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“Introduzione ad alcuni significati del simbolismo dello stupa*”

in Il Maestro di Saidu Sharif – Alle origini dell’arte del Gandhara


(catalogo di mostra), Roma 2002, pp. 85-92.
Massimiliano A. Polichetti
MUSEO NAZIONALE D’ARTE ORIENTALE ‘GIUSEPPE TUCCI’

“Così come, Ananda, sono trattati i resti di un monarca universale


dovrebbe essere trattato il corpo del Tathagata.
Uno thupa dovrebbe essere eretto ad un crocicchio per il Tathagata.
Chiunque vi deporrà serti di fiori o vi lascerà profumi,
dolci o polveri aromatiche con cuore devoto,
raccoglierà benefici e felicità per lungo tempo”
(Digha Nikaya, XVI – Mahaparinibbanasuttanta, V-11) 1

(*il grassetto segnala segni diacritici presenti


nel testo pubblicato a stampa, ma non qui)

PREMESSA
L’architettura sacra viene a rappresentare, in concreto, nulla di meno che l’ansia di
immortalità presente in ogni cultura. L’immagine architettonica del divino, informata
dal desiderio d’una permanenza emancipata da ogni vincolo con il mondo delle
forme transeunti, tenderà pertanto a rappresentare secondo modalità tanto
grossolane che sottili, a seconda del maggiore o minore grado di esplicitazione, la
volontà di contrapporre la vicenda umana all’oblio.
Anche a fronte di quanto così sinteticamente ora enunciato, il presente contributo
non può avere alcuna pretesa di esaustività riguardo ad un tema tanto complesso
come il significato dell’architettura simbolica nel buddhadharma, la ‘dottrina del
risveglio’. Non si entrerà pertanto nel merito specifico della storia dell’architettura
buddhistica o dei suoi dettagli costitutivi, né della modificazione degli stili, se non
quando l’argomento qui trattato, il simbolismo, espressamente lo richieda.
Ciò che qui si propone è, più realisticamente, il tentativo di fornire in breve alcune
linee guida da utilizzare quali chiavi di decodifica di un argomento di portata
certamente assai più vasta.

Ovunque nell’Asia si sia diffuso il messaggio del Buddha, il ‘Risvegliato’, in quei


territori che hanno accolto la ‘Legge’ (dharma) al punto da far diventare la dottrina
buddhistica la religione di vasti strati della società, spiccano inconfondibili le forme
di innumerevoli stupa.2 Dall’India all’Asia sud-orientale, dall’Asia Centrale al

1
2001: 1172 (trad. di C.CICUZZA).
In: R.GNOLI
2
In pali thupa, ‘crocchia di capelli’ (cfr. il francese toupet); in tibetano mChod.rTen (sanscr.:
pujawraya) ‘supporto per la devozione’ (per il mChod.rTen, v. in particolare: G.TUCCI 1938,
P.MORTARI VERGARA CAFFARELLI, G.BEGUIN 1987, W.SEMPLE 1992, R.GOEPPER 1993). Il termine
rTen/awraya indica nel vajrayana indo-tibetano il ‘recipiente’ adatto alle divinità da evocarsi nel
2
Gandhara, dalla Cina al Giappone, dal Tibet alla Mongolia, dall’Himalaya a Sri
Lanka, i vari paesaggi sono caratterizzati dalla presenza del monumento sacro tipico
dell’ideologia religiosa buddhistica.
Questo monumento ha quasi certamente origine dal tumulo funerario, elemento
comune, a cominciare dal neolitico, alla più parte delle culture, India antica
compresa. 3 Nell’India pre-buddhistica i tumuli funerari dei santi asceti erano venerati
come luoghi sacri. Proprio l’andamento cupoliforme di tali strutture piene
costituirebbe l’origine dello stupa. La cupola (anda) potrebbe essere stata in seguito
assimilata come forma sacra in ambito buddhistico in quanto allusiva, come si vedrà
tra poco con maggiore dettaglio, delle proporzioni del corpo del Buddha colto seduto
in atteggiamento di meditazione (dhyanasana).
Com’è noto, l’arte buddhistica dei primi secoli è contrassegnata dall’aniconismo. Una
delle immagini non antropomorfiche che indirizzano al Buddha è proprio lo stupa,
che rimanda all’estinzione del corpo fisico (parinirvana) del Risvegliato. Anche
dopo l’invenzione dell’immagine antropomorfica lo stupa permane come simbolo
eminente della presenza del Buddha, da un certo punto in poi della storia dell’arte
indiana lemma sincronico e intercambiabile con l’immagine in forma umana4
sviluppatasi, fino a proliferare in innumerevoli ipostasi, soprattutto in ambito
mahayanico. Per l’adepto, l’immagine antropomorfica del Buddha è un
iconogramma, un aggregato di potenti simbologie organizzato secondo schemi
prefissati dalla letteratura canonica. Sia pure in sembianze umane, il corpo del
Risvegliato è in realtà a sua volta un simbolo, tanto fonte di ispirazione morale che
sostegno alla contemplazione.
È ravvisabile una precisa relazione formale tra la configurazione dello stupa e il
corpo del Risvegliato. Il plinto quadrangolare rappresenterebbe il trono sul quale
siede il Buddha, quando non le sue stesse gambe in positura incrociata (vajrasana o

