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LA FUNZIONE IDEOLOGICA DEL LINGUAGGIO NELLA SOCIETÀ CAPITALISTA

Il seguente progetto di ricerca mira ad evidenziare come la mercificazione del linguaggio


rappresenti uno degli aspetti peculiari del capitalismo contemporaneo. Posto che la politica si fonda
sul linguaggio, allo stesso modo in cui l'economia poggia sul denaro, emerge che la società
contemporanea si configura in virtù della subordinazione del linguistico all'economico. Tale
disamina prende le mosse dall'assunto marxiano che definisce il linguaggio come la realtà
immediata del pensiero. Al fine di dimostrare la struttura economica del linguaggio, si farà
riferimento alla riflessione di Ferruccio Rossi-Landi, grazie all'analisi del quale risulterà evidente,
da una parte, l'omologia tra economia e linguistica, dall'altra l'identità di lingua ed ideologia. Alla
luce di ciò, diverrà chiaro che l'emancipazione dalla mercificazione che contraddistingue la società
capitalista presuppone una progettazione egemonica alternativa, possibile solo laddove abbia luogo
la rivalutazione e la riconfigurazione della funzione svolta dal linguaggio. Si pone, in altri termini,
l'istanza di promuovere la verbalizzazione della totalità sociale. A tal fine il lavoro di ricerca si
articolerà in quattro punti, rispettivamente volti a considerare l'omologia tra linguistico ed
economico, a cui seguirà l'analisi dell'identità dialettica di ideologia e linguaggio. Nella seconda
parte si porrà l'attenzione sul fenomeno dell'alienazione linguistica, espressione di una
progettazione ideologica della realtà che determina l'alienazione del parlante in nome della
perpetuazione dell'attuale modo di produzione. Si giungerà, infine, alla considerazione dei criteri
secondo cui dovrebbe svolgersi una pratica egemonica che si riproponga la riorganizzazione sociale
attraverso il primato del linguaggio, e dunque della politica, sull'economia. Come evidenziato dalla
bibliografia, il progetto di ricerca intende far precipuo riferimento agli studi condotti da Rossi-Landi
e Boris Groys, posti in correlazione alla produzione di stampo marxista relativa alle questioni del
linguaggio e dell'ideologia.
Di seguito un sintetico progetto di lavoro.

