. S. Rodotà, Postfazione. Beni comuni: una strategia globale contro lo human divide, in M. R.
Marella (a cura di), Oltre il pubblico e il privato, cit. pp. 311 e ss.

132
dignitosa, cercherà di avere accesso al credito ipotecando la casa, la banca gli darà i
soldi e dopodiché, siccome non potrà restituirli, perderà la casa.
Il risultato di queste politiche di formalizzazione finisce allora per essere tale che
le persone che risiedono in questi luoghi non sono assolutamente messe in una con-
dizione di maggiore stabilità: non solo vengono resi dei senza tetto, ma tutto ciò che
prima era informale viene immesso nel mercato immobiliare, svelando la finalità ulti-
ma di queste politiche di titling. In sostanza, le aree di informalità, una volta istituzio-
nalizzate, formalizzate attraverso la proprietà, sono soggette a tutte le dinamiche del
mercato immobiliare33.
Ci sono forme di uso che possono essere costruite attraverso le regole del diritto,
anche del diritto pubblico, ma non bisogna nutrire speranze eccessive rispetto alla
capacità del diritto di trovare soluzioni; in alcuni casi è meglio restare un passo al di
fuori del diritto e lasciare che siano i rapporti sociali e politici a dar voce al comune.
Perché un ulteriore esito, assai importante, del dibattito italiano sui beni comuni è
proprio questo: l’acquisizione della consapevolezza dei limiti del diritto e della neces-
sità di uno stretto legame fra soluzioni giuridiche e pratiche sociali di produzione del
comune.

33  Per una discussione critica cfr. J.L. Esquirol, Titling and Untitled Housing in Panama City, in «4:2
Tennessee J. L. and Pol’y», 154, 2008; D. Kennedy, Some Caution about Property Rights as a Recipe for
Economic Development, in «Accounting, Economics and the Law», Vol.1: Iss1, Article 3, 2011.

133
Diritti Sociali

Crisi dei diritti sociali e Costituzione


Ugo Mattei

La nostra Costituzione è una costituzione nazionale, molti di noi ne sono profon-


damente orgogliosi: si sente parlare della costituzione più bella del mondo ed altro.
Ma di fronte ai testi costituzionali non bisogna cadere in alcun tipo di atteggiamento
feticistico. Bisogna invece capire i contesti nell’ambito dei quali gli ordinamenti costi-
tuzionali sono stati prodotti e funzionano. I diritti sociali sono stati il prodotto di una
certa stagione del capitalismo e quella stagione non c’è più. Quindi oggi i diritti sociali
non sono soltanto in crisi, ma si trovano ad operare in un contesto molto differente
rispetto a quello nell’ambito del quale erano stati originariamente pensati.
Ciò non significa naturalmente che, poiché erano stati pensati in un momento storico
differente, essi vadano abbandonati come ideale, come tentativo di raggiungimento
di un’organizzazione sociale diversa dallo status quo. Significa però che noi dobbia-
mo imparare dall’esperienza storica per far luce sulle condizioni del presente. Quindi,
come si confà ad un testo che abbia almeno l’ambizione di affrontare un tema ampio,
devo partire necessariamente dai contesti nell’ambito dei quali i diritti sociali, a mio
modo di vedere, sono venuti sviluppandosi. Non rifletterò soltanto sul testo costitu-
zionale italiano, perché voglio provare a ragionare su un ambito più globale: quello
delle condizioni geopolitiche in cui si sono sviluppati i diritti sociali. Vorrei poi riflet-
tere sul motivo per cui queste condizioni non ci sono più.
Nella seconda parte di questo lavoro dedicherò una breve riflessione alla struttura e
all’ambito di ricezione dei diritti sociali nel nostro testo costituzionale tuttora vigente,
quello del ’48. Successivamente traccerò le linee della costituzione materiale che ha
in qualche modo sgretolato la costituzione formale a partire dal dominio del regime
di conoscenza neoliberale, dagli anni '80 in avanti. Nell’ultimissima parte toccherò il
tema dei beni comuni come orizzonte di uscita, o comunque di speranza, rispetto a
questi processi trasformativi.

1. In questa prima parte manterrò la mia abitudine a guardare le cose e i fenomeni


giuridici come epifanie della trasformazione capitalistica. Mi è difficile vedere il di-
ritto in un ambito positivistico - e non soltanto nel senso del positivismo giuridico
- cioè immaginarlo come uno spazio sociale autonomo rispetto ai processi economici,
sociali, storici e politici. Ho anche difficoltà sempre più marcate a vedere il diritto in
un quadro di positivismo scientifico, ossia come un’entità che possa essere in qualche
modo descritta, una specie di mondo dei fatti che noi possiamo osservare in modo
oggettivo e neutrale come se non ne fossimo parte. Ho privilegiato, nei miei studi, un

135
approccio fortemente fenomenologico rispetto al diritto1. Il diritto siamo in parte an-
che noi, è una dialettica fra il soggettivo e l’oggettivo che rende estremamente difficile
immaginare di vederlo con gli strumenti delle scienze sociali dominanti. Il diritto ha
sue peculiarità, che lo rendono incomprensibile se pensato in modo astratto e avulso
dai contesti geopolitici.
La fase storica all’interno della quale sono nati i diritti sociali è naturalmente un
contesto di crisi. Qui è importante tenere presente che la crisi, nonostante la sua eti-
mologia, è invece una condizione strutturale dei processi di accumulazione capita-
listica. Il capitalismo passa di crisi in crisi: le crisi sono opportunità di sussunzione,
di maggiore estrazione di valore da parte del capitale. Esso si riproduce, dunque, in
maniera più marcata nei periodi di crisi. La crisi è quindi la fisiologia del sistema ca-
pitalistico. Nel 2005 Jan Toporowski ha scritto un libro molto importante sulla teoria
della turbolenza finanziaria che sostiene una tesi simile2. Recentemente è uscito l’ulti-
mo importantissimo lavoro di Anwar Shaik, del dipartimento di Economia della New
School di New York, che si intitola per l’appunto Capitalismo: competizione, conflitto,
crisi e che conferma quella tesi3. Ormai, l’idea di vedere il capitalismo come un sistema
che procede attraverso una “fisiologia della crisi”, che pure pare un ossimoro - ma è
comunque la sostanza delle cose -, è un dato condiviso. Il diritto lo riflette in pieno,
nelle dinamiche del rapporto tra il capitalismo e i sistemi ad esso alternativi.
È difficile negare che le trasformazioni più significative del capitalismo del secolo
scorso siano avvenute a causa delle trasformazioni prodotte dalla rivoluzione
sovietica. L’innovazione giuridica del modello socialista si è avuta soprattutto negli
anni ’20, in una fase storica nella quale, invece, i modelli capitalistici producevano un
modo di pensare simile a quello contemporaneo sull’austerità: una sorta di momento
reazionario rispetto alla risposta alla crisi di accumulazione della fine dell’Ottocento,
nella quale erano cominciate a nascere prepotenti le idee sottostanti ai primi
diritti sociali. Quello che Duncan Kennedy chiama «il momento sociale nel diritto»
corrisponde, grosso modo alla fine dell’Ottocento, al nascere in Francia e Germania -
e anche in Italia - di correnti di pensiero di socialismo delle cattedre che nulla aveva
a che fare con il socialismo marxista, ma che molto aveva a che fare con la critica del
modello classico di giuridicità borghese: quello fondato sulla proprietà privata, sulla
libertà contrattuale, sulla responsabilità extra contrattuale per colpa4.
Quella prima riflessione critica, sorta non a caso in concomitanza con le crisi della

1 Cfr., ad esempio, U. Mattei, The European Codification Process: Cut and Paste, The Hague, Kluwer
Law International, 2003; Id., Il modello di Common Law, Torino, Giappichelli, 2010; U. Mattei,  L.
Nader, Plunder: When the Rule of Law is Illegal, Wiley-Blackwell, 2008; trad. it. Il saccheggio. Regime di
legalità e trasformazioni globali, Milano, Bruno Mondadori, 2010; U. Mattei, T. Ruskola, Schlesinger’s
Comparative Law, Londra, Foundation, 2009.
2  J.  Toporowski, Theories of Financial Disturbance. An Examination of Critical Theories of Finance
from Adam Smith to the Present Day, London, Edward Elgar, 2005.
3  A. Shaick, Capitalism. Competition, Conflict, Crises, Oxford, Oxford University Press, 2016.
4  Tra i lavori di Duncan Kennedy cfr. almeno The Rise & Fall of Classical Legal Thought: With a New
Preface by the Author, «Thirty Years Later», New York, BeardBooks, 2006 e Legal Education and the
Reproduction of Hierarchy: A Polemic Against the System, A Critical Edition, New York, NYU Press 2004.

136
fine del secolo XIX, si espande nel corso degli anni ’20 come risposta al successo della
rivoluzione sovietica e al biennio rosso all’interno dei sistemi capitalistici occidentali.
Questo accade perché il capitalismo deve rispondere - attraverso meccanismi di ege-
monia - a una minaccia concreta, al rischio non indifferente di un contagio “rivoluzio-
nario” del proletariato anche nell’Occidente europeo. Questo fenomeno è registrato
molto bene da parecchia letteratura. C’è soprattutto un libro, a cui accennerò tra bre-
ve, che mostra abbastanza conclusivamente questa sorta di effetto-specchio per cui
l’innovazione giuridica sociale dell’Occidente capitalistico sviluppa i diritti sociali così
come li abbiamo intesi.
I diritti di seconda generazione, chiamiamoli così, sono stati una risposta alle in-
novazioni che soprattutto negli anni ’20 l’Unione Sovietica poneva sul tappeto non
soltanto nell’ambito del diritto del lavoro - si sa bene che la nostra risposta lì era sta-
ta l’ILO, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro - ma anche in ambiti differenti:
dal diritto di famiglia al diritto penale, dal diritto privato al diritto commerciale. Non
c’è stato un ambito del diritto nel quale Lenin, che del resto era un giurista molto
raffinato (fu addirittura il primo classificato al concorso da avvocato pur essendo
stato espulso dall’università zarista), non avesse introdotto elementi trasformativi.
Sappiamo benissimo come le innovazioni leniniste siano state recepite in Occidente
perché era necessario mostrare una faccia rispettabile, desiderabile, migliore rispetto
a quella rivoluzionaria dell’altra parte. Lo studio più importante a questo proposito,
come dicevo sopra, è Soviet Legal Innovation and the Law of the Western World di John
Quygley: un libro bello e interessante che - capitolo per capitolo - studia l’evoluzione
del sistema sovietico e la risposta dell’Occidente5.
Una serie di altri lavori mostrano addirittura come il movimento per i diritti civili
degli Stati Uniti fosse stato una sorta di reazione al clima della guerra fredda. Questo
tipo di origine è difficile da mettere in discussione. I diritti sociali nascono in quel
clima e vengono messi all’ordine del giorno tanto delle concezioni capitalistiche più
liberali quanto di quelle delle destre sociali. In Italia la discussione più importante sui
diritti sociali si svolge negli anni ’30 - in pieno regime fascista e in preparazione del
codice civile italiano vigente (il codice del ’42) - a proposito della funzione sociale del-
la proprietà privata. Quello è il momento nel quale i giuristi, come ceto professionale,
si avvicinano alla questione dei diritti sociali in un ambito importante e controverso
per la struttura economica, quale è per l’appunto quello della proprietà privata.
È una storia di grande interesse, perché in quell’anno si articolano alleanze molto
strane. Queste strane alleanze dobbiamo sempre tenerle presenti di fronte ai
cambiamenti politici del capitalismo, perché se non le interpretiamo correttamente
perdiamo di vista alcuni degli aspetti più caratteristici delle fasi di crisi su cui
riflettiamo, compresa quella attuale. Che cosa succede nel contesto della riflessione
giuridica italiana molto sofisticata degli anni ’30 sulla funzione sociale della proprietà?

5  J. B. Quigsley, Soviet Legal Innovation and the Law of the Western World, Cambridge, Cambridge
University Press, 2007. 

137
I grandi maestri di scuola liberale si oppongono tutti all’unisono all’idea della funzione
sociale, ritenendo che essa indebolisca eccessivamente quel legame storico fra
proprietà e libertà che era stato recepito dalla dottrina fin dai tempi dell’elaborazione
ideologica di Locke. In altre parole, la proprietà non può essere vista come funzione
perché scioglierebbe il nodo gordiano che costituisce la retorica di legittimazione più
importante della proprietà privata nella visione liberale capitalistica.
Questo tema del legame fra libertà e proprietà non ce lo siamo mai scrollati di dosso
perché costituisce ancora oggi una delle gabbie intellettuali più potenti e uno dei co-
siddetti regimi di conoscenza più efficaci nell’impedire lo sviluppo di piattaforme tra-
sformative dello status quo6. Se uno attacca la proprietà privata, intendendola come
la base strutturale necessaria a processi di eccessiva accumulazione, trova eserciti di
piccolo-borghesi che si mettono con il loro corpo a difesa del grande capitale in nome
di questa idea di libertà. Sta di fatto che, nel dibattito degli anni ’30, i giuristi liberali
rifiutano compattamente la funzione sociale del diritto di proprietà e lo fanno in rap-
porto strettissimo con i giuristi fascisti. Per ragioni assolutamente opposte, infatti, la
riflessione dei giuristi fascisti - in particolare Carlo Costamagna fu quello che lasciò le
pagine più importanti7 - andava esattamente nella stessa direzione di quelli liberali.
La funzione sociale della proprietà non poteva essere introdotta nel codice civile in
quanto avrebbe eccessivamente rafforzato il proprietario nei confronti dello Stato. Se
il proprietario privato veniva visto come “funzionario”, ecco che la sua legittimazione
sarebbe stata quella di colui che porta avanti un interesse pubblico in modo diffuso;
a fronte invece di una visione, quella corporativa, che voleva la centralizzazione del
potere economico nelle mani dello Stato e del partito di riferimento. Il dibattito – ripe-
to - non è stato puramente ideologico, ma molto sofisticato. È un dibattito che tuttavia
non si ripeté affatto in Assemblea Costituente.

2. La funzione sociale della proprietà si prende la sua grande rivincita ed entra so-
stanzialmente “con la banda” nella nostra Costituzione del ‘48, dove la proprietà pri-
vata viene cacciata dai principi fondamentali dell’ordinamento giuridico e relegata
nella parte relativa ai rapporti economici, ma tuttavia valorizzata con l’idea della fun-
zione sociale8. Come si sa la funzione sociale viene portata avanti principalmente da
Giuseppe Dossetti, che ha un legame importante anche con il Togliatti del dopo svolta
di Salerno, il quale vuole giocare la carta della partita repubblicana9. I grandi sconfitti
sono i liberali e i fascisti, i quali nella produzione della nostra carta del ‘48 sono stati
molto meno rilevanti rispetto al pensiero sociale: quello che si fonda nell’idea dei di-

6  Sul tema cfr. U. Mattei, Senza proprietà non c’è libertà. Falso!, Roma-Bari, Laterza, 2014 e Id., Il di-
ritto di proprietà, in R. Sacco (a cura di), Trattato di diritto civile, Torino, Utet, 2001.
7  Cfr. C. Costamagna, Elementi di diritto costituzionale corporativo fascista, Firenze, Bemporad, 1929;
Id., Corso di Lezioni di storia delle dottrine dello Stato politiche ed economiche. Anno accademico 1930-
31, Padova, Cedam, 1930.
8  Ho trattato più diffusamente questi temi nel mio Contro riforme, Torino, Einaudi, 2013, pp. 42 e ss.
9  Cfr. C. Giorgi, La sinistra alla Costituente. Per una storia del dibattito istituzionale, Roma, Carocci,
2001.

138
ritti sociali stessi.
Certo c’era Luigi Einaudi. Certo c’era Piero Calamandrei. Certo c’è stato un pezzo
importante di cultura liberale o considerata tale (bisognerebbe poi andare a verificare
anche i rapporti precedenti fra quel mondo liberale e il mondo del regime fascista),
ma non c’è dubbio che in Costituzione la funzione sociale arriva più in odio a chi ave-
va vinto la battaglia degli anni ’30 che non per una riflessione reale sulla proprietà
privata. Ed entra quindi in un impianto piuttosto avanzato per l’epoca, nonostante la
Costituzione italiana del ’48 non sia un documento di sinistra - lo ripeto tutte le volte
che mi capita perché si è in qualche modo creato questo mito, questa falsa concezione
per cui la Costituzione appartiene solo alla sinistra. In realtà la Costituzione italiana
è un compromesso, in parte avanzato e in parte anche molto retrogrado: il rapporto
fondamentale tra profitto e rendita era rimasto sostanzialmente invariato nel quadro
costituzionale. Forse non si sarebbe potuto fare diversamente, ma va valutato come si
fa con tutti i compromessi costituzionali. E non c’è una parte che se lo può intestare.
Certo, c’è una parte sconfitta: il regime precedente. Ma non c’è una delle parti vinci-
trici che si può intestare completamente i contenuti della Carta del ’48. È un errore
farlo ed è soprattutto un errore farlo proprio nel momento in cui le questioni di tipo
costituente o pseudo-costituente emergono nel nostro sgangherato paese, come sta
avvenendo oggi. Resta il fatto che nella Costituzione del ’48 i diritti sociali sono forti.
Non tanto e non soltanto per la splendida apertura all’articolo 2 e all’articolo 3: la
rilevanza dei rapporti di fatto, l’idea quasi fabiana di un procedimento di trasforma-
zione del capitalismo che piano piano senza quasi accorgersene (un po’ come la nave
di Teseo) diventa una cosa differente. Si può così arrivare, come diceva Dossetti, a una
repubblica di «tutti proprietari», intendendo l’accesso alla proprietà come la chiave di
lettura dell’intero documento. Addirittura si sviluppa una visione di riformismo come
processo progressivo, lento quanto si vuole ma progressivo, di emancipazione delle
classi subalterne rispetto al capitale: sullo sfondo c’è la costruzione di una società in
cui i rapporti politici riescono a mediare e a costruire una visione sociale differente
rispetto a quella che lascia briglia sciolta al mercato.
In questo periodo tutto ciò prende forma in Italia e non soltanto in Italia, perché un
pezzo importante del compromesso costituzionale italiano lo troviamo anche da altre
parti (si pensi alla Germania). Un po’ dappertutto - e questo secondo me è importan-
te - il capitalismo riesce tuttavia a vaccinare le proprie costituzioni dal reale rischio
di trasformazione. C’è un effetto-vaccino che secondo me sta nell’introduzione delle
Corti Costituzionali, nell’idea fondamentale per cui una serie di rapporti politici molto
delicati possano essere mediati e decisi dalla giurisdizione. Si articola così l’idea che
il diritto è ontologicamente diverso dal processo politico, e che, quindi, dei conflitti di
tipo squisitamente politico possano essere mediati e risolti da un giudice, il quale a
differenza degli Stati Uniti non era il giudice ordinario ma un giudice differente. Noi
non ci siamo mai fidati della magistratura ordinaria nel paese. A ragione o a torto, su
questo non voglio intervenire. Sta di fatto che la tradizione di civil law non si sente di
dare al giudice ordinario una reale incidenza sulle questioni politiche, sul dichiarare

139
incostituzionale una legge. Si costruisce allora un giudice più colto, più politicamente
sensibile, un giudice costituzionale. Credo che l’idea fondamentale che possa essere la
giurisdizione a mediare il conflitto sia stata il vero e proprio vaccino delle costituzioni,
delle costituzioni sociali – cioè - rispetto alla possibilità di mantenere la promessa dei
diritti sociali.
Le Corti Costituzionali introducono una sorta di “modello reattivo”, per cui si crede
di poter raggiungere il disegno costituzionale indipendentemente dal fatto di metterci
delle risorse economiche reali attraverso un’azione proattiva di redistribuzione da
parte del governo. E questo lo stiamo vedendo in modo molto chiaro con la crescita
importantissima della giurisdizione europea, sia ordinaria che dei diritti dell’uomo,
all’interno della quale il diritto di proprietà inteso nella concezione più pre-sociale
che possiamo immaginare - quindi il vecchio diritto di proprietà borghese di esclu-
dere e di accentrare il potere - viene nuovamente costituzionalizzato all’interno di
processi giurisdizionali. Questo lo vediamo nella riscrittura, avvenuta da parte delle
Corti europee, dell’articolo dei Trattati che sostanzialmente escludeva la proprietà
dalla competenza del sistema europeo.
Negli anni ’50, quando si stipularono i Trattati europei, un dato assolutamente fon-
damentale era che le questioni proprietarie non appartenevano alla sfera di decisio-
ne europea, ma dovevano essere lasciate agli Stati membri. Perché? Perché gli Stati
membri dovevano essere liberi di nazionalizzare gli interessi economici fondamen-
tali. Questo era l’impianto costituzionale originario, l’impianto europeo dei Trattati.
Sono state le Corti, nella perplessità dei legislatori, in una dinamica che stiamo veden-
do anche drammaticamente in questi giorni, a recuperare la proprietà privata come
categoria ordinante centrale del diritto europeo e addirittura a costituzionalizzarla
come diritto umano fondamentale. Così come è stato fatto, del resto, dalla Corte euro-
pea dei diritti dell’uomo in dialettica con la Corte di Lussemburgo. Ma questa idea del
dialogo fra giurisdizioni che cos’è? Spoliticizzazione tecnocratica dei processi politici,
perché nel momento in cui una decisione squisitamente politica - come la quantità di
denaro da investire nei diritti sociali - viene mediata da Corti superiori in dialogo fra
loro su delle carte dei diritti, si comprende bene che quel “vaccino” antiredistributivo
sostanzialmente immunizza rispetto a qualunque rischio di trasformazione capitali-
stica differente dal tradizionale processo di accumulazione. A mio avviso, questo è un
nodo molto importante.
Il cambiamento è recente: gli anni ’60 sono un periodo molto complicato in Ita-
lia dal punto di vista delle trasformazioni capitalistiche, perché sono il periodo del
boom economico ma anche quello in cui abbiamo messo le basi del disastro ecologico
attuale. Dobbiamo dirlo prima o poi che, certo, abbiamo avuto il boom economico,
ma quando il mio omonimo Enrico Mattei andava in Sicilia acclamato come un eroe
perché scempiava i paesaggi per costruire petrolchimici, si promuoveva un modello
di sviluppo catastrofico per un paese come il nostro. Sostanzialmente si decideva di
spendere in modo scellerato i denari del piano Marshall, per sposare in modo assoluto
la visione dello sviluppo più insostenibile che ci sia.

140
Naturalmente all’epoca la cultura era diversa e non voglio affatto valutare con gli
occhiali teoretici dell’oggi le cose successe negli anni ’50 e negli anni ’60. Però bisogna
dire che quel modello di sviluppo - importato dagli Stati Uniti attraverso il piano Mar-
shall – e tutta l’americanizzazione del sistema italiano che progressivamente - soprat-
tutto nel diritto - comincia ad emergere in quel periodo, produce un impatto ecologico
totalmente insostenibile: il modello americano oggi ha impronta ecologica 6! Se tutto
il mondo vivesse come gli Stati Uniti, ci vorrebbero 6 pianeti (il mondo ha un’impronta
ecologica totale di 1.5 che è già un disastro). Si può facilmente capire che, se il modello
davvero ammirato ed egemonico ha impronta ecologica 6, non possiamo dire ad un
paese in via di sviluppo, con una faccia da persone serie: “ti svilupperai come noi!”. In
effetti ciò significherebbe che di qui a 10-15-20 anni saremmo al capolinea e restereb-
bero solo gli scarafaggi a vivere sul pianeta. Non più gli umani.
Quel modello di sviluppo è catastrofico. C’è un film documentario di Davide Ferra-
rio da vedere in merito. Si intitola La zuppa del demonio10. È basato su documentari
dell’Istituto Luce e racconta lo sradicamento dell’“avara civiltà dell’olivo” dalle coste
di Taranto, e dalle zone più belle della Sicilia, per impiantare questi mostri ecologici.
Ci racconta che le giovani donne non sposavano più i loro conterranei non disponibili
ad andare a lavorare alla Fiat al Nord; che le signore non facevano più la pasta ma
pagavano il triplo per comprare la pasta industriale, perché - se volevi figurare come
qualcuno che tratta bene i suoi ospiti - dovevi far vedere di essere parte di quel mo-
derno modello di sviluppo. È un po’ la stessa cosa per cui oggi molte signore, quando
invitano qualcuno a pranzo, si sentono obbligate a comprare l’acqua minerale con la
bottiglia di plastica, perché portare a tavola l’acqua della caraffa non sembra abba-
stanza rispettoso dell’ospite. Viviamo al tempo di un regime di conoscenza, o se si
vuole di un’ideologia del capitalismo estrattivo tanto devastante quanto pervasiva11.

3. Naturalmente ben peggio è compiere gli stessi errori di quel momento storico
quarant’anni dopo. Quando con l’inizio degli anni ’90, nel contesto globale, prendono
avvio le dissennate privatizzazioni volte all’entrata in Europa - che hanno poi prodot-
to tutte le condizioni dell’attuale catastrofe soprattutto in Inghilterra – si persevera
con la stessa filosofia estrattiva. L’Inghilterra è l’unico altro paese d’Europa che ha
privatizzato tanto quanto l’Italia, che però lo ha fatto in modo ancora più intensivo
perché lo Stato ha svenduto 140 miliardi di euro in beni pubblici in un lasso di tempo
inferiore rispetto a quello con cui la Thatcher aveva attuato il suo piano di privatizza-
zioni. Per esempio, quando il governo Prodi ha privatizzato l’Ilva di Taranto il libro di
Rachel Carson era già stato pubblicato, ben quarant’anni prima, e l’allarme ecologico
era totalmente presente12. L’idea del cambiamento di rotta è uscito fuori dalle agende
politiche, perché il capitalismo è stato capace di costruire un sapere e un modo di

10  D. Ferrario, La zuppa del demonio, Rossofuoco e Rai cinema, 2014.


11  Ho analizzato questo tema, in relazione a quella che ho definito “proprietà privante”, nel mio
Senza proprietà non c’è libertà. Falso!, cit.
12  R. Carson, Primavera silenziosa (1962), Milano, Feltrinelli, 1999.

141
pensare egemonico e unidirezionale.
Ricordo che quando negli anni ’90 ho cominciato a interessarmi delle privatizzazioni
come studioso del diritto civile, non c’era un collega che non ne fosse un fan. Se dicevi
qualcosa di brutto nei confronti delle privatizzazioni non ti invitavano più a pranzo o
a cena; sembravi uno che si metteva le dita nel naso: questo era l’atteggiamento della
cultura dominante in Italia in quel periodo storico. Chi era contro le privatizzazioni
era per la partitocrazia, lo Stato burocratico, l’inefficienza del pubblico, la corruzione
e chi più ne ha più ne metta13. Era un atteggiamento diffuso nell’ambito della cultura
dominante del nostro paese. Ci si domanda perché questo sia potuto accadere e quali
condizioni siano cambiate – perché ciò accadesse - rispetto all’era dei diritti sociali.
A me pare che il vero cambiamento di condizioni, il radicalissimo interrompersi di
quel processo che poteva portare alla rielaborazione dei diritti sociali in un ambito
costituzionale, sia stato certamente - dopo la caduta del muro di Berlino - il venir
meno dell’incentivo del capitalismo a sembrare buono a fronte di una esperienza al-
ternativa. Ecco, questo tipo di trasformazione geopolitica determina assolutamente
tutti gli incentivi e trasforma il diritto in legge del più forte14. Il diritto è molto più
parte del problema che della soluzione. Quando il problema è politico, vedere il dirit-
to scollegato rispetto ai processi politici fa perdere la possibilità di utilizzarlo in via
controegemonica, critica, di ricostruzione di alternative, perché diamo per scontato
che possa esistere il diritto scompagnato da un rapporto solido con i processi sociali.
Questo è quello che succede negli Stati Uniti per i diritti umani, perché l’elaborazio-
ne della narrazione tutta accademica o professionale sui diritti umani - scollegata da
reali processi di condivisione politica - ha portato semplicemente al risultato di un’ul-
teriore individualizzazione egemonica del pensiero occidentale: cioè a nuovi processi
e nuove frontiere di denigrazione di esperienze giuridiche collettive comunitarie, dif-
ferenti rispetto a quelle occidentali.
Quando abbiamo iniziato a parlare di beni comuni, quelli che fra gli studiosi sono
stati i più disposti a una riflessione seria sulla materia - sugli assetti della proprietà
privata e delle strutture della proprietà finanziaria nella nostra fase di sviluppo capi-
talistico - sono stati immediatamente tacciati di essere oscurantisti, neocomunitari,
neofeudali. Ne è scaturita una vera e propria alzata di barricate, che non proveniva
dalle fronde estreme dei neoliberali à la Chicago, ma proprio da quei pezzi di cultura
giuridica che erano stati più attenti rispetto alla dimensione sociale dei diritti. E che
però erano risultati incapaci di capire che diritto e processi politici non possono esse-
re scollegati l’uno dall’altro, pena la ricaduta nell’eterogenesi dei fini.
Credo che questo sia stato un passaggio importante della nostra storia recente e che
vada pienamente colto. Il campo è stato diviso in benicomunisti buoni e benicomuni-
sti cattivi: quelli che potevano essere ancora invitati a pranzo e cena e quelli che inve-
ce erano pericolosamente vicini ad una visione del diritto alla Pasukanis o alla Stucka,

13  Sul “riformismo neoliberale” rimando al mio Contro riforme, cit., pp. 65-94.
14  Cfr. U. Mattei, La legge del più forte, Roma, Manifestolibri, 2010.

142
grandi studiosi del periodo in cui la cultura giuridica sovietica produceva una contro
narrazione che aveva un effetto benefico sul capitalismo e sulle sue trasformazioni15.
Questo mi pare che sia, in estrema sintesi, il quadro di riferimento politico-culturale.
Oggi, quindi, la nostra Costituzione si presenta come qualcosa di ben strano, per-
ché noi abbiamo, da un lato, un sistema di diritti sociali costituzionalizzati piuttosto
forte; abbiamo, certamente, un impianto collegato strettamente con la costituzione
economica (gli articoli 41, 42, 43 e 44) che pone le basi necessarie per una sovrastrut-
tura giuridica sociale. Avevamo capito che i diritti sociali non potevano essere messi
a sistema se non cambiando le basi economiche dell’organizzazione sociale. Avevamo
perfino introdotto l’idea dell’uguaglianza di fatto nei primi articoli della Costituzione;
avevamo introdotto un’idea di trasformazione del sistema di lungo periodo; avevamo
anche imparato dai tedeschi, per la verità negli anni ’50 e poi negli anni ’60, ad utiliz-
zare le corti ordinarie per questo percorso; quindi ci eravamo resi conto che la Costi-
tuzione non parla solo al legislatore ma direttamente ai giudici e che poteva essere
applicata dai giudici ottenendo anche dei risultati significativi. È altrettanto vero che
il periodo degli anni ’60-70, nel quale sono state ottenute conquiste legislative stra-
ordinarie, non ha prodotto però una cultura giuridica dominante capace di difenderle
dalle successive trasformazioni16.
Quando studiavo giurisprudenza all’università, alla fine degli anni ’70 e nei primissi-
mi anni ’80, c’era una sensibilità, nel ceto dei giuristi, che aveva interiorizzato le con-
quiste: dallo statuto dei lavoratori ai patti agrari, alle leggi sulla casa. Quella stagione
aveva costruito una cultura giuridica capace di ragionare in modo nuovo e differente,
ma quella non era la cultura giuridica dominante. Nella Corte Costituzionale erano
ancora arroccate persone di formazione differente, con la finta idea che la Corte stessa
potesse essere un sistema non politico. L’asino, lì, cascava proprio sulle decisioni della
Corte in materia di proprietà, che impedirono alle basi economiche della trasforma-
zione di generarsi. Tutto questo è storia giuridica recente. Con gli anni ’80 avviene lo
strano fenomeno di innamoramento della cultura dominante rispetto alle privatizza-
zioni, al neoliberismo, alle condizioni dominanti del sistema. Improvvisamente la cul-
tura giuridica si innamora del mercato, dell’analisi economica del diritto, partecipan-
do alla sovversione completa dei rapporti di forza tra diritto e sistema economico. Per
questo il diritto smette di poter determinare la direzione della trasformazione econo-
mica, rifugge qualunque rapporto con la politica e si preoccupa di essere accettabile,
amichevole rispetto alle forze economiche capitalistiche. È quindi in questo momento
che si è cominciato a parlare di efficienza e che tutti quanti si sono messi a lavorare
su quelle ipotesi, perdendo di vista apparati valoriali molto più complessi che erano
effettivamente contenuti anche nella Costituzione del ‘48. E quelli che continuavano
ad usare quegli apparati valoriali venivano in qualche modo emarginati, perché non
riuscivano ad aprire un dialogo serio e solido con le altre scienze sociali, con gli altri

15  Sul benicomunismo cfr. U. Mattei, Il benicomunismo e i suoi nemici, Torino, Einaudi, 2015.
16  Ho approfondito questi temi in La costituzione economica italiana tra riformismo sociale e neoli-
berale, capitolo secondo del mio Contro riforme, cit, pp. 42-64.

143
modi di vedere le cose fuori dall’orticello dei giuristi stessi.

4. Oggi dove andiamo? Credo che una quota molto importante delle strutture che
dopo il 1989 hanno determinato il trionfo del modello liberale stia venendo meno,
paradossalmente per un eccesso di crescita o per un surriscaldamento eccessivo. I
soggetti economici privati sono diventati per la prima volta più forti degli Stati sovra-
ni, cioè la sovranità non appartiene più a strutture pubbliche. Il processo di legittima-
zione democratica della sovranità è venuto interamente meno, a causa di fenomeni di
“cattura” e di un’enorme contaminazione del processo politico da parte dei processi
economici. Per diventare senatore negli Stati Uniti servono 40 milioni di dollari, se no
non lo si può diventare. Non è una cosa aperta a tutti. E se non li hai ereditati da tuo
padre, come Donald Trump, te li devi far prestare dalla Walt Disney Corporation o
dalla Google, che te li danno per avere qualche cosa in cambio.
Che cosa? Il diritto market friendly, che poi li aiuta nei loro progressivi processi di
accumulazione e di estrazione17. Questo è il mercato della politica. Questo mutamento
strutturale ha cambiato tutto intorno a noi e purtroppo i giuristi non se ne sono anco-
ra accorti. Non solo i giuristi, ma tutti noi. Continuiamo ad andare a votare a elezioni
politiche il cui esito è totalmente irrilevante rispetto a quello che effettivamente suc-
cederà. Ci preoccupiamo dell’esito delle elezioni, della dialettica politica democratica
e non capiamo che tutte le decisioni politiche sono prese nei consigli di amministra-
zione delle corporation globali: ciò che viene deciso da quelli per cui ci appassioniamo
(“tu sei di destra, tu sei di sinistra”, etc.) non conta assolutamente niente. Le decisio-
ni vengono prese altrove. E in quell’altrove lì, la questione del governo democratico
dell’economia ha smesso di essere posta dalla fine degli anni ’70.
Tutti i processi politici realmente influenti oggi non si pongono neanche il problema
della democrazia. Decidono i C.E.O. (Chief Executive Officer), punto. Problemi come
quello dell’agibilità democratica dei luoghi di lavoro – all’ordine del giorno nella fase
preparatoria dello Statuto dei lavoratori – sono radicalmente rimossi dall’immagina-
rio giuridico. Su idee come queste si scriveva, si pensava, si discuteva, si proponevano
delle soluzioni, si litigava con il padronato: si facevano delle battaglie importanti. Oggi
l’idea che il luogo di lavoro debba essere democraticamente agibile è morta. Si sa be-
nissimo che se si è fortunati si va a lavorare sottoposti a una catena estrattiva vertica-
le, all’interno della quale o si sta dentro da precari o si viene cacciati. E a quel punto si
deve cercare un impiego altrove: punto e basta, altro che agibilità democratica!
Queste sono tutte trasformazioni di struttura, a fronte delle quali le vecchie concet-
tualizzazioni divengono inutili. Non si tratta solo di cose italiane, perché tutte le costi-
tuzioni dell’Occidente, compresa la costituzione europea e la Carta Europea dei diritti
dell’uomo, contengono queste garanzie della proprietà privata, come se il Leviatano
fosse ancora il problema. Se si espropria una casetta, un appartamentino ad un priva-

17 Per un approfondimento del tema, cfr. U. Mattei, L. Nader, Il saccheggio. Regime di legalità e tra-
sformazioni globali, Milano, Bruno Mondadori, 2010 .

144
to, questo può ricorrere alla giurisdizione ordinaria, alla giurisdizione amministrativa
e ha diritto a un indennizzo al pieno prezzo di mercato. Se si prova a indennizzarlo un
po’ meno, la risposta è che vengono violati i diritti umani fondamentali: dal 2010 in
avanti la Corte europea fa così. Se invece i governi privatizzano l’intero sistema sani-
tario nazionale non devono neanche provare la pubblica utilità di quello che stanno
facendo!
Il governo in carica semplicemente privatizza in virtù della sovranità politica. Una
sovranità che però è di breve periodo, a fronte di privatizzazioni che hanno effetti di
lungo o di lunghissimo periodo e diventano spesso scelte che non sono più reversibili.
Infatti se il governo successivo cambia idea e vuole provare a tornare indietro rispetto
ai processi di privatizzazione non lo può fare: perché non può provare la pubblica uti-
lità di quello che sta facendo, non ha i soldi per pagare gli indennizzi, non ha la possi-
bilità di fare delle leggi che lo consentano e deve scontrarsi con orde di avvocati delle
banche d’affari che lo sconfiggono. Questo è il rapporto oggi fra Leviatano e privato!
Ho avuto una piccola esperienza amministrativa in una cittadina vicino a Torino.
La riporto perché un episodio fa luce su questi fenomeni. La Telecom aveva deciso di
piazzare un ripetitore in un certo posto della città; si forma il comitato dei cittadini
contro e noi, l’amministrazione in carica, mandiamo i vigili e facciamo i sopralluoghi.
Risulta che effettivamente questa antenna produceva delle emissioni. Allora diciamo
alla Telecom: “guardate, non vi diamo l’autorizzazione a farlo qui; fatelo 70 metri più
indietro”, dicesi 70 metri più indietro. Telecom risponde: “manco per sogno” e mette il
ripetitore proprio lì. Forse per risparmiare o semplicemente per dimostrare che non
potevamo ficcare il naso sulla loro decisione: dovevano essere loro a decidere dove
fosse tecnicamente meglio piazzare il ripetitore. Non dico l’amministratore delegato
di Telecom, ma neanche un amministratore locale ha mai ricevuto il Sindaco! Hanno
detto: “fateci causa”. “Va bene – penso io, il Sindaco - facciamogli causa”. Guardo quanti
soldi avevamo per le cause: un comune di 40.000 abitanti aveva 36 mila euro in cassa
per le spese legali di tutto l’anno. Dall’altra parte c’erano studi legali prestigiosissimi
pagati a piè di lista. Ero come i polacchi che andavano con i cavalli contro i tank nazi-
sti, per cui ho detto: “va bene signori, fatelo dove vi pare!”. Che devi fare?
Questo è il rapporto di forza oggi tra privato e pubblico, ma non vale solo per il rap-
porto tra un piccolo comune e la Telecom. È il rapporto di forza diffuso all’interno
del paese a tutti i livelli. Non soltanto in Italia ma anche all’estero, anche nella nostra
Europa. E se le cose stanno così, è difficile stupirsi di reazioni come quella sempre
più diffusa che consiste nel dire: “sentite, sapete cosa c’è? Tanto meglio tanto peggio,
andiamocene dall’Europa!”. Allora costruire una visione alternativa è maledettamente
difficile, ma il fatto che lo sia non ci esime dal doverlo fare, perché mantenere questo
modello di estrazione capitalistica semplicemente non è sostenibile. Negli anni ’60
Rachel Carson avvertiva che ne avremmo avuto ancora per 40-50 anni. È passato un
po’ di più, ma non c’è dubbio che oggi tutti gli indicatori ecologici stiano andando in
una direzione disperata e che i beni comuni siano stati sostanzialmente massacrati
ovunque e trasformati in capitale finanziario.