corso delle liturgie di ‘invasamento’ o ‘auto identificazione sacrale’ (αποθεοσις). L’edificio


sepolcrale viene prevalentemente indicato in pali con il termine cetiya, in sanscrito caitya. Con il
termine sanscrito stupa non si intende il ‘tempio’, ovvero un edificio sacro nel quale è possibile
entrare per compiervi gli atti di culto, ma una struttura monumentale piena, dunque non penetrabile,
con la quale il devoto entra in rapporto praticando intorno ad essa la circumdeambulazione
(parikrama) in senso orario (pradaksina).
3
cfr. tra gli altri: B.ROWLAND 1970: 77-79; S.L.HUNTINGTON 1985: 34-36, 61-62; J.C.HARLE 1986: 26.
4
S.L.HUNTINGTON 1985: 261-262.
3
padmasana). La cupola asseconda il profilo delle spalle del Buddha assiso in
meditazione. Nell’ ‘edicola’ (harmika) posta sulla colme troverebbero posto il capo e
gli occhi, così come spesso evidenziati negli stupa nepalesi. Il pinnacolo (yasti)
corrisponde alla prodigiosa protuberanza cranica (usnisa) velata dalla cifra
architettonica.

Le testimonianze archeologiche non documentano un largo seguito popolare del


mahayana in India prima del V secolo d.C.. Lo iato esistente da una parte con la
genesi dell’impianto teoretico-speculativo alla base di una identità mahayanica
consapevole, dall’altra con l’effetto sociale di quella stessa identità, almeno per
quanto riscontrabile dai ritrovamenti archeologici, meriterebbe pertanto ulteriori
approfondimenti e ricerche.5 Certo è che nella descrizione degli antichi bodhisattva
un importante ruolo viene giocato dal ricorso lessicale a tutti i livelli, dal testuale
all’architettonico passando per il figurativo, a categorie formali attinenti alla regalità.
Lo stesso Buddha merita oltre all’appellativo di ‘re del dharma’, anche il trattamento
riservato ai reali e, dopo l’estinzione, lo stesso monumento sepolcrale di un monarca.
In presenza della distanza cronologica tra i primi testi e i reperti attribuibili al
mahayana, lo stupa si pone in un certo qual modo come il testimone della contiguità
organica con le precedenti tradizioni buddhistiche, quegli esiti che la critica
occidentale definisce le forme evolute, comunque più tarde, del dharma del Buddha.
Appare dunque ragionevole avallare l’ipotesi che vede nella devozione allo stupa il
germe di quei processi di deificazione del Buddha e dei bodhisattva da un lato, e di
ampliamento della possibilità della pratica della dottrina a sempre più vasti settori
della popolazione dall’altro, che verranno portati a piena maturazione dalla corrente
mahayana.6
La devozione agli stupa non veniva comunque particolarmente favorita in antico,
laddove il codice disciplinare dei theravadin è l’unico tra i Vinaya delle varie scuole
del periodo pre-mahayanico in cui non si deprechi esplicitamente il culto del

