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Capitolo 6

Libertà e solidarietà

1. La questione sociale

La rivoluzione industriale, il cui epicentro fu l'Inghilterra della seconda metà del XVIII secolo,
richiedeva un tipo di lavoratore e un ambiente di lavoro del tutto nuovi: non l'artigiano della bottega
ma l'operaio in fabbrica (adibito a un processo produttivo sempre più meccanizzato e alienante).
Certo, l'operaio non era un servo: sul piano civilistico aveva gli stessi diritti del datore di lavoro,
con il quale poneva in essere un contratto. Ma è evidente che sia lo stato che il mercato giocavano
contro di lui a vantaggio del padrone.
Non aveva diritto di voto, non poteva aderire a organizzazioni sindacali, né scioperare. Ogni
protesta organizzata veniva considerata un crimine e repressa duramente. L'orario di lavoro degli
operai difficilmente scendeva sotto le 14 ore, la paga era misera, le condizioni di lavoro e di
abitazione insalubri, non esisteva pensione né accesso alla sanità. Il lavoro infantile era la regola.
Ciò valeva anche in paesi liberali come l'Inghilterra e gli Stati Uniti, dove anzi, una certa tradizione
protestante tendeva a vedere nella miseria un segno di sfavore da parte di Dio e nella
disoccupazione una manifestazione di ozio.
L'intervento dello Stato a vantaggio dei poveri fu contrastato da tutte le borghesie dell'Occidente,
convinte che avrebbe messo in crisi lo sviluppo economico e l'ordine sociale.
Queste politiche rigidamente classiste provocarono reazioni sempre più coscienti da parte dei
lavoratori.  L'Inghilterra, la Francia e la Germania furono i principali centri dello sviluppo del
movimento operaio. Lo Stato fu costretto ad intervenire nella “Questione sociale”, non più solo per
reprimere I movimenti dei lavoratori, ma anche per migliorare la condizione delle classi povere e
regolamentare i rapporti di lavoro. L'assistenza ai bisognosi dovette diventare, da dovere morale di
carità, un diritto del cittadino, per evitare nuove e più sconvolgenti rivoluzioni. In Inghilterra, in
Francia, in Germania, il capitalismo dovette accettare di combinarsi con forme di previdenza sociale
e con la fornitura di servizi pubblici anche ai poveri. In Inghilterra, lo Stato intervenne, limitando le
forme più gravi di sfruttamento dei minori e introducendo il divieto di impiegare manodopera al di
sotto dei 9 anni (a partire dalla “Factory Act” del 1833). L'anno dopo, venne introdotto un sistema
assistenziale pubblico. Ma, riprendendo antichi modelli dell'età dei Tudor, i disoccupati inglesi
furono praticamente equiparati ai delinquenti, confinati in appositi istituti (workhouses) e sottoposti
al lavoro forzato. Il sistema venne superato nei suoi aspetti più autoritari solo con le riforme liberali
dell'inizio del XX secolo.
Nella loro lotta per l'emancipazione, i lavoratori si avvalsero, in Europa e in America, di tre
strumenti organizzativi fondamentali: i sindacati, come le “Trade Unions” inglesi; i partiti operai, il
cui modello fu la socialdemocrazia tedesca; le cooperative (e le società di mutuo soccorso),
promosse soprattutto da movimenti repubblicani, socialisti e cattolici.
Nel 1848 venne pubblicato il “Manifesto del Partito Comunista” di Karl Marx (1818-1833) e
Friedrich Engels (1820-1895). Nella visione di Marx, i diritti dell'uomo non avevano nulla di
naturale, per il semplice fatto che l'uomo non ha una natura, ma è determinato dalla cultura e dai
rapporti sociali in cui si trova inserito. Superate tutte le forme economiche di sfruttamento
dell'uomo sull'uomo, dalla schiavitù alla servitù della gleba, al lavoro salariato, alla fine della storia
si sarebbe entrati in una comunità di eguali, le cui caratteristiche erano impossibili da prevedere.
