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RUDOLF STEINER

INFERNO E PARADISO

Due conferenze
tenute il 16 aprile e 14 maggio 1908 a Berlino
da uno scritto non riveduto dal conferenziere
tratto dall’Opera Omnia n. 56
“Die Erkenntnis der Selle und des Geistes”, Rudolf Steiner
Taschenbücher aus dem Gesamtwerk
Rudolf Steiner Verlag
Dornach 1986

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L’INFERNO.
Berlino, 16 aprile 1908,
conferenza del dott. Rudolf Steiner.
Titolo originale: Die Hölle.
O.O. n.56.
Tratta dal ciclo “Die Erkenntnis der Seele und des Geistes”
(La conoscenza dell’anima e dello spirito).

Dobbiamo andare a lungo a ritroso, nello sforzo umano, verso una soluzione degli enigmi
universali, quando vogliamo prendere in considerazione l’origine delle due rappresentazioni, che
si impongono subito all’uomo, quando questi in un senso più profondo, e soprattutto in senso
spirituale, giunge a questi due enigmi universali: le due rappresentazioni del bene e del male.
Il pensiero umano cercherà sempre di elevarsi alle forze occulte che dal mondo spirituale
attraversano la nostra evoluzione e la condizionano. Sempre, e nelle forme più diverse,
incontriamo il tentativo di portare in relazione le forze benefiche della vita, che servono al
progresso dell’evoluzione umana, con quelle che distruggono, contrastano, ostacolano. All’uomo
però, sempre ricompare l’intima parentela che, nonostante l’apparente forte contrasto, per chi
osserva attentamente, esiste fra queste due direzioni di forza. Bisogna solo pensare alle parole di
Schiller sul fuoco già citate in un’altra occasione:

Potente è la forza del fuoco


Quando l’uomo la domina, la sorveglia
Diviene fruttuosa la forza del cielo
Quando si strappa le catene
Ed entra sulla propria traccia
La libera figlia della Natura.

Si desidererebbe dire che in tali parole giace, come velata, la questione che ci occuperà oggi
e nella prossima conferenza, e che in tempi diversi si è rivestita delle parole inferno e paradiso. Per
questo motivo non è lecito immaginare che queste parole, ovunque esse compaiano, abbiano quel
significato superstizioso che, non solo molti soci danno a queste stesse rappresentazioni, ma anche
non pochi fra quelli che oggi le desidererebbero combattere, senza conoscerne il significato più
profondo.
Se anche solo superficialmente ci guardiamo attorno, vediamo sorgere la nostra questione
proprio dall’antica cultura persiana, dove ad un regno di forze benefiche, quello di Ormuzd, veniva
aspramente contrapposto un regno delle forze cattive, quello di Ahriman. E quando vediamo come
qui, tramite un singolare insieme di pensieri, le forze malefiche che ostacolano il cammino, si
mescolano intimamente alle forze nascoste che fanno progredire il mondo nel senso buono, finché
alla fine vince la potenza della luce, di fronte a noi abbiamo una delle più grandi immagini di cui
la fantasia umana e l’immaginazione umana rivestono il nostro problema. Dal Tataros greco fino
al mondo nordico delle saghe, ci viene incontro un regno, ci vengono incontro nomi, ai quali è
legato il concetto di inferno. E’ quel luogo in cui sono dannati coloro che nel mondo fisico non

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sono deceduti di una morte onorevole, conforme all’indirizzo culturale.


Nel ricordare questa saga del regno dell’inferno, possiamo intuire una particolarità.
Osserviamola, perché sia detta fin dal principio: Nell’espressione del mondo delle saghe, si trova
talvolta una saggezza più profonda di quella che, in tempi moderni, ha come base concetti astratti.
E’ degno di nota come il mondo delle saghe nordiche faccia derivare lo stato attuale del
mondo dal paese nordico “Nifelheim”, avvolto nella nebbia fredda, che era in tempi antichi
estraneo al sole secondo la rappresentazione germanica, e da un altro regno, il regno caldo, il
“Muspelheim”. Dall’azione reciproca dei due regni, nacque lo stato attuale della terra. E mica dal
caldo Muspelheim, ma dal freddo e nebbioso Nifelheim vennero portate le più importanti forze
che ora servono l’umanità. Là, si sono dapprima formate le forze umane superiori, che stanno alla
base della cultura odierna. Ma, contemporaneamente, - è ciò la cosa degna di nota che accarezza in
maniera meravigliosa la nostra questione - ci viene detto che l’Hel che prende a sé i morti indegni,
viene unito dagli dei a questa dimora della nebbia, dove giungono coloro che sono morti di una
morte indegna. E’ da notare il fatto che il regno e la forza dell’ascesa, vengono congiunti con il
luogo e la personalità che rappresenta la forza della morte, della putrefazione.
E quando lasciamo i tempi antichi e ci avviciniamo ai nostri, troviamo che soprattutto coloro
che, secondo Pochhammer nella sua edizione di Dante, dovrebbero essere addirittura gli educatori
e i mastri della gioventù, ricorrono alla rappresentazione di un mondo in cui il male è concentrato,
quando vogliono spiegare il nostro essere, fin dalle profondità dell’esistenza cosmica. In che modo
potente e grandioso Dante, proprio all’inizio del suo poderoso poema, ci rappresenta questo
mondo di cammino, di purificazione e di sviluppo, verso i mondi superiori! E nuovamente un
poeta era spinto a ricorrere a queste rappresentazioni per descrivere le forze situate nell’anima
dell’uomo, come fece Goethe nel suo “Faust”. Perciò accostò, a quello che doveva condurre Faust
alle forze luminose e chiare, i rappresentanti delle potenze infernali, Mefistofele.
Si possono trovare moltissime citazioni significative nel “Faust” di Goethe, che descrivono
il particolare rapporto di Faust con Mefistofele e di entrambi con l’essere universale. Qui si è
ricorso solo a due esempi in cui per Goethe, nel richiamarsi alle saghe nordiche, i due concetti di
bene e male stanno l’uno accanto l’altro. In una citazione Mefistofele viene chiamato “ una parte
di quella forza che nonostante voglia il male, fa il bene”. Qui i concetti di bene e male vengono
posti in una relazione molto intima con l’intero essere cosmico. Vi è inoltre un’altra citazione di
Goethe che da una parte ci conduce profondamente nell’anima di Goethe, e dall’altra anche nel
nostro problema e che vogliamo citare; in effetti tratta dell’intera relazione delle forze buone in
Faust, con ciò che Mefistofele vorrebbe raggiungere in lui, il male. Assai significativamente
Goethe fa dire a Faust, al momento in cui sta per concludere il patto con Mefistofele, che
determina a quali condizioni debba darsi a Mefistofele stesso:

Ti dirò al momento:
Trattieniti! Sei così bello!
Allora tu vuoi mettermi nelle pastoie,
Allora io voglio andare in rovina!
Allora sei libero dal tuo servigio,
L’orologio può fermarsi, la lancetta cade,
E’ venuta l’ora che me ne vada.

“Ti dirò al momento: trattieniti, sei così bello”, è un’espressione con cui Goethe ci fa
intendere che Mefistofele, nel suo insieme, non lo ha capito. Faust sa certamente di essere nella

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possibilità di cedere alle forze infernali quando si pone nella posizione di dire all’istante:
“Trattieniti, sei così bello”.
Tutto quanto detto, doveva venire posto quale premessa perché ci doveva indicare la
direzione da prendere nell’odierna trattazione, partendo da una parte dal mondo delle saghe, e
dall’altra dal pensiero umano, profondamente calato in vesti poetiche. Coloro che oggi credono di
poter costruire un intero quadro di una concezione del mondo, con alcuni concetti del mondo
materiale raggruppati alla rinfusa, naturalmente se la cavano assai facilmente con i concetti di
inferno e paradiso. Non li preoccupa ciò che abbiamo messo all’inizio della nostra trattazione.
Dicono semplicemente: ci basta ripercorrere lo sviluppo delle diverse religioni e delle infantili
concezioni del mondo e ci diventerà subito chiaro che, o i popoli nel loro bisogno, o qualche
uomo, ha escogitato i cosiddetti inferno e paradiso in parte, per consolare i popoli stessi per la
sofferenza che patiscono sulla terra, in parte per spronarli, per mezzo della paura degli inferi, a
rivolgere i loro sforzi egocentrici al bene.
Chi parla così, nulla sa dei reali moventi o dei reali motivi, per cui sono state introdotte nelle
anime degli uomini alcune rappresentazioni come paradiso ed inferno.
Oggi non cercheremo una risposta alla domanda che l’umanità sempre si è posta con
qualsivoglia immagini, giudizi e ragionamenti, ma vogliamo conseguire delle rappresentazioni su
ciò che vi è da dire su questa domanda, a partire da quello che sotto un certo aspetto abbiamo
messo come base a tutte le nostre conferenze invernali.
Ricordiamoci della conferenza che ho potuto tenere qui sul tema “Uomo, donna e
bambino”. Abbiamo potuto parlare dell’evoluzione dell’uomo sulla terra ed informarci di certe
forze che partecipano, ed hanno voce in capitolo, nel divenire umano. Quando, nel senso della
scienza dello spirito, gettiamo uno sguardo a questa umana evoluzione - così dicemmo allora - per
conseguire una relazione con questa, ci riallacciamo infine al modo in cui, l’osservatore della
scienza dello spirito, osserva il bambino in divenire, al modo in cui ci viene incontro fin dai primi
istanti della sua vita e alla maniera in cui ricava progressivamente, alla luce del giorno, forze e
capacità.
Chi osserva quest’uomo in divenire con lo sguardo acuito dalla scienza dello spirito, vede
come dai semi si sviluppano in una maniera affascinante, queste facoltà. Una scienza di idee
materialistiche, desidererebbe farci credere come ciò che viene alla luce progressivamente in
maniera tanto affascinante, si deve ricondurre a caratteristiche meramente ereditarie di genitori,
nonni o simili discendenti. La parola ereditarietà gioca nel nostro tempo un grande ruolo nei
confronti di questa domanda. Spesso, si è già posta l’attenzione sul fatto che, la scienza dello
spirito, è posta nella necessità di avere un’importanza che non proprio molto tempo fa - non sono
neanche trecento anni - aveva un grande naturalista: il ricercatore della natura Francesco Redi.
Questi ha espresso qualcosa che oggi è patrimonio comune di ogni sapere erudito e profano. Al
suo tempo, però, non era convinzione profana, ma anche convinzione di tutti i naturalisti, che dalla
materia inanimata, dal fango, potessero nascere non solo esseri animali inferiori, ma anche
lombrichi, pesci e così via dicendo. Oggi si crede che siano solo pregiudizi religiosi quelli che
impediscono all’uomo di ricondurre le cose ad un ordinamento universale puramente meccanico.
Tuttavia, non erano solo i pochi studiosi secolari di quel tempo ad aver accettato che dalla materia
inanimata possa nascere la vita, ma anche Sant’Agostino era di questo avviso. Si scorge da ciò, che
non ha contraddetto per nulla la religiosità di Sant’Agostino, il fatto di rappresentare tale
concezione.
Tuttavia, cos’è che contraddice una tale congettura? Un’osservazione reale esterna ed
interna, che va fin nelle profondità dell’essenza universale, esperienza fisica e non sovrasensibile

