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LUCIANO WERNICKE

CHI SEGNA
VINCE
SEGRETI E MISTERI DELLO SPORT
PIù POPOLARE AL MONDO
Chi segue il calcio, come tifoso o come
semplice curioso, dà per scontati molti
aspetti del gioco. La verità è che an-
che sullo sport più popolare al mondo
esistono aneddoti, retroscena e curio-
sità tuttora ignoti ai più, appassionati
compresi. Chi sa rispondere a doman-
de come: perché si gioca in undici con-
tro undici, e non in dieci o in quindici?
Perché le partite durano novanta mi-
nuti? Chi ha inventato i calci di rigore?
Luciano Wernicke ha scritto un libro in
grado di mettere alla prova anche i let-
tori più esperti: cento risposte a cento
quesiti che attraversano la storia del
calcio, dagli epici albori ai giorni nostri.
Squadre che vincono tornei senza aver
mai giocato o senza essersi qualificate
alla manifestazione, padri e figli schie-
rati nella stessa formazione, arbitri che
si autoespellono e spettatori chiamati
in campo a rappresentare la loro Na-
zionale: per gli appassionati e per i
profani, per i tifosi e per i semplici cu-
riosi, uno splendido omaggio al calcio
e alla sua più autentica filosofia.
LUCIANO WERNICKE

CHI SEGNA
VINCE
SEGRETI E MISTERI DELLO SPORT
PIù POPoLARE AL MONDO
Sommario

Introduzione 11

1. Dov’è nato il calcio? 13


2. Chi ha redatto le prime regole del calcio? 21
3. Il goal ha mai avuto un valore diverso per il punteggio? 25
4. Qual è stato il primo regolamento ufficiale del calcio? 27
5. Qual è stata la prima partita ufficiale? 33
6. Perché il calcio si gioca undici contro undici? 37
7. Perché le partite di calcio durano un’ora e mezza? 43
8. Quando è stato permesso ai portieri di utilizzare le mani? 45
9. Chi è stato il primo arbitro? 51
10. Qual è il più antico club di calcio? 57
11. Perché diciamo “goal”, “partita” o “hooligan”? 61
12. Qual è stata la prima partita fuori dalla Gran Bretagna? 69
13. Qual è stata la prima partita tra Nazionali? 71
14. Qual è stato il primo torneo ufficiale di calcio? 75
15. Qual è stata la partita più strana della storia? 79
16. Chi decise i disegni e i colori delle prime magliette? 81
17. Una squadra ha mai vinto un torneo senza aver giocato? 85
18. Padre e figlio assieme in campo: quando è successo? 89
19. Qual è stato il primo torneo ufficiale per le Nazionali? 91
20. Qual è stata la più grande goleada ufficiale? 93
21. Chi ha inventato la “lotteria” dei calci di rigore? 99
22. Chi è stato il calciatore più anziano
in una partita ufficiale? 101
23. Quale squadra vinse il primo titolo “mondiale”? 103
24. Com’è nato il sistema “tutte contro tutte”? 105
25. Chi è stato il primo calciatore professionista? 109
26. Qual è stato l’ingaggio più insolito della storia? 113
27. Chi ha segnato il primo autogoal in una partita ufficiale? 119
28. Chi è stato il primo portiere a segnare
in una partita ufficiale? 123
29. Chi è stato il primo allenatore? 127
30. Chi è stato il primo calciatore di colore? 129
31. Qual è stata la prima partita giocata con luce artificiale? 131
32. Quando è avvenuta la prima sostituzione
in un torneo ufficiale? 135
33. Chi ha inventato le reti delle porte? 139
34. Chi è retrocesso e chi è stato promosso per primo? 143
35. Perché è stato inventato il calcio di rigore? 145
36. Qual è stata la partita con il minor numero di giocatori? 149
37. C’è mai stato un portiere con gli occhiali? 151
38. Qual è stata la partita più lunga? 155
39. Chi è stato il primo calciatore superstizioso? 157
40. Qual è stata la prima “potenza mondiale” nel calcio? 159
41. Quali furono i calciatori più temerari? 163
42. Chi è stato il calciatore più grasso della storia? 169
43. Qual è stato il torneo ufficiale più breve della storia? 173
44. Si può seguire la propria squadra dopo la morte? 175
45. Come è nata la Coppa America? 179
46. Quando si è giocato il primo torneo olimpico di calcio? 181
47. Chi è stato il primo portiere a utilizzare i guanti? 183
48. Quale squadra ha schierato il maggior
numero di fratelli? 187
49. Chi ha inventato i cartellini rosso e giallo? 189
50. Quale sudamericano segnò per primo
a una squadra europea? 191
51. Quale competizione ha ammesso partite lunghe
solo un’ora? 193
52. Perché i Mondiali iniziarono nel 1930 e non prima? 195
53. Perché l’Uruguay ha organizzato il primo Mondiale? 197
54. Chi è stato il portiere più eccentrico? 201
55. Chi ha vinto per primo due Divisioni di fila? 203
56. Un arbitro può segnare un goal? 205
57. Chi è stato il primo calciatore vittima di razzismo? 209
58. Quale è stata la prima partita sospesa per petardi? 213
59. Una squadra ha mai vinto il campionato di un altro Paese? 215
60. Una squadra può vincere un torneo al quale
non si è qualificata? 217
61. Qual è stata la prima partita truccata della storia? 219
62. Quale squadra ha atteso più tempo per ricevere un trofeo? 223
63. Che cos’è la “tregua di Natale”? 225
64. Un arbitro può autoespellersi? 229
65. È vero che uno spettatore ha giocato in una gara
tra Nazionali? 231
66. Un giocatore ha mai “espulso” un arbitro? 233
67. Quando sono comparsi i numeri sulle maglie? 235
68. Che cos’è la “finale del cavallo bianco”? 237
69. Qual è la partita più infuocata del mondo? 239
70. È possibile rientrare in campo dopo essere
ufficialmente usciti? 241
71. Qual è stato il trasferimento più straordinario? 245
72. È possibile segnare un goal senza entrare in campo? 249
73. Chi ha inventato gli scarpini da calcio? 251
74. Chi ha sviluppato le prime tattiche di gioco? 253
75. Qual è stata la partita con il maggior numero di espulsi? 255
76. Quale è il più alto numero di goal segnato da una squadra
sconfitta? 257
77. Chi ha segnato il maggior numero di goal in una partita? 259
78. Chi è ha segnato il maggior numero di goal
in tutta la carriera? 261
79. Chi ha subìto più retrocessioni dalla Prima Divisione? 263
80. Chi è stato il goleador più inutile in un torneo? 265
81. Un arbitro ha mai espulso un guardalinee? 267
82. Qual è la peggiore Nazionale della storia? 269
83. Una squadra può perdere pur segnando
più goal dell’avversaria? 271
84. Si può perdere ai calci di rigore senza sbagliare un tiro? 275
85. Chi ha inventato il “rigore con passaggio”? 277
86. Chi ha creato la panchina delle riserve? 281
87. Qualcuno ha giocato più partite ufficiali
nello stesso giorno? 283
88. Quando, in una porta di calcio, è stata aggiunta
la traversa? 287
89. Qual è stata la partita più ostacolata dal maltempo? 289
90. Com’è nata la Champions League? 291
91. Quando si è utilizzato per la prima volta il fischietto? 295
92. Quando nacquero le figurine dei calciatori? 297
93. Chi ha parato più rigori in una sola partita? 299
94. C’è stato qualche giocatore infallibile nei calci di rigore? 301
95. Qual è stata la più grande rimonta? 303
96. Qual è stato il torneo ufficiale più equilibrato? 309
97. Quali sono state le retrocessioni e le salvezze
più rocambolesche? 311
98. Qualcuno ha giocato in tutti i ruoli? 315
99. Un torneo ha mai avuto più di un vincitore? 319
100. Che cos’è il Var? 323

Bibliografia 325
Introduzione

V
i siete mai chiesti dove è nato il calcio? O perché le squa-
dre di calcio siano composte da undici giocatori anziché
da nove, da dodici o da quindici? Come si sono stabiliti
i novanta minuti di durata per le partite? Qual è stata la prima
sfida diretta da un arbitro? In che modo sono stati inventati il
calcio di rigore o le reti delle porte? Perché utilizziamo i termi-
ni “hooligan”, “goal” o “derby”? Come sono nate la Champions
League, la Coppa America o i Mondiali? Chi segna vince inten-
de spiegare i cento misteri collegati all’origine e all’evoluzione
del più popolare degli sport. Cento enigmi che il lettore non
potrà risolvere con facilità ricorrendo a fonti come Google o
Wikipedia, poiché sono il risultato di un’approfondita ricerca
basata su diari, libri e documenti provenienti da biblioteche ed
emeroteche di tutto il mondo.
Nel corso di un secolo e mezzo di competizioni ufficiali, il
calcio, uno sport in costante evoluzione, è stato interessato
da centinaia di situazioni non previste nel momento in cui fu
redatto il primo regolamento universale, nel 1863. L’insolito
rimbalzare del pallone ha dato origine a circostanze inaspettate
e strane che hanno costretto a modificare le norme per miglio-
rare la qualità delle competizioni e, soprattutto, trasformare
questo gioco nello spettacolo sportivo numero uno al mondo.
Nello statuto originale, per esempio, non era specificata la du-
rata delle partite, né il numero dei giocatori per squadra, né
veniva citata la figura dell’arbitro. Non erano menzionati né la
rete delle porte, né il calcio di rigore, né tantomeno il cartellino
giallo e quello rosso, che apparvero molto tempo dopo. L’ag-
giunta di questi elementi, oggi così comuni, e che da sempre
sembrano essere legati al gioco del calcio, è dovuta a situazioni
curiose che saranno esposte nelle prossime pagine.
Quest’opera getterà uno sguardo anche su record bizzarri e
farà luce su alcuni miti, come i 1279 goal che furono attribuiti
al brasiliano Pelé, o la partita con il maggior numero di reti.
Ci saranno, inoltre, varie notizie molto divertenti (il calciatore
più grasso, l’arbitro entrato nel tabellino dei marcatori) e spie-
gazioni di casi incredibili, come quello di uno spettatore che
fu invitato a entrare in campo indossando la maglia della sua
Nazionale e segnò pure un goal!
Questi sono solo una piccola parte del centinaio di enigmi che
saranno risolti nel volume Chi segna vince, un’opera dalla lettura
agile e amena, che si presenta in campo con nobili ideali: sor-
prendere e dilettare i curiosi del pallone di tutto il pianeta.

Luciano Wernicke
Buenos Aires, maggio 2017
1
Dov’è nato il calcio?

S
econdo la Federazione Internazionale del Calcio (Fifa),
lo sport più popolare del mondo è nato nell’antica Cina.
Durante il periodo della cosiddetta Dinastia Han (iii-ii
secolo a.C.), nell’antica città di Zibo si praticava un’attività co-
nosciuta come Ts’uh Kúh o Cuju, che consisteva nell’infilare
un pallone di cuoio ripieno di piume e peli all’interno di una
piccola rete del diametro di quaranta centimetri, posizionata
sulla punta di una bacchetta di bambù a dieci metri di altezza
dal suolo. Questo fu il primo gioco di palla con i piedi di cui si
abbiano notizie. Sembra che i partecipanti potessero muovere
la palla solamente con le estremità inferiori, il petto, la schiena
e le spalle, senza utilizzare le braccia e le mani.
In accordo con uno studio realizzato da un antropologo
britannico, il Cuju potrebbe essere stato inventato molti seco-
li prima, intorno al 2000 o al 2500 a.C., e circa due millenni
dopo, verso l’anno 500 a.C., il popolare intrattenimento sareb-
be stato incorporato come parte integrante dell’addestramen-
to militare negli eserciti dell’epoca. Lo Ts’uh Kúh non è la sola
espressione calcistica, o di gioco con i piedi, dell’antichità: i
Giapponesi praticavano il Kemari, i Greci l’Episkyros, i Roma-
ni l’Harpastum, gli Aztechi il Tlachtli. Tutti questi passatempi,
che consentivano anche l’uso delle mani per tirare il pallone,
sono considerati i “nonni” del calcio moderno. A proposito
dell’Harpastum, il politico e scrittore romano Marco Tullio
Cicerone annotò in una delle sue opere la tragica morte di un
uomo che finì sgozzato perché il rasoio che il barbiere gli stava
passando sul collo venne colpito da una pallonata.
I giochi con la palla si sono evoluti in Inghilterra, fino al calcio
che conosciamo oggi. Alcuni affermano che il primo oggetto
sferico ad aver rimbalzato sul suolo della Gran Bretagna sia sta-
to importato da un legionario, giunto fino a lì insieme al grande
condottiero Giulio Cesare. Altri, invece, più “romantici”, so-
stengono che la palla inaugurale sia stata la testa di un soldato
romano morto durante un combattimento. I valorosi Britan-
ni ottennero ciò che pochi popoli erano riusciti a conseguire
in Europa: respingere i potenti eserciti imperiali della “Città
Eterna”. Il calcio si stabilì in Inghilterra, dunque, e solamente in
questo Paese si è potuto sviluppare sino a raggiungere un livel-
lo ludico-sportivo, a cominciare dal perfezionamento delle sue
norme e dalla nascita di competizioni regolamentate. Di tutti
gli altri giochi con la palla sono rimaste solo ceneri, fatta ecce-
zione per espressioni come il Calcio Fiorentino, più simile a un
bizzarro spettacolo circense che a una competizione atletica.
Nel corso dei secoli, durante il Medio Evo e l’Età Moderna,
in Gran Bretagna si sono praticati diversi giochi con il pallo-
ne, conosciuti con i nomi di mob football, “calcio di massa” o
“calcio delle moltitudini”. Quasi tutti questi giochi combina-
vano l’uso di mani e piedi, e gareggiavano squadre composte
da venti, cinquanta, o addirittura cento partecipanti, in genere
abitanti di due villaggi vicini – erano comuni anche le sfide tra
scapoli e ammogliati – su campi improvvisati per la strada, nei
parchi e persino nei terreni che separavano i due villaggi. In
linea di massima non si utilizzavano le porte e l’obiettivo era
portare il pallone con le mani o con i piedi fino a un punto ben
preciso – un albero, la riva di un ruscello o la piazza centrale di
un paese. Questo tipo di intrattenimento aveva molto in co-
mune con il “football-rugby”.
Uno dei giochi “di massa” era il royal shrovetide football, uno
sport brutale le cui regole consentivano qualsiasi tipo di azione
(eccetto l’omicidio) pur di togliere il pallone al rivale. La com-
petizione a pugni e calci portò a numerose morti, per lo più
accidentali. Nella biblioteca di un’antica chiesa della Contea di
Northumberland è stata ritrovata la documentazione di un in-
solito fatto accaduto nel villaggio di Ulgham nell’anno 1280:
un giocatore fu colpito a morte dalla pugnalata di un rivale nel
bel mezzo di un incontro. Si tratta del primo crimine calcistico
della storia.
Il calcio ha conquistato una rapida notorietà tra la gente
comune, pur non avendo ricevuto alcun riconoscimento da
parte delle autorità sino alla metà del xix secolo. Nel 1314, il
sindaco di Londra vietò le partite all’interno delle mura della
città perché producevano confusione nelle strade e nei parchi.
Giocare era punibile con un periodo di carcere. Secondo l’o-
pinione di un vescovo inglese del xiv secolo, la pratica di que-
sto intrattenimento poteva «risvegliare molti mali, e questo
è proibito da Dio». Pochi anni più tardi, il re Edoardo iii lo
vietò, «pena la prigione», poiché lo considerava «un gioco
sciocco che non serve a nulla». In tutto il Paese furono redatte
più di trenta leggi reali e locali contro questo diffuso passatem-
po, che attirava ogni giorno sempre più persone. Nel 1410, re
Enrico iv impose multe per tutti coloro che fossero incorsi in
«delitti minori come giocare a calcio». Alcuni sovrani preferi-
rono promuovere altri tipi di sfide, come il tiro con l’arco, “più
utili per la guerra”. Il senso spregiativo che la nobiltà assegnava
ai partecipanti di questa attività raggiunse persino l’opera del
Re Lear, presentata da William Shakespeare nel 1608: infatti
nel primo atto, scena quarta, uno dei personaggi, il Conte di
Kent mira a denigrare un servo di nome Oswald definendolo
«volgare giocatore di calcio». Stranamente, la prima annota-
zione di un paio di scarpini risale al 1526, anno in cui re Enrico
viii d’Inghilterra – noto per i suoi numerosi matrimoni e per
aver provocato la rottura tra la Gran Bretagna e il Vaticano per
dare vita alla Chiesa anglicana – ordinò ai suoi sarti il confezio-
namento di «45 paia di scarpe di velluto e un paio di cuoio per
il gioco del calcio». Si ignora se Enrico viii abbia mai preso
parte a una partita, però si sa che suo figlio Edoardo vi proibì
nuovamente il gioco del calcio nel 1548, dopo che un match
aveva scatenato una battaglia campale tra due paesi. Alcuni se-
coli dopo, revocato il divieto, il comune di Manchester respin-
se la pratica del gioco del calcio all’interno della città perché
causava la rottura di “molte finestre”. In Scozia, il divieto fu le-
galmente prolungato fino al 1906, circostanza che non impedì
che il primo torneo ufficiale avesse luogo nel 1873.
Mentre riscuoteva il biasimo della nobiltà reggente, il calcio
si continuò a praticare, però, in ambienti accademici. Nel xvi
secolo, il collegio londinese Saint Paul’s ne mise in risalto “il
valore educativo” e il suo ruolo promotore della “salute e della
forza”.
Questo fu un passo non da poco nella storia del calcio e dello
sport in generale. Fino a quel momento, il concetto di “sport”
era associato all’esercitazione in vista della guerra. Per esempio,
tutte le discipline che si svolgevano durante i Giochi olimpici
dell’antichità erano legate a eventi bellici: il pugilato, la lotta,
il lancio del giavellotto, le corse dei carri e le gare podistiche,
alcune con armature, scudo e lance. I collegi e le università,
specialmente negli Stati Uniti, in Inghilterra e in Francia, ser-
virono da piattaforma per il consolidamento delle discipline
più corrette, in cui l’obiettivo non consisteva nell’annientare
un rivale. Calcio, rugby, tennis e cricket, tanto per citare degli
sport con un denominatore comune: in tutti questi giochi, l’u-
nico a dover ricevere dei colpi era una palla.
Con il passare del tempo, le scuole e le università divennero
ambienti di discussione ideali per lo sviluppo normativo del
gioco, però ogni singolo luogo accademico fece riferimento a
una regolamentazione propria che differiva, per molti aspetti,
dalle altre. Così il calcio rimase nascosto per un lungo lasso di
tempo all’ombra di aule e chiostri, per riemergere poi fortifica-
to nel corpo e nell’anima, pronto a conquistare il mondo attra-
verso il suo fascino.
Quand’è che il calcio comincia a essere il calcio? Ci sono due
elementi che, in questo lungo percorso, sono divenuti fonda-
mentali. Uno è il pallone. Le palle utilizzate tra il Medio Evo e
la prima metà del xix secolo erano confezionate dai macellai.
Questi usavano vesciche di bue o di suino, che gonfiavano e ri-
coprivano di cuoio. Nel museo scozzese Stirling Smith è espo-
sta una palla di 450 anni d’età, fabbricata con vescica di maiale
e coperta con pelle di cervo. Un racconto irlandese, dall’aria
più mitologica che reale, afferma che, intorno all’anno 1800,
nell’isola verde si producevano palle con stomaci di… delin-
quenti che erano stati giustiziati. Al di là dei materiali, il pro-
blema risiedeva nel fatto che quei palloni non godevano della
sfericità giusta per essere colpiti esclusivamente con i piedi. La
loro irregolarità induceva i giocatori a usare le mani per poter-
ne avere un controllo maggiore. Provate solo a immaginare di
giocare oggi a calcio con una palla da rugby. Un grande passo
avanti si è compiuto in questa direzione quando l’inventore
statunitense Charles Goodyear presentò all’Esposizione Uni-
versale di Parigi del 1855 un pallone di gomma. La perfetta e
gonfiabile sfera di caucciù permise a Goodyear di vincere la me-
daglia d’oro per la sua invenzione, e risvegliò anche l’ingegno
dei responsabili di una fabbrica di articoli sportivi londinese,
Lillywhites, che nel 1866 adattarono la creazione dell’ameri-
cano Goodyear per ottenere la prima palla “numero 5”, dello
stesso peso e dimensioni utilizzati oggi nelle partite ufficiali.
Questo prodotto dalla sfericità pressoché perfetta consentì di
definire un gioco che, finalmente, si poteva praticare con i pie-
di su qualsiasi terreno.
Il secondo elemento, non meno importante, è la porta. Alcu-
ni storiografi sostengono che la prima partita disputata con lo
scopo di far passare la palla attraverso una porta è stata giocata
nella residenza londinese del Duca di Albemarle, conosciuta
con il nome di Clarendon House: lì, nel 1681, si sfidarono la
squadra di servitori del padrone di casa e quella della servitù
di re Carlo ii. Prima dell’incontro nello spiazzo centrale della
residenza, i giocatori si resero conto che lo spazio era un po’
ristretto per praticare il “calcio di massa” e che i muri costitui-
vano un pericolo se usati come “mete”, così si accordarono per
utilizzare come porte il portone del muraglione che circondava
la proprietà e la grande porta di accesso alla parte interna della
casa. Questa usanza si affermò altresì nelle scuole nel corso del
xviii e xix secolo, perché anche i bambini utilizzavano come
porte gli ingressi delle aule o dei chiostri. Una volta combinati
insieme la tecnologia e l’inventiva, c’erano tutti gli elementi
affinché il calcio divenisse il calcio.
2
Chi ha redatto le prime
regole del calcio?

N
el capitolo precedente si è detto che diversi sovrani in-
glesi proibirono e cercarono di debellare il calcio. In que-
gli anni, però, la passione si mantenne accesa nelle scuole
e nelle università, e gli studenti furono in grado di cominciare a
preparare l’ossatura dell’attuale statuto regolamentare. Fino al
1863, infatti, furono gli alunni a scrivere le basi del regolamen-
to, anche se le norme del gioco differivano in molti punti tra le
diverse scuole. Le dimensioni del campo variavano a seconda
del luogo scelto per giocare: da un patio circondato da muri
fino a uno spazio vasto delimitato da due edifici o, semplice-
mente, un terreno che si estendeva immensamente. Allo stesso
modo, le porte potevano essere delimitate con pali o pietre, o
semplicemente essere identificate da due alberi o da due colon-
ne. O anche, naturalmente, limitarsi a una semplice porta vera
e propria, come era accaduto nella dimora inglese Clarendon
House nel 1681. È per questa ragione che, nei paesi latini, si
usano i termini porta e portiere (i cui corrispondenti inglesi,
gate e gatekeeper, sono però poco utilizzati in Gran Bretagna).
L’aspetto più controverso del regolamento riguardava l’uso
di mani e braccia. Una squadra ospite di un’altra poteva adat-
tarsi al campo della rivale, come pure al pallone. La questione
più complicata era mettersi d’accordo se la palla si potesse toc-
care e/o prendere con le mani, e sull’uso delle mani in relazio-
ne all’avversario, per spingerlo, trattenerlo o colpirlo. In alcuni
college si autorizzava il giocatore ad afferrare il proprio avver-
sario, spintonarlo, dargli dei calci sotto le ginocchia e perfino
ad atterrarlo con un placcaggio. Nessuna di queste “infrazioni”
era punita.
Anche il numero dei partecipanti era variabile. In alcune
scuole, le squadre potevano avere tra i diciotto e i venti giocato-
ri. Presso la Shreswsbury School, vicino a Birmingham, le squa-
dre erano formate da dodici membri: lì, le partite si disputava-
no “finché una squadra non segna due goal”; nella Winchester
School, un liceo vicino alla città costiera di Southampton, da
venticinque.
A questo punto, bisogna mettere in risalto i casi dell’Eton
College, dell’Harrow School e della Charterhouse School, isti-
tuti tradizionali ed elitari situati nei dintorni di Londra. Nei
chiostri e nei giardini di queste istituzioni, le squadre che par-
tecipavano alle partite erano composte da undici calciatori. Si
pensa che questo numero non sia stato stabilito a caso, bensì
partendo dalla quantità di studenti che occupava ciascuna ca-
merata. Era dunque comune per l’epoca che i ragazzi di una
stanza sfidassero quelli di un’altra e che tutti partecipassero
alla contesa. Questa situazione è considerata da alcuni stori-
ci la base di partenza che avrebbe determinato in seguito la
formazione delle squadre. Perché? Perché alcuni diplomati di
queste accademie, che avevano sperimentato l’“undici contro
undici”, sarebbero poi divenuti dirigenti sportivi con un’enor-
me influenza su organismi come la Football Association (la Fe-
derazione calcistica inglese). Questi ex alunni caldeggiarono il
numero undici perché avevano compreso che ciò avrebbe con-
sentito un equilibrio ideale per la distribuzione degli uomini
in campo e facilitato l’attuazione di strategie di attacco e di
difesa.
Nel 1840, un gruppo di studenti dell’Università di Cambri-
dge redasse il primo regolamento del calcio, con lo scopo di
unificare la normativa per le competizioni tra le istituzioni ac-
cademiche e, allo stesso tempo, differenziare questo sport dal
rugby, suo cugino. Tale statuto aveva dei punti bizzarri: preve-
deva il cambio delle porte ogni volta che si segnava un goal, e
consentiva di prendere il pallone con le mani per bloccare un
attacco avversario. Però era proibito avanzare con la palla tra
le mani e sotto il braccio, si poteva muoverla solo con i piedi.
Il regolamento di Cambridge non fa nessun riferimento alla
durata del gioco, né al numero di giocatori per squadra. Nep-
pure agli arbitri, ai portieri o ai calci di rigore. Nel 1862, John
Charles Thring, un maestro dell’Uppingham School, aggiornò
queste regole e aggiunse alcuni punti insoliti, come il divieto
di calciare la palla “finché si trova in aria”. Espresse anche, in
maniera esplicita, la proibizione di colpire il rivale da dietro,
con placcaggi o calci. Un anno dopo, i rappresentanti dei primi
club fondati in Inghilterra si riunirono in un pub di Londra per
porre fine alla preistoria calcistica e assegnare all’appassionante
gioco lo statuto di “sport”, a cominciare da un regolamento uf-
ficiale e universale. I dirigenti crearono la Football Association,
la prima Federazione nata per offrire delle linee guida al gio-
co del calcio, e redassero una serie di regole che molto presto
avrebbero iniziato a viaggiare sulle navi dirette verso tutti gli
angoli della Terra.
3
Il goal ha mai avuto un valore
diverso per il punteggio?

P
rovate a immaginare la seguente situazione: la partita è
bloccata sullo 0-0 e la vostra squadra avanza verso l’area
avversaria. Il “10” crossa al centro, il “9” colpisce di
testa e piazza la palla nell’angolo, là dove il portiere non può
arrivare. Goal bellissimo! Vi ritrovate a festeggiare la vittoria
che permetterà alla vostra squadra di passare in vantaggio per…
3-0! No, cari lettori, l’autore del presente volume non ha fatto
uso di alcuna sostanza allucinogena prima di mettersi a scrivere
queste righe. Ha semplicemente ripescato, dalle radici della
storia del calcio, un elemento che avrebbe potuto far parte
delle regole fisse del gioco e cambiarne il destino, così come
lo hanno modificato il numero dei giocatori, il fuorigioco
(offside) o l’uso delle mani da parte del portiere.
L’Eton College – situato nella città di Windsor, nella Contea
di Berkshire, pochi chilometri a Ovest di Londra – nel 1815
preparò uno dei primi regolamenti del calcio, che forniva due
possibilità differenti per accumulare punti. Una era il goal, che
si segnava facendo passare la palla tra due pali perpendicolari al
suolo, distanti tra loro 3,6 metri, con una traversa di corda di-
sposta a soli 1,82 metri di altezza. La porta però era troppo pic-
cola per le dimensioni del campo della scuola, di quasi 110 me-
tri di lunghezza per 73 di larghezza (le porte attuali hanno 7,32
metri di larghezza per 2,44 di altezza). Considerata la difficoltà
di segnare un goal in quelle condizioni, i ragazzi di Eton decise-
ro di farlo valere tre punti. Parallelamente, si aggiunse un altro
elemento al sistema di punteggio, chiamato rouge, che premiava
con un punto la squadra che lo realizzava. Come si segnava un
rouge? In due modi: nel primo caso, quando la palla veniva cal-
ciata e volava fuori dal campo al di sopra della barra orizzontale
(come il touchdown nel football americano, o il drop nell’attuale
rugby, che però valgono tre punti). Nel secondo caso, quando
la palla usciva oltre la linea di fondo: questa situazione non in-
terrompeva il gioco, che continuava fino a che un calciatore non
prendeva il pallone con le mani. Se la palla veniva catturata da
un difensore, il match proseguiva come accade anche oggi, con
la squadra in difesa che riparte verso la porta avversaria; se colui
che se ne impossessava era un attaccante, realizzava un rouge a
favore della propria squadra.
Nella seconda metà del xix secolo il rouge e altre azioni del
genere non assegnavano punti ma furono inserite in alcuni re-
golamenti preistorici per decretare il vincitore di un incontro
che si concludeva con un pareggio. Scomparvero dal calcio
quando si vietò totalmente l’uso delle mani, eccetto per il por-
tiere e per la rimessa dalla linea laterale.
4
Qual è stato il primo regolamento
ufficiale del calcio?

A
l fine di uniformare le regole del gioco e, come sugge-
risce la Fifa, separare definitivamente “le strade del rug-
by-football (rugby) e dell’Associazione football (calcio)”,
i delegati di undici club di Londra si riunirono il 26 ottobre
1863 in un pub della Great Queen Street, nel centro della ca-
pitale britannica, chiamato Freemasons’ Tavern. Tra loro, due
rappresentanti di altrettante scuole e alcuni inviati di squadre
di altre città, che agirono solamente da “osservatori”, senza
prendere parte a discussioni e votazioni. Lì, tra pinte di bir-
ra e fumo di sigari di qualità, i dirigenti decisero la fondazio-
ne della Football Association – conosciuta con la sigla Fifa – il
primo organo governativo di questo sport. Le undici società
ad aver votato la creazione della Fifa furono il Barnes FC, il
Civil Service FC, il Crusaders FC, il Forest FC (un club diret-
to da Charles Alcock, considerato il “padre” del calcio moder-
no), l’NN FC (una strana sigla che significa “Squadra senza
nome”), il Crystal Palace FC (omonimo di quello che oggi
compete nelle maggiori categorie inglesi), il Blackheath FC, il
Kensington School, il Perceval House FC, il Surbiton FC e il
Blackheath Preparatory School. L’unica società sopravvissuta
è il Civil Service FC, che agli inizi del 2016 ha gareggiato nella
Southern Amateur Football League, un campionato esclusivo
per squadre non professioniste.
In quello stesso incontro, i delegati iniziarono a redigere il
primo regolamento “ufficiale” che, nel giro di due mesi e dopo
altre riunioni, avrebbe previsto quattordici norme. La prima
era dedicata alla dimensione del campo da gioco e alla larghez-
za delle porte. Vi si specificava che il campo doveva avere una
lunghezza massima di duecento iarde (182,88 metri) per cento
iarde di larghezza (circa 91 metri). È accettabile un campo da
gioco di queste dimensioni nel xxi secolo? Questo punto fu
modificato più volte e, attualmente, il campo deve avere una
lunghezza massima di 120 metri e una minima di 90, mentre la
larghezza deve rientrare tra i 90 e i 45 metri: in pratica la metà
della superficie proposta un secolo e mezzo prima. In questo
primo punto non si fa riferimento alle linee laterali, anche se
occorreva collocare quattro bandierine – una in ciascun ango-
lo – per evidenziare il rettangolo di gioco. La meta o porta do-
veva essere definita solo da “due pali verticali”, quadrangolari,
separati da otto iarde (7,32 metri, una distanza che esiste anco-
ra oggi), senza alcun nastro o traversa che li unisse. Quest’ulti-
ma regola rappresentò un passo indietro rispetto alle norme di
Cambridge redatte ventitré anni prima.
La seconda regola introdusse un concetto importante che
perdura ancora oggi: quando una squadra inizia il gioco dal
centrocampo, i giocatori avversari non possono disporsi a
meno di dieci iarde (9,15 metri) dalla palla. Questa distanza
è stata poi applicata a tutti i calci di punizione, compreso il
calcio di rigore.
La terza regola reiterò un concetto ormai decaduto: cambiare
lato del campo dopo ogni goal segnato; la quarta stabiliva che
si segnava un goal quando la palla passava tra i pali o anche per
il suo prolungamento verso il cielo, a qualsiasi altezza, vista l’i-
nesistenza della traversa orizzontale (in un certo senso, è come
accade nel rugby con rigori o drops calciati verso la “H”, anche
se in questo caso devono passare al di sopra della traversa).
Nel quinto punto si indicava che, quando la palla usciva oltre
le linee laterali, la rimessa spettava alla squadra che riusciva a
recuperarla per prima; il sesto stabiliva che quando un giocatore
calciava in avanti il pallone, i compagni davanti a lui, più vici-
ni alla porta avversaria al momento dell’impatto con la palla,
restassero fuori dal gioco. Per questo, i primi strateghi organiz-
zarono assalti fino a otto attaccanti disposti a scalare, come nel
rugby, per poter passare la palla all’indietro o sulla stessa linea. I
dirigenti presto compresero che, a causa di questa disposizione,
molte partite si concludevano senza un goal e si registravano
troppi fuorigioco (offsides). Alcuni mesi dopo, la norma venne
annullata e rimpiazzata da una regola che ridusse a tre giocatori
(oggi sono due) il numero minimo di avversari tra un attaccante
e la porta. Cominciò così a diffondersi il concetto delle trame
del gioco.
La settima regola era simile alla quinta, sebbene riferita all’u-
scita del pallone oltre le linee di fondo; l’ottava e la nona auto-
rizzavano qualsiasi giocatore a prendere il pallone con le mani
per intercettare un’offensiva dell’avversario. Chi lo conquista-
va poteva rivendicare un calcio di punizione, o avanzare palla al
piede, senza usare le mani o le braccia. Questa mossa, chiamata
fair catch, l’unica che consentiva l’uso delle mani a qualunque
partecipante, sarebbe stata eliminata nel giro di poco tempo. Il
fair catch esiste ancora nel football americano: succede quando
una squadra rinvia il pallone con un calcio e un avversario lo
raccoglie al volo e resta in quel punto per indicare da dove ini-
zierà l’avanzamento dei suoi compagni. Per non essere colpito
o bloccato dagli avversari, il giocatore deve fare un cenno con
la mano prima di intercettare la palla, oppure appoggiare il gi-
nocchio al suolo dopo averla afferrata.
La norma numero dieci indicava che “nessun giocatore può
avanzare con il pallone tra le mani” e l’undicesima che “non
sarà permesso tirare calci (a un rivale) né atterrarlo con uno
sgambetto, e nessun giocatore potrà usare le mani per trattene-
re o spingere un avversario”. Questo punto fu molto discusso da
alcuni dirigenti che difendevano un’azione chiamata hacking,
che consisteva nel colpire l’avversario sotto le ginocchia o su-
gli stinchi. Per esempio, Francis Campbell, rappresentante del
club Blackheath e nominato tesoriere della nascente società,
dichiarò che, senza queste “indispensabili” licenze, il calcio si
sarebbe trasformato in un gioco “privo di coraggio”. Ebenezer
Morley, segretario onorario del gruppo, rispose: «Se permet-
tiamo l’hacking, nessuno che abbia raggiunto l’età adulta gio-
cherà a calcio, che resterà destinato solo ai bambini della scuo-
la». La regola rimase in vigore con il voto della maggioranza e
Blackheath abbandonò il calcio per dedicarsi al rugby.
I punti dodici e tredici proibivano di passare il pallone con le
mani o prenderlo dal suolo. La quattordicesima e ultima regola
vietava l’uso di chiodi o placche di ferro sotto le scarpe, visto il
pericolo che rappresentavano per l’avversario.
Come si è già detto, gli autori di questa prima versione del re-
golamento, a volte annebbiati dalle pinte di birra, trascurarono
questioni fondamentali come il numero dei giocatori per squa-
dra, la durata delle partite (se a tempo o per quantità di goal)
o la figura dell’arbitro. La questione dell’arbitro venne discus-
sa durante la riunione, ma alla fine si decise di escluderla dal
documento perché i delegati consideravano il calcio un gioco
“da gentiluomini” e, pertanto, la presenza di un mediatore era
ritenuta superflua. In pieno xxi secolo, tra le onde tumultuo-
se dello sport iperprofessionista, l’arbitro non solo è divenuto
un elemento indispensabile, ma la sua figura si è addirittura se-
stuplicata: molte competizioni ufficiali utilizzano un giudice
centrale, due arbitri di linea, un quarto uomo come riserva e
altri due situati accanto alla porta per controllare se la palla ha
superato del tutto la linea. Come se non bastasse, la Fifa ha uti-
lizzato per i Mondiali del Brasile nel 2014 l’“occhio di falco”,
un sistema basato su sette videocamere installate intorno alla
porta, che segnala se il pallone è entrato oppure no.
Sebbene imperfetto, quel regolamento servì come punto di
partenza per tutto ciò che è venuto dopo, specialmente il divie-
to dell’uso delle mani per muovere la palla.
Situazioni insolite e inaspettate hanno stimolato nel tempo
nuove linee guida fino ad arrivare alle disposizioni attuali. È
trascorso più di un secolo e mezzo, ma il regolamento si man-
tiene vivo, irrequieto. Continua a essere ritoccato, al fine di
migliorare le gare. Il calcio è uno sport in continua evoluzione.
5
Qual è stata la prima
partita ufficiale?

A
nche se le disposizioni approvate nel pub londinese furo-
no adottate dalla Fifa come primo regolamento ufficiale,
in Inghilterra esistevano già una normativa stilata dagli
studenti di Cambridge e un’altra redatta nel 1858 a Sheffield.
Queste due normative sono oggi trascurate per il fatto di non
essere nate da un accordo unanime tra rappresentanti di vari
club o Associazioni: si trattava di proposte unilaterali di sin-
gole società.
A metà del xix secolo, Sheffield era una ricca città del Nord
dell’Inghilterra che, un secolo prima, aveva vissuto una verti-
ginosa crescita della popolazione proprio a cominciare dalla
Rivoluzione industriale e dallo sfruttamento dei suoi preziosi
giacimenti di carbone e ferro. Lì il calcio venne subito adottato
da parte della classe operaia: mentre a Londra e a Cambridge
questo sport era praticato principalmente da studenti, in gene-
rale appartenenti a classi agiate, a Sheffield furono gli operai a
fondare le squadre. Per esempio, lo Sheffield FC, creato il 24
ottobre 1857 da un gruppo di giocatori di cricket per mante-
nersi in attività durante i duri mesi invernali, è ufficialmente ri-
conosciuto dalla Fifa come la società tuttora esistente più anti-
ca del mondo. Nel 2016 ha partecipato alla Northern Premier
League, una competizione amatoriale di ottavo livello.
Nel 1858, due membri dello Sheffield FC, Nathaniel Creswi-
ck e William Prest, stilarono le Regole di Sheffield, abbastanza
simili a quelle che cinque anni dopo furono elaborate nella ca-
pitale inglese (addirittura, alcuni inviati dello Sheffield FC par-
teciparono in veste di consulenti all’incontro nella Freemasons’
Tavern, in cui portarono una copia della “loro” normativa). Una
variante consentiva l’uso delle mani in altre circostanze, oltre al
fair catch citato in precedenza: “Il pallone può essere toccato o
colpito con la mano, ma non può essere afferrato”. I soci dello
Sheffield FC si dovettero accontentare di partite informali – la
domenica c’era l’usanza di organizzare sfide “scapoli contro am-
mogliati” – finché, tre anni più tardi, comparve un antagonista,
l’Hallam FC, fondato il 4 settembre del 1860. Venuti a cono-
scenza della nascita di un’altra squadra nelle vicinanze, i dirigen-
ti dello Sheffield lanciarono la prima sfida della storia organiz-
zata tra due società create essenzialmente per il calcio e regolata
da uno statuto comune: i ragazzi dell’Hallam accolsero le regole
senza fiatare. Questo non era accaduto nelle precedenti sfide tra
villaggi, o tra differenti scuole e università. In quei casi gli ade-
guamenti erano legati alle circostanze e si rispettavano soltanto
per una partita. Di solito la squadra ospite accettava di giocare
seguendo le regole proposte dalla squadra locale e, una volta ter-
minato il match, ciascuna squadra tornava alle proprie attività.
L’incontro ebbe luogo il 26 dicembre di quello stesso anno,
al Sandygate Road, uno stadio sportivo che aveva aperto i
suoi cancelli nel 1804 e che i ragazzi dell’Hallam FC avevano
scelto come la propria casa – nel 2016 questo “colosseo” era
idoneo ad accogliere solo mille spettatori, di cui 250 seduti –.
Lo Sheffield si impose per 2-0 nel corso di un frizzante incon-
tro tra due squadre con… sedici giocatori ciascuno. I giovani
dell’Hallam dovettero chiedere aiuto a un gruppo di amici di
un villaggio vicino chiamato Stumperlowe per poter raggiun-
gere il numero di giocatori concordato. L’Hallam passò alla
storia come la prima squadra sconfitta in una partita di calcio
“ufficiale”, ma almeno ricevette un bel premio di consolazione.
Infatti un secolo e mezzo dopo, il Guinness dei primati rilasciò
ai suoi dirigenti una doppia certificazione per la squadra: per
aver preso parte all’incontro inaugurale e per essere la proprie-
taria del campo di calcio più antico del mondo.
Quale fu la prima partita giocata secondo le regole della
Football Association, scritte sotto gli effetti della birra il 26 ot-
tobre 1863? Cinque giorni dopo la sessione iniziale tenutasi
alla Freemasons’ Tavern, il Blackheath FC sconfisse il Perceval
House FC per 2-0, ma in quell’incontro non si fece ricorso alle
norme moderne. Entrambe le squadre, contrarie alla decisione
di eliminare il trasporto del pallone con le mani, utilizzarono
l’antico regolamento e, qualche giorno dopo, abbandonarono
la Football Association. Trascorso un po’ di tempo, entrarono a
far parte del campionato della rugby union.
Il primo incontro basato sul regolamento di partenza della
Football Association ebbe luogo il 19 dicembre 1863: il Barnes
FC e il Richmond FC – una squadra non affiliata alla Football
Association, che presto sarebbe confluita nelle fila del rugby –
pareggiarono senza goal in un parco del quartiere londinese di
Mortlake, nei pressi di un cimitero. Il primo goal “ufficiale”, tu-
telato dal nuovo regolamento della capitale, arrivò alcuni gior-
ni dopo, il 9 gennaio 1864, quando si fronteggiarono due squa-
dre scelte per l’occasione dalla Football Association, la squadra
del Presidente e la squadra del Segretario. Il match avvenne al
Battersea Park a Londra, uno spazio situato sulla riva meridio-
nale del Tamigi. Il gruppo presidenziale si impose per 2-0 (due
reti di Charles Alcock) in un altro match ricco di giocatori: le
due squadre contavano ognuna… quattordici elementi.
6
Perché il calcio si gioca
undici contro undici?

