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Conclusione

Il momento più difficile per chi scriva su Landolfi è quello finale,


allorquando si cerchi di orientare verso un’immagine d’insieme il
groviglio dei fili della discussione. Poiché infatti si è nella necessità di
costringere in una forma ciò che vanifica ogni tentativo di essere
racchiuso.
La vita di Tommaso Landolfi giunge avara di notizie, avvolta com’è in
quella solitudine e in quell’isolamento che la vecchiaia ha soltanto
accresciuto. Neppure gli amici sanno. A noi egli consegna una girandola
di spostamenti, l’affetto per l’avito palazzo di Pico, la tenacia della penna,
un’immensa cultura, la passione per l’azzardo. E immancabili compagne,
malinconia e tristezza, fin dalla più tenera età. Singolare e misterioso, egli
si è attirato quella fama di dandy che non è altro, probabilmente, che
conseguenza del rifiuto, della negazione, della refrattarietà.
Landolfi è uno che non si sa come prendere:

Anche lo spirito più preoccupato di giudicare e abituato alla


condizione comoda delle somme tirate, qui comincerebbe a
temere qualcosa: finirebbe magari per buttarsi a un gesto di
approvazione o di rifiuto, ma immediatamente gli darebbe noia
questa fretta sollecitata istintivamente dai suoi gusti.1

Così si spiegano anche le diverse interpretazioni della critica, spiazzata


dal Nostro: c’è chi lo considera sempre falso, chi prova a isolarne il
presunto cambiamento alla genuinità, chi sostiene che sia poco utile
indagare se l’indagato fa di tutto per depistare, rendendo ogni approccio
una fragile ragnatela di congetture.

1
Tommaso Landolfi, a cura di C. Bo, cit., pag. 5.

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D’altra parte tutti sono concordi nel riconoscere che lo scrittore si è
presentato sin da subito estremamente maturo. Noi abbiamo detto che già
dagli esordi Landolfi si imbatte in quei problemi su cui rimuginerà in tutta
la sua produzione, rimanendo sempre fedele a se stesso: insomma egli
aveva visto sin dall’inizio, e il passare degli anni ha solo accentuato il suo
rifiuto, aumentato l’amarezza, ridotto la speranza ad un’esile, quasi
invisibile, falce di luna. Eppure qualcosa rimane, se è vero che il Nostro
non depone mai le armi, nemmeno negli ultimi travagliati anni di vita.
Nel periodo 1937-1942, all’interno cioè di una produzione relativamente
omogenea, abbiamo ricercato alcuni spunti, estendendoli, qui più qui
meno, alle composizioni successive. Lo abbiamo fatto servendoci della
linea di collegamento dell’opera omnia landolfiana: l’impossibilità di
trovare riposo in uno schema, il continuo cozzare contro il muro del
paradosso, il perenne viaggiare scartando qualsiasi parvenza di soluzione.
Le cose2, scrutate dall’occhio penetrante di Landolfi, perdono
consistenza, si deformano, rivelano la loro arbitrarietà, smarrite
nell’insensatezza più angosciante. Landolfi ha l’abilità, o la condanna, di
scavare le suddette cose, esaurendole, svuotandole, mostrandone il
rovescio. Ingrandite e pervase dal modo di vedere dello scrittore, queste
smarriscono i loro confini, si guardano allo specchio ammettendo di non
possedere limiti definiti. Possono perciò crearsi collegamenti, analogie,
paragoni e legami tra le cose più lontane; nulla viene considerato
isolatamente, tutto scivola e penetra nell’altro e l’identità pare solo una
folle acquisizione.
L’ironia è la madre della visione dell’alto che incrina e abbatte anche le
più solide pareti: il fantastico allora non è altro che una realtà alla stregua
delle altre, di quelle unanimemente accettate, per cui è poco utile servirsi
del detto termine, dacché pone una distinzione che non sussiste. E cioè, al