5
R.S.COHEN 2000: 1-2, 2 n.2.
6
v. in particolare: A.HIRAKAWA 1963 (cit. in P.WILLIAMS 1990: 31).
4
7
cenotafio del fondatore della dottrina. In origine erano considerati ‘monumenti al
dharma’8 le parole che mostrano l’opportunità di ammirare il triratna, il ‘Triplice
Gioiello’ oggetto del ‘rifugio’ buddhistico costituito dal Buddha, dallo stesso dharma
e dalla comunità, dapprima esclusivamente monastica, o sangha. Viene, d’altro canto,
documentata una scuola buddhistica presente in India centro orientale, nell’attuale
Andhra Pradesh, chiamata chaityaka dal nome delle architetture religiose9, scuola
caratterizzata dalla costruzione di stupa riconoscibili dalla pianta prevalentemente in
forma di ‘ruota della dottrina’ (dharmacakra).10
Gran parte dell’importanza attribuita dai seguaci del Buddha al culto dello stupa
risiede nella dottrina dell’accumulazione dei meriti (punya),11 accumulazione
tradizionalmente distinta in ‘merito fisico’ e ‘merito mentale’. La
circumdeambulazione dello stupa garantisce l’accumulo del primo tipo di merito
anche se involontaria, come nel caso di un cane vagante senza meta o di un insetto
trascinato dalla corrente di un rigagnolo dopo la pioggia.12 Inoltre, qualsivoglia atto di
omaggio venga rivolto ad uno dei Tre Gioielli, viene rivolto contemporaneamente
anche agli altri. Il costrutto della dottrina è talmente interconnesso che non si può mai
prescindere dal riferirsi, partendo da uno qualunque degli elementi costitutivi, alla
struttura dell’intero sistema. Ogni dettaglio racchiude quindi, in forma più o meno
palese, in epitome tutta l’architettura complessiva.

Valutando come la dinamica del graduale processo di divinizzazione del fondatore si


sia avvalsa dell’invito a sottolineare gli aspetti metastorici del Risvegliato da parte
dei suoi seguaci, non è da escludere che il mahayana sia potuto sorgere anche in

7
cfr. A.BAREAU 1962.
8
In pali dhammacetiya: è il titolo di un Sutra contenuto nel Majjhima Nikaya, (in BHIKKHU
BANAMOLI, BHIKKHU BODHI 1995: 728-733; v. anche, ibidem: 1292, n.844).
9
K.K.MURTHY 1993: 50.
10
B.ROWLAND 1970: 212-213; S.L.HUNTINGTON 1985: 178-180.
11
S.L.HUNTINGTON 1985: 61.
12
Il Pradaksinasutra contiene l’eulogia dei meriti relativi all’edificazione e al culto dello stupa (v.
P.WILLIAMS 1990: p. 38); la distruzione di uno stupa (stupabhedanam) è, per converso, considerata
una delle ‘cinque azioni non virtuose estremamente gravi secondarie’ (pabcaupanantarya) di
immediata retribuzione.
5
13
connessione con il culto delle ‘reliquie’ (warira), i resti permanenti del Maestro
depositati nei primi stupa.
All’estinzione del corpo fisico del Buddha sorse il problema della suddivisione delle
reliquie rimaste dalla cremazione. Come descritto nel Mahaparinibbanasuttanta i
sacri resti vennero divisi tra i rappresentanti di otto contesti politico-militari presenti
nell’India di quel periodo. Sul racconto di quella ripartizione si appoggia la tradizione
architettonica che vede la diffusione di otto tipologie strutturali di stupa, varianti che
andranno a commemorare gli otto eventi maggiori tramandati dall’agiografia del
Risvegliato: la nascita avvenuta presso Lumbhini; il risveglio a Bodhgaya; la messa
in moto della ruota della dottrina, cioè la prima predicazione, a Sarnath; la discesa dal
cielo dei trentatré dei a Wankawya; l’esecuzione di miracoli a Wravasti; la
riconciliazione della comunità monastica a Rajagrha; il prolungamento volontario
della vita a Vaiwali; l’estinzione del corpo a Kuwinagara.
Uno dei modelli strutturali originari osservabili anche in situ è rappresentato dagli
stupa di Sanci, nell’India Centrale. In quest’epoca, compresa tra il sec. III a.C. ed il
sec. I d.C., è ancora evidente l’impianto del tumulo costruito sopra le reliquie del
Buddha storico secondo quanto narrato dalla letteratura canonica. Si tratta di una
semisfera poggiata su di un basamento circolare, sovrastata da ombrelli simbolo di
dignità regale. Tutta la struttura è attraversata da un palo verticale, vero e proprio axis
mundi posto a rinforzare il valore dello stupa interpretabile anche come ‘montagna
cosmica’.14 Nel ‘Sutra del loto della eccellente dottrina’
(Saddharmapundaricasutra) al capitolo XI vi è la descrizione d’uno stupa di
dimensioni immani, più grande d’ogni montagna in natura e ornato d’ogni splendore,
che appare per testimoniare il permanere della dottrina del risveglio attraverso i cicli
cosmici. Nel processo di degenerazione del dharma predetto dal fondatore, tra arti
figurative, sacre scritture e stupa (tradizionalmente considerati i tre ‘supporti’ per il

