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Klossowski: il delirio come esito del pensiero nietzscheano

di Antonio D'Alonzo

Pierre Klossowski – fratello maggiore del celebre pittore


Balthus – è da sempre una delle figure più sfuggenti e
suggestive della cultura francese degli anni „60 e „70. L'opera
di Klossowski si sottrae a qualsiasi inquadramento disciplinare
e – ancora di più che per quella di Foucault – si potrebbe usare,
per classificarla, la definizione jamensoniana di «teoria».
Klossowski si è occupato di letteratura, di filosofia, e di
pittura; la sua lettura nietzscheana risente delle pulsioni
ateologiche di Bataille, scevra però della tensione
esistenzialistica che permea il pensiero di quest'ultimo.

Le sue teorie influenzarono in particolar modo Deleuze e Foucault: si deve a


Klossowski, l'introduzione nella cultura francese della nozione, elaborata proprio da
Nietzsche, di «simulacro» come finzione. Nietzsche fin dai tempi di Umano, troppo
umano , asseriva che la conoscenza è priva di verità, in quanto ogni forma di
rappresentazione non è altro che una necessaria falsificazione del flusso di forze. Per
Nietzsche la rappresentazione è solo una simulazione della realtà e questa è l'unica
conoscenza concessaci. Per Klossowski nel simulacro viene a compimento la
sostituzione delle norme e dei parametri – tipici della modernità e della metafisica –
con la simulazione caratteristica dell'assenza di fondamento dell'era postmoderna. Per
Klossowski non esiste più l'esperienza reale, quest'ultima si dissolve in un mondo
virtuale di falsi, di simulacri, che cancellano l'istanza metafisica della presenza.

Klossowski si occupa del pensiero di Nietzsche principalmente nel suo Nietzsche e il


circolo vizioso [1]. Con il pathos tipico dei pensatori francesi, Klossowski si
preoccupa soprattutto di completare la denazificazione di Nietzsche e di rovesciare la
lettura fatta da Lukàcs, così, con un gesto grandioso, opera la subordinazione della
volontà di potenza e del superuomo, all'eterno ritorno. La vera idea cardine del
pensiero nietzscheano è – per Klossowski, come il poststrutturalismo – l'eterno
ritorno. La volontà di potenza e il superuomo devono essere letti all'interno della
tematica fondamentale dell'eterno ritorno e hanno comunque minore importanza che
per Heidegger. Per Klossowski, l'idea centrale di Nietzsche deve essere connessa con
la tematica fondamentale della malattia e della debilitazione mentale, che
raggiungono il culmine negli atti allucinati sulle piazze di Torino. I «biglietti della
pazzia» non sono il segno di una demenza ormai manifesta, ma il vero punto di
partenza del pensiero nietzscheano. L'euforia di Torino non sarebbe dunque la
dissoluzione del pensiero del filosofo tedesco, ma, viceversa, il suo inveramento che
getta una luce retrospettiva su tutto il corso della sua opera, e – soprattutto – sulla sua
vita. L'apoteosi dell'intelletto nietzscheano, è per Klossowski, raggiunto nelle
«sceneggiate» sulle piazze di Torino. Questo non nel senso che, secondo l'ipotesi di
Nordau, Nietzsche non sarebbe mai stato sano e quindi la sua opera è frutto, fin dalle
opere giovanili, della demenza latente che ne ha sconvolto la mente.

Per Klossowski la follia di Nietzsche è fondamentale nell'evoluzione storica del


pensiero europeo, perché porta a compimento il principio di realtà e il suo referente
esistenziale, il principio d'identità. Questa duplice dissoluzione operata da Nietzsche
rende possibile l'inizio della parodia, la fine della tragedia e l'inizio della vita come
gioco, dove la leggerezza ludica può completare l'oltrepassamento della metafisica.
Per questo Klossowski richiama l'attenzione sulla sostituzione nietzscheana della
dicotomia «vero-falso» con quella di «malato-sano». Klossowski rileva che per
Nietzsche la salute e la forza sono il risultato di stati patologici preliminari, in cui la
malattia può essere foriera dell'energia, dunque del wille zur macht («volontà di
potenza»), inteso come «volontà-di-fare». In effetti, tutta la storia della psichiatria
insegna che il confine che divide follia e genialità è molto sottile.

