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F. H.

Knight : IL Significato DI Rischio ED Incertezza (1921)

Economia del mercato e politica industriale (Università degli Studi di Foggia)

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F. H. KNIGHT – Il significato di rischio ed incertezza (1921)

Knight è un neoclassico che segue il concetto di concorrenza atomistica (la

concorrenza è un modello sociale che prevede l’atomismo, cioè una situazione in cui

tutti quelli che partecipano sono come atomi di una costruzione sociale. Gli agenti

economici sono indipendenti e numerosi, e ciascuno singolarmente non è in grado di

definire i prezzi, anche perché i prodotti sono indistinguibili con quelli dei rivali e

non esistono barriere all’entrata ed il prezzo risulta dai quantitativi dei prezzi offerti

sul mercato).

Prima di parlare di concorrenza è opportuno riflettere sulla psicologia individuale

della valutazione (del comportamento), per capire perché un agente economico

agisce in un determinato modo.

È importante rilevare anche che la mancanza di concorrenza e l’emergenza del

profitto sono connesse indirettamente ai mutamenti delle condizioni economiche.

Poiché il profitto proviene dal fatto che gli imprenditori contrattano i servizi

produttivi a saggi fissati in anticipo e si rimborsano per mezzo della vendita del

prodotto finito. Ma mutamenti dei prezzi dei servizi produttivi provocano una

divergenza fra costi e prezzi di vendita. Se tali mutamenti avvenissero secondo leggi

invariabili e conosciute sarebbero prevedibili e non vi fossero profitti e ne perdite.

Knight ritiene che l’uomo abbia una struttura logica di ragionamento, che lo aiuta

ad interfacciarsi al mondo naturale. Inoltre riconosce la figura dell’imprenditore

come colui che sostiene degli esborsi certi, ma non sa cosa riscuoterà a causa

dell’incertezza legata al processo produttivo e al mercato, infatti non esiste una

legge conosciuta per poterli interpretare e anticipare.


L’anticipazione ha un duplice aspetto di incertezza:

1. più è complicato il processo produttivo più sarà difficile capire quanti

prodotti saranno realizzati in un determinato periodo e che qualità

avranno;

2. quanti prodotti saranno venduti e a che prezzo.

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L’imprenditore non dovrebbe esistere, perché nessun individuo razionale

intraprenderebbe un’attività così incerta. L’incertezza fa emergere l’attività

imprenditoriale, e l’imprenditore non fa altro che anticipare il cambiamento

(attraverso percezioni viziate ed incomplete), e quindi in quanto tale è un’attività

irrazionale.

L’incertezza dà origine a 3 tipi di situazioni:

1. situazioni rischiose che sono poco diffuse;

2. situazioni incerte, trattabili in termini di probabilità a priori o a probabilità

statistica;

3. situazioni veramente incerte (più difficili), trattabili solo con un giudizio

di probabilità. Knight osserva che viviamo in un mondo di mutamenti ed

incertezza, infatti viviamo solo conoscendo qualcosa del futuro, tenendo conto che

non c’è ne ignoranza assoluta, ne completa e perfetta informazione, ma solo

conoscenza parziale, e quindi se si vuole comprendere il funzionamento del

sistema economico è necessario esaminare il significato e l’importanza

dell’incertezza, attraverso lo studio della conoscenza e del comportamento, che

può avvenire esaminando la coscienza.

Il ruolo della coscienza è quello di dare all’organismo una conoscenza del futuro.

Ciò è utile in quanto i riadattamenti con cui l’organismo si conforma all’ambiente

richiedono tempo e più lontano l’organismo riesce a vedere e più adeguatamente può
adattarsi e più completamente può vivere meglio. Non si reagisce allo stimolo

passato, ma all’immagine di un futuro stato di affari, e la coscienza opera dove gli

adattamenti sono dissociati da uno stimolo immediato, sono cioè spontanei e

preventivi.

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Prima di reagire al mondo, noi lo percepiamo, ma reagiamo non a quello che

percepiamo, ma a quello che inferiamo (deduciamo – l’inferenza è la previsione

del futuro in relazione all’elaborazione della nostra coscienza).