13
In tibetano: sKu.gDung o Ring.bSrel.
14
Le molte altre simbologie a carattere universale afferenti allo stupa, quali ad esempio le direzioni
dello spazio, i rapporti proporzionali, la ruota, il loto, il quadrato, l’asse, la cupola, il pinnacolo,
hanno trovato molti commentatori (cfr. tra gli altri, in particolare: A.L.DALLAPICCOLA,
S.Z.LALLEMANT 1980, A.SNODGRASS 1992, K.K.MURTHY 1993), ma ogni elemento della simbologia
non può esaurire il linguaggio plurisemantico dello stupa, nessuno dei suoi vari elementi bastando,
da solo, a sviscerarlo completamente.
6
corpo, la parola e la mente del Buddha), il ricettacolo della mente sarà l’elemento
che più a lungo resisterà all’involuzione cosmica. Pertanto, secondo la profezia, lo
stupa sarà l’ultimo supporto dell’idea di risveglio a scomparire da questo evo
cosmico prima che compaia Maitreya, il Buddha del futuro riconoscibile, in accordo
al sacro codice di rappresentazione iconografica, anche da un piccolo stupa posto
sulla cima del capo.
La ragione sostanziale di questa resistenza al decadimento universale risiede nel
contenuto materiale dello stupa: le reliquie di chi si è affrancato dal divenire, lasciate
agli uomini quale pegno d’eternità. Sono elencate cinque tipologie di reliquie: 1 –
modellini in vari materiali15 a forma di stupa;16 2 – reliquie effettive, o comunque
ritenute tali dalla pietà popolare, del corpo del Buddha o di altri santi esseri; 3 –
frammenti di abiti; 4 – sostanze prodotte dalla moltiplicazione miracolosa di resti
mortali; 5 – testi e formule sacre.17
Non si deve inoltre tralasciare la rilevanza storica della funzione di reliquiario,
considerando lo stupa una sorta di ‘macchina del tempo’ che ha consentito importanti
ritrovamenti archeologici. Nel reliquiario in schisto scavato in uno stupa nel 1879 da
William Simpson a sud di Jalalabad, all’interno di un cofanetto ottagonale in oro
venne trovata, tra altre monete, il celebre conio d’oro di Kaniska riportante su di una
faccia, connotata anche dalla scritta in caratteri greco-battriani ΒΟ∆∆Ο,
ΒΟ∆∆Ο la più antica
immagine antropomorfica del Buddha ad oggi conosciuta.18

Pur non venendo generalmente mai meno la funzione simbolica e commemorativa


originaria, ben presto la costruzione di stupa implicò anche altre valenze, tra le quali:
purificare il territorio da interferenze ritenute la causa di epidemie; favorire il
benessere e la lunga vita; commemorare eventi importanti della comunità;