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sulle cose. Erano esperienze fisiche, e non sovrasensibili, quelle che progressivamente hanno fatto
accettare per forza all’uomo l’enunciazione che fece Redi: il vivente può nascere soltanto dal
vivente. Nella stessa condizione in cui a quel tempo si trovava il naturalista Redi, che è andato
incontro con precisa necessità al destino di Giordano Bruno, si trova la moderna scienza dello
spirito. La frase che oggi verrà dibattuta, è applicata ad un campo spirituale ed afferma: Lo
spirituale può nascere solo dallo spirituale. Ciò che dapprima vediamo svilupparsi dalle
predisposizioni del seme infantile, non lo possiamo far risalire a fenomeni fisici. Lo facciamo
risalire allo spirituale, come facciamo risalire il vivente alla vita. Di conseguenza, lo spirituale ci
riconduce a qualcosa di animico-spirituale. Quando l’animico-spirituale si presenta a noi rivestito
e ricoperto, di quelle caratteristiche che riconducono all’elemento fisico dell’uomo, oppure ad altri
involucri umani, come conseguenza di ciò, colleghiamo questo elemento fisico che colora e dà
sfumature alle capacità ed alle peculiarità animiche, alla sequenza ereditaria che ci appare come
genitori, nonni e così via. Se vogliamo nuovamente porre l’attenzione su come, nella linea
ereditaria, si sommano progressivamente le caratteristiche che alla fine compaiono in un postero,
affermiamo che la cosa dal punto di vista della scienza dello spirito, non ci meraviglia per nulla.
Troviamo naturale che nei corpi in cui nasce il seme spirituale, si presentino i segni
dell’ereditarietà fisica. Tuttavia, come consideriamo questa ereditarietà fisica? Perciò vagliamo il
seguente esempio.
Prendiamo il seme di una pianta e trapiantiamolo in una terra fruttuosa, con tutte le sostanze
che riccamente si possono fornire alla pianta. Conseguentemente trapiantiamo lo stesso seme in
un’altra terra, che contiene in maniera scarsa le sostanze di cui la pianta ha bisogno. Le piante,
portano in sé le peculiarità del terreno da cui sono germogliate. Così vediamo la pianta, come essa
si schiude, come è la sua genesi profonda, il suo seme, e dall’altra parte vediamo ciò che sviluppa
e schiude questo seme, come ciò in cui questi è avviluppato dipenda ed è riempito dal campo e dal
terreno da cui la pianta è nata. Tale è l’uomo, nato dall’animico-spirituale della preistoria, come la
pianta è nata da una pianta precedente. E’ cresciuto su un terreno che è stato preparato nella linea
ereditaria e contiene, questo germe animico-spirituale, anche caratteristiche che l’uomo porta con
sé dal terreno della linea ereditaria. Non ci meravigliamo che l’intero processo sia così, e si
rappresenti per chi dall’esterno e dal punto di vista fisico osserva il mondo in modo tale, da poter
cadere negli errori accennati. Quando si dice che si deve osservare come, in una personalità
particolarmente dotata, si sommino le caratteristiche dei discendenti, e che un musicista proviene
da una famiglia di musicisti, e un matematico da una di matematici, la scienza dello spirito non ha
bisogno di negare tali cose in nessun modo, o di rappresentarle sotto un’altra luce. Per la scienza
dello spirito le cose stanno così.
Vi sono due intervalli di tempo, all’interno dei quali ciò che è il nostro animico-spirituale
ricompare sempre. Parliamo nella scienza dello spirito di ripetute vite terrene, nel dire che ciò che
in noi è essere animico-spirituale, ci riconduce a vite precedenti, in cui i semi spirituali sono stati
posti per la vita odierna. Tutto ciò che ora abbiamo, o ciò che oggi conseguiamo, in un tempo
futuro si svilupperà ed avrà il suo effetto. Questo seme animico-spirituale, non ha nulla a che fare
con ciò che prosegue nella linea fisica. Quando l’uomo viene ad essere, questo seme animico-
spirituale entra nel corpo fisico, e le forze che sono ereditarie nella famiglia, gli edificano il corpo
fisico che egli abita. Così nell’uomo è costruita assieme una dualità di cui una parte, l’animico-
spirituale, riconduce ad una linea di evoluzione puramente spirituale, mentre l’altra parte, quella
fisica, è da ricondursi alla linea ereditaria di evoluzione. Ereditarietà e reincarnazione sono i due
aspetti che qui agiscono uno nell’altro, cosa che si dimostra illuminante in ogni ragionevole
trattazione. Tuttavia vedete - dopo capirete - che in un discendente sono presenti delle

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caratteristiche, ed in un altro altre ancora. Alla fine, queste caratteristiche si riuniscono e diventano
un Goethe, un Beethoven. Di conseguenza, i geni compaiono abitualmente alla fine di una lunga
sequenza.
Consideriamo questa affermazione: il genio appare alla fine di una linea di generazioni. E’
strano che proprio per questa ragione, questo fattore venga fatto dipendere dall’ereditarietà,
perché il genio ha un corpo che è organizzato a tal fine. Se i Bernoulli diventano sempre
matematici, è chiaro che per questo motivo hanno bisogno di corpi particolari. Non è un fatto
meraviglioso che quando si affonda questo seme animico-spirituale nella linea ereditaria questo
apporta queste particolarità? O ci si meraviglia del fatto che si esca bagnati dall’acqua? Di
conseguenza è naturale che chi nasce da una famiglia, porti le caratteristiche di questa famiglia
stessa.
Così, ciò che vuol dire la frase citata, è qualcosa di naturale, di primitivo. Ma che cosa
dovrebbe indicare che il genio è ereditabile? Il fatto di trovarsi all’inizio, e non alla fine, di una
sequenza di generazioni! Il fatto di stare alla fine, è la prova che le peculiarità del genio non si
ereditano! E’ un modo strano di ragionare quello di dire che le caratteristiche si ereditano, e che
contemporaneamente il genio si trova alla fine di una sequenza. Una logica sana può solo
affermare che il genio, per il fatto di reincarnarsi, non può lasciare in eredità caratteristiche
spirituali, altrimenti starebbe all’inizio di una sequenza di generazioni. Compaiono due linee di
sviluppo, una spirituale ed una fisica. Se non lo si accetta, non se ne viene a capo, anche se dotati
di una logica sana.
Osserviamo un bambino che centinaia di anni fa ha attraversato un’altra vita, osserviamo il
suo sviluppo e l’utilizzo di quelle caratteristiche che gli si presentano d’ora in poi. Così vediamo
venire alla vita un bambino. E come vediamo uscire l’uomo dalla vita? Ne abbiamo già accennato.
Ora vogliamo prendere in considerazione gli avvenimenti che compaiono, mentre ciò che è entrato
attraverso la nascita nell’esistenza fisica, esce di nuovo dalla vita, nell’attraversare la porta della
morte. Qui non dobbiamo considerare la morte in quanto tale, ma qualcosa che abbiamo
considerato nell’ultima trattazione: l’alternarsi di sonno e veglia, e l’alternarsi di vita e morte.
Sappiamo dall’ultima trattazione che, mentre la sera l’uomo affonda nel sonno senza sogni,
certe parti del suo essere si staccano da ciò che chiamiamo l’interiorità propriamente umana,
l’essere più profondo, il nucleo dell’essere dell’uomo. Differenziamo in un uomo immerso nel
sonno, nel senso della scienza dello spirito, ciò che per così dire rimane a letto, da questo nucleo
dell’essere. Nel letto rimane il corpo fisico, che alla morte viene consegnato agli elementi della
terra. Ma quando l’uomo sta a letto, il corpo fisico non è come quando viene consegnato alla terra.
Il corpo fisico è impregnato del corpo eterico o di vita. Il corpo fisico vive, le funzioni vitali
vengono interrotte, con la conseguenza che a letto rimangono il corpo fisico e il corpo eterico o di
vita. Fuori troviamo, alla fine, il portatore del piacere e della sofferenza, della gioia e del dolore, e
di tutte le percezioni sensoriali che ondeggiano su e giù durante il giorno: caldo e freddo, odorato e
gusto, il portatore dell’intera vita di pensieri e rappresentazioni, a partire dagli istinti e dalle
passioni, fino agli ideali morali. Tutto ciò, nel prendere sonno, affonda in un buio indeterminato.
Tutto ciò, è anche quello che ritorna al mattino, come una luce che ondeggia all’interno. E’ la luce
della coscienza.
Vi è ancora qualcosa che dobbiamo differenziare in maniera precisa, fra ciò che fuoriesce dal
corpo umano, sia da quello fisico, che da quello eterico: è la coscienza umana di sé e il suo
portatore, l’io umano. Chiamiamo corpo astrale il portatore della gioia e della sofferenza, di istinti
e passioni, delle percezioni ondeggianti, e il portatore della coscienza di sé; la quarta parte
dell’essere umano, lo chiamiamo io. Queste due parti, il portatore dell’io e il portatore della gioia

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e del dolore, durante il sonno senza sogni, fuoriescono dal corpo fisico ed eterico.
Perché non potete percepirli nel loro mondo? Abbiamo trovato la risposta a tale domanda
nelle nostre conferenze e possiamo dire che è così perché, considerando lo sviluppo attuale
dell’uomo, l’io e ed il corpo astrale non hanno organi per tale scopo. L’uomo percepisce il suo
ambiente per il fatto di possedere degli organi adatti: occhi ed orecchie. Al primo mattino, quando
l’io ed il corpo astrale si immergono nel corpo fisico, e si appropriano di questi organi, l’uomo
percepisce ciò che gli sta attorno. Così abbiamo un essere costituito di quattro parti: un corpo
fisico, uno eterico, uno astrale, ed un corpo dell’io. Tale, è l’essere dell’alternarsi di veglia e di
sonno.
Prendiamo ora in considerazione, il momento della morte. Possiamo farlo nel consultare, ciò
che si pone come dato di fatto, per chi ha applicato a sé i metodi dell’iniziazione ed ha imparato ad
usare i sensi superiori che sono assopiti nell’uomo. Però, anche con una logica abituale si può
rendersene conto, perché i fatti stessi si presentano in maniera tale, da poterci dare una
rappresentazione della via dell’uomo attraverso la morte. Al momento della morte, compare
qualcosa che durante l’intera vita fisica compare solo eccezionalmente. Durante la vita, il corpo
eterico rimane unito al corpo fisico; solo con la morte se ne separa e di conseguenza il corpo fisico
diventa cadavere: segue ora le forze meramente fisico-chimiche, alle quali venne strappato fra
nascita e morte attraverso la coabitazione del corpo eterico. Questo corpo eterico è, come spesso è
stato detto, un combattente fedele durante l’intera vita, contro il decadimento del corpo fisico,
perché il corpo fisico ha in sé forze chimiche e fisiche. La cosa è evidente quando, dopo la morte,
è lasciato a sé stesso: si disgrega, è una mescolanza impossibile. Il corpo eterico si stacca dal corpo
fisico e rimane per un certo periodo assieme al corpo astrale e l’io.
Questa connessione è di grande importanza. Ora, al momento della morte, dinanzi all’uomo
compare un quadro mnemonico generale della vita precedente fra nascita e morte. E’ come se un
poderoso panorama di questa vita vissuta stesse di fronte alla nostra anima. Questa visione, questo
quadro mnemonico, è accompagnato da un sentimento di ampliamento, di ingrandimento,
dell’essere umano. E’ come se l’essere umano si espandesse e dalla parte interna apparissero,
come un meraviglioso panorama, le immagini della vita passata.
Da dove proviene tutto ciò? Viene dal fatto che il corpo eterico è il portatore della memoria.
Fintanto che si trova nel corpo fisico, fintanto che è legato al corpo fisico, può solo scorgere cosa
ha vissuto fra nascita e morte. Il corpo fisico è un intralcio. Siccome il corpo eterico è un portatore
puro, non torbido, della memoria, per questo motivo dopo la morte compare l’intero passato in un
unico quadro. Persone che nell’affogare, o in una caduta montana, sono stati vicini alla morte ed
hanno ricevuto uno shock, si ricordano di un unico momento in cui tutta la loro vita stava loro di
fronte all’anima. Vi potrei raccontare molto, ma voglio solo citare ciò che sta in un libro a cui già
prima ho accennato. L’antropologo criminale Moritz Benedikt, un uomo per cui tutto quello che è
stato detto qui è stato visto come la più grande assurdità e fantasticheria - ma non fa nulla -
racconta che una volta che era vicino ad affogare tutta la sua vita gli si presentò davanti come un
grande quadro. Cosa si verifica in un caso simile? Si verifica un allentamento spontaneo fra corpo
fisico ed eterico che viene subito eliminato. Ne segue che il contenuto mnemonico dell’intera vita
compare per un breve lasso di tempo di fronte all’anima umana.
Alla fine, questo quadro mnemonico sta di fronte all’anima dell’uomo. Poi, viene il tempo in
cui il corpo eterico si separa dal corpo astrale e dall’io. Una parte del corpo eterico rimane
allacciato con l’essere umano, una parte che si può chiamare l’estratto vitale, come un piccolo
riassunto. Pensate a questo piccolo riassunto come se poteste, da una parte, riassumere
artisticamente il contenuto di un grosso libro, in modo tale che un uomo possa di nuovo ricostruire

