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Il triangolo dell'obbedienza e altre storie

Carlo Santulli

2009

Ad Eugenia, Lucia e Francesco

Avvertenza Questa raccolta, che nasce due anni dopo Ghigo e gli altri, con materiale parzialmente gi pubblicato su Progetto Babele e in altri luoghi, comprende anche un racconto di Marco Roberto Capelli, Risonanza, in quanto fonte d'ispirazione per il suo seguito, La meccanica del taglio. Include inoltre Giri recisi, racconto scritto a due mani con Valeria Francese, che aveva gi curato la prefazione di Ghigo e gli altri. Terni 31 dicembre 2009

Sulla genesi di Giri recisi: quasi una prefazione di Valeria Francese Giri Recisi nato come nascono le stelle e cio per puro collasso. Si giunge talvolta nella vita ad un grado di instabilit energetica davvero intollerabile, una sorta di implosione, nella quale le particelle esistenziali sono messe a dura prova nel colloquio conflittuale con la forza di gravit. E nato pi o meno cos, come nascono le stelle, per implosione e per fusione di due stati esistenziali, ciascuno a ridosso del proprio collasso, il racconto Giri Recisi, scritto a due mani, e presente in questa seconda raccolta di Carlo Santulli. Scrivere con Carlo stato come assistere dallinterno alla formazione di una stella, per bellezza, complessit e rarefatta luminosit. Oggi credo che scrivere con lui sia stata una delle esperienze di scrittura piu affascinanti che io abbia mai vissuto. Scrivere, per chi ama scrivere, non unesperienza, un collante unico con la vita. Ma forse, anche per questo, un po solipsistica. Ma scrivere, per chi ama scrivere, con unaltra anima che ama scrivere, dota i sensi di colori ed oggetti nuovi, di nuove parole, impiega nuovi tempi, suggerisce, e mai in ritardo, battute originali. Di solito si dice: E nato, cos, quasi per caso. Ma non poteva essere un caso, il nostro. Non poteva essere un caso che Carlo, amorevolmente, sapesse dei miei collassi, ed io, forse, intuissi i suoi, temporanei, ma pur sempre rumorosi. Il tutto per partenogenesi, perch a fecondare la creativit stato un incontro distante, di idee, di pensieri, di comunicazione solo frammentata, appena accennata. Non poteva essere un caso che, mentre chiacchieravamo su una delle piu note wall del mondo, quella di facebook, mi sia ritrovata a palesargli la mia idiosincrasia per lelemento virtuale, per la cattiva ingerenza che compie il web nelle maglie del nostro gi compromesso buon senso. Non poteva essere un caso, dicevo, ed infatti non lo fu, che lui mi proponesse di avviare la scrittura del mio disagio, di cui egli solo a tratti poteva avvertire le ragioni profonde (senza che poi, profonde, lo fossero davvero o mai potrebbero ad oggi, sembrarle). In realt, provo forse a pensarci oggi, quando Carlo mi ha proposto questa scrittura a due mani, non fu affatto per raccontare una storia centrata sugli elementi doppi e surreali di quanto viviamo nel virtuale, quanto si tratt di raccontare la nostra stessa esperienza di doppi e singoli, nella schisi quotidiana che il nostro vissuto. Ed cos che mi piace pensare a Giri Recisi, ad una sorta di messa alla prova delle nostre cariche virali in termini di empatia letteraria. E devo ammettere, senza pudori di sorta,

che le nostre scritture e dietro di esse, i nostri collassi, si sono perfettamente mescolati, infettandosi l'una dentro laltra, con estrema premura ed estremo rispetto luno dei mondi stellari dellaltro. Abbiamo lasciato una piccola ma significativa scia, sconosciuta per miliardi di occhi, ma ben nota ai nostri animi, in una galassia di vie interminabili: una scia che non lineare e forse nemmeno continua. E un giro reciso, un taglio inferto ad una spirale senza il coraggio di sollevarsi. Eppure, un ritorno su se stesso, che in qualche modo sa essere consolatorio, o direi catartico. E uno di quei giri che alla fine compiamo un po tutti nella vita e che si ritrovano ultimati, quando nemmeno ce ne siamo resi conto. E quello che troviamo alla fine di un cammino una serie di cose buttate alla rinfusa, un ammasso che non richiede selezione, non esige gerarchia, perch non collezione, semplicemente usucapione dello spazio vuoto. Non serve lamentarsi e non basta imprecare. A volte sufficiente scrivere di quel giro che rimasto incompiuto. E quello che abbiamo provato a fare. La scrittura di Carlo, man mano che si innestava sulla mia, senza mai sovrapporsi per pura sensibilit letteraria del nostro autore, mi rivelava nuove prospettive, mi elargiva consensi sugli snodi narrativi, riusciva a crearne di originali senza imporre una direzione che io, inesperta e timorosa al suo confronto, non riuscissi poi a regolare o, meglio, ad abbracciare con amore. Conosco bene la scrittura di Carlo, avendo io avuto lonore di scrivere per lui la prefazione alla sua prima raccolta, Ghigo e gli altri. Dunque, pur sempre e solo nel tempo della pura fruizione: adesso, con Giri, si trattava di interpretarne i meccanismi poietici, quelli del fare, in fieri, modularne la stessa voce, assumere, infine, gli stessi, o quasi, tratti stilistici. Devo dire che non mi stato dolente o faticoso: forse, per similitudine di sentire, forse per quella bont dellautore di cui parlavo prima, o forse, semplicemente perch, per quanto il giro fosse reciso, eravamo insieme a vivere il raggio di angolatura, coesi nel tratteggio delle atmosfere rotonde. E cos che mi sono accorta, una volta di pi della saldezza del suo incedere non cos robusta per da intaccare la finezza delle espressioni. Giri Recisi non un racconto, una stella nata in due stanze diverse, da due mani diverse, da ununica intenzione, per, di percorrere a tutto tondo una semplice emozione. E cos che abbiamo duplicato e poi replicato i nostri respiri narrativi, fino a diventare, ognuno di noi, in molti, eppure restando unicamente noi stessi: L'unica cosa che ricordo, oltre a quanto detto, di quei giorni, che finalmente mi sentivo uno, e non volevo pi essere mille, cio forse mi sarebbe piaciuto ancora, ma come un gioco senza importanza, un'ammuina che si fa per divertire i bambini e non perch tutto va a fondo, e pure noi.

Qui ho cercato solo di raccontare la genesi di uno scritto, a voi lascio la lettura di una vera rivelazione, di uno squarcio sul reale e sul finto (ma quanto sia finto poi il reale, a questo risponder ciascuno di noi). Ringrazio Carlo di cuore, perch riuscito, con la grazia energica della sua scrittura, a trasmettermi un messaggio importante, e cio anche il disagio piu grande pu essere affrontato con una buona dose di trasfigurazione ironica ed intellettuale, un po come nella maieutica socratica: la verit si partorisce con lironia e con il concetto. Scrivendo Giri, pagina dopo pagina, questo fine e dolce scrittore mi ha insegnato che non esistono, in fondo, molteplici mondi, n univoche strade, n troppa distinzione fra lessere e lapparire. Certe paure di collisioni, in fondo, non sono altro che il momento giusto, quello giusto e per questo da vivere, fino in fondo, per far nascere le stelle. E cio tutte le nostre, deboli ma irrinunciabili consapevolezze.

Giri recisi di Valeria Francese e Carlo Santulli Abitavamo in un attico, mia moglie, io ed i bonsai fuori in terrazzo. In cima, arrampicati al ventesimo piano, le nostre teste isolate dai rumori del suolo stradale, svettavano verso un cielo genuino. Ma quel pomeriggio, mi era parso che ghigni acustici di ogni tipo avessero preso a tirar calci alle nuvole celesti. Il tutto per un accento famigliare, che aveva corrugato persino lo spazio elettrico del citofono. Fausto, non ho le chiavi. Apri. Invaso da quellonda meccanica, come in un prestigio, mi aveva raggiunto uno schiaffo di chiodi in pieno viso. Mia moglie non era mai rientrata cosi presto dal lavoro. Mi assal il terrore. Preso dal panico, lunica cosa certa a cui pensai era che lei, come dabitudine, non avrebbe preso lascensore. Che sarebbero trascorsi ben venti piani di scale, prima di rientrare nel nostro appartamento. Non era per claustrofobia, no, troppo semplice. Per Nina, il salire a piedi offriva una percezione tutta cerebrale, attraversare una certa altezza interiore era un po come scalare una parete dellanima. Le risultava particolarmente gratificante. Forse perch lei nata in Oriente, dove si prendono in giro i baricentri e le dismisure naturali appaiono attraenti, dove si sminuzzano certe storie affascinanti sui viaggi mentali. Qui da noi, invece, si dovuta adattare ai surrogati delle altezze e scegliere, come luogo a picco nel quale esercitare il pensiero, tromba delle scale. E cosi che, mentre ogni volta si issava con le sue gambe bianche e leggere, quella spirale tutta mentale la risucchiava nel tempo di venti piani. Quelletere ristretto la prendeva a respirare ed era in quel momento che nei suoi occhi tagliati si edificavano i templi e che le sue labbra si inumidivano di paroline sagge e brevi. Le ho sempre ammirato quellarte della calma, io, inviluppato nella mia ansiosa distrazione, adoravo quel suo elogio dellattesa, la pazienza nel consumare le soste, nellabitare le stanche sequenze di scalini, l'uno dopo laltro, contando i passi, stimando il valore, misurando un pensiero. Facendo una cosa che sempre uguale a se stessa,come lo salire una salita. Ma mai, come quel pomeriggio, mentre lunica cosa che galleggiava nei miei occhi era il suo corpo lieve dentro unattenta e meditata scalata, desiderai che si fermasse l. una semplice, silenziosa, deserta

Ripresi a respirare lentamente. Ci sarebbero stati, da quel preciso momento in poi, venti piani. Dovevo restare calmo. Quella sua scalata di circa dieci minuti, forse, avrebbe evitato il mio inabissamento di anni. Siamo tutti di l, non puoi non esserci Leuforia di mio fratello Attilio era irritante. Tutti chi? E di l dove? E un network sociale dalle proporzioni aliene! Contro ogni piano regolatore, libert negli ingressi, nelle partenze e nelle edificazioni! Non c nessuno che non abbia un avatar, una wall, una finestra di dialogo! Si, ma a cosa serve? Mah. Lesitazione a quel punto necessaria smorz il suo entusiasmo. Seguita ad una qualunque domanda inopportuna, ogni risposta diviene puntualmente insostenibile. Beh, ci sei! concluse subito dopo. Il risultato della mia pur sommaria inquisizione deluse prima lui, fu evidente. Dunque, si trattava di una semplice attestazione di presenza. Vidi il suo faccione incassarsi nel collo a ridosso delle spalle, gettando unombra di disincanto sulle sue paroline fino a quellattimo eccitate. Eppure a mo' di residuo, gli sopravvisse un sorriso che mi procur un dispiacere ancora maggiore. Fu quasi per riscattarlo dalla sua incapacit di far corrispondere ad uno stato di contentezza una qualche verosimile motivazione, che cominciai anche io a far parte delle colonie virtuali. Imparai presto. Erano chat e sistemi di comunicazione simulati complessi e dinamici, luoghi animati da silhouette punteggiate, mondi di casi digitali, siti di riconoscimento della propria identit attraverso foto tanto simili, alle stampe segnaletiche dei fuorilegge. Si era in cerca di qualcuno che ci spuntasse sopra una foto, per sentirsi redenti, forse, da un peccato di noia. Cominciai a sentire le cose, buono o sbagliato che fosse, in termini di pixel. Il cosiddetto Libro delle Facce, sul mio PC aziendale, era giunto in breve tempo a contare almeno trecento icone umane, tutte persone che avevo conosciuto in qualche remota esperienza o conoscenze recenti da subito passate al rango di amicizie. Era molto semplice, bastava cliccare su un nome, digitare un nome, niente invocazioni n riti, era un semplice pizzicare il nome, per perdere quello che di pi personale non si avesse: il proprio nome. Mi presentai come Fausto Basso, per la mia identificazione con qualcosa che fossi io, ma pur sempre meno di un semplice me irrisolto.

Ero io perch suonavo il basso elettrico da venti anni, una cosa che mi serviva per grattugiare sulle corde, oltre che le mani, anche un vago senso di incompletezza. I giri in do diesis erano state come spugne abrasive del mio stato collerico perenne. Ma ora cera questo ulteriore diversivo, una specie di dea della distrazione a cui immolare il proprio ossequio, cera un mondo pi facile da vivere, da prendere in giro, da cui farsi sottrarre il tempo senza bestemmiare. Era una novit pura. Fausto Basso si presentava come un uomo attraente, con la barbetta dordinanza ed il sorriso laccato, un tipo che non metteva mai la giacca, dallo stile sportivo e lumorismo vago, si qualific come perennemente in ritardo su se stesso, forse alla ricerca di uno stile che non fosse poi tanto stilizzato. In poco tempo e senza difficolt divenne membro di altre mandrie transumanti: perch tutti andavamo ma non sapevamo bene dove, solo guidati dal feroce istinto di vincere la forza dinerzia. Noi mandrie prendemmo ad amarci e ad odiarci, scambiandoci sensi e significati come figurine da collezione. Fausto Basso era ci che era, finalmente, senza sentire il peso di ci che non era diventato, perch nessuno, nessuno che fosse come lui, cio scomposto nel volere e nellavere, si sarebbe mai preso la briga di chiedergli che cosa gli mancasse. Latmosfera delle connessioni virtuali era granitica, bucherellata solo ogni tanto da spiragli di ossigeno, in realt un ammasso inorganico che si animava per combinazioni ragionate. Fausto Basso comprese quasi subito il motivo della difficolt del fratello a motivargli una presenza nel virtuale. Non si era in nessun luogo. E alla fine, per esserci, in qualche modo si fa attecchire l, nel non luogo, le attese che non vogliono viversi, le scale che non si vogliono salire, i pensieri che non si ama ascoltare, tutto l come nel grande baule del robivecchi. Ammasso che non richiede selezione, non esige gerarchia, perch non collezione, semplicemente usucapione dello spazio vuoto. Io avevo una moglie che orientale, che amavo per il suo destino genetico che la fa essere cosi attenta e dedita ai sorseggi visivi ed ai silenzi. Ma Fausto Basso invece aveva una moglie che era orientale, che amava per il suo destino genetico che la fa essere cosi attenta e dedita ai sorseggi visivi ed ai silenzi. Ma che non riusciva a rendere madre. Ed era dunque questo il vero non luogo, lassenza da riempire, la tromba delle scale nella quale sprofondare. Fausto Basso che prendeva a scorticare vivo il suo strumento, suonando in do diesis, che colmava i non luoghi con labbondanza delle sue chiacchiere non orientate, non era capace di generare un figlio, di saturare quello spazio uterino da cui germoglia la

vita. Ci che si ingrossavano erano le sue conoscenze sgrammaticate, le donnine del passato e del presente che gli offrivano compagnia, ma non la pancia di sua moglie, che non riusciva a lievitare nemmeno con un atto sincero damore. Fu dunque la solita e banale storia: mentre Fausto Basso sorseggiava la consueta bevanda elettrica nellosteria dei luoghi virtuali, il che finalmente aveva risolto l'imbarazzante problema sociale della sua astemia, l'avatar di Carla lo aveva contattato, un bel giorno occhieggiandogli da una lingerie color plastica, Amica di Vecchia Data, si present. Il non luogo era divenuto attraente, saporito e comodo da abitare, un terreno che non doveva fertilizzare perch il concime naturale era dato dalla semplice inconsistenza nella creazione. Carla fu per Fausto Basso la corda elettrica da far vibrare, assecondando un groove, un movimento lento e dalla scansione costante, come solcare un terreno alla stessa profondit e lasciarlo vuoto, senza seme. Venti piani di scale. Lei come un geco scalatore, con la frangetta vaporizzata dal fiato e la stanchezza che sibila dai polmoni. Distinto mi ero fermato con lo sguardo sui bonsai permanentati fuori in terrazzo e l la misi a fuoco, come sempre appollaiata su uno sgabello dinanzi ai suoi bonsai, ad irreggimentarne le procacit con fili di rame. Quando le radici sono esposte, fuori dal terreno, il bonsai assai delicato ma anche molto ricercato. La sua voce esotica prese a vibrarmi nelle estremit del corpo. Tutte le sue costruzioni verdi si stavano installando ora nei miei umori come nani nei giardini, e si moltiplicavano, proliferavano, come tutti i miei contatti virtuali, ma pi disciplinati, pi lievi e sinceri, con tutte le loro chiome sempre puntuali, che lei curava con la dedizione di una madre. Le radici esposte che lei amava erano autentiche come lei, esposte come i quadri senza la cornice, nudamente in s e belli per ci che senza ornamento sanno essere. Anche quando la conobbi, risalt la sua leggera vena azzurrastra, scolpita in altorilievo sulla pelle bianca del suo collo. Cera da riflettere sul diritto di esposizione delle cose. Ritornai alla tromba delle scale in pochi secondi. Le cose sarebbero andate cosi, infine. Intorno al settimo piano Nina avrebbe avvertito stanchezza e coltivato rampicanti di sudore, soffiandosi la frangetta asimmetrica sulla fronte con un getto di fiato. Infine, quel respiro ingrossato nei polmoni avrebbe intonato un accento, una sonorit quasi vitrea, ed un colpo di tosse avrebbe annunciato il suo arrivo imminente, tranciato con

un piccolo grido di vittoria mutilata, ma solo intorno al diciannovesimo piano. Non uno scalino oltre quella sua tosse, Carla avrebbe avuto il tempo di rivestirsi senza ricordare un attaccapanni. Gi, perch lei era qui con me, nellattico dove mia moglie si sentiva alta come il Fujiyama, era stata nel nostro letto, proprio lei che non aveva abitato nessun luogo se non letere elettrico, ora occupava uno spazio che ugualmente non era mai stato il suo. Ma non era affatto colpa di quella figurina di carne che mi aveva fatto l'occhiolino dal mouse viaggiante. Io la desideravo da quando lavevo vista cosi vinta, e pure lei cosi sinceramente esposta. Il groove che non sentivo pi da tempo n sul basso n con Nina, si era sollevato insieme alla sua gonna. Insieme agli accessi fatti nei siti virtuali. Sbagliato o buono che fosse, io sentivo in pixel. Carla cominci a farsi pallida, quando si rese conto che se per spogliarsi le erano bastati tre minuti, non le sarebbero serviti nemmeno trenta per vestirsi. Per lansia non riusc nemmeno ad inforcarsi la sua camicetta dorganza. Sbiadivo con lei mentre mia moglie era ancora persa nei fiori di loto che galleggiavano nelle sue iridi liquorose. Ma al diciottesimo piano risuon austero, nella tromba delle scale, quel colpo di tosse. Allora distinto Carla si gett fuori sul pianerottolo con una gonna al rovescio ed i tacchi delle scarpe infilati nella pancia, suggerendo a se stessa, fra le possibili via di fuga, il soffitto a ridosso delle nuvole o anche un fortuito incontro con lascensore al piano. Mi dispiace, mi dispiace! riuscivo solo a dire e non era nemmeno poi cos vero. Ma lei guardava dritto davanti a s e tremava ripiegata su se stessa come un gatto con la scoliosi e spingeva verso il basso gli angoli delle labbra come a soffocare lo scoppio di un grasso pianto. Non capivo esattamente che cosa temesse di perdere. Lo capii solo dopo molto tempo. Lascensore era libero ma al piano di sotto e lo chiamai. Ma Carla, con un tacco ora infilato nel fegato, si era lanciata gi con sofferenza verso la rampa breve che l'avrebbe portata nel sottotetto. Per qualche strano diritto di esposizione, si erano messi a salire almeno un piano insieme, con intenzioni e sensi diversi, mia moglie, la mia amante, il vano dellascensore. Io, invece, ero rimasto immobile. Per muovermi, avrei dovuto avere uno spazio dove andare, dove realizzare se stesso, o semplicemente realizzare di esserci. Avrei potuto lanciarmi io stesso di sotto, cosa indubbiamente interessante per i giornali del giorno dopo, e naturalmente nel Libro delle Facce mi avrebbero taggato, indicizzato furiosamente irridendo, con totale irrilevanza, al fatto che alla fine della storia io fossi sfracellato su un comunissimo pianoterra di porfido rosso o di granito rosa, o se... ma non me la

sentivo di obbligare Fausto Basso a morire, con quello sciagurato nome da ciclista in fuga sui monti. Ma naturalmente queste erano considerazioni troppo estese per i pochi secondi che dur tutto questo, nella concitazione del sistema politachico vincolato, anche se disgiunto, comprensivo di ascensore, moglie e amante. Potevo giustificarmi, inventare una delle tante scuse che certi uomini imbastiscono per le donne, cui esse fingono di credere, per non complicarsi la vita con un raddoppio delle bollette e delle spese generali. Cio: avrei potuto, ma non potevo obbligare Fausto Basso a farlo: posso ammettere inoltre che Carla mi piaceva? Mi ero obbligato infinite volte a non spingere quel pulsante Commenta/Mi piace. Che vuol dire quando il collega ti scrive che ha avuto mal di pancia tutto il giorno, rispondergli che ti piace, specialmente se lui sa che in fondo in fondo un po' ti piace, se non altro per startene finalmente in ufficio da solo, magari per accenderti pure una sigaretta in santa pace. S, mi piace Carla, o forse l'idea di avere una Carla, e non vorrei staccarmi da lei, che intanto si era incontrata con l'ascensore, ed in qualche modo aveva scollato il tacco dalle proprie viscere, con un'indifferenza che, pur vedendola molto confusamente dallo spioncino telescopico del mio pianerottolo, puntato sul lucernaio, come ci era stato raccomandato dalla Polizia, mi aveva colpito. Si era incontrata con l'ascensore, che era salito a fine corsa, ma anche con Nina, anzi con un suo colpo di tosse, stavolta placido, un po' indolente. Vederla passare, senza degnare di uno sguardo n la nostra porta n me che dietro quella porta sapeva, o sospettava, stessi acquattato, ebbe l'effetto di una rivelazione. Nina sapeva. Ora parlavano: che si stavano dicendo? Cosa potevano comunicarsi? Questo non riuscivo ad udirlo, tantomeno riuscivo a farmi delle idee. Ero abituato, o forse rassegnato, al fatto che Nina parlasse prevalentemente coi bonsai, con me riducendo le sue parole al minimo, quindi la mia fantasia in questo campo era relativa. Tuttavia, mi consolava il fatto che l'inabissamento non si fosse prodotto. Mi calmai, e sollevato, tornai al Libro delle Facce: quasi ogni giorno cambiavo la mia immagine, una volta era qualche strumento, altre volte un attore, una volta Goethe, che mi era piaciuto, altre volte me stesso, cio quello vero, ma sempre in disguise, per far confusione, baccano, un po' come l'ammuina dei marinai borbonici in caso d'emergenza, per far vedere di essere in mille e non in dieci. Anch'io volevo, o pretendevo, di essere in mille, pian piano realizzando che essere mille, o come Pirandello suggeriva, centomila, significa non essere nessuno. Avevo imparato, in poco tempo, tanto mi ero

scoperto sveglio e versato in quest'arte, che non c' foto, anche la pi perfetta, che non diventi, se ingrandita, un ammasso informe di pixel senza senso. O meglio: con un altro senso, capriccioso, ma proprio per questo pi vero, reale di una sostanza che nessuno poteva immaginare n tanto meno riprodurre. L'irriproducibile la sola creazione autentica, proprio perch lo stampo si utilizza una volta sola: in questo senso, la lingerie di plastica di Carla, nella quale per la prima volta l'aveva concupita, forse troppo dire amata, era fasulla, perch con un solo stampo se ne fanno mille o un milione di quei pezzi. Cercare la finzione per scoprirsi pi veri, dunque, ma il pensiero del primo avatar mi fece ritornare all'occhio panoramico: fuori, al piano di sopra, sotto il lucernaio, e naturalmente anche sul pianerottolo, tutto taceva. "Le due donne si sono alleate" pensai: ed ovviamente, come si conviene, si preparavano ad una guerra contro di me, contro il fedifrago, il traditore della loro fiducia, che fosse veridica o virtuale a questo punto poco importava. Dovevo armarmi, difendermi, far causa: c'era una giurisprudenza tra gli avatar? O tutto veniva regolato dal caso, dal capriccio? Sono sempre stato un po' cartesiano, non per nulla ho prediletto per contrasto la donna che saliva le scale a piedi, la lentezza, ma risoluta. Ora, un'ulteriore contorsione di pensiero, che vedevo quasi palpabilmente, mi spingeva a considerare il capriccio come un giudice pi retto ed illuminato di quanti potessero essermi assegnati. Perch, che a un processo si sarebbe andati, ne ero certo. Non solo: sapevo anche che, per quanto mi sforzassi ad accampare colpe altrui, cio di Nina, e ad affastellare attenuanti, partendo ovviamente dalle differenze culturali, come se non fossero state proprio queste ad attrarmi, ero arcisicuro che al banco degli imputati avrei seduto, solo. O forse gli imputati stanno in piedi? Nei Telegiornali credo, nei processi di casa nostra: ma altrove, nei film, siedono. O forse che l'inquadratura in piedi riesce male. Do nota di questi miei pensieri oziosi, per dar idea di quanto fossi lontano dal vero, e confuso nelle mie elucubrazioni. Queste furono interrotte dalla chiave che girava nella toppa: mi preparai, quasi contrito, ad accogliere mia moglie; potevo ben trovare un altro avatar disponibile, certo, magari con una lingerie di seta che non stonasse sotto l'organza. Invece, era Carla: era vestita ora, quasi perfettamente, certo aveva un piccolo taglio sulla gamba, dove la gonna si era un po' sollevata, ma poteva darsi che fosse lo spostamento d'aria nel richiudere la porta, o una mia impressione, o semplicemente la mia voglia di riprendere il discorso dove l'improvvisa scalata di mia moglie disfatta dalla fatica l'aveva interrotto.

"Ora" mi disse Carla "devo accudire io alle creature verdi" disse, come fossero alieni, il che in certo senso era vero. "E Nina?" sussurrai, o forse gridai "E io?" "Nina d'accordo" rispose. E dal lungo tratto di silenzio che ne segu, capii che il resto non contava, quindi, dedussi, neanch'io. Debbo confessare che, accertatomi, per cos dire, della sua perdurante disponibilit, ripresi il discorso interrotto, metaforicamente perch non scambiammo molte parole di senso compiuto nella successiva mezz'ora: ed anche ammettere che non mi dispiacque, pur se ero un po' spaventato dall'idea che un secondo arrivo di Nina ci sarebbe stato fatale, o forse tutto questo non era che un trucco per sorprenderci. Ma nessun altro rumore si insinu dalla tromba delle scale, ed anche il traffico, e fin l'angoscioso verso degli storni tra i tetti dei palazzi accanto al nostro sembr tacere. Ripresi le mie attivit, naturalmente anche sul Libro delle Facce, ora con Carla accanto: non feci parola con nessuno per, neanche con Attilio, del cambiamento di situazione, anche perch avrei dovuto sopportare il suo sguardo di trionfo, e forse la sua convinzione di essermi stato, ancora una volta, utile, pure questa irritante. Aspettavo confusamente una spiegazione, che venne con un messaggio di Nina, qualche giorno dopo. "Come forse sai" mi scriveva "le foglie del loto pian piano si liberano dell'acqua in eccesso, dopo i monsoni, e dello sporco, della terra che vi si accumulata. Io, e non tu, avevo pensieri filtrati, e quindi insani, in quest'altezza che mi si inceppata dentro. Io, e non tu, avevo bisogno che la solitudine li sorprendesse, e li facesse volar via, liberi" Mi diceva poi dell'angoscia che l'aveva sopraffatta, proprio nel momento in cui saliva, ignara della presenza di Carla: era provvidenziale che quella donna fosse arrivata, proprio in quel momento. Quel surrogato di ascensione verso i cieli non la poteva pi soddisfare, ormai una rottura si era prodotta con la cultura che io rappresentavo, non con me, che, diceva, l'avevo amata come nessuna donna avrebbe potuto desiderare. Sospettavo ancora ci fosse un trucco, un artificio, e forse davvero c'era: quel parlare al passato, quel fingere una rassegnazione inspiegabile, quel distacco dalle cose e dalle persone, fino ai suoi bonsai, affidati senza batter ciglio alla rivale, che peraltro dimostr fin dai primi giorni di non saperne, o non volerne, aver cura. Certo, poteva tutto risalire al confucianesimo od a qualche filosofia orientale, per io ci vedevo, da bolso europeo avvezzo al sotterfugio, anche un istinto autodistruttivo. L'unica cosa

che ricordo, oltre a quanto detto, di quei giorni, che finalmente mi sentivo uno, e non volevo pi essere mille, cio forse mi sarebbe piaciuto ancora, ma come un gioco senza importanza, un'ammuina che si fa per divertire i bambini e non perch tutto va a fondo, e pure noi. Cos mi risolsi ad attendere, anche se non sapevo bene che cosa. Era arrivata la primavera e con essa le farfalle tremolanti alle finestre. Ero l quando una di esse si era adagiata sullo stesso piano del mio viso, dietro la lastra del vetro. Ne risal una sonorit quasi collosa. La sua pancia era visibile. Cos come la stoffa rivoltata delle sue ali. Di me, invece, essa avrebbe osservato linterno delle mie narici, le cave congiunte a nascondere l'interno. Eravamo due creature al rovescio, luna per laltra. Pensai che anche i contrari hanno il loro diritto di esposizione, il reclamo ad una propria visibilit. Per qualche minuto essa, immobile, a vita retroflessa, aveva cucito un silenzio robusto. Il suo rovescio, cosi bellamente in vetrina, aveva impiantato un banchetto della meditazione quasi ipnotica. Tra me e lei si era ispessito un panno di sole che ci riscaldava dentro tanta quiete. Non so dire quanto tutto questo dur o, anzi, se ebbe una durata alcuna. Ma ci che accadde in seguito fu di gran lunga pi interessante. La farfalla, come richiamata da un ordine superiore, un grido di guerra, o semplicemente annoiata delle mie narici, fu percossa come da un urto dallinterno delle sue viscere e si era staccata dal vetro. Nellaria rimase per un poco in sospensione, a fare i conti con la gravit e la sua lieve consistenza. Ma in pochissimi secondi frull le ali, vol via fino a sparire dalla mia vista, lei, la sua pancia rivoltata, il panno di sole e portandosi dietro gli unici occhi in grado di guardare le mie narici. Fu in quel momento che le cose cambiarono. Un variopinto sbatter dali remoto, pu generare maremoti e frastuoni terrestri a distanze interminabili. Una piccola causa, tanto lieve, a determinare un effetto irreparabile, le cui proporzioni sono tragiche. Lo dicevano al telegiornale, proprio quella mattina. Era il cosiddetto effetto farfalla studiato dalla scienza, reso quasi mistico dalle interpretazioni simpatetiche delluniverso. Ecco cosa avrebbe riportato le cose allo stato naturale di partenza, che io lo volessi o no. Una semplice farfalla volata via avrebbe causato il ripristino di una situazione anomala.

Io ti amo la voce di Carla aveva cominciato ad impiastricciare le pareti dellattico, e come impasto adesivo, aveva preso a lievitare aderendosi allaria di quella rarefatta primavera. Io ti amo. Quasi disperata e con lo sguardo morso dalle lacrime si era messa a vorticare nellappartamento, spruzzando saliva sopra i mobili stilizzati che tanto piacevano a Nina e che lei, senza successo, aveva cercato di convincermi a cambiare con arredamento tecno. Io ti amo Come in preda ad una follia delirante, attravers in senso contrario i percorsi obbligati dettati dai tappeti orientali, direzioni che non erano reversibili, pena la non convergenza fra spirito e corpo del mondo. Io ti amo ed invece tu no. Lultima volta in cui pronunci queste parole fu diretta alle creature verdi. Voi, invece no, ingrati. La sua figura si condensava pian piano, come quando lavevo conosciuta, in un grumoso volume di pixel. Si fece piccola e urlante, quasi lampeggiante dalla sua furia dolorosa. Questa volta, piuttosto che il richiamo di due agenti damore da un capo allaltro del mondo, leffetto farfalla avrebbe previsto una spaccatura fra gli amanti. Perch gli amanti, e questo spesso si tende a dimenticarlo, sono coloro che amano e non coloro che si amano. E dicono che lamore sia una questione di chimica! E perch non di elettronica?! Non potevo far nulla per sedarla. La sua decomposizione era in atto, o forse la sua salvezza, ottenuta da questo titanico atto di ribellione. Io lo so che non mica colpa tua. E colpa dei giochi di prestigio applicati allesistenza. Era completamente impazzita. Me ne rammaricavo eppure in quel suo delirio, mai lavevo vista cosi bella. La verit che tutti hanno le loro colpe. Non avevo forse assunto una nuova identit, quella di Fausto Basso per impedire a Nina di salire a piedi i tragitti delle sue tolleranze? Non avevo voluto che Carla venisse qui nel nostro appartamento, pur sapendo che sarebbe morta di dolore? Non avevo lasciato che fosse il tempo a darmi scampo senza dover prendere una decisione per poi ritrovarmi a guardare le budella di una farfalla? E tutto proprio come nelle notti dei prestigi elettrici, capace di duplicare le cose, aumentare le dosi, ripristinare i contrari e renderli viventi assieme ai suoi gemelli. Quando lesistenza diventa un semplice incastro di elettrodi.

Ma leffetto farfalla era giunto a reclamare una verit pi grande: per dire ai pezzi di mondo che non si incastrano, che le colle speciali non esistono, esiste una pacata volont di stare insieme, evitando le noie con semplice e costante abbandono ai propri sensi. Non sono poi cosi ostile a Carla. In fondo, non lei ad aver preso il suo posto, non lei ma lassenza stessa. Anche lei una semplice carineria giustapposta in una vetrina, anche lei lesposizione della merce, anche lei la presenza sbagliata dentro una foto. Certo che amo ancora Nina, come si fa a non amare lincrollabile fede nella vita, nei giri che compiamo attorno ai nostri giorni, come pescatori in attesa a ridosso di reti recise, a vuoto, inutilmente, giusto per completare il paesaggio di un suiseki. Mia moglie era il mio pescatore in attesa di una pesca migliore o eterna, il mio amore di una vita, il diritto di esistere per sempre seppure non con me. Che darei per dirglielo ora, mentre Carla perde vita: l'uomo non tradisce mai, fintanto che non tradisce se stesso. Io sono compiutamente tradito dai minuti di Fausto Basso, dai diversivi che, da lui impiantati, io finisco con il non controllare, dalle sue distrazioni che mi rendono quasi invisibile dinanzi ai suoi progetti. E rapido nei suoi giri recisi, lesto Fausto Basso nei suoi giri di Do, ed io pachidermico nel seguire le sue involuzioni, lieve nei suoi voli, io trattengo appena tra le mie braccia una donna o forse due, di una sfioro il seno mentre Fausto Basso ama il passato con lei o di lei il momento invivibile, con lei invento una vita che Fausto Basso non gradisce e me la rovescia, me la capovolge mentre io sto con unaltra, e si mette ad osservarla come i retri delle farfalle dietro le finestre. Ma la verit che in questa terra dalle manie della fretta e dallelogio dellistante, io a distanza non ci so stare. E ci che mi vicino, me lo divoro, lo annullo. Ecco perch ora Carla in preda ad una crisi isterica, soffoca dentro il suo pianto, lei che, come un fiore su Marte, in carne non pu esistere a lungo. E forse moriremmo entrambi, prima della notte, alle prese con i nostri mille giri attorno alla vita che non si determina, stelle noir di una periferia cittadina. A Fausto Basso, intanto lascio in eredit, il ribadire la sua amabile grinta di vivere sopra il suo strumento, lo lascer tra le facce di quel libro che non hanno mai avuto il pregio di osservare quanto sia bello e dolce il suo viso quando guarda la donna che ama. E mentre arriva la sera a stendersi sopra di noi, o i resti di noi, l'ho compreso ancora una volta.

Mai nessuna replicazione, mai nessuna reiterazione, nessuna coazione a ripetere, a simulare i doppioni, le copie, i rumori, nessuna ammuina sar cosi ricca e composita come lo sguardo di un uomo un po perso che ama quando non sa nemmeno di amare. Ora che la farfalla aveva strizzato in un volo il destino di tutti noi, avremmo dovuto solo aspettare. E non avremmo aspettato poi cosi tanto a lungo. Carla si distese sul letto, quando mi vide prendere il basso in mano e suonarle un requiem violento. La stanchezza laveva resa quieta. Prese a spogliarsi, timidamente, senza la passionalit con cui l'avevo tanto desiderata. Si nascondeva il viso tra i capelli e con le mani abbracciava la sua vita. Salut i bonsai e mi diede un bacio sulla fronte. Aspett di sentire un colpo di tosse e mi parve si addormentasse sognando ci che si sogna sempre come via di fuga, una tromba delle scale. Ma non dormiva: ora mi trovavo di fronte all'enorme mistero di una corporeit che in realt non esisteva, o meglio si svelava soltanto per me, per piacermi, forse per distrarmi da pensieri che non sapevo attoniti. Compresi che avremmo potuto amarci, come un'ultima volta ci si ama, quando disperatamente ci si desiderati, percorsi, sognati, forse reciprocamente posseduti. Compresi anche che sono cose che non possono accadere che a primavera, e che Nina, nell'infinito spegnersi del desiderio, che si affievoliva pur tra infinite ed intime estati di San Martino, mi aveva affidato, o forse donato senza speranza, a quella creatura elettronica, che era pur donna come lei, semplicemente per l'infinita voglia e sapienza di esserlo. Non ammetteva che ci si potesse attenuarsi, cullarsi in una pura forma, in fondo in un inganno: ogni carineria, ogni gentilezza doveva rispondere ad una profonda necessit, correre diretta ad uno scopo, mentre io la obbligavo a confessarmi, mentendo, che perder tempo sulle scale era un'altra delle mie divagazioni, di quei giri eseguiti col basso, scostandomi dal tema principale, variandolo fino a non riconoscerlo, facendogli violenza, per una pura enfasi di bravura, tutta tecnica. Per Nina, ogni voluta del mobile intarsiato, aveva un'anima, e un'anima diversa, e riconoscibile. Cos non era strano che mi fossi perso in quel mondo virtuale, in quel secondo atto di una vita di cui si dimenticato l'inizio. In quell'infinito vagare intorno a s stesso, avevo capito che i dettagli sono tutto, non esiste nessun nocciolo del problema, i veli non nascondono nessun corpo.

Guardavo Carla, o quel che ne rimaneva, forse soltanto un grande desiderio muto e spento, e proprio per questo perfetto. Perch si pu essere donna, vero, oppure si pu soltanto inventarsi un'esistenza: in fondo tutti creiamo un oggetto, un simulacro che si degni somigliarci, e compia il suo percorso con la sottile ironia di trovarsi sulla lama dove l'essere si fonde alla finzione, e questo simulacro lo chiamiamo "io", e lo laviamo e lo vestiamo ogni mattina e gli diamo delle abitudini, a volte delle certezze, finch non inizi a vivere davvero, cio a morirci tra le mani. Allora ci rendiamo conto che tra l'essere ed il fingere non c' nessuna differenza. A quel punto possiamo pure impazzire, e la situazione non muta di una virgola: lo straniamento non anch'esso che un'illusione. Vivere davvero, si vive soltanto dell'amore degli altri, nei dettagli di Nina, negli impulsi di Carla. Di me stesso non mi ero mai fidato, in fondo: mi ero creato Fausto Basso soltanto per dare una voce all'incertezza esistenziale che mi dominava. Ora, sentivo confusamente che avrei dovuto fermare l'affievolirsi di Carla nella mia idea di donna, se avessi potuto legarla a qualcosa, forse alla cultura orientale, in quei bonsai che aveva salutato, accettandoli senza forse capirli, con la sua docile obbedienza di creatura virtuale. Eppure, la ripetizione geometrica del piccolo nel grande, gerarchizzandosi fino alla cellula, voleva certo dire qualcosa: anche l'infinita e sgomenta attrazione di Nina per quelle scale desuete, perch fatte per essere evitate, non vissute, e insieme torbide. Capii che ogni gradino era anch'esso un dettaglio, rappresentava un istante della nostra vita che non avevo saputo esprimere. Tutto si confuse intorno a me ed al letto, dove vegliavo, pi che amare, il fantasma di Carla. Pensai, mentre stavamo lentamente respirando le nostre menti, mettendole in comunicazione, allo sfiorarsi senza riconoscersi; so anche che le sorrisi e mi ritorn quell'allargarsi del volto di una donna, che tanto bello, quando dal labbro fino al brillare degli occhi tutta partecipa all'emozione dell'intima gioia. Sulle palpebre, forse chiuse forse aperte, mi soffermai pi a lungo: ne conservo il ricordo di uno sguardo d'infinita soddisfazione, gi chiuso di l da un qualche cielo estraneo. Ma naturalmente mi accorgo ora che non era coinvolta nessuna corporeit in tutti questi gesti, anche se non saprei spiegare la mia immensa serenit nel compierli. Poi, nella notte che la sbocciava all'infinito nulla di quest'eternit di impulsi, trovai finalmente tra un velo di lacrime un indescrivibile senso, per la prima e certo l'unica volta non filtrato dalla mia cultura tanto diversa, dai miei sensi tanto raffinati e forse

per questo opacizzati, come una musica senza pi anima. Nel frastuono tutto riverso e rarefatto della mia solitudine lontana e recisa, sentii chiaramente la chiave di Nina girare nella toppa.

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Il triangolo dell'obbedienza 1. I parenti manifestano l'intenzione di vedermi. Un tempo credevo facessero sul serio, e mi attivavo, oppure mi mettevo in attesa, a seconda dell'umore. Entrambe le cose, se il mio spirito era altalenante. Ero il solo ad attivarmi, per. Cos, dopo qualche ora, o giorno dattesa, mi spegnevo da solo (autoestinzione, si dice). E loro di tanto in tanto continuavano a manifestare, ma in ultima analisi a non vedermi. Benissimo. Questo aveva un paio di conseguenze: la prima che restavo solo (relativamente, s'intende, non si mai soli come in mezzo alla folla, oppure, come capita per esempio ai morti viventi, si muore da soli, ma si ritorna insieme per esigenze cinematografiche) e la seconda che dovevo trovare qualcosa da fare. Dal cinema a me stesso, il passo breve: io colleziono foto. Cio: non foto a stampa, non su carta Kodak, che le potete guardare, appendere, ed anche strappare e accartocciare, se volete (anche se non credo ve lo permetterei: ognuno si accartocci le proprie, di foto). Archivi elettronici di foto, insommafail (ve lo scrivo cos perch sto cercando di dimenticare il mio inglese, ma insomma un fail un archivio, un documento, oppure una lima, specie se siete archeometallurgisti). E comunque vorrebbe essere l'ultima parola inglese, anche scritta in italiano, che affido a questo mio diario. Le foto mi piacciono, il cinema no: al cinema mi addormento dopo meno di un quarto d'ora (in ogni modo non ci vado pi da anni). Le foto mi piacciono talmente, che tengo anche delle foto di scena, di quelle prese al cinema, quando le scattavano ancora. Ora mi sembra si vendano solo calendari, ed a me i calendari ricordano il tempo che passa, e ci sia su una montagna del Cadore, una donna nuda, un fiore, o magari una donna nuda con un fiore su una montagna del Cadore, il tempo non si ferma (neanche per la modella), e io mi intristisco. Ma le foto di scena no: quando c'erano, le foto di scena erano patinate, bellissime, ti aprivano un mondo di sentimenti, di azioni, di meschini eroismi e di grandiose vilt. Solo foto in bianconero: se mi arriva qualche archivio a colori, lo trasformo in bianconero, ed il calcolatore mi spara delle frasacce orribili: "Sei sicuro di voler cambiare la foto da colori a bianconero?", ed io lo guardo rassegnato, a volte gli faccio la linguaccia, povero cretino.

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Quante ne avr? Sicuramente pi delle donnine del catalogo di Don Giovanni, e s che lui non andava tanto per il sottile, mentre io scelgo, valuto, scarto, e anche taglio, se del caso. Una mezza foto affatto potente pu venir fuori da una foto intera del tutto anodina. E' anche vero, poi, che le foto digitali non valgono quelle belle foto sviluppate al buio e appese ad asciugare con le mollette sopra la vasca da bagno: le foto digitali sono un insieme di punti elettronici, quelle sopra la vasca un miscuglio di mezzi punti, di barlumi di punti luminosi, insomma di sfumature. E a me piacciono le sfumature, nelle foto, mincuriosisce se per esempio si vede se l'attrice ha l'orologio Omega, il Rolex o lo Zenith, o uno di quelli senza marca che vendono in spiaggia e che fanno pi figura di tutti. Se sia bella o brutta, non lo so, e non mi interessa. Sono anni che ho la libido di un nasello al forno (dev'essere che non vado pi al cinema). Ma dicevo dei miei parenti. Vi risparmio la vexata quaestio, o se volete la logora considerazione, che i parenti uno non se li sceglie: li trova gi confezionati, e pronti per l'uso. Spesso non bisogna neanche sciacquarli, un po' come le insalate delle bustone, anche se magari meglio dar loro una ripassata sotto il rubinetto, perch possono mandare un sentore di varechina industriale n pi n meno come il soncino dell'ipermercato. A me i parenti stanno un po' sullo stomaco, ma solo poco poco: ho uno stomachino piccolo, da scriccioletto, e loro sono tanti, per cui la mia antipatia soltanto lieve, blesa, e sottile come un'ostia. *** "Sono convenuti alla mia presenza i signori Berardinelli Lanfranco e Della Robbia Luciana, coniugi e residenti in via delle Mortelle 27, in questa citt, e della cui identit sono certo, allo scopo di sporgere denuncia per i fatti verificatisi domenica 18.12.2005, in localit Belpiano, dove i suddetti Berardinelli e Della Robbia, si erano recati in gita di piacere. Berardinelli (A.D.R.) afferma aver incontrato un individuo che, senza alcuna ragione n apparente motivo, li ha aggrediti, minacciandoli con un oggetto contundente, poi lasciato sul luogo, e risultato un cucchiaio di legno da polenta. Della Robbia (A.D.R.) conferma trattarsi, come gi individuato da indagini condotte da questa stazione C.C., di suo lontano parente, tale Magnozzi Domenico, che la suddetta afferma non aver incontrato almeno negli ultimi dieci anni, bench ella ed i suoi familiari non avessero in alcun modo interrotto i contatti col Magnozzi n alcun motivo di malumore (A.D.R.) potesse esservi col suddetto"

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"Tanto vero che lo invitavamo a tutte le nostre riunioni di famiglia, ma lui non veniva mai. Dico mai" "D'altro canto, signora, mi permetta: se l'incontro risultato in un'aggressione non premeditata, un qualche dissapore doveva pur esserci" "Non che io sappia: se Mimmo rimasto da solo, perch lo ha voluto per una vita" "Ti pare che puoi chiamare Mimmo uno che ti stava prendendo a legnate" "Domenico, Mimmo, che ti devo dire, si chiama cos, come vuoi che lo chiami" "Con te non si ragiona" "Ora vi pregherei di leggere la denuncia completa, e di firmarla, se ritenete che null'altro vada aggiunto" "Cose da aggiungere ne avrei una vagonata, a cominciare dal suo strano modo di vivere, ma meglio piantarla l. Tempo perso" Le penne corsero sulla carta protocollo, e tutta quella storia imbocc una discesa ripida e sfrenata. *** Angelica era una che aveva un bloc notes elettronico in rete, ed era divorziata. Era stata anche attrice, ed aveva fatto i conti col proprio passato. I conti erano inutili e sbagliati, ma facendoli per la millesima volta si era incontrata con me. Che era stata unattrice si vedeva, non perch fosse ancora bella, e poi non questo il punto della questione. Per me, di lei restava soltanto una specie di ologramma sfocato, e le gambe da ragazza, come ad incorniciare una locandina. E naturalmente le foto di scena, che poi furono il motivo per cui la contattai: il numero lo trovai sulla rete, facendo strani giri (tanto non avevo nulla da fare, tutto il santo giorno, o se non altro niente che interessasse loro). Prima di lei, conobbi la sua foto, la trovai in una pagina anonima "senza titolo" come si dice in rete, ma ne rimasi colpito. Di pi: folgorato. Era una ragazza con una specie di prendisole, o camicione, bianco, e con degli occhi chiarissimi, tesa come una lepre prossima ad esser catturata, sospesa, come aggrappata, su acque probabilmente limacciose e venefiche, nella cesura bluastra tra due scogli. Il corpo non era del tutto sdraiato, sembrava colto nel momento di scattare per un'ultima corsa disperata, ma stanca e senza dubbio inutile. Anche perch i capelli erano fradici, davano la sensazione di gocciolare, noncuranti, erano fermi e mossi nello stesso tempo, ed anche lei c'era e non c'era, si voltava a guardare qualcuno che

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l'aveva gi afferrata, e non con intenzioni benevole, ma il pensiero era gi lontano, nel fondo di quegli occhi distanti. Una grande attrice, pensai. Non la trovai bella, per farlo avrei dovuta rapportarla a qualcosa, a qualcuno, e secondo me la ragazza dello scoglio era assoluta, o almeno cos la percepii. Misura del tutto. Ma non avevo idea di chi fosse. *** "Interdire, interdire, che parole grosse! Prima di tutto, va considerato che scopo legale dell'interdizione quello di impedire la dissipazione del patrimonio, nell'interesse quindi precipuo, se non esclusivo, dell'interdetto stesso" "Lanfranco, non partire per la tangente: l'interesse deve essere il nostro, altrimenti che lo facciamo a fare?" "Gi, gi: lo so che tu non sei tecnica, non sei praticaPoi, figurati, la sera a letto" "Quanto al letto, non che neanche tu sia eccessivamente pratico ed efficiente" "Luciana, ti prego, cerchiamo di restare al quia" "Adesso fai pure il manzoniano" "O meglio al de cuius, magari. E comunque, il tipo in questione un tuo parente, come ci tengo a sottolineare con ogni forza" "E quindi?" "E poi un figlio l'avreiprodotto, diciamo, se tu avessi voluto" "Ma guarda se uno con un paio di lauree deve arrossire dicendo che si chiavata la moglie" "Beh, io arrossisco, ma tu non brilli per eleganza" "Chiavata la consorte va bene?" "E poi chiavare viene da chiave, quindi dai tempi della cintura di castit" "Io non ho bisogno di cinture, lo sai: pratico da sempre, con te" "Torniamo al quia? E ti prego di non urlare" "A quello che ti pareanche al decubito" "Dai, amore, spegni l'abat jour, che mi concentro" "S, bravo, nel sonno. Ma guarda se dovevo sposare un avvocato pigro" Quella notte Luciana sogn di uscire dalla chiesa sottobraccio a qualcuno, che poteva essere ancora una volta Lanfranco, ma non ne era sicura. La folla le tirava bulloni,

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come per protesta, che cadendo si sfarinavano e friggevano come granelli di citrato sul porfido bagnato. O forse era il nevischio. *** Quando l'ho incontrata, non era pi una ragazza, solo un infelice sorriso affacciato su una bottiglia di vodka azzurrognola. Alcolizzata evidentemente. "Angelica?" chiesi inutilmente. Non si sforz di rispondermi: mi schiaffeggi e prese a ridere, poi si pieg in due e la vodka cominci a colare insensibilmente dalla bottiglia sul marciapiede, e dal marciapiede sulla strada. Persi di vista il sottile rigo bagnato solo passata la linea bianca: Angelica era in ginocchio, ma non mi supplicava. "Andiamo a casa" dissi. "Casa tua?" "Non mi sembra molto produttivo, conciata come sei inciamperesti anche in un quadro" "Io casa non ce l'ho" "Credo di s, invece, ed ora mi ci porterai. Ho la macchina qua dietro" "Non serve, qui di fronte" Sulla macchina avevo barato, e anche sulla mia sicumera: in realt poteva essere benissimo senza fissa dimora, questa citt piena di donne senza cognome, cacciate di casa dalla nuora, dallo sciame sismico o forse soltanto dalla noia. Beh, piena: diciamo che ne ho conosciuta qualcuna, cos non mi sarei stupito. Ma la ragazza dello scoglio una casa doveva averla, se ce l'ho anch'io che sono matto. *** "Perch sa, signora, se il tipo non viene, non collabora, noi non possiamo farci nulla, proprio niente signora. Se fosse un extracomunitario, magari che ha alzato un po' il gomito, o, che so, un violento, un noglobal, un dimostrante, ci sarebbe il modo di convincerlo con le buone maniere, rompendo qualche manganello, sparando qualche colpo in aria, nel senso di non in terra, e fingendo qualche incidente. Ma mi spiace, matti e tifosi...non c' niente da fare. Anzi, matti peggio, perch bisogna chiamare lo psicologo, che per prima cosa dice che matti siamo noi, cio noi e voi, a meno che" "A meno che"

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"Voi non abbiate la prova provata, insomma con le carte ed i bolli, di non essere matti" "C' qualcuno che ce l'ha?" "Qui non so" "Voglio dire: al mondo" "Al mondo esiste tutto: basta pagare" Luciana si era cacciata in un angolo cieco del discorso: non che non avesse soldi, ma aveva sempre risolto le cose altrimenti. I soldi le erano sempre sembrati poco pi che dei segni dinterpunzione, dei punti e virgola tesi sulla frase come falene estive intorno ad un riflettore. Si potevano togliere e mettere a piacimento, ed il discorso sarebbe cambiato poco. Purtroppo il capitano sembrava non condividere alcuni aspetti essenziali della sua visione delle cose, che era l'unica autorizzata da lei, ed incidentalmente quella giusta, primo tra tutti la necessit dell'uso della forza per ridurre al silenzio ed all'impotenza Mimmo. Se poi malauguratamente ci avesse rimesso le penne, pazienza: non mancavano squilibrati al mondo, e poi quella slavina di suo cugino aveva una funzione sociale ridotta, all'incirca come quella di un cerbiatto sotto al traforo del Tritone all'ora di punta. Anzi meno, magari si faceva il tempo a fotografare il cerbiatto col telefonino, prima che fosse travolto. Ma Mimmo che lo fotografavi a fare? *** Mi sono comprato un auricolare per parlare da solo. Lo infilo nella tasca del cappotto o dei calzoni e poi parlo a bassa voce a me stesso. Non c bisogno di forzare i toni, io sono un ottimo ascoltatore, specie se so di cosa sto parlando. Cos tutti pensano che stia lavorando a qualcosa di serio ed importante, a preparare una conferenza a distanza, per dire. Cosa strana, in ogni caso, perch in Italia non si fa mai niente a distanza: vogliamo il contatto, anche se il contatto fa schifo (perch a volte, cari voi, innegabile che lo faccia: per dirne una, sono sicuro che non vi siete lavati da parecchio; anch'io mi lavo poco, ma almeno strategicamente). Non sono misantropo: un lusso che non posso permettermi. Misogino poi, figuriamoci: poverine le donne a dover sopportare quelli come me (e non sono l'esemplare peggiore della specie, ad ogni modo). Quanto mi piace stare all'estero, voglio dire un estero serio, non la Francia o la Spagna, quell'estero dove non vi capiscono per davvero. L posso parlar solo, anche

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senza telefonino, posso insultare mezzo mondo, e nessuno capisce quel che dico. Ma io non insulto per cattiveria, sibbene per comprensione. Se non li insultassi, dovrei girare con la mazza ferrata, che pesa un accidente, e poi qui siamo tutti gente per bene, e queste cose non si fanno. Tanto per dire che quando entrammo in casa, io non mi curai nemmeno di rimuovere i giornali e le tazze ancora umide di zucchero rappreso e le ciotoline dei cereali della colazione della mattina: pesantuccia quella, perch sentivo che sarebbe stata una giornata di quelle; lei non obiett nulla, aveva principalmente bisogno del Peppe per vomitarci in stile. Io lasciai fare, e mentre laggi qualcosa tuonava, presi il Cif, la papera ed il mocio col secchio e con quel piccolo esercito di sbandati mi appostai dietro la porta; a tre metri, tre metri e mezzo, perch non si dica che volevo imbarazzarla: sono sensibile io, e poi la porta era semiaperta (capisco che per lei questo avesse un'importanza relativa). Era stata educata invece, e questo mi sorprese: i soldatini del mio esercito mi guardavano non so bene se contrariati o sollevati. Io ruppi le righe e venni ad ascoltarla, immaginando che avesse qualcosa da dire. *** Luciana non pensava che potesse finire cos. Bisognava far qualcosa, qualunque cosa, anche sbagliata se necessario. Si riunivano, quando si riunivano, in chiesa, per delle messe in suffragio di qualcuno, qualcuno che nessuno si ricordava pi, e che sicuramente il suo purgatorio l'aveva gi trascorso. Comunque il suffragio non basta mai, un po' come l'orzata su una terrazza a ferragosto. Luciana sedeva al primo banco, e guardava col terzo occhio che tutti si schierassero a falange, riempiendo la croce greca di scalpiccii e colpetti di tosse da concerto da camera. Lanfranco era impeccabile, lustro ed azzimato. Luciana si sentiva bella, pi che esserlo; esserlo non serve, basta che gli altri ci credano, una pura questione di autostima. Aveva anche speso cento euro di parrucchiere per ribadire il concetto. Poi era successa quella storia abbastanza odiosa di sua cugina: Giulia aveva scritto un romanzo, uno di quegli scritti claustrofobici e granulari che piacciono a molti giovani perch ritraggono la vita che pensano di aver fatto, quando erano ancora studenti. E l'aveva portato, sicch pure Don Cosmo aveva potuto sbirciarlo dal fondo degli occhietti malati, ma non tristi.