La follia come capacità di oltrepassare i margini del pensiero logico-deduttivo,


fondamento del nostro essere sociale, deve necessariamente essere creativa, a
condizione però che conservi dei barlumi di lucidità. Ma per Klossowski non si tratta
neanche di porre l'accento sulla creatività della pazzia lucida, quanto di mostrare
come nel delirio di Nietzsche venga a compimento la dissoluzione dell'identità e si
apra lo spazio al gioco del simulacro. Il pensiero di Nietzsche, insomma, sempre
secondo il pensatore francese, opera la sostituzione del reale con il surreale.

Operare in questo modo la dissoluzione del principio di realtà-identità, significa però


tramare contro l'esistenza, e, infatti, da subito il pensiero di Nietzsche prende la forma
del complotto. Non si tratta tanto di rovesciare il sociale seguendo istanze
rivoluzionarie, quanto di rendere palese che l'idea dell'eterno ritorno – il vero
caposaldo del pensiero di Nietzsche – dissolve la stessa identità di chi pensa, aprendo
così lo spazio all'autoaffermazione dello stato psicopatologico della «molteplicità»
come vero reale. Se l'identità è radicata nel vissuto ed è articolata sulla durata lineare
dell'esistenza, il ritorno del passato nel futuro, sradica dalla memoria, essendo questa
diventata eventualità avvenire e non più vissuto. Se il mio Io è tale proprio perché ho
vissuto il mio passato, il mio “viaggio” neoplatonico attraverso l'arco della vita, se
questo passato viene a mancare e si riproietta come futuro av-venire, allora la mia
identità ha perduto il suo supporto. Non vi è Io senza memoria. Ecco perché l'eterno
ritorno dissolve l'identità, e con essa anche il freudiano principio di realtà.

Il complotto di Nietzsche non è contro il «gregge», i filistei, o il cristianesimo, ma –


inconsciamente, senza che lui stesso lo sappia – contro il mondo quale noi stessi lo
viviamo, retto dal principio d'identità e di realtà. Anche la lotta che Nietzsche è
convinto di intraprendere contro la cultura, nasconde, sempre secondo Klossowski,
quella che è l'obiettivo inconscio del filosofo tedesco: l'analisi del dispiegamento
delle forze sublimali che attraversano il corpo. Il rapporto dialettico hegeliano
«servo/padrone» deve essere in Nietzsche riportato alla strutturazione di una cultura
degli affetti, ovvero delle forze. Non vi è alcuna proiezione sociale in Nietzsche,
neanche quando parla del wagnerismo o ironizza sui tedeschi. La sua kulturkritik è
solo sovrastrutturale e sublimatoria riguardo al vero interesse per il comportamento
delle forze che determinano l'individuo, che è servo o signore secondo la natura degli
affetti che lo «abitano».

Nel periodo di maggior sofferenza della vita di Nietzsche – quello che precede il
ritiro definitivo dall'attività didattica a Basilea – il pensatore tedesco, sempre secondo
Klossowski, assimila al dolore l'atto del pensare. Le sofferenze più atroci sono
l'espressione psicosomatica di un linguaggio subcosciente che emerge dal rimosso,
eludendo la sorveglianza del Super-Io. Nietzsche stesso è ben cosciente di questo,
sempre secondo Klossowski, ed è puntuale nell'effettuare un tentativo di trasformare
il dolore in energia, per effettuarne la decifrazione corrispondente. Il corpo, in fondo,
è solo un codice di segni che viene costantemente contraffatto dalla ragione. Il corpo
è un rapporto fortuito di forze, che si scontrano, s'incontrano, si eludono, fino a
costituire l'equilibrio precario della coscienza.

