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Georgescu- Roegen N. L’economia della produzione (1982)

Economia del mercato e politica industriale (Università degli Studi di Foggia)

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GEORGESCU-ROEGEN N. L’economia della produzione

(1982)

Roegen non è un economista ortodosso, ma è un matematico, il quale afferma che

non tutti gli elementi sono riferibili a numeri. Nella fretta di matematizzare

l’economia ci siamo spesso lasciati trasportare dal formalismo matematico fino a

contravvenire ad un requisito fondamentale della scienza, quello di cercare di capire

che cosa effettivamente corrisponda a ciascun simbolo.

“È vero che la matematica non può mentire, ma può trarre in inganno.”

Roegen ha 2 obiettivi:

1. critica l’utilizzo eccessivo della matematica nel descrivere i fenomeni

economici facendo perdere di vista l’aspetto qualitativo dei fenomeni;

2. affronta l’analisi della produzione che è centrale quando si parla di attività

imprenditoriale. Il tema di Roegen è l’economia della produzione intesa come

concetto di studio delle quantità ideali di produzione secondo l’implementazione di

funzioni di produzione, e lo scopo della relazione è di relazionare variabili

dipendenti e indipendenti per spiegare come selezionare il mix di fattori di

produzione.

1.

La “funzione di produzione” è un vecchio strumento degli economisti.

Introdotta nel 1894 da Wicksteed con una semplice osservazione: “dato che il

prodotto è una funzione dei fattori di produzione, si ha P = f(a, b, c, … ) ”.


Con il successivo diffondersi degli insipidi termini “input” ed “output”, si è

cominciato a trattare l’argomento di Wicksteed in maniera più disinvolta: una

formulazione tipica è che la funzione di produzione esprime simbolicamente il

fatto che “l’output di un’impresa dipende dagli input”.

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{ La formula di Wicksteed è stata accettata senza difficoltà dagli economisti più

accorti. Infatti molti di loro sostengono che la formula mostra le quantità di input (o

di fattori) necessarie a produrre una certa quantità di output (o di prodotto), e di

conseguenza tutti i simboli di una funzione di produzione rappresentato quantità [

Q = F (X, Y, Z, … ) ].

Altri invece concepiscono la funzione come una relazione fra gli input per unità di

tempo e gli output sempre per unità di tempo, cioè come una relazione nella quale

tutti i simboli rappresentano saggi di flusso [ q = f ( x, y, z, …) ].

L’ambiente accademico degli economisti considera queste 2 relazioni [Q e q] come

2 modi del tutto equivalenti per rappresentare qualsiasi processo di produzione; ed

è qui che si nasconde un imbroglio analitico facile da smascherare. Basta ricordare

che la funzione di produzione è uno strumento collegato ad un processo statico o

meglio ad un processo ad andamento costante.

Per un processo di questo tipo le relazione [ Q = tq ] , [ X = tx ] , [ Y = ty ] , […] sono

valide per qualunque intervallo di tempo “t” e per le quantità di prodotto e dei fattori

ad esso corrispondenti. Per queste e per la relazione [q], la relazione [Q] diventa

tf(x,y,z,…) = F (tx, ty,tz,…)

E dato che deve essere valida per qualunque “t”, ne consegue che f e F sono

un’unica funzione f(x, y, z,…) = F (x, y, z,…) e che tale funzione è omogenea di

primo grado. Quindi il presupposto tacito che le forme di [Q e q] sono equivalenti

implica che i rendimenti di scala siano costanti in assolutamente tutti i processi di


produzione. Questo imbroglio è la conseguenza diretta dell’accettazione del

simbolismo di Wicksteed. }

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Lo studio delle relazioni tra i fattori di produzione e l’output è utile a capire come

combinare insieme i fattori di produzione, o meglio lo studio delle funzioni di

produzione è di supporto all’attività imprenditoriale. La proposta di Roegen è

quella di cambiare radicalmente l’approccio alla funzione di produzione

neoclassica che non è applicabile nella realtà in quanto mette in relazione il

prodotto con i fattori di produzione che sono molto generici (lavoro, capitale e

terra) ed ovviamente la combinazione di questi fattori non aiuta l’imprenditore

nelle sue decisioni. La funzione di produzione neoclassica serve solo a valutare

come si trasferiscono le conoscenze tra capitale e lavoro.

2.

Non c’è ramo dell’economia per il quale il concetto di processo sia essenziale come

per l’economia della produzione. Il termine “processo” a volte viene semplicemente

associato al cambiamento, ma il cambiamento costituisce una nozione complicata

sulla quale i filosofi sono divisi in due campi opposti: uno sostiene che tutto è

soltanto essere, l’altro che tutto è solo divenire.