C
ome si è detto, nei primi regolamenti non era specificato
il numero di partecipanti nelle squadre. La quantità di
giocatori veniva stabilita dai capitani delle due conten-
denti nel momento in cui si concordava una partita. La stessa
Fifa, nella sua pagina ufficiale, ammette che “la squadra di un-
dici giocatori è stata sancita nel regolamento della Football As-
sociation Challenge Cup, l’odierna FA Cup (Coppa d’Inghil-
terra), che si è cominciata a disputare nel 1871”. Ma… come si
giunse a questa fondamentale modalità del gioco? I primi casi
di squadre formate da undici calciatori di cui si ha memoria
furono documentati nelle competizioni interne di scuole su-
periori elitarie quali Eton, Harrow e Charterhouse. Il numero
fu del tutto casuale, perché equivaleva alla quantità dei ragazzi
che occupavano ciascuna stanza del dormitorio di quelle scuo-
le, dove restavano dal lunedì al venerdì per tutto il periodo del-
le lezioni. Al tempo stesso, in altri istituti, le squadre avevano
dieci, dodici, quindici o più giocatori, in accordo con la misura
e la disponibilità delle stanze in cui i ragazzi dormivano la not-
te. Queste difformità, naturalmente, divenivano più evidenti
quando si programmavano gare tra squadre di licei differenti.
Nel 1840, una partita disputata all’Università di Cambridge,
tra ex alunni dei college di Shrewsbury e Rugby, mise di fronte
una squadra di quindici ragazzi e una di… venticinque. La con-
fusione fu così grande che il match si concluse con un pareggio.
Ci sono anche versioni che attribuiscono il numero undici a
squadre formate da dieci ragazzi di una stanza dormitorio più
il loro precettore, in generale inserito come portiere.
Nel dicembre del 1834, la consuetudine dell’undicesimo
aveva già superato le mura dei college, quando un gruppo di
ragazzi di Eton invitò una squadra della scuola Harrow ad af-
frontarli sul proprio campo. I giocatori in trasferta si dissero di-
sponibili, a condizione che la sfida si svolgesse tra due squadre
di undici giocatori. Eton accettò: all’epoca non era facile che la
scuola ospitante acconsentisse alle richieste relative ai regola-
menti del proprio ospite. In effetti, nel 1827 Eton aveva rifiu-
tato una sfida calcistica della scuola Winchester, poiché questa
aveva preteso che i giocatori di entrambe le squadre giocassero
indossando scarpe da pioggia. L’incontro tra Eton e Harrow
risultò equilibrato e la formazione a undici andò oltre l’ambito
della scuola superiore quando i ragazzi andarono all’università.
I derby tra i due college continuarono – uno, giocato nel 1841,
fu documentato dalla rivista londinese Bell’s Life –, così come
le sfide tra ex alunni che si erano trasferiti in università come
quella di Cambridge. Lì, nel 1862, uno dei match si svolse in
due tempi di 45 minuti. Questa è la più antica testimonianza
documentata di una partita di football di 90 minuti, la durata
che in seguito sarebbe stata approvata per tutti gli incontri uf-
ficiali.
Oltre alle sfide tra universitari, un’altra esperienza “undici
contro undici” si verificò al Nord: nel 1862, lo Sheffield FC
propose agli altri quattordici team, che erano già nati in quella
città e nei suoi dintorni, di fissare a undici il numero di gio-
catori per squadra. A questo punto si deve ricordare che lo
Sheffield FC era stato creato da giocatori di cricket affinché
avessero qualcosa da fare durante l’inverno. Questo sport, il
cui regolamento nacque circa un secolo prima di quello del cal-
cio, si gioca “undici contro undici”. Inizialmente, era comune
che il numero di giocatori variasse, fino a venti o venticinque
per squadra. Nel 1697, il quotidiano britannico Foreign Post
pubblicò una recensione in cui si evidenziava che nella contea
del Sussex si era disputata una partita di cricket con undici uo-
mini per parte. Il duca di Richmond, giocatore e mecenate di
questo sport, prese nota di tale fatto e lo propose per i giochi
che avrebbe organizzato all’inizio del xviii secolo. Il dato si
diffuse in tutta l’Inghilterra fino a rimanere registrato nel re-
golamento, nel 1744, e da lì sarebbe poi balzato nei campi di
calcio di Sheffield. Questa ipotesi, difesa da alcuni storici, non
sembra strampalata, dato che, probabilmente, gli stessi undici
che giocavano a cricket d’estate, calciavano la palla in inverno.
Quello che non si spiega è perché in quella prima partita “uffi-
ciale” tra le squadre Sheffield e Hallam, avessero giocato “sedici
contro sedici”, come riportato negli archivi. Non spiega nep-
pure perché, dopo aver stabilito il magico numero undici nel
regolamento conosciuto come le Regole di Sheffield (Sheffield
Rules), lo Sheffield FC nel 1865 avesse accettato di recarsi a
Nottingham per affrontare un team locale con… diciotto gio-
catori, così come prevedevano le norme utilizzate nella città di
Robin Hood. Questi due casi attenuano un poco la teoria di
una piena e chiara influenza del cricket sul calcio.
Alcuni mesi dopo il match giocato vicino al bosco di
Sherwood, alcuni dirigenti delle società di Londra (la Football
Association, che in seguito avrebbe ottenuto un rilievo
nazionale) e Sheffield decisero di organizzare una partita tra
giocatori selezionati di entrambe le città per unificare i criteri
normativi. I delegati del Nord suggerirono che tutte e due le
squadre fossero composte da undici calciatori. I londinesi
accettarono: alcuni dei loro dirigenti – tra cui Charles Alcock,
che fu anche giocatore della squadra londinese – avevano già
sperimentato questa formazione anni prima quando erano
studenti a Eton, Harrow o Cambridge. Il 31 marzo 1866,
in un campo da calcio a Battersea Park, Londra sconfisse
Sheffield 2-0. Tuttavia, il risultato più importante di quel
pomeriggio fu che, a partire da quell’incontro, le squadre di
calcio sarebbero rimaste definitivamente composte da undici
giocatori. I partecipanti di entrambe le squadre e gli spettatori
manifestarono apertamente il loro apprezzamento per il
perfetto equilibrio tra le dimensioni del campo e il numero
dei protagonisti. Anche se non si sono conservati registri
che certifichino il giorno esatto in cui la Football Association
accettò la norma, l’influenza di Alcock – nel suo ruolo
multiplo di dirigente, attaccante ed ex studente di Harrow – fu
determinante per bollarla immediatamente come definitiva. Il
numero non venne mai più modificato e permane ancora oggi.
L’importanza della sfida tra Londra e Sheffield non finisce
qui. Quel match fu fondamentale anche per fissare un’altra
importante regola del gioco del calcio.
7
Perché le partite di calcio
durano un’ora e mezza?

A
bbiamo detto che la prima partita durata 90 minuti, di
cui oggi si abbia testimonianza, fu giocata nel 1862 in
un campo dell’Università di Cambridge, dove si affron-
tarono ex alunni dei college Eton e Harrow. Fino a quell’anno,
il regolamento di Sheffield riportava che gli incontri poteva-
no durare dall’una alle tre ore e che la decisione sulla durata
di ogni match spettava ai capitani delle squadre. Altri statuti,
più vecchi, erano ancora meno precisi in merito ai tempi di
gioco. Per esempio, intorno al 1855, le regole del college ingle-
se Shrewsbury stabilivano che le partite dovessero continuare
“finché una delle due squadre non segnava due goal”. Oggi sa-
rebbe impossibile applicare questa norma per via delle trasmis-
sioni televisive. Da un lato, alcuni spettacoli potrebbero termi-
nare subito, altri invece sarebbero noiosi ed estenuanti per la
mancanza di ambizione di certi club.
Non esiste alcuna notizia d’archivio che ci consenta di deter-
minare come sia stata introdotta questa norma nel regolamento
del gioco. Sappiamo però che, dalla fondazione della Football
Association, il primo incontro supervisionato da questo orga-
nismo si svolse in due tempi da 45 minuti il 31 marzo 1866,
quando due squadre di Londra e Sheffield si fronteggiarono a
Battersea Park. La durata limitata di questa sfida – che, come si
è accennato nel capitolo precedente, è servita anche a fissare il
numero dei giocatori delle squadre – fu suggerita dai dirigenti
dallo Sheffield e accettata dai londinesi, capitanati dall’appas-
sionato Alcock. Constatata la praticità di questa formula, essa
venne inserita nel regolamento.
8
Quando è stato permesso
ai portieri di utilizzare le mani?

I
l calcio, lo avrete intuito, è infarcito di enigmi. Come
per il numero dei giocatori di una squadra o per la durata
delle partite, nei primi regolamenti non compare alcuna
osservazione sulla possibilità che uno dei giocatori abbia
privilegi esclusivi. La coesistenza di vari statuti (quello della
Football Association, di Sheffield e di Cambridge) e l’insistenza
di molti club affinché fosse permesso ai giocatori di afferrare il
pallone e avanzare con quello in mano, esattamente come si fa
oggi nel rugby, fecero sprofondare nella confusione il gioco per
otto anni, dal 1863 al 1871. In quell’anno venne concepito il
primo torneo ufficiale della storia del calcio: la FA Cup. Fino
a quel momento, la Football Association analizzò in maniera
dettagliata le differenti partite disputate in base al codice
redatto nella Freemasons’ Tavern. Invitò inoltre alle riunioni
delegati di altre città per riesaminare norme ed elaborare un
nuovo regolamento che unificasse i criteri. Proprio come
accadde in occasione della partita tra Londra e Sheffield, che
rese possibile raggiungere il numero definitivo di giocatori
per squadra o l’attuale durata di 90 minuti, si presero altre
decisioni rivelatesi poi fondamentali per l’evoluzione del
gioco. Alla proposta dei ragazzi di Sheffield si aggiunsero
invenzioni come la traversa (una fune, utilizzata nella prima
finale della FA Cup, il 16 marzo 1872), il calcio di punizione
e il calcio d’angolo. Inoltre, lo Sheffield FC riuscì a imporre
il divieto di ricorrere a calci e sgambetti. “Il calcio è e deve
mantenersi uno sport integro. Senza integrità, questo
bellissimo gioco non sarebbe mai diventato una delle forze
che hanno contribuito a unire il mondo, attraversando tutte
le frontiere della società come la razza, il sesso, la religione,
l’età o l’abilità” celebra con orgoglio lo Sheffield FC sul suo
sito web.
I dirigenti dello Sheffield FC, dopo aver esaminato diversi
incontri, notarono che le prime tattiche di gioco, molto offen-
sive, si orientavano a disporre otto attaccanti e tre difensori,
con un’impostazione simile a quella che utilizzano le attuali
squadre di rugby. Perché tre difensori? Perché si era già stabili-
ta la regola del fuorigioco (offside) che consentiva di giocare la
palla in avanti e dava via libera agli attaccanti che si trovavano
con tre avversari o più tra loro e la porta. In genere, uno dei tre
difensori si posizionava molto vicino alla porta, per difender-
la. “Il portiere (goalkeeper) è il difensore che si situa più vicino
alla propria porta”, spiegava un comma delle riformate Regole
di Sheffield. Nel 1862, tuttavia, scomparve la concessione di
toccare la palla con mani o braccia, anche per il portiere.
Nel 1871, dopo aver studiato numerosi match ed esaminato
il ruolo del portiere (goalkeeper), che si prodigava molto per
parare i violenti tiri avversari solo con la testa, il petto e le gam-
be, la Football Association decise insieme agli altri organi diret-
tivi di aggiungere al regolamento unificato una norma che si
rivelò decisiva: “Il portiere è l’unico giocatore che ha la libertà
di usare le mani per difendere la propria porta”. Inizialmente,
forse nel tentativo di distinguersi il più possibile dal rugby, il
portiere fu autorizzato solo a dar pugni al pallone “a protezio-
ne della sua porta”, ma non ad afferrare o a trattenere la palla.
In seguito la libertà del contatto divenne totale. Al punto che il
portiere non solo poteva prendere la palla con le mani in qual-
siasi settore della sua metà campo, ma gli era anche permesso
avanzare fino alla linea mediana facendo rimbalzare il pallone
sul terreno con le mani, un po’ come fanno oggi i giocatori di
basket. Questa concessione scomparve nel 1912 – erano già
state inventate le aree per stabilire dove il fallo era punito con il
rigore – quando i portieri e i loro preziosi privilegi furono cir-
coscritti all’interno di un rettangolo. La riforma partì da due
fatti precisi. Il primo fu l’abuso, perpetrato dalla maggior parte
delle squadre, della strategia offensiva che implicava l’avanza-
ta dei portieri verso la porta avversaria. Un episodio più che
stravagante si verificò nel 1910 nello stadio Cathkin Park di
Glasgow, in Scozia. Lì, il portiere del Third Lanark AC, Jim-
my Brownlie, batté il suo collega del Motherwell FC, Colin
Hampton, con un tiro da più di cinquanta metri. Hampton
prese nota e, qualche minuto dopo, rifilò a Brownlie un goal
con un identico tiro da lontano. Il secondo caso che rese ne-
cessaria la modifica del regolamento ebbe come protagonista
il portiere gallese del Woolwich Arsenal FC (nome utilizzato
dall’odierna squadra londinese dell’Arsenal fino al 1914), Lei-
gh Roose. Questo ragazzo aveva l’abitudine di mantenere per
moltissimo tempo la palla in suo possesso, facendola rimbalza-
re con le mani sull’erba del campo, soprattutto quando la sua
squadra era in vantaggio. Un pomeriggio, due dirigenti della
Football Association abbandonarono furiosi lo stadio Manor
Ground, la prima casa della squadra londinese, perché Roose
aveva bruciato quasi metà della partità con la palla in suo pos-
sesso. La norma fu immediatamente eliminata e si obbligarono
i portieri a utilizzare le mani e le braccia soltanto all’interno
dell’area di rigore, che era stata creata dieci anni prima, nel
1902.
Fino al 1909 il portiere utilizzò gli stessi colori dei suoi
compagni. Le prime differenze arrivarono con l’uso di
berretti, calzini di un’altra tonalità e perfino guanti (sui quali
torneremo in seguito). Un cambiamento significativo avvenne
su iniziativa degli scozzesi. A seguito di un errore arbitrale,
la Scottish Football Association stabilì che, per la stagione
1909-1910, i portieri indossassero una maglietta di colore
differente rispetto a quella usata dai propri compagni. Molti
storici concordano nel segnalare che la prima partita giocata
con questa nuova regola, il 16 agosto nello stadio Ibrox Park
di Glasgow, fu Rangers FC - Kilmarnock FC 3-0. Tuttavia,
alcune foto dimostrano che, in altri Paesi, questa misura fu
adottata molto prima. La pagina ufficiale del club ceco AC
Sparta Praha mostra un’immagine del 1906, in bianco e
nero, in cui si vede il portiere con una maglietta scura, a tinta
unita che potrebbe essere il rosso, mentre i suoi compagni
ne indossano una diversa, a righe verticali, probabilmente
bianche e nere.
9
Chi è stato il primo arbitro?

N
on è ipotizzabile che un giocatore possa fare qualcosa di
intenzionale per danneggiare un avversario. Tale con-
dotta sarebbe sconveniente per un gentiluomo, nonché
un’offesa imperdonabile. La mancanza di autocontrollo e un
comportamento inadatto a dei gentiluomini non sono am-
missibili. Un eccesso di entusiasmo, o addirittura una reazione
d’impulso va sottolineata e censurata, ma qualsiasi iterazione
(di un calciatore), dovuta a malumore o a risentimento, deve
ricevere un rimprovero e il capitano deve intimargli di abban-
donare il campo”. In un tempo in cui i giocatori simulano dei
falli, in cui una vittoria tollera qualsiasi trucco sleale, compre-
so distruggere la gamba dell’avversario, l’estratto precedente,
scritto intorno al 1865, acquista un significato imbarazzante.
L’esatta dimensione del fair play, il gioco pulito, di quell’epoca,
che era rispettato sul serio – non come oggi, in cui alla stretta di
mano che precede il fischio d’inizio segue uno sputo, un morso
o un pugno – la troviamo nella prima versione del regolamento
del calcio. O meglio, non la troviamo, perché gli autori di quel
primo codice reputarono che non ci fosse bisogno di redigere
nulla riguardo a come dovesse comportarsi un giocatore. Quan-
do è nato questo strumento normativo, l’arbitro era considera-
to “non necessario”. Come afferma il testo citato in precedenza,
approvato dai dirigenti dei club che si unirono per formare la
Football Association, il capitano aveva la responsabilità di ri-
solvere le dispute con il suo collega avversario e prendere delle
misure drastiche, come espellere un compagno – fatto che è ac-
caduto numerose volte nei primi anni, incluse le prime stagioni
della FA Cup – oppure annullare un goal della propria squadra.
Nel novembre del 1866, durante una partita tra le squadre lon-
dinesi Civil Service e Wanderers disputata a Battersea Park, il
capitano del team ospitante annullò una rete della propria squa-
dra per un fallo commesso da un compagno contro il portiere
avversario. Il Wanderers vinse quell’incontro per 1-0, tuttavia
il capitano che dovette adottare la difficile misura non si pentì.
Anzi, al contrario, lasciò il campo orgoglioso di aver compiuto
il proprio dovere.
Pare che la comparsa dell’arbitro si debba attribuire a un ba-
rile di gin. Per quanto questa possa sembrare un’affermazione
ridicola, tipica di qualcuno inebriato dalla menzionata botte,
è assolutamente vera. La prima testimonianza sulla presenza
di un arbitro durante un incontro calcistico è del 1841, quan-
do nella città inglese di Rochdale si affrontarono le squadre di
due club: Body-Guards e Fear-Noughts. Prima dell’inizio del
gioco, i ragazzi di entrambe le formazioni decisero di mettere
in palio un barile colmo di gin e un’ingente somma di dena-
ro. Allo stesso tempo, ciascuna squadra designò un arbitro e
venne convocata anche una terza persona, “neutrale”, affinché
osservasse il match e risolvesse qualunque disputa fosse sorta
tra i due arbitri. La sfida si risolse in modo nobile – di fatto, il
delegato del club Body-Guards ebbe l’onestà di pronunciarsi
contro la sua stessa squadra in una giocata-chiave, che consentì
il goal della vittoria all’avversario – e non fu necessario ricorre-
re all’equanime spettatore. Non si sa cosa sia accaduto a queste
due squadre una volta terminata la contesa, perché non sono
rimaste testimonianze di altre sfide. Forse, si dissolsero entram-
be dentro una nube di alcol.
Da allora, varie partite contarono sulla partecipazione di te-
stimoni o arbitri. Nel 1849, nella città di Cheltenham, si tenne
un incontro che poté fare affidamento sulla presenza di due
arbitri all’interno del campo, uno in ciascuna metà, e un terzo
seduto in tribuna. Anche se la Football Association, nel 1863,
escluse deliberatamente qualsiasi riferimento a persona desti-
nata a mantenere la giustizia all’interno del campo da gioco,
pochi anni più tardi, con il ripetersi di numerose dispute tra i
calciatori, la figura dell’arbitro divenne imprescindibile. Per l’e-
dizione inaugurale del primo torneo ufficiale, la FA Cup, nella
stagione 1871-1872, si decise che ciascun partecipante doves-
se iscrivere un arbitro che interagisse con il collega dell’altra
squadra. Questi delegati guardavano l’incontro da fuori (sulla
linea bianca laterale, dove poi furono posizionati i giudici di
linea, ciascuno situato nella metà campo corrispondente alla
propria difesa) e discutevano i casi dubbi. Successivamente ap-
parve l’arbitro neutrale, che seguiva le partite dalla tribuna e
interveniva solo se gli umpires (arbitri a bordo campo) non si
mettevano d’accordo tra di loro. Anche se la figura dell’arbi-
tro cominciò a essere fondamentale a partire da queste prime
competizioni ufficiali (nel 1888 esordì l’English League, ossia
il massimo campionato inglese), fu solo a partire dal 1891 che
il “giudice”, incaricato di disciplinare il gioco, fece la sua com-
parsa nel regolamento e… all’interno del campo! Questo dato
diviene ancora più curioso se si considera che l’espulsione di
un calciatore per cattiva condotta fu accettata e inserita nelle
norme circa dieci anni prima, nel 1881. L’ingresso dell’arbitro
sul campo da gioco venne consentito in seguito ad alcuni espe-
rimenti compiuti a partire dal 1888.
Chi furono i primi arbitri in campo? Si puntò sui delegati
che ciascun club doveva offrire agli organizzatori delle compe-
tizioni, assegnandoli però a sfide a cui le loro squadre non par-
tecipavano. In genere, questo incarico si affidava a ex calciatori.
Alfred Stair, arbitro delle prime tre finali della FA Cup (tutte
giocate a Londra nel 1872, 1873 e 1874), era, contemporanea-
mente, giocatore del club Upton Park. Per la finale della prima
FA Cup, Stair controllò i due arbitri a bordo campo presentati
dai club finalisti: John Giffard (per il Royal Engineers) e James
Kirkpatrick (per il Wanderers). Charles Alcock, un dirigente
fondamentale, padre di questo sport, vinse la FA Cup con il
Wanderers nel 1872 e fu l’arbitro della finale del 1875. In re-
altà, delle due finali, poiché la prima finì pari e si dovette pro-
grammare una seconda partita tra il Royal Engineers e l’Old
Etonians. Un altro ex campione, Francis Marindin (vinse con
il Royal Engineers nel 1875), diresse la finale del 1880 e le altre
otto successive, tra il 1883 e il 1890.
Il ruolo dell’arbitro si consolidò a partire dalla creazione del
campionato, nel 1888, e grazie a nuove regole come il calcio di
rigore o l’uso delle reti nelle porte. Sebbene oggi l’arbitro in
campo sia considerato “il cattivo”, ci sono state delle eccezioni
curiose. I registri garantiscono che il primo superclásico ufficiale
argentino Boca-River si disputò il 24 agosto del 1913. Il Boca,
che aveva appena perso il possesso della Darsena Sud, ricevette
il River sul campo del Racing per il torneo di Prima Divisione.
Questo incontro, vinto dalla squadra in trasferta 2-1, riserva un
gustoso aneddoto: siccome l’arbitro prescelto non arrivò mai, i
calciatori delle due squadre furono d’accordo nel chiedere a un
professore di educazione fisica della vicina Scuola nazionale per
il Commercio, che i più conoscevano per averlo avuto come in-
segnante, di fare da arbitro. Questo maestro era l’irlandese Pa-
trick “Paddy” McCarthy, e diresse l’incontro con entusiasmo e
imparzialità. Una volta finita la sfida, l’arbitraggio di McCarthy
fu festeggiato dai ventidue protagonisti e anche dai tifosi.
Al di là di questo simpatico racconto, l’arbitro è un’istituzione
che, purtroppo, è divenuta indispensabile nell’intricato mondo
del calcio. Come disse una volta lo scomparso attore e scrittore
spagnolo José Luis Coll: «Un Paese avrà raggiunto il suo massimo
grado di civiltà quando le partite si giocheranno senza arbitri».
10
Qual è il più antico club di calcio?

C
om’è difficile stabilire quale sia stato il primo club di
calcio! Da un lato, molte delle squadre più antiche sono
ormai sparite. Dall’altro, c’è una grande quantità di so-
cietà che oggi competono nei campionati di calcio ma, nel
momento in cui furono create, avevano tutt’altro scopo. Un
buon esempio è rappresentato da una società londinese ormai
estinta, la Gymnastic Society, che a metà del 1789 organizzò
una partita di calcio tra i suoi membri. Secondo la notizia di un
giornale dell’epoca, il match, giocato in un parco lungo la riva
Sud del Tamigi, mise di fronte due squadre composte da ven-
tidue giocatori in vista di un premio molto sostanzioso: cento
ghinee d’oro. Casi come questo sono avvenuti anche in Ger-
mania tra Turn-und Sportverein München von 1860 (meglio
conosciuta come Monaco 1860), e Schwimm-und Sportverein
Ulm 1846 (Ulm 1846, per gli amici). Originariamente que-
ste squadre si dedicavano a prove atletiche, sollevamento pesi
e altre attività. Alla fine del xix secolo, iniziarono a praticare
il calcio, malgrado in Germania questo sport fosse visto con
disprezzo come “una grossolanità che si gioca con i piedi” e
“una malattia inglese”.
Il club argentino Gimnasia y Esgrima La Plata fu fondato
il 3 giugno 1887 in relazione alle attività sportive che il suo
stesso nome denota (ginnastica e scherma), anche se pochi
anni dopo, nel 1893, si inserì nelle competizioni calcistiche. In
questo caso Gimnasia non è la società “calcistica” più antica tra
quelle esistenti in Argentina: il Club Mercedes, che partecipa
al cosiddetto Torneo del Interior (competizione equivalente
alla Quinta Divisione), sorse il 12 maggio 1875.
In questo volume si è già menzionato lo Sheffield FC, creato
il 24 ottobre 1857 e riconosciuto dalla Fifa e dal Guinness dei
primati come il club calcistico più antico. Tuttavia, trattandosi
di un’istituzione che partecipa alla Northern Premier League,
una competizione dilettantistica, deve essere messo in risalto
che il club più antico tra quelli che praticano tuttora il calcio
professionistico è il Notts County FC, creato il 28 novembre
1862 nella città inglese di Nottingham.
Tra le società che non esistono più, ci sono notizie di una
squadra che rappresentò la Brewers’ Company of London –
Compagnia dei birrai di Londra – in partite disputate tra il
1421 e il 1423. Nel capitolo precedente ho citato due squadre
della città inglese di Rochdale che si affrontarono nel 1841,
Body-Guards e Fear-Noughts, sebbene non si sappia cosa sia
successo dopo quella sfida che premiò il vincitore con una bot-
te di gin.
In Scozia, gli storici affermano che tra il 1824 e il 1841 sia
esistito il “Football Club” di Edimburgo, che avrebbe vinto il
premio per la prima società creata esclusivamente per la pra-
tica del calcio. Di questo club non sono rimaste molte infor-
mazioni: si sa che fu fondato da uno studente dell’Università
di Edimburgo chiamato John Hope e che i suoi pochi com-
ponenti giocavano con regole che oggi sarebbero più vicine al
rugby che al calcio. Però, al di là dell’aspetto normativo, gli in-
caricati di consegnare il premio Guinness dovrebbero cercare
di contattare qualche discendente del visionario John Hope.
Qualcuno merita di ricevere un giusto riconoscimento in suo
nome.
11
Perché diciamo “goal”,
“partita” o “hooligan”?

M
olti dei termini attualmente usati in ambito calcistico
nacquero durante i primi decenni del gioco. Si è già
menzionata la parola “porta”, sorta quando nei collegi
britannici o nelle residenze, per esempio Clarendon House,
si utilizzavano gli ingressi di alcuni chiostri come bersaglio da
centrare con la palla. All’epoca, era usuale che gli studenti sfrut-
tassero qualcuna delle matite che avevano sempre con sé per
tracciare una linea sul telaio della porta – o un qualsiasi elemen-
to che delimitasse una porta di calcio: una colonna, un albero,
un palo – ogni volta che la propria squadra riusciva a far entrare
il pallone nella porta avversaria. L’espressione “segnare” o “mar-
care” un goal si affermò molto presto ed è tuttora in vigore.
La parola “derby” si usa in molte lingue come sinonimo
di “classico”, un evento sportivo dalle radici antiche,
prestigioso, che di solito ha per protagonisti due squadre
geograficamente vicine, le cui tifoserie mantengono una
forte rivalità. In apparenza, questo termine sorse a partire
dalla sfida di shrovetide football o mob football disputata
nel xii secolo tra due squadre della città di Ashbourne,
nella contea del Derbyshire, nel cuore dell’Inghilterra. La
città più importante della contea è proprio Derby. Poiché
questa partita si giocava tutti gli anni, divenne una “classica”
usanza locale. Alcuni storici, invece, attribuiscono l’utilizzo
di questo termine a una corsa di cavalli organizzata per
la prima volta nel 1780 dal conte di Derby. Questa prova
risvegliò tanto interesse tra i fanatici delle competizioni
equestri che si ripeté ogni anno sino a divenire un “classico”.
Il primo impiego della parola derby nel calcio moderno è da
attribuirsi a un giornalista del quotidiano britannico Daily
Express, che nell’ottobre del 1914 scrisse: “Un derby locale
tra Liverpool FC ed Everton FC”.
In Inghilterra sorse anche un vocabolo che identifica i tifo-
si ribelli e aggressivi: hooligan. Gli studiosi del calcio inglese
sono giunti alla conclusione che questa espressione si deve a
un ubriacone irlandese di nome Patrick Hooligan, che verso il
1898 divenne famoso per essere stato il protagonista di una ba-
raonda nel pub Lamb and Flag nella zona Sud di Londra. Sem-
bra che il signor Hooligan, un uomo di notevole stazza e molto
abile nel pugilato, perdesse l’autocontrollo quando beveva al-
cune pinte di troppo e si sfogasse rompendo bicchieri, tavoli e
ossa di qualche altro avventore. L’aspetto interessante del caso
è che lo spaccone irlandese non ebbe nulla a che vedere con il
calcio, finché, si era già nel xx secolo, si generò una lite tra i se-
guaci di due squadre londinesi. Una cronaca giornalistica mise
in relazione questi incidenti con quelli di cui era protagonista
il terribile Patrick nelle taverne e, da allora, il suo cognome ri-
mase stampato in ogni parapiglia che i fanatici britannici, soli-
tamente ubriachi, provocavano sia in patria sia fuori.
In molti club europei – in special modo in Spagna e in Ita-
lia – si è soliti chiamare mister l’allenatore. Questo vocabolo
anglosassone si impose a partire dall’ingresso nel calcio del tec-
nico inglese William Garbutt, primo allenatore professionista
del calcio italiano. Nel 1912, Garbutt ottenne l’incarico nel
Genoa Cricket and Football Club, una società nata in Italia
ma con radici britanniche. I giocatori chiamavano Garbutt
così spesso “mister” che il vocabolo fu copiato dagli avversari di
tutta la penisola e, da lì, si diffuse in gran parte del continente.
Secondo alcuni linguisti anglosassoni, non c’è alcuna eviden-
za precisa della parola goal prima della sua apparizione in un
poema di William di Shoreham, nel xiv secolo, che le attribu-
isce il significato di “limite”. A quanto pare, goal deriva da un
termine dell’inglese antico, gal, che si potrebbe tradurre con
“limite”, “frontiera”… o “obiettivo”, che è oggi appunto quello
di far oltrepassare al pallone la linea bianca.
Il torneo a cui partecipano varie squadre che si affrontano
“tutte contro tutte” è un campionato (league in inglese), parola
che deriva dal latino lega, alleanza, unione, fusione. Quindi,
anche se i vari club competono tra di loro, si uniscono tutti
insieme per dare vita al campionato.
La tradizionale fotografia della squadra che vince una com-
petizione e solleva il trofeo riflette un’usanza che ha origine nel
Medio Evo. La parola “campione” deriva dal tardo latino cam-
pio, un soldato con notevole abilità nel combattimento e una
lunga esperienza sui campi di battaglia. Per l’incoronazione di
un re, in Inghilterra era consuetidine la pratica che il guerriero
preferito dal nuovo monarca, il suo campione, facesse il pro-
prio ingresso – nel salone in cui si svolgeva la cerimonia – a
cavallo, armato di spada, lancia e scudo, vestito con una splen-
dente armatura e con il volto coperto dalla visiera di un elmo.
Al suo fianco, un assistente domandava se ci fosse qualcuno
tra i presenti che osasse mettere in dubbio l’incoronazione, e
annunciava che il campione si era presentato per far valere i
diritti del nuovo re e affrontare in combattimento chiunque lo
contraddicesse. Di fronte al silenzio generale, il monarca veni-
va unto. Subito dopo, il nuovo sovrano riempiva una coppa di
vino, beveva un sorso in onore del suo eroe e la passava al guer-
riero. Questi beveva il restante liquido e, compiuta la propria
missione, se ne andava, senza restituire il calice, che conservava
come un dono del sovrano. Nel corso dei secoli, questa ceri-
monia è stata trasferita al calcio, uno sport che premia ciascun
campione con una coppa.
Il goal olimpico (goal direttamente da calcio d’angolo, espres-
sione nota all’estero ma non usata in Italia) e il giro olimpico o
giro d’onore nacquero insieme, giovedì 1° ottobre 1924, quan-
do le squadre dell’Argentina e dell’Uruguay si affrontarono in
un’amichevole che si svolse a Buenos Aires, nello stadio del club
sportivo Barracas. Già da alcuni anni, le partite del Río de la
Plata avevano sapore di derby e nella circostanza l’aspettativa
venne enfatizzata poiché gli spettatori in trasferta potevano gio-
ire per la medaglia d’oro appena conquistata ai Giochi olimpici
di Parigi. Poco prima dell’inizio della partita, i dirigenti argenti-
ni chiesero ai giocatori celesti di salutare la nutrita tifoseria che,
dalle tribune, desiderava congratularsi con gli artefici di una
così gloriosa impresa in Europa. Gli undici uruguaiani entra-
rono e, nel calpestare l’erba, iniziarono un rapido giro intorno
al campo che le cronache giornalistiche denominarono “il giro
degli olimpici”, e che in molte località è conosciuto anche come
“giro d’onore”. Questa celebrazione è oggi istituzionalizzata in
tutti i campi del mondo, in qualsiasi sport e livello di compe-
tizione, quando una squadra si afferma come campione. Poco
dopo il fischio d’inizio, l’attaccante argentino Cesáreo Onzari
– giocatore del club Huracán – riuscì a battere il portiere ospi-
te Andrés Mazzali con un tiro effettuato direttamente dall’an-
golo. Il vantaggio conquistato confuse i partecipanti, poiché la
maggior parte ignorava che il calcio d’angolo fosse stato rego-
lamentato come “diretto” pochi mesi prima dalla International
Football Association Board (il primo della storia lo aveva segnato
Billy Aston, del club St Bernard’s FC, all’Albion Rovers, du-
rante una partita della Seconda Divisione scozzese, giocata il 2
agosto 1924). Il clamore esplose quando l’arbitro Ricardo Val-
larino – anch’egli di nazionalità uruguaiana – indicò il cerchio
di centrocampo. Il “goal di Onzari agli olimpici”, impresso sui
giornali dell’epoca, si trasformò presto in goal olimpico, espres-
sione che da allora si utilizza in gran parte del mondo calcistico,
per definire i goal realizzati direttamente da calcio d’angolo.
In tempi relativamente recenti, il calcio ha adottato una
divertente espressione del cricket, hat-trick (tripletta), per
indicare la bravura di un goleador capace di segnare tre goal
in una stessa partita. Questa definizione nacque nel 1858,
quando il giocatore Heathfield Stephenson, della squadra
All-England Eleven, riuscì a eliminare uno dopo l’altro tre
battitori dell’Hallam Cricket Club durante un incontro
svoltosi in un campo di Hyde Park nella città di Sheffield. I
giornalisti e i commentatori sono soliti chiamare hat-trick una
tripletta realizzata in meno di 90 minuti, anche se tra la prima
rete e la terza vengono segnati dei goal da altri calciatori. Non
dovrebbe essere così: proprio come accadde con la prodezza
di Stephenson, i tre goal dovrebbero essere consecutivi. La
tripletta compare anche in altri sport. A metà anni Quaranta
del xx secolo, un impresario canadese chiamato Sammy Taft
offrì un cappello come ricompensa al giocatore del Toronto
Maple Leafs (la sua squadra preferita di hockey su ghiaccio)
che fosse riuscito a segnare una tripletta in un solo match.
La tripla segnatura arrivò il 26 gennaio 1946, ma non da un
componente della squadra locale, bensì da Alexander Kaleta,
del Chicago Blackhawks. Kaleta ricevette il cappello promesso
da Taft e da allora gli spettatori hanno l’abitudine di tirare i
loro berretti sulla pista ogni volta che si realizza una tripletta.
Questo stravagante gesto di premiazione è stato recepito dal
calcio, anche se i cappelli non c’entrano: chi realizza la tripletta
può portarsi a casa il pallone della partita come souvenir, di
solito firmato da tutti i compagni. Nel 1985, Trevor Senior
segnò tre volte e portò alla vittoria la sua squadra, il Reading
FC: 3-1 in occasione della visita al Cardiff City FC, per il
campionato di Terza Divisione dell’Inghilterra (vari club
gallesi potevano competere tanto nel campionato inglese
quanto nella FA Cup). Alla fine dell’incontro, Senior – il
capocannoniere della stagione con 31 reti – chiese il pallone
all’allenatore della squadra locale, Alan Durban. Ma non era la
giornata giusta, perché la squadra del Cardiff City, con quella
sconfitta, era ormai con un piede nella quarta categoria. «Se
vuoi la palla, la devi pagare. Costa 40 sterline» disse Durban
rivolgendosi al campione in trasferta. Senior se ne andò a mani
vuote, ma alcune settimane dopo avrebbe smaltito la delusione
con un doppio festeggiamento: il Reading vinse il campionato
e venne promosso in Seconda Divisione mentre lo sgarbato
Durban fu retrocesso insieme al Cardiff City.
12
Qual è stata la prima partita
fuori dalla Gran Bretagna?

I
palloni da calcio divennero abituali passeggeri delle navi
britanniche che giravano il mondo intorno alla metà del
xix secolo. Ogni volta che un bastimento ormeggiava in un
porto, i marinai scendevano con i loro palloni per disputare
delle partite improvvisate, seguite con curiosità dagli abitanti
del posto. Il gioco del calcio si affermò negli Stati che, in quegli
anni, facevano parte dell’Impero britannico e anche là dove si
erano insediate numerose famiglie anglosassoni (India, Cana-
da, Australia e Sudafrica). Tra le città che, a quel tempo, conta-
vano su importanti comunità britanniche c’era Buenos Aires.
L’influenza di questa comunità fu decisiva per far sì che nella
capitale argentina si disputasse, nel 1891, il primo torneo di
calcio al di fuori del Regno Unito.
Il primo incontro giocato nella capitale argentina fu segnala-
to il 25 maggio 1867 dal quotidiano The Standard, una pubbli-
cazione in lingua inglese rivolta alla comunità straniera: “Oggi
ci sarà una partita di calcio nel quartiere Palermo. Crediamo
che sarà la prima a essere giocata a Buenos Aires e vogliamo
che mezza città sia lì se il clima si mostrerà propizio” recitava
l’avviso. Siccome il clima non fu clemente, l’invito venne spo-
stato al 20 giugno. Quel giorno, sedici calciatori si lanciarono
su un campo improvvisato in mezzo al parco Tres de Febrero,
nel quartiere Palermo, segnalato da quattro bandierine e con
porte delimitate da due pali paralleli, senza traversa. Le squa-
dre, di otto componenti ciascuna, si differenziavano tra loro
per il colore dei berretti, rossi e bianchi. La partita iniziò alle
12.30 e si concluse due ore dopo con una schiacciante vittoria
dei rossi per 4-0.
13
Qual è stata la prima partita
tra Nazionali?

I
l 5 marzo 1870, appena sei anni e mezzo dopo la fondazione
della Football Association, si tenne la prima partita tra Na-
zionali. Nello stadio Kennington Oval di Londra, situato
a pochi metri dal Tamigi, le due squadre rappresentanti l’In-
ghilterra e la Scozia pareggiarono 1-1. Questa sfida inaugurale
non si considerò ufficiale perché gli undici giocatori “in tra-
sferta” vivevano nella capitale britannica e, inoltre, non erano
stati scelti dalla Scottish Football Association. Tuttavia, l’inglese
Charles Alcock – che quel giorno ebbe nuovamente ruoli di-
versi, come attaccante, capitano dell’Inghilterra, dirigente e
fautore della sfida – difese la natura internazionale della partita
in una nota pubblicata dal quotidiano The Scotsman il 28 no-
vembre 1870: “Il diritto di giocare era aperto a tutti gli scozzesi
a Nord e a Sud del confine, attraverso inviti pubblici sulle co-
lonne delle principali testate della Scozia”.
Secondo Alcock, «chiamare la squadra Scozzesi di Londra
non serve a nulla. La partita si è tenuta, come era stato annun-
ciato, a tutti gli effetti, tra Inghilterra e Scozia». Il primo in-
contro riconosciuto come “ufficiale” si svolse il 30 novembre
1872, in un campo del West of Scotland Cricket Club, situato
nel quartiere di Partick, nei dintorni di Glasgow. Quel giorno,
davanti a quasi 3000 spettatori, la Scozia – composta da gioca-
tori appartenenti a un solo club, il Queen’s Park FC, e vestita
d’azzurro, divisa alternativa di quella squadra – e l’Inghilterra
non riuscirono a segnare e il match si concluse 0-0.
Al di fuori del Regno Unito, l’incontro più antico tra due Pa-
esi si giocò nel 1885, quando il Canada batté gli Stati Uniti per
1-0 in un campo di Newark, uno stato del New Jersey. Neppure
quella sfida fu considerata “legittima”, perché la squadra ospite
rappresentava l’Associazione occidentale di calcio dell’Onta-
rio e quella locale la scomparsa American Football Association,
una società che, malgrado il nome, aveva solo un’importanza
regionale. La Federazione calcistica degli Stati Uniti d’America
(United States Soccer Federation), prima Federazione naziona-
le, sarebbe stata fondata solo il 5 aprile 1913.
I registri ufficiali indicano che la prima partita “vera” tra
Nazionali giocata fuori dalla Gran Bretagna si disputò il 20
giugno 1902 a Montevideo, tra l’Uruguay e l’Argentina. Quel
giorno, la squadra uruguaiana sfoggiò una maglietta blu con
una striscia trasversale bianca, mentre la sua rivale indossò una
maglietta completamente celeste, colore presente nella ban-
diera argentina. Anche se la bandiera uruguaiana ha quattro
strisce blu, cinque bianche e un sole dorato, la divisa ufficiale
dell’Uruguay venne decisa in seguito a un successo sportivo: il
10 aprile 1910, il River Plate FC di Montevideo ricevette nel
proprio stadio l’Alumni, la squadra argentina più forte dell’e-
poca. Poiché le due società utilizzavano entrambe magliette
rosse e bianche a righe verticali, la squadra locale quel giorno
scelse di indossare per l’occasione la propria divisa alternati-
va: maglietta celeste, pantaloncini e calzini neri. La vittoria del
River Plate per 2-1 portò a un forte attaccamento alla squadra
nella parte orientale di Río de la Plata. Il trionfo fu spettacolare
a tal punto che, a partire da quella prodezza, il celeste fu accol-
to per sempre come il colore della squadra dell’Uruguay.
14
Qual è stato il primo torneo
ufficiale di calcio?

L
a passione di Charles Alcock per il calcio lo aveva reso
un uomo dinamico e instancabile. Educato alla Harrow
School (un’istituzione qui citata perché propugnatrice di
questo sport e del suo regolamento), Alcock fu un giocatore e
un veemente promotore della competizione tra club e Nazio-
nali. In questo volume è stato già menzionato in diverse circo-
stanze per il suo contributo al perfezionamento delle norme e
per aver organizzato la prima sfida calcistica tra Inghilterra e
Scozia. Ma non si limitò a quello. Ai suoi tempi da calciatore
nei chiostri e nei cortili di Harrow, questo implacabile trasfor-
mista giunse alla conclusione che i campionati a eliminazio-
ne diretta, che gli alunni erano soliti iniziare e terminare in
un solo giorno, potevano svilupparsi su una scala molto più
ampia. Il 20 luglio 1871, durante una riunione della Football
Association presso la sede londinese del quotidiano The Sports-
man, Alcock fece balenare l’idea di creare una Challenge Cup
alla quale avrebbero preso parte tutti i club tesserati dell’As-
sociazione nata nella Freemasons’ Tavern. L’iniziativa fu ap-
provata e quindici squadre accettarono di partecipare al primo
campionato ufficiale: Barnes, Civil Service, Clapham Rovers,
Crystal Palace, Hitchin, Maidenhead, Marlow (l’unico club
ad aver preso parte alla coppa fino alla stagione 2016-2017),
Queen’s Park (della città di Glasgow, la sola squadra straniera
della competizione inaugurale), Donington Grammar Scho-
ol, Hampstead Heathens, Harrow Chequers, Reigate Priory,
Royal Engineers, Upton Park e i Wanderers (l’antico Forest,
che era stato ribattezzato dallo stesso Alcock). Il regolamento
del torneo era (ed è) molto semplice: due squadre disputano
un match, il vincitore passa il turno e lo sconfitto viene elimi-
nato; in caso di pareggio, la sfida si ripete (in seguito saranno
inseriti il sorteggio per scegliere il primo campo da gioco, il
“ritorno” nell’altro campo e la decisione della partita ai calci
di rigore nel caso di un secondo pareggio). Ciascun club con-
tribuì con una sterlina all’acquisto del trofeo, che fu ordinato
all’argenteria Martin, Hall and Company. La coppa – 45 cen-
timetri di altezza, con manici curvi e sormontata dalla figura
di un giocatore – fu battezzata da subito “Il piccolo idolo di
stagno” anche se era stata fabbricata in argento.
La competizione iniziò male, con tre diserzioni: il Do-
nington Grammar School, l’Harrow Chequers e il Reigate
Priory abbandonarono prima dell’inizio per problemi orga-
nizzativi o di programmazione. Jarvis Kenrick (del Clapham
Rovers) segnò il primo goal del torneo contro l’Upton Park
nella data inaugurale, l’11 novembre. La decisione per cui
tutti gli incontri si dovevano svolgere nei campi di Londra
causò un altro problema: il 5 marzo 1872, nello stadio Ken-
nington Oval, la squadra scozzese Queen’s Park e l’inglese
Wanderers pareggiarono senza segnare goal. Per rompere la
parità, si programmò un nuovo incontro tra le due nello stes-
so stadio (misura che perdura ancora oggi anche se, come ho
spiegato prima, alternando i campi). Il Wanderers vinse la sfi-
da senza giocare, poiché gli scozzesi dovettero rinunciare alla
rivincita: non trovarono i soldi per sostenere un altro viaggio
fino a Londra!
La finale si disputò il 16 marzo 1872 a Kennington Oval,
dove duemila fanatici del nuovo sport lasciarono nei botteghi-
ni un incasso di cento sterline, una fortuna per quei tempi. La
partita ebbe un inizio accidentato: dopo appena dieci minuti,
Edmund Creswell, dei Royal Engineers, si fratturò una clavi-
cola e dovette abbandonare il campo. Con un uomo in più, la
squadra dei Wanderers si impose grazie a una sola rete e alzò
la coppa d’argento per la prima volta. L’unico goal fu opera di
Morton Betts, cinque minuti dopo lo sfortunato incidente di
Creswell.
Il Guinness dei primati, tuttavia, consegnò al club Hallam FC
un certificato (un altro…) per aver vinto un campionato cono-
sciuto come Youdan Cup nel marzo 1867. L’Hallam vinse la
finale a Norfolk: 0-0 nei goal ma 2-0 per i rouges (vedi il capito-
lo 3 “Il goal ha mai avuto un valore diverso per il punteggio?”).
Nonostante il bizzarro punteggio, dovuto al fatto che questo
torneo si fosse giocato con le Regole di Sheffield, differenti da
quelle che si utilizzarono a partire dal 1871 e molto diverse
dalle norme del xxi secolo, vari storici ritengono che la You-
dan Cup sia stato il primo torneo ufficiale di calcio. Un’affer-
mazione decisamente discutibile.
15
Qual è stata la partita
più strana della storia?