145
Il grande processo di trasformazione dei beni comuni in capitale finanziario è la cifra
dello sviluppo giuridico della modernità, compreso il costituzionalismo liberale. Allo-
ra, lo ripeto nella sua banalità ma anche nella sua radicalità: lo sviluppo della moder-
nità giuridica è stato sostanzialmente la struttura della trasformazione di tutti i beni
comuni dal valore d’uso al valore di scambio. È una cosa che andava fatta nel ‘700,
perché non avevamo abbastanza capitale per costruire gli ospedali e gli acquedotti.
Ma oggi, che non abbiamo più beni comuni, abbiamo un capitale finanziario che equi-
vale a 10 o 15 volte il prodotto interno lordo del mondo. Continuare in quella dire-
zione non ha più alcun senso perché oggi bisogna ricostruire, ristrutturare, ripensare
i beni comuni: siano essi fisici, ecologici o sociali. È quindi chiaro che il discorso sui
diritti sociali diventa importante per mondare il discorso sui diritti dall’elemento di
individualizzazione. Bisogna piantarla di avere paura di parlare di comunità; bisogna
smetterla di utilizzare gli stendardi del liberalismo classico per impedire qualunque
processo trasformativo reale. Questo infatti fa soltanto il gioco dell’accumulazione ca-
pitalistica, la quale ci sta portando ad un livello di insostenibilità che di qui a poco
pagheremo ad un prezzo carissimo.
Tutto questo mi pare indichi una direzione. Sono un privatista e devo quindi spie-
gare nel mio lavoro le istituzioni del diritto privato, quelle che si insegnano ai ragazzi
all’inizio del primo anno: il contratto, la libertà contrattuale, la libertà proprietaria.
Devo mostrare a quei ragazzi che la teoria generale del contratto, basata sul consenso,
serviva sostanzialmente per incentivare la trasformazione del valore d’uso in valo-
re di scambio e infatti nasce in quel periodo storico. Devo fargli anche vedere che la
responsabilità civile extracontrattuale per colpa è uno scudo dato a chi prende dei
rischi per non fargli pagare le conseguenze reali di quello che sta facendo, perché se
fa un disastro - ma la sua azione era ragionevole secondo gli standard del momento - i
danni di quel disastro si socializzano interamente. A quei ragazzi occorre far capire,
poi, che la teorica della proprietà privata intesa come concentrazione del potere di
esclusione è a sua volta la quintessenza, il pilastro vero, di queste ideologie. Bisogna
anche raccontargli come nasce la responsabilità limitata delle corporation e come il
diritto internazionale sia stato costruito da Grozio a scopi predatori. Questo bisogna
fare quando si insegna agli studenti di giurisprudenza, non far loro insegnare il Jobs
Act dagli avvocati delle multinazionali. Come purtroppo avviene sempre di più nelle
nostre facoltà di giurisprudenza, che - essendo perlopiù pubbliche e ridotte agli strac-
ci - sono costrette a cercare i soldi là da dove possono arrivare. Ma questo costituisce
una sorta di prostituzione del sapere contro la quale è necessario lottare fino all’ulti-
mo battito del cuore.

146
Sicurezza

Politiche di sicurezza e cittadinanza nell’Unione Europea1


Tamar Pitch

In questo breve articolo voglio sollevare alcune questioni riguardo ai possibili effetti
delle politiche di sicurezza nella costruzione di una cittadinanza europea. Innanzi-
tutto definirò i termini “sicurezza” e “cittadinanza”, riferendo entrambi alla letteratu-
ra esistente e ai processi sociali e politici che questa letteratura analizza. Descriverò
poi alcune delle misure legali e politiche adottate dalla UE in nome della “sicurezza”,
principalmente, ma non solo, riguardo ai migranti da paesi terzi. Sosterrò che queste
misure, insieme alle legislazioni e alla retorica nazionali e locali, tendono a costruire
la cittadinanza (a tutti i livelli: europea, nazionale, locale) in termini di esclusione,
intorno alla “paura” piuttosto che alla “solidarietà”, usando una logica del “noi contro
loro”. Questa costruzione è in disaccordo con altri modi di concepire la cittadinanza ad
entrambi i livelli europeo e nazionale: la Carta dei diritti fondamentali, ma anche mol-
te costituzioni nazionali, riconoscendo gran parte dei diritti indipendentemente dalla
cittadinanza legale, adotta de facto e promuove una “cittadinanza” che è inclusiva per
principio e si basa sul cosiddetto modello sociale europeo.

Sicurezza

Fin dai primi anni ’90, uno “spettro” sta tormentando gran parte dell’Europa: la si-
curezza è diventata il focus della retorica e delle politiche pubbliche a livello loca-
le, nazionale ed europeo, e allo stesso tempo è diventata l’oggetto di una letteratura
scientifica specializzata in crescita costante. Ancor prima di questi anni il tema della
sicurezza era stato studiato dal punto di vista della criminologia, della sociologia del-
la devianza e del controllo sociale, della sociologia giuridica. Sociologi e criminologi
hanno descritto e analizzato un cambiamento nella comprensione politica, e nel con-
trollo del crimine e della devianza nelle democrazie occidentali, che veniva giustifica-
to in nome della “sicurezza”. Tale cambiamento può essere sintetizzato come segue:
1) le “cause” del crimine e della devianza, siano esse economiche, sociali, culturali o
(anche) psicologiche, divengono di poca, se non di alcuna, importanza nel progettare
la prevenzione del crimine o le politiche di “guerra al crimine”. Né l’ambiente sociale
ed economico né tantomeno le menti di aspiranti criminali devono essere cambiate:
piuttosto le politiche dovrebbero mirare a rendere più difficile la realizzazione di atti

1  Il testo è stato pubblicato originariamente nella rivista «Perspectives», 12, Hiver/Winter 2014-
2015 ed è stato scritto prima delle ultime elezioni europee del maggio 2014. La traduzione è di Lo-
renza D’Astolto.

147
illegali e ad “incapacitare” coloro che li commettono; 2) l’attenzione si sposta dai “cri-
minali” alle “vittime”, specialmente quelle potenziali, vale a dire che i buoni cittadini
devono essere difesi dal crimine. Le “vittime” conquistano la scena centrale all’inter-
no della questione criminale2; 3) le misure per trattare il crimine e la devianza a)
iniziano a basarsi sulla valutazione del rischio e sulla profilazione di individui poten-
zialmente “pericolosi”, con l’adozione della cosiddetta prevenzione situazionale, cioè
di misure disposte a diminuire il rischio di essere criminalmente vittimizzati (CCTV,
recinzione di spazi pubblici, comunità chiuse, “tolleranza zero” nelle politiche locali),
e b) la moltiplicazione dei reati introdotti e l’aumento delle pene3. In breve, sicurezza,
prevenzione e riduzione del rischio diventano le nuove parole chiave e «sicurezza»
e «contenimento del pericolo» prendono il posto di «giustizia» e «riforma sociale»4.
Questo cambiamento avviene dapprima negli USA, che vantano la popolazione car-
ceraria di gran lunga più grande delle democrazie Occidentali. Secondo Simon la cri-
si del modello keynesiano avvenuta negli USA a metà degli anni ’60 ha incentivato
l’emergere di una modalità di governo «attraverso il crimine», cioè un governo che
utilizza la “paura del crimine” e la necessità di una maggiore “sicurezza” per auto-le-
gittimarsi e promuovere un “modello di lotta al crimine” per governare tutte le isti-
tuzioni rilevanti5. Altri hanno parlato di sostituzione dello Stato sociale con uno Stato
penale e hanno descritto l’importazione di questo modello in Europa durante gli anni
’80 e ’906. Il sorgere dell’«imperativo della sicurezza» nel discorso pubblico e nelle
iniziative politiche in gran parte dell’Occidente è stato largamente documentato e di-
scusso non soltanto da criminologi e sociologi della devianza e del controllo sociale,
ma anche da sociologi, filosofi, scienziati della politica7.
“Sicurezza”, in questa letteratura, vuole dire principalmente “protezione dal rischio
di vittimizzazione criminale”. Nel discorso pubblico e politico è quindi possibile per-
cepire un cambiamento significativo nel significato di sicurezza, visto che nei cosid-
detti Trenta Gloriosi (1945 - 1975) il termine sicurezza veniva usato prevalentemente
per significare sicurezza sociale, cioè protezione dai rischi della vita (malattia, disoc-

2  Ho esaminato la stretta relazione tra “vittime” e soggetto neoliberale in T. Pitch, Pervasive Preven-
tion. A Feminist Analysis of the Rise of the Security State in the XXI Century, London, Ashgate, 2010; cfr.
Anche B. Brown, American Nightmare. Neoliberalism, Neoconservatism and de-democratization, «Po-
litical Theory», 6, 2006, pp. 690-714 e M. Foessel, État de vigilance. Critique de la banalité sécuritaire,
Paris, Le Bord, 2010.
3  La letteratura è smisurata. Cfr. ad esempio S. Cohen, Visions of Social Control. Crime, Punishment
and Classification, London, Polity Press,1985; P. O’Malley, Risk, power and crime prevention, in «Econo-
my and Society», 3, 1992, pp. 252-275; M. Feeley J. Simon, Actuarial Justice: the Emerging New Criminal
Law, in D. Nelken D. (editor), The Futures of Criminology, London, Sage 1994, pp. 173-201.
4  D. H. Bailey, C. D. Shearing, The Future of Policing, in «Law & Society Review», 3, 1996, pp. 585-606.
5  Cfr. J. Simon, Governing through crime, Oxford, Oxford University Press, 2003.
6  Cfr. L. Wacquant, Punishing the Poor. The Neoliberal Government of Social Insecurity, Durham, Duke
University Press, 2009; A. De Giorgi, Zero tolleranza. Strategie e pratiche della società del controllo,
Roma, DeriveApprodi, 2000.
7  Cfr. Z. Bauman, In Search of Politics, London, 1999, Polity Press; C. Offe, How Can We Trust Our Fel-
low Citizens?, in M. E. Warren (editor), Democracy and Trust, Cambridge, Cambridge University Press,
1999, pp. 42-87.

148
cupazione, disabilità, povertà), da fornire a tutti i cittadini attraverso una tassazio-
ne progressiva (solidarietà). Sembra, quindi, che negli ultimi 40 anni, il significato di
sicurezza nel discorso pubblico sia tornato alle sue origini hobbesiane: protezione
della vita di ciascuno, libertà dalle minacce provenienti da altri cittadini8. In effetti,
nella tradizione teoretica e filosofica europea, sicurezza e cittadinanza sono nozioni
che si implicano a vicenda. Hobbes ha concepito la sicurezza interna ed esterna come
la giustificazione della creazione dello Stato da parte di individui che ne diventano
così “cittadini”. Per sicurezza interna si è intesa la monopolizzazione della violenza
legittima da parte dello Stato per proteggere i cittadini dalle minacce provenienti da
altri cittadini; per protezione esterna, la difesa e l’inviolabilità dei confini dello Sta-
to. Stato, territorio, nazione: l’estensione del potere sovrano su un territorio dà vita
simultaneamente alla nazione e al “popolo”. In questo senso sicurezza non significa
soltanto protezione dei singoli cittadini, ma anche protezione della comunità politica
in un territorio interessato da minacce provenienti dall’esterno. I due tipi di sicurezza
dovevano essere gestiti da enti diversi: la sicurezza interna era (per lo più) compi-
to della polizia, la sicurezza esterna era (per lo più) compito dell’esercito. In questo
modo criminali e nemici erano chiaramente distinti. Questi due tipi di sicurezza erano
anche oggetto di studio di diverse discipline: criminologi e sociologi studiavano il pri-
mo, studiosi di affari internazionali, esperti in sicurezza e agenzie di sicurezza studia-
vano il secondo. La fine della Guerra Fredda ha segnato un cambiamento significativo
per lo studio e la gestione della sicurezza esterna. La stessa sicurezza interna inizia
ad essere definita e costruita in modo diverso, poiché i confini territoriali diventano
sempre più porosi e la sovranità degli Stati si indebolisce attraverso quella che viene
comunemente chiamata globalizzazione. Terrorismo internazionale e crimine orga-
nizzato transnazionale contribuiscono all’offuscamento della distinzione tra criminali
e nemici9. Come osserva Didier Bigo, le agenzie di sicurezza iniziarono a fondere que-
stioni di polizia e di difesa10. Bigo sostiene, inoltre, che questi sviluppi erano legati
a uno slittamento discorsivo da minacce di nemici identificabili a nozioni di rischio,
uno slittamento parallelo (aggiungo) a quello simile avvenuto in criminologia11. Ma
nell’ambito degli studi sulla sicurezza emerge negli anni ’90 un nuovo approccio criti-
co e anti-realistico, per mezzo del quale la “sicurezza” inizia ad essere considerata un
«atto linguistico» in grado di trasformare questioni di policy in problemi di rilevanza
esistenziale12. All’interno di questo approccio, le questioni di sicurezza non vengono
viste come qualcosa di dato, ma come qualcosa di costruito dalle élite politiche, che

8  Ma per una lettura più accurata del pensiero di Hobbes cfr. M. Foessel, État de vigilance, cit.
9  Ho discusso questo offuscamento in T. Pitch, Pervasive Prevention. A Feminist Analysis of the Rise of
the Security State in the XXI Century, cit.
10  D. Bigo, From Foreigners to ‘Abnormal Aliens’. How the Faces of the Enemy Have Changed, in E.
Guild, J. Van Selm (eds.), International Migration and Security, London, Routledge, 2005, pp. 64-81.
11  Su questo punto cfr. S. Cohen, Visions of Social Control. Crime, Punishment and Classification, cit. e
D. Garland, The Culture of Control, Chicago, The University of Chicago Press, 2001.
12  Cfr. B. Buzan, O. Waever, J. de Wilde, Security: A New Framework of Analysis, Boulder, Lynne Ri-
enner, 1998.

149
in questo modo trasferiscono i temi dal normale e democratico dibattito politico al
registro dell’emergenza dove è l’esecutivo ad avere il potere di prendere le decisioni
necessarie.
Gli studi critici sulla sicurezza, la criminologia e la sociologia critica concordano
perciò nel sostenere che la questione della sicurezza è diventata oggi dominante nel
discorso pubblico e nelle decisioni politiche non perché le minacce adesso siano più
serie, ma a causa di cambiamenti sociali, economici, politici e di policy che possono
essere sintetizzati con l’emergere e la successiva egemonia della razionalità politica
e della governamentalità neoliberale13. Per sintetizzare una serie complessa di argo-
menti: i rischi un tempo socializzati sono stati individualizzati e privatizzati; la re-
sponsabilità di prenderli ed evitarli è passata dallo Stato all’individuo; l’incertezza
e l’insicurezza derivanti dalla accresciuta disoccupazione, dalla precarizzazione del
lavoro e dall’erosione del Welfare State sono state dirottate contro “criminali”, terrori-
sti, migranti e richiedenti asilo.

Cittadinanza

Sicurezza e cittadinanza sono collegate, come ho già detto, sia da un punto di vista
filosofico (Hobbes) che da quello sociologico e empirico. La cittadinanza è uno status
legale, che indica l’appartenenza ad una comunità politica, da cui derivano un certo
numero di diritti e doveri14. Nella seconda metà del secolo scorso, la cittadinanza ha
assunto il significato di quello status che implica la titolarità e il godimento reale di
diritti civili, politici e sociali15. In via di principio esclusiva (come status che distingue i
cittadini dai non-cittadini), la cittadinanza nel senso marshalliano del termine assume
un significato inclusivo e espansivo. Infatti, come ho già detto, le lunghe e rigide costi-
tuzioni postbelliche di gran parte dell’Europa continentale, riconoscendo un numero
di diritti fondamentali alle persone piuttosto che ai cittadini, adottano e costruiscono
implicitamente un tipo di cittadinanza inclusivo e allargato. Si può dire lo stesso delle
varie dichiarazioni internazionali dei diritti umani, patti, accordi, la Carta Europea dei
diritti fondamentali inclusa. Quindi, la sicurezza nel suo senso sociale e la cittadinanza
nel suo senso (sempre più) inclusivo sembrano vivere (e, forse, morire) insieme.

13  Tra molti altri cfr. B. Brown, American Nightmare. Neoliberalism, Neoconservatism and de-demo-
cratization, cit.; e P. Dardot, C. Laval, La nouvelle raison du monde. Essai sur la société néolibérale, Paris,
La Decouverte, 2009.
14  Cfr. P. Costa, Cittadinanza, Roma-Bari, Laterza, 2005.
15  Cfr. T. H. Marshall, Citizenship and Social Class and Other Essays, Cambridge, Cambridge University
Press, 1950.

150
Politiche di sicurezza nell’Unione Europea

Mentre sono stati per lo più criminologi e sociologi a studiare la nascita del modello
di governo basato sulla “paura del crimine” a livello nazionale e locale, le politiche
di sicurezza dell’Unione Europea sono state studiate per lo più all’interno del nuovo
approccio critico già menzionato degli studi sulla sicurezza16. Questo è il motivo per
cui forse non c’è ancora un’analisi comprensiva che abbraccia tutti e tre i livelli di go-
verno, mentre si potrebbe supporre che essi siano strettamente connessi.
Le politiche di sicurezza dell’Unione Europea sono state principalmente studiate nel
contesto dell’immigrazione e delle richieste di asilo da parte di paesi terzi, ma, come
si vedrà, riguardano in realtà anche i cittadini dell’Unione Europea.
Ciò che viene chiamato la “sicurizzazione” dell’immigrazione all’interno delle poli-
tiche dell’Unione Europea precede sia la fine della Guerra Fredda che l’11 Settembre.
Come sostiene Jef Huysmans, «nel processo di integrazione europea un campo di si-
curezza interna che connette i problemi del controllo delle frontiere, del terrorismo,
delle droghe, del crimine organizzato e della richiesta di asilo è stato sviluppato fin
dalla metà degli anni ’80 ed ha avuto un grande slancio negli anni ’90»17. Può sembra-
re un paradosso che le misure di sicurezza e le retoriche di sicurezza siano diventate
molto rilevanti nell’Unione Europea nel momento in cui un “nemico territorializzato”
è scomparso e uno spazio di libertà di movimento per i cittadini dell’Unione Europea
(e la virtuale scomparsa dei confini nazionali) è stato istituito dagli accordi di Schen-
gen (1985)18. Da un lato, specialmente per quegli studiosi che si focalizzano sui lavori
delle agenzie di sicurezza questo processo di sicurizzazione può essere attribuito, al-
meno in parte, proprio al bisogno dei burocrati e degli esperti in sicurezza di riorien-
tare e ridefinire il loro ruolo in un contesto mutato19. Dall’altro lato, questo processo
può essere considerato coerente con, e funzionale a, una razionalità politica neolibe-
rale per mezzo della quale la sicurezza nell’Unione Europea «è direttamente correlata
alla promozione della mobilità e della circolazione di popolazioni, beni e servizi»20.
Piuttosto che essere in contraddizione, poi, una maggior libertà di movimento per

16  La letteratura è enorme, ma per fare solo qualche esempio cfr. S. Body-Gendrot, The Social Control
of Cities. A Comparative Perspective, Cambridge M.A., Blackwell, 2000; A. Crawford, Crime Prevention
and Community Safety, London, Longman, 1998; V. Gautron, Les politiques publiques de lute contre la
delinquance, Thèse de doctorat, Faculté de droit et des sciences politiques, Université de Nantes,2006;
P. Robert, Le citoyen, le crime et l’Etat, Genève-Paris, Droz, 1999; R. Castel, L’insecurité sociale. Qu’est-
ce-que-etre protégé?, Paris, Seuil, 2003; M. Pavarini (a cura di), L’amministrazione locale della paura,
Roma, Carocci, 2006; T. Pitch, I rischi della sicurezza urbana, in «Parolechiave», 22-23-24, 2000, pp. 71-
97; T. Pitch, Sono possibili politiche democratiche per la sicurezza?, «Rassegna Italiana di Sociologia», 1,
2001, pp. 137-157; J. Simon, Governing through crime, Oxford, Oxford University Press, 2003.
17  J. Huysmans, The Politics of Insecurity. Fear, Migration and Asylum in the European Union, London,
Routledge, 2006, p. 1.
18  D. Bigo, Security, Territory and Population, pp. 84-100, in J. Huysmans, J.A. Dobson, R. Prokhovnik
(eds.), The Politics of Protection, London, Routledge, 2006.
19  D. Bigo, From Foreigners to ‘Abnormal Aliens’, cit. e Id., Security, Territory and Population, cit.
20  Cfr. R.Van Munster, Securitizing Immigration. The Politics of Risk in the European Union, New York,
Palgrave Macmillan, 2009, p. 98.

151
i cittadini dell’Unione Europea e restrizioni crescenti per i cittadini dei paesi terzi
corrispondono a una “nozione liberale di sicurezza”, secondo cui il controllo sociale si
ottiene meglio attraverso misure e regolazioni amministrative che attraverso proibi-
zioni legali dirette. Infatti, come mostra Van Munster, mentre la mobilità dei cittadini
dell’Unione Europea viene promossa, la mobilità dei migranti, «per effetto della loro
appartenenza a una classe di rischio, è incanalata tramite tecnologie di sicurezza che
puntano a renderli sempre più immobili impedendogli di muoversi o, nel caso in cui
si muovano, restringendo e canalizzando il loro movimento attraverso tecnologie di
risk management»21. Rischio e risk management, attraverso la costruzione di “popo-
lazioni potenzialmente pericolose”, quindi, stanno al centro delle politiche di sicurez-
za dell’Unione Europea, come stanno al centro di quei cambiamenti della giustizia
criminale nazionale e locale che criminologi e sociologi hanno indicato negli ultimi
trent’anni.
Allo stesso tempo, gli accordi di Schengen hanno reso più facile per i cittadini dell’U-
nione Europea muoversi attraverso l’Europa e molto più difficile per i cittadini di pae-
si terzi entrare dentro, e muoversi attraverso, questo spazio. Nel 1990 la convenzione
che applica gli accordi di Schengen ha connesso direttamente l’immigrazione con il
terrorismo e il crimine transnazionale, ponendo la regolazione dell’immigrazione in
una cornice istituzionale che si occupa della protezione della sicurezza interna. Infat-
ti, mentre Schengen 1 era stato negoziato tra, e disegnato da, funzionari del trasporto
e degli affari esteri, Schengen 2 è stato disegnato dai professionisti della sicurezza
interna. Negli accordi del 1985 la sicurezza non era centrale, sebbene fosse già pre-
sente una connessione tra libertà di movimento e questioni di sicurezza. Dopo l’11
settembre, il passaggio delle connotazioni di sicurezza del terrorismo all’area della
migrazione è diventato esplicito22. Migranti e richiedenti asilo prima inquadrati come
una questione umanitaria o economica sono stati poi concepiti come un problema di
sicurezza e una svolta analoga si è verificata a livello nazionale e locale.
Sebbene si possa dire che migranti e richiedenti asilo costituiscano il principale
bersaglio delle politiche di sicurezza dell’Unione Europea, essi non sono gli unici. Gli
accordi di Schengen e i conseguenti documenti politici prevedono restrizioni legit-
timate da questioni di sicurezza anche per i cittadini dell’Unione Europea. Tali re-
strizioni possono essere applicate dagli Stati quando pensano che la loro sicurezza
sia minacciata. Come e perché gli Stati decidano di applicarle non viene monitorato,
per cui queste decisioni sono discrezionali. A potenziali agitatori può essere impedi-
to di attraversare le frontiere, e ciò che costituisce troublemaking è una valutazione
lasciata ad ogni paese sulla base del “sospetto” e dei calcoli di rischio, al di fuori di
ogni standard legale trasparente. È stato creato anche un manuale di sicurezza per
uso di polizia negli eventi internazionali, sulla base degli stessi principi, e una per-

21  Ibidem. Il parallelo tra ciò che è successo a livello locale e nazionale è sorprendente: cfr. M. Lia-
nos, with M. Douglas Dangerization and the End of Deviance. The Institutional Environment, «The Brit-
ish Journal of Sociology», 40, 2000, pp. 261-278.
22  cfr. art. 16 e 17 dell’European Council Common Position sul Combating Terrorism, Dicembre 2001

152
manente “risk analysis” deve essere effettuata da ogni agenzia nazionale coinvolta.
L’EU Council Recommendation del 22 Aprile 1996 richiede una valutazione globale del
potenziale di disordine e richiede la standardizzazione della raccolta dei dati di intel-
ligence relativa a gruppi sospetti. Un’altra EU Council Recommendation patrocina la
raccolta, l’analisi e lo scambio di informazioni su tutti i gruppi considerati suscettibili
di minacciare la legge, l’ordine e la sicurezza viaggiando verso un altro stato membro
per partecipare a meeting frequentati da grandi numeri di persone provenienti da
più di uno stato membro (1997)23. Le politiche sviluppate per la lotta al terrorismo e
all’immigrazione illegale sono così applicate anche ai cittadini dell’Unione Europea,
etichettandoli come “unwanted”, “unwelcome”, “suspect”. Ad essere ristretta in questo
caso non è soltanto la libertà di movimento ma anche diritti fondamentali, come la
libertà di espressione, in quanto le persone vengono classificate come “sospette” sulla
base delle loro idee politiche e dell’ipotesi che vorranno esprimerle. Così, approcci,
linguaggi e tecniche sviluppate nel nome della sicurezza nei confronti del terrorismo,
del crimine organizzato e dell’immigrazione illegale si riversano anche sui diritti fon-
damentali dei cittadini dell’Unione Europea e li limitano.
Ma c’è un’altra popolazione “a rischio” tra i cittadini dell’Unione Europea, i cui diritti
di cittadinanza possono essere limitati in nome della sicurezza. È quella composta dai
cosiddetti “football hooligans”. Non è stata fornita alcuna definizione di hooliganismo
dalle politiche: la stigmatizzazione degli hooligans, secondo Tsoukala, si accompagna
a ciò che lei chiama «un processo definitorio frammentario che rispecchia l’evoluzio-
ne dei criteri sulla cui base si misura la sicurezza in ambito nazionale»24, così che pos-
siamo osservare interazioni significative tra il campo della sicurezza nel suo insieme e
le politiche di contrasto all’hooliganismo a livello europeo, statale e locale25. Fin dalla
tragedia allo stadio Heysel nel 1985, misure di prevenzione situazionale, incentrate
sulla segregazione e sulla sorveglianza degli spettatori, sono state estese in termini di
tempo (prima e dopo le partite), spazio (luoghi al di fuori dello stadio) e target (poten-
ziali agitatori). L’aumento delle pene e le misure amministrative repressive (inclusa la
detenzione preventiva) sono disposte per atti che non sarebbero considerati un reato
o una minaccia al di fuori dell’evento sportivo26. Sono stati imposti divieti nazionali e
internazionali relativi al calcio. Le EU Council recommendations sopra citate si appli-
cano tanto agli spettatori del calcio e di altri sport quanto ai contestatori potenziali.
Infatti l’EU Council (2001) mette insieme l’hooliganismo calcistico e le manifestazioni
politiche come «minacce alla sicurezza urbana».

23  J. Apap, S. Carrera, Maintaining Security within Borders: Towards a Permanent State of Emergency
in the European Union?, in «Alternatives. Global, Local, Political», 29, 2004, pp. 339-416.
24  Cfr. A. Tsoukala, Football Hooliganism in Europe, New York, Palgrave Macmillan, 2009, p. 6.
25  Ho discusso il caso italiano in T. Pitch, Contro il decoro. L’uso politico della pubblica decenza, Ro-
ma-Bari, Laterza, 2013.
26  A. Tsoukala, Football Hooliganism in Europe, cit.

153
Il rischio delle politiche di sicurezza
La letteratura criminologica e sociologica che studia le politiche di sicurezza sul
piano nazionale e locale, e i security studies che analizzano queste politiche a livel-
lo dell’Unione Europea convergono sull’interpretazione delle loro conseguenze. Non
solo queste politiche sembrano inefficaci nella rassicurazione delle presunte popola-
zioni impaurite che hanno la pretesa di proteggere: in realtà tendono ad aggravare la
situazione, riproducendo insicurezza attraverso discorsi “emergenziali” che utilizza-
no spesso il linguaggio della guerra (contro le droghe, l’immigrazione illegale, il terro-
rismo, la criminalità organizzata) e promettendo una sicurezza totale impossibile27. Il
registro discorsivo della sicurezza detta la soluzione al problema a cui viene applicato:
in altre parole, è la soluzione che crea il problema, come mostra il caso dell’immigra-
zione. Possiamo citare qui un buon esempio di profezia che si auto avvera: il passag-
gio dell’immigrazione dall’essere vista come un problema umanitario ed economico
all’essere considerata una questione di sicurezza implica politiche sull’immigrazione
più restrittive, le quali a loro volta spingono i migranti verso l’illegalità, rinforzando la
diffidenza dei cittadini dell’Unione Europea nei loro confronti.
L’impatto di queste politiche (e dei discorsi che le giustificano) sulla costruzione e
sull’interpretazione della cittadinanza è duplice. Da un lato, rendono più difficile per
i migranti da paesi terzi diventare cittadini dell’Unione Europea e dall’altro lato re-
stringono il significato reale di cittadinanza, dividendo i “buoni” cittadini dai “cattivi”
e riducendo il godimento di diritti fondamentali a cui questi ultimi hanno diritto su
basi davvero fragili, come quelle del sospetto e del rischio. Queste politiche e i discorsi
che le accompagnano legittimano un clima politico e culturale del “noi” contro “loro”
e una cittadinanza costruita attraverso la, e dalla, paura. Come ho già detto, la cittadi-
nanza è uno status che è sempre in qualche misura escludente. Ma se confrontiamo il
modo in cui la cittadinanza è costruita attraverso le politiche di sicurezza e i discorsi
e il modo in cui essa è concepita nella Carta Europea dei diritti fondamentali (18-
12-2000), vediamo due modelli molto diversi. Nella Carta, diritti civili e sociali sono
dovuti a persone, non a cittadini, e sono posti come indivisibili. Questo significa che
la Carta stabilisce che al cuore del progetto europeo dovrebbe stare il modello sociale
europeo, ma, più importante ancora per ciò che sto tentando di dire qui, la Carta af-
ferma che un “popolo” europeo, o una comunità politica, dovrebbe essere un effetto,
più che un prerequisito, della costruzione europea. Nella Carta, quindi, non si ipotizza
che esista già una comunità politica europea e che essa debba solo proteggere e pre-
servare la sua integrità e “purezza”. Viceversa, le politiche e le retoriche di sicurezza
producono e supportano la visione di una comunità politica già data e culturalmente
omogenea, che va difesa da minacce interne e soprattutto esterne28. I migranti, infatti,

27  R. Castel, L’insecurité sociale, cit.


28  Come Feeley e Simon sostengono a proposito delle comunità locali, «le comunità […] costruisco-
no i loro confini intorno a preoccupazioni ed ansie rispetto al crimine […] “l’esclusività difensiva” può
diventare una dinamica potente nella formazione e nel sostentamento dell’esistenza comunitaria, così

154
sono costruiti come una minaccia alla sicurezza non solo perché sono visti come po-
tenziali criminali e terroristi, ma anche perché si ritiene che possano contaminare una
(fittizia) identità culturale comune. I due modelli di cittadinanza sono in netto contra-
sto: e alla vigilia delle difficili elezioni europee, dove in molti predicono una netta cre-
scita del voto xenofobo e nazionalista, la cittadinanza inclusiva corre un gran rischio.

che le comunità possono sentirsi unite meno per quello che condividono e più per quello di cui hanno
paura». M. Feeley J. Simon, Actuarial Justice, cit., p. 260.

155
Populismo

In nome del popolo sovrano? La questione populista nelle


postdemocrazie contemporanee
Damiano Palano

1. «El pueblo unido jamás será vencido»


Concepita nel 1970 da Sergio Ortega quasi come un inno del movimento cileno di
Unidad Popular e resa celebre in Europa dai Quipalayun e dagli Inti Illimani, la can-
zone El pueblo unido jamás será vencido dopo la tragica fine del governo guidato da
Salvador Allende si trasformò nella bandiera della protesta contro la repressione del
regime militare di Augusto Pinochet. E da quel momento il suo ritornello entrò a far
parte integrante del repertorio retorico della sinistra radicale del Vecchio continente,
che ne fece un proprio grido di lotta (senza più un riferimento specifico alla vicenda
cilena). Se lo slogan «El pueblo unido jamás será vencido» rende d’altronde un mes-
saggio tanto universale da risultare adattabile quasi a ogni luogo e a ogni cultura, si
può anche riconoscere in quella formula la struttura elementare della retorica che
di solito viene attribuita ai movimenti definiti come “populisti”. E cioè l’idea che il
soggetto principale dell’azione politica sia il “popolo” (e non dunque una classe, una
razza, una nazione); che l’esito della lotta dipenda dall’“unità” di quel popolo, e cioè
da un’“unità” che non può essere assunta come un dato acquisito, ma che va invece
conquistata contro mille difficoltà e difesa strenuamente da ogni tentativo di intac-
carla; e infine che il popolo si trovi contrapposto a un avversario in una lotta frontale.
Ma, proprio in virtù della sua semplicità, quella struttura elementare non può che
essere suscettibile di essere declinata in direzioni molto diverse, perché ciascuno dei
tre elementi che la compongono – il “popolo”, la sua “unità”, il conflitto in cui è impe-
gnato – può assumere un volto molto diverso. E in particolare sono destinati a restare
tutt’altro che chiari due aspetti fondamentali: innanzitutto cosa definisca il “popolo”,
e cioè quali siano i suoi elementi distintivi e i suoi bisogni vitali; in secondo luogo
quale sia il ‘nemico’ contro cui il popolo si trova in lotta, e dinanzi al quale è chiamato
a conservare quell’“unità” dalla quale dipende il proprio destino. Ma le ambiguità con
cui ci si imbatte quando si tenta di comprendere cosa si nasconda dietro uno slogan
efficace che evoca il “popolo” e la sua “unità”, come quello al centro della canzone di
Sergio Ortega, sono in gran parte le medesime che si incontrano ogni volta che si cer-
chi di individuare il nucleo caratterizzante del “populismo”. Col risultato che spesso
i tratti comuni a movimenti, partiti e leader ricondotti alla categoria di “populismo”
sono talmente sfumati da rendere persino discutibile il ricorso a questo termine. E

157
per avere quantomeno il sospetto che si tratti di un’etichetta tanto vaga da risultare
persino inservibile è sufficiente evocare solo alcuni degli eterogenei fenomeni politici
cui – dal Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo alla Lega Nord di Matteo Salvini, dal “ber-
lusconismo” al “renzismo”, dal Front National a Podemos, da Donald Trump a Bernie
Sanders, da Carlos Menem a Hugo Chavez – è stata attribuita negli ultimi anni una
prossimità al “populismo”.
Partendo dal riconoscimento di questi problemi, le prossime pagine si interroga-
no sull’utilità del concetto di “populismo” per comprendere i fenomeni che contras-
segnano le nostre “post-democrazie”, oltre che per cogliere le motivazioni che sono
alla base del successo registrato nell’ultimo ventennio da movimenti definiti – più o
meno opportunamente – come “populisti”. In primo luogo verrà ripercorsa la traietto-
ria storica del concetto, nato sul finire dell’Ottocento fuori dal Vecchio continente, in
Russia e negli Stati Uniti, e in seguito utilizzato per accomunare uno stile politico, un
insieme di misure istituzionali e politiche economiche in molti paesi latinoamericani.
In secondo luogo, l’attenzione sarà invece rivolta al tentativo di cogliere, attraverso
una sintetica rassegna del dibattito, cosa davvero contraddistingua il “populismo” (e
dunque cosa accomuni le sue differenti manifestazioni storiche). Si tenterà di indi-
viduare alcune ipotesi capaci di spiegare quali siano le origini del ‘revival populista’
dell’ultimo ventennio, e, infine, verrà brevemente considerata la sfida rappresentata
dalla riflessione di Ernesto Laclau, che invita a cogliere nel populismo non un’anoma-
lia (o addirittura una ‘patologia’) della politica, bensì il meccanismo che presiede alla
formazione di ogni identità collettiva.

2. Il ‘vecchio’ populismo
Il termine “populismo” deriva dall’inglese populism (che a sua volta costituisce una
traduzione del termine russo narodnicestvo), adottato inizialmente negli Stati Uniti
per indicare quei movimenti e quelle istanze che, nella Russia della seconda metà
dell’Ottocento, avevano posto al centro il “popolo” e che si erano proposti di promuo-
verne il riscatto1. L’avvio del populismo può in effetti essere fatto risalire alle riflessioni
sviluppate dopo il 1848 da intellettuali radicali russi come Michail A. Bakunin, Nikolaj
G. Černiševskij e Aleksandr I. Herzen, mentre il culmine del movimento viene di solito
individuato nell’attentato contro lo zar del 18812. Evento cardine che contribuì a inne-
scare la mobilitazione populista fu senza dubbio l’abolizione della servitù della gleba,
proclamata dallo zar Alessandro II con l’“editto di emancipazione” del 1861, che in
gran parte deluse le speranze di un miglioramento delle condizioni della popolazione
contadina. Il populismo, come osservò Isaiah Berlin, non fu mai «più di una labile
congerie di piccoli gruppi indipendenti di cospiratori e di loro simpatizzanti, i quali

1  Cfr. F. S. Festa, Populismo, in C. Galli, R. Esposito (a cura di), Enciclopedia del pensiero politico, Ro-
ma-Bari, Laterza, 2000, pp. 549-550.
2  Cfr. F. Venturi, Il populismo russo, Torino, Einaudi, 1972.

158
talvolta si univano per un’azione comune, ma più spesso operavano isolatamente»,
nonostante ad accomunare le diverse formazioni fossero «certe convinzioni fonda-
mentali», oltre che «una solidarietà morale e politica sufficiente a caratterizzarli come
un unico movimento»3. Tra i motivi che contrassegnavano la visione del movimento,
si trovavano senz’altro la radicale opposizione al regime zarista, la prospettiva di un
mutamento rivoluzionario e dunque il rifiuto di quelle soluzioni gradualiste e ‘rifor-
miste’ che invece erano portate avanti dalle formazioni liberali. Ma il tratto che più ca-
ratterizzava dal punto di vista teorico il populismo degli anni Cinquanta e Sessanta – e
che in generale segnalava un atteggiamento di esplicita rivendicazione rispetto alla
logica della ‘modernizzazione’ e della ‘occidentalizzazione’ – era la mitizzazione di un
“popolo” che assumeva pressoché esclusivamente i tratti della popolazione contadina
e dunque del mužik. Nella prospettiva populista, l’obiettivo non consisteva dunque in
una modernizzazione delle campagne né in una trasformazione capitalistica dell’eco-
nomia russa dalla quale sarebbero nate le condizioni di una futura società socialista, e
un simile orientamento dunque mostrava fin dall’inizio una divaricazione rispetto alla
visione che Marx ed Engels avevano già cominciato a delineare a partire dal Manifesto.
L’obiettivo dei populisti russi consisteva piuttosto in una riorganizzazione economica
che – pur lasciando inalterate le condizioni di una società prevalentemente agricola –
si incentrasse sulla obščina, la comune contadina, e sulla valorizzazione del ruolo poli-
tico del mir, l’assemblea dei capifamiglia, alla quale dovevano essere affidate funzioni
di autogoverno. Dal punto di vista della pratica, un dato che avrebbe pesato a lungo
sull’iconografia del populismo (e anche sull’accezione negativa che ancora oggi grava
sul termine) era invece legato alla natura prevalentemente intellettuale del fenomeno,
e i romanzi Che fare? di Černiševskij e Padri e figli di Turgenev sono davvero un fedele
riflesso letterario dell’itinerario di formazione teorica e politica che condusse molti
studenti russi degli anni Cinquanta e Sessanta verso posizioni radicali. I militanti po-
pulisti e gli attivisti che si impegnarono nelle società segrete furono infatti pressoché
esclusivamente studenti provenienti dalle fila della piccola e media borghesia urbana,
e il movimento non riuscì mai a ottenere un significativo radicamento in quel “popolo”
che pure poneva alla base del proprio apostolato.
L’organizzazione principale, la Zemlja i Volija (Terra e libertà) puntò a stabilire una
connessione tra i moti studenteschi, le proteste delle campagne e il movimento per
l’indipendenza della Polonia, ma subì una severa repressione, già tra il 1862 e il 1863.
Proprio in seguito a questa sconfitta, nel movimento emersero le posizioni “nichiliste”
che vedevano nella propaganda terroristica lo strumento adeguato per risvegliare la
coscienza sopita del popolo. Il bersaglio privilegiato era naturalmente lo zar, che fu in-
fatti oggetto di un fallito attentato terroristico il 4 aprile 1866, messo in atto dallo stu-
dente Karakozov. E anche negli anni seguenti l’azione terroristica rimase la principale
opzione del movimento, fino al momento in cui la repressione zarista e alcuni eventi,
come in particolare l’affaire Nečaev (che coinvolse direttamente lo stesso Bakunin e

3  I. Berlin, Il populismo russo, in «Tempo presente», 9-10, 1961, p. 674.

159
da cui Dostoevskij trasse almeno in parte l’ispirazione per la stesura dei Demoni)4,
indussero a un ripensamento autocritico delle coordinate e delle stesse prospettive
politiche del movimento. L’obiettivo principale tornò così a essere una sorta di ‘apo-
stolato’ da rivolgere direttamente al popolo, e la celebre “andata al popolo” del 1874
vide così migliaia di studenti abbandonare le città e le loro università per muovere
verso le campagne5. Anche in questo caso il risultato furono la massiccia repressione
del movimento e l’arresto di gran parte degli attivisti. E fu probabilmente proprio
in quella fase, cioè verso la metà degli anni Settanta dell’Ottocento, che i termini na-
rodnicestvo e narodnik entrarono in uso, all’interno di una rilettura retrospettiva di
un’esperienza politico-intellettuale che aveva ormai alle spalle un ventennio di vita,
e all’interno di una riflessione autocritica che considerava fallimentare il bilancio sia
della cosiddetta “andata al popolo” sia dell’attività terroristica. Secondo Richard Pi-
pes, i termini furono coniati infatti in polemica con i precedenti tentativi, giudicati
come sostanzialmente intellettualistici, e personaggi come M. Nathason e A. Michailov
si definirono dunque “populisti” sia per prendere le distanze da tutte quelle posizioni
che, nel passato, avevano puntato a ‘educare’ il popolo, sia per sostenere una linea
secondo cui erano gli intellettuali a dovere imparare dal popolo, e cioè a dover capire
dalla voce del popolo quali fossero i suoi bisogni6.
Di solito l’inizio del declino del movimento populista russo viene individuato nel
1881. Nel marzo di quell’anno la Narodnaja Volja (Volontà del popolo), un gruppo
radicale staccatosi dalla ricostituita Zemlja i Volja, realizzò infatti un attentato terrori-
stico che provocò la morte dello zar Alessandro II e che naturalmente innescò la dura
repressione del regime7. Alcuni studiosi hanno però recentemente sostenuto che la
vicenda del populismo non si arrestò con la morte di Alessandro II, e che questo orien-
tamento continuò a influenzare non solo le diverse correnti marxiste operanti in Rus-
sia (fino ad arrivare al gruppo Socialismo Rivoluzionario, nei primi due decenni del
Novecento) ma anche alcune posizioni ‘liberali’, ossia non rivoluzionarie8. Al di là delle
vicende del movimento populista e delle sue molteplici eredità, i termini narodnicest-
vo e narodnik erano però destinati a conoscere una nuova declinazione, perché, dopo
essere stati scarsamente utilizzati nel corso degli anni Ottanta, furono ripresi nel de-
cennio successivo soprattutto da quei teorici marxisti che nel “populismo” vedevano
l’esplicitazione di una serie di errori politici e di interpretazioni economiche scorret-
te, e proprio per effetto di questa ripresa polemica il “populismo” venne a caricarsi

4  Cfr. in proposito M. Confino, Il catechismo del rivoluzionario. Bakunin e l’affare Nečaev, Milano,
Adelphi, 1976, e A. J. Herzen, A un vecchio compagno, a cura di V. Strada, Torino, Einaudi, 1977.
5  D. Field, Peasants and Propagandists in the Russian Movement to the People of 1874, in «The Journal
of Modern History», 3, 1987, pp. 415-438.
6  Cfr. R. Pipes, Narodnicesto: A Semantic Enquiry, in «Slavic Review», 3, 1964, pp. 441-458.
7  Cfr. per esempio F. Venturi, Il populismo russo, cit., e P.P. Poggio, Il populismo russo, in N. Tranfaglia
– M. Firpo (a cura di), La storia, Torino, Utet, 1986, VIII, pp. 317-339.
8  Si veda in questa direzione il volume di A. Masoero, V.P. Voroncov e la cultura economica del popu-
lismo russo (1868-1918), Torino, Einaudi, 1988. Per un bilancio delle ricerche, cfr. invece G. Cigliano, Il
populismo russo, in «Ricerche di storia politica», 3, 2004, pp. 407-424.