2
E’ il caso di usare un termine così vago e onnicomprensivo.

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contrario, si può dire che tutto è fantastico, o meglio, tutto è ugualmente
falso.
Solo la volontà, l’insulso credere, forgiano il mondo in cui si vive; in cui
si crede, appunto, di vivere.
L’ironia, supremo frutto dal retrogusto di morte, pone la realtà in quel
punto angoscioso in cui più alto è il rischio che tutto svanisca,
azzerandosi nel mare del dubbio: e in alcuni penosi istanti di lucidità
sembra veramente che il mondo non possa resistere ancora a lungo a
quegli attacchi. Ecco allora cosa può capitare, come al protagonista di un
breve racconto: “d’improvviso […] il mondo intero sembrò vestirsi di
cenere; antica iperbole che talora prende forza d’immagine concreta e
quasi visiva […] ”3
E però mai ci si stacca davvero, completamente: Landolfi sa che è
impossibile. Egli arriva ad ammettere l’autosuggestione dalla quale sorge
l’universo e tuttavia sembra andare contro la sua veggenza. Ritorna al
reale ad ogni costo, perché non può farne a meno: c’è una forza oscura
che spinge instancabile affinché si continui a vivere, e la si chiami pure
come si preferisce.
Nell’altalena di movimenti di allontanamento e riavvicinamento c’è
qualcosa di stabile: l’impossibilità di entrare perfettamente nel mondo e
l’impossibilità di uscirne. Landolfi è sempre in movimento; fermarsi, cioè
vincere ogni pulsione, è una situazione irraggiungibile. L’immobilità è
legata all’idea di morte: basti pensare alla scena delle Madri nella Pietra
lunare o al gelo d’oltretomba che immobilizza i vari alter ego di Landolfi
alle prese con i numerosi esemplari del bestiario.
Anche sofferenza e pietà contribuiscono a vanificare ogni pretesa di
definitivo abbandono del mondo. La sofferenza infatti si confonde con le
nostre radici, è la nostra intimità: finché si soffre non ci si divincola dalla
presa del reale. E’ proprio la sofferenza a comparire spesso in maniera
3
Stazioni morte, in A caso, cit., pag. 221.

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pacata e silenziosa nelle pagine dello scrittore. E lì accanto la pietà: “[...]
non è la pietà il mio sentimento fondamentale? Io vivo provando pietà e si
può dire non faccia altro, vivo di pietà”4: presenza quindi costante,
sebbene, per così dire, tra le righe, più evidente nell’assenza (quasi che
Landolfi non volesse intaccarne la superficie con un primo piano).
E dunque, chi rifletta sul mondo di Landolfi scoprirà che esso è forgiato
dalla volontà oscura, sorda matrice, dalla sofferenza e dalla pietà: illusioni
creatrici, zoccolo duro dell’esistenza, sono ciò che plasma tutta la falsità
dell’universo. Ma non si provi a liberarsi dalla loro stretta: sarebbe come
voler approdare al nulla, e questo è impossibile per definizione.
La libertà è un concetto privo di senso: certo è lecito protestare contro il
vile asservimento all’esistenza, è lecito denigrare la spudorata menzogna
della realtà; ma sia ben chiaro che noi siamo quella menzogna e senza di
essa non saremmo alcunché. Come allora poter solo pensare la libertà?

Se c’è una cosa di cui non si sappia che fare, è proprio la


libertà; essa non è nemmeno una cosa, ma un fiato, un nulla,
che attende la sua qualificazione e la sua destinazione. Che è,
come ho detto, la schiavitù. La libertà non può essere uno
scopo; almeno, povere quelle genti e quelle epoche che se la
propongono come tale. O, in parole più pertinenti, si potrebbe
anche dire che il principio regolatore dell’universo non è un
principio dilatativo, scusate la brutta parola, sibbene un
principio contrattivo; non uno, scusate daccapo, estrittivo,
sibbene uno costrittivo […] 5

La libertà è un nulla e qualsiasi tipo di qualificazione è schiavitù. Non ci


si può quindi sbarazzare impunemente del mondo, liberandosi da tutto,
giacché esso mondo ritornerà con tutta la sua sagoma ingombrante e
fascinosa.
Impossibile pertanto è anche il caso, il quale, nell’intendimento comune, è
ciò che prescinde da qualsiasi costrizione. Per quanto Landolfi tenti di

