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Biologia

Coronavirus 2019-nCoV:
intervista a Giovanni Maga
Lara Rossi
27 Gennaio 2020

In data 27 febbraio 2020 pubblichiamo, di seguito all’intervista a Giovanni Maga del


27 gennaio, un aggiornamento in 5 punti su Covid-19, la malattia infettiva causata dal
virus SARS-CoV-2 (questo il nome ufficiale attribuito di recente al coronavirus
2019-nCoV).

A 17 anni dall’epidemia di SARS, un nuovo coronavirus tiene le autorità sanitarie di tutto il


mondo con il fiato sospeso. Per il momento, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS)
non ha dichiarato il coronavirus 2019-nCoV un’emergenza di pubblica rilevanza: dopo le
riunioni indette dall’OMS il 22 e 23 gennaio scorsi, il coronavirus 2019-nCoV rimane un
sorvegliato speciale, ma l’andamento dell’infezione sembra scongiurare il rischio di una
pandemia.
Sulla base dei dati epidemiologici forniti dalle autorità cinesi, è stato confermato che il virus
si trasmette da uomo a uomo, ma i dettagli relativi alle modalità di trasmissione e alla
genesi di questo virus (proveniente probabilmente da un serbatoio animale) sono ancora da
chiarire. In attesa di nuovi sviluppi, rimangono attive la rete di sorveglianza dei nuovi casi e le
misure di contenimento dell’infezione, tra cui anche la quarantena della città di Wuhan e di
altre città cinesi in cui il focolaio epidemico ha preso piede.

Aspettando gli ulteriori aggiornamenti da parte dell’OMS, attesi per questa settimana,
facciamo il punto sull’infezione da coronavirus con Giovanni Maga, direttore dell’Istituto di
Genetica Molecolare del CNR di Pavia.
Diffusione del virus 2019-nCoV: la mappa mostra i dati aggiornati al 27 gennaio 2020, ore 5:30
GMT (Fonte immagine: CSSE ).

Che cos’è e come si diffonde il coronavirus 2019-nCoV?


2019-nCoV appartiene al genere dei Coronavirus , un gruppo di virus a RNA di cui fanno parte
anche il virus della SARS e della MERS, responsabili nel recente passato di epidemie in Cina
(nel 2003) e in Medio Oriente (nel 2012).
Per capire come si trasmette l’infezione è importante analizzare i dati raccolti dalle autorità
sulla diffusione del virus. A oggi (27 gennaio ore 6:30), i casi notificati alle autorità risultano
essere 2794, concentrati per la maggior parte (98% circa) nel territorio cinese,
prevalentemente nella città di Wuhan e nelle regioni limitrofe. Sono stati riportati 57 casi
anche in altri Paesi, soprattutto quelli più vicini alla Cina, come Hong Kong, Thailandia, Macao,
Giappone, Malesia, Taiwan, Singapore, Corea e Vietnam. I primi casi hanno iniziato a
registrarsi anche al di fuori della Cina: dopo il primo caso negli Stati Uniti identificato la
settimana scorsa, oggi sono sei i casi accertati in Nord America (Stati Uniti e Canada) e i primi
tre casi sono stati notificati anche in Francia. Per il momento, sembra comunque che tutti i
casi riscontrati al di fuori del territorio cinese siano «casi importati», ovvero di persone che
provenivano o erano transitate nell’area di Wunhan. Il rischio di avere nuovi focolai epidemici
in Europa rimane dunque basso.
Sulla base di queste informazioni, possiamo quindi dedurre che, sebbene il numero di
persone infette sia in aumento, il trend di propagazione dell’infezione rimane piuttosto lento.
Questo fa supporre che il virus non sia particolarmente infettivo e che l’infezione si trasmetta
da uomo a uomo solo per contatto ravvicinato attraverso aerosol. Rispetto ad altri virus
(per esempio, quello dell’influenza), il virus 2019-nCoV sembra quindi avere una infettività
contenuta, grazie anche alla rapidità con cui sono state messe in atto le misure di
contenimento.

Per aggiornamenti in tempo reale sulla diffusione dell’infezione, puoi consultare


questo sito.

Quali sono i rischi per la salute?