160
di una connotazione fortemente negativa9. Emblematici sotto questo profilo – anche
per il peso che avrebbe assunto il suo autore nel movimento rivoluzionario russo –
erano soprattutto i primi scritti di Lenin, rivolti a una puntuale critica delle posizioni
sostenute dalla «Russkoie Bogatstvo» (espressione della componente liberale del po-
pulismo, favorevole a una conciliazione con lo zarismo e all’abbandono di qualsiasi
ipotesi rivoluzionaria)10. Nella prospettiva del futuro leader bolscevico, il populismo
non si riduceva però alla versione edulcorata proposta negli anni Ottanta e Novanta, e
Lenin così non esitava a riconoscervi dei meriti sostanziali. Al di là del contributo che
aveva offerto, ai suoi occhi «l’essenza del populismo» consisteva comunque, in primo
luogo, nella «protesta contro il feudalesimo (strato della vecchia nobiltà) e contro il
mondo borghese (strato della nuova classe media) in Russia dal punto di vista del
contadino, del piccolo produttore», e, in secondo luogo, nel «carattere chimerico di
questa protesta»11. Proprio il «carattere chimerico» – connesso a una visione idea-
lizzata del popolo contadino, al mancato riconoscimento di come la penetrazione del
capitalismo in Russia avesse già sostanzialmente modificato le relazioni sociali e, dun-
que, all’incapacità di cogliere la fisionomia del nuovo proletariato – sarebbe rimasto
indelebilmente legato all’immagine del populismo russo. E per questo il “populismo”
continuò a identificare, per molti intellettuali marxisti (o influenzati dal marxismo),
una visione chimerica, mitizzata e irrealistica del “popolo”, che finiva con l’occultare
la specificità delle classi e del conflitto capitalistico12.
Se probabilmente il populismo russo non cessò neppure nel XX secolo di esercita-
re un ruolo rilevante nella crescita del movimento rivoluzionario, anche quell’espe-
rienza teorico-politica esercitò un’influenza nella nascita del populismo statunitense,
negli ultimi decenni dell’Ottocento. Ad accomunare i due fenomeni era il riferimento
non semplicemente a un generico “popolo”, ma a un “popolo” rurale, composto princi-
palmente da contadini. Se in questo senso è possibile ritrovare una matrice condivisa
tra il populismo russo e quello statunitense, risultano però quasi abissali le differenze
in ordine al tipo di azione politica, alle modalità organizzative e agli obiettivi adottati,
oltre che – e un simile aspetto è tutt’altro che secondario – al profilo di quel popolo
contadino che costituì il principale referente delle mobilitazioni. Se in Russia il po-
polo contadino cui guardavano i populisti veniva di fatto a coincidere con la grande
maggioranza della popolazione, negli Stati Uniti esso coincideva invece solo con una
porzione specifica di una società in cui il processo di industrializzazione, negli ultimi

9  R. Pipes, Narodnicesto: A Semantic Enquiry, cit.


10  Cfr. per esempio V.I. Lenin, Che cosa sono gli «Amici del popolo» e come lottano contro i socialde-
mocratici (1894), in Id., Opere, Roma, Rinascita, 1954, I, pp. 123-339.
11  V.I. Lenin, Il contenuto economico del populismo e la sua critica nel libro del signor Struve (1895),
in Id., Opere, cit., I, p. 347.
12  Un esempio emblematico di una simile impostazione (peraltro tutt’altro che ortodossa rispetto
ai canoni del marxismo-leninismo) è senza dubbio rappresentato dal celebre testo di A. Asor Rosa,
Scrittori e popolo. Il populismo nella letteratura italiana contemporanea, Roma, Savelli, 1965, che muo-
veva a buona parte degli scrittori progressisti italiani l’accusa di avere adottato un’immagine nostal-
gica e mitizzata del “popolo”.

161
tre decenni dell’Ottocento, era ormai già molto avanzato e in cui dunque emergeva
una maggiore differenziazione della struttura sociale. Ma il farmer americano era ben
differente dal mužik russo soprattutto perché veniva a rappresentare il custode dei
valori di imprenditorialità di quei vecchi pionieri che avevano colonizzato la frontiera
con la sola forza delle loro mani e con il loro entusiasmo. Anche per questo il movi-
mento populista non fu mai davvero critico nei confronti della logica mercantile del
capitalismo (di cui l’immaginario della frontiera si alimentava), ma piuttosto puntò
l’indice contro le ‘distorsioni’ che producevano le concentrazioni monopolistiche.
Le proteste che diedero vita al movimento presero forma in coincidenza con il rapi-
do processo di trasformazione dell’economia nord-americana avviatosi dopo la fine
della Guerra di Secessione. A partire soprattutto dagli anni Settanta, avevano iniziato
a emergere grandi gruppi industriali e finanziari, che modificavano sensibilmente la
struttura dell’impresa, ma che, soprattutto, andavano a colpire il principio dell’“ugua-
glianza delle opportunità”, uno dei pilastri della vita americana. Con l’obiettivo di li-
mitare il potere di trusts, syndacates e cartelli, furono adottate dal Congresso iniziative
legislative come l’Interstate Commerce Act del 1887 (che tentava di rimediare agli abu-
si derivanti dalla formazione di grandi compagnie ferroviarie, in grado di esercitare
un controllo sull’economia di molti Stati dell’Unione), e lo Sherman Anti Trust Act del
1890 (diretto a regolare il problema delle concentrazioni). Mentre di fatto scompariva
l’azienda personale, soppiantata dalla società per azioni e da quella che Thornstein
Veblen definì «proprietà assenteista», nel 1890, con l’ammissione dell’ultimo dei vec-
chi Omnibus States, si esauriva anche il processo di ‘colonizzazione’ del continente. E
così, come ebbe modo di osservare Turner, si esauriva il mito della “Frontiera” con il
selvaggio e lontano Ovest, ossia quel mito che aveva nutrito l’immaginario dell’“ugua-
glianza delle opportunità” e l’epica dei pionieri, di cui il farmer si riteneva per molti
versi l’erede legittimo13.
Per far fronte alle crisi cicliche e alle conseguenze della formazione di cartelli e gran-
di gruppi in alcuni settori strategici per il settore agricolo (come in particolare quello
delle ferrovie), negli anni Settanta nacquero alcune associazioni regionali che punta-
vano a tutelare gli interessi agrari. Da tali strutture prese forma in Kansas nel 1890
un People’s Party, e in altri Stati del Nord nacquero organizzazioni simili, che parte-
ciparono direttamente alle consultazioni elettorali, con risultati talvolta significativi.
Al Sud le organizzazioni dei contadini adottarono invece una linea di sostegno ai can-
didati del Partito Democratico, ma la sostanziale inefficacia di questa strategia portò
piuttosto rapidamente, nel 1892, alla fondazione di un partito strutturato a livello
nazionale, che adottò proprio il medesimo nome di People’s Party e candidò alla pre-
sidenza degli Stati Uniti l’ex generale dell’esercito confederato James Waever14. I punti
principali del programma populista concernevano la nazionalizzazione delle ferrovie,
la distribuzione ai coloni di terreni assegnati alle grandi società, il ritorno del conio di

13  F.J. Turner, La frontiera nella storia americana, Bologna, Il Mulino, 1975.
14  Cfr. J.D. Hicks, The Populist Revolt. A History of the Farmers’ Alliance and the People’s Party, Lin-
coln, University of Nebraska Press, 1961.

162
monete d’argento e oro, l’introduzione di una tassazione progressiva, l’introduzione
di vincoli relativi alle attività creditizie. Ma queste richieste si inserivano all’interno di
una visione del mondo segnata da alcuni tratti caratterizzanti: «l’idea dell’età dell’oro;
il concetto delle naturali armonie; una considerazione manichea delle lotte sociali; la
concezione della storia come cospirazione e la dottrina del dominio del denaro»15. Il
populismo americano esprimeva in sostanza una “ideologia produttivista” che attra-
versava l’intera società e che comprendeva quasi tutte le classi sociali, con l’eccezione
di quei gruppi che venivano considerati parassitari e inattivi, come gli speculatori e i
gestori di saloon. In una critica che senz’altro poteva essere considerata come “pro-
gressista”, benché venata di una esplicita critica all’industrialismo e alle sue impli-
cazioni, si inserivano però anche altre componenti, come in particolare il nativismo,
l’anti-semitismo e l’ossessione per le cospirazioni, che sarebbero stati ripresi negli
anni Venti del Novecento dal Ku Klux Klan (in cui, per questo motivo, taluni hanno
ravvisato una declinazione specifica della tradizione populista americana)16. A parte
alcuni Stati, il People’s Party non riuscì a insidiare i due partiti tradizionali e rimase
minoritario soprattutto negli Stati del Sud. Nelle successive elezioni presidenziali del
1896 il partito appoggiò nella corsa alla casa Bianca il candidato democratico William
J. Bryan, e la sconfitta di quest’ultimo contro il repubblicano McKinley favorì l’uscita
di scena del People’s Party, che – a dispetto del fallimento – rappresentò il più rile-
vante tentativo di insidiare il bipartitismo negli Stati Uniti dalla metà dell’Ottocento.
A dispetto della sua breve vita, il movimento populista lasciò però una traccia pro-
fonda nella storia politica americana, soprattutto perché per la prima volta formulò
una critica alla realtà del sistema basata su alcuni temi chiave: l’idea che le promesse
sui cui era nato l’esperimento democratico fossero state tradite dal potere pervasivo
della “plutocrazia”; la convinzione che la classe politica di Washington fosse corrotta
e sottomessa alle direttive delle corporations; la persuasione che la democrazia si fon-
dasse sul principio dell’“uguaglianza delle opportunità” e dunque sul riconoscimento
dell’autonomia e della responsabilità individuale; la certezza che il vero fondamento
della vita americana si trovasse nella piccola comunità di villaggio (e non certo nella
metropoli corrotta) e che dunque andassero realizzate riforme dirette ad assicurare il
decentramento e l’autogoverno. Proprio questi motivi – insieme alla retorica morali-
sta (e talvolta persino millenarista) propria di alcuni esponenti populisti – sarebbero
stati ereditati dal «movimento progressivo» dei primi decenni del secolo, oltre che da
molti movimenti successivi17.
La terza tappa che scandisce la storia del populismo, e che individua un’ulteriore de-
clinazione del fenomeno, è invece rappresentata da alcuni movimenti sorti in America
Latina a partire dagli anni Trenta del Novecento, contrassegnati specialmente dalla
presenza di leadership fortemente personalizzate. A differenza di quanto avvenne nel

15  R. Hofstadter, L’età delle riforme. Da Bryan a F.D. Roosevelt, Bologna, Il Mulino, 1962, p. 53.
16  Cfr. R. Formisano, Il populismo negli Stati Uniti, in «Ricerche di storia politica», 3, 2004, pp. 335-
346.
17  Cfr. M. Kazin, The Populist Persuasion. An American History, New York, Basic Books, 1995.

163
caso russo e in quello statunitense, la formula “populismo” fu adottata solo a posterio-
ri (a partire soprattutto dagli anni Sessanta) per individuare i tratti comuni a una se-
rie di esperienze politiche tra loro anche piuttosto differenti sotto il profilo ideologico.
La prima comparsa del fenomeno può essere fatta risalire già agli anni a cavallo della
Prima Guerra Mondiale, quando alcuni leader carismatici in diversi paesi incomin-
ciarono a «confrontarsi con il tema dell’esclusione politica, economica e sociale con
un’esplicita volontà di integrazione, facendo riferimento a temi di giustizia sociale e di
modernizzazione ed elaborando formule politiche innovative in nome di quel ‘popolo’
che avrebbe dovuto costituire la base di una nuova e più ampia identità collettiva»18.
L’esempio per molti versi paradigmatico della famiglia populista latinoamericana è
però sovente identificato nel governo guidato in Argentina da Juan Domingo Perón tra
il 1946 e il 1955, e d’altronde la stagione aurea del populismo latinoamericano si col-
loca proprio negli anni della Seconda guerra mondiale e dell’immediato Dopoguerra,
quando l’area visse una situazione di relativa prosperità economica19. A contrassegna-
re e ad accomunare esperienze populiste come quelle di Perón in Argentina, di Lázaro
Cárdenas in Messico e di Getulio Vargas in Brasile furono innanzitutto le politiche re-
distributive a vantaggio dei ceti popolari, rese possibili soprattutto dalla fase di rapida
crescita economica. L’interventismo dello “Stato populista”, pur senza configurare una
pianificazione di tipo socialista, comportò in alcuni casi anche la “nazionalizzazione”
di alcuni settori dell’economia nazionale, mentre sul terreno della rappresentanza
delle forze sociali, il populismo latinoamericano tentò di avviare, secondo differenti
varianti, l’istituzione di un assetto corporativo in cui si poteva ravvisare l’influenza
ideologica esercitata dal fascismo italiano (evidente per esempio nel caso di Perón).
Dal punto di vista ideologico, gli elementi comuni a questo populismo, come ha sotto-
lineato per esempio Loris Zanatta, vanno però soprattutto rinvenuti nel riferimento a
un “popolo” connotato in senso organicistico, inteso cioè come «una ‘comunità’ omo-
genea e primigenia, retta da storia, identità e destini comuni, cementata da vincoli di
solidarietà meccanica […] e dalla comune avversione ad una minaccia che pendereb-
be sulla sua integrità»20. Per un verso, cioè, il popolo del populismo latinoamericano
è una comunità olistica, un “tutto” che non concede spazi rilevanti né al conflitto tra
le “parti”, né all’espressione di un dissenso invariabilmente percepito come minaccia
all’ordine e all’unità. E proprio una simile visione della “comunità” sarebbe dunque
all’origine della diffidenza (o della vera e propria ostilità) dei populismi – democra-
tici e autoritari – nei confronti tanto della democrazia rappresentativa, quanto del

18  M. Sznaider, Il populismo in America Latina, in «Ricerche di storia politica», 3, 2004, p. 354.
19  Cfr. M. Carmagnani, L’altro Occidente. L’ America Latina dall’invasione europea al nuovo millennio,
Torino, Einaudi, 2003, pp. 348-354, e O. Ianni, La formación del estado populista en América Latina,
México, Era, 1975.
20  L. Zanatta, Il populismo in America Latina, in «Filosofia politica», 3, 2004, p. 381. Si veda anche, a
questo proposito, Id., Il populismo. Sul nucleo forte di un’ideologia debole, in «Polis», 2, 2002, pp. 263-
292, Id., Io, il popolo. Note sulla leadership carismatica nel populismo latinoamericano, in «Ricerche di
storia politica», 35, 2004, pp. 107-135.

164
liberalismo21. Per l’altro verso, a contrassegnare l’ideologia populista latinoamericana
sarebbe invece la marcata tendenza escludente, visibile sia nel profilo marcatamente
nazionalista e identitario (e nell’enfasi riposta, per esempio, sulla peruanidad, sulla
argentinidad, o sulla brasilianindade), sia nella posizione centrale che assegna alla
minaccia rappresentata dal “nemico interno”: un nemico che quasi sempre coincide
con l’“oligarchia” (e talvolta con l’“intellettuale” e il “comunista”), ma che, soprattutto,
opera all’interno della società, insidia l’unità del popolo, si fa portatore di valori estra-
nei e cosmopoliti22.
Dopo gli anni Sessanta il termine in America Latina ha cominciato a essere rivendi-
cato come bandiera ideologica da forze politiche di orientamento in realtà piuttosto
eterogeneo, e per effetto di questa trasformazione si definì per esempio “populista”
anche un leader come Carlos Menem, il cui programma politico – fedelmente allineato
alle coordinate del neoliberismo fissate dal Washington Consensus – non poteva che ri-
sultare quasi agli antipodi rispetto al ‘nazionalismo’ economico e al corporativismo di
Perón23. L’originalità del classico populismo peronista e getulista si doveva per questo
perdere in un utilizzo sempre più generico e inflazionato. Ma proprio alcuni elementi
del populismo latinoamericano – l’idea del popolo come comunità organica e porta-
trice di valori ‘puri’, la diffidenza nei confronti delle istituzioni rappresentative, la con-
vinzione che il leader carismatico possa interpretare le istanze sociali molto meglio di
organizzazioni e di politici professionisti, l’ostilità verso il conflitto di classe e verso
le diverse manifestazioni delle “parti”, la critica all’“oligarchia” – furono ravvisati in
alcuni movimenti che presero forma nel Vecchio continente dopo la fine della Secon-
da guerra mondiale. E queste analogie – combinate probabilmente con la diffidenza
che gli intellettuali marxisti avevano ereditato dal marxismo-leninismo per la visione
nostalgica del populismo russo – suggerirono allora l’opportunità della trasposizione
del termine nel lessico politico europeo, nel quale però non perse mai un’accezione
fortemente spregiativa e polemica.

3. Il ‘nuovo’ populismo

Una prima manifestazione dei tratti retorici e della vocazione antipolitica che avreb-
bero contrassegnato molte formazioni populiste sorte in Europa a partire dagli anni
Settanta del Novecento può essere ravvisata nella breve ma significativa vicenda del
Fronte dell’Uomo qualunque, il movimento fondato nell’Italia dell’immediato Secon-

21  Cfr. R. Dix, Populism: authoritarian and democratic, in «Latin American Research Review», 2,
1985, 29-52.
22  Cfr. L. Zanatta, La sindrome del cavallo di Troia: l’immagine del nemico interno nella storia dell’A-
merica Latina, in «Storia e Problemi Contemporanei», 35, 2004, pp. 107-135.
23  Cfr. M. Novaro, Populisme, réformes libérales et institutions démocratique en Argentine (1989-
1999), in «Politique et Sociétés», 2, 2002, pp. 79-100.

165
do dopoguerra dal giornalista satirico e commediografo Guglielmo Giannini24. Nelle
pagine dell’«Uomo qualunque», la testata fondata già nel 1944 da cui prese origine
il movimento, e della Folla, il saggio in cui Giannini condensò la propria visione della
storia, si possono in effetti riconoscere molti degli elementi propri della propagan-
da populista successiva25. A contrassegnare il “qualunquismo” è infatti, innanzitutto,
l’idea che nella storia dell’umanità tenda a riproporsi costantemente una netta con-
trapposizione tra la “Folla”, ossia la pacifica e laboriosa moltitudine degli individui
produttivi, e i “Capi”, il tirannico gruppo dei politici di professione, dediti a estorcere
alla società civile risorse economiche e a imporre loro i costi della propaganda e della
guerra. In questo senso, il “qualunquismo” di Giannini mostra davvero in modo pa-
radigmatico i tratti di una visione ‘antipolitica’, ossia di una visione che non si limita
a criticare un determinato ceto politico, ma lancia i propri strali sulla stessa politica,
perché ritiene un abuso da superare la distinzione tra governanti e governati, e perché
dunque giudica inutili, tirannici, parassitari tutti i “Capi” (a prescindere dall’ideologia
e dalle posizioni di cui si fanno portatori). Corollario quasi scontato di questa lettu-
ra, implicitamente anarcoide, è la convinzione che democrazia e dittatura non siano
così lontane l’una dall’altra, perché la democrazia parlamentare non sarebbe altro che
la dittatura esercitata da dirigenti e funzionari dei partiti, ma strettamente connessi
alla vocazione ‘antipolitica’ sono anche la connotazione liberista in campo economi-
co, l’idea di sostituire le elezioni con un sorteggio, oltre alla ferma convinzione che la
funzione di governo possa e debba essere assegnata non a uomini politici, bensì solo a
un “buon ragioniere”, estratto a sorte e in carica per un periodo molto limitato. Se pro-
prio questi elementi rendono per molti versi il “qualunquismo” il prototipo di molti
populismi contemporanei, oltre che della contraddizione tra una esibita professione
di fede antipolitica e l’impegno concreto nell’agone politico, Giannini non sviluppò
però mai quella proiezione identitaria che invece si ritrova in molti casi successivi.
E, non casualmente, pur concependo la “Folla” nei termini di una comunità positiva e
depositaria di valori ‘puri’, il commediografo si tenne sempre lontano sia dalla tenta-
zione di farla coincidere con il “Popolo”, sia dal connotare quella moltitudine in chiave
nazionalista26.
Se per qualificare la proposta del Fronte dell’Uomo qualunque la formula “populi-
smo” fu adottata solo a posteriori, l’Union et fraternité française (Uff), il movimento
fondato dal cartolaio Pierre Poujade nella Francia degli anni Cinquanta, venne invece
inteso molto presto come una prima manifestazione dei movimenti populisti europei.
In questo caso i classici motivi della retorica populista – l’insistenza sulla contrappo-
sizione fra il “popolo” e le élite (rappresentate dalle oligarchie economiche, ma anche
dagli intellettuali, dalla classe politica, dal personale burocratico) – risultavano decli-
nati in una chiave marcatamente nazionalista, e affiorava dunque quella concezione

24  Cfr. S. Setta, L’Uomo qualunque. 1944-1948, Roma–Bari, Laterza, 1995.


25  G. Giannini, La Folla. Seimila anni di lotta contro la tirannide, Roma, Faro, 1945.
26  Si veda, per una distinzione rispetto al populismo, la lettura di G. Pasquino, Qualunquismo, in N.
Bobbio – N. Matteucci – G. Pasquino (a cura di), Dizionario di politica, Torino, Utet, 1990, pp. 897-898.

166
del “popolo” come Gemeinschaft, come comunità organica, come ethnos, propria so-
prattutto del populismo latinoamericano. Ma emersero anche, come temi rilevanti,
la protesta fiscale contro lo Stato, l’opposizione al Mercato Comune Europeo, il giu-
dizio negativo di fronte al conflitto di classe, l’esaltazione del “buon senso” dell’uomo
della strada (contrapposto al sapere dei “tecnici”), il disprezzo verso le forme della
democrazia parlamentare, l’esaltazione nei confronti degli strumenti che dovrebbero
consentire la partecipazione ‘diretta’ del popolo, unitamente alla convinzione che a
esprimere i ‘reali’ bisogni debba essere un outsider, un ‘uomo comune’, lontano tanto
dai sofismi degli intellettuali quanto dalla schiera dei politici di professione27.
Anche l’esperienza dell’Uff di Poujade ebbe vita breve, perché, dopo il successo otte-
nuto nelle elezioni politiche del 1956 (in cui conquistò 52 eletti all’Assemblea nazio-
nale), il movimento fu vittima di una serie di scissioni e dimissioni che di fatto posero
fine all’esperienza già nel 1958. Proprio dalle fila dell’Uff uscì però il principale leader
del populismo europeo degli anni seguenti, e cioè Jean-Marie Le Pen, che, già portavo-
ce dei deputati poujadisti a soli ventisette anni, molto tempo dopo, negli anni Ottanta,
riuscì a trasformare il Front National (una formazione neo-fascista fondata nel 1972)
nell’esempio più noto del ‘nuovo populismo’ del Vecchio continente e a raggiungere
un rilievo nazionale, a partire dalla conquista dell’11,2% dei voti nelle elezioni eu-
ropee del 198428. Prima ancora che emergesse il caso del Fn, a far ricomparire il po-
pulismo sulla scena europea erano stati alcuni movimenti del Nord-Europa, come il
Fremskridtparti (Partito del Progresso) fondato in Danimarca da Mogens Glistrup e
il Fremdskrittparti norvegese, che all’inizio degli anni Settanta avevano puntato su
una vibrante protesta fiscale. Ma fu proprio il successo registrato dal Front national a
favorire un massiccio ricorso alla formula “populismo” per indicare una serie di par-
titi e movimenti che, pur avendo in comune alcuni tratti con la tradizione della destra
radicale, se ne distaccano per i principi ideologici e, in particolare, per i presupposti
individualistici, per una prospettiva spesso liberista in campo economico (o comun-
que per la fiducia nelle virtù del mercato), oltre che per l’idea che il “popolo”, compo-
sto dalla massa degli “uomini qualunque”, non debba essere ‘educato’ da capi e partiti,
perché il suo “buon senso” offre il migliore criterio di orientamento per l’azione poli-
tica29. A partire da quel momento la formula fu così adottata dagli interpreti – e quasi
mai invece dai protagonisti, che la rifiutavano (e continuano ancora oggi a rifiutar-
la) sdegnosamente come un’accusa di ricorrere a una facile demagogia – a proposito
della leadership di Jörg Haider in Austria, delle leghe regionali nell’Italia degli anni

27  Cfr. R. Souillac, Le mouvement Poujade. De la défense professionelle au populisme nationaliste


(1953-1962), Paris, Presses de la Fondation national des Sciences politiques, 2007.
28  Sul caso del Front national, si vedano per esempio, in una vasta letteraura, S. Gentile, Il populismo
nelle democrazie contemporanee. Il caso del Front national di Jean-Marie Le Pen, Milano, Franco Angeli,
2008, e N. Genga, Il Front national da Jean-Marie a Marine Le Pen. La destra nazional-populista in Fran-
cia, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2015.
29  Una discussione dei tratti che differenziano il populismo dalla destra radicale ed estrema è pro-
posta per esempio da M. Tarchi, L’Italia populista. Dal qualunquismo a Beppe Grillo, Bologna, Il Mulino,
2015, pp. 117-143.

167
Ottanta e della Lega Nord di Umberto Bossi nel decennio successivo, dei Republikaner
tedeschi di Franz Schönhuber negli anni Ottanta, del British National Party (Bnp) e
dello United Kingdom Independence Party (Ukip), del Vlaams Blok in Belgio, dell’U-
nione democratica di centro (Udc-Svp) nella Confederazione Elvetica, ma anche della
formazione politica guidata da Pim Fortuyn, del Partito della libertà di Geert Wilders
in Olanda e del Partito liberaldemocratico russo di Vladimir Žirinovskij. Ma proprio
l’estrema eterogeneità delle formazioni etichettate come “populiste” o “neo-populi-
ste” ha inevitabilmente generato più di qualche sospetto sull’appropriatezza di una
categoria interpretativa dai confini tanto larghi da poter di fatto ospitare movimenti
dalle opzioni politiche talvolta persino diametralmente opposte30.
L’ampiezza dei confini del “populismo” emerge d’altronde in termini evidenti an-
che a proposito del contesto italiano. Negli anni Settanta, Nicola Matteucci scorse per
esempio le coordinate di un populismo simile a quello latinoamericano nell’abbraccio
che ai suoi occhi andava prendendo corpo tra l’estrema sinistra di matrice marxista
e alcune componenti del mondo cattolico, unite da una visione manichea dei conflitti
sociali, dall’avversione al pluralismo liberale, da passioni elementari e dal rifiuto della
tradizione31. Venti anni più tardi, quando si era ormai delineato il quadro della ‘Secon-
da Repubblica’, Paolo Flores d’Arcais ritrovò invece nelle vicende politiche di Bettino
Craxi e Silvio Berlusconi un elemento comune costituito proprio dalla tendenza al
populismo32. In una approfondita ricostruzione storico-politologica, Marco Tarchi ha
inoltre rinvenuto tracce di populismo nel fascismo, nella vicenda politica dell’arma-
tore Achille Lauro, nella proposta del Partito radicale di Marco Pannella, nella Rete
dei primi anni Novanta, nella Lega Nord, nel giustizialismo di Antonio Di Pietro e dei
“girotondi”, nella parabola di Silvio Berlusconi e nell’avventura politica di Grillo e del
Movimento 5 Stelle33. Simile a quella proposta da Tarchi è anche la ricostruzione di
Nicola Tranfaglia, centrata sul significato specifico che riveste il populismo nella vi-
cenda repubblicana, passando da Achille Lauro a Bettino Craxi, e giungendo a Silvio
Berlusconi, senza dimenticare Grillo, la Lega Nord e l’Italia dei Valori. Tranfaglia rico-
nosce inoltre i tratti paradigmatici del leader populista anche in Matteo Renzi34, ma,

30  «La patente di populismo», scriveva in questo senso Alfio Mastropaolo già nel 2005, «è oggi
concessa con disinvoltura non solo a una folla di regimi e movimenti democraticamente non troppo
scrupolosi ma a ogni nuovo venuto, il cui stile e i cui discorsi, marcati dalla retorica del popolo, non
siano agevolmente riconducibili agli schemi politici prevalenti» (A. Mastropaolo, La mucca pazza della
democrazia. Nuove destre, populismo, antipolitica, Torino, Bollati Boringhieri, 2005, p. 56).
31  Cfr. N. Matteucci, Dal populismo al compromesso storico, Roma, Edizioni della Voce, 1976. Dalla
definizione di Matteucci, prendeva le mosse la discussione di E. Berselli, Populismo, in L. Ornaghi (a
cura di), Politica. Vocabolario, Milano, Jaca Book, 1996, pp. 382-384.
32  Cfr. P. Flores d’Arcais, Il populismo italiano da Craxi a Berlusconi, Roma, Donzelli, 1996. Allo stesso
Flores d’Arcais e alla sua rivista «Micromega» peraltro non è stata risparmiata l’accusa di farsi portato-
ri di una visione populista, manichea dell’azione politica: cfr. per esempio M. Tarchi, L’Italia populista,
cit., pp. 322-329.
33  M. Tarchi, L’Italia populista, cit.
34  Scrive infatti Tranfaglia: «Renzi fa parte della generazione postdemocristiana, ma del rigoro-
so senso dello Stato e delle istituzioni, che pure avevano gli uomini migliori di quel partito, ha ben
poco. Quello che non gli difetta è invece la spregiudicatezza, il decisionismo, un certo disprezzo per

168
più in generale, ritiene che tutti i partiti italiani siano oggi «infettati dal verme del
populismo, sia per il carisma che caratterizza di solito il capo prescelto, sia per i poteri
dispotici di cui dispone il capo verso i candidati eletti»35. E proprio una simile consa-
pevolezza spinge lo storico a ipotizzare che il populismo, «carattere originale della
nostra storia», sia diventato «il traguardo della politica nel Ventesimo secolo grazie
alla fine delle ideologie storiche che avevano contrassegnato, nel bene e nel male, la
storia precedente della Penisola»36. Limitando invece lo sguardo alle dinamiche del-
la Seconda Repubblica, Roberto Biorcio ha riconosciuto la fisionomia del populismo
nella Lega Nord e nel Movimento 5 Stelle, ma anche – come Tranfaglia – nelle due lea-
dership di Berlusconi e Renzi. In tutte queste esperienze, secondo Biorcio, emergono
infatti alcuni elementi comuni:

le formazioni politiche, i loro attivisti e i loro leader hanno cercato di ritrovare un contatto,
di ascoltare e di parlare direttamente ai cittadini, proponendosi come portavoce non solo
delle proteste contro la ‘partitocrazia’, ma anche delle loro richieste e dei loro problemi.
Mostrando spesso la tipica tendenza populista all’ “overpromising”, con una grande quantità
di promesse che spesso non sono riusciti a realizzare una volta eletti nelle istituzioni
rappresentative o al governo. […] Le strategie seguite sono state molto diverse, ma tutte
hanno cercato di colmare il vuoto lasciato dallo crisi delle forme di mediazioni politiche
che avevano caratterizzato la Prima repubblica. Le nuove forme di mobilitazione hanno
spesso rappresentato un’esperienza in controtendenza rispetto ai partiti esistenti perché
sono riuscite a coinvolgere nella vita politica attiva molte persone prima disimpegnate,
o solo impegnate in movimenti e comitati locali. Nelle nuove formazioni politiche sono
confluiti spesso cittadini che avevano vissuto un senso di abbandono da parte della politica
tradizionale, causato da passate esperienze politiche deludenti, unitamente a persone,
tendenzialmente più giovani, alla loro prima partecipazione attiva in un gruppo politico37.

le procedure e i meccanismi della partecipazione e della dialettica democratica […]. Il populismo di


Renzi è, ancora una volta, un populismo che parla alla pancia del Paese, che solletica il disprezzo per
gli intellettuali e i ‘professori’, che fa appello diretto al popolo. Gli italiani – dice il premier – sono con
lui, contro i ‘gufi’ (da notare l’uso di un termine adolescenziale per irridere gli avversari) che vogliono
fermare il cambiamento. C’è, insomma, nel comportamento e nel pensiero del ‘giovane’ Renzi qualcosa
di molto vecchio. Che ci riporta agli anni Ottanta e al craxismo, a Berlusconi e alla ‘modernità’ senza
sviluppo» (N. Tranfaglia, Populismo. Un carattere originale della storia d’Italia, Roma, Castelvecchi,
2015, pp. 83-84).
35  Ivi, p. 94.
36  Ibidem.
37  R. Biorcio, Il populismo nella politica italiana. Da Bossi a Berlusconi, da Grillo a Renzi, Milano, Mi-
mesis, 2015, p. 10. Se Biorcio intende l’ascesa politica di Matteo Renzi come il culmine di una trasfor-
mazione piuttosto lunga, segnata dall’egemonia della retorica populista, un’operazione simile è stata
proposta recentemente anche da Marco Revelli. La leadership di Renzi è infatti considerata anche da
Revelli come una forma inedita di populismo, «un populismo istituzionale, fondato sul transfert lea-
der-massa, sulla magia del linguaggio e sul mito dell’energia» (M. Revelli, Dentro e contro. Quando il
populismo è di governo, Roma–Bari, Laterza, 2015, p. 65). La novità del ‘renzismo’ è peraltro relativa,
perché Revelli ravvisa nell’ex sindaco di Firenze solo l’ultimo esemplare di una serie di «eroi della
commedia mediatica capaci di ‘simulare’, attraverso il camuffamento, una sovranità ormai evapora-
ta»: «Tutti uniformati dalla comune funzione di camouflage: trompe l’oeil per occultare il trono vuoto,
sostituendo al governo l’annuncio. Alla decisione politica il segnale mediatico […], come si addice a
una generazione di uomini di Stato a cui è dato di incarnare il paradosso di uno Stato insovrano […].
Sono la forma che la politica assume nell’epoca della crisi della politica. O, se si preferisce, sono l’in-
carnazione antropomorfa della post-politica, in un mondo nel quale l’esercizio effettivo del potere si è
ritirato dietro le quinte, lasciando sulla scena solo l’effetto magico – il prodige, appunto – della vuota

169
Naturalmente tutte queste proposte interpretative – così come altre che hanno ri-
guardato nel recente passato la politica italiana – offrono contributi interessanti, ma
non sono certo prive di qualche più o meno evidente deformazione, talvolta ascrivibi-
le anche al tentativo di screditare il carattere genuinamente democratico di un’espe-
rienza politica definendola “populista”. Ma ciò che il caso italiano rende palese – sep-
pur non certo eccezionale – è che il successo di nuove formazioni politiche etichettate
come “populiste”, benché fra loro profondamente diverse, ripropone con ancora mag-
gior forza tutti i dubbi sulla appropriatezza analitica del concetto di “populismo”.

4. Il cuore del populismo

Le difficoltà di definire gli elementi distintivi del “populismo” sono d’altronde ben
chiare almeno da mezzo secolo. In occasione di un forum organizzato nel 1967 dal-
la rivista «Government and Opposition» presso la London School of Economics, Isa-
iah Berlin, scontrandosi con la realtà di proposte definitorie non solo differenti ma
addirittura tra loro incompatibili, evocò il rischio che il dibattito cadesse vittima di
un «complesso di Cenerentola», e cioè che la discussione si indirizzasse sull’indivi-
duazione di un tipo ‘puro’ di populismo, destinato a cogliere qualche aspetto dei di-
versi casi storici di populismo ma a non trovare mai un pieno rispecchiamento nella
realtà38. Già nelle prime discussioni intorno al nucleo distintivo del populismo era-
no emerse d’altronde una serie di proposte interpretative nettamente divergenti39.
Edward Shils aveva identificato l’elemento qualificante del fenomeno nell’«appello al
popolo»40, mentre Donald MacRae – nel forum del 1967 presso la London School – si
spinse a individuare una vera e propria «ideologia populista», seppur estremamente
semplice, contrassegnata dalla proiezione verso un passato mitizzato e dalla nostal-
gia per la comunità delle origini41. E una proposta simile venne avanzata in Italia da
Ludovico Incisa di Camerana, uno dei primi studiosi del fenomeno, che, pur segnalan-
do come il populismo fosse contrassegnato dall’assenza di «un’elaborazione teorica
organica e sistematica», scrisse che la denominazione si attagliava agevolmente «a
quelle formule politiche per le quali fonte precipua d’ispirazione e termine costante di

parola» (ivi, pp. 74-75).


38  Cfr. I. Berlin et. alii, To Define Populism, in «Government and Opposition», 2, 1968, pp. 173-178.
39  Per una discussione del dibattito, si vedano M. Tarchi, Il populismo e la scienza politica: come libe-
rarsi del «complesso di Cenerentola», in «Filosofia politica», 3, 2004, pp. 411-429, Id., L’Italia populista,
cit., pp. 19-94, e F. Chiapponi, Il populismo come problematica della scienza politica. Un primo bilancio,
Genova, Erga, 2014.
40  E. Shiles, The Torment of Secrecy. The Background and the Consequences of American Security
Policies, Glencoe (Ill.), The Free Press, 1956.
41  D. MacRae, Populism as an ideology, in G. Ionesco, E. Gellner (eds.), Populism. Its Meanings and
National Characteristics, London, Weidenfeld and Nicolson, 1969, pp. 154-160.

170
riferimento è il popolo considerato come aggregato sociale omogeneo e come deposi-
tario esclusivo di valori positivi, specifici e permanenti»42. Peter Wiles contestò invece
che si potesse parlare di un’ideologia, seppur dai contorni labili, e propose invece di
considerare il populismo come una «sindrome» contraddistinta da una molteplici-
tà di sintomi (tra cui l’impronta moralistica, il rifiuto della burocrazia, l’irrisione nei
confronti delle ideologie, la diffidenza per il mondo intellettuale e in generale verso
l’establishment)43.
Allineandosi almeno in parte alla lettura di Wiles, Peter Worlsey suggerì l’ipotesi
che il populismo andasse considerato nei termini di una specifica declinazione della
cultura politica, centrata sui due principi della supremazia della volontà del popolo
sui vincoli istituzionali e della ricerca di una relazione diretta tra leader e popolo44.
Dopo i pionieristici lavori di MacRae, Incisa di Camerana e Worsley, altri studiosi
hanno più di recente ribadito il carattere ideologico del populismo, pur sfumandone
i contorni. Per Paolo Pombeni, si tratta per esempio di una «ideologia» che «propo-
ne di far risiedere la legittimazione politica nella esistenza di una ‘consonanza’ fra le
sedi del potere politico e il ‘popolo’»45. In un contributo influente, anche Yves Mény
e Yves Surel hanno riconosciuto il contenuto comune dell’ideologia populista nel ri-
chiamo alla sovranità popolare, nell’ostilità nei confronti delle élite e nell’auspicio di
tornare a un’originaria età democratica46. In modo ancora più netto, Loris Zanatta ha
ravvisato il «nucleo forte» della «debole ideologia populista» in una vera e propria
«cosmologia», ossia in «una visione del mondo» che raffigura il popolo nei termini di
una comunità organica, se non addirittura di un organismo naturale, all’interno della
quale non c’è naturalmente spazio per il conflitto o il dissenso, ma solo per l’unità del
corpo collettivo47. E, pur accantonando la nozione di «ideologia» (ma senza rinuncia-
re all’obiettivo di ritrovare un nucleo valoriale comune), Tarchi ha proposto infine di
considerare il populismo nei termini di una «mentalità», di una forma mentis, e cioè
di una predisposizione psicologica verso una determinata interpretazione della realtà
politica. Sulla scorta di questa ipotesi, ha dunque proposto una definizione estrema-
mente parsimoniosa, secondo cui il populismo viene a coincidere con «la mentalità
che individua il popolo come una totalità organica artificiosamente divisa da forze
ostili, gli attribuisce naturali qualità etiche, ne contrappone il realismo, la laboriosità e
l’integrità all’ipocrisia, all’inefficienza e alla corruzione delle oligarchie politiche, eco-
nomiche, sociali e culturali e ne rivendica il primato, come fonte di legittimazione del

42  L. Incisa di Camerana, Populismo, in N. Bobbio, N. Matteucci, G. Pasquino (a cura di), Dizionario
di politica, cit., p. 832.
43  P. Wiles, A syndrome, not a doctrine: some elementary theses on populism, in G. Ionesco, E. Gellner
(eds.), Populism, cit., pp. 166-179.
44  P. Worsley, The concept of populism, G. Ionesco, E. Gellner (eds.), Populism, cit., pp. 212-250.
45  P. Pombeni, L’appello al popolo, in «Ideazione», 2, 2000, p. 35.
46  Y. Mény, Y. Surel, Il populismo e la democrazia (2000), Il Mulino, Bologna, 2002.
47  Cfr. L. Zanatta, Il populismo. Sul nucleo forte di un’ideologia debole, in «Polis», 2, 2001, pp. 263-
292, Id., Il populismo: una moda o un concetto?, in «Ricerche di storia politica», 3, 2004 pp. 329-333, e
Id., Il populismo, Roma, Carocci, 2013.