Un comportamento consapevole consiste proprio nell’azione intrapresa per mutare

una situazione futura dedotta da una presente. Ciò implica una duplice inferenza,

ovvero dobbiamo capire quale sarebbe stata la situazione futura senza la nostra

interferenza e quali invece sarebbero stati i mutamenti provocati dalla nostra

azione. Questo ragionamento può comportare 4 errori:

1. non percepiamo il presente come esso è nella sua totalità;

2. non inferiamo il futuro dal presente in maniera accurata ed esatta (con un

alto grado di sicurezza);

3. non conosciamo esattamente le conseguenze delle nostre azioni;

4. non realizziamo le azioni nella precisa forma in cui le

immaginiamo. La probabilità di errore è dolosamente comune.

Conoscenza e consapevolezza sono 2 concetti collegati tra di loro e legati

all’incertezza, infatti essendo il mondo incerto, il problema è quello di capire come

prendere delle decisioni se si ha una conoscenza imperfetta. La conoscenza ci

permette di accumulare consapevolezza, che assume un concetto di libertà (l’uomo

libero è consapevole, ma non è detto che prenda sempre decisioni ragionevoli).

Knight ritiene che nel tempo l’uomo civile ha sviluppato delle capacità di

ragionamento che hanno però attutito le facoltà percettive (rispetto all’uomo


primitivo).

Non si può tracciare una netta separazione tra percezione e ragione. La funzione della

coscienza è di inferire ed ogni coscienza è deduttiva razionale. La ragione e la

coscienza sono proiettate al futuro e l’elemento essenziale dei fenomeni è la

probabilità di errore.

È evidente che la possibilità di una situazione futura che opera attraverso una

situazione presente è condizionata a qualche sicuro rapporto fra le due.

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Tale postulato è formulato come principio (o legge) di analogia (uniformità,

casualità o regolarità). Tutti i ragionamenti dipendono dal principio di

analogia: conosciamo ciò che è assente da ciò che è presente, il futuro

dall’odierno, e giudichiamo il futuro dal passato.

Tale principio di analogia è stato definito come dogma dell’uniformità, della

coesistenza e della sequenza fra fenomeni.

Tale dogma rappresenta il presupposto della conoscenza, ovvero il mondo è fatto

di cose le quali, nelle stesse circostanze, si comportano sempre nello stesso modo.

Ma che ciò avviene solo per le cose che conservano un’identità immutata (modo di

comportarsi); infatti è ovvio che le circostanze che condizionano il comportamento

delle cose siano composte di altre cose e del loro comportamento.

Oltre all’assunto che il mondo è fatto di unità che mantengono un’identità inalterata

nel tempo, occorre formulare il dogma della somiglianza perfetta tra grandi numeri

di cose (al dogma dell’uniformità, è collegato il dogma della somiglianza). Secondo

tale dogma, deve essere possibile, non soltanto assumere che la stessa cosa si

comporterà sempre nello stesso modo, ma che lo stesso genere di cose farà lo stesso,

e che vi è realmente un numero limitato e maneggiabile di generi di cose. Da qui, il

ruolo fondamentale della classificazione. Possiamo assumere che le proprietà delle


cose non sono mischiate e combinate a caso, ma che il numero dei raggruppamenti è

limitato o che vi è una costanza associativa, e ciò è definito come dogma della

realtà delle classi.

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Ma se la classificazione degli oggetti fosse ristretta al raggruppamento di cose simili

sotto tutti gli aspetti o sostanzialmente identiche, rimarrebbe sempre un notevole

numero di generi di cose che l’intelligenza non potrebbe afferrare. È chiaro che per

vivere con intelligenza nel mondo (adattare la nostra condotta agli eventi futuri)

dobbiamo usare il principio che “ cose simili sotto qualche aspetto si

comporteranno similmente sotto certi altri aspetti, anche se esse sono molto

differenti in ulteriori aspetti ”. Non è possibile fare una classificazione esauriente

delle cose, ma in ogni caso le proprietà delle cose che influenzano le nostre reazioni,

per poter essere concepite dall’intelligenza, devono essere limitati nel numero e nei

modi di associazione.