N
el corso di centocinquant’anni, moltissimi incontri han-
no avuto elementi tali da essere considerati bizzarri, in-
soliti, il più delle volte a causa di agenti esterni: strane
espulsioni, goal discutibili, animali entrati in campo, eventi at-
mosferici che hanno fermato il gioco, risse che hanno coinvol-
to i protagonisti. Tuttavia, il match disputato nella città di Bir-
mingham, nel 1874, potrebbe essere considerato il più strano
perché, allo stesso tempo, fu e non fu una partita di calcio. Che
cosa accadde? Quando il club Aston Villa fu fondato a Bir-
mingham quell’anno, da parrocchiani della chiesa Villa Cross
Wesleyan, i giocatori si trovarono alle prese con un incredibile
problema: non esisteva, in quella città, un’altra squadra da af-
frontare. In un tale scenario, gli entusiasti ragazzi non ebbero
altro rimedio che concordare la loro prima sfida contro… un
club di rugby! I “villani” sfidarono l’Aston Brook St. Mary’s
Rugby in un duello stravagante, che consistette nel giocare il
primo tempo a rugby e il secondo a calcio, seguendo le Regole
di Sheffield. Non ci sono notizie registrate su come sia stato re-
golato il sistema del punteggio. Il risultato però, sì, venne stabi-
lito, un’altra incredibile stranezza: l’Aston Villa si impose per
“solo” 1-0, con un goal segnato da Jack Hughes.
16
Chi decise i disegni e i colori
delle prime magliette?

L
e magliette fanno parte dell’essenza del calcio. Anche se
da vari anni le fabbriche di abbigliamento sportivo hanno
sperimentato nuove e vistose combinazioni, più vicine al
marketing che alla storia, la distinzione principale dei club si
regge sul nome e sulla composizione cromatica. Tutte le squa-
dre sudamericane ed europee nacquero a partire da queste scel-
te, a carico dei loro soci fondatori. Tuttavia, nei primi anni del
calcio britannico, lo stile nell’abbigliamento non fu considera-
to a priori. Nei college, era frequente che le squadre si distin-
guessero per i colori di berretti, cappucci o fasce.
Secondo le Regole di Sheffield, ogni squadra doveva avere
disponibili tre tipi di maglie (di colore bianco, rosso e azzur-
ro) affinché i capitani, un minuto prima dell’inizio del match,
potessero decidere che colore avrebbe utilizzato ciascuna for-
mazione.
Nel 1879, la Football Association stabilì una regola fonda-
mentale: ogni società doveva adottare una tenuta che fosse
rispettata da tutti i componenti della squadra. “Nel calcio, è
molto importante che i membri di una squadra possano distin-
guersi chiaramente dai loro avversari. L’unica maniera affinché
questo accada è che ogni club abbia un’uniforme differente,
non soltanto per non confondere i componenti delle squadre,
ma anche per aiutare gli spettatori a stabilire se un giocatore
appartiene a una squadra o a un’altra”. Così si pronunciò l’As-
sociazione, in accordo con la stampa dell’epoca. Era frequente
in quegli anni che ciascun giocatore acquistasse la propria ma-
glietta e la inviasse a un sarto per farsi ricamare lo stemma della
squadra, oppure che ordinasse direttamente il confezionamen-
to della sua divisa.
Per cercare di dare un ordine a questo aspetto fondamenta-
le, i dirigenti che promossero la creazione del primo campio-
nato, nel 1888, stabilirono che ciascuna delle dodici squadre
partecipanti dovesse scegliere una divisa diversa da quella dei
propri avversari. Due anni dopo, il Sunderland FC si unì alla
competizione. A quanto pare, i dirigenti promotori dimentica-
rono di trasmettere le norme sul vestire ai delegati del nuovo
club partecipante. Il Sunderland debuttò così nel campionato
con una sconfitta per 2-3 contro il Burnley FC, nello stadio
ora scomparso di Newcastle Road. Quel giorno, il 13 settem-
bre 1890, la squadra locale sfoggiò magliette a righe verticali
bianche e rosse, pantaloncini e calzettoni neri – tenuta che,
fino al 2016, ha conservato con orgoglio – mentre la squadra
avversaria vestì di azzurro. La sfida si svolse senza problemi.
Le contrarietà sorsero due giorni dopo, quando la squadra del
Nord dell’Inghilterra giocò nuovamente in casa a Newcastle
Road con il Wolverhampton Wanderers. Per la sorpresa dei
cinquantamila spettatori e dell’arbitro, le due squadre scesero
in campo con divise identiche: magliette rossobianche, pan-
taloncini e calzettoni neri. Sebbene nessuno dei club avesse a
portata di mano una divisa alternativa, la partita si giocò co-
munque, così come era stato concordato. Nel primo tempo,
il Sunderland poté trarre vantaggio dalla confusione e andò
negli spogliatoi con un bel 3-0 a suo favore. Tuttavia, il Wol-
verhampton recuperò e tornò a casa con un’inaspettata vitto-
ria per 4-3. A partire da quel momento, la Football Association
impose a ciascun club di avere a portata di mano un completo
di magliette alternativo, di colore bianco. Poiché c’era già una
squadra che si differenziava per questo colore, il Preston North
End FC, in seguito si decise che ciascun club dovesse avere due
uniformi alternative – una istituzionale e un’altra sostitutiva –
molto differenti tra loro, onde evitare una nuova coincidenza
cromatica. Nel frattempo, i ragazzi del Wolverhampton, aven-
do considerato che c’erano molte squadre in rosso e bianco,
decisero di modificare la propria maglia optando per una tona-
lità che, senza dubbio, nessuno avrebbe mai scelto: l’arancione.
17
Una squadra ha mai vinto
un torneo senza aver giocato?

I
l club islandese Knattspyrnufélagið Fram (meglio cono-
sciuto come Fram, della capitale Reykjavik) si attribuisce
un record impressionante: aver vinto sei campionati con-
secutivi, tra il 1913 e il 1918, senza mai subire sconfitte e
con appena un pareggio. Numeri sbalorditivi, ma solo a una
prima occhiata. Quando però ci si avvale di una lente d’in-
grandimento per vedere “la pagliuzza nell’occhio” di que-
sta storia, si scoprono simpatiche sorprese. Primo: in quelle
sei stagioni, questa squadra disputò appena… otto partite!
I primi due tornei, inoltre, li vinse perché non si presenta-
rono gli avversari. L’unico pareggio, verificatosi nel 1916,
avvenne contro il Knattspyrnufélag Reykjavíkur, per 2-2,
e, in quel campionato il Fram giocò appena tre incontri (la
terza squadra partecipante fu il Knattspyrnufélagið Valur).
Nel 1918 il campionato islandese salì a quattro squadre per-
ché si aggiunse il Knattspyrnufélagið Víkingur. In breve, il
Fram conquistò sei titoli consecutivi, ma di fatto affrontò
appena tre squadre avversarie e due dei suoi giri d’onore fu-
rono realizzati molto comodamente per assenza di rivali.
La Coppa di Spagna (Copa del Rey) è oggi uno dei tornei
più prestigiosi e competitivi del mondo. Perciò risulta strabi-
liante che l’Athletic Club della città spagnola di Bilbao abbia
vinto questa competizione senza aver giocato una sola partita.
Sì, avete letto bene: la squadra basca si proclamò campione nel
1904 senza neppure aver calpestato il prato del campo da gio-
co. Questa particolare circostanza ha, naturalmente, una spie-
gazione. La seconda edizione della Coppa di Spagna fu orga-
nizzata nella capitale spagnola dall’Associazione madrilena dei
club di football (Asociación Madrileña de Clubs de Football). Si
iscrissero, per parteciparvi, l’Athletic Club di Bilbao, l’Español
de Barcelona (l’attuale Reial Club Deportiu Espanyol) e quat-
tro squadre madrilene – Club Español de Madrid, Madrid FC
(il “padre” del Real Madrid), il Moncloa FC e l’Iberia FC – che
dovevano partecipare a un’eliminatoria regionale per accedere
alle semifinali. Da una parte, l’Athletic passò in finale perché il
suo rivale, l’Español de Barcelona, decise di non intraprende-
re il viaggio per andare a competere. Dall’altra, il 19 marzo, il
Moncloa batté per 4-0 l’Iberia, mentre il Madrid e l’Español
pareggiarono 5-5. I giocatori di queste due ultime squadre si
rifiutarono di sciogliere il pareggio allungando i tempi, per cui
gli organizzatori ordinarono di ripetere il match il giorno suc-
cessivo. Ma i ragazzi del Madrid non si presentarono, poiché
sostenevano che il regolamento del torneo proibiva espressa-
mente che si giocassero due partite in due giorni consecutivi.
Così, il 27 marzo si affrontarono nella semifinale l’Español e
il Moncloa, ma la partita venne sospesa quando il difensore
dell’Español Alfonso Hermúa subì la doppia frattura di tibia
e perone. Siccome al momento dell’interruzione l’Español
vinceva 1-0, pretese di passare in finale e sfidare l’Athletic. Nel
corso di un’assemblea dell’Asociación Madrileña de Clubs de
Football riunitasi per risolvere il caso, il presidente della società,
Ceferino Rodríguez Avecilla, propose di accettare la richiesta.
Ma aveva un personale tornaconto: Ceferino era, allo stesso
tempo, anche il presidente dell’Español de Madrid, ragion
per cui la sua proposta fu respinta. Per risolvere il problema,
si fece ricorso a un sorteggio che favorì l’Español. L’Athletic
però si rifiutò di affrontarlo avendo capito che, in accordo con
il regolamento del campionato pubblicato inizialmente, quella
squadra non aveva superato le qualificazioni regionali: aveva
pareggiato in una partita e non aveva vinto la successiva. Din-
nanzi a questo nodo gordiano e all’impossibilità di rispondere
in tempi brevi alla giusta richiesta della squadra bilbaina, e vi-
sta la fretta dei giocatori baschi di ritornare nella propria città
e alle proprie occupazioni, l’Asociación Madrileña considerò
concluso il torneo e consacrò vincitore l’Athletic Club per via
della sua esclusiva condizione di campione in carica, essendo
stato incoronato l’anno precedente. Così, i baschi sollevarono
la coppa d’argento donata dal re Alfonso xiii senza neppure
una goccia di sudore e senza aver indossato la loro maglietta
biancorossa.
18
Padre e figlio assieme in campo:
quando è successo?

N
egli ultimi anni, vari calciatori longevi che erano diven-
tati padri molto giovani sono riusciti a partecipare a una
partita ufficiale insieme al figlio.
A 37 anni, l’uruguaiano Walter Pandiani fu uno di quelli che
si tolse lo sfizio, arricchendo il vivaio del club Miramar Misio-
nes con il suo primogenito Nicolás.
Gli islandesi Arnor e Eidur-Smari Gudjohnsen furono gli
unici ad aver gareggiato a livello internazionale, quando affron-
tarono l’Estonia il 24 aprile 1996. Quel giorno, papà Arnor,
che aveva 35 anni, fu rimpiazzato da suo figlio, diciassettenne,
nel secondo tempo.
In quest’ambito, il primo caso di cui si ha notizia documen-
tata si verificò in Irlanda. Il Distillery FC vinse tre coppe na-
zionali consecutive tra il 1884 e il 1886, tutte all’Ulster Cri-
cket Ground. Nella prima finale, la squadra di Belfast batté
5-0 il Wellington Park, davanti a circa duemila spettatori; nel
1885, sconfisse 3-0 il Limavady; nella terza finale consecutiva
vinse per 1-0 ancora contro il Limavady. L’elemento bizzarro
di queste tre finali è che in tutte giocarono Matthew e Robert
Wilson: padre e figlio. Matt, il capitano della squadra, aveva
ricevuto il soprannome di Daddy (“papi” o “paparino”) perché,
oltre a condividere la difesa con Bob, ottemperava alla funzio-
ne di “papà” della squadra per via del suo ruolo di capitano.
I Wilson non furono gli unici giocatori con legame di sangue
nel Distillery FC per tre volte campione: integravano la squa-
dra anche tre coppie di fratelli. Questi erano John e Thomas
Fleming, Matthew e Robert Douglas, John e Joseph Sherrard.
Una vera famiglia.
19
Qual è stato il primo torneo
ufficiale per le Nazionali?

I
l torneo internazionale più antico tra quelli che perdurano
tuttora è il campionato che si svolge durante i Giochi olim-
pici. Nella prima tappa “moderna”, Atene 1896, il calcio fu
assente, ma si aggiunse nell’edizione successiva, Parigi 1900.
Tuttavia, non furono delle Nazionali a partecipare a quell’edi-
zione, né alla seguente, Saint Louis 1904, bensì dei club.
Nella capitale francese giocarono tre squadre: Club Français
(Francia), Université de Bruxelles (Belgio) e Upton Park FC
(Inghilterra). Si disputarono solo due partite: nella prima,
i giocatori francesi sconfissero i belgi per 6-2; nella seconda,
considerata la finale, i britannici si imposero per 4-0. A Saint
Louis, la medaglia d’oro andò a una squadra canadese, il Galt
FC. Le Nazionali debuttarono ai Giochi olimpici quattro anni
più tardi, a Londra 1908. Vi parteciparono cinque Paesi (Gran
Bretagna, Francia, Danimarca, Svezia e Olanda) e la medaglia
d’oro finì al collo dei padroni di casa.
La competizione più antica tra Paesi è l’ormai scomparso
Torneo Interbritannico (The British Home Championship).
Le Associazioni di calcio delle quattro Nazioni che formano il
Regno Unito – Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda (del Nord,
a partire dal 1949) – unificarono i codici normativi e decisero
di dare vita a un torneo per le loro rispettive squadre. Questo
campionato “internazionale” si svolse con cadenza annuale per
un secolo esatto, tra le stagioni 1883-1884 e 1983-1984. Si in-
terruppe solo tre volte: nel corso dei periodi che coincisero con
le due Guerre mondiali e per la riacutizzazione del cosiddetto
“Conflitto dell’Irlanda del Nord”, sostenuto dalla lotta separa-
tista dell’Esercito repubblicano irlandese (Ira), un’organizza-
zione terroristica che si dichiarava a favore dell’indipendenza
dell’Irlanda del Nord dal Regno Unito. Il violento scontro non
solo provocò la sospensione del torneo nella stagione 1980-
1981, ma, secondo alcuni storici, fu una delle cause per le quali
si smise di disputare il Torneo Interbritannico.
20
Qual è stata la più grande
goleada ufficiale?

P
er rispondere a questa domanda occorre stabilire innan-
zitutto quale criterio utilizzare per riconoscere la “purez-
za” di una partita con un alto punteggio. Quasi sempre
un simile risultato è il frutto di un comportamento errato: una
bustarella, una squadra che solleva una contestazione perché si
sente danneggiata da un errore arbitrale, un’altra squadra che si
presenta in campo con meno giocatori, o li perde in una piog-
gia di cartellini rossi o infortuni.
La più grande goleada ufficiale per un incontro di Prima Di-
visione si ebbe il 31 ottobre 2002 ad Antananarivo, capitale
del Madagascar: l’AS Adema sconfisse lo Stade Olympique
de l’Emyrne per 149-0. No, non si tratta di un errore di digi-
tazione né tantomeno di uno scherzo: 149-0. Una differenza
che, in condizioni “normali”, è impossibile si verifichi, anche
se si tratta della squadra migliore contro la peggiore. Affinché
il punteggio arrivasse a tre cifre, un caso unico nella storia del
calcio, si verificò una situazione particolare: una settimana
prima, a Toamasina, queste due squadre si affrontarono nella
finale del torneo quadrangolare di Prima Divisione malgascio.
L’Olympique stava vincendo 2-1 quando, all’ultimo minuto,
l’arbitro Benjamina Razafintsalama concesse all’Adema un ri-
gore molto discutibile che permise alla squadra di raggiungere
la parità e, per giunta, uscirne campione. Persa la possibilità di
ottenere il titolo, i calciatori dell’Olympique – che avevano
protestato con veemenza contro il rigore perché lo considera-
vano ingiusto – prepararono una sorpresa in vista dell’ultimo
match, che doveva essere giocato solamente come una formali-
tà. Dopo aver vinto il sorteggio, il capitano Manitranirina An-
drianiaina, i suoi compagni Mamisoa Razafindrakoto e Nico-
las Rakotoarimanana ripeterono per 149 volte la stessa azione
di gioco: presero la palla, la calciarono all’indietro, e finirono
per mandarla nella propria rete, sotto lo sguardo passivo del
portiere, Dominique Rakotonandrasana. Gli uomini dell’Ade-
ma toccarono la palla solo per dare il via nel secondo tempo.
Non appena i giocatori dell’Olympique recuperarono la sfera,
la raffica di autogoal proseguì sino alla fine. La farsa irritò gli
spettatori, che chiesero la restituzione dei soldi del biglietto, e
il presidente della Federazione malgascia, Jacques Benony, che
inflisse tre anni di squalifica al tecnico dell’Olympique, Zaka
Be, per aver innescato l’assurdo spettacolo.
Fino a quel momento, il punteggio più alto si era registrato
in Gran Bretagna. Il 12 settembre 1885, l’Arbroath FC schiac-
ciò il Bon Accord FC per 36-0 durante la Scottish Cup. Si può
considerare di Prima Divisione un torneo in cui partecipano
squadre di differenti categorie? Certamente no. Inoltre, questa
notevole vittoria dell’Arbroath probabilmente si spiega con il
fatto che la Federazione scozzese avesse sbagliato destinatario
nel formulare il suo invito al torneo. Invece di convocare l’O-
rion FC di Aberdeen, la lettera fu spedita per errore all’Orion
Cricket Club, una società di quella stessa città in cui non si
praticava il calcio. Nonostante ciò, i giocatori di cricket ac-
cettarono l’invito e si iscrissero con il nome di “Bon Accord”,
un’espressione sorta durante le guerre d’Indipendenza scozze-
se, per distinguersi, giustamente, dall’altro Orion, il club cal-
cistico.
L’annessione alla Germania e la Seconda guerra mondiale
non fermarono il campionato di calcio austriaco. Nella stagio-
ne 1940-1941, dieci squadre gareggiarono in un torneo che
vide prevalere lo Sportklub Rapid Wien, il quale poi prese parte
alla competizione nazionale tedesca (l’Austria era considerata
una sorta di “provincia”, che era stata annessa da Adolf Hitler
alla confinante Germania). Il 19 gennaio 1941, il Fußballklub
Austria Wien scolpì il suo nome sul marmo dei record quando
battè il Linzer Athletik-Sport-Klub per 21-0. In quell’oscuro
periodo, il club della capitale gareggiò con un altro nome, ossia
Sportclub Ostmark Wien. Nel decennio 1920-1930, l’Austria
Wien era la squadra favorita della comunità ebraica viennese.
Quando giunsero al potere, i nazisti assassinarono calciatori,
dirigenti e tifosi ebrei. Poi permisero alla squadra di continuare
a partecipare, ma con un nuovo nome che non rimandasse al
suo “passato ebreo”. Come arrivò allo straordinario punteggio
di 21-0? La partita si giocò nello stadio Meidlinger Fußball-
platz di Vienna, presso il quale giunsero soltanto sei giocatori
del Linz che avevano percorso in treno i duecento chilometri
che separavano la capitale austriaca da Linz. Per completare la
formazione iniziale, l’allenatore Georg Braun acconsentì a in-
dossare gli scarpini e a unirsi alla lotta. La partita scatenò una
tale raffica di goal che uno spettatore della squadra locale, im-
pietositosi, dette la sua disponibilità a elevare a otto il numero
dei giocatori in trasferta. Tuttavia, la pioggia di tiri continuò.
A dieci minuti dalla fine, con il punteggio di 17-0, altri tre gio-
catori del Linz scesero in campo: avevano perso il treno preso
dai loro compagni ed erano saliti su quello successivo. Anche
se l’incontrò terminò con undici giocatori per squadra, il pun-
teggio aumentò ancora, fino ad arrivare a 21-0 al fischio finale.
Secondo i registri ufficiali, due di quei ventuno goal furono
autoreti. C’era qualcos’altro che poteva andare storto per gli
sfortunati ragazzi del Linzer Athletik-Sport-Klub?
Altri esempi: nel 2016, per il campionato di Prima Divisione
delle Barbados, il Pinelands United FC sconfisse l’University
of the West Indies (Uwi) 21-0. La squadra sconfitta era com-
posta solo da sette uomini. A Cipro, durante la stagione 1938-
1939, il club Athlītikī Enōsī Lemesou sconfisse per 24-1 l’A-
ris Lemesou, che quel giorno presentò in campo un’inesperta
squadra giovanile. Il 27 maggio del 1994, l’FC Tevalte Tallinn
sconfisse per 24-0 il Kalev Sillamäe. La Federazione calcistica
dell’Estonia annullò l’incontro quando si scoprì che i vincitori
avevano corrotto l’arbitro e gli avversari per attribuirsi dei goal
che permettessero loro di salire al primo posto della classifica,
quando mancava una sola data alla fine del torneo.
Il primo tempo della partita tra lo Sport Unie Brion Trappers
e il Crksv Jong Holland, due squadre della Lega di Curaçao,
nelle Antille Olandesi, scorreva tranquillo nel pomeriggio del
14 marzo 1954. La squadra padrona di casa vinceva per 1-0,
grazie a un goal di Bill Canword. Al trentanovesimo del primo
tempo, un nuovo goal della squadra ospitante accese la prote-
sta dell’allenatore in trasferta, che reclamò con l’arbitro per un
fallo precedente l’ingresso della palla in rete. Il giudice di gara
non solo respinse la lamentela ma espulse il veemente tecnico
che, prima di lasciare il campo, ordinò ai suoi uomini di abban-
donare il gioco. Quelli proseguirono all’interno del campo, ma
senza opporre resistenza agli attacchi dei giocatori dei Trap-
pers. Così, il punteggio arrivò a 5-0 al momento dell’interval-
lo, e a… 32-0 nel secondo tempo, finché l’arbitro, stanco della
pagliacciata, fischiò la fine.
Il 27 agosto 2003, il pullman che trasferiva i calciatori del
club ugandese Akol FC allo stadio Namboole della squadra av-
versaria, il Villa Sports Club, fu intercettato dai tifosi armati di
una terza squadra, l’Express FC. A due date dalla fine della sta-
gione, i fanatici minacciarono con pistole e rivoltelle i giocato-
ri dell’Akol affinché non si presentassero all’incontro e cedes-
sero al Villa Sports Club, che aveva gli stessi punti dell’Express,
ma una migliore differenza reti, una vittoria di 2-0 che non
avrebbe fatto aumentare di troppo quel vantaggio. La minaccia
ebbe esito negativo: alcuni giocatori fuggirono dall’autobus,
ma nove proseguirono il viaggio fino allo stadio. Undici con-
tro nove, il Villa Sports Club si impose con facilità per 22-1 e,
sebbene avesse lo stesso numero di punti dell’Express, divenne
poi campione grazie alla sua imponente differenza reti.
In Germania, invece, non ci fu alcuna anomalia. Il 23 marzo
1947, durante l’Oberliga Sud-Ovest, il Kaiserslautern FC ri-
filò un 20-0 all’FSV Trier-Kürenz. Anche se forse, si dovrebbe
considerare un’“anomalia” il fatto che l’FSV Trier-Kürenz fos-
se una squadra giovanile dilettantistica, che quell’anno venne
retrocessa, mentre il Kaiserslautern era un club che, oltre che
aver vinto vari campionati tedeschi all’epoca, annoverava tra le
sue file Fritz Walter, Ottmar Walter, Werner Kohlmeyer, Wer-
ner Liebrich e Horst Eckel, protagonisti della squadra tedesca
vincitrice del Mondiale nel 1954 in Svizzera.
21
Chi ha inventato la “lotteria”
dei calci di rigore?

S
econdo la Fifa, la sequenza dei tiri dal dischetto, alla quale
si ricorre per decidere le sorti di una partita in parità, fu in-
ventata dall’arbitro tedesco Karl Wald. Sul finire degli anni
Sessanta, indignato dal volteggiare di una moneta che decise a
testa o croce la vittoria dell’Italia sull’Unione Sovietica nelle se-
mifinali degli Europei del 1968, dopo lo 0-0 sul campo, l’arbitro
propose che ciascuna squadra tirasse cinque calci di rigore quan-
do il gioco finiva con un pareggio nelle partite amichevoli che
arbitrava. Poco dopo, nel 1970, Wald suggerì la sua idea anche
alla Federazione bavarese di calcio. L’idea piacque e a poco a poco
guadagnò terreno: prima fu adottata dalla Federazione tedesca,
poi dalla Union of European Football Associations (Uefa) e infine
dalla Fifa. La prima grande sfida internazionale che si definì con
questo sistema fu la finale degli Europei del 1976, a Belgrado. Per
ironia della sorte, la Cecoslovacchia sconfisse la Germania con la
sua stessa trovata. Tuttavia, ogni volta che la Nazionale tedesca
ha avuto a che fare con i calci di rigore durante i Mondiali, ne è
sempre uscita vittoriosa. La prima volta, l’8 luglio 1982 a Sivi-
glia, debutto di questo sistema in un Mondiale, avvenne contro la
Francia. In quella sequenza, il tiro di Uli Stielike, parato dal por-
tiere francese Jean Ettori, fu l’unico rigore che i tedeschi abbiano
sbagliato nelle fasi finali. Poi la Germania si impose sul Messico
(il 21 giugno 1986, ai quarti di finale), sull’Inghilterra (il 4 luglio
1990, nella semifinale) e sull’Argentina (il 30 giugno 2006, nei
quarti di finale).
In Spagna, tuttavia, affermano che un giornalista di Cadice
chiamato Rafael Ballester sia stato il primo a suggerire l’esecu-
zione di cinque calci di rigore per squadra in seguito a un pa-
reggio, durante lo svolgimento del Trofeo Ramón de Carranza
del 1962. Ballester mise a disposizione la sua idea per porre fine
all’usanza di stabilire il vincitore attraverso un sorteggio con
foglietti o il lancio di una moneta.
L’idea condivisa da Wald e Ballester, tuttavia, si era già diffusa
in altre sfide nazionali, come il torneo giovanile interregionale
svizzero del 1959, o la Coppa Italia 1958-1959, in cui si utilizzò
solo una volta: nel primo turno, l’FC Treviso sconfisse l’SS Me-
stre per 5-4. Ciononostante, ci sono documenti che certificano
che il primo torneo in cui si incorporò questo sistema fu la Cop-
pa di Jugoslavia del 1952. Nel primo turno di questa competi-
zione, quattro partite si decisero ai rigori. Nella prima delle gare
decise ai rigori, la squadra serba Proleter di Ravno Selo superò
per 3-2 il Garnizon JNA di Skopje, capitale della Macedonia. I
registri, purtroppo, non hanno conservato il nome della persona
che ideò l’attuale sistema di spareggio.
22
Chi è stato il calciatore più anziano
in una partita ufficiale?

I
l portiere colombiano Faryd Mondragón è il detentore di
un record molto interessante: giocò in una partita dei Mon-
diali (contro il Giappone, nell’edizione di Brasile 2014)
all’età di 43 anni e 3 giorni. A livello di Nazionali, il primato di
Mondragón si situa piuttosto lontano da quello di MacDonald
Taylor che, nel 2004, durante le eliminatorie per i Mondiali di
Germania 2006, vestì la maglia delle Isole Vergini degli Stati
Uniti (contro la squadra di St. Kitts & Nevis) all’età di 46 anni
e 217 giorni. A oggi, l’uruguaiano Robert Carmona prosegue
la sua carriera a 55 anni suonati, cinque in più di quelli che
aveva l’inglese Stanley Matthews quando si ritirò con lo Stoke
City FC nel 1965. Matthews è stato il primo vincitore del Pal-
lone d’oro: lo ricevette nel 1956, a 41 anni.
Nonostante i trionfi, tutti questi eroi si sono fermati lontano,
troppo lontano da un record che sarà molto difficile battere. Il
19 gennaio del 2008, la squadra messicana Deportivo Guada-
lajara, comunemente nota come “Chivas”, scese in campo nel
proprio stadio nella città di Jalisco per affrontare il Club Uni-
versidad Nacional, conosciuto anche come Pumas della Unam,
con un “rinforzo” davvero particolare: Salvador “Chava” Reyes
Monteón, una gloria dei decenni 1950 e 1960. Chava indossò
la maglia numero 57 a 71 anni, giocò un minuto appena e toccò
sei volte la palla prima di essere sostituito da Omar Bravo. Reyes
Monteón morì cinque anni dopo il commovente omaggio.
23
Quale squadra vinse
il primo titolo “mondiale”?

N
ell’agosto del 1887, una squadra scozzese e un’altra in-
glese disputarono un’amichevole a Edimburgo. La sfida
fu abbondantemente pubblicizzata per le strade della
città con manifesti che assicuravano che si trattava del “cam-
pionato del mondo di calcio”. Questo titolo, che visto con gli
occhi del xxi secolo sembra piuttosto presuntuoso, a quel tem-
po era giustificato perché il “mondo calcistico” era, evidente-
mente, molto ristretto. Tuttavia, non si trattava di uno scontro
tra le migliori squadre dei due Paesi: sebbene l’Hibernian FC
fosse il brillante vincitore della Scottish Cup, il suo avversario,
il Preston North End, era arrivato solo alle semifinali della FA
Cup di quella stagione. Quel 13 agosto del 1887, l’Hibernian
si impose per 2-1 e, per il mondo del calcio, si affermò come il
primo sovrano del giovane sport.
La sfida tra i club dei due Paesi si ripeté nel 1888, questa volta
con i due trionfatori in carica nelle rispettive coppe nazionali:
Renton FC (una società scioltasi nel 1922) e il West Bromwi-
ch Albion FC. L’incontro avvenne il 19 maggio nello stadio
Cathkin Park di Glasgow e di nuovo si affermò la squadra loca-
le, questa volta per 4-1.
Nel 1895, la competizione aveva già ottenuto un valore più
appropriato. La sfida fu avallata dalla Scottish Football Associ-
ation e dalla Football Association, che decisero di far compe-
tere i recenti campioni delle loro rispettive leghe: l’Hearts of
Midlothian FC e il Sunderland AFC. Si giocò il 27 aprile a
Tynecastle Park, un piccolo stadio di Edimburgo, dove per la
prima volta si impose la squadra in trasferta, per 5-3. Comun-
que, il trionfo del Sunderland non fu “tanto” inglese, perché i
suoi undici giocatori – così come quelli degli Hearts – erano…
scozzesi!
Questa “coppa del mondo” si giocò per la quarta e ultima vol-
ta tra settembre 1901 e gennaio 1902, con la partecipazione del
Tottenham Hotspur FC dell’Inghilterra e gli Hearts della Sco-
zia, i rispettivi vincitori delle coppe nazionali. Il primo match,
l’unico disputato a Londra (nello stadio White Hart Lane, il
regno della società londinese dalla maglia bianca), si concluse
0-0. La rivincita, giocata il 2 gennaio a Tynecastle Park, vide la
vittoria del club color granata, che si impose per 3-1 e restituì il
titolo mondiale alla Scozia.
24
Com’è nato il sistema
“tutte contro tutte”?

S
econdo una ricerca condotta dall’Università di Stan-
ford, lo statunitense William Hulbert, proprietario
della squadra di baseball del Chicago White Stockings
(“progenitore” dell’attuale Chicago Cubs) inventò il sistema
di campionato “tutte contro tutte” nel 1876 per ridare vita
alla competizione e incrementare le finanze dei club. La pri-
ma Lega a utilizzare questo sistema fu la National League of
Baseball nordamericana, incitata dallo stesso Hulbert. Dodici
anni dopo, un altro “William”, in questo caso lo scozzese Wil-
liam McGregor, che viveva a Birmingham e collaborava come
dirigente del club inglese Aston Villa FC, propose ad altri club
– Blackburn Rovers, Bolton Wanderers, Preston North End e
West Bromwich Albion – di organizzare un campionato con
lo stesso schema di quello utilizzato nel baseball, in cui ciascun
partecipante affrontasse tutti gli altri due volte a stagione, una
come squadra di casa e un’altra come squadra in trasferta.
Il progetto, reso formalmente noto il 23 marzo 1888 nel cor-
so di un incontro avvenuto presso l’Hotel Anderson di Lon-
dra, alla vigilia della finale della FA Cup di quell’anno, piacque
a tutti i dirigenti. Alcuni giorni dopo, il 17 aprile, fu formal-
mente concepita la Football League in un altro hotel, il Royal
di Manchester. Le cinque squadre invitarono il Burnley Derby
County, l’Everton, il Notts County, lo Stoke, il Wolverhamp-
ton Wanderers e l’Accrington (squadra, quest’ultima, scioltasi
nel 1896, l’unica scomparsa fino alla stagione 2016-2017), tut-
te del Centro e del Nord dell’Inghilterra. Intanto, per quella
prima edizione, furono respinte tre squadre che desideravano
partecipare: lo Sheffield Wednesday, il Nottingham Forest e
l’Halliwell.
Va segnalato un fatto singolare: sebbene il torneo fosse co-
minciato l’8 settembre, solo il 21 novembre, dopo quasi tre
mesi e dopo dodici turni giocati, praticamente più della metà
del campionato, si stabilì che si sarebbe ricompensata con due
punti la squadra vincitrice di ogni partita, con nessun punto
quella sconfitta e con uno ciascuno i due club che avessero pa-
reggiato.
Chi segnò il primo goal? Secondo una minuziosa indagine
realizzata dal giornalista e scrittore Mark Metcalf, che confron-
tò le ore iniziali delle cinque partite giocate quell’8 settembre,
Kenny Davenport, attaccante del Bolton Wanderers, ottenne
il primo goal, contro il Derby County (che poi avrebbe re-
cuperato e vinto la sfida per 6-3). Tuttavia, la partita a esser
cominciata per prima, in base agli orari registrati dai giornali,
fu Wolverhampton Wanderers-Aston Villa, a Dudley Road.
In quell’incontro, il primo goal fu segnato da Gershom Cox,
difensore in trasferta. Sfortunatamente per il cannoniere, quel
goal non fu a favore dei “villani”… ma del Wolverhampton.
Questa prima edizione del campionato inglese fu vinta “dall’i-
nizio alla fine” dal Preston North End FC, squadra protago-
nista di una brillante stagione: vinse imbattuto il campionato
“tutte contro tutte” e anche la FA Cup, in questo caso senza
reti al passivo. Una doppietta fantastica che dette origine a un
soprannome che si mantiene saldo malgrado siano passati cen-
totrent’anni: “Gli invincibili”.
25
Chi è stato il primo calciatore
professionista?

G
li storici britannici riconoscono nello scozzese James
“Reddie” Lang il primo calciatore formalmente assunto
per giocare in una squadra in cambio di una retribuzio-
ne economica. Nato a Clydebank nel 1851, quest’attaccante
divenne famoso per aver segnato due goal durante una partita
giocata il 19 febbraio 1876 a Bramall Lane, tra le squadre di
Sheffield e Glasgow. La potenza travolgente di Lang sorprese
a tal punto i calciatori locali che un manager dello Sheffield
Wednesday FC pensò di pagare per i servizi del goleador. Poi-
ché a quei tempi era proibito offrire soldi ai giocatori, i diri-
genti tentarono Lang con un’offerta molto particolare: gli pro-
posero di trasferirsi a Sheffield e di registrarsi come impiegato
in una fabbrica di coltelli e baionette, presso la quale doveva
recarsi solo per leggere il giornale e riposare. Lo scozzese accet-
tò e, poche settimane dopo la partita a Bramall Lane, andò a
firmare il contratto, senza avvertire i suoi nuovi dirigenti di un
piccolo dettaglio: alcuni anni prima aveva perduto un occhio
in un incidente avvenuto sul lavoro in un cantiere navale. A
Sheffield, il guercio non fu re: giocò alcune amichevoli e poi
fece ritorno nella propria terra.
L’inganno dello Sheffield Wednesday, un segreto di pulci-
nella, fu imitato da vari club. Una delle squadre tacciate di
accordi illegali fu il Blackburn Olympic, vincitore della FA
Cup nel 1883, assieme al suo vicino Blackburn Rovers, che
dalla stagione successiva conquistò tre titoli consecutivi. La
manovra non poté essere scoperta perché queste due squadre
erano formate da gente del posto. Lo stratagemma giunse ai
limiti dello scandalo nel 1884. I dirigenti del Preston North
End FC dovettero ammettere di pagare gli stipendi ai calcia-
tori, quando divenne impossibile giustificare l’inserimento di
sei giocatori scozzesi – Nicholas Ross, Geordie Drummond,
Sandy Robertson, David Russell, Jack Gordon e Sam Thom-
son – che si erano trasferiti nella loro città, tutti insieme, l’an-
no prima. I manager non riuscirono neppure a dimostrare la
destinazione di circa mille sterline uscite dalla cassaforte del
club per motivi poco chiari. La Football Association decise di
escludere il Preston North End dall’edizione 1884-1885 del-
la FA Cup, a seguito di una partita del quarto turno contro
l’Upton Park FC che era terminata in pareggio e costringeva
a un nuovo incontro.
Pochi mesi dopo, sulla spinta di convincenti argomentazioni
da parte di dirigenti del calibro di Charles Alcock, che rico-
nobbero che il calcio si evolveva alla velocità della luce verso
una nuova dimensione, la Football Association non ebbe altra
possibilità che accettare il professionismo e legalizzarlo a parti-
re dalla stagione successiva, 1885-1886.
Questa straordinaria novità non fu accettata da tutti. A Hill
Drury non importò della sentenza. Difensore tenace dello
sport dilettantistico, Drury accettò di indossare la maglietta
del Middlesbrough FC nella stagione 1889-1890 a patto che si
rispettassero alcune condizioni. La prima, non ricevere alcun
tipo di retribuzione per la sua prestazione; la seconda, che la
squadra dell’Inghilterra centrale gli consentisse di pagare le sue
stesse spese di viaggio, vitto e alloggio quando avesse giocato in
trasferta; la terza, senza dubbio la più bizzarra di tutte, che gli
fosse permesso di entrare allo stadio Linthorpe Road Ground
per giocare solo dopo… aver pagato il proprio biglietto!
Ancora più scioccante potrà sembrare oggi la rigorosa posi-
zione del club nord-irlandese Crusaders FC, che alla fine del
xix secolo riscuoteva due penny a partita da ogni giocatore
“per l’onore di vestire la sua maglia”.
Drury e gli orgogliosi ragazzi del Crusaders non sono gli uni-
ci begli esempi su come i rapporti tra calciatori e squadre non
siano basati solo su contratti milionari. Il difensore Ernie Blen-
kinsop fu il protagonista di uno spumeggiante trasferimento
nel 1921, quando passò dal club dilettantistico Cudworth
Village FC allo Hull City AFC per cento sterline e… un fusto
di birra per i suoi ex compagni. I suoi vecchi camerati, rico-
noscenti per il gesto rinfrescante, brindarono in suo onore. In
Argentina, l’ala sinistra Gabino Sosa, nato a Rosario – che fece
parte dell’attacco della squadra biancoceleste per gran parte
degli Anni Venti – firmò il suo primo accordo professionale
con il Club Atlético Central Córdoba in cambio di una bam-
bola per la figlia malata.
Un caso diametralmente opposto fu William McCracken,
il miglior difensore irlandese del suo tempo. Nato nel 1883,
arrivò alla Nazionale a diciannove anni, come rappresentante
del Distillery FC di Belfast. Due anni dopo, il difensore attra-
versò il Mare d’Irlanda per entrare a far parte del Newcastle
United FC, squadra per la quale giocò 432 partite di campio-
nato in vent’anni. Il 15 febbraio 1908, l’Irlanda affrontò l’In-
ghilterra a Belfast, match per il quale fu convocato il rinomato
McCracken. Però, alcuni minuti prima di entrare in campo,
l’ingordo difensore chiese ai dirigenti della Irish Football As-
sociation di pagargli una somma equivalente a cinque volte il
denaro pattuito per i giocatori che partecipavano a una parti-
ta internazionale. La risposta fu un secco “no”. McCracken fu
cacciato e rimpiazzato da Alex Craig, che giocava nel Rangers
FC di Scozia. Il pretenzioso difensore undici anni dopo, nel
1919, vestì di nuovo la casacca della Nazionale irlandese, ma in
quell’occasione si guardò bene dall’aprire bocca.
26
Qual è stato l’ingaggio
più insolito della storia?