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Luciana avrebbe tollerato anche un discorsetto teologicamente traballante, qualcosa che avesse piazzato i Glati dove ci stavano gli Ebrei e messo il ragno al posto della cavalletta, biblicamente parlando. Ne aveva sentiti tanti, accompagnando Lanfranco in periferia, quando si era messo in politica con una delle ramificazioni del partito disceso dal fiume regale, secondo quel papa concreto. A spartirsi come poiane gli ultimi palazzi e le indecenti prebende della loro storia cinquantennale, il regale aveva ceduto al regalo, ma pazienza! L'unica parte del parto di Giulia che Luciana era riuscita vagamente ad occhieggiare era la quarta di copertina. Ma se l'inizio si vede dalla fine, com' giusto che sia, quel libro doveva essere una porcheria. In stile con Giulia, in ogni modo, e con le sue improbabili giacche a vento bluastre e sudaticce. Era il momento di riaprire il discorso su Mimmo: Luciana non faceva mistero di voler essere misteriosa, criptica, alchemica. Non ci si mette un tailleur verde di Frette ad una messa feriale per gioco, tantomeno per un marito: Lanfranco aveva sempre dimostrato di gradirla altrimenti. Poco, ma altrimenti. E senza chiavi. *** Hertzsprung il mio tipo: uno che mette le stelle al loro posto, ma pensa di non aver fatto che il suo dovere, e pubblica i risultati in una rivista fotografica, senza un disegno, uno schizzo, forse pensando che basta nome ed indirizzo dell'autore nell'entte per esser contattati. Credo avesse anche qualche pinta di birra sotto ghiaccio per una notte di discussioni cosmologiche. Mi seduceva l'idea della relazione tra l'astronomia e la fotografia, cos mi sono provato a spiegarlo ad Angelica, e le ho tracciato pure un diagramma sulla carta unta della rosticceria, proprio tutto tutto fino alle nane bianche e ci ho messo anche Rigel (R) e Betelgeuse (B), oltre che il sole (S), ovviamente. Perch dopo la faccenda di Peppe e del mocio, ci siamo presi dei tranci di pizza e delle olive ascolane, tanto ormai aveva rimesso quel che doveva, e quindi poteva riprendere l'assunzione di cibarie. E lei non mi ha preso per matto (sbagliava); mi guardava, un po' barcollante, come se fosse malata, e d'un tratto avevo capito che era una delle mie foto di scena, quella della ragazza sullo scoglio. L'ho capito dagli occhi, che erano sempre quelli, ma per allora ho taciuto. Anzi, ho insistito dicendo che Hertzsprung, il danese, aveva avuto la sua scoperta contesa da un americano. C' sempre un americano che ti frega l'idea: era successo a Meucci, successo al tipo del cembalo scrivano, che al momento mi sfugge, come al danese fotografo. Questo

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nell'Ottocento. Pi avanti, nella storia, gli americani hanno fatto in modo che le idee buone le avessero soltanto loro, e che gli altri si arrangiassero con quelle cattive. Intanto le guardavo le iridi, forse dovevo sembrarle uno di quelli che ti fissano con intenzione, ma logico che quando uno ha cinquemila foto, e ti capita in casa una delle pi belle, non si pu restare indifferenti. Anche perch volevo riflettere se ne avessi un'altra, di lei. Mi sembrava di no, ma me ne restano ancora quattrocento da classificare. 2. Giulia dapprincipio non aveva nessuna intenzione di collaborare sulla faccenda che stava tanto a cuore a Luciana, anzi chiar che le sarebbe piaciuto se tutta quella storia di Mimmo non fosse stata vera, come le aveva gi spiegato al telefono. Apr il libro a pagina 57, dove c'era una storia abbastanza squallida di un lui e di una lei che se la tirano a letto, perch in fondo bisogna arrivare oltre pagina 200, ben oltre se si vuole avere un mercato all'estero, tipo nel Canton Ticino, dove piacciono i termini desueti ed andar un po' lunghi, anche col caff. Don Cosmo le aveva sussurrato con quella voce scarrucolante da tre pacchetti al giorno: "Tu sei un'artista, si vede". S, un'artista, trasgressiva: e le faceva perdere tempo. Non voleva che il resto della truppa si allontanasse, cos Luciana prese una decisione coraggiosa. Si mise sbieca, insomma frisa, a cavallo del sagrato, tenendosi il cappello da torero, per verde, come per salvarlo da un vento immaginario che la risucchiava sull'orlo di un crepaccio (ma nemmeno il crepaccio c'era). E disse, a tutti ed a nessuno: "Se ci prendessimo qualcosa?" La domanda cadde nel silenzio: Luciana non aveva mai offerto altro che un sorso di compassione, qualche goccia di commozione e, nei casi peggiori, una cascatella di rimmel gi per le gote, generi non commestibili e ad ogni buon conto gratuiti (anche il rimmel glielo aveva regalato Lanfranco. Senza saperlo, ovviamente. Una firma falsa alla volta, con metodo; comodo avere la stessa iniziale del nome, poi doveva trovarlo ancora uno che le rifiutasse una carta di credito: anche l, questione d'autostima). Ad ogni buon conto, un po' di stupore era giustificato. Era disposta ad accettarlo, e forse per vincere ci sarebbe stato da sparare il colpo di grazia. Era pronta. Invece, quella gatta in calore di suo fratello Ernesto intervenne con brio perfino esagerato, date le circostanze (che diamine, era una messa in cordoglio, un cordoglio

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antico, ma ancora sentito, almeno formalmente): "Ragazzi, dato che il mio compleanno, offro io". Spostarono tre tavolini, accomodarono undici sedie, cacciarono un paio di piccioni che non avevano un posto migliore per tubare ed accartocciarono un po' di tovagliolini di carta, con sottile ma persistente reprimenda al cameriere che non era accorso a passo di carica, come velatamente richiesto. Infine presero posto, Luciana al centro della falange, ora disposta a ventaglio. Manovra avvolgente. Ora si trattava di trovare qualcosa da dire, ma Giacomino, l'altro suo fratello, quello che aveva l'espressione di Topo Gigio tra le gambe delle Kessler, li tir d'impaccio. Aveva letto quella roba del loose change, del fatto insomma che le torri gemelle le ha fatte tirare gi il governo (si sa che da quelle parti non badano a spese neanche al cinema, pensa un po' nella realt). A Luciana degli americani non importava nulla, e gli unici complotti che destavano il suo interesse passavano per un'alcova, per l'idea che qualcuno potesse aver concepito una storia del genere la mise di un buonumore finto, perci irrefrenabile. Tir fuori uno pseudo-cachinno in do sopracuto da far stramazzare anche un turista bavarese. "Perch capite" disse Giacomino con voce stridula, innalzandosi al di sopra del proprio colorito grigio topesco, attualmente tutto istoriato di venature rossastre da politico sotto elezioni "le torri erano state assicurate per una cifra e poi, giorni dopo, per il doppio. E negli aerei bruciati hanno trovato i passaporti dei dirottatori. Intatti" "Ma non erano nel cruscotto della macchina?" chiese Lanfranco, che si era perso. Lanfranco era capace di perdersi anche tra le lenzuola, il che era utile quando Luciana non ne aveva voglia. "Quelli erano i passaporti del Pentagono. Sto parlando di quelli che sono caduti accanto alle torri. E poi, scherzi, le strutture di acciaio inox, quelle resistono a 10001500 gradi" "Gi" intervenne Felice "nemmeno Giulia mai riuscita a fondere una padella. Vero, amore?" Ma il suo amore era ormai imballato a norma di legge nella giacca a vento modello nouveaux philosophes, e non ascoltava pi nessuno (figuriamoci un marito qualunque, anche lievemente gi di voce). Le torri avrebbero continuato a bruciare a lungo per le esplosioni che Giacomino stava loro infliggendo, piano per piano, quasi con gioia sadica, se Luciana non avesse intuito che il momento era giusto per piazzare il fendente decisivo. Spian con voluta noncuranza le incredibili gambe all'interesse generale, per quanto parentale, e disse, aprendo una cartellina che finora era stata in ombra: "Non ci sono derelitti soltanto da

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quelle parti, ed a volte, sapete, non servono esplosioni. La follia in fondo, specie quella inconsapevole, la vera malattia del secolo" Sbirci Giulia ancora una volta, ma le sembrava quasi che dormisse: Luciana and dritta per la strada lastricata di buone intenzioni, quella che va all'inferno, vero, ma vuoi mettere con quei sentieri infossati di borgata che portano in Paradiso? E poi, per dirla tutta, se in Paradiso ci vanno i nostri parenti in fila indiana (e Luciana non osava supporre il contrario) dev'essere, con tutto il rispetto, un posto ben noioso *** Negli ultimi ottanta o cent'anni l'universo non ha fatto che allargarsi: dalla Galassia ai gruppi di galassie fino ai bordi di questa specie di specchio piatto ed uniforme. Ed io pensavo, dato che di pianeti come il nostro ce ne saranno un milione, forse un miliardo, e noi abbiamo avuto una Rivelazione, sar mica che ci sia una rivelazione per ogni pianeta extrasolare. E mi sono allontanato un po', per motivi puramente cosmologici: peccato perch Ges mi piaceva. Dio, devo ammettere, non lo capisco granch, ma l'idea di Uno che ti venga a salvare, che ti liberi dall'ansia e dall'angoscia, faccia promesse precise e chiare e le mantenga, mi entusiasmava. Se tornasse, avrebbe il mio voto. Per sulla faccenda delle migliaia di mondi mi ero perso, e non riuscivo a pensare che in ognuno vi fosse un Ges. Sono arrivato alla fine della storia, ancora perplesso, ed ho trovato la teoria antropica, il fatto cio che nessuno (n tantomeno io) possa spiegare perch l'universo sia cos. Ci potrebbero essere tanti universi incompatibili con la vita di noi poveri mucchietti di carbonio risonante, ma invece c' questo, ed fatto a puntino per noi, come l'uomo per me di cui urlava Mina, se mi passate il paragone (che non irriverente, perch avr problemi ai denti, ma rispetto anche gli scarafaggi, figuriamoci l'universo). E se fatto per noi, qualcuno l'avr fatto per noi, Qualcuno che io non capisco bene, per ha mandato un Altro, che ha chiamato Figlio: e del Figlio posso fidarmi. So cosa voleva dire, in riva al lago, sulla montagna o nel giardino di sera che fosse. E poi, quando c'era Angelica mi rendevo conto che magari di mondo me ne bastava uno solo, o che le migliaia di Terre erano tutte abitate dalla stessa gente, un po' come entrare al bar degli Specchi e passare da una sala all'altra per un'eternit, come se fossero tre milioni e non soltanto tre. "D, di dove sei? Dico davvero" "In origine, di Milano"

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"Milano mi piace, in fondo" "Beato te. A me fa vomitare" "D'accordo, ma non adesso. Aspetta che prenda il mocio" Lei scoppi a ridere: "Scemo, per vomitare dovrei bere" "E tu non lo farai pi, nevvero?" "Se mi dai un buon motivo" "Io sono un buon motivo. Forse scaduto, ma non scadente" "Per mi sei simpatico" Non dialogavamo sempre come verso la fine del primo tempo di un filmone sentimentale da quattro pizze. A volte dicevamo cose un po' pi serie, od almeno pi realistiche: non eravamo i tipi degli innamorati, non associavamo i fiori alle panchine ed a prenotare la chiesa, semmai le panchine ai cartoni ed alla bottiglia, il che dava un colorito sconsolato, diciamo terra di Siena, a tutta la questione. Ma anche le piccole schermaglie da sconosciuti che vanno incontro al proprio destino finivano nel medesimo calderone, evidentemente. "Ti ho detto di quando ho recitato con Gassman?" In realt era stata pi incerta, vagotonica, ma credo che alla fine la frase che voleva metter da parte per me fosse questa. Oh, va da s che Gassman, il mattatore, non l'aveva proprio incontrato: lei aveva fatto la comparsa, discretamente svestita, al gusto dell'epoca, in un'improbabile giallo-rosa, che si sbracava un poco dopo una prima mezz'ora dignitosa, e correva senza requie verso l'immemorabile finale. E poi, era Gassman o Rossano Brazzi? Insomma, questa era Angelica, quella del prendisole e dello scoglio. *** Il capitano era in vena di cortesie, forse di confidenze (a volte cpita anche a loro): "Mio padre, quando abbandon il nostro paese per servire la Patria, per entrare nell'Arma" disse, maiuscolando il timbro di voce "aveva un'idea solida, concreta, direi quasi aspra. Insomma diretta. Sapeva quel che avrebbe avuto, al di l ed oltre alla posizione, al prestigio, all'onore. E non che non lo desiderasse: lo voleva con una tenacia, che in questi tempi frolli di oggi non conosciamo" Proprio cos disse: frolli, come la fesa tagliata sottilissima. Era chiaro che il capitano non era frollo: si limit ad una sbirciatina asettica e professionale alle celebri gambe e per il resto mir diretto all'obiettivo.

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Lamberto alle sbirciatine era rassegnato: non gli piaceva avere una moglie totem o monile, ma non trovava nulla di indecoroso in una compagna carismatica e apodittica come Luciana. D'altronde, va ammesso che il capitano guardava molto meno di quanto lei mostrasse. Perch non era frollo, certo, ed aveva anche una coscienza del dovere, anche per via di tutta la storia di suo padre e della sua fuga, su suole presumibilmente di cartone, dal paese natio, verso l'Accademia. Era evidente che, nell'ansia di raggiungere il finale icastico e strepitoso, il capitano poteva aver saltato, anche in considerazione del penoso stato delle paterne calzature, qualche passaggio inessenziale della familistica ascesa verso l'Olimpo carabinieristico. Tuttavia, va menzionato il fatto che egli si concedesse uno spirito vagamente operettistico, anche nel raccontare le peggiori sciagure della storia nazionale. Perch suo padre era andato in Africa Orientale nel '40: ma ne era tornato, ed egli stesso ne era la prova vivente. E, da come esponeva la cosa, dava ad intendere che non dovesse poi in fondo essere una cosa cos terribile, la guerra. Solo una continuazione dell'avanspettacolo con altri mezzi. Ma era forse soltanto che il capitano non aveva predisposizione al tragico: solo all'incidente automobilistico, ma l'Arma si premurava sempre di acclararlo da ogni addebito, con concorsi di colpa che erano pi affollati di quelli per un posto di giardiniere al Comune. E fu in quel momento che Lamberto si assent verso la toletta, e Luciana decise di giocare il tutto per tutto. Saper sembrare seducente, non qualcosa che si improvvisa: come fare un minestrone con molta verza e pochissimo olio. Luciana eccelleva nel tre quarti con tailleur e gambe a squadra: sapeva di avere gambe non belle, ma pazzesche, come le aveva il suo modello esatto e spiccicato di donna. Per il resto, la sua arte di seduzione, quando riusciva a svicolare dall'innato nervosismo e da una certa atavica cafoneria, portava a risultati sicuri. E il capitano smicciava, secondo le sue origini, e Luciana poteva dare persino le coordinate del suo sguardo gassoso, ma profondo, anzi incarnito. "Ora, parlando seriamente, io avrei bisogno di aiuto" "Sono qui per questo, cio anche per questo" "Lei, capitano, un uomo di legge" disse Luciana, come se si trattasse di non pi legger innante, amorazzo da finestra con trifora ed accompagnamento di tiorbe, insomma. Al suo mutar di tono il capitano fu manifestamente sensibile, sicch Luciana, sorridendo superficialmente, prosegu: "E quando le avr spiegato la faccenda, non potr dire che non sia una cosa di estremo interesse. Anche per l'Arma e l'ordine pubblico, voglio dire"

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*** Cos me li sono trovati in casa, con intenzioni non benevole. Furono sorpresi che avessi un portatile, e ancor di pi che lo sapessi usare. Io per il fatto delle foto e della classificazione, ma loro, come di tutti quelli che hanno la barba e i capelli vagamente lunghi, pensavano fossi un perverso, probabilmente un pedofilo. Ma poi videro che molte foto erano in bianconero, e vecchie: ed uno, forse il pi ingenuo di loro, comment che era roba che girava su Diabolik. Gli altri due lo zittirono. Quindi ero logicamente matto. Questo non era nulla di strano, conoscendomi, ma complicava un po le cose, specialmente perch, per riempirmi di botte, come sarebbe stato giusto ed anche doveroso (sempre per il discorso della Patria e della Bandiera, non dimenticando il capitano), avrebbero dovuto prima farmi visitare da uno psichiatra (lo psicologo, come il loro collega aveva precedentemente supposto, poteva non bastare), che avrebbe potuto arguire che le botte non fanno bene alla salute. Bailamme, comunque, ne crearono: era un po come quando trasferirono la ASL vicino casa mia: camion sotto il balcone, e lancio di oggetti vari, specie cartacei, sfarinantesi sul duro ferro da tutte le finestre sulla strada. Molto Casa del Fascio il 25 luglio. Sicch, quando lodore di cuoio bagnato e segatura finalmente disparve, io fui costretto a richiamare le truppe, voglio dire il mocio e compagnia: perch una cosa di cui sono veramente maniaco, la pulizia. Al momento della mobilitazione generale, ritrovai anche Angelica in caserma, voglio dire nel ripostiglio delle scope, spaventata come una bambina, intendo come una piccola cosa tremante. La portai sul letto, abbracciata, e la guardai addormentarsi, sola. Poi tornai allopera, fischiettando. *** Col tempo, poco tempo, ma sufficiente, il capitano era diventato un amante focoso. A convincerlo, non cera voluto molto, anzi tutto aveva subito preso una piega naturale, come di quello che attendeva solo un cenno per manifestarsi. Un cenno, qualche scollatura ed un paio di gambe pazzesche, oltre che una certa conoscenza dei mezzi di cui disponeva, tutte cose che Luciana ambiva ad usare sulla strada, scoscesa ma imperterrita, che avrebbe portato allannientamento definitivo di quel fetente di Mimmo.

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Certo, era stata delusa dal sopralluogo dei tre militari, come le era stato descritto dal loro diretto superiore ed incidentale compagno dalcova, tanto delusa che aveva pensato di recedere dai suoi vibranti propositi. Se alla fine aveva ammesso che forse il percorso pi breve verso il coronamento dei suoi sogni poteva passare attraverso un tradimento, non il primo, di suo marito, era stato per motivi estranei allo scopo stesso (perch anche Luciana poteva, se necessario, avere un cuore: non le serviva spesso, ma alloccorrenza era utile). Tuttavia, allo stringersi del dramma e deposto larmamentario con la fascia rossa, il capitano si dimostr efficiente, rapido e ragionevolmente asettico. Specie sulla faccenda del miele, che faceva impazzire Luciana (non vero il contrario). Luciana pensava che la faccenda del miele derivasse da Nove settimane e mezzo (o forse era la Nutella). In ogni modo, la Nutella, oltre che ricordare quellantipatico regista e pallanuotista con la barba, sporcava molto pi del miele. E siccome il necessario complemento erotico ed igienico della divagazione sul miele era la doccia, che forse non sarebbe bastata con la Nutella, Luciana si limit ad un certo generico, ma invasivo, appiccicaticcio, lasciando la crema cioccolatosa per tempi migliori, o per appartamenti pi spaziosi e comprensivi di colf. Riusc, il che degno di nota, oltre che ammirevole, anche a fingere un godimento quasi sessuale, che delizi il capitano, il quale si concesse una smicciata fuori ordinanza e col botto. Poi, come nel pi classico dei film di mafia finanziati da qualche ministero, accese una sigaretta. A Luciana il fumo fece salire il sangue alla testa: le crebbe dentro il desiderio di insultarlo, forse di picchiarlo, ora che era, o pareva, tanto indifeso e un po babbeo, ma poi pens che la cosa migliore sarebbe stato ferirlo al solito modo, quello che funziona sempre: con le parole. Credo esord di trovarmi ora in una posizione, voglio dire in una situazione, insomma Il babbeo fumatore le fece un gesto ecumenico, per farla proseguire fino in fondo, pur consapevole, malgrado le volute da cui il letto era ormai avvolto, che il fondo poteva essere molto oscuro e tetro, uterino magari. Volevo dirti di un certo sopralluogo, che stato, devo confessartelo, sapendo che potrai perdonarmi disse, fissandolo con intenzione sulla sua nuda realt molto al di sotto delle mie aspettative. Perch io ho, come tu saprai, delle aspettative Succede rispose quello Ma sbagli prosegu Le aspettative sono cose inutili. Aspettare e non venire, come si dice

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Luciana non era arrivata a privarsi (molto momentaneamente, anzi incidentalmente, ma con estrema enfasi) della biancheria intima, fino al dettaglio non ininfluente del miele, per sentire dei proverbi. Nascose come poteva il suo disappunto, e con un sorrisetto appena appena sardonico riprese a mordere losso, con lintenzione di farne cibo per criceti in via di svezzamento. Poco meno di una settimana dopo ricevetti unaltra visita, questa volta di ben altro tenore. Non Casa del Fascio stavolta, ma rivoluzione dottobre. Ma anche da quella, seppur con qualche acciacco, mi ripresi. Tanto che mi permetto di passare ad altro. *** Il bloc notes elettronico nacque come una conseguenza della teoria ekpirotica, insomma del fatto che luniverso si allargato di botto e per un botto, anche senza considerare linflazione, in breve il rigonfiamento. Ho sempre pensato che il grande scoppio, sapete quello che ha dato origine al mondo (la Creazione, per come la vedo io) sia una delle prove che non ci siamo messi qui da soli, ma che Qualcuno, che io mi ostino a scrivere maiuscolo, malgrado le apparenze ed i guai che le chiese (minuscole) ci creano, ci ha pensato e ci ha mandato qui. E questo fa s che non riusciamo a spiegare, voglio dire fisicamente, le cose accadute prima di un certo momento, dellera di Planck, come si dice da quelle parti. Ma anche qualche frazione di secondo dopo, non che le cose vadano meglio: luniverso si allarga, diventa forse piatto come i rombi su un pallone regolamentare visti da un moscerino, e noi non ci capiamo ancora nulla. La cosa singolare, e bellissima, che questo Qualcuno potrebbe aver rimescolato le carte in tal modo che anche escludendo linflazione, il grande scoppio tenga. E questa voglia di giocare col mondo, questa necessit di confonderci le idee per invitarci ad una chiarezza pi alta dimostra che veramente Dio, non quello dei preti, che sembra un ragioniere e tiene conto del numero delle funzioni partecipate e del numero degli amici e parenti (e calco su questultima parola) con cui abbiamo divergenze, ma un Dio universale, estremo, primo ed ultimo, quello del mio amico Ges, per intenderci. Pi o meno queste cose dissi ad Angelica, per farle presente che forse avrebbe potuto metter su rete i suoi pensieri, che non erano nulla come pensava, se anche Dio pu a volte farci pensare che il suo tutto un nulla, per invitarci ad unanalisi un po pi profonda. Lei era un po troppo convinta del fatto che tendiamo tutti ad annientarci, al pulvis es, insomma Mercoled delle Ceneri, ma in verit il nulla non devessere che un

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inganno, come il mondo. Cosa riaffiorer dal nulla? Soltanto le nostre parole, che abbiamo dato a qualcuno cui volevamo bene. Varrebbe la pena di lasciarle in un posto dove non si possano cancellare, perch Dio pu anche fingere di essere assente, forse morto, per farci riflettere, ma la rete, lei, si crede eterna (il che molto statunitense, se ci pensate), e quindi, forse, non mai nata, come dalla teoria ekpirotica. La rete caduta nellinganno di Dio. Ma allinizio non scriveva nessuno. Poi ebbi unidea. Doveva chiarire chi era, prima di tutto a se stessa. Il resto sarebbe seguito, come tutto segue, in punta di piedi, e senza disturbare. La cosa penosa della rete, se vi butti dentro un nome di donna, che hai un esercito di beoti che ti assedia, che vuole uscire con te, che vuole conoscerti proprio in quel senso, e possibilmente sdraiarti. Senza acrimonia, ma letteralmente. Ed io dissi ad Angelica che bisognava farli sfogare, che a lei il blocco elettronico serviva come terapia, o forse come placebo (proprio cos dissi, io che non so distinguere un chinotto da uno sciroppo per la tosse, a meno che l'uno e l'altro non siano alcoolici). Arrivarono cos le persone vere, quelle interessate ad ascoltarla. E questo per Angelica era una grande novit.

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3. Fu come poter ammettere di avere un attacco di panico (Angelica viveva di quelli, li aveva con una regolarit cronometrica in certi posti, e con certe persone) e finalmente non vergognarsi. Sapete, lo sguardo che non scurisce, la malattia, una malattia scema, ma che gli altri non capiscono, e cominciano a dar consigli, o peggio, ad osservarti con uno sguardo liquido e ischeletrito allo stesso tempo. Poverino dicono. Ti consigliano di prendere qualche pilloletta; le pillolette fanno bene, ma non a te: a loro. Perch tu diventi invisibile, e loro possono fregarsene. Ti avevano consigliato di farlo, di fregartene dico, ma tu duro, niente. Allora era venuta la paroletta allampanata e oblunga, quella che aveva etichettato Angelica, dopo che non aveva pi l'et per il prendisole e lo scoglio, e prima che avesse quella per la vodka alla frutta, ed il vomito: ipersensibile. Ma io penso che fossero gli altri ad essere iposensibili. Dipende da dove metti la sbarra, ecco tutto. L'aveva scritto lei stessa, un giorno che si era messa in testa di dar la prefazione alla pagina principale del bloc notes: Dopo lungo tempo che eravamo stati invisibili, pian piano e con molti ripensamenti, cominciammo ad affacciarci per le nostre citt. A frotte dapprima, come i passeri, poi ad ondate, come gli storni. Forse ci fu fastidio, magari un po' di nausea, ma la vita nel suo complesso procedette come sempre. Certo, ci fu qualche lucchetto in pi, qua e l, e ci si blind dentro, ove necessario, ma non c'era modo di farci tornar invisibili. E forse a qualcuno dispiacque In linea di principio, in un paese confuso come questo, una donna che ha un blocco elettronico e lo usa, senza essere precisamente una giornalista, non pu che essere una poco di buono. Quindi c' una massa di deficienti e semi-ebeti che bisogna schivare (senza offenderli, per carit) e pian piano ridurli alla consapevolezza che esistono donne che hanno altre idee che quello, non perch non potrebbero farlo, anzi a tempo opportuno l'hanno fatto eccome (oppure no, ed in ogni modo sono fatti privati). E s, non sono necessariamente suore. Angelica stessa rispondeva a tutti, anche a gente che, giudicata col mio criterio mimmiano, avrebbe meritato un'escursione in costume da lattughino nello stagno delle lumache-squalo. E si impegnava, anche. Tirava fuori di quelle locuzioni poetiche che a me sembravano roba da vocabolario in otto volumi. Ed era talmente veloce, che a volte posava il sorcio, e quello continuava a muoversi da solo sul tappetino, come in una specie di seduta spiritica. Mai sottovalutare le donne (non che io mi sia permesso, lo dico come promemoria).

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C'era una tipa che si chiamava Elena, e giocava a pallacanestro, anzi la insegnava nelle scuole al pomeriggio: come il lavoro le permetteva, volava alto, il che dal punto di vista di Angelica, era ispiratore di una serie di possibili tematiche, pi o meno legate allo sport ed alla vita. Mi sono trascritto a copia e incolla alcune delle risposte che le dava: Vedi, anch'io sto vivendo un attimo di volo, come quando tu sei lanciata a canestro. Certo, potrei urtare qualcuno, e rovinare a terra, ma non questo l'essenziale. L'importante essermi potuta alzare, per tanto tempo ho pensato di essere destinata ad un riposo forzato, ad un'immobilit non richiesta Ecco, volevo chiarire che l'attimo di volo non sono io, io sono semmai una specie di maieuta, insomma quel tipo che vi tira fuori con le pinze le risposte alle domande, sperando di non farvi fuori le ultime otturazioni con su ancora un po' di spolvero dell'amalgama. Tutto quel che aveva, Angelica, ce l'aveva gi, anche quando sottopose ad un seccatore un paio di frasi piuttosto glucosiche su perch mai non si stesse zitto (el tas mai credo che dicano dalle sue parti): Arrivavo (ci crede?) ad invocare il silenzio, quando tutto trillava, dal campanello della porta alla cornetta del telefono, passando per il cicalino dell'ascensore. Poi, ad un certo punto, il silenzio arriv, e certo potevo pensare, ma ormai avevo perso la nozione di come si pensa. Ero abituata a vivere nel presente, e se il presente taceva, mi mancava la forza di interrogarlo. Ecco, la cosa curiosa, era che la vaga ninfetta marina dei film con Gassman e forse Brazzi (incontrati per cinque minuti ciascuno ad un cambio scena, ammettiamolo) parlasse come un incrocio tra una creatura mistica ed una stella del varit fin de sicle. Era un po' la medium di se stessa, Angelica, nel suo bloc notes era capace di cantarvi il sestetto dell'Adriana Lecouvreur da sola e, bench di orchestra l forzatamente ce ne sia poca, lei si piegherebbe altrettanto bene a mimarla, come finora aveva mimato la vita. La donna della vestaglietta bagnata mi stava rendendo spirituale come una particella carica antecedente all'era di Planck. *** Anche un Lanfranco qualunque sapeva all'occorrenza essere perspicace, specie ad orecchiare la ripresa dei tradimenti di sua moglie. Perspicace significava che era certo che quel personaggio gallonato e vagamente scivoloso avesse avuto il suo daffare con Luciana. Ma non era questo che lo turbava: Luciana lo aveva abituato che, un po' nello stile di quelle mediocri commediole che Angelica si era trovata ad interpretare, o a subire, la leva del sesso pu essere utilizzata per decine di altri scopi, senz'altro

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infinitamente pi vasti, estesi, e, con licenza parlando, cosmici. E non valeva la pena di sudare sette camicie, e spendere di conseguenza una fortuna di lavanderia e di stiratrice, per tentare di convincere Luciana che aveva forse ecceduto nella difesa, certo per scopi nobilissimi. Lanfranco viveva i tentativi, invero piuttosto patetici, di Luciana per dimostrare che tendeva ad obiettivi universali ed infinitamente ragionevoli nello spazio e nel tempo, con dolorosa, ma stoica rassegnazione. Si limitava solo a drogarsi di caff da tasca, sapete i cioccolatini che colano espresso dolciastro. Se ne impiastrava l'interno di giacche e cappotti con assoluta indifferenza, nel cui microclima il caff da tasca tendeva indisturbato a formare arborescenze e vie di fuga certificate col marchio europeo. Tuttavia, siccome il dentro, anche se foderato, non si vede, quella era l'area di gioco libero ed infantile, lo Spielraum di Lanfranco, dove nemmeno i pensieri a forma di tacco a spillo sotto suole infinitamente svasate come quelli di Luciana potevano raggiungerlo. Per farla breve, il dubbio di Lanfranco non era che il capitano si fosse appartato con sua moglie, era quello che gli avesse camminato nel letto con le scarpe, probabilmente sporche del fango di qualche missione altrettanto sudicia, anche se nobilitata dall'amor di patria. Coricarsi con le scarpe roba da comica finale, e sperava non si fosse arrivati a tanto: anche l'amore andava fatto con le pattne, nella sua mentalit. E poi, aveva un certo sordo timore delle scarpe dell'Arma. Non semplicemente perch fossero nere, e non perch avessero duecento e passa anni di storia, quelli in fondo sono dettagli. Era l'odore del cuoio, che Lanfranco sentiva come un asmatico sente un fumatore a duecento metri di distanza. Come l'asmatico non avrebbe fatto, un giorno Lanfranco si present alla caserma della Radiodebole, e con sua grande sorpresa, lo fecero entrare al cospetto del capitano smicciatore. Il cuoio imperversava nell'aria, Lanfranco aveva portato anche i sali, nel caso di improvviso deliquio. Gli urgeva per di avere quelle informazioni, quindi tenne botta. In cosa posso servirla, dottore? Sono io che vorrei servirla In che cosa, se posso permettermi? Vede, io soffro d'ipocondria. Mi vaccino contro l'influenza dai tempi del liceo, e le ho avute tutte, dalla Singapore alla Mortara... Quest'ultima mi sfugge, temo Sa quell'anno che ci si contagiava con le piume d'oca? Ecco, per farla breve, sono qui per un caso di coscienza, o meglio di promiscuit, e non voglio disturbarla pi di tanto, perch lo so bene: lei, come tanti del suo calibro, cammina molto

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Giriamo anche molto sulle volanti, come pu sentire dai rumori qui intorno Io sono pi che altro interessato, e quasi curioso direi, del cammino, anche di quello percorso nei pressi della mia dimora Il capitano guard da un lato, quasi per controllare se ci fosse un'arma disponibile, magari carica. Non l'avrebbe usata, ma sapeva che un uomo nelle condizioni di Lanfranco, che cercava pure di fare l'individuo superiore, ed invece era roso, quasi penetrato, da una gelosia divorante, poteva fare pazzie e poi, quel che peggio, pentirsene, ed averne garantita la seminfermit mentale in appello. Ne sogguardava l'occhio infossato con le borse gonfie e rosacee: non lo temeva, perch non si pu aver paura di godersi la moglie d'altrui (suo estremo e riassuntivo comandamento personale), ma lo studiava, e a fondo. Il riferimento al calibro (che si era premurato di interpretare altrimenti da come Lanfranco lo intendeva) lo aveva lusingato, volgarmente, ma efficacemente. Lo stava lasciando sfogare, come faceva il grande Torino: poi nel quarto d'ora granata, non ce ne sarebbe stato per nessuno. Aveva dinanzi un poveraccio che non valeva l'Alessandria dei Moccagatta: almeno dieci a zero, dunque! Io non cammino nelle scarpe di altri disse abbastanza sibillinamente il capitano Uso semplicemente gli spazi che mi vengono gentilmente concessi Lanfranco si sent capito, ed ebbe un moto di traversa ed inspiegabile simpatia per l'ufficiale, tradendo la propria debolezza, sicch l'altro continu su un tono pi alto ed in certo senso pi ispirato: E li uso nel senso dell'adempimento del mio dovere, non curando il tremore incerto che gli rispondeva dall'altra parte della scrivania: Sa cos' il dovere? Sono qui per apprenderlo, credo Gi: il dovere porta al disinteresse, fino all'annientamento se necessario di se stesso e del proprio orgoglio. Il dovere per esempio quello del grande Gabetti, che music la marcia reale. Ne scrisse due, ma il re ne scelse una soltanto. E Gabetti distrusse l'altra, senza fiatare. Cos disse il capitano, mimando con i listelli delle veneziane lo strappo della carta da musica. La fisionomia dei due uomini nella stanza ne vibr, e si spense sul pavimento, dopo pochi secondi che Lanfranco, impressionato, trov interminabili. Anche le ombre cinesi congiuravano a favore del capitano. Ed il triangolo dell'obbedienza, quello formato dal re, dalla patria e dalla bandiera, aveva accerchiato il grande musicista, l'ispirato maestro di banda Non si pu pretendere che un milite dell'Arma sia forte in geometria, ma Lanfranco era all'improvviso talmente stordito e stupito che avrebbe anche piegato il triangolo in

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circonferenza. Questa era una strana trinit laica, in effetti molto binomiale, formata da un uomo in armi e da una donna ricoperta da un drappo (l'idea di patria di Lanfranco veniva direttamente dal Moulin Rouge, dove presumibilmente la Rivoluzione Francese era scoppiata, anche se la storia dice altrimenti, forse per problemi di censura). I suoi occhi lo dichiaravano vinto, limitandosi a fissare le scarpe sotto la scrivania senza pi chiare intenzioni, ma il capitano, non pago, rincar la dose: E quando quel tale triangolo chiama, l'uomo di coraggio e di virt risponde. Doveva alzarsi in piedi, ora? Lanfranco si sentiva scollato dentro, un po' come una vecchia suola mal ribattuta. Si alz quindi, afferrando una mano aperta ma scivolosa, ed infil la porta, poi compulsivamente tutte le porte successive che trov, fino a sbucare all'aperto tra gli sghignazzi ed i versi offensivi di un lungo ed angoscioso corridoio. Fu solo in strada che comprese di quale triangolo si era veramente parlato. E, come gli era stato velatamente richiesto, obbed. Ma gi sapeva che questo a Luciana non sarebbe bastato. *** Era stato abbastanza sorprendente che Luciana ricontattasse Giulia, tuttavia dimostrava che, anche se non la sopportava, n politicamente n diciamo pure a pelle (bench si trattasse una pelle trattata, allisciata e pi oleata della carta delle pizzerie al taglio), tuttavia per una certa contorta ed improbabile solidariet femminile, non aveva intenzione di raderla al suolo. Soltanto di farla piangere, e nemmeno di questo era poi troppo sicura. Certo, la infastidivano quelle giacche a vento da barbona, accoppiate a quella bigiotteria vistosa e quasi esplosiva. Inoltre, Giulia era una che pubblicava libri liquescenti e vagamente sessantottini, dove c'era appena tanta storia da giustificare una chiacchiera infinita e senza direzione, ed in pi lavorava ancora in un ministero, presumibilmente piegando il capo sotto ogni scrivania, pur che le pratiche inevase non la stanassero. Ma insomma, non arrivava al punto di fastidio che le dava Lanfranco, da quando aveva capito la sua mossa imprevista, anche se perdente, verso la Radiodebole: per umiliarlo definitivamente, lo costrinse a tirar fuori la BMW dal garage di domenica pomeriggio, ed a portarla dalla cugina, un itinerario breve, ma generosamente provvisto di semafori. Lanfranco era un mollusco, ed era facile mandarlo in crisi: la tattica che di solito Luciana utilizzava era la giava dei finestrini. Mettiamo che ad ogni semaforo avesse freddo e ad ogni ripartenza avesse caldo: come una donna del suo lignaggio, o forse

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livello, la si distingueva dal tempo di tolleranza, un picosecondo. Dopo smaniava, il che poteva forse essere, non essendo molluschi, erotico, ma in buona sostanza si risolveva in una sensazione di freddo alle ossa, come di fastidio, di tedio, per non di noia. Troppo intellettuale la noia, Luciana usava un bovarismo da Confidenze, in pillole non effervescenti. E nascostamente affilava le unghie sulla plastica del cruscotto. Lanfranco impazziva, si trovava spento di qualunque forza. E lei lo affondava. Di sciabola, non di fioretto. Messo fuori gioco Lanfranco, in doppia fila dalle parti di piazza Vescovio, Luciana poteva passare a spezzare sua cugina, con sottofondo di archi. Per questo, bisognava essere glissanti, ma aspri, come un bolo di crescenza andato a male. Giulia pensava che la societ dovesse provvedere ai suoi bisogni di artista ed umanista, Luciana credeva invece che fosse lei a dover provvedere al guasto della societ e della famiglia con infinita e supponente arroganza. In entrambi i casi, visto che la societ non soccorreva nessuna delle due con sufficiente pertinacia e solerzia, si rilevava chiaramente il marcio in profondit. Bisognava che il marcio funzionasse a dovere, e Luciana ci sarebbe riuscita. Luciana non tollerava la svagatezza di Giulia, che le sembrava un Pinocchio travestito da fata, anche se non turchina, in quanto trasgressiva. Strinse le labbra, e simul un'ammirazione, che era in effetti disgusto. Inizi a girarle intorno un soffritto di parole, centrato sull'ellisse di cui la famiglia ed il patrimonio erano fuochi. Un patrimonio che sarebbe andato distrutto, se la zia Ermelinda avesse dato tutto in eredit a quel beone, beccamorto e bifolco (cio a me). E siccome la povera zia ormai va pi per i centoventi che per i cento, non c' da far affidamento sulle sue doti diciamo mentali. Non che ai suoi tempi le donne avessero testa. Forse utero, ma non so Giulia si strinse nella giacca a vento (la temperatura, complice un perfido riscaldamento mal regolato, andava sui ventotto gradi, ma lei voleva sentirsi in Alasca, il che la rendeva avventurosa, e forse interessante), e non le replic inizialmente, poi le disse: Sono anni che si dice in giro, abbiamo sempre pensato che le cose non potessero aggiustarsi, anche perch la zia non ragiona. Volevamo farla interdire, ma poverina, sai... Infatti, l l'errore, la zia suscita troppi ricordi. Anche a me cosa un po' strana, in verit, perch Luciana non aveva memoria, solo orologi placcati oro. Buoni o cattivi? disse Giulia con una smorfia collodiana un po' svampita.

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Ricordi... non so. In ogni modo, la democrazia quel che conta, e dove c' l'unanimit, l bisogna andare. Quindi contro Mimmo. Democrazia, ma unanime. Per la famiglia e...la patria disse Luciana, col tono dello smicciatore rispetto alla Marcia del Gabetti (colpo di fulmine, evidentemente). Ma il giudizio, la perizia, non so, gli esperti... Quelli si comprano. Tutti laureati tecnici, che fanno il secondo lavoro. Basta far loro suggerire una cifra, ed offrire il doppio. Sono onesti, e certo un po' scemi, o forse soltanto onesti, ma a noi baster Ecco, io direi, fai tu, io non ne capisco, per ti delego, e cercher di farti avere altre deleghe Non potete delegare, dovete esserci, ma basta che siamo d'accordo. Tutti Come poteva non essere cos? Una massa di irretiti pi o meno sessualmente, ed una finta barbona in giacca a vento... Beh, mi rendo conto di diventar cattivo, cos sono uscito allo scoperto. Ma solo che dopo la vicenda dell'incontro alla Radiodebole, e l'ancora pi fiacca risposta di Giulia, fui convocato, stavolta senza botte e 25 luglio, ma con assicurata A/R (andata e ritorno). Dall'inferno, penso. La prima udienza tra un mese (e se qualcuno dice che la giustizia non funziona, se la deve vedere con me). Funziona, come tutto, a partire dal basso. Dal triangolo dell'obbedienza insomma. 4. Quel che sorprendente in tutta la mia storia che io, malgrado sembri immutabile come una diatomea, non sono sempre stato cos, voglio dire con il mio gergo deamericanizzato e le mie piccole manie igieniche, o almeno non ero cos esasperato in tutto. C' stato un evo antico, durante il quale sono stato sposato, come giustamente Luciana osservava (perch non pu mica dire tutto sbagliato, povera mammoletta, e specialmente a letto) ed un'et di mezzo, molto alambiccata e certosina, come tutte le et di mezzo forse sono, cui appartiene la lettera che segue: Roma 3 giugno 2004 Cara Michela,

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sono felice che tu mi abbia risposto anche stavolta. E' sempre un pochino imbarazzante, specie per uno come me con una storia travagliata alle spalle, riprendere il filo del discorso, e specialmente con qualcuno che non si ancora incontrato, voglio dire personalmente. E' vero che la comunione di affetti si pu stabilire, anche al di l della presenza fisica. E' una frase che trovo molto bella e molto vera (e perdonami l'accostamento abusato di questi due aggettivi), perch ci fa capire come esista qualcosa che potremmo pi o meno definire come spirito, anima o quel che . Come molte belle frasi di cui ogni tanto infarcisco queste mie lettere, con la segreta, ma non tanto, intenzione di colpirti ed affascinarti profondamente, scopo che ovviamente una mia foto non potrebbe raggiungere (pure se tu con estrema gentilezza hai detto che dimostro meno degli anni che ho) anche questa non mia. L'ho fatta mia, in ogni modo, perch di mio nonno Pietro, e quindi, in virt della parentela, mi appartiene almeno un po'. Di mio nonno ho preso qualcosa, se non altro la capacit di combattere per le mie idee. Certo, oggi tutto , o sembra almeno, pi semplice, semplicemente perch i sogni ai quali le persone come mio nonno hanno dedicato la loro intera esistenza si sono in parte realizzati, mentre in altra parte sono caduti e si sono dissolti in qualcos'altro. Sto complicando le cose, perch non vorrei che tu pensassi che ho tirato fuori la frase 'da rimorchio', per mostrarmi disinteressato, gentile, magari anche un pochetto fintamente triste, il che non guasta, come l'indistruttibile successo con le donne di certi cantanti con gli occhialetti quadrati ed il capello grigio dimostra. Va bene s, era una frase da rimorchio, che vorrebbe farti credere che non abbia interesse ad incontrarti fisicamente, per poi sorprendentemente dimostrarti che proprio a questo che aspiro (ma lo sapevi gi)". Mentalmente, quella lettera l'avevo gi appallottolata una decina di volte. Quelle poche righe, con una citazione forzata e piagnucolosa del nonno, antifascista quando significava qualcosa, mi erano costate due ore di lavoro (e di sudore, perch era giugno, e c'erano gli operai che stavano ridipingendo la facciata del palazzo, per cui ero chiuso in casa, maledicendo il momento che Phyllis aveva voluto comprare quell'appartamento che affacciava solo da una parte, per giunta verso la strada). Andai in cucina, aprii il frigo, vidi una Guinness rimasta, poi ripiegai sullo sciroppo di tamarindo. Autarchico e dissetante, anche frizzante, con un po' di buona volont. E

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poi, per dirla tutta (ora potevo finalmente) la Guinness mi faceva gi un po' schifo (era almeno la decima volta che mi muovevo per aprirla, ed ancora l restava, con la sua lattina listata a lutto). Avevo scritto come un diciottenne ad un'associazione di amici di penna, e tre mi avevano risposto: uno era un tipo strano, ma simpatico, due erano donne. E avevo ricominciato il gioco, che gi mi era riuscito con Phyllis per quattro lunghi anni, e che ora mi sarei vergognato di fare con Angelica: non conoscendomi, mi fingevo ogni sera diverso, cos, per divertimento, anche perch la ragazza, con quei grandi e un po' malinconici occhi blu, mi prendeva sul serio, fin troppo, e mi si confidava, cosa inattesa, ma in fondo piacevole. Phyllis in Namibia per un progetto sulla conservazione degli elefanti, la decisione pi importante che avesse preso in vita sua: non l'avevo seguita, anzi avevo fatto dell'umorismo spicciolo sull'efebica e biondastra magrezza di lei, confrontata alla potenza ordinatamente amministrata del pachiderma grigio, un contrasto di colori, ma anche di mentalit, e mi ero giocato il viaggio quasi in fondo all'Africa (non che ci tenessi, ma se si fa lo sforzo di sposarsi, pur con due caratteri diversi come i nostri, qualche mossetta di riconciliazione vale forse la pena di tentarla: invece la Namibia si rivel un fosso tra di noi). Un paese poi mica facile, la Namibia, specialmente per una che, da quando aveva lasciato la campagna del Bedfordshire, non era riuscita ad acquietarsi neanche a Roma: Firenze forse s, gli aveva concesso, ma Roma no, e faceva un gesto vago con le lunghe dita, che si spegneva in un'inerzia lunga ed anche un po' dolorosa. "Rome is inexplicable", inspiegabile: mi rendevo conto che per una che veniva da sette anni di comprehensive school e da una laurea breve in business, tirar fuori un aggettivo cos pesante ed insolito doveva indicare un fastidio ricorrente, come il ronzio di un moscone in un orecchio, o forse in entrambi. Il fastidio potevo accettarlo, ma la Namibia era troppo. Ora insomma stavo scrivendo a questa Michela, che sembrava, al contatto epistolare, antitetica a Phyllis quanto pu ragionevolmente esserlo un'altra donna: gi la grafia rotonda e ricciuta, fitta di quasi inconsapevoli occhielli e roselline, era lontanissima da quella diritta, ossuta e tesa verso l'alto di mia moglie, dove molte lettere ricordavano mollette da bucato appese al filo della riga. Non che scrivesse tanto, Phyllis, qualche biglietto di auguri, la card, per Natale, ad improbabili parenti ed amici di famiglia di cui non ricordava nemmeno pi

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l'ortografia del cognome, gli unici ormai a richiedere quel gesto formale. Per il resto si districava tra mail e messaggini con una concisione che non era mai ermetica, ma sembrava rispondere a convenzioni che nessuno aveva mai enunciato, ma che pure tutti conoscevano. Non era solo questione di scrivere per esempio "c u l8r": alle volte immaginavo che, per qualche arcano sentiero, ella riuscisse a farsi intendere, comunicando mentalmente il suo pensiero all'interlocutore lontano, con una sorta di confidenza profonda, mentre io ottenevo solo parole di terracotta, che parevano sbriciolarsi leggre al primo tocco. Anche quando avevo conosciuto Phyllis, era giugno, quattro anni prima. Fino ad allora, non avevo mai avuto una storia con una che non fosse italiana, anzi italiana e del mio ambiente (avevo un ambiente, allora). L'estero va bene per una vacanza, col possibile corollario di un'avventura, ma stabilircisi troppo. Come tanti della mia generazione, mi ero trovato intruppato per tre settimane nel campus deserto di un'universit britannica, a spiare timoroso il cielo, che prometteva faville e sole splendente all'alba tra le cortine rosse della sua stanzetta tre per due, ed ora a fine mattinata volgeva un'altra volta verso il coperto. Warwick, cio Coventry, ma poteva essere anche un altro posto: il fatto essenziale per molti ragazzi, lamentosi come vecchiette bisbetiche, era che era all'interno, e non sul mareMa chi se ne fregava del mare, in fondo: la cosa specificamente importante che c'era Ada, e Ada si era messa con un altro, un biondino di Conegliano Veneto o gi di l, prima della fine delle tre settimane. Ci avrei fatto i conti a Roma. Quali conti, non sapevo bene, ma ad occhio e croce Conegliano dall'altra parte del mondo quando si hanno sedici anni e nemmeno il foglio rosa, mentre Ada abitava all'angolo di casa mia. Mi era tornata in mente Warwick, quando gi la Namibia e gli elefanti mi avevano sostituito nel dilatabile bagagliaio di Phyllis: a Warwick c'era una tipa di Cassino che mi andava appresso, una cosa talmente incredibile da essere vera. Non era male tra l'altro, ma avevo preso il punto di stare con Ada, o al massimo con una come lei o meglio, maggiore o uguale, come si dice. Ovviamente a Warwick maggiori o uguali ad Ada non ce n'erano: a posteriori (oggi che scrivo) ce ne dovevano essere almeno dieci su un totale di trenta, compresa la ragazza ciociara. E' che gli sbagli si fanno col cervello di oggi, mentre servirebbe almeno quello della generazione futura. Ma allora: perch Phyllis?

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Tornando indietro di un migliaio d'anni, gli inglesi, cio i sassoni, erano tutt'altro che prestanti come li pensiamo adesso. Erano molto pi simili ai moderni contabili in completo nero e camicia bianca con polsini d'argento, pancetta, auricolare e basette incorporate, che a vigorosi individui barbuti e nerboruti. Questo, oltre a spiegare come normanni e danesi ne avessero fatto un boccone solo, chiariva anche pi modestamente la mia iniziale diffidenza verso le donne britanniche: non che me le augurassi barbute e nerborute, ma mi pareva mancasse loro sempre qualcosa per imprimersi indelebilmente. La bocca, per dirne una, non rimava quasi mai con gli occhi, specialmente se chiari: il fermo distacco dello sguardo non si accordava che raramente con la gentilezza, a volte spinta fino al limite di una sommessa tenerezza, delle labbra dischiuse. Sapete il gatto di Alice, il cui sorriso aleggiava disarticolato, anche se il volto non era pi. E poi, erano indirette come un contabile, filtrate dallo sparato della camicia, dall'argento dei polsini e pi tangibilmente dallo stomaco imperioso. Se erano dirette, non erano pi educate: eppure si potrebbe magari essere l'una e l'altra cosa. O no? Il fatto che Phyllis la spuntasse su questo coacervo di pregiudizi, il mio, dimostrava che si era verificato un caso eccezionale, inexplicable. Certo, ci fu il momento sessuale, cio quel breve periodo in cui la libido non batteva contro l'ago dello zero. Phyllis non era esattamente bella, cio aveva un volto molto preraffaellita, ma che prescindendo dalla pittura comunicava delle ambasce incerte, ma profonde, forse inspiegabili (gi, lo diceva anche lei stessa). Gli occhi vagavano, sembravano non riposare mai, anche se fisicamente erano fermi. Inoltre, era completamente disinibita, da sempre, da subito, il che mi bloccava completamente. Credevo che gli inglesi si sciogliessero solo dopo aver bevuto, e tanto: ed in realt era chiaro che con Phyllis l'alcool aiutava, ma era anche vero che c'era qualcosa di preesistente, una specie di sottofondo gelatinoso. Dopo due notti in macchina con lei, non molto appassionate forse, ma sicuramente produttive, feci il passo di portarmela in quella che anche allora chiamavo casa, in mancanza di una definizione pi appropriata. Quel che diverso da oggi, e, se ci pensate bene, patologico, che di quella casa, allora, mi vergognavo. Per tutto il percorso, nonostante la vicinanza di quegli occhi vaganti e immobili cui cercavo di non parere distratto, non feci che pensare alle briciole sul ripiano, ai fondi del caff nel lavandino, al sacchetto della spazzatura in cucina, appeso alla maniglia della porta, allo strofinaccio che copriva il vuoto di una

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mezza mattonella in bagno, ed ai diecimila fogli e giornali e riviste e pubblicit che coprivano l'unico tavolo, come un parcheggio multipiano riservato alle termiti. Unico tavolo dove c'era anche un portatile, un paio di sorci elettronici e probabilmente, se non l'avevo tolta di mezzo, la cartella di pelle delle "faccende urgenti". Il letto per era a posto, avevo anche cambiato le lenzuola, dopo tempo immemorabile (dovevo stendere quelle lavate, che erano in lavatrice dal giorno prima, e si sarebbero presto macchiate di muffa, se non mi fossi sbrigato). Certo, dall'aspetto complessivo dell'appartamento, lei non si sarebbe potuta fare illusioni su dove la storia dovesse finire n tanto meno su teneri e romantici preamboli ed introduzioni (non ero neanche sicuro di aver versato un po' di papera nel gabinetto, prima di uscire, e questo mi creava un'indomita ansia). Phyllis non si fece problemi, un fatto che (a posteriori) mi preoccup, perch pur sempre di una donna si trattava, pensavo allora; ebbe una rapida occhiata, tanto per trovare la strada, poi si spogli svelta, non molto diversamente da come avrebbe fatto ad una visita medica, e tent di attirarmi nel luogo topico: ancora una volta, le cose funzionarono a dovere, anzi mi concesse di attardarsi su qualche dettaglio che in macchina mi sembrava di avere un po' trascurato per scarse abilit contorsionistiche. Fu quella sera che mi convinsi di essere innamorato di Phyllis: lei anche su questo mi lasci fare, come a letto. Ci addormentammo per qualche ora: nel dormiveglia sudavo freddo al pensiero che, finita la festa, Phyllis si desse all'esplorazione dell'appartamento. Giurai a me stesso, nell'assopirmi abbracciato a lei, che mi sarei svegliato subitissimo, avrei passato almeno la papera, fatto sparire i residui di cibo e di caff, frullato la spazzatura nel cassonetto e disposto i giornali in un ordine cartesiano... Mi svegli invece la sua voce: veniva dalla cucina, e quindi era gi passata in gabinetto (l diceva lei). Ebbi un brivido e, ancora con gli occhi chiusi, toccando istintivamente il termosifone, balzai fuori. Phyllis cercava il t: ero convinto che ci fosse, lei diceva di no. Ci parlammo a lungo attraverso le porte come Romeo e Giulietta, lei in cucina, io in bagno. Lei voleva il t verde, di cui allora non avevo idea, fuorch che era una roba cinese, e di conseguenza inadatta al mio ego autarchico. Phyllis mi concesse che una camomilla quasi verde: pensavo che far colazione con quella specie di pip bollente fosse da depravati, ma non lo dissi. Col tempo, avrei cominciato a tacere altre cose inutili, anche queste piccole, ma inevitabili.