I dati sull’ambiente in cui viviamo, fondamentali per la condotta, sono vari:

1. il mondo è fatto di oggetti che sono di varietà infinità;

2. l’intelligenza finita è capace di regolarsi nel mondo, perché:

a. il numero delle proprietà distinguibili e dei modi di comportamento è

limitato;

b. le proprietà delle cose rimangono costanti;

c. quando si hanno mutamenti, essi occorrono in modi abbastanza

costanti ed accertabili;

d. le proprietà non sensibili ed i modi di comportamento delle cose sono

congiunti a proprietà sensibili in modo abbastanza uniforme.

3. l’aspetto quantitativo delle cose e la capacità dell’intelligenza di trattare la

quantità sono elementi fondamentali della situazione;


4. rispetto a certe proprietà, gli oggetti differiscono solo di grado; massa e

grandezza sono qualità universali delle cose che non presentano differenze

di genere;

5. molte proprietà sono comuni a gruppi molto ampi. L’intelligibilità del mondo

è accresciuta dalla semplicità delle grandi divisioni in solidi, liquidi, gassosi,

viventi e non viventi;

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6. un comportamento intelligente deve garantire una capacità interpretativa;

7. bisogna conoscere noi stessi ed il mondo bene.

La limitazione della conoscenza è dovuta al fatto che l’universo non può essere

integralmente conoscibile, ma è conoscibile un grado così superiore rispetto alle

nostre capacità di conoscenza, che ogni limitazione può essere ignorata. È solo

quando il nostro interesse viene ristretto ad un limitato aspetto del comportamento di

un oggetto, dipendente dai suoi svariati attributi fisici (dimensione, massa, …), che si

rende possibile un’esatta determinazione. Così le decisioni di vita quotidiana sono

prese sulla base di stime rudimentali. Le situazioni future dipendono dal

comportamento di molti oggetti e molti fattori che non si tenta neppure di considerarli

tutti e stimare i vari aspetti. Così quando valutiamo una situazione futura, facciamo

molte supposizioni e da ciò fissiamo le nostre azioni.

La proporzione numeri dei casi in cui X è associato ad Y genera il comune giudizio

di probabilità. Se la probabilità numerica dell’accadimento di un risultato è nota, la

condotta nella situazione relativa può essere intelligentemente ordinata.

Es. Scoppio bottiglie di champagne se è nota la probabilità, la perdita diventa un costo

fisso di

produzione e viene trasferita al consumatore.

Es. Fabbricato che brucia non si sa la probabilità, ma si può estendere risultato di un


campione

ad un grande numero di fabbricati e convertire

l’eventualità in costo fisso (così come fanno le

assicurazioni).

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Vi sono due modi differenti per trattare dei fenomeni incerti, da cui dedurre le

relative conseguenze, per giungere al giudizio di probabilità della forma che fattori

X siano pure fattori Y in una data proporzione numerica:

1. Calcolo a priori o matematico esprime un giudizio sintetico sulla

probabilità che accada qualcosa; è più usato nei giochi di fortuna, che negli

affari. [Es. lancio dei dadi]. È facile calcolare la probabilità risultante dalla

distribuzione di un determinato numero di prove, ma nessun numero finito

potrebbe fornire la certezza della probabile distribuzione;

2. Probabilità statistica esprime un certo grado di certezza realizzata mediante

raggruppamenti che diminuiscono il numero degli azzardi; tuttavia la

trattazione statistica non dà mai risultati quantitativamente molto accurati.

Viene utilizzata maggiormente dall’imprenditore. [Es. non si sa il valore

preciso e se realmente brucerà un fabbricato]. La probabilità può essere

determinata solo empiricamente.

La differenza pratica fra probabilità a priori e probabilità statistica dipende

dall’accuratezza della classificazione degli esempi raggruppati insieme. L’idea del

raggruppamento omogeneo rasenta il paradosso: se avessimo gruppi omogenei

dovremmo avere uniformità e non probabilità.

Il fatto fondamentale che sta alla base del ragionamento della probabilità è la

nostra ignoranza, infatti se fosse possibile misurare con esattezza tutte le

circostanze di un dato caso, saremmo in grado di predire il risultato di un caso


singolo, ma è evidente che ciò non è possibile, e quindi se la conoscenza fosse

completa sembra che non vi debba essere realmente probabilità, ma certezza. La

dottrina della probabilità, per essere valida, deve poggiare sulla naturale non-

conoscibilità dei fattori, e non semplicemente sul concetto di ignoranza.