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da questo riassunto il contenuto del libro. Dopo che ha deposto ciò che non è possibile utilizzare
per la sua successiva evoluzione, un qualcosa che si potrebbe definire come un‘essenza della vita
viene incorporato nell’essere umano, per il futuro. Su questo vogliamo porre l’attenzione. Ciò che
rimane incorporato per il progresso futuro, è il frutto dell’ultima vita. Ogni vita forma un foglio in
un grande libro della vita e tutte le nostre vite terrene sono registrate in detto foglio. Sono
incorporate al nostro essere. Prendiamo tale frutto con noi da una vita, per tutte quelle a venire.
Tale frutto riveste una grande importanza per la successiva evoluzione dell’uomo.
Prima di essere in grado di concentrare la nostra attenzione su questo estratto vitale, si deve
prendere in considerazione più dettagliatamente il lungo cammino dell’uomo dopo la morte. Poco
tempo dopo la morte e dopo lo svolgimento di questo quadro, per l’uomo ha luogo un altro
periodo che possiamo caratterizzare come segue. A questo punto l’uomo possiede il proprio io, il
proprio corpo astrale, e questo estratto di cui ho parlato. Consideriamo adesso come il corpo
astrale, portatore di impulsi, desideri e passioni può agire. A partire da considerazioni logiche
siamo in grado di formarci una rappresentazione dell’agire del corpo astrale. Prendiamo per una
volta una di queste esperienze: quella del buongustaio, che ha piacere per i cibi saporiti. Come si
realizza il piacere? Facilmente qualcuno potrebbe attribuirlo al corpo fisico. Sarebbe un’assurdità.
Non il corpo fisico ma il corpo astrale è il portatore di desideri, della gioia e della sofferenza. Il
piacere è posseduto dal corpo astrale, è lui che sviluppa il desiderio verso i cibi saporiti. Il corpo
fisico è un apparato di sostanze fisiche, di forze fisiche e chimiche. Fornisce il mezzo con cui il
corpo astrale può soddisfare questi desideri. Questo è il rapporto nella vita fra il corpo astrale ed il
corpo fisico. Il corpo astrale reclama il soddisfacimento dei suoi desideri, ed il corpo fisico gli
procura i mezzi, il palato, la lingua e così via attraverso cui poterli soddisfare. Cosa succede in
caso di morte? Il corpo fisico viene deposto e con lui tutti gli strumenti del soddisfacimento. Il
corpo astrale è presente ed è facile rendersi conto che questi non ha rinunciato alla sua ricerca
verso il piacere, ai suoi desideri, per il fatto di esser stato privato del mezzo fisico. Il corpo astrale
mantiene dopo la morte i desideri, le brame, sebbene gli manchi lo strumento fisico con cui
soddisfarli. Sviluppa così i piaceri per i cibi saporiti e così via dicendo, ma gli manca il palato. E’
come un uomo che ha una sete ardente, in un ambiente in cui nelle vicinanze non c’è acqua. Non
c’è alcuna altra ragione per cui dopo la morte si trova nell’impossibilità di soddisfare i piaceri se
non quella di non possedere alcun organo. Conseguentemente, attraverso i desideri patisce del
dolore, fino al momento in cui non li avrà radicalmente estirpati, non soddisfacendoli.
Questo è il tempo che l’uomo deve trascorrere nel cosiddetto Kamaloka. Kama significa
desiderio, loka significa luogo. E’ un simbolo. Per prima cosa, termina il tempo della sofferenza
nel momento in cui l’uomo ha estirpato il desiderio, e la brama, che si radicano nel corpo astrale e
che possono venire soddisfatti solo nel corpo fisico. E’ il tempo del divezzamento, della
purificazione.
Però domandiamoci, ora, se il tempo della purificazione possa comparire in tutti i gradi
possibili: dobbiamo rispondere affermativamente. Prendiamo due uomini, uno che è del tutto
assorbito ai piaceri sensuali, la cui vita dalla mattina alla sera è piena di tutti i piaceri possibili ed
immaginabili che si possono avere solo nel mondo fisico, dove sono disponibili i mezzi per il loro
soddisfacimento. L’intera sua interiorità si identifica con il corpo fisico. Un uomo che in tale
modo si identifica con il proprio corpo fisico, avrà un’esistenza più difficile, dopo la morte, di chi
già in questa vita, attraverso le faccende sensibili, vede ciò che è sovrasensibile, animico-
spirituale. Considerate qualcuno che osserva un bel panorama o un’opera musicale. Proprio nelle
cose più piccole, nelle meno importanti, l’uomo può scorgere la manifestazione dello spirito.
Scegliamo un bel panorama o una bella opera musicale come esempio, perché così la cosa si

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spiegherà più facilmente. Chi nelle armonie e melodie di un’opera musicale sente scrosciare gli
enigmi dell’eterno nel mondo, chi può far agire sulla propria anima in un bel paesaggio i rapporti e
le armonie spirituali, già in questa vita fra nascita e morte si strappa quale essere animico-
spirituale a ciò che è legato al fisico. E questo che traspare attraverso il fisico, che viene percepito
risonante attraverso il fisico, è un possesso che ci rimane, e per il quale non dobbiamo elaborare
alcuna purificazione, alcun divezzamento; poi, ciò che da noi viene abbandonato, è solo la veste
esterna. Riflettete per una volta nella vostra più profonda interiorità come, in un’opera musicale, si
svela qualcosa che è puramente spirituale. Si mette in rapporto con manifestazioni sensibili
nient’altro che ciò che, in esso, è celato e che è penetrato attraverso il mezzo della stessa
manifestazione sensibile. E’ qualcosa che appartiene allo spirito, all’anima, e che l’uomo dopo la
morte non ha bisogno di strappare via.
Vedete che ciò che si deve sopportare ha diverse gradazioni e che queste gradazioni si
misurano nella misura in cui l’uomo si è identificato con quello che soltanto può esperire, e
godere, attraverso i suoi organi, nel mondo fisico.
Per così dire, esiste una prospettiva che certamente per nessun uomo ha bisogno di essere
una diretta realtà nel presente, perché non c’è uomo in cui le condizioni di questa prospettiva si
adempiono completamente. Tuttavia è presente. Prendiamo un uomo che dedica completamente
l’intero io a ciò che può venire goduto tramite il corpo fisico ed i suoi organi, in relazione con il
mondo esterno fisico, che si è del tutto perso in questo mondo sensibile esterno, e che non ha alcun
interesse a ciò che animico-spiritualmente sta alla base di questo mondo sensibile esterno: un
uomo che sta sulla terra, e si identifica con ciò che rappresenta il suo corpo. Quale sarà la
conseguenza? Possiamo riconoscerlo se ricerchiamo gli enigmi dell’essere umano, in maniera più
precisa.
Dobbiamo, se vogliamo fare ciò, parlare di ciò che l’uomo prende con sé come estratto
vitale. Che cosa compare da ciò che prende con sé come estratto vitale? Da questo frutto della vita
precedente l’uomo costruisce la prossima incarnazione, il corpo della prossima vita. Poi, ciò che
appare come uomo che si sviluppa a poco a poco, è prodotto dell’ereditarietà. Tuttavia, questi
prodotti dell’ereditarietà, sono in un certo qual senso elastici. L’uomo non si fa edificare soltanto il
proprio corpo dalle caratteristiche dell’ereditarietà, bensì come in una corporeità elastica lavora e
tesse ciò che ha apportato dalla vita precedente. E quando ci chiediamo: qual è la conseguenza del
fatto che l’uomo vive, così, da incarnazione ad incarnazione? Possiamo dire: ha come
conseguenza ciò che possiamo chiamare il cammino di perfezionamento dell’uomo, attraverso le
varie vite terrene. L’uomo entrò nella sua prima incarnazione, al suo primo ingresso nelle vite
terrene, con forze che in confronto alle forze che oggi agiscono nella maggior parte degli uomini,
erano primitive. Quando entrò nella sua prima incarnazione, l’uomo aveva solo poca forza animica
attraverso cui poter deviare l’animico dentro il corpo fisico ed eterico. Godette così dei frutti della
prima vita, li prese con sé, e conseguentemente nella vita successiva poté divenire un essere più
perfetto. Poi, attraverso il fatto di essere in grado di aggiungere alle forze limitate che aveva come
primo essere, le esperienze della vita successiva, l’uomo si rende, fintanto che prendiamo in
considerazione queste forze, un essere terreno chiuso in sé ed armonico. Ogni nuova vita ci appare
ad un gradino superiore. Qui, però, vedete due forze agire una dentro l’altra. Dopo che l’uomo ha
trapassato la porta della morte, vedete l’estratto vitale, le forze della vita precedente che vengono
conservate per il futuro, e le forze che possono rendere l’uomo sempre più perfetto. Così, di vita in
vita, la forza dell’uomo che diviene sempre più perfetto viene potenziata. Tuttavia, al momento in
cui l’io lascia il corpo fisico, vedete comparire delle forze che lo incatenano di nuovo all’essere
fisico passato. In effetti, dopo la morte, l’essere umano è composto di ciò che possiamo chiamare

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forze che fanno proseguire, e ciò che possiamo chiamare forze che si formano dentro, che
ostacolano.
Adesso consideriamo un po’ queste forze ostacolatrici di cui abbiamo parlato, e che l’uomo
dopo la morte deve strappare fin dalle radici. Se non sopravvenisse nulla d’altro l’uomo, dopo la
morte, sarebbe equipaggiato con ciò che ha portato con sé dalla vita passata, per le forze
apportatrici di frutti, per l’essere futuro. L’uomo certamente si strappa da tutto ciò che lo ha per
così dire incatenato alla vita precedente, si strappa da ogni soddisfazione e da tutti i piaceri.
Soltanto da una cosa non si può staccare. Un resto rimane. Questo qualcosa che, dopo la morte,
appare come una rimanenza, che l’uomo deve strappare da sé, preparato fra nascita e morte, non è
presente quando l’uomo viene alla vita. Dopo il suo ingresso nella vita, cresce all’interno del
mondo fisico, e le sue inclinazioni per il piacere del mondo fisico si rappresentano come qualcosa
che l’uomo acquisisce nel corso di questa vita, che educa nel proprio essere. Ora possiamo
formarci delle rappresentazioni di quello che l’uomo educa progressivamente nel suo essere: è un
qualcosa che non contribuisce alla sua evoluzione, che addirittura renderebbe impossibile tale
evoluzione, se fosse consegnato solo e soltanto a queste forze. Poiché apporta tutto ciò nella sua
vita e poiché ha la possibilità di venire raccolto dalla vita, la vita stessa fra nascita e morte è ciò
che le forze ostacolatrici portano dentro l’uomo. C’è da una parte l’esperienza di vita che portiamo
con noi come frutto, e dall’altra ci è cementato assieme al mondo fisico, che portiamo a noi in
maniera duratura. E’ ciò che vuole elevarsi da una parte al di sopra dell’incarnazione, e che
dall’altra ci riporta sempre in questo mondo, fintanto che saremo tanto evoluti, che avremo
superato completamente, alla fine della nostra esistenza, tutto ciò che apportiamo con il mondo
fisico. In maniera duratura, l’uomo ha una forza in sé che lo porta avanti, ed un’altra che ritarda,
ostacola. Vediamo così l’essere umano composto di queste due forze, una che fa andare avanti
l’evoluzione ed una che la ostacola.
Possiamo vedere nei particolari, come agiscono una dentro l’altra queste forze che fanno
progredire e che ritardano. Prendiamo come esempio dalla vita umana, quella evidentemente
fisica, l’occhio umano. L’occhio è, come dice Goethe, “formato alla luce per la luce”. Se non
avessimo gli occhi non vedremmo la luce. Ma se non vi fosse la luce non vi sarebbero neppure gli
occhi. La luce è ciò che ha formato l’occhio. Attraverso il fatto che la luce crea l’occhio, crea al
tempo stesso un impedimento all’evoluzione e alla corrente evolutiva, che è andata avanti. Per il
fatto che la luce in un grigio e lontanissimo passato agì sul corpo umano, da questa ne scaturì
quest’occhio. In aggiunta, la forza che sarebbe stata altrimenti forza vitale germogliante in un’altra
direzione, dovette ostacolare. Dopo che altre forze hanno agito a lungo, l’occhio diventò maturo ad
essere un organo che fa progredire l’evoluzione. Vedete da tale esempio che gli impedimenti, le
forze che spingono indietro, sono essenzialmente necessarie.
Ora vediamo in che modo meraviglioso tutto ciò è organizzato in questa vita umana mentre
sono presenti, da una parte le forze dell’evoluzione che portano avanti, e dall’altra quelle che
spingono indietro. Queste ultime forze sono quelle che fondono l’uomo assieme al mondo fisico,
sono quelle che gli forniscono nel mondo fisico, fra nascita e morte, gli organi attraverso cui si
appropria delle forze per progredire. Se non fossero presenti queste forze ostacolatrici, l’uomo non
entrerebbe nella vita fra nascita e morte, e non crescerebbe dentro gli involucri attraverso cui gli
appare l’animico-spirituale. Ora agisce attraverso la vita, che è creata dalle forze ostacolatrici. Così
l’uomo deve ringraziare le forze ostacolatrici per i frutti del progresso.
Si nasconde un grande enigma nel fatto che, nella vita, le forze che fanno progredire devono
collaborare con quelle che ostacolano. Ora può succedere che l’uomo, nel suo essere, tiene la
bilancia fra le forze che fanno progredire e quelle ostacolatrici, o che in una vita si leghi