Klossowski ha ben assimilato la psicoanalisi, e ci ricorda che, secondo la ben nota


metafora freudiana, la vita cosciente è solo la punta dell'iceberg. Il pensatore francese
applica le sue conoscenze psicoanalitiche alla lettura del pensiero di Nietzsche e ci
rivela che le pratiche genealogiche del filosofo tedesco hanno la loro origine nel
corpo. Sono la trasposizione simbolica della ricerca dell'equilibrio precario delle
compulsioni del corpo, che Nietzsche disperatamente effettua per arrivare a svelare
l'enigma dell'origine del proprio essere lacerato. La convalescenza non è altro che il
preludio ad altre ricadute, che sono articolazioni del modo in cui l'inconscio – o
meglio, l'Altro – cerca di comunicare la sua essenza, il suo daimon hillmaniano. Il
pensiero cosciente, per Klossowski, si dissolve interamente nel caos:

«Gli altri, il prossimo, non sono che proiezioni del Sé attraverso le inversioni dello
spirito [...] Il Sé infine è nel corpo soltanto come un'estremità prolungata del
Caos» [2].

La dissoluzione della coscienza in favore del caos, è però, in Klossowski, volta alla
ricerca di un intelletto alternativo a quello cosciente, piuttosto che ad una totale
apertura al nulla. Apparentemente Klossowski sembra più influenzato dalle teorie
junghiane sul «principio d'individuazione» del Sé, come equilibrio-scontro tra io ed
inconscio, che a quelle lacaniane dell'ascolto dell'Es. Tuttavia per Klossowski non vi
è una reale dicotomia conscio-inconscio, ma soltanto dei flussi d'intensità che
provocano nel soggetto una periodica alternanza tra silenzio e loquacità.

La coscienza – che Klossowski chiama supporto – possiede l'atto del pensare solo in
virtù delle fluttuazioni di resistenza delle compulsioni che attraversano l'io, in
rapporto al codice dei segni. La stato di veglia della coscienza dipende dalle relazioni
di scambio tra compulsioni e segni del codice quotidiano. La pulsione agisce sui
segni del codice, che possiedono, a loro volta, una certa carica d'energia pulsionale.
Quest'ultima è soggetta a delle fluttuazioni quando i segni cercano di articolarsi nel
pensiero: se si esaurisce la pulsione primaria che costituisce lo stimolo iniziale, essa
si annulla totalmente nell'inerzia dei segni. Questo sarebbe, secondo Klossowski, la
coscienza.

Viceversa l'inconscio è prodotto dalle pulsioni che eccedono la fissità dei segni e si
proiettano oltre i loro momenti di stasi, quando questi non sono impegnati a
strutturare il pensiero. Si viene così a determinare, secondo Klossowski, uno stato
paradossale del soggetto che pensa, nel quale, non solo non vi è correlazione tra
pensato e formazione dell'atto del pensare, ma tale atto deve restare necessariamente
occultato a qualsiasi introspezione. Klossowski, quindi, annulla le distinzioni Io-Es,
dentro-fuori: il soggetto è solo il risultato di una progressione di stati discontinui in
relazione al codice dei segni istituzionale. Il linguaggio, ma anche il pensiero, è solo
un tentativo di ipostatizzare il flusso.

