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INTERVISTA AD ABRAHAM COLQUE

Da quando nel 2006 si è insediato il primo presidente della Repubblica indigeno, Evo Morales, la
Bolivia vive “un momento estremamente importante soprattutto per i popoli nativi, ma più in
generale per le organizzazioni sociali, che hanno espresso un protagonismo molto forte fin dagli
anni '70, quando ha preso il via un movimento indigenista, soprattutto nella zona occidentale del
paese”. Comincia così l'intervista ad Abraham Colque, teologo cattolico di etnia aymara, rettore
dell'Istituto superiore ecumenico andino di teologia (Iseat) di La Paz e segretario esecutivo della
Comunità di educazione teologica ecumenica latinoamericana e caraibica (Cetela), che prosegue:
“Questo recupero dell'identità autoctona ha permesso negli anni '90 di collegare i cocaleros degli
Yungas o di La Paz, i contadini aymara di Sucre e Cochabamba, ecc. Di questo Evo Morales è
divenuto un catalizzatore, perché il suo progetto aveva un connotato pluriculturale e coinvolgeva
molti gruppi subalterni”.

Che giudizio dà di questi cinque anni di governo?


In gran parte sono stati segnati da una lotta molto forte sul piano ideologico, politico e a tratti quasi
militare coi settori imprenditoriali di Santa Cruz de la Sierra e del Beni, che puntavano a controllare
questa zona molto ricca del paese, dove si concentrano le fonti di energia, le riserve idriche e molte
terre fertili. Morales oggi controlla il Parlamento, il sistema giudiziario e tutte le organizzazioni
sociali, ma il suo governo si è logorato perché questa lotta politica l'ha costretto a non affrontare i
problemi economici.

Quali sono questi problemi economici?


Alla fine del 2010 l'esecutivo ha annunciato l'aumento dell'80% dei prezzi delle benzine col
cosiddetto gasolinazo, che ha suscitato una tale reazione dei movimenti sociali e della gente non
organizzata da costringerlo a fare marcia indietro. Questa proposta mostra che c'è una crisi
energetica, perché i prezzi dei combustibili sono fortemente sussidiati e il consumo nel paese è
molto cresciuto a causa dello sviluppo della produzione. Inoltre la scarsità di riso, zucchero - un
prodotto che qualche anno fa costituiva una voce importante delle nostre esportazioni - e olio
dimostra la debolezza della produzione agricola. Il mondo contadino e indigeno si è mobilitato tanto
perché era il settore più impoverito dalle politiche neoliberiste, in particolare dalla liberalizzazione
delle importazioni di prodotti agricoli argentini o peruviani. Ma lo Stato non ha ancora promosso
progetti produttivi capaci di migliorare sostanzialmente la vita nelle campagne. Il governo ha
distribuito alcuni “buoni” a vantaggio dei poveri, ma l'apparato produttivo non si è rafforzato. La
grande sfida resta la definizione di un progetto economico nazionale.

Sul piano politico condivide le critiche di chi denuncia una certa partitizzazione dell'apparato
dello Stato e un certo autoritarismo nell'azione di governo?
In una certa misura è vero e si può spiegare: al governo è arrivato un movimento, non un partito
creato per governare, e il suo programma si è precisato strada facendo. Il movimento, inoltre,
riuniva persone di diversa provenienza e aveva bisogno di raggiungere una certa omogeneità, ma
una situazione di conflittualità permanente favorisce l'emergere di tratti autoritari. Il governo ha
rischiato più volte di cadere per l'opposizione delle regioni ricche e l'ostilità degli Stati Uniti, che
operano attivamente affinché questo processo fallisca. Perciò la coesione era importante, ma il
pericolo che essa sfoci nell'autoritarismo è visibile in alcuni comportamenti e nelle posizioni di certi
dirigenti più intolleranti. Bisogna invece guadagnarsi il consenso della società civile boliviana, che
ha imparato a dire la propria parola e a mettere in discussione qualunque altra parola non le piaccia.
Il governo l'ha sperimentato col gasolinazo e si presume che ora assuma un atteggiamento più
aperto.

In questo contesto come giudica la posizione della Chiesa cattolica?


In Bolivia l'80 per cento dei cittadini si definisce cattolico e, se si guarda al comportamento
elettorale, si può dire che la maggioranza appoggia il processo di cambiamento in atto e vota a
favore di questo governo. Tuttavia una parte della gerarchia, il cui leader appare il cardinale Julio
Terrazas, arcivescovo di Santa Cruz de la Sierra, critica e contrasta, in alcune occasioni in modo
diretto, in altre in forma più sottile, il progetto dell'esecutivo. Così suscita un forte rifiuto da parte di
alcuni settori del governo – anche qui non tutto – come chi sostiene una posizione indigenista,
secondo cui la decolonizzazione implica anche una scristianizzazione, perché il cristianesimo è la
religione imposta dai conquistadores e rimasta dominante dopo l'indipendenza. E i mass media, che
sono in mano alla destra imprenditoriale o all'ala “dura” del governo, amplificano ogni divergenza.