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Dovevo capirlo, da quando si era coricata, praticamente nuda, in un sacco a pelo, in un'inopinata notte trascorsa in campeggio in Corsica, per essere arrivati troppo tardi per tutto, alberghi, b&b, case private, quant'altro. Mi ero sentito Lando Buzzanca in Norvegia. Innanzitutto, avevo freddo; poi, eucalipti o no, avevo raccolto frotte di zanzare ansiose e astiose di limonarmi, e non solo in bocca. Seminudo per solidariet non mi riusciva bene, inoltre il sacco a pelo sapeva di cantina, o forse di solaio (solo questione di metri sopra o sotto il livello del pavimento), e soltanto Phyllis, con il tipico sprezzo britannico per l'igiene immotivata, poteva adagiarvisi pelle contro pelo senza batter ciglio. Io mi sentivo incimurrito al solo pensiero, ed in pi rimasticavo nel sonno una specie di verso da incubo, baritonale e fitto di u, mezzo Yoghi mezzo Lando. Tipica situazione vagamente erotica: adesso sarebbe bastato scostare un pochino il sacco a pelo, e Solo che, oltre ad averne voglia solo vagamente, perch il periodo dell'amore in auto mi sembrava morto e sepolto, ero anche bloccato dai messaggi in codice di Phyllis, codice che non ero stato fino ad allora in grado di decifrare. Se fosse stata brilla o decisamente ubriaca, sarebbe stata diretta, anzi, per dirla tutta, decisamente rozza, al punto da tirarmi una scarpa o una punizione di prima e ad effetto sugli zebedei, ed avrebbe riso senza freno, su quella tonalit alcoolica che detestavo. Se per non lo fosse stata (e non lo era, perch quella sera di fine maggio anche qualunque locale sembrava chiuso in quel paesotto dell'interno: perch ovviamente Phyllis non era andata in Corsica per il mare: ogni tanto lo incrociavamo, davamo uno sguardo fuggevole e via, verso l'ombra dei boschi) avrebbe reagito secondo la sua educazione, ed io avrei mal interpretato il tutto, misunderstood, si dice, ma non l'avrebbe detto, me l'avrebbe fatto capire, come tutto il resto. E come di tutto il resto, non avrei capito un accidente. Uscito da una storia del genere, con l'aiuto insperato della Namibia, avevo bisogno di poesia, e quindi delle varie Michele, con cui mi impegnavo come un disperato a fingermi uomo (ora ci ho rinunciato). Quando ci rivedemmo con Phyllis fuori dal tribunale, riuscimmo ad essere gentili, lei mi sorrise quasi cordiale, e capii che non avrebbe disdegnato un fuori programma, che non avrebbe cambiato la sostanza delle cose, ma insomma sarebbe stato un addio colorato, come quei grandi biglietti con gli strass che si danno dalle sue parti alle segretarie, quando passano al piano di sotto, per una sterlina all'ora e/o un po' di flessibilit sulla pausa t in pi.

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5. Angelica continua oggi ad avere un bloc notes elettronico in rete, ma non ci vediamo pi: ci sentiamo per spesso, ma solo per posta elettronica o per chiacchiera virtuale. Sono rimasto con le mie foto e la mia cosmologia nella mia simil-casa con la papera e il mocio, ed in fondo un po' di malinconia, mia compagna gentile. Era nella logica delle cose, e non c' nessun rancore, lei ha trovato se stessa e le nostre strade si sono divise, come dicono gli allenatori quando i tifosi li inseguono fin sotto la doccia per chiedere educatamente spiegazioni sul rendimento della squadra. So, e me ne addolora, che vi ho mentito sulla seconda ispezione, quella della rivoluzione di ottobre: non fu incruenta e non ci riprendemmo cos subito, almeno, il nostro rapporto non si rimargin pi. Angelica mi aveva sempre visto sereno ed invincibile, ma sono solo anch'io un uomo, tutt'altro che ekpirotico. E non mi va di scherzare. Avrei dovuto dirvi invece che vennero, sfasciarono quegli oggetti che li infastidivano (ogni volta c'era qualcosa che dava loro sui nervi), si tirarono le sedie tra loro, scartabellarono tutti gli archivi, sputarono in terra, mi spensero una sigaretta sulla mano, mentre a lei avevano anche rubato (requisito, dicevano) il cellulare. Come avrei dovuto lasciarvi con l'immagine, contraltare a quella della ninfetta e dello scoglio, di Angelica a terra, nella stanza a soqquadro, ed io che sono stato incapace non dico di difenderla, ma di lasciarle una speranza. Cadere non era stato indolore, come aveva pensato, e questi sono fatti che influiscono su un rapporto, per quanto illogico e particolare come il nostro, e, credetemi, sono anche dolorosi da raccontare. Per questo, ed anche perch io stesso, con tutta la mia sicumera intellettualistica e cosmo-fotografica, ci faccio una figura penosa, da pirla, avrebbero detto dalle sue parti, vi lascio un'immagine pi raffinata e soffice, quella di una locandina mezza strappata del mio archivio, peraltro rarissima ed introvabile. E' di un film non di quelli di Angelica, ma l'epoca quella ed anche il genere non se ne discosta tanto. Parla di una ragazza bionda con grandi occhi, coinvolta in intrighi pi grandi di lei, che lavora in una strada della vecchia Roma, dove anticamente passavano i tubi dell'acqua, e adesso pieno di boutique, prestigio ed anche ovviamente porcherie e corruzione. Sono cose di questo mondo, mondo dal quale solo per un artificio avevo pensato di tirarmi fuori. Insomma, qui c' lo scambio, ed i binari divergono: ma la storia, quella vera, ha ancora qualcos'altro da dire. Intanto, Luciana ha proseguito il cammino sulla via della

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prima udienza, ed ha pensato bene che quell'unanimit democratica si sarebbe raggiunta senza sforzi. Cio: quasi senza sforzi. Va detto che in quel mese di fiduciosa attesa del mio annichilamento, Lanfranco rimase ucciso in circostanze misteriose, ma non segrete (cadde dal balcone). La morte in certo senso lo riabilita, almeno ai miei occhi. Ho pensato spesso negli ultimi giorni che forse aveva cercato di opporsi al predominio delle scarpe dello smicciatore nella sua vita, dicendo finalmente a Luciana quel che pensava di lei, fuori dall'infatuazione vagamente sessuale, o pi semplicemente aveva ricevuto finalmente il conto di una delle sue tante carte di credito, che Luciana intercettava di solito nel percorso dalla posta alla comunicazione dell'avvenuto bonifico automatico. Forse era andato in rosso, cosa che a me che ho qualche migliaio di creditori da acquietare a turno, come mi ha insegnato Paperino, non fa n caldo n freddo, tanto non sono nessuno (e poi l'arresto per debiti non esiste pi), ma a lui poteva aver dato alla testa, e si sa che su un balcone, meglio la testa non pesi. Non l'avevo conosciuto bene, Lanfranco, forse era una bestia come gli altri, in fondo era sempre mio parente, anche se acquisito, tuttavia mi dava l'idea di quel centurione che, pur sputando ed inveendo contro Ges anche lui, sapeva almeno che stava sputando ed inveendo, non pensava come gli altri di gettargli dei fiori. E la coscienza di far male non poco, moltissimo in certi casi (ovviamente io non sono Ges, ma pur nella mia miseria, accresciutasi dopo la partenza di Angelica, posso offrire al Cristo la mia solidariet di uomo disprezzato, e forse vagamente immaginare come dovesse sentirsi Lui, quel Lui che, come vi dicevo, mi ostino a scrivere maiuscolo, da quando ho visto quanto siamo minuscoli noi). Luciana pianse molto, e sempre a proposito, poi si prepar per l'udienza, ed io finalmente, dopo dieci anni di odio, la vidi arrivare. Molto scura ed oscura. Anche sicura come sempre, devo ammetterlo, e con degli occhiali fotosensibili, che mi sembr cambiassero colore continuamente per i primi secondi che, suppongo, mi stava guardando (l'inclinazione della testa allungata biondo-cenere corrispondeva). Tutto il resto era nero, fino alle scarpe, appuntite, ma ragionevoli. Tranne che le dolevano. Sono venuta a piedi da Ponte Bianco esord. Avrei dovuto commentare che, se arrivava direttamente dal binario, fino a quella specie di salottino-studio che mi era rimasto dai fasti passati, erano circa duecento metri (che avesse parcheggiato la sua Elegante vetturetta sulla ferrovia mi sembrava piuttosto plausibile, in fondo) E credo anche tu sappia perch sono qui. O no?

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Che mi importava perch era l, ormai la giornata era persa, sfasciata, e potevo rimettermi a fischiettare, il che mi fa l'effetto che a molti neonati fa il dito in bocca. Di solito zufolavo cose sincopate, ed anche piuttosto intimiste, assoli di clarinetto e roba simile, ma al momento non mi venne altro in mente che Il mondo (quella canzone abbastanza fragorosa sull'alternarsi del giorno e della notte, che non ho mai capito cosa ci sia da essere cos trionfalistici su tutta questa storia, pur se trovo anch'io che certe albe si facciano aspettare troppo a lungo). Sono quasi sicuro che dopo questa mia prestazione canora, Luciana mi guardasse davvero. Non credo volesse provare a blandirmi, anche perch avevo il mocio in mano, il resto delle truppe non era distante ed un uomo armato, mettiamo pure un Mimmo, sempre temibile, ma pensava che fossi completamente rincitrullito (e fin qui, non andava molto lontano dal bersaglio). Il fatto fu che poi la mise sul folclorico; con l'espressione di una laureanda in storia della faida, mi chiese: Sai perch ti odio, no? Ecco, quello mi importava ancora meno, per non potevo fischiettarle Il nostro concerto nella versione orchestrale completa di dodici minuti e mezzo, mimando le strappate dei violini. Sento che l'avrei irritata e se da un lato poteva essere meglio, perch l'irritazione meno dell'odio, certo non mi andava di diluire un sentimento cos profondo. Era una donna coscienziosa (nelle cosce, non nella coscienza) ed io certe cose ancora le apprezzo, pur se strizzate in un tubino nero che definire improbabile era quasi un complimento. Poi, l'odio le donava: lo pensavo da dieci anni, da quando le si era manifestato per la prima volta (e quindi in un certo senso merito mio: come dicevo, sono un maieuta). Non attese una mia risposta, che d'altronde non venne: avrei potuto dirle di zia Ermelinda, di come si pu vivere cent'anni, ed ancora non accettare di esser buttati via come un pitale. Ma era inutile, ovviamente, anche perch io non sono riuscito a salvare veramente n una zia, n una vecchia ragazza come Angelica n me stesso. La trama un po' scombinata di Luciana avrebbe certo avuto successo, e, vedendo le cose da un'altra angolazione, l'eredit era marginale. Non avevo scelto di essere il nipote prediletto: avevo solo continuato la mia solita vita, tra qualche sbandata e qualche brusco colpo di timone. E poi parlare con la zia mi divertiva davvero: avevo solo osato dire, all'epoca dello schiaffo (un buffetto in verit) che non si tira fuori un'anziana signora da una casa per relegarla a Santa Marinella in un posto dove raccolgono le tue spoglie col cucchiaino ogni mattina alle sette. Anch'io, che sono matto, ho una casa. Non un letto ed un armadio di serie con le stampelle troppo alte e

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niente spazio per mettere un ritratto e un lumino (o dieci o cento, che importa). E non importa nemmeno che sia Santa Marinella e non Frattocchie... un dannato luogo comune di questa citt di mummie incipriate che sia il posto dove stiamo a renderci felici. La felicit dentro di noi, ed anche quaranta metri quadri al Pigneto sono abbastanza per contenere un'anima. Ma purtroppo ad un certo punto i quartieracci (detto con affetto) tornano di moda, e le zie passano. Chi ? mi disse Luciana ad un tratto. Bellina... ammise poi a malincuore. Un'attrice Un trucco antiquato per. L'ombretto, le sopracciglia ritoccate L'ombretto forse s, almeno credo (era l'epoca d'altronde), ma le sopracciglia Angelica le aveva vere, vere e folte, di una bionda, ma autentiche. E poi ha una faccia indisponente Pu darsi. In ogni modo, ormai il passato Oh, mi spiace... Beh, vorr dire disse alzandosi (non mi ero notato si fosse mai seduta) che ci vedremo il mese prossimo. Ti aspetto...cio ti aspettiamo tutti, unanimi. Ad una sola voce e sulle ultime parole mi parve sorridesse, ma forse era solo una trasparenza dei capelli sulle labbra strette a guscio. Tutto questo mi sembrava gi vecchio, e spento: io ero gi di l. Non ho salvato nessuno, vero, ma chiss, magari non possiamo salvarci che soli. Sapete, col tempo ho capito che i soldi sono un'idea. Senn uno come me non sarebbe mai stato al mondo. Di veramente nuovo, c' che Phyllis tornata dalla Namibia. Se abbia trovato gli elefanti, non sono riuscito a capirlo, ma dall'increspatura dell'ombra del suo sguardo ho creduto di dedurre che non le interessa pi. Si seduta chetamente sul divano, ancora ebbro del dolciastro profumo dell'altra, ed ha finto di notare che avessi dato una rinfrescatina all'appartamento. Fresh start ha scandito piano, innervando le tempie di vene ancora giovani e sottili. Poi mi ha guardato (eye contact si dice). E' seguito qualcosa che non saprei definire. Mai cos bello, per. Ho anche dimenticato che per amare bisognerebbe desiderare: le due cose si sono impercettibilmente fuse, e le ho lasciate al loro destino. Chiudo il racconto seduto tra i grandi manifesti anteguerra della stazione di Falconara, mentre anche Phyllis completa nel suo angolo una pagina di quel diario che poi rifermer col chiavino. Aspettiamo il treno per l'aeroporto. Questo un posto di confine che non sa di esserlo. Il mare sciaborda spaventoso appena dietro la linea dei

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carri merci, ma qui dentro c' pace. Ad un tavolo si gioca a tressette rinfacciandosi le mosse errate nella pi bella inflessione d'Italia. Anche un maresciallo, un po' sudato, fin troppo intento ad un caff che voleva ristretto, ed invece ora gli sembra troppo lungo, mi sorride. Ha guardato con curiosit i nostri grandi zaini da ragazzi ed i nostri capelli poco intonati, e si rincuorato forse. Non sa dell'udienza evidentemente. N della ragazza sullo scoglio.

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Le smanie per la tinteggiatura Quel giorno, un temporale di insolite proporzioni si era abbattuto sulla citt, sradicando alberi, spostando macchine, rovesciando cassonetti e facendo tremare le coppette dei lampioni fino quasi a decapitarli. Dopo circa un quarto dora, la sfuriata incandescente e nerastra del cielo si era dissolta in una pioggerella placida ed indolente. In quel momento, la Punto del ragionier Mario Rossetti, consigliere della scala C, aveva imboccato la rampa del garage, di ritorno dal porto di Civitavecchia, inevitabile ed un po malinconico approdo di quindici giorni in Gallura. Aveva sostato qualche minuto, scaricando pesi ed organizzando mentalmente limmediato futuro, con lo sguardo sperduto in qualche carezzevole ricordo. Sua moglie era unartista, e vedeva la vita ad acquerello e tempera. A lui bastavano tre o quattro pastelli di cera, di quelli che certi grandi magazzini regalano ai bambini, onde tenerli buoni per il tempo strettamente necessario alle compere. Eppure, il suo rosso non era meno vivido di quello di Franca, solo che era ununica tonalit, nessuna sfumatura, men che meno una fusione di pi tinte od una pennellata sghimbescia, data per creare, sconvolgendo la trama del dipinto, un nuovo ordine, provvisorio, ma non pi fittizio del preesistente. Il rosso era rosso, e basta: inutile sforzarsi di cambiarlo o di rifrangerlo con caleidoscopica esattezza. Alle 17.50 di quel luned, il suo sguardo si innerv di una luce diversa, non pi solare, ma probabilmente artefatta, cittadina. Non era per smorta: era senzaltro una lampada a basso consumo, ma compensava la sua natura sparagnina con una durata e resistenza eccezionale. Certo, per un bagliore diverso, anticonformista, ci voleva Franca. La vacanza era proprio finita. Si trascin pensosamente verso lascensore, attraverso le scale che gradatamente passavano dalla grettezza un po porosa del cemento al diffuso e variato reticolo del marmo venato. Dove le venature si interrompevano, si entrava in una confusa area di vaga, ma solenne dissoluzione, irta di teli di cellophane, di solette di calce spaccate a mezzo, tra listelli di legno ammonticchiati: uno scaleo a rotelle giaceva abbandonato presso il portone, che era semiaperto. Si poteva scorgere lombra del portinaio, che spazzava le foglie cadute nel fortunale appena terminato. Lo evit: Franca fece invece sembiante

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di notarlo, ma fu forse felice di rilevare che il saluto non era stato raccolto. Il lindore del cortile aveva la precedenza anche sull'educazione: questo le piacque. Mario e Franca, quasi spalla a spalla, si mossero verso la parete di fondo, tra lascensore ed il contatore generale della luce. Sul muro, in precedenza di un verde militare, erano dipinte quattro prove di colore: un altro verde pi chiaro, un color zucca, un giallo canarino ed un avorio. Sotto le prove di colore, su quattro fogli, altrettante liste di nomi, pi corte o pi lunghe, un po a capriccio. Contando le liste con lo sguardo, Franca scosse lievemente la testa abboccolata, al che Mario, pi tardo, si vellic la barbetta, che discreta e silenziosa gli cresceva a sale e pepe. Bisognava far qualcosa. Mario ricordava lucidamente la questione della sostituzione delle tende da sole sui balconi; anche in quel caso Franca, ragionando artisticamente, o meglio sentendo le cose nel profondo dellanima, era arrivata ad una rapida, ma meditata conclusione cromatica: aveva scelto delle tende con minuscole righine orizzontali marroni di diversa consistenza, intercalate ad intervalli irregolari di spazi bianchi, come quelli di un pentagramma visto ad uno specchio deformante. Si erano tosto formati tre partiti: le Righe Diverse, le Righe Verticali ed i Senza Tenda, mentre Franca, ed incidentalmente Mario, avrebbero preferito ununiformit, elegante, precisa, ordinata, ma artistica. Come Franca diceva spesso: Il mondo retto da un equilibrio sempre mutevole di zone dordine ed oasi di disordine. Non era sua, non sapeva se fosse farina del sacco di Frate Indovino o della direzione delle Assicurazioni Generali, ma serviva allo scopo. Nel caso specifico, allartistica mutevolezza cromatica, interna alla tenda da sole, si sarebbe contrapposto il rigoroso decoro, la ripetitivit strutturale della visione complessiva dei balconi tutti provvisti, in un caldo pomeriggio estivo, di fantasie con Righe Diverse. Ma le brillanti idee di Franca, con grave disappunto di Mario, non avevano prevalso: e dopo un paio danni di accese discussioni, spruzzate di qualche minaccia di azioni legali, la loro palazzina, se osservata dalla strada, presentava chiari i segni della spaccatura in tre partiti. Per non parlare della caotica visuale che se ne aveva poi dal cortile, dove, anche per motivi di economia domestica, i Senza Tenda dominavano. Perch in effetti dai tre partiti erano presto nati dei sottopartiti, anche se magari rappresentati solo da uno o due condomini, per esempio i Righe Diverse Fuori Senza Tenda Dentro, i Righe Diverse Solo Davanti Al Salotto, o peggio ancora (le tende avevano anche prezzi diversi) i Righe Diverse Fuori Tenda Qualunque Dentro. Ci fu

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anche una riunione di condominio, sotto Natale (Mario ancora aveva un groppo in gola al solo ricordo) dove il principio della libert di tenda stava per prevalere, grazie ad un nutrito gruppo di Tendaqualunquisti improvvisamente formatisi, che lui, con le sue doti di paciere, diplomatico e democratico convinto, aveva durato non poca fatica a convincere. Il tendaqualunquismo era anarchia, lanarchia era disordine, il disordine era caos, ed il caos stava cos male in un quartiere civile e decente come il loro, e poi era del tutto contrario ai principi filosofici ed artistici di Franca. Mario si era indignato allora, e lindignazione durava ancora: la democrazia va bene, finch produce risultati in accordo con il buon senso (larte, avrebbe detto Franca), altrimenti solo confusione (Un bordello ammise una volta a mezza voce in ascensore, fidando che nessun Tendaqualunquista potesse ascoltarlo). E il buon senso , come tutti sanno, la caratteristica incarnata dalle persone sensate, delle quali Mario era una, nel proprio condominio (modestamente) la migliore, escludendo Franca ovviamente. La questione delle tende da sole era stata appena torrefatta, dopo un inverno di quiescenza nelle beghe condominiali, che si era aperta la vicenda della pavimentazione del cortile, poi quella dello sradicamento della palma nana per salvaguardare la pavimentazione stessa con conseguente messa a talea sparsa di sezioni della palmetta in diverse aree del giardino. L Mario aveva dato il meglio di s, contro un nutrito gruppo di Palmazzeratori, tra cui si distingueva lingegner Ginocchi del quarto piano, quello che da sempre sapeva girare le parabole dalla parte giusta. Si era fatto scrivere un discorsetto ammodo da Franca, poi, ottenuto un mandato di principio e a malincuore con una maggioranza risicata e ricca di deleghe, aveva girato come una talpa per tutti gli anfratti del giardino, onde individuare tutti gli spazi ancora liberi e pi grandi di un fazzoletto, che aveva minuziosamente contrassegnato con sassolini a formare delle croci celtiche. Si era poi armato di ascia ed insieme al portinaio, anche se evidentemente su livelli diversi di competenza tecnica, aveva provveduto a ridurre la palma ad un moncherino, raccogliendo carrettate su carrettate di sotto-moncherini che aveva lasciato sotto tutte le croci celtiche, con effetto leggermente cimiteriale, come quel pesante di un Ginocchi aveva osservato, ma suscettibile di sviluppo e fioritura in futuro. A suggerire di tirar su le mattonelle dellatrio e di rimetterle uguali, ma nuove, era stato sempre Ginocchi, spalleggiato dallevanescente signora Gabbiani, la vedova dellavvocato (ma nulla a che vedere, per carit) e quella ragazza nuova, magra come

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un chiodo, che assomigliava a Giorgia, ovviamente (e fortunatamente) con meno voce (un condominio non una balera, in ogni modo), ma con la stessa inflessione della cantante, una che nata a Roma, ma ne avrebbe fatto volentieri a meno, specie il luned mattina e i giorni di pioggia. Che terzetto pensava Mario lingegner Fede, la vedova Speranza e la signorina Carit; le tre Virt Teologali si erano malauguratamente rese conto che mattonelle di quel tipo erano fuori catalogo; qualcuno dei tre aveva sentito di una ditta di Faenza che forse ne aveva ancora in magazzino, e avrebbe anche funzionato, con gran sollievo di Mario, consigliere di scala, se quel cafone di Gianni Corbelli, uno dei quattro mansardieri, che gi avevano dato tanti problemi allepoca della ricoibentazione del tetto, non avesse osservato, proprio alla fine della riunione di condominio, che se dobbiamo comprare fondi di magazzino, tanto vale che ci teniamo quel che c. Apriti cielo: immediatamente un partito di Nuoveonientisti si era formato, ed aveva fatto sentire in modo veemente la sua presenza. E lamministratore aveva aggiornato la riunione, in vista del possibile reperimento sul mercato di mattonelle pi confacenti alla bisogna. Cos latrio era rimasto nello stato indecoroso in cui Mario e Franca lavevano trovato al loro ritorno da Palau. Quello che per Franca aveva notato (Mario era pi tardo, pi diesel, come si autodefiniva) era che i nomi posti sotto il color zucca risultavano prevalenti: ad unanalisi pi accurata, i condomini che non avevano ancora firmato erano solo tre, presumibilmente non ancora tornati dalle ferie, oltre a loro naturalmente: di questi tre, una era la simil-Giorgia, su cui non si poteva fare affidamento. Niente da fare: il giallo canarino era in minoranza, e loro pure. Era tutto perduto? Cerano soluzioni? Per Mario, no. Ma Franca era unartista. Capisce, profess, il segreto nella tinteggiatura, come dice mi mojie, lequilibrio tra lordine del tutto ed il disordine delle parti interne. Ora, me dir, profess, che centra cor cucuzza, vojio d er colore, no er frutto. Ecco, che, da come Franca me diceva ieri a pranzo, er cucuzza troppo deciso, spiccato, nsomma una tinta che nun solo crea n ordine definito, chiaro. Pure de pi, fa come na gabbia, profess e fece il gesto di un serraglione da ippopotamo, con tanto di vasca e cascatella finta (aveva pure visto, per un caso fortunato, Madagascar 2 con Lella e Bice, le nipotine, il sabato precedente). Era il vecchio segreto: quando si perde, si rovescia il tavolo. Se le regole ci danno sconfitti, cambiamole, e vinceremo. Purtroppo per la simil-Giorgia voleva il color zucca, ed era decisa ad andare fino in fondo.

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Un venerd sera di fine settembre, tre quarti dei condomini si riunirono informalmente a casa Rossetti per decidere delle plafoniere all'ingresso, che come Franca giustamente aveva proposto, dovevano essere di un modello verdino modernissimo e leggermente picassiano. Questa trovata di ficcarci in mezzo Pablo Picasso, che a Mario non diceva molto, tranne che aveva dipinto quella Madonna che, con licenza parlando, pare abbia l'itterizia, per non parlare del bambino, era comunque la prova del genio di Franca. "Dietro un grand'uomo, c' sempre una grande donna" si diceva Mario, e bench lui non sempre si vedesse grande, senza dubbio per proprie mancanze pregresse, antecedenti, come si suol dire, Franca era grande, lo era di suo, lo era sempre, e, cosa che non mancava di entusiasmare il suo fedele sposo, lo era sempre di pi. Migliorava con gli anni, come il pecorino (paragone che non os esporle, ma che calzava, eccome). E poi, che bella donna! Florida, abbondante, perfino pletorica a tratti. Mica come quelle taglia 32, tre quarti e un'asola che vedeva camminare per la strada, tutte convinte e comprese, come se portassero in giro chiss quale preziosa mercanzia. Come la simil-Giorgia, appunto, che arriv a quella riunione nera d'umore, d'abito e di trucco, tanto per rinforzare il messaggio, e c'aveva dei fus che parevano due astucci per flauto traverso, mancava solo la chiusura a scatto. Oh beh, c'era da dire ad onor del vero che, quando si alz per recarsi al bagno (perch nere o non nere, quando scappa scappa) Mario pot notare che qualcosa di interessante e di positivo la similGiorgia l'aveva anche lei, qualcosa cui l'inopinata collaborazione dei fus conferiva un di pi inatteso. Ed era una ragione in pi per la quale Mario non capiva: perch il cocozza? Tanto pi che ad una che vestiva di nero, questa botta di colore sembrava proprio estranea, avulsa. "E' che qui manca luce" disse la ragazza " uno degli atri pi bui che abbia mai visto" "Colpa di Pariani" replic Panetti, un altro mansardiere "Quando ha costruito, pensava solo a quelliPoi, una volta incassato, chi s' visto s' visto: ci aveva anche promesso lo stenditoio in terrazza, e il giardino con le panchine e i tigli" "Beh, ma" interruppe Mario "io sono l'ultimo arrivato, poi l'ospite, e quindi non potrei parlare: ma nel giardino, se non ci si sta attenti, ci giocano i bambini" Alcune voci approvarono. "E i tricicli" "E le macchinine" "E le casette delle bambole"

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"Paletta e secchiello magari" "I miei nipotini fortunatamente" comment Ginocchi "non fanno niente di tutto questo: playstation, un gioco e via, poi televisione quando serve e Internet. Pensate che Lorenzino mi ha spiegato come si mandano i messaggini al telefonino, che io ce l'avevo da un anno, ma sapevo solo chiamare casa, eppure sono ingegnere elettronico. Quattro anni, eh? Bambini di oggi, signori miei!" "Capisco che non vi impressioni la mancanza di luce" disse la ragazza coi fus con un mezzo sorriso, che per a Mario sembr un po' arrogante "Ma non che i bimbi vi ingrassano cos?" "Sempre meglio che diventare come lei" disse Franca a bassa voce, aggiustandosi sul divano, dove stava sprofondando: Mario le annu lentamente, ma si sent un po' strano, confuso. Quella ragazza, mah doveva essere la crisi di mezzet, riflett, calandosi bruscamente una decina danni. La simil-Giorgia non l'avrebbe data vinta sul color zucca, era chiaro, e si oppose anche a riempire il portico interno, per motivi puramente estetici, di piante grasse e spinose. Un'idea di Mario, dopo che Franca aveva osservato che in un condominio per bene non era dignitoso fermarsi accanto alla guardiola del portiere a far conversazione e semmai a consumare bibite e biscotti, come era successo in pi di un'occasione, specie sotto Natale. L'osservazione fu raccolta in un silenzio pesante, anche tetro se vogliamo. Il silenzio della ragione che genera mostri comment Franca, a ricordo pittorico di Goya, la ragione, l'ordine, la regola rappresentati da lei, con il braccio secolare di Mario. Da quella sera, Franca ribattezz la ragazza squinzia, un termine che era di scherno, scherno ottocentesco d'accordo, ma indubitabile, del tutto giustificabile data la spinosa questione della tinteggiatura, e gli innumerevoli precedenti di beghe condominiali. I due si prepararono, visto che l'atrio del palazzo languiva di prove di colore e pareti seminude e screpolate, alla lotta anti-cocozza, che era anche una guerra di civilt anti-squinzia: sarebbe stata dura, ma ce l'avrebbero fatta; la vicenda delle tende da sole non si sarebbe riproposta col suo strascico di confusione ed orrore estetico. Dato che il tavolo li dava perdenti, occorreva rovesciarlo un'altra volta: Franca provvide, giorno dopo giorno, qualche granello di zizzania sulle strane abitudini di quelle che si vestono di nero, le dark, come aveva visto che le definiva l'ultimo numero di Confidenze. Coinvolse messe nere, riti vud (quello veniva da un vecchio numero di Stop, non sapeva bene cos'erano, ma erano roba magica, roba cattiva, di

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quella degli esorcisti). "E poi dark sinonimo di anoressico" spieg con chiarezza Franca alla signora Goretti, la moglie del ferramenta "Vomitare nella tazza di notte!" aggiunse con un tono misterioso e arcano. Ma la botta finale fu la jettatura: "Nero, quindi dark, perci fame, miseria, sfortuna, sciagura", libera ed artistica rielaborazione di Franca su uno speciale novembrino di Astra. "Porta male, e diffonde la disgrazia intorno, per irradiazione, come la luna nera", sconfinando decisamente nei tarocchi: Franca guardava tutte le sere la maga Atena su Telelibera. Mario pot notare con soddisfazione, che la ragazza, cio la squinzia cominciasse ad essere osservata con una certa preoccupazione, specie dagli anziani del condominio. Il colonnello Bastiani fu anche visto farle le corna dietro, nascondendosi sotto l'impeccabile giacca di grisaglia. Il portinaio tendeva invece a dileguarsi con moglie e figlia ad ogni apparizione della simil-Giorgia, adducendo i motivi pi vari. Squinzia era un termine di Franca, artistico, poetico insomma, un termine che Mario non avrebbe mai osato utilizzare, anzi trovava che, malgrado rendesse l'idea del fastidio che la ragazza stava dando loro, non descrivesse il soggetto. Squinzia dava una sensazione di guance gonfie, di bombe alla crema, magari un po' raggrinzite, forse del giorno prima, per prestava alla simil-Giorgia una corporeit che non aveva...beh non dappertutto. Ma l'azione ormai scalpitava e non voleva concedersi requie: Franca stava scivolando sul ciglio di un attivismo senza confini. Diventava esigente, quella donna, come solo le grandi donne sono. Accadde un sabato mattina che la simil-Giorgia, quando scese a tirar fuori la bici dalla cantina, che era l'ultima in fondo ad una lunga fila, vedesse per terra una decina di semini, di chiodini senza testa. Se l'era cavata per il rotto della cuffia, ma tornando dalla sua passeggiata, non aveva potuto evitare altrettante puntine da disegno nello stesso posto. Aveva forato entrambe le gomme: Mario l'aveva vista entrare, quasi correndo, dal ciclista. "Ah, questi giovani, che corrono sempre verso il nulla" aveva commentato con l'amico dell'edicola. Il mercoled successivo la ragazza aveva trovato il tergicristallo della sua Matiz piegato a 120 gradi, forse per il vento. Il venerd scopr che un libro che le era stato spedito era giunto con la busta mezza strappata e rovinato e scarabocchiato in pi parti. La domenica pomeriggio finalmente scivol misteriosamente su un'improvvisa macchia d'olio, proprio mentre Mario transitava in cortile con la radiolina all'orecchio. La vide senza guardarla, poi istintivamente allung un braccio, come non faceva da anni:

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"Permette una mano?" si stup di dire. "Anche due" disse lei. "Una caduta sfortunata: si fatta male?" disse intascando la radiolina, ancora accesa e formicolante. "Una settimana difficile, diciamo" Era leggera nella mano, ed aveva un palmo insospettabilmente caldo e liscio, come quello di una bambina: la guard distrattamente, con una pigra sollecitudine; lei gli sorrise appena, un po' scocciata, ma stavolta gli sembr meno arrogante, anzi ebbe come l'impressione che stesse per piangere. Mario arross violentemente. La guard rassettarsi ed andar via, e si ricord della sera della riunione. Prov allora una strana sensazione, come di cantare, di volare, qualcosa del genere, tir fuori la radiolina dalla tasca, la spense, e la proiett in aria, da dove per fortuna la riprese. Temette che Franca lo stesse guardando dal balcone: si allontan fischiettando. Sapeva che sul cocozza non l'avrebbe mai convinta: per, quei fus

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Il complesso di Panizza "Mi spieghi com' nato questo suo problema" Giorgio scese di tre o quattro scatti nella sedia, come se fosse stato da un dentista. Cera una volta un cinese che non la finiva pi di mandarlo gi, lo fece arrivare quasi a novanta gradi, diciamo a ottantadue-ottantatr, poi gli spalanc la bocca e Ma qui non era da un dentista, non aveva un dente da togliere o da otturare, voleva solo guarire, e sentiva che era nel posto giusto. D'altronde, non si intasa la casella di posta elettronica di uno psicologo senza un motivo, per tacere del fatto che aveva riempito di messaggi da guinness anche la segreteria telefonica del Corelli e della sua segretaria, la signorina Monzone, che ineffabile gli piazzava ogni volta dieci minuti di Vivaldi, quattro Boleri di Ravel e verso la fine dellattesa, possibilmente per stremarlo, un live dei Litfiba prima maniera (Litfiba a Londra? Mah!). "Un sabato mattina, probabilmente non avevo nulla da fare, mi capitato sottomano un articolo sugli acari si volt, per quel che la poltrona accasciata gli consentiva: "Sa gli acari?" "Certo rispose Corelli pensoso, indicando brevemente gli smunti alberi del viale, le cui chiome apparivano ancora pi malaticce dal secondo piano: un individuo con uno spruzzatore ogni tanto si sporgeva da un'autobotte che recava un teschio quasi fosse un terzo fanale posteriore. "Beh, ho letto che in un metro quadro di moquette possono esserci, anzi probabile ci siano, cinque milioni di acari. Questo mi ha cambiato la vita: era unoscura minaccia mi poteva colpire in qualunque istante, anche se non mi fossi mosso da casa, anche se avessi giaciuto tutto il tempo nel mio letto" "Perch lei" "Dappertutto!" "Euh!" "Beh, tranne in cucina ammise Giorgio, arrossendo visibilmente. "Cio anche in" Giorgio annu sconsolatamente. "Beh, andiamo, non se la prenda, c di peggio: un mio amico ha avuto la casa al mare invasa dai topi" "Quelli verranno!" "Cera scritto sullarticolo?" "No, diciamo che lho dedotto"

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Corelli sbianc, e con un rapido gesto di scusa si allontan. Non appena la massiccia porta si richiuse, Giorgio si sent pi sollevato: non sapeva ancora perch era arrivato fin l, quel che era sicuro che voleva guarire: dalleczema, dagli acari, dalla stramaledetta moquette, da tutto... e dalle fobie, se fosse possibile (di questultima cosa, non era sicuro affatto, ma valeva la pena tentareforse). Ma non appena fu passato il primo momento di sollievo, la minaccia torn a farsi sentire: 'Certo, lasciarmi soloCredo, anzi sono sicuro ci sar qualche telecamera nascosta, magari appena a mezzo metro da me, o in un muro, nella poltrona, meglio nel fermacarteOggi si miniaturizza un po' tutto, e non credo proprio che qualche taiwanese o sud-coreano non abbia creato la microspia da fermacarte'. Giorgio si sollev a sedere con uno sforzo non indifferente e si stup che l'agenda del dottore fosse spalancata alla pagina giusta. Qui, ancora luccicante dell'inchiostro della stilografica, ed in caratteri un po' inclinati, come nella pi scontata delle commedie americane, si leggeva a chiare lettere, ben calcate, accanto a quel suo cognome, di cui si vergognava un po': 'Soggetto problematico, interessante, molto sveglio, un po' cerebrale'. Tutto qui? Doveva essere un film di basso costo. Lo psicologo aveva una barbetta tranquillizzante, che conciliava il sonno: Giorgio sapeva (si era documentato) che era un adleriano, cio un seguace di Adler. Questo non aiutava molto, tuttavia era evidente, ciclisticamente parlando, che se Freud era Coppi e Jung era Bartali, Adler poteva essere Magni, o Cottur. Oppure quel tale Vito Taccone che vinceva solo quando il Giro passava al suo paese. Si ricordava d'aver visto dei giganteschi "W Taccone tracciati sul muro di controripa nei tornanti sopra L'Aquila. Beh, anche in quel caso il cognome aveva qualcosa a che fare, Taccone non vale Coppi, nemmeno foneticamente. Per lui si sentiva pi un Taccone che un Coppi, o per meglio dire un Taccone cui qualcuno (un giornalista, la mamma, il confessore?) aveva insinuato che poteva diventare un Coppi, se solo ci avesse messo un po' di buona volont. Cottur, cio Adler, insomma lo psicologo non tornava. A questo punto si potevano fare varie ipotesi, tra cui una colite fulminante, una fuga verso altri lidi, o semplicemente una panne della macchina del caff, evento molto probabile nell'atmosfera londinese di quei giorni autunnali. Cosa l'avesse indotto a cercare uno psicologo italiano tra le migliaia di psicologi anglosassoni, quello almeno gli era chiaro: dipendeva dall'Evening Post, uno dei tanti Evening Post di qualche posto in Inghilterra (uno usciva appunto nella citt dove Giorgio viveva). C'era la ragazzina di Chernobyl con la malattia degli occhi, e poi

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c'era il chirurgo che l'aveva operata, salvandola dalla cecit. Cio: sopra c'era solo la foto della ragazzina, e sotto era col chirurgo, Srinivasan Qualcosa, insomma indiano, anche se l'articolista, il solito biondastro di pochi studi e molta arroganza evidentemente (il pezzo non era esente da errori di ortografia) lo presentava come nato nella (orrenda, peraltro) citt dove il giornale veniva stampato. Se non si trovava un inglese capace di operare agli occhi la biondina russa, come si poteva pretendere che se ne trovasse uno che fosse in grado di aiutarlo? Cercare uno psicologo indiano, non valeva la pena: gli indiani avevano una filosofia di vita diversa (e migliore), dal poco che ne capiva Giorgio, e non avrebbero potuto mai afferrare qual era il suo problema. Certo, la ragazzina di Chernobyl aveva qualcosa di molto pi grave, ma se non altro era concentrato negli occhi, che ben chiaro dove si trovano (di solito tra la fronte e gli zigomi). Ma l'ipocentro del suo problema dov'era? Con gli italiani c'era per un altro aspetto, diciamo ecumenico: l'incenso. E Corelli inizi subito a mostrare quella faccia della medaglia: "Lei una persona brillante, piena di interessi, di cultura, laureato, con un discreto posto di lavoro Giorgio chiuse gli occhi e lasci l'incenso affumicarlo, tanto prima o poi si sarebbe esaurito, e sarebbe iniziata la messa. Era una sensazione gradevole, specie da adolescente, tutti questi elogi, complimenti. Quando per l'incenso si spegne, rimane solo la puzza. Allora ci si accorge che il tempo scaduto, ed il problema non stato risolto, ma quel che conta di pi, lui non avrebbe potuto parlare, fino alla settimana successiva. Decise di partire al contrattacco (azione di alleggerimento avrebbe detto Sandro Ciotti): "Vede, e con tutte queste qualit, io ho ancora il mio problema". Lo psicologo, da buon professionista medio italiano, era piccato che Giorgio avesse un'idea del proprio malanno. Disse, con malcelato e un po' mellifluo fastidio: "Lei sembra avere un quadro molto chiaro della situazioneCome dimostrato peraltro anche dai messaggi che lascia in numero e durata, diciamo, leggermente insolita nella mia segreteria telefonica" Fu allora che Giorgio si rese conto di avere il boccino con la giusta angolazione, una volta tanto: "Vede, io sono appassionato di ciclismo, e se permette, spiego tutto, ed anche me stesso, in termini ciclistici" "Ah, bene disse Corelli con un'espressione indifferente, come a dimostrare che, se seguitava ad avere un'idea di se stesso diversa da quella che si era fatta lui, lo specialista, era del tutto uguale che la spiegasse in termini sportivi, o musicali, o come gli pareva, "E quindi me la esponga" "Dice davvero, dottore? chiese Giorgio con una modestia fasulla, ed un po' ambigua.

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"Certo, fa parte integrante del suo caso clinico, caro signore" "Dunque: non so se lei si ricorda la storia di Miro Panizza" "Due zeta, vero? Corelli si accingeva a prendere appunti. "Miro Panizza era un buon corridore, forte specialmente in montagna. In piano e nelle volate si tirava un po' indietro, perch, insomma, non era affar suo. Ma non era un campione, e quel che era peggio non si sentiva un campione" E Corelli, che dalla lunga permanenza londinese aveva preso, come succede, le abitudini inglesi pi fastidiose, comment: "Uhm, molto interessante" "Non so se si ricorda, forse nodisse Giorgio, voltandosi, rischiando ancora una volta un trauma, a guardare lo psicologo. "Continui, la pregodisse Corelli circa 42 gradi a sud-est. "Il Giro dell'80, credo, quello dev'essere l'appiglioSi ricorda quando Miro era secondo in classifica generale, e and in fuga con la maglia rosa, Hinault, sa quel francese" "Gi, credo di ricordare" "Ecco, Hinault era cotto e ne aveva tutto l'aspetto, ma Miro pensava invece che prima o poi, su quella terribile salita finale, il francese (sa, un campione!) l'avrebbe staccato. Miro non dimenticava, neanche un attimo, che quello l era un campione, e lui no. Poi, quando manca solo un chilometro e mezzo all'arrivo, succede qualcosa di strano: in un momento dell'ondeggiare delle due bici, Miro incontra lo sguardo del francese, e capisce, o almeno crede di poterci provare. E se ne va, alto sui pedali, pensando forse ora mi riprende e mi frega" "E che accade?" "Niente, accade: troppo tardi, Miro gli prende un minuto e vince la tappa, ma il Giro va ancora ad Hinault, e Miro secondo, solo per non aver guardato in faccia il compagno di fuga, ma direi la vita, qualche chilometro prima" "Complesso d'inferiorit, direi. E lei" "Beh, facile dire complesso, mi scusi dottore. Ma quando uno cos solidamente convinto che ogni sforzo sar vano, e che quel che fanno gli altri per forza meglio, non c' salvezza, mi creda". Lora stava finendo: per un breve momento, Giorgio aveva pensato che forse i dieci minuti persi appresso ad un improbabile caff, di cui non aveva voglia e men che meno necessit, gli sarebbero stati resi, almeno in partema gi Corelli abbozzava quel sorriso di circostanza che lo invitava a non partire precipitosamente, ma comunque ad andarsene. Appuntamento, tra una settimana, alla stessa ora. Le va

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bene, no? Come, non andava bene? Certo che andava bene, Giorgio cercava di perder tempo, manulla da fare! Era invischiato nelladleriana matassa di complimentucci e salutini, e doveva levar le tende. Solo che ad un certo momento della ragnatela offensiva di Corelli, Giorgio fu preso da un sospetto (in realt una certezza): Dopo di me verr una donna. Gi la vedeva entrare nell'androne del palazzo, la sentiva quasi palpabilmente, il passo affrettato per le scale, lansioso respiro, un po daffanno, quasi ne respirava il profumo. Cerc di restare, ma la porta si chiuse inesorabilmente, e si trov fuori. Si guard intorno, ma non cera traccia di donne (n di uomini in verit), solo dopo realizz che Corelli aveva fatto le cose sul serio, nel principio psicoterapeutico che i pazienti, se possibile, non devono sapere luno dellaltro: ti faceva entrare da davanti, ma uscire da dietro. Volgare, anzi goliardico, ma efficace. Fuori, la pioggia batteva incessante: 'Strana pioggia, poco londinese' rifletteva Giorgio 'Qui la pioggia non batte di solito, non fa rumore, educata, fa parte del paesaggio, non quell'acquata di scrosci, di rivoli, di ticchettii di gronde, tanto italiana, cos zelante, quasi commovente'. Il tram usc dal tunnel e Giorgio vi si infil senza pensarci tanto. Era uno di quei tram moderni che si sforzano di non far rumore, al punto che la pioggia quasi pi invadente. Non si pu dire che Corelli avesse torto sul complesso d'inferiorit: all'ultimo colloquio al quale aveva partecipato, prima di rinunciare a cambiar lavoro, si sentiva talmente inadeguato da avere la tentazione di chiudersi in bagno, invece di far perdere tempo agli esaminatori. Ora per c'era questa possibilit, forse un'avventura. O stava solo sognando? Pass cos una settimana: la solita settimana che al lavoro non prometteva niente di buono si rivel poi meglio di quanto Giorgio avesse sperato. Non c'erano stati eventi importanti, per non sarebbe stato vero, n giusto dire che da un punto di vista psicoterapeutico non era accaduto nulla. L'idea della paziente successiva, come nel suo gergo impiegatizio anglo-italiano la battezz, progred abbastanza. Giorgio arriv rapidamente e piuttosto insensibilmente al punto di immaginarsela: da principio, costruendo la sua figura, la fece piuttosto angelica, bionda con gli occhi azzurri, decisamente dolicocefala e coi capelli lunghi e lisci, non spaghettiformi, ma chiaramente ed invariabilmente lisci. Poi, seguendo la sua difficolt di astrazione, che gli aveva gi dato tanti problemi studiando la fisica, quando per immaginare il momento d'inerzia, doveva raffigurarsi lo yo-yo (ne tenne uno per anni sul suo tavolo di studio), dovette darle un volto noto. Senza molto

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pensarci su, prest alla paziente successiva le fattezze di un'attrice anni '70, di quelle che avevano inutilmente turbato la sua adolescenza: a che serve fare lo sviluppo a dodici anni, se poi si ha la prima storia leggermente pi gratificante (in senso strettamente sessuale) a ventisette? Boh! Insomma, una via di mezzo tra Gloria Guida e Silvia Dionisio. Riconosceva anche che tra GG e SD le assonanze erano poche ed evanescenti: diverse di statura, di fisico, colore degli occhi ed anche timbro ed inflessione della voce, per cui dire l'una o l'altra non funzionava, almeno restando su un piano di lucida (beh, fibrillata) razionalit. Per, se si metteva in conto l'aspetto psicoterapeutico, insomma la malattia, una circostanza spiegava il tutto, ed accomunava GG a SD. Tanti anni prima, era stato concorrente in un quiz radiofonico: e, siccome si parlava di spettacolo, perch ogni giorno si parlava di qualcosa di diverso (e pazienza che il giorno prima era un'ora fa, visto che le trasmissioni erano registrate), il conduttore gli chiese quale fosse la sua attrice italiana preferita. Per Giorgio, il cinema era finito intorno al 1980-85, era finito lentamente, un'agonia protratta e senza estate di San Martino, forse perch aveva visto troppi film americani e nostri di serie W, X, Y, gabbati per capolavori con la complicit degli opuscoli distribuiti al cineforum parrocchiale. Nei suoi incubi, si era sentito pi di una volta, come Nanni Moretti, urlare con voce chioccia: "No, il dibattito no!". Purtroppo, essendo Giorgio tra gli organizzatori, il dibattito era un must, anche fosse durato pi del film (a volte accadeva) Con un po' di sforzo, parlando dattrici, poteva arrivare a Valeria Golino, non che gli piacesse eccezionalmente, eccetto la voce roca Intanto il conduttore aspettava, non proprio pazientemente, e Giorgio sapeva che aveva diritto a non pi di tre istantanee ('The show must go on'). Cos, la prima ad affacciarsi fu SD, ma Giorgio la ricacci, poverina: il conduttore era gi discretamente intontito per conto suo, rianimandosi solo alla vista di una mela o del microfono, e non avrebbe certo ricordato chi era SD, che non si vedeva in giro gi allora da almeno una decina d'anni, si era risposata ed aveva cercato chiss di farsi dimenticare, e forse avrebbe liquidato l'affermazione di Giorgio con una battuta tagliente, solo mitigata da un po' d'incenso per lui, il laureato, il saggio e troppo colto concorrente. GG fece poi capolino, al che Giorgio pens che quella s, per quanto mezzo addormentato, il conduttore l'avrebbe ricordata, ma non esattamente per le doti interpretative e l si sarebbe giocato anche l'incenso, lo sentiva. Rimase un attimo incerto, poi sillab con chiarezza perfino eccessiva: "Ornella Muti", e fu quello il nome che Giorgio consegn all'etere.

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D'accordo per Silvia, anzi Silvietta: ora si trattava di incontrarla. Per la seconda visita, avrebbe potuto cercare di arrivare un quarto d'ora prima, ma gi sapeva (aveva un bel po' d'esperienza di psicoterapia) che Corelli non l'avrebbe fatto entrare, consigliandogli o meglio adlerianamente ingiungendogli, di ripassare all'ora esatta. A Giorgio quel quarto d'ora serviva per capire come ritrovarsi nell'androne del palazzo uscendo dalla scala posteriore, il che sembrava facile almeno in linea di principio (fare il giro dell'isolato avrebbe richiesto almeno altri cinque minuti, esiziali per la riuscita del suo piano). Questa possibilit comunque non ci fu, perch l'autobus, il fatidico 77B, fece ritardo quel che bastava per via di una macchina che aveva preso fuoco sulla corsia preferenziale (dove a rigore un'auto privata non avrebbe dovuto essere. era forse un segno come un altro della pervicacia del destino). Arriv venti secondi prima dell'ora al citofono: Corelli l'accolse come un vecchio amico. Un caff troppo bollente, praticamente evaporato, era gi pronto sul tavolo. S, doveva proprio essere di buon umore quel giorno, infatti esord con un: "Allora, mi dica: come va ilciclismo?" Voleva anche fare lo spiritoso, era proprio un adleriano e molto sui generis: 'si meriterebbe un leggero accenno di disprezzo nella voce' pens Giorgio 'ma se poi non lo coglie, non lo avverte, io resto col mio accenno a mezz'asta come le bandiere' "Caro dottore oggi, se permette, le vorrei parlare un po' di filosofia" "Oh! disse Corelli, mostrando un qualche interesse. Esclusivamente professionale, ovviamente. "Ha mai sentito parlare di Berkeley?" "Negli Stati Uniti? Credo di esserci anche stato, sa? 'Com' serioso! Non ammette, non nega, cerca solo di capire. In fondo mi fa un po' ribrezzo' "George Berkeley, il filosofo, volevo dire" "Che si scrive come l'universit, credo 'Deve aver studiato in Inghilterra: psicologia purissima, denaturata, non contaminata dall'ombra di studi classici e filosofici. Highly specialised skills, come si dice' "No, vede, Berkeley era un filosofo vissuto tra il Sei ed il Settecento" "Lo so, lo so disse Corelli piccato, forse offeso: 'Il carattere italiota sta uscendo fuori, adleriano dei miei stivali'. Giorgio cap per dall'espressione che prese il suo viso ('peragonale, direi') che il dottore aveva difficolt a situare Berkeley, il filosofo, non l'universit. In quella, ci aveva tenuto una scuola estiva nel '97, o almeno cos era scritto nel suo curriculum internetico (aveva ben studiato il tipo prima di affidarvisi armi e bagagli).

