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Cecilia per Mario: Musica e Resilienza

Confesso di essere sempre piuttosto in imbarazzo quando mi si chiede di parlare


di Musica intesa come dimensione di esperienza soggettiva. Va da sé che non si tratta di
timidezza o - al contrario - del vezzo del non concedersi. Piuttosto, il fatto è che - a mio
parere almeno - su questa circostanza insista una oggettiva problematica. Per un
musicista, infatti, la Musica è una condizione esistenziale, prima ancora che una disciplina
o un habitus culturale. Intendo con ciò dire che per un musicista è estremamente
problematico, o forse proprio impossibile, parlare di Musica come di altro da sé:
normalmente, infatti, la Musica è strettamente legata, imprescindibile dall’esperienza
esistenziale del musicista, tanto da non potersene dare un contraddittorio. Musica come
conditio sine qua non, direi dunque, presente tanto in senso temporale – giacché solitamente
la prima esperienza sonora si perde nella più remota memoria – sia in senso spaziale,
giacché è la Musica che vivifica ed interpreta la dimensione in cui la coscienza di un
musicista si espande. Ed è la Musica, inoltre, che informa radicalmente le stesse facoltà
percettive del musicista, tanto da rendere imponderabile qualsiasi considerazione su
questo tema, che voglia considerarsi obiettiva.

Tutto ciò premesso, proverò a considerare, come proposto, la relazione che io vedo
tra Musica e resilienza, facendo riferimento anche all’osservazione oggettiva.

Di certo, la Musica non è un qualcosa che va ad aggiungersi alla collezione delle


nostre esperienze. Non va ad aggiungersi ad esse, ma, piuttosto, agisce strutturalmente
sulle nostre esperienze estetiche, ovvero sulle nostre facoltà percettive, modificandole;
intendo infatti il termine estetico nel senso etimologico della parola.

Probabilmente sarò condizionata –quantomeno nell’uso dei termini– dall’emergenza


sanitaria attualmente in corso, ma direi senz’altro che in noi la Musica si comporta come
un anticorpo che reagisce ad un antigene. In grossolana sintesi, credo che la Musica agisca
in noi allo stesso modo degli anticorpi del nostro sistema immunitario che accrescono le
nostre possibilità di successo nei confronti dell’azione aggressiva di un antigene esterno.
Dove, nel nostro caso, l’antigene è rappresentato dalla situazione di difficoltà, dall’evento
traumatico che l’individuo deve affrontare mettendo in atto tutti i possibili meccanismi di
resilienza.
In che modo, dunque, la Musica svolge questa sua preziosissima funzione? Senza
voler andare a scomodare i massimi sistemi platonici – con le relative e diverse
proliferazioni neoplatoniche fiorite attraverso i secoli – secondo cui l’armonia della Musica
sarebbe fatta della stessa natura della nostra umana anima, credo tuttavia di poter dire che
l’ascolto della Musica, se condotto correttamente – ovvero, non in circostanze occasionali,
ma secondo adeguate modalità di attenzione e concentrazione – rappresenta per
l’individuo una circostanza unica, nella quale sperimentare la possibilità di astrarsi dalle
categorie spazo-temporali che sono l’a-priori di ogni nostra percezione, il fondamento di
ogni nostra esperienza. In questa dimensione alternativa e fortemente unitaria
dell’individuo, si generano un nuovo spazio ed un nuovo tempo, dove la con-centrazione
di tutte le risorse individuali - che chiameremo ora metaemozionali e metarazionali, non
appartenendo più allo schematismo tradizionale - si ritrovano saldamente coese in un
centro, come raramente accade, rafforzando profondamente, e dall’interno, l’unità
dell’individuo. Dunque, la sua almeno potenziale energia. Dagli antichi miti alle più
moderne cronache sappiamo infatti quanto le distrazioni centrifughe siano dannose per la
cura dell’intima unità dell’individuo, e dunque della sua capacità di reagire positivamente
agli eventi infausti che strozzano il suo cammino.

Non intendo, con questo, dire che esiste una norma universale di riferimento, un
rapporto di causa/effetto o – per restare nella metafora sanitaria – un’unica terapia
(musicale) miracolosa per tutti i malati e per tutte le malattie: intendo, però, suggerire che
la relazione squisitamente soggettiva che nell’ascolto musicale lega l’ascoltatore a quei
suoni, a quei ritmi, a quei timbri, fraseggi, armonie, etc., definisce uno spazio individuale
nuovo e probabilmente sempre diverso; uno spazio ben caratterizzato, tuttavia, in una
cornice dove le molteplici facce dello stesso individuo trovano tutte, in qualche modo, una
propria voce ed una propria dignità. Che è la sua propria, appunto, e di nessun altro.

E pazienza se resteremo un po’ delusi nello scoprire che su nostra cugina, per
ipotesi, la Sinfonia “Dal Nuovo Mondo” di Dvořak produce un effetto completamente
diverso da quello che ha avuto su un nostro collega: ogni individuo è diverso dall’altro! Di
certo, un ascolto ben condotto, sia nel caso della cugina che del collega, avrà spalancato ad
entrambi la porta di un universo dove poter sentire la propria risonanza e segreta
appartenenza ad un più ampio orizzonte cui aprirsi per ricevere quel nutrimento
necessario a sostenersi sempre; per essere, in una parola, resilienti.

Più o meno duemila e quattrocento anni fa, Platone scriveva nel Timeo che il
divino Demiurgo compose l’anima del mondo secondo i principi dell’armonia musicale,
dividendo cioè l’essenza delle cose in sette parti originanti due progressioni, geometrica e
aritmetica, a ragione 3:2. Ragione che è poi quella della sezione aurea. Ragioni e relazioni,
per la verità, ancora oggi sotto i nostri occhi, e che varrebbe la pena di riconsiderare più
attentamente. Ma, questa, è ancora un’altra storia…