Sulla base dei dati a nostra disposizione fino a questo momento, l’infezione da coronavirus
2019-nCoV causa sintomi respiratori che ricordano quelli di un raffreddore o di un’influenza. I
decessi riconducibili all’infezione sono circa 80 e il tasso di letalità è di circa il 2,8%, molto
più basso di quello registrato in passato per le infezioni da SARS (con un tasso di mortalità
del 10%) e della MERS (circa 32%).
Sulla base degli ultimi dati, possiamo dire che i decessi riguardano soprattutto persone fragili
appartenenti a categorie a rischio, come anziani, persone immunodepresse o affette da
malattie croniche respiratorie e cardiocircolatorie. Tuttavia, il virus è in grado di causare
complicanze gravi (polmoniti) in una percentuale elevata di casi ( >20%), anche in persone
che non fanno parte delle categorie a rischio. Per gestire queste complicanze, i pazienti
devono essere ricoverati in strutture ospedaliere e, con il diffondersi dell’epidemia, questo
potrebbe mettere sotto pressione il sistema.

Distrubuzione dei casi confermati di infezione da virus 2019-nCoV in Cina e in altre località: la
mappa mostra i dati aggiornati al 27 gennaio 2020, ore 5:30 GMT (Fonte immagine: CSSE ).

Come ha avuto origine il coronavirus 2019-nCoV?


I coronavirus sono naturalmente presenti nei pipistrelli, dai quali il virus può passare anche ad
altri mammiferi (lo zibetto nel caso della SARS e il dromedario nel caso della MERS). Questo
«salto di specie» avviene grazie a una modifica nel patrimonio genetico del virus che lo
rende in grado di infettare nuove specie animali, tra cui anche gli esseri umani.
Questo tipo di eventi è particolarmente comune nel caso dei virus a RNA (come i
coronavirus), che hanno un tasso di mutazione molto elevato: quando duplica il suo
genoma, il virus commette numerosi errori, producendo così genomi altamente variabili.
All’interno della popolazione di nuovi virioni, alcuni possono avere caratteristiche molto
diverse, che li rendono in grado di infettare cellule di specie diverse rispetto a quella di
origine.
Nel caso del virus 2019-nCoV, uno studio appena pubblicato da un gruppo di ricercatori
cinesi sembra aver identificato l’origine del virus in un evento naturale di ricombinazione
tra un coronavirus dei pipistrelli e un virus dei serpenti (evento che può essere favorito
quando i due virus vengono a trovarsi contemporaneamente nella stessa specie). Da questo
scambio di materiale genetico tra i due ceppi virali sarebbe derivato un nuovo virus in grado
di infettare anche le cellule umane. Tuttavia, i risultati di questo studio sono stati messi in
discussione da altri ricercatori e, al momento, rimangono incerti il percorso evolutivo del
coronavirus 2019-nCoV e la specie animale che ha fatto da “ponte” tra i pipistrelli e l’uomo.

Quali condizioni possono aver favorito il salto di specie e la


diffusione dell’infezione?
Il focolaio dell’infezione sembra essere stato il mercato del pesce di Wuhan. Il mercato di
animali vivi è un classico moltiplicatore di infezioni per diversi motivi: la presenza di un alto
numero di persone, la vicinanza con animali selvatici e le pratiche di macellazione degli
animali vivi che richiedono la manipolazione e il contatto diretto con gli animali. Il consumo di
carne cruda può contribuire ulteriormente ad aumentare il rischio (la cottura della carne è
infatti una misura sufficiente a uccidere gli eventuali virus presenti nell’animale).
Come dimostrano anche altre epidemie virali del recente passato, nel territorio cinese
convergono inoltre anche altre condizioni che favoriscono l’insorgenza e la
diffusione di nuove infezioni. Oltre alla presenza di mercati di animali vivi, su cui si basa
l’economia di molti centri, in Cina sono presenti numerosi allevamenti intensivi di animali:
tutto questo favorisce la presenza ravvicinata di esseri umani e animali (selvatici e non). A
questo si aggiunge anche il fatto che la Cina si trova al centro di molte rotte migratorie di
uccelli che possono trasferire e diffondere i virus attraverso il territorio.
Nel caso del virus 2019-nCoV, la preoccupazione è legata anche al fatto che il focolaio
epidemico è sorto a Wuhan, una metropoli di 11 milioni di abitanti, il cui aeroporto ha
collegamenti giornalieri con l’estero: una condizione che potrebbe fornire al virus un
corridoio di diffusione anche in altri Paesi. Tuttavia, anche se il sovraffollamento può
contribuire alla rapida diffusione dell’infezione, è importante sottolineare che non è l’unico
fattore responsabile. Per evitare che in futuro simili casi diventino sempre più frequenti, è
importante agire sul fronte della prevenzione e adottare misure che agiscano anche sulle
tradizioni culturali e sociali che favoriscono l’insorgenza di nuove infezioni.