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completamente con le forze ostacolatrici che vengono prodotte nel corpo fisico, quale mezzo per il
progresso, ma che le consideri non come un mezzo, ma come fine a sé stesse, come un qualcosa
solo per sé. In questo caso, l’animico-spirituale dell’uomo viene strappato via dall’intero
progresso. Cade fuori, e ciò che sarebbe il tempo del Kamaloka, il tempo del divezzamento, della
purificazione, che consiste nel fatto che l’uomo depone ciò che nel piccolo lo lega al mondo fisico,
diviene un periodo assoluto. Questo si presenta a noi come qualcosa di estremo. Siccome l’uomo
mai si lega interamente al mondo sensibile, perché egli si rende capace nell’animico, nella sua
interiorità, di sfuggire a tale prospettiva estrema, scampa a questa possibilità. Ma se accadesse che
i suoi interessi non aderissero mai a ciò che traspare come animico-spirituale - qui ciò viene posto
come prospettiva, irraggiungibile in questa vita - penetrerebbe nelle forze operanti della vita, e
potrebbe accadere che l’uomo, con il suo essere deforme, si sottragga con il mondo fisico-sensibile
a tutto l’animico-spirituale. Prendiamo in considerazione questo caso ed ora l’uomo, dopo la
morte, deve venire trasferito nel mondo animico-spirituale. Non porta nulla a tale mondo animico-
spirituale, se non una invincibile propensione, un invincibile essere deformato da, e con questo,
mondo fisico-sensibile. Questo quadro mnemonico ormai aderisce a questi e grava come un peso
di piombo. La sostanza materiale indurita, tramutata in spirituale, l’uomo la porta dentro il mondo
spirituale. E’ indivisibilmente legata a quelle forze che frenano ed ostacolano tutto lo sviluppo ed
ogni evoluzione. Questa è l’intenzione dell’essere infernale. Perciò, nella prospettiva più estrema,
il tempo di purificazione si dilata a quello stato in cui l’io, senza alcuna comprensione per il
mondo animico-spirituale, è dipendente dalla sostanza puramente fisico-sensibile, senza apportare
alcuna comprensione per la sostanza fisico-sensibile stessa. Questa comprensione per il fisico-
sensibile è sofferenza infernale nello spirituale, anche se nell’essere sensuale forse è un piacere
sensibile, infinitamente appagante.
Ed ora cerchiamo di comprendere le parole di Faust prima citate. Quando l’inviato infernale
lo vuole avere cosa deve conseguire? Deve conseguire il fatto che Faust non tragga fuori dagli
istanti dell’essere corporeo il germe per continuare l’evoluzione, ma in questi istanti dell’essere
corporeo deve godere in maniera tale da volerli fermare in questa sua sensualità. “Dirò all’istante:
fermati, sei così bello...” - allora mi hai! Questo è il patto che l’uomo può concludere con le forze
infernali, in modo tale da legarsi alle potenze che ostacolano il progresso. Vediamo, però, nel
contempo, che le cose andrebbero diversamente nell’evoluzione umana se queste forze
ostacolatrici non comparissero nella vita.
La prossima volta, ricercheremo com’era l’uomo quando apparve la prima volta in un corpo
fisico e da dove lo prese con sé. Ora sappiamo che l’uomo è composto di forze che fanno
progredire e forze che fanno regredire. Se, quando l’uomo per la prima volta fece l’ingresso nel
corpo fisico, non vi fossero state forze ostacolatrici, sarebbe rimasto in quella rappresentazione
spirituale in cui si trovava prima dell’incarnazione. Attraverso la formazione nell’uomo degli
organi dell’ostacolo, lo spirito è penetrato nel sensibile, e ha potuto portare con sé i frutti del
sensibile, ed ha potuto progressivamente arricchirsi. Le forze da cui sgorga il progresso, sono le
stesse che ne devono formare gli organi. Devono porre ostacoli ad uno sviluppo precoce, affinché
ne sia possibile uno posteriore. Nessuno ha il diritto di lamentarsi della comparsa di ostacoli nella
vita. L’elemento conservativo è cosa buona finché è al servizio dell’umanità, diventa un
impedimento se diviene fine a sé stesso. Così è anche dopo la vita, nella morte. L’ostacolo è, dal
punto di vista dello spirito, il portatore più elevato del progresso. Se viene considerato fine a sé
stesso, o utilizzato egoisticamente, è l’elemento embrionale dell’inferno. Così ciò che è
provenienza di tutte le facoltà umane, può divenire fine a sé stesso, embrione dell’inferno, quando
l’uomo vi si unisce al momento sbagliato.

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Ora capiamo la saga nordica. Dal “Nebelheim” è sorto l’embrione spirituale per la cultura
attuale. Ha dovuto percorrere le antiche culture, ma ha dovuto uscirne, per portarne i frutti nella
incarnazione attuale. Coloro che non utilizzano l’incarnazione attuale, in senso spirituale, si
condannano a esser posti ad un gradino inferiore che era alla loro maniera buono, che era pure un
mezzo per il progresso al loro tempo, ma che ora agisce ostacolando. Ciò che un tempo era un
mezzo per il progresso, diviene elemento infernale quando si ferma nell’essere umano. Il
“Nebelheim” non fu mai dominato dall’elemento infernale. Gli elementi buoni dell’uomo
mantennero il “Nebelheim” fino al tempo in cui si svilupparono.
Vediamo così come bene e male, inferno e paradiso, agiscono uno attraverso l’altro nella
vita umana, ed insieme sorgano da essa, come viene detto nella citata poesia di Schiller. Il bene
diviene elemento ritardante ed ostacolante, se non viene applicato nella giusta direzione, - come il
fuoco è utile quando lo si domina, quando può diventare fruttuoso, quando “si strappa le catene ed
entra sulla propria traccia” -. Nello stesso modo, fanno comparsa le forze infernali quando entrano
nella vita umana “sulla propria traccia”.
Così capiamo perché i grandi spiriti hanno percepito o capito tali grandi connessioni, cosa
che, pensata e percepita in uguale maniera, è ciò che la scienza dello spirito pone di fronte alle
nostre anime. Oggi, abbiamo posto l’elemento infernale come qualcosa di necessario alla nostra
vita e, conseguentemente, la prossima volta faremo la conoscenza più da vicino di quell’elemento
che ci apposta la luce sul tutto. Conosceremo, alla luce della vera scienza dello spirito, anche il
lucente elemento del paradiso. Ma già dalla conferenza odierna siamo in grado di vedere che è
giusto ciò che Dante dice nelle ultime strofe dell’inferno. Dante credette bene di dovere trattare
per prime le forti forze ostacolatrici nella vita, prima di formare una rappresentazione di quelle
forze che fanno progredire, in cui si trovano la salvezza e tutto lo sviluppo umano. Acquisiremo
anche, per l’usuale vita quotidiana, punti di appoggio su punti d’appoggio, se saremo in grado di
portare nel giusto equilibrio il regredire, con il progredire. Si mostrerà dove ciò che ostacola
rischia di divenire per l’uomo qualcosa di infernale, e dove si dimostra buono nell’elevarsi alle
forze che veramente fanno progredire, come Dante lo raffigura quando si vede menato a destra e a
sinistra dalle potenze infernali sotto la guida di Virgilio, ma che poi uscito quale vincitore sulle
forze ostacolatrici, a lui, la cui anima viene aperta alla luce, nel lontano firmamento, appaiono le
stelle splendenti.

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IL PARADISO.
Berlino, 14 maggio 1908,
conferenza del dott. Rudolf Steiner.
Titolo originale: der Himmel.
O.O. n.56.
Tratto dal ciclo “Die Erkenntnis der Seele und des Geistes”
(La conoscenza dell’anima e dello spirito).

In una posizione ugualmente difficile a quella dell’altra volta, quando di fronte a voi parlai
del concetto di “inferno”, mi trovo oggi nel momento in cui devono venire riunite in una unica
trattazione, sui fondamenti del concetto di “paradiso”, le diverse trattazioni ed esperienze del ciclo
di conferenze che ho tenuto quest’inverno.
Siamo proprio di fronte ad un concetto che, nel suo vero significato, nella fede delle diverse
confessioni religiose, oggi è andato smarrito, anche quando esse restano fedeli a questo concetto
stesso, con un istinto spirituale assolutamente giusto ed indovinato. Contemporaneamente,
abbiamo a che fare con un concetto dileggiato, respinto nella maniera più severa da coloro che,
non vogliono solo essere influenti nelle odierne correnti spirituali, ma che anche tali vengono
considerati, in vaste cerchie. Nel concetto di “paradiso” per un enorme numero di uomini, oggi, vi
è ancora racchiusa la mèta, ed il contenuto, del più profondo anelito del cuore, e questo forma ciò
che sta alla base di questo concetto stesso, forma il contenuto della fede piena di dedizione per
molte anime, un qualcosa che per questa moltitudine è consolazione, nelle occasioni più difficili
della vita. Nel contempo, questo stesso concetto, viene concepito da molti come un qualcosa in cui
si esprime la più profonda superstizione, ed a cui è legato tutto ciò che deve formare ad ampio giro
l’oggetto della superstizione umana. Proprio ai nostri giorni, basta soltanto porre la nostra
attenzione alle apparizioni spirituali, molto discusse in certi circoli, e si vede subito quali potenti
ostacoli si contrappongono alla comprensione degli uomini attuali, quando si vuole giungere ad
una chiara concezione, scevra da pregiudizi, di ciò di cui ci si deve occupare oggi.
Non c’è bisogno che nessuno si meravigli, e meno di tutti chi parla di queste cose come io
ho intenzione di parlarne oggi, se una grande parte di ciò che verrà detto oggi viene considerato
come un modello di vuota fantasticheria, e di un vuoto sognare mistico. Malgrado ciò, la
trattazione odierna ci mostrerà come, proprio nel nostro tempo, è urgentemente necessario
accennare ripetutamente, e nel modo più forte possibile, ai fondamenti di questo concetto.
Molti di voi conosceranno un uomo al cui nome oggi alcuni collegano il concetto di reale
informazione, un uomo, le cui opere negli ultimi tempi hanno fatto un gran scalpore all’interno
della cultura spirituale tedesca. Naturalmente, non mi azzardo a voler anche minimamente
sminuire i grandi e potenti meriti che quest’uomo ha acquisito nello stretto ambito delle scienze
naturali. Avete visto anche, nelle altre conferenze, come per me abbia rivestito importanza solo il

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portare ad esposizione, qui, la ricerca scientifico-spirituale, assieme ai risultati delle scienze


naturali del presente, ed in piena armonia con essi. Da più parti è giunta voce, riguardo la
conferenza di August Forel, che bisogna raccomandare di studiare approfonditamente, a chi vuole
un po’ interrogare sé stesso, come si possa profondamente equivocare su ciò che la scienza dello
spirito deve esporre, riguardo tali questioni. I punti di vista dai quali ci si pone nella prospettiva
della scienza dello spirito, nei confronti di tali pubblicazioni, vengono spiegati nel mio periodico
“Lucifer-Gnosis”, ove si può trovare qualcosa sul rapporto fra scienza dello spirito e scienze
naturali. Proprio ciò che produce le relazioni e le sintonie, e che pone in luce ciò che la scienza
dello spirito edifica sulla base delle scienze naturali, e porta ad elevate prospettive, è il compito
che si pone il trentacinquesimo quaderno del periodico “Lucifer-Gnosis”. L’intera conferenza di
Forel su “vita e morte” è piena di disapprovazione, proprio di una disapprovazione radicale per
questo concetto, che caratterizza oggi il contenuto della nostra conferenza.
Come preambolo, poniamo l’attenzione su come, chi vuole edificare a partire dai puri fatti
delle scienze naturali una concezione del mondo, possa giungere a tali pensieri. Si dice che “queste
scienze naturali hanno portato all’uomo grandi e potenti progressi, per il fatto che egli è ora in
grado di far luce, nell’edificio cosmico, fin oltre le stelle a noi più vicine nello spazio. In che modo
questa concezione è stata posta nella posizione di scrutare, per lo meno fino ad un certo grado,
all’interno della regione delle più piccole componenti delle cellule dei corpi viventi. In che modo
le scienze naturali sono riuscite, in alcuni ambiti della tecnica, a superare in un certo grado spazio
e tempo. Nella telegrafia senza fili e nella telefonia compie le cose più incredibili in tutti i
continenti. In che modo le scienze naturali sono riuscite a descrivere le diverse componenti del
sole, della luna, delle stelle e così via. In che modo è riuscita a condensare l’aria. In che modo è
riuscita ad indicare come collaborino le singole parti del cervello, quando l’uomo pensa, sente, e
vuole.” Tutto ciò è stato fatto fino ad un certo grado; e a ragione questo grado viene indicato come
degno di ammirazione.
Ora però l’autore di questa conferenza continua: - nonostante i suoi ammirevoli risultati
queste scienze naturali non hanno scoperto nulla di ciò che si chiama “paradiso”, non hanno
scoperto nulla del mondo spirituale. Di tutto ciò che l’umanità, dalla propria fantasia, ha sognato
come “paradiso” ed “inferno”, le scienze naturali non hanno trovato nulla, nonostante i loro
ammirevoli risultati. - E così viene tratta l’audace conclusione che da molti viene citata: siccome
le scienze naturali non hanno trovato nulla di tutto ciò, dobbiamo gettare a mare tutti questi
concetti. Dobbiamo porci sul terreno che nulla, che proprio nulla di ciò di cui l’uomo ha per lungo
tempo sognato e anelato, possa esser vero, e che esista un immortale nucleo dell’essere nell’uomo,
che sopravvive al decadimento che le scienze naturali sperimentano, in maniera tanto
meravigliosa. E poi, ci viene affibbiata come un’espressione sentimentale la considerazione che è
più bello, grande e potente sapere che l’uomo, prima di pervenire a quest’essere personale ed
individuale, è interamente vissuto nei suoi antenati fisici, e che poi vivrà solamente nei suoi
posteri fisici. L’essere, per intero, dovrà venire impresso nel mondo fisico. L’autore si dà ad una
tale e reale espressione sentimentale dicendo: ma non è forse più bello che ciò che l’uomo ha fatto,
dipenda dai suoi discendenti fisici, e prosegua nei suoi posteri fisici, che accettare - cosa che può
solo venire sognata - che esista un mondo attorno all’uomo, vi siano degli esseri di tutti i tipi, un
mondo in cui vi sono cori angelici da ascoltare, e così via? Viene dato di capire che è indegno per
un uomo che pensa secondo le scienze naturali aderire ad una concezione del mondo, che anche
solo alla lontana, abbia a che fare con tali concetti.
Questa conferenza a qualcuno può ricordare quel che ho sentito dire una volta, molti anni fa,
da una delle guide del moderno movimento illuministico. Questa personalità disse circa quanto