Nietzsche, secondo Klossowski, è colui che ha scoperto che il linguaggio è


essenzialmente finzione, un tentativo iniquo di immobilizzare il caos: per questo
quando si serve dei concetti della ragione dianoetica è ben conscio della loro
arbitrarietà e del loro carattere convenzionale. D'altronde per Nietzsche, sempre
secondo Klossowski, il codice semiotico è solo una riduzione dei movimenti
compulsivi del corpo. La stessa volontà di potenza nietzscheana, per Klossowski, non
è altro che un impulso dello stesso ordine del mondo inorganico, quindi impersonale
e puramente energetico. Il wille zur macht deve essere pensato come un'energia che
non-può-non-crescere, lo stesso Nietzsche ha rifiutato il linguaggio come impostura
ed ipostasi del flusso energetico ed irrazionale. Definire una direzione per l'energia –
ogni crescita è pur sempre un moto verso qualcosa – significa ricadere all'interno
dell'illusione discorsiva, cercare ancora una volta di catturare il flusso, restare
nell'abbaglio. Il volere qualcosa è conseguenza dell'irrompere di uno stato
d'eccitazione nel supporto: non è frutto di una scelta della coscienza umanistica, ma è
una reazione meccanica e passiva ad uno stimolo esterno. Cade quindi al di fuori del
soggetto morale. Nella chimica del corpo, secondo Klossowski, come risposta ad una
stimolazione, i segni operano sulle compulsioni sospendendole, ma solo
temporaneamente. Questo stato provvisorio è per Nietzsche, secondo Klossowski, il
volere:

«Ora per il supporto, ignorare la lotta da cui ha origine il suo pensiero è una
condizione di esistenza: il “soggetto” non è affatto un'unità vivente, ma “la lotta
impulsionale che vuole conservarsi”»[3].

Lo scopo di Nietzsche è di ricostruire genealogicamente l'evolversi delle forze


inconsce del corpo, anche se queste non possono essere orientate verso un fine, né
possono provenire da un'origine. Il suo obiettivo, per Klossowski, è di strutturare una
nuova semiotica delle compulsioni. La volontà di potenza non è quindi altro che un
tentativo, riuscito solo parzialmente, di definire, nominandola, l'essenza del cerchio
dell'eterno ritorno. Si tratta di una proiezione antropologica – e questo proprio perché
è ancora legata al vecchio umanesimo della volontà – di qualcosa che non è ancora
del tutto definito nel pensiero di Nietzsche.

La nozione di volontà di potenza, che anticipa la scoperta nell'estate del 1881 a Sils-
Maria dell'eterno ritorno, è solo una prima imperfetta “messa a fuoco” dell'idea
capitale di Nietzsche. La sua proiezione energetistica connessa con l'anima del
circolo deve solo assicurare il dispiegamento delle molteplici identità possibili, che
come vedremo, è il risultato dell'inabissamento dell'io all'interno del cerchio eterno.
La volontà di potenza non è quindi un'affermazione solipsistica, ma una dissoluzione
verso la pluralità, verso l'altro, la differenza. La potenza non è potere, ma energia che
conduce, inesorabilmente, all'autodisintegrazione dell'io, all'interno del circolo.
L'esercizio della volontà di potenza, nella versione klossowskiana, è un dissiparsi,
non un concentrarsi. Un decostruire l'io, non un rafforzarlo: è un moto centrifugo ed
eccentrico verso i molteplici doppi che abitano in noi. La volontà di potenza deve
essere connessa con l'eterno ritorno, perché questo è un vortice che – sradicando l'Io
dai suoi vissuti – ne dissolve la memoria nell'oblio dell'identità personale, che appare
ora senza storia.

L'eterno ritorno deve, per Klossowski, rendere possibile tutte le altre identità
possibili, perché il ritorno del vissuto può innestare l'attuarsi delle possibilità che il
soggetto non ha ancora scelto, e quindi condurre ad esiti diversi. Ma nel circolo la
perdita dell'identità personale non è permanente, anzi: il soggetto può riavere il suo io
attuale, solo percorrendo tutta la serie degli altri io possibili. La consapevolezza
dell'eterno ritorno porta alla necessità di ripercorrere tutto il vissuto, e quindi a vivere
altre identità ed altre vite, proprio come condizione necessaria alla restaurazione
dell'io attuale. Secondo Klossowski, il soggetto una volta resosi conto
dell'ineluttabilità del circolo, sa che la sua identità sarà presto sottratta dal vortice del
tempo; ma sa anche che se accetta di liberarsi di essa, dopo che il cerchio sarà chiuso,
la riavrà indietro. Ma secondo Klossowski, vi è una condizione a questo ritorno a sé,
ed è quella dell'oblio. Solo dimenticando l'attimo in cui ha scoperto la legge
dell'eterno ritorno, il soggetto fuoriesce dal suo io e si avvia, nel circolo, all'incontro
con i suoi doppi. Se non dimentico l'eterno ritorno, m'incammino nel viaggio verso
gli altri me stesso ricordandomi sempre che, comunque, a percorso esaurito, riavrò
indietro il mio io, e questo ricordo di com'ero prima d'essere altro, costituisce un
residuo, quasi un prolungamento al di fuori di me, della mia identità.