All'eguaglianza formale promossa dal liberalismo classico, egli aveva opposto un programma
politico volto a realizzare un’eguaglianza materiale, mediante una rivoluzione proletaria e
anticapitalistica. In uno scritto giovanile, “La questione ebraica” (1843), Marx aveva duramente
criticato la concezione dei diritti umani che emergeva dalla “Dichiarazione francese” del 1789 e
dalla “Costituzione” del 1795. Quanto al conflitto tra cristiani ed ebrei, poteva essere risolto solo
con l'abolizione di tutte le religioni. Anche lo Stato liberale doveva essere abbattuto. L'uomo
astratto, soggetto della società civile e titolare dei diritti fondamentali di cui parlava la dichiarazione
dell'89, in realtà, era nient'altro che il borghese. A suo vantaggio era stata creata l'eguaglianza
giuridica, che era il presupposto legale che faceva funzionare il mercato capitalistico.
Contrariamente alle previsioni di Marx, fino alla fine dell'800, il movimento operaio riuscì a
conseguire progressi significativi nella condizione operaia, con metodi democratici e relativamente
pacifici.
Il conflitto tra l'ideale rivoluzionario e la prassi riformista esploderà subito dopo la rivoluzione russa
del 1917, scindendo l’“Internazionale” in due componenti: quella socialista (democratica e
riformista) e quella comunista (neogiacobina e rivoluzionaria).
La Forma di Stato uscita dalla rivoluzione d'ottobre si caratterizzò fin dall'inizio per il suo
autoritarismo. In teoria, il controllo pubblico dei mezzi di produzione avrebbe dovuto innescare un
processo di transizione verso il comunismo.  La dittatura del proletariato avrebbe dovuto consentire
ai lavoratori l'esercizio diretto del potere, tramite assemblee popolari sul territorio e nei luoghi di
lavoro. Sarebbe stata una “Democrazia reale”, migliore di quella “formale”, della quale si
denunciava il carattere borghese. In realtà, la statalizzazione dei mezzi di produzione pose la vita
del popolo russo nelle mani della burocrazia. La dittatura del proletariato fu, in realtà, dispotismo di
un partito, o meglio, del suo comitato centrale, e infine di un uomo: Lenin, e poi Stalin.
La Costituzione Sovietica del 1918 e quelle successive mettevano in primo piano i diritti economici
e sociali, rispetto a quelli politici e civili: il lavoro, l'assistenza, l'istruzione, la parità tra uomo e
donna. Ma le costituzioni Sovietiche, e quelle dei paesi comunisti in generale, erano fondate su
un ruolo egemone attribuito al partito. Il fatto che il partito unico non si ritenesse vincolato da limiti
giuridici rendeva privi di effetti pratici i diritti di prima generazione e trasformava in semplici
aspettative quelli della seconda.

2. La seconda generazione dei diritti

Uno sviluppo dello “Stato Democratico” è lo “Stato Sociale” che provvede a una serie di servizi (a
carattere universale oppure legati alla condizione di lavoratori dipendenti) riguardanti soprattutto la
previdenza, la scuola, la sanità. La costituzione della Terza Repubblica francese del 1848 aveva
dichiarato che uno dei compiti fondamentali dello Stato era assicurare un'equa ripartizione degli
oneri e dei vantaggi della società. La Costituzione individua dei diritti nuovi, come il lavoro o
l'istruzione, garantiti mediante l'intervento pubblico. Nei confronti dello Stato, il cittadino è
“creditore” di prestazioni sociali. Alla base di questo, c'è una concezione sociale della libertà, e
della stessa democrazia, che non è più vista solo come un insieme di procedure per selezionare i
governanti. Lo Stato deve intervenire per aiutare i cittadini a soddisfare dei bisogni primari. Non si
parla più dei diritti dell'uomo, inteso come un astratto individuo. Il nuovo soggetto dei diritti è un
“uomo” con la minuscola, che appartiene a gruppi sociali specifici, con bisogni differenziati. Per
meglio dire, è una persona che ha un'età, un sesso e una condizione sociale, ha famiglia, fa parte di
associazioni, vive in una determinata comunità.