È evidente che il cambiamento, e quindi il processo, non può essere concepito come

un rapporto fra una certa entità e il suo comportamento nel tutto assoluto.

1° decisione eroica. Se dividiamo la realtà in 2 parti: una che rappresenta il

processo parziale in oggetto, l’altra il suo ambiente (per così dire), separate da una

frontiera costituita da un vuoto aritmomorfico. Quindi tutto ciò che si trova nella

realtà deve appartenere o ad un processo o al suo ambiente. Ora proprio perché la

realtà è un tutt’uno senza linee di congiunzione, possiamo selezionarla dove

vogliamo. Così ogni scienziato suddivide la realtà nel modo più conveniente per i
suoi fini. Una frontiera analitica deve essere costituita da 2 componenti: la prima

che separa in qualunque momento il processo dal resto della realtà, la seconda è la

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durata del processo, determinata dai momenti temporali (di distanza finita e non

coincidenti) in cui il processo inizia e termina. È possibile scegliere la scala

temporale in modo che il processo inizi a t = 0 e termini a

t = T, con T > 0. T è la durata del processo (ma per un processo di produzione si

può preferire il termine di Marx: “tempo di produzione”). Prima di t = 0 e dopo

di t = T il processo non esiste.

La descrizione analitica di un processo di riduce quindi alla registrazione di tutto

quanto attraversa la frontiera in un senso o nell’altro: si può attribuire significati

precisi ai termini di input e output. 2° decisione eroica. Si supponga che il numero

degli elementi inclusi nel processo sia finito e che ogni elemento sia misurabile con

un numero cardinale (il che implica che ogni elemento sia una quantità omogenea).

Se C1, C2, …, CN indicano gli elementi distinti, la descrizione analitica è completa se

per ciascun Ci si sono determinate 2 funzioni non decrescenti Fi(t) e Gi(t)

sull’intervallo chiuso [0,T], la prima delle quali dà input cumulativo e la seconda

l’output cumulativo fino al momento t (incluso). Qualunque processo analitico può

quindi essere rappresentato graficamente da una serie di curve. In qualunque

processo di produzione, una persona va considerata come lavoratore riposato fra gli

input e lavoratore stanco fra gli output, così come anche un attrezzo può entrare

nuovo e uscire usato. La difficoltà è che mentre non si può fare a meno di includere

il “lavoratore stanco” e l’“attrezzo usato” nell’elenco degli output di un processo di

produzione, nessuna delle 2 categorie rientra nell’attuale concezione di merce. Per

eliminare tale difficoltà:

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3° decisione eroica. Consiste nella nota e vecchia finzione di un processo in cui il

capitale rimane costante. Se tutti gli attrezzi e tutti i lavoratori devono rimanere a

un livello di efficienza costante, qualunque processo di produzione deve includere la

maggior parte delle aziende e delle famiglie esistenti al mondo. Gli sforzi non sono

diretti a mantenere immutati i beni durevoli (il che sarebbe impossibile), ma nel

conservarli in buone condizioni operative, e solo questo conta nella produzione.

L’unico fattore di cui non dobbiamo tener conto è l’usura giornaliera del lavoratore,

dato che egli si rimette in buone condizioni ogni giorno in famiglia.

Si possono ora dividere gli elementi in 2 categorie:

1. Fondi: compaiono sia come input che come output sono collegati fra loro per

via di identità o di uguaglianze quantitative (es. un pezzo di terra ricardiana,

un motore, un lavoratore);

2. Flussi: compaiono solo come input o come output.

Dato che gli elementi fondi rimangono invariati, il processo può essere attivato solo

in presenza dei necessari flussi in entrata. Nel processo riproducibile, gli elementi

fondo sono gli agenti immutabili che trasformano alcuni flussi di input in output.

3.

I flussi in entrata trasformati dagli agenti (fondi) possono provenire dalla natura (R)

o da altri processi di produzione (I). Ci sono anche flussi in entrata adibiti alla

manutenzione (M). I flussi di output consistono in prodotti (Q) e scarti (W). Infine i

fondi comprendono la terra ricardiana (L), la dotazione di capitale (K) e la forza

lavoro (H). Con questi simboli, la rappresentazione analitica di un processo

riproducibile diventa un gruppo di funzioni che definisce un punto in uno spazio

astratto (funzionale) [R0T(t), I0T(t), M0T(t), Q T(t), W0T(t); L0T(t), K0T(t), H T(t)].

Siamo lontani da Wicksteed che rappresentava il processo come un punto nello


spazio ordinario (euclideo).

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La funzione di produzione è quindi una relazione fra funzioni, non fra

numeri. Q0T(t) = F [R T(t), I T(t), M T(t), W0T(t); L0T(t), K0T(t), H T(t)].