Si riaffermerebbe così un io – quello che ha scoperto l'eterno ritorno – che sarebbe


più autentico degli altri. Ma l'oblio livella tutti gli io possibili e rende possibile il
circolo. Per riavere al più presto indietro il mio io, mi devo abbandonare all'oblio: è
forse questa, per Klossowski, la decisione che Nietzsche vedeva connessa all'eterno
ritorno. Il significato del circolo è nella sua intensità, nella sua stessa esistenza. Il
significato è che non vi è nessun significato, il senso è nel non-senso.

«Il Circulus vitiosus deus [...] non asserisce [...] che l'essenza vera delle cose è
un'affabulazione dell'essere che si rappresenta le cose, e che senza di essa non
potrebbe rappresentarsi nulla?» [4].

Nietzsche, secondo Klossowski, è colui che rovescia la sentenza parmenidea ed


infrangendo il principio di realtà, fa apparire irreale tutto ciò che può essere pensato.
Niente non avviene per caso: anche la scoperta dell'eterno ritorno avviene
fortuitamente, o meglio nell'istante incantato in cui il caso e la necessità s'incrociano
sotto lo scudo del fatum. Per Klossowski, ogni punto del circolo racchiude in sé il suo
principio e la sua fine: è bandita dal giro eterno qualsiasi tensione escatologica. Si
capisce come la Volontas del wille zur macht si annulli nell'eterno ritorno, perché se
l'identità scompare nel circolo, anche la volontà non ha più il suo io anelante. La
volontà di potenza, privata del suo supporto antropocentrico, diventa soltanto un
mero impulso primordiale, puramente fisiologico.

Secondo Klossowski, con la scoperta da parte di Nietzsche dell'eterno ritorno è


venuto meno anche il concetto di volontà: forse essa può sussistere solo come mero
anelito all'auto-disintegrazione dell'io nel circolo. In un secondo tempo Klossowski
afferma che se la potenza, non più prometeica, può essere pensata solo come un
impulso che provoca una serie di rotture nell'equilibrio dell'identità, allora l'eterno
ritorno può essere interpretato come una metafora delwille zur macht. Quello che
importa veramente al pensatore francese, non è tanto annullare la volontà di potenza,
quanto piuttosto privarla del suo substrato umanistico, «germanico»: ridurre ilwille
zur macht, all'energia.

«Questa volontà doveva avere come unico oggetto la potenza, energia priva di
qualsiasi senso e scopo. L'energia non sopporta nessun equilibrio perché il
movimento del Circolo che la designa glielo impedisce» [5].

La mancanza di senso del circolo vizioso, riduce la stessa potenza all'insignificanza.