1) Omologia linguaggio-economia
La proposta interpretativa di Rossi-Landi si fonda sull'elaborazione di uno schema teorico volto
all'applicazione delle categorie dell'economia classica alla struttura della lingua. Tale assimilazione
muove dalla considerazione dell'economia come produzione e circolazione di beni, intesi quali
merci, e dallo studio della lingua come circolazione di enunciati. Queste forme di circolazione
rappresentano gli aspetti caratteristici della riproduzione sociale, contraddistinta dallo scambio di
messaggi. A fondamento di tale ipotesi, infatti, si colloca la ripresa dell'assunto marxiano che
intende la merce come portatrice di un messaggio. Sia l'economia che il linguaggio si fondano sullo
scambio, inteso come processo intermedio alla produzione ed al consumo. A partire da una
prospettiva interna allo scambio, l'indagine economica marxiana e l'analisi linguistica giungono alla
disamina della produzione e del consumo. Tale presupposto consente l'istituzione del connubio di
economia marxiana e semiotica. Se ne inferisce, in altri termini, che l'economia è studio delle merci
come messaggi, allo stesso modo in cui la linguistica analizza i messaggi-merce. Rossi-Landi
intende le parole come prodotti del lavoro linguistico, grazie al quale è possibile la produzione dei
messaggi. Il linguaggio, dunque, è lavoro sociale in atto. Pertanto sussiste una chiara
corrispondenza tra la nozione di lavoro linguistico ed il concetto di lavoro non-linguistico. Le
parole, in quanto creazione umana, possono esistere solo in virtù del lavoro compiuto dall'uomo, da
intendersi come prodotto della sua attività lavorativa. L'istituzione del binomio messaggi-merci si
origina dall'estensione della nozione di artefatto, termine con cui si indica ogni prodotto del lavoro
umano. Pertanto anche parole ed enunciati sono artefatti: da ciò l'omologia tra artefatti linguistici e
materiali. Occorre sottolineare lo scarto sussistente tra lavoro ed attività, che soddisfa il bisogno in
modo immediato. Al contrario, nel caso dell'uomo, il soddisfacimento dei bisogni è conseguibile
esclusivamente mediante il lavoro. L'appartenenza del linguaggio alla dialettica del soddisfacimento
dei bisogni era stata precedentemente affermata da Engels e Marx ne L'ideologia tedesca, da cui
emerge che il linguaggio sorge dall'esigenza di istituire rapporti con gli altri uomini. Se ne ricava,
quindi, che il lavoro linguistico, poiché in grado di far fronte al bisogno umano di esprimersi, è
pienamente interno ai rapporti di lavoro e di produzione. Rossi-Landi rivendica la connotazione
intrinsecamente sociale del linguaggio, inscindibilmente connesso alla società. Anche tale
affermazione trova ragion d'essere ne L'ideologia tedesca, ove si riscontra la definizione del
linguaggio quale coscienza reale, pratica, esistente per ogni uomo. Essendo esito dell'attività
lavorativa, il linguaggio riproduce i fondamentali rapporti di produzione che connotano la realtà
sociale entro cui si dispiega. Infatti, i manufatti fisici e gli oggetti segnici (linguistici e non
linguistici) presentano il medesimo processo costitutivo. La formulazione dei messaggi è la
conseguenza dell'impiego congiunto di strumenti, esito di un precedente lavoro, e materiali, dal
punto di vista dei quali la lingua è un oggetto su cui si esercitano nuove lavorazioni. In altri termini,
gli strumenti, in quanto sottoposti a trasformazione mediante il lavoro, sono, al contempo, materiali.
In questa prospettiva Rossi-Landi attribuisce al denaro linguistico la funzione di regolare le
comunicazioni: se il denaro economicamente inteso consente l'acquisto di ogni merce, il denaro
linguistico permette la comunicazione universale. È importante precisare che solo all'interno della
società capitalista la lingua è sottoposta al processo di mercificazione. Nella fattispecie, la
produzione linguistica capitalistica è tale giacché rivolta al profitto, limitato a coloro che
possiedono il controllo dei codici e dei canali; il comune parlante, invece, è relegato alla produzione
in nome del consumo. La totalità di materiali, strumenti e denaro costituisce il capitale costante
della lingua, a cui si affianca il capitale variabile, dato dalla forza-lavoro linguistica esercitata dagli
uomini che parlano ed intendono la lingua. La congiunzione di capitale costante e variabile dà luogo
al capitale linguistico complessivo. Il complesso dei messaggi costituisce la comunità linguistica,
mercato all'interno di cui si svolgono la circolazione, lo scambio ed il consumo di espressioni e
messaggi. In questa costruzione teorica si rivela fondamentale l'introduzione del concetto di
proprietà privata linguistica, giustificata a partire dall'apparente libertà della lingua. L'operazione
del parlare, infatti, è legata a gruppi storicamente determinati, così come si svolge all'interno di una
dimensione inficiata da una precisa visione ideologica. Ciò posto, la proprietà privata linguistica si
dà in virtù della connotazione pubblica della lingua; in altri termini, non esiste linguaggio o
proprietà fuori dalla realtà sociale.
Le parole presentano un valore d'uso, riconducibile alla capacità di soddisfacimento dei bisogni, ed
un valore di scambio, correlato alla sfera del significato, a sua volta determinato dall'utilizzo della
parola. L'uso, per sua parte, si prospetta come conseguenza del lavoro linguistico. Più precisamente,
i messaggi fungono da merci poiché dotati di un valore di scambio, desumibile dalla relazione tra le
parole nel mercato linguistico. Di conseguenza, la comunicazione è l'esito del rapporto dialettico tra
questi aspetti del linguaggio. Il valore di scambio è strettamente connesso ai modelli in base a cui
sono costruiti i manufatti linguistici. L'elaborazione di siffatti modelli si svolge secondo un processo
di istituzionalizzazione dettato dalle regolarità sociali promosse dalle varie pratiche egemoniche.
Queste regolarità presiedono allo scambio e, dunque, alla circolazione. Al valore d'uso ed al valore
di scambio si affianca il concetto di “valore”, indicante la posizione della parola medesima
all'interno del mercato linguistico, determinata dal suo valore di scambio. Quindi il “valore” così
inteso si estrinseca nel valore di scambio, strettamente connesso alla totalità dei modelli linguistici,
cioè dei messaggi, interni al mercato. Anche in merito al linguaggio vale la tesi de “Il capitale”
volta ad intendere il valore di scambio come la forma fenomenica del “valore”.
Alla luce di queste considerazioni, Rossi-Landi argomenta l'omologia tra il processo di produzione
degli oggetti fisici ed il lavoro linguistico. A tal riguardo occorre precisare che, secondo il pensatore
italiano, la lingua è assimilabile al capitale costante (non, invece, al capitale complessivamente
inteso), il mercato è riconducibile alla comunità linguistica, mentre i messaggi, non le parole, sono
posti in correlazione alla merce. Rifiutando ogni pratica di fissazione ontologica, Rossi-Landi
argomenta la diversità tra capitale costante e capitale variabile, facente riferimento alla forza
lavorativa erogata dai lavoratori linguistici. Tale differenza diviene chiara laddove si analizzi
l'evoluzione della lingua nel corso delle generazioni: essa, qualora si prescinda dalla considerazione
dei lavoratori linguistici (capitale variabile), diviene una mera lingua morta. Viceversa i lavoratori,
attraverso il capitale costante (strumenti, materiali e denaro), agiscono sulla lingua. Con riferimento
all'omologia tra messaggi e merci, è possibile asserire, infine, che ad ogni livello linguistico
corrisponde una fase della lavorazione non verbale. Da ciò l'omologia tra artefatti linguistici e
materiali. Senza la comunicazione linguistica l'uomo sarebbe impossibilitato a lavorare su
qualsivoglia oggetto, la manipolazione del quale richiede la pratica di una lingua, che, a propria
volta, si riferisce ad un mondo di oggetti. È possibile dedurne che tra produzione materiale e
linguistica sussiste, al contempo, un'omologia logico strutturale e storico-genetica.