Paradossalmente, la richiesta dei lavoratori di superare lo stato di diritto ottocentesco, per attribuire
ai pubblici poteri il compito di tutelare le categorie più disagiate di cittadini, mosse i suoi passi più
sostanziali per iniziativa del cancelliere tedesco Otto Von Bismarck. Egli, da un lato represse la
sinistra politica e sindacale; ma, tra il 1881 e il 1889, allo scopo di indebolire il crescente potere
della borghesia industriale e di ampliare i consensi della monarchia, realizzò un vasto programma di
riforme, che comprendevano l’assicurazione contro le malattie e contro gli infortuni sul lavoro.
Anche la chiesa espresse la richiesta di temperare l'anarchismo e la violenza del sistema
capitalistico mediante l'intervento dello Stato a sostegno della condizione operaia. L'enciclica
“Rerum Novarum” di Leone XIII (1891), fu la prima di una serie di grandi encicliche sociali. Il
Papa poneva a fondamento dello Stato l'esigenza di difendere la dignità dell'uomo, soddisfacendo
una serie di bisogni fondamentali: proprietà, lavoro, giusto salario, riposo, sicurezza sociale,
associazione, risparmio, ecc.  L'uomo e la famiglia precedevano lo Stato, che doveva rispettarne i
diritti e cooperare al loro benessere.
Il modello bismarckiano venne integrato nella cultura democratica tedesca mediante la Costituzione
detta di “Weimar”, del 1919, basata sulla prospettiva di un'economia mista, corrispondente al
compromesso che si riteneva raggiunto tra socialdemocratici, cristiano-sociali di centro e liberali.
Lo Stato Sociale divenne un modello destinato a svilupparsi anche in altri paesi. Ne fu un esempio
la politica sociale del “New Deal” di Franklin Delano Roosevelt (1882-1945) eletto per 4 volte
presidente degli Stati Uniti, dal 1932 al 1944. Nei primi due mandati, Roosevelt adottò una politica
economica volta a risollevare gli Stati Uniti dalla crisi successiva al crollo di Wall Street del 1929.
Essa portò nel 1933 a realizzare immensi lavori pubblici nella valle del Tennessee, per riassorbire
l'ondata di disoccupazione. Fu costituito un ente federale di assistenza e si lanciò un programma di
sostegno finanziario per l'acquisto di una casa. Il presidente Roosevelt arrivò, nel “Messaggio sullo
Stato dell'Unione” del gennaio 1944, a promettere un “Secondo Bill of Rights”, comprendente
diritti di seconda generazione, come il lavoro, una retribuzione adeguata, l'abitazione, la salute.
Nel 1942, nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, il “Rapporto Beveridge” fu la base per
progettare il modello britannico di welfare state (stato del benessere) che assicurava a tutti i cittadini
l'accesso alla sanità pubblica e la pensione sociale. Il piano venne effettivamente realizzato dal
primo ministro laburista Clement Attlee nell'immediato dopoguerra.
A differenza del liberalismo conservatore, le forze politiche che si riconoscono nel progetto di Stato
Sociale tendono a concepire gli esseri umani come persone, collocate in un sistema di relazioni
sociali, che hanno dei bisogni da soddisfare. Il principio dell'eguaglianza giuridica è considerato
necessario, ma non sufficiente a garantire libertà e dignità per tutti. Si ritiene che lo stato non debba
essere strettamente neutrale, ma che debba intervenire a vantaggio dei più deboli, privilegiando la
solidarietà e la pari dignità. Secondo la nota formulazione del sociologo inglese T. H. Marshall, la
cittadinanza è la piena inclusione in una società.