P
oco prima dell’inizio del campionato inglese del 1888-
1889, il primo della storia, due dei club partecipanti, il
Preston North End FC e il Bolton Wanderers FC, gio-
carono un’amichevole preliminare nello stadio Deepdale. La
squadra locale, finalista della FA Cup un paio di mesi prima, si
impose con enorme facilità per 12-0. Incredibile a dirsi, l’alle-
natore del club vincitore, William Sudell, decise di ingaggiare
il portiere del Bolton, il gallese James Trainer. I dirigenti del
Preston misero in discussione la volontà del tecnico, il quale
replicò che Trainer, nonostante avesse subìto una valanga di
goal, possedeva capacità eccezionali. Era sicuro che, se non
fosse stato per la brillante prestazione del gallese, il Preston
avrebbe segnato molti più goal. Inoltre, l’allenatore non era
molto in sintonia con il suo portiere, Robert Mills-Roberts,
perché lo considerava responsabile della sconfitta nella finale
della FA Cup contro il West Bromwich Albion FC, per 2-1.
Il comitato direttivo alla fine accettò, anche se malvolentieri,
la proposta di Sudell e Trainer accolse l’offerta di cambiare
squadra. Grazie alla straordinaria abilità del gallese tra i pali, il
Preston North End vinse il primo campionato della storia sen-
za mai essere battuto, con diciotto vittorie e quattro pareggi.
Trainer, l’uomo che aveva subito dodici goal in una sola parti-
ta, fu il portiere meno battuto del campionato: ne subì quin-
dici in venti presenze (Mills-Roberts giocò negli altri match).
Evidentemente Sudell non si era sbagliato.
Alcuni anni dopo, il 1° febbraio 1913, il Burnley FC, della
Seconda Divisione inglese, vinse per 4-1 contro il Gainsbo-
rough Trinity FC, una squadra minore che, in quel momento,
competeva in un campionato regionale. Terminata la sfida, l’al-
lenatore della squadra vincitrice, John Haworth, si riunì con i
dirigenti per chiedere loro di ingaggiare “immediatamente” il
portiere del Gainsborough, William Sewell. Com’era accaduto
con i dirigenti del Preston North End, la richiesta sorprese i
manager, che non comprendevano perché Haworth volesse un
ragazzo che aveva appena incassato una goleada. L’argomenta-
zione del tecnico fu netta come quella del suo collega Sudell:
«Se non fosse stato per Sewell, avremmo vinto 40-1».
Il portiere fu messo sotto contratto e le sue eccellenti quali-
tà brillarono sin dall’inizio. Con la porta ben difesa, il Burn-
ley in quella stessa stagione ascese fino alla Prima Divisione e,
nella successiva, vinse la prestigiosa FA Cup (unica volta nella
storia). Sewell fu determinante nelle due semifinali contro lo
Sheffield United FC (0-0 e 1-0) e soprattutto nella finale con-
tro il Liverpool FC, disputata il 25 aprile 1914 nello stadio del
club londinese Crystal Palace, giacché le sue strepitose parate
portarono a un’indimenticabile vittoria per 1-0.
Se le due storie precedenti vi sono sembrate incredibili, giu-
dicherete quella che segue un’opera di fantascienza. Lo scom-
parso club inglese del Farningham giocò una sola partita della
FA Cup: il 31 ottobre 1874 perse 16-0 (pensate ci sia un re-
fuso? sedici a zero) con il Wanderers FC di Londra. Umilia-
ta, la squadra sconfitta non prese più parte al torneo, anche se
uno dei suoi uomini vi tornò l’anno successivo. Accadde che
il Wanderers vinse sul Barnes, nel girone successivo, 5-0, ma
nei quarti di finale, il 30 gennaio dell’anno dopo, cadde con-
tro l’Università di Oxford per 2-1. I giocatori del Wanderers
si arrabbiarono per ciò che considerarono un’eliminazione
prematura. Per di più, il portiere Alexander Morten a seguito
della sconfitta annunciò che si sarebbe ritirato dopo nove anni
da titolare. Senza un buon portiere per la stagione successiva,
i giocatori decisero di convocare lo scozzese William Greig,
che avevano affrontato in occasione della FA Cup e li aveva
molto impressionati, malgrado gli avessero rifilato… sedici
goal! Greig prima pensò si trattasse di uno scherzo, poi accettò
quando verificò che, effettivamente, i ragazzi del leggendario
club londinese gli offrivano un posto da titolare per la stagione
1875-1876. Grazie alle eccezionali capacità dello scozzese, il
Wanderers superò ogni ostacolo: il 23 ottobre 1875, per il pri-
mo turno della FA Cup, sconfisse per 5-0 il First Surrey Rifles
FC; l’11 dicembre, per il secondo turno, sconfisse per 3-0 il
Crystal Palace; il 29 gennaio 1876, per i quarti di finale, battè
per 2-0 lo Sheffield FC; il 26 febbraio, nella semifinale, superò
per 2-1 lo Swifts FC; nella prima finale, l’11 marzo nello sta-
dio Kennington Oval, pareggiò 1-1 con l’Old Etonians. Una
settimana dopo, nella ripetizione, prevalse nettamente per 3-0.
Il Wanderers festeggiò il titolo e la sua eccellente intuizione
riguardo al sostituto di Morten. Nel frattempo, il ragazzo che
aveva subìto sedici goal in una sola partita ne subì appena due
in sei incontri nella stagione successiva. E, come se non bastas-
se, sollevò la coppa più antica del calcio mondiale.
Se ingaggiare portieri che hanno subìto molti goal vi sembra
strano, preparatevi al racconto successivo. L’inglese Thomas
Magee non aveva mai giocato a calcio. In gioventù, questo ra-
gazzo di appena un metro e sessanta di altezza si era distinto
per la sua esplosiva velocità in squadre di rugby dei sobborghi
di Liverpool, come l’Appleton Hornets o il St. Helens Recs.
Allo scoppio della Prima guerra mondiale, Magee si arruolò
nel Battaglione degli ingegneri reali (dell’esercito britannico) e
viaggiò in Francia e in Belgio per combattere contro i tedeschi.
L’agilità e il coraggio nell’affrontare il nemico sorpresero subi-
to i suoi camerati. Uno di loro, un dirigente del West Bromwi-
ch Albion FC (una squadra della Prima Divisione, bloccata a
causa del conflitto), convinse Magee a firmare un contratto da
professionista con il club dell’Inghilterra centrale proprio lì,
in trincea. «Non so giocare a calcio» si scusò il piccolo solda-
to. «Non preoccuparti, te lo insegnerò io quando torneremo a
casa» rispose il dirigente, convinto che una persona con tanto
dinamismo e coraggio nell’affrontare il nemico non avrebbe
fallito all’interno di un campo da calcio. Finita la guerra, Ma-
gee ritornò e si trasferì al West Bromwich, dove si trasformò
subito in una straordinaria ala. Il veloce attaccante debuttò
nell’Albion e nel calcio il 30 agosto 1919, con una vittoria per
3-1 sull’Oldham Athletic. Alcuni giorni dopo, il 3 settembre,
Magee segnò la prima delle sue sette reti di quella stagione sul
campo del Newcastle United, e favorì la vittoria in trasferta per
2-0. Il contributo del rapidissimo seppur inesperto attaccante
fu decisivo per far vincere al West Bromwich Albion l’unico
campionato della Prima Divisione di tutta la sua storia, con
nove punti di vantaggio sul secondo, il Burnley FC, in tempi in
cui ancora si concedevano due punti per ogni vittoria. E meno
male che Magee non sapeva giocare a calcio…
27
Chi ha segnato il primo autogoal
in una partita ufficiale?

G
ershom Cox, difensore dell’Aston Villa FC, è ritenuto
l’autore del primo autogoal in una partita ufficiale. Il
povero difensore compì il misfatto l’8 settembre 1888,
nella prima giornata del primo campionato, quando il club di
Birmingham fu ospite del Wolverhampton Wanderers FC nel-
lo stadio Dudley Road.
Dopo trenta minuti, Cox cercò di respingere un cross dell’ala
avversaria, Nicholas Anderson, ma il suo difettoso intervento
ingannò il compagno Jimmy Warner e si concluse con la palla
in rete. Per fortuna Albert Allen pareggiò e alleggerì, in qualche
modo, la gaffe. La Fifa considera il goal di Cox come il primo
“autogoal ufficiale”. Tuttavia, esistono documenti che contrad-
dicono il triste primato del difensore dell’Aston Villa. C’è, per
lo meno, un precedente. Dopo aver vinto la FA Cup della sta-
gione 1875-1876, superando in finale l’Old Etonians FC per
3-0, il portiere scozzese William Greig – lo stesso protagonista
del capitolo precedente, che aveva incassato sedici goal in una
sola partita – si ritirò dal Wanderers FC, una squadra londinese.
Per colmare questo vuoto venne contattato un altro scozzese,
Arthur Kinnaird. Questo calciatore non solo aveva già giocato
per il Wanderers, ma aveva segnato uno dei due goal con i quali
questo club aveva vinto la FA Cup nella finale del 1873, contro
l’Oxford University AFC. Sebbene fosse un attaccante, Kin-
naird accettò di rimpiazzare il suo connazionale Greig in porta.
Il destino volle che il Wanderers si qualificasse un’altra volta per
la finale della FA Cup e che il suo avversario in questa sfida de-
cisiva fosse, di nuovo, l’Oxford University. L’incontro si svolse
il 24 marzo 1877, di fronte a circa tremila persone che giun-
sero presso lo stadio Kennington Oval dalla capitale britanni-
ca, nonostante la pioggia incessante. Intorno al quindicesimo
minuto, un calcio d’angolo a favore dell’Oxford fu deviato di
testa dal difensore Evelyn Waddington. Kinnaird fece un balzo,
conquistò la palla e cadde a terra ad alcuni centimetri dalla linea
della porta. Nel cercare di rialzarsi, scivolò sull’erba bagnata per
via dell’acquazzone e cadde nuovamente. Purtroppo per lui finì
nella porta con la palla ancora stretta tra le mani. Proprio quan-
do sembrava che per l’Oxford la vittoria fosse sicura, il terzino
(fullback) William Lindsay pareggiò a soli quattro minuti dalla
fine. Nel tempo supplementare, l’attaccante Jarvis Kenrick – già
citato in questo libro per aver realizzato il primo goal della FA
Cup nel 1871 per il club Clapham Rovers – segnò il goal che
suggellò la vittoria del Wanderers per 2-1 e, al tempo stesso, sal-
vò l’onore dello sventurato Kinnaird.
Il primo autogoal in una partita internazionale fu segnato
dal gallese William Bell contro la Scozia, il 14 marzo 1881 a
Wrexham, con una fatale particolarità: quel giorno, il suo com-
pagno John Morgan segnò un altro autogoal, qualche minuto
dopo, che contribuì allo schiacciante 5-1 a favore della squadra
in trasferta.
Non ci sono informazioni affidabili riguardo a chi fu il cal-
ciatore professionista che, in quel primo periodo, conquistò
il nefasto record delle autoreti. Tuttavia, si sa che il difensore
Billy Balmer, nel corso delle 293 partite giocate con la maglia
dell’Everton FC, tra il 1897 e il 1908, segnò otto autogoal e
solo un goal a favore della propria squadra, grazie a un calcio
di rigore.
28
Chi è stato il primo portiere
a segnare in una partita ufficiale?

I
goal segnati dai portieri non sono più una novità assoluta.
Il colombiano René Higuita, il paraguaiano José Luis Chi-
lavert, il brasiliano Rogério Ceni e il tedesco Hans-Jörg
Butt, per esempio, sono alcuni dei portieri che si sono distinti
per la loro abilità di fronte alla porta avversaria. Chi è stato
il primo portiere goleador? Si potrebbe rispondere lo scozzese
James Macauley, celebre estremo difensore della squadra del
Dumbarton FC e della Nazionale del suo Paese. L’efficacia
offensiva di Macauley era notevole, al punto che disputò mol-
ti incontri come attaccante. Di fatto, quando debuttò con la
Nazionale scozzese contro il Galles, il 25 marzo 1882, lo fece
in attacco e segnò uno dei goal della partita, che si concluse
5-0. Macauley segnò anche nella finale della Scottish Cup del
1881, che il Dumbarton perse contro il Queen’s Park per 3-1.
Comunque, nessuno di questi goal fu segnato con Macauley
schierato nel ruolo di portiere: in entrambi i casi fu collocato
in attacco sin dal fischio d’inizio.
Nel settembre del 1899, una squadra di calciatori sudafrica-
ni giunse in Inghilterra per disputare alcune partite amiche-
voli. Una di queste si giocò il 23 ottobre nello stadio Bramall
Lane, contro lo Sheffield United. La squadra inglese, di gran
lunga superiore (era il campione in carica della FA Cup e aveva
vinto il campionato un anno prima), segnò quattro goal nei
primi quarantacinque minuti. Nel secondo tempo, il portiere
William Foulke, un gigante di quasi due metri di statura e di
circa 150 chili di peso, molto annoiato per i mancati attacchi
da parte dei rivali, decise di lasciare la propria porta e unirsi
agli attaccanti. Nella sua prima azione con il pallone tra i piedi,
Foulke dribblò due rivali e scagliò una sassata da trenta metri
che centrò la porta avversaria, sotto la traversa. Esaltato dalla
prodezza, il poderoso portiere rimase in zona d’attacco, e ciò
consentì agli africani di segnare dei goal. Foulke però mise a
frutto l’attitudine offensiva con un altro goal, in questo caso
un destro all’interno dell’area, che completò la vittoria per 7-2.
Un altro giocatore “annoiato” fu José Laforia, famoso portie-
re dell’Alumni Athletic Club, squadra pluricampione del pe-
riodo dilettantistico argentino. Segnò il 1° luglio 1906, quan-
do l’Alumni affrontò il Belgrano Athletic Club Extra – un
“fratello minore” o “una squadra B” dell’omonima società – e
lo sconfisse 9-0 nel torneo della Prima Divisione. Quel gior-
no, il Belgrano si era presentato solo con dieci giocatori contro
l’Alumni che, oltre a essere al completo, godeva di un’abissale
differenza tecnica a suo favore. Grazie alle prodezze difensive
di Jorge Brown e Mariano Reyna, Laforia, infastidito dal non
poter toccare palla, passò inaspettatamente all’attacco, decisio-
ne che fu acclamata dai tifosi e perfino dal giornale La Prensa,
che nelle sue pagine approvò la nuova posizione del portiere
come attaccante “invece di tenerlo tra i pali a fare nulla”. La-
foria segnò l’ottavo goal della sua squadra al ventiseiesimo del
secondo tempo, battendo il suo collega Pablo Frers con un col-
po di testa.
L’eccezionale rete dell’argentino non fu la prima di un por-
tiere in una partita di campionato della massima categoria.
Questo privilegio toccò all’inglese Charles Williams, del Man-
chester City FC, che segnò un goal contro il Sunderland AFC
il 14 aprile 1900 a Rocker Park. Le cronache dell’epoca rac-
contano che Williams effettuò un rinvio lunghissimo dalla sua
stessa area e la palla scavalcò lo scozzese John “Ned” Doig, il
noto portiere della squadra locale. Il magistrale goal non servì
molto al Manchester City, che quel giorno fu battuto 3-1.
29
Chi è stato il primo allenatore?

È
difficile stabilire chi possa essere considerato il primo al-
lenatore nel calcio. Di fatto, il ruolo attuale dell’allenatore
– suggerire l’acquisto o la cessione di un giocatore, formare
una squadra, prepararla fisicamente e tatticamente ecc. – non fu
definito sino alla metà del secolo scorso. La Nazionale inglese,
per esempio, non ebbe un allenatore fino al 1946 (il primo fu
Walter Winterbottom). Prima, i giocatori venivano selezionati
da una commissione ed erano loro stessi a decidere le strategie
per affrontare gli avversari.
Si potrebbe dire che il primo caso di un allenatore che ab-
bia lavorato con parametri simili a quelli moderni nella pre-
parazione di una squadra sia stato l’inglese Jack Hunter, che
ricoprì il duplice ruolo di calciatore e tecnico della squadra
ormai scomparsa Blackburn Olympic FC per la FA Cup nel-
la stagione 1882-1883. Hunter – che era proprietario di un
pub – organizzò i suoi compagni con un’innovativa formazio-
ne 2-3-5 sconosciuta in Inghilterra ma che, in base ad alcune
documentazioni storiche, era stata utilizzata per la prima volta
dal club Wrexham AFC nella finale della Coppa del Galles del
1878 (fino a quel momento, la maggior parte delle squadre si
disponeva in campo secondo il sistema 2-2-6, che la Nazionale
scozzese aveva inaugurato in una sfida con il suo vicino del Sud
nel 1870). Ma non fu questa l’unica innovazione introdotta
da Hunter nei tornei ufficiali: dopo la vittoria nella semifina-
le, 4-0 contro l’Old Carthusians nella città di Manchester, il
tecnico convinse i suoi compagni a “concentrarsi” sulla finale
nella vicina Blackpool. I giocatori approfittarono delle spiagge
della località balneare per praticare attività fisica e provare le
varie strategie di gioco, e cercarono di adottare un’alimenta-
zione equilibrata. Dopo essersi preparati con cura, i ragazzi del
Blackburn Olympic sconfissero per 2-1 l’Old Etonians nella fi-
nale disputata il 31 marzo 1883 nello stadio Kennington Oval
di Londra.
30
Chi è stato il primo calciatore
di colore?

N
ato in Ghana, Arthur Wharton è stato il primo calciato-
re professionista africano. Figlio di un missionario scoz-
zese e di una donna della nobiltà Fanti, un gruppo etnico
ghanese, Arthur fu mandato a studiare in Gran Bretagna all’età
di diciannove anni. Nella sua nuova terra, il ragazzo eccelse in
vari sport – per esempio, fu detentore del record di velocità
delle cento iarde per diversi anni – finché esordì come portiere
del club Darlington FC nella stagione 1885-1886. Fino al suo
ritiro, nel 1902, Wharton difese le porte di diverse squadre, tra
cui il Preston North End e lo Sheffield United, in cui sostituì
William Foulke.
Wharton, tuttavia, non fu il primo calciatore di colore a
prendere parte a una partita ufficiale. Il record appartiene a un
giovane originario della Guyana britannica chiamato Andrew
Watson. Anche questo ragazzo, nato nel 1856 a Demerara,
frutto dell’amore tra un impresario scozzese proprietario di
piantagioni di zucchero e una discendente di schiavi africani di
nome Hannah Rose, studiò in istituti privati della Gran Bre-
tagna. Dopo essere entrato all’Università di Glasgow, Andrew
iniziò a giocare a calcio in varie squadre, sempre – che casualità
– come portiere. Nell’aprile 1880 fu selezionato per entrare a
far parte di una squadra della città di Glasgow che, in trasferta,
ne affrontò un’altra di Sheffield nello stadio Bramall Lane. La
squadra scozzese vinse 1-0 grazie alla bravura del sudamerica-
no, che fu poi convocato per giocare in tre partite con la maglia
della Nazionale scozzese. La presenza di Watson in quella squa-
dra acquista ancora più importanza se si considera che il primo
calciatore di colore ad aver giocato nella Nazionale inglese fu
Vivian “Viv” Anderson nel… 1978!
31
Qual è stata la prima partita
giocata con luce artificiale?

C
ome già accennato nei capitoli precedenti, la città inglese
di Sheffield ha contribuito molto all’evoluzione del cal-
cio, a livello di regolamento. Ha dato il suo apporto an-
che con innovazioni tecniche, come l’illuminazione artificiale.
Lunedì 14 ottobre 1878, alle sette e mezza di sera (già notte
nel Nord dell’Inghilterra), lo stadio Bramall Lane fu teatro
di una partita sperimentale illuminata da ottomila lampade a
gas, alimentate da motori elettrici. Circa dodicimila persone
pagarono un biglietto da sei penny – molti approfittarono del
buio ed entrarono eludendo i controlli − per assistere a una
partita tra giocatori di squadre locali, pur non essendo quel-
lo il principale spettacolo della serata. Le luci, esibite un anno
prima dell’inaugurazione della prima lampadina elettrica a in-
candescenza di Thomas Edison a Menlo Park, in New Jersey,
consistevano in ottomila lampade disposte su quattro pannelli
di legno, ognuno collocato in un angolo del campo e a circa
dieci metri di altezza, sospeso a un palo. Ciascun pannello,
che ebbe all’incirca la funzione di un faro dalla luminosità
azzurrina, era alimentato da un motore elettrico. “Tutti sem-
brarono molto soddisfatti del risultato dell’esperimento. La
luce fu davvero brillante ed efficace” commentò il quotidiano
The Independent, il giorno successivo. Più pessimista, The Ti-
mes riferì che “la brillantezza della luce abbagliò i giocatori e, a
volte, causò strani errori”. Il successo dell’esperimento innescò
una catena di prove simili in tutto il Regno Unito. Nove giorni
dopo la partita giocata a Sheffield, si svolse a Cathkin Park, a
Glasgow, un incontro di prova; dopo tre giorni, si giocò un’al-
tra gara a Wellington Road, in quel periodo sede dell’Aston
Villa; pochi giorni dopo, altri due esperimenti nel campo del
Blackburn Rovers e nello stadio londinese Kennington Oval.
Tutte queste prove ebbero luogo in occasione di incontri ami-
chevoli, che permisero di saggiare la qualità dell’illuminazio-
ne. Tuttavia, l’evoluzione verso partite ufficiali serali in Europa
arrivò più di mezzo secolo dopo, a causa dei ripensamenti e dei
capricci della Football Association: il primo incontro avvenne il
22 febbraio 1956 a Fratton Park, dove si incontrarono il Por-
tsmouth e il Newcastle United. Al di là dell’Atlantico, invece,
la Conmebol (la Confederazione Sudamericana di Calcio, il
massimo ente organizzativo e di controllo del calcio sudameri-
cano, n.d.r.) permise che le sfide ufficiali per la Coppa America
in Argentina nel 1937 si svolgessero di notte e illuminate da
lampadine elettriche.
Due curiosità: nel 1890, i club scozzesi St. Mirren e Morton
FC (oggi ribattezzato Greenock Morton FC) si affrontarono
in un incontro notturno illuminato da lampade a olio. In Bra-
sile, intanto, la prima partita di calcio svoltasi con l’aiuto della
luce artificiale si giocò a San Paolo nel 1923, grazie ai fari di…
vari tram allineati intorno al campo!
32
Quando è avvenuta la prima
sostituzione in un torneo ufficiale?

L
a Coppa America del 1935 in Perù fu il primo torneo uf-
ficiale che consentì le sostituzioni di giocatori. La Con-
mebol accettò che fossero effettuati fino a tre cambi per
squadra, ma solo per rimpiazzare i calciatori infortunati. Que-
sta misura fu adottata molto prima che la Fifa autorizzasse i
cambi, in modo sperimentale, durante le qualificazioni eu-
ropee per il Mondiale ospitato in Svizzera nel 1954 o prima
che il campionato inglese – la prima competizione di club – li
introducesse nella stagione 1965-1966. In entrambi i casi, era
possibile sostituire solamente giocatori infortunati. Le sostitu-
zioni furono accettate in maniera universale e senza vincoli di
infortuni con il Mondiale in Messico nel 1970.
Per l’edizione della Coppa America in Argentina nel 1937,
la norma si mantenne in vigore e fu proprio un cambio (piut-
tosto particolare) quello che permise alla Nazionale locale di
consacrarsi campione. Il 16 gennaio, sul campo di San Loren-
zo, l’Argentina era in vantaggio sul Perù per 1-0. Tuttavia, la
squadra in trasferta continuava ad attaccare, minacciando la
porta difesa da Juan Estrada. All’ottantaquattresimo minuto,
l’arbitro uruguaiano Anibal Tejada espulse il difensore argen-
tino Antonio Sastre a causa di un brutto fallo. Malgrado ciò,
la squadra padrona di casa proseguì l’incontro con undici uo-
mini. Come fu possibile una cosa del genere? A quei tempi,
gli arbitri chiamavano a voce i falli e con gesti difficili da com-
prendere a distanza (ancora non erano stati inventati i cartelli-
ni rosso e giallo). Mentre Sastre si avvicinava alla sua panchina,
il tecnico Manuel Seoane, con una rapida manovra, fece en-
trare al suo posto Héctor Blotto. Tejada non riuscì a cogliere
l’astuzia. I guardalinee e la panchina peruviana, distratti, non
si accorsero del trucco. Con la squadra al completo, i bianco-
celesti resistettero all’assedio e vinsero una sfida fondamentale
per potersi ritrovare alla pari con il Brasile nella classifica del
torneo, che fu disputato “tutte contro tutte”. Nello spareggio,
l’Argentina si impose per 2-0 e sollevò la Coppa America per
la quinta volta.
Assai prima di queste esperienze, una bizzarra sostituzione di
un calciatore in una partita ufficiale avvenne il 15 aprile 1889,
quando il Galles e la Scozia si affrontarono nello stadio Race-
course Ground di Wrexham in occasione del Torneo Interbri-
tannico (British Home Championship). Il portiere del Galles,
Jim Trainer (del Preston North End), non riuscì a raggiungere
la città gallese. Di fronte all’emergenza, un dirigente corse dal
portiere Samuel Gillam, che difendeva la porta del club locale
Wrexham AFC; nel frattempo, il Galles entrò in campo con
un portiere dilettante chiamato Allen Pugh, che si era recato
sul posto per assistere alla sfida da spettatore. Pugh giocò per
venti minuti finché Gillam non arrivò allo stadio. Il portiere
chiese al capitano scozzese, Andrew Thomson, di rimpiazzare
l’inesperto Pugh. Thomson acconsentì. La partita si concluse
0-0 e, con questo pareggio, la Scozia fu incoronata campione
del British Home Championship. Quella fu l’unica partecipa-
zione internazionale del principiante Pugh, che si ritirò dalla
sua Nazionale con la porta inviolata.
33
Chi ha inventato
le reti delle porte?

L
’ingegnere civile John Alexander Brodie era furioso. Quel
26 ottobre 1889 il suo amato Everton FC non era riuscito
a battere l’Accrington Stanley FC a causa dell’arbitro. La
palla era passata all’incrocio di una delle porte dello stadio An-
field Road – a quei tempi, casa della squadra azzurra – ma l’ar-
bitro, forse un po’ miope, non aveva convalidato il goal e aveva
fischiato la rimessa dal fondo. L’errore fece arrabbiare Brodie.
Non comprendeva come il giudice di gara, molto più vicino
all’azione, non avesse rilevato ciò che per lui era stato ovvio
dalla tribuna, posizione assai più lontana dal gioco. “Devo
fare qualcosa” pensò Brodie, e appena giunto nella sua casa di
Liverpool iniziò a immaginare una soluzione per impedire il
ripetersi di simili ingiustizie. L’ingegnere valutò, meditò e, in
pochi mesi, si presentò all’ufficio brevetti per registrare la sua
scoperta, che battezzò con il nome di “grande tasca”. La crea-
zione consisteva in un’ampia rete che copriva la parte poste-
riore della porta per catturare le palle che passavano tra i pali.
All’inizio del 1890, Brodie provò la sua creazione in una
partita giocata a Stanley Park – che oggi separa i campi dell’E-
verton FC e del Liverpool FC – e, nel rilevare il successo del
proprio lavoro, lo presentò alla Football Association. Interessati
all’innovativa trovata, i dirigenti organizzarono una partita di
prova al Trent Bridge, uno stadio che era stato la casa del Not-
tingham Forest, nel gennaio 1891. In quell’incontro, giocato
da due squadre del Nord e del Sud del suo Paese, volle il desti-
no che la prima “rete” la segnasse Fred Greary, un attaccante
dell’Everton FC, il club del quale Brodie era tifoso. Le reti svol-
sero in maniera eccellente il proprio ruolo e immediatamente
la FA ne autorizzò l’utilizzo per tutte le partite ufficiali. Nono-
stante ciò, il resto del mondo del calcio impiegò alcuni anni a
ufficializzarle. Nel 1917, una squadra dell’Asociación Rosarina
de Fútbol argentina affrontò, in un’amichevole, una squadra
dell’Asociación Uruguaya. Mancavano pochi minuti alla fine e
i giocatori in trasferta, che vincevano 1-0, resistevano al feroce
assedio dei rosarini, che lottavano per il pareggio. Ogni palla
calciata contro la porta avversaria veniva intercettata dal por-
tiere Cayetano Saporiti o dal muro dei difensori. Quando già
si era oltre il novantesimo, l’attaccante argentino Gabino Sosa
intercettò un cross di Zenón Díaz e scagliò un tiro che superò
Saporiti, ma finì a un soffio dall’incrocio. L’assenza di reti nelle
porte confuse la numerosa tifoseria argentina, che credette di
aver assistito all’atteso pareggio e, infervorata, invase il campo
per festeggiare il risultato. L’arbitro sospese subito l’incontro
e più tardi, negli spogliatoi, informò i giocatori che l’azione
non si era conclusa con un goal e, di conseguenza, la squadra
uruguayana aveva vinto la sfida. I tifosi felici, che festeggiaro-
no fino all’imbrunire, appresero della sconfitta solo il giorno
dopo, quando lessero le pagine sportive dei quotidiani.
34
Chi è retrocesso e chi è stato
promosso per primo?

L
e prime due stagioni del campionato inglese (1888-1889
e 1889-1890) ebbero un elemento in comune: l’ultimo
posto fu occupato dalla stessa squadra, Stoke FC (prede-
cessore dell’attuale Stoke City FC), che totalizzò appena venti-
due punti tra i due campionati, con una sola vittoria in trasferta
in ventidue partite. Scontenti del rendimento della squadra, i
dirigenti della Football Association decisero di non rinnovare
la sua partecipazione e retrocederla nella nuova Seconda Di-
visione, denominata The Football Alliance. Parallelamente, si
cominciò a considerare l’ingresso di un nuovo club. Dopo aver
analizzato varie possibilità (ancora non si era mai giocato un
campionato “di promozione”) la commissione decise di invi-
tare il Sunderland AFC, una squadra del Nord del Paese. Così
tanto a Nord, che il resto dei partecipanti si oppose per l’ecces-
siva spesa per il viaggio fino a quella lontana città, il cui nome
potrebbe tradursi con “terra separata”.
Fino a quel momento, le dodici partecipanti del campionato
provenivano da due zone centrali: Lancashire (Preston North
End, Accrington, Blackburn Rovers, Burnley, Bolton Wande-
rers ed Everton) e Midlands (Aston Villa, Derby County, Notts
County, Stoke, West Bromwich Albion e Wolverhampton Wan-
derers). Per non perdere l’opportunità di entrare nel campiona-
to, che aveva ottenuto un enorme successo in soli due anni, i di-
rigenti del Sunderland optarono per un’iniziativa insolita: si of-
frirono di pagare le spese di viaggio a tutte la squadre avversarie
fino a Newcastle Road, il loro stadio con una capienza di quindi-
cimila posti. La generosa proposta fu avallata dalla Football Asso-
ciation e accettata di buon grado dagli altri undici club. Il costo
extra assunto dal Sunderland si trasformò presto in un proficuo
investimento che dette sostanziosi frutti: dopo aver raggiunto il
settimo posto nella sua prima stagione, 1890-1891, la squadra
biancorossa vinse tre dei quattro tornei successivi (1891-1892,
1892-1893 e 1894-1895) e fu seconda nell’altro.
Una leggenda dell’epoca insinuava che l’eccellente rendi-
mento del Sunderland fosse dovuto a massaggi con il whisky
prima dell’inizio della partita e durante l’intervallo. Un’analisi
più razionale attribuì le buone capacità nel gioco alla preva-
lenza di scozzesi fra i giocatori, a partire dal magnifico portiere
John “Ned” Doig. Con la porta ben difesa, il Sunderland perse
solo una partita in casa nel corso delle prime sei stagioni del
campionato, contro il Blackburn Rovers, per 3-2, l’anno del
secondo posto in classifica.
35
Perché è stato inventato
il calcio di rigore?

S
tadio Trent Bridge, Nottingham, Inghilterra, 14 febbraio
1891. Con un occhio, Lewis Ballham valutò la parabola
della palla che scendeva verso il suo piede destro e si co-
ordinò per tirare in porta; con l’altro, si accorse che il portiere
del Notts County FC, James Thraves, era caduto. La situazione
non poteva essere più propizia per lo Stoke FC: Ballham aveva
la possibilità di pareggiare lo scontro dei quarti di finale della
FA Cup, che la sua squadra stava perdendo per 1-0. L’attac-
cante tirò e la palla finì dritta verso la rete, una nuova inven-
zione annessa quello stesso anno alle porte. Tuttavia, quando
la palla fu sul punto di oltrepassare la linea di porta, la mano
destra dello scozzese John Hendry, terzino sinistro del Notts,
la respinse verso la linea laterale. Di fronte all’evidente fallo
commesso da Hendry, gli undici giocatori in trasferta prete-
sero dall’arbitro che concedesse loro l’agognata rete. Perché,
senza quella maledetta mano, senza dubbio sarebbe stato goal.
Nonostante le veementi proteste, il giudice si attenne a ciò che
stabilivano le regole e fischiò un calcio di punizione ad alcuni
centimetri dalla porta, che fu facile preda di Thraves: il portiere
aveva le spalle ben protette dai suoi dieci compagni, disposti
fianco a fianco sotto la traversa. La partita giunse alla fine e
il punteggio non mutò. Il Notts County passò in semifinale
– una volta arrivato in finale, l’avrebbe poi persa 3-1 contro
il Blackburn Rovers FC nello stadio Oval del quartiere lon-
dinese di Kennington – e i dirigenti dello Stoke decisero di
rivolgersi direttamente alla Football Association per lamentarsi
della palese ingiustizia. Presentata la protesta, i rappresentanti
della Federazione calcistica riconobbero che a Nottingham era
stato commesso un evidente sopruso, consentito dalle regole,
e furono d’accordo sul fatto che si dovesse fare qualcosa per
evitare che un simile errore si ripetesse ancora. Dopo lunghe
valutazioni, la Federazione decise di inserire nel regolamento
l’idea di un delegato irlandese di nome William McCrum, che
giocava come portiere. McCrum propose il rigore, un calcio di
punizione diretto da una distanza di dodici iarde (10 metri e
97 centimetri, poi arrotondati a 11 metri) dalla porta, cui solo
il portiere poteva opporsi. Così fu istituita la “massima penali-
tà” per punire la squadra che avesse commesso, nelle vicinanze
della sua porta (ancora non esistevano le “aree di rigore”, che
sarebbero apparse nel 1902), una delle infrazioni che causa-
no un calcio di punizione. I dirigenti dello Stoke gonfiarono
il petto, orgogliosi di avere ottenuto un giusto miglioramento
nel codice del calcio. Non sapevano, tuttavia, che ciò non sa-
rebbe bastato.
Il 21 novembre di quello stesso anno, nella trasferta a Vil-
la Park, si presentò lo stesso problema. A pochi secondi dalla
fine di una sfida valida per il campionato, l’arbitro segnalò un
rigore per i giocatori in trasferta, il primo per la squadra del
centro dell’Inghilterra, che stava perdendo 2-1 contro uno dei
suoi storici avversari, l’Aston Villa FC (il primo rigore ufficiale
era già stato tirato e trasformato da William Heath, del Wol-
verhampton Wanderers FC, contro l’Accrington FC nello sta-
dio Molineux, il 14 settembre). Ballham tornò al centro della
scena con un’opportunità d’oro per riprendersi dalla batosta
della coppa. Ma il portiere locale, Jimmy Warner, decise di
creare le sue personali norme e passare sopra l’autorità dell’ar-
bitro: prese la palla e, con un violento calcio, la mandò fuori
dallo stadio. Il giudice di gara non solo non castigò Warner
per il suo comportamento antisportivo ma, poiché a Villa Park
non c’erano altri palloni, considerò conclusa la sfida. Non era
ancora stata inserita la regola che concede del tempo ulteriore
per l’esecuzione di un rigore alla fine di ciascun tempo o dei
tempi supplementari. Lo Stoke tornò a casa ancora una volta a
mani vuote. In una manciata di mesi, era caduto due volte nella
stessa trappola.
Prima curiosità: la squadra amatoriale Corinthians FC di
Londra si mostrò contraria all’introduzione del rigore. Decise
di non tirare quelli che le fossero eventualmente stati assegnati
dall’arbitro, e lasciare la porta vuota per i rigori che fossero sta-
ti concessi agli avversari.
Seconda curiosità: fino al 1902, i calci di rigore non si tirava-
no da un punto specifico, ma dalla posizione che avesse scelto il
giocatore su una linea immaginaria parallela alla porta, a undici
metri da questa. Quando si sanzionava la “massima penalità”, il
rituale preliminare all’esecuzione prevedeva che l’arbitro pren-
desse la palla sotto il braccio, facesse dodici passi a partire dal
centro della porta e collocasse il pallone a terra. Poi, il giocato-
re designato a tirare poteva far rotolare la palla verso sinistra
o verso destra, come preferiva, però mai in avanti né indietro.
Terza curiosità: la regola del rigore permetteva ai portieri di
avvicinarsi fino a cinque metri prima che l’avversario colpisse
la palla.
36
Qual è stata la partita
con il minor numero di giocatori?

I
l regolamento attuale non specifica il numero minimo di
giocatori che una squadra deve avere per competere. Si indi-
ca solamente che “una partita non potrà cominciare se una
delle squadre ha meno di sette giocatori”, e si chiarisce che, una
volta iniziato l’incontro, la quantità minima “si lascia a discre-
zione delle Associazioni membre”.
Nonostante ciò, l’International Football Association Board
sostiene che “un incontro non dovrebbe continuare se ci sono
meno di sette giocatori in una delle due squadre”, per espulsio-
ni o infortuni. Questo suggerimento è adottato dalla maggior
parte dei campionati ufficiali e si applica in tutti i tornei inter-
nazionali, sia a livello di club sia a livello di Nazionali. Ma non
è stato sempre così.
Il 12 dicembre 1891, nello stadio Turf Moor del Burn-
ley FC, la squadra locale stava battendo senza problemi il
Blackburn Rovers per 3-0, nel mezzo di una forte nevicata, alla
fine del primo tempo. Nell’intervallo, i giocatori in trasferta,
provati dal freddo impietoso, chiesero di restare al riparo negli
spogliatoi e non tornare fuori per terminare la partita, ma fu-
rono convinti dai loro dirigenti a rientrare in campo per evitare
sanzioni da parte della Football Association. Dopo alcuni minu-
ti della ripresa, l’attaccante locale Alexander Stewart dette un
pugno sul viso al suo collega avversario Joseph Lofthouse. L’ar-
bitro John Charles Clegg, confuso, espulse entrambi. Furiosi
per la decisione presa e quasi blu dal freddo, tutti gli uomini
del Blackburn approfittarono dell’errore come scusa per lascia-
re il campo e ripararsi nello spogliatoio. Tutti? No, perché il
portiere Herby Arthur decise di restare al suo posto. Incurante
delle defezioni, Clegg ordinò la ripresa della partita e tutti i
giocatori del Burnley avanzarono passandosi la palla, senza al-
cun ostacolo, verso l’area della squadra in trasferta. Mentre gli
attaccanti si sfregavano le mani e assaporavano il quarto goal,
Arthur segnalò un fuorigioco (offside) e Clegg fischiò un calcio
di punizione per il Blackburn. Il portiere non ebbe altra possi-
bilità che effettuare un lungo tiro per allontanare la palla dalla
sua porta, giacché non aveva nessuno a cui passarla. Lì, Clegg
comprese che il gioco era scaduto in una situazione ridicola e
lo interruppe.
Il Burnley vinse 3-0, ma Arthur si ritirò orgoglioso: per alcu-
ni minuti era riuscito a mantenere la sua porta imbattuta in un
insolito e sbilanciato duello di “uno contro dieci”.
37
C’è mai stato un portiere
con gli occhiali?

C
ome si è scritto nel capitolo 20 “Qual è stata la più gran-
de goleada ufficiale?”, un punteggio elevato solitamente è
dovuto a qualcosa di più che semplici differenze tra due
contendenti. In generale, la disparità del livello tecnico e/o
tattico, lo stato fisico dei giocatori, una o varie espulsioni che
squilibrano le squadre non bastano a giustificare una grandina-
ta di reti subìte: occorre qualche straordinaria circostanza che è
sfuggita a tutte le previsioni dei dirigenti, degli allenatori e de-
gli stessi giocatori. Chiedete – in senso figurato, chiaramente,
perché è morto da quasi ottant’anni – al portiere Joe Frail, del
club Burslem Port Vale (oggi, semplicemente, Port Vale FC).
Il portiere ebbe una lunga carriera malgrado abbia giocato…
con gli occhiali. Il 10 dicembre 1892, per il torneo di Secon-
da Divisione in Inghilterra, il Burslem affrontò nel suo stadio,
l’Athletic Ground, il poderoso Sheffield United FC – in quella
stagione sarebbe asceso alla massima categoria – nel mezzo di
un diluvio che, in pochi minuti, trasformò il campo da gioco in
una distesa di fango. Al primo intervento in tuffo, lo sfortuna-
to Frail perse gli occhiali, e fu costretto a proseguire la partita
senza. I giocatori in trasferta non si impietosirono per il portie-
re miope e approfittarono della sua sventura per segnargli die-
ci goal, record storico dello Sheffield United che resiste ancor
oggi. Una settimana dopo, il Burslem viaggiò fino a Sheffield
per affrontare gli stessi avversari a Bramall Lane (a quei tem-
pi, tutte le squadre si affrontavano due volte nel campionato,
andata e ritorno come oggi, anche se non era normale che lo
facessero in due fine settimana consecutivi). Questa volta, con
l’erba asciutta, gli occhiali al loro posto e in ottime condizioni,
Frail giocò molto meglio, e la sua squadra perse solo 4-0.
Se il caso di un portiere può sembrarvi insolito, quello che se-
gue vi impressionerà. Nel 1944, gli arbitri professionisti argentini
scioperarono per chiedere migliori condizioni di lavoro dopo che
uno di loro, Alberto Pascualini, era stato aggredito nel campo del
Talleres de Remedios de Escalada nel corso di una partita di Se-
conda Divisione. Nonostante la protesta, il calcio non si fermò:
la Federazione argentina di calcio (Afa) convocò esperti ex cal-
ciatori per affidare loro il difficile compito di arbitrare gli incon-
tri. Uno di loro, Mario Pajoni, si era ritirato da cinque anni dopo
aver preso parte a 209 partite di Primera (Prima Divisione) con
la maglia del Club Platense. Pajoni diresse tre incontri… anche se
utilizzava spessi occhiali per migliorare la sua pessima vista.
La Nazionale italiana fu, quanto a titoli, la migliore squa-
dra di calcio degli anni Trenta. Gli azzurri, guidati dal grande
allenatore Vittorio Pozzo, vinsero i due Mondiali a cui parte-
ciparono, Italia 1934 e Francia 1938, e anche il torneo delle
Olimpiadi di Berlino. Per questa competizione, realizzata nel
1936, Pozzo convocò un attaccante tanto veloce quanto parti-
colare: Annibale Frossi. Pochi condivisero la convocazione di
Frossi, un giocatore che aveva agito con scarso successo in vari
club della Serie B. Era basso di statura e magro, una corporatu-
ra che non corrispondeva alla tradizionale immagine calcistica
dell’epoca. Ma la cosa più incredibile di tutte era che, per gio-
care, l’attaccante utilizzava uno spesso paio di occhiali bloccati
da una fascetta elastica. Nonostante tutte queste particolarità,
l’occhialuto non solo fu la stella e il goleador del torneo svol-
tosi nella capitale tedesca, ma anche il principale artefice della
vittoria dell’Italia. Frossi fu l’autore dell’unico goal con il qua-
le la squadra azzurra batté gli Stati Uniti al primo turno (un
incontro molto violento che terminò con due americani infor-
tunati e un italiano espulso, Pietro Rava) e segnò altre tre reti al
Giappone nella goleada 8-0 dei quarti di finale, una alla Norve-
gia nella semifinale che terminò 2-1, e due all’Austria – il famo-
so Wunderteam, la “squadra delle meraviglie”, una delle più vir-
tuose del suo tempo – nella finale del 15 agosto, all’Olympia-
stadion, dove la squadra italiana si cinse il capo con la corona di
alloro davanti a ottantacinquemila spettatori. Dopo il successo
berlinese, l’uomo con gli occhiali passò all’Inter, squadra che,
grazie ai suoi goal, ottenne gli scudetti del 1938 e del 1940, e la
Coppa Italia del 1939.
38
Qual è stata la partita più lunga?

S
e si fa eccezione per le interruzioni dovute a fenomeni
esterni al gioco (eventi climatici, incidenti provocati dai
tifosi), una partita ufficiale non si può prolungare per
più di 120 minuti: i 90 stabiliti più i 30 supplementari che,
in alcuni tornei, si aggiungono per uscire da una situazione
di pareggio. Nonostante ciò, in Inghilterra un incontro arri-
vò a 135 minuti. In che modo? Il pomeriggio del 1° settembre
1894 era tutto pronto per la sfida tra il Sunderland AFC e il
Derby County FC in vista della prima giornata del campiona-
to inglese di Prima Divisione. Quasi tutto: l’arbitro Frederick
Kirkham non aveva raggiunto lo stadio di Newcastle Road per
un ritardo del treno con cui era partito da Londra. Affinché
quell’imprevisto non danneggiasse gli spettatori e neppure
i giocatori in trasferta – che dovevano fare ritorno nella loro
città, distante circa 220 chilometri – il delegato della Football
Association, John Conqueror, decise di prendere il fischietto e
dirigere personalmente la competizione. Kirkham finalmente
raggiunse lo stadio, proprio sul finire del primo tempo, con un
chiaro 3-0 a favore della squadra locale. Dopo aver compreso
cos’era successo nel frattempo, l’arbitro, anziché farsi carico
della partita e continuare il gioco a partire dal secondo tem-
po, offrì al capitano in trasferta, John Goodall, l’opportunità
di scegliere se preferisse o no ricominciare la partita “da zero”.
Goodall, uomo pratico, scelse di ripartire dal primo minuto,
senza neppure prendere in considerazione le proteste da parte
dei ragazzi del Sunderland. I locali però continuarono a gio-
care con la stessa intensità e, sul finire del “secondo” tempo,
erano di nuovo 3-0. Forse come premio per i loro sforzi, nel
supplementare si levò un forte vento che aiutò il Sunderland
a completare una brillante goleada per 8-0. Chi non rimase
per nulla soddisfatto fu il portiere del Derby, John William
“Jack” Robinson, che subì undici goal nella bizzarra partita
dei tre tempi.
39
Chi è stato il primo
calciatore superstizioso?