2)Identità linguaggio-ideologia
Dimostrata la struttura economica assunta dal linguaggio all'interno della società capitalista, diviene
importante approfondire la relazione lingua-ideologia. L'ideologia si configura come
razionalizzazione discorsiva di uno stato di falsa coscienza, che diviene falso pensiero mediante
l'elaborazione segnica, attraverso, cioè, l'uso del linguaggio. La falsa coscienza è coscienza separata
dalla praxis nonché praxis separata dalla coscienza; l'ideologia, invece, è pensiero separato dalla
praxis e praxis separata dal pensiero. Dunque, il linguaggio è l'elemento in virtù di cui l'ideologia si
differenzia dalla falsa coscienza. Ogni discorso, in quanto interno ad una situazione storico sociale
ben determinata, è intrinsecamente ideologico. L'ideologia è linguaggio. I sistemi segnici, fondati
sullo scambio, fungono da intermediari tra il modo di produzione e l'ideologia. In altre parole, il
linguaggio promuove l'assimilazione di una specifica progettazione ideologica, che, funzionale al
perpetuazione di un determinato modo di produzione, si afferma attraverso la trasmissione di un
messaggio. L'aspetto segnico, pertanto, è indispensabile all'ideologia giacché funzionale alla
produzione e all'organizzazione del consenso. Si tratta di un processo inconsapevole che induce il
lavoratore linguistico a considerare naturali le creazioni storiche. Di contro a questa posizione,
occorre rivendicare l'assunto marxiano che rifiuta la separazione tra natura umana e storia. Appurata
l'identità di linguaggio ed ideologia, si delinea l'esigenza teorica di analizzare il fenomeno
dell'alienazione linguistica.

