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INTEGRAZIONI A HOBBES

Definizioni di “contrattualismo” e “giusnaturalismo”

Contrattualismo = teoria secondo cui lo Stato nasce mediante un contratto “originario” (= che dà origine allo
Stato) stretto o dai sudditi tra di loro (secondo Hobbes e Rousseau), o tra i sudditi e il sovrano (secondo
Locke). Il contratto originario è detto anche contratto “sociale” perché dà origine alla società civile, cioè
implica il passaggio dallo stato di natura (in cui vige il diritto naturale) allo stato civile (in cui vige il diritto
positivo = le leggi scritte).
Il contrattualismo è legato al giusnaturalismo = teoria secondo cui esistono diritti naturali, validi per tutti e
per sempre, anteriormente alla formazione dello Stato. Il giusnaturalismo moderno considera il contratto
sociale come fonte dell’autorità del sovrano, quindi nega l’origine divina del potere politico, e afferma
l’autonomia (dalla religione e dalla morale) e la necessità (per evitare la guerra e garantire il diritto) della
sfera politica.

Il razionalismo e la politica come scienza

Hobbes è il fondatore del “razionalismo politico”, cioè della teoria secondo cui le norme della politica (=
della vita associata) hanno origine esclusivamente nella ragione umana. Da questa concezione Hobbes ricava
le seguenti conclusioni:
1) il comportamento degli uomini in società può essere studiato scientificamente, per cui la politica può
costituirsi come scienza autonoma;
2) la forma di governo necessaria, perché naturale sbocco di una riflessione razionale sulla natura
umana, è l’assolutismo politico (= forma di governo in cui il potere del sovrano è assoluto, cioè
illimitato, non limitato da nulla; “assoluto” deriva dalla parola latina “ab-solutus” = sciolto da, privo
di vincoli, non limitato).

Hobbes riprende l’ideale del razionalismo cartesiano ma, a differenza di Cartesio, ritiene che non ci possa
essere scienza (= conoscenza rigorosa) di ogni ambito della realtà. Egli sostiene infatti che l’uomo può
conoscere in modo certo soltanto ciò che egli fa. Ne segue che non ci può essere scienza del mondo naturale,
in quanto la natura è creata da Dio e non dall’uomo: soltanto Dio può conoscere perfettamente la natura, per
cui la fisica non è una scienza. È invece una scienza la matematica (che si occupa di entità astratte, inventate
dall’uomo), l’etica (che si occupa del comportamento del singolo individuo) e la politica (che si occupa del
comportamento dell’uomo nelle relazioni che intrattiene con i suoi simili). Hobbes presta particolare
attenzione alla politica e la rende una scienza razionale: “scienza” perché la politica è “fatta” dagli uomini,
per cui essi possono conoscere perfettamente il mondo politico; “razionale” perché il comportamento umano
obbedisce a principi e a leggi che possono essere comprese ed esposte razionalmente.

Il paragone tra Hobbes e Vico riguardo alla scienza e alla libertà

Riguardo alla conoscenza Vico (filosofo napoletano del ’600) afferma lo stesso principio di Hobbes: l’uomo
può conoscere solo ciò che lui stesso fa. Vico enuncia questo principio dicendo: “verum et factum
convertuntur” = il vero e il fatto si convertono l’uno nell’altro: è vero (= conoscibile in modo certo) ciò che
si fa, si produce. In base a questo principio Vico dice che la fisica non è una scienza; è invece una scienza la
matematica (che si occupa di entità astratte, inventate dall’uomo) e la storia (che è il frutto delle azioni degli
uomini). Vico intitola la sua opera principale, dove parla della storia, Scienza nuova. Chiama la storia
“scienza nuova” perché fino a quel momento nessuno aveva considerato possibile una scienza (= una
conoscenza certa) della storia: tutti pensavano che la scienza (= conoscenza certa) fosse soprattutto la
matematica e la fisica.