15
Si pensi alle note cretule ad impronta sigillare (Sa.Tsa.Tsa), che spesso rappresentano stupa
ancora più piccoli riuniti in conglomerato, oppure all’impiego di cristallo di rocca.
16
L’accuratezza del simbolismo su base proporzionale permane al variare della scala, cioè delle
dimensioni. Per stupa di grandi dimensioni, appartenenti a epoche diverse e disseminati in un
amplissimo territorio esprimenti ognuno, all’invarianza dei significati, un diverso impatto con il
contesto ambientale, tra i molti e vari esempi possibili si confrontino: per l’area indiana ciò che
rimane del grande stupa al centro del mahavihara di Somapura a Paharpur, per il Tibet il
Kumbum (sKu.‘Bum) di Gyantse, per l’area indonesiana il Borobudur a Giava.
17
G.TUCCI 1932: 38-39; TSERING LAMA, I.WALDO 1998: 25-26; E.ERRINGTON 1998: 80.
7
contrassegnare in modo fausto le vie tanto di attraversamento commerciale che di
pellegrinaggio; marcare i passi montani. A proposito della funzione di marcatore
qualificato del territorio, una particolare variante strutturale dello stupa il
Ka.Ka.Ni.mChod.rTen, o ‘stupa sottopassante’, indirizza ai percorsi interni ed esterni
prossimi alle aree sacre di tutto l’Himalaya simile ad una sorta di arco d’ingresso
decorato con affreschi di divinità e di mandala.19
Vi è in effetti una connessione assai stretta tra lo stupa e il mandala. Allo stupa ci si
può utilmente riferire come alla versione tridimensionale del mandala, il sofisticato
diagramma di supporto alla contemplazione definito da Giuseppe Tucci, padre della
tibetologia moderna, ‘psicocosmogramma’.20 Il mandala, la rappresentazione
geometrica dell’universo nell’aspetto di un palazzo dalla pianta quadrata circondato
da barriere circolari, si presenta diviso in cinque quartieri, uno per ognuno dei punti
cardinali più una cella centrale che coincide, riallineando in tal modo il proprio
significato con quello inerente allo stupa, con l’asse centrale dell’universo.
Il simbolismo direzionale è espresso nell’architettura sacra di edifici, architettura
dunque più propriamente ‘templare’, sia dalla pianta cruciforme che dalla pianta a
quinconce. La segnalazione dei quattro punti cardinali corrisponde alla
rappresentazione schematica dell'universo suddiviso nei suoi quadranti spaziali. Il
mandala, come cosmogramma, è infatti anche una descrizione cifrata del mondo,
dove sono indicate le quattro direzioni dello spazio qualificate da un centro. Tale
centro, asse ideale dell’universo corrisponde, nel tempio a pianta mandalica,21 al
garbhagrha, il sanctum sanctorum ove l’adepto invera la propria teosi, la
trasformazione da essere umano ordinario, sottoposto alla miseria del mondo
transeunte, in divinità eternamente beata. Analogamente, lo sviluppo verticale della
copertura della cella centrale vieppiù allude alla funzione di axis mundi.22

Lo stupa si è caricato di simbolismi fin a che ogni sua componente architettonica

18
E.ERRINGTON 1998: 83.
19
M.DI MATTIA 1996: 104-105.
20
G.TUCCI 1969: passim.
21
“Ogni tempio è un mandala” (G.TUCCI ibidem: 39).
22
v. in particolare: J.IRWIN 1979.
8
simboleggia una parte costituente essenziale tanto del macrocosmo universo che del
microcosmo umano.23 Lo stupa è la rappresentazione simbolica della mente che
gradualmente acquisisce la condizione di bodhi, o risveglio.24 Al contempo è
l’epitome architettonica della concezione cosmologica del Buddhismo descritta
dall’Abhidharma, la sezione finale del Tripitaka, la triplice raccolta costituente il
canone buddhistico. Ma lo stupa implica innanzitutto, oltre alla pletora di significati
ad esso afferenti, la dottrina della unione dei tre corpi di Buddha.25 Il basamento
parallelepipedo sta per il nirmanakaya, la cupola e l’harmika per il sambhogakaya,
il pinnacolo per il dharmakaya.26
Agli occhi dell’adepto, ognuna delle ripartizioni del mondo fenomenico dovrebbe
essere concepita come il santo e arcano gioco delle divinità. La resa artistica di questo
mistico scenario avviene tramite un sofisticato linguaggio simbolico che si avvale di
una serie di codici presenti sincronicamente nella stessa immagine. Si accennerà ora
ad uno di tali codici, quello che si avvale della dislocazione spaziale di vari elementi
geometrici, a sua volta da considerarsi lemma di un meta-linguaggio finalizzato ad
esprimere efficacemente un supporto sensibile alla pratica spirituale.