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"Berkeley diceva: esse est percipi" "Passivo, eh? 'Forse ha fatto il classico in Italia. In ogni modo, percipi deponente, quindi deve essersi dimenticato un bel po' di cose da allora' "Essere percepire: e vuol dire che le cose non esistono se non in quanto noi le percepiamo, anzi cambiano in funzione di come le percepiamo noi, o almeno io lo intendo cos" "Molto interessante": Giorgio torse il collo come un aspide per mostrare la propria profonda ed assoluta disapprovazione per quell'intercalare albionico, tradotto pari pari. Rese solo pi precaria la propria posizione, rischiando di cadere dalla sedia, lettino o quel che era, e disse quasi con rabbia: "Pensi a Pescara" "La citt dell'Abruzzo? 'Questo non l'ha dimenticato' Giorgio annu con un certo fastidio, poi torn ad aggredire l'osso: "E' brutta, Pescara, vero? ed ebbe un rantolino come di raucedine in fondo all'interrogazione senza domanda. Corelli rimase un po' interdetto: "Brutta, dice?" "Non trova?" "Non so, non ci ho mai pensato" Giorgio rincar la dose: "Bisogna finirci per caso, o per sbaglio. Per andarci, a Pescara, voglio dire". "E lei.. " 'Niente da fare, non cade nella trappola. Tanto vale svelare il gioco' pens Giorgio, tentando disperatamente di voltarsi a guardarlo. "Io? Io ci sono stato tre volte a Pescara. Tre volte, sa? E ci sono stato bene. Da Dio. Brutta o non brutta, a me Pescara PIACE" "D'accordo, non si scaldi 'Capirai, con mezzo litro di vapori di caff in corpo' "Esse est percipi! concluse Giorgio con forza "Mio padre" "Mi dica disse Corelli, cambiando subito espressione e timbro, dato il registro psicanalitico che era stato toccato, e che aveva aperto le canne dell'organo a tutta forza. Giorgio lo vide con la coda dell'occhio e si affrett a continuare: "Niente, dottore, pensavo che devo telefonargli, tanto che non lo sento" "Forse lavora troppo" 'Un accidente lavoro troppo. Il lavoro proprio l'ultimo dei miei pensieri. Adesso sono proprio concentrato su come devo fare per incontrare Silvietta. E secondo me qui lo strizzabucato se la porta a letto. No, sono cattivo: si vede che impotente'

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Scese al pianoterra, trenta secondi prima dell'ora, tutto l'anticipo che aveva potuto avere su Silvietta 'Pure onesto, vuole fare l'ora completa' Si rese conto subito che tra l'androne ed il piccolo chiostrino sul retro del palazzo da dove stava uscendo non c'era che una porta antincendio: bastava spingerla con forza. Ecco fatto. L! Un imponente scroscio d'acqua e vernice lilla si rivers sul pavimento, e Giorgio vide che dietro la porta c'era un giovanotto stempiato i cui occhiali avevano ancora le lenti cerchiate ed una sproporzionata montatura di celluloide nera. Era vestito con una salopette, che per quel che ancora si capiva, doveva esser stata color crema o limone. "Sorry mate! gli disse quello, senza badare pi di tanto al disastro viola e salmone in cui era immerso, e Giorgio riconobbe l'inconfondibile accento di Liverpool. Il giovanotto riprese incurante a dipingere lentissimamente il battiscopa color lilla, lilac (che gusti!) e, mentre Giorgio riguadagnava prudentemente l'uscita attraverso uno sfacelo di vernice e solvente, gli parve, ma gli parve solo, che una nuance, un'idea di biondo, avesse raggiunto la cima della prima rampa. La settimana seguente, Giorgio la pass a cercar di razionalizzare: perch voleva conoscerla, cio. Scapolo, va bene; all'estero, d'accordo; nostalgico, forse. Ma perch? Era bene parlare con una che avesse i suoi stessi problemi, complessi, frustrazioni, e cos via, ma c'era il rischio che si trattasse di una ragazza problematica. Problematica: era il suo genere. Ci sguazzava. Paolettistica, insomma, o paolettiana. Era stato alcuni anni piuttosto fidanzato con la famosa Paoletta. Paoletta era sveglia, fin troppo, riccia, molto attenta a tutto quello che accadeva nella sua orbita. E la sua orbita, in quei lunghi ed in fondo gradevoli cinque anni, si era allargata pian piano, fino ad includere l'intero universo e oltre. Giorgio definiva paolettismo quel movimento filosofico che consisteva nel votarsi ad una causa, non ad una causa definita, ma a qualunque causa disponibile, dalla fame nel mondo all'acquisto di temperalapis per la parrocchia di san Giustino, passando per la promozione del racconto noir in Venezuela, ammesso che laggi se ne pubblicassero. Paoletta correva, agitando freneticamente la sua inconfondibile chioma ricciuta, e Giorgio cercava, con molta buona volont, ma poco allenamento, di starle a ruota (e di questo, il buon Miro ne sapeva qualcosa). Poi era partita per il Brasile per lavorare con un missionario, e gli scriveva lunghe lettere, letterariamente molto ben riuscite, con quello stile che passava di colpo dal discorso diretto all'indiretto e con periodi lunghi ed elaborati seguiti da frasi secche come chiodi. Molto dannunziano, la vedeva

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scrivere su sottili striscette di carta nella notte umida e buia della missione amazzonica. Poi per metteva in bella, au propre(gi, si ricordava: Paoletta aveva fatto la scuola francese, l'avevano cacciata perch fumava non si sa bene che cosa, forse polvere di carrube, nel gabinetto. In realt non l'avevano cacciata per la carrube, ma perch il gabinetto era quello degli uomini. Comunque, di fumare non aveva smesso, accendeva delle sigarette lunghe e sottili, che buttava via dopo tre boccate. E Giorgio questo non lo sopportava, salutista com'era, col ciclismo e tutto quanto). Nella bella copia spariva anche qualunque riferimento a loro due, a cinque anni passati insieme tra alti e bassi, ma insomma insieme, per presto Giorgio si abitu anche a questo, ad essere considerato un amico. Cos, con questa Silvietta il rischio di un neo-paolettismo era da calcolarsi: anche Paoletta, prima di partire per Manaus o gi di l, saliva e scendeva dal lettino dell'analista con una frequenza da elettrocardiogramma sotto sforzo, ma d'altro canto, Giorgio riconosceva che il periodo paolettiano era avvolto in un'aura cos misteriosa e brillante che il rischio che tornasse era forse l'unico che voleva correre, o meglio cui voleva correre appresso, come aveva gi fatto per cinque anni. Giunse quindi al terzo incontro con Corelli pronto a tutto: non era possibile che questa volta fallisse Ma Corelli non c'era, si scusava, ma era dovuto improvvisamente partire per l'Italia. Un biglietto, messo in modo molto studentesco a cavallo di due sezioni del citofono, avvertiva che la seduta non poteva aver luogo. Giorgio non ci credette: 'Ecco vedi, il maledetto se l' portata via, lo sapevo che non ci avrebbe durato con Silvietta, a nascondere la tresca'. Si sent spiazzato, perso, finito, e tutti i suoi fantasmi tornarono in folla, cerc meccanicamente il cellulare in tasca, ma si rese conto che non poteva chiamare nessuno, si era dimenticato nella fretta quella mattina di caricarlo. Rivide la sua vita, e sent che avrebbe dovuto introdurre delle modifiche importanti, essenziali, totali. Doveva per anche trovare quella ragazza, quella SilviettaEra evidentemente in uno stato parossistico di agitazione, quello che quelli che non ne sanno nulla chiamano con piccoli nomi e sigle un po' infamanti. Un ubriacone con la barba mezza rossiccia e mezza grigia lo guard lungamente come un cane festoso, ma saggio, incerto se saltarti al collo, cercando di capire cosa avesse quel signore distinto (tutto relativo), e specie se fosse un po' bevuto anche lui (si poteva fare amicizia, allora). Giorgio travers la piazza ed ordin un caff lungo con una moneta bicolore che si trov in tasca, e ne rovesci almeno un terzo, che era per lui segno di quando le cose

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non andavano (un giorno che stava particolarmente male, aveva rovesciato un espresso, prendendo il piattino invece della tazzina). L'anziana guidatrice della Vauxhall che lo prese in pieno disse che era barcollato gi dal marciapiede, prima di svenire e venir ricoverata anche lei in stato di choc. Nonostante tutto, Giorgio se la cav: quando riprese conoscenza in una stanza a sei letti, e cap che neanche il sistema sanitario britannico era riuscito ad ucciderlo, fu preso da un sommesso, ma reale ed in fondo vivace orgoglio. 'La trover, la trover' si disse, e ricord che aveva ancora nel portafoglio la pagina stampata dal sito della Gazzetta, di quando Miro era morto, ancora giovane, d'infarto. 'Era il pi grande, ed io lo far, vincer anche per lui' pens, e ad un'infermiera indiana che passava disse con voce chiara e forte: "Esse est percipi". Quella sorrise e si allontan. Giorgio si mise a sedere a fatica sul letto, ed inizi ad elaborare mentalmente, facendo schizzi nell'aria, un nuovo piano d'azione. Peccato solo per le lacrime che gli appannavano la vista.

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Storia di Gianna e delle sue chiavi In principio, avevo solo due chiavi: quella della porta di casa e quella del portone del palazzo. Ma non avevo lavoro. Facevo solo un part-time in nero in un negozio di giocattoli, ma figuriamoci se potevo pretendere che mi dessero le chiavi. E poi, scusate: chiavi di che? Era uno di quei grandi magazzini sulla Variante, che sembrano sempre aperti, o almeno non li vedete mai chiusi, con le porte automatiche e tutto. Che bisogno cera di una chiave? Poi, sapete, un part-time non un lavoro, in realt nemmeno un full-time se in nero, un lavoro. Lo si dice per consolarsi: Vado al lavoro, ma poi tutto crolla quando qualcuno (diciamo mia mamma) dice con quella voce candida e un po sognante: Quando inizierai a lavorare... (come se non volessi lavorare). Quindi, una delle prime cose, anzi forse proprio la prima che il dottor Vigliani mi ha dato quando mi ha assunto, stata una chiave: quella del mio ufficio, che poi il suo, siccome io sono una dipendente. Infatti sulla testa della chiave c scritto Vigliani su un minuscolo foglietto rosa. La grafia femminile, e deve essere la grafia di Laura. Laura lavorava qui prima di me, infatti ci sono ancora i suoi biglietti da visita nel sottoripiano della scrivania, tanto non servono pi: Laura salita al nord. Non so come fosse fatta fisicamente, certo era alta, perch la poltroncina a cinque piedi era gi al minimo. Io non sono cos alta, quindi ho dovuto tirarla su per sentirmi meglio, ma poi lho abbassata ancora, perch ho pensato che era troppo poco tempo che lavoravo da Vigliani per sentirmi come a casa mia. Per anche la scrivania aveva una chiave per il primo cassetto, che sbloccava anche gli altri, quindi in tutto facevano quattro chiavi. Questo finch non ho conosciuto Antonio. Antonio faceva il panettiere in un forno che forse adesso ha chiuso, non so, non passo spesso per quella strada. Era un ragazzo col ciuffo che gli cadeva e grandi occhi verdi, arrogante anche, ma, devo dire la verit, non me ne ero accorta subito. In quel negozio compravo il pane per la sera, e la pizza per pranzo (Vigliani non mi passava la mensa, anzi non mi passava niente: potevo per andare al gabinetto, se era proprio necessario, due volte al giorno. Mi rimprover anche una volta per la carta igienica, cio non esattamente: mi fece un contorto discorso sulle spese di mantenimento dellufficio, notando per inciso che la spesa della carta igienica era raddoppiata da quando cera Laura, e che le lampadine si fulminavano pi spesso, perch restavano accese pi a lungo, e inutilmente).

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Dopo quasi sei mesi che ogni giorno, a meno che non saltassi il pranzo, mi servivo da quel forno, Antonio mi disse guardandomi con intenzione: E cosa diamo a questa bella signorina oggi? Io naturalmente arrossii, perch purtroppo mi capita (non lo faccio apposta, devessere una cosa genetica o come si dice psicotica, ma non cera il tempo n di pensare a che fare n di mascherare il rossore. E ho letto da qualche parte che il rossore dice ad un uomo che ti piace, meglio di qualunque parola). Poi, cera un pubblico: non lo vedevo, ma ne sentivo la pressione alle mie spalle, ed avevo una lente a contatto che mi bruciava (sapete, il vento di marzo). Insomma, mi confusi, e sembrava che stessi per piangere, sempre per via della lente a contatto (non avevo nessuna voglia di piangere, specie davanti ad un panettiere), quando il pubblic sbuff. Sbuff (evidentemente) perch non mi decidevo. Cos chiesi la prima cosa che vidi dietro al bancone, pagai e andai via, decisa a cambiare vapoforno. E cos feci, tranne che un giorno incontro Antonio davanti ad unedicola. Cio: da dietro non mi accorsi che era lui. Ero abituata a vedere un grembiule bianco con gli occhi verdi ed il sorriso sicuro (beh, arrogante ed anche un po ebete, ma allora non lo sapevo), cos lo riconobbi solo quando si volt. Mi disse subito che si era licenziato (in realt lavevano mandato via) e cos aveva molto tempo libero. Cosa avesse intenzione di fare nel tempo libero, a lungo termine, non era chiaro; a breve termine voleva accompagnarmi a casa, ed in effetti lo stava facendo. Lo so che avrei dovuto resistere, ed in seguito capii anche perch, ma volevo sentirmi desiderata, per sapere di essere desiderabile. Sapete, mia mamma dice che devo vestirmi bene; darmi un tono dice. E che il suo vestirsi bene ed il mio non coincidono: divergono, per cos dire. Di conseguenza, per lei non sono vestita bene. Mai. Per Antonio s, o forse non gliene importava nulla. E per qualche motivo, ero felice di conoscere qualcuno cui non importasse comero vestita, bastava che bilanciasse quegli occhi di mia mamma sempre puntati su me a rimarcare ogni minimo difetto della mia mise (gi, lei dice mise). Magari vorreste sentire che fu un grande amore: no, non lo stato, almeno per me. Per dopo un po di tempo, Antonio mi diede una copia delle chiavi di casa sua (convivere mi sembrava eccessivo e avrebbe riportato mia mamma e i suoi consigli nella mia orbita), e questo mi fece capire che non scherzava: con me, intendo. Con le tre chiavi di casa di Antonio (mi diede anche quella del garage, chiss perch), arrivai a sette chiavi.

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Ancora qualche mese dopo, trovai un secondo lavoro, la sera: facevo la contabile in una piccola ditta appena fuori citt. Arrotondavo quel che mi dava Vigliani e mi sembrava che mi dessero molta fiducia: ero infatti lultima ad uscire la sera, spegnevo tutte le luci, i computer, chiudevo le tapparelle, mettevo lallarme, abbassavo la saracinesca dellofficina. La prima sera il principale mi aveva presentato una signora dellamministrazione che, senza troppe parole, mi aveva subito dato un mazzo di quattro chiavi, sotto cauzione di cinque euro, perch non si sa mai. Per ero cos contenta quando estrassi quel biglietto azzurro dal portafoglio: ora avevo undici chiavi. Purtroppo, o forse per fortuna, dovetti lasciare Antonio: lo lasciai perch mi tradiva. Lo colsi, come si dice, sul fatto: entrai in casa una sera con le mie chiavi, e lo trovai con unaltra. Non ero mai venuta a quellora, di solito ero in ditta, per avevo dimenticato il walkman da Antonio, e non ce la facevo senza: sapete, quando si facevano le dieci o le undici di sera e stavo ancora compilando tabelle in Excel, mettevo su qualche cassetta molto saltellante, cos non mi addormentavo, tanto i numeri si sommavano e moltiplicavano da soli, bastava lasciarli allindirizzo giusto. Se devo essere onesta, non mi fece rabbia perch mi tradiva, lo vedevo civettare con le donne gi quando stava in panetteria (non sapevo esattamente che lavoro avesse fatto dopo, cio cambiava versione ogni settimana, ma di questo mi rendo conto soltanto ora), mi fece rabbia quando vidi lei, perch capii, o credetti di capire, che non potevo competere con una cos, con quella vestaglietta corta che avevo vista esposta a via Sparano a quaranta euro (nemmeno tanto, a pensarci). Mi costa fatica ammetterlo, ed una pena poi scriverlo, ma aveva delle belle gambe. Molto belle, a dire il vero, sapete con le fossette e le rientranze al posto giusto, come si incomincia a vedere su Grazia o Anna verso maggio, e la caviglia sottile da ragazza. Aveva anche i capelli lunghi lisci, legati alla nuca da un fermaglio azzurro a fare una specie di coda di cavallo. Un fermaglio della Standa, cinque euro, che io non avrei mai messo, perch sarei sembrata una commessa, e poi valla a sentire mia mamma, ma a lei (naturalmente!) stava bene. E aveva il nasino allins, il che colmava ogni misura della mia pazienza. Mi vide, ma non si scompose, tranquilla: chiss quante volte era stata l; io la guardai a lungo, e alla fine, come mamma mi aveva insegnato (indirettamente), trovai un punto debole. Ciccava. Moderatamente, voglio dire, a bocca chiusa, ma con gusto. Con un po di attenzione avresti visto, anche in penombra come quella sera, la pelle degli zigomi tirarsi appena. Ed io me la immaginai che spiaccicava la cicca masticata su quel sorriso fetente di Antonio. Il quale, a dire il

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vero, non fece come nei film. Per nulla. Non corse allingresso agitando le braccia e strabuzzando gli occhi, dicendo nervosamente qualcosa come Gianna, tutto un errore. C un equivoco. Posso spiegare tutto Non nascondo che mi avrebbe fatto piacere, anche se era chiaro che non cera n errore n equivoco (quanto al resto, Antonio poteva solo, se se lo ricordava ancora, spiegarmi come si faceva il pane). La ciccante era ormai a casa sua, nella sua vestaglia da quaranta euro, con tutte le sue fossette e rientranze, ed io dovevo andarmene. Per lo sentii sbadigliare, o grugnire, o forse le due cose insieme. Era a letto, credo, e stava fumando qualcosa di estremamente puzzolente; non sapevo nemmeno che Antonio fumasse, in verit: il fumo mi fa schifo. Nemmeno io per feci come nei film: non sbattei la porta, non tirai gi dalla mensola un vaso cinese (anche perch lunico vaso che cera doveva averlo fregato al cimitero e non lavrei toccato neanche coi guanti), non insultai n lui n tantomeno lei. Invece, tranquillamente richiusi la porta con la chiave, per non far rumore, e il giorno dopo, con precisione chirurgica (non so se centra, ma unespressione che mi piace), misi due delle sue tre chiavi nella cassetta della posta, tenni quella del garage perch non si sa mai, e cos scesi a nove chiavi. Mi hanno detto che quando si schiantato in retromarcia contro il pilastro del garage c stato un boato tale che molti inquilini sono scesi di sotto, pensando ad una fuga di gas. Manomettere il pedale del freno stato facilissimo, daltronde sapevo che Antonio usciva dal garage sparato, solo frizione ed acceleratore, e gi una volta stava facendo fuori quel pensionato del terzo piano, che si salv solo perch mise il sacchetto della spesa tra il paraurti e il corpo. S, perch Antonio pensa che una donna come me non sappia guidare, mentre lui s che la sa controllare la macchina (e ha fatto anche il carabiniere sulle volanti, il fesso). E non chiudeva mai la macchina, come fanno i carabinieri quando parcheggiano in doppia fila e vanno a prendere il caff al bar. Cos Antonio ha avuto il suo colpo di frusta, niente di grave ovviamente, e daltronde, come dice mia mamma chi ha lanima nera, non muore mai. E lei di anime nere ne sa qualcosa, certo. Io non sono cattiva, ma sto imparando, ed il mio piccolo colpo di frusta lho avuto anchio, senza nemmeno bisogno della macchina, tanto vero che mammina ha smesso di dar consigli, e Vigliani ha aggiunto una voce nella mia busta paga, c' scritto M.sa, perch la segretaria nuova ha sempre paura di uscire dai margini. Ah, e ho tirato su la sedia di due scatti. Pensare che non avrei mai creduto che quella chiave mi sarebbe servita.

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Milano, gennaio 1945 - Vuoi che ti porti del t?- Se ce n ancora- Credo, vado a vedereQuando Giulio si affacci in cucina, ebbe un momento di soddisfazione al vedere che tutto era a posto, i pochi piatti ordinati sopra il lavello, le posate sparite, dovevano essere nel cassetto. Dur poco per, quando, aprendo la credenza, la vide quasi vuota, a parte un sacchettino di fagioli in fondo. Anche Giulio non usciva tutti i giorni, e non riuscendo ad avere scritture, perch Paolo non ce la faceva pi a recitare, e per le difficolt della guerra e delloccupazione, viveva di quel che aveva, solo ogni tanto facendo qualche piccolo lavoro, battendo a macchina qualche lettera o dando qualche lezione di francese (se non altro, le origini servivano a qualcosa). T per cera sempre, una specie di surrogato che se lo facevi bollire troppo sapeva di ammoniaca, per era sempre t falso, unillusione - come disse una volta Paolo- ma in fondo non viviamo tutti dillusione? I due fratelli erano molto simili nei tratti del volto, quanto erano diversi come corporatura, robusto ed un po stempiato Giulio e magro ed allampanato Paolo, che aveva un caratteristico ciuffo di capelli neri che gli scendeva sulla fronte. Paolo era anche il maggiore, pi anziano di tre anni. Paolo non aveva mai voluto recitare, o almeno non recitare in quella baraonda dellavanspettacolo, dove pochi ti seguivano, e volevano solo ridere, o scherzavano, o facevano battute alle ragazze, o aspettavano che uscissero le ballerine. Per erano sempre stati insieme con Paolo, cos quando lui, Giulio, fu scritturato in un paese delle Bassa, dove cera un incredibile teatro pieno di stucchi dorati ed ancora con le poltrone di velluto rosso, un po ammuffite per, per cinque lire. Il Teatro si chiamava Concordia, di buon auspicio, ma scarso significato, per un paese di gente litigiosa, a volte rissosa (poi, figuriamoci, si era nel 22). Una mattina alle dieci, alle prove per uno spettacolo pomeridiano, si vide arrivare in teatro Paolo, che aveva lavorato come fattorino fino alla sera precedente. - Volevo vedere come va il tuo lavoro- gli disse, appena sceso dal treno. Dopo non erano mai pi stati lontani, anche se Giulio per un periodo era stato sposato, poi la moglie (avevano anche una bambina) si era stufata di seguirlo su e gi per la penisola per fumosi accelerati e dubbie pensioni, e forse non aveva torto. Credeva, anzi era sicuro, che lei fosse ancora a Roma, abitava in un bel palazzo, una volta che era andato, ancora nel 38, il portiere non aveva voluto farlo

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passare, eppure aveva nella guardiola una rivista ripiegata in cui cera anche la foto di Giulio e Paolo, ma certo, di mattina, senza il cerone e la matita Comunque, nemmeno allora Paolo voleva recitare: giusto star qualche giorno a vedere Giulio, poi cercarsi un lavoro, e non dipendere dal teatro. Scriveva anche, Paolo, non aveva mai pubblicato niente, perch era troppo nobile di testa, come diceva lui, per andare a bussare agli editori e chiedere, se non implorare, un po di attenzione. Giulio era pi giovane, ed era anche pi spregiudicato, inoltre il vivere a contatto con tanta gente che nel teatro non cercava che la sopravvivenza, lo aveva abituato a non dare nulla per scontato, ed a non stupirsi pi di quanto fosse pazza la gente (gli attori poi). Sua moglie gli mancava poco, e di rado, piuttosto pensava alla bambina, di quanto avesse perso nel non vederla crescere, e si chiedeva se avrebbe mai potuto perdonarlo, di non aver lasciato il teatro per la famiglia. Poteva diventare professore, chiss, insegnare francese al ginnasio, perch, in quanto bilingue, sapeva tradurre ed esprimere qualsiasi cosa, ma, pensava con un po di agacement, a scuola si studiava la grammatica, i verbi, e non era la stessa cosa (forse doveva portare allo stesso risultato, ma non sapeva bene): pass simple, pass compose. Si jeussepensava. Ma chi usa questi verbi? S, lo sapeva bene, la poesiaRacine: Je t'amais inconstant, qu'eusse-je fait fidle!Il teatro, quello con la T maiuscola, non quello che proponeva lui nella Bassa, dove aspettavano le ballerine. Insomma, che poteva fare fuori dal teatro (minuscolo)? Per anche vero che una bambina di pochi anni, quanti non se lo ricordava pi, non pu perdonarti, che tu reciti Corneille o Maldacea, alla fine non cambia nulla. Forse era per questo, che i professori di ginnasio gli sembravano cos grigi e noiosi, per i verbi. Subjonctif plus-que-parfait? Pi che perfetto, appuntoIl troppo stroppiaGiulio si sforzava di riderci su. Si ricordava come Paolo aveva iniziato a recitare, e come era nato il loro duo comico. Una mattina Giulio, che faceva il solito numero di barzellette, si era alzato senza voce, ed aveva fermato con un cenno della mano Paolo, che stava per uscire alla ricerca di un lavoro: - Potresti recitare- disse con la poca voce rimasta- al posto mio?-, Paolo si scherm, disse di no con tutta la forza che aveva, ma alla fine si intener (Giulio aveva sempre pensato che il fratello era meglio di lui) e disse piano piano: -E che dovrei fare?- Niente di speciale, ti preparo un canovaccio di barzellette che ho qui pronto, e te lo suggerisco da dietro le quinte, ho abbastanza voce per farlocredo-

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- S, per se tu non parli, io non dico niente, non sono capace, non so, sono anni che non faccio nulla, e per carit-: Giulio gli aveva messo una mano sulla spalla per dirgli di non preoccuparsi. E poi- continu Paolo- come ci vengo su? Ti pare possibile che ci venga vestito cos? Sembro un fattorino, cio quello che ero fino alla settimana scorsaEra un bel problema, e Giulio era abbastanza perplesso. Aveva due abiti di scena, uguali, li aveva comprati insieme a Napoli, perch il negoziante gli aveva detto: -E se fa due spettacoli al giorno, mette lo stesso abito?- Riflettendoci un po, era vero, e poi non poteva lavarselo sempre, un cambio ci voleva. Begli abiti, a Giulio andavano bene, ed aveva anche trovato due cappelli flosci (ci voleva il cappello floscio per raccontare le barzellette, non sapeva perch, ma era indubbiamente cos). Giulio porse uno dei suoi due abiti a Paolo, che gli chiese preoccupato: -Sicuro che la mia misura?Quando lo infil, leffetto comico era assicurato, i pantaloni erano larghi il doppio del necessario, la giacca abbottonata sembrava quella di uno spaventapasseri, ma Paolo guard il fratello, poi si avvicin allo specchio, e sbott indignato: - Faccio ridere, lo vedi, tu stai ridendo, non negare?!-, e poi, allontanandosi: - Che vergogna, che vergogna. Meno male che la mamma non pu vedermi- Cos farai colpo, vedraiPaolo si calm: -Ho scelta?- Posso cancellare il numero- Quanto ti danno?- Cinque lire a spettacolo- Va bene- disse Paolo rassegnato. Quando lorchestra tacque, le luci furono sparate su Paolo, che entr rapido, come quando faceva il fattorino, incespic nei pantaloni e cadde. Tutti risero, ed ancora in ginocchio Paolo si volse verso Giulio tra le quinte. Giulio gli sorrise, e gli disse: Bravo- applaudendo piano. Paolo si riavvicin al fronte del palcoscenico e disse: -Buonasera -, poi attese il suggerimento, solo che Giulio non aveva voce, e Paolo non capiva, cos diceva una parola alla volta, poi tendeva lorecchio, alla fine si mise a balbettare qualche giustificazione. Sorrise, inciamp ancora, e ricadde. Si rialz tutto rosso, cerc gli occhi di Giulio, e biascic due paroline, per giustificarsi di essere stato inadeguato in scena: - Ma tuMa tu- ripeteva, e divenne un tormentone, talmente famoso, che il pubblico pi attento lo ripeteva, a volte dei ragazzacci glielo

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canticchiavano a coretto per la strada, a Paolo non piaceva, ma si sforzava di ridere lo stesso. Sorrise ancora: - Beh, allora vado- disse al pubblico, ballando nella giacca. Ricadde ancora con pi enfasi, e Giulio fece cenno al maestro di attaccare. Poco manc che le ballerine lo travolgessero, il che aggiunse alleffetto comico. Paolo usc di scena tra le ovazioni. Giulio si riprese presto, ma da allora in poi, dopo le prime due o tre barzellette, chiamava in scena il fratello, che il pubblico conosceva ormai bene come il cretino (con quanta gioia di Paolo si pu immaginare), e questi entrava in scena nei suoi vestiti enormi, incespicava, balbettava qualche scusa, tentava di spiegarsi e ripeteva continuamente con voce lagnosa: - Ma tuMa tu-. Fu il successo: il numero fu poi perfezionato, dotando il cretino di un paio di occhiali enormi, e di malinconici baffi neri. Ora Paolo stava morendo: non sapevano bene di cosa, per non si poteva dubitare che fosse alla fine, a volte non aveva pi la forza neanche di parlare. Giulio non chiamava pi neanche i medici, perch sentiva sempre le stesse parole, come in una nebbia: debolezza, ulcera, angina pectoris. Non era mai riuscito ad avere una diagnosi precisa, per si era reso conto che Paolo stava morendo per la lontananza dal teatro, che era uno dei suoi pochi momenti sociali, lui cos chiuso e taciturno nella vita, Paolo che non voleva recitare. Strano, a lui il teatro mancava, ma non riusciva a starci male, a volte si sentiva anche in colpa per questo, dopo tanti anni, un matrimonio fallito, ed una generica miseria, illuminata di qualche sprazzo di luce. Fece bollire il t, nel fornello che dava la fiamma meno bluastra, e rimase in cucina a pensare, mentre, ne era sicuro, Paolo di l pensava alle stesse cose. Erano troppo riservati, fuori dal teatro, per raccontarsele, per le loro espressioni parlavano per loro. Poi Giulio ebbe unidea: si rimise la vecchia giacca del numero, ormai lisa, i baffi finti, gli occhiali enormi, ed intanto che il t bolliva (ancora due o tre minuti), torn in sala, dove Paolo era adagiato sul divano (a letto non voleva starci, almeno la mattina), ed entr in scena come se fosse stato Paolo, balbettando, incespicando, sbagliando le parole, poi si appoggi ad una sedia, fingendo che fosse la spalla del fratello. Rantol un poco, come faceva Paolo quando, finita lentrata, fingeva di avere il fiatone. E vide Paolo sorridere, poi ridere sommessamente, tossendo ogni tanto, poi con uno sforzo non indifferente si lev a sedere sul divano, prima che Giulio potesse aiutarlo (era corso a spegnere il t). Gli fece cenno con la mano di smettere, che non ne poteva pi: - Sai, a me non piaceva il numeroNon mi faceva ridere, anzimi intristiva-

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- Lo so, me lhai detto tante volte- Per...oggi diverso. Sar perch sono malato, eppure mi diverte. E che non riesco pi a ridere, mi fa male. Che tempo fa fuori?- Nebbia anche oggiPaolo prosegu a voce pi bassa: -E d: se ne sono andati?- voleva dire i tedeschi. - No, credo di no. C un silenzio qua intorno, non si sentono neanche le campane- Ma tu pensi che se ne andranno, Giulio?- Prima o poi- E torneremo a fare il numero, vero?- Se ci vorranno- Se non ci avranno dimenticatiGiulio si tolse i baffi finti e gli occhiali, e cerc di sorridere, ma gli venivano le lacrime. Si volt verso la finestra: - Senti, se la nebbia si apre, te la senti di uscire? Andiamo a prendere qualcosa, forse c un bar che ha il t vero- Dove?- Non so, ma da qualche parte ci sar- E se mi riconoscono? Se vogliono che li faccia divertire?- Non ti preoccupare, dir che non te la senti- Chiss quante cose sono cambiate. Quant che non esco?- Mah, due, tre mesi- Era gi inverno? No, aspetta, non era ancora inverno, mi ricordo, ho visto delluva al mercato, ma costava troppo. Beh, aspetta, fa che mi tiri su- Ti gira la testa?- No, appena appena, ma ce la faccioEd in piedi nella stanza, Paolo accenn il passo traballante che aveva nel numero quando entrava in scena. Finse di scordarsi gli occhiali, e si volse intorno spaesato: -Ma tu- disse Ma tu - come a giustificarsi con Giulio di essere tanto debole. Fu lultima volta che Paolo usc di casa, e non riusc a trovare il posto dove servivano il t vero: ma Giulio ricord per sempre che allangolo della strada, in una chiazza derba scampata chiss come alla guerra e al primo gelo invernale, Paolo aveva trovato un grillo. Lo aveva raccolto, con quella delicatezza che solo Paolo, che non era nato attore, aveva, poi aveva detto a Giulio: - Lo vedi, qualcuno che ancora canta c -, poi gli aveva sorriso dolcemente, e gli aveva ripetuto: - Piccolo, ma c -.

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Zirillo e la noia Tutte le mattine, il maresciallo Giovanni Zirillo lottava contro il pi feroce dei malviventi: la noia. Facile immaginare che in una citt piccola come Incerta, non accadesse molto di nuovo. Delitti, manco a parlarne. Qualche furto, ma compiuto da dei disperati (e dei cretini, per dirla tutta), tanto che Zirillo era a volte tentato di mettere nella loro mano sudaticcia di paura e di miseria qualche lira, purch se ne andassero, purch non lo annoiassero pi. Le aveva tentate tutte, per combattere la piaga della noia: sera messo ad andare in bici al lavoro, malgrado la nebbia, che in tram vedeva soltanto tra i riquadri dei finestrini, gli penetrasse nelle ossa, sinsinuasse nelle giunture, e, quel che lo faceva pi uscire dai gangheri, gli facesse crocchiare le ginocchia. Insomma, aveva dato fondo alle sue risorse per sfuggire al suo destino (Schicksal in tedesco, un suono che gli ricordava una vendita allincanto): si era messo ad imparare le lingue, si era persino sposato ed ora aveva due bimbi (Signore, perdonami pensava Zirillo) noiosi ed annoiati anche loro. Aveva molta fede, il maresciallo, e pregava qualche santo che lo proteggesse contro quelloscura coltre di fastidio: dopo lunghe riflessioni aveva eletto San Crispino a suo protettore, che essendo, secondo la leggenda, ciabattino e per di pi povero in canna doveva annoiarsi pi di lui, poi era vissuto in unepoca in cui non cera la moda parigina, e allora un tacco era un tacco ed una ciabatta era un pezzo di legno con una striscetta di pellaccia. Quella mattina si convinse che San Crispino lavesse aiutato, finalmente: un giovane educato e profumatissimo gli sedeva davanti; il tipico esempio di quello che non poteva essere un delinquente e che quindi, per sottile ragionamento volutamente antilombrosiano, lo era senzaltro. Vuole... il maresciallo apr una scatola metallica con il rilievo di un veliero, e fece per offrire. Veramente non fumo, grazie Zirillo arross: dopo tanto tempo e tanti disperati, arrestati per il furto di una gallina o di due quaglie, solo perch il questore e sopra di lui il prefetto ed ancora sopra il capoccione, di cui a volte si onorava di avere il ritratto alle sue spalle, volevano una politica di rigore, si era dimenticato che la scatola col veliero aveva contenuto dei sigari. La teneva da molti anni invece piena di mentine, di cui era goloso, sperando che un giorno qualcuno si sarebbe affacciato nella sua stanza con abbastanza denti, e diciamolo abbastanza cultura, da apprezzare la menta inglese, che si faceva mandare

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apposta da Gloucester, che non sapeva se fosse una citt famosa per le mentine, ma il cui nome gli ricordava uno che ha digerito male, ed ha bisogno appunto di una mentina. Come lui, non perch avesse mangiato qualcosa quella mattina (mancava ancora parecchio allora di pranzo), ma perch la vita gli era andata di traverso molti anni prima, e stava ancora l, indecisa tra lesofago e la trachea. Lasci dunque perdere le mentine: aveva ragione il giovanotto educato (anche se un delinquente non ha mai ragione, secondo le pi recenti direttive del Governo) a non volerne. Perch qui? chiese Zirillo brusco Siete voi ad avermi arrestato Ah, s, gi... Ecco, veda, noi ci occupiamo della scomparsa di una tale Poretti Rosa, di anni... Ventotto Gi, gi poi ebbe uno scatto: La conosce dunque! Confessa? E mia cugina... il giovanotto fece una pausa studiata, poi aggiunse: ... e la mia amante Zirillo fu spiazzato: non pensava che una cugina potesse essere anche unamante (pensando poi alle sue, di cugine...bah!), ma fu la pausa che lo mise fuori fase. Bene, buon attore... , e quindi ladro, forse assassino. Un pervertito! Seduttore della cugina! Il maresciallo si riprese, e disse con tono mellifluo: Siamo seri, giovanotto. Andiamo! Si sa che luomo a convincere, a piegare la cugina, voglio dire la donna, a... CONVENEVOLI AMOROSI gli piaceva quella frase, forse era scorretta (guardare nel Rigutini-Fanfani stasera a casa), per rendeva lidea. Di fronte a lui, il giovane non si scompose: Mi dispiace continu, gentilissimo ma era lei che aveva voluto diventare la mia amante Scientemente! (Rigutini!) Il giovane annu. E come, se posso chiederlo? Ella mi guard fisso, appassionatamente, e mi sussurr: Dimmi qualcosa di erotico Zirillo pens per un fugace istante a San Crispino: sapeva che, perso comera a cercare un laccio od un chiodino nella sua misera bottega, non avrebbe approvato una frase del genere da una donna. Ma in fondo i santi che ne sanno, delle donne (delle cugine, poi).

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Il giovane annu di nuovo ed il maresciallo si rese conto che gli dava fastidio quel muoversi appena accennato della testa, su e gi. Si ud bussare: Zirillo non ebbe tempo di dire Avanti che lappuntato Chiatamone entr. Maresciallo, Poretti Rosa stata trovata gli disse subito Chiatamone, in un modo poco rispettoso dei regolamenti dellArma, ma di indubbia efficacia. Morta? Chiatamone neg, e le sue grosse guance si colorirono: con uno sguardo cap subito la soddisfazione fuori ordinanza dellappuntato. Lunica donna che per anni aveva varcato quella soglia era la fruttivendola di Piazza Cavour, in conseguenza del furto reiterato di due mele da parte di Accorsi Egidio, detto (chiss perch) Gigi ( Perch sempre due mele, e non tre o quattro, o un melone, o una zucchina, tanto finiva in gabbia lo stesso, quindi tanto valeva... Mentalmente, Zirillo chiese perdono a San Crispino ed al capoccione). La fruttivendola Gorini Giovanna, detta Giannina, era sicuramente una donna, ma non era lontanamente paragonabile ad una Poretti Rosa, che ecco appunto... Zirillo non fece in tempo ad afferrare la scatola delle mentine che sent il rumore di uno schiaffo, e vide il giovanotto tenersi la guancia in evidente imbarazzo. Poretti Rosa si sedette ed inizi a parlare a raffica. Zirillo se ne accorse quando era gi alla terza frase: ... mi ha rinchiuso in casa al buio, il disgraziato, ma io, che sapevo dove teneva le chiavi, sono scivolata pian piano sotto la tavola, fino alla mattonella mobile, e insomma eccomi qua, a chiedere un gastigo esemplare Cos disse: gastigo, come qualcuno dice gabina, nellidea che sia la femmina del gabinetto (ad ogni buon conto avrebbe controllato, quella sera). Ma ora sono pentito! lacrim il giovanotto. Deve aver fatto qualche filodrammatica pens Zirillo La zia di Carlo? Andiamo, signorina, perch castigo? Abbandono del tetto Siete sposati? No E allora? Non ho detto: tetto coniugale, ho detto tetto e basta. Mio padre avvocato, sa? Mio zio disse il giovanotto, nel frattempo ricompostosi dallo schiaffo e dalle lacrime. Giustamente pens Zirillo.

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Senta, signorina, io non credo che questo sia possibile. Daltro canto, era stata denunciata la sua scomparsa, e lei ora qui... Se per questo, ero scomparsa davvero: quattro ore sono stata chiusa in quella stanza Perch lha rinchiusa? Poretti Rosa non lo lasci rispondere: Voleva mi prestassi alle sue voglie... poi fece una pausa e disse muovendo sensualmente la bocca insaziabili Sono fissati con le pause in questa famiglia pens Zirillo o lo fanno per fregarmi?, poi ripresa la consueta dignit, disse: Beh, io non vedo in verit gli estremi... Signorina, ferita? Graffi, ecchimosi, contusioni? E le pare che posso farglieli vedere? Sono cose intime. E lei un uomo Zirillo ammise la giustezza di quellosservazione e, pensando alternativamente a San Crispino ed al capoccione, ringrazi che Poretti Rosa ed il suo bollente, beh tiepido, amante non si proponessero di dare scandalo. Ma il qui presente lha maltrattata, o no? Non si vede? In verit, non si vedeva, ma Zirillo continu: Daccordo. In questo caso proceder ad ulteriori indagini. Per ora restate a mia disposizione. Vi faccio accompagnare. Separatamente, sintende. Lappuntato prender i vostri estremi Il caso fu dimenticato: al solito Zirillo, quando faceva restare la gente a sua disposizione, come ben sapeva la fruttivendola Gorini Giovanna, era in realt sopraffatto dalla noia, metteva la cartella in qualche busta darchivio, chiudeva i legacci e aspettava che la polvere facesse il suo corso. Solo si ricord di Poretti Rosa, quando il giorno dopo Chiatamone si permise il commento: Bella ragazza, eh? Tutti si permettevano tutto con lui, anche gli appuntati. Chi, dice? Chiatamone sorrise: era la prima donna (la fruttivendola non la contava) ad entrare in caserma a memoria dappuntato, e mo... Ah, quella... Mah, sa che io non guardo le donne... Poi non il mio tipo continu Zirillo, per non ammettere che la trovava bella anche lui, e fece per cercare la scatola delle mentine, ma non la trov pi al suo posto sul tavolo. Procedette ad ulteriori indagini per qualche minuto, poi la noia ancora una volta lo vinse.

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Sei mesi dopo, Zirillo ricevette una telefonata da Roma: la linea era, come sempre, disturbata (il che era solo una scusa, secondo lui, del ministero per darsi importanza, e costringerlo a gridare come un pazzo, o come un sottoposto). In pochi minuti seppe tutto di come Poretti Rosa, ed il suo amante, Loriot Jean Michel, di nazionalit monegasca, adescato (lei) e derubato (lui) il viaggiatore di commercio Grassi Guido poco prima dellarrivo nella stazione di Incerta Nord, in zona di sua competenza, come Zirillo inopinatamente conferm, lo avessero poi buttato nella scarpata del treno. Ora erano fuggiti in Argentina, da dove lestradizione era molto difficile, insomma a quanto pareva lavevano fatta franca. Zirillo, in questa tempesta, riusc ad inserire solo una frase: Ma non erano cugini? Qualche tempo dopo il suo trasferimento in Sardegna, mentre stava scrivendo una supplica al capoccione per tornare, almeno provvisoriamente, nei dintorni di Incerta, la noia lo vinse definitivamente: allung meccanicamente il braccio, come faceva spesso negli ultimi mesi, per cercare le mentine. Solo allora cap che Poretti Rosa, affascinata dal veliero in rilievo, le aveva portate con s in Sudamerica.

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Musica per caciucco

- Poesie non le vuole pi nessuno - riflett Alfredo guardandosi intorno - Guarda appunto su questa bancarella quanti libri di poesia, sporchi, macilenti, misti tra i breviari dastrologia e gli incunaboli di cucina malese: Odi barbare, Oroscopi per tutti e... Cinquanta risotti. Unindigestione, un picnic alle rive del Clitunno sotto le stelle... Ancora per manca un ingrediente... Ah no, eccolo... quello che ti guarda le spalle a tutte le mostre del libro. Non cerca niente n ha interessi particolari, fuor di quelli che hai anche tu. E te li succhia, questi interessi, come il sangue, la linfa, la vita! Gi, ecco appunto la Vita nova accanto alla Cucina vegetariana... Utile per far stare Beatrice a dieta, evidentemente -.. Alfredo sorrise, prese la Vita nova, ed incominci a percorrerlo a zigzag, aprendolo appena con due dita. Era unedizione rilegata in pelle, con le lettere doro un po sbiadite sul frontespizio. Come si aspettava, laltro prese la Cucina vegetariana e prese avidamente a sfogliarlo, fino a fermarsi su una minestra di farro, e nel frattempo sbirciando quello che Alfredo leggeva, come se dallaltana della sua fronte aggrottata potesse scorgerne i pensieri. - Ora faccio una prova- pens e, lasciata la Vita nova al suo destino, afferr con due mani la pesantissima Astrologia cinese divulgata; laltro, senza scomporsi minimamente, avanzata la sua minestra, si immerse nella lettura dantesca, sempre molto attento alle scelte di Alfredo ed ai suoi sentimenti. - E chiaro, proprio evidente! Questo succhiaruote non ha altro da fare, sar entrato qui perch fuori piove a dirotto... -. Lo affront con decisione: Commovente, vero? Prego? Dico, non commovente che delle poesie damore scritte tanti secoli fa destino ancor oggi il nostro interesse? Beh, s, forse E non trova anche lei che certe cose si esprimono ancor oggi allo stesso modo? Eppure, oggi tante cose sono diverse. Il nostro secolo ha creato i calcolatori elettronici, i viaggi interplanetari, la televisione...i cannelloni Come dice? Proprio cos: i cannelloni, un tipo di pasta ripiena. Conosce ? S, senzaltro...ma non pensavo...

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Vede: le grandi intuizioni passano sempre inosservate! Ma forse il caso che mi presenti. Sono il professor Alfredo...Binelli , laltro non si accorse della pausa e spalanc due occhi un po tediati, insegno storia dellalimentazione allUniversit, ma forse non le interessa . Non gli interessava difatti, ma ugualmente, per educazione, gli rispose, camuffandosi abilmente dietro i suoi baffi (- Ecco un tipo perfetto coi baffi, sono proprio questi che gli danno la terza dimensione, la profondit, sembra una caffettiera in effetti -): Ma no, mi interessa eccome . Perch, vede, caro signore, i cannelloni devono la vita ad una geniale intuizione, molto vicina allintuizione poetica. Peraltro, ha notato quanto sia determinante il tipo di alimentazione nella storia della letteratura? . E, come dopo unaffermazione un po pesante, Alfredo pens bene di tacere un attimo per osservare leffetto sullascoltatore. Riprese dopo qualche istante: A parte il caso... dei ghiottoni pi noti della nostra letteratura, come Giacomo Leopardi... . - Arrossisce! Sono riuscito a farlo arrossire! Tra un po ammetter che uno di quelli che vanno in giro per le fiere dei libri a met prezzo a sbirciare gli altri, a frugargli nellintimo...nellanima ! Il suo pensiero si stava infervorando, ma apparentemente Alfredo era sereno, olimpico, tranquillissimo. E se pensa poi a quanto una certa cucina regionale influenza le belle lettere qui da noi. Non voglio dire certo che la Commedia di Dante sappia di ribollita o di pici alla contadina . Sent che il baffetto condivideva nellintimo, pur continuando a cercare (e non trovandola!) una via per uscire da quellincomodo. Certo il sapore, laroma del pesto pur presente nella macchia mediterranea della poesia di Sbarbaro e Montale! E mi vorr forse negare che il sanguigno di Ariosto, quella giocondit cruenta delle vicende di Orlando, non venga direttamente dalle sapidit della cucina emiliana? Gli piaceva giocondit cruenta! Rendeva lidea di un signore rinascimentale, di un Este o di un Gonzaga, che assisteva attraverso le parole del poeta a battaglie sanguinose, ma tranquillo nel suo salotto e circondato da amici fidati, sorseggiando un vino leggero. Voleva citare anche la salama da sugo, ma non trov laggancio giusto. Comunque, laltro era allo stremo, si vedeva, ed azzard soltanto a replicare con un sorrisetto che voleva essere ironico, ma probabilmente era sconsolato: Non mi dir che anche la musica?

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Ma certo! lo incalz Alfredo Non sente il caciucco nel Marat ?! Altro che giacobini! . Era giacobino, Marat? Boh, al momento non se lo ricordava. E in ogni caso quellopera l con Marat centrava fino ad un certo punto, per Mascagni e caciucco, che accoppiata, eh? Aveva stravinto almeno per due motivi, primo perch il baffetto non aveva speranze di replica, e secondo, perch poteva tirare innanzi allinfinito in quel modo. Ah, ci avrebbe pensato ben bene il pusillanime a leggergli di dietro unaltra volta. Tir avanti ancora per un po, come riflettendo, afferrando un libro via laltro e sprizzando metafore ed accostamenti, e affastellando nomi e fatti alla rinfusa, quando si accorse che una terza persona li guardava. Era una ragazza coi capelli lunghi, forse carina (non diede importanza alla cosa l per l, era il suo sguardo penetrante che temeva, anche di sbieco). Alfredo volse gli occhi appena un attimo verso di lei, come per saggiare la consistenza di quellimprovvisa rivelazione. La ragazza sorrise, un po impacciata. Poi si avvicin, e gli tese una mano, che Alfredo afferr pi come una zavorra, che come un salvagente, e dovette cos mollare il baffetto che, pur rimanendo in zona, riprese visibilmente colore. Professore, mi sono permessa di ascoltare quello che diceva col signore qui, molto interessante, davvero . Il baffetto si ringalluzz alquanto, sentendosi chiamare signore in un contesto non aziendale, che cio non implicava, una volta tanto, il non conseguimento di una qualsivoglia laurea, e per di pi associato con uno che, bench lo avesse annoiato mortalmente, era pur sempre, evidentemente, un professore. Si vedeva che pensava, se possibile, di dare un seguito allinteresse di quella gentile signorina. La ragazza si chiamava Sara e dopo qualche frase di assaggio attacc Alfredo frontalmente; studiava lettere, era appassionata di musica classica ed in particolare dopera: Oh, i cori del Marat! sospir certo che sanno di mare, il mare di Livorno e gi il Lungomare, lArdenza, il Cisternone e via di seguito, fino allapprodo che Alfredo vide inevitabile solo al momento in cui gli si par davanti, troppo tardi per schivare limpatto: una tesi su Caproni. Il baffetto cominci a pensare (a parte i caproni che, non si sa a quale proposito, la ragazza aveva tirato fuori) che queste sublimi verit, perch di ci doveva trattarsi, specie soppesando brevemente laspetto di Sara, che non era niente male...era tanto meglio sentirle enunciare da lei, che da un professore bisbetico ed un po svampito.

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Ma come aveva fatto a non accorgersi di questo mar: doveva avere a che fare col mare, giusto, come diceva Sara. Ora mi manca qualche esame, ma vorrei una tesi che mi lanciasse, capisce, professore? E lei non ha lavori su questi argomenti di cui parlava . Alfredo divenne di brace. Balbett qualcosa: - Mah, io, s, in effetti, non per ora, per ora mi occupo daltro, ma...- e cercava con la coda dellocchio, appoggiandosi al bancone dei libri di cucina e di poesia, una via di fuga. Fu allora che scorse dallaltra parte del tendone gli occhi di Francesca che lo cercavano. Si finse infastidito. Oh, che noia, la mia assistente, anche qui! Devo andare, mi spiace . Riprese la mano di Sara con forza ben diversa, poi si allontan di qualche passo e continu: Venga a parlare con me in dipartimento . Fece ancora un po di strada e ripet: Laspetto, eh? - Capace che c qualche mio omonimo - pensava Alfredo - Tanto, dal tipo che , passer al setaccio tutti i dipartimenti e gli istituti dItalia per trovarmi. Ma secondo me al baffetto gli d buca -. Arriv finalmente da Francesca. Hai incontrato qualcuno? No, nessuno. Un seccatore, uno di quelli che non fanno che attaccar bottone. Mi ha coinvolto in una discussione sui libri di cucina che non finiva pi Meno male che sono arrivata, allora Gi, meno male disse Alfredo, e la prese sottobraccio.

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La casa colorata Quando scoccarono i settantanni, Gabriella decise di trasferirsi in una casa colorata. Prima di allora, tutti avevano sempre deciso per lei, prima sua mamma, poi suo marito; ed anche i figli non le avevano risparmiato sottili sarcasmi o meno impalpabili contestazioni, quando aveva manifestato di disporre di una testa e di avere voglia, anzi necessit, o forse urgenza, di usarla. Ora per, come capitava nelle vecchie commedie da boulevard, la protagonista, adagiata sul divano, li aveva visti ad uno ad uno sparire dietro le quinte o dileguarsi: a volte protetti da una piccola finestra a riquadri, quella che si affaccia sul mondo tanto pi finto quant vero, altre volte sbattendo la porta. E Gabriella aveva atteso, con unimpassibilit raccolta in una terra deserta, ma lustra e vivida come un passaggio inutilmente illuminato: infine ogni rumore si era attenuato e subito spento. Era passato qualche anno, pi o meno morbido od accidentato, e siccome nessuno pensava a lei, e i figli, si sa, capiscono poco, e quel poco lo capiscono male e di sbieco, en biais avrebbero detto al suo paese, aveva fatto il grande passo. Che poi era piccolo, ma si sa che ogni passo dipende dalla misura dei piedi, o dalla veste che il coraggio si messa per passare inosservato. Naturalmente tutti lavevano sconsigliata: per let, per la zona e per tanti altri motivi, che Gabriella ogni sera metteva insieme come lo chapelet, i grani del rosario che con prudenza snocciolava. E ad ogni motivo le cadeva una lacrima. Allinizio. Poi, col tempo, ogni lacrima si spandeva come in un ondivago sorriso, sicch alla fine della coroncina, Gabriella quasi rideva. E sapeva che anche Santa Bernardette lavrebbe avuta cara, quella promessa di felicit che spostava tra le labbra attimo per attimo. Quasi rideva anche lei, quella santa, anche nella chsse, nellurna, cos composta, ma serena e quasi pudicamente contenta nel riposo. Certo, erano tutti motivi seri, importanti, gravi, enunciati da gente con lauree, diplomi e certificati, e molto, ma molto pi riusciti nella vita di lei, che era sempre stata allombra di qualcuno (non infelicemente, ma riparata dal sole e dalle correnti daria e di pensiero). Ma...che importava avere tanti motivi, se a lei ne serviva uno solo: cambiare. Casa e colori. Chi laveva capita veramente (figli, parenti ed amiche puoi anche lasciarli perdere) era stato quellomino delle vernici e delle carte da parati. Era chiaro che ci doveva avere il suo tornaconto, se lintonaco si paga un tanto a barattolo e poi mettici il solvente e la manodopera. Per era lunico che le aveva detto che s, ogni stanza dun colore diverso era unottima cosa, anzi lunica soluzione possibile. Lavabile, certo, e

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delle tinte pi care. A Giacomo, cos si chiamava lomino, Gabriella dette retta, come si stringe la mano al conoscente incontrato per caso nella piazza di un quartiere lontano e forse ostile. Anche il vinaccia? Lomino aveva annuito, tormentando un mozzicone spento tra i denti, e Gabriella si era convinta che il vinaccia andava bene in cucina: alto, sopra le quattro file di piastrelle, ad inquadrare la cappa. Durer? E ancora lomino aveva oscillato il mozzicone, quasi con sorpresa: perch non doveva durare? Gli altri colori duravano. Vinaccia: come le ciliegie mature, come un giorno di primavera gi troppo caldo, come una scampagnata con le biciclette fiorite di spighette tra i raggi, come rincorrere le lucciole da un prato in discesa. E azzurro cielo nella sua camera da letto, con anche qualche stellina, di quelle che si affacciano impetuose, ma fintamente incerte, dopo un tramonto vizzo di toni sospesi e misti. Giacomo le aveva chiesto come voleva le stelline. Volendo, ho un amico pittore. Fa le mostre, ed affitta una galleria in Centro ogni Natale E Gabriella ebbe tutta una galassia sospesa tra la cappa ed il frigo, ed una sperduta cefeide, che sembrava accendersi e spegnersi sotto il pensile a tre sportelli. Il cambiamento le aveva ridato voglia di studiare, quindi di vivere: inizi a documentarsi sulle strade nel giro delle quali avrebbe vissuto da allora in poi. Qualcuno le aveva chiesto, sorridendo un po' beffardo, se era una sistemazione definitiva. Quella era una parola nera, una di quelle che non si declinano neanche col rimario: definitiva contiene fine, e la fine solo al cinema non morte. La sua ritrovata precariet, dopo oltre settant'anni di certezze, era una foglia verde sul ramoscello arso, come qualcuno doveva aver scritto (aveva segnato la frase accanto al telefono, ma non l'autore). La coccolava, sicura che non sarebbe svanita: ne aveva bisogno. Visit uno strano sottoscala, che si fingeva una biblioteca, e vi apprese molto sul quartiere, stringendo sugli stretti banchi di studio, che credeva non pi fatti per lei, i mezzi occhiali da presbite. Dove viveva lei da poche settimane, un tempo cera una fabbrica: e questa era una novit gradevole e leggera, per una che per decenni era stata in una zona residenziale invecchiata male, dove le case si erano solo sostituite alla campagna verdastra ed uniforme, allo sventato calore delle ultime bonifiche.

