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VITTORIO ALFIERI

Vittorio Alfieri nacque ad Asti nel 1749 in una famiglia aristocratica, ma povera di affetti. Con la
morte del padre cresce nell’ambiente severo e austero della madre nel palazzo in Asti. Venne
affidato alle cure di un maestro molto ignorante e che quindi lui non considera importante nella sua
formazione. All’età di 9 anni entra nella Reale Accademia di Torino, ma ne esce presto per una
serie di motivi: egli non riusciva a tollerare la disciplina militare e si offrivano modelli di disciplina
antiquati. Per questa serie di motivi la sua formazione non lo soddisfa, così, irrequieto e senza scopi,
nel 1766 ottiene dal re il permesso di compiere dei viaggi d’istruzione in Italia e poi all’estero.
Comincia a viaggiare, ma non come tutti gli altri giovani aristocratici che partecipavano al Grand
Tour, i quali compivano questi viaggi con spirito cosmopolita e con la sete di conoscenza di altre
culture. I suoi viaggi erano spesso pericolosi e poiché era animato da un forte senso di inquietudine,
di vuoto e di insoddisfazione, desiderava sempre raggiungere qualcos’altro. Dopo questa serie di
viaggi torna a Torino e comincia a vivere come un giovin signore dell’epoca. Decide di riprendere
gli studi per colmare le sue lacune, così studia i classici (latino e greco), i testi francesi (autori
francesi), i classici italiani ( Dante,Petrarca,Boccaccio) ecc. In un certo momento della sua
vita,Alfieri, ha una conversione letteraria, trova la sua dimensione nella letteratura, un valore in cui
credere. Nell’autobiografia Alfieri racconta la sua «spiemontizzazione» e «sfrancesizzazione», ossia
la conquista della lingua italiana e la maturazione della vocazione poetica. Va in Tosana dove cerca
di trovare una lingua capace di esprimere le sue idee, una lingua più agile, adatta ed adeguata ai suoi
testi.  Documentano il processo di apprendimento dell’italiano anche il diario e gli appunti di
lingua. Intorno agli anni 1778-80, per migliorare il proprio italiano e colmare lacune lessicali,
Alfieri raccolse più di seicento forme toscane, affiancate alle corrispondenti francesi o piemontesi.
Si tratta degli Appunti di lingua, il «primo vocabolarietto domestico dell’uso toscano»: una raccolta
di vocaboli ed espressioni utili soprattutto per la conversazione. L’ambito semantico dei termini è
infatti per lo più quello familiare-domestico: attività quotidiane, piante, animali, attrezzi, giochi e
modi di dire, frasi proverbiali. La natura del taccuino era dunque strumentale e privata. Esso
fungeva probabilmente da pronto soccorso linguistico sia per le esigenze pratiche sia per l’attività
letteraria.

AUTOBIOGRAFIA. Alfieri presenta se stesso nella Vita scritta da esso, autobiografia stesa, per la
maggior parte, intorno al 1790, ma completata solo nel 1803(anno della sua morte). Questo è un
testo che ci guida nel percorso esistenziale e letterario del poeta. In quest'opera analizza la sua vita
come per analizzare la vita dell'uomo in generale, si prende come esempio. A differenza di altre
autobiografie, nelle quali gli intellettuali o giuristi, che le scrivevano, presentavano la vita pubblica,
la carriera, il cursus onorum dei personaggi, perché erano ritenuti argomenti più interessanti rispetto
a quelli della vita privata,con Alfieri cominciano a nascere altre autobiografie dove l’attenzione è
concentrata soprattutto sulla sfera privata e personale dell’autore. Alfieri arriva a questa svolta in
seguito alla lettura di “Le confessioni di J.J. Roussou”,la quale tratta la storia di un’anima; in questo
testo si comincia a parlare della vita privata, del viaggio nell’interiorità dell’autore, della storia
dell’anima, della ricerca della propria identità. Nella sua opera Alfieri risulta molto autocritico. In
maniera cruda e razionale, egli non si risparmia neppure quando deve accusare il suo modo di fare,
il suo carattere eccentrico e soprattutto il suo passato; tuttavia, Alfieri non ha né rimorsi né
rimpianti per quest'ultimo.
LE RIME. Alfieri dedica alla stesura delle Rime molto tempo. Nel 1789 esce la prima raccolta a
cura dell’autore. La seconda raccolta non sarà data alla stampa. Nel 1804 esce postuma a Firenze la
raccolta generale. Le Rime di Vittorio Alfieri sono circa 400 e hanno un carattere fortemente
autobiografico: difatti costituiscono una sorta di diario in poesia e nascono da impressioni su luoghi
e vicende concrete o come sfogo legato a particolari occasioni amorose, e questa qualità si evince
anche dal fatto che ogni poesia di norma reca l'indicazione di una data o di un luogo. La forma che
predilige è il Sonetto:  forma poetica assai cara all'autore,per la brevitas, per l’incisività e poiché gli
permettevano di esprimere i suoi sentimenti e le sue idee con una grande concentrazione espressiva
e concettuale. Alfieri si ispira soprattutto al Canzoniere di Petrarca; si ispira al linguaggio musicale
e melodico dell'autore del Canzoniere (ricerca continua dell’armonia dei toni), ma solo
esteriormente: infatti il suo è un linguaggio aspro, antimusicale, caratterizzato da un ritmo spezzato
da pause, inversioni ardite, violente inarcature degli enjambements, scontri di consonanti e formule
concise e lapidarie, la poesia non deve placare il dolore, ma deve farlo sempre più vivo. Un
linguaggio che deve rendere lo stato d'animo inquieto e lacerato del poeta: infatti la poesia per
Alfieri deve puntare all'intensificazione espressiva delle proprie angosce e sofferenze. Grande
importanza ha in Alfieri il tema amoroso: si tratta di un amore lontano e irraggiungibile, causa di
sofferenza e infelicità. Ma il motivo amoroso assume un significato più vasto: costituisce infatti un
mezzo per esprimere il proprio animo tormentato, in eterno conflitto con la realtà esterna. Alla
tematica sentimentale si intreccia quindi il motivo politico, compare la critica contro un'epoca vile e
meschina, il disprezzo dell'uomo che si sente superiore, l'amore per la libertà, la nostalgia verso un
passato idealizzato, popolato da grandi eroi disposti a sfidare il proprio tempo pur di perseguire i
propri ideali. Altri temi sono il dissidio interiore, ossia un conflitto con se stesso e con la realtà
esterna, e i paesaggi. I paesaggi hanno un ruolo importante poiché egli proietta se stesso, la sua
intimità, ed presente un rapporto intenso tra l’io e la Natura; la natura è vista in maniera particolare,
diversa, i paesaggi sono esotici, estremi e a volte anche orridi, che generano malinconia e
inquietudine, per lui sono una vera e propria fonte di ispirazione; l'io del poeta vuole infatti intorno
una natura simile a sé, una proiezione del proprio animo e questo è un motivo già tipicamente
romantico Possiamo dire che Alfieri, nelle Rime, propone una rappresentazione pubblica di sé, del
suo carattere, della sua personalità. Si presenta come un poeta eroe, con atteggiamenti fieri e
titanici.