J
ohn William “Jack” Robinson attribuì il catastrofico epi-
logo del capitolo precedente al fatto di non aver potuto
soddisfare una bizzarra superstizione: mangiare il rice
pudding.
Il portiere aveva l’abitudine di divorare un piatto del cremo-
so dolce qualche minuto prima del fischio d’inizio. A causa del
lungo viaggio fino al campo del Sunderland AFC, Robinson
non aveva avuto il tempo di recarsi in un ristorante e dare sfogo
alla sua golosa abitudine.
Un altro portiere con una strana superstizione fu il gal-
lese Leigh Richmond Roose. Nel corso della sua carriera
al servizio dei club dell’Everton, del Sunderland, del Cel-
tic, dell’Aston Villa e del Woolwich Arsenal, tra il 1900 e il
1912, Roose indossò sempre la maglia della sua prima squa-
dra, l’Aberystwyth Town FC, caratterizzata da fasce verti-
cali verdi e nere. Una leggenda narra che il gallese non lavò
mai il suo amuleto dal giorno del trionfo di cui fu protago-
nista con l’Aberystwyth Town nella finale della Coppa del
Galles del 1900, contro i temibili Druids FC, vinta 3-0.
Giacché siamo in Galles, un’altra insolita superstizione per-
mise a un club di questa Nazione di vincere la FA Cup e diven-
tare, al tempo stesso, l’unico vincitore non inglese del torneo.
Il 23 aprile 1927, il Cardiff City FC si recò presso lo stadio di
Wembley per affrontare il poderoso Arsenal FC nella capitale
britannica. Insieme ai giocatori viaggiò un gatto nero di nome
Trixie, adottato dalla stella della squadra, Hughie Ferguson,
come talismano dopo che era apparso nello stadio di Cardiff
la mattina precedente a una partita conclusasi con la vittoria
per la squadra azzurra. Trixie fu portato nello spogliatoio e poi
“vide” la finale dalla tribuna, insieme ai dirigenti gallesi. Quel
pomeriggio, il Cardiff sconfisse l’Arsenal per 1-0. Il goal lo se-
gnò Ferguson, ispirato dal suo amuleto felino.
40
Qual è stata la prima “potenza
mondiale” nel calcio?

I
l calcio scozzese nacque all’ombra di quello inglese. La Fede-
razione calcistica della Scozia (Scottish Football Association)
fu creata dieci anni dopo quella inglese; la Scottish Cup e il
campionato furono inaugurati due anni più tardi rispetto alle
competizioni parallele degli inglesi, rispettivamente nel 1873
e 1890. Tuttavia, questo vantaggio temporale si disintegrò nel
giro di pochi anni. Se l’influenza scozzese è stata importante
nello sviluppo organizzativo e normativo, come già ampia-
mente testimoniato in questo libro, sul piano competitivo è
stata fondamentale. Dei primi diciannove incontri ufficiali tra
le Nazionali dell’Inghilterra e della Scozia, la squadra blu ne
vinse undici e cinque finirono in parità. Gli inglesi si imposero
in appena tre. Inoltre gli scozzesi si impossessarono delle prime
quattro edizioni del Torneo Interbritannico.
La qualità dei calciatori nati in Scozia presto invase i
campi in cui si disputavano partite organizzate dalla Football
Association. Si è già parlato del caso di James “Reddie” Lang, il
primo calciatore professionista. Il suo trasferimento dal Nord
al Sud del Vallo di Adriano fu presto imitato da dozzine di
connazionali.
Quando il Preston North End vinse il primo campionato
inglese, nella stagione 1888-1889, sette dei suoi undici titola-
ri erano scozzesi: George Drummond, Jack Gordon, Johnny
Graham, Sandy Robertson, Jimmy Ross, David Russell e Sam
Thompson. Sempre dal Nord provenivano gli undici schierati
dal Sunderland AFC per vincere tre campionati in sole quattro
stagioni: 1891-1892, 1892-1893 e 1894-1895.
Nel capitolo 23 “Quale squadra vinse il primo titolo �mon-
diale�?” si sono forniti alcuni dettagli dei primi incontri ufficia-
li tra i club campioni nazionali, che assegnarono il pretenzioso
titolo di “Campione del Mondo”. Tre di questi quattro match
– che si svolsero tra il 1887 e il 1901, in modo irregolare e sen-
za continuità – furono vinti da club scozzesi: rispettivamente
l’Hibernian FC, il Renton FC e l’Hearts of Midlothian FC.
Per la stagione 1892-1893, tra i 176 giocatori titolari delle
16 squadre della Prima Divisione inglese, 99 erano scozzesi e
solo 73 locali. In quella stessa stagione, il Liverpool FC – che
ancora non giocava in rosso, ma con una maglia celeste e bianca
con due fasce verticali, pantaloni e calzini blu – vinse la Lanca-
shire League, un campionato regionale. La vittoria gli consentì
di partecipare alla Seconda Divisione inglese l’anno successivo,
con undici giocatori scozzesi nella squadra titolare. Poiché i co-
gnomi di sette di loro (Duncan McLean, James McBride, John
McCartney, Joe McQue, Matt McQueen, Hugh McQueen e
Malcolm McVean) cominciavano con lo stesso prefisso, a Li-
verpool era conosciuta come “la squadra dei Macs”. Qualcosa
di analogo accadde con il Sunderland AFC che vinse la Pri-
ma Divisione del 1894-1895: la squadra titolare comprendeva
solamente un giocatore inglese, William Dunlop. Il resto era
nato a Nord della frontiera, così come cinque delle sei riserve
che completavano la squadra.
41
Quali furono i calciatori
più temerari?

N
ulla può impedire che una persona sia sopraffatta dalla
passione per il calcio. Neppure una prigione. Quando
arriva il momento di scendere in campo, non c’è gabbia
che resista. Nel novembre 1893, Jimmy Stewart, calciatore di-
lettante del club inglese Reading e soldato di professione, fu
arrestato per una mancanza disciplinare. Rinchiuso in cella,
Stewart comprese che si sarebbe perso una partita di qualifi-
cazione della FA Cup contro il St. Mary’s FC (antica denomi-
nazione dell’attuale Southampton FC, fondato nella chiesa di
St. Mary). Deciso a scendere in campo, l’attaccante approfittò
di una visita del segretario della squadra, Horace Walker, per
chiedergli una bottiglia di whisky. Walker, comprese le inten-
zioni del giocatore, non gli portò una bensì due bottiglie di
uno scotch di eccellente qualità. Poche ore prima dell’incon-
tro, il 25 novembre, Stewart chiamò l’annoiata guardia che lo
sorvegliava e gli offrì un sorso. Il carceriere si mostrò restio, ma
quando scoprì che si trattava di un liquore superbo che non
aveva mai provato, accettò l’invito. Prigioniero e carceriere
brindarono una, due, tre volte, finché non vuotarono la prima
bottiglia. Quando il sorvegliante iniziò a dare segni di ubria-
chezza, Stewart simulò di versare lo scotch per entrambi, an-
che se in realtà riempiva solo il bicchiere della guardia. A metà
della seconda bottiglia, la guardia cadde addormentata vicino
alle sbarre. Il calciatore allungò un braccio, prese il mazzo di
chiavi, aprì la cella e corse verso il Caversham Stadium. Quel
pomeriggio, il Reading batté il St. Mary’s 2-1. Chi segnò il
goal della vittoria? Il fuggiasco Stewart. Quando si accorsero
dell’accaduto, i giocatori della squadra perdente presentarono
un reclamo alla Football Association affinché il risultato del-
la partita fosse annullato e l’incontro fosse ripetuto senza la
presenza del soldato. La risposta della Football Association fu
categorica: le regole non impediscono a una squadra di far gio-
care un detenuto. Nel frattempo, Stewart ritornò in caserma e
rientrò in cella per completare il suo periodo di punizione. Il
sorvegliante, ancora stordito per la sbronza, non si accorse mai
della sua straordinaria impresa.
Nel febbraio 1912, la Nazionale francese disputò un incon-
tro amichevole contro quella svizzera presso lo Stade de Paris
nel quartiere di Saint-Ouen. Uno dei giocatori convocati era
l’attaccante mancino Marcel Triboulet, che giocava per il Ra-
cing Club di Parigi e in quel periodo svolgeva il servizio milita-
re nel Reggimento 77 di Fanteria nel distaccamento di Cholet,
una cittadina situata a circa 350 chilometri a Sud-Est della ca-
pitale francese. Triboulet chiese ai suoi superiori il permesso di
affrontare la squadra svizzera, ma la richiesta fu respinta. I capi
gli spiegarono che stava svolgendo un periodo di addestramen-
to e che, se avesse subìto un qualunque tipo di infortunio du-
rante la partita, non avrebbe potuto continuare ad assolvere il
suo dovere nei confronti della Patria. Gli ufficiali, nonostante
ciò, concessero al giocatore di viaggiare fino alla capitale per as-
sistere alla sfida come spettatore. Triboulet andò e, arrivato alla
stadio, fu convinto dai propri compagni a scendere in campo.
Alcuni gli dissero che i particolari dell’incontro non sarebbero
mai arrivati fino a Cholet; altri che il suo vero “dovere verso la
Nazione” consisteva nel vestire la maglia blu. Il mancino accet-
tò e scese in campo. La Francia vinse 4-1 con una sensazionale
prestazione di Triboulet, autore del secondo goal. Pochi giorni
dopo l’incontro, arrivò un plico all’ufficio del comandante del
Reggimento di Cholet. All’interno, senza firma e consegnato
da anonimi, c�era un ritaglio del quotidiano sportivo L’Auto,
con un riassunto dell’amichevole internazionale. Triboulet fu
condannato a otto giorni di prigione per non aver obbedito
all’ordine dei suoi superiori, castigo che l’attaccante accettò
senza replicare. Durante la reclusione, l’attaccante ripensò più
volte all’esperienza unica che aveva appena vissuto: segnare un
goal con la maglia del proprio Paese. Concluse che, se la con-
danna fosse stata di un anno, avrebbe agito nello stesso modo.
I fratelli Amílcar, Bolívar e Carlos Céspedes furono le stelle
del calcio uruguaiano degli inizi del xx secolo. Le parate di
Amílcar e i goal di Bolívar e Carlos resero possibile la prima
vittoria dell’Uruguay contro la Nazionale argentina il 13 set-
tembre 1903, a Buenos Aires. In quell’occasione, a causa di una
divergenza tra i dirigenti delle diverse squadre uruguaiane, la
Nazionale dell’Uruguay fu rappresentata da undici giocatori di
una sola società: il Club Nacional de Football. Le magnifiche
prestazioni dei fratelli Céspedes avevano già dato lustro alla
stagione del 1902, nella quale il club tricolore ottenne il suo
primo titolo uruguaiano, dopo aver vinto le dieci partite dispu-
tate. Nel 1903, la competizione si fece un po’ più complicata, e
il Nacional finì al primo posto, seppur condividendone la glo-
ria con il grande rivale storico: il Peñarol (all’epoca, conosciuto
attraverso la sua denominazione britannica: Central Uruguay
Railway Cricket Club). Per attribuire il titolo, si decise di gio-
care un unico incontro il 28 agosto 1904. La scelta della data
non fu il frutto di una casualità, ma dell’interesse del Peñarol:
il Nacional era rimasto con la squadra decimata perché, per via
della guerra civile scoppiata quell’anno, i fratelli Céspedes era-
no fuggiti a Buenos Aires – dove erano stati accolti con molto
entusiasmo dal club Barracas Athletic – al fine di non essere
reclutati, a causa della decretata “leva obbligatoria”, per com-
battere contro altri compatrioti. I giocatori del Peñarol, invece,
non erano stati reclutati perché erano stranieri o lavoravano
per la rete ferroviaria, e il treno era il mezzo di trasporto fonda-
mentale per il trasferimento delle truppe. Il clima belligerante
fu sfruttato dal Peñarol, che fece pressione sulla Federazione
per fissare la data della finale in un momento in cui, si sapeva,
il suo avversario sarebbe stato pieno di assenze. Nessuno dei
dirigenti degli altri club, tutti di origine britannica, manifestò
il proprio disaccordo, eccetto il delegato del Nacional, che per-
se per imbarazzante maggioranza la votazione in cui si decise
che sarebbe stato il 28 agosto la data per la sfida conclusiva.
Malgrado ciò, il tranello non portò frutti perché, nonostante
la disparità, il Nacional fu incoronato campione. Come fece?
Un dirigente tricolore riuscì a convincere il presidente José
Batlle y Ordóñez dell’importanza che aveva acquisito il club
nella società e la ciliegina sulla torta che avrebbe rappresentato,
in quel contesto, una vittoria dell’unica squadra dell’Uruguay
al cento per cento creola. Persuaso, il presidente dell’Uruguay
emise allora un lasciapassare di ventiquattr’ore per i tre fratel-
li e, il giorno della partita, i Céspedes comparvero sul campo
del club Albion per prendere parte alla finale. Con due goal di
Bolívar e uno di Carlos, il Nacional si impose per 3-2 e ottenne
il suo secondo titolo consecutivo. Gli eroi non ebbero il tempo
di festeggiare: terminato l’incontro, corsero al porto e attraver-
sarono il Río de la Plata fino a Buenos Aires, la loro nuova casa.
Nel 1905, purtroppo, i due cannonieri contrassero il vaio-
lo e morirono assai giovani. Amilcar si salvò perché, contro la
volontà di suo padre, si era vaccinato di nascosto. Oggi, il cam-
po sportivo del Nacional, dove si allenano e si radunano le sue
squadre, si chiama Los Céspedes in onore dei suoi primi idoli.
42
Chi è stato il calciatore
più grasso della storia?

W
illiam “Willie” Foulke fu uno dei grandi giocatori della
fine del xix secolo e degli inizi del xx, non soltanto
per la sua voluminosa figura di quasi due metri di al-
tezza. Quando debuttò nello Sheffield United FC, a vent’anni,
Foulke pesava 95 chili. Il successo e la fama gli fecero perdere il
controllo della sua vita al di fuori del campo e lo indirizzarono
verso gli eccessi. Nei ristoranti, il suo appetito era insaziabile ed
era solito non lasciare alcuna traccia di birra nei pub (morì a soli
42 anni, colpito da una cirrosi epatica). Il suo record sulla bi-
lancia fu 160 chili: nella sua tappa al Chelsea arrivò a 157 chili,
fatto che non gli impedì di muoversi con mirabile agilità. Una
mattina del 1906, prima di una partita con la squadra londinese,
Foulke si svegliò affamato nell’hotel in cui soggiornava con i
compagni. Si diresse verso la cucina e trangugiò la colazione…
di tutta la squadra! L’unica cosa che mandarono giù i suoi com-
pagni furono le lamentele. Nessuno aveva sufficiente coraggio
per affrontare l’incontenibile gigante.
Oltre alla sua fama di sacripante e a essere stato uno dei primi
portieri cannonieri (vedi capitolo 28 “Chi è stato il primo por-
tiere a segnare in una partita ufficiale?”), questo ragazzo nato
nel 1874 a Dawley, un piccolo villaggio situato a Nord-Est di
Birmingham, fu protagonista di varie situazioni fuori dal co-
mune che dettero vita a definizioni o modifiche delle norme
che esistono ancora oggi. Nella sua prima fase professionale, nel
club dello Sheffield United, Foulke fece suonare l’allarme dei
dipendenti incaricati della manutenzione del campo. Il 13 feb-
braio 1897, durante un’amichevole con l’altra “grande” squadra
della città, lo Sheffield Wednesday, nello stadio Bramall Lane,
il portiere “volò” per deviare un tiro da lontano calciato da un
avversario e il suo grosso braccio andò a sbattere contro la tra-
versa. La sua potenza e la sua massa furono troppe per il palo,
che si spezzò a metà come se fosse stato di polistirolo. A causa
di questa inattesa circostanza, l’incontro subì una prolungata
interruzione: l’unico legno trovato nel deposito del campo era
troppo corto per rimpiazzare la traversa rotta. I responsabili del-
la manutenzione del terreno di gioco corsero, allora, fino a una
falegnameria e ritornarono con un altro legno, che però oltre a
non essere dipinto di bianco era anche troppo lungo. La porta
riprese la sua forma dopo che uno degli impiegati, salito su una
scala, con una sega adattò il legno e lo trasformò in una nuova
traversa. A partire da questo incidente, la Football Association
raccomandò che ciascuna squadra prendesse la precauzione di
premunirsi di porte di riserva e materiale sufficiente a risolvere
rapidamente episodi del genere.
Quando Foulke passò al londinese Chelsea FC, la regola del
rigore consentiva ai portieri di avvicinarsi fino a cinque metri
prima che l’avversario entrasse in contatto con la palla. Nella
sua unica stagione con la maglia di Stamford Bridge, il gigan-
tesco portiere parò dieci rigori, due dei quali nella stessa sfida
contro il Burslem Port Vale il 3 marzo 1906. Alcune versioni
dell’epoca raccontano che, dopo aver sbagliato il suo secondo
tiro consecutivo dagli undici metri, il frustrato giocatore del
Burslem gridò all’arbitro: «Non c’è spazio per tirare». La
Football Association non sorvolò su questo dettaglio e, poco
tempo dopo, stabilì che i portieri aspettassero l’esecuzione del
rigore sulla linea della porta e si facessero avanti solo dopo che
il giocatore avversario aveva toccato la palla.
Il gigante trascorse la sua ultima stagione (1906-1907) come
giocatore professionista in difesa della porta del Bradford City.
Il 2 febbraio 1907, Foulke scese in campo per giocare contro
l’Accrington Stanley con la sua tradizionale maglia rossa. Una
volta in campo, il portiere e l’arbitro notarono che quel colo-
re non era appropriato, perché la squadra rivale, che giocava
in trasferta, utilizzava la stessa tinta. Poiché l’Accrington stava
già utilizzando le maglie di riserva, l’arbitro obbligò Foulke a
cambiare la propria divisa. Ma non avendo il portiere extra-ex-
tra-large un’altra maglia di ricambio per la sua smisurata taglia,
la brillante soluzione arrivò da un impiegato dello stadio Valley
Parade, che trovò un lenzuolo: Foulke prese il telo bianco e se
lo avvolse attorno, secondo lo stile proprio dei nobili nell’anti-
ca Roma. Il Bradford vinse 1-0, non per la prestazione del suo
portiere ma perché il rivale in pratica non si avvicinò all’area
avversaria. Visto che non si era dovuto tuffare, Foulke abban-
donò il campo con l’insolita tenuta immacolata. Questo detta-
glio fu colto da un quotidiano che scrisse che il gigante aveva
terminato il match con il lenzuolo pulito, clean sheet, espressio-
ne che ancora oggi si impiega nel Regno Unito per rimarcare
che una squadra non ha subìto goal nel corso della partita.
43
Qual è stato il torneo ufficiale
più breve della storia?

I
l primo torneo ufficiale italiano si disputò in un solo giorno.
L’8 maggio 1898 quattro squadre si presentarono al velo-
dromo Umberto I nella città di Torino (battezzato così in
onore di colui che era, a quel tempo, il re d’Italia, un signore
con un nome piuttosto corto: Umberto Ranieri Carlo Ema-
nuele Giovanni Maria Ferdinando Eugenio di Savoia) per par-
tecipare alla prima convocazione ufficiale sul territorio penin-
sulare, organizzata dalla Federazione italiana del calcio, organo
che era stato recentemente formato e che fu predecessore della
Federazione italiana Giuoco Calcio (la parola “calcio” iniziò a
essere utilizzata nel 1909 come sinonimo di football quando
la Figc decise di organizzare un torneo per squadre composte
solo da calciatori di nazionalità italiana). Tre dei club parte-
cipanti erano locali – l’Internazionale FC Torino, il Football
Club Torinese e la Reale Società Ginnastica di Torino – e so-
lamente uno di un’altra città, il Genoa Cricket and Athletic
Club. Al mattino, l’Internazionale vinse 2-1 sul Torinese, men-
tre il Genoa – capitanato dal medico inglese James Richardson
Spensley, che aveva introdotto il calcio nella società ligure di
origine britannica e aveva promosso la prima partita “organiz-
zata” d’Italia, giocata il 6 gennaio di quello stesso anno tra la
squadra ligure e il Torinese – piegò il Ginnastica per 2-0. Nel
pomeriggio, dopo un pranzo leggero (a base di deliziosi tra-
mezzini e vino rosso locale) condiviso dai componenti delle
quattro squadre iscritte, il gruppo in trasferta – composto da
quattro inglesi, uno svizzero e sei italiani – superò per 2-1 l’In-
ternazionale e si consacrò primo campione d’Italia di fronte a
una folla che, secondo i registri dell’epoca, era formata da… ap-
pena cento persone! Il club vincitore ricevette la Coppa Duca
degli Abruzzi e ciascuno dei suoi eroi una medaglia d’oro.
44
Si può seguire la propria
squadra dopo la morte?

I
l robusto custode dello stadio Benito Villamarín di Siviglia
fu categorico: «Con questo non può entrare». «Ma ho qui
il suo pass annuale!» replicò il giovane tifoso verdebianco.
Il guardiano impiegò alcuni secondi a riprendersi dalla sorpre-
sa, ma mantenne la sua posizione, concludendo: «Sebbene
abbia un pass, è pericoloso. È proibito entrare con un oggetto
contundente. Se lo lancia in campo o in un altro settore della
tribuna, può provocare seri danni». Malgrado si sentisse de-
luso e afflitto per il rifiuto, il ragazzo non si diede per vinto. Si
diresse in un supermercato vicino, comprò un cartone di latte,
lo vuotò su una grata del marciapiede e, con delle forbici prese
in prestito, improvvisò un contenitore “autorizzato” per suo
padre. O meglio, per le ceneri del padre. L’uomo, sul letto di
morte, aveva chiesto al figlio di poter continuare ad “assistere”
alle partite del suo amato Real Betis Balompié. Così, in un re-
cipiente di inoffensivo cartone e con il suo abbonamento per
la stagione 1995-1996, il defunto entrò allo stadio andaluso
insieme all’obbediente figliolo per godersi l’incontro, che ter-
minò con una vittoria per 3-1 sul Real Zaragoza SAD. Con il
diffondersi di questa notizia e di fronte alla grande quantità
di simpatizzanti che spargevano le ceneri dei propri familia-
ri sull’erba, il club sivigliano decise di mettere a disposizione
un settore all’interno dello stadio per la costruzione di piccole
nicchie in cui depositare le urne. Una misura tanto romantica
quanto remunerativa, che fu imitata da molte squadre.
In Messico, Daniel “Píldora” (Pillola) Ocañas non stava
nella pelle. Il sorteggio realizzato dalla Conmebol gli avrebbe
permesso di realizzare un grande sogno: veder giocare in Ar-
gentina la sua adorata squadra, il Club de Fútbol Tigres de la
Universidad Autónoma de Nuevo León. Le “tigri” della città
messicana di Monterrey, che si erano qualificate per la prima
volta per la Copa Libertadores, dovevano presentarsi allo sta-
dio Florencio Sola il 6 aprile 2005 per giocare contro il Club
Atlético Banfield il loro quarto incontro per il Gruppo 6, di cui
facevano parte anche il Caracas FC e il Club Alianza Lima del
Perù. Felice del fortunato sorteggio, Píldora, uno dei membri
di Libres y Lokos, la tifoseria del Tigres, corse insieme ai suoi
compagni a comperare un biglietto aereo per viaggiare fino a
Buenos Aires. Ma il destino volle che questo sogno si realizzas-
se in un modo molto particolare. Due settimane prima dell’at-
teso incontro, Ocañas morì in un incidente automobilistico. Il
decesso colpì molto i ragazzi di Libres y Lokos che, nonostante
la disgrazia, decisero di rendere omaggio a Píldora trasforman-
do il suo sogno in realtà. Dopo che il corpo del giovane fu cre-
mato, i suoi compagni depositarono le ceneri in un’urna deco-
rata con i colori del club e la portarono insieme al bagaglio a
mano sull’aereo che li condusse in Argentina. Una volta arriva-
ti, superarono il controllo della dogana esibendo il certificato
di morte originale che la famiglia del ragazzo aveva consegnato
loro. Nell’hotel che avevano prenotato, l’urna fu sistemata in
una cassetta di sicurezza affinché restasse al riparo da qualsia-
si atto vandalico. Poi contattarono la formazione del Tigres e
concordarono con i giocatori un particolare omaggio: la squa-
dra uscì sul campo del Florencio Sola con l’urna che contene-
va i resti di Píldora e posò con quella davanti ai fotografi. Alla
fine, il vaso tornò nelle mani dei Libres y Lokos per occupare il
posto centrale della tribuna ospiti e godersi il brillante trionfo
della squadra messicana per 0-3. Le ceneri ritornarono trion-
falmente a Monterrey per essere gettate dalla famiglia Ocañas
sull’erba dello stadio Universitario, alcuni minuti prima di una
partita contro il Cruz Azul FC, perché il desiderio di Píldora
era stare insieme ai Tigres fino alla morte… e anche dopo.
45
Come è nata la Coppa America?

L
a Coppa America non è nata come evento strettamente
sportivo, ma come complemento di una serie di eventi
culturali, militari e sociali destinati a celebrare il primo
centenario dell’Indipendenza argentina. Nei mesi che prece-
dettero i festeggiamenti del “9 luglio”, un consigliere del presi-
dente conservatore Victorino de la Plaza si raccomandò con lui
affinché fosse inserito un torneo di calcio, sport che aveva già
acquistato un’enorme popolarità in tutto il Paese, nel calenda-
rio ufficiale degli eventi. De la Plaza accettò il suggerimento e
chiese alla Federazione argentina di calcio di inviare inviti alle
Federazioni del Cile, del Brasile e dell’Uruguay, che accolse-
ro la proposta con piacere. Il campionato sudamericano delle
Nazionali, giocato a Buenos Aires, cominciò il 2 luglio 1916
con una goleada dell’Uruguay contro il Cile, 4-0. Nessuno po-
teva immaginare che quello sarebbe stato il calcio d’inizio di
una prestigiosa competizione continentale. Di fatto, sei anni
prima, sempre nella capitale argentina si era organizzato un
triangolare tra le squadre biancoceleste, uruguaiana e cilena,
per celebrare il centenario della “Rivoluzione di Maggio” del
1810: un primo passo argentino e continentale verso la libera-
zione dalla dipendenza coloniale spagnola in America. Perché
la competizione del 1916 rimase immortalata come la prima
Coppa America? Perché, nel mezzo del torneo sportivo, si or-
ganizzò una riunione tra dirigenti delle Federazioni calcistiche
dei quattro Paesi partecipanti per fondare l’attuale Confede-
razione Sudamericana di calcio (Conmebol). Questo organi-
smo fu formalmente creato il 9 luglio, lo stesso giorno in cui
l’Argentina celebrava il suo centenario e mentre nella Plaza de
Mayo un anarchico attentava alla vita del presidente sparando-
gli con un revolver, fortunatamente senza raggiungere l’obiet-
tivo . Visto che, al momento di giocare l’ultima partita (Argen-
tina-Uruguay 0-0, che consacrò campione la squadra celeste)
la Conmebol era già stata legalmente costituita, si decise di
assegnare a questo torneo uno status ufficiale e programmare
la seconda edizione per l’anno successivo, a Montevideo. Così
nacque la competizione calcistica più antica del mondo a livel-
lo di Nazionali continentali: quella asiatica è sorta quarant’an-
ni più tardi, nel 1956; l’africana nel 1957; l’europea nel 1960;
quella del Centro e Nord America nel 1963; quella dell’Oce-
ania nel 1973.
46
Quando si è giocato il primo
torneo olimpico di calcio?

I
l calcio, lo sport più popolare del mondo, fu invitato per
la prima volta per ai Giochi olimpici in occasione della se-
conda edizione, tenutasi a Parigi nel 1900. Il gioco del pal-
lone, che era stata rifiutato quattro anni prima in occasione
dell’evento inaugurale, Atene 1896, debuttò come attività “di
esibizione”. In un primo momento, gli organizzatori pensaro-
no di far disputare alla Nazionale francese quattro amichevoli
con la Svizzera, il Belgio, la Germania e la Gran Bretagna, dal
20 settembre al 7 ottobre. Tuttavia, questa idea non si realizzò
perché la squadra svizzera e quella tedesca non raggiunsero mai
la capitale francese. L’evento alla fine si svolse con sole tre squa-
dre partecipanti, anche se nessuna di loro poteva essere ufficial-
mente considerata una formazione “nazionale”. Il 20 settembre
la Francia, rappresentata dal Club Français, sconfisse per 6-2
l’Université di Bruxelles (del Belgio). Alcuni articoli riporta-
no che la squadra in trasferta era composta anche da calciatori
dell’Università di Liège e dalla Katholieke Universiteit Leu-
ven. Tre giorni dopo, la squadra inglese Upton Park FC – che
sparì pochi anni più tardi – si impose per 4-0 su quella padrona
di casa. Nonostante l’irregolarità della situazione, alcuni anni
dopo il Cio (Comitato olimpico internazionale) stabilì che nei
suoi registri ufficiali la medaglia d’oro venisse assegnata alla
Gran Bretagna, quella d’argento alla Francia e quella di bronzo
al Belgio.
47
Chi è stato il primo portiere
a utilizzare i guanti?

A
lcuni storici del calcio sostengono che sia stato il russo
Lev Yašin, a cui il colombiano Marcos Coll segnò l’unico
goal olimpico della storia dei Mondiali, in Cile nel 1962.
Altri, l’argentino Amadeo Carrizo, gloria del River Plate, che
militò anche nella squadra colombiana Millonarios. Vari testi-
moni mettono in risalto lo spagnolo Ricardo “divino” Zamora,
stella del Mondiale d’Italia nel 1934. Nessuno di loro. In base a
notizie documentate, il primo portiere ad aver utilizzato guan-
ti in partite ufficiali fu il gallese Leigh Richmond Roose. Una
foto mostra Roose con i guanti durante un incontro del cam-
pionato inglese giocato dalla sua squadra, lo Stoke FC, nell’an-
no 1904. Perché iniziò a utilizzare delle protezioni per le sue
mani? Egli stesso lo ha spiegato con una risposta irrefutabile:
«Avevo freddo».
I primi guanti fabbricati per il calcio potrebbero essere sta-
ti opera di George Gibson Bussey, un fecondo inventore di
accessori per la pratica sportiva. Formatosi come sellaio e ar-
maiolo, Bussey aprì un suo negozio di articoli per le attività
atletiche e ricreative nel 1864 nel centro di Londra. Divenne
presto il maggior fabbricante di prodotti sportivi della capita-
le inglese. Oltre ad armi, munizioni, racchette, palle da tennis
e mazze da cricket, Bussey confezionò scarpe e palloni da cal-
cio… e dei guanti di cuoio adeguati per il gioco che, proba-
bilmente, sono stati i precursori dei moderni prototipi che si
utilizzano oggigiorno.
Parallelamente, un altro artigiano britannico, William Sykes,
registrò un modello di guanto per portieri di calcio presso l’Uf-
ficio imperiale brevetti di Berlino nel 1885. Sebbene l’utilizzo
di questo accessorio non sia divenuto massivo fino agli anni
Cinquanta e Sessanta del Novecento (alcuni portieri si rifiuta-
vano perché non ottenevano una buona aderenza o, semplice-
mente, perché lo consideravano un articolo per “effeminati”),
i dirigenti e gli arbitri non ne vietarono mai l’uso. Un portiere
come l’inglese Frank Swift, che giocò nel Manchester City FC
tra il 1933 e il 1949, era solito indossarli quando pioveva. Se il
cielo era nuvoloso, entrava in campo con i guanti e li lasciava
vicino a uno dei pali finché non iniziava a piovere. Il 28 aprile
1934, il Manchester City affrontò il Portsmouth FC nella fina-
le della FA Cup 1933-1934 nello stadio di Wembley, davanti a
centomila spettatori. A metà del primo tempo iniziò a piovere
e Swift, concentrato sul gioco, dimenticò di indossare i guanti.
Dopo 28 minuti, l’attaccante avversario Septimus Rutherford
lasciò partire un tiro. La palla, per effetto dell’acqua, scivolò
tra le mani di Swift e finì in porta. Nell’intervallo, con la parti-
ta ancora sull’1-0 per il Portsmouth, Fred Tilson, centravanti
celeste, consolò l’afflitto portiere: «Non preoccuparti, nel se-
condo tempo faccio due goal e diventiamo campioni» gli pre-
disse. «Ma non toglierti mai più i guanti» lo ammonì. Tilson
mantenne la promessa: segnò al settantaquattresimo e all’ot-
tantottesimo minuto. Il Manchester City fu campione e Swift,
rincuorato, non parò più a mani nude.
48
Quale squadra ha schierato
il maggior numero di fratelli?

I
l club argentino Alumni Athletic, vincitore di dieci tornei
ufficiali di Prima Divisione e di varie coppe locali e inter-
nazionali, prima di sparire nel 1913 riempì di trofei la ba-
checa grazie a un solo nome: Brown. L’Alumni cominciò a
competere come English High School, nome della scuola dalla
quale provenivano tutti i suoi giocatori. Nel 1901, per ordi-
ne della Federazione argentina, che aveva proibito che i nomi
delle squadre rappresentassero marche, strutture commerciali
o scuole, la squadra cambiò il nome in Alumni Athletic Club.
Nei suoi dodici anni di vita, il club ricevette l’inestimabile
eredità di Diego Brown, un discendente di irlandesi che ebbe
quattordici figli, di cui undici maschi. I Brown avrebbero po-
tuto mettere su una squadra completa, ma le differenze di gusti
e di età fecero sì che “solamente” sette dei ragazzi di Diego in-
dossassero la maglia del club, a righe verticali bianche e rosse:
Jorge, Carlos, Ernesto, Alfredo, Eliseo, Tomás e Juan. Anche
un altro Juan Brown, un cugino, emerse nella squadra. In varie
partite delle stagioni dal 1905 al 1911, l’Alumni affrontò i suoi
rivali con cinque dei fratelli nella formazione di partenza – Jor-
ge, Carlos, Ernesto, Alfredo ed Eliseo – record mai eguagliato
né superato in partite di Prima Divisione in tutto il mondo. In
quel periodo, era titolare anche il cugino Juan. Gli altri Brown,
i più giovani, entrarono a far parte della squadra quando i loro
fratelli maggiori avevano già lasciato il calcio o erano passati
ad altri club. Questa famiglia alimentò altresì le prime forma-
zioni della Nazionale argentina, anche se solamente una volta
furono presenti contemporaneamente quattro fratelli Brown
in campo: il 13 settembre del 1908, per una vittoria contro
l’Uruguay per 2-1.
Un caso molto particolare si verificò il 13 settembre 1906:
l’Uruguay, in trasferta, sconfisse l’Argentina per 3-2, nello
stadio della Società ippica di Buenos Aires. Nella squadra lo-
cale giocarono tre fratelli Brown: Jorge, Carlos ed Ernesto.
Nell’Uruguay – formato da giocatori di un’unica società, il
Club Nacional de Football – i tre fratelli Céspedes: Amilcar,
Bolívar e Carlos. Mancò solamente un goal argentino affinché
il punteggio finale potesse essere 3-3.
49
Chi ha inventato i cartellini
rosso e giallo?

S
econdo la Fifa, il durissimo incontro che giocarono Inghil-
terra e Argentina per i quarti di finale del Mondiale d’In-
ghilterra, il 23 luglio 1966 a Wembley, fu quello che dette
origine ai cartellini giallo e rosso che utilizzano gli arbitri per
ammonire o espellere un giocatore. L’incontro, in cui fu espulso
“a parole” e a gesti l’argentino Antonio Rattín, fu caratterizzato
da molti falli e da continue interruzioni a causa di discussioni tra
i giocatori e l’arbitro Rudolf Kreitlein. La partita, carica di frain-
tendimenti a causa della diversità linguistica, stuzzicò l’ingegno
dell’ex arbitro e direttore della Fifa Ken Aston. Mentre tornava
a casa da Wembley, il dirigente ebbe l’idea di ricorrere a cartelli-
ni rossi e gialli proprio quando la sua automobile si fermò a un
semaforo, il cui codice cromatico è universalmente conosciuto.
Aston illustrò la sua idea alla Fifa, che la mise subito in pratica,
a livello sperimentale, nei Giochi olimpici in Messico nel 1968.
Il risultato fu talmente positivo che i cartellini debuttarono uffi-
cialmente in Messico, per il Mondiale del 1970.
50
Quale sudamericano segnò per
primo a una squadra europea?

N
el pieno della fase di “apprendimento” per il calcio suda-
mericano, di tentativi ed errori, agli inizi del xx secolo
vari club professionistici inglesi furono invitati a compe-
tere con le giovani squadre sudamericane. Il calcio d’inizio lo
dette il Southampton FC, che arrivò a Buenos Aires nel giu-
gno del 1904 per giocare una serie di amichevoli. Al debutto,
la squadra britannica sconfisse per 3-0 la più grande squadra
argentina di quel momento, l’Alumni. Qualche giorno dopo, il
Southampton sconfisse per 10-0 una squadra di residenti bri-
tannici nella capitale. Nel terzo appuntamento, contro il club
Belgrano Athletic, gli inglesi si posizionarono rapidamente sul
3-0. Tuttavia, dopo trentasette minuti, uno degli attaccanti
della squadra di Buenos Aires, Arturo Forrester, ottenne ciò
che sembrava impossibile: segnare un goal all’insuperabile
portiere Gordon Clawley. Forrester riuscì nell�impresa grazie
a un forte tiro che si infilò nell’angolo superiore sinistro della
porta inglese. Lo straordinario evento scatenò un festeggia-
mento smisurato che sfociò in un insolito episodio: Forrester
fu sollevato dai suoi compagni e portato sulle spalle fino al bar
del club, dove i felici giocatori e alcuni tifosi festeggiarono con
vari giri di buon whisky.
I giocatori in trasferta non potevano credere a ciò che stava
accadendo e l’arbitro, comprensivo, decise di concludere il pri-
mo tempo otto minuti prima per non interrompere il diverten-
te brindisi. Terminata l’insolita festa, estesasi oltre i quindici
minuti previsti dal regolamento per l’intervallo, il gioco ripre-
se. I felici ragazzi del Belgrano, ammorbiditi dall’alcol, persero
per 6-1 contro la flemmatica squadra inglese.
51
Quale competizione ha ammesso
partite lunghe solo un’ora?

S
ebbene la pagina ufficiale del Cio (Comitato olimpico
internazionale) includa il calcio come disciplina ufficia-
le a partire dalla terza edizione delle Olimpiadi, Saint
Louis 1904, varie pubblicazioni dell’epoca affermano che que-
sto sport si disputò come “esibizione” e che, vista l’assenza di
Nazionali, venne organizzato un campionato molto irregolare
con squadre locali e solamente una canadese, che si affrontaro-
no in partite dall’anomala durata di due tempi di trenta minuti
ciascuno. Per mettere insieme dei giocatori, i dirigenti olimpici
chiesero aiuto a Joseph Lydon, un pugile che in quell’edizione
ottenne la medaglia di bronzo nella categoria dei pesi welter e
gareggiò anche, senza successo, come peso piuma. Lydon alle-
nava la squadra di studenti del collegio Christian Brothers in
un campionato organizzato da una comunità religiosa. In quel-
la stessa competizione giocava la parrocchia Saint Rose, che fu
invitata a far parte del progetto. La terza squadra, il Galt FC,
giunse da un piccolo paese del Canada vicino a Toronto.
Il 16 novembre, nello stadio della Washington University, i
canadesi, più allenati e abituati a competizioni di livello eleva-
to, piegarono per 7-0 il Christian Brothers College. Il giorno
successivo, fecero lo stesso con i ragazzi del Saint Rose, anche
se con un margine più stretto: 4-0. Il 18, le due squadre lo-
cali ritornarono nel campo dell’università per competere per
la medaglia d’argento. Tuttavia, il tempo regolamentare e tre
tempi supplementari di quindici minuti non bastarono per
sbloccare il risultato. Quando l’oscurità avvolse il campo da
gioco, si decise di approfittare della partita che, il 20, entrambe
le squadre avrebbero dovuto giocare per il torneo parrocchiale.
Ma la sfida si concluse di nuovo 0-0. Il 23, i club si affrontarono
per la terza volta per mettere fine alla prolungata parità. A for-
za di insistere, dopo più di duecento minuti di vani tentativi, il
Christian Brothers riuscì a piegare la difesa avversaria due volte
e, finalmente, a vincere la medaglia d’argento olimpica.
52
Perché i Mondiali iniziarono
nel 1930 e non prima?

L
a Federazione internazionale di calcio (Fifa) nacque
a Parigi il 21 maggio 1904. La sua creazione avvenne
all’ombra dell’Union des sociétés françaises des sports
athlétiques (Unione delle società francesi di sport atletici),
perché ebbe luogo in un settore posteriore, collegato da
un cortile, dell’edificio che occupava l’Ufsa in Rue Saint
Honoré, 229. La società prese le mosse da una riunione tra
delegati di Francia, Belgio, Danimarca, Olanda, Spagna, Svezia
e Svizzera. La Football Association, presieduta dal lord scozzese
Arthur Kinnaird, si rifiutò di inviare un rappresentante.
In quella prima sessione si approvarono alcuni statuti che
contemplavano l’unificazione dei regolamenti (sulla base di
quello che si utilizzava in quel momento in Inghilterra), la
promozione dello sport e le pratiche per l’inserimento di altre
Associazioni nazionali. Nella riunione inaugurale, inoltre,
si iniziò a lavorare all’idea di una competizione tra squadre
prevista per il 1905 o il 1906. Il giorno successivo, la Fifa
organizzò il suo primo congresso ufficiale, in cui il francese
Robert Guérin fu designato presidente.
Un anno dopo, l’organismo contava già sulle iscrizioni delle
Federazioni di Inghilterra, Germania, Austria, Italia, Unghe-
ria, Galles e Irlanda. Nel secondo congresso, svoltosi tra il 10
e il 12 giugno, di nuovo a Parigi, i rappresentanti si entusia-
smarono all’idea del primo “Mondiale”, anche se non fu deciso
se realizzarlo con i club o con le Nazionali. E i delegati non
si misero d’accordo riguardo all’eventuale partecipazione di
giocatori professionisti. Ma si immaginarono le formazioni e si
valutò perfino la possibilità che la Svizzera fosse la sede delle se-
mifinali e della finale. Il governo elvetico si offrì di donare addi-
rittura il trofeo. Nonostante ciò, questa idea fallì per problemi
economici e logistici. Perciò, la proposta di una competizione
internazionale di grande rilievo si trasferì ai Giochi olimpici di
Londra 1908, il primo evento che sia riuscito a contare sulla
partecipazione di Nazionali di calcio e sull’organizzazione di
un’Associazione calcistica: la Football Association. Dopo i Gio-
chi di Stoccolma del 1912, e con la partecipazione di Paesi
extraeuropei, come il Sudafrica, l’Argentina, il Cile e gli Stati
Uniti, l’intenzione di dare vita a una Coppa del Mondo ger-
mogliò nuovamente, ma l’inizio della Prima guerra mondia-
le, nel 1914, congelò l’iniziativa finché la Repubblica orien-
tale dell’Uruguay, vincitrice della medaglia d’oro ai Giochi
di Parigi del 1924 e di Amsterdam del 1928, fu eletta come
prima Nazione ospitante del torneo sportivo più importante
del pianeta.
53
Perché l’Uruguay ha organizzato
il primo Mondiale?