E i settori che in passato si sono più impegnati a favore dei processi di cambiamento?
Sono i più danneggiati da questo scontro verbale, perché si trovano “tra due fuochi”: i vescovi
vicini all'opposizione sospettano che siano alleati del governo e li mettono in guardia dal prendere
posizione, mentre le organizzazioni popolari esigono da loro coerenza con la predicata opzione
preferenziale per i poveri e lealtà al processo di cambiamento. Sono quindi tirati da una parte e
dall'altra da una richiesta di fedeltà: ai movimenti sociali o alla gerarchia. Quindi questo settore
ecclesiale si trova costretto a scegliere tra il prendere le distanze dai vescovi ed eliminare il
riferimento religioso dalla propria pratica o tacere e allentare i propri rapporti con le organizzazioni
popolari. La polarizzazione ha molto indebolito e disarticolato il settore ecclesiale progressista,
come le Comunità ecclesiali di base o le congregazioni religiose inserite negli ambienti popolari.

Non c'è stato un tentativo di riflettere su quale dovrebbe essere una presenza cristiana
impegnata, ma critica, da parte del settore che condivide il processo nel suo insieme, ma
magari non alcuni singoli provvedimenti?
Nel dicembre scorso l'Iseat ha promosso un seminario su “Fede e politica” per riflettere liberamente
e in un ambito ecumenico. Pensavamo saremmo stati un piccolo gruppo, mentre sono arrivati molte
persone da diverse parti del paese. Ciò dimostra che la gente stava cercando uno spazio di questo
tipo, per cui vogliamo ripeterlo a livello di dipartimenti anche per favorire un collegamento tra
settori ecclesiali impegnati nella linea della Teologia della liberazione. Speriamo che nella stessa
Chiesa cattolica nascano questi spazi.

Come giudicano i vescovi questo sforzo?


Quelli più coinvolti nella tensione lo vedono con sospetto, altri invece sono favorevoli. Uno mi ha
detto che sarebbe un'ottima cosa far nascere questo dibattito “perché non si può andare avanti con
questa conflittualità. Abbiamo bisogno di altre voci che offrano prospettive diverse”.

Qual è il panorama e quali le sfide per una teologia fatta in Bolivia?


Anche in Bolivia la realtà è così complessa che bisogna parlare di teologie. L'Iseat sta promuovendo
vari percorsi. Uno raccoglie la riflessione del mondo pentecostale aymara. Quando questi indigeni
diventano evangelici rifiutano la propria spiritualità tradizionale. Tuttavia costruiscono Chiese
autonome, con pastori nativi che rifuggono da una formazione accademica, per cui la loro teologia e
la loro predicazione in qualche modo risignifica la loro concezione religiosa e la propone in un
modo adeguato alla realtà urbana. In queste Chiese, poi, si parla l'aymara e il culto consiste nella
danza. Elaborare una teologia indigena pentecostale implica partire da questa fede e creazione
collettiva, che ha una grande carica liberatrice perché una donna aymara, che è emigrante e alla
quale nella società è stata negata la parola, nella Chiesa pentecostale può offrire la propria
testimonianza pubblica, il che le dà dignità, anche se il discorso non assume il linguaggio della
Teologia della liberazione né è politicizzato.

E per la teologia cattolica?


A livello ecumenico stiamo lavorando a una teologia indigena cristiana, che coniughi la ricerca
biblica con la rivalutazione della cultura autoctona. Abbiamo iniziato a leggere i racconti su come il
popolo ebreo scopre la presenza di Dio nella vita per discernere Dio che parla nella nostra storia,
cultura ed esperienza quotidiana. Per me Gesù è uno straordinario sintetizzatore culturale perché ha
raccolto le tradizioni più significative del suo tempo, a cominciare da quella biblica, e ha visto come
erano minacciate dall'istituzionalizzazione, dello sviluppo di una gerarchia, della vicinanza agli
Imperi, per cui ha fatto emergere il filone culturale e spirituale più liberatore dell'ebraismo. Noi
dobbiamo fare lo stesso con la nostra tradizione e la nostra ricchezza culturale, che non è più solo
indigena, perché viviamo anche la modernità e la globalizzazione. L'assumere un'identità cristiana
implica elaborare una teologia a partire da una rilettura critica tanto della tradizione indigena quanto
del cristianesimo per trovarvi gli elementi che affermano la vita.
La rivalutazione della spiritualità aymara, che si muove nell'orizzonte del suma qamaña (il vivere in
armonia con tutti gli esseri viventi), è molto interessante. Però cinque secoli di dominazione non
sono riconducibili solo al binomio resistenza-oppressione, ma hanno al proprio interno anche
dinamiche di accomodamento, di sopravvivenza e di funzionalizzazione della spiritualità a un
sistema dominante. A volte, quindi, per innescare un cambiamento serve una rottura con una
tradizione oppressiva, che in passato legittimava la subordinazione sociale della popolazione
autoctona e oggi la ricchezza degli imprenditori aymara urbani di successo. D'altro canto credo sia
necessario operare una rottura coi fondamenti teologici che sono alla base degli odierni modelli
ecclesiali, perché essi sono strettamente associati all'ordine mondiale che ci sta portando alla
catastrofe. A partire dalle spiritualità indigene, che sono state perseguitate, si possano proporre
nuove strade, per esempio nella cristologia, che le comunità aymara vivono declinando la salvezza
in termini di armonia e complementarietà.