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Una fabbrica: e ne riviveva nel ricordo le ciminiere, i depositi, il vasto cortile con le rotaie e le traverse ammonticchiate come scura paglia col raccordo che girava tutt'intorno, e la vaporiera. Specialmente le grida, le sirene degli operai, gli ordini in una lingua gutturale ed aspra. Come nelle vecchie foto, qualcuno, troppo sfaccendato per essere regolarmente l, fa appena capolino, e simula un sorriso ingenuo e popolare, curando di occultare la dentatura non proprio presentabile. Pi avanti, sul viale, scavato anno dopo anno dai viavai e dai riporti dei camion dellimmobiliare, cera stato un villino con quattro parafulmini (forse cinque) e sotto ad una palma stenta, una sorgente dacqua quasi asciutta. Anche il villino era sparito, era rimasta una trattoria, che ne aveva invaso parte del terreno con un pergolato ed un sentiero sabbioso per il parcheggio. Poi Gabriella tornava nel silenzio della sua casa, e credeva daver sognato: solo la galassia che saccendeva dellincerta luce del chiostrino le ricordava che s, aveva osato cambiare, e che appunto cera riuscita. A volte, il silenzio era scandito dai giochi di Guido, quando tornava dallasilo: ed anche quello era giusto e sereno. Ecco: Guido non le chiedeva nulla, se non esserci. E Gabriella sentiva di esserci davvero, nelle ultime settimane. Ricevette la telefonata di unamica, che si lamentava che non cera parcheggio e che s, sarebbe venuta a trovarla, ma si sa, se non sai dove mettere la macchina, e poi il marito anziano, ed il caldo... Gabriella vedeva due posti liberi di l dal finestrone del salotto, ma le replic: E vero, sai. Pensa che io lascio sempre lauto in garage. E anche pi fresco. Bisogna far contente le persone, ogni tanto, specie se vogliono trovare una scusa. E sulle scuse, si sa che i figli sono i migliori. Impareggiabili. Gabriella leggeva fino a tarda notte: romanzi e libri di storia. Ed ogni tanto si affacciava verso le vie belle, con qualche amica che non temeva di far quattro passi. Con gli anni si capiscono tante cose, e specialmente chi pu accompagnarci nel cammino, e chi invece fa come lammiraglia: ti guarda pedalare e ti sorride. Anche un sorriso fa piacere, come le chiacchiere col negoziante, ma a volte si ha bisogno che alla nostra destra non ci sia il vuoto. Un giorno accadde per caso che Gabriella si trovasse a passare per la casa del poeta: lui se ne era andato via cinquantanni prima (Gabriella non era che una ragazza, dalle parti di Reims, ed anche il poeta doveva essere giovane allora, anche se il suo volto tagliente come una briciola di vetro era certo sempre il solito). Le sembr di vederlo seduto sugli scalini che portavano verso la via del brefotrofio, sotto il quale ancora un

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lembo di prato ricordava le scampagnate di un tempo. Non le piaceva parlar sola, il mondo ci vuole logici e pratici, ma si sa, dopo i settantanni, il senso comune si permette di scivolar via dalla vita, lasciando una traccia solerte di verit. Cos, giorno dopo giorno, prese a rivolgergli la parola, che le veniva resa in una lingua concreta e collinosa, forse veneta, suggerendole storie di quelle parti e daltrove, partite di pallone su quella gobba erbosa in declivio dietro le case dellEnte, fughe solitarie entro se stessi e bilanci damore, sempre in perdita. Era quella la casa del periodo in cui il poeta aveva molto da dire, forse proprio perch il suo lavoro era incerto e prendeva ore tra andare e tornare. Stranamente, lepoca in cui aveva molto da dire era venuta anche per Gabriella, anche se talmente tardi, che non sapeva pi che lingua usare. Ed il centro di tutto era quella casa colorata, con le sue galassie sorprendenti, ed i pastelli, i giochi ed i tentativi di scrittura di Guido da tutte le parti, dal pavimento al ripiano della lavapiatti. Tanto, spazio ce nera: e di rimproveri non cera bisogno. Cos Gabriella torn nello scantinato dei libri, e cap tante cose ancora della vita del poeta: come ci avesse messo ventanni per ultimare la scoperta di s, e come nel fiume ci fossero i piloni sospesi del ponte non ancora ultimato, ed era lunico punto dove si toccava, e si fosse al riparo dai mulinelli. Cerc di parlare con qualcuno di quei posti, ma nessuno le diceva cose che non sapesse. I pi quel principio destate pensavano solo al calcio, che pur sempre un appartenere agli altri, che non ci restituiscono indietro che brandelli di parole. Gabriella desiderava finalmente appartenere a se stessa, che poi lunico modo forse per riuscire a regalare qualcosa di se stessi. Ma si sa, gli anziani sono egoisti... Per andare allasilo di Guido la mattina, facevano il giro pi lungo, passando per un panettiere che sfornava una teglia di pizza proprio in tempo per loro. Non lo faceva apposta, ovviamente, ma era bello pensarlo, come entrare senza far chiasso nellodore caldo e un po salato di forno e di olio luccicante. Cos Gabriella si trov a parlare a Guido dei suoi dialoghi solitari, perch i bambini non si spaventano di queste cose semplici e naturali. Guido interessato le chiese: Cosa fa un poeta? E anzianetto come te? Parla anche il francese? La risposta, Gabriella laveva chiara in mente. Ma disse: Andiamo, che tardi. E ripresero lultimo pezzo del cammino, perch il bidello teneva gi il portone accostato con la mano. Dalla sala di lettura alle riprese dal satellite su Internet, in fondo, non c' che un passo, anche se si hanno settant'anni. Scopr finalmente la sua casa colorata, dispersa tra i

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palazzi con gli inutili tetti di tegole (come se nevicasse mai) come non l'aveva mai vista dall'alto, e cont i centimetri, o meglio i pollici di schermo che, alla massima risoluzione, la separavano dalla casa del poeta. Era veramente vicino, nello spazio se non necessariamente nel tempo. Gabriella nel trasloco verso la casa colorata si era scoperta curiosa: figlia di una scuola che non si era curata delle tecniche a tutto vantaggio di teorie possibilmente pi prossime alla metafisica che alla fisica, alle volte si sentiva come se le avessero imposto di imparare a memoria un gran trattato di armonia, e poi al dunque le avessero rivelato che non doveva far altro che battere a ritmo un cucchiaino sopra una tazzina da caff. Ormai per la versatilit di quello strumento improvvisato le era ben nota, e non si sarebbe sognata di lasciarlo per un'arpa od un pianoforte: quando le serviva, il cucchiaino sapeva farsi arpa (anche orchestra se necessario). E poi, alla sua et, poteva ben ammettere di non sapere e di non capire: qualcuno l'avrebbe aiutata, anche con Internet. Un suo figlio, nel corso di una breve e distratta visita, le aveva riempito la testa di parole strane: spam, virus, crac, su quest'ultimo indugiando un attimo, per chiarire che non si trattava di una droga. La sostanza che non avrebbe capito, che non poteva capire, alla sua et. Solo che Gabriella non voleva capire, voleva imparare un nuovo gioco, di quelli che Guido creava ogni giorno con lei e magari per lei, anche nell'anticamera del pediatra o alla fermata dell'autobus. C'era sempre qualche regola che la nonna non sapeva, perch il nipotino non l'aveva ancora inventata, ma per quello si faceva presto: la fantasia di Guido era un cavallo sbrigliato che correva sempre nella direzione giusta, per istinto. Ma si sa, ad ogni nuovo gioco, c' sempre il rischio che qualcuno bari per eliminarci, cos quando Gabriella lesse sullo schermo un messaggio da un poeta che si diceva lontano, e le parlava di mappe e di satelliti, pens di aver toccato un tasto di troppo. Come seconda ipotesi, scadente, ma necessaria, immagin che fosse un invito galante. Certo, Guido le aveva gi detto pi di una volta che avrebbe trovato naturale (regolare aveva detto) che lei gli trovasse un nuovo nonno, per stavolta coi baffi bianchi. Ma un poeta non un nonno, anche se le due qualifiche occasionalmente possono coincidere, e comunque un nonno-poeta d una sgradevole sensazione di lustro e ovattato, un po' un genere da ipermercato sotto Natale, ove l'anzianit data soltanto dal cerone rifletteva Gabriella. Chiese a Guido, e lui le rispose che era chiaro che un poeta cos non poteva che venire dal cielo, replicando poi all'espressione un po' attonita della nonna: Non mi hai detto

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tu che i poeti vivono tra le nuvole? S, era vero, l'aveva detto lei, e quel poeta poi non poteva essere che il suo vicino di casa di cinquant'anni prima, di cui tanto aveva letto e si era occupata negli ultimi mesi. Sapeva che non c'era pi, ma per conferma aveva anche visitato la sua tomba al cimitero, con una lapide di poche parole e molte idee lasciate nel vento, come la poesia dovrebbe forse essere. Aspett invano un secondo messaggio, magari di conferma, poi si convinse ancora, come era quasi sua abitudine ormai, di averlo sognato, e vide i suoi stessi occhi girare attorno alla casa colorata come in un grandangolo, ed erano occhi di chi deve ancora nascere davvero. Ma bisognava far presto, il tempo a quell'et come bruciasse da solo, ed i colori della vita asciugano troppo in fretta.

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Il piano di volo Il discorso era venuto fuori una domenica a pranzo, siccome Lorenzo aveva giocato tutta la mattina con un trenino di legno, cosa che secondo i genitori era gi arretrata per la sua et. Quattro anni e mezzo, pensate un po'. E Chiara aveva detto, con quella grazia senza sforzo che brillava di piccole frasi, quasi le cadessero da un'invisibile borsa di Mary Poppins: "Sai, pap, che Lorenzo su un treno vero non c' mai stato? E s che abitiamo proprio di fronte alla stazione..." Suo genero aveva mandato nell'etere uno di quegli sbuffi da locomotiva in manovra, sussurrando: "Treno? Che idea!" Il mondo bello, perch vario, e non puoi aspettarti molto da uno che passa la domenica mattina a lustrare il fuoristrada, cio quella specie di furgone colorato a morte coi finestrini da agguato terroristico. Che fuori dalla strada non c'era mai andato, perch la terra sporcava i paraurti cromati con barre anti-bisonti. Ma intanto, quella frase di Chiara e lo sguardo curioso e svelto di Lorenzo, avevano fatto riflettere (o forse sognare) Teodoro, che aveva cominciato a cullare qualche breve pensiero. Si poteva fare, Lorenzo lo voleva: si sarebbe fatto! E ancora sorrideva nascostamente, mentre il genero gli magnificava i fascioni laterali ed il doppio cruscotto con controllo operazionale totale e pi spie di un aereo da caccia: sapeva bene che quelle lucette non si accendono mai quando servono, e che Chiara andava in giro, anche in autostrada, con l'indicazione di freno a mano inserito. Perch era un contatto, e i contatti non si risolvono, a meno di non scollegare e ricollegare una montagna di circuiti integrati o di cambiare una centralina, che veniva da Taiwan. Finch un giorno frisse le gomme come sardine, perch aveva davvero scordato uno scatto del freno a mano inserito, e l'uomo del fuoristrada aveva fatto una scenata, dimenticando che chi aveva detto che i contatti non si aggiustano era stato lui. Cos, il giretto in treno con Lorenzo cominci ad occupare tutti i pensieri di Teodoro. Occorreva convincere Chiara, e quello era forse possibile, con un discreto marketing: sapeva che gli occhi di sua figlia gli annuivano, anche quando la logica e la politica (nonch le sue labbra) gli dicevano no. Perch la passione ferroviaria non la puoi uccidere, farla nascondere s, come i ghiri quando vanno in letargo, o i carbonari all'epoca delle cospirazioni. Il mondo parlava di airbag, navigatori satellitari, fari a quattro inclinazioni e TAEG negativo: Teodoro

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assentiva compitamente, perch non sta bene contraddire il genere subumano, ma pensava ad altro, altro che spesso andava sui binari e fischiava ai passaggi a livello. Cos, presumeva, la passione, anche rintanata e timida, si era trasferita arcanamente da lui a Lorenzo, e l'occupazione, entusiastica e fervida, del bimbo quella mattina lo dimostrava. Per inciso, il trenino gliel'aveva regalato lui a Natale: per qualche tempo Lorenzo aveva fatto un po' di conoscenza con il suo giocattolo, profittando della brutta stagione (che a Roma relativa, ma Teodoro, da nonno, doveva far finta di darle molto peso). Ora, per, la primavera aveva fatto il suo ingresso trionfale, ed era il momento di passare alla pratica, che era poi quella che Teodoro prediligeva. Con il marketing, appunto, che poi quello che anticamente si chiamava buon senso o savoir faire, era riuscito a strappare una piccola ed incerta promessa a Chiara: "Non pi di un'ora, pap. Non perch non mi fidi, ma sai, il tuo cuore... Poi non vorrei che camminassi troppo" L'aggiunta, per quanto breve e leggera, riusc indigeribile a Teodoro, e un po' dolorosa; gli sembrava di camminare, anzi marciare, meglio che da ragazzo: dosava con pi saggezza le forze, sicch non arrivava quasi mai stanco, e men che mai sudato, per quanto il clima perfido, l'ingombro del traffico, e lo smog della metropoli gli consentisse. "E continui a prendere il caff del bar, che lascia quel fondo nero, anche se sai che non dovresti": a Teodoro il gusto bruciaticcio eppure piatto del decaffeinato non piaceva, ma disse ugualmente: "Hai ragione", e lei lo guard per un attimo lunghissimo con quegli occhi chiari, che erano di Lorenzo, ed erano stati anche di Doretta, poi gli schiocc un bacio tra la guancia e il mento sbarbato di fresco, ma gi un po' grigio. Un'ora: non aveva ottenuto di pi. Teodoro pens e ripens, per far s che un tempo tanto breve includesse un po' di treno. Le circostanze lo aiutavano: suo genero abitava (immeritatamente) nei pressi della stazione Ostiense; e da Ostiense, volendo, in tre minuti si pu arrivare a Trastevere col treno metropolitano, che la mattina del sabato sarebbe stato forse semivuoto. "Non toccare il finestrino: sporco" gli avrebbe detto, tirando fuori le salviette profumate, ma sarebbe stato contento che si affacciasse un attimo. Fece un programma di massima, ma dettagliatissimo, un vero piano di volo: uscire di casa alle 9.40 per il treno da Ostiense delle 9.55, con possibile breve visita al padiglione presidenziale (mettendo il naso come due curiosi, uno vecchio e bianco, l'altro piccolo e biondo), arrivo a Trastevere alle 9.58, con gelato (cono piccolo, era

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solo mattina) ed edicola (giornaletto da colorare a scelta). Riprendere il treno alle 10.36 con arrivo ad Ostiense alle 10.39, e ritorno a casa alle 10.45. Un'ora e cinque, massimo un'ora e dieci, stava nei limiti dell'ansia di Chiara, ed in ogni modo aveva con s il cellulare. Avrebbe avuto i biglietti in anticipo, solo da timbrare. Poi ci sarebbe stato il viaggio: tre pi tre fanno sei minuti, ma in mezzo ci sono un fiume e duemila anni di storia. Si passa da una stazione-monumento ad una stazionestazione, talmente diverse che si faticherebbe ad immaginarle nella stessa citt. Andata su un lato, quindi via Ostiense con la Piramide in fondo, il cimitero inglese, la cima piana e stempiata di Monte Testaccio con la croce, e il fiume verso la citt; ritorno sull'altro, la chiesa con la cupola a zuccotto ed in fondo San Paolo, i vecchi mulini, l'ex saccheria, la centrale elettrica e il gasometro, il ponte di ferro. E ci sarebbero state domande, cui si sarebbe preparato, come ogni guida che si rispetti, scendendo (o chiss, forse salendo) al livello di un bimbo di quattro anni e mezzo. Naturalmente, avrebbe dovuto anche rispondere ad un'interrogazione sul treno, sperando la memoria non lo tradisse: un nonno deve sapere tutto, anche se ha solo un'ora a disposizione. Tra quella domenica ed il sabato successivo gli accaddero tante cose, molte delle quali dileguarono senza dargli il tempo di prenderne nota: ad un certo punto, nella vita, la memoria diventa selettiva, un setaccio con maglie molto strette e soltanto un forellino pi grande, che dove un po' d'amore passa ancora. Tutti gli eventi che di quella settimana gli rimasero impressi, erano pi o meno collegati col viaggio programmato. And in stazione a fare i biglietti: recentemente avevano messo delle distributrici automatiche di biglietti, che sono di solito il terrore degli anziani, che vogliono parlare con qualcuno in carne ed ossa, e magari non distratto. A Teodoro invece quei grandi cassoni con lo schermo azzurro illuminato piacevano, ed era disposto anche ad aspettare qualche istante per avere il resto. Quella volta per, ingoiata la banconota con un sgusciante rintocco e sortito il biglietto, la macchina si piant muta e sorda, poi gli regal un foglietto, scritto piccolo piccolo: Teodoro si spense gli occhiali sul viso per poterlo leggere, ed occhieggi, o forse intu la parola rimborso. Sal nell'atrio grande coi lampadari a cannolo, e si accost al finestrino forato. Dietro lo sportello, l'impiegato, con la barba a chiazze disinvolte sulla faccia porosa, non lo guard neanche: stava parlando col vicino di sportello, momentaneamente inoperoso, di una storia di parate e di rigori, di quella roba che Teodoro, senza capirne nulla, ricollegava al calcio. Lui ricordava vagamente qualche nome di altri tempi, gente come Lovati o Bernardini, che avevano allenato, e dovevano prima ancora essere

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giocatori. Recentemente, solo quel tipo alto un po' scucchione, che parlava in romanesco, Protti, Cotti, boh... Porse il fogliolino, e quello, sempre senza guardarlo, e girato di tre quarti, gli disse seccamente: "Documento". Teodoro ci rimase un po' male: poteva darsi che avesse il documento nel portafoglio, anche se non lo entusiasmava la prospettiva di tirarlo fuori; tant' vero che si era preparato il biglietto rosso in tasca da casa, ed ogni dieci o quindici passi se lo contava con i polpastrelli, piegato in quattro tra le due piccole vele di stoffa. Sussurr imbarazzato: "E' che ero qui sotto, alla macchinetta, che mi ha dato questo" "Perch per un rimborso ci vuole sempre il documento" Teodoro rimase muto per un attimo: tutta la sua fiducia di poco prima si era come spersa. Balbettava. L'altro si soffi nelle chiazze nere sul mento: "Vabb, metta una firma qua sotto allora" e gli porse una penna con le due met mal avvitate. Teodoro mise una T tremante, e qualche altra cosa, ed ebbe indietro una gragnuola di monetine canterellanti nel piatto girevole di alluminio. L'impiegato torn a spiegare al collega come l'avrebbe parato lui, quel rigore, che invece era entrato nel sacco di patate, rovinandogli quella giornata: per fortuna, le vacanze erano vicine e purtroppo la fine del campionato. Ma su Sky avrebbero ridato tutti i gol degli ultimi dieci, o forse cinquant'anni. Per nella piazza, tra le canadesi dei profughi afgani e le promesse senza vento di qualche politico, c'erano gli alberi. Teodoro si stupiva spesso della loro persistenza: intorno a casa sua, aveva contato molte palme, dei limoni, quattro nespoli quasi ai quattro angoli del quartiere, una magnolia dai fiori bianchi, ed estese alberate di tigli e robinie. C'erano poi anche i pini, che erano alberi ideologici, nel senso che dicevano di un'epoca e di un pensiero, e del perpetuarsi un po' criptico di tracce di quel pensiero in un'altra epoca, che era quella in cui lui si trovava a vivere. E dei banani, chiss piovuti da dove, in un cortile appartato davano grappoletti di frutti lunghi s e no qualche centimetro. Si riprese, e torn ad organizzarsi: un'ora e cinque, massimo un'ora e dieci. Duemila anni in un chilometro e mezzo, e due bandiere della pace impilate l'una sull'altra, mai cos luminose, sull'ex mattatoio. Era bello invocare la pace, in un luogo dove un tempo le bestie morivano tra angosce che non possiamo neanche immaginare: perch siamo crudeli, in fondo, noi umani. Anche se fingiamo. Anche se abbiamo creato il treno, ed il treno bello.

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Cos, il tempo vol fino al sabato, quando il piano di volo, preciso e dettagliato, era ormai completo. Teodoro era pronto a qualunque domanda del nipotino, anche se si sarebbe accontentato di tenerlo per mano e girare un po' per la citt: ma lui, Lorenzo, si sarebbe divertito? Purtroppo il suo telefono era isolato, quella mattina: e non poteva confermare (ma cosa c'era da confermare poi? Non aveva mai mancato un appuntamento in vita sua). Era isolato, perch aveva dato retta a quella signorina gentile, che con grandi discorsi di liberalizzazione ed Unione Europea (anzi UE) gli aveva spiegato che, bench in TV magari dicessero cose diverse, bisognava staccarsi dall'idea del monopolio (che Teodoro ricollegava al sale e, non sapeva pi perch, alle banane) e poi anche dall'altra idea dello Stato imprenditore. Teodoro per anni aveva votato liberale, finch esisteva ancora una possibilit del genere, perch era un partito che gli dava l'idea dell'educazione (non della cortesia), della sottigliezza (non del sofisma). Ma era roba vecchia, poi anche quelle idee l si erano turbate ed increspate, sicch non valeva pi la pena parlarne: per liberalizzare era una cosa che gli poteva andare, specialmente proposta da una signorina con buone maniere, seppure solo telefoniche. Per cui aveva avuto la nuova linea, che ora (per la terza volta in un mese) non funzionava: la signorina gli aveva anche promesso un portatile nuovo e gratuito, che non era mai arrivato. Doretta non avrebbe certo approvato tutte queste interruzioni del servizio, men che meno la storia del cordless perso nei meandri dei corrieri nazionali. Ma si sapeva che lui l'oro l'aveva dentro il nome, che non si vedesse, mentre lei ce l'aveva in superficie, e splendeva. Lei certo non avrebbe accettato il genero un po' gradasso col fuoristrada e quattro airbag, come fossero parafulmini: lui invece abbozzava. Per quel giorno finalmente, anche se per solo un'ora e cinque, forse un'ora e dieci... (Certo, poteva fingere un breve ritardo, e prendersi un altro quarto d'ora di viaggio e specialmente di Lorenzo, e magari offrirgli anche qualcos'altro, oltre al gelato: un bign, un ventaglio? Per...se avesse finto il ritardo, tutti, e l'uomo del fuoristrada in primis, ne avrebbero incolpato le ferrovie, quindi il treno, e questo Teodoro non avrebbe potuto permetterlo). Sotto il palazzo di Chiara c'era una luce di sole obliquo, che faticava a ritornare: ma era forse perch vi si recava sempre il pomeriggio, o in sogno, e i sogni non sono mai sbiechi. Il portiere aveva lasciato un mucchio di buste in guardiola, e la porta tenuta aperta da una ramazza. Un vecchio malconcio discese dall'ascensore, che sembr a Teodoro nell'ascesa puzzare vieppi di fumo e malattia (un pensiero di cui si

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vergogn molto): cerc di concentrarsi sull'idea del viaggetto e del nipotino, che finalmente avrebbe potuto conoscere un pochino suo nonno. Gi le nove e mezza, giusto in tempo... Suon a lungo, ma nessuno venne ad aprire. Si socchiuse invece la porta della vicina, che avr avuto la sua et e gli disse con un certo malgarbo: "Sua figlia dovuta andar via col bambino, un'idea del marito. Dice anche che ha provato ad avvertirla per tutta la mattina, ma che lei stava sempre al telefono. Anzi" soggiunse dopo un attimo "era davvero preoccupata, povera ragazza". Pensava che forse avrebbe dovuto spiegarle del piano di volo e della signorina della compagnia dei telefoni, e anche che a volte le bandiere della pace sono al posto giusto. Ma era solo una vicina un po' scorbutica, uscita in pantofole e vestaglia un sabato mattina. Non volle accettare un caff, che lei senza molta intenzione gli offerse, ricordandosi che gli faceva male al cuore (e forse, ripensandoci, poteva essere vero). La signora in pantofole ebbe uno sguardo un po' incerto: non era tipo da avere in casa l'orzo, e cercava una scusa per richiudere la porta, scusa che le venne dallo squillare insistente del telefono. Da dentro, qualcuno, una voce d'uomo infastidita, gridava. Disse anche una parolaccia, che Teodoro fece finta di non udire. Scendendo a piedi i due piani di scale, not che la luce obliqua stava pian piano tornando pi diretta. Non sarebbe stato l'ultimo sabato di primavera.

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Doveva essere in aprile Era un cantante dal naso triste, leggeva il giornale su un sasso in riva al lago. Una pagina intera era occupata da una signora, probabilmente efficiente, con degli occhiali che le scendevano sul naso. Nel sessantacinque, o sessantasei forse, in un lampo un po languido, come uno scroscio dacqua mattutina. Doveva essere in Aprile, perch la magnolia del lungolago era fiorita ed i fiori, se non sbaglio, gi striati di rosa pallido. Gi, il naso era triste, e lui era anche distratto, ma nellinsieme trasmetteva unenergia buona. Gentile, educato, sembrava la persona che avrebbe preferito incontrare tra la folla, il giorno in cui, come da sogno ricorrente, il bambino si fosse perso: non cera ragione per perdersi, ma solo lo era gi, ed in mezzo alla folla, la solitudine avrebbe facilmente trovato la sua strada verso langoscia. Col tempo, avrebbe sviluppato molte delle ispide qualit di chi vuol fuggire langoscia, cantare sottovoce, leggere, telefonare, chiedere lora a qualcuno, o informarsi di una strada che gi conosceva...o salire su un treno (i treni sono buoni). Allora per, tutte queste cose non le sapeva, e credeva che qualcuno potesse veramente da solo aiutarci, invece la verit era in quelle tecniche, che non funzionavano tutte insieme, ma ciascuna a suo tempo, comunque se applicate con metodo e sensibilit, potevano andare. Non era lunico cantante che il bambino ammirava, era quella ancora unepoca in cui i cantanti erano appena pi in alto degli altri, come su un palcoscenico improvvisato. Cera anche un altro cantante, che arrivava ondeggiando, ed ugualmente gli piaceva, per questaltro, con quel sorriso timido e le lunghe gambe dinoccolate, era come un amico, pi di un cantante (di un artista, avrebbe detto sua nonna). Sapeva inoltre che faceva lunghi giri per lItalia, e sicuramente tornava verso casa col treno in seconda, perch per uno cos il successo non poteva che durare poco, solo finch era giovane e simpatico, lo diceva anche suo padre. Suo padre sapeva sempre tutto, tranne quello che serviva al bambino di sapere. Quando scendeva nel bianconero della piazza della stazione, sotto quel portico costruito per le carrozze senza accorgersi che carrozze non ne giravano pi, rivedeva le insegne sui palazzi di fronte, e sapeva di esser tornato. Anche il bambino aveva visto la grande luminosa Magneti Marelli, ed anche il sole strisciare e rotolare sotto una nuvola nerastra, poco prima, doveva essere a Parma (Parma era gialla, Modena e Reggio erano rosse). Il cantante aveva portato da un passato recente i treni notturni, i pennini con la china per scrivere sui libri dei conti, e la chitarra, la minore, do e sol settima. Il bambino

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non sapeva che la musica potesse scriversi, tante cose, come dicevo prima, non sapeva, per poteva parlare al nonno ogni mattina verso le dieci, non poteva vederlo di persona, per gli sussurrava segretamente che qualcuno, molto in alto, gli aveva affidato una ricerca proprio sul paese dove lui viveva, adesso. Gliene parlava incessantemente: sembrava che il nonno non si stancasse mai di chiedere della famiglia, della nonna, di comera la citt ora, mentre il trenino dellagenzia di viaggi girava senza sosta. Sapeva anche unaltra cosa importante: che a quel tempo, quando credeva che il centro di Roma iniziasse dallo Stock e fosse tutto vecchio, forse di trequattromila anni, le auto erano persone, spesso dei parenti in realt, ed il radiatore, cio la mascherina era il sorriso, o meglio la smorfia che la bocca faceva a volte, quando il bambino si avvicinava incerto. Aveva uno zio che era una Lancia Fulvia, grigia e legnosa, ed unaltra diciamo zia, che era una 124 Sport non la seconda, quella senza striscette di metallo, proprio la prima, un po sghimbescia. Un altro zio bassetto era una Bianchina Special, che aveva, invece della mascherina, un buffo tondino da clown giallo e rosso. Aveva anche un amico che era una Primula, una di quelle macchine strane col nome di fiore che non si capiva bene chi le producesse, e che era scomparsa rapidamente, in accordo col nome che portava. Tanti anni dopo, il bambino era cresciuto, aveva trovato anche un lavoro e si era sposato, era una volta andato a vedere il cantante a teatro (era proprio lui, ed il sorriso timido era lo stesso). Era una serata che sembrava finita molto presto, anche se era mezzanotte passata quando il cantante e la sua chitarra scomparvero per lultima volta dietro le quinte. Aveva risentito per una volta il profumo di quegli anni, lodore di cartapesta e di coccoina del corridoio finestrato della scuola, il rumore spaventoso dei timbri in banca e la luce masticata di vento delle sere feriali. Tornando nella notte, gli era sembrato di inquadrare nei fari della macchina, un bambino perso in una selva di mani e di gambe, che si sollevava in un volo infantile, appena teso a sfiorare il cappello dun lampione. Stavolta ne era certo: quel cantante dal naso triste era venuto a liberarlo, l, dove poteva andare incontro a se stesso.

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Il rientro 1. Perch, qualunque la superficie, e dovresti saperlo bene, i gechi non cadono. Mai Doveva far mente locale, riportarsi a quel casale grigio tra le viti basse del passito, su una collina buona per i conigli e per le more: gli sembrava di aver raccolto la pellaccia di un geco, forse due, sulle lenzuola e sulla copertina richiamate dall'armadio in piena notte. Un'escursione termica da togliere il fiato, quindici-venti gradi, e all'improvviso si gelava, anche abbracciati, anche soli in un posto che metteva tanta voglia di far pazzie, ed insieme tanto sonno. Allora, non aveva pensato a Van Der Waals, al dipolo indotto, l'interazione pi debole, eppure la pi persistente, aveva soltanto maledetto il cosaccio verde che gli era piovuto quasi addosso, e quasi sceso, cosa che gli faceva ancora pi orrore, tra i capelli confusi e salmastri di Marina. Che dormiva. Anche se poi avrebbe dovuto spiegarle (forse). Ma si ricordava confusamente che le aveva parlato dell'adesivo universale, e del miracolo naturale di quelle zampette fatte a spatole e setole. Nanotecnologia, le aveva detto prima che lei socchiudesse gli occhi, tipica reazione da studentessa svogliata. Davanti all'inevitabile cappuccino senza schiuma di Sciortini ed al caff, che, come quando ancora faceva il fantasma in Dipartimento, Marco finse di bere senza toccarlo, perch delle due tazze vicine si vedesse il fondo allo stesso istante, continu a pensare all'isola, a Marina, alla coperta spolverata in fretta di notte per stenderla sul suo lenzuolo, mentre digrignava, o forse batteva i denti nel sonno. Cosa hai detto che insegni? gli chiese Sciortini per la quarta volta. Alla sua risposta, lui replic: E ti occupi di bionica Vagamente deglut senza aver bevuto in realt a me interessano le fibre naturali Sciortini ebbe un gesto largo con una mano piatta, che offriva, anzi che tendeva, a sfiorare la larga tazza poggiata sul bancone: Se per questo, sfondi una porta aperta. Certo, una porta aperta, ma sul vuoto. Meglio divagare, allora: Marco ne approfitt per guardarsi intorno, mentre Sciortini si dedicava al cappuccino; l'uomo brizzolato che sedeva dietro la cassa era eternamente lo stesso di dieci anni prima, anche l'espressione era uguale, quella di uno che finge di non sentire, per vivere tranquillo. Nuovo era il viavai di cameriere, una cinese e un paio di rumene, accomunate dalla traballante lingua e grafia dei foglietti delle ordinazioni, che l'uomo alla cassa infilzava distrattamente, nella convinzione che le stesse persone gli dovessero sempre

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la stessa cifra, e che cambiar idea da un giorno all'altro fosse poco educato, forse proibito. Ricordava come era finita, con Marina: una dissolvenza sul telone bianco dello schermo. Il luogo sembrava preso da un romanzo di Moccia: Ponte Flaminio con le torce littorie illuminate di una impervia luce arancione. Ma era solo un fondale, non aveva nulla a che fare con loro due. Non si erano fermati l per vedere il fiume, che d'altronde non si vede, un po' come stare su una nave in secca, sperando inutilmente che il paesaggio cambi. Per Marina le aveva detto che partiva per sei mesi di Erasmus, quel "morire di pizzichi all'estero", come l'aveva definito lo Squalo a lezione. "Non farti convalidare solo due complementari: vendi cara la pelle, al ritorno" "Lo far: in ogni modo, non per avanzarmi negli studi che ci vado" "N per allontanarti da me" Sorrise: ed era gi lontana. Ripercorse i suoi pensieri di allora: si era chiesto come si potesse lasciare Roma, per delle prospettive incerte, specie dal lato sociale. Credeva, senza la minima ombra ad oscurare questa convinzione, che non ci potesse essere una vita migliore di quella che faceva. Un po' come una volpe nella tana. Questo ora non sapeva pi spiegarlo: negli ultimi mesi aveva ripercorso avanti e indietro i posti che supponeva, e ricordava, carichi di fascino e di suggestione, non ricavandone che una mediocre sensazione dolciastra, e, svanita questa, molto fastidio. Dopo Marina, e dopo la fine della loro storia, punteggiata qua e l di tante piccole promesse di incontro e saluti in varia forma, era partito anche lui: cinque anni dopo, quasi a sottolineare la loro differente maturit. Perch il ritorno di lei dall'Erasmus non era stato che apparente: la mente e parzialmente anche la fisionomia era rimasta estranea alla citt. Ora Sciortini aveva scoperto i gechi: non c' limite alla provvidenza. Quando si lavora per un tempo inutilmente lungo con (o per) la stessa persona, si conoscono tutti i tic, le frasi fatte, le cose da dire e quelle da tacere, o da girare in un altro verso; cos, quando si torna, come aprire la porta di casa, e sedersi sul divano a naso senza accendere la luce (facendo cadere per terra fogli, vestiti abbandonati dalla mattina, magari anche un asciugamano, ma cosa importa). Casa dove troviamo quel che non sapevamo di cercare.

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Marina, a differenza che nella canzone di Venditti, era tornata, ma non aveva alcuna intenzione di insegnare in una scuola: aveva pubblicato, anche cose discrete (come dicono, con finta modestia, molti dei pochi che rientrano), ed ora, piuttosto che aspettare, si era sorpresa a sperare di andar via di nuovo. Ora era lei che scalpitava, dopo esser stata scettica per anni, ed aver detto che si sarebbe rimessa in gioco, piccola azienda o multinazionale che fosse. Situazione particolare, rifletteva Marco, in pratica lei era sola, qualche zio e cugino, come tutti, ma non aveva ormai parenti pi stretti (n Marco, con tutti i suoi tira-e-molla e distinguo, poteva ambire ad un posto particolare nella sua vita). Avevano provato a rivedersi, ma Marco faceva anche fatica a capire le parole, ad accettarne il suono tagliente, figuriamoci immedesimarsi nel suo complesso di fuga. Si era limitato a farsene contagiare, come di una malattia. Il controllore l'aveva avvicinato con lo sguardo leggermente fervido, per quanto gli riusciva, nel caldo di luglio senz'aria condizionata: il treno era semivuoto, le tendine svolazzavano nel moto, ma l'aria era ferma e bollente. Dopo avergli punzonato il biglietto, gli disse senza rifiatare: "Amersfoort ontstappen". Marco annu con un sorriso leggero: s, c'era un cambio da fare, ma sullo stesso marciapiede, semplice e senza fatica anche col borsone pesante. Si erano inseguiti per mezza Europa senza trovarsi: lui a Nottingham, lei a Tubinga, lui a Losanna, lei a Leicester. Poi lui si era sposato, ed aveva tre figli, nati cos rapidamente, che non ricordava precisamente il tempo in cui ne avevano solo uno o due. Era rientrato prima di sapere cosa fare del rientro, e spiegarlo a Sciortini, agli amici, ai parenti, a mezzo mondo gli costava quasi pi fatica che lavorare. Aveva scoperto di vivere in un paese, che era il suo, ma che non conosceva pi (figuriamoci capirlo). Aveva continuato a ricevere i messaggi di Marina, di tanto in tanto; era l'amica lontana: anche la sua prima figlia, Carla, sapeva di lei, pur senza averla mai incontrata. Nei messaggi, da una parte e dall'altra, si parlava a volte di possibili collaborazioni, altrove si accennava al passato, come se fosse stata una terra lontana e disutile: invece, era esistito, ed aveva prodotto quei sentimenti duraturi che rovesciavano la loro sostanza fin nel presente, forse avvelenandolo di sogni. E forse i sogni non erano estranei a quel volersi incontrare ancora: era una presa di contatto, ma anche un distanziamento dal passato. Quella notte l'albergo nel campus era deserto e chiuso. Letteralmente. Non era accesa neanche la luce d'emergenza, solo il lampione del piazzale. La tassista che l'aveva

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preso in carico alla stazione, dopo un breve e fitto parlamentare con altri tre colleghi, l'aveva ricondotto alla portineria, come un bigliettino appeso alla porta a vetri suggeriva, "toen de tor gesloten is/when the door is closed". L'aveva anche pregato di non parlarle e di non far rumore, mentre chiamava la centrale per la corsa successiva. Ammesso che ci fosse, a quell'ora, ed a met luglio, al culmine delle ferie. Non poteva riportarlo indietro, neanche di duecento metri, erano le regole, ma capiva benissimo, e negli occhi le brillava una specie di divertita tenerezza, che uno straniero, peraltro curioso, che sosteneva di esser l per lavoro, ed arrivava a quell'ora in quella stagione, non potesse esser lasciato vagare nel buio suburbano. Non che ci fossero pericoli, no, ma poteva benissimo darsi che gli passasse la voglia di restare, e chiedesse di tornare in aeroporto per la via pi breve. Anche la portineria sembrava vuota, per illuminata, e sul retro azzurravano una decina di schermi a circuito chiuso; dopo qualche istante un volto si protese, e Marco sillab cognome e provenienza, sentendo improvvisa la stanchezza del viaggio. "Ah, italiano" si sent dire con un accento poco riconoscibile. Non pot che confermare. "Anch'io: calabrese di Paola. Cio...mio padre. Io sono venuto qui da piccolo" continu a dire l'uomo alto e corpulento, dando quelle poche informazioni con lentezza e prudenza, come aspettando da un momento all'altro che la lingua atavica lo tradisse. Poi gli consegn le chiavi e le istruzioni, in inglese, sotto il quale invece l'accento olandese si sentiva eccome. Si riavvi solo, col borsone che ora pesava, verso l'albergo buio. Per fortuna aveva tutte le istruzioni, da come accendere la luce a come cavarsela in caso di incendio (Hoe te handelen bij brand), specialmente nel caso in cui fosse solo nell'albergo (era evidente che non era stato il primo, o che lo aspettavano). Apr la porta a vetri, e penetr nell'atrio. La luce doveva essere tre passi a destra dietro l'angolo del muro: evidentemente i suoi passi dovevano essere troppo lunghi od affrettati, perch ne fece solo due, comunque trov l'interruttore. Pos il borsone al centro dell'atrio, come chiedevano le dive nei vecchi film al tassista, aspettando il facchino (o meglio, il facchino sarebbe stato gi l, ossequioso e gelatinato, appostato dietro una colonna: c'erano sempre colonne negli alberghi dove alloggiavano le dive dei vecchi film). Le prime cose che not furono il grande contenitore dell'acqua potabile, e lo schermo di un computer in un angolo. Tocc la tastiera, ed entr in Firefox, la cui icona era in alto a sinistra. Si aperse su www.google.nl. Rimase quasi imbarazzato, forse gliel'avrebbero messo in conto e la signora Massarelli avrebbe poi obiettato che l'uso

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di Internet non "vitto", non "alloggio" in senso stretto e neanche pu definirsi "viaggio", quindi gli avrebbe chiesto: "Con quale fondo di ricerca devo pagarlo, professore?", sapendo, o sospettando, che i suoi fondi di ricerca fossero asciutti come fiumare. Ma non c'era nessuno, ed il terminale sembrava privo di conta-minuti, gettoniere, o roba del genere. Per buona misura, torn al bombolone dell'acqua e bevve, riempiendo per tre volte lo stesso bicchiere: e se fosse arrivato un vigilante? Avrebbe detto: "Passavo davanti al computer, e all'improvviso, sa da stamane che viaggio, e fa caldo..." Ma non c'era nessun vigilante, invece accanto all'ascensore (che, come precisavano le istruzioni, non avrebbe potuto usare, per non far collassare il servizio di guardia in caso di blocco) c'era uno specchio, davanti al quale sost sorpreso. Aveva assunto l'espressione tipica del viaggiatore low cost: se qualcuno gli avesse offerto una sedia, gli avrebbe chiesto quanto veniva al minuto. Ma, ancora e per la terza ed ultima volta, non c'era nessuno. Riprese il borsone, ed imbocc le scale. Non si pu accendere l'aria condizionata per un solo residente: in compenso, c'era un ventilatore che, sdraiandosi sul letto, gli consentiva due periodi di 45 gradi di tentativi di sonno a velocit 1, oppure 4 periodi di 22 gradi e 30 primi a velocit 2: c'era anche la velocit 3, alla quale poteva venir schiaffeggiato da un monsone ogni 11 gradi e 15 primi, se avesse solo tentato di prender sonno. Le lenzuola erano calde, e sfortunatamente non di sonno: guard per un lungo periodo parallelamente alle doghe verso uno spiraglio nelle cortine rosse che gli offriva la vista di uno spicchio del lampione sul piazzale, poi accese la TV. Cal su un film pi o meno spagnolo ed abbastanza intellettuale con dei sottotitoli, si intuiva approssimati, irti di ij: poco dopo met, lei moriva perch veniva messa sotto da un'auto, ma la morte era vista attraverso i suoi stessi occhi. Una novit vera, anche se vecchia di circa un secolo, dall'epoca del primo surrealismo. Evidentemente per poi tornava, perch un lui con questa lei si inseguiva per tutta la vita: dopo circa un'ora e un quarto, sembrava, a seguito di infinite chiacchiere e moltissime citazioni, si potesse culminare in quel momento in cui lui e lei giungevano ad un incontro, forse amoroso. Lei gli faceva intendere, in modo comprensibile solo al regista, che l'avrebbe atteso. Cio: non si capiva, ma lui, che era stato finora espressivo come un infisso d'alluminio anodizzato, cominciava a sudare, a smaniare, ed era anche un po' spettinato. Si intuiva anche, con un minimo di riflessione, che il sudore e la smania di lui fossero dovuti a qualcosa che riguardava lei. Per cui si arrivava alla scena madre:

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lui entra nella stanza semibuia con uno sguardo lievemente speranzoso, lei a letto, lui si avvicina, e alza le lenzuola per entrare nel letto: lei nuda...ma dorme come un ghiro (leggero russare), lui senza perdere il sorrisetto, soltanto leggermente deluso, la ricopre dolcemente, e se ne va. Molto poetico in fondo, e Marco era pi che comprensivo: con tre figli, sono cose che capitano; appena si possono sfiorare le lenzuola, si passa dall'altra parte della barricata. Tranne che arrivato a met del corridoio, percorso a velocit bassissima e pian piano tendente a zero, lui mima una sega, che non si vede, ma monumentale, gigantesca, come far l'amore con le pale di un mulino, facendo per di pi una smorfia pi o meno dolorosa, per far intendere di essre disperato. Marco, che, tra il caldo, le frustate del ventilatore ed un leggero mal di testa incipiente, aveva quasi creduto al grandioso film intellettuale, rimase scioccato e si risolse a cercare il regista su Internet. Non conosceva n lui n lei, voglio dire gli attori, per aveva visto il titolo, che era passato una volta veloce in sovrimpressione. Cerc un secondo film, perch deciso a punire il primo, di cui comunque voleva vedere la fine, e si imbatt in un poliziottesco talebano anni '70 con (pochi, dato il genere) sottotitoli (gli spari sono un linguaggio universale). Erano tutti uomini, meno Silvia Dionisio: non c'era una donna nemmeno tra le comparse; oltre ai poliziotti, c'erano baristi, passanti, impiegati, segretari (!); il film si concludeva a Fiumicino, dove anche ai banchi del check-in non c'era nemmeno una donna (n tanto meno si notavano hostess, anche i viaggiatori erano tutti uomini, spesso con camicie dai larghi colletti appuntiti o con maglioni scuri, alcuni con gli occhiali fum che facevano giovane). Solo che ad un certo punto, la cinepresa, perlustrando a fondo l'aeroporto, trova la Silvia seduta in un angolo: lei lo vede, gli sorride, e corre verso l'aereo fermo sulla pista (ricordate "Casablanca"), per pronunciare la fatidica battuta finale: "Imparer!" (ehm, a cucinare il pesce, sarebbe troppo lungo spiegare perch). Notare per inciso che lui non Bogart (non fuma neanche). Marco l'aveva gi visto, era uno di quei vietati ai 14 dove si poteva entrare gi sui 12, specie essendo grandi e grossi come lui, sperando di intravvedere qualcosa, voglio dire della Silvia: ed in effetti qualcosa si intravvede, anche se bisogna sorbirsi circa dodici sparatorie. Anche se era sempre stato un non violento, era convinto, con i suoi amici di allora, che il divieto fosse dovuto al solo fatto della presenza di lei. Considerato il casting, poteva essere cos, e poi i censori sono (erano) tutti uomini. Erano film che ti facevano perdere qualunque speranza che il cinema potesse

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rappresentare la realt (almeno avesse mostrato la Silvia con uno dei suoi mitici girocollo mentre cucinava il pesce). Quella sera, Marco riusc ad addormentarsi in mezzo ad una carneficina: in ogni modo, i rumoristi facevano meno baccano del ventilatore, forse anche al massimo volume. Dopo colazione, fu Marina a cercarlo. Lo port in giro per interminabili corridoi pi o meno vuoti, quasi quanto quello del film intellettuale, lo present a tre o quattro mani distratte, e specialmente parlarono di quello che avrebbero voluto fare di questi quattro soldi di collaborazione che erano riusciti ad ottenere sotto un nuovo programma della Commissione, che nessuno, forse neanche a Bruxelles, sapeva esattamente come funzionasse. Di certo, c'era una divisione in task, subtask, e specialmente, era molto importante assegnare un giusto e ragionevole numero di ore/uomo a ciascuno. Pi o meno sognare, si pu dire, anche se Marco aveva dormito non pi di tre ore. Per andare in mensa, passarono accanto ad un vascone, dove c'era un campanile mezzo affondato. Sembrava finto, tanto i mattoni bruniti di cortina erano puliti e perfettamente combacianti. "Tu sei una specie di one-man band" gli disse a bruciapelo Marina. "Beh, collaboro con chiunque me lo permetta, sempre a titolo personale. Sa un po' di uomo da marciapiede, ma chiaro che non so suonare tutti gli strumenti" "Sembra pi una strategia di sopravvivenza, che un'idea di sviluppo" "Lo sviluppo, almeno nel mio caso, sempre nato dalla sopravvivenza, o dalla fame se vuoi. In Italia poi non c' piet, c' retorica, grandi discorsi, ma la piet e rimane roba da preti. Siamo il paese di quelli che buttano il cartone insieme a tutto il resto, come se non esistesse il cassonetto del riciclo, che non si fermano sulle strisce ed in uno e nell'altro caso, ti guardano con quell'espressione ebete, come se non ti avessero visto...Ricordi Maurizio Merli? Il poliziotto dagli occhi di ghiaccio? Beh, ero bambina. Ma che c'entra? Forse non si fermava sulle strisce, nei film? Quello aveva sempre qualcosa da fare, qualcosa abbastanza inutile in fondo, la cosa pi notevole di tutto il film era l'amante, ma anche davanti a lei lo sguardo non cambiava. Solo, non la freddava con quattro colpi, ma la baciava. Nemmeno tanto convinto: probabilmente pensava ad una bistecca al sangue. Comunque, era un tipo che lasciava sei morti per terra per recuperare qualche fascio di banconote svalutate.

