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René Descartes, noto in italiano come Cartesio, nacque nel 1596 a La Haye, nella regione francese della

Turenna. Proveniente da una famiglia borghese piuttosto ricca, dopo gli studi dai gesuiti si laureò in diritto
nel 1616. Cartesio viene comunemente ritenuto il fondatore del pensiero filosofico moderno, in quanto fu il
primo, tra i pensatori moderni, a costruire un vero e proprio sistema filosofico: la sua figura, anzi, racchiude
in filosofia il passaggio dal Rinascimento all’età moderna. Ma Cartesio fu anche un grandissimo scienziato
in campo matematico: a lui dobbiamo l’invenzione dei cosiddetti assi cartesiani, cioè il metodo delle
coordinate che permette di individuare un punto del piano per mezzo di una coppia di numeri (ascissa e
ordinata). Questo metodo consente di tradurre i problemi algebrici in problemi geometrici e viceversa: con
questa intuizione Cartesio ha fondando una nuova scienza, la geometria analitica. Cartesio partì dai suoi studi
su ottica, matematica e geometria per elaborare una scienza filosofica completamente nuova e diversa da ciò
che, fino ad allora, era insegnato nelle scuole. Questa nuova scienza filosofica doveva abbracciare tanto il
mondo fisico quanto la psiche umana. Secondo Cartesio, per elaborare questa nuova scienza filosofica era
però necessario un metodo, che si ispirasse a quello della matematica: le verità filosofiche, secondo lui, si
possono dimostrare seguendo gli stessi passaggi di un teorema matematico, perché entrambi ricorrono allo
stesso strumento, cioè alla ragione. Fondandosi sulla ragione, il pensiero cartesiano può essere considerato
come la base del razionalismo moderno. Il metodo proposto da Cartesio avrebbe consentito di giungere a una
conoscenza certa: il mondo, secondo il filosofo, è infatti conoscibile e bisogna solo capire quale metodo sia
efficace a questo scopo. I quattro fondamenti, o regole, del metodo furono illustrati nel Discorso sul metodo
(1637):

evidenza (non considerare vera una cosa a meno che non ti sembri tale con piena evidenza, cioè senza il
minimo dubbio),
analisi (dividi ogni problema complesso in parti più piccole e semplici),
sintesi (organizza i pensieri con ordine, procedendo dagli oggetti più semplici a quelli più complessi),
enumerazione (fai la rassegna dei passaggi dimostrativi per controllare di non aver dimenticato o sbagliato
nulla).
Il percorso che conduce alla conoscenza inizia col dubbio, cioè col rifiuto di tutte le conoscenze che sono
tramandate per abitudine e tradizione: è necessario, dunque, dubitare su tutto e considerare provvisoriamente
come falso tutto ciò su cui il dubbio è possibile. Solo se, proseguendo su questo atteggiamento di critica
radicale, si raggiunge un principio che resiste a ogni dubbio, esso potrà costituire la base per tutte le altre
conoscenze e, quindi, la giustificazione del metodo: per questo si parla di dubbio metodico. Tuttavia, tutte le
conoscenze devono essere sottoposte a dubbio: non solo le conoscenze sensibili (perché i sensi ci possono
ingannare e perché nel sonno si hanno impressioni simili a quelle della veglia), ma anche le conoscenze
matematiche, perché esse potrebbero essere state create da un genio maligno che si pone l’obiettivo di
ingannarci. Il dubbio così si estende ogni cosa e diventa universale, trasformandosi in un dubbio iperbolico.
Dal Cogito Cartesio fa emergere il suo primo – e fondamentale – criterio di verità: se io posso dire che
«penso dunque sono» in quanto vedo «con massima chiarezza» che per pensare bisogna essere, posso trarre
da questa riflessione una regola generale, secondo la quale «le cose che noi concepiamo molto chiaramente e
molto distintamente sono tutte vere».
Secondo Cartesio, dunque, le cose che percepiamo molto distintamente e molto chiaramente sono vere: oltra
al fatto di essere un io pensante, però, c’è un’altra idea che avvertiamo chiaramente, l’idea di Dio come
essere eterno, infinito, perfetto, onnipotente e creatore. Questa idea non può essere stata prodotta dall’essere
umano, che è limitato e imperfetto: per questo motivo, l’idea chiara e distinta di infinito è innata nell’uomo e
deve avere la sua origine in un essere infinito e perfetto (Dio appunto), che l’ha messa in noi. Cartesio è
dunque sicuro dell’esistenza di Dio, come è sicuro dell’esistenza di un io pensante: ma poiché Dio è perfetto,
è anche buono, e quindi non può ingannare l’uomo, né può esistere un genio maligno. Questa riflessione
porta il filosofo ad affermare che il criterio delle idee chiare e distinte e l’esistenza di un mondo esterno
conoscibile dall’uomo si sostengono su una garanzia offerta da Dio. La realtà esterna, però, è diversa dalla
realtà del pensiero. Secondo Cartesio, infatti, esistono due forme diverse di realtà, o due “sostanze”: la res
extensa, cioè la sostanza estesa nello spazio (la materia), e la res cogitans, cioè la sostanza che pensa (la
mente, l’anima). Mentre l’anima può solo pensare, e quindi non occupa alcuno spazio fisico ed è indivisibile,
la materia occupa spazio e può essere divisa in parti più piccole, ma non ha alcuna coscienza. Entrambe
queste sostanze derivano da Dio, ma sono indipendenti tra loro. Anche l’uomo può essere descritto come una
macchina: le funzioni vitali e il sistema nervoso, infatti, possono essere descritti in termini meccanicistici. In
questo senso, la morte non è altro che la dissoluzione della macchina umana. Nel Discorso sul metodo,
Cartesio espresse anche i principi di quella che definì un’«etica provvisoria», che avrebbe dovuto precedere
quella definitiva. Egli propose, quindi, tre massime, che si rifacevano ai principi dello stoicismo:

bisogna obbedire alle leggi e ai costumi (anche religiosi) del paese in cui ci si trova;
bisogna essere determinati nelle proprie azioni, una volta che si è scelta la risoluzione più probabile;
bisogna cercare di vincere sé stessi più che la fortuna o il mondo.

RIFLESSIONI TRATTE DAL DISCORSO SUL METODO

Prima parte
Il buon senso è tra tutte le cose quella meglio distribuita: ciascuno infatti ritiene di esserne così ben fornito,
che persino quelli che su di ogni altra cosa sono i più difficili a contentarsi, di solito non ne desiderano di più
di quanto non ne posseggono.
Non è sufficiente infatti essere dotati di un buon ingegno, ma l’importante è saperlo applicare bene. Le anime
più grandi sono capaci dei maggiori vizi come delle maggiori virtù, e coloro che procedono molto
lentamente, se seguono sempre il giusto cammino, possono percorrere un tragitto assai più lungo di quelli
che corrono, ma se ne allontanano.
[…]per quanto riguarda la ragione o il buon senso, essendo essa l’unica qualità che ci rende uomini e ci
distingue dalle bestie, voglio credere che essa sia tutta intera in ciascun uomo[…]

Seconda parte
Egualmente pensai che anche le scienze depositate nei libri, quelle almeno le cui ragioni sono soltanto
probabili e non si fondano su alcuna dimostrazione, essendosi formate e accresciute progressivamente per
l’apporto delle opinioni delle più diverse persone, non si avvicinano tanto alla verità quanto invece vi si
avvicinano i semplici ragionamenti che può fare naturalmente un uomo di buon senso intorno alle cose che
gli si presentano. E pensavo ancora che per il fatto stesso che noi tutti siamo stati fanciulli prima di essere
uomini, e che per lungo tempo abbiamo dovuto seguire le regole dei nostri appetiti e dei nostri precettori
spesso in contrasto tra di loro, e forse non sempre, tanto gli uni quanto gli altri, capaci di consigliarci per il
meglio, è quasi impossibile che i nostri giudizi siano così puri e così solidi quanto lo sarebbero stati se fin
dalla nascita avessimo avuto l’intero uso della nostra ragione, e fossimo stati sempre e soltanto diretti da essa
La prima era di non accogliere nulla come vero che non conoscessi con evidenza essere tale: di evitare cioè
accuratamente la precipitazione e la prevenzione, e di non comprendere nei miei giudizi nulla che non si
presentasse alla mia mente con tale chiarezza e distinzione da non aver alcun motivo per metterlo in dubbio.
La seconda prescriveva di suddividere ciascuna difficoltà da esaminare in tutte le parti in cui era possibile e
necessario dividerla per meglio risolverla.
La terza consisteva nel condurre con ordine i miei pensieri iniziando dagli oggetti più semplici e più facili a
conoscersi per salire progressivamente, come per gradi, fino alla conoscenza di quelli più complessi; e
supponendo un ordine anche tra quelli di cui gli uni non precedono naturalmente gli altri e viceversa.
E infine l’ultima era di fare ovunque enumerazioni così complete e rassegne così generali, da essere certo di
non aver tralasciato nulla.