171
potere, al di sopra di ogni forma di rappresentanza e di mediazione»48.
Imboccando una strada differente, Margaret Canovan ha invece evitato di ricondurre
le diverse manifestazioni di un fenomeno tanto eterogeneo a un unico ideal-tipo e ha
piuttosto tentato di costruire una classificazione delle diverse forme di populismo.
In questo senso ha perciò distinto tra un populismo agrario (di cui sarebbero stati
espressioni il movimento russo, quello dei farmers statunitensi e quello sorto nell’Eu-
ropa orientale a cavallo della Prima guerra mondiale) e un populismo propriamente
politico, all’interno del quale individua alcune varianti: il populismo autoritario di
Perón, un populismo incentrato invece sul ricorso agli strumenti della democrazia di-
retta, un populismo reazionario e infine un populismo adottato proprio da uomini po-
litici (come per esempio il Presidente americano Jimmy Carter)49. Ma il contributo di
Canovan – che rimane certo un punto di riferimento anche della discussione contem-
poranea – sottolinea soprattutto come il populismo vada in generale configurato non
come un insieme di valori, e dunque come una proposta ideologica (o proto-ideologi-
ca), ma semplicemente come un repertorio di stili politici, al quale possono attingere i
più differenti attori, senza che ciò implichi un riferimento a una ben precisa ideologia.
Sulla linea di Canovan – che ritrova il tratto distintivo del populismo in elementi stili-
stici e dunque in una serie di strategie retoriche, ben più che in un comune nucleo ide-
ologico – si sono attestati alcuni autorevoli studiosi del fenomeno, come per esempio
Alan Knight e Pierre-André Taguieff50. E pur prendendo in considerazione le diverse
interpretazioni di un fenomeno tanto controverso, anche Tranfaglia propone una de-
finizione in parte in linea con quella di Canovan (almeno nella misura in cui esclude il
riferimento a un’ideologia). Ai suoi occhi il populismo, «inteso come capacità di coin-
volgere le masse degli umani, dicendo loro esattamente quello che vogliono sentirsi
dire, e non dovendo attuare un programma preciso o dettato da un’ideologia pregres-
sa (un modo di governare che ha caratterizzato i secoli precedenti il Ventunesimo, ma
fino ad oggi, non quest’ultimo)», si trova infatti a disporre «della flessibilità necessaria
per andare di volta in volta incontro alle esigenze e ai desideri del suo popolo»51.
La contrapposizione tra quanti ritrovano nel populismo semplicemente un arma-
mentario stilistico e coloro che invece sottolineano la ricorrenza di un costante nucleo

48  M. Tarchi, L’Italia populista, cit., p. 77.


49 Cfr. M. Canovan, Populism, London, Junction, 1981.
50 Cfr. A. Knight, Populism and Neopopulism in Latin America, Especially Mexico, in «Journal of Latin
American Studies», 2, 1998, pp. 223-248, e P.A. Taguieff, L’illusione populista (2002), Milano, Bruno
Mondadori, 2003.
51 N. Tranfaglia, Populismo, cit., p. 6. Naturalmente Tranfaglia non trascura altri aspetti – il riferimen-
to al popolo come comunità omogenea, il rancore verso gli intellettuali, l’ossessione per il complotto,
la presenza di un leader carismatico – ma non è casuale che si concentri, nella propria definizione
minimale, sull’assenza di chiari riferimenti ideologico-programmatici. In effetti, per Tranfaglia il po-
pulismo è soprattutto un fenomeno che emerge prepotentemente nei momenti di passaggio storico,
di crisi, di lacerazione, che abbattono le vecchie identità e offrono spazio a nuove proposte. «Il feno-
meno populistico», scrive in questo senso, «ha un andamento carsico nella società contemporanea», e
compare «di fronte alle crisi belliche come a quelle economiche e sociali, e appare come una reazione
al senso di frammentazione di una comunità in precedenza apparsa come coesa e raccolta intorno a
valori accettati della grandissima maggioranza delle persone» (ivi, p. 15).

172
valoriale è con ogni probabilità destinata a continuare a lungo, per motivi che peraltro
non sono solo legati all’ambiguità del concetto, ma anche agli utilizzi polemici che ne
sono stati fatti nel linguaggio politico europeo dell’ultimo mezzo secolo52. Ma le diffi-
coltà periodicamente riemerse nel dibattito sul “populismo”, negli ultimi anni – invece
di essere risolte – si sono addirittura rafforzate in seguito al successo di forze politi-
che che, a vario titolo, sono state fatte rientrare nel novero dei populismi. Da questo
punto di vista, il 2015 – iniziato con la vittoria di Syriza, proseguito con l’afferma-
zione del Front National in Francia e concluso dal risultato significativo riportato da
due formazioni come Podemos e Ciudadanos in Spagna – è stato addirittura definito
come «l’anno d’oro dell’era populista»53. E proprio le differenze che separano queste
formazioni sono tanto evidenti non solo da mettere in questione la stessa legittimità
dell’espressione “populismo”, che rischia, proprio per il suo carattere indeterminato,
di oscurare le specificità dei singoli movimenti che vengono ricondotti alla grande fa-
miglia populista54. Ma, soprattutto, contribuisce a mettere in difficoltà quelle proposte
che hanno sottolineato – con maggiore o minore energia – il carattere ideologico del
populismo, e che in particolare hanno sostenuto che il suo nucleo valoriale vada ri-
conosciuto nell’idea di una ‘comunità organica’, intesa come un corpo collettivo di cui
conservare l’unità. Se certo una simile proposta definitoria risultava sostanzialmente
avvalorata dal repertorio di molti movimenti vicini (anche se non sovrapponibili) alla
destra radicale, contrassegnati da una marcata xenofobia, dall’utilizzo di motivi raz-
zisti e nazionalisti, o dal richiamo a un’identità etnica da preservare, è evidente che
l’ingresso sulla scena di attori come il Movimento 5 Stelle e in special modo come Po-
demos non può non riaprire la discussione. E non soltanto perché nell’armamentario
retorico di queste formazioni la componente xenofoba è assente (o solo parzialmente

52  Se certo è vero – come spesso è stato sottolineato – che molti concetti utilizzati dalle scienze
sociali sono “essenzialmente contestabili”, e cioè che sono costantemente al centro di discussioni in-
torno al loro nucleo distintivo, è infatti evidente anche che i dibattiti sul significato del termine “de-
mocrazia” o del termine “totalitarismo” non possono essere collocati sullo stesso piano di quello che
si svolge attorno al termine “populismo”. E non tanto perché la sua importanza non sia paragonabile
agli altri due, ma perché si tratta di termini con una connotazione originariamente di ben diversa. La
parola “democrazia” nel corso del Novecento è stata una bandiera contesa da movimenti, leader e
regimi tra loro ben differenti, anche perché – specie a partire dal 1989 – la ‘democraticità’ è venuta a
costituire una sorta di requisito per stabilire la legittimità o meno di un soggetto politico. All’opposto,
il concetto di “totalitarismo” venne forgiato nel corso di uno scontro politico per legittimare la guerra
(‘calda’ e ‘fredda’) contro regimi dipinti come nemici della libertà e della pace. Almeno in Europa il
termine “populismo” viene invece prevalentemente utilizzato per riferirsi a movimenti che operano
all’interno di un regime democratico (e che non sono neppure sempre in contrasto con i principi della
democrazia liberale); inoltre, risulta sovente utilizzato con finalità squalificanti, ossia con un signi-
ficato sostanzialmente analogo a quello della parola “demagogia”, e soprattutto viene quasi sempre
rifiutato dai movimenti cui viene attribuita una vocazione populista.
53  N. Urbinati, L’anno del populismo, in «la Repubblica», 29 dicembre 2015, p. 30.
54  «Alla fine di quest’anno d’oro dell’era populista» - ha scritto infatti Urbinati - «ci troviamo di fron-
te a una questione: il populismo è un’uscita dai fondamenti liberali della democrazia costituzionale
o è il nome di un partito nuovo che deve imporsi nell’agone politico e ha l’ambizione di creare una
nuova maggioranza per proporre politiche sociali di sinistra. I movimenti populisti sono certamente
il sintomo di un malessere sociale ed economico, ma non è chiaro quale politica originale abbiano da
proporre» (ibidem).

173
presente nel caso del M5S e soprattutto del suo leader, il quale in diverse occasioni
ha comunque ripreso temi propri del populismo nazionalista e in generale della reto-
rica securitaria a proposito dei flussi migratori), ma perché Podemos ha rivendicato
esplicitamente il “populismo” – in un’accezione ‘positiva’, che richiama ben più la tra-
dizione politica latinoamericana che quella europea, e che attinge direttamente alla
‘riabilitazione’ teorica del concetto compiuta da Ernesto Laclau – come componente
originaria del proprio esperimento politico, volto a ‘democratizzare’ la democrazia e
a ridare voce al popolo. Proprio per questo la definizione di un termine dai significati
già in origine tanto sfuggenti come “populismo” non può che diventare ancora più
problematica55. E il «complesso di Cenerentola» rischia di diventare davvero un pro-
blema senza soluzione, perché – per ospitare piedi tanto diversi – la scarpetta della
definizione del “populismo” finisce col diventare talmente larga da poter essere ‘cal-
zata’ in fondo dal piede di quasi qualsiasi movimento politico.
Dinanzi al successo registrato nell’ultimo quindicennio dalle proposte definite a va-
rio titolo come populiste, ma anche dinanzi all’estrema eterogeneità dei movimenti
che vengono ricondotti a questa categoria, la vecchia proposta di Canovan, che indivi-
duava nel populismo uno stile – un insieme di strumenti retorici utilizzabili da forze
politiche con le più differenti ideologie (ma anche prive di un’ideologia strutturata)
– non può così non risultare rafforzata. D’altronde le ambiguità che si possono ritrova-
re nel concetto di “populismo” sono simili a quelle che, nello spazio della modernità,
vengono a contrassegnare il “popolo”. Anche quando si evoca il populismo, il “popolo”
di cui si parla è infatti un soggetto dalla sagoma incerta, che si colloca nello spazio

55  Per questo, oltre ad aggiornare la classificazione di Canovan aggiungendo una nuova forma di
«telepopulismo», Biorcio ha cercato di distinguere tra un populismo di destra e un populismo di sini-
stra: il primo sarebbe contrassegnato dalla delegittimazione dei partiti, dalla mobilitazione dell’osti-
lità contro gli immigrati, nella resistenza delle comunità locali contro il processo di unificazione euro-
pea e contro gli effetti della globalizzazione; la famiglia dei populismi di sinistra – in cui Biorcio colloca
Podemos e Syriza, ma anche il Movimento 5 Stelle – sarebbe invece contrassegnata da movimenti che,
«pur recuperando diversi aspetti della protesta populista, sono molto lontani dalle idee della destra
e si impegnano a difendere gli interessi dei cittadini comuni contro quelli delle élite economiche e
finanziarie» (R. Biorcio, Il populismo nella politica italiana, cit. pp. 26-27). Forse la linea di distinzio-
ne tra populismi di destra e di sinistra fissata da Biorcio può sollevare alcune perplessità, che sono
d’altronde alcune delle perplessità che tendono a mettere in discussione l’utilità della formula “popu-
lismo”. A ben guardare, infatti, a distinguere il populismo di destra da quello di sinistra (tralasciando
anche il caso ambiguo del M5S) non è l’atteggiamento contro le “élite economiche e finanziarie”, che
anzi vengono invariabilmente a rappresentare una parte da protagonista anche nelle retoriche (non
di rado ‘complottiste’) di forze come il FN o la Lega Nord, né tantomeno la linea adottata contro l’UE,
anche se il grado di “euroscetticismo” (soprattutto a proposito della moneta unica) varia a seconda dei
momenti e delle circostanze. A distinguere la destra e la sinistra del campo populista – se lo si vuole
chiamare così – è piuttosto l’atteggiamento nei confronti degli stranieri, dei flussi migratori e dell’e-
stensione della protezione del Welfare anche a coloro che non siano “cittadini”. E non è affatto casuale
che formazioni ‘anfibie’ come il M5S evitino di assumere a questo proposito una posizione netta, in
grado di fissare in modo definitivo la propria collocazione nell’area della sinistra (o persino della sini-
stra radicale). D’altronde, ciò che per Biorcio appare più significativo, per la fenomenologia del popu-
lismo italiano, ben più che il contenuto specifico della retorica populista, è il tentativo di superare «le
mediazioni politiche tradizionali» e di «farsi portavoce delle […] proteste contro la ‘partitocrazia’ e il
ceto politico», oltre che «di dare rappresentanza alle domande di cambiamento radicale della politica
tradizionale, proponendosi di conquistare i voti necessari per garantire, anche alleandosi, una diversa
forma di governabilità al paese» (ivi, p. 145).

174
della politica moderna, ossia in uno spazio in cui non esistono gerarchie ‘naturali’, e
in cui – come voleva Claude Lefort – «il luogo del potere diventa un luogo vuoto»56.
Dopo l’Ottantanove il “popolo” del populismo non è cioè il demos dei Greci o il populus
dei Romani: non è una “parte” specifica della popolazione, ma l’esito di conflitti e raf-
figurazioni contrapposte sul “tutto”, o meglio su chi siano gli interpreti più autentici
della volontà, degli interessi, dei bisogni di quel «popolo introvabile» cui è affidato il
potere sovrano57. Il concetto moderno di “popolo” è dunque un campo conflittuale, e
il suo significato è destinato a registrare l’esito delle controversie politico-dottrinarie
su ‘chi’ sia davvero il legittimo interprete della sovranità popolare58. L’appello al po-
polo che caratterizza la retorica populista e la celebrazione delle virtù di quel popolo
da cui viene fatta discendere la legittimazione dell’azione politica, così come la con-
vinzione che l’“unità” del popolo vada difesa dalle minacce rappresentate dalle élite
o da altri nemici (interni ed esterni), non fanno dunque che rivisitare un motivo che
contrassegna in modo originario la concezione moderna della politica, e non è perciò
affatto sorprendente che essi possano essere riconosciuti nel codice genetico quasi di
qualsiasi movimento (in special modo nel loro statu nascenti). E se il “popolo” viene
quasi invariabilmente raffigurato come un “Tutto”, la cui unità è insidiata da nemici
interni ed esterni, è quasi scontato rilevare come una simile tendenza non sia cer-
to caratteristica esclusiva del populismo, ma attraversi in realtà l’intera vicenda del
pensiero occidentale, anche se nello spazio politico della modernità l’aspirazione alla
piena e stabile coerenza del “Tutto” non può mai essere soddisfatta, perché l’ordine
del “Tutto” è sempre destinato a essere ‘disordinato’ dall’irruzione delle “Parti”59. Per
questo il populismo sembra in fondo definire – più che un fenomeno davvero unitario,

56  C. Lefort, La questione della democrazia (1983), in Id., Saggi sul politico. XIX e XX secolo, Bologna,
Il Ponte, 2006, p. 27.
57  P. Rosanvallon, Il popolo introvabile. Storia della rappresentanza democratica in Francia (1998),
Bologna, Il Mulino, 2005.
58  D’altronde, «a proclamarsi popolo, a pretendere il monopolio della legittimità e dell’esercizio
della politica non fu, in seguito alle rivoluzioni borghesi, il popolo inteso come tutti i cittadini dello
Stato, ma solo alcune parti, alcune élites più o meno esigue», mentre in seguito, «nel corso dell’Otto-
cento, le correnti ideologiche antiborghesi e antiliberali, quelle cristiane, quelle democratiche e quelle
socialiste […] si impadroniscono nuovamente della parola ‘popolo’ e la usano nella lotta politica come
un concetto di parte, contrapponendola ai ricchi, ai capitalisti, alle élites» (C. Galli, Popolo, in Id., Ab-
biccì della cronaca politica, Bologna, Il Mulino, 2012, p. 85).
59  Per un’argomentazione più ampia di questo nodo, rimando a D. Palano, Partito, Il Mulino, Bolo-
gna, 2013. Ma a proposito del ruolo che l’“unità” riveste anche nel patrimonio identitario della sinistra
(non solo italiana), Pino Tripodi scriveva molti anni fa: «con un appello all’unità si concludeva il Ma-
nifesto del Partito Comunista; “l’Unità” si è chiamato il quotidiano del Pci, oggi del Pds; “Nuova Unità”
si chiamò l’organo di una formazione marxista-leninista. Unità è uno dei termini più pronunciati e più
commoventi della sinistra. “Il popolo unito non sarà mai vinto”: su queste incredibili parole di una
canzone degli Inti-Illimani arrivò l’eco della tragedia cilena negli anni Settanta. L’unità sindacale è
un bene prezioso da salvaguardare, costi quel che costi. L’ossessione per l’unità è tale che qualunque
scissione nella sinistra è avvenuta in suo nome. Scorrendo i documenti che hanno ufficializzato rotture
e scissioni in quest’area politica, ci si accorge che tra i vocaboli più pronunciati vi è appunto unità. […]
La ragione di ogni scissione sembra essere quella di promuovere l’unità della sinistra. Dietro ogni
atto scissionista si nasconde il fantasma dell’unità. L’unità si nutre di scissioni, ogni scissone rafforza
il bene supremo dell’unità». Cfr. P. Tripodi, I popoli del populismo, in S. Bianchi (a cura di), La sinistra
populista. Equivoci e contraddizioni del caso italiano, Castelvecchi, Roma, 1995, p. 75.

175
un’ideologia dai contorni sfumati, o una “mentalità” – uno stile retorico, di cui forse
nessuna forza politica può davvero fare a meno. Certo il “popolo” a cui il populismo
si appella può recare in sé la traccia di una comunità ‘originaria’, o soprattutto di una
Gemeinschaft connotata in senso etnico, e così è forse implicita nello stile retorico po-
pulista una tendenza a tramutare il demos in un ethnos minacciato da forze estranee
e ostili. Ma, a ben guardare, non si tratta di una deriva inevitabile, e d’altronde anche
nella retorica delle forze più ideologiche non è difficile ritrovare qualche traccia – più
o meno forte – di populismo. Basti pensare, da questo punto di vista, al Pci di Togliatti,
alle polemiche contro i “forchettoni” e all’enfasi sulle masse “popolari”, ben più che
sulla classe operaia e sui lavoratori salariati, ma anche alla retorica di formazioni del-
la sinistra extra-parlamentare degli anni Settanta come Lotta continua, il cui inno,
invocando la prospettiva di una «lotta di lunga durata», chiariva che si trattava di una
«lotta di popolo armata», senza dimenticare di aggiungere che il popolo rivoluziona-
rio, diviso sino a ieri, risultava composto – secondo la più cristallina logica dell’enu-
merazione – da «operai, compagni, braccianti e gente dei quartieri», «studenti, pastori
sardi».
Le motivazioni del recente successo dei movimenti che utilizzano la retorica populi-
sta non vanno dunque ricercate tanto, o soltanto, nel mutamento di un clima ideologi-
co, che riporterebbe sulla scena la nostalgia per una incontaminata comunità origina-
ria, quanto probabilmente in alcune trasformazioni, tutt’altro che congiunturali, che
attraversano i sistemi politici occidentali. Innanzitutto, non può essere certo conside-
rata irrilevante quella tendenza alla ‘disintermediazione’ che modifica i canali della
comunicazione politica e che contribuisce (ancora più energicamente) a indebolire i
già fragili rapporti tra cittadini e partiti. E, ovviamente, non può essere trascurato né
il peso giocato dai fattori ‘strutturali’ – dalla crisi fiscale dello Stato, alla stagnazione
economica, allo spostamento verso Oriente delle dinamiche geo-economiche – né il
ruolo rivestito dall’Unione Europea nella genesi di movimenti che si presentano, in
vario modo, come ‘anti-sistemici’60. Ma, accanto a questi fattori, un aspetto altrettanto
rilevante è relativo all’effetto che tali tendenze producono sulle più consolidate iden-
tità politiche. Il populismo – oggi come ieri – viene infatti a occupare lo spazio lasciato
libero dalle precedenti identità politiche, in corrispondenza di fasi di crisi. Ed è molto
probabile che oggi l’Europa stia attraversando – non solo, ma anche per effetto del-
la crisi economica – una fase di brusca ridefinizione delle identità politiche, che per
esempio sfida in profondità le classiche demarcazioni tra destra e sinistra. Le varie
formazioni che possono essere fatte rientrare nei confini labili del “populismo” – da
Renzi al Fronte nazionale, dalla Lega Nord a Podemos – hanno così forse in comune
proprio il fatto di tentare di definire nuove linee di demarcazione e di costruire nuove
identità, non tanto costruendo nuove ideologie, ma appellandosi a quel popolo inaf-
ferrabile cui è affidato il potere sovrano.

60  Rimando per uno sviluppo più articolato di questa lettura a D. Palano, La democrazia senza par-
titi, Milano, Vita e Pensiero, 2015.

176
5. Un altro populismo è possibile?
È probabilmente proprio in questa chiave che l’esperienza teorico-politica di Podemos
sembra davvero particolarmente significativa, e non soltanto perché rappresenta
il primo caso europeo di un populismo che – oltre a non rifiutare l’etichetta – si
colloca su un versante di sinistra. A rendere particolarmente interessante la vicenda
di Podemos è in effetti la stessa genesi di questa formazione, che, per quanto possa
essere intesa come uno sviluppo ‘politico’ degli Indignados, può essere anche inter-
pretata come il risultato di un esperimento – ancora in fase interlocutoria, sebbene
per ora riuscito – realizzato da un ristretto gruppo di intellettuali, alcuni dei quali
giovani accademici dell’Università Complutense di Madrid, con alle spalle esperienze
più o meno durature nella sinistra radicale. Sull’onda delle proteste del 2011 e sulla
scorta dei successi dei nuovi regimi ‘populisti’ latinoamericani (ma, in realtà, anche
in seguito alla riflessione autocritica seguita alla sconfitta elettorale patita nel 2011
dalla formazione Izquierda Anticapitalista, nata da una costola di Izquierda Unida), il
nucleo fondatore di Podemos – ufficialmente formatosi nel novembre 2013 – iniziò a
elaborare una strategia politica basata soprattutto sulla comunicazione. Ben presto
tra i suoi esponenti prese a emergere la spiccata personalità di Pablo Iglesias Turrión,
un giovane politologo della Facoltà di Scienze politiche della Complutense, la cui no-
torietà era legata in realtà – più che agli studi e all’attività accademica – alla carriera
di opinionista televisivo, avviata già dal 2010, nella trasmissione online La Tuerka.
E proprio la figura di Iglesias è diventata da allora il perno della comunicazione di
Podemos, oltre che il pilastro di un successo che ha condotto il nuovo partito a ot-
tenere nelle europee del 2014 – pochi mesi dopo la fondazione – una prima rilevan-
te affermazione61. Anche grazie alle indiscutibili abilità comunicative del suo leader,
Podemos si definisce così come un’operazione volta a rompere esplicitamente non
solo con la sinistra spagnola (rappresentata dal Psoe e anche da Izquierda Unida), ma
soprattutto con l’iconografia del movimento socialista novecentesco, nonostante lo
stesso Iglesias non rinunci né a rivendicare il proprio passato nelle formazioni della
sinistra radicale, né a indicare in Marx, Gramsci e in altri pensatori marxisti i propri
riferimenti teorici62.
Come tutti i fenomeni ancora nella fase nascente, anche Podemos rimane natural-

61  «Ultra efficace nelle sue comparsate televisive», come lo descrivono Matteo Pucciarelli e Giacomo
Russo Spena (in un instant-book non certo parco di toni celebrativi), «carismatico, una grande dia-
lettica e doti da vero animale da palcoscenico, castigatore integerrimo dei politici e delle malefatte»,
«amato e anche odiato universalmente: nessuno ne ha mai messo in dubbio l’onestà personale: non
poco in un paese piagato dalla corruzione e dai comportamenti eticamente discutibili di una gran
parte dei personaggi pubblici» (M. Pucciarelli, G. Russo Spena, Podemos. La sinistra spagnola oltre la
sinistra, Alegre, Roma, 2014, p. 69).
62  «Per i dirigenti di Podemos», ha scritto Renaud Lambert, «la sinistra si è data a lungo ad analisi
astruse, riferimenti oscuri e un vocabolario in codice», e così il primo compito del nuovo partito «con-
siste nel ‘tradurre’ le posizioni tradizionali della sinistra in discorsi capaci di ottenere la più ampia
adesione: le questioni della democrazia, della sovranità, dei diritti sociali» (R. Lambert, Podemos. Il
partito che scuote la Spagna, in «Le Monde diplomatique», gennaio 2015, p. 20).

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mente una realtà ancora difficile da interpretare, soprattutto perché le sue coordi-
nate ideologiche e la sua fisionomia organizzativa sono davvero molto complicate da
classificare all’interno delle più familiari griglie concettuali. Per il bagaglio ideologico
(più o meno esibito) dei suoi dirigenti, è infatti inevitabile accostare Podemos ad altre
formazioni della ‘nuova’ sinistra radicale europea, e in particolare a Syriza e al suo
leader Alexis Tsipras. Da molti altri punti vista, Podemos è invece più simile al Movi-
mento 5 Stelle, non solo per la centralità che ha assegnato al piano comunicativo (e
alla leadership di Iglesias), ma anche per il tentativo di andare ben oltre il perimetro
dell’elettorato di sinistra, rinunciando a molti degli elementi identitari di questa tra-
dizione politica. E d’altronde il perno fondamentale della sua comunicazione – la lotta
alla “casta”, alla classe politica corrotta del Ppe e del Psoe, ma più in generale all’intera
classe dirigente della Spagna post-franchista – avvicina Podemos, molto più che alla
sinistra radicale, alla retorica ‘anti-politica’ del M5S e alle diverse espressioni di disaf-
fezione che, negli ultimi decenni, sono state etichettate come populiste63. Il discorso
di Podemos non sembra per esempio distanziarsi molto da quella retorica che imputa
tutti i guasti a una minoranza corrotta, privilegiata e vorace che si annida nei centri
di potere della società, e che in fondo si poteva ritrovare anche nelle vecchie pagine
di Giannini. Alla base dell’utilizzo del linguaggio ‘anti-casta’ (si potrebbe persino dire
‘anti-politico’) è però facile ritrovare proprio la mediazione teorica cruciale di Ernesto
Laclau e della sua idea ‘positiva’ del populismo64.
Il filosofo argentino, prematuramente scomparso nel 2014, aveva infatti liberato la
nozione dalle connotazioni negative di cui il termine è gravato soprattutto in Europa,
assumendo il populismo come l’espressione paradigmatica della dinamica di costru-
zione delle identità politiche. Ovviamente l’operazione di Laclau risentiva dell’espe-
rienza del peronismo argentino, e in particolare di quel processo attraverso il quale
negli anni Sessanta Perón – allora in esilio ed escluso dalla politica nazionale – era
divenuto il ‘collante’ di tutti quei compositi soggetti sociali che si opponevano ai go-

63  In un passaggio importante di un suo libro Pablo Iglesias, fondatore e leader di Podemos, scrive
per esempio: «a questa casta politica che prende le decisioni e mantiene uno scandaloso tenore di
vita non interessano le sofferenze che colpiscono la maggior parte dei cittadini. I membri di questa
casta hanno l’assistenza sanitaria privata, mandano i loro figli in esclusive scuole private, hanno sa-
lari e condizioni di lavoro privilegiate (quando lavorano) e i loro figli entrano nelle grandi imprese
grazie alle raccomandazioni. La distanza tra i rappresentanti e i rappresentati cresce ogni volta che
un privilegiato che chiede dei sacrifici ai cittadini è scoperto a guadagnare denaro in forma illegale o
socialmente illegittima» (P. Iglesias, Democrazia anno zero. Il manifesto politico del leader di Podemos,
Roma, Alegre, 2015, p. 168).
64  Come è stato d’altronde osservato: «Podemos, facendo proprie e intrecciando le teorie di Laclau
e Gramsci, punta a unire tutti i soggetti colpiti dalle ‘caste’, cioè dall’alto. Giocandosi la carta del prag-
matismo: se il mercato della politica è diventato uno scaffale di un centro commerciale, dove la scelta
del prodotto da parte dei consumatori (elettori) avviene più per sensazione o per l’immagine della
confezione, allora tanto vale inserire i contenuti in un contenitore attraente. Nuovo. Pulito. Dinamico.
Accessibile a tutti. […] La forma data a Podemos è un misto buono per tutte le esigenze. Per i consuma-
tori meno esigenti del prodotto Podemos, basta Internet, il colpo di clic, basta lo smartphone a portata
di mano; per i più critici, resta lo spazio classico fatto di assemblee, comitato, riunioni, circoli che si
richiamano alle forme della lotta di classe. E poi, ancora e soprattutto, la televisione» (M. Pucciarelli,
G. Russo Spena, Podemos, cit., pp. 86-87).

178
verni anti-peronisti. Ma la riflessione condotta da Laclau, e culminata nel 2005 in La
ragione populista65, segue anche un itinerario più complesso, in cui sono tutt’altro che
secondarie le influenze del dibattito europeo sui ‘nuovi movimenti sociali’ e sull’asce-
sa del neoliberismo. In effetti Laclau firmò insieme a Chantal Mouffe, alla metà degli
anni Ottanta, uno dei libri più importanti dell’intero dibattito ‘post-marxista’66: un li-
bro in cui, oltre ad abbandonare la centralità delle categorie interpretative marxiane
(soprattutto il conflitto capitale-lavoro), veniva proposto un armamentario teorico
che, di fatto, avrebbe orientato tutta la riflessione successiva di Laclau. Il presupposto
del ragionamento – in estrema sintesi – era innanzitutto un attacco alle pretese di
scientificità del marxismo: un motivo non certo nuovo, che però veniva declinato non
tanto per pronunciare un addio all’idea di conflitto, quanto per declinarla sul ver-
sante delle rappresentazioni simboliche. In sostanza, mentre il marxismo (nelle sue
molteplici varianti) aveva sempre ritenuto di poter decifrare la posizione dei diversi
settori di classe a partire da una conoscenza della struttura ‘oggettiva’ della società,
per Laclau e Mouffe era indispensabile riconoscere come la società e dunque le stesse
classi fossero in realtà l’esito di rappresentazioni, e non derivassero la loro identità da
fattori ‘oggettivi’. E proprio per questo recuperavano la nozione gramsciana di «ege-
monia», sciogliendola però da qualsiasi legame con quanto rimaneva dell’apparato
marxista, per enfatizzare invece quegli elementi ‘soreliani’ che chiamavano in causa
il «mito», in quanto elemento di costruzione delle identità collettive (e dunque delle
classi). Procedendo su questo versante, Laclau poteva riformulare – con solo qualche
parziale aggiustamento rispetto all’impianto delineato negli anni Ottanta – la nozione
di “populismo”, elevando un edificio teorico senza dubbio affascinante, nel quale tut-
ti i diversi riferimenti – Gramsci, Freud, Lacan – erano però utilizzati come semplici
‘materiali da costruzione’ (dichiaratamente senza alcun riguardo per la fedeltà e per
il rigore filologico). Alla fine, la costruzione del “popolo” appare per molti versi come
una sorta di operazione ‘linguistica’, o meglio come un lavoro che si svolge interamen-
te sul terreno delle rappresentazioni. Perché il “popolo” (che non promana da alcuna
essenza ‘originaria’, né tantomeno da determinazioni sociali) si forma per effetto di
«catene equivalenziali» che possono ancorarsi a un «significante vuoto», la cui forza
attrattiva è direttamente proporzionale al fatto stesso che quel significante sia davve-
ro ‘vuoto’67. Benché sia stata sviluppata soprattutto sul versante della teoria politica,
la riflessione di Laclau si è incontrata con il nuovo corso della politica latinoamerica-
na. E così, se in Argentina Laclau ha per esempio sostenuto con forza il ‘kirchnerismo’,
il suo schema è stato utilizzato anche altrove per fornire una sorta di legittimazione

65  Cfr. E. Laclau, La ragione populista (2005), Roma–Bari, Laterza, 2008.


66  E. Laclau, C. Mouffe, Egemonia e strategia socialista (1985), Genova, il Melangolo, 2011.
67  Sulla scorta di Laclau, anche in Italia non sono mancate alcune rivalutazioni (più o meno critiche)
dell’opzione populista: cfr. in proposito C. Formenti, La variante populista. Lotta di classe nel neolibe-
rismo, Roma, DeriveApprodi, 2016, e anche M. Tronti, Le democrazie tra populismo e antipolitica, in
A. Heller et alii, Idee per il futuro della politica. Democrazia e rappresentanza: problemi e prospettive,
Milano, Franco Angeli, 2016 (anche secondo Tronti il concetto di «costruzione del popolo» è infatti
«tutto da riscoprire, aggiornare e soprattutto, in forme nuove, da praticare»).

179
dottrinaria ai nuovi governi di sinistra. Ma dall’America Latina è giunto anche in Euro-
pa, dove Podemos ha colto nella visione del populismo proposta da Laclau una chiave
per elaborare un esperimento di ‘costruzione (simbolica) del popolo’ compiuto da
parte di un ristretto gruppo di intellettuali. Un esperimento in cui non è difficile trova-
re una sorta di esplicitazione proprio della logica delineata da Laclau68. E, soprattutto,
un esperimento in cui – specie sul terreno della ridefinizione linguistica e simbolica
della tradizione della ‘sinistra’ – giocano un peso tutt’altro che secondario anche le
esperienze dell’Equador di Rafael Correa, della Bolivia di Evo Morales e del Venezuela
di Hugo Chavez. Sulla scorta di Laclau, Podemos viene dunque presentato dai suoi
dirigenti come una forma di “populismo” di sinistra, ossia come un’esperienza poli-
tica diretta a conquistare un’«egemonia» che – a differenza di quella gramsciana – si
colloca però prevalentemente sul piano simbolico e comunicativo69. Iñigo Errejón Gal-
ván – forse l’esponente di Podemos che più si è impegnato nella costruzione di una
riflessione teorica – viene così a configurare esplicitamente il movimento degli Indi-
gnados come l’esempio di una lotta “egemonica”, ossia di un conflitto che, recependo
le indicazioni ‘stilistiche’ (e non teoriche) della “Disobbedienza italiana”, ha puntato a
costruire nuove identità politiche e nuove linee di divisione:

Il 15M deve gran parte della sua forza al fatto di avere generato un’identità politica nuova,
che spariglia gli allineamenti esistenti e ha la capacità di articolare simpatie e solidarietà
relativamente trasversali. […] A partire dall’identificazione di casi particolari che illustrano
un problema collettivo, il movimento è in grado di politicizzare le carenze concrete e, fino a
ora, vissute individualmente. Poi però traccia, a partire da quelle, una frontiera che è tanto più
forte di quello che si pretende, e può presentarsi come non ideologica: la grande maggioranza,
sempre più condannata alla precarietà e privata di cittadinanza politica da una piccola casta
corrotta e inefficace che sacrifica i diritti collettivi e la sovranità popolare ai ricatti dei mercati70.

La logica che Errejón descrive è esattamente quella che, secondo Laclau, caratterizza
la nascita di un “populismo”, ossia di un movimento politico che nasce a partire dalla
‘costruzione’ simbolica di un “popolo” (contrapposto ai suoi nemici). E così il movi-
mento degli indignados può essere raffigurato come un soggetto che prende forma
nel momento in cui inizia a condurre la propria battaglia per la conquista dell’«ege-

68  Da questo punto di vista si può leggere il ricordo dedicato al pensatore argentino da Íñigo Errejón
Galván, giovane politologo dell’Università Complutense di Madrid e membro del gruppo fondatore di
Podemos: I. Errejón, Muere Ernesto Laclau, teórico de la hegemonía, in «Público», 14 aprile 2014.
69  Nel suo Democrazia anno zero, Iglesias scrive per esempio che «Gramsci aveva compreso che il
potere delle classi dominanti non solo viene esercitato tramite strumenti coercitivi, ma anche tramite
strumenti culturali come il controllo del sistema educativo, della religione e dei mezzi di comunicazio-
ne e che, quindi, la cultura, è un terreno cruciale della lotta politica» (P. Iglesias, Democrazia anno zero,
Roma, Alegre, 2015, p. 60). E proprio in questo senso aggiunge: «il grande dispositivo mediatico del
nostro tempo […] è la televisione», perché proprio quest’ultima «modella la nostra sensibilità estetica,
le nostre opinioni politiche, condiziona il nostro svago e intrattenimento, ci ‘insegna’ il significato
delle parole, ci dice (quasi sempre in maniera più implicita che esplicita) che la parola antisistema ha
una connotazione quasi ‘criminale’ e che la parola ‘mercato’ non ha niente a che fare con i colpi dello
Stato» (ivi, pp. 60-61).
70  I. Errejón Galván, La disobbedienza come gesto per una politica audace, in P. Iglesias Turrión, Di-
sobbedienti. Dal Chiapas a Madrid, Milano, Bompiani, 2015, p. 285.

180
monia»71. Naturalmente è sempre ingenuo far discendere i limiti di alcune esperienze
politiche solo da una matrice dottrinaria. Ma è piuttosto chiaro che gli esperimenti
di ‘nuovo populismo’ si trovano già oggi di fronte a difficoltà che palesano alcuni dei
limiti principali della teoria di Laclau. Limiti che sono evidenti soprattutto nel sostan-
ziale disinteresse del teorico argentino nei confronti delle risorse materiali di potere
di cui i soggetti possono effettivamente disporre. La teoria di Laclau tende infatti a
dare per scontato che il confronto tra identità collettive avvenga sul terreno delle isti-
tuzioni statali: in primo luogo, dunque, tende a presupporre che il conflitto agonistico
tra parti si svolga invariabilmente dentro il perimetro dello Stato nazionale; inoltre,
almeno in modo implicito, pare sempre assumere che le istituzioni statali siano dotate
delle risorse necessarie per agire nella società, e che ciò che avviene sul terreno del
conflitto simbolico si traduca dunque ‘a cascata’ sui reali rapporti di potere in cui i sin-
goli individui sono inseriti72. Ma proprio per questo Laclau non può che ‘presupporre’
uno spazio economico ‘nazionale’ di fatto impermeabile agli attori esterni: deve cioè
ipotizzare una ‘sovranità’ economica (se non autarchica) quantomeno irrealistica, e
al tempo stesso sopravvalutare la facoltà dello Stato di agire sul terreno ‘materiale’
dell’economia. Ma è invece a questo proposito che il modello – che funziona effica-
cemente sul versante della spiegazione dei meccanismi di ‘costruzione’ del popolo
– incontra le maggiori difficoltà: innanzitutto perché si trova costretto a ‘presupporre’
uno spazio economico ‘nazionale’, sostanzialmente impermeabile agli attori esterni,
e dunque a immaginare una ‘sovranità’ anche economica analoga a quella che imma-
ginavano i teorici della dipendenza quando auspicavano l’indebolimento dei legami
con i paesi industrializzati e un’industrializzazione sostitutiva delle importazioni; in
secondo luogo, perché sopravvaluta il nodo della effettiva capacità dello Stato di agire
sul terreno economico, consolidando nel tempo la propria egemonia. Ed è invece pro-
prio con questi problemi che si sono trovati a fare i conti tutti i nuovi regimi di sinistra
latinoamericani, ovviamente mostrando una ben differente efficacia. Quei regimi lati-
noamericani che hanno ‘utilizzato’ Laclau come strumento per ‘legittimare’ un nuovo
populismo hanno cioè concretamente sperimentato le ambiguità di questo discorso73.
Ma è evidente che queste difficoltà non possono che risultare ulteriormente amplifi-
cate in una situazione come quella spagnola, in cui – non diversamente da quanto ac-

71  «Il 15M», scrive infatti Errejón, «combatte così, fondamentalmente, una battaglia che Gramsci
aveva denominato ‘guerra di posizione’: la disputa per rompere l’aura di naturalità che circonda l’or-
dine esistente, le sue istituzioni e i risultati, disarticolare l’ampio blocco che unisce governati e go-
vernatori [sic], e costruisce una ‘volontà di scissione’ di questi ultimi, un noi con capacità destituente
e costituente, di nominarsi ed, eventualmente, governarsi» (ivi, p. 286). Ma ricca di spunti in questa
direzione è anche I. Errejón, C. Mouffe, Construir pueblo. Hegemonía y radicalización de la democracia,
Barcelona, Icaria, 2015.
72  Per un’argomentazione più compiuta, rinvio a D. Palano, Il principe populista, in M. Baldassari, D.
Melegari (a cura di), Populismo e democrazia radicale, Verona, ombre corte, 2012.
73  Ma si vedano a questo proposito anche le considerazioni di Sandro Chignola e Sandro Mezzadra,
secondo cui il discorso di Laclau «si presta a riattivare mitologie […] che appaiono in evidente distonia
con gli sviluppi contemporanei» (S. Chignola, S. Mezzadra, Fuori dalla pura politica. Laboratori globali
della soggettività, in «Filosofia politica»,1, 2012, p. 73).