I postulati della conoscenza portano alla conclusione che il lancio di un dado è

un evento determinato della natura delle cose, mentre la logica della probabilità

assume che è realmente indeterminato e che le cause non conoscibili seguono

una legge di indifferenza.

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La teoria matematica richiede che le probabilità elementari devono essere

sempre uguali. La sola teoria dell’ignoranza è insostenibile ed inadeguata.

Ogni qualvolta che vi è una “derivazione” nei risultati dalle previsioni, si

assume la presenza si cause non indifferenti, giustificate dai risultati.

Considerando il ruolo della coscienza nel comportamento vediamo che la “mente”

può promuovere l’azione.

Secondo l’opinione del professore Fisher, la probabilità è “sempre una stima”, a

condizione che:

1. Il termine stima acquisisca un significato più estensivo (deve esservi

differenza tra stima e probabilità a priori, per esservi antitesi);

2. In una grande proporzione di casi, la base effettiva dell’azione è una

stima. Assumendo il punto di vista della classificazione, si possono individuare

3 tipi di probabilità:

1. Probabilità a priori calcolata su principi generali, riguarda la

classificazione assolutamente omogenea di esempi completamente identici

eccetto per i fattori realmente indeterminati;

2. Probabilità statistica consiste nella valutazione empirica della


frequenza dell’associazione fra predicati, non analizzabile se si

variano le combinazioni delle alternative egualmente probabili, e

quindi una classificazione omogenea non è mai possibile;

3. Stime non esiste nessuna valida base di nessun genere per classificare

gli esempi, ovvero riguardano i fenomeni veramente incerti o unici che

non si possono classificare.

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Sappiamo che stime o giudizi sono “esposti” all’errore, e talvolta è possibile

determinare il grado di affidabilità della stima (di “esposizione” all’errore). In genere

ogni determinazione del valore di una stima deve essere empirica, garantita dalle

tabelle degli esempi, che la riducono ad una probabilità statistica. Ma mentre per la

probabilità statistica non è mai possibile una classificazione omogenea, per le stime

vi sono tutte le gradazioni che vanno da un gruppo perfettamente omogeneo ad un

impiego unico del giudizio.

L’uomo d’affari non si limita a formare la stima migliore possibile del risultato delle

sue azioni, ma si pone anche in condizione di stimare la probabilità che la sua stima

sia corretta. È importante che la stima fatta sia corretta, perché è da ciò che muove

l’azione dell’imprenditore.

Perciò per Knight, occorre esercitare 2 giudizi separati: la formazione di una stima

e la stima del suo valore. Al contrario di Fisher, che riconosce invece una sola

stima, e cioè il sentimento soggettivo della probabilità stessa.

Tuttavia 2 generi di difficoltà intorbidiscono i confini tra probabilità statistica e stima:

1. Nel mondo dell’esperienza, nulla è assolutamente unico di 2 cose

assolutamente simili, e quindi è sempre possibile formare delle classi se

non si vuole cavillare (=indagare con eccessiva pignoleria) e se viene

accettata un’interpretazione abbastanza libera della somiglianza;


2. È possibile formare delle classi di esempi simili su basi interamente

differenti, ovvero invece di considerare le decisioni di vari uomini in

situazioni più o meno simili, si considerano le decisioni di un solo

individuo in tutti i generi di situazioni.

In generale, sulla base dell’esperienza, gli uomini si formano opinioni più o meno

valide sulla loro capacità di formare giudizi corretti e sulla capacità di altri uomini a

questo riguardo.

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La stabilità ed il successo di un’impresa dipendono dalla possibilità di stimare la

capacità degli uomini sia al fine di assegnarli al loro posto, sia per fissare le

retribuzioni che loro spettano.

Riassumendo Esaminare le conseguenze dell’incertezza non suscettibile di

misurazioni è il compito di questo lavoro. Tale incertezza, prevedendo il

compimento teoricamente perfetto delle tendenze della concorrenza, dà

all’organizzazione economica complessiva la forma caratteristica

dell’<<impresa>> e dà conto del particolare reddito dell’imprenditore.

(l’ incertezza interferisce nel perfetto funzionamento della concorrenza)