4
Rien va, cit., pag. 125.
5
Un concetto astruso, in Racconti impossibili, cit., pag. 97.

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vivere o scrivere a caso, o di ragionare al di fuori di qualsiasi logica o
modello, non riesce comunque a ipotizzare, e neanche ad immaginare,
alcuna fuga verso un alternativo universo del caso. Sentiamo a proposito
della celebre trovata del due più due cinque:

lo stesso Dostoevskij, che tirò fuori questo detto del due più due
cinque, ci credeva nel profondo? Ci credo io stesso? Senza
dubbio perfino Dostoevskij pensava che due più due facesse
cinque in un certo ordine, non in tutti gli ordini possibili. Forse
penso anch’io in un tal modo assurdo, per una sorta di gelosia,
di gelosa cura di me, mal giustificabile razionalmente; voglio
dire che provare a pensare il contrario, il solo provare, ci dà un
vasto orrore e ci fa quasi udire l’acuto scricchiolio, il gemito di
ciò che si è convenuto di chiamare la personalità, come le sue
strutture fossero sottoposte a una sollecitazione soverchiante:
qualcosa di paragonabile all’orrore incontrollato della
disgregazione fisica. Dal che peraltro io non cavo nulla, non
essendo ciò sufficiente per concludere né che due più due
quattro sia una verità naturale ed assoluta, né che noi siamo fatti
o voluti in un determinato modo e veri solo se pensanti in quel
modo particolare. Resta che se riuscissimo a spezzare la
schiavitù del positivo tutto forse procederebbe più spedito e la
terra stessa girerebbe per i cieli in un altro e men monotono
modo. Mentre, cosa fanno Lobačevskij (se è lui) e compagni?
Infrangono sì la geometria euclidea, ma per poi ricadere subito
in un nuovo sistema positivo. Del resto improvviso
vergognosamente, e se non sbaglio ci si sta arrivando da
qualcuno al sognato, a un sognato… (avrà un nome preciso ma
io lo ignoro)… insomma ai da me sempre vagheggiati calcoli
od esperimenti che diano una volta un risultato e una volta un
altro, senza ragione apparente; che non si sa se basteranno, che
pure son già qualcosa. Ma ecco anche qui: io stesso dico senza
ragione apparente, il che presuppone la certezza di una ragione,
di un motivo almeno nascosto, ed è in rientrare per la finestra.
A dire: senza ragione, pare non ce la facciamo, e tanto peggio
per noi.6

Tutto viene sempre ricondotto a un sistema: libertà e caso sono


inattingibili. Siamo schiavi del nostro modo di interpretare, laddove
l’unica possibile esistenza è appunto quella dello schiavo.
Calvino sostiene che le assidue riflessioni di Landolfi su libertà e caso e la
passione per il gioco d’azzardo siano riconducibili alla inesausta ricerca
6
Rien va, cit., pagg. 145-146-147.

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da parte dello scrittore di un’alternativa alla necessità: sarebbero delle
manovre per sconfiggere l’ineludibilità, e con essa la morte, cioè ciò cui
siamo sovranamente destinati, l’ineludibile per eccellenza. La morte
d’altronde appare spesso nei racconti e nei diari di Landolfi, entità cieca,
inspiegabile, incomprensibile. E in Rien va, a proposito della figlia,
leggiamo: “Ecco, di questo forse sarei felice: che realizzasse la grande
idea del suo sciagurato padre, che vincesse la morte.”7
Io credo che tutta l’opera e il pensiero di Landolfi possano essere
interpretabili come disperati tentativi di visione a-schematica: disperati
nella consapevolezza che essi non possono mai darsi a qualcuno. Il
mondo risulta essere infatti lo schema per eccellenza, e Landolfi sa che
egli stesso è parte del mondo, incontrovertibilmente. Per questo la verità è
inconcepibile e l’unica via percorribile è l’errore.
Chiedersi, poi, quanto tutto questo sia connaturato all’animo landolfiano,
e quanto invece sia dovuto all’inettitudine alla vita, è altra cosa.
Chiedersi, cioè, se scoprire menzogne nell’intero universo sia dote amara
ma assolutamente radicata e incancellabile nel Nostro, o sia piuttosto
l’alibi di chi è escluso, di chi non può. D’altra parte lo scrittore dovette
rivolgere a sé la stessa domanda: negare o dubitare in ogni circostanza,
porta a negare o dubitare della validità del dubbio o negazione. Ecco
pertanto farsi largo l’ipotesi della stupidità del rimuginare: “Come sono
sciocco nelle mie dubbiosità e nei miei eterni problemi!”8 Landolfi
dovette pensare più volte che il suo fosse un atteggiamento di ripiego.
Egli partecipa e non partecipa al gioco, si mischia e si astiene: proprio lo
ritiene insulso, oppure preferisce, in fin dei conti, non ammettere la
mancanza delle caratteristiche per giocare? Sbilanciando una risposta, ora
direi tutte e due le cose: insomma dubbio d’attacco e dubbio di difesa. E
forse si potrebbe a buon conto chiosare che le due ipotesi tornano al