M
entre il calcio guadagnava spazio e prestigio nei Giochi
olimpici, vari congressi della Fifa si succedettero senza
che si riuscisse a raggiungere l’obiettivo iniziale: un cam-
pionato esclusivo di questo sport con rappresentanze nazionali
di tutti i continenti. Dopo l’intenzione di un Mondiale nel 1906,
in Svizzera, l’inglese Daniel Woolfall spiegò che «la Fifa (della
quale alcuni anni dopo sarebbe divenuto il presidente) ancora
non è fondata su basi sufficientemente stabili per intraprendere
la creazione di un campionato internazionale». Woolfall eviden-
ziò, inoltre, che «ci sarebbe bisogno anche di avere la certezza che
tutte le squadre iscritte osservino le stesse regole di gioco».
L’idea di organizzare il primo Mondiale iniziò a prendere
forza vari anni dopo la fine della Grande guerra (che sarà poi
chiamata Prima guerra mondiale), grazie alla spinta del france-
se Jules Rimet. Il dirigente francese, che presiedeva la Fifa dal
1921, era convinto che il calcio potesse “rafforzare gli ideali di
una pace duratura e sincera”.
Dopo innumerevoli false partenze, l’8 settembre 1928, a
Zurigo, si fissò la data del primo torneo: luglio 1930. Quasi
un anno più tardi, il 18 maggio del 1929, la Spagna, l’Italia, la
Svezia, l’Olanda, l’Ungheria e l’Uruguay presentarono la loro
candidatura come sede ospitante al congresso di Barcellona.
L’Uruguay era favorito per essersi affermato campione negli
ultimi due Giochi olimpici. Inoltre poteva contare su migliori
risorse (offrì di farsi carico di tutte le spese di trasferimento e
alloggio delle delegazioni, cosa che non poterono garantire i
Paesi del Vecchio continente, che attraversavano una difficile
crisi economica) e aveva il supporto di tutti i rappresentanti
americani, mentre gli europei, seppur più numerosi, erano di-
visi tra cinque candidati. Inoltre, si guardava con simpatia al
fatto che il torneo avrebbe fatto parte delle celebrazioni del
centenario dell’Indipendenza uruguaiana. Secondo i quotidia-
ni dell’epoca, l’intervento diplomatico del delegato dell’Uru-
guay, Enrique Buero – accompagnato con ardore da quello del
suo corrispettivo argentino, Adrián Beccar Varela – risultò de-
cisivo. Per prima cosa ottenne le rinunce dei rappresentanti di
Svezia, Olanda e Ungheria. Poi, argomentando che in Uruguay
vivevano significative comunità spagnole e italiane che avrebbe
appoggiato le loro squadre, ottenne che i delegati peninsulari
si facessero da parte. L’onore di essere il primo Paese organiz-
zatore della Coppa del Mondo, alla fine, fu concesso con vo-
tazione unanime all’Uruguay. Nelle dichiarazioni al giornale
del mattino di Buenos Aires La Nación, Buero sostenne che
«la decisione del Congresso di scegliere Montevideo come
sede per il primo campionato mondiale ha permesso di rive-
lare il sentimento unanime dei vari Paesi americani che, con
l’Argentina in testa, hanno appoggiato in maniera calorosa ed
entusiasta la proposta della Confederazione Sudamericana di
calcio. Abbiamo dato un incoraggiante esempio di solidarietà
continentale». La storia dei Mondiali si era messa in moto.
54
Chi è stato il portiere
più eccentrico?

I
l messicano Jorge Campos con le sue tute variopinte? Bru-
ce Grobbelaar, cittadino dello Zimbabwe, e le sue “gambe a
stecchino”? Il colombiano René Higuita per il suo famoso
“scorpione”? Il brasiliano Rogério Ceni per il record da canno-
niere? Acqua, acqua. Per conoscere il portiere più eccentrico
della storia del calcio mondiale, bisogna andare indietro di ol-
tre un secolo.
Poco prima dell’inizio del campionato di Prima Divisione in
Argentina nel 1906, il leggendario portiere José Laforia passò
all’Alumni Athletic Club e lasciò la sua ex squadra, il Barra-
cas Athletic Club (entrambe società oggi sparite dall’universo
calcistico) senza un titolare nel ruolo. Di fronte a questa situa-
zione di emergenza, il Barracas, che non aveva un portiere di ri-
serva, si vide obbligato a provare diversi giocatori non portieri
dentro i tre pali. Quello che più spiccò nel ruolo fu Wolfredo
Diggs. Il 26 agosto di quell’anno, i giocatori del Barracas do-
vevano trasferirsi nella località di Campana – situata a circa 60
chilometri a Nord della città di Buenos Aires – per incontrare
il Reformer Athletic Club, una modesta squadra formata da
impiegati di un’azienda di frigoriferi. In quella fredda matti-
nata, solamente otto calciatori si presentarono alla stazione
ferroviaria di Retiro per intraprendere il viaggio fino al campo
avversario. Uno degli assenti era Diggs. Già sulla strada verso
Campana, i giocatori pensarono a una strategia rivoluzionaria
per fronteggiare lo svantaggio numerico: il difficile compito
di difendere la porta fu affidato a Winston Coe, uno dei soci
fondatori della squadra, che abitualmente giocava come terzi-
no destro. Ma le tattiche pianificate servirono a poco di fronte
alla squadra del Reformer, che si aggiudicò una schiacciante
vittoria per 11-0 contro l’incompleto avversario argentino.
Tuttavia, le cronache dell’epoca – tra cui quella del giornale
La Nación – elogiarono il lavoro di Coe che, malgrado un im-
portante difetto fisico, riuscì a evitare che il Barracas subisse
una goleada ancora più umiliante. E i complimenti li meritava
davvero, giacché all’improvvisato portiere… mancava il brac-
cio sinistro!
55
chi ha vinto per primo
due Divisioni di fila?

N
ella stagione 1904-1905, il Liverpool FC giocò alla
grande – 27 vittorie, quattro pareggi e solo tre scon-
fitte – e si consacrò campione della Seconda Divisione
inglese. Per il suo ritorno nella massima categoria, la stagione
successiva, la società di Anfield Road decise di mantenere la
formazione “base”, sostenuta dall’eccellente lavoro dei suoi
cannonieri Joe Witt e Robbie Robinson. La notevole perfor-
mance di quest’ultimo – segnò ventisette goal nel torneo del
1905-1906 – fece sì che il Liverpool vincesse 23 incontri, ne
pareggiasse cinque e ne perdesse dieci, prestazione che gli val-
se il titolo della Prima Divisione. In questo modo, la forma-
zione di Anfield Road trionfò come il primo club campione
della massima categoria nella stagione seguente alla sua ascesa
dalla seconda.
In Inghilterra, questa doppietta la ottennero anche Everton
(ascese nel 1931 e fu campione di Prima Divisione nel 1932),
Tottenham Hotspur (1950-1951), Ipswich Town (1961-1962)
e Nottingham Forest (1977-1978). Negli altri campionati, tra
i molti, lo conseguirono Rosario Central (Argentina), AS Mo-
naco (Francia), FC Kaiserslautern (Germania), Ajax (Olanda).
Ma il primo fu il Liverpool FC nel 1906.
56
Un arbitro può segnare un goal?

M
oltissimi arbitri sono stati autori involontari di un goal.
Un passo falso, un attimo di disattenzione e scarsi rifles-
si per evitare l’inopportuna pallonata sono alcuni dei
presupposti perché un arbitro prenda la patente da attaccante.
Il regolamento è chiaro in questo senso: “Se la palla è in gioco
e tocca l’arbitro o un assistente che si trova momentaneamente
sul terreno di gioco, il gioco continuerà giacché l’arbitro e gli
assistenti fanno parte della partita”. Di tutte queste situazioni
infelici, la più sensazionale si verificò in Argentina. In questo
Paese, durante i primi tempi del calcio amatoriale, i responsabi-
li di far rispettare le regole durante gli incontri di prima catego-
ria provenivano dalle stesse squadre partecipanti ai campionati
organizzati dall’Argentine Association Football League, secon-
do una regola allora vigente, ripresa da quella inglese di fine
xix secolo. Ciascun club doveva designare obbligatoriamente
uno dei suoi soci affinché facesse parte della rosa degli arbi-
tri. A differenza di quanto accadeva in Inghilterra, il sorteggio
poteva assegnare al direttore di gara un match giocato dalla
sua stessa squadra, giacché il suo onore – che tempi quelli! –
nemmeno si metteva in discussione. Il 4 agosto 1907, Mario
Balerdi, il giovane arbitro indicato dal Club Atlético Porteño,
fu convocato, casualmente, a dirigere un incontro in cui la sua
squadra doveva affrontare in casa il San Martín Athletic. Quasi
alla fine del primo tempo, con i padroni di casa in vantaggio
per 1-0 (grazie a un rigore segnato da Héctor Viboud dopo
24 minuti, che in nessun modo fu contestato dai giocatori del
San Martín), l’attaccante in trasferta Gerardo Schulz fece par-
tire un cross teso dall’angolo destro. Il tiro, piuttosto potente,
urtò le gambe di Balerdi, che era fermo sul margine dell’area
di rigore, e la palla schizzò verso la porta dell’Atlético Porteño.
Entrò senza che il portiere avesse la possibilità di respingerlo.
Come se segnare un goal contro la propria squadra da arbitro
non fosse sufficiente, fatalità volle che il portiere battuto fosse
Escipión Balerdi, fratello dello sfortunato arbitro, e che il Por-
teño quel giorno venisse battuto 3-2.
Al di là degli incidenti involontari, molti arbitri hanno agi-
to con irresponsabilità, ma forse nessuno come l’inglese Brian
Savill. Il 22 settembre 2001, Savill arbitrava una partita del pri-
mo turno della Great Bromley Cup, tra il Wimpole 2000 FC
e l’Earls Colne FC, nella città inglese di Colchester. Dopo 80
minuti, con il risultato a favore della squadra in trasferta per
1-18, l’arbitro assegnò un calcio d’angolo per la squadra locale.
Partì il cross, un difensore lo respinse di testa e la palla arrivò a
Savill. L’arbitro, di 47 anni, sorprese tutti: stoppò la palla con il
petto e, senza farle toccare terra, la colpì al volo di destro: la sfe-
ra centrò l’incrocio dei pali della porta dell’Earls Colne. «Non
so perché l’ho fatto, è stato un impulso» dichiarò giorni dopo,
convocato dall’Associazione di calcio della Contea di Essex. Il
goal, assolutamente valido secondo il regolamento, non pro-
vocò uno scandalo solo per l’ampia differenza nel punteggio.
Di fatto, alcuni giocatori in trasferta, anziché lamentarsi per
l’inopportuna azione di Savill, si congratularono con lui per
il suo brillante tiro. La partita si concluse 2-20 e l’arbitro fu
sospeso per sette settimane, ma poi rinunciò all’arbitraggio in
segno di rifiuto per la dura sanzione. «Si sarebbe potuto risol-
vere con un giro di birra, che avrei offerto volentieri» si lamen-
tò Savill, che accusò i dirigenti di non avere senso dell’umo-
rismo. Comunque, la sua storia ebbe un lieto fine: grazie alla
sua notevole abilità nel calciare la palla, il tecnico del Wimpole
2000 propose all’arbitro di entrare a far parte della sua debole
squadra… come attaccante stellare.
57
Chi è stato il primo calciatore
vittima di razzismo?

A
i comandanti britannici non importava nulla che la leg-
ge militare proibisse che un soldato mulatto o di colo-
re accedesse al ruolo di “ufficiale”. Nonostante il colore
della sua pelle, Walter Tull ricevette i galloni che si era gua-
dagnato con coraggio e onore. Giunto in Francia come sol-
dato semplice per combattere nella Prima guerra mondiale,
Walter – figlio di un carpentiere discendente da africani e di
una bianchissima donna della contea inglese di Kent – scalò
posizioni nella gerarchia militare a forza di coraggio ed effi-
cienza. Battaglia dopo battaglia, Tull passò da soldato sem-
plice a sottotenente. La morte lo colse prematuramente a Pas-
de-Calais, il 25 marzo 1918, alcune ore dopo che i superiori
avevano ordinato la preparazione dell’illustre Croce militare
per premiare i suoi nobili servigi e l’audacia nella difesa della
sua terra e della sua gente.
L’eroismo di Tull appare ancora più grande se si considera
che il ragazzo dette la sua vita per un popolo che non lo aveva
trattato degnamente. Neppure con la più piccola percentuale
dell’amore che egli invece aveva offerto ai compatrioti.
Nato a Folkestone, sulle rive del Canale della Manica, Tull
rimase orfano molto presto e, dopo un periodo in un orfano-
trofio, fu adottato da una famiglia scozzese. Durante l’adole-
scenza, Walter divenne molto veloce e un attaccante di talento,
cosa che gli aprì le porte per una prova nel Clapton FC, una
modesta squadra dei sobborghi di Londra. La sua bravura ol-
trepassò presto il campo dell’Old Spotted Dog Ground e, nel
1909, destò la curiosità di una squadra londinese che aveva vin-
to la FA Cup nel 1901 ed era appena arrivata al campionato di
Prima Divisione: il Tottenham Hotspur. A ventuno anni, Tull
indossò la maglia degli Spurs in dieci partite – nelle quali segnò
due goal – finché il suo rendimento ebbe un calo, a causa dei
maltrattamenti che gli elargivano le tifoserie avversarie e i gio-
catori di altri club. Walter fu il secondo calciatore “non bianco”
del campionato inglese, dopo l’africano Arthur Wharton, e il
primo a non giocare in porta. Questo favorì un trattamento
molto violento da parte dei difensori delle altre squadre, che
trasformarono Tull nel loro bersaglio preferito nel momento
di tirare calci, gomitate o pugni. Il giornale sportivo Football
Star evidenziò che, durante una partita tra il Bristol City e il
Tottenham, giocata il 10 settembre 1910, i tifosi locali insulta-
rono Walter per novanta minuti solo per il colore della pelle.
Disgustato, Tull si trasferì al Northampton Town FC per par-
tecipare a un campionato regionale in cui gli insulti razziali si
attenuarono un poco.
Quando a metà del 1914 scoppiò la Grande guerra, Tull si
arruolò nell’esercito e partì a difendere tutta quella gente che
lo aveva ricoperto di insulti. Non fece ritorno in Inghilterra.
Nel 1999, il club Northampton Town inaugurò un monu-
mento nei dintorni dello stadio, Sixfields, per rendere omag-
gio al valoroso mulatto. L’epitaffio, creato dall’ex calciatore e
scrittore Phil Vasili, dichiara: “Attraverso le sue azioni, Tull ha
ridicolizzato le barriere dell’ignoranza che hanno provato a ne-
gare alle persone di colore il diritto all’uguaglianza con i loro
contemporanei. La sua vita è testimonianza di determinazio-
ne nel fronteggiare quelle persone che lo hanno disprezzato e
hanno cercato di reprimerlo. Mostra un uomo che, anche se ha
offerto il suo ultimo respiro nella pienezza dell’esistenza, aveva
un cuore forte che continua ancora a battere intensamente”.
58
Quale è stata la prima partita
sospesa per petardi?

I
l 25 dicembre 1912, il Woolwich Arsenal FC non riusciva
a piegare il Notts County in trasferta nel vecchio stadio di
Manor Ground. Le due squadre avevano bisogno di vincere
per allontanarsi dal fondo della classifica e cercare di evitare
una retrocessione che si avvicinava inesorabile. La stella in
campo era il portiere della squadra ospite, Albert Iremonger,
un gigante di due metri di altezza che difese la porta del Notts
County in 564 partite nel corso di vent’anni. A pochi minuti
dalla fine, l’ispirato Iremonger capì che la sua porta non sarebbe
arrivata imbattuta al fischio finale dell’arbitro: i compagni
sembravano sfiniti e confusi di fronte all’instancabile attacco
del Woolwich Arsenal. Per dare respiro alla difesa, il portiere
non trovò di meglio che sedersi sulla palla per alcuni secondi.
Poiché Iremonger bloccava la partita, i giocatori della squadra
locale chiesero all’arbitro di far ripartire l’incontro. L’arbitro
provò a dire al portiere di riprendere il gioco, ma Iremonger,
abituato a spaventare tutti con la sua stazza, non gli dette
retta. Cosa decise, allora, l’ufficiale di gara? Nel bel mezzo di
quella situazione sconcertante, l’arbitro accettò un petardo
(senz’altro avanzato dalla Vigilia di Natale) offerto da un tifoso
del posto, accese la miccia e lo lanciò al disobbediente portiere.
Spaventato, Iremonger si alzò, uscì di corsa e, insieme ai suoi
compagni, si rifugiò nello spogliatoio. Da perfetto Babbo
Natale, l’ingenuo arbitro aveva offerto al Notts County la
scusa perfetta, avvolta con una bella carta regalo e decorata con
un nastro, per scappare con la porta imbattuta ben prima che
finisse il tempo regolamentare. Alcuni giorni dopo la Football
Association confermò il risultato, che alla fine del campionato
non servì a nessuna delle due squadre: arrivarono in ultima e
penultima posizione e retrocedettero tenendosi per mano.
59
Una squadra ha mai vinto
il campionato di un altro Paese?

N
el capitolo 20 “Qual è stata la più grande goleada uffi-
ciale?”, si è spiegato che, dopo che Adolf Hitler decise
di annettere l’Austria alla Germania, il torneo di calcio
austriaco divenne una specie di competizione “regionale” il cui
vincitore partecipava al campionato tedesco di Prima Divisio-
ne. Nella stagione 1940-1941, lo Sportklub Rapid Wien non
soltanto gareggiò in Germania, ma si consacrò campione bat-
tendo in finale, per 4-3, lo FC Schalke 04.
Le annessioni di territori durante la Seconda guerra mon-
diale modificarono la mappa calcistica europea. Il campionato
tedesco accolse squadre dall’Austria, ma anche dal Belgio, dal
Lussemburgo, dalla Francia, dalla Polonia, dalla Slovacchia,
dalla Repubblica Ceca, dalla Polonia e dall’Ucraina. Qualcosa
di simile accadde in Ungheria, Paese che occupò porzioni di
Ucraina, Croazia, Serbia, Slovacchia, Slovenia e Ucraina.
Terminata la guerra, nel 1945, i club della Croazia, della Bo-
snia, della Serbia, della Macedonia, del Kosovo, della Slovenia
e dell’Albania presero parte al campionato della Jugoslavia
(e diverse volte vinsero). Nella vecchia Unione Sovietica, un
insieme di diverse Nazioni, club di Ucraina (Dinamo Kiev),
Bielorussia (Dinamo Minsk), Georgia (Dinamo Tbilisi) e Ar-
menia (Ararat Yerevan) si affermarono anche nel campionato
“russo”.
60
Una squadra può vincere un torneo
al quale non si è qualificata?

È
successo varie volte. Una rinuncia improvvisa e un invito
dell’ultimo momento possono aprire la porta a un vinci-
tore inaspettato. Probabilmente, il caso più eclatante fu
quello della Nazionale danese negli Europei di calcio in Svezia
nel 1992.
Qualche giorno prima dell’inizio della competizione, i gioca-
tori della squadra scandinava se ne stavano in spiaggia, al sole dei
Caraibi e del Mediterraneo. La difficile stagione 1991-1992 si
era conclusa con un sapore amaro per la squadra danese, poiché
non si era classificata per gli Europei. Tuttavia, appena dieci gior-
ni prima dell’inizio del torneo continentale, i giocatori furono
convocati urgentemente dall’allenatore Richard Møller-Nielsen.
La Jugoslavia, qualificatasi ai danni della Danimarca, era dila-
niata dai bombardamenti e dai massacri dell’inumana Guerra
dei Balcani. Impossibilitata a gareggiare in un torneo sportivo,
la Nazionale dell’Europa dell’Est lasciò il posto alla squadra
che si era classificata seconda nel suo girone.
Nielsen ebbe molte difficoltà a riunire i suoi uomini, al pun-
to che la stella della squadra, l’attaccante dell’FC Barcellona
Michael Laudrup, preferì restare in spiaggia a riposare.
Con una squadra basata sulla bravura del portiere Peter
Schmeichel, il talento di Brian Laudrup (fratello di Michael)
e i goal di Henrik Larsen, la formazione danese conseguì una
sensazionale vittoria con un percorso in crescendo. La squadra
vichinga iniziò con un pareggio senza goal contro l’Inghilter-
ra e una sconfitta con la Svezia per 1-0. Da quel momento, fu
imbattibile: vinse 2-1 con la Francia, poi con l’Olanda ai rigori
dopo un’elettrizzante semifinale terminata 2-2, e piegò la Ger-
mania in finale per 2-0.
Il successo danese fu un colpo per il calcio iper-strutturato e
iper-programmato: dimostrò che si può essere campioni anche
con giocatori rilassati, senza troppa pressione né stress soffo-
cante.
61
Qual è stata la prima partita
truccata della storia?

I
l 2 aprile 1915, il Manchester United FC, preoccupato per
una probabile retrocessione nella Seconda Divisione ingle-
se, ricevette all’Old Trafford il Liverpool FC, una buona
squadra che si batteva per il primo posto in classifica. La sfida
– noiosa, con un Liverpool indolente che non si avvicinò quasi
mai alla porta avversaria – terminò con un’inattesa vittoria del
Manchester per 2-0, con doppietta di George Anderson. Tutto
sembrava normale. Sembrava.
L’arbitro del match, John Sharpe, scrisse nel suo rapporto
che quella era stata “una partita davvero fuori dal comune” e
segnalò che entrambe le squadre avevano sbagliato un calcio
di rigore: il Liverpool, attraverso il suo capitano Jackie Shel-
don, che scheggiò un palo; il Manchester, per mezzo di Pa-
trick O’Connell, che tirò la palla verso la tribuna quando la
partita era già sul 2-0. Sulla scia dei commenti di Sharpe e di
alcune cronache giornalistiche, i dirigenti della Lega iniziaro-
no un’indagine che presto rivelò due dati interessanti: primo,
che la vittoria per 2-0 del Manchester era stata quotata sette
a uno nei centri scommesse; secondo, che varie persone ave-
vano riscosso cospicue somme in locali di Liverpool e Man-
chester. L’inchiesta proseguì e presto si scoprì che il capitano
della squadra in trasferta, l’ex United Jackie Sheldon, lo stesso
che aveva sbagliato il tiro dagli undici metri, si era ritrovato in
un pub di Manchester con i compagni Bob Pursell, Tom Mil-
ler e Thomas Fairfoul, e gli ex compagni Enoch West, Arthur
Whalley e Sandy Turnbull. Con queste informazioni, uno dei
tribunali della Football Association iniziò un processo che prese
in considerazione le dichiarazioni di tutti i giocatori presenti
a quello strano incontro. Dopo aver analizzato il caso, l’orga-
nismo dichiarò che la partita era stata combinata e decise di
sospendere “a vita” i sette giocatori che avevano organizzato
la truffa: Sheldon, Pursell, Miller, Fairfoul, West, Whalley
e Turnbull. Quest’ultimo non aveva preso parte alla partita,
però aveva partecipato alla pianificazione della frode. Cinque
di loro – Sheldon, Pursell, Miller, Fairfoul e Whalley – furo-
no graziati alla fine della Prima guerra mondiale e tornarono
in campo. West, invece, riuscì solo a riabilitare il suo nome in
seguito a una lunga crociata legale nei tribunali. Quando alla
fine la Giustizia si pronunciò in suo favore, aveva 59 anni. Nel
frattempo, neppure Turnbull riprese a giocare: morì il 3 mag-
gio 1917 nella terribile Battaglia di Arras che l’Inghilterra e la
Germania combatterono sul suolo francese durante la Grande
guerra. Il suo corpo non fu mai ritrovato.
Alcuni anni prima, nel 1909, un altro scandalo aveva lascia-
to il calcio scozzese senza un vincitore della coppa. Alla finale
avevano partecipato i protagonisti del derby più noto del Paese
(uno dei più celebri al mondo): il Celtic e il Rangers, le due
grandi squadre di Glasgow, nemiche nel calcio e nella politica,
poiché la prima rappresentava gli scozzesi cattolici e l’altra i
protestanti fedeli alla Corona inglese. La prima partita, dispu-
tata nello stadio Hampden Park il 10 aprile di fronte a settanta-
mila persone, finì con un 2-2. Una settimana dopo, nello stesso
stadio, si giocò la rivincita, in mezzo a voci che sostenevano che
il pareggio precedente era stato concordato dai giocatori per
raccogliere un altro incasso milionario che arricchisse le loro
tasche. Nel primo tempo, Jimmy Quinn segnò per il Celtic e
nel secondo Jimmy Gordon siglò il goal del pareggio. Al novan-
tesimo minuto, l’arbitro fischiò la fine. Il pubblico pensò che
l’arbitro avrebbe ordinato un supplementare di mezz’ora ma,
nel vedere che i giocatori si ritiravano negli spogliatoi, il caos
si impossessò delle tribune. Circa novemila tifosi entrarono in
campo per reclamare la ripresa del gioco. Non volevano pagare
il biglietto una terza volta. Nell’apprendere che la partita non
sarebbe continuata un gruppo, convinto che questa seconda
sfida fosse stata truccata, cercò di entrare negli spogliatoi per
aggredire i giocatori. Mentre la polizia si prodigava per evitare
il linciaggio, altri spettatori furiosi ruppero le porte di legno
e le incendiarono dopo averle cosparse di ottimo e infiamma-
bile whisky. Un po’ di alcol raggiunse gli spalti: le fiamme e
il fumo avvolsero il campo mentre, fuori dallo stadio, i tifosi
impedivano l’ingresso ai pompieri. Gli incidenti causarono
più di un centinaio di feriti: la maggior parte poliziotti colpiti
con sassate o bastoni. La Scottish Football Association decise di
cancellare la finale, e quell’anno la competizione rimase senza
un vincitore. A partire da quel giorno, il derby scozzese iniziò
a essere conosciuto come The old firm (“La vecchia azienda”),
un’ironia che rivela che entrambe le squadre trassero benefici
economici – e secondo alcuni ancora ne traggono – proprio
dall’antipatia tra le rispettive tifoserie.
62
Quale squadra ha atteso
più tempo per ricevere un trofeo?

N
el maggio 1914, nel mezzo delle tensioni politiche che
agitavano l’Europa, due squadre britanniche, l’inglese
Burnley FC e la scozzese Celtic FC, vincitrici dei rispet-
tivi campionati, si recarono in Ungheria per partecipare a un
torneo internazionale chiamato Budapest Cup. Il 21 maggio,
le squadre si affrontarono dinanzi a diecimila spettatori, nel
campo del club locale Ferencváros TC, per stabilire quale delle
due sarebbe tornata a casa con il trofeo, messo in palio da un
giornale ungherese. Poiché questo incontro terminò 1-1, gli
organizzatori dell’evento e i dirigenti delle due squadre deci-
sero di giocare una nuova partita, ma il clima surriscaldato di
quel periodo esplose pochi giorni dopo con l’assassinio dell’ar-
ciduca Francesco Ferdinando d’Austria e di sua moglie, Sofia
Chotek, a Sarajevo, episodio che dette il via al conflitto bellico
che qualche anno più tardi sarebbe diventato universalmente
noto come Prima guerra mondiale. Il Burnley e il Celtic fecero
subito ritorno in Gran Bretagna e alcuni mesi dopo, il 1° set-
tembre, giocarono la sfida rimasta in sospeso sul campo di Turf
Moor, in casa del Burnley. La squadra scozzese si impose per
2-1, nonostante avesse giocato tutto il secondo tempo con die-
ci uomini, per via dell’uscita per infortunio di Peter Johnstone,
e vinse il trofeo, mentre dall’altro lato della Manica le trincee e
i cannoni frantumavano la vecchia Europa. Ripristinata la pace
nel 1918, i dirigenti del Celtic si misero in comunicazione con
quelli del Ferencváros per ottenere il trofeo. La risposta fu che
la coppa d’argento era stata oggetto di una lotteria per recupe-
rare fondi da destinare alla Croce Rossa, impegnata nel forni-
re soccorso alle vittime del Regno d’Ungheria, distrutto dal
conflitto. Essendo parte dell’Impero austro-ungarico, lo Stato
ungherese era intervenuto nel conflitto come nemico dell’In-
ghilterra.
Quasi settantaquattro anni dopo, nel maggio 1988, superati
gli odi e i rancori, il presidente del Ferencváros, Zoltán Magyar,
consegnò ai dirigenti del Celtic FC un bel trofeo bianco
decorato con fiori e petali dorati, per compensare la delusione
del 1914. La coppa spicca nella bacheca biancoverde. È arrivata
tardi, ma è arrivata.
63
Che cos’è la “tregua di Natale”?

U
no degli episodi più commoventi della storia del calcio si
verificò nel mezzo di uno dei contesti politico-sociali più
nefasti per l’umanità: la Prima guerra mondiale. Per il
Natale del 1914, i soldati di Inghilterra e Germania, distribuiti
nelle trincee che frantumavano il suolo belga, principale cam-
po di battaglia del conflitto, concordarono un “cessate il fuo-
co” senza consultare gli alti comandi per celebrare insieme la
festività religiosa. Nel mezzo della tregua, che incluse lo scam-
bio di “regali” come sigarette, cioccolato e alcolici, un soldato
britannico prese la palla che aveva portato con sé dalla propria
terra e, tra la neve e il filo spinato, propose un’incredibile par-
tita tra soldati, a sedici anni di distanza dal primo incontro uf-
ficiale tra le Nazionali di quei due Paesi. Sebbene alcuni storici
mettano in dubbio che sia esistita una formale sfida calcistica e
concedano che forse si siano scambiati solo alcuni tiri tra le due
parti, lettere inviate dagli stessi protagonisti alle proprie fami-
glie attestano che la partita si giocò. Non solo: ci furono altri
incontri tra i fossati, alcuni giocati con palloni di tela ripieni di
paglia, altri con palloni di cuoio.
Il capitano John Lew, che in quel momento era in servizio in
una località nei pressi della città di Ypres, vicino alla frontiera
tra Belgio e Francia, scrisse alla fidanzata: “C’è stata una tregua
di Natale con i tedeschi. Abbiamo recuperato i compagni mor-
ti, ci siamo scambiati dei regali e abbiamo perfino giocato una
partita di calcio”. Il tenente tedesco Johannes Niemman, da un
fossato situato di fronte a quello di Lew, nella sua lettera mise
in evidenza: “Hanno creato la porta con degli strani cappelli,
mentre noi abbiamo fatto lo stesso con i nostri caschi. Non era
facile giocare in un posto tanto freddo, ma questo non ci ha
fermati. Abbiamo rispettato le regole del gioco nonostante la
partita sia durata solo un’ora e non ci sia stato un arbitro. Gli
inglesi sono stati assai grati per la tregua, perché alla fine han-
no potuto giocare a calcio” aggiunse l’ufficiale tedesco. Harold
Bryan, membro della brigata delle Guardie scozzesi, spiegò che
era stato inviato un soldato «con la bicicletta a cercare la palla
che avevamo lasciato nelle retrovie». Un sottufficiale inglese
chiamato Ernie Williams scrisse: “Tirammo su alcune porte,
due fecero da arbitri e poi tutti si misero a palleggiare. Saremo
stati circa duecento a partecipare”. Bryan sottolineò che, nel
mezzo della sfida sportiva, uno scozzese e un tedesco venne-
ro alle mani per un duro fallo. «Abbiamo dovuto separarli»
commentò. In fin dei conti, si era concordata un’interruzione
delle ostilità. Per quanto ne sappiamo, la sfida di cui si hanno
più dettagli, quella che si disputò a Ypres e che rimase docu-
mentata nelle lettere di Lew e Niemman, terminò con un risul-
tato a favore dei tedeschi, 3-2, e si concluse solo quando la palla
di cuoio si sgonfiò a causa del filo spinato. Un’altra partita si sa-
rebbe svolta a Wulvergem, località situata a Nord di Bruxelles.
Il professor Ian Adams, dell’Università del Lancashire Cen-
trale, ammise: «In due o tre posti i ragazzi avranno iniziato a
dare calci a una lattina e sarà apparso qualcuno con un pallone
da calcio». Al di là del livello di informalità, e del disdegno di
alcuni esperti, che assicurano che l’idea di una partita di calcio
“regolare” tra soldati è solo “una fantasia romantica” (come se il
fatto di non aver avuto porte con reti, arbitro e strisce in calce
a delimitare il campo avesse cambiato l’essenza del magnifico
evento) la cosa certa è che, in mezzo al gelo invernale e al fuo-
co della guerra, due gruppi di ragazzi dimenticarono per un
momento le loro differenze e cercarono di godersi lo sport più
appassionante del mondo. Anni dopo la fine dello sciagurato
conflitto bellico, il luogotenente generale della Prima Armata,
Douglas Haig – il cui nome fu adottato nel 1918 dai fondatori
di una squadra di calcio argentina della città di Pergamino –
rivelò che un veterano combattente nel corso di una riunione
gli disse: «Se si fossero distribuiti diecimila palloni da calcio
per tutto il fronte e si fosse permesso ai soldati di giocare, non
sarebbe stata una soluzione felice, una guerra senza spargimen-
to di sangue?».
64
Un arbitro può autoespellersi?

Q
uesto è, probabilmente, il caso più incredibile nella storia
dei cartellini rossi. Accadde nel marzo del 1998, nel sob-
borgo londinese di Charlton, durante una partita tra le
squadre amatoriali del Southampton Arms e dell’Hurstbourne
British Legion. Con il susseguirsi delle azioni, la situazione era
divenuta complicata per l’arbitro Melvin Sylvester, i cui inter-
venti erano duramente messi in discussione, uno dopo l’altro,
dai giocatori. Nel secondo tempo, Sylvester arrivò a esaurire
tutta la pazienza. Dopo essere stato spinto da uno dei calciato-
ri, l’arbitro perse il controllo e lo atterrò con un pugno in pieno
volto. Resosi conto della sua reazione spropositata, l’arbitro,
molto dispiaciuto, estrasse il cartellino rosso e… si autoespulse!
Consegnò il fischietto a uno dei giudici di linea e se ne andò
negli spogliatoi. Sylvester fu sospeso per sei settimane, ma si
trattò di una sanzione inutile: aveva, infatti, già giurato a se
stesso che non sarebbe tornato mai più a dirigere una partita.
E così fece.
65
È vero che uno spettatore ha
giocato in una gara tra Nazionali?

n
el capitolo 20 “Qual è stata la più grande goleada uffi-
ciale?” si è narrato un episodio accaduto nel gennaio
1941 tra le squadre austriache dell’FK Austria Vienna e
il Linzer Athletik-Sport-Klub. Impietosito dall’esiguo numero
di calciatori della squadra in trasferta, uno spettatore si offrì di
rimpolparla. Bene. Ora, provate a immaginare questa situazio-
ne: un Paese organizza un importante torneo di calcio – per
esempio, una Coppa America – e, per una delle sue partite, in
casa, la Nazionale non riesce a mettere insieme undici giocato-
ri. Vi sembra molto strano? Tuttavia, è accaduto. Il 10 luglio
1916, l’Argentina riuscì a malapena a riunire dieci giocatori per
affrontare il Brasile nello stadio Gimnasia y Esgrima di Buenos
Aires, sede della prima edizione della Coppa America. Come
si poté verificare una simile circostanza? Innanzitutto, perché a
quei tempi i calciatori erano dilettanti e molti di loro avevano
degli obblighi lavorativi. In secondo luogo, perché i dirigenti
convocavano solamente undici giocatori, giacché il regolamen-
to dell’epoca non consentiva le sostituzioni. In un simile con-
testo, Alberto Ohaco, attaccante del Racing, non si presentò
in campo a causa di un impegno di lavoro. Disperati, i dirigenti
si diressero verso le affollate tribune per cercare di scoprire se,
tra i sedicimila tifosi riunitisi per assistere alla partita, ci fosse
qualche possibile rimpiazzo. In effetti, tra il pubblico c’era José
Laguna, attaccante dell’Huracán, che non aveva mai indossato
la maglia biancoceleste. Tra una parola e l’altra, un dirigente
gli chiese: «Ragazzo, vuoi giocare?». José accettò immedia-
tamente e, orgoglioso, corse verso lo spogliatoio per cambiarsi
e indossare delle scarpe prese in prestito. Alcuni istanti dopo,
l’Argentina, finalmente con la squadra al completo, comparve
in campo per affrontare il Brasile. Al decimo minuto di gioco,
la squadra locale segnò un goal grazie a un tiro di… Laguna! La
gloria non poté essere totale per il debuttante, perché il Brasile
ottenne il pareggio definitivo tredici minuti dopo. Tuttavia, il
pareggio non sottrasse a Laguna l’orgoglio di essersi trasforma-
to in un eccezionale “spettatore goleador”.
66
Un giocatore ha mai “espulso”
un arbitro?

L
’attaccante James Marshall Seed si era guadagnato il ruolo
di capitano della squadra londinese Tottenham Hotspur
FC grazie al rispetto verso i compagni, un’inesauribile
dedizione in campo e un saldo attaccamento alle regole. Seed
– che vestì anche la maglia della Nazionale inglese tra il 1921
e il 1925 – era conosciuto per il suo ferreo rispetto del regola-
mento, finché un pomeriggio d’estate si trasformò in leggenda.
Nei primi decenni del xx secolo, la divisa ufficiale degli arbi-
tri britannici prevedeva una giacca nera che, in quel giorno di
caldo intenso a metà degli anni Venti, stava arrostendo il di-
rettore dell’incontro disputato nello stadio White Hart Lane,
casa degli Spurs. Stanco di sudare, l’arbitro si tolse la giacca,
l’appoggiò su un lato del campo e proseguì il suo lavoro in ca-
micia. Il fresco sollievo durò appena qualche secondo, perché
Seed si avvicinò all’arbitro e lo “espulse” dal terreno di gioco
affinché si rimettesse la giacca. L’arbitro chiese comprensione,
però l’attaccante gli spiegò che non solo doveva osservare le
norme, ma che la camicia bianca si confondeva con la maglia
del Tottenham, dello stesso colore. Scoraggiato, il direttore di
gara chinò la testa e obbedì all’ordine di Seed, quel giorno pun-
to di riferimento per la propria squadra e per la partita.
67
Quando sono comparsi
i numeri sulle maglie?

I
numeri stampati sulle maglie dei calciatori divennero obbli-
gatori in tutti i campionati a partire dal Mondiale in Brasile
del 1950. Diverse fonti segnalano che la prima partita in cui
si utilizzarono le cifre per identificare i giocatori fu la finale del-
la FA Cup del 1933: in occasione di quella sfida, disputata nel
maestoso stadio di Wembley tra l’Everton FC e il Manchester
City FC il 29 aprile 1933, la Football Association dispose che
le maglie dei giocatori fossero numerate da 1 a 22. In questo
modo, i ragazzi della città di Liverpool si assegnarono i numeri
da 1 a 11, dal portiere alla punta, e i loro avversari dal 12 al 22,
con criterio inverso (il 22 toccò al portiere Len Langford).
Questa versione, tuttavia, non è corretta. Una scrupolosa
indagine realizzata dalla prestigiosa International Federation
of Football History & Statistics (Iffhs) scoprì che tale sistema
di distinzione non era stato un’idea della Football Association
ma era nato nel calcio australiano, uno sport brutale in cui si
affrontano due squadre con diciotto giocatori ciascuna con
regole più vicine al rugby e al pugilato che al calcio. Presumi-
bilmente, i numeri furono utilizzati per la prima volta duran-
te una sfida disputata a Sydney nel 1911, e quello stesso anno
la novità fu copiata in una partita di calcio tra le squadre del
Leichhardt e dell’HMS Powerful, quest’ultima collegata a una
compagnia navale. Nel 1912, la Federazione del Nuovo Galles
del Sud impose la norma a tutte le squadre partecipanti ai suoi
tornei ufficiali.
Prima di prendere piede in Inghilterra, i numeri furono as-
sociati alle schiene dei giocatori in un altro Paese del “Nuovo
Mondo”. Per la finale della National Challenge Cup del 1923, i
giocatori della squadra St. Louis Scullin Steel FC del Missouri
aggiunsero i numeri alle proprie divise quando incontrarono il
Paterson FC nello stadio Federal Park Harrison del New Jer-
sey. Come curiosità aggiuntiva, vale la pena ricordare che dopo
quella partita, giocata il 1° aprile e finita 2-2, i ragazzi del St.
Louis si rifiutarono di prendere parte a un secondo incontro:
erano tutti giocatori di baseball professionisti e dovevano tor-
nare alle loro rispettive squadre per iniziare la stagione.
68
Che cos’è la “finale
del cavallo bianco”?

I
l nuovo Empire Stadium del quartiere di Wembley, termi-
nato da appena quattro giorni, non era grande abbastanza.
I suoi 127 000 posti si rivelarono insufficienti di fronte alla
moltitudine arrivata per la sfida tra il Bolton Wanderers FC e
il West Ham United FC, le due squadre finaliste della FA Cup
di quell’anno, il 1923. Alcune versioni assicurano che, quel 28
aprile, circa 240 000 persone tentarono di entrare nel magnifico
stadio. Altre fonti forniscono cifre anche superiori. Al di là del
numero, veramente incalcolabile, le gradinate non bastarono e
migliaia di persone scesero fin sull’erba e superarono persino le
linee di fondo campo malgrado gli sforzi di circa seicento po-
liziotti e agenti di sicurezza. Con migliaia d’intrusi all’interno
del terreno di gioco, gli organizzatori considerarono la possibi-
lità di sospendere la finale. Ma, prima che la drastica misura si
concretizzasse, un nucleo speciale della Polizia metropolitana,
a cavallo, entrò in campo con a capo l’agente George Scorey e il
suo destriero, l’unico cavallo bianco del gruppo, di nome Billy.
Con grande fatica e senza violenza, gli agenti riuscirono a far
retrocedere gli invasori e sgombrarono il rettangolo di gioco
consentendo lo svolgimento del match. Il Bolton si impose per
2-0 e re Giorgio v, presente nel palco d’onore, poté consegnare
la coppa d’argento. Ma il risultato rimase nella storia come un
dato del tutto minore. La grande stella della giornata fu Billy,
che con la sua eccezionale entrata in scena aveva colpito l’im-
maginazione dei presenti, facendo sì che la partita passasse alla
storia come la “finale del cavallo bianco”.
69
Qual è la partita più infuocata
del mondo?

U
n rapporto redatto dalla prestigiosa rivista inglese Four-
FourTwo stabilì che la sfida più accesa del calcio mondia-
le è quella che si disputa in Argentina tra River Plate e
Boca Juniors. L’articolo, che analizza le cinquanta partite più
calde del pianeta tra due club di uno stesso Paese, posiziona
inoltre nella top ten le sfide tra Real Madrid-Barcellona (Spa-
gna), Celtic-Rangers (Scozia), Nacional-Peñarol (Uruguay),
Roma-Lazio (Italia), Fenerbahçe-Galatasaray (Turchia), Liver-
pool-Manchester (Inghilterra), Grêmio-Internacional (Brasile),
Borussia Dortmund-Schalke 04 (Germania) e Al Ahly-Zamalek
(Egitto). La lista fu stilata in base alla popolarità delle squadre,
alla storia delle risse tra i tifosi e agli infortuni tra i giocatori.
Nei cinquanta classici selezionati dalla pubblicazione britan-
nica, ne manca uno molto speciale che da un secolo avvolge
di rancore e antipatia la relazione tra due club tedeschi che,
all’inizio della stagione 2016-2017, militavano nella Seconda
Divisione della Bundesliga: Fußball-Club Nürnberg e Spiel-
vereinigung Greuther Fürth (Fürth per chi ama la semplici-
tà). La repulsione reciproca che dimostrano queste due squa-
dre, con i loro campi distanti tra loro appena dieci chilometri
– Frankenstadion de Nürnberg e Stadion am Laubenweg de
Fürth – è veramente terribile. Il 21 aprile 1924, la Nazionale
tedesca viaggiò fino ad Amsterdam per affrontare l’Olanda in
un’amichevole. La squadra era formata esclusivamente dai cal-
ciatori del Nürnberg (che quell’anno sarebbe stato campione
tedesco) e del Fürth, vincitore del campionato del Sud della
precedente stagione. L’antipatia tra i giocatori era così marcata
che i cinque rappresentanti del club rossonero del Nürnberg
(Heiner Stuhlfauth, Anton Kugler, Hans Kalb, Hans Schmidt
e Heinrich Träg) viaggiarono in un vagone del treno differente
da quello che occupavano i sei ragazzi della squadra verde del
Furth: Josef Müller, Hans Hagen, Karl Auer, Andreas Franz,
Leonhard Seiderer e Willy Ascherl.
Per quel match internazionale, si decise che il capitano sareb-
be stato Seiderer, che rappresentava il Fürth ma aveva giocato
per il Nürnberg fino al 1917. Malgrado l’assenza di camerati-
smo, la Germania vinse la partita per 1-0. Quando Auer segnò
l’unico goal dell’amichevole, dopo i primi quattordici minuti,
si congratularono solo i suoi compagni del Fürth; gli altri cin-
que non esultarono neppure. L’antipatia tra queste due squa-
dre bavaresi è talmente forte che, negli anni Venti, il giocatore
Hans Sutor fu cacciato dal club del Fürth per essersi sposato
con una donna tifosa del Nürnberg.
70
È possibile rientrare in campo
dopo essere ufficialmente usciti?