In questa prospettiva, l'annuncio nietzscheano della morte di Dio, non è l'annuncio
della crescita delle sabbie del nichilismo, ma un'allegoria dal duplice significato
correlato. Da una parte simboleggia la morte del principio d'identità, dell'io, essendo
Dio soltanto una feuerbachiana proiezione antropocentrica. Ma, sempre per
Klossowski, l'annuncio della morte di Dio. indica anche la rottura del punto massimo
di equilibrio che il nome «Dio», sembra racchiudere. Sotto il nome di «Dio» si
nasconde un momento d'inerzia nell'equilibrio ipostatico delle forze, che la potenza
dell'energia può ribaltare rapidamente. Infatti, nessun equilibrio nell'economia delle
forze, può essere mantenuto in modo stabile all'interno del flusso del caos. L'energia
oltrepassa sempre lo scopo, perché il solo scopo e il solo fine è il girare tautologico
del circolo dell'eterno ritorno. Ecco perché l'identità personale non può non essere
concatenata da un numero finito di doppi all'interno del circolo. Se le individualità
possibili all'interno dell'eterno ritorno fossero infinite, il movimento energetico
sarebbe illimitato, ma il movimento circolare del ritorno implica che esse siano finite,
pena l'impossibilità di conchiudere il cerchio.

Klossowski riesce anche a decifrare perfettamente la tensione dell'ultimo Nietzsche


di Ecce homo, che si esprime nell'ormai celebre ed enigmatica ingiunzione del
«diventare ciò che si è». All'interno dell'eterno ritorno nietzscheano, si può voler
«diventare ciò che si è», solo attraverso la consapevolezza – subito obliata secondo il
meccanismo che abbiamo esaminato sopra – della necessità di dover percorrere una
serie di individualità differenti, per ritornare infine all'io attuale, che ha scoperto il
circolo e l'ha subito dimenticato, insieme a se stesso.

Sotto questo profilo per Klossowski, l'idea nietzscheana del superuomo è irrilevante,
non è nient'altro che un simulacro di dottrina. Il problema è che per Klossowski,
Nietzsche non sempre è lucido nel mettere a fuoco il pensiero, anzi non lo è quasi
mai. Il filosofo tedesco si muove sotto l'effetto di compulsioni inconsce che gli fanno
elaborare teorie, che rappresentano altrettanti spostamenti, sublimazioni, proiezioni,
delle tensioni originarie. Nietzsche è convinto sul piano conscio di stare attuando la
progettazione di un complotto contro la cultura del tempo, i filistei, il gregge. Ma in
realtà le sue pulsioni lo stanno conducendo non verso il superamento del nichilismo
passivo, ma verso la disintegrazione del suo io, nel delirio del circolo eterno. Ecco
che il superuomo, viene elaborato da Nietzsche solo nel momento della rimozione,
quando è convinto della necessità di uno scopo, di un oltrepassamento della morale
platonico-cristiana, e non si rende conto che se l' übermensch («oltreuomo») è colui
che deve vivere l'eterno ritorno – che è completamente privo di senso, nel girare
perenne del cerchio – diventa egli stesso un fantasma. Il superuomo è quindi per
Klossowski una temporanea digressione nel pensiero di Nietzsche, un camuffamento
artificioso, un simulacro. Se il circolo vizioso del ritorno, annulla completamente il
principio di realtà e quello di identità, figuriamoci se nel pensiero di Nietzsche può
esserci posto per un superuomo, ovvero per uno scopo supremo ed una super-identità
antropocentrica.

Nietzsche raggiunge il culmine del suo pensiero, sempre per Klossowski, nei
«biglietti della pazzia» e nelle sceneggiate fatte nelle piazze di Torino: si può
benissimo dire che questo è il momento di inveramento di tutta la sua esistenza. È
come se qui Nietzsche si liberasse da tutte le sovrastrutture del suo pensiero e
approdasse a quello che ne è l'essenza: il delirio, l'autodisintegrazione del sé nel
circolo. L'apice di Nietzsche, una volta sprofondato nell'abisso luminoso del circolo –
ed avendo dissolto il principio d'identità dell'io ed il suo correlato ontologico, il
principio di realtà – non può non essere la follia, dove la conoscenza è soltanto, per
Klossowski, una potenza non confessata di mostruosità. Nietzsche, nelle strade di
Torino, rinuncia alla ragione per diventare pura emotività, dissolve il suo intelletto
per far posto al ritorno del rimosso, al caos. Forse l'apertura dell'io all'eterno ritorno,
la sua decisione, il suo oblio, non conducono nemmeno al ritorno dell'identità
personale dopo aver percorso tutti i doppi possibili, dove il doppio è in realtà l'altro,
la differenza. Forse la legge del ritorno per essersi impressa profondamente
nell'organismo di Nietzsche, per una misteriosa forma d'espiazione di fronte al
cosmo, richiede, per Klossowski, la disintegrazione dello stesso “veicolo” che per
primo l'ha concepito: la mente di Nietzsche. Forse la legge del circolo per essere
annunciata agli uomini, aveva bisogno del linguaggio insano del folle, del dissennato:
la ragione non è adatta per esprimere la sua ombra, il non-senso, l'assenza.

