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Supercazzola applicata

April 14, 2019

La percezione del corpo tra Otto e Novecento


A inizio secolo Freud cambiò la percezione del corpo umano, sancı̀ che l’io è innanzitutto io
corporeo, legando indissolubilmente questi due concetti.
Contemporaneamente in Italia, i poeti d’inizio secolo si misurano con una concezione di tempo
e spazio ancora presentati come immutabili, ma esposti al trauma della relatività, e contempo-
raneamente con un’idea di corpo che sta faticosamente affermando la propria autonomia. Nella
prima metà del secolo nasce il movimento dei fenomenologi, per cui al centro della interesse sta
il fenomeno, ovvero la manifestazione della materia, l’io si lega quindi ancora di più al corpo,
Ciascuno è il suo corpo

Gabriele D’Annunzio (1863-1938)


Per analizzare il fascista ci concentriamo sull’opera Alcyone, in particolare sulle poesie Pioggia
nel pineto e Ditirambo III. D’Annunzio interpreta in modo perfetto le contraddizioni tra pos-
itivisti (cultori della scienza) e decantisti (che concepiscono vita e arte come una cosa sola),
contraddizioni rappresentate in lui dal binomio istinto-arte.
Analizzando le sue opere si osserva come per lui tutto si trasformi in corpo acquisendo fisicità,
e il corpo diventi parola, e quindi la parola diventa il tutto (l’universo non può non coincidere
con la parola che lo fa vivere.)
I protagonisti di Pioggia nel pineto sono corpi, incorporei privi di vissuto, assenza che viene
colmata da un vissuto di parole, in tuttuno con la natura che li circonda, in un tempo estraneo
e in uno spazio distante, altrove. Alla perdita di contatto con il reale si sostituisce l’ingigantita
proiezione verso l’esterno di un sé naturale, senza destino, senza “umanità”.
In Ditirambo III si assiste invece all’ipostatizzazione (parolone per l’astrazione dalla realtà
fenomenica di concetti, qualità, ecc., rendendoli fisici) dell’estate che diventa un corpo fem-
minile selvaggio, naturale, che il poeta rincorre nei boschi. Basta un nulla per sovvertire questa
dinamicità e fermare il tempo, fissare tutto nella sua plasticità.

Aldo Palazzeschi (1885-1974)


Palazzeschi è invece il poeta saltimbanco, la voce libera che denuncia di un ruolo sociale,
distruggendo la logica della società avviata verso la massificazione attraverso la parodia e il
grottesco per ribaltare la gerarchia e i canoni. Nelle sue opere l’io è assente, spersonalizzato.
I corpi sono mutilati, sezionati, scomposti, come i soggetti che li abitano. In l’incendiario il
corpo del poeta è offerto al pubblico, teatralizzato, messo in scena in modo irriverente. L’io

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ricompare, ma è anch’esso teatralizzato, grottesco. Tanto più viene sottratto ad una descrizione
fisica, tanto più guadagna corporeità, sostanza.
Il poeta denudandosi denuda la realtà della vita borghese in cui tutto è valore d’uso, merce.
Infatti lui stesso pone il poeta in una gabbia, come un pappagallo

Giuseppe Ungaretti (1888.1970)


Ungaretti è il poeta diarista per eccellenza, le sue poesie, soprattutto nella prima parte della sua
carriera, nel Porto sepolto, sono cronache dell’esistenza, realiste, autobiografiche. Frammenti
di vita freddi, disanimati. Poesie scritte in trincea, in fretta perché il tempo poteva mancare.
In loro si nota l’ossessione di Ungaretti per l’oggetto, l’essenziale, ricostruito nei dettagli, ma
con linee essenziali, sia a livello fisico che metafisico; tutto è fisico, tutto è corpo.
Soprattutto in veglia si nota la concezione del corpo secondo Ungaretti, un corpo straziato,
spersonalizzato, un corpo di pietra, che nella sua postura coinvolge direttamente la ricerca
espressiva e le scelte lessicali, un corpo pesante, che riflette la pena dell’uomo. Cosı̀ come
l’anima il corpo è solo, nudo, preme sull’io come un peso inerte. In questo possiamo dire che
Ungaretti anticipa il male di vivere di Montale.
Nella seconda parte della sua carriera invece, con l’Apocalisse, la poetica del frammento viene
portata avanti, ma non è più dettata dell’urgenza. Qui il frammento è un intermezzo tra due
interruzioni, senza sviluppo, un luogo di attriti non ricomposti