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segue: perché gli uomini parlano di un cosiddetto paradiso sovrasensibile, di un qualcosa che
dovrebbe essere in cielo - e poi chiarificò che la nostra terra è una sfera che si libra liberamente
nello spazio, e che esistono altri pianeti, che lo spazio è il paradiso, e che l’anima non ha bisogno
di essere in un altro paradiso, poiché già siamo in paradiso.
Tali uomini non capiscono molto di ciò che in profondità viene percepito, motivo per cui
Schiller fece la fin troppo fondata enunciazione “Agli astronomi”:

Non cianciatemi tanto di nebulose e di soli!


Vi è solo quantità nella Natura per il fatto che vi dà da contare?
Indubbiamente la vostra materia è la più sublime nello spazio,
Ma, amici, nello spazio non abita il sublime.

Da tutte queste enunciazioni, ed a chi ha raccolto con tutta l’anima anche solo una parte di
ciò che è stato detto nel corso di questa serie di conferenze invernali, può divenire chiaro quali
profondi malintesi stanno alla base di tali faccende. E’ un profondo malinteso, e questi profondi
malintesi possiamo esprimerli al meglio, dicendo: se la scienza dello spirito parlasse di ciò che gli
uomini descrivono come superstizione, sogno, e fantasticheria, tali uomini avrebbero ragione. Ma
il fatto è che, la scienza dello spirito, nella sua veste moderna è giovane, e che i suoi insegnamenti
non sono ancora penetrati in gran parte dell’umanità, soprattutto non in coloro che parlano come
prima accennato. Gli uomini, si formano rappresentazioni dei mondi sovrasensibili che sono
soltanto lo sfogo della loro fantasticheria e dei propri sogni, e combattono questi prodotti dei loro
sogni e della propria fantasticheria. Non sanno proprio nulla di ciò che ha da dire a riguardo la
vera scienza dello spirito. Tale è la battaglia che viene condotta oggi da una grande parte delle
persone istruite, una battaglia contro dei mulini a vento da loro stessi creati, una cosa alla Don
Chiscotte. E chi lo comprende profondamente troverà in ciò che viene detto da questa parte, che
sono solo parole, nient’altro che parole che vanno incontro, proprio incontro alla lotta, contro
l’opera visionaria che questa gente ha nell’occhio. Questo non ha nulla a che fare con ciò che ne
comprende la scienza dello spirito. Nel corso di queste conferenze abbiamo potuto dimostrare una
logica particolare, e particolarmente qui, dove evidentemente stando nel campo delle scienze
naturali si rifiuta la teosofia, sebbene non se ne sappia nulla del suo contenuto. Ne voglio soltanto
comunicare qualche cosa.
Sapete come mi ponga in maniera profondamente riconoscente nei confronti di ciò che
Haeckel ha fatto per i fondamenti delle scienze naturali. Però, ciò che egli porta per rifiutare le
rappresentazioni su paradiso ed inferno che egli stesso ha formato, si regge su una debole logica.
La cosa si presenta ai nostri tempi per molti uomini che vogliono essere eruditi, in uguale modo a
quanto dice Haeckel : “Qui compare una fede da tempi antichi, accenna, indica verso il cielo, e
dice: qui abita Dio! Chi parla così, non sa che l’alto è del tutto diverso, quando la terra gira, e
quando si è girata completamente si dovrebbe indicare verso sotto invece che verso sopra.” La
questione si presenta proprio con precisione. Se tuttavia volete un po’ approfondire con la logica,
la sua conclusione si pone su altri piani di quelli in cui si afferma che con la testa si va in alto, o in
basso, quando la terra gira. Questi signori partono dall’errore che si trattino di cose nello spazio e
non di un accenno allo spirituale a partire dal fisico. Tutto ciò lo dobbiamo ripetere, perché proprio
l’oggetto delle nostre considerazioni odierne è, naturalmente, qualcosa di molto importante.
Possiamo ricollegarci a ciò che è stato detto nell’ultima conferenza: se ci compenetriamo
con il sentimento, con ciò che sgorga dalla scienza dello spirito, e ci rivolgiamo a ciò che
progressivamente si forma e si sviluppa da un bambino che cresce di fronte ai nostri occhi,

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abbiamo la sensazione che sempre più si avvicina a chiara, lucente e lampante conoscenza, che nel
divenire più grande, nel trasformarsi, nel tramutarsi del corpo infantile, viene alla luce qualcosa
che, uscendo dai mondi sovrasensibili, si crea la proprio esistenza in questo mondo. Giungiamo
alla rappresentazione che, come abbiamo visto, attraverso la scienza dello spirito può venire
elevato a piena certezza che il nucleo esistenziale dell’uomo, che entra nell’esistenza attraverso il
concepimento e la nascita, era già presente prima del concepimento e della nascita, e che ciò che
vediamo nel corpo fisico, è il rivestimento del nucleo esistenziale sovrasensibile e spirituale.
Qui si giunge alla questione: dov’è ciò che entra nell’esistenza prima attraverso il
concepimento e la nascita? - Abbiamo esposto anche più ampiamente l’idea, e ciò ci ha portati a
riconoscere che questa esistenza fisica dell’uomo non è la prima, ma che dobbiamo parlare di
ripetute vite terrene, e che l’uomo, ripetutamente nel corso dell’evoluzione terrena, entra nella sua
esistenza fisica. Conseguentemente abbiamo riconosciuto l’idea che ciò che l’uomo esperisce nella
sua vita, ciò che attraversa in pensare, sentire, godere, in amore e gioia, in volere e fare, non è
morto, ma ne rimane un frutto, e che prosegue, e che la prossima incarnazione raccoglie in sé
questo frutto della precedente vita terrena. Il fatto che progressivamente il bambino porti ad
esistenza le proprie disposizioni, le proprie facoltà ed i fatti, rappresenta per noi il risultato della
precedente vita passata. L’uomo ha superato lottando fino a qui diversi gradini dell’esistenza, e ciò
che ha attraversato nella vita precedente si è trasformato in seme, ed è divenuto contenuto, in
modo tale che la sua nuova vita sia più perfetta, ed appaia più piena di quella precedente.
Essenzialmente, questo è il cammino in ascesa dell’uomo. Ora, nelle scienze dello spirito
parliamo di ciò che entrando dall’uomo, attraverso il concepimento e la nascita nell’esistenza
fisica, e che lascia il corpo fisico con la morte, si trova in un mondo spirituale sovrasensibile.
Abbiamo discusso nell’ultima conferenza “l’inferno” di un pezzo di tale mondo. Abbiamo ancora
da discuterne per grande parte oggi nel concetto di “paradiso”. In effetti nella scienza dello spirito
il paradiso non è qualcosa che è lontano, al di là, qualcosa di sognato, ma è qualcosa di presente in
cui ci siamo anche noi. Conseguentemente, dobbiamo rispondere alla domanda: come può essere
che ciò che noi chiamiamo paradiso, esistenza sovrasensibile, sia presente qui dove ci siamo anche
noi, quando gli uomini non lo percepiscono con gli occhi fisici, quando è vero che le scienze
fisiche che hanno acquisito grandi e potenti risultati non hanno potuto scoprire nulla di questo
paradiso?
Però, più spesso, è stata posta l’attenzione sul fatto che ogni uomo, ma realmente ogni uomo,
può pervenire ad una piena visione del mondo sovrasensibile e del paradiso. Nei saggi con il titolo
“L’iniziazione”, si pone l’attenzione sui metodi attraverso i quali l’uomo entra nel mondo
sovrasensibile. Oggi si accennerà brevemente da cosa ciò dipende. Dovete avere sempre soltanto
ben presente cosa significa percepire attorno a voi questo mondo fisico-sensibile. Avrete
certamente letto che ciò che chiamiamo l’orecchio umano pienamente sviluppato è stato formato a
partire, per dirla come Goethe, da un organo “dello stesso valore”. Osservate gli organi primitivi
negli animali, ponderate cos’è attorno a questi animali imperfetti il mondo dei toni, delle armonie
fisiche, delle melodie ed il mondo dei suoni normali e dei rumori. Pensate a cosa fu necessario per
configurare finemente un organo umano sino ad arrivare alle altezze attuali, affinché l’uomo
potesse approfondirsi nel campo dei toni, nel mondo a lui circostanti. In maniera analoga, potete
prendere in considerazione anche gli altri organi.
Osservate l’occhio come si è progressivamente e così ampiamente sviluppato, in modo che
si illumini il mondo meraviglioso della luce e dei colori, che una gran parte degli uomini
percepisce. Nel nostro ambiente, si trova tutto quanto gli organi sono capaci di percepire, da
questo stesso ambiente. Se gli organi dell’uomo fossero ad un gradino imperfetto - raffiguratevi

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l’organo uditivo a un gradino imperfetto - che ne sarebbe di un mondo di suoni, di armonie e


melodie, per tale esseri, con un udito non sviluppato? Un mondo che non potrebbero percepire, un
mondo de ”l’al di là”! Come questi sta all’uomo sensibile, tanto sta il mondo spirituale a ciò che si
chiama mondo, alla corrente maniera. E proprio come esseri imperfetti, con organi percettivi
imperfetti, si sono sviluppati ad una più ampia perfezione, e tramite ciò sono giunti a nuovi
territori della percezione, così è altrettanto capace di svilupparsi l’uomo attuale, come lo era
l’uomo nella preistoria. Sono dati all’uomo i metodi in tutte le particolarità attraverso cui, può
venire elevato, ciò che ad un grado superiore l’uomo possiede come forze e capacità. A nessuno
viene in mente di chiamare “paradiso” ciò che è stato rigettato da Forel. La scienza dello spirito
dice solo questo: quando l’uomo ha l’abnegazione, l’energia, la costanza, di sviluppare le capacità
che ora dormono in lui, che sono nel suo petto, allora questi percepirà i mondi spirituali. Quando
questi forma gli organi, allora un contenuto del mondo dell’al di là diviene un suo mondo
circostante di percezione, come il mondo dei toni diviene mondo di percezione. E ciò accade in
una maniera sempre maggiore, quanto più si perfeziona l’organo fisico.
Nessuno può farsi una rappresentazione di questa evoluzione, come qui presa in
considerazione, come qualcosa di analogo agli attuali metodi di sviluppo, per la formazione di un
senso fisico. Sarebbe un equivoco. Si può facilmente chiedere ad un cultore di scienze dello
spirito: come si forma questo senso? e conseguentemente la gente se lo rappresenta come se
dovesse crescere, fuori dall’organismo, un occhio. I sensi superiori, sovrasensibili, non sono così.
Si pongono in tutt’altra maniera, da ciò che sono i nostri sensi fisici. Caratterizziamo in breve
come si pongano questi sensi superiori - la parola non rende bene il loro essere, ma fa nulla - in
confronto agli altri sensi fisici. Il modo e la maniera, nello sviluppo con cui l’uomo si innalza ai
sensi superiori non è cosa esteriore, turbolenta, è interiore, intima. E ciò che l’uomo deve
attraversare, affinché il mondo spirituale lo illumini interiormente nell’esistenza presente, accade
nei sui confronti in tutto silenzio e delicatezza. Vi sono tre forze fondamentali dell’anima che sono
capaci di un reale sviluppo verso il superiore: le forze fondamentali del pensare, sentire, volere. Se
ci domandiamo in breve cosa si deve intraprendere con il pensare, sentire, volere, se si vuole
diventare un cittadino del mondo sovrasensibile, del mondo dei cieli già in questa esistenza, ne
riceviamo una risposta in un fine e sottile lavoro. Potete andare a leggere nel mio giornale, a
cominciare dal tredicesimo quaderno, che l’uomo, per il fatto di coltivare in una certa maniera il
suo mondo del pensiero, del sentimento, della volontà, cresce all’interno in un mondo
sovrasensibile. Ricordiamoci ora di tutto ciò che, nei rapporti odierni, dal mattino presto quando ci
svegliamo, fino a sera, quando la nostra coscienza sprofonda in un buio indeterminato, scorre
attraverso la nostra anima, e concentriamo l’attenzione come, in maniera del tutto diversa
apparirebbe nella nostra anima se noi, invece che in questo periodo, in questo luogo dell’Europa
centrale, avessimo vissuto in un periodo antecedente di cento anni, e in un altro posto di questa
terra. Come conseguenza, ci può venire in mente che quanto di ciò che trapassa l’anima umana
dalla mattina alla sera, è puro risultato del mondo esteriore che cambia di continuo. Per una volta
distoglietevi da ciò che scorre attraverso l’anima umana, tutto ciò che è dato da posto e tempo,
cercate di allontanare tutti i pensieri dall’anima che in ogni modo si allacciano a posto e tempo, e
domandatevi cosa rimane di un tale contenuto. Tutti i pensieri, sentimenti, e tutte le azioni di
volontà che ondeggiano attraverso l’anima, e che sono determinati da luogo e tempo, che con altre
parole affluiscono all’uomo dall’esterno con la vita quotidiana, non sono adatte allo sviluppo
spirituale superiore, allo sperimentare un mondo sovrasensibile. Non intendete però le cose come
si dovesse dire qualcosa contro la vita dell’uomo, sul terreno in cui è stato posto. Deve, però,
trovare molto tempo per distogliersi completamente, per periodi determinati, al di sopra di ciò che