Le differenze fondamentali tra Hobbes e Vico sono:


1) per Hobbes la storia non è una scienza, le scienze sono la matematica, l’etica e la politica; per Vico
l’etica e la politica non sono scienze, le scienze sono la matematica e la storia;

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per Hobbes non esiste il “libero arbitrio”, cioè la “libertà positiva” (detta anche “libertà di”), che consiste
nella “libertà di volere” (= libertà di decidere ciò che si vuole), poiché la volontà è sempre soggetta a
condizionamenti interni ed esterni; esiste solo la “libertà negativa” (detta anche “libertà da” ogni cosa che
possa ostacolare il compimento di una determinata azione), che consiste nella “libertà di agire” (= libertà di
espletare in un modo qualunque ciò che è già stato deciso dalla volontà, senza che qualcuno o qualcosa lo
possa impedire). Hobbes definisce infatti la libertà soltanto come “l’assenza di tutti gli impedimenti
all’azione”.
Per Vico esiste la libertà di volere e di agire, ma i fini particolari perseguiti dagli uomini con le loro azioni
sono in realtà mezzi di cui si serve la Provvidenza per raggiungere fini universali e superiori, primi fra tutti
la conservazione del genere umano e l’affermazione della giustizia (questa teoria verrà chiamata più tardi
“eterogenesi dei fini”, dal termine greco “eteros” = diverso: le azioni vengono indirizzate a fini “diversi” da
quelli perseguiti consapevolmente dagli uomini che agiscono, senza che essi se ne rendano conto).

Il determinismo e il materialismo

La concezione della libertà di Hobbes, che è una forma di “determinismo” (= teoria secondo cui la volontà,
nel prendere le decisioni, è sempre determinata, condizionata da cause che non sono in suo potere,
soprattutto l’istinto di autoconservazione), discende dal fatto che Hobbes è un “materialista”. Per
“materialismo” si intende una concezione filosofica secondo cui esiste soltanto la materia e non lo spirito (le
operazioni spirituali sono spiegate in base a processi materiali). Questa concezione si rifà alla definizione
dell’essere data da Platone nel Sofista, secondo cui “è” (cioè esiste) soltanto ciò che può agire o subire
un’azione. Siccome solo ciò che è materiale può agire o subire un’azione, dalla definizione platonica
discende la concezione filosofica del materialismo. Il materialismo di Hobbes si chiama “corporeismo”
perché secondo Hobbes la materia assume forma corporea.

Secondo Hobbes i nomi hanno un’origine convenzionale (= nascono da un accordo fra gli uomini, che
decidono di chiamare certe cose con un certo nome). I nomi sono dunque soltanto segni linguistici che non
riflettono l’essenza intima delle cose designate da essi. Ne segue che non esistono concetti universali (=
nomi che indicano un insieme di cose aventi le stesse caratteristiche essenziali), e che la “scienza” della
natura non è veramente tale (= la fisica non è una conoscenza certa, perché non riflette l’essenza intima della
natura materiale).

L’unione di autorità politica e autorità religiosa nel sovrano

Secondo Hobbes la suprema autorità religiosa deve essere conferita alla suprema autorità politica (al
sovrano) perché:
1) se il capo della Chiesa non fosse il capo dello Stato, il potere del sovrano sarebbe limitato dal capo
della Chiesa e non sarebbe dunque assoluto;
2) il sovrano è tale per diritto divino, anche se riceve la sua autorità dagli uomini (mediante il “patto di
sottomissione”) e non direttamente da Dio (la tesi secondo cui il sovrano riceve la sua autorità
direttamente da Dio è quella sostenuta nel medioevo, quando è utilizzata dall’imperatore che, nella
lotta contro il Papa, pretende di detenere sia l’autorità politica sia quella religiosa).
Hobbes giustifica questa tesi mediante il seguente ragionamento.
Dio ha creato gli uomini, e li ha dotati di una natura razionale. La legge di natura, che si trova nella ragione
di ogni uomo, coincide dunque con la legge divina. La legge di natura prescrive a ogni uomo di uscire dallo
stato di natura e di entrare nello stato civile, dando vita mediante il contratto sociale a uno Stato assoluto. Il
potere del sovrano di questo Stato assoluto, derivando dall’esecuzione della legge di natura che coincide con
la legge divina, è non è solo di natura umana, ma anche di natura divina.
La posizione di Hobbes è diversa da quella di Machiavelli, il quale afferma che la politica è totalmente
autonoma sia dalla morale sia dalla religione.

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