181
cade nel resto dell’UE – l’“autonomia” di manovra dei governi nazionali è quantomeno
‘imbrigliata’ dall’infrastruttura istituzionale dell’UE74. E per quanto l’identità ‘liquida’
di Podemos sia all’origine delle sue fortune, è però piuttosto chiaro che i suoi successi
hanno ben poco a che vedere, almeno per ora, con i reali processi di potere e con i
rapporti di forza.
Naturalmente il futuro prossimo di Podemos non dipenderà certo soltanto dalla co-
erenza dei presupposti teorici, ma forse non è improbabile che questa formazione
debba tornare a interrogarsi sulla vecchia questione della fine della “società civile” (e
dell’autonomia della sfera della mediazione). Perché se Iglesias e Podemos hanno un
merito, questo consiste nell’aver collocato nuovamente al centro la ricerca di un’“au-
tonomia del politico”, e cioè di una sfera di autonomia ‘simbolica’ della politica, nella
quale si formano le identità collettive e in cui si condensa la ‘materia prima’ di ogni
conflitto. L’aver riconosciuto questa “autonomia” – sulla scorta di Gramsci, ma soprat-
tutto di Laclau – non può però autorizzare a ‘liquidare’ il nodo dell’“autonomia” dello
Stato, e cioè il nodo dell’autonomia (reale o potenziale) delle istituzioni statali tanto
dalle dinamiche ‘economiche’ del capitalismo contemporaneo, quanto dai meccani-
smi ‘politici’ sovranazionali ed europei. Ed è d’altronde proprio in relazione a queste
due dimensioni che sarà possibile capire quali siano davvero le risorse che l’«ege-
monia» conquistata sul terreno simbolico potrà far pesare sulla realtà materiale dei
rapporti di forza. Perché solo dinanzi alla prova del potere ‘materiale’ sarà possibile
capire se la «guerra di posizione» di cui parlano i leader di Podemos rimarrà confinata
al palcoscenico della politica spettacolo, o se invece risulterà in grado di influire su
quella trama di vincoli e poteri in cui è racchiusa la vita individuale di ogni singolo
cittadino. E dunque solo allora diventerà possibile comprendere se quell’«egemonia»
che Podemos punta a conquistare non sia in realtà molto diversa da uno storytelling
radicale, in grado magari di rivelarsi uno strumento formidabile per intercettare voti,
ma del tutto incapace di modificare le relazioni di potere.

Post scriptum. Il popolo di Trump

Se le scadenze elettorali degli ultimi anni avevano portato al centro della ribalta po-
litica (e del dibattito) il “populismo”, la vittoria di Donald Trump nella corsa per la
conquista della Casa Bianca ha probabilmente mostrato – una volta di più – la portata
di una sfida che è davvero difficile ricondurre all’interno delle categorie interpretative
più consuete. E non casualmente molti commentatori, giudicando più o meno favo-
revolmente l’esito delle elezioni presidenziali americane, hanno utilizzato il termine

74  Su questo nodo, sono senz’altro importanti le osservazioni di É. Balibar, Crisi e fine dell’Europa?,
Torino, Bollati Boringhieri, 2016.

182
“populismo” per identificare lo stile, l’ideologia e in generale il messaggio politico del
miliardario newyorkese. Ma anche in questo caso il quesito su cosa significhi davvero
“populismo” non può che riproporre tutte le perplessità emerse nelle pagine prece-
denti. Non c’è alcun dubbio che la retorica di cui Trump ha fatto uso durante la sua
lunga cavalcata elettorale presenti tutte le caratteristiche abitualmente ravvisate nel-
la comunicazione dei leader populisti, e soprattutto che l’imprenditore abbia utilizza-
to in modo particolarmente abile la contrapposizione tra il “popolo” e l’establishment,
tra il “basso” degli strati popolari impoveriti dalla globalizzazione e l’“alto” di Wall
Street, tra il ceto medio depositario di un american dream tradito e una plutocrazia
parassitaria, improduttiva e corrotta (della quale Hillary Clinton è apparsa la fedele
rappresentante), ma anche tra il linguaggio brutale dell’“uomo medio” e le sofisticate
regole del politically correct coltivate da un mondo intellettuale progressista, dipinto
come ormai abissalmente distante dalle esigenze e dal mondo della working class. In
questo senso, non è neppure difficile trovare una parentela fra il messaggio di Trump
e il vecchio populismo agrario americano di fine Ottocento, anche in quel caso cresciu-
to nel corso di una lunga depressione economica e favorevole a misure economiche
protezioniste. Ma se il populismo di fine Ottocento dimostra in questo senso ancora
una volta il proprio ruolo nell’immaginario politico americano (tanto di destra quan-
to di sinistra), nella propaganda di Trump il “popolo” viene ad assumere tratti che lo
allontanano da quel precedente, o quantomeno dalla sua declinazione ‘progressista’.
Se infatti il populismo di fine Ottocento risultava per alcuni versi ‘conservatore’ (nella
misura in cui puntava a difendere un assetto esistente dal potere emergente di trust e
corporation), per altri continuava però a farsi portatore di una visione ‘progressista’,
nella misura in cui prometteva a ‘tutti’ una garanzia reale di libertà e la possibilità di
realizzare i propri sogni. Naturalmente quella speranza non era davvero originaria-
mente concessa a ‘tutti’, ma il “popolo” dopo la Guerra di Secessione sembrò assumere
più esplicitamente una tendenza inclusiva. Già sul finire dell’Ottocento la reazione ai
flussi migratori provenienti dall’Europa iniziò però a spingere verso una chiusura in
senso etnico e ‘nativista’ del “popolo”. E Trump sviluppa dunque proprio quella ten-
denza, che ancora si poteva ravvisare solo in nuce nel vecchio populismo, perché nella
sua retorica il “popolo” assume una connotazione decisamente identitaria, se non ad-
dirittura razzista, e perché – oltre a qualificarsi per la sua opposizione al potere dell’e-
stablishment – si caratterizza per la difesa dagli estranei, per l’impegno a cacciare dal
territorio nazionale gli ‘alieni’ e per impedire grazie alla costruzione del famigerato
muro di recinzione con il Messico qualsiasi nuovo ingresso.
Se per tutti questi motivi, sotto il profilo della retorica, è piuttosto facile riconoscere
in Donald Trump quasi il paradigma di un leader populista, e se dal punto di vista
dell’impronta ideologica si può altrettanto agevolmente sostenere che il suo popu-
lismo assuma dei tratti etnici, identitari, nativisti e sessisti, le cose invece diventano
molto più complesse quando ci si interroga sulle sue future scelte politiche. D’altron-
de, come lo storytelling – che dalla vittoria elettorale di Barack Obama nel 2008 è par-
so a molti la carta decisiva di ogni strategia di comunicazione elettorale – è risultato

183
uno strumento efficace per ‘conquistare’ il potere ma non certo per conservarlo nel
tempo, così anche la retorica populista è destinata a scontrarsi con la realtà, e dunque
con la difficoltà di mantenere piccole e grandi promesse elettorali. Anche senza im-
pegnarsi in azzardate previsioni, che in questo momento non possono che essere av-
ventate, è quasi scontato prevedere che nel corso del proprio mandato presidenziale
Trump si troverà costretto ad abbandonare molti degli obiettivi annunciati nel corso
della propria campagna, magari cominciando proprio dalla revisione dei disegni iso-
lazionisti e protezionisti (e non si può d’altronde dimenticare che George W. Bush,
eletto con un programma isolazionista in politica estera, divenne pochi mesi dopo la
sua elezione il paladino della “guerra globale” contro il terrorismo e gli Stati canaglia).
In qualche modo, nell’esaltazione della forza dello Stato esibita da Trump durante la
sua campagna, nella sua celebrazione della capacità di erigere muri e di tramutare
gli Stati Uniti in una fortezza, si può invece ravvisare un segnale dell’impotenza dello
Stato. Se la costruzione di un muro di protezione può apparire come il trionfo della
sovranità dello Stato, in realtà, come osservava alcuni anni fa Wendy Brown, «i nuovi
muri sono icone dell’erosione della sovranità», e cioè risposte simboliche all’impatto
della globalizzazione, una «difesa psichica della nazione» che cerca di compensare
con la teatralità di un’esibizione di forza la sostanza di una perdita di potere75.
I prossimi anni (e forse già i prossimi mesi) ci diranno dunque quali vesti indosserà il
populismo di Trump in campo economico e nell’arena internazionale, ma forse sareb-
be più importante interrogarsi già ora sulle motivazioni di una vittoria alla vigilia lar-
gamente inaspettata (e addirittura giudicata come impossibile da molti nel momento
in cui cominciò la campagna per le primarie repubblicane). Non pochi osservatori, a
ridosso del clamoroso risultato uscito dalle urne, hanno spiegato il successo del mi-
lionario newyorkese chiamando in causa il logoramento della società americana, l’im-
poverimento del ceto medio e la crescita della diseguaglianza. E non c’è alcun dubbio
che proprio queste tendenze abbiano costituito lo scenario che ha alla fine determi-
nato il responso finale, e che le profonde trasformazioni che hanno investito la società
americana – non certo a partire dal 2008, ma probabilmente già a partire dagli anni
Novanta del secolo scorso – non possano in alcun modo essere trascurate. Spiegazioni
di questo genere – che comunque rimangono valide, ai fini della ricostruzione dello
scenario generale – rischiano però di diventare generiche, di sopravvalutare l’inci-
denza di alcuni aspetti secondari e di dimenticare invece uno degli elementi probabil-
mente più importanti delle elezioni del 2016. E non si tratta tanto di un aspetto che ha
a che vedere con la paura, con la disaffezione, con il rancore verso le élite, quanto con
le stesse modalità con cui tali sentimenti – evidentemente onnipresenti nella lunga
campagna elettorale, e senza dubbio fondamentali per gruppi sociali che si sentono
profondamente penalizzati dalla globalizzazione e da tutto ciò che giunge dall’esterno
dei confini nazionali – vengono capitalizzati politicamente. Proprio sotto il profilo dei
meccanismi della ‘capitalizzazione politica’ della paura, della disaffezione e dell’osti-

75  Cfr. W. Brown, Stati murati. Sovranità in declino, Roma-Bari, Laterza, 2013.

184
lità verso l’élite, la campagna statunitense ci fornisce infatti indicazioni preziose, che
andranno verificate nei prossimi anni ma che non possono essere trascurate.
Innanzitutto, l’esito delle elezioni probabilmente costituisce la più clamorosa con-
ferma di una tendenza emersa già da diversi anni, che indica la progressiva irrilevanza
dell’“elettore mediano” per le sorti di una campagna elettorale: in altre parole, sembra
che l’elettore mediano – cioè l’elettore che si colloca in uno spazio centrale rispetto a
destra e sinistra, e che non è orientato chiaramente verso l’una o l’altra parte – non sia
più politicamente così importante come alcuni anni fa. Mentre per vincere le elezioni
non è più così rilevante intercettare quell’elettore che si colloca al centro del mercato
politico, e che è indeciso tra destra e sinistra, molto più importante diventa invece
motivare ad andare alle urne quegli elettori che altrimenti sarebbero orientati verso
il “non voto”, mobilitandoli con messaggi radicali, fondati sulla “polarizzazione”. In se-
condo luogo, i risultati delle elezioni USA ci dicono – con ancora maggior forza – che i
flussi comunicativi e informativi tendono a non passare più dai grandi media generali-
sti, dalla tv e dalla carta stampata, bensì da altre strade, che quasi sempre si intreccia-
no con quei reticoli che sono i social network. Proprio questa dinamica – come molti
commentatori hanno osservato a proposito del successo di Trump – contribuisce a
chiudere gli elettori in spazi sempre più autoreferenziali, in “bolle” in cui riescono a
entrare solo quelle informazioni e quelle notizie (vere o false che siano) che confer-
mano la visione di partenza. Ed è proprio la presenza di queste “bolle” che ha indot-
to più di qualche editorialista – a proposito del successo di Trump, come per l’esito
della Brexit – a formulare l’immagine di una «politica post-verità», nella quale salta
ogni rapporto tra la realtà e ciò che viene percepito come ‘reale’ dai singoli elettori76.
Certo si tratta di un’espressione suggestiva e non priva di qualche fondamento, ma
l’immagine di una «politica post-verità» rimane nondimeno piuttosto ingannevole,
nella misura in cui pare presupporre che nelle campagne elettorali del passato entras-
se in gioco la “verità”, mentre in quelle odierne siano all’opera solo rappresentazioni
distorte della realtà, mistificazioni, menzogne. Al di là di questo, ciò che è necessario
rilevare è invece il legame tra la centralità che assumono i social network rispetto ai
media generalisti nella ‘dieta mediatica’ di un numero crescente di elettori e quella
tendenza alla polarizzazione di cui la vittoria elettorale di Trump rappresenta il caso
emblematico. In uno scenario di questo genere, ben più che le strutture di partito
(controllate dai vertici e foraggiate dai grandi finanziatori), sembrano inoltre incidere
le strutture organizzative e comunicative ‘personali’, di cui i singoli leader possono
servirsi. E proprio grazie al supporto di queste strutture l’impresa di impossessarsi
di un grande partito qualsiasi diventa praticabile persino per il più improbabile degli
outsider (e il caso di Sanders, al di là degli esiti delle primarie democratiche, è altret-
tanto significativo di quello di Trump).
Naturalmente simili tendenze, che hanno inciso in modo rilevante nelle elezioni
statunitensi, non sono destinate a produrre i medesimi risultati nei sistemi politici

76  Cfr. C. Salmon, «Post-verità», la parola dell’era Trump, in «La Repubblica», 17 novembre, 2016.

185
europei, per il semplice motivo che negli USA i partiti sono istituzioni regolamentate
dalla legge, il cui compito principale è selezionare i candidati alle cariche pubbliche
mediante le primarie. Se in questo caso la ‘protesta populista’ può dunque penetrare
direttamente dentro le strutture dei due grandi partiti, ciò non può avvenire (almeno
nelle stesse modalità) in Europa, dove le spinte ‘anti-sistemiche’ sono invece destina-
te a indirizzarsi contro i “partiti-cartello” e contro le barriere erette per impedire l’in-
gresso nell’arena politica di nuovi sfidanti. Ma, a dispetto delle differenze istituzionali,
non è affatto da escludere che anche nel Vecchio continente il successo della retorica
populista sia destinato a proseguire nei prossimi anni, e che la combinazione tra una
prolungata crisi sociale, l’indebolimento delle identificazioni politiche tradizionali e
il declino dei media generalisti sia destinato a imprimere una spinta crescente alla
polarizzazione. Perché forse la vittoria di Donald Trump, oltre a confermare ancora
una volta il formidabile impatto della retorica populista, sembra suggerire l’idea che
la società della disintermediazione sia anche una società senza elettori mediani.

186
Populismo/Spettacolo

Critica della ragion populista


Mario Pezzella

1. Dopo la grande crisi economica iniziata nel 2008, le società spettacolari, nelle tre
forme considerate da Debord, sono entrate in un processo di disgregazione proba-
bilmente irreversibile1. Il comando diretto ed esplicito del capitale finanziario, che
ha rivelato per qualche tempo la sua maschera priva di volto, ha reso desueti i partiti
e gli Stati nazionali, e ogni forma precedente di mediazione politica. D’altra parte la
circolazione fantasmagorica delle merci ha perso molto del suo potere di coesione e
di fascinazione; le sue immagini di sogno si sono indebolite e l’affluenza del consumo
è impedita da una penuria reale, così come l’utopia capitalista della fine della storia si
sta invertendo nell’incubo di una guerra planetaria.
Tuttavia di rappresentazione e rappresentanza politica c’è comunque bisogno. Si
sbaglierebbe a pensare che il nudo potere astratto del capitale possa affermarsi senza
produrre forme politiche e modi di soggettività che ne sostengano il demonismo e
l’incremento illimitato. Il populismo – o meglio: la competizione per l’egemonia tra
forme concorrenti di populismo – è la rappresentazione spettacolare di nuovo conio
che sostituisce la contesa fantasmatica dei vecchi partiti. La sua estrema plasticità
rimescola in modo inedito elementi che un tempo si sarebbero definiti di “destra” e
di “sinistra”. Così il populismo di Grillo riprende molti temi della sinistra radicale, ma
anche la diffidenza e l’ostilità per l’immigrato; e quello della Lega, oltre al tradizionale
odio per il diverso, propone inoltre una forma di Welfare state riservata agli indigeni
italiani. Lo spostamento contingente da un polo all’altro o da un tema all’altro all’in-
terno dello stesso movimento è l’essenza stessa della rappresentazione spettacolare
populista. Essa dà voce al malcontento e alla critica contro il vecchio regime e contro
la durezza del nuovo potere bancario-finanziario internazionale; allo stesso tempo,
non mette in questione il dominio del capitale e confina nell’immaginario i conflitti
sociali potenzialmente esplosivi che derivano dalle sue “distruzioni creatrici”. Ogni
divisione è comunque ricomponibile nella vita comune del popolo. Le differenze si-
gnificative che esistono tra i diversi movimenti populisti – almeno nel caso italiano –
non cancellano la logica unitaria e unificatrice che sottende la loro apparente contesa.
Nessuno di essi prevede un eccesso simbolico sul dominio astratto del capitale, ma
solo una diversa modulazione dell’immaginario, secondo quel che i tempi richiedono,
un adattamento superficiale dei soggetti alle convulsioni contraddittorie delle crisi.
Da questo punto di vista, il moderno populismo europeo non possiede quella relati-
va autonomia del politico dall’economico o la sia pur limitata capacità di contenerlo e
influenzarlo, che si attribuiva ai populismi del Novecento: è bensì la messa in scena ef-

187
ficace di tale autonomia, in grado di esprimere il dissenso sociale in forme inquietanti,
ma non tali da mettere in pericolo i centri decisionali del potere economico. I leader
populisti attuali abbaiano molto e mordono poco. Tuttavia il disagio e la sofferenza e
anche la voglia caotica di opposizione che si manifesta nei populismi sono un fenome-
no reale e non dovrebbero essere trattati con sufficienza e banalità. Se dolore e desi-
derio si esprimono in immagini di sogno, queste non devono essere derise in nome
della buona vecchia politica d’antan, con la sua saggezza ammuffita. Esse andrebbe-
ro comprese, decifrate e trasformate in immagini dialettiche2. Non bisogna lasciarsi
sfuggire i loro “sentimenti dell’al di qua”, le loro tonalità esistenziali e affettive, in cui
la politica ha dismesso – in modo irreversibile – le sue figure tradizionali.

2. Perché il populismo possa sorgere in quanto forma politica, occorre la crisi dell’or-
dine discorsivo precedente, che nel passato recente europeo è quello della democrazia
rappresentativa parlamentare. Secondo E. Laclau3 a questa condizione seguono poi le
altre: l’identificazione di massa con l’Io ideale incarnato dal Capo, la costituzione di
un “altro”, come nemico esterno del popolo, la capacità di comporre almeno provvi-
soriamente in unità domande e critiche apparentemente incompatibili. La sostanza
comune di queste operazioni è la riduzione ad Uno – sul piano immaginario – di una
molteplicità altrimenti disseminata e potenzialmente anarchica.
La potenza coesiva della definizione di un “altro-nemico” è stata forte nei populismi
del Novecento: Laclau pensa certo al fascismo, ma anche, più probabilmente, ai mo-
vimenti di liberazione nazionale e anticoloniale, come il peronismo in Argentina o il
nasserismo in Egitto. In questi ultimi casi, il populismo acquista una consistenza e una
durata che trascende il suo carattere immaginario, perché radicato nella necessità
oggettiva di un conflitto tra coloni e colonizzati. Lo scontro coi dominatori stranieri
rende secondarie le differenze e le particolarità che compongono il movimento insor-
gente.
Tuttavia, superata l’urgenza della lotta, le divergenze provvisoriamente accantonate
e ricomposte nell’Uno populista tendono a riaffermarsi: o si scindono drammatica-
mente come nel peronismo argentino, o il movimento si solidifica in forme autorita-
rie, aperte a intrusioni neocoloniali e a guerre civili striscianti.

3. I rappresentanti del vecchio regime in disfacimento (nel nostro caso quello demo-
cratico parlamentare emerso nel secondo dopoguerra) non si capacitano che le parole
d’ordine vaghe e imprecise del nascente movimento populista possano trovare così
facile accoglienza. Tuttavia tale “vaghezza” non è un parto furbesco dei leader popu-
listi, ma corrisponde alla situazione oggettiva. Nel crollo delle precedenti istituzioni
e di tutto il vecchio ordine discorsivo, esiste una difficoltà reale a formulare concetti

2  La distinzione tra immagine di sogno e immagine dialettica è uno dei cardini del pensiero dell’ul-
timo Benjamin. Rinvio al mio Insorgenze, Milano, Jaca Book, 2014, p. 183 e sgg.
3  E. Laclau, La ragione populista, Bari, Laterza, 2008. Il numero di pagina delle citazioni da questo
libro è inserito nel testo tra parentesi.

188
e forme politiche che trascendano lo stato di crisi. Il populista si muove a tentoni,
cercando di rispondere al vuoto con immagini efficaci, con significanti retorici, i quali
non sempre possiedono un preciso significato. Questa però è una conseguenza e non
una causa del disordine sociale. Secondo Laclau, per cui il populismo è l’unica forma
reale della politica, il primo passo cialtronesco prefigura l’emergere di una verità «che
può essere affermata […] solo rompendo la coerenza della discorsività precedente»
(26). Le critiche rivolte al populismo a partire dal vecchio ordine del discorso non
colgono nel segno, perché partono da un morto, che ha già mostrato le rugosità del
vizio dietro il disfarsi del belletto. Si preferisce allora una vaghezza sconosciuta a una
indecenza certa.
Se in questo Laclau ha ragione, occorre però aggiungere che la “verità” del populismo
resta nel campo dell’immaginario e non tocca il dominio reale del capitale. È bensì
“vera”, nel senso che confluiscono in essa paure e desideri che non possono più resta-
re fuori di ogni dicibilità, come pretendeva il vecchio ordine in disfacimento: dal quale
emergono – dice Laclau – “domande inascoltate”, che costituiscono il terreno di coltu-
ra del populismo. Esse si unificano – per un certo tempo – intorno a un “significante
vuoto”, il cui significato appare vago e mutevole eppure possiede una potente effica-
cia unificatrice sul piano mitico-immaginario. Agli esempi illustri di Laclau come la
“Francia sacra” di De Gaulle o la “Giustizia” di Peròn, potremmo affiancare quelli meno
nobili, come i nostrani “Nuovitalia” di Renzi e “Vaffaday” di Grillo: l’importante è che
nella parola trovi voce una domanda inascoltata e insoddisfatta, tra quelle emergenti
dalla crisi del vecchio ordine. Essa assume poi progressivamente la rappresentanza di
tutte le altre, fino a divenire «il significante di una universalità” (90), il nome “di una
pienezza costitutivamente assente» (91).
Vaghezza e vuotaggine permettono il confluire delle altre domande, provvisoria-
mente, sul termine emerso: il termine è sì vuoto, ma dotato di efficacia mitica e im-
maginaria e sorretto dall’identificazione con gli altri membri del popolo e col capo.
Il significante vuoto è tale di fronte a una critica razionale, ma è potentissimo quale
medium di un’esperienza fusionale e identitaria. Il discorso retorico è apparentemen-
te vuoto, ma veicola una potenza effettivamente esistente, che in esso si vela più di
quanto si sveli. Il significante vuoto è un’immagine di sogno, che riconduce all’Uno
la minacciosa decomposizione dell’ordine vigente. È questo straordinario bisogno di
rassicurazione a costituire la forza sostanziale e condivisa della sua apparenza.

4. Perché la stabilità del vecchio regime si laceri e insorga una serie caotica di “do-
mande inascoltate”, Laclau non lo spiega: non può farlo, avendo rinunciato a pensare
la “contraddizione determinata” del capitale, della forma di merce e della soggettività
che ad essa si adegua. Tale contraddizione si polverizza in interessi particolari in lotta
per l’egemonia: il prevalere di un tipo di populismo sull’altro è caratterizzato dalla
maggiore o minore forza del blocco sociale che riesce a costituire. Sono termini gram-
sciani: ma nel modo in cui li usa Laclau possono al massimo descrivere il passaggio
da una forma all’altra del dominio capitalistico, non la rottura del sistema simbolico

189
del capitale stesso. Diversamente da Benjamin, Laclau pensa per periodi (postmoder-
ni) non per epoche storiche. Il blocco sociale vincente è una fortunata combinazione
di interessi soggettivi, senza rapporto con la contraddizione immanente del capitale
astratto: e la scissione dell’ordine simbolico non è mai messa in relazione da Laclau
con la crisi economica del capitale stesso. Va bene rinunciare al primato della struttu-
ra sulla sovrastruttura: ma negare qualsiasi connessione tra l’economico e il politico,
nell’epoca in cui la teologia politica si sta rapidamente trasformando in teologia eco-
nomica, sembra davvero eccessivo.
Quando il significante vuoto, che cementa immaginariamente il blocco sociale popu-
lista, si confronta col governo dell’economia, la sua efficacia mitica rischia di decom-
porsi velocemente, a meno che non intervengano altri fattori, come l’identificazione
con la figura del Capo o l’ostilità verso l’“altro-nemico”. Il significante vuoto rivelereb-
be in poco tempo la sua natura di particolare che occupa il posto dell’universale, se
non si incarnasse nel leader che – secondo Freud – si pone come Io ideale dei membri
della massa. Si tratta di una vera e propria incorporazione: se la democrazia borghese,
nata dalla lotta contro la doppia natura del corpo regale (carne mortale e significante
del divino) rifiuta ogni personalizzazione troppo forte e duratura del potere, e fonda
il suo dominio sul prevalere delle astratte relazioni di scambio: il populismo reagisce
a tutto questo, riproponendo una sovranità che si incarna in un corpo, si dice in un
Nome ed eleva l’uomo finito che la rappresenta a mito ideale-universale4.

5. Laclau distingue il populismo dispotico-narcisista da quello fraterno-egualitario,


nel quale il leader si mantiene simile ai membri della massa e non tende a divenirne
il Signore: «è il padre, ma anche un fratello» (56). Si possono distinguere tre modalità
di rapporto fra il Capo e il suo popolo: 1) c’è una grande distanza fra l’Io dei singoli
componenti della massa e l’Io ideale incarnato dal Capo, che si trova in posizione su-
blime, decisamente superiore e sovrastante. È il regime dispotico, con fondamento
trascendente; 2) c’è poca distanza fra l’Io dei singoli e l’Io ideale del Capo, che fa parte
egli stesso del gruppo o del movimento. Il fondamento del regime è immanente, anche
se la preminenza del Capo è riconosciuta; 3) c’è poi un modello puramente utopico, in
cui non ci sarebbe quasi alcuna distanza fra Io e ideale dell’Io, una specie di comuni-
smo populista, talmente improbabile – per Laclau – che non mette conto di parlarne.
In verità è difficile distinguere il populismo dispotico-narcisista da quello frater-
no democratico, anche perché quest’ultimo ha la deprecabile tendenza, attestata da
quasi tutta la storia del Novecento, a trapassare nel primo, come insegna proprio la
vicenda del peronismo. In fondo – perfino nel nazismo – non c’è stato inizialmente
un movimento molto “fraterno”, un rapporto “immanente” tra Hitler e i suoi seguaci,
almeno fino al massacro delle SA? Ma il movimento fraterno tende a trasformarsi in
Ordine nuovo, e il fratello a divenire despota. Certo, non è un passaggio inevitabile: ma
cosa ci permette, in base all’apparato concettuale di Laclau, di evitarlo e di distinguere

4  Su questi temi cfr. C. Lefort, Saggi sul politico, Firenze, Il Ponte editrice, 2007.

190
una forma dall’altra? Il mutamento dalla fraternità al dispotismo è tanto più probabile
quanto più il regime vuole durare oltre la peritura efficacia del suo “significante vuo-
to”, che senza il fondamento trascendente del comando rischierebbe di risolversi nella
serie divergente delle domande e degli interessi.

6. La crisi del regime democratico-parlamentare induce nel popolo l’esperienza radi-


cale di una mancanza. Questo vuoto viene riempito dal populismo con l’immagine di
una totalità comunitaria, di natura mitica: un «contenuto ontico» (di cui abbiamo vi-
sto qualche esempio: la Giustizia, il sacro suolo, etc.) viene assunto quale significante
universale, in base alla sua superiore efficacia operativa. Come già diceva Schmitt, non
si dà un giudizio di valore che faccia preferire in tale ruolo un contenuto ontico ad un
altro, per esempio la nazione alla lotta di classe: la prima era per lui preferibile perché
più efficace nella fondazione di un ordine politico. Entro certi limiti, un movimento
populista può adottare repentinamente una terminologia di destra o di sinistra (i qua-
li termini, in realtà, hanno già perso la propria sostanza attiva) a seconda della sua ef-
ficacia simbolica nella situazione data: efficacia che a sua volta permette una decisione
fondatrice di ordine. Nel disfacimento della vecchia forma politica, nell’incertezza di
una crisi sociale, l’esigenza di «un qualche tipo di ordine» si fa più «impellente di ogni
ordine ontico in vigore» (82). L’assunzione di quel particolare «contenuto ontico» è
insomma una questione di pura «forza maggiore», non altrimenti determinabile. Nel
caso del peronismo, Lopez Rega, il capo delle bande assassine della Tripla A, può ri-
chiamarsi per un certo tempo allo stesso movimento di cui fanno parte i Montoneros,
guerriglieri armati “di sinistra”: finché il più forte non determina l’esclusione dell’al-
tro polo.
Il decisionismo pragmatico del populismo, non può distinguere teoricamente tra un
tumulto e una rivolta, tra una rivoluzione attiva e una passiva. La ragione populista di
Laclau usa i termini gramsciani, riducendoli a modalità analitiche, e li priva della loro
connotazione storica determinata all’interno del dominio reale del capitale. I conflitti
sociali sono ridotti a eterogeneità in competizione: «questo contenuto ontico viene
investito […] del valore ontologico di rappresentare l’ordine in quanto tale» (152), e
cioè si rapporta a una categoria modale della politica, l’Ordine, questa sì considerata
in ogni caso universale e ineludibile. Ma non sarà questo stesso concetto anch’esso
particolare e necessariamente rivestito di panni terreni? La sua neutralità non sarà
un’illusione del teorico e un mot de passe per il politico populista? Chi ci dice che l’Or-
dine non sia già sempre pensato – nella nostra contingenza storica – come il dominio
di un interesse particolare più abile e più forte? È assai dubbio che esso possa essere
usato quale unità di misura generale dell’azione politica.

7. Se il significante vuoto e la persona del capo devono operare come coagulo mitico
del popolo, la retorica gioca un ruolo significativo all’interno di questo processo. Lo
spostamento di un particolare ad universale pone al centro del sociale una «sined-
doche operativa» (Laclau), che occorre ripetere fino allo sfinimento, finché assuma

191
una apparenza di asserzione indiscutibile. La retorica presenta una parte come tutto,
riuscendo a far dimenticare che è solo una parte. Questa operazione magico-lingui-
stica per Laclau è necessaria all’egemonia populista: ma è anche il fondamento che
trasforma la democrazia in spettacolo e la dispone ad accettare il colpo di mano bo-
napartista.
Il centro vuoto e virtuale della politica democratica – così lo ha definito Lefort –
viene occupato da un particolare che invece di darsi in quanto tale, si impone come
universale immaginario. Qui risiede la genesi della società dello spettacolo: è uno
sdoppiamento mascherato, una ipocrisia oggettiva. Il populismo esercita la fascina-
zione retorica, senza più rispettare le forme mediatrici della rappresentanza, divenu-
te superflue. L’universale fantasmatico è simile – secondo Laclau – all’ objet petit a di
Lacan: oggetto parziale che viene però investito della pienezza originaria e perduta
della Cosa, si pone come causa attrattiva del desiderio e suscita l’immagine di sogno di
una Comunità originaria e riunificata. Questo investimento estremo è l’«incarnazione
di una pienezza mitica», destinata tuttavia a essere sempre sfuggente e irrealizzata
e soggetta alla continua lotta per l’egemonia. La sua contingenza radicale è saputa
dall’intellettuale critico (o forse anche dall’élite che guida il movimento), ma non può
essere condivisa dal popolo, sotto pena di perdere tutta la sua efficacia operativa. Il
popolo non può sapere che l’universale dominante è in realtà contingente e instabile,
deve invece credere nella sua pienezza mitica come reale: solo così la politica populi-
sta è in grado di dispiegare la sua forza fascinatoria.

Corollari
La passione identitaria.

Non è possibile comprendere il fenomeno del populismo senza far ricorso alle rifles-
sioni di Freud, che sono uno dei punti di riferimento decisivi per Laclau: una critica
marxista del populismo, che parta da premesse esclusivamente economiche, è desti-
nata a chiudersi in un vicolo cieco. In Psicologia collettiva e analisi dell’Io Freud insiste
sul ruolo della passione identitaria: «si tratta delle identificazioni, fenomeni difficili da
descrivere, processi non ancora abbastanza conosciuti»5. La relazione col padre non
è solo di carattere libidico: il padre diventa il fondamento di un Io ideale, e l’Io «cerca
di rendersi simile a ciò che si è proposto come modello»6. Questo desiderio non si rea-
lizza mai pienamente, il soggetto non si rivela all’altezza della sua altissima immagine
allo specchio, e il rapporto tra l’Io e l’Io ideale ha una tonalità tragica: una scissione si
instaura così al centro della psiche, che può essere elaborata solo da un lento processo
di riconoscimento di sé (e dei propri limiti reali). Ciò è tuttavia molto difficile in un

5  S. Freud, Psicanalisi della società moderna, Roma, Newton Compton, 2010, p. 154.
6  Ivi, p. 156.

192
contesto storico collettivo dominato dalla freddezza dell’astratto e dalla desolazione.
Il soggetto può allora sperimentare una forma sostitutiva di identità, e cercare fuori
di sé quanto non riusciva in alcun modo a realizzare dentro di sé (provando per questo
un sentimento di mancanza e di colpa). L’Uno del potere è il surrogato efficace dell’Io
ideale e grazie alla fusione estatica con esso si diventa ciò che non si è, si possiede quel
che non si ha, si trova quanto si è perduto: «possiamo già intuire – scrive Freud – che
il reciproco attaccamento che sussiste tra gli individui che compongono un gruppo
deve risultare da una simile identificazione, fondata su di una comunanza affettiva; e
possiamo supporre che questa ultima sia costituita dalla natura del legame che unisce
ogni individuo al capo»7. Freud paragona questo tipo di legame a quello di una rela-
zione amorosa, in cui – in realtà – non di amore per l’altro si tratta, ma di un riflesso
narcisista: «si ama l’oggetto per la perfezione che si vorrebbe per il proprio Io e con
questo stratagemma si cerca di soddisfare il proprio narcisismo [… ], l’oggetto ha pre-
so il posto di quello che era l’ideale dell’Io»8.

Il protopopulista Boulanger.

Laclau offre una sintesi efficace della formazione del populismo ricordando l’ascesa
abbastanza effimera di Boulanger intorno al 1890 in Francia (174). La vicenda si può
scandire in cinque fasi tipiche: 1) «c’è un’aggregazione di forze e domande eterogenee
che non possono essere integrate organicamente nel sistema differenziale/istituzio-
nale esistente»; 2) tali domande divengono allora equivalenziali e «c’è una certa aria
di famiglia tra tutte queste domande, poiché tutte hanno lo stesso nemico: il corrotto
sistema parlamentare»; 3) la catena di equivalenze «raggiunge il suo punto di cristal-
lizzazione attorno alla figura di Boulanger, che funge da significante vuoto»; 4) «per
interpretare questo ruolo ‘Boulanger’ deve essere ridotto al suo solo nome (e a pochi
altri significanti concomitanti e altrettanto imprecisi»; 5) tale nome «deve subire un
forte investimento, deve diventare un objet petit a».
A chiarimento si deve aggiungere che per Laclau il sistema differenziale/istituziona-
le è quello precedente il populismo (la democrazia repubblicana nel caso di Boulan-
ger) e indica un ordine che è ancora in grado di integrare le richieste critiche emer-
genti dal sociale e di articolarle come sue differenze interne; mentre, quando ciò non
è più possibile, le domande non si lasciano assorbire l’una isolata dall’altra, «in modo
differenziale» (69), ma si equivalgono in una comune e generale insoddisfazione ver-
so il sistema vigente. Prima di essere decisione per un ordine nuovo, il populismo è
anzitutto negazione generica di quello esistente.

7  Ivi, p. 157.
8  Ivi, p. 162.

193
La negazione determinata.

Per comprendere la nascita e il propagarsi della scissione in un ordine simbolico e


politico, a me pare irrinunciabile il concetto di negazione determinata e la specifica
contraddizione che essa mette in luce. Mi limito a ricordare una delle definizioni più
sintetiche di Hegel: «qualcosa si muove non in quanto in questo ora è qui, e in un altro
ora è là, ma solo in quanto in un unico e medesimo ora è qui e non qui, in quanto in
pari tempo è e non è in questo qui»9. Partendo da Hegel, Adorno ha posto poi il con-
cetto di negazione determinata al centro della sua dialettica negativa: «la dialettica
dovrebbe costituire la via per sottrarsi alla dicotomia tra assolutismo e relativismo, o
come si sarebbe detto più recentemente, tra pensiero forte e pensiero debole; poiché
essa rinuncia senz’altro a disporre di un solido basamento sul quale costruire, ma
si sottrae all’arbitrio, e agli esiti retorici o scettici»10. Invece di una disseminazione
postmoderna di contingenze, la contraddizione determinata di una situazione tende
a specificare gli estremi in conflitto entro di essa, inizialmente inapparenti, il produr-
si e l’accrescersi dell’incrinatura in ogni fenomeno che appartiene all’ordine sociale
in questione. Ogni fenomeno “è e non è in questo qui”, “è qui e non qui”, perché, nel
medesimo momento in cui si pone, conosce una lacerazione antagonistica: contenuta
per un certo tempo, questa ne determina poi la crisi e il tramonto. Lo stesso Hegel
ha utilizzato il concetto in ambito storico-politico, per esempio nelle pagine della Fe-
nomenologia dello spirito, che descrivono la contraddizione determinata dell’ancien
régime prima della rivoluzione francese.
Un uso interessante dell’idea di negazione determinata, mediato con alcune idee di
Lacan, vien fatto da S. Zizek, a proposito dell’ordine simbolico del capitalismo. Esso è
costitutivamente scisso tra una legge universale e un diritto apparente che domina la
superficie dei fenomeni, e un risvolto osceno che non può essere dichiarato aperta-
mente, ma pure è essenziale al proseguimento della sua sovranità. Apparentemente
i due estremi si oppongono, ma in realtà sono complementari e non potrebbero sus-
sistere l’uno senza l’altro, così come il comando al godimento infinito e al consumo
coesiste con l’imposizione di limiti da parte della legge “pubblica”. In tal modo, ogni
fenomeno dell’ordine sociale capitalistico è teso da un contrasto che si ripropone in
forme sempre più acute, e forse alla fine insanabili. L’emergenza di domande “equiva-
lenti”, descritta da Laclau in categorie modali, è ricondotta da Zizek a una determina-
zione contraddittoria dell’essere del capitale, che determina la sua continua ricerca
di forme politiche nuove capaci di contenerla: tra di esse anche il populismo. Scrive
Zizek: «il capitalismo non ha uno stato “normale” equilibrato: il suo stato “normale” è
la produzione permanente di un eccesso»; Lacan attribuiva al funzionamento dell’or-
dine del capitale un tratto simile al discorso dell’isterico: «circolo vizioso di un deside-

9  G. W. F. Hegel, Scienza della logica, s. II, Bari, Laterza, 1968, p. 491.


10  S. Petrucciani, Introduzione, in T. W. Adorno, Il concetto di filosofia, Roma, Manifestolibri, 2006.

194
rio, la cui apparente soddisfazione non fa altro che aumentarne l’insoddisfazione»; e
a proposito dei populismi nazionalisti sorti nell’Est europeo dopo la caduta del muro
di Berlino: «è come se nel momento stesso in cui è stato infranto il vincolo, cioè la
catena che impediva il libero sviluppo del capitalismo, ossia la produzione sregolata
dell’eccesso, tale rottura fosse contrastata dalla richiesta di un nuovo leader (Master)
dominante»11. Anche qui dunque si instaura una doppiezza costitutiva, una discor-
danza di imperativi, che tende a minare costitutivamente ogni fenomeno apparente
della democrazia: in unico e medesimo ora, esso è qui e non qui.

Socialismo, populismo.