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così giunge all’anima nella vita quotidiana. Egli deve darsi, anche solo per alcuni minuti, a
pensieri e sentimenti tali, che sono indipendenti da luogo e tempo, e che sono eterni. Tali
sentimenti e pensieri esistono già. Sono quelli che vengono sviluppati in chi ha percorso la
formazione verso una vita spirituale superiore. Se l’uomo, nella sua anima, fa vivere ed agire di
continuo tali verità eterne, queste diventano nell’anima umana forze operanti che, veramente,
svegliano le capacità dormienti.
Ed ora fate sì che venga a voi descritto, il potente cambiamento nel momento in cui l’uomo
si dedica ai pensieri eterni, con metodi severamente prescritti, nel momento in cui egli capisce di
vivere in maniera sottile con tali idee eterne. Chi potrebbe negare che tali idee esistono? Che tipo
di natura particolare hanno le idee dell’uomo come sono oggi? Se sono di natura tale che l’uomo
viva con loro nella maniera più intima, allora cosa vive più intimamente nella nostra anima che le
nostre idee? Con che cosa noi siamo più interiori, che con le nostre idee e rappresentazioni? Tutti
questi pensieri, fintanto che si riferiscono al mondo esterno, sono la cosa più inefficace, la cosa più
passiva, in riferimento al mondo “reale” delle piccole cose, del triviale. Ma si cela una profonda
saggezza nel fatto che quando, per esempio, si dice che qualcuno potrebbe non essere attaccato
cosi tanto ai suoi calcoli, i quali esprimono il pensiero di un ponte, dato che il pensiero di detto
ponte potrebbe esistere in tutte le particolarità. L’idea è giusta, ma il ponte non è presente. Il
pensiero è la cosa più intima che alberga in un’anima. Tuttavia in questo mondo, in cui noi
trascorriamo l’esistenza fisica, il pensiero è la cosa meno attiva. Esso conduce assolutamente ad
un’esistenza interiore. Però, nel momento in cui l’uomo - deve cominciare con pazienza -
comincia a dedicarsi, per lo meno per un lasso di tempo limitato, alle idee eterne, inizia a
conoscere qualcosa che prima non si poteva neppure sognare. Se nel nostro mondo fisico il
pensiero è la cosa più intima e contemporaneamente la meno efficace, così attraverso una
educazione ai pensieri eterni che noi facciamo nella vita fisica, veniamo condotti in un mondo in
cui il pensiero stesso è creativo. Questo è l’essenziale a cui si giunge. E poi, inizia un altro mondo
a vivere attorno all’uomo. Conseguentemente, egli impara a conoscere dalla propria esperienza
quanto segue: quando guardiamo nel mondo fisico, scorgiamo la luce; viene giù dal sole; vediamo
come le piante, se togliamo loro la luce, diventano secche e muoiono; vediamo che la luce agisce
in maniera creativa sulle piante. Ad una tale forza che inonda lo spazio cosmico, che è una realtà,
come solo un oggetto sensibile può essere una realtà, diventa il pensiero per chi penetra, attraverso
l’educazione, nel mondo sovrasensibile. Il pensiero, che porta nell’oscurità dell’intimo
un’esistenza interiore non attiva, viene riconosciuto, attraverso l’educazione, come qualcosa che
inonda lo spazio cosmico in maniera creativa, che è più reale, più vera che la luce del sole. Ora
l’uomo, quando questa luce del pensiero, di cui egli parla come di un mondo reale che gli si apre
tutto intorno, che scorre all’interno dell’anima umana, nota che ciò che è l’anima, viene animato
dalle forze creatrici, come la pianta fisica viene penetrata dalla luce del sole. In tal modo,
impariamo come lo spazio che ci circonda è attraversato da una realtà che l’uomo, nel mentre non
possiede le capacità necessarie, non può percepire, come colui il cui orecchio non è formato, non
percepisce i toni.
Poi, esistono anche determinati sentimenti che possono venire educati nel mondo
sovrasensibile, nell’educazione sovrasensibile, in un modo diverso dai sentimenti dell’abituale vita
quotidiana. Come questi ultimi vengono educati? L’uomo pone l’attenzione su un oggetto. Gli
piace. Il sentimento di gioia si accresce in lui. Il sentimento di gioia compare per mezzo
dell’oggetto esterno. Ci sentiamo elevati dall’impressione del bel mondo esterno, ci vediamo
colmi di ripugnanza se veniamo posti di fronte a qualcosa di odioso dall’esterno. Così ondeggiano
su e giù i sentimenti nell’anima dell’uomo. La scienza dello spirito deve condurre l’uomo in

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maniera più profonda al vero, al giusto, al reale.


Se l’uomo vuole risvegliare le capacità interiori verso il mondo sovrasensibile, deve rendersi
capace di sentimenti che non sono stimolati dall’esterno. Esiste un metodo attraverso cui, senza
che sia necessaria la sensibilità esteriore, l’uomo può vivere all’interno di un mondo di sentimenti,
in cui i sentimenti stessi non ondeggiano su e giù. Sentimenti che vengono stimolati dall’esterno,
possono venire risvegliati dalla percezione degli oggetti esterni. Se l’uomo impara a sviluppare in
sé determinati sentimenti,, lo stimolo di tali sentimenti agisce come una forza che risveglia
capacità latenti. A questo punto, l’uomo acquisisce per esperienza ciò che l’iniziato può vedere: il
mondo della luce è creativo tanto per lo spirituale, quanto per il fisico, si differenzia anche nello
spirituale nei più diversi colori come la luce fisica; egli sa che esiste un mondo in cui vive il colore
spirituale, un mondo che chiamiamo mondo astrale. Esso si trova all’interno di questo mondo
fisico, per l’uomo che sveglia le forze e le capacità in lui latenti, quando - senza il pervenire di un
impulso esterno - puramente si forma in sé, attraverso l’esperienza spirituale, progressivamente, un
sentimento del tutto particolare, che non viene stimolato all’interno del mondo sensibile da un
agente esterno. Chi è capace di risvegliare questo sentimento di amore, una pura esperienza
interiore, ha acquisito il collegamento con il mondo spirituale.
In aggiunta all’elemento già descritto, si aggiunge un altro mondo. Ai colori, si aggiunge un
altro mondo. L’amore che viene provocato dagli oggetti fisici, non può portare allo spirituale.
Quell’amore che viene soddisfatto, anche se l’oggetto dell’amore stesso è presente solamente nello
spirituale, quell’amore, che rimane nel vivere interno e profondo, è una forza creativa per una
specie superiore di elementi che percorrono lo spazio spirituale. Questo amore è puro amore. Il suo
gradino inferiore è ciò che l’artista percepisce nel creare. Lo possiede solo quando produce opere
spirituali, a partire dalla sua anima. Quell’amore trasforma lo spazio spirituale muto, attraversato
da luci e colori, in un mondo di toni, e si esprime a noi un mondo in toni spirituali.
Così vedete come, gradualmente, l’uomo si sviluppa in un altro mondo, nel modo che qui è
posto come base, null’altro che una pura continuazione di ciò che è presente anche nell’esistenza
naturale dell’uomo, negli avvenimenti naturali. Come dalle indifferenti vesciche uditive sono
derivati gli orecchi, e di conseguenza da indeterminate afonie scaturisce il mondo dei toni fisici,
così dall’indeterminato, fuoriesce il mondo prima descritto. Di questi mondi che possono venire
percepiti, non parlano coloro che combattono contro i mulini a vento, come è stato descritto
all’inizio di questa conferenza. Chi dice che i cieli non sono mai stati trovati, non sa che li deve
cercare altrove; perché il paradiso è dove ci troviamo. Non dipende solo dall’affermazione: ciò che
non posso percepire, non esiste, e se qualcun altro afferma che esiste qualcosa che io non posso
percepire, o è un pazzo, o un sognatore, oppure un imbroglione. Questa frase è la frase
logicamente più sbagliata che possa esistere, perché nessuno può affermare che il confine del suo
percepire, è anche il confine dell’esistenza. Altrimenti, il sordo, potrebbe supporre come una
fantasticheria l’intero mondo dei toni, delle armonie e delle melodie.
Quando la scienza dello spirito parla del paradiso, ne parla nel modo che a voi è stato
descritto ora. Così si dice di questo paradiso nella vera scienza dello spirito, e non se ne è parlato
in maniera diversa nelle fonti antiche delle conoscenze religiose, quando ancora le si aveva
comprese. In questo mondo sensibile, è presente un mondo non sensibile, come anche per i sordi
esiste un mondo dei toni.
Ed ora domandiamoci: perché l’uomo non percepisce questo mondo sovrasensibile al
momento della sua attuale evoluzione? Non lo percepisce perché la percezione fisica, che è
apparsa come una necessità nello sviluppo dell’umanità, si stende come una coperta, come un
velo, sul mondo sovrasensibile. Non abbiamo pensato diversamente quando abbiamo descritto ciò