Nessun elemento deve essere trascurato, ad esempio la natura (R) non ha una cassa

alla quale pagare gli elementi, ma non bisogna dimenticare che le risorse naturali

non sono né inesauribili e né distribuite uniformemente sul globo. Così anche gli

scarti che di per sé non hanno valore, ma che influenzano molto il processo

economico. I fondi non entrano a far parte degli output, come accade per i flussi,

ma contribuiscono al processo riproducibile dando un contributo al valore del

prodotto. Il valore del servizio di un fondo e anche del suo flusso di manutenzione

deve essere imputato al valore del prodotto. “Quando una persona lavora,

dev’essere presente con tutto il proprio fondo di capacità fisiche e mentali, e lo

stesso è vero per tutti gli altri fondi”.

4.

Fra i vari processi di produzione, ce n’è uno al quale è applicabile l’epiteto

“elementare”: è il processo con cui si ottiene ciascuna unità del prodotto. Quale

che sia il prodotto, una cosa del processo elementare è certa: la maggior parte dei

fondi rimangono inattivi per lunghi periodi di tempo. (es. l’aratro è necessario per

alcuni giorni durante la produzione del grano, lo stesso vale per la sega o del banco

nella produzione di un tavolo). Uno degli aspetti più importanti dell’economia della

produzione è proprio come minimizzare questi tempi di inattività.

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Esistono 3 soluzioni al problema della produzione (minimizzare i tempi di inattività):

1. Produzione in successione all’interno del quale si svolge un processo


elementare uno dopo l’altro. Se durante il tempo di produzione T è

necessario solo 1 fattore fondo, è chiaro che dobbiamo soltanto svolgere un

processo elementare dopo l’altro. Tale processo è inefficiente in termini di

fattore fondo, in quanto non viene utilizzato a pieno (la causa

dell’inefficienza è rappresentata dall’indivisibilità del fattore fondo);

2. Produzione in parallelo dove si iniziano contemporaneamente “n”

processi e si ripete l’operazione quando essi sono terminati. Tale

processo non offre molti vantaggi economici, in quanto a differenza del

processo elementare utilizzare “n” volte i fattori fondi e l’inutilizzazione

di essi si amplifica “n” volte;

3. Produzione in linea all’interno della quale, gruppi uguali di processi vengono

iniziati uno dopo l’altro a intervalli uguali a una frazione di tempo T. In tale

processo è possibile disporre in linea un numero di processi tale che nessun

fondo rimanga inattivo (es. catena di montaggio in cui ogni attrezzo e ogni

lavoratore passano senza interruzione da un processo elementare all’altro).

Tutte le fabbriche sono un esempio di produzione in linea. Il sistema in linea

è un’innovazione economica fondamentale, e si parla di economica e non

tecnica perché il risparmio di tempo si ha a prescindere dalla tecnologia

utilizzata.

5.

Osservazioni conclusive. In un qualunque processo elementare ogni agente è inattivo

per periodi definiti che dipendono dai metodi di produzione. Tale inattività può

essere eliminata disponendo i processi elementari secondo il sistema produttivo di

fabbrica (in linea).

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L’economia della produzione si riduce a 2 comandamenti:


1) produrre con il sistema di fabbrica. Occorre fare 2 precisazioni:

a. sebbene si possa progettare una fabbrica per qualunque processo

elementare, non tutte le fabbriche sono convenienti (es. costruzione

transatlantico è sempre superiore alla domanda)

b. per arrivare a organizzare i processi elementari in linea è

assolutamente necessario essere liberi di cominciare un processo in

qualunque momento del giorno, della settimana e dell’anno, ma non

tutti i processi possono iniziare in qualsiasi momento (es. in agricoltura

variazioni stagionali impediscono di applicare il sistema fabbrica, gli

agricoltori devono lavorare i campi in parallelo e cioè con un sistema

produttivo che non consente praticamente alcun risparmio di tempo).

2) farlo funzionare a ciclo continuo. Ciò si applica soprattutto alle economie in

via di sviluppo. In una nazione ricca non c’è necessità di fare turni di notte se

non quando la produzione continua è imposta dalla tecnologia. Inoltre il

tempo libero è un bene che le persone possono preferire ad un reddito più

elevato. La situazione è diversa in quasi tutti i paesi in via di sviluppo in cui

l’ordine del giorno non è solo lo sviluppo, ma uno sviluppo rapido. In questi

paesi, il regime di una giornata lavorativa di 8 ore e la riluttanza nell’utilizzare

i turni di notte sono fattori anacronistici che ostacolano il raggiungimento dei

fini dichiarati.