Essa si realizza mediante il godimento soprattutto dei diritti della seconda generazione. si può
essere accolti più o meno in una comunità, quando si gode del rispetto degli altri, si usufruisce di
certi servizi sociali e si è sottoposti, in grosso modo, alle stesse leggi. La dignità umana viene ora
Intesa non solo come rispetto dell'onore e assenza di discriminazioni ingiustificate, ma come
possibilità di perseguire il proprio progetto di vita, anche attraverso la disponibilità di mezzi e
servizi.
Una tipica espressione di questo modello di stato si ritrova nella nostra Costituzione, che all'articolo
2 recita: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo”, specificando
all'articolo 3 che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge”.
Il significato del concetto di dignità lo si ricava dal secondo comma dell'articolo 3: “Lo stato
democratico deve non solo assicurare l'eguaglianza dei cittadini davanti alla legge (eguaglianza
formale). Deve anche impedire che esistano interi gruppi sociali discriminati in senso positivo o
negativo (pari dignità sociale). La Repubblica assicura il soddisfacimento dei bisogni fondamentali
della persona (dignità umana). Infine, interviene nella struttura economica e sociale del paese, per
eliminare le forme più gravi di diseguaglianza, che renderebbero l'esercizio dei diritti fondamentali
un semplice miraggio (principio di eguaglianza sostanziale). Fra i diritti economici e sociali sono
tutelati quello: al lavoro (art 4), alla retribuzione proporzionata e sufficiente (art 36), alla parità tra
uomo e donna (art 37), all'assistenza sociale per invalidi e anziani (art 38), allo studio (art 34).

3. Chiesa e diritti

La Chiesa Cattolica sì sentì minacciata sul piano spirituale dalla libertà di pensiero, temendo la
diffusione di idee e costumi contrari al suo insegnamento. Temette che lo Stato moderno, mediante
la scuola pubblica, l'esercito nazionale e una ben organizzata burocrazia, acquisisse un controllo
della società e delle coscienze così capillare, da mettere in discussione il proprio potere spirituale.
Anche dopo la rivoluzione, e nonostante il concordato del 1801 tra Napoleone e Pio VII, la
concezione individualista e razionalista alla base del pensiero politico liberaldemocratico rimase
lungamente estranea al mondo cattolico. L’antimodernismo trionfò nel periodo della Restaurazione,
tra la caduta di Napoleone e le rivoluzioni del 1848. La chiesa ribadì, nel 1832, la condanna dei
diritti umani, in particolare della libertà di coscienza e di stampa. Nel 1864 Pio IX la rinnovò
nell'enciclica “Quanta Cura”, nella quale venivano indicati 80 errori della civiltà moderna, tra i
quali: la libertà religiosa, il pluralismo politico, la democrazia.
Nel 900, il timore per l'espansione del comunismo portò la chiesa a considerare con favore le
dittature reazionarie che presero piede nell'Europa degli anni 20 e 30, dal vero e proprio fascismo
italiano, al nazismo tedesco, al falangismo spagnolo. Per contrastare il totalitarismo comunista, la
chiesa trovò naturale sostenere quello fascista. Con Mussolini fu possibile chiudere il lungo
conflitto che opponeva la Santa Sede all’Italia, dalla presa di Roma nel 1870. Ma il rapporto tra la
chiesa e i regimi fascisti era turbato dal culto dello stato e del dittatore, che soprattutto in Germania
assumeva inquietanti toni mistici e neopagani. Nel 1931, con l'enciclica “Non abbiamo bisogno”,
Pio XI dichiarò la propria preoccupazione per il culto dello Stato che dominava la cultura politica
dell'epoca, in polemica con il regime fascista, che contrastava l'associazionismo cattolico.
Un altro punto di crescente contrasto furono le leggi razziali.  Nel 1937, il Papa ribadì i principi
personalistici del cristianesimo, respingendo il razzismo e affermando il diritto dei credenti di
professare la propria fede e quello dei genitori a educare i figli ai propri principi.