Esistono vaccini contro i coronavirus?


Al momento non sono disponibili vaccini contro nessuno dei coronavirus che infettano
gli esseri umani. Dall’esordio della SARS nel 2003 sono stati fatti numerosi tentativi per
mettere a punto un vaccino efficace, sia ricorrendo a virus inattivati sia cercando di
sviluppare vaccini ricombinanti. Nel primo caso gli studi sono stati ostacolati dalla pericolosità
del virus della SARS, la cui alta infettività costituisce un grande problema per la sicurezza
degli operatori che devono maneggiarlo e impone misure di sicurezza che rallentano l’intera
filiera di sviluppo. In casi simili è senz’altro più agevole ricorrere a vaccini ricombinanti, in cui
non viene maneggiato il virus ma solo l’antigene verso cui si intente scatenare la risposta
immunitaria. I test negli animali hanno dimostrato la sicurezza di questi vaccini, ma al
momento nessuno di essi è stato ancora sperimentato negli esseri umani.
In mancanza di un vaccino preventivo efficace, al momento le patologie da coronavirus
vengono trattate mediante farmaci antivirali attivi contro i virus a RNA in generale, interferone
alpha per stimolare la risposta immunitaria e farmaci antinfiammatori per sostenere le
funzioni vitali dei pazienti colpiti.

Aggiornamento a cura di Lara Rossi del 27 febbraio 2020


In questo aggiornamento, riassumiamo cinque degli aspetti più significativi sulla diffusione
in Italia del coronavirus SARS-CoV-2, responsabile della patologia denominata Covid-19.

1. Che cosa ha innescato l’emergenza nel nostro Paese?


La comparsa del primo caso di trasmissione secondaria in Italia, registrato
all’Ospedale di Codogno il 18 febbraio 2020, ha segnato una svolta improvvisa nella gestione
nel nostro Paese dell’infezione da virus SARS-CoV-2 (questo il nome assegnato di recente
al virus chiamato precedentemente in modo generico 2019-nCoV). I primi due casi di
coronavirus in Italia risalgono, per la precisione, al 30 gennaio, quando una coppia di turisti
cinesi fu trovata positiva per il virus e ricoverata all’Istituto Spallanzani di Roma. Questi due
pazienti (di cui uno guarito e uno in via di guarigione) rappresentavano però «casi importati»,
cioè si trattava di persone che avevano contratto l’infezione al di fuori dell’Italia. Il caso
registrato all’ospedale di Codogno, che riguarda un 38enne italiano che non ha viaggiato in
Asia, ha segnato quindi una svolta significativa, perché costituisce il primo caso di una
persona che abbia contratto il virus in territorio italiano: questo ci dice che il virus è ora in
circolazione anche nel nostro Paese e che la sua trasmissione può quindi avvenire molto più
rapidamente.

2. Da dove ha avuto origine la trasmissione secondaria in


Italia?
Come previsto dai protocolli sanitari, dopo aver individuato il primo caso italiano a Codogno (a
cui i media iniziano ora a riferirsi come «paziente 1») si è cercato di tracciare i contatti
precedenti del 38enne risultato infetto per risalire al «paziente 0», ovvero la persona che
avrebbe trasmesso per primo il virus. Questo tipo di indagine non vuole essere una caccia
alle streghe, in cerca di un responsabile da additare, ma, in caso di un’epidemia, è
un’informazione fondamentale per aiutare a capire i percorsi e le zone in cui potrebbe ora
diffondersi il virus e per attuare le misure preventive più opportune per arginarlo.
La persona che inizialmente si pensava potesse essere il paziente 0, un manager rientrato
dalla Cina, è tuttavia risultato negativo ai test e non presenta anticorpi anti-coronavirus
(quindi, non si tratta nemmeno di un portatore asintomatico del virus). Nel momento in cui
pubblichiamo questo aggiornamento, non è ancora stato identificato in Italia il paziente 0. In
attesa di ulteriori sviluppi, e nella consapevolezza che il paziente 0 potrebbe non venire mai
identificato, le autorità sanitarie hanno quindi messo in atto in questi giorni misure preventive
straordinarie per contenere la diffusione del virus.