Pier Paolo Pasolini (1922-1975)


La poesia di Pasolini è caratterizzata dal rifiuto della lirica pura dei poeti ermetici. Pasolini è
infatti il poeta della fisicità dilaniata, delle periferie degradate (che fanno da sfondo a le ceneri
di Gramsci), dell’angoscia di chi vive, da borghese, lo scandalo del contraddirsi, di una vita al
di quà e al di là della storia. Proprio per questo suo rifiuto degli stilemi classici della poesia
Pasolini si trova confrontato con il problema del linguaggio, inadatto per una poesia che vuole
distaccarsi dal reale, superando i limiti del lirismo.
Il soggetto delle sue poesie, più epiche che liriche, è al contempo privato e collettivo, un io.noi
che sente il gravare del grigiore del mondo. Questo soggetto è di una fisicità degradata, dila-
niata, estrema, l’io corpo è destinato a una morte violenta, coseficata, inumana, bestiale, cosı̀
come bestiale è il corpo. Il corpo-cosa è dilaniato, straziato al pari dell’io, descritto soltanto
attraverso le sue parti.
Tutta la poesia di Pasolini si bassa sulla dissociazione, sul conflitto non ricomposto del soggetto
con la vita, e della vita con la morte, cosı̀ come su altri dissidi (irrazionalità-ragione, natura-
cultura, marxismo-cattolicesimo, ...). Il tutto è sempre proteso verso l’inseguimento della morte.
Nelle sue opere tutto è fisico, le parole si raddensano, fisico e l’espressionismo, fisica è la
degradazione, fisico è l’attrito di un linguaggio che vuole uscire dall’ermetismo, ma non precip-
itare nella cronaca, ma che allo stesso tempo vuole descrivere la realtà “nuda”, per quello che
è.

Amelia Rosselli (1930-1996)


Amelia Rosselli è la poetessa deterritorializzata, apolide. Questa deterritorializzazione (un
termine più facile non potevano trovarlo) si rifette anche nel linguaggio, il suo è infatti un

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linguaggio-ferita, che non appartiene a nessun codice istituzionale, né linguistico, né culturale.
Nelle sue poesia si trovano errori grammaticali e ortografici perfettamente funzionali, contam-
inazioni plurilinguistiche (italiano, francese e inglese), onomatopee, trasposizioni morfologiche
(maschile-femminile, fusioni di parole,... Tutto questo porta un linguaggio, vivo, la lingua agisce
letteralmente, in quanto corpo, organismo biologico le cui cellule proliferano incontrollate.
Anche la struttura stessa della poesia è corporea, suddivisa in spazi metrici che il testo va a
riempire. Quadrati vuoti che la poetessa riempie di parole, la sue è una poesia cubica (disegnava
innanzitutto i riquadri, e creava il testo in funzione di quelli, adattando lunghezza e numero
di versi allo spazio disponibile. La parola è realtà fisica, biologica, e come tale occupa un suo
volume.

Edoardo Sanguineti (1930-2010)


Sanguineti si è sempre definito un materialista storico, per lui il testo era un atto fisico, corporeo,
la poesia era un “fare”, un mettere in forma , nella parola, un inventario di dati, fatti, cifre. Il
linguaggio è inseparabile dall’ideologia. Lo scopo è quello di sabotare la letteratura agendo dal
suo interno attraverso un linguaggio carico di energia esplosiva, la parola è scenica, corporea,
il montaggio è controllatissimo e esclude qualsiasi partecipazione emozionale dell’io
Il corpo è pienamente coinvolto nel realsimo duro, “dantesco”, l’io, cosı̀ come il corpo stesso,
è esploso, esattamente come l’identità psichica della persona, espresso attraverso una struttura
carnale, estroversa, pirotecnica, esplosa anch’essa.
Come Palazzeschi, anche Sanguineti è un poeta giullare, in cataletto, il poeta mette a nudo
ogni sua intimità, si rivolta come un calzino (o una bottiglia di Klein) dalla bocca estrae
l’ano esponendo letteralemte le sue interiora, o meglio, la sua intimità al pubblico, offrendo al
contempo la tragicità dell’antisublime
Sul serio: di cosa si faceva ’sto qua?