La perdita del potere spirituale ebbe, per la chiesa, l'effetto positivo di riavvicinarla alla società del
suo tempo. Dopo I Patti Lateranensi del 1929, Pio XII riconobbe la funzione dello stato di diritto
come strumento imprescindibile per l'attuazione dei diritti umani. Secondo lui, se la Germania e
l'Italia avessero avuto un regime rappresentativo, la guerra non ci sarebbe stata, sicché era naturale
che il dopoguerra dovesse essere caratterizzato dalla democrazia.  Dalla fine del conflitto, la Santa
Sede si aspettava il sorgere di un ordinamento sovranazionale, che avesse a fondamento una
dichiarazione dei diritti dell'uomo. L'idea dei diritti umani era congruente con la teologia cristiana e
con la dottrina scolastica del diritto naturale. L'unità spirituale e morale dell'umanità doveva tradursi
in una comunità organizzata dei popoli.
Come nel primo dopoguerra Benedetto XV aveva approvato la nascita della Società delle Nazioni,
Pio XII auspicava la creazione dell'ONU e l'approvazione della Dichiarazione Universale. Così,
nonostante la lunga opposizione alle idee della “Rivoluzione Atlantica”, la Chiesa Cattolica poteva
rivendicare la continuità esistente tra la sua dottrina dell’eguale dignità del genere umano e la
moderna teoria dei diritti della persona. Essa diventava una delle forze decisive operanti nel mondo
per la tutela dei diritti umani.
L'adesione ai valori della Dudu, in quanto principi scaturiti da un'etica naturale che non
contraddiceva, ma anzi confermava, gli insegnamenti della chiesa, fu in seguito argomentata da
Giovanni XXIII. Nell'enciclica “Pacem in terris” del 1963, egli sostenne che la tutela dei diritti
umani era il fondamento indispensabile della pace. L'enciclica elencava una serie di diritti, cui
connetteva altrettanti doveri: l'esistenza, un tenore di vita degno dell'uomo e atto al mantenimento
della famiglia, la dignità, l'istruzione, la libertà religiosa, il lavoro e la libera iniziativa, la proprietà.
Si raccomandava la distinzione tra potere legislativo, esecutivo e giudiziario.
Tutti gli esseri umani e tutti i popoli erano “uguali per dignità naturale”. Giusnaturalismo e
personalismo cristiano si univano dunque nella “Pacem in Terris”, per legare la dottrina sociale
della Chiesa agli ideali democratici, la cui sintesi più coerente era senza esitazioni riconosciuta nella
dichiarazione del 48. I diritti umani erano considerati da Giovanni XXIII conformi all’etica naturale
e capaci di contribuire in modo decisivo a proteggere la “dignitas personae umanae”.
L'adesione espressa e motivata ai principi della dichiarazione universale del 48 ed alla funzione
dell'ONU fu rinnovata da Paolo VI, con la “Populorum progressio” del 1967, che portò l'attenzione
della comunità dei cattolici ai nuovi terreni della lotta per i diritti umani: l'autodeterminazione
politica e lo sviluppo economico. L'ONU sembra caricarsi della stessa missione provvidenziale un
tempo attribuita all'impero romano.
Questa linea fu ancora proseguita da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI, al punto che oggi la
tutela dei diritti umani sembra essere il principale terreno d'intesa morale tra credenti e non credenti.
Per Giovanni Paolo II, i diritti di Dio vengono prima di quelli dell'uomo. Egli con confermò
l'importanza dei diritti riguardanti gli aspetti materiali della vita, ma anche la loro subordinazione
rispetto a quelli attinenti alla dimensione spirituale in continuità con questa linea. Il suo successore,
Benedetto XVI, dichiarò che “i diritti riconosciuti e delineati nella dichiarazione si applicano ad
ognuno in virtù della comune origine della persona, la quale rimane il punto più alto del disegno
creatore di Dio per il mondo e per la storia”.