I
l 26 dicembre 1924, il Nottingham Forest FC stava per-
dendo in casa un incontro di Prima Divisione con il Bol-
ton Wanderers FC, per 1-0. A pochi minuti dalla fine della
partita, l’arbitro concesse un rigore al Nottingham. Il portiere
ospite, Dick Pym, eroe della finale della FA Cup del 1923 (vedi
capitolo 68 “Che cos,è la ‘finale del cavallo bianco’?”) si posi-
zionò con calma sulla linea bianca, ma nessuno dei dieci gioca-
tori avversari osò fronteggiarlo. Perché dieci? Perché l’abituale
incaricato dei tiri dagli undici metri del Nottingham, Harry
Martin, era uscito in barella dopo aver ricevuto una brutta bot-
ta. Poiché la ricerca di una valida alternativa si rivelò infruttuo-
sa, il capitano della squadra locale, Bob Wallace, si recò nello
spogliatoio e convinse Martin a farsi carico dell’incombenza
nonostante l’infortunio. Con una caviglia dolorante e sostenu-
to dallo stesso Wallace, visto che non poteva camminare nor-
malmente, l’intrepido Martin si trascinò fino all’area avversa-
ria, calciò con maestria il rigore che dette al Forest la parità e
poi si accasciò, piegato dalla sofferenza. La stella della squadra
era così malmessa che dovette esser portata via dal campo dai
barellieri per la seconda volta. Nei minuti di gioco rimanenti,
i compagni che si erano tirati indietro dimostrarono a Martin
il proprio rispetto, difendendo il prezioso pareggio. Anche se,
a dir la verità, si dovrebbe precisare che fu “prezioso” in quel
momento, ma non alla fine del torneo, perché il Nottingham e
i suoi insicuri giocatori conclusero la stagione all’ultimo posto
in classifica e scesero in Seconda Divisione.
Dopo due vistose assenze nelle edizioni di Brasile 1949 e di
Perù 1953, la Nazionale argentina tornò in campo nella Cop-
pa America che, nel 1955, si disputò nello stadio Nacional
di Santiago del Cile. La squadra biancoceleste era guidata da
Guillermo Stábile. Nel corso della sua carriera come allenato-
re dell’Argentina, quest’uomo ottenne due record che, fino
a oggi, rimangono imbattuti nella storia della competizione
sudamericana: più titoli vinti come allenatore (sette in tota-
le: Cile 1941, Cile 1945, Argentina 1946, Ecuador 1947, Cile
1955, Perù 1957 e Argentina 1959) e più partite alla guida del-
la stessa Nazionale: 44. Nella capitale cilena, l’Argentina iniziò
con due vittorie (5-3 con il Paraguay e 4-0 con l’Ecuador) e un
pareggio per 2-2 con il Perù. La quarta partita, il 27 marzo, fu
un’altra dimostrazione di forza di fronte a un solido avversario,
l’Uruguay. Dopo 76 minuti, la squadra di Stábile vinceva già
5-1. Superato l’ottantesimo minuto, l’allenatore decise di effet-
tuare un cambio: il centrocampista offensivo Norberto Con-
de al posto del centravanti Ángel Labruna, che aveva segnato
due goal. Appena entrato in campo, Conde, che quel giorno
debuttava con la biancoceleste, si avvicinò al robusto difen-
sore uruguaiano Matías González e, con sarcasmo, gli chiese:
«Allora, come va la partita?». González, che già ribolliva per
il risultato umiliante, rispose con un terribile pugno che mise
fuori combattimento l’impertinente rivale. L’uruguaiano fu
espulso, mentre l’inopportuno burlone, svenuto, venne porta-
to nello spogliatoio da quattro persone. Labruna rientrò – così
permetteva il regolamento di quell’edizione, che oggi risulta
molto strano – e segnò il suo terzo goal, all’ottantasettesimo
minuto. L’Argentina si impose quel giorno per 6-1, la più gran-
de goleada contro l’Uruguay. Nell’ultima giornata, la squadra
biancoceleste sconfisse il Cile 1-0 e vinse la Coppa America.
Conde? Per la cronaca, non si avvicinò neppure all’erba dello
stadio Nacional.
71
Qual è stato il trasferimento
più straordinario?

A
questo punto, non considereremo “straordinari” gli at-
tuali trasferimenti milionari, che sembrano non avere
tetto e obbligherebbero a una revisione annuale (o men-
sile) di questo libro. Inoltre, nel calcio il denaro non è tutto: in
questo libro sono già state menzionate le inusuali contrattazio-
ni dell’argentino Gabino Sosa o dell’inglese Ernie Blenkinsop
(vedi il capitolo 25 “Chi è stato il primo calciatore professio-
nista?”). A proposito, queste non furono le uniche transazioni
bizzarre per le modalità di pagamento.
Il club olandese Philips Sport Vereniging (Psv) fu fondato dai
dipendenti dell’azienda Philips. Perciò non sorprende che, nel
luglio del 1990, questa società abbia ottenuto i servigi del di-
fensore romeno Gheorghe Popescu in cambio della consegna di
articoli elettronici e nuovi sistemi d’illuminazione e di comuni-
cazione per lo stadio dell’FC Universitatea Craiova.
Nel 1998, il portiere romeno Valentin Bargan passò dal club
regionale Recolta Laza alla squadra Stemmic Buda in cambio
di un nuovo salario che raddoppiava quello precedente, più un
camion carico di legna per il camino della sua freddissima casa.
Sempre in Romania, nel 1998, l’FC Corvinul Hunedoara,
della Seconda Divisione, cedette la sua stella, Robert Niţǎ,
all’AS Cimentul Fieni per due tonnellate di cemento.
Di natura più gustosa si rivelarono i trasferimenti di cui,
sempre in Romania, furono protagonisti gli attaccanti Marius
Cioarǎ e Ion Radu: nel 2006, Cioara passò dall’FC Municipal
Uzina Textila Arad al Regal Hornia della Quarta Divisione,
per… quindici chili di salsicce di maiale! Nel 1998, Radu fu
venduto dal CSM Jiul Petroşani all’FC Râmnicu Vâlcea – due
squadre della Terza Divisione – per due tonnellate di bistecche
di manzo. Il presidente del CS Jiul Petroşani spiegò l’accordo
dicendo: «Venderemo la carne e con il ricavato pagheremo i
salari dei giocatori».
In Norvegia, il goleador Kenneth Kristensen fu trasferito, nel
2002, dal Vindbjart FK all’IF Fløya (entrambi della Terza Di-
visione) per l’equivalente del suo peso in gamberetti. L’accordo
fu sottoscritto come se si fosse trattato della cerimonia prece-
dente un incontro di pugilato: Kristensen, 22 anni, salì in mu-
tande su una bilancia affinché i dirigenti di entrambe le squadre
registrassero che il suo “valore” in crostacei equivaleva a 75 chili.
Nel 1927, il Manchester United FC risolse il trasferimento
di Hugh McLennan allo Stockport County FC con… tre fri-
goriferi!
Torniamo in Romania, perché lì sembra che il baratto sia il
mezzo più comune ed efficace. Non potendo pagare la bollet-
ta del gas, che ammontava a circa ventimila dollari, la squadra
AS Nitramonia Fǎgǎraș cedette due dei suoi migliori difensori,
Gabor Balazs e Ioan Fǎtu, al CS Gaz Metan Mediaș. Come in-
dica il nome, Gaz Metan Mediaș era proprietà di un consorzio
che gestiva gran parte del gas della Romania. Alla crisi econo-
mica, il Nitramonia Fǎgǎraș aggiungeva un pessimo momento
sportivo, poiché era appena sceso in Terza Divisione. Invece
l’altro club, rafforzato con Balazs e Fǎtu, salì come un pallonci-
no (pieno di gas, appunto) in Prima Divisione.
Se lasciamo da parte gli acquisti e le vendite “in natura”, il
trasferimento più insolito avvenne in Inghilterra. Il 7 febbraio
1925, Albert Pape entrò nello spogliatoio riservato al club in
trasferta all’Old Trafford e cominciò a vestirsi con i colori della
sua squadra, il Clapton Orient – l’attuale Leyton Orient FC –
per affrontare il Manchester United in un turno della Seconda
Divisione. Ma, prima che l’attaccante terminasse di indossare
l’uniforme, fu chiamato a parte dal suo allenatore, Peter Prou-
dfoot, che gli comunicò che quel giorno non avrebbe gioca-
to per il Clapton perché era appena stato trasferito per 1070
sterline… al Manchester United! Pape accettò con piacere la
proposta dei diavoli rossi e passò da uno spogliatoio all’altro
per debuttare nella sua nuova squadra quel pomeriggio stes-
so. Mai, nella storia del calcio, si verificò in modo così perfetto
la cosiddetta “legge dell’ex”, secondo la quale i club subiscono
goal dai loro antichi giocatori: il Manchester United si impose
sul Clapton Orient per 4-2 con un goal della sua nuova stella,
Albert Pape.
72
È possibile segnare un goal
senza entrare in campo?

S
econdo il libro La piramide rovesciata, di William Lown-
des, un calciatore inglese fece il miracolo: segnare un goal
senza entrare nel rettangolo di gioco. Come ottenne ciò
che sembra impossibile, tranne che per un supereroe con su-
perpoteri? La particolare situazione si verificò nel 1937, du-
rante una partita tra due squadre di una Divisione minore del
calcio inglese. Uno dei giocatori arrivò allo stadio in ritardo,
quando l’incontro era già cominciato. Il ragazzo si cambiò e
attese fuori dal terreno di gioco che la palla uscisse dal campo,
e che l’arbitro gli permettesse di entrare a completamento del-
la sua squadra. Dopo pochi secondi, il pallone superò la linea
di fondo, cosa che permise un calcio d’angolo a favore della
formazione con soli dieci uomini. Quando il ritardatario fu au-
torizzato dall’arbitro a partecipare alla gara, invece di entrare
in campo, corse a tirare il calcio d’angolo. Il giovane calciò con
grandissima forza ed effetto e la palla volò direttamente nella
rete avversaria. “Goal olimpico”. Incredibile, ma vero.
73
Chi ha inventato gli scarpini
da calcio?

G
li scarpini da calcio con i tacchetti furono inventati nel
1886 dal calzaturificio inglese Ellis Patent Boot Studs.
Le scarpe erano fabbricate con un cuoio spesso, che si
estendeva fin sopra la caviglia. In una lettera promozionale in-
viata ai club, la compagnia assicurò che i suoi materiali offri-
vano “un miglioramento meraviglioso delle scarpe da calcio,
rendendole adatte a qualsiasi clima”. La rigidità del cuoio però
non fu accolta con grande entusiasmo. Secondo i racconti
dell’epoca, molti giocatori acquistavano scarpini stretti, li cal-
zavano e mettevano i piedi nella vasca da bagno, con l’acqua
calda, per circa mezz’ora, per allungare e ammorbidire il cuoio.
Eseguita questa procedura, insolita per i parametri che offre la
tecnologia del xxi secolo, le scarpe venivano cosparse d’olio.
Per il Mondiale svizzero del 1954, l’imprenditore tedesco
Adolf “Adi” Dassler − pensando alle copiose piogge che era-
no solite caratterizzare l’estate elvetica − ideò un modello in-
novativo con una suola che consentiva di sostituire i tacchetti
degli scarpini e di metterne altri più lunghi. La finale del tor-
neo, giocata da Germania e Ungheria il 4 luglio a Berna, era
cominciata con una leggera pioggerellina. Con gran rapidità,
gli ungheresi (la miglior squadra dell’epoca: fece il record di
goal in un Mondiale, con ventisette reti in appena sei partite)
si portarono sul 2-0 dopo meno di dieci minuti, ma i tedeschi
non si arresero e riuscirono a pareggiare poco prima della fine
del primo tempo. Durante l’intervallo, una pioggia torrenzia-
le trasformò il campo del Wankdorf Stadium in una palude.
L’allenatore tedesco, Sepp Herberger, ordinò ai suoi uomi-
ni di cambiare i tacchetti delle scarpe con alcuni più lunghi.
Grazie all’innovativa invenzione di “Adi”, la squadra tedesca
riuscì a segnare il terzo goal all’ottantaquattresimo, con Hel-
mut Rahn, dopo che il portiere ungherese, Gyula Grosics, era
scivolato sulla terra bagnata. La Germania piegò l’invincibile
Ungheria e vinse il suo primo Mondiale. E “Adi” Dassler di-
mostrò che anche chi fabbrica le scarpette da gioco in un certo
senso scende in campo.
74
Chi ha sviluppato le prime
tattiche di gioco?

U
n’altra domanda complicata. Jonathan Wilson, auto-
re del celebre libro Inverting the Pyramid, una sorta di
“bibbia” sulle tattiche del calcio, ha scritto: “In principio
era il caos, e il calcio era disordinato. Poi sono arrivati i Vitto-
riani, che lo hanno codificato, e dopo di loro i teorici, che lo
hanno analizzato. Solo a partire dal 1920 le tattiche, o qual-
cosa di simile, cominciarono a essere accettate o discusse, ma
già intorno al 1880 i giocatori venivano disposti in campo in
base alle loro caratteristiche. Nella sua forma più precoce, tut-
tavia, il calcio non aveva nulla di sofisticato”. Uno dei pionieri
fu Charles Murless, capitano della squadra gallese Wrexham
AFC. Quando mancavano pochi giorni all’inizio della prima
edizione della Coppa del Galles (1877-1878), Murless, un acu-
to osservatore del talento dei suoi compagni, suggerì a John
Price di cambiare ruolo, da fullback (il terzino, l’ultimo uomo
della difesa) a centravanti. Price gli chiese da cosa fosse dettato
questo suggerimento e Murless gli rispose che, per la sua velo-
cità, si sarebbe trasformato in un avversario inarrestabile per
i difensori rivali. Effettivamente, la potenza dell’ex difensore
fu incontenibile per gli avversari: nel primo turno della nuo-
va competizione, il Wrexham sconfisse per 3-1 il Civil Service
Wrexham; nel secondo, batté 2-0 l’Oswestry; nelle semifinali,
rifilò un 8-0 al Gwersyllt Foresters. Per la finale del 30 marzo
1878, Murless suggerì un nuovo cambio: uno degli attaccanti,
Edwin Cross, doveva passare dalla linea offensiva al centro-
campo. A quell’epoca, le squadre si disponevano sul campo da
gioco con uno schema 2-2-6, Murless organizzò per la prima
volta la “piramide rovesciata” con due difensori, tre mediani e
cinque attaccanti. Ad Acton Park, di fronte a circa 1500 spet-
tatori, il Wrexham batté per 1-0 il Druids FC e si consacrò pri-
mo campione del Galles.
75
Qual è stata la partita
con il maggior numero di espulsi?

M
olte squadre persero le partite perché rimasero in cam-
po con meno di sette giocatori, a causa di espulsioni
di massa. Ci furono anche numerosi casi di violenza
collettiva – con scontri tra giocatori, allenatori e assistenti –
che sfociarono in un mare di cartellini rossi con moltissimi
sanzionati, come l’accesa sfida che nel 1971 giocarono il Boca
Juniors (Argentina) e lo Sporting Cristal (Perù) per la Copa
Libertadores. In quell’occasione si verificò una baraonda cul-
minata con l’espulsione di nove giocatori locali e dieci di quelli
in trasferta.
Quello che invece successe poche volte è che, in un solo
match, siano stati espulsi… trentaquattro calciatori: tutti i
titolari e tutte le riserve!
La prima volta avvenne durante una partita della Prima D
(quinta categoria) argentina, tra le squadre CA Claypole e CA
Victoriano Arenas. La “débâcle totale” si ebbe il 26 febbraio
2011, quando tutti i giocatori furono protagonisti di una gi-
gantesca rissa – il punteggio in quel momento vedeva preva-
lere la squadra locale per 2-0 – che costrinse l’arbitro Damián
Rubino a cacciare i 34 giocatori. Tuttavia, tre giorni più tardi,
dopo aver osservato con attenzione un video, Rubino si corres-
se e furono sanzionati solo sette calciatori: quattro locali e tre
ospiti.
La seconda “espulsione completa” durante incontri ufficiali
si verificò il 21 ottobre 2012 a Caacupé, capoluogo del dipar-
timento paraguaiano di Cordillera, dove si affrontarono due
squadre giovanili dei club Teniente Fariña e Libertad. L’incon-
tro si svolse normalmente fino all’ottantasettesimo minuto,
momento in cui l’arbitro Néstor Guillén cacciò due giocato-
ri: uno per squadra. Nell’uscire dal campo, uno degli espulsi
insultò l’altro, che gli rispose con uno sputo sul viso. Questa
reazione scatenò una massiccia zuffa “tutti contro tutti”, titola-
ri e riserve, che obbligò Guillén a non essere da meno del suo
collega argentino e mostrare il cartellino rosso 34 volte.
76
Qual è il più alto numero di goal
segnato da una squadra sconfitta?

U
no dei risultati più incredibili della storia del calcio av-
venne il 29 settembre 2004, quando i club Sporto Crab
Connection e WASA Clean and White si affrontarono
per la Super League di Trinidad e Tobago, la Seconda Divisione
del Paese caraibico, di natura amatoriale. Il Crab Connection
quel pomeriggio segnò tredici goal, un record per un unico in-
contro, ma… perse la partita! In un giorno che senza dubbio
non verrà ricordato come “la giornata del portiere”, anche il
Wasa ottenne un fruttuoso raccolto e andò a segno quindici
volte, due in più del suo sfortunato avversario. 15-13! Lo stra-
no incontro regalò due ulteriori perle: al ventiduesimo minuto
del primo tempo, il Crab Connection vinceva 4-0; inoltre il
centravanti Marlon Warner segnò dieci goal… ma fu sconfitto!
Nonostante fosse andato oltre una tripla tripletta (hat-trick)
non gli regalarono neppure il pallone! La sua abilità è tuttora
un record a Trinidad e Tobago. La sua sfortuna, anche.
77
Chi ha segnato il maggior numero
di goal in una partita?

I
l 4 agosto 2007, il centrocampista Passang Tshering (Tran-
sport United FC) segnò diciassette goal al Royal Institute of
Health and Sciences FC, durante una partita irregolare della
massima categoria del Bhutan che terminò 20-0. Perché “ir-
regolare”? Le cronache riferiscono che la squadra perdente
scese in campo con appena nove giocatori, e alcuni di loro erano
tutt’altro che “atleti”. «Non speravo di segnare diciassette goal,
ma in ogni caso non ho nulla da festeggiare, perché abbiamo gio-
cato contro una squadra molto debole» dichiarò il campione alla
stampa, alla fine del match. L’impresa di Tshering è tuttora un
record nella storia del calcio, per una partita di Prima Divisione.
Il secondo posto lo condividono due casi molto discutibili. Ste-
phan Stanis (del Racing Club de Lens) segnò sedici goal contro
l’Aubry Asturies nel dicembre del 1942, durante un incontro per
la Coppa di Francia che finì 32-0. Si può considerare “ufficiale”
una partita disputata nel mezzo della Seconda guerra mondiale,
in una Nazione che era stata invasa dai nazisti? Nel maggio 2007,
il cipriota Panagiōtīs Pontikos, della squadra Olympos Xylofa-
gou, esultò per i sedici goal messi a segno contro il SEK Agiou
Athanasiou. Peccato che l’incontro (che terminò 24-3) si svolse
nella Terza Divisione dell’“impegnativo” campionato di Cipro.
A livello internazionale, l’australiano Archie Thompson segnò
tredici goal in una sola partita, durante la fase di qualificazione per
il Mondiale di Corea-Giappone del 2002. Sì, un record per una
sfida tra Nazionali. Tuttavia, bisogna ricordare che l’avversario, le
Samoa Americane, venne sconfitto quel giorno per 31-0, ma perse
anche 13-0 con le Fiji, 8-0 con le Samoa Occidentali, e 5-0 con le
isole Tonga. In appena quattro incontri, la squadra delle Samoa
Americane subì cinquantasette goal e non riuscì a segnarne uno.
Che valore hanno questi numeri? Come si fa a valutare l’even-
to? È molto più semplice segnare diciassette reti a una squadra del
Bhutan con nove giocatori, che cinque a una Nazionale in una
partita di Coppa del Mondo (il russo Oleg Salenko al Camerun,
nell’edizione degli Stati Uniti del 1994) o cinque a una squadra
europea in un match della fase finale della Champions League
(Lionel Messi al Bayer Leverkusen, negli ottavi di finale del 2012).
Si dice che, quando era un giovane giocatore del club Tsv
1861 Nördlingen, il tedesco Gerd Müller segnò ventidue goal
in una sola partita, e che il brasiliano Ronaldo de Assis Moreira
“Ronaldinho”, nel Grêmio Foot-Ball Porto Alegrense, ne mise a
segno ventitré in un solo match. Ma se ci basiamo solo sulle partite
ufficiali di Prima Divisione o sulle competizioni internazionali,
Tshering è chiaramente il vincitore.
78
Chi ha segnato il maggior numero
di goal in tutta la carriera?

E
cco un altro quesito che suscita controversie. Alcune fonti
statistiche del calcio, incluso il famoso Guinness dei pri-
mati, assegnano ai brasiliani Arthur Friedenreich e Edson
Arantes do Nascimento Pelé i favolosi numeri di 1329 e 1279
goal, segnati nel corso delle loro rispettive carriere.
Tuttavia, queste cifre furono messe in discussione da inda-
gini più serie. Nel momento in cui si passa al setaccio la cifra
relativa a Pelé, per esempio, si scoprono goal segnati durante
il periodo di servizio militare, in amichevoli con il club statu-
nitense Cosmos, in partite per beneficenza e perfino in un in-
contro con la maglia del sindacato degli atleti di San Paolo. Ci
manca solo che gli aggiungano i goal segnati ai nipotini al par-
co… Secondo la Rec.Sport.Soccer Statistics Foundation (Rsssf ),
Pelé ha al suo attivo solamente 767 goal ufficiali, conseguiti
con le squadre Santos Futebol Clube, Cosmos e la Nazionale
brasiliana. Con cinque reti in più (772), c’è Romário da Souza
Faria (ex CR Vasco da Gama, Psv Eindhoven, FC Barcellona,
CR Flamengo, Valencia CF, Fluminense FC, Al-Sadd Sports
Club, Miami FC, Adelaide United FC, América CF e la Na-
zionale brasiliana verdeoro).
Il campione assoluto, in questa categoria, fu un attaccante
austriaco, praticamente sconosciuto ai tifosi del xxi secolo:
Josef “Pepi” Bican, che totalizzò 805 goal con le maglie di nu-
merosi club, come il Rapid Wien e lo Slavia Praha, e le Nazio-
nali dell’Austria, della Cecoslovacchia e della Boemia. Bican
fu una grande stella nell’Europa centrale negli anni Trenta e
Quaranta, ed era conosciuta anche la sua principale ammira-
trice: la madre Ludmila. Durante una partita, “Pepi” ricevette
un forte calcio da un difensore avversario. Ludmila, inorridita,
si alzò dal suo sedile, entrò in campo e colpì l’aggressore… con
l’ombrello!
79
Chi ha subìto più retrocessioni
dalla Prima Divisione?

L
a carriera dell’islandese Hermann Hreiðarsson non sembra
essere stata un gran successo. Questo ragazzo, nato a Reykja-
vík nel 1974, detiene l’impressionante primato di cinque
retrocessioni dalla Premier League inglese. Iniziò nella stagione
1997-1998 con il Crystal Palace FC; proseguì in quella del 1999-
2000, con il Wimbledon FC; nel 2001-2002 con l’Ipswich Town
FC; nel 2006-2007, con il Charlton Athletic FC, e terminò con
il Portsmouth FC nel 2009-2010. Dopo la quinta retrocessione
lo sventurato Hreiðarsson fu rispedito a casa.
Un altro caso è quello del portiere tedesco Jürgen Rynio: dopo
essere stato retrocesso dalla Bundesliga (Prima Divisione tede-
sca) con il Karlsruher Sport-Club Mühlburg-Phönix nella sta-
gione 1967-1968, passò alla squadra che si era consacrata cam-
pione in quel torneo, l’FC Nürnberg Verein für Leibesübungen.
Che ci crediate o meno, con l’aiuto del buon Rynio, il Nürnberg
perse la categoria un anno dopo essere diventato campione! Ma
il calvario non finì lì. Il criticato portiere fu trasferito al Borussia
1909 Ev Dortmund, club con il quale due anni dopo… retro-
cesse nuovamente! Nel 1976, sorpresa! Rynio salì dalla Seconda
Divisione alla Bundesliga con l’FC Sankt Pauli von 1910, ma
i festeggiamenti durarono poco, perché in meno di un anno il
club di Amburgo tornò in Seconda Divisione. Il portiere pro-
seguì la sua carriera nell’Hannoverscher Sportverein von 1896,
squadra con la quale giocò sei stagioni in Bundersliga… fino a
retrocedere definitivamente nel 1986.
Anche il portiere colombiano-argentino Carlos Navarro
Montoya spicca per una collezione di dolorose retrocessioni. In
Spagna sperimentò tre bocciature consecutive: con il Club de
Fútbol Extremadura (1996-1997), il Club Polideportivo Mérida
(1997-1998) e il Club Deportivo Tenerife (1998-1999). Poi, in
Argentina, il suo infelice andamento proseguì con il club Nue-
va Chicago, squadra con la quale affondò nel 2007, perdendo i
playout in una partita contro il Tigre. Tuttavia, si potrebbe at-
tribuire a Navarro Montoya la responsabilità certa di altre due
retrocessioni: nella prima parte del campionato del 2003-2004
giocò in porta nel Chacarita Juniors, una delle squadre condan-
nate alla retrocessione in quella stagione; e, nel primo semestre
della stagione 2007-2008, nel Club Olimpo di Bahía Blanca,
anch’esso retrocesso a fine stagione. Sebbene al momento di en-
trambi i naufragi Navarro Montoya avesse già abbandonato la
nave, certo è che fece comunque parte dell’equipaggio nel corso
dello sfortunato viaggio. Così, questo portiere possiede nel suo
bagaglio personale niente meno che il considerevole primato di
sei retrocessioni dalla Prima Divisione alla Seconda.
80
Chi è stato il goleador più inutile
in un torneo?

N
el capitolo 76 “Qual è il più alto numero di goal se-
gnato da una squadra sconfitta?” è emerso il caso di un
calciatore della Lega amatoriale di Trinidad e Tobago,
Marlon Warner, che segnò dieci goal in un incontro che la
sua squadra perse 15-13. Altro giocatore sfortunato fu l’at-
taccante Wilfred Minter, che segnò sette goal per il St. Al-
bans City FC in un match della prestigiosa FA Cup inglese.
Nonostante la bravura di Minter, il St. Albans perse quell’in-
contro per 8-7.
Nella finale della Coppa dei Campioni (oggi Uefa Cham-
pions League) del 1960, nello stadio Hampden Park di
Glasgow, il gran goleador ungherese Férenc Puskás segnò
quattro goal per la vittoria del Real Madrid CF sulla squadra
tedesca Eintracht Frankfurt, per un totale di 7-3. Due anni
dopo, lo stesso Puskás segnò una tripletta alla squadra por-
toghese S.L. Benfica. Nonostante ciò, il club di Lisbona si
impose per 5-3.
Senza dubbio, la delusione più amara toccò al polacco Ernst
Wilimowski: nel Mondiale di Francia del 1938, Wilimowski
segnò quattro goal al Brasile. Malgrado il suo notevole poker,
la Polonia perse… 6-5!
81
Un arbitro ha mai espulso
un guardalinee?

Q
uando l’arbitro inglese Ken Aston inventò i cartellini,
non avrebbe mai immaginato che sarebbero stati utiliz-
zati anche contro i suoi colleghi. Sebbene il regolamento
non lo preveda, la grande varietà di situazioni calcistiche ha
fatto sì che, in una manciata di casi straordinari, le espulsioni
abbiano riguardato anche i guardalinee.
L’arbitro internazionale peruviano Fernando Chappell
era famoso per il singolare senso dell’umorismo e la severità
estrema. Il 1° novembre 1992, il CSD León de Huánuco
ospitò il Club Sporting Cristal in un “forno” chiamato Estadio
Heraclio Tapia. Nel corso del primo tempo, Chappell notò
che, ogni volta che voleva sanzionare un giocatore della
squadra locale per un fallo, uno dei suoi guardalinee, Juan
Freddy Cruz Castañeda – che casualmente abitava nelle
vicinanze di Huánuco – cercava di fargli cambiare idea. Se
un uomo dello Sporting riceveva un pugno, per il guardalinee
si trattava di un caso. Se un calciatore del León rifilava una
pedata, Cruz Castañeda argomentava che il calcio «è uno
sport di contatto». Stanco dell’insistente intromissione
del suo assistente, Chappell approfittò dell’intervallo per
espellerlo “per manifesta parzialità”. Nel secondo tempo, la
terna arbitrale uscì in campo con un nuovo componente –
il quarto arbitro Ulises Vázquez. Senza l’appoggio di Cruz
Castañeda, la squadra locale perse 2-4. Chappell avrebbe di
nuovo tirato fuori il cartellino rosso per un altro guardalinee
il 6 agosto 1995: quel giorno cacciò Victor Sullón dopo soli
quattordici minuti dall’inizio del gioco tra il CA Torino e
l’FBC Melgar. La ragione? La stessa del caso precedente:
«Stava agendo a favore della squadra locale». Sullón attese
pazientemente la fine del primo tempo e, quando Chappell
ritornò nello spogliatoio, lo accolse con un pugno. Senza il
sostegno del veemente guardalinee, la sfida si concluse 0-0.
Meno violenta, ma molto più divertente, fu l’espulsione del
guardalinee italiano Lorenzo Renda. Durante una partita re-
gionale tra i club AC Calenzano e USD Rinascita Doccia, di-
sputata nel 1999, Renda fu espulso per aver risposto a una chia-
mata con il suo telefono cellulare mentre era in corso la partita.
82
Qual è la peggiore Nazionale
della storia?

E
l Salvador che perse 10-1 con l’Ungheria nel Mondiale di
Spagna del 1982? La Francia, sconfitta dalla Danimarca
17-1 nei Giochi olimpici di Londra nel 1908? Le Samoa
Americane che, come abbiamo visto, persero 31-0 contro l’Au-
stralia nelle qualificazioni per il Mondiale di Corea e Giappo-
ne nel 2002? No, no, c’è una Nazionale peggiore. La risposta si
trova in Oceania, il continente più scarso del mondo in materia
di calcio. Nel 2015 i Giochi del Pacifico (il massimo torneo po-
lisportivo di quell’area per le qualificazioni ai Giochi olimpici)
si svolsero a Port Moresby, capitale della Papua Nuova Guinea.
Lì la squadra Under 23 della Micronesia – un arcipelago con cir-
ca 100 000 abitanti nel Sud del Pacifico, che al momento della
stampa di questo volume non era ancora stato accettato come
membro della Fifa – perse 30-0 con Tahiti, 38-0 con le Fiji e
46-0 con Vanuatu. In sole tre partite, la Micronesia subì 114 goal
e non ne segnò nessuno, così da non lasciare alcun dubbio su
quale sia la peggiore Nazionale della storia.
83
Una squadra può perdere pur
segnando più goal dell’avversaria?

I
n questo capitolo tralasceremo le partite decise “a tavolino”,
in cui un procedimento disciplinare modifica il risultato di
un match (per violenza, corruzione o altri motivi). Ci fu
una partita, terminata 2-1, in cui la squadra che aveva segnato
il maggior numero di goal perse, mentre alla sua rivale toccò la
vittoria. Come poté accadere una cosa del genere?
Nel 1997, il club uruguaiano Nacional iniziò la sua Sesta
Divisione giovanile in modo strepitoso. Nella squadra eccel-
leva Martín “Monkey” Bayle, un “tuttofare” dotato dello stile
classico dei centrocampisti uruguaiani, come Obdulio Varela
o Néstor Gonçalvez, che era anche il capitano della squadra. I
risultati positivi si susseguirono uno dopo l’altro, fino al mo-
mento in cui il Nacional si qualificò per la finale. In quella cir-
costanza, gli toccò affrontare il Defensor Sporting. La prima
sfida si disputò nel Complesso Pichincha del club violetto di
Parque Rodó. Il Defensor vinse 1-0. Il 10 dicembre 1997, il
Nacional ospitò il Defensor per la rivincita, nel Gran Parque
Central Stadium, con un pubblico molto numeroso, malgra-
do si trattasse di una partita tra selezioni giovanili. L’incontro
si rivelò duro, con contatti violenti e molti falli; il Defensor
segnò il primo goal e per poco non ne fece un altro, perché
l’arbitro Gustavo Ziegler gli assegnò un rigore. Bayle reclamò
per la decisione arbitrale, guadagnandosi un cartellino giallo.
Tuttavia, il rigore fu parato da Sebastián Viera, che successi-
vamente avrebbe difeso la porta della squadra spagnola Vil-
larreal CF. Nel secondo tempo, le azioni violente e le zuffe si
moltiplicarono e l’arbitro, a poco a poco, andò espellendo i
giocatori di entrambe le squadre, finché non rimasero entram-
be con sette giocatori soltanto. Il Nacional, avendo bisogno di
invertire il risultato, si rovesciò con sei uomini in attacco e ri-
uscì a pareggiare al quarantaquattresimo minuto del secondo
tempo grazie al suo attaccante Fabrizio Cabello. Il Defensor,
che con un pareggio diventava comunque campione, riprese
il gioco dal centrocampo. Immediatamente Bayle recuperò la
palla e la passò a Peter Vera, che guadagnò un angolo proprio
mentre l’arbitro aggiungeva un paio di minuti di recupero ai
novanta che si erano già conclusi. Vera tirò il calcio d’angolo
e Cabello, con un colpo di testa sul primo palo, conseguì una
vittoria combattuta, emozionante, che obbligava a una partita
di spareggio tre giorni dopo. «Lì si scatenò la follia. La gente
sembrava impazzita, e noi iniziammo a esultare come matti.
Io, esagerando, mi tolsi la maglia per rotearla mentre celebravo
il goal di Fabrizio» mi ha raccontato “Monkey”, con un velo
di amarezza. L’arbitro Ziegler, prima di riprendere il gioco
per concludere gli ultimi due minuti di recupero, notò la scor-
rettezza del capitano del Nacional. Come da regolamento gli
mostrò il secondo cartellino giallo e subito dopo quello rosso.
«Me ne andai nello spogliatoio molto arrabbiato» ha spiegato
«perché pensavo che mi sarei perso la terza finale. Ma dopo
pochi secondi iniziarono ad arrivare i miei compagni, in lacri-
me. “Cos’è successo?” chiesi loro sconcertato. “Abbiamo perso
a causa della tua maglia” mi urlarono». Senza girarci troppo
intorno, il tecnico Luis González spiegò a Bayle che il Nacional
era rimasto con soli sei giocatori, cosa che aveva determinato la
sua immediata sconfitta nonostante avesse rovesciato il risulta-
to con sforzo enorme e grande orgoglio (come si è già spiegato
in precedenza, in partite ufficiali non è consentito a una squa-
dra giocare con meno di sette giocatori). «Dopo, quando tutta
la squadra si ritrovò in occasione di un barbecue, González,
molto infastidito, reclamò: “Mi devi 150 000 dollari”. Preten-
deva che io, un ragazzo povero del quartiere Colón, gli pagassi
il premio che, da quanto mi disse, il club gli aveva promesso se
avesse ottenuto il titolo». Per Bayle, la sconfitta fu l’inizio di
un calvario. L’errore fatale raggiunse i media e, dalla sera alla
mattina, divenne lo zimbello della capitale uruguaiana. «Il
caso ebbe una risonanza così grande che apparve in tutti i no-
tiziari, su tutti i giornali. Mio fratello maggiore, Jorge, mi ha
molto aiutato: riuscì a farsi prestare una casetta da un amico a
Aguas Dulces – una località balneare situata a circa 270 chilo-
metri da Montevideo – affinché mi potessi allontanare qual-
che giorno. Ero molto depresso». Dopo alcune esperienze in
prestito a piccoli club, Bayle fu lasciato libero di trovarsi una
sistemazione e il calcio divenne parte del suo passato. Il taglio
fu netto: «Non ho più giocato. Non solo, non ho più visto una
partita di calcio in uno stadio. Nel 2003, a ventun anni, me ne
andai a Siviglia. Adesso lavoro come cameriere».
Anni dopo l’eccezionale episodio della squadra che perse un
campionato per una maglietta, “Monkey” Bayle ha ribadito,
amareggiato: «Il mio unico desiderio era quello di festeggiare».
84
Si può perdere ai calci di rigore
senza sbagliare un tiro?

A
questo punto, i lettori penseranno che l’autore del pre-
sente libro sia pazzo. I motivi non mancano. Tuttavia,
sebbene vi sembri strano, nel calcio tutto è possibile e
una squadra perse una partita ai rigori anche se… li aveva in-
filati tutti senza sbagliarne nessuno! L’assurdo caso avvenne
il 23 febbraio 2016, quando si affrontarono le squadre under
19 del Chelsea FC e del Valencia CF, per gli ottavi di finale
della Youth League, una torneo europeo della Uefa riservato
agli under 19. Alla fine dei 90 minuti il risultato era di 1-1 e i
ragazzi iniziarono la serie dei rigori. Dopo che il Chelsea segnò
il primo, si presentò sul dischetto il valenzano Alberto Gil, che
batté il portiere avversario, Bradley Collins. Tuttavia, la palla,
dopo aver completamente oltrepassato la linea bianca, rimbal-
zò sul ferro triangolare alla base della struttura che sosteneva la
rete, alla destra del portiere, e uscì. L’arbitro svizzero, Adrien
Jaccottet, forse mezzo addormentato, credette che la palla fos-
se rimbalzata sul palo. Il suo assistente, completamente addor-
mentato, confermò che non era goal. L’arbitro considerò il tiro
di Gil non entrato in porta, cosa che comportò la vittoria della
squadra inglese con un ingiusto 5-3, dopo una sequenza perfet-
ta in cui nessuno aveva sbagliato il proprio tiro. Il dolore per la
sconfitta con il Valencia si acuì un paio di mesi dopo, quando
il Chelsea, nella finale, sconfisse per 2-1 il Paris Saint-Germain
FC e si consacrò campione.
85
Chi ha inventato il “rigore
con passaggio”?

I
l 15 febbraio 2016, durante una partita in cui l’FC Barcello-
na si stava imponendo per 3-1 sul Real Club Celta de Vigo,
l’arbitro Alejandro Hernández Hernández assegnò un cal-
cio di rigore al Barcellona per un fallo del difensore Jonathan
Castro Otto ai danni dell’argentino Lionel Messi. Al fischio
dell’arbitro, Messi prese la rincorsa e, invece di scagliare la pal-
la verso la porta, l’accarezzò con delicatezza muovendola la-
teralmente, affinché il suo compagno uruguaiano Luis Suárez
potesse segnare indisturbato, battendo lo sconcertato portiere
Sergio Álvarez Conde. I media festeggiarono all’unisono il
goal “alla maniera di Johan Cruyff ”. Infatti il 5 dicembre 1982
Cruyff, con la maglia dell’Amsterdamsche FC Ajax, aveva fat-
to qualcosa di simile contro l’Helmond Sport, nel campionato
olandese: tirato letteralmente il rigore, andò a segno quando
il compagno danese Jesper Olsen gli restituì la palla. Ma… fu
proprio Cruyff l’inventore di questo stratagemma?
La prima notizia ufficiale relativa a questo tipo di tattica risa-
le a una partita eliminatoria per il Mondiale di Svezia del 1958,
tra il Belgio e l’Islanda. Il 5 giugno 1957, a Bruxelles, quando
la squadra locale era già in vantaggio per 6-1 su quella nordica,
l’arbitro lussemburghese Léon Blitgen fischiò un rigore per il
Belgio. Il goleador Rik Coppens prese la rincorsa e fece una fin-
ta, spingendo la palla verso destra nella direzione del suo com-
pagno André Piters, che gliela ripassò affinché il “9” la potesse
trasformare nel settimo goal.
In Inghilterra, un’astuzia simile fu messa in atto il 6 febbraio
1961 dal Plymouth Argyle FC nel suo stadio di Home Park
contro l’Aston Villa FC, in un incontro per la League Cup.
L’Argyle perse 3-5, ma almeno brevettò questo stratagemma
in Gran Bretagna con una variante: Wilf Carter calciò verso
Johnny Newman, che tirò subito mentre il portiere Nigel Sims
era già a terra. Newman ripeté con successo il trucco contro il
Manchester City FC, il 21 novembre 1964, in una sfida del-
la Seconda Divisione. L’Argyle vinse 3-2 e fu proprio tale in-
ganno a consentirgli di segnare il goal della vittoria. In questa
circostanza, Newman piegò il portiere Harry Dowd dopo un
passaggio di Mike Trebilcock.
Molti anni più tardi, il 22 ottobre 2005, il Manchester City
dovette affrontare di nuovo un rigore con passaggio, anche se
questa volta il risultato fu diametralmente opposto. Nello sta-
dio londinese di Highbury, due francesi dell’Arsenal FC, Ro-
bert Pires e Tierry Henry, provarono a cristallizzare in rete l’a-
zione che avevano a lungo provato quella settimana. Ma Pires,
forse nervoso, sfiorò solo la palla, che quasi non si mosse dal
dischetto mentre Henry correva invano in avanti. Per rendere
le cose ancora più complicate, quando la difesa del Manchester
si stava già avventando sulla palla, Pires ripeté il passaggio: non
raggiunse il proprio compagno e, per di più, costrinse l’arbitro
Mike Riley a fischiare un calcio di punizione a favore del Man-
chester City, perché il maldestro esecutore aveva calciato due
volte il rigore senza che la palla fosse stata toccata da un altro
giocatore. Molto arrabbiato, l’allenatore dell’Arsenal, Arsène
Wenger (anch’egli francese), commentò infastidito alcuni mi-
nuti dopo la partita, durante la conferenza stampa: «Robert
ha commesso un grande errore, ha preso la decisione sbaglia-
ta». L’arrabbiatura del tecnico era fin troppo giustificata: la
sua squadra aveva appena perso 0-1.
86
Chi ha creato la panchina
delle riserve?

L
a prima panchina delle riserve non fu una vera panchina
delle riserve. Nel 1924, Jimmy Philip rinunciò alla dire-
zione tecnica dell’Aberdeen FC dopo un’esperienza di
ventun anni come primo e, fino a quel momento, unico tec-
nico della squadra del Nord della Scozia, fondata nel 1903. I
dirigenti decisero di offrire il posto vacante a Patrick “Paddy”
Travers, un ex giocatore della società con una breve esperienza
da allenatore a capo del Dumbarton FC. La prima decisione di
Travers fu richiedere l’assunzione di alcuni calciatori e di un as-
sistente di campo, Donald Cameron Cunningham, conosciuto
come Donald Colman, suo ex compagno nell’Aberdeen ed ex
dirigente nel Dumbarton, appena ritiratosi. Travers e Colman
iniziarono a lavorare con una tecnica sconosciuta fino a quel
momento: uno osservava gli allenamenti e le partite posiziona-
to in alto, in tribuna, e l’altro lo faceva all’altezza del campo.
Poi, confrontavano le loro analisi ottenute da prospettive dif-
ferenti. Colman si occupava soprattutto di studiare la tecnica
dei giocatori, e a tal fine aveva bisogno di collocarsi a livello del
prato, il più vicino possibile all’azione. Nella tribuna del Pitto-
drie Stadium, il sedile più basso e più vicino al campo si trova-
va un paio di gradoni al di sopra del terreno di gioco, per cui
Coleman chiese alla dirigenza di scavare una buca nel suolo, a
poca distanza dalla linea laterale, e collocare lì una panchina da
cui poter osservare meglio. Così nacque il dugout (“bunker”
o “rifugio”, come in una trincea), che presto si estese in tutti
gli stadi della Gran Bretagna, alcuni anni prima che i cambi
potessero aver luogo. Autorizzate le sostituzioni, i giocatori di
riserva cominciarono a sedersi nello stesso spazio destinato agli
allenatori. Attualmente, le panchine delle riserve di Inghilter-
ra, Scozia e Galles sono ancora chiamate dugouts, pur non es-
sendo interrate.
87
Qualcuno ha giocato più partite
ufficiali nello stesso giorno?