3) Alienazione linguistica
La definizione rossi-landiana dell'ideologia, così come l'omologia tra linguaggio ed economia,
riconducono al fenomeno dell'alienazione linguistica. Come già accennato, ciascuna lingua, poiché
inscritta all'interno di un contesto storico-sociale ben preciso, costituisce un prodotto ideologizzato
ed uno strumento ideologizzante. In via preliminare, si precisa che l'autore italiano riconduce
l'alienazione al processo di falsificazione che si afferma nell'ambito della riproduzione sociale, a
causa di cui il pensiero è associato ad una praxis differente dalla pratica che ad esso competerebbe.
L'alienazione linguistica, nella fattispecie, delinea il terreno linguistico e non linguistico, sociale ed
individuale, entro il quale si manifesta il cattivo funzionamento della lingua. A fondamento di
questo discorso si pone la necessità di considerare il segnico nella sua totalità, di modo da ravvisare
la connessione tra il linguistico ed il non-linguistico. In altri termini, non si dà linguaggio senza
società, che, a propria volta, si manifesta solamente nella dimensione linguistica. A causa
dell'alienazione linguistica, il parlante, così come il lavoratore non-linguistico, prende parte ad un
processo lavorativo le cui fasi si pongono come esterne rispetto a lui. La produzione linguistica è
attraversata da una lacerazione causata dal costante accrescimento del capitale costante, che reprime
il capitale variabile. La primazia del denaro linguistico sancisce la creazione di un plusvalore
linguistico avulso dagli interessi dei parlanti, i quali, a causa della condizione di alienazione in cui
versano, divengono estranei rispetto al processo di produzione della lingua. Pertanto il lavoratore
linguistico, reiterando modelli sovra-personali e socialmente imposti, si mostra ignaro riguardo alle
modalità e alle ragioni per cui parla: egli non pensa a ciò che fa quando parla, smarrendo, in più, il
contatto con la natura e con gli altri uomini. L'alienazione linguistica, in ultima istanza, trascura i
bisogni umani, rappresentati dalla comunicazione e dalla comprensione di sé nell'ambito della
divisione del lavoro. Le dinamiche di produzione linguistica a cui partecipa il parlante veicolano
una specifica visione del mondo, introiettata e riprodotta da ogni lavoratore. Come evidenziato da
Marx, la lingua è un prodotto della società ed è, al contempo, il suo esserci. Ancora: il linguaggio,
in quanto realtà immediata del pensiero, è la manifestazione della vita reale. Da qui la
consustanzialità di società, ideologia e linguaggio. Se ne inferisce che la posizione sociale del
lavoratore linguistico è inficiata dal dominio di una specifica pratica sociale ideologicamente
indirizzata. Secondo Rossi-Landi, ogni discorso ideologico si sottrae al condizionamento storico-
sociale. La sottrazione semantica del discorso può declinarsi secondo due diverse direzioni: se nel
primo caso la narrazione ideologica assume una connotazione extra-storica, la seconda declinazione
dell'ideologia presuppone, invece, l'emancipazione da ogni condizionamento passato. L'ideologia
così coniugata, rimettendosi alla libera iniziativa progettante, appartiene al futuro. Viceversa, la
posizione conservatrice, che mira all'elaborazione di un discorso ideologico radicato nel passato, ha
la pretesa di rivendicare l'esistenza di un elemento non ideologico, e, quindi, alieno al mutamento
storico. Il discorso innovatore, invece, consapevole della propria connotazione ideologica,
promuove una discorsività infra-storica. Prescindendo dalla separazione tra ideologico e non
ideologico, Rossi-Landi intende muovere dalla consapevolezza del carattere onnipervasivo
dell'ideologia (e quindi del linguaggio), a partire da cui promuovere la riorganizzazione futura della
società, di modo da ridimensionare lo scarto tra coscienza e praxis.

4) Verbalizzazione della società


La disamina rossi-landiana pone in rilievo, da una parte, la struttura economica del linguaggio e,
dall'altra, il binomio lingua-ideologia. Alla luce di tale analisi emerge con incontrovertibile
chiarezza che, all'interno della società capitalista, la diffusione dei messaggi è riconducibile alla
circolazione delle merci: il messaggio è merce. Di fronte a tale stato di cose, Rossi-Landi rivendica
la necessità di promuovere una nuova pratica politica la quale, nell'ambito della costruzione di una
nuova egemonia, è deputata a riorganizzare l'agone sociale secondo una progettazione ideologica
radicata nel futuro. Appurata la mercificazione del linguaggio, tratto distintivo delle società
capitalistiche occidentali, diviene interessante correlare l'istanza rossi-landiana di una nuova azione
ideologica alla proposta teorica avanzata da Boris Groys. In “Post scriptum comunista”, infatti,
Groys perviene alla medesima conclusione teorizzata da Rossi-Landi: il capitalismo tiene conto del
linguaggio solo in quanto merce. A fondamento della società capitalista, infatti, si colloca
l'economia, presupposto fondante della quale è il denaro. Il capitalista, in altri termini, è
costantemente fautore di un'operazione mediante cui articolare l'organizzazione sociale secondo
criteri economici, destituendo il primato della politica, fondata sulla parola. L'economia soppianta la
politica, il denaro prevarica sulla parola. Di contro, Groys considera il comunismo alla stregua
dell'unica pratica politica in grado di veicolare una posizione antitetica a tale stato di cose, poiché
mira alla verbalizzazione della totalità sociale. Detto altrimenti, il comunismo si ripropone la
riaffermazione del primato della politica a scapito dell'economia, della parola ai danni del denaro.
Tale posizione cela un ulteriore punto di consonanza rispetto alle argomentazioni di Rossi-Landi,
giacché entrambi gli autori considerano il linguaggio come il medium a partire da cui perseguire la
trasformazione della società. L'elemento linguistico è il presupposto dal quale prendere le mosse al
fine di pervenire all'elaborazione di una nuova visione della realtà. La peculiarità della riflessione
grosiana è data dalla consapevolezza secondo cui solamente l'azione sul linguaggio, e mediante il
linguaggio, consentirebbe il sovvertimento dello stato di cose presente. Nonostante la distanza dagli
assunti del materialismo storico, Boris Groys conferma la (fondamentale) considerazione marxiana
che intende il linguaggio come la realtà immediata del pensiero. La riprogettazione della società,
pertanto, richiede un'azione egemonica volta alla verbalizzazione della totalità sociale.
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