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Quelli sotto casa mia mi arroterebbero pur di non fare tardi al lavoro, da dove prima o poi li cacceranno. Stessa logica Dai che ti manca l'estero: hai la nostalgia dei panini con le uvette spalmati di burro salato Di quella specie di panzerotti alla pasta di mandorle che si trovano qui ai distributori automatici, magari. E poi nel burro sciapo senti solo il latte e l'unto E dell'appelmoes servito col pollo Non avrei mai creduto, sai? Come dei cornish pasties, e del Marmite Sai che la prima mattina alle student hall l'ho scambiato per confettura di frutti di bosco. Va b, ma dormivo in piedi, e non avevo le lenti. Proprio schifido Fabiana dice sempre che non abbiamo pi radici: inutile cercare di rifarci dalle fondamenta, siamo perduti. Nel nulla, e per sempre, come i resti delle sonde spaziali. Poi senti qualche politico che ti parla del posto fisso, delle intercettazioni telefoniche del KGB, di perch bisogna resistere alla clonazione genetica, e capisci che loro hanno altre priorit. Mentre a te magari manca lo scoiattolo che affaccia le zampette sopra la staccionata del cortile, mentre fai colazione Perch sei tornato? Per le solite chiacchiere tra noi emigrati, che non ne puoi pi di pensare il tuo venerd sera circondato da gente sfatta dall'alcool, che ti dice che si diverte" Questo molto inglese: qui l'alcool lo reggono, e poi se ti fai una biciclettata nel bosco per rientrare dal pub nel tuo cubicolo, sei obbligato ad andare diritto ...Oppure che vorresti avere un cappuccino tiepido, come lo fanno a Roma, o spararti un chilo di lenticchie di Castelluccio cotte col riso ed un filo d'olio extravergine...Ma forse solo perch ti fa piacere pensare che da qualche parte al tuo paese, c' qualcuno che sveglio, e che aspetta te. Sai, come vedere le finestre illuminate dal treno di notte, pensi che mentre sei scomodamente rannicchiato in un sedile od in una cuccetta, c' chi legge al lume della lampada, in lenzuola che profumano di bucato. Non invidia, desiderio, in fondo amore E volevi tornare a Roma, no? S e no, cio: no. Su Roma ho pensato di avere gi dato. Tutto quello che avevo: una citt che ti riempie di entusiasmo, se prescindi da quello che ti dicono quelli che ci vivono. Altro che In Rome, do as the Romans do. Proprio il contrario: a Roma meglio che tu faccia quello che ti pare, anche se inizieranno a dirti che non ti conviene, che meglio di no, che insomma non si fa. Ma io volevo tornare in provincia, alla provincia corrotta e silenziosa, fonte di ogni male, a quella provincia

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da cui si fugge di solito, ma si ritorna. Sai la provincia di Germi, di Facco di Lagarda, delle varie Leghe. Puri anni Sessanta: un'astrazione. Oggi in provincia contano solo i soldi, come in citt. Ma credo si goda molto di pi, voglio dire proprio in quel senso: non spiegheresti senn le ricchezze occulte Questa una provincia: olandese, ma concreta e solida; ed anche qui, non illuderti, avere i soldi aiuta parecchio. Se si goda, non so, ma, credimi, difficile che te lo vengano a dire" Al ritorno, qualche sera dopo, a Ciampino, provoc volutamente il tassista, dicendogli che voleva andare alla stazione Tuscolana, tanto che quello gli chiese se doveva davvero prendere un treno, cosa che gli sembrava incredibile. A Ciampino vogliono sempre portarti in centro, forse in un night club di via Veneto, o al Plaza al Corso. Ma Marco insistette e sembrava davvero deciso, cosa che non manc di colpire il tassista. In effetti ottenne di fare una strada brevissima, non si era mai accorto che ci fosse una via diritta con la stazione in fondo. Aveva sempre visto la stazione Tuscolana come tagliata di sguincio rispetto alla piazza prevista dal piano regolatore, semplicemente perch piazza Ragusa era venuta una buona ventina d'anni dopo: comunque, questa parvenza di ordine gerarchico in una zona confusa di casermoni collegati fianco a fianco, e resti di vecchie fabbriche e officine, gli diede una sensazione gradevole, come scoprire una monetina in mezzo ad un mucchio di carte inutili. Quando scese nella citt dove viveva, era tarda notte: contrastava col corso semivuoto nella sera estiva il baccano di qualche ristorante all'aperto in vie traverse, che debordava fin l, come frantumandosi sulle quinte dei palazzi. Si sentiva estraneo a tutto quel chiasso, con il borsone, ancora pi pesante di materiale e documentazione che Marina gli aveva dato, e qualche regalo comprato di fretta a Schiphol, appena prima dell'imbarco: si era aggirato intorno a dei bulbi di tulipano per mezz'ora, come un segugio, divagando tra tutti i negozi vicini, affascinato dai colori e dalle suggestioni visive di quei mari di tinte diverse. Poi, come spesso gli accadeva, aveva desistito. Ad essere buoni, si potrebbe parlare di buon senso. Ma c' veramente qualcuno che voglia essere buono? A casa dormivano tutti: si spogli nello studio, lentamente, ripiegando ogni cosa sulla poltrona girevole. Il piccolo aveva il pollice in bocca. Sempre il destro, e sempre con la stessa espressione di beatitudine. Nel breve cuneo di luce, vide che il braccio sinistro era alzato sul cuscino, con la mano rilasciata e solo l'altro pollice leggermente teso. Dolcemente, ma decisamente, gli tolse il pollice dalla bocca. La mano ricadde

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accanto all'altra, sopra la testa, senza far rumore: il bimbo ebbe solo un

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mormorio. Ci terrorizzano con tutte quelle storie sul palato carenato, e i denti in fuori, ma chiss se poi vero pensava Marco. E fu l'ultimo suo pensiero di quella notte. 2. I manifesti dei duo canori, in fondo, erano solo di due o tre tipi, bastava frequentare un po' le feste patronali per rendersene conto: lui, lei e gli strumenti, oppure lui e lei sulla spiaggia, o in un parco, vestiti di tutto punto, e gli strumenti attorno come ragazzini festanti, ma un po' stanchi. Tanto bastava: Marco non aveva mai inteso, o meglio visto, un manifesto che raccontasse una storia, che comunicasse delle sensazioni. Avevano per incontrato quel fotografo con l'espressione un po' da dalmata, insomma uno che inizia a far festa, sperando che la festa ci sia, ma a dire il vero non sa bene, e cos si tiene un po' in disparte, ma agitato, anzi convulso, e pronto a rotolarsi in terra, se qualcuno apprezza il gesto. Si chiamava Doriano, nome da biscotto, e disse, con quel forte accento romagnolo che hanno i pugliesi trapiantati, che per lui il manifesto narrava, componeva. Non era una cosa utile, come una salvietta, ma un'opera d'arte, modestamente. La situazione era che Lucia era sullo sfondo, un po' sfocata, ma evidente, e lui, Marco, armeggiava con la chitarra in primo piano, con un'espressione turbata, mentre lei era vagamente insolente, anche se non troppo aggressiva: era evidente che lui pensava a lei, per la cosa non aveva necessariamente risvolti sessuali, poteva anche darsi, date le rispettive smorfie, che ci fosse di mezzo una questione di soldi, o un dissapore di altra origine. Marco pensava che Fabiana non avrebbe apprezzato: ma, quando glielo disse, era la sera che Sandro aveva ricevuto in regalo la bicicletta grande dai nonni, cos lei si era distratta a corrergli appresso nel parchetto, ed a commentare quanto sarebbe stato meglio un cappotto per l'inverno, cose cos: il manifesto, di cui Marco aveva portato un provino A4, pass nelle varie ed eventuali, sicch alla fine non venne discusso, neanche a letto. Per, visto da vicino, sembrava una di quelle grandi locandine dei musicarelli, ed era logico, anzi conseguente, che lui le dichiarasse in musica il suo amore. Doriano torn alla carica due, tre, quattro volte: ed una carica con cavalleggeri e fanfara. Ammise

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che si sarebbe potuta modificare, almeno un pochino, l'enfasi e l'illuminazione sul volto di lei, che, vagamente biondastra, sembrava un incrocio tra Laura Efrikian e Giovanna d'Arco, mentre lui era pi ragioniere di molti cassieri di banca, e sembrava che la tastiera fosse l per caso (la chitarra faceva troppo stornellata, e fu fatta fuori, mentre la tastiera poteva catturare un pubblico pi variegato, multifunzionale e plurigenere, come disse Doriano). Di solito, gli accademici non suonano il liscio, ma, dovendo cercare attivit diverse, altri cespiti, arrotondamenti, vie di fuga e scappatoie, in breve: soldi, diventa piuttosto necessario, anzi urgente, mettere a frutto tutte le cose che si sanno fare. Marco suonava la tastiera, facendo un grande scialo di larghi arpeggi e accordi staccati, come se dovesse eseguire un valzer di Chopin: conosceva anche tre o quattro accordi di chitarra, che era, n pi n meno, il background che era stato richiesto per fare il miracolo del cantautorismo e del ginopaolismo negli anni '60. Lui per non componeva canzoni, solo articoli scientifici, che c'era pi gusto, anche perch aveva una mente pi cartesiana che creativa. Quasi ogni sera, Fabiana ricontava: prendeva grandi fogli di carta, ed iniziava ad elencare quanto avevano speso di questo, e quanto di quell'altro. E i conti, purtroppo, tornavano sempre, ed i soldi che dovevano essere avanzati erano sempre un illusione. ''Mi piacerebbe che non tornassero'' diceva Marco a volte. Altre volte su questo e quello gridavano, erano forse le uniche cause di litigio tra loro, e dividevano le spese fatte tra quelle inevitabili ed evitabili: di per s, non sempre era facile distinguere le une dalle altre. E' evitabile un cappuccino al bar? Dipende: dalle dosi e dalla situazione. E poi c'era la questione del prestigio: un accademico non pu non avere i soldi per il cappuccino. Nemmeno, a dire il vero, pu andare in giro con le scarpe impolverate o rovinate. Non si ripercuote sulla dignit degli studi fatti, perch se uno laureato, lo anche con le scarpe sfondate: solo che la laurea non si vede pi, come mettersi un paio d'occhiali scuri davanti al diploma appeso alla parete. Anche Fabiana era delusa che i conti tornassero: confidava in un lieve sbaglio, che consentisse quella spesa in pi, quel vestitino per uno dei bimbi, o il parrucchiere per lei, la riparazione del letto traballante, e perch no, un paio di calzature professorali per Marco. Ma sbagli non ce n'erano mai. Perch sai, in Italia, si fa tutto attraverso le conoscenze: se non alzi la voce, se non ti fai valere, non ti considera nessuno. Ma gi vedo che tu non alzi la voce, forse

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carattere. Io penso per che prima o poi l'alzerai la voce gli aveva detto un amico, un collega di studi, che aveva conservato, dell'epoca di cui si ricordava di lui, una gran massa di ricci (ora parzialmente tinti): Marco era stempiato. Alzare la voce: con chi? E perch? Marco era tutt'altro che olimpico: per certi versi era al limite dell'esaurimento nervoso. Pochi giorni prima aveva aggredito, per fortuna solo verbalmente, un tale che gli aveva tagliato la strada ad una rotonda (si sa che i falliti hanno sempre fretta). Aggredire ed insultare era qualcosa che faceva sempre pi spesso, da quando era tornato: e pensava, senza ombra di soddisfazione, che cosa sarebbe successo se quel tipo, o qualcun altro di quel genere, fosse sceso, magari col cric (il cric, se devi cambiare una gomma, spesso sito in posti incredibili: ma nella rabbia che prelude ad un fracco di legnate, lo si trova sempre). Marco si chiedeva alle volte che cosa lo aveva ridotto cos, dal suo iniziale stato di persona calma, paziente, e un po' laid back, come dicono gli Inglesi. Le parole del suo amico Corrado gli fornivano un solido appiglio per capire perch: era tutto un insieme di addendi, non devi farti mettere i piedi in testa + devi coltivare le conoscenze + devi farti raccomandare = sarai un vero uomo. A parte un discorso di carattere particolare sui piedi in testa, che possono essere anche una cosa piacevole: quando andavano al mare con Fabiana alla spiaggia libera a costo zero, capitava che lei gli avvolgesse le caviglie intorno alle spalle, e non era male, anche perch poteva dedicarsi alla perlustrazione delle sue gambe. Per, certo, cos aveva letteralmente i piedi della sua ragazza, ora moglie, in testa, e le poteva, con un certo nitido sforzo, mordicchiarle nascostamente gli alluci (beh, uno alla volta). Molto piacevole, ed anche molto erotizzante: faceva quasi passare la voglia del gelato, o della granita. Sulla raccomandazione, poi, Marco aveva un'idea piuttosto precisa: dove non arrivava con le sue forze, non valeva la pena di arrivare. Il prosieguo della sua vita gli aveva dimostrato che era un'affermazione piuttosto vera. Un altro amico gli aveva detto: Qua devi essere raccomandato, se non lo sei, o sei un genio, o non combinerai mai niente E Marco aveva risposto: Infatti, io sono un genio L'amico non l'aveva pi chiamato, e Marco non ci rimase troppo male, in fondo: soltanto, cominci a sentirsi accerchiato, ed il suo esaurimento nervoso fece passi da gigante, anche grazie alla speciale, unica ed accogliente atmosfera della capitale. Fu in quel momento che, dato che spendeva parecchio di telefonino soltanto per chiamare Fabiana e qualche amico non petulante (rara avis) o Sciortini, che era leggermente querulo, per lo faceva divertire per lunga consuetudine abitudinaria, giunse a

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dedicarsi intensamente al gioco degli orsetti e delle palline. Allora: gli orsetti devono allineare le palline dello stesso colore per dritto o in diagonale, poi ogni tanto ci sono degli orologini, che si possono cancellare solo con la stellina, ma non con la N: bisogna evitare di farsi saturare il quadro. Marco arriv abbastanza rapidamente a 660 punti, nel giro di un mese circa, poi si blocc. Non riusciva proprio a progredire, era come se oltre i 500 punti tutte le forze degli orsetti (che si cambiavano di posto ogni tanto, dispettosamente) e delle palline si coalizzassero contro le sue dita, che non erano piccole e, per quanto temprate su pianoforte e tastiera, tutt'altro che veloci. Inoltre, e qui sta il point d'appui, ogni volta che si avvicinava al primato e lo schermo non sembrava una versione multicolore della collina di Montecarlo, il telefonino squillava. Aveva messo una suoneria, autoprodotta ed imbarazzante: Tu sola a me, rimani, o poesia (Chatterton di Leoncavallo). Solo accompagnamento musicale ovviamente, la voce del baritono avrebbe probabilmente spaventato il pubblico. A volte pensava che la scelta fosse giusta, bench piamente e sottilmente lagnosetta, perch forse gli restava, oltre alla famiglia, solo quel telefonino (se non altro per chiedere aiuto), ma lo pensava solo quando era in vena di vittimismo. Non durava, per fortuna, ma lo induceva a concludere che il gioco andava praticato specialmente di notte. Fu cos che conobbe Lucia. Perch a Fabriano? furono le prime parole che le rivolse. Mah, piccola e un po' lontana. Poi, c' un treno tra poco Tra un'ora e mezza, veramente. Ed lo stesso che prendo io, quello fermo l sul tronchino Hai una sigaretta? Mi spiace, non fumo, per se chiedi a quei ferrovieri, ce l'hanno di sicuro Si avvi, e ritorn, o meglio si riavvicin un po' delusa: l'avevano, s, ma fingevano di non capirla, sar stato per l'accento slavo, o per il vestitino corto ed incongruo a quell'ora della notte, e in marzo. Tutti sposati, si vedeva dall'atteggiamento, e tutti con la voglia di qualche passatempo particolare. Marco arricci la bocca. Non sono brava gente disse lei anche con la giacca della gente del treno Vide il loro crocchio agitarsi, come se stessero ridendo. Di lei sicuramente. Marco non aveva ancora l'istinto della rotonda e del cric, e quindi rimase fermo, un po' incerto, anche se leggermente urtato. Perch pensano ad un certo lavoro continu. Capisco disse Marco, imbarazzato.

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Ma non hanno ragione, perch io canto La cosa si faceva interessante; valeva la pena di spendere qualche euro, come investimento per il futuro: Marco ebbe l'immagine di Fabiana e dei bimbi dormienti. Hai sete? C' un bar aperto, qui sulla piazza S, ma...aspetti qualche chiamata? Marco si accorse solo allora del telefonino illuminato e con la grossa scritta in nero e di traverso: GAME OVER. Aveva continuato a giocare, mentre parlava con lei, soltanto per riflesso condizionato, ma poi palline ed orsetti l'avevano fregato in velocit. Beh, no, lascia perdere: giocavo aspettando il treno. Andiamo L'atrio era come quello delle tante altre stazioni mazzoniane. C'erano le stazioni di Angiolo Mazzoni, e poi c'erano quelle in stile, ma il risultato era lo stesso: pietra rossa per terra, o mattonelle di cotto (sostituzione imbarazzante del dopoguerra), finestroni opachi e verdacei con gli infissi neri, lastroni di marmo cimiteriali dappertutto, porte di legno coi fascioni metallici, finestrone delle biglietterie con veneziane anteguerra. Marco aveva la sensazione di non essersi mai mosso dalla sua citt, la cui stazione era in fondo uguale, anche se pi piccola. E forse questa era l'idea di Mazzoni & co.: viaggiare senza viaggiare, passare da una stazione all'altra senza l'impressione del movimento, che anche una questione culturale. Uniformit, ecco tutto: delle menti, e delle stazioni ferroviarie; se la dittatura fosse durata, l'avrebbero estesa a tutta Italia. Il bar era vuoto, e spento da fuori, ma aperto: un cameriere molto scuro di carnagione lavava, con intensit e convinzione, sempre gli stessi tre o quattro bicchieri; se ne accorsero nei primi tre minuti in cui sostarono l, in attesa di capire che cosa (e se) ordinare. Era un modo di passare il tempo come un altro. Un cappuccino, per favore mormor lei, senza molta speranza di essere udita. Un cappuccino anche per me aggiunse Marco, per dar pi forza alla richiesta. Il ragazzo, senza soluzione di continuit dal lavaggio, riaccese la macchina del caff e tir fuori dal frigo una bottiglia di latte. Si intuiva, come nel caso della tassista olandese, che non approvava la scelta, ma la accettava, anche perch, alle due di notte di un luned appena nato, non si poteva pretendere di pi: e poi lui sembrava uno da mance (lei no, l'aveva vista parecchie volte aggirarsi l intorno, con un altro slavo dai bicipiti enormi, ed era sicuramente senza un soldo: d'altronde, non aveva borsetta e non sembrava avere tasche).

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Ti va anche una pasta? continu Marco, sbirciando dietro la vetrinetta, dove alcuni cornetti e ciambelle passabilmente raggrinzite davano il meglio di loro stesse, in una mezza luce che nascondeva il loro degrado. Scherzi? Saranno dure come sassi Sono di stamattina disse serissimo, forse un po' offeso, il barista voglio dire di ieri, naturalmente Naturalmente disse Marco, tirando il bottone dorato e prendendo una ciambella in un tovagliolino. Non era dura, affatto, poi immersa nel cappuccino, dava un piacevole tepore zuccheroso, con retrogusto lievemente azzimo (ma magari era il caff un po' metallico della prima mescita). Tu devi essere matto Matto: perch? Ad invitarmi. Non dovevi prendere un treno? Il tuo: non ce n' altri a quest'ora E dove scendi? Marco disse il nome della citt dove viveva. Non ci sono mai stata. Com'? Sempre piccola, e ancora pi lontana di Fabriano Lei sorrise: Mi piace che capisci come ragiono io: quanto costa il biglietto per dove vai tu? Mah, se vuoi te lo pago Sei proprio matto Non direi disse piano lui Ci ho il mio tornaconto Ah, e cos'? Interesse Lei si irrigid un po': Non quelle cose degli uomini, spero. E' per quelle che scappo Marco sorrise: Figurati, ho moglie e tre figli, e mi aspettano domattina. Altri affari, poi ti spiego. Scappi da un uomo? Da un uomo che dorme. Non lontano, ma a letto. E non pericoloso, finch non si sveglia. Dopo forse s...Comunque, qui in Italia sono Lucia Io sono Marco. Cosa canti, Lucia? Canto. Lirica. Ma non so se riesco ancora. Tu chi sei? Sono rientrato dall'estero, e non ho ancora capito bene cosa faccio qui. Lavoro in Universit, gioco col telefonino, suono un po' la tastiera per distrarmi Ho capito. Musicista

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Una specie, non professionista per Non ti pagano Qualche volta, a qualche matrimonio, o comunione, roba simile. Prima mi accompagnava mia moglie: anche lei canta, ma, sai, con tre bambini... Pochi soldi Quelli sempre, pochi e finiscono subito. Li vedo passare e mi fanno ciao ciao con la manina disse Marco, e fece il gesto. Lucia sorrise appena: Fai un po' ridere, per In effetti, era vero: e lo specchio un po' consunto del bar lo confermava. Pochi capelli, ritti, occhi arrossati e fuori dalle orbite, barba di tre giorni, che cresceva a chiazze, un maglione arancio troppo largo (la sera prima era porpora), che arrivava fin quasi a mezza coscia, pantaloni macchiati e le inevitabili scarpe impolverate e con le punte screpolate, che Fabiana non poteva guardare senza provare un certo magone. Insomma, un serio e competente ricercatore che ritornava da una conferenza in Inghilterra, ma ci ritornava low cost. Sembra esagerato chiudere due capitoli con due ritorni, ma pur vero che Marco tornava spesso, e di solito in condizioni peggiori sia della volta precedente, che di quando era partito (perch Fabiana faceva di tutto per farlo apparire decente e sopportabile alla vista), dobbiamo ammettere che quell'attesa del treno delle 3.36 fu l'inizio di qualcosa. Lucia prolung il viaggio fino alla stazione dove scendeva anche Marco, rincuorata dal fatto che ancora fosse pi lontana di Fabriano dall'uomo cui lei stava sfuggendo. Si pag anche due notti d'albergo, perch, come il barista probabilmente non aveva pensato, le donne, a differenza degli uomini, nascondono i soldi anche nel reggiseno e altrove. Poi, trov un qualche lavoro, non ben definito: conobbe Fabiana, e, come a volte accade, le due donne si piacquero. Cos, un paio di settimane dopo, un duo detto (provvisoriamente) the PhDs esord alla festa della fregnaccia di un imprecisato paesino dell'Orvietano. Marco dovette, inizialmente con grande vergogna, ammettere con Lucia che, pur se le fregnacce non erano altro che frittelle, il loro nome derivava (detto tecnicamente) da una vulva molto aperta (fece anche un gesto esplicativo); la cosa non la impression: Sono buone almeno? Forse: ma i musicisti non mangiano fino alla fine, ed alla fine restano solo le briciole 3.

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Si pu ripetere mille volte quel che si vorrebbe dire: forse anche diecimila volte. Questo per non pu impedire che, nel momento in cui si compie il percorso, che pu essere breve o lungo, ma di solito appare eterno, dal posto in sala fino alla predella, dove spesso un riquadro illuminato dice il nostro nome e la nostra posizione nel mondo, si senta una certa tremarella, che si ripercuote dalle gambe fino al fondo di noi stessi. Anche se il pubblico costituito solo da Sciortini, Marina, una decina tra studenti ed assegnisti, ed un paio di facce nuove e passabilmente spaurite. Bialetti, il direttore del Dipartimento, al momento impegnato altrove, aveva quasi promesso, in occasione di un incontro fortuito presso la macchinetta del caff, che sarebbe passato pi avanti. Marco chiese se bisognava attendere, ma Sciortini, toccandosi il polso, gli fece segno di cominciare: che Bialetti si arrangiasse. Puntualit, ci voleva, austroungarica, come la sua. Non aveva ancora finito di dire il titolo della sua presentazione, che il direttore si affacci, e Sciortini, voltisi, gli disse sottovoce: Abbiamo appena iniziato. Bialetti, che in verit lo sospettava, chin appena la testa, ed ebbe un lieve sorriso sotto i baffi. Marina era abbronzata, vestita di verde, coi capelli completamente anarchici, ed uno sguardo che vagava distratto, aveva solo delle rughe di stanchezza accanto agli occhi, che il trucco troppo lieve non valeva a nascondere. Si sentiva osservata e, bench la cosa, dal suo punto di vista, non fosse eccessivamente gradevole, la metteva al conto del raggiungimento di una collaborazione fattiva col dipartimento del suo amico e collega. Amico e collega che nel frattempo procedeva svelto per le impervie strade di una presentazione abbastanza riottosa delle attivit del suo gruppo di ricerca, che era costituito da se stesso, con la partecipazione straordinaria di chicchessia, purch non sgradito a Sciortini. Ed era chiaro che una donna con un'imponente massa di capelli ed un largo top verde non poteva essere indesiderabile, qualunque fossero le sue capacit scientifiche. Il solo rischio del modo sciortiniano di vedere le cose era di sottovalutare una come Marina: ma a quello sperava di rimediare Marco. La presentazione di Marco era stato il frutto faticoso di un compromesso tra la verit, che induce a dire certe cose, e la politica, che spingerebbe a tacerle. In effetti, lo scopo recondito, ma essenziale, secondo le indicazioni di Sciortini, era di mostrare che c'erano abbastanza fondi per far qualcosa, ma non abbastanza per finanziare, o peggio assumere, nessuno. Le persone nella ricerca salgono e scendono, come dal tram aveva precisato Ma i progetti continuano

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Pi che il tram, rifletteva Marco, era come la circolare, ma una circolare automatica, senza conducente, n fine turno o sindacati, tanto meno caff al bar (anche perch Sciortini avrebbe voluto il cappuccino, e senza schiuma). Perch la schiuma un polimero di grassi, grassi nocivi, cancerogeni. In effetti, schiuma o non schiuma, Sciortini sembrava un ragazzino, specialmente al bar e in pausa pranzo. Qualche smagliatura la mostrava durante le presentazioni (altrui), dopo il ventesimo minuto, ma di solito teneva coraggiosamente botta. In quel caso, star seduto accanto a Marina aveva rappresentato un altro piccolo aiuto. Dopo la presentazione, fugati gli studenti ed anche gli assegnisti, tranne un paio che potevano servire come manovalanza (spostare sedie, resettare apparecchiature, riparare stampanti), Sciortini rivolt da tutti i lati il perch e il percome, pur non avendo nemmeno i soldi per l'acqua distillata, ma invece alcune finestre pirandellianamente rappezzate con delle striscioline di carta, eravamo pur sempre e comunque i migliori del mondo. La classe non acqua (tanto meno distillata), e poi bisogna sempre negare di avere qualunque sorta di fondi, in vista del fatto che se il gruppo di ricerca migliore del mondo funziona anche con pochi finanziamenti, il ministero potrebbe poi optare per un'ulteriore riduzione, e non sarebbe simpatico per gente che butta il sangue come noi ( si sa che il sangue un rifiuto speciale). "E allora? Non c' pi niente da fare? E' tutto finito?" declamava, quasi tra s e s Sciortini, perch Marina aveva, nella tradizione britannica della fallback option, ardito chiedere quale scenario si presentava per la collaborazione se Bruxelles avesse risposto picche, e/o se il contratto di Marco fosse giunto al termine senza rinnovo, come l'atmosfera dimessa della saletta riunioni le pareva indicare. Sciortini si blocc: alle sue domande retoriche si doveva rispondere con un incoraggiamento, se non con un'ovazione. Almeno, pensava, con un invito a continuare cos, che andava bene. Invece no: Marina non colse la palla al balzo, si limit a sorridere, un po' interdetta, aspettando che la discussione continuasse. Ma non c'era pi nessuna discussione, solo polvere, e aveva ricoperto tutto. In realt, il problema dei conteggi che Marco e Fabiana tenevano instancabilmente era che gli arrotondamenti, per quanto si sforzassero di tenerli oggettivi, tendevano ad essere tutti di segno negativo: era l'effetto di una prolungata privazione, cosicch alla fine in una lista di dieci cose risultavano dieci euro in meno e via proporzionalmente. E poi...quel che costava meno di 5 euro veniva sempre trascurato, cos il baratro di

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differenza che si apriva era imponente. Sulla carta: perch in pratica il saldo era sempre zero. Inoltre, quando il grado di taglio delle spese troppo grande, alla fine la pressione contenuta fa saltare il tappo, ed il risultato finale che si spende di pi, non di meno. L'importante che Fabiana fosse su di morale: se lei era contenta, tutto appariva come doveva essere. Carla, la loro figlia grande (otto anni!), si era ormai rassegnata a quella disponibilit economica familiare fluttuante ed incerta: magari non erano concetti che riusciva a definire, ma indubbiamente sentiva che qualche volta c'era pi spazio, mentre in altri casi anche un euro era troppo. Forse lo considerava un effetto naturale della vita, come che i fiumi scorrano verso il mare, o che gli alberi facciano ombra. Marco sentiva una certa pena: purtroppo, era laureato ed era uno di quelli che erano rientrati. E un laureato non pu essere a corto di soldi: disoccupato s, ma lui lavorava, aveva sempre lavorato. Eppure i soldi erano sempre molti meno di quelli che servivano, era un po' come il gioco della pista saponata che si fa nelle feste di paese, o per televisione: il mazzetto di banconote in fondo, ma si scivola sul sapone e si fa la pista da sdraiati. Scatta la squalifica, ma pi pu la vergogna, di dover continuare a chiedere, di non poter restituire, di essere soli col proprio problema insomma. Da qualche settimana per anche Carla notava che suo padre era pi contento, canticchiava sotto la doccia con quella voce da ragazzo che sembrava aver perso, quelle canzoni un po' drammatiche che piacevano a lui, qualcosa come "L'immensit": d'altro canto non si pu metter su un po' po' di musica, comprensivo di pieno d'orchestra e gran finale, per una canzone di tre o quattro minuti, e poi intitolarla "Oggi e basta" o "Due metri dietro casa". Carla preferiva il rock, il pop, insomma qualcosa che si muoveva svelto ed entusiasta come un ragazzo innamorato, non rigido ed affannato come un prete in tonaca pesante sotto il sole di luglio, ma insomma rispettava (o forse compativa?) Marco, specie quando lo sentiva sprizzare (beh, gocciolare) di felicit. Qualcosa era accaduto, ed era il ballo liscio: Doriano torn di nuovo alla carica col manifesto, e propose un giro nelle balere del Viterbese (Orte, Soriano nel Cimino e gi fino a Tuscania, Montalto e Tarquinia). Era il momento che, a settembre inoltrato, il pubblico estivo (camicie aperte, improbabili infradito ed a volte cappelli di paglia e parei) cedeva al pubblico autunnale (dolcevita, collane, scialletti e scarpe lucide):

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c'era per un'area di interludio, nella quale loro, cio i PhDs potevano, anzi dovevano, inserirsi. Era convincente, specie quando parl loro degli irriducibili. Gli irriducibili ballavano, o forse ruotavano, a bordo pista, raramente distogliendosi dal loro passo calmo e costante. Erano anziani, perloppi, anche se l'et sembrava il minore dei loro problemi: erano entrati in un'immortalit forse fittizia e discutibile, ma attimo per attimo perfettamente plausibile. Perch in realt il tempo non esiste, e non una questione di buchi neri e costante cosmologica, quelli c'entrano, ma solo marginlmente, il fatto che, da un momento in poi, il passato non ci lascia pi, ed il futuro adesso. E nell'immediato si balla: dance until you drop... E se si cade ai bordi della pista pi facile rialzarsi: non si urta nessuno. Doriano non era contento della scelta di Lucia (non che avesse voce in capitolo, specie con quella giacca rossa con farfallone altrettanto rosso, e pantaloni a quadroni con le pinces): nel liscio si richiede lo stacco di coscia, un elemento essenziale, il fatto di essere alta non basta. Lo stacco di attraverso il carisma. Marco era gi convinto da qualche tempo che Doriano fosse pazzo, ma un pazzo utile, che scovava i paesini dove tenevano le sagre dopo la vendemmia o la raccolta delle olive, e dove servivano, a far baldoria, il cantante e la cosciona (senza offesa per Lucia, sempre in termine psicologico, forse psicanalitico spieg ancora il farfallone moderatamente amoroso). Quanto ci pagano? replic lei, che era concreta, cosa che Doriano aveva attribuito ad una generica ma assoluta e totalizzante slavit, per la quale si perit di scomodare Erich Fromm, Essere o avere. Avere: i debiti, quelli, Marco li aveva lasciati fuori, quand'era rientrato. Quello era il segreto: non dir loro che si parte. Hanno una certa inerzia, i debiti, anche perch sono vecchi e stanchi, e vanno in giro con quei completi neri e fintamente luccicanti che vendono in certi supermercati, appena dietro il reparto casalinghi. Cos, li puoi seminare, anche senza bisogno dell'auto e delle sgommate. Per un po', anche se alla fine ci dovrai per forza fare i conti, e sentire la loro voce: la voce annoiata della cinese che ti sveglia alle sette del mattino di sabato (si sa che i poveracci sono sempre fuori) e che ti prega, anzi quasi ti implora, di darle almeno venti sterline, cosicch lei possa fermare la cosa. The thing, dice, come se fosse quel mostro del film che ti sfascia il petto per mordere la mano del chirurgo che ti opera, sotto le lampade ad arco. E tu le rispondi che, no, le venti sterline non le hai, hai qualche contante, ma certo lei non coscia non un fatto fisico, un'espressione psicologica, la comunicazione della personalit della cantante

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pu venirselo a prendere (anche perch sar a Taipei o ad Hong Kong), in banca non c' nulla. Lei non ti crede, ma la senti, dal tono sconsolato, che scrive OK da qualche parte. Poi passa alle domande successive: se non hai qualche amico che pu aiutarti (Alle sette del mattino? Di sabato?), e allora ti fa pena, e tu dici una data, una data a caso, quando pagherai qualcosa. Lei allora commenta con una voce atona: Deve pagare x che sono molto pi di venti sterline, e tu rispondi: Ma x tanto. X solo una parte, S, ma una parte grande, Lei deve y, ed molto pi di x. Infine capitola, e dice che ti richiamer. E non solo lo dice: lo fa. Allora meglio darle qualcosa, altrimenti arrivano gli energumeni in giacca nera ed in camicia bianca, con la ventiquattr'ore vuota, anche loro per fermare la cosa, per non sono a Taipei, ma davanti a te, e non si accontentano di un caff, neanche coi biscotti (anche perch per prima cosa se lo verserebbero sulla camicia bianca: sono troppo concentrati). E la cosa, quelli, la cercano in casa tua, anche se ci sono soltanto libri (visitate, visitate, prego) e qualche mobile di truciolato. Gli orsetti, ormai, gli davano un po' i nervi: prima di tutto, perch si alternavano con una logica che gli restava misteriosa, e poi, perch sembrava che pi palline annientava, pi orologi gli comparivano, facendo una pernacchietta (perch gli orologi fossero spernacchiatori, anche questo gli era poco chiaro). Ma, nei momenti in cui era solo e triste, il gioco era l'unica risorsa. In Dipartimento si era diffusa la voce che sarebbero usciti i concorsi da ricercatore: Marco, che era rientrato su un livello pi alto, era solo moderatamente coinvolto. C'era per il discorso della stabilizzazione, come Sciortini gli aveva detto: Dopo, sei dentro, e non ti cacciano pi. Ma Marco pensava ai conti di Fabiana ed alla cinese che aspettava al telefono, e non riusciva ad immaginare come guadagnare meno potesse essere un progresso. Non aveva fatto il ricercatore per guadagnare, ma a tutto c' un limite, tranne che alla fame. Subito dopo la met di ottobre, Marina gli comunic che era incinta. In effetti, durante l'ultima sua visita in luglio gli aveva presentato Bert, un olandese pacioccone ma stentoreo, che quasi per prima cosa gli aveva fatto un discorso sui sedili del treno, dove lui, che era, come rimarc pi volte, di complessione normale (normally built) pesando solo 117 chili per 1 metro e ottanta, non riusciva a sedersi degnamente. Marco individu il problema nell'angolo quasi retto tra il diaframma e lo stomaco di Bert. E, da come si accucciava sulle sedie, anche le sue capacit di compressione

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sembravano modeste, e causavano a Marco una certa pena: sembrava in procinto di scrocchiare le ginocchia, forse definitivamente (almeno dal punto di vista ortopedico). Quella fu la sera che, nella saletta bar dell'albergo sempre all'incirca vuoto (anche se qualche ombra si intravvedeva la mattina a colazione), Marco scopr una strana bilancia, come quelle del lunapark, proprio vicino ad un videogioco: c'era un individuo muscoloso, una via di mezzo tra Maciste e Bruto il rivale di Braccio di Ferro, che teneva in braccio un'improbabile sirena. Comunque fosse, pesarsi costava solo 20 centesimi, come le 20 lire dorate delle vecchie bilance blu col pendolo oscillante, che c'erano in tutti i giardinetti, quand'era bambino. Aveva perso due chili: lo disse a Fabiana, che gli chiese se mangiava. Lui le descrisse la colazione di quella mattina. La sent sorridere al telefono. Meno male che c'era la colazione: aveva preso due tovaglioli di carta e aveva fatto un fagottino, che si era portato in camera per la sera. Non gli andava di uscire con Marina, per sentire dei 117 chili e dell'ergonomia del treno, e poi dover pagare la sua parte. Ma ora Marina era incinta, e per quattro-sei mesi era out. E, di l a poco, anche il ballo liscio sarebbe finito: forse restava qualche matrimonio, ma per il resto, al chiuso delle sale, il lavoro era poco. Cos la modesta ed indisponente felicit di Marco si fece pi rara, e Carla lo not subito. Anche Doriano, dopo aver mutato il farfallone da rosso a grigio, disparve. 4. La logica italiota vorrebbe che, se non si hanno i soldi per farlo degnamente, non si viaggiasse. Come se a viaggiare non fossero soprattutto i poveri: i barconi che continuavano ad affondare in vista della Sicilia non erano che un accento su questa verit. I ricchi non viaggiano, trasferiscono la loro casa per ogni dove: la delocalizzano, se necessario. Marco traeva una grande energia dal viaggio, era come se prendesse distanza rispetto a tutti i problemi; viaggiare da solo era un po' triste, in partenza: portarsi la famiglia sarebbe stato meglio. Ma Carla ormai andava a scuola, e Sandro all'asilo. A casa restava il piccoletto (ancora per poco, perch Fabiana avrebbe voluto, e forse dovuto, riprendere ad insegnare): metteva i DVD nell'entrata delle videocassette, accendeva lo schermo e si sedeva in attesa con grande pazienza. Le sue assenze per lavoro duravano di solito circa cinque giorni, quello critico per Fabiana era il terzo: il primo e parzialmente anche il secondo si continuano i discorsi che si facevano a casa, e l'ultimo, a volte anche il penultimo, si vive dell'attesa del

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ritorno, con Carla che afferrava il telefono e diceva che aveva tanto da raccontargli. Il terzo giorno, per, era gi successo qualcosa che li portava fuori dalla sua orbita: il pap non capisce, perch via, ma d'altro canto non poteva dire che sarebbe arrivato subito, perch non era vero: e Fabiana gli avrebbe fatto notare che il problema andava risolto prima che lui tornasse. Sembrava che tutte le urgenze del mondo si addensassero sui suoi viaggi di lavoro, come nuvole cariche di maltempo. Poteva essere Sandro che aveva avuto uno schiaffo da un compagno, o Carla che frignava per lo zaino nuovo dopo che due amichette le avevano detto che sembrava una zingara. Ecco, e sembrava che il telefonino ci mettesse del suo ad ingarbugliare le cose, per cui Marco sentiva parole strane, ogni volta che si arrivava al cuore della questione. Invece di zingara, in buona fede, aveva capito che le amichette volevano una pentola: allora Carla aveva riso, e Fabiana aveva detto qualcosa sul tappo di cerume. Comunque il terzo giorno era passato, e iniziava la discesa. L'ultima conferenza, a fine settembre, prima dell'inizio delle lezioni, era stata a Sheffield: non un gran lavoro, pi che altro una scusa per presentare qualcosa, che, come diceva Sciortini faceva curriculum, cosa che per lui, che era alla fine della carriera, non importava (Marco era sicuro che facesse gli scongiuri, sotto sotto), ma per un giovane brillante e pieno di idee (ogni riferimento puramente casuale)... Sheffield era, da quando lui se la ricordava, un meccano a cielo aperto di gru, battipalo, interminate montagne di tondini e galassie di betoniere col miscelatore aperto, che sembravano in procinto di vomitargli addosso, barcollando sulle ruote come ubriachi del venerd sera. Il tram luccicante e sornione tagliava in mezzo ad infinite macerie, tra le quali, sperso, ma dignitoso nelle sue ferite, si affacciava il bovindo di qualche casa d'angolo o di qualche pub caratteristico, che era stato protetto dal rinnovamento, nonostante le centinaia di lettere al giornale locale, che chiedevano a gran voce un fresh start, piazza pulita insomma. Marco non fu tanto stupito, affacciandosi dalla luminosit di sole obliquo della stazione, di trovare, dove solo l'anno prima era il capolinea degli autobus, un enorme cratere tra due collinette di detriti, penosamente protetto da un recinto colorato, che proclamava, come sotto i bombardamenti della guerra, business as usual. Quello che lo sorprese, tra il consueto calore del caff mezzo bruciato e l'unto delle patatine che si sentiva nell'aria, era d'aver voglia di un cornish pastry alle nove del mattino. Sapeva si sarebbe macchiato con i residui di lardo della pasta, e doveva andare ad un congresso. Si tenne la voglia per cena, dando per scontati a pranzo i samosa, i gamberi

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rivestiti, gli onion bhaji, e tramezzini normali (vassoio grande) o vegetariani (vassoio piccolo). A Sheffield c'era il professor Adrian. Adrian, un nome rivestito da cognome, aveva tre nomi, che potevano anch'essi essere cognomi, di cui il terzo era ancora Adrian, una coerenza che dava forza al tutto, una forza britannica, come l'effigie della regina trentenne sulle banconote. Era lui che l'aveva invitato, precisazione che si sarebbe rivelata essenziale, nel momento in cui, inevitabilmente, Adrian l'avrebbe insultato: con molto aplomb, ma sempre insultato. Veniva dall'estero, ma per Adrian l'estero era il Commonwealth, il resto era barbarie, e Marco era un barbaro. Tutto questo era coperto da una trentennale tradizione di fredda cortesia, la mattina, ma una mezza bottiglia di vino a pranzo (it's only lunch, my dear) avrebbe riportato le cose nelle proprie giuste dimensioni, durante la sessione pomeridiana, destando le ironie e i silenziosi sguardi di compatimento degli altri inglesi (anche loro invitati, e votati quindi ad uno sdegnato silenzio, ed a susseguenti complimenti riparatori per lo speaker), mentre Adrian avrebbe imperversato, dal suo posto al primo banco, ruotando gli occhi e facendo pernacchiette (come gli orsetti del giochino) con la testa irsuta, dominata da una barba incolta, che sembrava terminare alla stempiatura del cranio. E quella volta, Marco sarebbe stato l'ultimo, verso le cinque, quando la mezza sbronza di Adrian sarebbe presumibilmente giunta a cottura: si present alla ribalta col vecchio portatile, che dilat le sue povere cose per cinque minuti buoni, tra qualche chiacchiera e qualche sommesso zittio. Infine fu pronto: parl per una ventina di minuti, districandosi tra il lavoro suo e quello di qualche studente, cerc di dare l'idea di un gruppo compatto, mentre il gruppo era...lui. Se ci fosse stata Marina, avrebbe potuto distrattamente captare il suo sguardo, sottile ma morbido tra la passione intensa dei capelli: ma Marina non c'era: forse, data la sua imbarazzata defezione, sapeva gi del bambino in arrivo, o forse sospettava solo, ed aveva fatto delle analisi proprio quel giorno. Attendeva le domande: e, dopo qualche breve precisazione al chairman, Adrian prese la parola, con l'intenzione di tenerla il pi a lungo possibile, compatibilmente con le proprie condizioni psicofisiche. Era chiaramente brillo, forse qualcosa di pi: ma per lunga esperienza di ciucche e sbronze, sapeva far finta di vedere la linea di mezzeria, tanto da camminarci sopra con sicurezza. Gli fece piuttosto sgarbatamente osservare che i lepidotteri non sudano, quindi la sua visione del camuffamento (che era poi la

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visione di un suo studente) era totalmente inappropriata. Dovreste assumere un biologo aggiunse, facendo trapelare tutto il proprio malcelato disprezzo per gli ingegneri come Marco. E capisco che in altri paesi europei non ci siano molte persone che abbiano degli hobby, ma magari, rivolgendovi ad un museo di storia naturale... OK? S, forse era OK, ma Marco, togliendo rapidamente il disturbo e chiudendo col suo gesto la giornata di lavori, pensava alle Winx: Carla gliene parlava spesso, di come Aisha non avesse ancora un fidanzato (sarebbe poi stato di colore come lei, oppure chiaro di carnagione come quelli delle altre? Certo, pensando a quanto sembravano babbei i fidanzati delle altre Winx, non c'era da stare allegri). Aveva conosciuto al mare un pap di una bimba pi piccola della sua Carla che sapeva i testi di tutte le canzoni delle Winx: Winx, fronte di energia.... O fonte di allergia? In ogni modo, quel pap del mare era proprio un virtuoso, un grande. Vedeva ora Adrian che, sempre pi evidentemente fatto del vino del pranzo, che aveva voluto prolungare oltre ogni logica e consuetudine, gli volgeva le spalle. Avrebbe voluto chiamarlo per nome, come per chiedergli qualcosa, e poi urlargli sul viso: Winx club! Winx club! imitando la voce di Carla quando cantava, perch era contenta di qualcosa. Ma le cose pi divertenti sono sempre quelle che non si fanno, cos prese portatile e borsa, strinse qualche mano frettolosa, e usc. Erano gi le cinque passate, ed il cornish pastry era sfumato anch'esso. Perch io, vedi Marco, non sono tuo padre, per penso che dovresti tentarlo, questo concorso Ma uscir? Certo che esce replic Sciortini (che domande!). Ci penser Il concorso lo avrebbe introdotto nel mondo delle stelle fisse, quello dove nulla si crea, nulla si distrugge e tutto s'aggiusta, con un po' di tempo. L'avrebbe anche aperto al mondo delle rivalit partitiche, diventando un ricercatore, ed essendo ex-allievo di Sciortini, sarebbe stato, per legge automatica di faida, nemico di un certo numero di altri accademici e amico di... non sapeva bene di chi; si era coniato anche un proverbio latino, una parafrasi per dirlo: hostis semper certus, dubius amicus. In parole povere, si sarebbe fregato, ma molto elegantemente e con immensa classe (erano pur sempre i migliori del mondo). Sandro gli aveva spiegato, molto seriamente, qualche tempo prima, che un bambino come lui non vuole avere grandi promesse dai

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genitori, ma quelle che gli fanno vorrebbe che le mantenessero: lo aveva detto a parole sue, di bimbo di sei anni, ma quello era il concetto. Sandro e Carla erano due figli che lo facevano un po' sentire in difetto, non perch non gli volessero bene, ma perch gli parlavano un po' come Wendy trattava Peter Pan: mi piace quel che dici e fai, ma ci credo fino ad un certo punto. In quel caso, quel che diceva Sandro delle promesse, Marco avrebbe dovuto spiegarlo a Sciortini: l'avevano fatto tornare con l'esca del laboratorio attrezzato e delle possibilit di essere coinvolto in tanti progetti, e adesso offriva i propri servigi a destra e a manca, sperando che qualcuno gradisse. Non tutti gradivano: qualcuno anzi, i pi raccomandati, quelli che la meritocrazia impossibile, insomma i Berlino Est, lo prendeva per matto. Era diventato un piazzista, e questo andava bene, ma il concorso da fame, no. Piuttosto la fuga (anche se c'era la cinese delle sette del mattino che un po' lo turbava). Durante un'ultima serata ad una tardiva sagra del fico fiorone, in un remoto cocuzzolo tra i boschi (Doriano era gi sparito), dove gli fecero suonare (odiava i brani a richiesta, ma sembra che siano necessari) tutto Fausto Leali, da A chi, a Debora, a Mi manchi, Lucia fu raggiunta dall'uomo che aveva lasciato sull'Adriatico. Marco non l'aveva mai visto, ma cap che era lui, quando lei tronc di netto una nota e prese un'espressione sanguinosa, come di una che sta per sguainare un coltello. Per fortuna, cio per caso, due carabinieri in borghese erano di verifica alla porchetta, e si lanciarono in un improbabile inseguimento dell'uomo. Improbabile, perch l'uomo non si mosse, sicch anche dire inseguimento esagerato: forse richiesta di chiarimenti suona meglio. Marco attese alcuni interminabili secondi, deciso a difendere la Clavinova, una degli ultimi possessi rimasti da un lontano, probabilmente mitico, periodo di agiatezza: anche coi denti se necessario. Non fu necessario, ma lo slavo (doveva essere bulgaro) lo guard, come per fulminarlo. Per un attimo, Marco ebbe un groppo alla gola, come quando, al suo primo anno in Inghilterra, aveva conosciuto Adrian, verso le quattro del pomeriggio (fu una presentazione casuale in un corridoio) e questi aveva insinuato che probabilmente fosse un po' scemo, come quasi tutti gli overseas students. Siccome non sapeva ancora bene l'inglese, il groppo alla gola gli venne di nuovo anche circa tre settimane dopo, quando finalmente cap cosa voleva dire l'illustre accademico. Invece, come in una fiction televisiva con Lino Banfi, il bulgaro gli si era avvicinato, e gli aveva detto, ritmando bene le parole: Grazie per far lavorare Lucia, cio non disse Lucia, ma il suo nome vero, che vattelapesca come si scrive. Fuori quadro, dopo le proteste del Movimento dei

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Genitori, Lucia imprecava e sputava in terra, gridando con voce roca qualcosa come: Lascia stare Marco!, sempre in bulgaro naturalmente. Poi, improvvisamente docile, l'aveva seguito: l'ultima cosa che aveva visto era il largo tatuaggio di lui sul braccio destro, ne aveva uno simile (tra i tanti) Ozzy Osbourne, ma indubbiamente il bulgaro non cantava, senn a far lavorare Lucia ci avrebbe pensato lui. Torner in primavera disse a Fabiana quella sera, prima di coricarsi (erano gi le due). Gi: come le rondini rispose lei, e Marco si rese conto di quanto la sottovalutava, in fondo. 5. Il concorso usc davvero, e molto presto, ma non nella fantasmagorica capitale, e nemmeno nella citt che Marco sospettava di amare, e dove viveva. Invece, usc a M., e al bar Sciortini gli disse: Hai visto?, aspettandosi la solita risposta che s, certo, era accaduto come lui prevedeva, il grande professore, preveggente oltretutto. Aveva sentito Marina: aveva avuto la prima ecografia, quella del fagiolino col cuore che pulsa, ed anche lei gli aveva detto: Che ti importa? Tenta, sono tanti anni che non fai un concorso in Italia, come me d'altronde. Sono sicuro che hai dimenticato come si fa. Magari ci sar ancora il tema generico sull'esperienza di ricerca, e la prova pratica. Il tema c'era, ed era stato estratto tra tre: il presidente della commissione, serissimo, ne aveva dato lettura, in un'aula enorme, in cui, stretta in un tailleur blu con la cintura, c'era lei, quella che doveva vincere, a meno di incerti (tornado, colpo di stato, alluvione), e lui, quello che doveva perdere, ma era l per vendere cara la pelle. C'era venuto con la famiglia in treno, tutti e cinque, e un cambio a Fabriano (perch Fabriano? avrebbe chiesto ancora, stavolta a se stesso), come se si andasse in gita, con i panini e l'acqua, un po' di frutta, il cambio per il piccolo, la guida turistica e il diario delle Winx. Sandro voleva capire bene perch gli orsetti si danno il cambio, e perch gli orologi non si possono far fuori che con la stellina. Ma Marco era un po' agitato: No, che si scarica la batteria. E Carla, seria e compita, senza alzare lo sguardo dal diario: Stamattina c'erano sette pilette nere. Nemmeno a dir bugie riusciva. Fabiana gli strinse la mano forte, forse per solidariet tra adulti.

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I tre temi erano vari: il primo era sulla diffrazione raggi X, il secondo sui diagrammi di stato (che si ottengono con la diffrazione raggi X), ed il terzo sulle propriet chimiche dei materiali (che si ottengono coi diagrammi di stato, che si ottengono a loro volta con la diffrazione raggi X). Peccato solo che il posto a concorso si chiamasse Scienza e tecnologia dei materiali, e non Diffrazione raggi X. Mentre scriveva (perch qualcosa si scrive sempre nei temi, quando si vende cara la pelle), aveva negli occhi la propria famiglia intenta a girare il centro di quella citt tanto bella, visitare chiese, il museo delle carrozze, il grande teatro costruito dai cento soci (come avranno fatto ad andare d'accordo, in un paese litigioso come il nostro?). Vide il piccolo succhiare il pomodoro della pizza, Sandro guardare le vetrine dei Gormiti e dei camion col rimorchio, e Carla leggiucchiare i libri di Valentina e di Tea Stilton. Ma non si distrasse: continu a scrivere, con una grafia tonda e intensa, anche senza calcare, in un italiano troppo forbito per un ingegnere. Forse l'altra, quella che doveva vincere, disegnava anche diagrammi o dava le composizioni esatte dell'eutettico a memoria, o magari specificava le corrette impostazioni della prova di diffrazione, sulla quale aveva scritto l'unica e sola sua pubblicazione (Marco ne aveva un po', ma cosa importava, in fondo: poi tutti quegli anni all'estero, a fare che? Non siamo qui noi, i migliori del mondo? Anche Sciortini lo diceva, e forse con ragione). Scrisse quattro facciate, poi non sapeva pi che dire: aveva fatto decine di esempi (era uscito il tema sulle propriet chimiche dei materiali, che..., che a loro volta...). Si blocc, e si rivolse al soffitto, dove una pioggia leggera ed effimera aveva preso a tintinnare. Attese che cessasse, cinque o dieci minuti, mentre la ragazza col tailleur blu notte ancora scriveva senza posa. Riprese infine la biro, e aggiunse, a suggellare il suo tema: Non so perch ho fatto questo concorso, ma pazienza!. Pens di cancellare la frase con un largo tratto di penna, come provandola sul foglio protocollo, ma desistette: invece, guardando per un attimo la nuca della candidata vincente china sul banco, afferr il foglio e scese il lungo tratto verso la cattedra. Consegn, mentre il presidente gli ricordava che domani ci sarebbe stata la prova pratica: Diffrazione raggi X, I guess, si sorprese a pensare. Domani, sarebbero andati a visitare Urbino: non l'aveva mai vista, ed un po' se ne vergognava, dopo tutta la letteratura e l'arte che vi era ambientata. Temeva un po' che Fabiana gli chiedesse com'era andato l'esame: invece lo baci su una guancia sorridendo, mentre Carla gli saltava al collo, dicendogli di un libro che aveva sfogliato, in giro per la citt, e Sandro voleva che vedesse la ruspa vera del cantiere.

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In fondo, la primavera non era lontana, e cos la stagione dei balli e delle feste paesane: adesso che il piccolo era cresciuto, e metteva le cassette ed i DVD ognuno al proprio posto, poi accendeva sicuro i pulsanti giusti, potevano andarci insieme, mentre i PhDs avrebbero proposto un medley di vecchi successi. Perch anche Lucia si sarebbe fatta rivedere, con o senza uomo, e le cose sarebbero tornate come l'estate prima, o quasi. In attesa di quelle belle e lucide novit che la vita ci offre, come una nuova casa, un nuovo viaggio, un altro rientro.