3. Qual è la situazione attuale nel nostro Paese?


Al momento in cui scriviamo, l’ultimo bollettino del Ministero della Salute (diramato alle
ore 12 del 27 febbraio 2020) riporta 528 casi positivi al virus, 14 pazienti deceduti (in gran
parte sopra gli 80 anni e con malattie pregresse) e 42 pazienti guariti (di cui 1 dimesso). I
casi risultati positivi riguardano soprattutto le regioni del Nord, la maggior parte dei quali
concentrata tra Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. Il 25 febbraio è stato registrato il
primo caso al Sud, relativo a una turista bergamasca immediatamente ricoverata in
isolamento all’ospedale di Palermo. Fino ad ora, i dati epidemiologici confermano un
decorso lieve/moderato in oltre l’80% degli infetti e una piena guarigione
nell’assoluta maggioranza delle persone, anche anziane, che non abbiano altre patologie
sottostanti.

Per la rapidità con cui sta evolvendo la situazione, consigliamo di consultare i


seguenti siti per un aggiornamento in tempo reale:
Ministero della Salute: situazione in Italia
Ministero della Salute: situazione nel mondo
Epicentro: il portale dell’epidemiologia per la sanità pubblica a cura dell’Istituto
superiore di sanità
Protezione Civile
World Health Organization (Organizzazione Mondiale della Sanità)
Coronavirus COVID-19 Global Cases by Johns Hopkins CSSE

Le misure di contenimento (la cosiddetta «quarantena») riguardano al momento 10


comuni in Lombardia e un comune in Veneto. In altre Regioni del Nord Italia sono invece state
implementate misure precauzionali che rientrano nell’ottica di limitare gli spostamenti e gli
incontri non indispensabili (con la situazione in continua evoluzione, è comunque
consigliabile fare riferimento a fonti attendibili e attenersi alle indicazioni stilate dal
Ministero della Salute e dalla propria Regione di residenza).

Il motivo di queste misure eccezionali, almeno al momento attuale, è da leggersi non come
un indice della gravità dell’infezione, quanto piuttosto del fatto che, trattandosi di
un’infezione che sembra diffondersi in modo molto rapido e con facilità, è importante cercare
di limitare i casi per evitare di assistere a un’impennata improvvisa delle persone infette.
Anche se solo una piccola percentuale di persone infettate svilupperà sintomi gravi (stando
alle statistiche attuali), se il numero totale di infetti aumenta vertiginosamente, allora
potrebbe diventare impegnativo gestire in modo adeguato i pazienti che hanno bisogno di
ricovero ospedaliero e rianimazione, soprattutto in un periodo dell’anno in cui le strutture
ospedaliere sono già impegnate a far fronte ai numerosi casi di influenza stagionale.