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che deve percorrere colui che anela al mondo sovrasensibile. Deve elevarsi al di sopra del mondo
sensibile, deve far tacere per un momento il mondo sensibile. A questo punto, giunge a ciò che sta
dietro a questo mondo sensibile, poi percepisce come questo mondo sensibile si stenda come una
coperta su quello sovrasensibile. Chi veramente si eleva nel suo corpo al di sopra del suo corpo,
può percepire cosa sta dietro a questo velo.
Dobbiamo sapere che ciò, a cui vengono applicate le forze nella normale vita di tutti i giorni,
può divenire facoltà di entrare nel mondo sovrasensibile. Non lo si può intendere in maniera
diversa se si considera questo fatto vero: cos’è realmente il mondo fisico, cos’è il più imperfetto
corpo fisico, cos’è il perfetto corpo fisico, che compare a noi quale corpo umano? Tutte le entità
fisiche sono creazioni, creazioni dello spirito. Lo spirituale è alla base di tutto. Lo abbiamo
accentuato nelle maniere più diverse nel corso di queste conferenze. Come il ghiaccio si indurisce
dall’acqua, così tutto ciò che è fisico si indurisce dallo spirituale. E’ contemporaneamente una
condensazione dello spirito. Consideriamo la forma dell’orecchio dell’uomo attuale. Cosa ne sta
alla base? Ne sta alla base della forza creatrice spirituale. Il tono che vive quale tono fisico attorno
a noi, e che è qualcosa che appartiene al mondo fisico, ha dietro a sé il tono spirituale. Nello stesso
mondo in cui affluisce al nostro orecchio fisico, sentiamo il tono fisico, e contemporaneamente qui
vive anche il sovrasensibile tono spirituale. Cos’è il tono spirituale? Questo tono spirituale è il
creatore del nostro orecchio nello stesso modo in cui, ciò che è nella luce fisica, nascosta luce
spirituale, è il creatore del nostro occhio. Per questo motivo, dice Goethe, che ha espresso molte
profonde verità spirituali: “L’occhio è formato alla luce per la luce”. La forza che scorre a noi dal
sole, e che rende capace il nostro occhio di vedere nello spazio ripieno di luce, gli oggetti nei loro
confini, contiene anche quegli esseri che hanno formato la meravigliosa costruzione dell’occhio.
Così, ciò che l’occhio fisico vede, e l’orecchio fisico ascolta, significherebbe tanto quanto un
penetrare in ciò che vi sta dietro, un’autoelevazione alle forze spirituali. In un caso particolare lo
facciamo già, cioè quando volgiamo lo sguardo al bambino che forma progressivamente le sue
capacità nel corpo fisico umano. Scorgiamo queste capacità provenire da un mondo nascosto
dietro al mondo dei sensi, scorgiamo come esse sbocciano all’interno della materia, come creano
nella materia un aspetto dell’esistenza.
Ritorniamo alla scienza dello spirito, e domandiamoci: dov’era questo essere prima di venire
accettato quale essere fisico attraverso il concepimento e la nascita, dov’era fra la sua ultima morte
e l’ultima nascita? Non era in nessun mondo spirituale sognante, ma nello stesso mondo in cui
anche noi siamo. L’intera differenza fra quest’essere prima di entrare nell’esistenza materiale
attraverso il concepimento e la nascita, e ciò che poi diviene, sta in quanto segue. Prima della
nascita, quest’essere è formato da certi elementi che si possono vedere quando sono formate quelle
capacità, che sono già state descritte come spirituali. E’ invisibile fintanto che queste facoltà non
sono sviluppate. Come quando per qualcuno l’acqua non potrebbe essere visibile, fintanto che è
liquida, ma diviene visibile nel momento in cui gela, così l’uomo è invisibile, e diviene visibile
come l’acqua, quando gela, cioè quando diviene fisico.
Vediamo così che l’uomo nel periodo fra morte e nuova nascita è legato alle forze creative
che scorrono nello spazio, e che colui che sviluppa le sue capacità sovrasensibili qui impara a
conoscere, come le forze del paradiso. L’uomo è collegato a queste forze creative. Qui, nel mondo
fisico, esso vive con forze fisiche, con toni fisici, con la luce fisica; nel mondo spirituale vive in
ciò che è spiritualmente creativo dietro il tono, dietro la luce. Vive in un mondo del tutto diverso
dal mondo fisico. Qui, nel mondo fisico, l’occhio vede attraverso la luce. Nel mondo spirituale
l’uomo percepisce ciò che ha creato l’occhio. Vive nella luce spirituale, vive nel mondo dei toni
spirituali, vive in ciò che edifica il suo corpo fisico con l’aiuto del concepimento e della nascita,

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vive con l’essenza cosmica produttiva e creativa, dove il nostro mondo, questo mondo esterno, che
si distende come una coperta sul mondo spirituale, viene edificato. Questa coperta, così, si
distende nel mondo spirituale. La coscienza dell’uomo riluce in una condizione diversa. L’intera
differenza fra l’uomo incarnato e disincarnato consiste nel fatto che l’uomo incarnato vive in uno
stato di coscienza diverso e che percepisce le forze creatrici. E con questo capiremo cosa
significhi: l’uomo con la morte viene accolto in un mondo spirituale. Non è un mondo di sogno,
un mondo di realtà ristrette come il nostro mondo, è un mondo di intensità e realtà più intensa e
forte, in quanto in esso vi sono gli esseri creatori del nostro mondo fisico. Ora, possiamo capire
cosa agisce fra morte e nuova nascita.
L’ultima volta, abbiamo trattato delle forze ritardanti e abbiamo visto che, quando l’uomo
oltrepassa la porta della morte, compare dinanzi a lui un quadro di memoria dell’intera vita, e
abbiamo visto che questo quadro viene raccolto come una essenza e che rimane unito all’uomo nei
tempi a venire; abbiamo visto che egli passa attraverso il periodo del Kamaloka dove deve
sostenere una specie di divezzamento. Quando lo ha sostenuto, poi, ciò che ha preso con sé
dall’ultima vita diviene qualcosa di particolare, qualcosa di nuovo. Sappiamo che l’uomo che
passa attraverso la porta della morte entra in un mondo spirituale, in un mondo sovrasensibile.
Figuriamocelo come un campo, come un fruttuoso appezzamento di terreno, e figuriamoci che ciò
che l’uomo porta con sé come frutto del suo pensare, sentire, e volere, ciò che si riassume come
frutto dell’ultima vita, venga affondato nel terreno come un seme vegetale e sbocci. Così sboccia il
frutto vitale dell’ultima vita nel campo spirituale, e la coscienza umana osserva, e percepisce,
questo germogliare, questo separarsi, questo divenire sviluppato del seme vitale che è stato portato
con sé dall’ultima vita. Tutto ciò che gli uomini hanno preso con sé dalla vita del suo tempo, si
impregna in quest’ultimo frutto vitale, e ciò che è giunto agli uomini dall’esterno si diffonde e
nasce, come un seme. Diviene il mondo di percezione e coscienza fra morte e nuova nascita. Ciò
che l’anima percorre, può essere chiarito solo tramite un paragone, a chi non possiede la capacità
di percepire in maniera sovrasensibile. Riflettendo profondamente capirete il paragone. Nello
sviluppo di questo ultimo seme vitale, l’uomo sente ciò che, a ragione, viene descritto come
beatitudine, perché è una beatitudine. E’ il sentimento contrario di ciò che l’uomo può percepire
quando sente gli oggetti. Ora li sente dispiegati, prima scorrono via; ma ora scorre l’essere, e
nell’allestimento del seme vitale lo percorre il sentimento che si può paragonare con ciò che, ad un
gradino inferiore, - con una riflessione profonda vi apparirà significante - ha la gallina quando
cova l’uovo; il beato dischiudersi di una vita, la beatitudine del dischiudersi del germoglio. Questa
beatitudine porta al fatto che l’uomo si immagina, spiritualmente, ciò che lo incatena al mondo
fisico, e che lo porta all’esistenza fisica. Siccome ha raccolto nuove esperienze, che egli imprime
nel seme fondamentale, ogni vita diventa - ad eccezione delle vie che vanno su e giù, che pure
devono esserci - più perfetta.
Come l’ultima volta abbiamo visto abbiamo, nell’interezza della vita, una salita verso una
perfezione sempre più grande. Vediamo come ciò che si vive dentro il mondo fisico, nella
produzione nel mondo fisico, si mostra nuovamente creativo nel sentimento della beatitudine.
Dobbiamo renderci chiaro che la condizione di coscienza dell’uomo, è diversa da quella nel
mondo sovrasensibile. Attraverso un confronto, possiamo chiarificare come lo stato di coscienza è
diverso nel mondo fisico, e nel mondo sovrasensibile. Pensate ad un uomo che ascolta una
sinfonia. Fa penetrare in sé il tono dall’esterno. Ne gode. Immaginatevi ora che sia possibile che
l’uomo, in maniera creativa, costruisca spiritualmente questa sinfonia, senza toccare un testo,
senza intonare uno strumento, in modo tale da ordinare creativamente, a partire da sé stesso, nello
spirito, i toni uno accanto all’altro. Come la percezione del primo sta a colui in cui germoglia la

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sinfonia, così il mondo fisico sta alla percezione del sovrasensibile. Perciò dobbiamo dire: per
percepire il mondo dei cieli, l’uomo deve aver rinunciato al fatto che nel mondo fisico un qualcosa
gli venga incontro spiritualmente. Fintanto che non ha rinunciato a ciò, non può vedere.
Il mondo spirituale non ci appare come un mondo al quale non possiamo elevare anche il
pensare logico. L’obiezione più comune dell’uomo è quella di non poter percepire.
Così il concetto di “paradiso” per l’uomo del futuro, si riapproprierà del suo significato. Non
un concetto di un mondo fantastico in cui noi ci potremmo trovare. La coscienza nella creatività è
più chiara ed intensa che nel mondo fisico. Per questo motivo dobbiamo rappresentarci la vita, la
coscienza dell’uomo, nel mondo creativo, anche più intensa che nel mondo fisico.
In che rapporto sta il mondo fisico con il mondo sovrasensibile? E’ naturale che l’uomo si
interessi per prima cosa a questa connessione. Desidererei esprimere la controdomanda: saprà mai
l’uomo del mondo sovrasensibile, di coloro che per lui sono cari ed importanti? Avrà un qualche
seguito quello che qui si svolge? Lo avrà! E lo si può capire chiaramente, se si riflette in piena
chiarezza, su ciò che prima è stato detto nel rendere comprensibile che c’è un’intima connessione
fra questo mondo fisico ed il mondo sovrasensibile. Un esempio ad hoc: supponiamo, che una
madre sia attaccata con amore al suo bambino. Dapprima questo amore, si potrebbe dire, si
sviluppa su basi naturali. Poi, in ogni momento, questo amore si trasforma da un amore puramente
naturale, condizionato da rapporti fisici, in un amore spirituale. Nella misura in cui l’amore che è
condizionato su basi naturali, viene metamorfosato in amore materno spirituale, l’uomo cresce
all’interno dell’amore spirituale. Questo amore, diventa un amore più vero nello spirituale. Come
soltanto l’involucro terreno abbandona l’uomo, così soltanto il fisico-terreno abbandona l’essere
spirituale. L’intera rete che si instaura fra anima umana e anima umana, ciò che vive di cuore in
cuore, da spirito a spirito, esiste in maniera invisibile anche nel mondo sovrasensibile. Tutto ciò
che qui è legato in maniera spirituale, si ritrova in piena coscienza, in chiara coscienza nel mondo
spirituale. Dopo che si trova, si riforma un legame per una nuova vita in modo tale che, coloro che
si ritrovano con una simpatia spesso marcata, debbano avere dei chiarimenti reciproci su ciò che
hanno intessuto nella vita precedente.
Così vediamo come il nostro mondo sensibile, ci colloca nell’invisibile mondo
sovrasensibile. E come l’uomo è un cittadino nel mondo sensibile fra nascita e morte, così è un
cittadino del mondo sovrasensibile dopo la morte, cosa ai nostri tempi ignota fra nascita e morte.
Nell’ultima trattazione abbiamo rappresentato il concetto di “inferno” ed oggi il concetto di
“paradiso”, che contiene tutto ciò che esiste di influssi spirituali sull’uomo. L’ultima volta ci
siamo occupati delle forze che portano all’indurimento, mentre ciò che è stato descritto oggi
appare come il suo contrario: il principio di evoluzione. La vita incede da esistenza ad esistenza, e
tanto più è stato trasformato dall’ultima vita in forze creative, tanto più in alto accresce la
prossima esistenza. Non volendo godere solo di ciò che accoglie in sé, ma anche attraverso quello
di cui gode penetrare, in ciò che si trasforma in forze spirituali, l’uomo continua ciò che si fa nel
mondo celeste. Tutto ciò che l’uomo può far progredire è contenuto dell’elemento celestiale, tutto
ciò che ostacola il progresso, è contenuto dei mondi infernali.
Chi vuole portare questo concetto di paradiso in armonia con quello che hanno acquisito le
scienze naturali, lo può fare facilmente. Lo realizzerà in piena armonia. I nostri contemporanei non
sono molto inclini ad avere a che fare con la vita interna di questi mondi superiori. La nostra epoca
è stanca di trattazioni dei mondi sovrasensibili, e perciò è troppo propensa a credere a chi enuncia
la preposizione: - ciò che non percepisco, non è vero, e se qualcuno afferma esser vero allora o è
pazzo, o è cretino. - Troppi in quest’epoca credono a questa opinione. Come vediamo chiaramente
quali grandi e potenti progressi la nostra epoca ha conseguito relativamente alle scienze fisiche,