Nelle ultime lettere di Nietzsche, nei «biglietti della pazzia», il filosofo tedesco si
appropria di altre identità, identificandosi con esse. È l'apice dell'eterno ritorno,
l'inizio del viaggio nel circolo: Nietzsche incomincia ad identificarsi con Cesare, il
crocefisso, Dioniso. Secondo Klossowski è il crocefisso che diventa, per Nietzsche,
l'emblema del complotto: la logica paranoica rovescia sempre la prospettiva della
vittima nel carnefice. Per Klossowski, il crocifisso simboleggia nella fase paranoide
della mente di Nietzsche, il simbolo della persecuzione, di cui egli stesso si è sentito
oggetto quando in Germania i wagneriani, gli antisemiti, i signori dello stato
imperiale, hanno incominciato ad emarginarlo sempre di più. Ecco perché ora
Nietzsche s'identifica con il crocefisso: il perseguitato che complotta per abbattere i
suoi persecutori, anche se con il messaggio dell'amore e non con le armi. Dioniso
rappresenta per Nietzsche, sempre secondo Klossowski, una proiezione difensiva
contro la rappresentazione paranoide, una compensazione inconscia alla prospettiva
del complotto simboleggiata dal crocefisso: Dioniso ne è da sempre il grande
avversario, nelle varie maschere che assume nella storia, ora Satana, ora Lucifero o
Urizen. Quindi per Klossowski, Dioniso rappresenta qui lo sbarramento difensivo
dell'io di Nietzsche, nell'ultimo disperato tentativo di resistere alla sua
disintegrazione. Nell'ultimo Nietzsche è presente anche una fase libidinale molto
accentuata che si esprime nell'ultimo biglietto a Cosima Wagner: «Arianna ti amo.
Dioniso». Cosima rappresenta, nella mente di Nietzsche, l'immagine del prestigio: era
una donna molto colta ed intellettualmente dotata, oltretutto vedova del suo grande
rivale Wagner. Forse, sempre per Klossowski, è un richiamo al passato, al periodo in
cui era docente di filologia a Basilea e frequentava il milieu dei coniugi Wagner.

Il viaggio di Nietzsche verso l'alterità si conclude quando incomincia a fermare i


passanti per le strade di Torino, annunciando di essere Dio. Eternando con il nome di
«Dio», il movimento del circolo, Nietzsche si dissolve completamente all'interno di
questo: ora egli è tutte le identità possibili in uno scambio infinito. Secondo la
magistrale lettura che Klossowski ci regala dell'ultimo Nietzsche, questo è il
momento in cui, forse per la prima volta, il filosofo tedesco, getta veramente lo
sguardo dentro l'abisso – come non gli era riuscito nel periodo iniziale della
metafisica d'artista – e scorge finalmente il fondo primordiale, che è poi un'assenza di
fondamento. O, ancor più esattamente, una discontinuità d'intensità che s'intrecciano
in fluttuazioni senza fine.
__________

Note

1. P. Klossowski, Nietzsche e il circolo vizioso , Adelphi, Milano 1981

2. Id. p. 63.

3. Id. pp. 83-84.

4. Id. p. 105.

5. Id. p.171.