Le cinque componenti geometriche la cui aggregazione struttura lo stupa


corrispondono in prima istanza ai cinque ‘elementi grossi’ (mahabhuta) e ai cinque

23
“ … il Buddhismo costruì il complicato simbolismo architettonico di un monumento che può
essere insieme tomba, reliquiario, cenotafio e si chiama stupa; così esso compiva un notevole passo
in avanti, siccome alla persona del re, divina ma pur sempre legata alla terra, sostituiva un valore
spirituale, il dharma, la legge, il supremo verbo di cui la parola del Buddha è l’eco o il riflesso e che
diverrà esso stesso l’Ente assoluto, il piano nirvanico del puro essere, e poi, in un secondo tempo, la
fonte inesausta di tutto ciò che è.” (G.TUCCI 1969: 39).
24
Il ‘perfetto definitivo insuperabile risveglio’ (anuttarasamyaksambodhi), l’equivalente
buddhistico del Summum Bonum, viene descritto in termini diversi a seconda delle diverse capacità
degli esseri a tollerare l’impatto derivante dalla diretta visione della verità.
25
Il ‘corpo della legge’ (dharmakaya) soggiace quale ordine implicito a tutta la realtà nella sua
intierezza pur se in diversi gradi di manifestazione. Il dharmakaya si articola come segue:
agantukaviwuddhadharmakaya (puro corpo del dharma nel quale sono state distrutte le
contaminazioni avventizie); svabhavaviwuddhadharmakaya (puro corpo del dharma auto-
esistente). Il ‘corpo di forma’ (rupakaya) si ripartisce secondo i differenti gradi di emanazione
percepibili dagli esseri: sambhogakaya (il ‘corpo di fruizione visionaria’) e nirmanakaya (‘corpo di
emanazione visibile’), quest’ultimo ulteriormente distinto in nirmanakaya senza ostruzioni
(presentante tutte le ‘marche semantiche’ o laksana del mahapurusa) e nirmanakaya con
ostruzioni (presentante solo un parte dei laksana). Per un’enunciazione complementare:
P.WILLIAMS 1990: 210.
26
R.BEER 1999: 135.
9
‘aggregati sottili’ (skanda). Si constata innanzitutto che la sequenza degli elementi
grossolani sia ordinata a partire dal basso, dalla sostanza più grossolana, per giungere
verso l’alto alle sostanze progressivamente più sottili. Dal più grosso al più rarefatto,
dal meno sottile al più sottile, dunque. La base quadrata dello stupa corrisponde
pertanto alla terra; la cupola all’acqua; l’harmika al fuoco; l’asse del parasole
all’aria; il pinnacolo allo ‘spazio vibrante’ (akawa). Parimenti vengono ordinati i
cinque ‘aggregati’ sui quali viene imputata l’esistenza di un ‘io’ o sé convenzionale
sussistente in termini di relazione funzionale all’ambito fenomenologico ordinario.

Segue una sommaria elencazione (dal basso verso l’alto) di alcuni significati espressi dallo stupa
nelle loro corrispondenze sia all’ordine materiale che alla sfera interiore.

Riferimento Colori Aggregati Suoni


geometrico ideale 1 – giallo 1 – forme 1 – lam
2 – bianco (rupa skanda) 2 – vam
1 – cubo/quadrato 3 – rosso 2 – sensazioni (vedana 3 – ram
2 – sfera/cerchio 4 – verde skanda) 4 – yam
3 – piramide/ 5 – blu 3 – percezioni 5 – kham
triangolo (samjbana skanda)
4 – mezzaluna Elementi 4 – formazioni Buddha
5 – goccia 1 – terra volizionali 1 – Ratnasambhava
fiammeggiante 2 – acqua (samskara skanda) 2 – Vairocana
3 – fuoco 5 – coscienze 3 – Amitabha
4 – aria (vijbana skanda) 4 – Amoghasiddhi
5 – spazio vibrante 5 – Aksobhya