Se per il populismo l’Uno del popolo si fonda su un sistema di credenze mitiche, per
il socialismo su una coscienza di sé, che richiede il gioco del riconoscimento paritario
con l’altro. Se l’unità di misura dell’azione politica per il populismo è l’ordine, per il so-
cialismo è il riconoscimento tra eguali. Se le istituzioni statuali del populismo tendono
a disporsi gerarchicamente e a superare la delega nell’identificazione e nell’acclama-
zione del capo, quelle del socialismo si fondano su regole che controllano – fino al di-
ritto di revoca – le forme di rappresentanza. Se il populismo moderno nasce col secon-
do Bonaparte, ad esso si oppose l’esperimento della Comune di Parigi. Il socialismo e
il populismo sono i due modi opposti per rispondere alla medesima crisi dell’ordine
democratico rappresentativo. Il populismo è la rivoluzione passiva di quelle stesse
istanze critiche, che cercano espressione nel socialismo.

Fra terrore e desolazione.

Stiamo diventando sempre più uomini orizzontali, privi di ogni dimensione di ver-
ticalità nello spazio e nel tempo. Né memoria del passato, né progetto per il futuro,
nessuna capacità di trascendere l’esistente, per quanto orribile sia; siamo l’estensione
di un presente opacizzato. Nel XX secolo si peccava – ci dicono e ci convincono – di
messianismo utopico, ci si alienava a una finalità assoluta e funesta della storia: Terzi
Imperi e Società Senza Classi, realizzati col terrore e la tecnica organizzativa dello
sterminio. Ogni possibilità di cambiamento radicale sarebbe complice della barbarie:
dovremmo gioire senza soprassalti di speranza della desolazione della terra asservita
al dominio astratto del capitale. Ma è davvero obbligata questa alternativa fra il Ter-
rore e la Desolazione?12
In realtà i due poli si alternano, secondo il movimento serpentino e spiraliforme del
capitale. Alle crisi dell’economia si può rispondere con lo stato d’emergenza e il ter-
rore organizzato, quando non bastino le “normali” misure della desolazione organiz-

11  S. Zizek, Il grande Altro, Milano, Feltrinelli, 1999, pp. 72-74.


12  Per l’utopia cfr. M. Abensour, L’homme est un animal utopique, Paris, Sens&Tonka, 2013. La deso-
lazione è un concetto chiave di H. Arendt, per indicare la condizione di chi è sottomesso a un dominio
totalitario.

195
zata e quotidiana: in effetti questa sedicente “normalità” si capovolge regolarmente in
crisi e stato d’eccezione, mentre il capitale rinasce con nuova pelle dalle ceneri delle
vittime della recessione, realizzando la sua “distruzione creatrice”, come la definiva
Schumpeter. I fascismi e i regimi autoritari non sono accidenti o deviazioni dal cam-
mino progressivo della storia, ma la risposta necessaria e conveniente all’incertezza
della crisi, determinata da quella stessa “normale” produzione di merci, che si vor-
rebbe restituire alla sua presunta regolarità. La società spettacolare diffusa e quella
spettacolare concentrata, come le definiva Debord, non sono realmente in antitesi, ma
in alternanza e complementarità, secondo le occorrenze imperscrutabili dello spirito
del capitale.

Due utopie.

Associando sullo stesso piano utopia e barbarie, si confondono due visioni dell’uto-
pia radicalmente differenti. La prima afferma l’uguaglianza assoluta nella confusione
con l’altro; la seconda propone la fraternità nella differenza riconosciuta con l’altro.
Già La Boétie distingueva tra la fusionalità della servitù volontaria (l’essere tutti una
cosa sola, che egli indicava con l’espressione tous Un) e la differenza radicale tra uo-
mini liberi – unici in se stessi – che si riconoscono in quanto tali: i tous uns). Questa
distinzione importante è andata perduta perfino nella lingua francese, se un genero-
so socialista dell’Ottocento poteva confondere i due termini e tradurre tous uns con
«tous dans le même être» (tutti nello stesso essere), invece che con “tutti unici”. Dove
La Boétie scrive che la natura «non voleva tanto farci tutti uniti, quanto tutti unici»,
C. Teste traduce: «Essa ha mostrato in ogni cosa il desiderio che noi fossimo non so-
lamente uniti, ma addirittura costituissimo, per così dire, un solo essere». Questa de-
generazione della fraternità in eguaglianza, del riconoscimento in fusionalità psichica
e politica, riducendo ogni sussulto utopico al desiderio di annichilirsi nel super-Uno
orwelliano cancella la differenza fra le due forme di utopia,
Esse sono invece in radicale conflitto e si esprimono in figure politiche e psichiche
inconciliabili l’una con l’altra.

Perdita di memoria.

Nel secondo dopoguerra i nostri regimi parlamentari democratici e le nostre vite psi-
chiche sono stati costruiti sull’oblio o il distoglimento dalla barbarie, che noi Europei
abbiamo praticato ovunque nel mondo e infine al centro stesso del nostro continente.
I traumi collettivi del colonialismo e i genocidi sono stati derubricati come deviazio-
ni criminali, di cui gli attuali viventi non vorrebbero portare alcuna responsabilità. I
massacri operati dalla Francia di Vichy, i gas tossici lanciati dagli Italiani in Etiopia e in
Libia, il genocidio realizzato dai Belgi in Congo, sono stati cancellati dalla coscienza di
sé degli Europei democratizzati. Ma l’inconscio collettivo ha una memoria più persi-
stente dei traumi subiti o agiti: una memoria che si trasmette in differenti modulazio-

196
ni da una generazione all’altra, una costellazione familiare che pesa come un incubo
sulla vita dei sopravvissuti. Tutto ciò è stato studiato in rapporto alla Shoah, ma vale in
pari misura per i delitti coloniali. Quanto è dimenticato o rimosso perde ogni legame
con un ordine simbolico riconoscibile e tende a ripetersi come reale catastrofico: sia
che l’erede delle vittime venga sospinto a ritrovarsi nel medesimo ruolo degli antena-
ti, sia che avvenga un rovesciamento dei ruoli e il discendente della vittima si faccia
carnefice (conservando e ripetendo la struttura archetipica della violenza).
Possiamo davvero comprendere la barbarie dei nemici attuali dell’Occidente (gli
islamisti fondamentalisti) senza metterla in relazione con gli stermini subiti dai loro
padri? (per tacere di misfatti più recenti e idioti, commessi in Iraq o in Libia negli ul-
timi anni). Sia chiaro che non si tratta di giustificare le azioni dei fondamentalisti isla-
mici; come non si può giustificare il nazismo con l’umiliazione della Germania dopo
la pace di Versailles o il militarismo dello Stato di Israele con l’orrore della Shoah.
Ma se vogliamo avere una chance di interrompere la catena della violenza mimetica
e speculare, occorre innanzitutto confessare le nostre responsabilità e comprendere
le cause lontane dei fatti: non solo le emergenze isterizzate del potere attuale. Bi-
sognerebbe cioè rileggere a contrappelo la storia delle deformazioni e mitizzazioni
che hanno occultato tutti i crimini dell’accumulazione primitiva del capitale (come la
definiva Marx) e degli imperialismi del XIX secolo (come ce li ha descritti, tra gli altri,
H. Arendt).

Per una logica della follia.

Avendo perso la capacità di pensare in termini di eredità e di trasmissione culturale


e psichica dell’esperienza da una generazione all’altra, l’umanità attuale dell’Occiden-
te subisce gli atti sanguinari che la colpiscono in stato di piena incoscienza, furore
cieco, depressione disperata. Gli studi compiuti sulla Shoah hanno dimostrato fino a
che punto il trauma subito da un genitore o da un antenato si trasmetta in eco multi-
ple nelle generazioni successive, determinando disastri psichici, malattie incurabili,
suicidi. In questo caso il trauma originario (la Shoah) è relativamente ben conosciuto,
benché deformato dalla spettacolarizzazione e svuotato della sua sostanza dolorosa;
ma se il silenzio su una violenza storica è assoluto, se è trascorso troppo tempo senza
che ne resti una traccia linguistica e simbolica, se l’oblio diviene totale, le conseguenze
tuttavia continuano a essere attive e a propagare il loro malessere.
Il nostro pensiero politico psicologico e storico non riesce letteralmente ad accettare
che un trauma del passato, per esempio la violenza coloniale sulle vittime, possa oggi
produrre la follia omicida di un singolo o la radicalizzazione fondamentalista di un
gruppo. L’oggi è vissuto nella sua atomizzazione svuotata di ogni rapporto ad altro,
e così si costruisce un duello fantasmatico fra i partigiani della ragione democratica
e gli schiavi di un odio patologico e insensato. Dovremmo tener presente che
nell’inconscio del collettivo i tempi sono coesistenti e paralleli e anche la ferita subita
secoli prima sopravvive in modo deforme e irriconoscibile nell’istante presente; ma

197
senza risalire a un passato così remoto, basterebbe ricordarsi di quanto è accaduto
trenta o cinquant’anni fa, per comprendere la logica interiore della follia di coloro che
ci colpiscono.

Una strana amicizia.

Una violenza originaria traumatica e rimossa è all’origine stessa della modernità ca-
pitalista. Di fronte ai ridicoli moralismi degli economisti apologeti del suo tempo, per
cui i primi capitali investiti nella rivoluzione industriale erano stati accumulati grazie
al risparmio e alla “virtù” di individui particolarmente sagaci, Marx ha mostrato nel
suo capitolo sull’accumulazione primitiva l’origine sanguinaria della produzione ca-
pitalista: la schiavitù in cui cade la popolazione contadina spogliata delle sue terre,
lo sterminio e il genocidio nei paesi colonizzati e la rapina di tutte le loro ricchezze
naturali e sociali, costituiscono il rovescio osceno e il doppio oscuro del capitalista
virtuoso, il Mr. Hyde che ossessiona fin dall’inizio il Dr. Jeckyll rispettoso dei diritti e
delle leggi.
C. Schmitt ci ha ricordato come la limitazione della violenza e della guerra, realizzata
in Europa fino alla fine del XIX secolo (la “guerra in forma”, e la cultura egualitaria
dei diritti del cittadino che l’accompagna) cessano di valere oltre una così detta linea
d’amicizia: le regole del diritto, valide nelle relazioni fra gli Stati territoriali europei,
erano sospesi a vantaggio di una “libera espressione” della violenza e della forza, ap-
pena passata la linea. Lì cominciava veramente il nuovo mondo, il mondo della guerra
informe, lo schermo demoniaco su cui si riflette invertita la civiltà europea: lì pirate-
ria, saccheggio, arbitrio scatenato, genocidio e schiavismo sono possibili e permessi.
Gli indiani e i negri non sono soggetti di diritto. Lì comincia il regno di Kurtz, l’eroe di
Cuore di tenebra di Conrad, e dei folli conquistatori dell’Eldorado, come il protagoni-
sta di Aguirre, il film di W. Herzog. Il “limite”, la “misura” praticati in Europa, lasciano il
posto e si rovesciano in una passione di dominio distruttiva e illimitata.
L’Occidente è così diviso tra il mondo della luce e quello della tenebra, le sfere de-
limitate della ragione e quelle illimitate della volontà di potenza: e questa scissione
costitutiva è proiettata nello spazio e nel tempo. Pascal ha riassunto tutto ciò in una
frase lapidaria: «un meridiano decide della verità».
Ma anche la soggettività psichica delle vittime e dei persecutori è stata segnata in
modo indelebile dalle ferite e dai traumatismi di questa storia, che diviene doppia e
divisa, minacciata da un’ombra che deve restare dimenticata e trasmigra nondimeno
nell’inconscio delle generazioni successive.
Per Marx è questo, e non per metafora, il “peccato originale”, il debito inespiabile, as-
sunto con una divinità oscura e sacrificale, che dà il primo impulso all’accumulazione
del capitale e al suo dominio sul mondo.

198
Il lato osceno.

Questa scissione nello spazio e nel tempo corrisponde – anche all’interno delle no-
stre società civilizzate – alla divisione della sovranità e del suo potere tra una superfi-
cie pubblica, democratica, egualitaria e un risvolto osceno e oscuro. Già Debord faceva
l’esempio della mafia italiana, «che se ne ride delle leggi», e non è soltanto una sempli-
ce perversione criminale, ma permette alla legalità ufficiale di mantenere la sua appa-
renza di innocenza. C’è dunque il regno delle leggi e – in ombra – quello dell’illegalità;
chiunque voglia sopravvivere in Italia sa molto bene che seguire alla lettera le leggi
pubbliche è un comportamento folle, che condanna alla derisione, più ancora che alla
morte o alla sconfitta; ci sono regole dell’ombra che occorre conoscere in egual modo
– e anche meglio – di quelle dello Stato, non meno inflessibili benché non scritte.
Il lato osceno del potere, come lo chiama Zizek, è governato interamente da una pul-
sione di morte e di godimento allo stesso tempo, del tutto in contraddizione con la
morale accettata e praticata alla luce del giorno e tanto più inesorabile nei suoi im-
perativi, quanto più questi sono inscritti nella prassi reale e non nei codici giuridici.
Un caso semplice e banale: nei corpi militari e nei collegi universitari è proibita uffi-
cialmente ogni forma di abuso contro le reclute e le matricole; ma in realtà occorre
obbedire all’imperativo di trasgredire questa legge e praticare la violenza “iniziatica”
indispensabile a fissare la gerarchia e le relazioni libidiche tra i membri del gruppo;
senza di questo non ci sarebbe nemmeno l’ordine di superficie. Qualcosa deve essere
fatto, che non può essere detto e l’imperativo dell’ombra deve raddoppiare quello del-
la luce, eliminando – in una spietata selezione naturale – gli idioti che non riescono a
comprendere questa ipocrisia necessaria. Ma è tutto il sistema del potere di Stato del
capitale che è attraversato – senza eccezione e in tutti i microcosmi sociali – da questa
divisione originaria e costitutiva, che contribuisce alla condizione di malessere, di in-
certezza incessante e di schizofrenia degli individui. I diritti del cittadino suppongono
l’esistenza della gerarchia oscena del sottosuolo e la «linea d’amicizia» della quale
diceva Schmitt passa ormai all’interno di ogni relazione sociale capitalista, che non
può rinunciare a un’inversione permanente dei suoi presupposti etici ed economici.
Potremmo anche dire che proprio l’inversione costituisce la sua sola legge inaltera-
bile, sconosciuta prima delle analisi di Marx e Freud: il capitale suppone un ordine
simbolico contraddittorio e inconscio, per la maggioranza degli oppressi.

Non è un paese per vecchi.

In un paese in cui tutti i potenti violano la legge e rubano, se uno di loro è arrestato
per furto o per truffa può legittimamente lamentarsi di aver subito una grave ingiu-
stizia: il suo arresto non conferma la validità del diritto, ma la sua arbitrarietà. La
sua solo occasionale applicazione, motivata non dalla giustizia ma dalla concorrenza,

199
mostra la falsità e la violenza del suo principio. Così, più in generale, nel mondo in
cui tutto è falso, colui che smette di fingere e lascia emergere la verità dell’ignominia
– quali che siano le ragioni che lo spingono a un comportamento così folle – costitui-
sce un memento ammonitorio insopportabile e diviene l’ideale capro espiatorio della
violenza collettiva.

La grande bellezza.

Pare che nei molto avanzati paesi dell’Europa del Nord il genio della spazzatura ab-
bia concepito un’invenzione di straordinario abbellimento: dato che gli inceneritori
non godono di universale approvazione, si è deciso di renderli gradevoli. Il proget-
to prevede la creazione di piste da sci che scendano dall’edificio durante l’inverno.
Queste istallazioni ci permetteranno di trattare i rifiuti «in un modo più bello» (La
Stampa, 13/8/2016): «l’idea è quella di progettare strutture belle da vedere, dai tratti
avveniristici […] perfettamente integrate con l’ambiente che le circonda e fruibili dalle
persone. Ad esempio a Copenhagen un nuovo impianto che verrà inaugurato nel 2018
oltre a smaltire i rifiuti ospiterà una grande pista da sci che d’inverno si snoderà dal
tetto lungo tutto l’edificio, mentre con la bella stagione la gente potrà andare arram-
picata sulla facciata, rilassarsi nel parco circostante o utilizzare la pista d’atletica». Mi
permetto di suggerire arene di pattinaggio per l’estate (magari sul tetto, accessibile
grazie ad ascensori di vetro a vista dipinti in vari e vivaci colori). Si potrebbe diffon-
dere nell’aria una fantastica gamma di delicati profumi emanati dall’interno dell’edi-
ficio, con gioia e divertimento, e terminare il tutto con tuffo nella spazzatura e nuoto
nel liquame. Lo spettacolo riuscirà a trasformare la nostra merda in immagine dora-
ta, in merce squisita, con una appropriata pubblicità i cassonetti diverranno luoghi
d’incontro e di filosofia, sostituendo i caffè. Peccato solo per i clochards ai quali sarà
severamente proibito di avvicinarsi con intenzioni appropriative a questi falansteri
di delizia e destinati al bene comune. «Prigione dura, per i ladri di spazzatura» è un
possibile slogan per i politici a venire.
Spettacolo

Vecchi e nuovi scenari dello spettacolo


Alessandro Simoncini

1. Anima e forme dello spettacolo


Com’è noto, il concetto di spettacolo acquisisce grande importanza filosofica grazie
a La società dello spettacolo di Guy Debord (1967). Nel libro, Debord non definisce
il concetto a partire dal riferimento ai bagliori dei mass-media. Per lui, infatti, dello
spettacolo questi non sono altro che la «manifestazione superficiale più opprimen-
te»1. Come ha ben sintetizzato Anselm Jappe, per Debord lo spettacolo riguarda piut-
tosto il modo in cui entro una determinata società «il vivere e il determinare gli eventi
in prima persona» viene progressivamente sostituito dalla «contemplazione passiva
di immagini, che […] sono state scelte da altri»2. Debord caratterizza l’anima del con-
cetto detournando la celebre frase di Marx secondo cui «il capitale non è una cosa, ma
un rapporto sociale tra persone mediato da cose»3. Allo stesso modo, per il filosofo
situazionista, «lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale
tra gli individui, mediato dalle immagini»4. È un rapporto sociale, cioè – ed è questo
l’essenziale -, in cui l’individuo più «contempla meno vive; più accetta di riconoscersi
nelle immagini dominanti del bisogno, meno comprende la sua propria esistenza e il
suo proprio desiderio»5.
Per Debord, nelle società moderne a capitalismo avanzato le immagini costituiscono
la materia prima con cui vengono concretamente fabbricate le relazioni umane. E con
cui viene prodotta, insieme al loro immaginario, la soggettività stessa delle donne e
degli uomini: una soggettività spettatoriale. In questo tipo di società donne e uomini
diventano sempre più spettatori che consumano immagini spettacolari fantasmago-
riche. Si alimentano, cioè, di quelle che Walter Benjamin aveva definito in precedenza
«immagini di sogno»: immagini che fanno del capitalismo un «fenomeno naturale col
quale un nuovo sonno affollato di sogni aveva avvolto l’Europa, dando vita a una riat-
tivazione delle forze mitiche»6. Catturati da nuove mitologie, per Benjamin come per
Debord, donne e uomini non possono essere attori: non sono loro infatti a produrre
quelle immagini e agiscono nella impossibilità di controllarle in modo cosciente.
Nella società dello spettacolo, infatti, esiste «una separazione strutturale tra attori e

1  G. Debord, La società dello spettacolo (1967), Milano, Baldini & Castoldi, 2006, cit., p. 60.
2  A. Jappe, Guy Debord (1992), Roma, Manifestolibri, 2013, cit., p. 12.
3  K. Marx, Il capitale. Critica dell’economia politica (1867), Roma, Editori Riuniti, 1973, I, VII, XXV, p.
226.
4  G. Debord, La società dello spettacolo, cit., p. 54.
5  Ivi, p. 63.
6  W. Benjamin, I «passages» di Parigi (1935), Torino, Einaudi, 2002, vol. I, p. 436.

201
spettatori […], alcuni recitano mentre altri li contemplano passivamente»7. E ciò acca-
de perché sentono che la loro vita reale è povera. Hanno quindi «bisogno di contem-
plare altrove tutto quello che manca nella loro stessa vita»8: l’immagine della merce
o quella della star – personaggio celebre, attore, politico o altro - svolge allora una
necessaria funzione di compensazione. Per Debord la società dello spettacolo prende
forma tra la fine del XIX secolo e il corso del XX secolo. Le sue forme, differenti a se-
conda della fase storica, sono tre: lo spettacolare concentrato, lo spettacolare diffuso
e lo spettacolare integrato.
Lo spettacolare concentrato è quello delle società totalitarie a capitalismo di Stato
(fascismo, nazismo, stalinismo, maoismo …) in cui la capacità di produrre e mettere in
circolazione le immagini dominanti è concentrata nelle mani del potere statale e della
burocrazia di partito che se ne è impossessata. Queste immagini mitologiche e sceno-
grafiche – quelle delle grandi parate collettive, ad esempio, o dei cine-giornali di regi-
me - parlano continuamente del sogno di una rinascita del Popolo, della Nazione, della
Razza o della Classe: di una promessa di felicità e di ebbrezza collettiva garantita in ul-
tima analisi da un capo-sciamano. Debord non perde di vista il fatto che società dello
spettacolo e società del capitale sono la stessa cosa, e che la prima non è che uno sta-
dio della seconda. Ribadisce, così, che «lo spettacolare concentrato è essenzialmente
proprio del capitalismo burocratico»: se «la dittatura dell’economia burocratica non
può lasciare alle masse sfruttate nessun valido margine di scelta, [e se] l’immagine im-
posta del bene, nel suo spettacolo, raccoglie la totalità di ciò che esiste ufficialmente, e
si concentra normalmente su un sol uomo», è perché «con questa vedette assoluta [le
masse] devono magicamente identificarsi o scomparire»9. Identificandosi con l’Uno
spettacolare, infatti, esse potranno considerare accettabile «lo sfruttamento assoluto,
che costituisce la realtà dell’accumulazione primitiva e accelerata dal terrore»10. Se
ogni cinese ad esempio – conclude Debord - «deve imparare Mao, e così essere Mao,
è perché non ha nessun altro da essere. Là dove domina lo spettacolare concentrato,
domina anche la polizia»11.
Lo spettacolare diffuso si afferma in quelle che Debord chiama «democrazie spet-
tacolari»12: quelle nate sul finire del XIX secolo negli USA, ma affermatesi pienamen-
te nel secondo dopoguerra anche in Europa occidentale. E la cui genealogia risale ai
passages della Parigi capitale del XIX secolo e alle prime esposizioni universali13. In

7  A. Jappe, La critica dello spettacolo è una critica del capitalismo? Debord interprete di Marx, in S.
Taccone (a cura di), Contro l’infelicità, Verona, ombre corte, pp. 65-66.
8  Ivi, p. 66.
9  G. Debord, La società dello spettacolo, cit., pp. 81-82.
10  Ivi, p. 82.
11  Ibidem.
12  Id., Commentari sulla Società dello spettacolo, in ivi, p. 205.
13  Sul tema cfr., tra i tanti, il seminale W. Benjamin, I «passages» di Parigi, cit.; A. Abruzzese, Espo-
sizioni universali, in Id., Lessico della comunicazione, Roma, Meltemi, 2003, pp. 170-183 e Id., Forme
estetiche e società di massa. Arte e pubblico nell’età del capitalismo (1973), Venezia, Marsilio, 2001,
soprattutto pp. 41-49; V. Codeluppi, Metropoli e luoghi del consumo, Milano, Mimesis, 2014; Id., Lo
spettacolo della merce.  I luoghi del consumo dai passages a Disney World, Milano, Bompiani, 2000; L.

202
queste società le merci e le immagini della merce - quelle del cinema hollywoodiano
ad esempio - diventano le protagoniste indiscusse della vita sociale, le vere vedettes.
Con la loro malia e le loro fantasmagorie, mirano ad avvincere i soggetti trasforman-
doli in consumatori adoranti oggetti o in spettatori subalterni alle immagini stesse
della merce, al loro spettacolo appunto. Il popolo si riconfigura, così, come un «pub-
blico»14. È per questo che, per Debord, le democrazie spettacolari sono una «messa in
scena della democrazia»15. Una parodia della democrazia che «inverte e sostituisce la
sua pratica reale», proprio mentre supporta la vittoria della ricchezza privata e del
sistema capitalista16. Con estrema chiarezza Debord scrive: «lo spettacolare diffuso
accompagna l’abbondanza delle merci, lo sviluppo non perturbato del capitalismo
moderno»17. Con il loro spettacolo e con le loro promesse di felicità consumistica -
«felicità mercantile» scrive il filosofo-stratega -, le merci e le loro immagini di sogno
garantiscono legittimazione e consenso alla società del capitale e alla democrazia rap-
presentativa. Nelle società in cui prende forma lo spettacolo diffuso, le moltitudini
finiscono così per credere a una democrazia nella quale i veri attori sono la merce e le
sue immagini. Mentre l’uomo non è che un loro spettatore.
Lo spettacolare integrato – la terza forma dello spettacolo - nasce dopo la grande
contestazione del ’68, quando per Debord e i situazionisti «la storia e la vita reale
sono tornate all’assalto del cielo spettacolare»18. Ma senza conquistarlo. Nei Commen-
tari sulla società dello spettacolo (1988), Debord spiega infatti come nel ventennio
seguito al maggio ’68 e alla sua sconfitta le forme dello spettacolo si siano ricombina-
te e fuse, dando vita allo «spettacolare integrato». Qui, l’elemento concentrato dello
spettacolo - la piena sovranità di un potere che agisce di fatto separatamente dalle
istituzioni democratiche, spesso nel segreto, con la falsificazione e con la violenza -
entra in sinergia con l’elemento diffuso, che aggiorna le sue forme proprio incitando
al godimento permanente: mettendo cioè al lavoro, nel discorso pubblicitario e nel
marketing, quell’immaginazione che secondo gli artisti e i sovversivi del ’68 avrebbe
dovuto conquistare il potere. Centri direttivi occulti, e un’influenza quasi totale dello
spettacolo diffuso sui comportamenti e sulle sfere sociali, convivono virtuosamente
nello spettacolare integrato. Uno dei suoi principali laboratori è – per Debord – pro-

Massidda, Atlante delle grandi Esposizioni Universali. Storia e geografia del medium espositivo, Milano,
Franco Angeli, 2011; G. L. Fontana, A. Pellegrino, Esposizioni universali in Europa. Attori, pubblici, me-
morie tra metropoli e colonie (1851-1939), «Ricerche storiche», 1-2, 2015.
14  Per uno sviluppo del tema, mi permetto di rimandare a A. Simoncini, Note sulla nascita del «pub-
blico». Per una genealogia della società dello spettacolo, in G. L. Fontana, A. Pellegrino, Esposizioni uni-
versali in Europa, cit., pp. 47-58. Ma sulla genealogia del popolo come pubblico cfr. almeno il seminale
A. Abruzzese, Lo spettacolo come coefficiente dell’alienazione. Nascita dell’ideologia del pubblico dalla
crisi dell’arte borghese, in «Contropiano», 2, 1968.
15  M. Pezzella, Società autoritaria e democrazia insorgente, in G. Borrelli et alii, La democrazia in
Italia, Napoli, Cronopio, 2011, p. 182,
16  Ibidem.
17  G. Debord, La società dello spettacolo, cit., p. 82.
18  Le point culminant de l’offensive du spectacle, in «Internationale situationniste», 12, 1969, p. 50;
trad. it. Il punto culminante dell’offensiva dello spettacolo, in Internazionale situazionista 1958-1969,
Torino, Nautilus, 1994.

203
prio l’Italia degli anni ’70.
Qui a un «governo ufficiale» democratico se ne affianca uno segreto e parallelo «det-
to P2»19. Potere segreto e concentrato, come la mafia che «in Italia […] ha realizzato
la sua forza più grande» ed è capace di «far uccidere giudici istruttori o capi della po-
lizia», oltre che di funzionare a «modello di tutte le imprese commerciali avanzate»20.
In Italia perciò lo «Stato di diritto» di cui «si fa un gran parlare» si dà palesemente
come spettacolo, perché «le leggi dormono»; e anche la democrazia rappresentativa a
cui tutti credono – continua Debord - non è qui altro che «democrazia spettacolare»,
proprio perché il pensiero e le propensioni del popolo non hanno importanza e
vengono mascherati «dallo spettacolo dei tanti sondaggi elettorali, d’opinione, di
ristrutturazioni modernizzanti»21. Com’era facilmente prevedibile – sostiene Debord
–, con l’affermarsi dello spettacolare integrato allo spettacolo non sfugge più quasi
niente: in questa sua nuova forma esso «si è mischiato ad ogni realtà, irradiandola»22.
Su questo sfondo – di cui l’Italia è stata avanguardia - nascerà un «nuovo spirito del
capitalismo»23, nel quale l’immaginazione un tempo sovversiva dei creativi finirà per
produrre fantasmagorie della merce sempre più seducenti, come in una gramsciana
«rivoluzione passiva». L’immaginazione messa al lavoro supporterà gli scenari spetta-
colari dell’edonismo dispiegato negli anni ’80, con le TV commerciali in prima linea a
promettere di nuovo la soddisfazione immediata dei bisogni e dei desideri individuali:
in una parola la più piena felicità consumistica. Così, lo spettacolare integrato inda-
gato da Debord si consolidava. Diventava, cioè, sempre più vero che «lo spettacolo è
il capitale a un tal grado di accumulazione da divenire immagine»24. Veicolata dalle
immagini, la forma-merce poteva proseguire a passo spedito la colonizzazione della
società democratica, che si avviava nei fatti a diventare postdemocratica.

2. Spettacolo e società della prestazione


Dagli anni in cui Debord ha scritto i Commentari la società dello spettacolo è senz’al-
tro cambiata, ma quella colonizzazione non sembra essersi interrotta. Sono natural-
mente diversi i media che producono e veicolano le immagini con cui vengono costi-
tuite le relazioni sociali e le soggettività stesse, ma queste ultime sono pur sempre per
lo più soggettività spettatoriali. E continuano ad essere prodotte, e ad autoriprodursi,
attraverso le immagini della merce, del godimento e del successo individuale. Certo,
quest’ultimo non viene più perseguito nel contesto della vecchia società disciplinare,
ma in quello di una «società della prestazione» che appare, tuttavia, ancora più disci-

19  G. Debord, Commentari sulla Società dello spettacolo, cit. p. 203.


20  Ivi, p. 233.
21  Ivi, p. 205 e p. 235.
22  Ivi, p. 194.
23  Cfr. L. Boltanski, E. Chiapello, Le nouvel esprit du capitalisme, Paris, Gallimard, 1999; trad. it. Il
nuovo spirito del capitalismo, Milano, Mimesis, 2014.
24  G. Debord, La società dello spettacolo, cit., p. 64.

204
plinante25. In un quadro non esente da toni apocalittici e da limiti individualistici, il
filosofo coreano Byung-Chul Han ha restituito i tratti fondamentali della società della
prestazione, mostrando che essa non si connota più per la negatività del divieto. Al
contrario fa positivamente perno sulla capacità prestazionale del soggetto, incitan-
dolo a un «poter-fare […] illimitato»26. I soggetti di obbedienza delle vecchie società
disciplinari vengono progressivamente sostituiti da «soggetti di prestazione» spinti
costantemente ad aumentare il proprio capitale umano e a divenire imprenditori di
se stessi. Si tratta di soggetti che sono fin da subito gettati all’interno di un «inconscio
sociale […] palesemente animato dallo sforzo di massimizzare la produzione»27. Pro-
prio per questo – osserva Han – nel nuovo ordine simbolico «il poter-fare non annulla
il dovere» e il soggetto di prestazione, pur essendo molto più veloce e produttivo del
soggetto di obbedienza, «resta disciplinato»28. Anzi lo è ancora di più, poiché ha inte-
riorizzato quello che già 25 anni fa Alain Ehrenberg ha definito «il culto della perfor-
mance»29.
Il soggetto, però, si sente ora libero ed autonomo. Più che come soggetto si pensa
perciò come progetto. Oggi – scrive Han - ci riteniamo «progetti liberi, che delineano
e reinventano se stessi in modo sempre nuovo. Il conseguente passaggio dal soggetto
al progetto è accompagnato dal sentimento della libertà»30. Tuttavia, però, interio-
rizzando le competitive regole del gioco neoliberale, «il soggetto di prestazione che
si crede libero è in realtà un servo: è un servo assoluto nella misura in cui sfrutta
se stesso senza un padrone»31. Naturalmente – si potrebbe obiettare ad Han – nella
società della prestazione di padroni continuano ad essercene eccome. Ma è vero che
– come del resto già sapeva Michel Foucault - il neoliberalismo si caratterizza per es-
sere estremamente abile proprio nella produzione e nello sfruttamento della libertà
soggettiva. La sua intelligenza consiste infatti nel mettere al lavoro, e a valore, «tutto
ciò che rientra nelle pratiche e nelle forme espressive della libertà, come l’emozione,
il gioco (la gamification e la ludicizzazione della vita), la comunicazione e il condivi-
dere»32. Per la razionalità neoliberale «sfruttare qualcuno contro la sua volontà non
è efficace. Soltanto lo sfruttamento della libertà raggiunge il massimo rendimento»33.
I membri di ogni classe sociale devono essere quindi spinti ad auto-sfruttarsi, in modo
tale che il sistema sia depurato da ogni conflittualità capace di visualizzare un’alterna-
tiva politica. Il concetto di classe e l’esistenza stessa delle classi non devono più essere
nemmeno avvertite come realtà pensabili e possibili. Per la razionalità programmati-

25  Sul tema cfr. ora anche F. Chicchi, A. Simone, Società della prestazione, Roma, Ediesse, 2017 (in
corso di pubblicazione).
26  B.-C. Han, La società della trasparenza, Roma, Edizioni Nottetempo, 2014, p. 22.
27  Ivi, pp. 23-24.
28  Ivi, p. 24.
29  A. Ehrenberg, Le culte de la performance, Paris, Calmann-Lévy, 1991.
30  B.-C. Han, Psicopolitica, Roma, Nottetempo, 2016, p. 9.
31  Ivi, p. 10.
32  Ivi, p. 11.
33  Ibidem.

205
ca del neoliberalismo – che spesso Han confonde con la sua verità effettuale - ciascuno
deve infatti percepirsi come imprenditore di se stesso, così da non nutrire più alcun
interesse nell’ingaggiare la lotta di classe. Poco importa che la sua libertà si snodi lun-
go il sentiero tracciato dalla valorizzazione capitalistica e che la sua autonomia sia per
lo più illusoria. L’una e l’altra gli appaiono vere. E proprio per ciò producono effetti di
realtà concreti, spingendo le singolarità ad autoattivarsi in permanenza nella società
della prestazione. In altri termini, l’«imperativo della performance» si imprime nei
soggetti come un «nuovo obbligo della società lavorativa tardo-moderna»34. Veicola-
to da una «violenza sistemica» che permea di sé l’intera nuova società, quell’obbligo
provoca però continui «infarti psichici» nel soggetto di prestazione35. Infatti, quando
questo risulta «non-esser-più-in-grado-di-poter-fare», entra «in guerra con se stesso»
e sperimenta la depressione36. Sempre più spesso – sostiene Han - il depresso non è
che «l’invalido di questa guerra intestina»37. Simile al nietzscheiano «ultimo uomo che
lavora soltanto» – non più per i propri bisogni, ma per quelli del capitale (che ormai il
soggetto percepisce come propri) -, egli si vergogna del fallimento38. Allora, «invece di
mettere in dubbio la società o il sistema», si autoresponsabilizza e si deprime39.
Nonostante la sostanziale incapacità di prendere in considerazione le resistenze
collettive al capitalismo contemporaneo, Han descrive bene le forme di una società
nella quale si produce e si riproduce senza posa «un soggetto che si crede indiviso
e libero di agire come imprenditore di sé, mentre il suo campo di immaginazione, il
suo desiderio, è fin da subito inserito, attraverso la generalizzazione di differenziati
dispositivi di sollecitazione, nell’orizzonte di quella che si può definire […] una sog-
gettività spettrale»40. Questi dispositivi di sollecitazione della soggettività funzionano
secondo quella che alcuni studiosi - più aperti di Han agli spiragli di emancipazione
collettiva potenzialmente presenti nelle società capitalistiche contemporanee - hanno
recentemente chiamato «logica dell’imprinting»41. Tra i dispositivi di potere-sapere
che mettono in forma questa logica giocano un ruolo centrale quelli che puntano ad
imprimere le aspirazioni libidiche del soggetto «in un immaginario aperto ma prede-
finito»: un immaginario che, in cambio di prestazioni massimali indicizzate all’assio-
matica del valore – e sempre funzionali alla riproduzione della società del capitale -,
promette un godimento ancora (e pur sempre) ispirato alle «scenografie fantasmati-
che della merce» e dello spettacolo42. Se è infatti vero che oggi la merce e il suo spet-

34  Id., La società della trasparenza, cit., p. 26.


35  Ivi, p. 25.
36  Ivi, p. 27.
37  Ibidem.
38  Ibidem.
39  Id., Psicopolitica, cit., p. 15.
40  F. Chicchi, E. Leonardi, S. Lucarelli, Logiche dello sfruttamento. Oltre la dissoluzione del rapporto
salariale, Verona, ombre corte, 2016, p. 107.
41  Ivi, pp. 30-40.
42  Ivi, p. 109. Pierre Dardot e Christian Laval hanno parlato, in proposito, di un «sistema perfor-
mance/godimento» che dirige le condotte generando «ultrasoggetivazione». In questo sistema «ogni
salariato deve rispondere alle logiche della competitività e deve sviluppare una condotta orientata

206
tacolo stanno forse perdendo parte della loro carica seduttiva, a causa della minor
affluenza del consumo e dell’Austerity, essi restano comunque al centro dell’immagi-
nario collettivo e della sua produzione.
Si pensi solo alle immagini di sogno divulgate dai format maggiormente in auge nella
nuova televisione, che promuovono senza posa il sogno del successo e dell’accesso
a un godimento sempre mediato dalla merce. Spettacolarizzando l’immaginario del
successo individuale, il Grande Fratello, X Factor, Master Chef ed Hell’s Kitchen – per
citare solo alcuni tra i reality e i talent show di maggiore audience - ci propongono una
vera e propria pedagogia della competizione. Ci video-socializzano alla società della
prestazione, presentandoci un contesto fortemente concorrenziale dove nessuno si
sogna di mettere in discussione la logica egemone della valorizzazione capitalistica.
E anche quando vengono mostrati frammenti di empatia e di solidarietà tra i prota-
gonisti, il quadro competitivo resta integro e operativo sullo sfondo. Lo spettatore
continua quindi a trovarselo di fronte quel quadro, perché dovrà imparare a «prati-
care competitivamente la cooperazione [e] a sottomettere quest’ultima al principio
che alla fine vince solo uno»43. In altri termini, la cooperazione viene sussunta alla
logica sociale egemone della concorrenza. I protagonisti dei talent e dei reality sono
più o meno come noi – questo è il messaggio. Non sono pescecani, anche se certo
qualcuno lo è più di altri. Sono capaci di solidarietà, perché sono individui normali.
E, proprio come noi, normali spettatori, non possono che agire in modo normalmente
competitivo nella società iper-concorrenziale del capitalismo neoliberale. Che è l’u-
nica esistente – afferma lo Storytelling dei format televisivi – e al cui interno occorre
incrementare continuamente l’efficienza prestazionale, magari utilizzando a tal fine
comportamenti equi e solidali. Modi di condotta alternativi non possono esistere, né
tantomeno controcondotte.
Reality e Talent Show – ma non troppo diversamente va nei quiz - mostrano che la
sola valorizzazione di sé consentita ed incentivata nella società della prestazione è
quella che condurrà il protagonista-vincitore a un successo pienamente in linea con
gli assiomi di base della valorizzazione capitalsitica. Attraverso l’incremento del pro-
prio capitale umano, gli spettatori sono invitati ad agire secondo una linea di condotta
compatibile con i desiderata sistemici. Quella linea di condotta è infatti l’unica nor-
male, l’unica che potrà naturalmente condurli a quell’esperienza del godimento che
i performativi protagonisti incarnano sullo schermo. In altri termini promuovendo
l’immagine di sogno di un’affermazione individuale e solipsistica, le immagini spet-

verso l’aumento delle proprie performance, deve essere completamente coinvolto dal suo lavoro, re-
sponsabile dei risultati individuali, motivato dai sistemi d’incitazione, in una parola: dar prova di una
disposizione interiore, di un ethos frutto non di un’obbedienza passiva ed esterna a delle regole, ma di
un autentico lavoro su sé stesso, di una nuova etica che potremmo chiamare imprenditoriale. Si tratta
di lavorare incessantemente al proprio perfezionamento, al fine di migliorare la propria performance
in uno spazio di competizione che obbliga a una lotta permanente per la sopravvivenza. L’esposizione
al rischio diventa dunque decisiva». P. Dardot e C. Laval, Nuove soggettività e neoliberalismo, in «Com-
monware», on line, 25 giugno 2014.
43  T. Terranova, Introduzione, in Euronomade, Costruire potere nella crisi. Organizzare la rottura
costituente, in «Euronomade», on line, 11 ottobre 2015.