7
Ivi, pag. 125.
8
Ivi, pag. 36.

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medesimo: poiché avere attitudini alla realtà è ritenere essa stessa vera,
sensata, in una parola, reale; poiché non vedere che inganno e costrizione
nel reale è non possedere le carte d’accesso al gioco. Credere è giocare, in
breve, ed è valido il viceversa.
Condannato all’esitazione e alla mobilità, votato all’eterna metamorfosi,
Proteo novello, proprio per questo Landolfi non può impegnarsi troppo,
proprio per questo non può astenersi al tutto. Non rimane che
“giochicchiare”, assentarsi e ripresentarsi, mai eccessivamente convinti.
E’ un Orfeo particolare, al quale gli dei concedono la possibilità periodica
di cantare per riavere l’amata. Ed ogni volta che egli abbia convinto le
forze supreme a schiudergli le porte dell’Ade, eccolo, percorrendo il
sentiero verso Cerbero, girarsi e guardare e perdere.
Nell’ultima parte del nostro lavoro, quella che ha avuto più necessità di
muoversi in tutto l’arco della produzione landolfiana (per cause di forza
maggiore, come ho detto a suo tempo), si è cercato di dimostrare come la
scrittura del Nostro sia normale conseguenza del suo modo di pensare.
Giocare allo scrivere è verificare ancora una volta il proprio inevitabile
fallimento. Perciò dunque? Scrivere, interpretare e sbagliare sono un
unico movimento: si scriva, allora, ma sottolineandone la mistificazione.
Si scriva come se si parodiasse, come strizzando l’occhio, come
ascoltandosi. Si scriva come se ci si vedesse mentre s’impugna la penna,
proni al fato maligno. Landolfi osserva sin dall’inizio tali precetti.
E’ scrittore elegante e ricercato, la cui raffinatezza estrema assurge a
simbolo di vitalità deficiente: la raffinatezza del dubbio.
Nella partita a scacchi con la pagina bianca, se perdere si deve, lo si
faccia con la miglior arte possibile: per questo la scrittura di Landolfi
adotta una tecnica ineccepibile, ama appoggiarsi alla tradizione,
adoperandosi il più possibile per cercare di rendere gloriosa ogni
battaglia. Le conoscenze del gioco letterario servono ad avanzare verso il

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limite infinito: con la testardaggine di chi voglia guadagnare sul nemico
qualche piede di terra, con la disperazione di chi veda frustrati i suoi piani
bellicosi.
Giunti al paradosso si ritorna al senso comune, scoperta l’impossibilità
dello scrivere si abbandona lo scritto; e ancora: vista l’assurdità del
mondo lo si respinge, di fronte all’inconcepibile libertà ci si vende come
schiavi; infine, faccia a faccia col caso ci si ritrae sgomenti perché non si
può distinguerne il volto.
La tradizione letteraria svolge perciò la funzione di appiglio al quale ci si
aggrappa per non scivolare nel nulla, così come ci si aggrappa d’altro
canto al reale, alle sue parvenze, per non precipitare. Se il silenzio è
impossibile, perché qualcosa spinge a scrivere nello stesso modo in cui
qualcosa spinge a vivere nel mondo, allora Landolfi cerca qualche
fondamento rifacendosi ad “un’infinità di precedenti storici: come uno
che volesse documentarsi e garantirsi.”9 Proprio così: i classici e la
tradizione sono le garanzie da opporre al nulla; e poiché esse garanzie
sono fasulle, anche su queste s’impunterà il piglio del Nostro.
Falqui, parlando della Pietra lunare e del Mar delle blatte e altre storie,
afferma:

Per un redivivo Rajna, che amasse sprofondarsi nella ricerca


delle fonti di certa libresca letteratura del Novecento, quale più
intricato e affatturato autore di Tommaso Landolfi? Ma, nel
contempo, presso quale autore una simile indagine, se aliena
dall’appagarsi di un’elencazione culturale darebbe oggi un
risultato più infruttuoso di quello che in definitiva può ricavarsi
dal pur composito Landolfi? In altri termini: con quanto
effettivo tornaconto critico si son sentite […] citare e ricitare
dozzine di scrittori, di tutte le specie e di tutte le epoche?10

9
E. Falqui, La pietra lunare, cit, pag. 442.
10
Ivi, pag. 441.

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Arduo è dire quale indagine possa risultare fruttuosa: Landolfi si ritrae.
Sempre, sin dagli esordi, con quello stile inconfondibile, suo eterno
compagno. Cosa dice Landolfi?

Il discorso su cosa Landolfi veramente dice è ancora tutto da


fare. Perché egli segue sempre il filo d’un suo discorso, quanto
più dichiara di “non aver niente da dire”. Non tarderà a venire
il momento in cui la sua filosofia verrà estratta dal bozzolo
d’interrogazioni senza risposta, contraddizioni, declamazioni,
provocazioni che l’avvolge. Se il nostro intento è ora solo di
comunicare il piacere di leggere Landolfi in superficie, è
perché questo è il primo passo necessario.11

Così Calvino. Il piacere di leggere è condizione necessaria ma non


sufficiente: per estrarre si cerchi sotto la superficie. Similmente:

Landolfi è un giocatore appassionato e di gran classe. Gioca


sulla chiarezza della superficie, dell’invenzione, della favola
per eclissare qualche altra cosa. Ma poi gioca sul senso di
quell’eclissamento, per adescarci a sollevare il velo. A questo
punto, forse, non gioca più.12

In sostanza non ci si balocchi soltanto con l’immagine di copertina. Dirò


di più: forse è essenziale, per cercare di comprendere qualcosa di
Tommaso Landolfi, iniziare a dimenticare ciò che si è letto: operazione
assai rischiosa, poiché spesso, cessando la memoria dello scritto, cessa
anche quella dell’autore. In questo caso però tale abbandono giova:
affiorano distinte due prepotenti impressioni. La prima è come il
presentimento di essersi trovati al cospetto di un artista della lingua,
dotato di vastissima cultura e principe nella tecnica della scrittura. La
seconda è invece la sensazione di un “sottile malessere spirituale”13 che
permane nell’aria, quasi fosse lo spirito ultimo di Landolfi, e che si
trasmette al lettore come una malattia contagiosa dell’animo.
11
I. Calvino, L’esattezza e il caso, cit., pagg. 420-421.
12
G. Debenedetti, Il “rouge et noir” di Landolfi, cit., pag. 313.
13
Come s’è detto in precedenza, queste sono parole di Carlo Bo (nel volume da lui curato, Tommaso
Landolfi, cit., pag. 50).

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L’impressione scomoda, in definitiva, di aver incontrato un uomo
inquieto e, a dirla tutta, imbarazzante.
Se poi ci sforziamo ad alzare e stracciare il velo della pagina, troviamo
qualcuno che punta gli occhi sul volto assurdo di una dea inconcepibile: è
l’“Impossibilità, / Dea senza altare”, l’altro è Landolfi, maestro
“cantore”14.

14
Impossibilità, in Viola di morte, cit., pag. 284.

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