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T e mandarini Ci fu un periodo (cinque o sei anni fa) che, in parrocchia, da qualunque discussione si partisse, si finiva inevitabilmente di parlare di sfruttamento della prostituzione. A sua (parziale) discolpa c' da dire che Don Alberto le tentava tutte per scegliere gli argomenti pi alati che gli venivano in mente, o che erano proposti da "Famiglia Cristiana", "Citt nuova", insomma dalla stampa specializzata. Sarebbe ricorso anche a Frate Indovino, se l'avesse tirato fuori da quel problema: ci voleva una praticit da conventuale che, in tutta franchezza, egli sentiva di non avere. Il sesso degli angeli era gi troppo para-erotico, si potevano tentare gli angeli senza sesso, ma in effetti l'ipotesi pi praticabile era quella di lanciarsi nell'esplorazione del librone del catechismo, quello senza tagli n sconti, cos che almeno un'idea vaghissima delle implicazioni delle Tavole della Legge restasse ad aleggiare nella sala, come una farfallina (un po' in stile "tafano degli Ateniesi"). Tutto inutile: si finiva sempre con quello sciagurato di Stefano, che era per in fondo indispensabile alla disomogeneit del gruppo, a scandire su un piuttosto metallico: "Si-diver-tono! Me l'han-no detto a me!". Perch Stefano con loro ci parlava, forse le tormentava, ogni sua serata finiva su qualche stradone periferico a mettere in croce quelle poveracce, nell'assoluta convinzione, anzi certezza, che stare a sentire le sue scipitezze aggratis fosse quanto di meglio avevano da fare. Anche perch non rispondevano di no, e non lo trattavano male, di solito (poi, non erano solitamente nello spirito da chiamar la polizia). Le solite serate, parlare, "conoscere le loro storie, le loro avventure, andarci no, non vorrete mica che mi prenda qualche malattia", ma "sono soggetti interessanti, e poi loro s che sono donne". "Nel senso che fanno" ripeteva cinicamente Stefano "l'unica cosa per cui le donne servono", mentre alcune delle ragazze del gruppo lo avrebbero volentieri incenerito: certe frasacce sarebbero accettabili da uno tipo Raul Bova, al limite Scamarcio, ma Stefano, ehm... insomma, lasciamo perdere (a parte che era stempiato come un lavandino in una discarica). Lo diceva, ma non ci credeva: mica cattivo lui, tutt'altro (andava in parrocchia, no?), che essere ascoltato era una specie di esperienza nuova per lui, che aveva un padre e un fratello sempre certi come la morte, nonch stentorei. Era un ascolto coatto, nel senso che le ragazze avevano paura fosse un appuntato in borghese, uno della ASL (anche un incrocio tra i due, magari). Specie le nigeriane, quelle sulla Portuense dopo il Ponte Pisano, che parlavano sempre come se stessero nella savana (come parlava

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Stefano cio all'incirca, quando voleva che qualche segreto della sua porca vita diciamo sentimentale si risapesse, per puro senso di giustizia verso quei pochi che ne erano ancora all'oscuro). E' chiaro che ci sono i papponi, i magnaccia, per cui non si pu esagerare con le confidenze. Ma lui era abile, sempre preciso e in certo senso solenne, ascoltando gli Earth Wind and Fire nella Punto color nocciola, a volte Tiziano Ferro, ma solo quando si sentiva in vena, cio aveva rimediato (non con una a pagamento, ovvio). Punto marrone che restava nascosta in qualche cespuglio solitario, ma non troppo spinoso, che non gli rigasse la carrozzeria. Una delle nigeriane, appunto, una di quelle sere (e Stefano aveva bevuto abbastanza da ricordarsene), era sparita; e non nel senso che l'avevano tolta dal mercato, per cos dire, od era partita col primo volo per la savana. Era una dissoluzione vera e propria, tanto che nemmeno le colleghe sapevano che fine avesse fatto. E per colmo di sfiga era proprio quella cui Stefano aveva elargito un racconto molto dettagliato della sua relazione con Iolanda, la ricciolona che somigliava a Manuela Arcuri, cio aveva una sola cosa della Arcuri, insomma quella pi evidente ad un'analisi sommaria (remote sensing). La nigeriana all'ascolto aveva un'espressione molto liquida, praticamente cioccolato fuso, forse perch Stefano le stava virtualmente maciullando la mandibola (ed altro) a forza di gridare, in una fratta sulla Portuense a gennaio (meno tre ed insolito, ma intonato, vento di tramontana), quello che Iolanda era, e che aveva e non aveva, e quello che avevano fatto nella Punto nocciola (e s che la ragazza color cacao una pallida idea doveva avercela: per puro senso di professionalit, se non altro). Per dare rilievo alla spiegazione, Stefano si lanciava a volte nelle lingue, una via di mezzo tra il Berlitz e l'inglese medio Trambus, o nel francese, come si diceva, cusc. Insomma, la sdrai di chiacchiere, e malgrado lei sorridesse vagamente (forse pensando che massacrare a colpi di fratta un appuntato in borghese pu non essere una buona idea), fu convinto di averla sfinita, ma di esserle simpatico (sic). Alla faccia di Iolanda e dei suoi due arcuri velenosi puntati contro il suo sterno. Il fatto che Stefano in parrocchia ce l'avevo portato io: e devo anche ammettere, nella mia ostinata ingenuit, che non avevo valutato correttamente i suoi trascorsi nigerian-portuensi. L'entusiasmo con cui accolse la mia proposta di partecipare agli incontri del gioved sera mi aveva quasi commosso: sapevo che c'entrava l'idea di incontrare qualche ragazza (perch, a parte la saga iolandiana, sui dettagli della quale

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si era premurato di informarmi a suo tempo, era da anni a corto, in secco, in bianco, ecc.), ma speravo non mi facesse fare troppe brutte figure (qualcuna gliel'avrei perdonata, lo so). Perch si sa com' la ragazza di parrocchia (o almeno quelle del mio gruppo): non che non lo faccia, anzi possiamo dire senza ombra di dubbio che, una volta trovata la persona pi o meno adatta e passabile, lo fa. Ma parlarne, ed in quel modo che Stefano prediligeva, non era socialmente accettabile: pi che altro, le avrebbe fatte scappare, come anatre sul fiume al primo rinculo di doppietta. (Pensavo anche, allora, che la stessa Iolanda non avrebbe forse gradito una propria descrizione tanto minuziosa, specialmente in certi comparti, con una serie di metafore diciamo bucoliche: mi sbagliavo, ovviamente). Ma Iolanda, in quel momento, era il passato. Invece la ragazza della Portuense, quella che ascoltava, era scomparsa, sicch Stefano aveva ricevuto la visita di un vero appuntato e di un altro carabiniere: era appunto la sera dopo la sua ultima platonica scorribanda tra le fratte, ed una delle ragazze lo aveva descritto abbastanza dettagliatamente. (D'altronde, non c'erano in giro pi molte Punto nocciola con la completa collezione di musicassette degli Earth Wind and Fire, rigorosamente piratata e seminata a vista col cruscotto). "Credo di essere nei guai" mi disse Stefano. "Beh, ma hai detto di averle solo parlato" "S, ma non ci credono, non ci si va per parlare, solo qualche maniaco lo fa, ed i maniaci sono tutti schedati" Mi stava aprendo un mondo: credo che a questo punto anche Don Alberto (il primo nome che mi viene in mente) si sarebbe detto interessato. Sembrava non la solita esaltazione della vita sulla Portuense accant ad un fal, fatta dimenticando quasi tutte le circostanze generali ed accessorie: pareva insomma un discorso serio. Guardai Stefano con malcelato stupore, ed egli interpret avventatamente il mio stupore come preoccupazione per il suo stato. Prosegu: E considera che hanno una paura del demonio, di solito: per parlare ai Carabinieri, devono aver pensato che la loro amica abbia fatto una brutta fine S, le sapevo queste storie, quelle che piacciono tanto ai giornalisti semicurvi: gli orribili delitti perpetrati da individui insospettabili. Che si dilungano in dettagli, tanto pi in nanoscala, quanto pi lassassino non ha lasciato indizi, e non hanno dubbi, gi dallinizio, su chi sia stato a commettere il fatto. Poi cominciano il balletto delle tracce, delle impronte, si lavato le mani, no, si lavato anche la faccia, s fatto la

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doccia (eh, ma non da solo), sangue, no ruggine, forse marmellata di mirtilli. E le ipotesi sul computer: ha scaricato un file alle 11.35, no, lorologio era ancora impostato sullora di Londra, e poi il file si scarica anche da solo, comunque abbiamo clonato il disco (perch clonino i dischi, quando basterebbe copiarli, non so: capisco a posteriori che pi di una volta mi hanno clonato la versione di latino al liceo). Cos si scopre che aveva delle immagini equivoche sul disco rigido (pi o meno le stesse che sono in vendita cartacea alledicola sotto casa), salvate nella cartella Nonna Giovanna. Come confermato dalla vicina di casa, le sue nonne, oltre ad avere altri nomi, erano anche poco raccomandabili (una metteva il parmigiano nel risotto alla pescatora, laltra giocava al lotto sulla ruota di Napoli), il che non ha mancato di insospettire gli inquirenti. E chiaro che al mondo succede anche altro, ma di quello i giornali non parlano. Decidemmo di passare a nostre indagini private immediatamente: non sapevamo ancora, purtroppo, che era gi tardi. La fratta portuense era scandagliata palmo a palmo da una telecamera portatile del TG della sera. Ma a parte un paio di bottiglie di plastica ed una nutrita collezione di preservativi colorati, non ne tirarono fuori nulla. In apparenza, almeno: e comunque mezz'ora dopo avevamo la riunione del gruppo della parrocchia. Non avevo mai visto Don Alberto sarcastico: arrabbiato nero s, fumante spesso, perplesso poteva capitargli, e dubbioso lo era di regola. Ma il sarcasmo non pensavo fosse roba da preti (ancora una volta mi sbagliavo, come su Iolanda). Guard Stefano e disse: "Allora, si divertono, eh?", e l'infame mio amico ebbe un'espressione un po' tra Franti e Elisa di Rivombrosa. Non facile da immaginare, ma la similitudine pi vicina che mi viene: Franti con la fionda in mano ed il gonnellone, che scappa, mentre il maestro con la penna rossa lo insegue. Molto sessualmente bi-partisan, in certo senso. Credo dipenda dal fatto che ho da lungo tempo l'idea, probabilmente semplificata, che Elisa, che poi la Vanessa di Richardson, quando non vuole farlo, scappa (non nego che questo abbia una certa logica). Lo farebbe anche pi spesso (diciamo continuamente) se non fuggisse; cosa strana, perch nel momento che lo fa, le piace molto (ammettiamo che non lo sapesse, all'inizio: ma alla terza serie dovrebbe ormai conoscersi un pochino). Ecco, la presenza di Franti potrebbe essere una spiegazione: incontrare un amante gallonato davanti ad un bulletto sabaudo che armeggia con la fionda e i cartoccetti leggermente ansiogeno, specie, credo, se si indossa un gonnellone. Ma mi rendo conto

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che ho fuso i due personaggi, cosa che probabilmente piacerebbe al ragazzo fiondaiolo: sulla dama settecentesca non mi pronuncio. Comunque sia, Don Alberto tenne per tutta la riunione un atteggiamento molto spumantesco, non nel senso che frizzasse particolarmente, ma per il fatto che non riusciva a ricucire il discorso (gli si sporcava sempre di schiuma). Finch Sandra, che era poi la nostra Elisa, se non altro per gli occhi chiari e il viso ovale e composto (avrei dovuto provare se scappava alla bisogna, ma non il mio tipo) disse: "Sai, Alberto, io credo che siano cose che noi qui non riusciamo a capire bene". Don Alberto si ferm, pensoso: non credeva esistessero cose che non fossero scritte in quei cinque metri quadri di libri del suo studio; certo altre se ne aggiungevano ogni giorno, e poi c'era la TV, Internet, eccetera, ma insomma la sua conoscenza era aggiornata in tempo reale, con trascurabili lacune. Per insomma Sandra toccava un punto dolente, e forse diceva le stesse cose che avrebbe detto Stefano, solo che i modi erano un po' diversi e produssero in lui un effetto differente: come spostare un bicchiere con una mano o con una ruspa, anche se il risultato forse lo stesso. "Gi" prosegu " un mondo complesso: e si fatica a girargli intorno. Ma dobbiamo provare, da cristiani" E fu una frase che sfilacci ogni cosa: si seppe dunque, incidentalmente, ma non a caso, che Gianni aveva dato mezzo euro ad un tipo strano (forse un drogato) che aveva finito la miscela del motorino, e che Andrea aveva lasciato i volantini della caccia al tesoro parrocchiale nel temibile ambiente della cappella della stazione. Pregavo che Stefano non se ne uscisse che con mezzo euro non ci si compra neanche un etto di mortadella, e che alla bisca della piazzetta, non alla stazione, andavano portati i volantini. Perch il buon senso non sempre roba da parrocchia: alle volte bisogna sentirsi buoni, anche se si fa meno di quelli che sanno di essere cattivi. E poi, diciamolo, Don Alberto un'altra serata sulle solite tematiche non l'avrebbe retta, ora che quella ragazza era scomparsa. Ma Stefano tacque, e l'ombra di Franti si era dileguata dal suo viso: restava quella di Elisa, il che, fosse stato anche solo per l'estetica, era pur sempre un guadagno. Ci congedammo dal lividore della notte parrocchiale, decisi a riguadagnare il tempo perduto, recandoci nella zona gi illustrata dal bieco servizio degli scagnozzi del giornalista semicurvo. In quel periodo (sono passati solo cinque anni, ma mi piace dare un po' di profondit al discorso) mi ero comprato una cinquecento, che era sempre in riserva, perch non avevo mai i soldi per mettere benzina, inoltre, dato che

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il cofano chiudeva male, la mia macchinetta veniva utilizzata dai ragazzini della zona per dare un po' di birra alla miscela dei loro motorini. Stefano non approvava che fossi in riserva, per una serie di motivi che, mentre lasciavamo alle spalle l'incombente palazzone grigio di un chilometro e ci avviavamo verso la relativa quiete suburbana della Portuense, mi elenc. Non ricordo se fossero ventotto o trentadue motivi, comunque mi fece una disamina complessa e totale di ciascuno di essi: gli unici che ora mi ricordo erano che "raccatti tutto lo sporco del serbatoio" e "le ragazze non verrebbero mai con uno in riserva". Potevo accettare il primo, anche se dopo un paio d'anni di riserva, nel serbatoio ci potevi ormai mangiare una frittura di pesce, ma il secondo mi sembrava frutto della sua contorsione mentale: se le ragazze non venivano con te, non era perch avevi poca benzina. Certo, ammettevo, una sosta forzata per mancanza di carburante nei pressi del Ponte Pisano poteva rappresentare un inconveniente in pi nella relazione. Ma io sapevo quantificare la riserva: c' la lucetta intermittente, quella che smette se freni, e poi quella che non smette neanche se inchiodi. Dopo questa terza fase, restavano da percorrere una trentina di chilometri col piede leggero. Di solito, nell'eventualit improbabile che una ragazza che avesse un minimo di trasporto per me (e viceversa) si trovasse seduta al mio fianco, all'inizio della terza fase occorreva cercare un benzinaio. Non qualunque benzinaio, per: quelli troppo vicini a casa conoscevano la mia macchinetta, c'era qualche basista che avvertiva i ragazzini, ed il serbatoio veniva svuotato in meno del tempo necessario a riempirlo (sapevo di un paio di "poeti del risucchio" nella banda sotto casa mia). Quindi bisognava allontanarsi: ovviamente, di meno di trenta chilometri (di solito due o tre bastavano). Cercai, nel tempo residuo, di spiegare queste cose a Stefano, ma lo vedevo sorridere, forse anche un po' sarcasticamente. Devo essere onesto, a questo punto: non ho capito che ci andavamo a fare, nella fratta sulla Portuense. A meno che qualcuno non avesse lasciato una traccia, che so, un CD degli "Earth, wind and fire" e non volesse farla sparire. Ma, una volta passata la squadraccia del giornalista semicurvo, c'era poco da trovare. E poi, era buio, e neanche la luna s'era affrettata per noi quella sera (non che ce lo meritassimo, ma un po' ci speravo in verit). Stefano, che era un profondo conoscitore del poliziottesco anni '70, mi disse, anzi mi intim di accendere i chiamiamoli pure abbaglianti della Cinquecento. "Si scarica la batteria" replicai, e Stefano ebbe una smorfia che mi ricordava Thomas Milian, anzi no, Bombolo, un'espressione blesa. S, era una risposta mediocre, lo ammetto; lui mi ringhi qualcosa in ritorno. Eseguii, pensando se avevo mai

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conosciuto un elettrauto aperto all'una di notte. Stefano mi apparve splendido nel piccolo cono di luce: "Tutto qui?" url. "Eh..." "Potevo portare la Punto, ma mi si riga la carrozzeria" "Serve per molto, la luce?" "Certo che sei un miserabile" "No, un povero autentico" "Fammi dare un'occhiata intorno" e disparve fin dove lo guidava la luce dei fari, cio circa dieci metri pi avanti. Passarono alcuni secondi, io pensavo sempre agli elettrauti di turno, finch non lo udii esclamare: "Vieni, Mauro, bellissimo!": per un attimo pensai che avesse trovato un mosaico imperiale. Misi la retromarcia, tirai il freno a mano, che grugn come se fosse l'ultima volta, e scesi. Aveva ragione: lo spettacolo valeva la pena. Dietro la prima cortina di canne e arbusti, a destra c'era uno spazio lindo e tirato a lucido, perfetto, una specie di Wembley in notturna. Tutto quel che c'era, e molto che era stato portato l apposta, era invece a sinistra: preservativi, siringhe, scatole di medicinali, bottiglie, lattine, fazzolettini di carta, Pagine Gialle, libri della collezione Harmony quasi intonsi, Topolino, mozziconi di sigaretta, una decina di Guide TV. "Per, che fari, eh? Illuminato a giorno!" ero sinceramente orgoglioso della mia macchinetta. "Fari un par de... Guarda che me so' fatto" Lo guardai, sanguinava dalla guancia destra: "Con che?" "E che ne so? Se non c'avessi quella bestiolina, ma una macchina vera... Potrebb'essere un ramo spinoso, ma magari una siringa" e furono le ultime parole che disse per una buona mezz'ora: seguirono dei mugolii e qualche sommessa maledizione. Mi pare ce l'avesse con quelli che non hanno una lira e vanno in parrocchia, ma feci finta di non cogliere l'allusione: io non ho la coda di paglia. La bestiolina, nel seguito, si comport bene: riuscii a disinserire il freno a mano, ed addirittura a farla ripartire, dopo tre o quattro colpi di tosse. Al Pronto Soccorso del San Camillo, Stefano riprese colore e purtroppo anche la parola. Nel corridoio, uscendo, mi afferr per un braccio. Notai subito che parlava a bassa voce, doveva essere l'effetto del cerotto, ma comunque faceva strano. Disse: "Hai visto come

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lavorano quelli del semicurvo? Monnezza raccattata da mezzo mondo, e dove stanno loro a filmare, pulito come un campo da golf" "Beh, metaforico" "Forse, intanto per da fiji de 'na mignotta" "Frase che non dovresti dire, proprio tu, che fai sempre l'esaltazione della loro vita" "Boh, lascia perdere. La verit che non mi capite. Nessuno" Il venerd mattina che seguiva purtroppo immancabilmente alle riunioni del gioved sera, era anche il giorno che avevo sei ore di lezione, e quindi a Trastevere prendevo il 6.52 per Civitavecchia. Non ci arrivavo proprio sveglio, bastava fossi passabilmente funzionante per le 8.10, ora della prima campanella, ed approfittavo del treno per fare un supplemento di abbiocco. Quel giorno, dato che m'ero coricato alle tre meno dieci, mi sentivo bagnato, gonfio e giallastro come una bustina di camomilla a mollo (verso l'alba aveva piovuto furiosamente, ancora l'aria sgocciolava nel vento). Avevo anche una borsa, che di per s non era essenziale, ma mi serviva per disseminarvi, insieme a qualcosa per la scuola, qualche romanzo che mi andava di leggere al ritorno. Nello specifico, quella mattina avevo in borsa "Il grande Gatsby", che, sebbene si fosse parzialmente unto intorno a pagina 100, a ricordo di un recente panino con la mortadella che avevo impacchettato molto di fretta con dei tovagliolini di carta, restava un gran romanzo (anche se, per essere proprio sinceri, non ho mai capito come Gatsby sia morto, e specialmente perch: comunque prematuro parlarne, perch quella mattina grigiastra e uggiosa ero solo ad un terzo, forse meno). Civitavecchia una citt che ha i suoi vantaggi: prima di tutto, piove raramente, e forse per questo lo spiovere estremamente fascinoso di rumore di tacchi nel bagnato, di vento che s'acqueta e luce sbieca (o succede perch, pur insegnando topografia, sono un poeta). Pi concretamente, c'erano i maritozzi con la panna dell'intervallo in un posto dalle parti di Viale Traiano; in pratica, Civitavecchia mi dava delle idee, e spendevo parecchi soldi nelle cabine telefoniche (non avevo ancora il cellulare) per divulgarle. Spesso erano idee mediocri, un suggerimento a qualche amico, una proposta per il fine settimana. In quel momento ero teso alla risoluzione del caso che mi premeva, con una certa vitalit residua e puramente fisiologica, un po' come le rane di Galvani. Questo perch quel giorno non ero sveglio neanche alle 11 (mi spiaceva per gli alunni del III A e III B, che avevano vissuto l'esperienza di una lezione di sonnambulismo geometrico), il che contribuiva alla mia sensazione molliccia e un po' ondulante di ebbrezza da Luna Park. Dormivo, forse sognavo: tanto

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vero che vidi Stefano sul lungomare, che si fumava una delle sue innumeri sigarette (era odioso che fumasse, gliel'avevo detto cento volte, beh trenta, forse ventidueventitr, in ogni modo non aveva smesso). Il lungomare era ancora bello con tutti i suoi binari, i suoi carri merci e la rete aerea, una volta avevo anche visto una 835 al traino di due Centoporte castano-isabella (gran giorno quello). Poi hanno deciso che dovesse diventare normale (per conto mio piatto e insignificante), ed hanno rimosso tutto: per coerenza avrebbero dovuto anche piallar via pure tutte le auto, ma si sa che questo non possibile, insomma non sta bene in Italia, non si fa. Certo, a non tutti piaceva cos corrusco di impianti e di vita ferroviaria: per esempio Stefano stava fissando accigliato la scritta Attenti al sezionamento. Accarezzai per un attimo la malsana, ma in fondo seducente, idea che mi chiedesse qualcosa sulle correnti in alternata da 3000 volt, ma invece mi ringhi quasi addosso: Ma dove accidenti sei venuto a lavorare? Sembra l'inferno! (ah s, c'era anche un 143 che faceva la spola per assemblare dei mercini) E poi il mare dov'? In fondo, dietro il parco risposi, un po' seccato nell'accorgermi che dalla sua bocca usciva pi fumo che dallo scappamento della 143. Parco lo chiama... soggiunse con un certo disprezzo, come tra s, aggiungendo poi: Ma non dovevi uscire alle due? Difatti, ora sto per tornar dentro, ho solo otto minuti. Se ci facciamo la strada insieme, possiamo fare due chiacchiere introduttive. Alle due, se vuoi, ti porto a mangiare il pesce vicino al porto Non amavo il fritto di pesce, cio: i calamari e le seppioline, quella roba pi o meno gommosa, comunque non da sezionare, sviscerare ed aprire, potevo tollerarli. Li mandavo gi, condendo con abbondante, anzi esagerato limone. Purtroppo, c'erano anche i gamberetti, quella specie di grilli marini che si aprono come lattine, cosa nella quale piace da queste parti mostrare una sostanziale, per quanto animalesca, abilit. E l fingevo uno smodato senso di rispetto e di timore, e prendevo porzioni da scricciolo. Riducendo la questione all'osso, anzi alla chela, stavo portando un amico a mangiare qualcosa che non mi piaceva, ma che sapevo lui gradiva, e molto. Era puro altruismo? Non siamo ingenui: l'altruismo, per come la vedo io, solo una versione pi socievole della presunzione e della strafottenza (ho fatto una vita in parrocchia, e lo so). Avevo i miei scopi. Nessuno fa niente per niente mi aveva detto una volta Stefano. Tranne le ragazze del Ponte Pisano, occorre aggiungere. E penso lo confortasse molto il fatto

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che anch'io facevo qualcosa per qualcosa, cio che malgrado tutte le mie arie, non ero esente da difetti (cosa che, devo dire, mi rilassava alquanto). Anche Stefano era a Civitavecchia con un obiettivo preciso, che aspettavo mi esponesse. Mi stupii che fosse venuto in treno, dato il suo rancore tipicamente italiota per qualunque trave di ferro con sezione a fungo. Ho la dal meccanico disse cupo. Non replicai, sperando si rasserenasse. Stefano continu invece su un tono, se possibile, ancora pi torvo: Mi scoppiata una gomma sull'autostrada. Avevo fatto la rotazione che si fa ogni anno, l'avevo gonfiata, c'era un sole strano per gennaio, era quasi mezzogiorno. Ed appena fuori dal Raccordo, bum! Ma per fortuna, con una manovra da grande guidatore, sono riuscito ad accostare. Da centotrenta, quarta, terza, seconda. Quasi perfetto, peccato solo aver perso tempo. Mi guard aggressivamente: Tu la fai la rotazione dei pneumatici sulla Cinquepiotte? Ignoravo di cosa stesse parlando: riuscivo, con qualche sforzo, a localizzare la ruota di scorta ed il cric della macchinetta, avevo anche la bomboletta che ti fa arrivare dal gommista prima che gli altri automobilisti ti sbranino sulla corsia d'emergenza. La mia conoscenza del mondo pneumatico mi sembrava completa. Ora Stefano mi dimostrava che forse non lo era (non che mi importasse: speravo solo smettesse, se possibile, di guardarmi come un rifiuto indifferenziato). E, comunque (cosa che non osai dire) se ruotandole, le gomme scoppiavano, grazie, non mi interessava. Sai l'anellino che avevo al dito? Sparito. Dall'ultima sera che avevo parlato con la ragazza, temo. No, non sapevo, uno dei (tanti) motivi del mio insuccesso direi fisiologico con le donne era che non mi ricordavo come fossero vestite, pettinate, che scarpe portassero, figurarsi collane, anelli, e cose del genere. Figuriamoci con Stefano, che, come magari vi sarete resi conto da queste prime pagine, non era manco il mio tipo. E poi, Stefano era monotematico, quasi maniacale: se era uscito con una ragazza, tutta la sera era dedicata a lei (anche se stava parlando con me), nel periodo del militare non parlava che di mostrine, rancio, cubo, camerata, caporali, ecc. (almeno avesse parlato di tradotte, avrei potuto mostrare un po' d'interesse: ma pensate che Stefano sapesse se era trainata da una 424, da una 656 o magari da un diesel?). Cos, dal momento che cercava un anello, lo descrisse da tutte le angolazioni, al punto da ingenerarmi il sospetto che avesse una forma dodecagonale o tetradecagonale.

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L'anellino lo rivedemmo molto presto, quella sera stessa al Telegiornale. Mio padre, da quando era rimasto solo, aveva sviluppato una certa dipendenza dalle notizie del piccolo schermo. Gli interessi si erano liquefatti, nipoti non ce n'erano, con un figlio unico e probabilmente (lo ammetto) immaturo per un rapporto sentimentale appena dignitoso; a volte riusciva a rimediare qualche lavoretto, specialmente traduzioni dal francese, e allora riprendeva un po' quota, leggiucchiava qua e l, capitava anche in qualche biblioteca pubblica: ma quell'anno, nove mesi su dodici li spese a guardare le stesse identiche litanie, recitate da voci monotone ed ansiogene. Non era mai stato un tipo da bar: riceveva qualche rara telefonata da amici, cui replicava molto di rado. Devo dire per che, a differenza della maggioranza del pubblico televisivo, pap, malgrado i suoi riflessi stessero degenerando in modo che mi preoccupava, credeva soltanto parzialmente a quel che la TV gli proponeva. Con una mentalit molto sperimentale, per correggere gli errori di un servizio televisivo, assisteva ad altri servizi televisivi, su altre reti: ecco, il fatto che gi qualche anno fa i servizi si assomigliavano tutti, gi i titoli erano gli stessi ed a volte anche i filmati. Avevamo gi cenato: cucinare per mio padre non era difficile, direi piuttosto inutile, e questo aveva depresso le mie capacit, invero mai eccelse, in quel campo, sicch non avevo superato mai lo stadio pasta con sugo della bottiglia di passata + fettina tictac con insalata a pranzo, ovvero minestrina col dado + piatto freddo la sera. Davo il meglio di me nella disposizione geometrica degli elementi del piatto freddo, oppure nel lavaggio dell'insalata. A volte riuscivo ad insinuare, profittando della distrazione di mio padre, un gambo di sedano nel brodo. Speravo che, un giorno o l'altro, mi desse l'OK per preparare una frittata, anche semplice, bench il mio ideale sarebbe stato, a dire il vero, farne una teglia con patate e falci di cipolla (ed anche mangiarmela, meno una fetta che gli avrei elargito, come dimostrazione della mia perizia). Ma invece, tutto ci che usciva da questo schema ristretto, erano pasticci e uno che ha l'ulcera non si ciba di pasticci, specialmente a cena. Mi sfogavo preparandomi grandi fette di pane casareccio con su spalmata la marmellata di arance, e bevendoci su un caff lungo, che saliva dal bollitore nel tempo che spreparavo la tavola. Erano due cose che mio padre disapprovava dal profondo del cuore, la marmellata d'arance ed il caff lungo la sera, ma tanto lui si era gi portato lentamente in salotto, ed aveva acceso la TV. Non quella sera: ci avviammo insieme, perch volevo uscire dopo cena, forse citofonare a qualcuno per far due chiacchiere, non sapevo. Avrei rigovernato al mio ritorno.

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L'anellino era ora in uno di quei sacchi neri che le forze di polizia scaricano su un tavolo davanti alle troupes televisive. Non fece una gran figura, l'anellino, perch era roba da lattina della Fanta, ma ebbe l'onore di un paio di secondi di primo piano a centro schermo. Questo mi ingener il sospetto che forse la malavoglia che avevo ostentato nella boscaglia la sera precedente circa il recupero degli oggetti personali di Stefano fosse dovuta soltanto alla mia scarsa familiarit con la bigiotteria, ma con ogni probabilit il vagare della telecamera era casuale. Frattanto il mistero sulla scomparsa della ragazza del Ponte Pisano, pi che infittirsi, si stava aggrovigliando come un tessuto di fibre d'ortica (non so se ricordate la favola: c'entrano dei principi che sono cigni ed una ragazza di grande abilit all'uncinetto). Serviva riflettere, insomma concentrarsi: ma alcune sere dopo (era marted e non avevo rivisto Stefano), per quanto sottoesame e pieno di ripetizioni per via della fine del quadrimestre, realizzai che ero impossibilitato ad agire come avrei voluto. Come lo capii? Fu per il regalo di compleanno di Valeria. Solita storia: colletta, chi va chi non va, in breve mi offersi io, e trotterellai verso la Upim. Forse Valeria, che era simpatica e gentile, si sarebbe meritata qualcosa di meglio, ma non ero proprio il tipo che aveva fantasia per gli acquisti: dare un incarico a me era come assicurarsi un lavoro s ben fatto, ma per nulla al di sopra della media. Niente voli pindarici, nessuna ispirazione. Almeno ai grandi magazzini facevo in fretta, potevo calibrare il regalo sulla cifra senza avanzi n ammanchi, e tornavo verso casa per i miei vari impegni. Invece andare alla Upim fu una pessima idea, perch mi fece capire subito che stavo subendo una metamorfosi, temporanea s, ma devastante. Ancora adesso non mi do pace: non sono ingenuo al punto da non capire cosa accadde, anche perch ne portai i segni per un tempo che mi parve eterno. Fu quando andai per pagare: c'era una commessa molto giovane con gli occhiali montati su della celluloide rosso-arancio, pi o meno vagamente bionda, e decisamente molto magra, con una camicetta lilla che le lasciava scoperto un filo, ma veramente un filo di pelle alla vita: e solo se si sporgeva in qualche modo, cosa che ella fece pochissimo e senz'intenzione. Quando avevo dei problemi, ero solito andare a prendermi un t da Paola, cosa che feci il giorno dopo. L'amica Paola, quella che guarda le cose da un altro punto di vista. Ecco s, ma non avevo mai avuto questo genere di problemi. Paola sorrise: non c'erano molte cose che potevano stupirla, ma in effetti non mi aveva mai visto tanto sconvolto. Mi feci forza, almeno con Paola, e cercai di spiegarmi: "Ho avuto un istinto" "Di provarci: pu succedere" sorrise Paola, mi sembr con indulgenza.

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"Ma prima le avrei voluto strappare tutto, a cominciare dalla camicetta lilla" dissi in un fiato, e tacqui per lo sforzo dell'improvvisa sincerit. Non vorrei che credeste che sono il tipo che va in giro per la citt a strappare camicette lilla, un colore che trovo eccitante come una vaccinazione; cio, di solito no: ma quando, dopo aver pagato e per fortuna non avendo dato corso ai miei propositi, vidi un gruppetto di ragazze entrare nella Upim, e realizzai che il desiderio dello strappo persisteva, caddi vittima di una profonda prostrazione. Anche perch, sotto il neon sparato a manetta della Upim, il mio turbamento si vedeva (in basso, se avete presente) e mi sembr che una di quelle ragazze sorridesse, forse di scherno. Vedete, io sono stato educato in un certo modo, e dopo una ventina d'anni di parrocchia, riguardavo tutto ci che concerneva la sessualit come un incidente di percorso. Avrei voluto avere una ragazza, avevo avuto un paio di storie non esageratamente vivaci, ma insomma pensavo che la pubert fosse passata da un pezzo: invece ne ebbi un supplemento, che dur circa una settimana e lese fortemente le mie abilit sociali. Per farla breve, mi alzavo eccitato, persistevo eccitato quasi tutto il giorno, e mi coricavo eccitato la sera. E notate che spesso, per tutta la giornata, vedevo ben poca gente, men che meno ragazze che potessero destarmi qualche interesse. "Forse sei represso" concluse Paola "come me, come molti da queste parti" Queste parti voleva dire nel gruppo di Don Alberto: comunque, che Paola fosse cos diretta mi fece bene, e tornai al mio t con maggior ardimento. Che c'entra questo con Stefano? E' che, dopo aver curato le sue ferite morali e fisiche, avrebbe voluto che "ci ritagliassimo" come mi disse "il nostro spicchio d'indagine". Ma io non avevo pi la calma olimpica che credevo, ero agitato come una lampreda, e per giunta fantasticavo di strappi, bottoni e fettucce, come un merciaio in protesto. Perch, vedete, nel bene o nel male, l'energia che ci spinge, dico noi uomini, di origine sessuale: sono duemila anni che cerchiamo di nasconderlo, ma la realt ci inoppugnabilmente davanti. S, anche i santi, anche i martiri, non parliamo dei religiosi, figuriamoci un poveraccio di studente fuori corso e supplente come me. Quel che certo, che il mio arrapamento globale e fuori programma non dispiacque a Stefano, anzi lo mise di buonumore, come un difetto che mi rendeva meno perfettino e pi simpatico: "Magari" aggiunse "con questa spinta troverai qualche sguincia": ecco, con tutti i problemi che ci sono al mondo, dovevo anche sopportare Stefano che diceva sguincia, come se stesse masticando pan di Spagna. Simulai indifferenza.

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"Direi anzi che viene a fagiolo: perch ho ricontattato Iolanda, ora fa la giornalista, credo scriva su Repubblica o sul Corriere, mica su un giornaletto di quartiere come te, ed appunto stiamo per andare a trovarla" Sento che avrei dovuto gridare: "No, Iolanda no!", ma invece, come il pusillanime che sono, mormorai: "E lei ti vuole vedere?" "Deve ancora nascere una spitinfia che non mi vuole vedere" Credo volesse dire s, comunque sia la prostrazione mi riprese violentemente almeno per il 99%, tranne il coso in basso, che sembrava vivere di vita propria ed avrei volentieri punito con un bagno nell'aceto. L'ingresso in scena di Iolanda che, per peggiorare le cose, si occupava anche di cronaca nera, quella aspra e legnosa, piena di schizzi, tipo splatter, fu abbastanza devastante per il mio 1%: una presenza abbagliante, un tailleur color banana con sotto un girocollo nero, una massa di riccioli castani di cui non si vedeva la fine, due scarpe a gondola modello Rialto e, sorprendendomi alquanto, era pure alta quasi quanto me, quindi parecchio pi di Stefano, che sembrava sparire al confronto. Disgraziatamente, faceva pure abbastanza caldo, sicch Iolanda si tolse la giacca del tailleur: in quel momento capii tutto. Annaspai. "Un gran paio di tette" disse Paola senza perifrasi al nostro t del giorno dopo. Ecco, non sempre mi piaceva che fosse cos diretta, dopo anni ed anni di parrocchia pure lei, ed ancor meno mi piacque quando, per rinforzare il concetto, si volse verso di me con un mezzo sorriso: "O no?" Capii perch gli uomini sono inferiori, e mi ricordai di un libretto che avevo trovato in uno scaffale basso nella camera da letto di Stefano: "Como quitar (el sostn a una mujer)". Una lettura interessante, che avevo giudicato per un'opera di fantasia: ed in effetti, oltre a sembrarmi di poca utilit nel mio caso specifico di parrocchiante, non si arrivava a capire perch la faccenda dovesse essere cos problematica da meritare una trattazione piena di classificazioni e tavole esplicative (e serissima, peraltro, senza un filo d'ironia). In realt, ragionavo cos perch non conoscevo Iolanda, malgrado i racconti (forse) esagerati che me ne faceva Stefano, aggiungendo che la passione amatoria era perfettamente proporzionata alle dimensioni fisiche: in quel momento, devo dire, mi stup che il mio amico non fosse stato stritolato nelle (diciamo) spire dell'amante. Sempre che avessero veramente avuto rapporti: i racconti di Stefano, bench dettagliati, potevano anche essere degli abilissimi falsi (era gi successo, e l'avevo scoperto per caso: andare a verificarne sistematicamente l'attendibilit non mi

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andava, anche perch erano uno per sera, ed avrei dovuto annotarmi i dati salienti di ogni storia). Paola mi incalz, anche se con la solita discrezione: "E che cosa ha detto Iolanda, poi?": immagino che volesse scoprire che era un po' scemetta (o scemona, forse). Qualcosa disse senz'altro, ma chiss cosa. Non ero certo il pi indicato a ricordarmelo, perch il mio coso stava dettando legge e avevo le meningi ridotte a gel per capelli, del quale, in ogni modo, Iolanda non sembrava aver mai avuto bisogno. Quel che ricordo dalla nebbia della mia pubert morosa, che il giorno dopo Stefano si present con un articolo, a firma I.C. (che stava per Iolanda Castellano): manco la forza di firmarsi per esteso aveva avuto. Per, a parte quello, all'articolo non mancava nulla, dico come genere giornalistico, anche se la tendenza allo splatter (immaginario per ora) era in fondo prevalente. "Era presente quella sera, la sera in cui Esiri Usiku scomparve. Era presente, ma lo ammette soltanto ora. E' passata una settimana, e sono giorni che pesano in un'indagine giudiziaria: eppure ha deciso di tacere. S.M., praticante legale, non ha dubbi: Esiri stata uccisa. Lo dice, mentre guarda serio davanti a s, quasi con durezza, gli occhi celesti che diresti inespressivi. Nessuna commozione. Eppure, stato uno di quelli che pi recentemente stato visto accanto alla vittima: l'andava a trovare, le parlava, ci dice. Mi permetto di dubitarne: mostra qualche esitazione, forse un principio di reazione. Ma un attimo. Riprende lentamente il suo discorso: troppo calmo per non essere in qualche modo coinvolto. Sembra recitare bene la sua parte" "Eppur si muove, no?" dissi a Stefano dopo aver completato la lettura (continuava per un'altra colonna e mezzo, ma il tono era quello). Non apprezz. "Non sembro nemmeno io, io sono un emotivo. Comunque, grazie per il colore degli occhi. Credevo di averli verdi" "Grigiazzurri" replicai. "Non mi sembra il caso di fare i poeti" "Era una considerazione cromatica, non letteraria" "Cretina, se permetti" Inutile insistere: e, devo dire la verit, un articoletto tanto falsuccio quanto insipido, non credevo potesse fare gran danno. Beh, naturalmente mi sbagliavo un'altra volta. Mia mamma, voglio dire quando c'era ancora, mi diceva sempre: "Mauro, non strafare". Mi conosceva sul serio, lei. Strafare era prendere 10 al tema di letteratura,

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come anche mangiarsi diciassette ciambelline al vino, cose accadute entrambe, anche se in momenti diversi. Non perch mi sballassi, ma perch lo strafare escludeva il fare. Nel senso che per esempio per prendere 10 al tema mi ero assorbito talmente tanto che non avevo studiato per la settimana pi cruciale, quella di fine quadrimestre, per cui il voto di italiano scritto si erse nella pagella come un relitto in mezzo a vaste macerie, ed anche le diciassette ciambelline avevano prodotto una contro-reazione, su cui non mi dilungher. L'unico settore nel quale non strafacevo era quello connesso in qualche modo alle ragazze (posso ammettere che ero timidissimo?); per questo la storia della Upim era ancora pi sospetta: forse ero stato colpito da una mutazione genetica on-the-spot. Quella notte sognai che Iolanda era stata colpita da un'inattesa passione per me, che sfogliavo freneticamente il testo spagnolo: mi svegliai in uno stato miserevole e troppo tardi per far qualcosa di buono. Mio padre si era affacciato, mugugnando qualcosa, e aveva richiuso la porta. Come al solito, l'amico Sigmund mi aveva rivelato i veri sentimenti per la chiomata, anzi chiomosa, giornalista. Occorreva che la rivedessi, anzi bisognava che scappassi il pi lontano possibile. "E tuo padre ti ha detto che aveva telefonato Stefano" Bisogna dire che Paola una ragazza perspicace: oggi poi ha comprato (cos ha detto) il t alla vaniglia apposta per me, perch sapeva sarei venuto, anche se un po' tardi. Paola la mamma ce l'ha ancora, ha una serie interminata di malanni, l'ultimo stato la cataratta, ma ha una forza dentro di quelle che per fortuna non servono che raramente alle donne di oggi, una forza da cavare l'acqua da un pozzo semiarido ad un'ora di cammino da casa, se avete presente. Davanti alla mamma, che era silenziosa, ma insolitamente presente, riassunsi abbastanza celermente la vicenda notturna ed umidiccia. Paola mi sorrise comprensiva e fece un gesto rotondeggiante che, confesso, mi turb abbastanza: pativo ancora le promesse negatemi nel sogno. Perch, credetemi, tra me e Iolanda non ci fu nulla: in certo senso eravamo a letto (almeno io), ma dire che fossimo insieme era forse troppo. La mattina presto, Stefano camminava verso lo studio dell'avvocato Bianchetti. Camminava, perch la Punto era ancora dal suo laconico ed infallibile meccanico. Aveva avuto una serie di guasti, culminati in uno splendido avanzamento di risposta dello spinterogeno che aveva portato il motore ad un fuorigiri (la relazione tra le due cose mi poco chiara, nella mia macchinina lo spinterogeno quella latta di pelati col gommino che si bagna quando piove: non so nella Punto, forse cambia la misura della latta). Era sceso dal 23, cercando di non sciuparsi il gessato: non so se avesse una

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gardenia all'occhiello, certo recava una grossa cartella da praticante legale sottobraccio. Era in ritardo, come sempre, quindi praticamente puntuale: per lunga consuetudine, dava ai clienti appuntamenti comprensivi di ritardo. Tanto Bianchetti, che un'emiparesi aveva reso, se non inefficiente, sicuramente molto orientato, anche politicamente, firmava tutto quello che gli portavano sotto, a qualunque ora e sotto ogni pretesto. Soltanto, inforcava gli occhiali per dare una mezz'idea di concentrazione, poi restava incerto e meditabondo per un minuto, un minuto e mezzo se l'atto era pi di due facciate (si poteva cronometrare), infine sussurrava a mezza bocca un: "Bene, bene!" che si spegneva a tre dita dal foglio protocollo, e faceva un ghirigoro a sei zampette, come il simil-cane Agip. Allora Stefano e gli altri praticanti partivano al galoppo, e dopo un attimo erano gi sul pianerottolo. Ci sarebbe voluta la porta girevole come nelle biblioteche (e nei saloon). Quella mattina invece, all'angolo di Lungotevere Arnaldo da Brescia una macchina accost, come per chiedere un'informazione ad un passante: da essa scesero quattro individui con goffi maglioni scuri che placcarono molto delicatamente Stefano e lo introdussero in posizione carpiata sul sedile posteriore. Una scarpa rimase sul marciapiede, tra una sparuta pozzanghera ed il bordo di travertino. Mezz'ora dopo, una troupe televisiva scendeva su quello stesso marciapiede, con ben altri mezzi che i muscoli: fecero un primo piano rasoterra, oltre che sulle caviglie dell'inviata, che, come gi sperimentato in varie occasioni, facevano accorrere come mosche il pubblico catodico. "Siamo a Lungotevere Arnaldo da Brescia, in una quieta mattinata romana: qui poco fa Stefano Palazzini, il maggiore sospettato per la scomparsa di Esiri Usiku, stato fatto salire a forza su un'auto, e di lui si sono perse le tracce. Tutte: tranne questa. Una scarpa (inquadratura di collo pieno) elegante, numero 44: apparteneva a Stefano Palazzini. Stefano, ci permettiamo di chiamarlo cos perch potrebbe essere uno di noi, stava andando al lavoro. Una mattinata qualunque, nella capitale, i soliti impegni di ogni giorno. Ma oggi, forse era scritto nel destino, non doveva essere un giorno come tutti gli altri per il praticante legale Stefano Palazzini". La proprietaria delle caviglie Auditel finse un mesto e un po' bieco sorriso, aspettando che la telecamera si dileguasse: la vista di quella scarpa le aveva messo voglia di liberarsi dei maledetti tacchi e metter i piedi ben in alto, magari anche in faccia all'operatore se necessario, in un cuscino di piume.

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"Grazie Corinna. Dobbiamo tuttavia precisare che, bench noi stiamo mostrando immagini della Capitale, non vorremmo che credeste che i fatti si limitano a quanto avete visto. Episodi come questo, anche pi gravi ed esecrabili, si verificano ogni giorno, nelle strade e nelle piazze di ogni citt, grande ed anche piccola, d'Italia. Una piega di inaudita violenza che ha colto il nostro paese negli ultimi anni, peggiorando mese dopo mese, nell'assoluta indifferenza, ci occorre dirlo con la forza e la sincerit che ci consueta, dell'attuale compagine governativa" Ma non vidi il servizio che in replica la sera, per fortuna: Stefano era pur sempre un mio amico, mi dava i nervi tre volte al minuto, per aveva una sua forma di nobilt d'animo, un po' nascosta e difficile da decrittare, ma indubitabile. Insomma mi sarebbe dispiaciuto. Invece, ricevetti una sua telefonata, dove mi implorava, in modo abbastanza inconsueto per lui, che lo venissi a prendere al commissariato in Prati. Partii con la macchinina, sperando che non chiudessero Stefano fuori prima del mio arrivo. Non credo di averci messo molto meno di sei ore-sei ore e mezza: per trovare il posto in tripla fila col botto (allora non c'erano ancora le strisce blu dappertutto) feci sei giri dell'isolato. Credo che ci fosse qualcuno che prendeva i tempi ad ogni passaggio, ma forse mi sbaglio. Avrei sostato con le quattro frecce, perch ero praticamente in mezzo alla strada, ma la macchinina ne aveva solo due, azionabili una alla volta, e sufficienti comunque a scaricarmi la batteria. Per dare una parvenza di indicazione simmetrica, aprii i finestrini da entrambi i lati, per cui cominciai a tremare dal freddo. Una signora col carrellino, diretta al mercato, mi vide e disapprov silenziosamente. Stefano non mi sembr turbato per l'attesa, solo mi sembr strano che avesse una scarpa e una ciabatta, non secondo il proverbio romano, ma letteralmente. Appena salito, inizi a parlare a mitraglia: "E' per la ragazza dell'anellino: m'hanno spiegato con una certa energia che sarebbe stato meglio che avessi chiamato il semicurvo, prima di fare le mie indagini nella fratta. Sembra si sia arrabbiato molto. Questa la cosa grave. Ce n' anche una meno grave, e cio che pensano che l'abbia fatta fuori io" "E l'hai fatto?" Mi guard come se fossi il tritone della fontana, con un pesce in bocca peraltro, poi piagnucol: "Neanche tu mi credi pi" "No, no, ti credo. Dico soltanto che capisco il loro punto di vista"

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"Punto di vista! Una scarpa nuova, con la tomaia in vacchetta" "Se ce l'hanno loro, la rivedremo presto. La scarpa, dico": era un po' nervosetto, ed era meglio precisare ogni frase. La scarpa in vacchetta ebbe, come previsto, anch'essa il suo quarto d'ora di popolarit: prima della scarpa, rivedemmo Iolanda, appostata sotto casa di Stefano con un microfono in mano, che stringeva distrattamente con entrambe le mani chiuse a conchiglia, e con strascico di operatore, muto e gestuale come uno di quei mimi delle farse settecentesche. Molto erotica (o ero io che ero ingrifato): i capelli erano gonfi ed enfatici come al solito, una specie di Gorgone o meglio una Zelda senza pupazzo ubriacone e presuntuoso di contorno. Pi abbondante per dell'originale. "Che fai qui?" chiese Stefano, e, dato lo stato penoso in cui si trovava, mi sembr molto appropriato, quasi elegante. Sorrise gioiosamente: "Mi hanno mandato ad intervistarti: dato che sei un assassino e ho la fortuna di conoscerti, non ho fatto fatica a farmi dare il servizio per un network privato: ho una consulenza. Oltretutto, gli altri non hanno ancora capito bene chi sei e dove abiti. Sono ancora una volta la prima: stavolta al semicurvo le immagini le vendo io" "Arrivi dappertutto" "Lo sai, no?" "Beh, allora che aspetti? Intervistami, e facciamola finita" Scosse la testa: "Non si fa cos: prima sali, io citofono, e risponde tua madre, sgarbatamente e con accento pugliese, o siciliano, e mi passa te, solo perch insisto come una disperata. Il citofono si mette a gracchiare, non preoccuparti, abbiamo tutto l'occorrente, e tu rispondi di lasciarti in pace" Il mimo annu servilmente. "Mia mamma marchigiana, veramente" "Non fa nulla: avr visto Placido, la Proclemer, qualche pugliese insomma, ci vuole quella leggera inflessione drammatica, ma non da attori come loro, da dilettante, da Filodrammatica. Per Banfi no, troppo caricaturale: sei un assassino, ricordatelo, un violento, forse perverso, e ti abbiamo citofonato mentre stavi in bagno. E comunque, basta che fate gli scocciati, al resto pensiamo noi" Confesso: non sono un violento (o non lo ero, prima di entrare alla Upim), ma desiderai per un attimo che la avvitasse al lampione, anche se, considerando la stazza

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di Iolanda, non era facile. Invece Stefano si pieg: nella terra del semicurvo, lo scoprii prono e disposto a tutto. "Siamo davanti alla casa dove si nasconde il maggiore indiziato del caso Usiku": l'inquadratura vagava spersa tra i nomi sul citofono, lasciando leggere i telespettatori, anche se circa a 60, indugiando infine con voluta distrazione su Palazzini-Cerioni. Il ronzio del citofono, esagerato, caricato: "Pronto" "Signora, siamo della televisione: cerchiamo il signor Stefano Palazzini" "Non pu venire" "Ma in casa?" "E' in casa, ma non pu venire" "Solo qualche domanda..." "Non insista, la prego, le ho detto che non pu venire" "Come sta suo figlio?" "Non posso risponderle..." "Ha avuto l'ordine di non rispondere?" Segue rumore di colluttazione, grida sommesse e supplicanti, forse qualcosa in frantumi. La voce di Stefano tuona: "Pronto!" "E' lei Stefano Palazzini?" "Sono io, che volete?" "Cosa sa della scomparsa di Esiri Usiku?" "Quel che so, l'ho detto nelle sedi apposite" "Ha parlato con la polizia?" "S, ma non posso dirvi di pi. Arrivederci" L'immagine balla, si allontana dal citofono, si perde tra le foglie di un platano, poi torna a Iolanda che si tiene i capelli scomposti nel vento: "Questo tutto quel che siamo riusciti ad ottenere. Le indagini proseguono, anche se Stefano Palazzini, il praticante legale Stefano Palazzini, rimane l'unico indiziato per ora" Quella sera, Don Alberto non era pi sarcastico: aveva ripreso la sua sostanza pretesca, con in pi una certa solennit, che lo rendeva coriaceo anche da lontano. Si era tagliato nel radersi, ma questo non scalfiva la sua espressione meditabonda: fissava il posto accanto a me, che era rimasto vuoto, perch tutti pensavano prima o poi Stefano si sarebbe materializzato, forse per magia. Invece nulla accadde: con un atto d'imperio, un po' fastidioso, ma decisamente ecclesiastico, Don Alberto aveva

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cambiato la tematica della serata. Si sarebbe parlato della preghiera. C'era appunto un documento della Conferenza Episcopale che si attagliava molto bene al proposito. E finalmente (sollievo) non si sarebbe partiti per la tangente verso le strade consolari (o meglio, verso i cigli delle stesse). Si arm di una prepotente mellifluit, e cominci a girar parole in tondo, aspettando che mi tradissi: sedette al limite dell'area, insomma. Ma io tacqui (in verit tutti tacquero: quindici persone, di cui dieci donne, e non una sillaba, per quasi cinque minuti, che scorsero pesantissimi; si udivano le rade automobili del tardi svoltare nel viale e, fra l'una e l'altra, lo stormire ondeggiante delle foglie: al terzo minuto una lattina rotol, sola e triste). Finch, come era accaduto anche l'altra volta e dopo circa trenta secondi di muti tentativi, che incresparono la sua fronte di solito cos liscia, Sandra parl. Disse, senza ulteriori preamboli: "Vorrei pregare per una persona che stasera non qui, ma che credo abbia bisogno del nostro aiuto di cristiani". Molto ben detto, pensai: avrebbe potuto aggiungere una locuzione del tipo "accusato ingiustamente", ma non si hanno gli occhi chiari e la fronte liscia per aver eccessivamente voglia di far la fine di Giovanna d'Arco, specie in prossimit del sabato sera. Comunque, questa fu la fine del suo intervento; ci che fu anomalo, fu che Don Alberto sbuff. Ora (e vi prego di credermi, dopo vent'anni di parrocchia) i preti normalmente non sbuffano, o almeno si premurano di nasconderlo (credo seguano dei corsi appositi in seminario). Infatti Don Alberto si riprese subito, e sublim il fiato in preghiera (anche la Creazione inizi cos): "Signore, ti preghiamo perch Tu ci aiuti a capire i tuoi disegni. Anche quando ci sembra di aver fallito, perch una persona che avevamo affidato alle tue cure prende una strada che non comprendiamo, forse Tu vuoi insegnarci qualcosa, il cui senso ci ancora nascosto. Svelacelo, se questa la tua volont. Amen" Poi prese, come in trance, a fissare un punto indefinito tra me ed il posto dove ancora lo spirito di Stefano (che suppongo fosse esprimibile da una delle sue solite frasi romanesche) aleggiava. Quanto questo durasse, non saprei dire: quel che so, che fu pi insopportabile dei cinque minuti precedenti; devastante, in una parola. Me lo ricordai qualche sera dopo, quando mio padre, arresosi a seguire il tronfio programma del semicurvo, "perch tutti lo guardavano, specialmente adesso", tacque anch'egli per vari minuti, mentre di solito punteggiava la serata televisiva, se non con parole, con starnuti e qualcosa che definirei genericamente come altri versi, tanto che ad un certo momento, pensai con orrore che mi avesse lasciato. E fu un sollievo, anche se un po'

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spaventoso che, quando stavo per alzarmi per verificare (avevo un velo di sudore sulle tempie), prorompesse in un tonante: "Tu conosci quel ragazzo di cui parlano, no?" Era comparsa una gigantografia di Stefano in costume da bagno, con gli occhi semichiusi perch accecato dal sole di luglio (ricordavo bene il fatto: era una foto che avevo scattato io, quindi tecnicamente nulla, oltretutto gonfiata a dimensioni insostenibili). Poi mio padre soggiunse, con una serenit agghiacciante: "D: non che siete froci?" Disse proprio cos: sembravo caduto in un film di Verdone con Mario Brega, sapete quel film quando lui si vuole sposare la figlia, e Brega, che sarebbe il padre di lei, gli spiega cosa farebbe, ipoteticamente, ad uno che ci provasse soltanto con la figlia, senza poi onorare i suoi impegni. Ma non avevo un padre-Brega, almeno non fino a quella sera, anche perch, nella fattispecie cinematografica, sarei stato fratello di un'Eleonora Giorgi giovane cosa alla quale, devo ammetterlo, non ero preparato, specie dopo essere passato alla UPIM. Non so cosa risposi: uno di quei casi non ben decifrabili, nel senso che se dici s, sembra una presa in giro (e comunque hai detto s), se dici no, dipende: se lo dici nervosamente, vuol dire s, se lo dici calmo, vuol dire che sei un freddo, un insensibile (e magari vuole dire s lo stesso). Insomma, come la metti la metti, sei fregato. Non che mi interessasse: avevo un amico molto caro accusato di omicidio, e discutere di inclinazioni sessuali mi sembrava del tutto superfluo nella circostanza. Cos non era per per il semicurvo, che doveva aver insinuato qualcosa, descrivendo i suoi soliti giri di parole, con la storia del costume da bagno. E mi rendevo conto che la foto, bench orrenda, cos ingrandita mostrava con gran dettaglio un particolare che a quelli della TV evidentemente interessava. Arrossii (vent'anni di parrocchia, come dicevo) e farfugliando qualcosa, sparii in cucina, dove mi sparai tre fette di pane casareccio con la marmellata di mandarini (era in offerta alla COOP, e volevo provarla, confidando nella distrazione televisiva di pap). Dopo, mi sentii meglio, anche se iniziai a fare altri versi anch'io. "Allora" mi dissi andando a letto dopo una lunga seduta in bagno "domani t con marmellata di mandarini da Paola", pensando che se Stefano, che non mi aveva pi cercato, aveva anche ceduto la foto alla banda del semicurvo, era veramente finito. O era stata sua madre, dopo esser divenuta foggiana? Invece, l'indomani alle nove (stavo per uscire) mi chiam Iolanda. Non pass molto tempo, e me la trovai in casa, che mi era seduta davanti.