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vediamo d’altro canto come poco sia incline, la parte di gran lunga maggiore dei nostri
contemporanei, ad approfondire nel mondo sovrasensibile. Si è dell’opinione che approfondire nel
mondo sovrasensibile renda un uomo debole ed estraneo al mondo sensibile. Questo è un
pregiudizio. Se qualcuno che ha di fronte a sé un pezzo di ferro e dice: in questo ferro c’è forza
magnetica; strofinalo con un altro ferro ed otterrai un magnete - un altro potrebbe venire e dire: sai
cosa, il pezzo di ferro è buono per conficcare chiodi. Questi sono i veri fantasticatori che prendono
il sensibile, ciò che è pratico, come quello che prende un magnete solo per battere chiodi. I realisti,
i monisti, gli utilitaristi e così via dicendo, sono i veri fantasticatori. Conoscono solo le forze del
mondo fisico, e trionfano se vengono compiuti poderosi progressi solo portando alla luce le forze
del mondo fisico. Nulla, ma proprio nulla, la scienza dello spirito ha da obbiettare contro questo
mondo fisico. Ma sa anche che è proprio il tempo che gli uomini imparino, di nuovo, che nel fisico
si cela lo spirituale, e che poi gli uomini diventano proprio sognanti, se chiudono il loro occhio
spirituale al mondo spirituale. Veraci realisti, apostoli di realtà, oggi sono coloro che accennano
alle forze spirituali! Cosa vogliono questi veraci realisti? Vogliono che le forze reali, che dormono
all’interno del sensibile, vengano introdotte in questo mondo, che vivano all’interno dell’intera
evoluzione, e che non introduciamo solo il telegrafo, il telefono e la ferrovia, cioè le forze abituali,
bensì anche le forze spirituali.
Se colui che dà ascolto a queste cose, viene ancora oggi deriso, poco gliene importa di tale
derisione. Egli sa che proprio come i grandi della scienza fisica seriamente hanno trovato solo
sostenitori nel piccolo, anche coloro che hanno da dire qualcosa dei mondi spirituali
necessariamente devono trovare le vie proprio nel grande mondo. Se potessimo fare meno
telegrafi, telefoni e locomotive, gli altri le potrebbero utilizzare lo stesso. Ma il mondo spirituale,
ognuno deve raggiungerlo da sé. I grandi fisici Thomson, Clausius, e così via, hanno i loro
seguaci, che sono in grado di riconoscere le leggi fisiche. Una delle più grandi leggi fisiche è, al
tempo stesso, un qualcosa con cui l’uomo si imbatte nel mondo spirituale. Per quelli che un po’ si
sono occupati di fisica, non dico nulla di sconosciuto se pongo l’attenzione sul fatto che esiste una
legge di entropia, che proviene da Carnot, lo zio del presidente francese. Cosa afferma? Afferma
uno dei più certi enunciati fondamentali che abbiamo nel mondo fisico, propriamente su come le
forze del mondo si trasformano, in rapporto al fisico. Afferma come le forze nel fisico si
trasformano come una forza passa in un altra. Battete con la mano su un tavolo e misurate con un
termometro preciso l’azione sul piano. Troverete che il punto in cui cadeva il colpo è divenuto
caldo. Vedete come il calore della locomotiva si trasforma in movimento e questo viceversa in
calore. A tutto ciò sta alla base una grande legge: la legge di entropia. Dalle considerazioni sul
mondo diventa chiaro che la trasformazione della forza indica una certa linea direzionale, un senso
preciso. La legge di entropia ci indica che, alla fine, tutte le forze si devono trasformare in calore e
che questo calore si distribuisce nello spazio cosmico. Oggi si prova con leggi fisiche che la terra,
il nostro mondo fisico, alla fine subirà una morte per il calore. In questo consiste tale legge. Chi è
dell’opinione che nel nostro mondo esistono solo leggi fisiche, deve negare tale legge; altrimenti
questi, se accettasse tale legge, dovrebbe dire: è tutto finito. Per questo motivo, Haeckel è
dell’opinione che questo principio di entropia è senza senso, perché contraddice la sua legge sulle
sostanze. E’ legge naturale che le cose si trasformino in continuazione. Un fisico russo ha
dimostrato, in uno scritto, come ben fondata sia tale legge, che ci indica la fine fisica dell’attuale
stato del mondo. Proprio nello scritto di tale professor Chwolson venne posto il “dodicesimo
comandamento”. Potete vedere come un fisico possa essere attivo sul piano fisico, e nello stesso
modo potete vedere come tali scienziati in campo spirituale siano ignoranti, su ciò che dice Hegel.
Infatti il “dodicesimo comandamento” è: “Non devi scrivere nulla di ciò che non capisci.”

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Chwolson lo segue nel campo della fisica, ma non lo segue nel campo dello spirito. Tutto ciò che
dice rispetto agli aspetti fisici è scontato; ma ciò che dice riguardo le questioni spirituali è di poca
importanza, e contemporaneamente un grosso peccato, contro la legge: “Non devi scrivere nulla di
ciò che non capisci.”

Segue una parte stesa in maniera non chiara dallo stenografo in cui verosimilmente Rudolf
Steiner riferisce che Hegel non fu capito da Chowolson. Al contrario Rudolf Steiner dà ragione a
Chowolson in rapporto alle sue osservazioni su una affermazione di Kossuth, su una rivista
scientifica, dove si afferma che la legge di conservazione della massa non sia altro che la
seguente affermazione: ”il tutto è uguale alla somma delle sue parti” e che la legge sulla
conservazione dell’energia corrisponde ad affermare: la causa è uguale all’azione. - In
riferimento alle scoperte di Lavoisier Rudolf Steiner continua:

Chi conosce anche un po’ la ricerca spirituale, sa cosa significa il fatto che si dimostri che,
quando le sostanze si uniscono una all’altra chimicamente, il peso è uguale alla somma delle parti.
E quando viene aggiunto: - questa legge non contiene niente altro che la vecchia legge matematica:
il tutto è uguale alla somma delle parti, - dovrebbe essere già chiaro che si tratta solo del peso del
tutto, che è uguale alla somma del peso delle sue parti. Kossuth proprio dimentica che quando si
passa allo spirito la legge non vale più. Il signor Kossuth dovrebbe prendere il suo orologio da
tasca e distruggerlo in un mortaio; poi potrebbe proprio vedere se il tutto è la somma delle parti.
Goethe ha già espresso il pensiero che viene ripetuto più volte:

Chi vuole riconoscere e descrivere il vivente,


Tenta dapprima di estrarne lo spirito,
Poi ha in mani le parti,
Purtroppo manca solo il legame spirituale!

Che le scienze naturali non siano talvolta nient’altro che un trascurare il legame spirituale, lo
sanno quei pochi che così credono di essere sul terreno dei fatti sicuri. D’altro canto scorgiamo, se
guardiamo con sguardo panoramico la posizione di questa questione e la portiamo in rapporto con
ciò che nelle nostre trattazioni abbiamo posto in relazione al mondo spirituale, che in molti uomini
vive l’anelito di penetrare nei mondo spirituali. Gli uomini dubitano soltanto di quella cosa del
tutto particolare, di quelle singolarità di cui deve parlare chi veramente sa di queste questioni.
Vediamo ergersi l’anelito verso i mondi sovrasensibili; non vediamo, però, secondo la direzione
della scienza dello spirito, penetrare né la forza, né l’energia, nei mondi sovrasensibili. D’altro
canto, vi sono i fatti del nostro tempo. Abbiamo nel nostro tempo una scienza fisica attiva: i
Thomson, i Clausius, ed i Carnot hanno trovato buoni seguaci. Se si proseguirà l’evoluzione nella
scienza dello spirito con lo stesso spirito, allora i ricercatori nel campo spirituale troveranno
seguaci tanto sani come quelli di Thomson, Clausius e Carnot. La conseguenza sarà che
dall’umanità che si esclude dal mondo dei cieli, dal mondo sovrasensibile, ne proverrà un’altra che
porterà la forza siderale dal mondo sovrasensibile a quello sensibile. La scienza dello spirito non
deve alienare l’uomo dal mondo, bensì renderlo forte, energico, ed intraprendente per l’esistenza,
arricchendo la realtà. Non estraneo alla realtà, ma ricco di realtà, diviene il sentimento, per il fatto
che la conoscenza viene trasmessa agli uomini dal mondo spirituale.
Abbiamo bisogno di aggiungere ancora due cose, e allora tutto sarà congiunto: nella stessa
maniera severa come ora nella scienza fisica, una grande parte degli uomini avrà la possibilità di

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soddisfare il bisogno del cuore, a partire dal mondo spirituale. Il fatto di congiungere queste due
correnti spirituali, soddisfacimento delle esigenze sensibili che hanno come origine le scienze
naturali, e soddisfacimento all’anelito del cuore che ha come origine lo spirituale, è il compito
della scienza dello spirito come corrente culturale.
Queste conferenze verranno continuate il prossimo inverno nello stesso senso. Quello che è
rimasto a livello di schizzo lo completeremo e lo approfondiremo. In conclusione, il concetto più
importante ed esteso, doveva formare l’oggetto dell’ultima conferenza. Realisticamente si è giunti
al punto di dare una saggezza che da un canto può essere religione, e che dall’altro può soddisfare
quelle che sono le più profonde esigenze del cuore. Sorgerà una corrente spirituale che basterà per
tutte le esigenze del pensare logico, così come per l’anelito verso la vita sovrasensibile. Esiste
questo anelito a cui la scienza dello spirito rivolge le proprie parole. Quando verrà trovata la via a
ciò che è presente in questa aspirazione, allora la sapienza che verrà introdotta in questo mondo
sovrasensibile affluirà in un modo tale nell’anima umana che la cultura - non si intende ciò in
maniera retorica - esperirà una rinascita spirituale che collegherà al fuoco che vive in molti e
penetrerà nei mondi sovrasensibili. Da questo fuoco, la saggezza scientifico-spirituale giungerà nel
mondo sovrasensibile, perché questo è il suo vero ideale.
Bisogna essere grati al grande ideale, che vuole infiammare verso il fuoco dell’entusiasmo
per il sovrasensibile la saggezza del sovrasensibile; poi, il fatto che la luce della saggezza si
sviluppi dal fuoco dell’amore e dell’entusiasmo, sarà sempre il cammino della cultura spirituale.

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Pag, 4: Paul Pochhammer (1841-1916). L’edizione di Dante “La Divina Commedia”, liberamente
rielaborata da Pochhammer, II edizione, Leipzig 1907, Prefazione alla prima edizione S.XV.

Pag.4: Johann Wolfgang Goethe (1749-1832). “Una parte di quella forza...” e “Lo dirò all’attimo”:
“Faust”. Prima parte, Studio.

Pag. 5: “Uomo, donna, bambino”. Conferenza tenuta a Berlino il 9 gennaio 1908. Titolo originale:
“Mann, Weib, und Kind”, O.O. n. 56 (la stessa della presente conferenza), non tradotta in italiano.

Pag. 5: Francesco Redi (1626-1697). Naturalista e medico italiano. “Osservazioni intorno agli
animali viventi che si trovano negli animali viventi”, 1648.

Pag. 5: Aurelio Agostino (354-430): vedi “Le confessioni”, 13° libro, 21° capitolo.

Pag. 6: Giordano Bruno (1548-1600). Monaco e filosofo, morì nel 1600 sul rogo, vittima
dell’inquisizione.

Pag. 8: Moritz Benedikt (1835-1920). Medico viennese ed antropologo. Gli esempi sono tratti dalla
sua autobiografia “Dalla mia vita”, Vienna 1906.

Pag. 13: Dante Alighieri (1265-1321): Le ultime strofe dell’inferno:

Luogo è là giù da Belzebù remoto


tanto quanto la tomba si distende,
che non per vista ma per suon è noto
d’un ruscelletto che quivi discende
per la buca d’un sasso, ch’elli ha roso,
col corso ch’elli avvolge, e poco prende.
Lo duca e io per quel cammino ascoso
intrammo a ritornar nel chiaro mondo;
e sanza cura d’alcun riposo,
salimmo su, el primo ed io secondo,
tanto che ch’i’ vidi delle cose belle
che porta ‘l ciel, per un pertugio tondo;
e quindi uscimmo a riveder le stelle.

Pag 14. August Forel (1848-1931). Neurologo. “Vita e morte”, conferenza, Monaco 1908. (Le
citazioni non sono letterali)

Pag 15. Rivista “Lucifer- Gnosis”. “Questioni vitali del movimento teosofico” e “Giudizi dalla
scienza presunta tale”, Biblioteca dell’ Opera Omnia nr. 34.

Pag, 16. Ernst Haeckel (1834-1919). “Qui compare una fede...”, vedi Ernst Haeckel “Coloro degni
di vivere”, studi generali sulla filosofia biologica, Stoccarda 1904, 5. Capitolo (la citazione non è
letterale).

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Pag. 17. L’iniziazione. Saggi apparsi dapprima nella rivista “Lucifer-Gnosis”, dal 1910 libro,
biblioteca dell’ Opera Ommia nr. 10. In italiano edita dalla editrice antroposofica. Titolo originale
“Wie erlangt man Erkenntnisse der höheren Welten?”

Pag. 23. Ultima trattazione. La conferenza “L’inferno”, Berlino 16 aprile 1908, tratta dal ciclo
“Die Erkenntnis der Seele und des Geistes” (la conoscenza dell’anima e dello spirito), O.O. n.56
(la stessa della presente conferenza). Titolo originale: “Die Hölle”.

Pag. 24. William Thomson (1824,1907). Fisico inglese.

Pag 24. Rudolf Clausius (1822,1888). Fisico tedesco.

Pag.24 Nicolas Léonard Sadi Carnot (1796,1832); Fisico francese. “Réflexions sur la puissance
motrice du feu et des machines propres à développer cette puissance”, Parigi 1824.

Pag.24 Orest Danilowitsh Chwolson, Professore all’università imperiale di San Pietroburgo,


“Hegel, Haeckel, Kossuth ed il dodicesimo comandamento”. Uno studio critico, Braunschweig
1906.

Pag 25 Goethe. “ Chi vuole capire...”: “I Faust” , Studio, Scena degli allievi.

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