207
tacolari di questi Format televisivi contribuiscono a riprodurre l’ordine simbolico
dominante e un immaginario collettivo che legittima la logica della concorrenza, eleg-
gendola a principio costitutivo della società prestazionale. La televisione continua
così a rivelarsi come «una interfaccia di governo, che agisce sulle idee, le emozioni,
le identificazioni»; e che, tramite il format del gioco, favorisce «trasformazioni della
soggettività» funzionali a «una società hobbesiana di lupi»44.
In questo senso,  producendo nuove immagini di sogno che orientano le condotte
del pubblico - inteso foucaultianamente come «la superficie o pellicola attraverso cui
il governo […] si sforza di agire sui comportamenti della popolazione» -, il lavoro go-
vernamentale della televisione naturalizza l’ideologia del mercato e oscura le diffe-
renze di classe45. E, in ultima analisi, il suo «è un lavoro direttamente produttivo dei
comportamenti che permettono a un capitalismo finanziarizzato e spettacolarizzato
di funzionare»46. Di funzionare avvalendosi ancora, e continuamente, del supporto di
immagini spettacolari che, anche quando si limitano a spettacolarizzare la banalità
quotidiana, siano capaci di mediare il rapporto sociale tra gli individui.
È ancora vero del resto, come pensava Debord, che quelle immagini contribuiscono
a edificare società nelle quali esiste tuttora una separazione strutturale tra attori e
spettatori bisognosi e desiderosi – questi ultimi - di «contemplare altrove tutto quello
che manca nella loro stessa vita»47. Questo assioma dello spettacolo vale anche se
l’offerta televisiva delle pay tv e del digitale terrestre propone oggi prodotti specifi-
ci mirati a soddisfare bisogni personalizzati, e si rivolge a uno spettatore più attivo
insistentemente chiamato a partecipare attivamente a co-produrre la comunicazio-
ne: uno spettatore che spesso paga confezionando da sé il palinsesto che preferisce.
Quell’assioma vale poi anche per la popolazione dei cosiddetti nativi digitali, che sca-
ricano contenuti televisivi direttamente dal web. Certo, diversamente dal passivo pub-
blico-massa della tv generalista essi danno forma a una moltitudine di singolarità che
si auto-attiva in una vorticosa navigazione individualizzata in cerca di soddisfazione
personale. Ma incarnano pur sempre una soggettività solidamente spettatoriale.
In senso lato, la televisione ha storicamente rappresentato «l’interfaccia che ha per-
messo ai governi di modificare non individualmente ma statisticamente (come si ad-
dice a un medium di governance biopolitica) l’anima delle popolazioni»48. Oggi, tanto
più nella sua convergenza con gli altri media (carta stampata e web innanzitutto) e
con le nuove tecnologie (tablets, smartphone, palmari …), continua a rappresentare
una delle potenti infrastrutture su cui viaggia la società dello spettacolo. Per limitarsi
a qualche esempio, nei talk show essa appare infatti ancora capace di costruire «sen-

44  Ibidem.
45  R. Pompili, T. Terranova, L’interfaccia televisiva: dalla tele-governance all’autogoverno della comu-
nicazione, in «Euronomade», on line, 4 luglio 2015.
46  Ibidem.
47  A. Jappe, La critica dello spettacolo è una critica del capitalismo?, cit. pp. 65-66.
48  R. Pompili, T. Terranova, L’interfaccia televisiva, cit.

208
so comune, discorso, egemonia»49. Con le serie televisive, spessissimo fruite tramite
Internet, sembra poi confermarsi come lo strumento che meglio risponde a bisogni e
desideri compensativi di nuove narrative. E, più in generale, essa si rivela ancora deci-
siva anche nella continua produzione di «narrazioni tossiche»: ad esempio quelle che
riguardano i «rifugiati che vengono pagati 80 euro al giorno, i delinquenti dei centri
sociali e le loro illegali occupazioni, la necessità ineludibile di tagliare la spesa per
pagare il debito pubblico, il reddito di cittadinanza come una nuova forma di assisten-
zialismo inadatta all’incivile e godereccio sud»50. È grazie alla spettacolarizzazione
di simili narrative che – per parafrasare Stanley Cohen - ancora oggi si costruiscono
«demoni popolari» e viene seminato il «panico morale»51.
Nella sua persistente capacità di dar vita a simili «ritornelli» e a tanti altri «piccoli
ombrelli di senso comune», la televisione continua ad apparirci come un dispositivo
di produzione della soggettività spettatoriale52. Un dispositivo ancora cruciale per gli
assetti generali della nuova società dello spettacolo, assetti che naturalmente sono
stati profondamente modificati dall’ascesa del web.

3. Lo spettacolo ai tempi del Bioipermedia: plusvalore di rete


e pornografia emotiva

Le grandi Corporations multimediatiche globali - Time Warner, Viacom/Cbs, News


Corp, Mediaset, Cnal + ed altre ancora – hanno avuto un ruolo fondamentale nel porta-
re a maturazione la società dello spettacolo integrato. E hanno condotto il capitalismo
a dominante cognitiva a un tal grado di accumulazione da divenire irreversibilmente
immagine – per parafrasare Debord53. Per decenni queste agenzie del grande capita-
le oligopolistico sono state le principali «fabbriche cognitive»54: fabbriche geniali nel
mettere al lavoro l’attenzione degli spettatori, tramite la pervasività dell’Infotainment
(informazione ed intrattenimento), e nel governare le moltitudini in modo tale da
estrarre quote sempre crescenti di plusvalore cognitivo dalla loro vita mentale. O se si
vuole dal loro «tempo di cervello umano disponibile», per citare la cinica espressione
di un ex presidente e direttore generale del gruppo televisivo TF155.

49  Ibidem.
50  Ibidem
51  Cfr. S. Cohen, Folk Devils and Moral Panics, London, MacGibbon and Kee, 1972.
52  R. Pompili, T. Terranova, L’interfaccia televisiva, cit.
53  «lo spettacolo è il capitale a un tal grado di accumulazione da divenire immagine». G. Debord, La
società dello spettacolo, cit., p. 64.
54 G. Griziotti, Murdoch, Berlusconi, il crollo di due imperi mediatici e la moltitudine in rete, in «Uni-
nomade», on line, 13 agosto 2011.
55  P. Le Lay, Décerveleur, in «Liberation», 10 novembre 2004. All’espressione «temps de cerveau hu-
main disponibile» è stata ora dedicata una specifica voce dell’enciclopedia Wikipedia: https://fr.wiki-
pedia.org/wiki/Temps_de_cerveau_humain_disponible. Per uno sviluppo dei temi appena menzionati
mi permetto di rinviare a A. Simoncini, Governare lo sguardo, Roma, Aracne, 2013, pp. 19-35.

209
Pur in presenza di grandi differenze tecnologiche, la rete e il capitalismo digitale
hanno proseguito sullo stesso sentiero. Anche i nuovi oligopoli infatti – con i cosiddet-
ti GAFA in prima linea (Google, Apple, Facebook e Amazon) - esercitano con sapienza
la cattura dell’intelligenza collettiva, della sua potenza comune e del valore che questa
produce. Si pensi, ad esempio, all’algoritmo PageRank di Google: quello che determi-
na il valore e la posizione gerarchica delle pagine web e che in questo si rivela essere
l’invisibile anima del potere e del monopolio pubblicitario del più potente motore di
ricerca. Vero e proprio «rentier dell’intelletto comune» e strumento di governo delle
cyber-condotte della moltitudine, PageRank «cattura lavoro vivo e trasforma l’intel-
letto comune in plusvalore di rete»56. È Proprio questa capacità algoritmica di gover-
nare in permanenza la neuro-plasticità umana, «in cambio di un’illusione di libertà
individuale», a fare della rete una formidabile macchina post-panottica – o se si vuole
a panottismo rovesciato - preposta al comando sull’attenzione, sulla conoscenza, sul
desiderio dei viventi57.
Internet, il Web 2.0, Google, i social network come Facebook, Instagram, Twitter e
WathsApp hanno progressivamente manifestato una formidabile capacità di cattu-
rare l’intelligenza e le relazioni collettive. E ciò anche grazie all’irresistibile ascesa
di quello che Giorgio Griziotti ha definito «Bio-ipermedia»: un nuovo “ambiente” in
cui dispositivi come lo smartphone, il tablet, l’ultrabook ed altri connettono l’homo
cognitivus «ai dispositivi di rete in modo talmente intimo da entrare [con essi] in una
simbiosi in cui avvengono modificazioni e simulazioni reciproche»58. È così che il Bio-
ipermedia ha inaugurato una nuova stagione del capitalismo cognitivo, tuttora in cor-
so d’opera59. Con l’avvento del Bioipermedia – che dà forma a qualcosa di molto simile
a un «media-universo» – si assiste, più in generale, a una nuova, poderosa espansione
del capitalismo. Essa non si dà più estensivamente mediante la conquista di territori
fisici, come ai tempi dell’imperialismo, ma attraverso la presa progressiva sulla vita
mentale delle moltitudini. Si tratta, cioè, di un’espansione intensiva del capitale, che
mira a sussumere alla regola della sua valorizzazione tutto ciò che ancora gli sfuggiva
nella fase precedente.
In altri termini, le reti sociali e il Bioipermedia sono le nuove infrastrutture della
società capitalistica. E sono frequentate quotidianamente da centinaia di milioni di
persone che abitano ormai una società globale iperconnessa. Come ha sostenuto Ti-

56  M. Pasquinelli,  L’algoritmo PageRank di Google: diagramma del capitalismo cognitivo e rentier
dell’intelletto comune, in «Sociologia del lavoro», 115, 2009, consultato in http://matteopasquinelli.
com/docs/Pasquinelli_PageRank_it.pdf, che tiene sullo sfondo le tesi contenute in C. Marazzi,  Il co-
munismo del capitale. Finanziarizzazione, biopolitiche del lavoro e crisi globale, Verona, ombre corte,
2010.
57  G. Griziotti, Neurocapitalismo. Mediazioni tecnologiche e linee di fuga, Milano, Mimesis, 2016, p.
174. Sulla rete come macchina post-panottica in cui viene rovesciato il dispositivo di controllo funzio-
nante nel classico dispositivo escogitato da Jeremy Bentham, oltre ai già citati lavori di Pasquinelli, cfr.
con diverso punto di vista C. Formenti, I nuovi Panopticon, in Id., La variante populista, Roma, Derive-
Approdi, 2016, pp. 67-73 e B-C. Han, Psicopolitica, cit., pp. 66-79.
58  Ibidem.
59  Per un approfondimento di questa tesi, cfr. Id., La svolta del Bioipermedia, in ivi, pp. 113-140.

210
ziana Terranova, «che si lavori esplicitamente o no, si è connessi continuamente
in rete producendo valore. Postare commenti, foto, video e musica, cliccare ‘mi
piace’ e ‘condividi’, ‘aggiungere agli amici’ e ‘seguire’, chattare sono attività in
cui una gran parte della popolazione europea è continuamente impegnata»60.
Insomma, com’è noto, in rete le nostre attività vengono trasformate in valore di
scambio e «producono valore economico per i padroni degli algoritmi biopoliti-
ci attraverso il commercio di dati, il marketing e la vendita online»61. Per quanto
ci privi della volontà di comprenderlo - o quantomeno non si sforzi di dotarcene
- la rete ci rende tutti «erogatori di lavoro gratuito e volontario»62. E sono pro-
prio i nostri dati personali – cioè i prodotti di quel lavoro (che non appare come
tale) - a diventare, in rete, il maggior «oggetto di profitto»63.
Si è imposto così un paradigma produttivo in base a cui una moltitudine di la-
voratori «felici e sfruttati» lavora senza saperlo e viene quotidianamente sfrut-
tata senza realizzare quanto accade: capolavoro del capitale64. Esibendo affetti,
sentimenti e emozioni in modo iper-trasparente diamo incessantemente forma
a quella che è stata chiamata «pornografia emotiva»65. Presi dalla «tensione a
“dire tutto”», e compulsivamente spinti ad aggiornare il nostro profilo in social
network come Facebook – «il campione della pornografia  emotiva», secondo
la definizione che ne ha fornito il Collettivo Ippolita –, mettiamo a nudo il no-
stro intimo, rendendolo così disponibile al pubblico che osserva le nostre esibi-
te emozioni66. È questa la frontiera contemporanea della libertà di espressione.
Sconfinando nel narcisismo, essa prende forma nelle reti sociali ridefinendole
strutturalmente come arene per l’«esibizionismo masturbatorio collettivo»67.
In queste arene vengono a maturazione gli scenari e i dispositivi della nuova
società dello spettacolo, nella quale «siamo tutti al tempo stesso spettatori che
applaudono e attori sul palco impegnati nella rappresentazione delle nostre
identità virtuali»68.
È così che, come già d’altro canto accadeva nei talk, nei talent e nei reality
show televisivi, tentiamo in vario modo di conquistare il consenso del pubblico

60  T. Terranova, Introduzione, cit.


61  Ibidem.
62  Ibidem.
63  Ibidem.
64  Cfr. C. Formenti, Felici e sfruttati, Milano, Egea, 2011 e Id., Lavorare senza saperlo: il capo-
lavoro del capitale, in «Alfabeta2», 2, 2010.
65  Collettivo Ippolita, Nell’acquario di facebook. La resistibile ascesa dell’anarco-capitalismo,
Ledizioni, 2012, consultabile on line al sito www.ippolita.net. e Id., Anime elettriche, Milano,
Jaca Book, 2016, pp. 11-30.
66  Id., Nell’acquario di facebook, cit.
67  Ibidem.
68  Ibidem.
esibendo «le emozioni allo stato puro, senza filtri»69. Il motto, o se si vuole l’impera-
tivo categorico, diventa «sii trasparente!». E «Facebook intensifica questo program-
ma di pornografia emotiva su scala mondiale», affinando al meglio gli strumenti che
permettono di rispettare la pornografica ingiunzione che governa la nostra libera
espressione70. È con simili modalità che in rete generiamo flussi comunicativi “da
molti a molti”: flussi che vengono continuamente orientati e catturati. Vengono, cioè,
governati dalle grandi imprese della rete «per accrescere ulteriormente i Big Data,
che possono essere elaborati e poi venduti in quanto profili personali o aggregati sta-
tistici ai pianificatori di strategie pubblicitarie»71. In questo modo, «i nuovi padroni
digitali» si appropriano dei «preziosi meta-dati [che] foraggiano una fetta notevole
dei mercati finanziari»; e che, mentre la grande crisi colpisce con tenace continuità
lavoratori e ceti medi, sostengono «i titoli borsistici di natura tecnologica»72.
In altri termini, è il profitto derivante dalla «vendita di statistiche, pubblicità mirate,
analisi di mercato e prodotti personalizzati su vasta scala» a orientare fin da subito la
progettazione delle piattaforme social: quel profitto che ciascuno di noi contribuisce
ordinariamente a generare, alimentando continuamente la spettacolarizzazione del
proprio io digitale e mettendo quest’ultimo in costante relazione con un numero cre-
scente di altri avatar digitali73. La macchina della valorizzazione capitalistica necessita
infatti di essere ben oliata dal fatto che «più le persone si esprimono e interagiscono,
maggiori sono i dati e più dettagliato il profiling»74. La cooperazione sociale e quella
tra cervelli, la libertà di espressione, la vita stessa – ma anche potenzialità relazionali,
desideri, aspettative ed altro ancora - finiscono in produzione e generano plusvalore.

4. Lo spettacolo nella rete: tra governamentalità algoritmica


e nuova servitù volontaria

Si tratta di un processo che ha spinto alcuni osservatori a parlare dell’emergenza


di una nuova fase del capitalismo cognitivo, nella quale alla “sussunzione reale” del
lavoro e della società al capitale si sovrappone una nuova modalità della sussunzione,
definita “vitale” 75. Secondo la celebre pagina marxiana, la prima – che arriverà allo
zenith nel ford-taylorismo - viene inaugurata dall’«applicazione della scienza e del

69  Ibidem.
70 Ibidem.
71  B. Vecchi, Il dolente risveglio degli Avatar, in «Il manifesto», 12 aprile 2016.
72  Collettivo Ippolita, La rete è libera e democratica, Falso!, Roma-Bari, Laterza, 2014, p. 20.
73  Ivi, p. 25.
74  Ibidem.
75   Cfr. A. Fumagalli, The concept of Subsumption of Labour to Capital. Towards the Life Subsumption
in Bio-cognitive Capitalism, in E. Fisher, C. Fuchs (eds), Reconsidering Value and Labor in the Digital Age,
Palgrave, McMillan, Londra, 2015, pp. 224-245; G. Griziotti, Neurocapitalismo, cit., pp. 173-182; Id.,
Intorno al saggio «Biforcare alla radice», in «Effimera», on line, 3 ottobre 2016.

212
macchinismo alla produzione immediata»76. Nasce cioè dal fatto che non solo
il sapere operaio viene espropriato dal capitale e inglobato nelle macchine, ma
queste – nel loro uso capitalistico - hanno incorporato in sé la scienza stessa,
intesa come il «prodotto intellettuale generale dell’evoluzione sociale»77. In que-
sto modo è la scienza stessa ad essere sussunta al capitale e a generare il valore.
Ad essere sfruttato non è più quindi il solo lavoratore (e tanto meno il solo tem-
po di lavoro), ridotto ormai ad appendice della macchina, ma l’intero «sviluppo
generale della società» riconfigurato come «forza produttiva del capitale»78. La
sussunzione vitale va ben oltre. Nel «capitalismo bio-cognitivo» infatti – come
sostiene Andrea Fumagalli - le abilità cognitive, le capacità relazionali e comu-
nicative, tendono ad essere integralmente lavorizzate, formattate dai sistemi
informatici e sottomesse allo sfruttamento capitalistico. In una parola è la vita
stessa che, diventando forza-lavoro, si dà tendenzialmente come la materia pri-
ma della valorizzazione del capitale79.
È quanto accade nei social network, ad esempio, dove «la materia prima si cava
dall’interiorità umana»: a produrre il valore economico è infatti la mera capa-
cità vitale di «incontrarsi, comunicare, mostrarsi, generare senso e articolare
la complessità dei legami sociali»80. Sono queste componenti vitali di base – le
stesse che serviranno ai soggetti per spettacolarizzare in permanenza se stessi
nei social network - a costituire la materia prima da profilare, ossia la merce
(forza-lavoro) che, in cambio dell’accesso gratuito ai servizi, gli utenti cedono
ai signori della rete. Il profitto di questi ultimi, infatti, dipende soprattutto dalla

76  K. Marx, Il Capitale: Libro I, capitolo VI inedito. Risultati del processo di produzione immediato,
Firenze, La nuova Italia, 1969, p. 69.
77 Ivi, p. 89.
78  Ibidem.
79  Cfr. A. Fumagalli, The concept of Subsumption of Labour to Capital, cit. Non bisogna natural-
mente dimenticare che, insieme alle nuove forme dello sfruttamento, il capitalismo cognitivo
continua incessantemente ad alimentarne di vecchie. Tanto lavoro brutalmente sfruttato oc-
corre innanzitutto per estrarre i minerali necessari al funzionamento dei dispositivi elettronici
di ultima generazione e per smaltirne le carcasse nelle mille discariche subappaltate ai paesi
periferici del sistema globale (Cfr. Wu Ming 1, Feticismo della merce digitale e sfruttamento na-
scosto. I casi Amazon e Apple, in «Giap», on line, 26 settembre 2011). Supersfruttamento è anche
quello che troviamo all’opera dietro il feticismo digitale della merce: nei magazzini occidentali
di Amazon, dove carichi e tempo di lavoro sono estesi oltre il massimo grado sopportabile;
nei laboratori asiatici della Foxconn, che spiegano parte del successo dei grandi marchi dell’e-
lettronica (primo tra tutti Apple). Alla Foxconn non solo si registrano condizioni lavorative ai
limiti della sopportazione, ma si testa anche una inedita frontiera del vecchio «regime fabbri-
ca-dormitorio» (cfr. Pun Ngai et alii, Cina. La società armoniosa. Sfruttamento e resistenza degli
operai migranti, Milano, Jaca Book, 2012 e l’introduzione di F. Gambino e D. Sacchetto, Le spine
del lavoro liquido globale, pp. IX-XXVIII; Pun Ngai et alii, Nella fabbrica globale. Vite al lavoro e
resistenze operaie nei laboratori della Foxconn, Verona, ombre corte, 2015 e l’introduzione di
F. Gambino e D. Sacchetto, Una nuova palestra della ricerca sociale, pp. 7-14; Pun Ngai et alii,
Morire per un iPhone, Milano, Jaca Book, 2015 e l’introduzione di F. Gambino e D. Sacchetto, Alla
catena sotto una triplice cappa, pp. 11-21).
80  Collettivo Ippolita, Anime elettriche, cit., p. 31.
capacità di monitorare, nel loro continuo mutare, le condotte e le identità degli utenti,
identificati e suddivisi in base ai loro diversi comportamenti. È la potenza metamor-
fica e relazionale della vita, divenuta forza-lavoro e merce, la base stessa su cui ope-
ra il data mining: la capacità, cioè, di estrarre i dati che permetteranno «previsioni
sui comportamenti, per indurre desideri di consumo»81. Sarà proprio quella capacità
a convincere «le aziende a investire in pubblicità»82. Mentre promettono libertà, le
piattaforme digitali mettono in forma lo sfruttamento cognitivo, sezionando la vita e
le relazioni «in parcelle merceologicamente rilevanti per la profilazione»83. Donne e
uomini diventano, così, «serbatoi di bio-diversità» per alimentare la valorizzazione84.
E i loro messaggi, post, like possono essere «monitorati e “carpiti” [anche] dai servi-
zi di intelligence per “difendere” la sicurezza nazionale di questo o quel paese»85. In
questo modo viene allestito un vero e proprio post-Panopticon digitale, che mette a
profitto la trasparenza radicale governando la libertà di azione e di espressione di
moltitudini ridotte a «materia prima»86.
È rilevante poi che quelle moltitudini si sottomettano liberamente a un simile di-
spositivo di governo. Come nella servitù volontaria descritta da Étienne de La Boétie
nel XVI secolo, nessuno è infatti costretto «a sottoporsi alle regole e all’ordine del
discorso dei social network»87. La libertà di parola e di espressione non sono soltanto
garantite, ma anche incentivate. I soggetti devono poter accedere liberamente e gra-
tuitamente alla Rete. E, altrettanto gratuitamente, devono poter usare i suoi servizi
e i suoi programmi: l’unico prezzo da pagare – lo si è detto - «è la cessione dei propri
dati personali»88. Per questo donne e uomini devono potersi autopromuove narcisi-
sticamente pensando che, nel farlo, stiano massimizzando quel “capitale umano” che
gli permetterà successivamente di ottimizzare anche le performance sociali. Certo se
i soggetti non si mostrassero, allora l’estrazione del valore dalle loro vite risulterebbe
assai meno agevole. Per questo sono incitati a farlo senza posa. Non certo perché ai
grandi attori del web interessi produrre e riprodurre le soggettività individuali degli
utenti, ma proprio perché dal laissez faire di quelle soggettività – dalla loro vita quoti-
diana, dalle loro interazioni - possono essere estratte «tracce digitali infra-individuali
di sfaccettature impersonali, disparate, eterogenee e dividualizzate»89.
L’individuo può essere infatti frammentato dagli algoritmi in miriadi di dati e così

81  Ivi, pp. 31-32.


82  Ibidem.
83  Ivi, p. 95.
84  Ibidem.
85  B. Vecchi, Il dolente risveglio degli Avatar, cit.
86  Collettivo Ippolita, Anime elettriche, p. 95. Sulla rete come post-Panopticon cfr. i riferimenti citati
alla nota 56.
87  B. Vecchi, Il dolente risveglio degli Avatar, cit.
88  Ibidem.
89  A. Rouvroy, The end(s) of critique: data-behaviourism vs. due-process, in M. Hildebrant, E. De Vries
(eds.), Privacy, Due Process and the Computational Turn. Philosophers of Law Meet Philosophers of Tech-
nology, London, Routledge, 2013.

214
diventare «infinitamente calcolabile, comparabile, indicizzabile e intercambiabile»90.
È questo il modo in cui opera quella che Thomas Berns e Antoinette Rouvroy hanno
chiamato «governamentalità algoritmica»91: un modo di governo «perlopiù alimenta-
to da segnali infra-personali, senza significato ma quantificabili (dati grezzi e metada-
ti), indirizzato agli individui attraverso i loro “profili” – modelli comportamentali pro-
dotti su base puramente induttiva – piuttosto che attraverso le loro comprensioni e
volontà»92. In altri termini, la governamentalità algoritmica è sostanzialmente disinte-
ressata alla dimensione soggettiva e individuale degli utenti della rete. Essa si interes-
sa piuttosto alla sola «dimensione dividuale delle esistenze individuali e collettive»: la
dimensione da cui, cioè, verranno prodotti senza posa i «dati infra-personali» succes-
sivamente venduti a istituzioni statali e aziende private93. Questa specifica forma del
governo non mira in primo luogo a produrre soggetti, bensì a governare condotte di
rete senza ricorrere alle discipline alla censura o alla coercizione. Ciò che conta, allora,
è dare forma a «un ambiente che guida senza vincolare, indirizza senza obbligare», in
modo tale che le condotte vengano lasciate agire e poi processate dagli algoritmi94. La
governamentalità algoritmica funziona «attraverso la libertà e l’autonomia», poiché
consiste nel generare l’ambiente in cui i liberi comportamenti individuali potranno
essere presi e ridotti a frattali da profilare95.
Per questo è importante che in rete i soggetti possano sentirsi liberi e autonomi,
pensando di dare buona forma alla propria soggettività. Una soggettività che intanto
viene frammentata dalla governamentalità algoritmica e riassemblata in pacchetti di
«dati infra-individuali insignificanti in sé»96. E sempre per questo è decisivo che, men-
tre la loro dimensione dividuale produce valore, quei soggetti possano sentirsi liberi
e attori, mentre – lo si è visto - sono solo governati e spettatori. Forse, per la quota
di partecipazione attiva che investono nel funzionamento del dispositivo stesso, po-
tremmo definirli spettat(t)ori, ma restano pur sempre avvolti in un rapporto sociale
mediato da immagini, suoni e parole che non controllano coscientemente. Pensano
però di farlo, mentre la loro condotta è governata dagli algoritmi: algoritmi come
quelli ammiccanti dei siti di incontri che ci consigliano di relazionarci ed accoppiarci
con le persone più somiglianti. Le quali, proprio come noi, sugli stessi siti fanno bella
mostra di sé.
La società resta colonizzata dallo spettacolo. Ed è ormai lo spettacolo di se stessi

90  Ibidem.
91  T. Berns, A. Rouvroy, Gouvernementalité algorithmique et perspectives d’émancipation. Le dispa-
rate comme condition d’individuation par la relation ?, in «Resaux», 1, 2013
92  A. Rouvroy, Conference text. Transmediale – All Watched Over by Algorithms, Berlin, 2015, cit. in S.
Baranzoni, P. Vignola, Cosa potrebbe un corpo? Il dividuale e l’individuazione della filosofia contempora-
nea, in «La Deleuziana», on line, I, 2015.
93 S. Baranzoni, P. Vignola, Cosa potrebbe un corpo?, cit.
94 D. Cardon, Gli algoritmi sono un tema politico, in «Corriere della sera», 24 agosto 2016.
95  Ibidem. Per un approfondimento del tema, cfr. Id., Che cosa sognano gli algoritmi. Le nostre vite al
tempo dei big data, Milano, Mondadori, 2016.
96  T. Berns, A Rouvroy, Gouvernementalité algorithmique et perspectives d’émancipation, cit., p. 172.

215
quello che i soggetti alimentano senza posa nel popolatissimo ambiente dei social
network. Con Debord e oltre Debord, occorre allora riconoscere chiaramente che -
in modo probabilmente irreversibile - «lo spettacolo della specie umana è divenuto
merce»97. E in questo senso, parafrasando La società dello spettacolo, si può forse so-
stenere che ancora oggi «l’alienazione dello spettatore di rete a beneficio del percorso
contemplato (che è il risultato della sua stessa attività semicosciente) si esprime così:
più l’individuo naviga meno vive come soggetto autonomo; più accetta di riconoscersi
nelle immagini dominanti del web, meno comprende la sua propria esistenza e il suo
proprio desiderio»98.

97  Collettivo Ippolita, Anime elettriche, cit., p. 39.


98  «L’alienazione dello spettatore a beneficio dell’oggetto contemplato (che è il risultato della sua
stessa attività incosciente) si esprime così: più egli contempla meno vive; più accetta di riconoscersi
nelle immagini dominanti del bisogno, meno comprende la sua propria esistenza e il suo proprio de-
siderio». G. Debord, La società dello spettacolo, cit., p. 63.

216
Postfazione*
Salvatore Cingari

1. Neo-liberismo e post-democrazia
David Harvey, nel suo libro sulla storia del neo-liberismo1, insiste “gramscianamen-
te” sul ruolo dell’egemonia culturale conquistata dal neo-liberismo stesso a partire
dalla fine degli anni Settanta. Tale egemonia corrisponde ai processi produttivi segna-
ti dal passaggio al postfordismo e alla finanziarizzazione dell’economia, agevolata dal-
le scelte politiche degli Stati, in un quadro istituzionale che possiamo definire come
“post-democratico”.
Il termine “post-democrazia” è entrato nel linguaggio politico europeo con il libro
di Colin Crouch del 20032. Esso intende enucleare la costituzione materiale dei paesi
capitalistici, così come si è andata assestando fra anni Ottanta e svolta del secolo. Una
realtà politico-sociale, cioè, in cui, a causa di una progressiva deregolamentazione dei
mercati e della finanza, le concentrazioni di capitale privato si sono particolarmente
rafforzate, sovrastando il potere degli Stati sovrani e quindi della cittadinanza demo-
cratica. Non sono più le aziende che cercano di guadagnarsi il favore degli Stati, ma
viceversa. Di conseguenza, sulle grandi decisioni che riguardano la vita delle persone,
influiscono sempre più le grandi  lobbies economico-finanziarie. I partiti non hanno
più il ruolo di mettere in connessione i bisogni delle persone e dei corpi sociali con
le istituzioni, ma di collegare queste, appunto, ai poteri forti dell’economia privata. In
questo scenario le istituzioni pubbliche, e, in particolare, le istituzioni di Welfare, ven-
gono progressivamente erose da processi di privatizzazione, giustificati con le retori-
che dell’efficienza e della produttività, ma, in realtà, mosse dall’esigenza di mettere a
disposizione dei guadagni privati e di borsa più ampie fette di beni comuni.
Il risultato di questi processi è, quindi, una riapertura drammatica della forbice delle
diseguaglianze sociali e un arretramento dei diritti individuali e collettivi. Non solo il
lavoro diventa sempre più precario e non tutelato, oltre che scarsamente disponibile,
ma i salari e gli stipendi vengono sempre più compressi in favore di rendite, prevalen-
temente finanziarie, e profitti. L’economia basata su delocalizzazioni, investimenti in
marketing e nella finanza, fa sì che la produttività o i guadagni non corrispondano più

* Questa postfazione utilizza anche alcuni brani (rivisti) dei seguenti miei articoli: Postdemocrazia. Il
populismo di mercato. Derive maggioritarie e privatistiche, in «La rocca», 15 giugno 2009, pp. 26-28; Il
neo-fascismo in Europa: problemi di egemonia, «Il Ponte», 10, Ottobre 2012, pp. 31-35; Per un’analisi
critica del concetto di “meritocrazia” come “ideologia” neo-liberista. in «South East European Journal of
political Science», 1, 2013; Finis scholae. La scuola postdemocratica, in «Historia magistra», 11, 2013,
pp. 9-15.
1  D. Harvey, Breve storia del neoliberismo, Milano, Il Saggiatore, 2007.
2  C. Crouch, Postdemocrazia, Roma-Bari, Laterza, 2003.

217
allo sviluppo collettivo. Non più denaro-merce-denaroˈ, ma denaro-denaroˈ. La capaci-
tà del capitalismo di generare ricchezza collettiva sembra quindi spenta e, così, anche
rotta la relazione fra capitalismo e democrazia3.
La previsione è che in pochi anni risultino smantellate la sanità, l’istruzione e la pre-
videnza pubblica, con una massa neo-servile assoggettata alla condizione precaria
del lavoro e una minoranza oligarchica padrona delle risorse economiche. Un ritor-
no, perciò, all’antico regime, in cui pochi potranno istruirsi, spostarsi, curarsi, etc. e
molti avranno difficoltà a farlo. Si parla di “post-democrazia” perché tale situazione
viene “dopo” alcuni decenni in cui la pressione esercitata sulle élites occidentali dai
movimenti dei lavoratori e dall’Impero sovietico (si vedano, in questo volume, gli im-
portanti accenni che a tale dinamica fa Ugo Mattei) aveva prodotto un compromesso
fra capitalismo e diritti sociali: il ricordo di ciò dovrebbe quindi consentire ai soggetti
di misurare il presente col recente passato e con i suoi residui giuridico-istituzionali.
In questa temperie si diffondono saperi economici tutti schiacciati sull’economia
neo-liberista ispirata dalla scuola di Chicago e discorsi etico-politici caratterizzati da
una svalutazione dell’intervento dello Stato e della gestione pubblica dei beni comu-
ni – come sempre Mattei ricorda nel saggio compreso in questa silloge -, a vantaggio
dell’idea che ognuno debba essere imprenditore di se stesso. L’uguaglianza economi-
co-sociale viene svalutata, in quanto si ritiene che avvantaggiando i grandi patrimoni
si determinino le condizioni per accumulare capitale da investire per una ricchezza
comune che, come abbiamo visto, in realtà non si produce. La democrazia viene esal-
tata soltanto nel suo lato procedurale: essa è ritenuta in crescita sulla base dell’au-
mento dei paesi in cui si svolgono libere elezioni, ma senza che sia considerato il peso
condizionante dei grandi poteri economici sui processi politici e quello dei media e
della microfisica “consumistica” del potere.
Un’interessante disamina del nesso fra i processi di mercatizzazione e lo svuotamen-
to formalistico della democrazia è in Principia iuris di Luigi Ferrajoli, e in particolare
nel secondo tomo intitolato Teoria della democrazia4. Qui Ferrajoli dimostra come l’e-
quivoco di una compatibilità fra neo-liberismo e democrazia nasca dall’avere dimenti-
cato la natura di autonomia-potere della libertà di iniziativa economica. Questa, infat-
ti, produce concentrazioni di potere che insistono sul resto della società. Tale libertà
deve perciò essere posta sotto il controllo di regole ferree per impedire che determini
diseguaglianze eccessive e quindi ineffettività di diritti: per impedire, cioé, una sorta
di neo-assolutismo esercitato dalla società civile e non da quella statualità rispetto a
cui la tradizione del costituzionalismo europeo si poneva come argine.
La confusione fra libertà economica come diritto e libertà economica come potere, ha
rivelato il peso delle sue ricadute sulla democrazia proprio in Italia, dove la mancan-
za di regole e garanzie ha prodotto in anni recenti un potere assoluto che dalla sfera

3  Cfr. A. Burgio, Senza democrazia, Roma, DeriveApprodi, 2009; L. Gallino, Finanzcapitalismo, Torino,


Einaudi, 2011; P. Bevilacqua, Il grande saccheggio. L’età del capitalismo distruttivo, Roma-Bari, Laterza,
2011.
4  L. Ferrajoli, Principia iuris, Roma-Bari, Laterza, 2007.

218
economica e mediatica si è riversato anche su quella politica degli organi rappresen-
tativi e dell’apparato dello Stato, quasi incarnando i peggiori incubi della società dello
spettacolo descritta da Guy Debord. La società delle merci, nell’epoca in cui queste
tendono a smaterializzarsi, produce un potere di controllo più pervasivo di quello
esercitato mediante il mero monopolio “concentrato” della forza, in quanto esso (sen-
za rinunciare all’esercizio di quel monopolio) si dissemina nella società presiedendo
ai processi di soggettivazione, minando alla radice il processo di formazione dell’o-
pinione pubblica e, quindi, la legittimità della rappresentanza democratica - come in
tempi per l’Italia non sospetti aveva lucidamente denunciato Danilo Zolo, parlando di
“principato democratico” e “multimediale”5. Il berlusconismo ha perciò rappresentato
in Italia una sorta di metafora incarnata di più generali processi globali di erosione
della politica, ad opera di un potere economico che produce merci smaterializzate. E
proprio per questo, pur ormai sul viale del tramonto la vicenda politica personale, tra-
montata non è la spettacolarizzazione della politica (ovvero la sua mercatizzazione)
da essa inaugurata, che era peraltro in corso negli stessi altri paesi europei, anche se
in forme meno eclatanti (si pensi al blairismo).
Il libro di Ferrajoli era appunto incentrato sulla doppia deriva, maggioritaria e mer-
catistica, delle democrazie occidentali, con un’attenzione particolare al caso italiano
divenuto quasi “di scuola”. Il giurista muove innanzitutto dall’assunto che sia stato
un errore enfatizzare soltanto, negli ultimi decenni del secolo scorso, la componente
procedurale della democrazia. Sulla scia della critica al socialismo reale, la politologia
da Sartori a Bobbio ha identificato la democrazia con il suo lato meramente formale,
temendo che l’ancoraggio a determinati contenuti segnatamente di carattere econo-
mico-sociale ne riducesse la potenzialità pluralistica. In tal modo, però, si è dimenti-
cato come senza il riconoscimento di una serie di diritti, sia di carattere civile che di
carattere sociale, l’aspetto proceduralmente democratico di alcune decisioni è solo
apparente, essendo la democrazia vincolata ad una serie di standard sostanziali inde-
cidibili da qualsivoglia maggioranza. La procedura delle decisioni a maggioranza può
infatti riguardare tutto ciò che è al di fuori dei diritti fondamentali sanciti dalla Costi-
tuzione. Questa è, anzi, la novità epocale delle democrazie costituzionali del secondo
dopoguerra, con cui vengono posti rigidi argini alle possibilità delle maggioranze (e
di poteri privati su di esse influenti) di decidere sui diritti di tutti. L’esperienza dei fa-
scismi rivelava infatti come regimi dittatoriali e criminali potessero conquistare il po-
tere tramite procedure democratiche, o comunque riuscendo a consolidare il proprio
potere con il consenso della maggioranza. Per non parlare poi dei condizionamenti
delle rendite di posizione e degli interessi economici nelle dinamiche della formazio-
ne della rappresentanza nella storia della democrazia europea e americana, su cui al-
cuni anni fa è intervenuto Luciano Canfora con una suggestiva ricostruzione storica6.
Ferrajoli si poneva dunque il problema di come limitare il potere delle maggioranze

5  D. Zolo, Il principato democratico, Milano, Feltrinelli, 1992.


6  L. Canfora, La democrazia. Storia di un’ideologia, Roma-Bari, Laterza, 2004.

219
potenziando le garanzie costituzionali intorno ai diritti civili e sociali, in un’epoca, la
nostra, in cui il ceto politico tende invece a riattivare un corto circuito diretto con le
masse, legittimando provvedimenti estranei allo spirito del patto repubblicano con il
grado di consenso diffuso che esse riescono a riscuotere. E questo in un contesto in
cui, da un lato, riemerge la figura del capo, capace di prendere decisioni rapide e sicu-
re, in linea con l’efficientismo richiesto dal sistema economico; e, dall’altro, si assiste
ad una trasfigurazione fondamentalista e organicista della democrazia che tende a
poggiare sull’idea di un popolo unito intorno a una serie di valori nazionali e religiosi,
escludenti e non, come i diritti delle nostre costituzioni, includenti.

2. Populismo e identitarismo
Zygmunt Bauman ha di recente parlato di «populismo di mercato» a proposito
dell’attuale stadio evolutivo delle nostre democrazie7. Una fase, cioè, in cui la merca-
tizzazione e la mercificazione della vita pubblica interessano anche i processi di sog-
gettivazione, fino a configurare una tendenza dominante nell’opinione pubblica che si
riproduce sempre più a immagine e somiglianza del sistema neo-liberista e consumi-
sta. Anche Stuart Hall, del resto, in questo senso, definiva populista il regime tatche-
riano, basato, cioè, su un’idea di homo oeconomicus8. Populista può definirsi infatti
non solo il berlusconismo, ma anche il reaganismo o il renzismo, per fare solo alcuni
esempi. Detto questo, però, è vero anche che la crisi economica – a cui anche Principia
iuris era antecedente - ha come interrotto la capacità biopolitica ed egemonica di tale
mercatismo, dato che la carne viva delle persone sente come le promesse di benefici
trikle-down siano state fallaci. In Europa, ad esempio, i cittadini non sono più facil-
mente permeabili alle magnifiche sorti e progressive dell’Unione. In assenza di sog-
getti di massa legati a un’idea di emancipazione egualitaria, sul piano dei diritti sociali
e civili, il particolarismo individualistico dell’homo oeconomicus social-darwinista si
riproietta sulle appartenenze identitarie, creando le basi per il ritorno di populismi di
tipo nazionalistico che il sistema tollera e assorbe in quanto esse promettono di man-
tenere intatte le basi produttive e le gerarchie sociali, anzi persino di rafforzarle. È
così che il voto operaio, ormai soggettivato mercatisticamente, reagisce alle politiche
neo-liberali premiando Le Pen, Trump, Kaczyński, etc.
Gli ultimi trent’anni della nostra storia possono infatti essere descritti, dal punto di
vista di una storia delle ideologie che voglia tenersi stretta alla storia materiale, come
una nuova restaurazione9. La Restaurazione di primo Ottocento reagì alla Rivoluzione
francese, proiettando i valori romantici della liberazione delle sfere emotive della vita

7  Cfr. Z. Bauman, Homo consumens. Lo sciame inquieto dei consumatori e la miseria degli esclusi, Gar-
dolo (TN), Erickson, 2007.
8  Cfr. ad esempio S. Hall, Gramsci e noi, in G. Vacca, P. Capuzzo, G. Schirru (a cura di), Studi gramsciani
nel mondo. Gli studi culturali, Bologna, Il Mulino, p. 77.
9  Per questa tesi cfr. A. Burgio, Senza democrazia, cit.