Al progredire della riflessione filosofica corrisponde puntuale l’arricchirsi dello stupa


di ulteriori elementi architettonici, quali il plinto di sostegno, l’edicola
parallelepipeda sulla sommità della cupola, i gradoni. La progressiva
verticalizzazione, la definizione di otto tipologie di questo monumento per
commemorare, come si è detto, altrettanti episodi della vita del Buddha ed il variare
della pianta, costituiscono i fattori formali più evidenti dell’evoluzione dello stupa, e
tutti i suoi esiti risentiranno concretamente dei fattori ora citati. Gli elementi
dell’architettura simbolica provvedono quindi la base per significati sempre più
articolati. Anche strutture poste nelle immediate vicinanze dello stupa, quali i portali
(torana), il recinto (vedika), il sentiero circumdeambulatorio (pradaksinapatha),27 in

27
Nelle aree sacre del Gandhara la pradaksinapatha risulta spesso rivestita con piastrelle di colore
blu; ciò fa riferimento sia alle acque al di sotto, gli oceani, che al di sopra, i cieli. La cupola piena,
non potendo strutturalmente prestarsi a rappresentare la volta celeste vista dall’interno, indica un
10
quanto annessi integranti del monumento hanno fornito la materia per ulteriori
arricchimenti d’una simbologia che trova il primo riferimento scritturale soprattutto
nell’Abhidharma.

Per solo limitarsi all’elenco di ulteriori significati simbolici veicolati dallo stupa, si
noti come ognuno dei quattro lati del basamento, in forma di parallelepipedo
regolare, faccia riferimento ad una delle quattro ‘divine dimore’ (brahmavihara):
amore, compassione simpatetica, gioia ed equanimità. Poiché hanno per oggetto gli
esseri trasmigratori, il numero dei quali viene considerato non computabile, tali
sentimenti alti vengono anche chiamati i ‘quattro pensieri incommensurabili’. Ma i
quattro lati rappresentano inoltre anche le ‘quattro nobili verità’. Il fatto poi che i
quattro lati siano uguali sta a significare l'identità, sul piano assoluto, degli esseri
illuminati con quelli non illuminati.
Il primo elemento d’una serie di gradoni decrescenti, spesso posti a raccordo tra il
plinto e la cupola, simboleggia le quattro ‘consapevolezze di base’ aventi per oggetto:
l’impermanenza del corpo e delle sensazioni, l’insostanzialità dei pensieri e dei
fenomeni.
Il secondo gradone simboleggia i quattro ‘perfetti tentativi’: sforzarsi di mantenere
condizioni favorevoli non ancora esistenti; produrre le condizioni favorevoli non
ancora esistenti; rimuovere le condizioni negative esistenti; non permettere a
quest'ultima modalità di circostanze di sorgere.
Il terzo gradone simboleggia i quattro ‘passi miracolosi’: la preghiera d’aspirazione,
il buon pensiero, la perseveranza, l’attività.
Il quarto gradone simboleggia le cinque ‘facoltà sottili’: confidenza, perseveranza
entusiastica, attenzione, concentrazione, conoscenza.
Tra i suoi molti significati, la cupola esprime tra gli altri i sette ‘aspetti del risveglio’:
ricognizione delle vite passate; perfetta cognizione dei fenomeni; attenta diligenza;
beatitudine; compiuta maestria in tutti gli ambiti; assorbimento concentrativo;
equanimità.