4. Perché alcune persone sembrano essere più vulnerabili agli


effetti del coronavirus?
Gli studi epidemiologici condotti finora (e che, lo ricordiamo, sono in costante aggiornamento
e basati ancora su numeri piuttosto ristretti) sembrano suggerire una maggiore
vulnerabilità in alcuni gruppi di persone. Come già accennato, le persone anziane, con
patologie croniche o immunocompromesse sono, proprio come nel caso dell’influenza, le
più a rischio. Ma nel caso dell’infezione da coronavirus potrebbero entrare in gioco anche
altri fattori, come dimostrato dal fatto che, sporadicamente, anche giovani adulti in salute
possono sviluppare gravi sintomi respiratori e polmoniti. Inoltre, sebbene uomini e donne
contraggano l’infezione con uguale probabilità, alcuni studi (in riferimento anche alla passata
epidemia di SARS) sembrano suggerire che un peggioramento dei sintomi si riscontri
soprattutto negli uomini. Queste osservazioni potrebbero dipendere da fattori ambientali
e comportamentali (come l’abitudine al fumo, mediamente più diffusa tra i maschi) o
genetici (per un eventuale effetto protettivo degli estrogeni). Un dato interessante emerge
da un’analisi pubblicata in questi giorni sulla rivista Nature e riguarda il recettore ACE-2,
ritenuto responsabile dell’ingresso nel corpo umano sia del virus SARS-CoV-2 sia di quello
della SARS. Il gene che codifica per il recettore ACE-2 si trova sul cromosoma X; nel caso in
cui un polimorfismo in particolare sia responsabile di un’aumentata vulnerabilità all’infezione,
le donne eterozigoti potrebbero essere più protette, perché presentano due copie del
gene, anziché una sola come avviene nei maschi.
Ricordiamo che quelli citati rappresentano dati preliminari che richiederanno, per essere
confermati, casistiche più ampie e statisticamente rilevanti, abbinate a valutazioni prolungate
nel tempo. Per accelerare la raccolta di informazioni, il 31 gennaio di quest’anno,
subito dopo che la Covid-19 è stata riconosciuta dall’OMS come un’emergenza sanitaria
pubblica di interesse globale, 94 riviste accademiche, società, istituti e aziende del settore
biomedico, si sono impegnate a rendere liberamente disponibili studi e dati sulla malattia,
almeno per la durata dell’epidemia attualmente in corso.
5. Qual è il modo migliore di gestire l’emergenza attuale?
Sul modo migliore di gestire la diffusione del coronavirus in Italia, anche tra gli esperti i pareri
sono molto discordanti. Da un lato c’è chi invita alla calma, sottolineando che si tratta di
un’infezione simile all’influenza: come tale, nella maggior parte dei casi sembra decorrere in
modo benigno ma, in persone con patologie croniche o con difese immunitarie
compromesse, può causare polmoniti e, nei casi più gravi, portare alla morte. C’è invece chi
ritiene che questa rappresenti un’emergenza sanitaria eccezionale e che vada gestita
implementando da subito misure straordinarie per limitare la diffusione dell’infezione. Questa
disparità di pareri ha contribuito a generare confusione, la quale è stata ulteriormente
amplificata dai toni allarmistici e ansiogeni con cui alcuni media hanno trattato la notizia e
dalla diffusione, in alcuni casi, di vere fake news, come quella relativa alla chiusura delle
scuole di ogni ordine e grado in tutta Italia.
Questo confronto di pareri, che purtroppo viene da molti percepito come una gara tra
«chi ha ragione e chi ha torto», è tuttavia funzionale per dare agli esperti gli strumenti per
prepararsi ad agire nel modo migliore in base all’evoluzione dell’infezione (che, al momento
attuale, costituisce un’epidemia e non una pandemia). Per questo, è necessario monitorare,
senza allarmismi, la situazione, tenendo sotto controllo costante i dati relativi al numero di
casi, alla loro diffusione geografica, alla velocità di diffusione e al rapporto percentuale tra
numero di persone infettate e guariti o deceduti.
Le misure di contenimento attivate nelle regioni del Nord Italia sono giustificate in parte
anche dall’assenza, al momento attuale, di un vaccino efficace per il nuovo coronavirus.
Tuttavia, è di pochi giorni fa la notizia che l’azienda statunitense Moderna sia in procinto di
avviare uno studio di fase 1 per un vaccino a mRNA sviluppato in queste settimane. Un
vaccino efficace – sebbene difficilmente impiegabile per l’attuale epidemia, visti i tempi
necessari per la sperimentazione – sarebbe comunque fondamentale per evitare epidemie
future, anche in considerazione del fatto che le infezioni da coronavirus (stando almeno ai
dati raccolti sulle passate epidemie di SARS e MERS) difficilmente inducono un’immunità
duratura anche in chi ha contratto l’infezione.

In attesa di ulteriori sviluppi, riportiamo qui sotto i consigli del Ministero della Salute sui dieci
comportamenti da seguire, molti dei quali validi per limitare la diffusione di qualsiasi infezione
virale.

Immagine banner: Pixabay
Immagine box: CSSE

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