220
agli agglomerati collettivi e culturali, di cui si intendeva rivendicare la particolarità
contro l’astrattezza universalistica della cultura rivoluzionaria dei diritti. La secon-
da ondata restauratrice può collocarsi nel primo Novecento, culminato nel fascismo
come reazione alla fase di agitazione democratica e sociale che va dal 1848 alla Co-
mune parigina del 1871 e all’affermarsi del movimento operaio. Il nostro tempo è
invece da pensare come una grande reazione alla civiltà post-bellica: una civiltà, cioè,
caratterizzata dalla costituzionalizzazione dei diritti sociali e del lavoro e culminata
nell’ondata di antagonismo che, a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta, aveva pro-
dotto anche un consistente avanzamento sul piano dei diritti civili. L’epoca del Welfare
può essere anche vista come una “rivoluzione passiva” indirizzata a neutralizzare gli
antagonismi sociali, attraverso una serie di benefici calati verticalmente alla cittadi-
nanza, in un grande compromesso economicistico di cui il neoliberismo è la prose-
cuzione liquefatta. Ma con ciò non vanno dimenticate anche le fonti “attive” di quel
gran compromesso, e cioè la spinta dei lavoratori organizzati e poi la partecipazione
alla vita politica, attraverso partiti e sindacati, di una vasta massa di persone volte
ad acquisire nuovi diritti (ma il problema rimanda alla dialettica della modernità: è
essa tutta una deriva alienante e repressiva oppure un movimento commisto di spinte
emancipative e distruttive?). La “reazione” si è esplicitata tra gli anni Settanta e Ottan-
ta con la formazione di una cultura neo-cons che poi si è coagulata nel tatcherismo e
nel reaganismo, all’insegna del neoliberismo.
Il neoconservatorismo, cresciuto negli Stati Uniti e poi diffusosi in tutto il mondo,
ha in sé un’ambivalenza. Da un lato promuove un’erosione dei limiti al mercato eco-
nomico e l’abbattimento delle barriere, anche nazionali, che lo ostacolano; dall’altro
però ripristina, nell’ambito dei rapporti civili, una visione conservatrice in cui l’enfa-
tizzazione della libertà dei costumi e dei diritti individuali (assunta al di fuori della
sfera economica) viene vista come motivo di disgregazione: quindi estrema liberaliz-
zazione nel campo economico e critica della libertà individuale nelle altre sfere della
vita in cui vengono riattivati valori tradizionali. Ronald Inglehart10, nel corso degli
anni Ottanta, portò a termine una ponderosa ricerca sociologica che documentò come
i giovani avessero maturato uno spettro di valori che egli definiva «postmateriali»: so-
lidarietà, tolleranza per la diversità culturale e sessuale, mercato libero sebbene rego-
lato, ambientalismo, pace e non violenza. Valori che potevano dispiegarsi in un’epoca,
quella che va dagli anni Cinquanta agli anni Ottanta, culminata peraltro nel libertari-
smo della contestazione. Era, quella, un’epoca in cui ogni generazione stava meglio di
quella precedente e la sicurezza materiale proiettata al futuro liberava dall’angoscia,
lasciando spazio all’affinamento dell’interiorità. Un decennio dopo, Ettore Recchi se-
gnalava come invece ci fosse stato in breve tempo un ritorno fra i giovani dei valori
patriarcali, autoritari, xenofobi, individualistici e acquisitivi11. Ciò non tanto per un

10  R. Inglelhart, Valori e cultura politica nella società industriale avanzata (1989), Torino, Liviana,
1993.
11  E. Recchi, Il rischio disoccupazione e i valori politici degli studenti universitari italiani, in G. Bettin
(a cura di), Giovani e democrazia in Europa, Padova, Cedam, 1999, pp. 727-765.

221
consistente peggioramento delle condizioni economiche, ma per la paura che queste
potessero peggiorare: ciò che poi è avvenuto nel primo decennio del nuovo millen-
nio. Più le condizioni materiali peggioreranno, più si creeranno le condizioni di un
cambiamento: ma senza un’iniziativa culturale, politica e sociale per una trasforma-
zione radicale dei paradigmi politici ed economici, la svolta sarà probabilmente di
tipo autoritario, o nella versione liberista del neoconservatorismo, oppure - in casi di
crisi particolarmente rovinose - ripristinando anche politiche di protezione sociale.
Quando le oligarchie non riusciranno più a gestire il potere nelle rinnovate forme del-
lo “spettacolare integrato”, per usare la terminologia di Debord (su cui rimandiamo al
bel saggio di Alessandro Simoncini, compreso in questo volume) - e, cioè, di un com-
posto di violenza occulta e di sottile dominio attraverso la mercificazione delle sfere
della vita (compresa la comunicazione) e nella fusione di questa col potere politico12
– dovranno esibire di nuovo la loro anima “fascista”. E del resto non sono stati eventi
costituenti del millennio il G8 di Genova, Abu Grahib, Guantanamo (gli ultimi due con-
tribuiscono a spiegare Daesh così come la pace di Versailles contribuisce a spiegare
il nazismo)? Quasi a dire che l’estrema violenza, oggi riservata a terroristi e migranti,
potrà abbattersi in modo generalizzato su ogni dissenter, in caso di necessità? Con il
tramonto delle ideologie nel corso degli anni ottanta, con l’affermarsi del post-moder-
nismo nella stessa intellighenzia progressista – come hanno denunciato, fra gli altri,
Terry Eagleton13 e Naomi Klein14 – si è infatti affermata una rimozione generalizzata
delle questioni di carattere economico dall’agenda politico-culturale (sulla scia, para-
dossalmente, del post-materialismo del maturo Novecento). È come se il governare i
processi economici richiedesse uno sforzo superiore al consentito, che, peraltro, evo-
cava, da un lato, i fallimenti del socialismo reale e la sua aridità morale e, dall’altro,
quelli dello Stato sociale, affermandosi la tesi secondo cui la crisi debitoria e fiscale
degli Stati origini non dall’abbassamento progressivo delle imposte sulle imprese e
dalla privatizzazione delle banche nazionali con le relative conseguenze sui tassi di
interesse, ma dai costi dei diritti sociali e del lavoro.
Alle problematiche economiche si è sostituita tutta una serie di istanze legate all’i-
dentitarismo. La coesione sociale viene ora vista non come il frutto della condivisione
di determinate istituzioni comuni (res pubblica) ma di appartenenze naturali-culturali
(emblematico il cambiamento di nome dello stato ungherese dopo la riforma costitu-
zionale del 2012 voluta da Orban): la regione, l’etnia, la nazione, la religione, la civiltà.
La globalizzazione ovviamente enfatizza tutto ciò, sia distruggendo gli Stati nazionali
(e quindi facendo riemergere le sub-culture sommerse), sia provocando una reazione
all’universalismo della merce, che però finisce per essere a questo adattabile e anzi
complementare. Alla lotta di classe subentra perciò il “conflitto di civiltà”. Non si risol-
vono più i problemi combattendo chi ci sfrutta realmente, ma chi sta un po’ peggio di

12  G. Debord, Commentari alla società dello spettacolo (1988), in Id., La società dello spettacolo,Mi-
lano, Baldini Castoldi Dalai, 1997.
13  T. Eagleton, Le illusioni del post-modernismo, Roma, Editori Riuniti, 1998.
14  N. Klein, No Logo, Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2000.

222
noi ed è diverso: il migrante, lo zingaro, ma anche il deviante, il carcerato. Tutta una
letteratura, che va da David Garland a Loïc Wacquant a John Simon15, ha sottolineato
come prima negli USA e poi in Europa la legittimazione che un tempo poggiava sui bi-
sogni soddisfatti dallo Stato sociale fa ora leva sulle paure – alimentate dalla politica e
dai media – a cui risponde uno Stato penale ispirato all’ideologia della tolleranza zero
e della criminalizzazione dello straniero e del migrante. Su questo è utile, in questo
volume, la sintesi effettuata da Tamar Pitch.

Da un certo punto di vista, il “populismo” è quindi una reazione alla progressiva ri-
presa del potere delle élites, ma poi di fatto non fa altro che riconfermarla con equilibri
diversi, rispondendo alle medesime architravi individualistiche, soltanto riproiettate
sulle grandi monadi identitarie, peraltro già attivate da un neo-conservatorismo, da
tempo egemone, che coniuga neo-liberismo in economia e un conservatorismo com-
pensativo nei valori etici. Tuttavia a questo punto si apre un nuovo problema che ri-
chiede ulteriori sforzi di chiarificazione semantica e concettuale. Il termine populismo
nel lessico politico occidentale si è affermato infatti con significato in genere svaluta-
tivo, sulla base di un doppio discredito: quello della cultura liberale, che lo identifica
con le derive demagogico-autoritarie; e quello della sinistra, di estrazione leninista o
socialdemocratica, che vede nella sua proposta politica un illusorio appello ad un “po-
polo-nazione” passivo, incapace di reale emancipazione. Per questa via “populismo”
diventa lo stigma da applicare ad ogni pensiero critico che denuncia le diseguaglianze
sociali. In questo volume Damiano Palano effettua una ricca ricostruzione della storia
di questa parola - fino alla riabilitazione che ne ha tentato Ernesto Laclau - identifi-
cando il populismo con il discorso politico tout court, utilizzabile quindi anche in un
orizzonte politico di reale emancipazione popolare. Mario Pezzella – peraltro svilup-
pando un accenno già presente in Palano - ha a mio avviso ben enucleato, nel suo
contributo, i limiti di una prospettiva che, rimanendo in un orizzonte sostanzialmente
linguistico, rischia di non cogliere i reali processi di produzione economica e sociale e,
quindi, di rimanere illusoriamente emancipativa.

3. Soggettivazione post-democratica
Il “populismo di mercato” e il “populismo identitario-nazionalista”, pur essendo
spesso (ma non sempre) alternativi, hanno appunto in comune la matrice spettaco-
lar-mercatistica, che può essere declinata in forme neo-liberiste oppure protezioni-
ste16, ma sempre dentro il quadro del finanzcapitalismo. Ecco perché Tangentopoli

15  D. Garland, La cultura del controllo (2001), Il Saggiatore, 2004; L. Wacquant, Punire i poveri. Il
nuovo governo dell’insicurezza sociale, Roma, DeriveApprodi, 2006; J. Simon, Il governo della paura.
Guerra alla criminalità e democrazia in America, Milano, Raffaello Cortina, 2008.
16  Sul modo in cui all’inizio del secolo scorso le dottrine protezioniste e quelle liberiste ben convi-
vessero nella miscela nazionalista, cfr. L. Michelini, Il pensiero economico del nazionalismo italiano in

223
aveva eletto a salvatore un grande monopolista e la critica a Wall Street trova il suo
eroe in un immobiliarista non fattosi da sé. Su quella radice “spettacolare” si sofferma
in questo volume – come già accennato - il saggio di Alessandro Simoncini, che illustra
convenientemente come il potere odierno, foucaultianamente, produca i soggetti.
Pensiamo ai beni culturali e della scuola. È stato Tomaso Montanari, di recente, a in-
tervenire con insistenza sul tema della mercatizzazione del patrimonio artistico e cul-
turale17. Se negli Stati Uniti i privati sponsorizzano mostre e musei fornendo le risorse
e ricevendo in cambio la possibilità di fregiarsi pubblicamente di questo loro mece-
natismo (quel senso dell' "onore" che Leopardi riteneva mancare alla classe dirigente
peninsulare), in Italia i privati ricevono in gestione il patrimonio artistico, sottraendo
la sovranità agli organi dello Stato e traendo tutto il profitto dagli eventi. Capita che gli
enti locali offrano il loro personale per eventi da cui solo i privati stessi traggono van-
taggi economici. È questo, un caso-scuola di quanto possiamo apprendere in questo
volume dall’esaustivo e documentato saggio di Alessandro Arienzo sulla governance.
In questo caso gli enti locali non funzionano da livelli dello Stato più a diretto contatto
con la base sociale, ma da mediatori fra le istituzioni del capitale privato e le fette di
territorio che possono mettere loro a disposizione, in quel Grande saccheggio di cui
ha parlato Piero Bevilacqua, anche nel suo contributo a questo volume. Quel “governo
locale” che negli anni Novanta sembrava la panacea della crisi dello Stato, l’interca-
pedine fra i territori e il mondo globale in una governance in cui i privati avrebbero
espresso le energie migliori dei territori, si rivela in realtà ormai debole paravento
degli interessi imprenditoriali e finanziari.
Montanari fa notare come ovviamente questa dinamica, oltre a travasare risorse dal
pubblico al privato, priva la cittadinanza di un bene comune ad essa garantito dall’ar-
ticolo 9 della Costituzione repubblicana. Ma, in questa dinamica predatoria, il patri-
monio artistico viene anche snaturato e incapsulato in una cultura del marketing che
lo depriva delle sue valenze auratiche, per consegnarlo ad un banalizzante ruolo di
richiamo consumistico. Nel 1917 Gramsci si preoccupava di come il gusto del popolo
potesse corrompersi a causa dell’abbassamento dell’offerta dei teatri per via della
loro gestione privato-monopolistica18. Così avviene oggi con l’arte, che viene fruita
come se si andasse ad un centro commerciale. In tutto questo quadro, le sovrinten-
denze vengono progressivamente svuotate di risorse economiche e di autonomia de-
cisionale. I suoi operatori, depositari di saperi alti e di alte tensioni deontologiche,
poco gratificati redditualmente, sono assediati da questi processi come gli stessi inse-
gnanti delle scuole.

Id. (a cura di), Liberalismo, nazionalismo, fascismo, Milano, M&B Pubblishing srl, 1999, pp. 10, 12,15
19, 26-27, 32, 41-45.
17  T. Montanari, Le pietre e il popolo. Restituire ai cittadini l’arte e la storia delle città italiane, Roma,
Minimum Fax, 2013; Id., Privati del patrimonio, Torino, Einaudi, 2015.
18  A. Gramsci, L’industria teatrale, in «Avanti !», 28 aprile 1917.

224
Il continuo ridimensionamento della scuola pubblica, a colpi di tagli e attacchi me-
diatici, va inserito nel più ampio quadro della post-democrazia mercatistica. Si veda,
in proposito, anche quanto sosteneva Naomi Klein sulla distruzione della scuola
pubblica negli Stati Uniti, parallelamente all’abbassamento delle tasse alle imprese
e all’entrata nelle aule del potere dei marchi19. In questo quadro lo sforzo educativo
prodotto a scuola tende ad avere sempre meno risonanza nella vita dell’adolescen-
te, sempre minore legittimazione rispetto ai messaggi che provengono da altre fonti,
spesso carichi di valutazioni e significati opposti a quelli veicolati da un’istituzione
che Piero Calamandrei definiva appropriatamente «organo costituzionale».
Tale processo ha la sua incarnazione empirica nel disinvestimento finanziario nella
scuola pubblica, fenomeno che interessa tutto il mondo occidentale ma che ha nell’I-
talia un caso-studio di particolare rilevanza, per via di una storica tendenza al disin-
vestimento nell’istruzione e nella ricerca. È possibile individuare una sorta di perio-
dizzazione tripartita della storia d’Italia.
1. La fase del ventennio liberale e del fascismo, in cui la scuola è, insieme all’esercito,
la principale agenzia di nazionalizzazione degli italiani. Tuttavia l’investimento pub-
blico non è ingente anche perché il disegno è sostanzialmente elitario. Interessa cioè
garantire una formazione minima per le classi popolari, sufficiente per le esigenze
di modernizzazione e tale da non coinvolgerle troppo nella vita del paese – anche
per non stimolarne il potenziale eversivo – e puntando piuttosto sulla formazione di
ristrette classi dirigenti. Tale impostazione, attraversata da dubbi e controtendenze,
risulta vincente con la riforma Gentile, che il fascismo, pur mantenendo il disegno
gerarchico di fondo, inizia ad erodere facendosi carico della crescente massificazione,
ma in chiave autoritaria e poi totalitaria, chiamando la scuola ad un ruolo centrale nel
processo di fusione fra Stato e nazione.
2. Con la Repubblica la scuola resta il cardine centrale di una legittimazione del pote-
re attraverso le istituzioni statuali. Tuttavia la nuova sovranità democratica si esprime
anche nello sforzo di estendere a tutti i ceti sociali i benefici dell’istruzione e dell’alta
formazione, in una visione che trova sbocco in una serie di riforme fra anni Sessanta
e Settanta.
3. Dopo la caduta del Muro di Berlino, in una fase di accelerante globalizzazione, il
potere tende invece a coagularsi sempre più nelle concentrazioni di proprietà privata,
disseminatesi nella società con il loro influsso egemonico commercial-spettacolare,
piuttosto che agire attraverso i canali pedagogici tradizionali di tipo scolastico.
La crisi dello Stato sociale investe così anche il ramo dell’istruzione pubblica, sem-
pre più svuota di risorse, in un clima da finis scholae. Frequente è del resto il ricorso
all’aiuto dei genitori per finanziare questa o quella necessità primaria della scuola, in
una sorta di riprivatizzazione sotterranea di uno dei principali cardini “pubblici” della
democrazia costituzionale. Le politiche di smantellamento, che tendono a erodere la
funzione democratico-sociale dell’istruzione pubblica (diminuzione del “sostegno” e

19  Cfr. N. Klein, No Logo (2000), Milano, Baldini e Castoldi, 2001.

225
della formazione per adulti, eliminazione delle scuole nelle zone meno abitate e di
montagna, affollamento delle classi con il risultato che chi ha più bisogno d’attenzione
ne riceva invece di meno), vengono del resto legittimate con campagne mediatiche
volte ad attribuire alla scuola parte della responsabilità dell’attuale disgregazione so-
ciale, dovuta invece soprattutto agli effetti del neo-capitalismo deregolamentato. La
stessa politica di riduzione anti-costituzionale dei diritti degli impiegati pubblici, per-
petrata dagli ultimi governi (senza trovare particolare resistenza nei sindacati e nei
partiti di centro-sinistra) all’insegna della lotta ai “fannulloni”, ha costituito in realtà
un falsificante attacco agli insegnanti: ad una categoria, cioè, già penalizzata dagli sti-
pendi bassi rispetto alla media europea, deprivata ulteriormente del suo potere d’ac-
quisto dopo il passaggio all’Euro. Una categoria in genere “resistente” ai processi di
risoggettivazione consumistica e che anche per questo viene oggi messa sotto attacco
come una sorta di “Stato canaglia”.
Si diceva prima di Calamandrei. In effetti il processo di mercatizzazione e merci-
ficazione del mondo, affermatosi negli ultimi due decenni, è anche un processo di
erosione dei valori delle costituzioni democratiche (e della Carta dei diritti dell’Uomo
dell’ONU) affermatesi dopo la Seconda guerra mondiale proprio per cercare di porre
le basi per una definitiva sconfitta dei valori autoritari e anti-universalistici che ave-
vano caratterizzato il primo Novecento. La crisi del valore dell’uguaglianza si manife-
sta anche nella tendenza della politica a stimolare una sorta di nuovo autoritarismo,
dichiaratamente contrapposto al permissivismo post-sessantottino, caratterizzato da
un incremento dell’attenzione alla disciplina e a una severità nella valutazione. In tal
modo, in linea con il neosecuritarismo imperante dopo l’11 settembre, ma anche in
risposta ai flussi di migranti, si cerca di compensare l’insicurezza determinata dalla
globalizzazione dei mercati, dalla crisi fiscale dello Stato e dalla precarizzazione del
lavoro, con contrappesi non più sociali, ma appunto securitari ed autoritari. L’idea che
avanza è quella di responsabilizzare al massimo l’individuo, tralasciando l’interazio-
ne sociale come genesi dei destini individuali: ne consegue una nuova giustificazione
della “selezione naturale”, che la scuola (contro il dettato costituzionale) non è più
chiamata a scongiurare, ma anzi ad assecondare. È qui che si inserisce un altro anello
di quella che potremmo definire “post-democrazia” scolastica: la “meritocrazia”, su
cui mi sono lungamente soffermato nel mio contributo a questo volume.
Il culto dell’“eccellenza” e della competizione, dei test e delle classifiche, minano
alle fondamenta la scuola pubblica come istituzione costituzionale. In questo clima
di assedio, l’insegnante oggi si trova di fronte un paio di decine di ragazzi, da un lato
caratterizzati da sempre più significative quote di diversità culturali, dall’altro sempre
più unanimemente sottoposti al quotidiano bombardamento di messaggi pubblicitari
caratterizzati dal pensiero unico della competizione, dell'apparenza e del consumo.
Zygmunt Bauman ha sottolineato come oggi l’individuo sia modellato per consumare
in un continuo riciclaggio dell’esperienza: lo Streben non deve mai avere coronamen-

226
to, pena la fine della dinamica mercatistica20. È tutta la costellazione dei valori costi-
tuzionali a cui ho fatto prima cenno che tramonta nel ragazzo medio di oggi. Mentre
la generazione degli attuali quaranta-cinquantenni è cresciuta con i palinsesti della
televisione degli anni Sessanta-Settanta, ispirata prima all’umanesimo cristiano di Et-
tore Barnabei (a lungo capo supremo Rai) e, poi, negli anni Settanta, integrata dalle
culture più radicali dell’antifascismo; e se quindi, ad esempio, uno dei telefilm cult
era allora la saga di Radici; e se persino a cavallo di quegli anni Ottanta e Novanta che
avrebbero decretato l’omologazione della tv pubblica a quella commerciale, poteva
ancora registrarsi una fiction dagli alti contenuti civili come La piovra, oggi i ragazzi
seguono prodotti che oltre ad essere in genere di scadente livello estetico, sono privi
di ideali diretti all’emancipazione dei più deboli, alla eliminazione strutturale delle in-
giustizie, alla lotta alle superstizioni. Impera invece non solo un’esaltazione delle tra-
dizioni nazional-popolari (persino nelle sue componenti “devozionali”), ma anche del
successo, della bellezza fisica e del denaro. Se la generazione a cui mi riferivo prima si
formava, fra infanzia e prima adolescenza, con i disegni animati giapponesi, incentrati
in genere sulla difesa del pianeta dall’invasione di alieni privi di ragione - oppure si
esaltava per le suggestioni rivoluzionarie di Lady Oscar -, oggi sono i vuoti simulacri
del Grande Fratello e dell’Isola dei famosi ad alimentare, nei maturi teenagers, pas-
sioni che non potranno poi che rivelarsi “tristi”. Il privatismo delle fiction degli anni
Novanta, nei reality show, trapassa in un’eclisse della rappresentazione: il racconto si
identifica con la stessa realtà, ovviamente falsificandola. Il risultato è una desublima-
zione repressiva per cui non esiste più alcun trascendimento dell’esistente, e il reale
è assorbito dall’apparire.
Uno degli aspetti tipici della soggettivazione innescata dai nuovi processi neo-ca-
pitalistici è senza dubbio l’assottigliamento della funzione della memoria. Quando
Fukuyama decretò la «fine della storia», espresse uno spirito del tempo caratterizzato
dalla cifra sincronica o a-cronica del mercato. La società dei consumi ha bisogno di
annullare il tempo come categoria del vissuto personale, al fine di poter continua-
mente “dimenticare” e ricominciare a comprare: senza peraltro poter affinare e arti-
colare un pensiero critico sul presente. È stato Richard Sennet21 a sottolineare come
la flessibilità lavorativa, introdotta dai meccanismi produttivi post-fordisti, portasse
ad un’erosione della possibilità di narrare la propria esperienza e anche di poterla
trasmettere pedagogicamente ai propri figli. La flessibilità impedisce di accumulare e
far progredire competenze in un determinato settore e ambiente lavorativo e quindi
di trasmetterle alle nuove generazioni. Sembra qui realizzarsi la filosofia di Nietzsche:
l’“eterno ritorno” è infatti il ritorno continuo dell’identico atto del consumare, che
non sopporta risparmio, non sopporta archivi e musei personali (se non si può ri-
sparmiare perché salari e stipendi si contraggono per l’elevarsi di rendite e profitti,
allora si inventa un credito virtuale illimitato: da cui la crisi del 2008), volto ad una

20  Z. Bauman, Homo consumens, cit.


21  Cfr. R. Sennet, L’uomo flessibile (1998), Roma, Feltrinelli, 2001.

227
continua distruzione nichilistica perpetrata da una razionalità, in ultima analisi, pu-
ramente strumentale. E tuttavia c’è un altro Nietzsche che può invece assumere un
significato di “resistenza” rispetto ai nostri tempi. E cioè quello della seconda “Inat-
tuale sulla storia”, in cui il filologo-filosofo spiegava come ad una storia polverosa fatta
per schiacciare il presente nel passato, e dunque per neutralizzare la vita, si debba e
si possa opporre una storia in funzione della vita stessa, fatta per riaccendere il fuoco
del presente e del futuro22. Da questo punto di vista è utile ad esempio la lettura del li-
bro di Daniel Pennac Diario di scuola23. Il tema centrale è, infatti, la lotta al pregiudizio
che si forma sull’individuo alle prime prove scolastiche e che lo relega in un destino di
inadeguatezza. Pennac mostra invece come gli interessi, le facoltà, le qualità, possano
emergere con tempi diversi, a seconda delle condizioni: mostra cioè che nessuno è
determinato e determinabile ad un livello di capacità. E nello stimolare le capacità e
qualità che tutti abbiamo – di contro ai gerarchismi di matrice irrazionalistico-roman-
tica e naturalistico-positivistica – è fondamentale la figura dell’insegnante che lette-
ralmente “salva” gli alunni da destini di minorità. Questo sforzo è del resto lo stesso
che può animare il miglioramento collettivo della società, il sovvertimento delle sue
logiche immobilistiche – il suo “falso movimento” – volte a preservare le rendite eco-
nomiche e di potere. E forse proprio per questo – lo ribadiamo - oggi la professione di
insegnante è particolarmente soggetta agli attacchi del potere e dell’opinione pubbli-
ca da esso eterodiretta.
Mi è piaciuto pensare che il recente film Lo chiamavano Jeeg robot24 - film di genere
inedito nel recente panorama italiano - parli anche di questo. La Roma di un vicino
futuro: crisi economica ad uno stadio più avanzato di oggi, un clima di diffuso disa-
gio e alienazione, cominciano anche ad esplodere bombe. Cresciuto in una disperata
borgata della Capitale, vivendo di espedienti e di furti, indifferente a quanto succede
intorno a lui, Enzo assume superpoteri dopo aver subito una contaminazione. Alessia,
afflitta da turbe psichiche e da una sorta di ritardo mentale - anch’essa cresciuta negli
ambienti delle borgate con un padre delinquente - sostiene il proprio dolore guardan-
do tutto il giorno le puntate registrate del cartone animato giapponese degli anni Ot-
tanta Jeeg robot d’acciaio. Vedendo i suoi superpoteri, si convince che lui sia Jeeg e le
conseguenze del loro amore fanno convincere anche Enzo di esserlo. Gradualmente,
cioè, egli si persuade che c’è senso nell’essere responsabili verso gli altri e nell’utiliz-
zare le proprie doti non a fini acquisitivi, ma mettendole a servizio di chi ne ha biso-
gno. È come se gli autori abbiano voluto gettare benjaminianamente lo sguardo agli
anni Ottanta, in cui ancora aleggiavano i valori emancipativi dei decenni precedenti,
sebbene sempre più asfissiati dal clima di riflusso che preparava la grande fiction de-
gli anni Novanta (di cui a mio avviso un’altra grande metafora filmica è Birdman25); ma
ciò per dire che ci può essere ancora un futuro.

22  Cfr. M. G. Contini, Elogio dello scarto e della resistenza, Bologna, Clueb, 2009.
23  D. Pennac, Diario di scuola, Milano, Feltrinelli, 2008.
24  G. Mainetti, Italia, 2016.
25  Alejandro Gonzales Iñárritu, USA, 2016.

228
4. Oltre il postfordismo: pubblico e/o comune?
Pochi libri spiegano cosa sia avvenuto negli anni Novanta, con il passaggio definitivo
dal fordismo al postfordismo, meglio di quanto faccia Il nuovo spirito del capitalismo
di Jean Luc Boltanski e Eve Chiappello26. La genesi della ricerca è della metà di quel
decennio, quando emerge una forte crescita economica accompagnata da un ritorno
della povertà e di accentuate diseguaglianze. Cosa stava succedendo? Nel nuovo ca-
pitalismo dominano poche grandi aziende multinazionali che effettuano investimenti
diretti all’estero, andando quindi al di là dei processi di scambio tradizionali e as-
sumendo potere su realtà locali lontane dalla sede centrale dell’azienda. La derego-
lamentazione della finanza rende le concentrazioni di capitale finanziario capaci di
influenzare il mercato. A livello sociale i due autori sottolineano come mentre a inizio
secolo la borghesia contava soprattutto sulle rendite, con la Grande Depressione tale
patrimonio si assottiglia, tanti professionisti diventano salariati e i ceti medi possono
anche vedere nel fascismo la soluzione rispetto agli eccessi di liberismo e comunismo.
Dopo la guerra il sistema di sicurezza sociale riproduce il tenore di vita borghese at-
traverso il reddito da lavoro: pensioni, scatti stipendiali, certezza dell’impiego. Anche
i ceti popolari beneficiano di questi processi, pur se non nella stessa misura, ad esem-
pio potendo far accedere i figli a titoli di studio più alti. Tutto ciò negli anni Novanta
sembra finire. Finché l’esclusione era per pochi soggetti privi di competitività (società
dei due terzi), tutto appariva giustificato, ma a fine anni Novanta il disagio inizia a
entrare dentro la stessa cittadella borghese, ingenerando scetticismo e sfiducia per
la progressiva impossibilità di mantenere il tenore di vita promesso dalle precedenti
generazioni. Convinti che la dialettica del capitalismo proceda attraverso l’assimila-
zione delle denunce mosse da coloro che in esso subiscono ingiustizia, i due autori
sottolineano come l’assenza di critica negli anni Novanta fosse dovuta alla mancanza
di strumenti capaci di interpretare la nuova realtà post-fordista. Il libro – scritto in
anni in cui le conseguenze dei processi sociali in corso erano meno avanzate di quel-
le odierne - appare ancora fiducioso che il capitalismo stesso potesse ritrovare un
assetto più giusto, attraverso una sorta di giuridificazione universalistica dei nuovi
rapporti di lavoro flessibili.
Gli autori classificano le tipologie di critica rivolte alle forme passate di capitalismo:
la denuncia dell’alienazione, quella dell’oppressione da parte dei meccanismi imper-
sonali del mercato, l’impoverimento e la diffusione di valori di tipo egoistico ed op-
portunistico. Viene quindi effettuata una importante distinzione fra i due primi tipi
di critica, definiti critica “artistica” e rivolta contro i processi di standardizzazione,
e i secondi due intesi come critica sociale e marxista. La critica artistica e la critica
sociale possono avere un versante modernista e un versante anti-modernista. Quel-
la artistica è anti-modernista quando critica la massificazione e il disincantamento
del mondo, ma è modernista quando auspica una liberazione dalla gabbia d’acciaio

26  J. L. Boltanski e E. Chiapello, Il nuovo spirito del capitalismo (1999), Milano, Mimesis, 2014.

229
che impedisce al soggetto di realizzare se stesso. La critica sociale è anti-modernista
quando critica i processi di liberalizzazione dei soggetti, ma è modernista perché è
contro le diseguaglianze. Ora, per gli autori il capitalismo si è evoluto nel senso di
una diminuzione dell’oppressione, ma a prezzo di un aumento delle diseguaglianze.
Essi sembrano già sapere come si tratti di una liberazione dall’oppressione solo ap-
parente; ma, come dicevamo, a quell’altezza cronologica su questo punto vigeva una
prudenza anche dettata dalla recente crisi dei regimi socialisti e da una situazione
ancora tutto sommato nuova.
In che senso meno oppressione? Nel senso che se nelle aziende fino agli anni Ses-
santa si tendeva a dare autonomia ai quadri per sottrarli all’arbitrio della proprietà,
nell’azienda post-fordista si tende ad estendere tale autonomia a tutti i dipendenti,
anche grazie alla rivoluzione digitale. Ma, ovviamente, questi dipendenti sono spesso
a tempo determinato e gli organici sono ridotti anche a causa del processo di automa-
zione dovuto alla rivoluzione digitale stessa. La flessibilità del lavoro dipende dal fatto
che ora c’è maggiore pressione della concorrenza e una maggior fluttuazione della
domanda. Come l’idea di governance di cui ci ha parlato Arienzo in questo volume,
nell’azienda ispirata al toyotismo si afferma un’idea di rete, che appare una forma
più libera e democratica di organizzazione del lavoro; e che si struttura intorno ad un
progetto, con un manager-leader che agisce con una molteplicità di soggetti, attraver-
so il subappalto a lavoratori interinali, prestatari di servizi, ex dipendenti, consulenti,
esperti esterni. Spesso fare carriera significa riuscire ad entrare continuativamente in
progetti ed essere adattabili agli stessi. La gerarchia è ridotta a tre-cinque livelli, con
conseguente disoccupazione di una parte dei quadri. Troppe gerarchie sono infatti
anti-economiche. Si tratta di mantenere al proprio interno il core business e esterna-
lizzare tutte le altre funzioni a imprese che le possano ottimizzare e con le quali strin-
gere rapporti durevoli ma tali da essere rinegoziati. L’esternalizzazione è una sorta di
ammortizzatore sociale per il padrone. Ma essa è anche funzionale alla subordinazio-
ne del lavoratore stesso, che precipita in una condizione di subalternità e afflizione
psico-patologica. Le gratificazioni professionali vengono garantite per una minoran-
za di lavoratori che occupano posti strategici, assunti a tempo indeterminato (e dota-
ti di qualità come intraprendenza, adattabilità, comunicativa, etc.), mentre un’ampia
massa di soggetti (fra cui i migranti, chi ha problemi di salute, chi soffre di problemi
psichici o psicologici, soggetti poco mobili come le madri, chi tende al dissenso e al
conflitto) è relegata nella precarietà o nella disoccupazione. Il diritto negoziato, su-
bentrato a quello legiferato, fa si che prevalgano sempre i rapporti di forza: il manteni-
mento del posto di lavoro viene come barattato con la rinuncia ad una serie di diritti.
L’intensità di lavoro, inoltre, aumenta a parità di salario. L’aumento di produttività
non è dovuto alle tecnologie digitali ma all’aumento dello sfruttamento del lavoro (su
questo si vedano anche le magistrali analisi di Andrea Fumagalli in questo volume, su-
gli aspetti cognitivo-estrattivi del neo-capitalismo). Cercando di evitare i tempi morti
e quelli di non-lavoro, i lavoratori precari - ad esempio quelli delle ditte in subappalto
- vengono spesso pagati solo quando lavorano, in modo tale da renderli sempre di-

230
sponibili e da adeguare la loro attività alla domanda. In tal senso anche la previdenza
sociale sembra un istituto problematico, il cui ruolo si tende a scaricare sull’indivi-
duo e sullo Stato, determinandosi un impoverimento privato e pubblico. Gli incentivi
pubblici all’impiego in termini di sgravi di oneri sociali sono una sorta di sovvenzione
generale al settore privato, contrariamente all’idea di senso comune secondo cui sono
le imprese a soffrire per la pressione fiscale e gli oneri sociali.
Sembra che tutto questo dispositivo sia una reazione all’assenteismo protestatario
degli anni Settanta; una reazione che ne incorpora soltanto il rifiuto della routine, a
cui si sostituisce però un’oppressione più alienante e logorante: di fatto il lavoratore
ha la variabilità reddituale di un lavoratore autonomo ma anche la subordinazione
al committente. La produttività diventa il valore supremo, di cui la forza lavoro è la
variabile, sottoposta ai controlli di qualità.
Queste imprese in subappalto hanno diversi referenti, e quindi si determina una cir-
colazione di informazioni fra più imprese. Il loro utilizzo diventa la fonte principale
del valore. Lo snellimento della gerarchia non significa che manchi la direzione, che
viene data – come si diceva - dal leader-manager e dalla sua visione creativa. Date le
politiche più restrittive, i manager ora non possono più acquisire consenso con pro-
mozioni e assunzioni ma solo attraverso il loro carisma e la loro capacità comunica-
tiva. Le analogie con il leaderismo populistico sono evidenti: si pensi a come siano
entrati in sinergia i saperi aziendali dei manuali di management con la strategia po-
litica della Fininvest negli anni Novanta. I due autori fanno notare che in un’azienda
liquida i poteri creativi del manager possono dar luogo ad effetti di nuova arbitrarietà
e particolarismo.
Anche attraverso il marketing le aziende elaborano una strategia di controllo dei
clienti: ovvero quel processo di soggettivazione di cui ci ha parlato anche Naomi Klein.
Il controllo è sui clienti e sul territorio, non tanto sui dipendenti, a cui si riserva il più
economico autocontrollo, esercitato attraverso l’autovalutazione e il processo di quali-
tà. All’opposto del giovanilismo post-fordista, per cui guadagna di più chi è più perfor-
mante (in teoria il giovane), l’azienda degli anni Sessanta - che incorporava la critica
sociale anche per rispondere alla sfide dei regimi “totalitari” - considerava la sicurezza
del lavoro un valore, così come la progressione dei redditi nel corso degli anni. Negli
anni Novanta, al posto della sicurezza, si dà la promessa dell’autorealizzazione, della
comunicazione con soggetti lontani, di un’autonomia e liberazione dall’oppressione
burocratica e gerarchica, del piacere di lavorare in rete. Si fa anche appello all’idea che
l’azienda è al servizio dei consumatori. Non si fa più appello al progresso economico
(dati i tassi di disoccupazione) ma alla competitività in una situazione di concorrenza
esacerbata.
E qui si arriva ad un punto cruciale delle tesi del libro: e cioè che il neo-management
incorporerebbe nel capitalismo la critica artistica, portata dalla contestazione degli
anni Sessanta-Settanta, espungendo la critica sociale. Il manager tende alla vita no-
made e creativa dell’artista: cadono le barriere fra borghese e bohemien. È come se le
istanze di disalienazione di cui la nuova sinistra era permeata venissero metaboliz-

231
zate nel new management: molti nuovi manager vengono non a caso dalle esperienze
del movimento di autogestione di sinistra. Paradossalmente il taylorismo riduceva
l’uomo a macchina, ma non poteva macchinizzare la sua vita affettiva, cosa che invece
fa il nuovo management, proprio nel voler compenetrare vita e impresa.
Questi processi non solo spiegano anche l’assorbimento delle spinte conflittuali, dato
che il sistema ora ha situazionisticamente fagocitato l’avanguardia; ma l’espulsione
della critica sociale si incarna nella perdita di ogni idea di “equivalenza” fra i soggetti
coinvolti nel processo di produzione, in quanto dispersi nelle varie pieghe della rete.
Il carattere “rizomatico” dei nuovi rapporti di lavoro sembra insomma portare ad una
nuova forma di condizione subalterna che arretra rispetto ai diritti acquisiti nell’age
d’or. La frantumazione delle tipologie di lavoro e anche quella dei contratti nazionali,
fa sì che si venga a perdere ogni possibilità di tutela dei lavoratori stessi, in balia dell’e-
voluzione creatrice dell’azienda. Il turbocapitalismo sembra insomma avvalersi della
liquefazione delle istituzioni moderne, ivi compresa, ovviamente, quella sindacale. Ad
una strategia padronale basata sugli aumenti dei salari, che non attenuava il conflitto
sociale, se ne è dunque sostituita una tendente a sussumere la critica artistica e non
quella sociale. Da forme di giustizia collettive, si passa perciò a contratti sempre più
individualizzati e basati sulla prestazione effettiva.
Boltanski e Chiapello rilevano che all’inizio sembrava quasi che il capitalismo venis-
se incontro alle esigenze libertarie della contestazione. Della flessibilità si vedevano
più la libertà e l’autorealizzazione personale che la precarietà e l’insicurezza. L’auto-
gestione, fulcro dell’agenda antistalinista, sembra andare in questa imprevedibile di-
rezione, proiettando lo sviluppo personale al di là del disciplinamento fordista-taylo-
rista.
Ma oggi il Re è nudo e governa una distopia: la libertà è solo per pochi. Per i mol-
ti precarietà e disoccupazione. Ora, è possibile invertire la rotta disegualitaria con
un compromesso fra capitale e lavoro di tipo keynesiano, che sviluppi politiche re-
distributive riformiste attraverso la via istituzionale? O è solo il conflitto attraverso
l’autonomia sociale che può innescare reali cambiamenti? La leva istituzionale può
funzionare solo in contesti locali? Queste sono domande cruciali del dibattito uscito
anche da alcuni saggi di questo libro. Su questo mi soffermo un momento, con alcune
riflessioni conclusive mie personali (già sollevate in alcuni dei dibattiti del ciclo).
A mio avviso un’Unione Europea sganciata dagli interessi della grande finanza e del-
le multinazionali – e, anzi, volta a tutelare il demos rispetto a queste concentrazioni di
potere – potrebbe avere ben diversa voce in capitolo rispetto ad una Grecia piccola ed
isolata. Non abbiamo visto in Sudamerica svariati esempi di fuoriuscita istituzionale
dal neo-liberismo, con realtà più verticistiche e istituzionalistiche (come il Venezuela)
e altre in cui è stata più forte e costituente la spinta dal basso (Bolivia)? Che ormai le
istituzioni pubbliche siano subalterne ai poteri privati e non riescano a tutelare i beni
comuni (sul cui concetto giuridico si è soffermata in modo prezioso Maria Rosaria Ma-
rella in questo volume), non significa che, dunque, il pubblico debba per natura essere
maschera di interessi particolari. Per intenderci non è da condividere, secondo me,

232
la tesi di Marta Naussbam in Non per profitto27: dato che gli Stati sono subalterni agli
interessi dei mercati, l’unica via per salvare i dipartimenti umanistici (ovviamente di
eccellenza) delle università del mondo è puntare