percorso nel quale il cielo è visto come dall’esterno (B.ROWLAND 1970: 473, n. 77), e ciò potrebbe
alludere ad una peregrinazione la cui meta (il nirvana) è immaginata al di fuori del mondo.
11
L’harmika indica il nobile ottuplice sentiero: retta opinione, retta comprensione,
retta parola, retta azione, letti mezzi di sussistenza, retto sforzo, retta attenzione, retta
meditazione.
L’asse simboleggia le dieci conoscenze: dei fenomeni; della mente; dell’originazione
dipendente; dell’illusione; della sofferenza; dell’origine della sofferenza; della
cessazione della sofferenza; del sentiero che conduce alla cessazione della sofferenza;
dell’annichilamento degli ostacoli non immediatamente palesi; delle dieci sapienze
trascendenti.
La parte terminale dello stupa, che si risolve con un pinnacolo provvisto di più dischi
od ‘ombrelli’ (chattra) simboleggia la successione delle facoltà soprannaturali del
Buddha: la conoscenza dei luoghi più adatti all’insegnamento della dottrina; la
conoscenza del portare a compimento i differenti tipi di ‘cause-azioni’ (karma); la
conoscenza degli stati superiori di assorbimento meditativo; la conoscenza delle
facoltà mondane e sovramondane; la conoscenza delle inclinazioni e propensioni
degli esseri; la conoscenza dei vari contesti ontologico-percettivi nei quali
trasmigrano gli esseri; la conoscenza delle modalità efficaci che conducono
all’estinzione del desiderio; la conoscenza e la ricognizione delle vite precedenti; la
conoscenza del tempo della cessazione dell’esistere e del venire nuovamente
all’esistenza; la distruzione delle energie che si oppongono al processo di risveglio;
infine lo stabilizzarsi indefettibile della consapevolezza del risveglio.
La ‘mezzaluna’ (ardhachandra) simboleggia la ‘compassione simpatetica’ (karuna)
che si adopera per l’eliminazione di tutte le sofferenze. Il sole (surya) è simbolo della
‘mente sapiente’ (prajba) che percepisce aspetti sempre meno apparenti di esistenza,
fino a cogliere la modalità ultima d’esistenza dei fenomeni o ‘vacuità’ (wunyata). Su
tale glifo giace una goccia fiammeggiante (bindu) evocante il ‘pensiero altruistico del
risveglio’ (bodhicitta) a coronamento e sintesi del simbolismo dello stupa.28

Nel sistema di riferimento teoretico-speculativo specifico della dottrina del risveglio


un ruolo importante è infine svolto dal proporsi lo stesso sistema come meramente
12
strumentale. Il Buddhismo, caso veramente unico di religione α-teistica
(assegnando ad ‘alfa’ senso prescissivo, dunque non di mera negazione sintattica), fa
potentemente ricorso ad un linguaggio allusivo della necessità di trascendere
qualsiasi tipo di condizionamento. Il dharma altro non è che la ‘zattera’ che risulta
utile finché non si è traversato un guado, ma che si dimostrerebbe un peso qualora la
si volesse continuare a trascinare portandosela sulle spalle una volta guadagnata la
terraferma. In maniera analoga, le opere di pietà prescritte ad un livello principiale
vengono nei fatti superate da una prassi psico-sperimentale che può, in determinate
condizioni, addirittura trascendere la morale convenzionale. Afferma il ‘grande
adepto’ (mahasiddha) Tilopa:
“Non adorate le divinità!
Nessun pellegrinaggio ai luoghi sacri di abluzione!
Adorando le divinità non c’è liberazione”.29

Anche la venerazione allo stupa rientrerebbe dunque nelle upaya, le ‘strumentalità


intelligenti’ che lo spirito altruistico del risveglio mette in atto, alla stregua di santi
espedienti, per urgere gli uomini alla salvezza.

CONCLUSIONE
Vera e propria sintesi dell’architettura simbolica asiatica, si è visto come lo stupa
esprima più significati allo stesso tempo, rappresentando in modo esemplare
l’adattabilità del simbolo religioso all’espressione simultanea di contenuti molteplici.
Tali contenuti, fondati sul concetto di identità tra microcosmo individuo e
macrocosmo universo, possono poi essere interpretati, da parte dei differenti fruitori,
a seconda delle capacità di valutazione del medesimo simbolo.
Insomma, pur se esprimente i molti, vari ed articolati significati alla cui evoluzione si
è sin qui sia pure solo accennato, alla fine dello stupa non rimane che la sua forma.
La forma è, in questo particolare ambito di riflessione, di fatto sostanza, la forma
della simbologia religiosa in un qualche modo ottenendo responso ex opere operato
dalla mente di chi vi si accosta, per il solo poter essere esperita.
Data dunque questa sostanziale identità tra forma e contenuto, sostanzialità inerente
alla natura stessa dello stupa, facendo maliziosamente riferimento alla figura
delineata dal profilo di questo monumento si potrebbe infine affermare con un
paradosso che, in questo caso particolare, una volta tanto ‘il messaggio è la
bottiglia’.

28
v. G.TUCCI 1932: 39-53; L.A.GOVINDA 1976; A.SNODGRASS 1992; K.K.MURTHY 1993: 51-54;
R.BEER 1999: 127-135.
29
Dohakosa, XXIII, in F.TORRICELLI 1998: 104-105.
13

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