L
e inaccuratezze dirigenziali, specialmente in Sudamerica,
dettero vita a calendari stravaganti che sfociarono in situa-
zioni paradossali. Nel 1997, la sovrapposizione di date del
campionato argentino e della Copa Libertadores fecero sì che i
club Racing e Vélez Sarsfield si affrontassero tra loro a Buenos
Aires, per il campionato argentino, e in Ecuador contro due
squadre avversarie di quel Paese, per la competizione sudame-
ricana… lo stesso giorno! Sì, avete letto bene. Per quanto que-
sta circostanza sembri estratta dalla sceneggiatura di un film
di fantascienza, il 3 marzo 1997 il Racing Club batté il Vélez
Sarsfield per 2-0 ad Avellaneda, e al tempo stesso queste due
squadre si scontrarono rispettivamente con il Club Deportivo
El Nacional di Quito e il Club Sport Emelec di Guayaquil. Il
Racing cadde 2-0 nella capitale ecuadoregna (Quito), mentre il
Vélez ottenne una vittoria per 3-2 nella metropoli portuale del
Pacifico (Guayaquil). Naturalmente, le due squadre argentine
dovettero moltiplicare i loro sforzi e le loro riserve. Il Racing
preferì lasciare i titolari a Buenos Aires, giacché combatteva
per mantenere la prima posizione nel campionato, e mandare
in Ecuador una squadra di ragazzi giovani, che oltretutto po-
teva fare affidamento solo su tre riserve. Il Vélez, invece, riunì
i suoi uomini migliori a Guayaquil e schierò le riserve contro
il Racing.
In Colombia, la sovrapposizione di partite locali e interna-
zionali costrinse i club América de Cali e Deportivo Junior
Fútbol Club di Barranquilla a incontrarsi due volte nello stesso
giorno, il 3 aprile 1996, seppure per due competizioni diverse.
L’insolita doppia contesa ebbe come teatro lo stadio di Cali
Pascual Guerrero, gremito con più di trentacinquemila spetta-
tori: le due squadre giocarono prima una partita rinviata del-
la Copa Mustang ii, corrispondente al campionato di Prima
Divisione, con riserve e giocatori giovani; poi si affrontarono
con i titolari per il gruppo 3 della fase iniziale della Copa Li-
bertadores. L’América de Cali vinse entrambi gli incontri: 2-1
e 2-0, rispettivamente, e soltanto un giocatore partecipò a tutte
e due le sfide: Jairo Castillo dell’América de Cali, che entrò in
entrambi i casi nel secondo tempo.
Ora, per i record assurdi, eccone uno che si verificò in Brasile
nel 1994. Il Grêmio Foot-Ball Porto Alegrense, vincitore del
Mondiale per club nel 1983, fu protagonista di un episodio
inedito nella storia del calcio perché disputò… tre partite in
un solo giorno! Il bizzarro evento, accaduto domenica 11 di-
cembre 1994, fu il prodotto della folta agenda del Grêmio, che
quell’anno partecipò al campionato brasiliano dello Stato di
Río Grande do Sul (che a volte programma due incontri alla
settimana), alla Supercopa sudamericana e alla Copa Conme-
bol, due coppe oggi scomparse. I tre appuntamenti valevano
la qualificazione per il torneo di Río Grande do Sul del 1995
e si svolsero uno dopo l’altro, con un intervallo di soli quindi-
ci minuti. Malgrado la logorante maratona, il Grêmio ottenne
due vittorie (4-3 contro il Santa Cruz e 1-0 contro il Brasil de
Pelotas) e un pareggio (senza goal con l’Aimoré). Per l’occa-
sione, l’allenatore Luiz Felipe impiegò trentatré giocatori, tre
dei quali scesero in campo in due delle partite. Dall’altra parte,
appena 247 tifosi presenziarono ai tre incontri, sebbene l’in-
gresso – a un costo abbordabile – consentisse agli spettatori di
rimanere nello stadio per tutta la giornata.
88
Quando, in una porta di calcio,
è stata aggiunta la traversa?

N
ei primi capitoli di questo libro si è spiegato che le porte
hanno avuto differenti dimensioni: lo spazio occupato
da una porta “vera” (da lì il termine usato nel calcio), un
arco nella galleria del cortile di una scuola, la distanza tra due
alberi. Poi si è adottata l’abitudine di costruire porte con pali
di legno piantati nel terreno.
Il primo regolamento ufficiale, del 1863, stabilì che la porta
doveva essere delimitata solo da “due pali verticali”, inizialmen-
te quadrangolari, di circa 12 centimetri di spessore sul lato, se-
parati da 7,32 metri, senza alcun nastro né traversa che li unisse
nella parte superiore.
Per segnare un goal, era sufficiente che la palla passasse tra i
pali perpendicolari e i suoi corrispondenti prolungamenti im-
maginari, infiniti, senza dare importanza all’altezza che avreb-
be avuto il pallone nell’attraversare la porta.
Per la finale del primo torneo ufficiale, la FA Cup 1871-1872, i
pali furono uniti da una fune orizzontale posta a 2,44 metri dal
suolo. Questa misura, adottata ufficialmente il 16 marzo1872
nel campo londinese di Kennington Oval (ma che già si uti-
lizzava in alcuni stadi delle città di Sheffield e Nottingham), si
rese necessaria dopo alcune controversie sorte nei turni prece-
denti. Ma la fune non fu una garanzia sufficiente. La traversa
o legno orizzontale fece la sua comparsa nel 1875, nei campi
di Sheffield e Glasgow (sia lo Sheffield FC che il Queen’s Park
FC reclamano la primogenitura) e sette anni dopo, nel 1882, la
Football Association ordinò l’eliminazione definitiva delle funi
e il loro rimpiazzo con le traverse.
Il primo stadio ad avere porte con pali e traverse rotonde fu
il City Ground, la casa del club inglese Nottingham Forest, nel
1921; innovazione che a poco a poco raggiunse tutti gli stadi
che furono teatro di incontri ufficiali (anche se il regolamento
della Fifa, più tollerante, sostiene che i pali “dovrebbero essere
di forma quadrata, rettangolare, rotonda o ellittica”).
89
Qual è stata la partita
più ostacolata dal maltempo?

D
urante la Coppa America disputatasi negli Stati Uniti nel
2016, l’incontro tra Colombia e Cile fu interrotto per
quasi tre ore a causa di una forte tempesta. Nulla, se lo
si confronta con la sfida tra l’Airdrieonians FC e lo Stranraer
FC, programmato per il 12 gennaio per il primo girone del-
la Coppa di Scozia. A causa del gelido inverno del 1963, che
provocò nevicate intense, quella partita si dovette rinviare… 33
volte per maltempo! Il match alla fine si giocò l’11 marzo nello
stadio Excelsior della città di Airdrie – nella Scozia centrale,
nella regione del Nord Lanarkshire – dove la squadra di casa
si impose per 3-0, con due rigori di Jim Rowan e un altro goal
di Tommy Duncan. In quello stesso stadio, l’Airdrieonians,
pressato dal calendario, fu costretto ad accogliere un riposato
Rangers FC soltanto due giorni dopo. La squadra di Glasgow
vinse con uno schiacciante 6-0.
90
Com’è nata la Champions League?

L
a Coppa dei Campioni d’Europa (a partire dal 1992,
Coppa dei Campioni d’Europa della Uefa o Uefa Cham-
pions League) è il risultato dell’iniziativa di un gruppo di
giornalisti francesi del quotidiano sportivo L’Equipe: Gabriel
Hanot, Jacques Ferran e Jacques De Ryswick, con il sostegno
del fondatore e direttore del giornale Jacques Goddet. L’idea
nacque dopo che, nel 1954, il giornale inglese Daily Mail ave-
va dichiarato “Campione d’Europa” il club Wolverhampton
Wanderers FC, in seguito a due vittorie in incontri amiche-
voli disputati rispettivamente in Ungheria (contro il Budapest
Honvéd FC) e nell’Unione Sovietica (contro l’FC Spartak).
In un brillante articolo, Hanot mise in dubbio l’incorona-
zione della squadra britannica perché non si era misurata con
potenze come il Real Madrid CF o l’AC Milan. Poi il gior-
nalista e i suoi colleghi concepirono un torneo con l’idea che
fosse giocato da 16 squadre vincitrici dei rispettivi campionati.
Il regolamento fu redatto da Ferran. Il giorno dopo l’articolo
di Hanot, De Ryswick scrisse un altro magnifico pezzo: “Cer-
cheremo di creare noi stessi questo torneo europeo per club”.
«Ne abbiamo parlato con Jacques Goddet e ci ha dato carta
bianca» spiegò Ferran al giornale madrileno AS. «Il calcio era
un gran bel gioco. E noi, in qualità di giornalisti sportivi al-
quanto ambiziosi, non avevamo in mente il Muro di Berlino.
La Coppa dei Campioni d’Europa doveva servire ad avvicinare
i popoli tra loro». Nel marzo 1955, Ferran e Hanot si recarono
in Austria per esporre l’idea in occasione del primo congres-
so della Uefa, che era nata solo alcuni mesi prima, nel giugno
dell’anno precedente. «Mi ricordo di aver preso un treno per
Vienna con Gabriel Hanot, per presentare il nostro progetto al
Comitato esecutivo della Uefa» raccontò Ferran. «Non ave-
vamo l’appoggio della Federazione francese perché la Francia
pensava a organizzare la Coppa delle Nazionali europee. “Non
saremo contro di voi, ma neppure con voi” ci dissero. La Uefa
disse no perché era intenzionata a creare la Coppa delle Fie-
re (poi Coppa Uefa e ora Europa League, ndr) e ci suggerì di
parlarne con la Fifa. E la Fifa ci rimandò alla Uefa. Con tutti
questi elementi a sfavore, prendemmo il toro per le corna: de-
cidemmo di riunire noi stessi le 16 squadre. La Uefa e la Fifa
si svegliarono all’improvviso e decisero di creare la Coppa dei
Campioni d’Europa. Meno male! Avevamo vinto la nostra
scommessa. Sapevamo che né L’Equipe né le squadre potevano
gestire una competizione del genere. Chi avrebbe scelto gli ar-
bitri, per esempio? Era impossibile».
La bozza ricevette il via libera da parte della Federazione
continentale, e contò anche sull’appoggio di importanti diri-
genti, come lo spagnolo Santiago Bernabéu. «Il miracolo in
tutto questo – proseguì Ferran – è che l’idea della Coppa dei
Campioni d’Europa ha impiegato solo nove mesi a diventare
realtà. Nell’hotel Ambassador non solo venne approvato il re-
golamento ma decidemmo anche il primo turno. Non si or-
ganizzò un sorteggio. Fu l’unica volta in cui si fece in questo
modo. Ci organizzammo tra di noi per non mettere i migliori
uno contro l’altro al primo turno. Lo Stade de Reims contro
la squadra danese e il Real Madrid… chiedemmo a Bernabéu
con chi volesse giocare e disse che gli sarebbe piaciuto anda-
re in Svizzera. Ci voleva andare perché Giovanni di Borbone,
pretendente al trono spagnolo, risiedeva lì, in esilio, durante la
dittatura di Francisco Franco».
La Uefa battezzò il nuovo torneo come Coppa dei Club
Campioni d’Europa, con 16 squadre convocate (il Chelsea FC
− la più forte squadra inglese − declinò l’invito su richiesta della
Football Association, che preferì restare a guardare cosa sarebbe
accaduto dall’altra parte della Manica prima di inviare un
rappresentante; fu rimpiazzato dal Wks Gwardia Warszawa).
Lo Sporting Clube de Portugal e l’FK Partizan della ex
Jugoslavia diedero il via alle danze con un 3-3, il 4 settembre
1955 nello stadio Nacional di Lisbona. Il Real Madrid vinse
contro lo Stade de Reims per 4-3 nella prima finale, giocata a
Parigi il 13 giugno 1956. Lo scrittore Antoine Blondin, uno
dei celebri redattori de L’Equipe, scrisse al riguardo: “È sempre
piuttosto toccante presenziare alla nascita di una tradizione.
Un momento storico è un’opportunità che vale la pena
sperimentare. La scorsa notte, c’era un’atmosfera natalizia
nel Parco dei Principi. Sotto un cielo stellato, la prima Coppa
d’Europa di calcio fu apprezzata da 40 000 uomini saggi che
portarono la mirra e l’incenso di un nuovo entusiasmo”.
91
Quando si è utilizzato
per la prima volta il fischietto?

P
er risolvere il mistero occorre partire da tutt’altro ambi-
to: quello della lotta contro il crimine. Nel 1870 Joseph
Hudson, un inventore di Birmingham che aveva una pic-
cola impresa insieme al fratello minore, progettò per la polizia
di quella città l’Acme City, un fischietto d’ottone che consenti-
va agli agenti di mettersi in contatto a distanza, attraverso i vari
codici del linguaggio del fischio, per chiedere aiuto nell’inse-
guimento di un delinquente o per avvisare di un determinato
pericolo.
L’invenzione fu presto adottata dai corpi di pubblica sicu-
rezza di tutta la Gran Bretagna. Nel 1872 un poliziotto che sta-
va svolgendo il ruolo di arbitro durante una partita a Nottin-
gham, contrariato perché i giocatori non prestavano attenzione
ai suoi gesti – all’epoca gli arbitri agitavano un fazzoletto per
farsi vedere dai calciatori – si diresse verso la borsa ed estrasse
il fischietto che utilizzava durante le ronde. L’introduzione del
congegno sonoro si rivelò molto efficace: il senso dell’udito era
più facile da sollecitare rispetto alla vista nei giocatori concen-
trati sulla palla. Il fischietto fu immediatamente adottato nelle
partite ufficiali e, da quasi un secolo e mezzo, è presente in ogni
stadio come un protagonista fondamentale.
92
Quando nacquero le figurine
dei calciatori?

I
primi adesivi da collezione furono pubblicati dall’azienda
francese Bognard Lithography, in occasione dell’Esposizio-
ne Universale di Parigi del 1867. La serie presentava i diversi
padiglioni della Mostra internazionale dedicata all’industria,
alle scienze e alla cultura. L’idea accese l’interesse delle azien-
de di articoli sportivi e gomme da masticare degli Stati Uniti,
che un anno dopo lanciarono sul mercato una serie con illu-
strazioni di giocatori di baseball, il primo sport ad avere la sua
collezione di figurine. Anche le compagnie di tabacco norda-
mericane ed europee mostrarono interesse, seppur per motivi
diversi. La prima immagine di un atleta in una serie di carte da
collezione incluse in pacchetti di sigarette apparve nel 1887,
all’interno di un pacchetto della marca Old Judge and Gypsy
Queen: un ritratto del capitano della squadra di calcio dell’U-
niversità di Yale, Henry Beecher.
La prima collezione di figurine interamente dedicata al cal-
cio venne prodotta in Inghilterra, per incarico di un’industria
di tabacco di Manchester chiamata Marcus & Company, nel
1896. La serie, di cento immagini a colori, era composta da di-
segni di giocatori di differenti squadre, con le loro maglie.
Con il passare degli anni, la collezione di figurine adesive è
divenuta un classico durante ogni Mondiale, e anche per altre
competizioni. In Sud America, questo tipo di hobby debuttò
con la prima Coppa America, in occasione di Argentina 1916:
alcuni giorni prima dell’inizio della competizione fu messo in
commercio l’Album Internazionale di Calcio del Centenario
(dell’indipendenza dell’Argentina), che riuniva caricature re-
alizzate dall’illustratore Ramón Columba. La serie includeva
non solo i calciatori e i dirigenti dell’Argentina, dell’Uruguay,
del Brasile e del Cile, le quattro Nazionali partecipanti, ma
anche altri giocatori della Prima Divisione argentina e alcuni
famosi rappresentanti di altri sport.
93
Chi ha parato più rigori
in una sola partita?

N
on è un segreto che l’attaccante argentino Martín Paler-
mo sia il detentore di un record che sembra insuperabile
nelle competizioni ufficiali: ha sbagliato tre rigori in una
sola partita. Ottenne l’imbarazzante risultato il 4 luglio 1999,
durante la Coppa America in Paraguay, contro la Colombia:
il portiere Miguel Calero ne parò uno, un altro finì contro la
traversa e un terzo volò al di sopra di essa. Meno conosciuta è
un’altra storia: quale portiere parò il maggior numero di tiri
dagli undici metri nel corso di una partita?
Un discorso a parte va fatto per le partite che si decidono ai
rigori, visto che offrono ai portieri cinque opportunità di fare
bella figura: in questa materia, il primato appartiene al romeno
Helmuth Duckadam, che parò i quattro tiri dei giocatori del
FC Barcellona nella finale di Coppa dei Campioni (oggi Uefa
Champions League) del 1986.
Nelle partite ufficiali di Prima Divisione, uno degli eroi fu
Gary Bailey, portiere del Manchester United FC, che il 2 mar-
zo 1980 respinse tre tiri dell’Ipswich Town FC. Quel pome-
riggio, nello stadio Portman Road di Ipswich, Bailey parò i
rigori che calciarono l’olandese Frans Thijssen e Kevin Beattie,
quest’ultimo in due occasioni. Tuttavia, la giornata non poté
essere più bizzarra, perché la partita si concluse con una vitto-
ria dell’Ipswich… per 6-0!
Un altro portiere che vide vanificate le sue prodezze fu
Matt Glennon, dell’Huddersfield Town FC, contro il Crewe
Alexandra FC, in un incontro per la Football League One
(la Terza Divisione inglese) disputato il 24 febbraio 2007.
Glennon fu l’idolo del giorno nel Galpharm Stadium, per
aver parato i rigori tirati da Ryan Lowe, Gary Roberts e Julien
Baudet. Tuttavia, dopo una così splendida prestazione, il
portiere subì un autogoal dal suo terzino Aaron Hardy che
regalò la vittoria per 1-2 alla squadra in trasferta. No, Glennon
non uccise Hardy una volta entrati nello spogliatoio…
Il primo “invincibile” dagli undici metri fu il portiere del
Grimsby Town FC, Walter Scott. Il 13 febbraio 1909, nella
partita contro il Burnley FC per la FA Cup, Scott in novanta
minuti subì quattro rigori e ne parò tre; quelli di Walter Abbott,
Robert Henderson e Dick Smith. Abbott tirò il quarto e segnò
un altro goal che portò al trionfo del Burnley per 2-0. Ma la
leggenda di Scott non svanì lì: in quasi due mesi, al portiere del
Grimsby capitarono otto rigori in cinque partite e solamente
uno entrò: il tiro di Abbott.
94
C’è stato qualche giocatore
infallibile nei calci di rigore?

A
differenza dell’argentino Martín Palermo, tre giocatori
raggiunsero un record memorabile in partite di Prima
Divisione. Il croato Alen Peternac e il brasiliano Alex-
sandro de Souza, più conosciuto come Alex, condividono un
primato difficile da battere: aver segnato quattro goal dagli un-
dici metri in una sola partita e senza che si fosse arrivati alle
serie dal dischetto. Peternac completò la sua prodezza il 19
maggio 1996, quando vestiva la maglia del Real Valladolid CF,
in una gara del campionato spagnolo. Quel giorno, la squadra
castigliana sbaragliò in trasferta il Real Oviedo nell’antico sta-
dio Carlos Tartiere per 3-8, e Peternac segnò cinque goal, quat-
tro dei quali su rigore. Non solo: l’arbitro José Japón Sevilla
concesse altre due “massime punizioni” all’Oviedo, che furo-
no altresì trasformate in goal dal danese Thomas Christiansen.
Così in un solo incontro si assegnarono sei rigori e furono tut-
ti calciati con successo. Alex dal canto suo segnò cinque goal
all’Esporte Clube Bahia il 14 dicembre 2003 nel massimo
campionato brasiliano. Quel giorno, il Cruzeiro Esporte Clu-
be si impose per 0-7, come squadra in trasferta, e Alex segnò
quattro goal dagli undici metri, decretati dall’arbitro Evandro
Rogério Roman.
Anche se non arrivò a quattro, fu senza dubbio notevole la
prestazione del portiere paraguaiano José Luis Chilavert. Il
28 novembre 1999, mentre difendeva la porta della squadra
argentina Vélez Sarsfield, Chilavert segnò tre calci di rigore al
Ferro Carril Oeste per concludere con una vittoria per 6-1 a
favore della squadra del barrio di Liniers. Così, il calciatore
guaranì divenne l’unico portiere al mondo ad aver realizzato
una tripletta in una partita di Prima Divisione.
Chi è stato il calciatore più preciso? Nell’Europa dell’Est si
sostiene che l’ungherese Yózsef Szabó – che giocò tra il 1957
e il 1972 più di 400 partite con le maglie dell’FC Hoverla
Uzhhorod, l’FC Dinamo Kiev, l’FC Zorja Luhans’k (tut-
te ucraine), l’FC Dinamo Mosca russa e la Nazionale dell’ex
Unione Sovietica – abbia tirato 73 calci di rigore nel corso del-
la sua carriera, realizzandone… 73!
95
Qual è stata
la più grande rimonta?

N
on esiste miglior appuntamento sportivo di una partita
di calcio in cui entrambe le squadre segnano molti goal.
In Inghilterra si dice che l’incontro più emozionante
mai giocato nel Regno Unito si sia svolto il 21 dicembre 1957
a Londra, quando il Charlton Athletic FC ospitò in casa, nello
stadio The Valley, l’Huddersfield Town FC in una gara della
Seconda Divisione. La squadra locale – sostenuta da circa do-
dicimila spettatori – iniziò con il piede sbagliato: dopo dieci
minuti del primo tempo, Derek Ufton, la sua stella, si lussò una
spalla. Poiché in quel periodo i cambi non erano autorizzati,
il Charlton dovette continuare con dieci uomini. Favorito da
questo vantaggio, l’Huddersfield si portò in vantaggio per 1-5.
A ventisette minuti dalla fine, quando già alcuni tifosi iniziava-
no a uscire mestamente dallo stadio, il Charlton segnò con John
Ryan. Questo goal sollevò il morale dei padroni di casa, ma so-
prattutto quello di John Summers, autore del primo goal della
squadra locale, che si scatenò con una raffica di reti inconteni-
bile. Grazie a quattro goal di seguito in soli diciassette minuti,
Summers portò avanti il Charlton per 6-5. A quattro minuti
dalla fine, Stan Howard agguantò il pareggio, ma nell’ultima
azione di nuovo Ryan, di testa, suggellò l’incredibile vittoria:
7-6 per il Charlton. I momenti elettrizzanti dell’incontro, che
ebbe un’enorme ripercussione sui media di tutto il Paese, pro-
dussero una grandissima aspettativa quando le due squadre si
incrociarono nuovamente nello stadio The Valley, per il terzo
turno della FA Cup, tre settimane dopo. Settantamila persone
gremirono lo stadio londinese in attesa di una nuova raffica di
goal, ma dovettero accontentarsi di uno striminzito 1-0.
Un altro memorabile incontro di calcio inglese si svolse il 26
dicembre 1927, quando il Northampton Town FC e il Luton
Town FC si incontrarono in un match della Terza Divisione
Sud. Il primo tempo si concluse alla grande per la squadra in
trasferta: 0-5. Nel secondo tempo, il Northampton recuperò e
riuscì a risollevarsi con un’incredibile vittoria per 6-5.
Il Mondiale giovanile under 17 svoltosi in Finlandia nel 2003
fu teatro di una delle rimonte più brillanti e inutili della storia
del calcio. Il 20 agosto, nello stadio Ratina della città di Tam-
pere, il Portogallo vinceva sul Camerun per 5-0 e, a soli venti
minuti dalla fine, aveva blindato il secondo posto del gruppo
C per l’accesso ai quarti di finale, dopo il Brasile. Alla squadra
portoghese era sufficiente un pareggio per passare il turno ed
eliminare quella africana. Nonostante ciò, i “leoni indomabili”
si risvegliarono e, in soli venti minuti… pareggiarono la par-
tita! Il Camerun sfiorò il miracolo all’ultimo secondo, ma la
traversa respinse un tiro che aveva il profumo della gloria. La
sfida si chiuse 5-5 e, anche se i ragazzi africani furono eliminati,
tornarono a casa con le valigie cariche di applausi.
Probabilmente, il recupero più elettrizzante in una fina-
le secca accadde il 25 maggio 2005 nello stadio olimpico di
Atatürk, a Istanbul, dove si giocò la cinquantesima finale della
Uefa Champions League, ex Coppa dei Campioni. La squadra
italiana AC Milan andò a riposo in vantaggio per 3-0-sull’in-
glese Liverpool FC grazie ai goal di Paolo Maldini (al primo
minuto) e dell’argentino Hernán Crespo, al trentanovesimo
e al quarantaquattresimo. Nel secondo tempo, la squadra bri-
tannica pareggiò con le reti del capitano Steven Gerrard (al
cinquantaquattresimo), del ceco Vladimir Šmicer (al cinquan-
taseiesimo) e dello spagnolo Xabi Alonso (al sessantesimo). I
tempi supplementari terminarono senza nuove emozioni, poi
il portiere del Liverpool, il polacco Jerzy Dudek, parò due tiri
dal dischetto facendo sì che la squadra del Nord-Ovest dell’In-
ghilterra si ritrovasse con la sua quinta coppa “dalle grandi
orecchie”, come è conosciuto il più importante trofeo calcisti-
co per club del Vecchio continente.
Le competizioni internazionali, con sfide lunghe 180 mi-
nuti in due partite di andata e ritorno, hanno regalato decine
di rimonte emozionanti. Nel marzo 2003, per la Champions
League, l’AC Milan stracciò il Real Club Deportivo La Co-
ruña per 4-1. Tuttavia, due settimane dopo, in Galizia, la
squadra spagnola ottenne un tremendo 4-0 che le consentì di
passare alle semifinali. Di situazioni simili si avvalsero i club
Sport-Verein Werder von 1899 (0-3 e 5-0 contro il Berliner
Fußball Club Dynamo, nel 1988, per la Coppa dei Campioni),
il Real Madrid CF (1-4 e 5-1 contro il Derby County FC per
la Coppa dei Campioni del 1975 e 1-5 e 4-0 contro il Borussia
VFL 1900 Mönchengladbach, nel 1985, per la Coppa Uefa), il
Fudbalski Klub Partizan di Belgrado (2-6 e 4-0 contro il Que-
ens Park Rangers FC, nel 1984, per la Coppa Uefa) o il Leixões
Sport Club del Portogallo (nella Coppa delle Coppe del 1961:
2-6 e 5-0 contro l’FC La Chaux-de-Fonds di Francia).
L’8 marzo 2017, l’FC Barcellona realizzò l’impresa di vin-
cere un turno della Champions League (ottavi di finale) no-
nostante fosse stato battuto 4-0 nella partita di andata. La
squadra catalana conseguì una fantastica rimonta contro la
squadra francese Paris Saint-Germain, grazie alle prodezze
dell’uruguaiano Luis Suárez (dopo due minuti), del francese
Layvin Kurzawa (un autogoal dopo quaranta minuti), dell’ar-
gentino Lionel Messi (un rigore intorno al cinquantesimo), del
brasiliano Neymar (un calcio di punizione all’ottantottesimo
e un rigore al novantunesimo) e dello spagnolo Sergi Rober-
to, mentre si giocava l’ultimo dei cinque minuti di recupero
concessi dall’arbitro tedesco Deniz Aytekin. Da notare che i
parigini avevano segnato un goal al sessantaduesimo minuto,
grazie all’uruguaiano Edinson Cavani, che aveva portato il ri-
sultato sul 3-1 e costretto la squadra locale a segnare altri tre
goal.
Su questo tema, è probabile che la più grande impresa ab-
bia un sapore argentino, per aver avuto luogo, né più né meno,
che in una finale. Il 12 dicembre 1995, nella finale della Cop-
pa Conmebol, il Clube Atlético Mineiro umiliò per 4-0 il CA
Rosario Central nello stadio Mineirão di Belo Horizonte, in
Brasile. Una settimana dopo, il club cosiddetto “canaglia” con-
seguì quel che sembrava impossibile: nello stadio di Rosario,
Gigante de Arroyito, la squadra vinse prima 4-0 nei novanta
minuti e si impose per 4-3 nella fase finale ai rigori. L’impre-
sa apparve ancor più degna di nota perché a difesa della porta
dell’Atlético Mineiro c’era Cláudio Taffarel, che un anno pri-
ma aveva vinto i Mondiali negli Stati Uniti con la Nazionale
brasiliana.
96
Qual è stato il torneo ufficiale
più equilibrato?

D
urante la stagione 1983-1984, quando ancora si assegna-
vano due punti a vittoria, un torneo romeno di Terza
Divisione fu talmente equilibrato che una delle squadre
patì l’onta della retrocessione nonostante avesse solo due punti
in meno rispetto alla seconda classificata.
La competizione, con sedici squadre partecipanti, fu vinta
dal Clubul Sportiv Mureșul Deva, con 38 punti. Secondo fu
il Clubul Sportiv Profesionist UM Timișoara, con 31 punti, al
pari di altre due squadre con una peggiore differenza reti. Due
squadre totalizzarono 30 punti e nove 29. Il Clubul Sportiv
Ghelari, ossia la squadra tra le nove con la peggior differenza
reti (–17), retrocesse insieme al Club Sportiv Minerul Anino-
asa, che aveva accumulato “solamente” 28 punti. Si è trattato,
indubbiamente, della competizione calcistica più equilibrata
della storia.
97
Quali sono state le retrocessioni
e le salvezze più rocambolesche?

M
ai una squadra ha avuto un rendimento tanto altale-
nante come quello fornito dal Manchester City FC
nelle stagioni 1936-1937 e 1937-1938 della Prima Di-
visione inglese. La squadra celeste si fregiò del miglior attacco
in entrambi i tornei, ma con una conclusione diametralmente
opposta: campione in uno, retrocessa nell’altro.
Nel 1936-1937, il Manchester City totalizzò 107 goal, che
bastarono per conquistare il titolo. La seconda in classifica, il
Charlton Athletic FC, ne totalizzò soltanto 58, poco più della
metà. Una stagione dopo, le reti del Manchester City scesero
a 80, ma nessuno riuscì a segnare altrettanto. Il Manchester
City totalizzò, per esempio, tre goal in più della squadra cam-
pione, l’Arsenal, e 25 in più dell’ottavo, il Sunderland FC, che
ne mise a segno soltanto 55. Conseguì, inoltre, vittorie clamo-
rose: battè per 6-1 in casa, nello stadio Maine Road, il Derby
County FC, tredicesimo in classifica, e gli rifilò addirittura un
7-1 in trasferta. Tuttavia, tanta efficacia davanti alla porta si ri-
velò inutile, perché il Manchester City si classificò penultimo,
ventunesimo tra 22 contendenti, e retrocesse insieme al West
Bromwich Albion FC, ultimo in classifica. Un finale ingiusto
per una squadra così valida in attacco, che non si è mai più
ripetuto.
Uno dei salvataggi più “miracolosi” si verificò invece l’8 mag-
gio 1999. Il Brunton Park ribolliva quel pomeriggio. Il Carlisle
United FC stava pareggiando 1-1 con il Plymouth Argyle FC
e rischiava quindi di retrocedere dalla Nationwide League One
Division Three, il quarto livello del calcio inglese. Gran parte
dei quattro minuti del tempo di recupero se n’erano già anda-
ti. Lo Scarborough FC nel frattempo aveva appena pareggiato
1-1 in casa, al McCain Stadium, con il Peterborough United
FC e, con quel punto, in quel momento era matematicamen-
te salvo. Quando mancava solamente una manciata di secondi
da giocare, tutto sembrava definito. Tuttavia, il Carlisle aveva
ancora un’ultima cartuccia: un calcio d’angolo da destra con-
cesso dalla difesa del Plymouth Argyle. Perso per perso, l’alle-
natore della squadra locale, Nigel Pearson, ordinò al proprio
portiere James “Jimmy” Glass di attraversare il campo e andare
a procacciarsi un miracolo con i suoi quasi due metri di altezza.
Glass – arrivato in prestito dal Swindon Town FC e in cam-
po soltanto in due occasioni in quella stagione – obbedì e si
posizionò nell’area avversaria. Graham Anthony batté il calcio
d’angolo e la palla finì sulla testa di Scott Dobie, che colpì qua-
si a colpo sicuro. Il tiro fu intercettato dal portiere in trasferta,
James Dungy. Ma Dungy non riuscì a trattenere il pallone e
Glass, dentro l’area di rigore, scagliò un fortissimo tiro che spe-
dì la palla in rete e la retrocessione a casa dello Scarborough
FC. Il portiere fu sepolto dai compagni e da centinaia di ti-
fosi che non riuscirono a contenere l’euforia ed entrarono in
campo per festeggiare la sorprendente salvezza: una delle più
emozionanti del calcio mondiale.
98
Qualcuno ha giocato
in tutti i ruoli?

D
urante il periodo d’oro della squadra spagnola Real Ma-
drid CF, quando vinse consecutivamente cinque Coppe
dei Campioni (oggi Uefa Champions League), tra le sta-
gioni 1955-1956 e 1959-1960, l’argentino Alfredo Di Stefano
descrisse se stesso come «un centravanti che è sempre in mo-
vimento. Davanti, dietro, sulle fasce laterali, cercando di non
rimanere fisso in una posizione, per impedire che i difensori mi
stiano incollati, o per non ostacolare i compagni. Ho anche la
possibilità di capire lo sviluppo dell’azione e, stando in movi-
mento, avvicinarmi rapidamente ad aiutare un compagno con
la palla. Gli attaccanti devono accettare che una parte del loro
lavoro sia quella di aiutare la difesa. Altrimenti, quando i tuoi
avversari attaccano, rimani fuori dal gioco. Che cosa fai? Resti
nella tua posizione mentre la difesa cerca di reggere l’impatto?
Se la difesa fallisce, il tuo lavoro in quanto attaccante diviene
molto più difficile, devi segnare più goal. La soluzione ovvia è
arretrare velocemente in aiuto della difesa. Questo facilita il
tuo stesso lavoro durante il gioco. Credo nell’abilità di appari-
re all’improvviso a centrocampo, o come ultimo uomo, a sosti-
tuire un compagno che ha dovuto cambiare posizione. Siamo
tutti calciatori e dobbiamo essere capaci di giocare in maniera
efficace nelle undici posizioni». Parole significative, perché “la
freccia bionda”, effettivamente, giocò una volta come portiere,
e con successo, in una partita ufficiale della Prima Divisione
argentina. Il 30 luglio 1949, durante un superclásico rovente,
con il River e il Boca nelle ultime due posizioni della classifica,
Di Stefano rimpiazzò dopo sei minuti il portiere Amadeo Car-
rizo, svenuto per una botta al fegato. A mani nude e con una
maglia a maniche corte, “il tedesco” (altro soprannome dovuto
ai capelli biondi) mantenne la porta inviolata finché Carrizo
non si ristabilì e fece ritorno al suo posto. Grazie al lavoro di
Di Stefano, il River vinse 1-0.
Un altro grande goleador, il favoloso Edson Arantes do
Nascimento Pelé, ebbe il suo pomeriggio di gloria come
numero “1”. Il 19 gennaio 1964, per la semifinale della Taça
Brasil, il Grêmio stava battendo in casa il Santos per 3-1 nello
stadio Pacaembú di San Paolo, finché “O Rei” (“Il Re”) segnò
i tre goal che capovolsero il risultato. Non contento della
sua impresa, Pelé si piazzò sulla linea di porta della squadra
del Santos quando l’arbitro argentino Teodoro Nitti espulse
il portiere Gilmar. Con la stessa destrezza che esibiva nel
calciare la palla, il “dieci” effettuò diverse spettacolari parate
che impedirono il pareggio gaucho e suggellarono il trionfo
del Santos. Le sue mirabili attitudini nel difendere i pali
sembrarono essere state ereditate dal figlio “Edinho”, che per
diverse stagioni giocò come portiere in quella squadra, seppur
non da titolare.
Un caso al contrario: negli anni Sessanta e Settanta, il por-
tiere della squadra inglese Luton Town FC, John Read, giocò
venti partite come attaccante e segnò dodici goal.
L’uruguaiano Ángel Landoni, che vestì la maglia del Club
Nacional de Football di Montevideo tra il 1910 e il 1915, giocò
in tutte le undici posizioni della squadra in partite di Prima Di-
visione. Senza dubbio, il calciatore più “completo” della storia.
99
Un torneo ha mai avuto
più di un vincitore?

P
er il primo campionato scozzese, nella stagione 1890-
1891, i dirigenti della Scottish Football Association (Sfa)
non avevano previsto la possibilità che due squadre arri-
vassero prime a pari punti. Ma così avvenne: il Dumbarton FC
e il Rangers FC terminarono in vetta alla classifica con 29 pun-
ti ciascuno. All’epoca non era contemplata la differenza reti (a
favore) per decidere un titolo (il Dumbarton aveva terminato
con una differenza di +40 e il Rangers con +33), cosicché la
Sfa decise che entrambe le squadre si sarebbero incontrate in
una partita extra per stabilire chi fosse il vero vincitore. Ma
neppure quell’incontro, avvenuto il 21 maggio 1891 nello sta-
dio Cathkin Park di Glasgow, poté risolvere la questione: la
partita si concluse 2-2. Forse esausta, sfinita dalla situazione, la
Sfa decise di darci un taglio e dichiarare tutte e due le squadre
campioni di quel primo campionato scozzese.
Un anno dopo, cinque squadre parteciparono al primo
campionato di calcio della Danimarca tutti contro tutti. Tre
protagoniste – l’Akademisk Boldklub, l’Østerbros BK e il
Kjøbenhavns Boldklub – terminarono con la stessa quantità di
punti, dopo tre vittorie e una sconfitta. La Federazione danese,
a differenza di quella scozzese, decise che non si sarebbe gioca-
to nessuno spareggio né proclamò campione alcuna delle tre
squadre trionfatrici, perché il regolamento non contemplava
la differenza reti come strumento per determinare il vincitore.
Nel 1891, Buenos Aires ospitò il primo campionato di cal-
cio ufficiale al di fuori della Gran Bretagna. Vi parteciparono
cinque squadre che si affrontarono “tutte contro tutte” e due
di loro, il Saint Andrew’s e l’Old Caledonians FC, condivise-
ro il primo posto con tredici punti, risultato di sei trionfi, un
pareggio e una sconfitta ciascuna. Le due squadre disputarono
un incontro extra, ma non per decretare il vincitore del cam-
pionato. Come indicava il regolamento della competizione,
entrambe le squadre risultavano vincitrici. La partita aggiun-
tiva si rese necessaria per decidere a quale delle due squadre
sarebbero andate… le medaglie! Un attimo prima di allestire
la cerimonia di premiazione, infatti, ci si accorse che c’erano
solo undici medaglie. Il 13 settembre, nel campo di Flores Polo
Club, il Saint Andrews si impose per 3-1 (tre goal di Charles
Douglas Moffatt, due dei quali nei supplementari) in una sfi-
da particolare: i ventidue giocatori e l’arbitro erano nati nello
stesso Paese, cosicché il primo titolo argentino fu al cento per
cento… scozzese!
Per quanto riguarda i vincitori “multipli”, nulla uguaglia
quanto accadde in Gran Bretagna. Nel capitolo 19 “Qual è sta-
to il primo torneo ufficiale per le Nazionali?” si è spiegato che,
nel corso di un secolo, dal 1883, si affermò un torneo di Na-
zionali chiamato The British Home Championship, a cui par-
teciparono giocatori in rappresentanza dell’Inghilterra, della
Scozia, del Galles e dell’Irlanda. Il campionato si decise sem-
pre attraverso la totalità dei punti, senza tenere in considera-
zione i goal fatti o subiti. Per questo, quattordici volte furono
incoronati due campioni e cinque volte il titolo fu condiviso
in tre. Ancor più stravagante ciò che accadde nell’edizione del
1955-1956: ciascuna squadra selezionata vinse una partita, ne
pareggiò un’altra e perse quella restante. Così, si verificò l’uni-
co caso della storia del calcio in cui tutti, assolutamente tutti i
partecipanti di una competizione, poterono gridare: «We are
the champions!».
100
Che cos’è il Var?

I
l Var è un metodo di arbitraggio che prevede un ufficiale di
gara (Video Assistant Referee, l’assistente a video dell’arbitro)
che collabora con l’arbitro in campo. In caso di azioni dubbie,
l’assistente rivede l’azione e segnala via radio all’arbitro la propria
opinione. A quel punto, l’arbitro può visionare a sua volta l’azio-
ne su uno schermo a bordo campo, e modificare eventualmente la
decisione presa. La decisione finale spetta all’arbitro.
Il Var è stato approvato dall’Ifab (International Football
Association Board), l’organizzazione che decide e aggiorna
le regole del gioco, il 6 marzo 2016. Non crediate però che
azzererà le polemiche e i dibattiti post partita. Un po’ perché
l’arbitro, come si è detto, ha il potere di ignorarlo, un po’ perché
può essere usato solo in quattro casi: 1) goal-non goal (ossia per
vedere se la palla ha completamente superato la linea bianca); 2)
fallo dentro o fuori area; 3) rosso diretto (espulsione per grave
fallo); 4) errore di identità (equivoco sul giocatore da ammonire
o da espellere).
Durante i Mondiali per club del 2016 in Giappone il Var
creò un po’ di situazioni strane, tanto da far dire a Luka Mo-
dric, centrocampista del Real Madrid: «Per me non è calcio».
Nella semifinale tra Atlético Nacional de Medellín (Colom-
bia) e Kashima Antlers (Giappone), venne assegnato dall’ar-
bitro ungherese Kassai ai giapponesi il primo calcio di rigore
con l’utilizzo del Var. Peccato che il giocatore che aveva subìto
il fallo fosse in fuorigioco. Non solo: passarono quattro minuti
e venti secondi prima che il rigore fosse decretato. Nel frattem-
po il gioco era ripreso: cosa sarebbe successo se in quei minu-
ti l’Atlético Nacional avesse segnato un goal? Nella seconda
semifinale dello stesso torneo, altre polemiche: la stella del
Real Madrid Cristiano Ronaldo segnò il goal del 2-0 contro
l’América (Messico), ma l’arbitro paraguaiano Enrique Cace-
res prima assegnò il goal, poi parve annullarlo su segnalazione
di fuorigioco fornita dall’assistente e infine ribadì la prima de-
cisione interrompendo il gioco.
Insomma, si rischia di perdere l’immediatezza del calcio e di
creare non poca confusione nelle teste di giocatori e tifosi. Tut-
tavia, è giusto riconoscere che il Var ha consentito agli arbitri
di correggere molti errori commessi in buona fede, e per questo
motivo sta pian piano convincendo anche i più scettici.
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“Crónica”, “La Prensa”, “La Razón”, “Uno”, “Libre”, “Página/12”.
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Cile: “La Tercera”, “El Mercurio”.
Colombia: “El Tiempo”, “El País”.
Italia: “Corriere della Sera”, “la Repubblica”.
Spagna: “As”, “Marca”, “El Mundo”, “El País”, “La Vanguardia”,
“Mundo Deportivo”, “ABC”.
Regno Unito: “Daily Mail”, “The Times”, “Evening Standard”,
“Daily Telegraph”, “Daily Mirror”, “The Independent”, “Herald
Scotland”, “WalesOnLine”.
Stati Uniti: “The New York Times”.
Uruguay: “El País”, “El Observador”.
Riviste
“Campeón” (Argentina)
“El Gráfico” (Argentina)
“FourFourTwo” (Regno Unito)
“Guerin Sportivo” (Italia)
“Mundo deportivo” (Argentina)
“Placar” (Brasile)
“Soho” (Colombia)
“Sports Illustrated” (United States)
“Total Football” (Regno Unito)
“Un caño” (Argentina)
© LUCAS PEREZ ALONSO
Luciano Wernicke è nato nel 1969
a Buenos Aires, in Argentina.
È laureato in giornalismo. Ha lavorato
per 22 anni all’Agencia Diarios y No-
ticias e ha collaborato con numerose
pubblicazioni come la rivista El Grafico
e il quotidiano sportivo Olé. Attual-
mente è editorialista per Univision
Network (USA).
Wernicke è autore di numerosi libri di
sport, pubblicati in più di venti Paesi.
@lucianowernicke
www.lucianowernicke.com

www.deaplanetalibri.it

@DeAgostiniLibri

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@deaplanetalibri

ART DIRECTION: MARCO SANTINI


GRAPHIC DESIGN: FABIO MITTINI
Cento domande e cento risposte
per ripercorrere la nascita
e lo sviluppo dello sport
più popolare al mondo.

Un viaggio al centro
della storia del calcio,
alla scoperta della sua filosofia
e dei valori su cui
è stato fondato.