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Allora, come stai? Ci conosciamo poco, ma io so tutto di te, dagli archivi e dalle varie soffiate. Poi c' quel tuo amico, l'assassino, che chiacchiera come una grondaia da una settimana Stefano non pu aver ucciso Iolanda sorrise, mettendosi di tre quarti, mossa apprezzabile peraltro: Che abbia ucciso o no, non importa: un assassino, come confermato ormai da palate di informazioni False: tutto falso in questa storia E' vero, ed comprovato, come ti dicevo E magari sai pure che fine ha fatto Esiri Corrug un po' le labbra verso l'interno: l'avevo colpita, anche se di striscio. Non esageriamo precis l'ipotesi pi probabile, che ti lascio perch tu non sei ancora nessuno, voglio dire televisivamente parlando, che se la siano riportata in Nigeria, o che sia fuggita coi soldi che aveva fatto con la sua attivit. Probabile, non certa, ma in ogni modo nessuno andr mai a verificare, perch la Nigeria un caos endemico, e ci sono pi Esiri l che gatti al Colosseo Ebbi una sensazione un po' strana, come un calore improvviso: Quindi non c' stato nessun assassinio Beh, no, l'assassinio c' stato, eccome, tutti ne parlano da una settimana: poi, il corpo pu trovarsi, o meno, pu riapparire dopo anni, quando necessario rianimare un po' la notizia. Non si fa fatica a trovare un corpo, sai, se si vuole davvero? Anche del colore giusto: solo questione di tecnica, di esperienza. Il fatto certo, ed indubitabile, che il tuo amico, o ex-amico, perch non detto tu lo riveda tanto presto, un maniaco sessuale ed ha infierito sulla donna scomparsa La testa cominciava a girarmi, non so (perch sono un pusillanime, anche un po' bestia) se per il fatto di star vicino ad una donna agghindata (pur se professionale) ed indubbiamente attraente (stava dando il suo meglio) o perch non capivo pi come uno poteva essere un omicida, se nessuno era morto. Aveva una camicetta lilla, e questo spiega qualcosa: stavo diventando un maniaco anch'io? Non ebbi neanche la forza di risponderle. Il quadro quasi completo, sai? disse, posandomi una mano sulla spalla Manca solo un dettaglio, ma importante: il malato, cio il tuo ex-amico Stefano, non un tipo da impresa solitaria, un uomo solo al comando; troppo estroverso, troppo pieno di vitalit, almeno superficialmente, troppo privo di segreti: un solo vizietto, ma sociale, conversativo, non patologico. Insomma, mi serve un complice, cos chiudo il

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pacchetto e mando il tutto alla TV, prima della banda del semicurvo, che, se vuole, deve comprare da me. Da Iolanda Castellano, capisci? S, capivo benissimo, e devo confessare che quella donna non cessava di eccitarmi. L'avrei picchiata con un mestolo, ma mi attraeva: alla larga! Ne era conscia, naturalmente, cosicch, dopo avermi portato al giusto grado di cottura, con un'ulteriore inclinazione del busto, apr la borsetta e spar le ultime cartucce: E tu sei un complice ideale, fantastico: impeccabile, ma un po' liso e distratto, studente fuori corso, cucina per il padre, frequentatore della parrocchia, nessuna storia importante: sai che belle interviste verrebbero fuori coi tuoi colleghi cattolici, col tuo parroco? non so, non ricordo se si sia fregata le mani, forse lo fece dopo, o forse l'aveva gi fatto e non me n'ero accorto. Ma se non c' stato nessun assassinio? chiesi, come a me stesso, sgranando gli occhi. Capisco quel che vuoi dire: vorresti gridare, negare di essere il complice. Io per ho questa Mi mostr una foto, decisamente meglio di quella che avevo scattato a Stefano, pur se anch'essa chiaramente amatoriale: c'era una ragazza coi capelli lunghi, di cui si vedeva forse un terzo del viso, ed uno voltato, vagamente riccioluto come me, ma che non ero io. I due forse si baciavano, di sicuro erano in intimit. Per la ragazza l'avevo vista: dove? Non affannarti a cercare: la ragazza quella che tu chiami Elisa di nascosto, in certi momenti, e che in fondo ti piace, anche se non lo ammetti Sandra! gridai ma come fai a saperlo?... Cio: perch non ne sono sicuro neanch'io Tesorino, tu hai microspie dappertutto, anche nel portafoglio: solo nei capelli non ne hai, perch sono troppo radi; aggiunse poi con decisione: Insomma, se rifiuti, io mostro questa foto in parrocchia, e tutti ti vedranno nella foto, perch la TV li marteller, e naturalmente il semicurvo ci metter la sua, e sai di cos' capace. Sandra sar spacciata, perch l'avranno vista col complice del maniaco, e molto coinvolta, per cos dire. Ah, dimenticavo: a casa tua troveremo un coltello da pane, l'arma del delitto, che il tuo amico Stefano ti ha affidato: ho gi pronto il nastro della registrazione E poi?

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Poi, basta una coserella facile facile, tipo una foto di Sandra a seno nudo, anche in spiaggia, pur se a casa sarebbe meglio: a letto sarebbe l'ideale. Vedremo quel che si pu fare E dove... Non dovevo chiederlo: il corpo di Esiri, la foto di Sandra, la mia, che poi non era mia, quella di Stefano, il coltello da pane, tutto si trovava, tutto si poteva avere, in televisione. Non fabbricare: era tutto vero, lo avevano detto loro. Bastava essere arroganti e carismatici come Iolanda, in pratica farsi valere. Mi arresi, bisbigliai qualcosa, e come in un incubo, Iolanda spar, ma prima mi disse, quasi materna (il fisico ce l'aveva): Ecco, rimani seduto qui: ora arriveranno, tempo dieci minuti - un quarto d'ora che gli venda il servizio, prima la polizia, poi la banda del semicurvo. Forse arriveranno insieme, tanto si conoscono. Collaborano Rimasi fermo in quella posizione, sul divano dove ero stato accanto a Iolanda: ora potevo sentire il ronzio della TV, non udivo le parole, ma capivo che davano delle notizie sul delitto di Esiri Usiku, e mio padre, silenzioso ma presente, se le stava bevendo, una ad una. Appena il flusso fosse cessato, avrebbe toccato un pulsante e subito tutto sarebbe ripreso dall'inizio, le stesse immagini, gli stessi volti, commentati con le stesse frasi. Mi ricordai all'improvviso di Paola, del t, della marmellata di mandarini: non era ancora mezzogiorno, ma lei era sicuramente a casa, lavorava da l, mentre accudiva sua madre, che ormai muoveva quasi solo gli occhi. Non avevano la TV, loro: era anche arrivata la Finanza a verificare l'anno prima. Al telefono le dissi che sarei venuto per le cinque, aggiunsi poi che sentivo di non poter vivere senza di lei, insomma (anche se mi era costato un po' di sforzo rendermene conto) che le volevo bene, che l'avrei voluta qui con me. Anch'io rispose: per la prima volta non mi sembr comprensiva, n diretta. Invece la sentii piangere silenziosamente. Riattacc senza salutarmi. La storia degli ultimi cinque o sei anni la conoscete tutti.

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Risonanza di Marco Roberto Capelli Adesso, prova a riassumere tutto quello che sai sul fenomeno noto come risonanza. Se ti serve, puoi usare le lavagne, per non cancellare le formule che sono su quella di destra. ...Ed evita, per favore, di usare il gesso rosso, che poi non si pulisce bene. Sul momento, lo ammetto senza vergogna, mi sentivo un po impreparato sullargomento, ma ero probabilmente condizionato dal fatto di essere sceso solamente per chiedere un cacciavite. Dato che, quando sono stanco, tendo a perdere la la mia naturale diplomazia, tentai di farglielo notare senza perdere altro tempo. Un cacciavite, eh? A croce o normale? A croce, e col manico corto... comunque, se sei troppo occupato, lascia stare. Lunico occhio che mi sbirciava da sotto al macchinario crepitante brillava di una luce che conoscevo piuttosto bene. E dato che, a quellora di notte, non ero dellumore giusto per una lezione di fisica, o di biologia molecolare o di metafisica - qualunque cosa avesse in mente - decisi di tentare di andarmene, finch potevo farlo. Egidio sbuc per intero dal pertugio, la tunica sporca dolio lubrificante, gli occhiali pericolosamente in bilico sulla punta del naso, i capelli scarmigliati. Spinse gli occhiali contro la fronte con la punta del dito e mi rivolse un radioso sorriso. Dunque, cosa mi sai dire sulla risonanza? Mi limitai ad allargare le braccia, rassegnato. Ogni corpo, quando viene sollecitato da una forza, ad esempio se viene colpito oppure spinto, tende ad oscillare. Se la forza in qualche modo sincronizzata con le oscillazioni, queste si ampliano esponenzialmente. Questo grossomodo tutto quel che so. Ora, se mi potessi prestare quel cacciavite... sono quasi le due di notte e sono veramente stanco. Ho visto la luce del tuo laboratorio ancora accesa e sono venuto a vedere se ne avevi uno.... Il vero guaio che non quasi mai possibile semplificare all'osso un problema di fisica, senza lasciare indietro qualche cosa di molto importante. Anzi, spesso semplificare porta a raggiungere conclusioni del tutto errate. Pi nello specifico, trovo che la tua affermazione sia, quantunque non completamente scorretta, decisamente semplicistica. Egidio stava volutamente ignorando quello che gli avevo detto. Normalmente non mi dispiaceva intrattenermi con lui, sapeva essere un oratore interessante ed era, senza

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ombra di dubbio, un genio, a modo suo. Ma non quella notte. Avevo gi bevuto otto caff americani, fumato due pacchetti di sigarette e smontato e rimontato tre volte il generatore di potenziale elettrico che utilizzavamo per i test di conducibilit alle basse temperature, senza per altro riuscire a capire perch diavolo ancora non funzionasse. Le uniche due cose che desiderassi erano, nellordine, un cacciavite a stella e tornarmene a casa. Prendi, per esempio un pallone. Continu imperterrito. Prendi un pallone ed applicagli una forza. Ma non dargli semplicemente un calcio, perch gli forniresti s una energia iniziale, ma applicheresti la forza per un tempo troppo breve. Mim lazione di un calciatore che colpisce un pallone, poi si pul le mani sulla tunica e si avvicin alla lavagna. Il ch costituiva un brutto segno, aveva unidea per la testa ed il modo migliore che conosceva per darle forma, era quello di esporla ad un pubblico. Egidio era un oratore nato, e se non fosse stato il brillante scienziato che era, avrebbe certamente potuto diventare un grande attore. Adocchiai il cacciavite che cercavo, per la verit assomigliava stranamente al mio. Pensai per un istante alla possibilit di afferrarlo e di fuggirmene per i corridoi bui delluniversit. Ma mi resi conto che Egidio mi avrebbe inseguito ed avrebbe finito, probabilmente, con il coprire, nuovamente, i muri del corridoio di grafici e formule. Cos mi rassegnai. Disegn col gesso colorato un globo che, nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto rappresentare un pallone e continu: Ecco, se noi applichiamo una forza costante, cosa fa il pallone? Accelera, e se ne va per la sua strada, se poi continuiamo ad applicare questa forza, quello si allontana ancora di pi, e sempre pi velocemente, ma certo non si sogna neppure di mettersi ad oscillare. Annuii stancamente, speravo che ammettendo il mio errore mi avrebbe lasciato prendere il cacciavite, ma avevo sottovalutato il suo spirito didattico. Ora, continu Egidio spingendosi nuovamente gli occhiali sul naso i fenomeni oscillatori si manifestano solo quando il corpo sollecitato reagisce alla sollecitazione con una forza che proporzionale a quella applicata, tramite, semmai, una costante moltiplicativa. Pensa, ad esempio agli ammortizzatori di una macchina, oppure ad una altalena... , fece una pausa, Oppure ad un pallone da basket che rimbalza...

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Questultimo esempio doveva aver eccitato la sua fantasia, perch si volt verso di me con lespressione di un bambino che abbia appena ricevuto un nuovo giocattolo. Mi appoggiai alla parete pensando al mio generatore. Dietro di me lenigmatico macchinario a cui Egidio stava lavorando continuava a ronzare misteriosamente, emettendo suggestive scintille azzurrognole e spandendo per la stanza un inquietante odore di ozono. Quando colpiamo il pallone con il palmo della mano, laria compressa allinterno reagisce con una forza che proporzionale alla compressione. Ora, questo dovuto al fatto che la gomma che riveste il pallone mantiene laria ad una pressione costante, volendo... potremmo esaminare la cosa anche a livello molecolare: premendo sul pallone con la mano ne diminuiamo il volume interno, come conseguenza aumenta il numero di urti fra le molecole di ossigeno azoto, piombo ed altre porcherie... - beh, siamo a Milano, no? - Ovviamente, aumenta anche il numero di urti contro la membrana di gomma e da qui deriva la forza di reazione. Mi segui? Feci cenno di s con la testa ed aggiunsi In pratica funziona come un pendolo, no? Se applico la mia forza con la mano in fase rispetto al rimbalzo naturale del pallone, questo accelera in continuazione il proprio moto. Mi osserv soddisfatto. Si e no, rispose, In realt il pendolo fornisce una reazione proporzionale alla forza applicata solo per piccoli angoli di oscillazione... quando il seno di x proporzionale a x. Se pensi ad un orologio, che ha un periodo di un secondo, basta un angolo di due gradi e gi si perde quasi un secondo al giorno, cosa che onestamente inaccettabile anche per un orologio meccanico... non trovi? Uh... certamente Ovviamente si potrebbe costruire un pendolo isocrono.... Christiaan Huygens ci ha gi provato per quel che ne so, ma a questo punto il problema quello dellattrito che, inevitabilmente, aumenta allaumentare della complessit meccanica ed alla fine lorologio che ne esce, pur se teoricamente migliore, ancora meno preciso. Anche se, forse, il problema potrebbe essere risolto, mi chiedo... Ma stiamo divagando! Su questultimo punto, non avevo dubbi. Presi una sedia, la girai e mi sedetti allargando le gambe ed appoggiando il mento alla spalliera. Cancell la lavagna con la manica della giacca e disegn qualcosa che ricordava vagamente un ibrido tra unamaca ed un tavolo da ping pong. Sai cos questo? Un letto dissi. Ero veramente esausto.

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Mi guard sorpreso, non credo avesse notato lironia. No, un ponte e scribacchi sotto al disegno queste parole 7 novembre 1940, ore 11.00 AM Tahoma Narrows (Washington) Ti ricorda qualcosa? Sorprendentemente, risposi di s. Mi ricordava di un mio vecchio professore di fisica e di un filmato proiettato durante una lezione, molti anni prima. Ricordavo la luce azzurrognola, il pulsare ritmico dellotturatore e le immagini in bianco e nero che si succedevano a scatti, simili a quelle delle comiche di Laurel e Hardy. Cera un ponte, unenorme struttura dacciaio, che improvvisamente iniziava ad oscillare, sempre pi velocemente. E cerano automobili americane dagli enormi parafanghi bombati che venivano sbattute luna contro laltra mentre gli autisti, terrorizzati, si mettevano faticosamente in salvo. Poi il ponte prendeva a torcersi violentemente, come un serpente dacciaio impazzito, mentre lasfalto si sbriciolava. Il filmato era muto, ma si poteva quasi immaginare lo stridio lamentoso delle strutture e lesplodere dei rivetti spezzati. Esatto, uno degli eventi pi spettacolari della storia dellingegneria! Sorrise. Ed unincredibile coincidenza che, proprio quel giorno, vi fosse un cineamatore nelle vicinanze, venuto a riprendere non so quale evento sportivo. Lintero fenomeno, del resto, non dur che pochi minuti, ma ci vollero anni di studi per rendersi conto di cosa fosse effettivamente successo. Cera riuscito di nuovo, in qualche modo, aveva catturato la mia attenzione. Mi si avvicin, mise un dito in bocca poi lo alz verso il cielo, come se cercasse di determinare la direzione di una misteriosa corrente daria che lui solo poteva percepire. Il vento, sussurr. Era stato solo il vento. In realt il ponte di Tahoma, inaugurato solo pochi mesi prima, avrebbe potuto resistere ad un vento che soffiasse dieci, venti, cento volte pi forte di quello che lo invest quella mattina. Se solo fosse stato un vento costante! Ma il vento, quel giorno, a causa della particolare conformazione del canyon sottostante, soffiava esattamente in fase con la frequenza di risonanza del ponte! Capisci? Come unaltalena? Giusto!! Il vento amplificava i naturali movimenti della struttura, particolarmente elastica, sempre di pi, sempre di pi, sempre di pi. Fino al crollo. Fortunatamente non vi furono morti, con leccezione di un cane, che non ne volle sapere di

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abbandonare la macchina del padrone. Anzi, arriv persino a mordere un passante che cercava di trascinarlo in salvo. Sono sempre i migliori i primi ad andarsene, eh? La reazione spaesata di Egidio a qualsiasi tentativo di ironia era tremendamente scoraggiante, cos, per quella sera, decisi di evitare altri commenti. In ogni fenomeno oscillatorio... Egidio ignora quasi sempre le cose che non capisce. ...sommando due onde si ottiene la massima ampiezza quando queste sono in fase. E il motivo per cui, se un esercito deve attraversare un ponte, viene ordinato ai soldati di abbandonare il passo militare e di proseguire in ordine sparso. Che io sappia nessun esercito ha mai distrutto un ponte... senza bombardarlo intendo, per non si sa mai. Certe costruzioni gigantesche dei nostri giorni, vengono progettate con, al loro interno, enormi oscillatori che lavorano in direzione opposta a quella delle oscillazioni naturali delledificio, proprio per evitare fenomeni di risonanza. Mi alzai dalla sedia Okay, Egidio, adesso hai la mia attenzione. E quindi puoi dirmi cos quel coso laggi., dissi, indicando la macchina che continuava a crepitare minacciosamente in fondo al laboratorio. Egidio era al colmo della gioia. Ti presento R.O.M.E.O.! R.O.M.E.O.? RisOnatore a Microonde di EgidiO Ah... Sfoder un sorriso smagliante e si avvicin a quel coso dallaspetto sinistro. Assomigliava ad una arancia bitorzoluta, delle dimensioni di un piccolo furgone. Cavo allinterno e rivestito di fogli di alluminio si appoggiava su quattro piedi dotati di ammortizzatori. Qua e l spuntavano fasci di cavi colorati che strisciavano sul pavimento fino a collegarsi a cinque decrepiti terminali allineati contro la parete, sui cui monitor scorrevano in rapida successione infinite serie di dati alfanumerici. Sul lato opposto alla lavagna cera una sorta di braccio metallico che terminava in una sfera dorata, il braccio puntava verso una piattaforma grande quanto un piatto da portata, sostenuta da un treppiede per macchine fotografiche. Lintera struttura dava nel complesso, limpressione di essere stata costruita con pezzi di scarto e non sembrava offrire nessuna garanzia di solidit. Le scintille azzurrognole ed il crepitio continuo contribuivano, poi ad una generale impressione di malignit, che, al momento, attribuii alla mia stanchezza.

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Egidio si sfreg le mani e la sua espressione era, pi che mai, quella di un bambino alle prese con un nuovo giocattolo. Si avvicin alla macchina e laccarezz dolcemente. Ebbi limpressione che il crepitio si trasformasse in un ronfare sordo, come di gatto. Beh, sai, sono partito dal ponte... ma di strada ne ho fatta parecchia. Cercher comunque di essere quanto pi semplice possibile. Se passiamo dal livello macroscopico a quello microscopico, mi sono detto, le cose non possono cambiare di molto. Se esaminiamo una molecola, una qualsiasi molecola, cosa scopriamo? Che gli atomi che la compongono vibrano! Giusto? Ciascuno con una propria frequenza. Questo normale... ma cosa accadrebbe se noi potessimo accelerare questa frequenza, una, dieci, cento volte? Gi, cosa? avevo un po paura della risposta. Prima avremmo un aumento di temperatura. Un semplice aumento di temperatura. Un fenomeno ben noto, ma se noi potessimo andare oltre, molto oltre quel punto... allora le molecole si spezzerebbero, producendo una certa quantit di energia, dettaglio trascurabile, ed atomi liberi! Disintegrazione? Completa. Il sorriso di Egidio era smagliante. Ora, i problemi che dovevo risolvere erano fondamentalmente due: primo, come fare vibrare le molecole, secondo, come conoscere la frequenza propria di ciascun composto. Egidio mi guard da sopra gli occhiali con aria complice. La risposta al primo problema venne quasi da s - fu una specie di illuminazione - mentre stavo riscaldando una omelette nella mensa degli insegnanti- microonde! Lhai preso tu, allora.... dissi fissandolo con sorpresa. Non so di cosa parli... Egidio sembrava imbarazzato. Del forno a microonde che stava in sala mensa sospirai. Ahem, sai ho dovuto fare tutto con mezzi propri... in ogni caso non sei curioso di sapere come ho risolto, brillantemente, il secondo problema? In effetti, lo ero, nonostante lora fosse spaventosamente tarda ed avessi lezione la mattina successiva. Come? Nel modo pi semplice! Provandole tutte! La mia macchina oscillatrice testa il materiale campione inviando onde di frequenza crescente. I dati rilevati sono

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analizzati da questi elaboratori che, in presenza di uno specifico segnale di risposta identificano la frequenza corretta. Stabilita la frequenza, si tratta solo di aumentare il livello energetico fino a che... ma aspetta, che ne dici di un esempio? Dai, dammi il tuo orologio. Era un regalo della mia ex moglie, in realt lo tenevo solo per ricordarmi di lei quando mi sentivo solo. Mi aiutava a non sentirne la mancanza, comunque glielo diedi. Egidio lo appoggi sulla piattaforma e mi allung un paio di occhiali protettivi da saldatore. Indossali mi disse. Quindi mi fece allontanare di qualche passo ed inizi a digitare comandi sul terminale del PC pi vicino. La macchina inizi a ronzare con insistenza, una ragnatela di scariche elettriche si disegn sulla superficie lucente, mentre sugli schermi alle mie spalle scorrevano velocissimi cifre e numeri. Ecco, ci siamo, la frequenza stata identificata I neon che illuminavano il laboratorio iniziarono a spegnersi ed a riaccendersi in rapida successione mentre le lampade ad incandescenza ronzavano e proiettavano attorno una luce sanguigna e tremolante. Egidio punt il dito indice verso la piattaforma ed io guardai, il mio orologio era sempre l, ma una strana luminescenza verdastra lo stava avvolgendo. Poi, allimprovviso, i contorni delloggetto si fecero incerti, come se lo stessi osservando attraverso una densa nebbia. Un istante dopo, non cera pi. Non avevo sentito un rumore, se non il sibilo sordo ed avvolgente che proveniva dallinterno della macchina, non cera stato un lampo di luce o un filo di fumo, semplicemente, il mio orologio non esisteva pi. Fissai Egidio con la bocca spalancata, mentre lui mi rivolgeva un radioso sorriso. Il ronzare della macchina si fece nuovamente intermittente e solo rare scintille luccicavano ancora sulla superficie metallica. Allora, cosa te ne pare? Non avrei saputo cosa rispondere. Me ne andai senza cacciavite, quella sera. Inutile dire che la lezione della mattina dopo fu un vero disastro, ma almeno il generatore si era rimesso a funzionare e potemmo riprendere gli esperimenti. Nei giorni successivi cercai di evitare Egidio quanto pi possibile e, ogni volta che qualcuno accennava al furto del microonde della cantina, cambiavo discorso.

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Era ormai passato quasi un mese, quando ricevetti una telefonata in laboratorio. E per te, Roberto disse il mio collega. Credo che sia lingegner Sacchi....sai, quello un po svitato., aggiunse coprendo la cornetta con la mano. Egidio Sacchi? Dissi, sorpreso. Mi chiedo... passamelo, per favore. Egidio? Ci siamo, ci siamo! la voce dallaltro capo della cornetta era eccitatissima. Eh? Ci siamo dove? Lesperimento finale, il primo vero test. Senti, facciamo cos, ti aspetto domani mattina alle sei nel mio laboratorio, ho bisogno di te, le tue competenze sono essenziali per la riuscita dellesperimento. Ti spiegher tutto con calma. Ma domattina Domenica, voglio dire.... Diamine, Roberto, non fare storie. Domattina alle sei, non mancare. Ma.... pronto....pronto?...ma che diamine! Problemi di qualche tipo? No mentii Per la verit non ho neppure capito cosa volesse. Che svitato, quello... lo sempre stato. Ha fatto saltare il suo laboratorio almeno cinque volte negli ultimi dieci anni. Puoi reggermi questo campione? Accidenti al generatore, continua a fare i capricci... Ma non lo avevi riparato?. Si, ma mancano cinque viti. Come? Non importa. sospirai Aspetta che ti aiuto. Quella sera andai a letto con la ferma convinzione che, qualsiasi cosa fosse successa, non mi sarei lasciato coinvolgere nelle follie di Egidio ed, infatti, la mattina dopo alle sei meno dieci mi trovavo nel suo laboratorio. Fantastico, un tempismo perfetto esclam. Grazie, risposi, un po imbarazzato. Come? Ah, no, non mi riferivo a te, parlavo delle batterie. Completamente cariche. Per quanto riguarda noi, dobbiamo incominciare a muoverci o non faremo in tempo.

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Lo guardai, aveva laspetto pi allucinato del solito, i capelli bianchi e unti, gli occhiali sporchi di olio e storti sul naso, la faccia tirata di uno che non doveva aver dormito molto negli ultimi giorni. Sai dove trovare le chiavi del furgone del dipartimento? Io s, ma cosa.... Ci serve per forza un furgone, ho visto la tua macchina dalla finestra, troppo piccola. Troppo piccola per cosa? Non ci capivo pi nulla. Per la macchina no? Ti ho detto che era il giorno adatto. Oggi tenteremo un esperimento sul campo. Senti io non verr da nessuna parte, e comunque non ho la minima intenzione di rompermi la schiena per portare quel coso ... in gita turistica. Cos dicendo mi voltai in direzione della macchina e notai con sorpresa che si era... ristretta. O meglio che, al posto di quella che avevo visto un mese prima, se ne trovava una versione ridotta. Una sorta di barbecue sferico montato su di un carrello a ruote. Come vedi ci ho lavorato parecchio in questultimo mese, ti presento R.O.M.E.O. Junior Egidio fece una pausa contemplando la sua creazione, poi si volt di nuovo verso di me con un sorriso disarmante Ho davvero bisogno del tuo aiuto, Roberto, per favore. Questa una cosa che non posso fare da solo. Egidio era un genio, senza ombra di dubbio, e questo deve aver solleticato quella piccola quantit di orgoglio che persino io devo avere da qualche parte. Egidio era un genio ed aveva bisogno di me. Acconsentii, per il bene della scienza. Trasportare R.O.M.E.O. junior dal laboratorio al cortile dove avevo parcheggiato il vecchio ducato della facolt non fu unimpresa di poco conto. Le tre batterie, in particolare erano pesantissime. In realt non ne avevo mai viste di simili, contenevano centinaia di minuscole celle ripiene di una sostanza in continua ebollizione. Quando finalmente appoggiai la prima sul pianale del ducato, mi avvicinai per osservarla meglio. Uno degli elettrodi era certamente di piombo, ma non riuscivo a capire di quale lega fosse laltro. Aveva il colore del rame ma con strane venature bruno giallastre. Allungai la mano per sentirne la consistenza. Non farlo. Egidio mi guardava con aria incerta. Non le rompo!, risposi un po stizzito.

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Oh, questo non un problema, non sono molto fragili. E che toccare gli elettrodi.... male. Fermai la mano a pochi centimetri dalla batteria. Avevo un brutto presentimento. Quanto male? chiesi. Circa mille volt. ...mille... Con meno non funziona. si scus Tre batterie da mille volt collegate in serie. Per un totale di tremila volt. Terminai di caricare le batterie con religioso rispetto, chiedendomi perch mai mi lasciassi sempre coinvolgere in situazioni di questo tipo. Caricammo le ultime attrezzature e, finalmente, Egidio fu soddisfatto ed Ducato lasci il cortile del dipartimento di fisica con un rombo irregolare. Non ero autorizzato ad usare quel furgone, era in un certo senso un peccato veniale, ma il pensiero di quel che portavamo con noi mi rendeva alquanto nervoso. Ecco disse Egidio indicandomi un punto sulla carta geografica questa una localit completamente deserta, qui potremo lavorare senza essere disturbati. Era piuttosto lontano ed il motore del furgone tossiva in maniera preoccupante. Sarebbe stato un lungo viaggio, cos tentai di convincere Egidio a spiegarmi, finalmente, in cosa consistesse lesperimento che avremmo dovuto compiere. R.O.M.E.O. junior non solo una versione pi compatta della prima macchina, sfrutta anche un principio fondamentalmente differente. Fin dallinizio mi ero reso conto che il processo di disintegrazione richiedeva un quantitativo di energia che cresceva esponenzialmente al crescere della massa delloggetto irradiato. In parola povere, per atomizzare un oggetto di massa pari a cinquanta chilogrammi sarebbe stata necessaria tutta lenergia prodotta da una centrale atomica, mentre, per un oggetto di cento chilogrammi, beh.. non sarebbe bastata lenergia prodotta in tutto il mondo occidentale. Come puoi facilmente capire, questo avrebbe ridotto la mia macchina ad una curiosit da museo, affatto priva di valore pratico. Annuii e lui continu. Pochi calcoli... - Sorrisi allidea di cosa Egidio considerasse pochi calcoli - ...Mi bastarono per rendermi conto che dovevo passare ad un approccio differente: se lenergia necessaria per la disintegrazione non poteva essere fornita dallesterno, allora doveva necessariamente essere generata allinterno del processo. Questo il

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principio che sta alla base del funzionamento di junior. Lui non disintegra loggetto irradiato, si limita ad innescare la reazione a catena che lo fa. Le prime molecole che iniziano ad oscillare in risonanza trasmettono il moto a quelle limitrofe, avviando un processo che si interrompe solo quando lintero corpo consumato. Geniale, dissi, rabbrividendo,. Ma che tipo di test hai in mente? Oh, qualcosa di semplice, si tratta solo di prendere qualche fotografia, prima e dopo, insomma. Egidio... Si? Che cosa vuoi disintegrare? Mi guard con linnocenza di un bambino. Una cosa da nulla.... solo un piccola montagna. Sbandai, perdendo per un istante il controllo del veicolo. La ruota posteriore si infil in una buca sul ciglio della strada ed il furgone sussult cigolando. Che cosa? gridai, guardandolo con gli occhi sgranati Io non avr nessuna parte in questa follia! Oh, ma non necessario che tu abbia parte nellesperimento, grazie comunque. Ma se mi hai chiamato tu per aiutarti! esclamai, sorpreso. Beh, lo hai gi fatto, il mio problema era che, vedi.... mi serviva un autista. Io... non ho mai preso la patente. Come? Sai, quei quiz, erano cos semplici e noiosi che non sono mai riuscito a concentrarmi a sufficienza per passare lesame. Resistetti allimpulso di strozzarlo e continuai a guidare lentamente. Mi sentivo umiliato. Irragionevolmente umiliato, lo ammetto, ma, comunque, umiliato. Seguendo le istruzioni di Egidio, attraversai una Milano stranamente quieta ed addormentata e mi diressi verso Nord, in direzione dei laghi. La strada deserta ed un filo di nebbia che stagnava sullacqua immobile, davano al paesaggio unaria irreale, complice la radio che insisteva a trasmettere canzoni da vecchio film americano. Costeggiammo la sponda orientale del Lago di Lecco per una

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trentina di minuti, senza parlare, mentre Egidio continuava a rivoltare tra le mani una vecchia mappa dellistituto topografico militare. Qui, a destra! mi disse allimprovviso. Svoltammo in direzione di Sondrio ed il furgone inizi ad arrampicare scoppiettando mentre risalivamo lungo la valle dellAdda. Era una splendida mattina di primavera e tuttattorno ci circondavano superbe montagne verdeggianti mentre, pi in l, brillavano i picchi rocciosi del Bernina, ancora coperti di neve. Non eravamo lontani dal confine con la Svizzera quando ci fermammo ad un passaggio a livello. Un cartello turistico alla nostra destra invitava a visitare il Santuario della Madonna di Tirano ed io ne approfittai per scendere e sgranchirmi le gambe, costrette, da pi di due ore, a litigare con una frizione troppo consumata. Manca ancora molto? brontolai dal ciglio della strada mentre ildiretto Zurigo Milano ci passava davanti sferragliando senza fretta. Oh, poco, veramente poco! Appena dopo labitato di Campocologno, dovrebbe esserci una mulattiera che sale obliqua verso la Valposchiavo. Qualche chilometro appena.... Ma non cerano montagne pi vicino a Milano? chiesi rimettendomi al volante. A volte faccio domande stupide, lo so. La strada si fece dapprima pi piccola, quindi decisamente minuscola, mentre Egidio continuava a raccontarmi, senza che io gli prestassi la minima attenzione, di come fosse stato difficile trovare una formazione rocciosa che presentasse le caratteristiche di purezza ed omogeneit che erano assolutamente necessarie per la corretta riuscita dellesperimento. Poi anche lasfalto spar, per lasciare posto alla ghiaia ed infine allerba dei campi. Le mucche ci guardavano curiose, forse un po annoiate dal ronzare asfittico del vecchio diesel, mentre Egidio, mezzo fuori dal finestrino, continuava a guidarmi indicando col braccio improbabili svolte su altrettanto improbabili sentieri. Pure, incredibilmente, il furgone ce la fece ed alla fine parcheggiammo allombra di un grosso albero, in un alpeggio che avrebbe potuto tranquillamente essere un angolo di paradiso nascosto tra le Alpi Italo-Svizzere. Non ho difficolt ad ammetterlo anche se, lo so, non mi fa molto onore, quando arrivammo ero talmente irritato dalla presenza di Egidio che riponevo tutte le mie

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speranze nella certezza, peraltro ragionevole, che quellassurdo esperimento sarebbe fallito. E le mie certezze si consolidarono ulteriormente quando, finalmente, scesi dal furgone e laria fresca della montagna risvegli il mio raziocinio. Proprio di fronte a me si ergeva il Sassalbo, un solitario e maestoso sperone di roccia illuminata dal sole sullo sfondo delle Alpi Orobie. Ottocento metri di pareti verticali e brulle, milioni di tonnellate di solido granito. Guardai la macchina ricoperta di carta stagnola e lometto sporco che le si affaccendava attorno e sorrisi. Quel coso patetico non avrebbe smosso un sasso, ovviamente. Egidio mi guard con gratitudine quando lo aiutai a scaricare lapparecchiatura che posizionammo con cura allombra di un pino. Effettu alcuni calcoli per determinare la posizione approssimativa del baricentro della montagna ed, aiutandosi con una bussola ed un compasso, vi punt contro il globo dorato. Lavorava in silenzio e con estrema concentrazione mentre io sedevo poco distante, masticando un filo derba. Apr la borsa di pelle ed estrasse un laptop ultimo modello, lo appoggi delicatamente sullerba, lo colleg alla macchina e lo accese con gesto solenne. Devessere quello che il rettore non riusciva pi a trovare... mi limitai a commentare. Ahem.... fu lunica risposta ed io mi chiesi se, in fondo, Egidio non avesse sbagliato carriera. Quando ebbe finito tornammo al furgone, per scaricare le batterie. Egidio sal sul pianale per iniziare a spingerle, io restai a terra. Pochi istanti dopo, dalle profondit del vano di carico mi giunse un gemito. Dio mio....Dio mio.... ripeteva la voce piagnucolante. Che cosa successo? Le batterie! Due batterie si sono capovolte quando abbiamo sbandato e lacido uscito, sono inutilizzabili! Assolutamente inutilizzabili.... Mi sentii assurdamente in colpa. Impossibile, fa vedere.... Inutilizzabili, ti dico!! Sedemmo a lungo in silenzio, la schiena appoggiata al furgone, ciascuno immerso nei propri pensieri. Io, vagamente in odor di rimorso, lui, sperduto in chiss quale elucubrazione mentale. Aveva una faccia impenetrabile e sembrava ancora pi inumano del solito.

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Improvvisamente il terreno inizi a vibrare. Una vibrazione sorda e continua. Ci voltammo in direzione della montagna, un ETR 470 delle ferrovie svizzere stava uscendo dalla galleria. Ci pass accanto ad alta velocit sferragliando sui binari per poi sparire in pochi secondi in direzione di Milano. Ma certo!!! esclam Egidio Che stupido a non pensarci prima, devo essere davvero molto stanco. Quanto sono lunghi i cavi da alto voltaggio che abbiamo nel baule? Non so risposi, vagamente preoccupato, venti, forse trenta metri..... Basteranno, devono bastare... esclam balzando in piedi, Seguimi. Ma dove? Tremila volt sorrise I treni italiani sono alimentati con corrente continua, a tremila volt. Feci oscillare il cavo. I sassi legati allestremit erano una buona idea, con un po di fortuna avrebbe anche potuto funzionare. Anzi, no, pensai, se fossimo stati fortunati, non avrebbe funzionato. Allora disse Egidio ripassiamo il piano Ok.... Hai indossato i guanti isolanti? Si. Gli occhiali protettivi Si... Bene, bene! si sfreg le mani Il cavo A collega il binario del treno alla macchina, e qui non ci sono problemi. Parliamo del cavo B: il mio estremo collegato a R.O.M.E.O. junior, ed il tuo stato liberato dal rivestimento isolante. I sassi con cui lo abbiamo appesantito ti consentiranno senza problemi di imprimere una energia cinetica sufficiente a raggiungere lobiettivo. Devi solo farlo ruotare un paio di volte e poi lanciarlo. Secondo i miei calcoli, si arrotoler alla catenaria e chiuder il circuito. A quel punto, prima di fondere per leccesso di calore, dovrebbe fornire trenta o quaranta secondi di alimentazione alla macchina. Pi che sufficienti ad attivare il processo di disintegrazione. Sicuro. dissi, veramente poco convinto. Ah, Roberto...

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Si? Lascia andare il cavo appena lo vedi attorcigliarsi, ok? Promesso.... sapevo che qualcosa non andava ma, in quel momento, giuro, non riuscivo a ricordare cosa. Era un dettaglio importante, ne ero certo, ma, per quanto cercassi di afferrarlo, continuava a sfuggirmi. Bene, bene! Egidio si sfreg nuovamente le mani. Bilanciai il peso sulle gambe ed iniziai a far ruotare il cavo. Simili a rudimentali bolas i pesi sibilavano nellaria. Ora! grid Egidio. Lanciai. Fu un lancio perfetto, dopo un rapido volo il cavo raggiunse la catenaria e le si attorcigli strettamente attorno. Lascia tutto!!! Cosa? Lascia tutto, ho detto Egidio gridava ma io non riuscivo a sentirlo, un crepitio assordante mi circondava, scintille blu e verdi correvano e si intrecciavano attorno al cavo mentre il rivestimento plastico colava sullerba. Mi guardai le mani, anche i guanti stavano bruciando, quanto pi velocemente possibile, lasciai la presa e li gettai a terra. Poi lesplosione mi rovesci al suolo. Non credo di essere svenuto, ma tutto, attorno a me, sembrava muoversi con assurda lentezza. Pi che preoccupato, ero infastidito da quel mondo al rallentatore. Mi bruciavano le mani e mi girava la testa ed Egidio urlava qualche cosa che non riuscivo a capire. Ebbi limpressione che passassero ore, ma in realt, non deve essere durato pi di qualche secondo. La prima immagine che ricordo un brandello di cavo che oscilla appeso alla catenaria, mentre il rivestimento in pvc brucia e cola sulle rotaie in grosse gocce di fuoco. Com possibile, com possibile! piagnucolava Egidio. Mi voltai e lo vidi, aveva i capelli sconvolti, il viso annerito e le sopracciglia bruciacchiate ma, nel complesso, sembrava stare bene. R.O.M.E.O. junior invece, era ridotto ad un cumulo di rottami fumanti. La mia macchina! La mia macchina! ripeteva ossessivamente girando intorno a quel patetico cumulo di rottami metallici, chinandosi in continuazione come se volesse accarezzare un amico morto e si ricordasse solo allultimo momento che, in realt, si trattava di metallo incandescente.

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Mi avvicinai ed Egidio, finalmente, si accorse della mia presenza. Com possibile? mi chiese. Sto bene, grazie. dissi. Mi guard come se non mi vedesse. Un sovravoltaggio disse. Ma non possibile..... Non ci fu verso di cavargli molto altro. Avevo le mani malamente scottate, strappai le maniche della tunica e me le fasciai in qualche modo. Caricammo i rottami nel furgone ed iniziammo un mesto viaggio di ritorno. Egidio non disse una parola, n io mi sentivo di umore migliore. Quando finalmente svoltammo sulla strada principale, mi resi conto che ci trovavamo parecchio lontano da Milano. Sarebbe stato un lungo viaggio. In effetti, stando ai cartelli alle nostre spalle, la zona in cui ci eravamo inoltrati non era neppure Italia, ricadeva piuttosto, gi sotto alla giurisdizione svizzera. La ferrovia che avevamo visto, infatti, era un tratto secondario della linea Milano - Zurigo. Di nuovo, un campanello tintinnava nella mia mente, di nuovo, non mi riusciva di capire di cosa si trattasse. Quando, faticosamente terminammo di trascinare i miseri resti di R.O.M.E.O. nel laboratorio di Egidio era ormai notte fonda. Le mani mi facevano davvero molto male, in pi, avevo fame e mi girava la testa. Buonanotte, allora. lo salutai. Neppure mi rispose, cos restai a guardarlo ancora un momento, mentre saliva le scale, poi me ne andai. Fortunatamente la mia macchina era ancora nel parcheggio, avevo davvero bisogno di tornare a casa e di dormire. Decisi che, il giorno successivo, non sarei andato al lavoro. Qualcuno mi avrebbe sostituito. Un lungo bagno caldo e due uova strapazzate mi rimisero in sesto quel tanto che bastava, eppure, per quanto fossi stanco, una volta a letto, non mi riusc di prendere sonno. Come facevo sempre in questi casi, allungai la mano ed estrassi un volume a caso dalla pila di riviste e libri letti soltanto a met che ingombravano la pedana. Treni e ferrovie - mensile, quando si parla di coincidenze... Iniziai a leggere: ... Recentemente, sulle linee AV Milano-Napoli stato adottato il sistema di elettrificazione monofase a 25kV c.a. 50Hz, innovativo rispetto al sistema a 3kV corrente continua con il quale elettrificata l'intera rete ferroviaria italiana. Sulle

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interconnessioni, i nodi urbani e nei tratti in cui l'AV in stretto affiancamento con la linea esistente - per evitare interferenze con gli attuali sistemi di segnalamento - la tensione di alimentazione pari a 3 kV. In effetti, lalimentazione a 3kV corrente continua ha sempre creato difficolt di interfacciamento tra le linea ferroviaria del nostro paese e quella dei paesi confinanti. Per i collegamenti con la Svizzera, ad esempio, paese dove i treni sono alimentati a 15 Kv corrente alternata, stata necessaria lintroduzione di motrici specificamente modificate le ETR 470 per poter funzionare con ambedue le tensioni di alimentazione. ... la Svizzera, paese dove i treni sono alimentati a 15 Kv corrente alternata ... Abbastanza stupido da parte mia, avrei dovuto ricordarmene. Avevo gi letto quellarticolo qualche settimana prima. Quindicimila volts... povero R.O.M.E.O. gli avevamo, letteralmente, fritto le valvole. Questo comunque spiegava tutto, anche le mie mani scottate. Ebbi un brivido e ringraziai i guanti isolanti. Avrei dovuto telefonare ad Egidio? Me lo immaginai nel laboratorio intento a sezionare il cadavere della sua creatura alla ricerca disperata di un errore di progettazione che non cera. Guardai il telefono sul comodino. Avevo il numero del suo laboratorio nel portafoglio. Sorrisi, mi tolsi gli occhiali, spensi la luce e mi addormentai. Che volete, una lezione di modestia fa bene anche ai geni, a volte. Quella notte dormii molto male. E non era certo la mia coscienza a turbarmi. Nei miei sogni stavo cercando di sfuggire ad un pericolo invisibile ed incombente. Non capivo di cosa si trattasse ma correvo, poi, quando sfinito, finalmente mi giravo per guardare alle mie spalle, mi svegliavo. Appena riuscivo a riprendere sonno, il sogno ricominciava. E poi cera quel rumore, un sibilo cupo e continuo, quasi sotto la soglia delle frequenze udibili. Contrariamente al solito, larrivo del mattino fu un vero sollievo. Mi lavai i denti e mi stirai pigramente davanti allo specchio. Anche senza le occhiaie, non avevo un bellaspetto. Telefonai alluniversit dicendo che stavo male e che non sarei andato, mi preparai una spremuta con tre aranci ed un limone e mi sedetti sul divano.

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Accesi la TV, niente cartoni animati. Trasmettevano invece una edizione straordinaria del telegiornale del mattino. Il cronista aveva sul volto una maschera di cordoglio professionale, appoggiai il telecomando sul cuscino e mi preparai ad ascoltare il consueto elenco di sciagure e calamit. ...confermiamo la notizia che vi abbiamo dato qualche minuto fa. Per quanto incredibile. Il diretto Zurigo Milano delle 6.35 antimeridiane risulta... scomparso! Lintero treno. Ha lasciato in orario la stazione di Zurigo ed stato visto transitare regolarmente per la Valposchiavo, ma non ha mai raggiunto la stazione di Campocologno. Inizialmente si era pensato ad un semplice guasto sulla linea elettrica. Questa ipotesi, anche se non avrebbe potuto spiegare linterruzione istantanea e completa di tutti i contatti, era comunque sostenuta dal fatto che sulla stessa linea, nella mattinata di ieri, si era verificata una inspiegabile interruzione nellalimentazione elettrica. Tuttavia i rapporti dei primi mezzi di soccorso, per quanto contraddittori, hanno immediatamente smentito questa possibilit. Ma passiamo la parola al nostro inviato Stefano Martinelli che si trova sul posto fin dalle prime ore di questa mattina. Ci sei Stefano? Si, studio, ci sono. Qui sta accadendo qualcosa di veramente incredibile. Sono da poco arrivati anche i mezzi speciali dellesercito e ci hanno obbligato ad allontanarci, non solo, ci hanno sequestrato tutti i filmati che avevamo girato. Cosa? Esatto, una cosa senza precedenti, siamo comunque riusciti ad installare questa seconda postazione demergenza a circa cinquecento metri dalla zona interessata. Stiamo usando una vecchia telecamera a mano e quindi ci scusiamo fin da ora con i telespettatori per la qualit scadente delle riprese. Qualit scadente delle riprese doveva essere un eufemismo giornalistico, in effetti non si vedeva quasi nulla, e loperatore continuava ad inquadrare ora i piedi ed ora il viso del giornalista come se non gli riuscisse di fermarsi un istante. Prova a raccontarci cosa sta succedendo, Stefano, ci sono stati molti morti nel deragliamento? Si trattato di un incidente o di un attentato? E questo uno dei punti misteriosi, non si registrano n morti n feriti, o meglio non

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si sa. Non si pu nemmeno parlare di deragliamento, in un certo senso... Lintero treno scomparso! Cosa? Cosa intendi per scomparso? So che sembra incredibile, ma come se si fosse volatilizzato nel nulla. Semplicemente, partito e non mai arrivato. Un ETR 470 con dieci vagoni e pi di cento persone a bordo. Ma questo impossibile. Ci sono tracce di unesplosione? Nessuno lo sa, lintera zona ora sotto il controllo della polizia militare svizzera, ma da quello che abbiamo visto... Ora, so che sar difficile crederci, ma vi possiamo garantire che la verit... Tutto il paesaggio non come dovrebbe essere. Secondo la mappa, qui ci dovrebbero essere una serie di picchi rocciosi, una montagna di quasi tremila metri, una galleria, un alpeggio.... ma in realt, non c nulla. Sembra di essere in un angolo di deserto, ci sono dune di sabbia finissima ed incolore e basta. E poi.... E poi cosa? Prosegui, Stefano, per favore. E poi c questa strana luminescenza verdastra che sembra permeare ogni cosa. E difficile da spiegare. Potrebbe essersi trattato di un attacco nucleare, una nuova arma del terrorismo internazionale? Un esperimento militare fallito? Ci sono tracce di radioattivit? No, abbiamo avuto gi modo di chiederlo ai militari, nessuna traccia di radioattivit. La mia opinione personale che i militari siano anche pi perplessi di noi. Qualunque cosa sia successa qui, un totale mistero, anche se c chi ha ravvisato dei paralleli con quanto accadde a Tunguska nel millenovecentootto, quando... Stefano... Si, studio? Dietro di te, cos quel bagliore? Dov....... Stefano... Stefano? Scusate, il collegamento si interrotto, deve trattarsi di un problema tecnico. Ci ricollegheremo al pi presto con Stefano Martinelli per tenervi informati su questo incredibile caso, ma prima, facciamo un breve aggiornamento sullattuale crisi di governo.... Spensi il televisore.

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Il fischio che mi aveva ronzato nelle orecchie tutta la notte si stava facendo pi intenso, reale. Non era pi possibile fingere di ignorarlo. Guardai fuori dalla finestra, la gente cominciava ad uscire dalle case. Qualcuno si guardava intorno con aria smarrita, qualcunaltro allargava le braccia. Lo sentivano anche loro. Un bambino, tra le braccia della madre, stava piangendo. Suon il telefono. Alzai la cornetta senza staccare gli occhi da quel che succedeva al di l dei vetri. Roberto? Sono Egidio! la voce dallaltra parte del filo era squillante come quella di un bimbo. Ho capito tutto! E stato un sovravoltaggio, non pu essere stato niente altro. Per un qualche motivo la linea cui ci siamo collegati non era a tremila volt, la tensione era probabilmente almeno cinque o sei volte superiore. Complimenti. Sussurrai. La folla stava crescendo ed alcuni indicavano il cielo. Si sentiva il rombare dei jet militari ed il rumore pi sordo di alcuni elicotteri. Posso ricostruire R.O.M.E.O., R.O.M.E.O. III avr un sistema di controllo pi sofisticato e.... mi stai ascoltando? Certo Egidio, ti ascolto.... Tu credi che mi daranno il premio Nobel? Fuori, nella strada, qualcuno stava urlando mentre, la luminescenza verdastra che illuminava lorizzonte, si faceva sempre pi brillante e sempre pi vicina. Chiusi gli occhi, mi sentivo molto, molto stanco. No, Egidio dissi Penso proprio che non vincerai mai il premio Nobel.

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La meccanica del taglio Stavolta c'ero ricascato, e non avevo scusanti, o forse poteva essere stata la fretta ansiosa, da rappresentante di commercio o da tecnico informatico itinerante, che avevo quella mattina. Osservo di sfuggita che non c'era minimamente motivo per avere fretta, non vendo niente e non riparo nulla, il mio lavoro Ma in fondo cosa v'importa di come mi guadagno da vivere? Lavoravo in ufficio, fino a qualche tempo fa, ora sono un freelance. Free-lance di che, non so: un po' di tutto, se vogliamo. Se il fatto che sia precario vi offende o vi urta, fate conto che sia uno studente fuoricorso: non esattamente la verit, ma, per quel che voglio dirvi, basta ed avanza. C'era anche un pallido sole (ottobre inoltrato, badate bene), non potevo lamentarmi. Cos avevo imboccato l'autostrada, saranno state le dieci, ormai tutti dovevano essere al lavoro, voglio dire quelli che ce l'hanno, un lavoro: non si vedeva un'auto n tanto meno un camion per chilometri. Passarono cos forse dieci minuti, ero al volante, ed avevo anche sonno: una fiacca mortale. Sapete quei cartelli che dicono "Sei stanco? Il prossimo autogrill a 5 km" o qualcosa del genere, e ci sono sempre una forchetta ed un coltello intrecciati come falce e martello. Me ne era appena passato uno accanto, e pensavo di spararmi un Camogli od un Capri, un panino insomma di quelli griffati, ed un espresso doppio. Ah, ecco, non avevo fatto colazione, e questo spiega qualcosa, di sicuro la fame, forse anche la debolezza. All'autogrill non ci sono arrivato per, perch ad un tratto, mentre l'autostrada tagliava in due il pioppeto, ho visto la sagoma di un animale steso sull'asfalto; ho accostato nella prima piazzola e sono sceso: ancora non passava nessuno. Me la sono presa con calma, gi la fretta mi era passata, o forse era l'idea del Camogli che mi aveva messo una gran rilassatezza. Era un uccello, l'ho avvolto in un telo di plastica, e me lo sono portato verso la macchina, poi ho appeso il telo fuori come si fa del pastone o delle esche per la pesca, e l'uccello zompettava di vita fittizia, perch a me sembrava morto, certamente travolto all'ora di punta quella mattina. Sperai nitidamente di non incontrare la Stradale in quello stato. Perch lo tirai su, non lo so ancora: era che m'incuriosiva quell'aria un po' da capellone un po' da statua dell'isola di Pasqua e poi aveva un becco appuntito che non mi ricordava nessun uccello che conoscevo. (Devo essere onesto, e dire che non sono n zoologo n ornitologo n niente di niente, per quella bestia disgraziata mi

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intrigava: non l'avrei messa a cavallo tra lo specchietto ed il finestrino altrimenti). Ed era anche bello grosso, forse morto, ma grosso. Di per s, fin qui, non avevo commesso nessuno sbaglio, pensai che magari qualcuno potesse rianimarlo, un uccello cos, qualcuno che ne ha un'idea un po' pi precisa di me. Cos, lasciai l'autostrada, e addio Camogli: e gira che ti gira mi trovai in una mezz'oretta di nuovo nel punto da dov'ero partito e, conseguentemente, sulla strada per casa di Egidio. Lo so, lo so, che da tanti punti di vista, dopo quello che era successo con l'ETR 470, la galleria e tutto, quello era l'ultimo posto dove avrei dovuto rivolgermi. Non sto cercando di giustificarmi, per mettetevi nei miei panni: un grosso uccello per le mani ( la verit, anche se immagino susciter le vostre volgari ironie), avevo fretta (non so perch), e fame (l lo so il perch, ma uccelli morti e Camogli non si sposano bene il pi delle volte, e poi all'autogrill ci sarebbe stata sicuramente qualche gazzella ferma, e forse avere uccelli morti in macchina reato: non lo so, ma possibile). Il laboratorio di Egidio era nel solito caos, sembrava il trasloco rapido del Museo della Scienza fatto da uno scimpanz: una cosa che notavo era il numero eccezionale di attrezzi per il serraggio. La lezione doveva avergli insegnato qualcosa: c'erano cacciaviti di tutti i tipi e di tutte le grandezze, chiavi a rocchetto, chiavi inglesi, pappagalli, varie serie complete di brugole ed una decina di trapani sventrati ed aperti. Sulle prime non notai questo dettaglio, mi viene in mente soltanto adesso che ripenso a quel che successo dopo. Dunque: laboratorio nel caos, ma nessuna traccia del proprietario. Mi sono aggirato un po' perplesso per qualche minuto con la mia busta in mano, finch non mi sono arrestato ad ascoltare un rumore secco, che avevo da principio collegato all'ambiente, qualcosa come un rubinetto che perde. Invece, era un toc come di qualcosa che cade su un tavolo sempre con la stessa velocit e ad intervalli di tempo abbastanza regolari. Questo permetteva e scusava in certo senso la confusione col ticchettio dell'acqua nel lavandino, ma il rumore era troppo preciso anche per uno sgocciolare, era un rumore scientifico, se mi passate il termine, e quindi non poteva che essere stato prodotto in qualche modo, direttamente od indirettamente, da Egidio, la cui fiducia nella scienza era illimitata, fin quasi alla follia. Lo trovai infatti nella sua cucina, o meglio in quel poco che ne rimaneva, affannarsi a tagliare un pezzo di groviera con una specie di ghigliottina alla quale dall'alto era collegato un micrometro, di cui stava appunto girando la rotellina. Ecco spiegato il toc.

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Cercai di catturare la sua attenzione per qualche istante senza riuscirvi. Accadde invece che nel tragitto tra la taglierina ed il frigorifero, dove evidentemente conservava il formaggio, si imbattesse nella mia espressione perplessa, che faceva ombra alla porta della cucina. Mi sto occupando di taglio" mi disse "taglio di provini organici. Cosa ne sai del taglio dei materiali? Ancora una volta, mi prese alla sprovvista: mi ricordavo vagamente la copertina del mio manuale di tecnologia meccanica dell'ITIS, ma quel che contenesse mi era al momento assai nebuloso. E poi, avevo un gran bustone in mano, pieno, quello s, di un provino organico, secondo me morto (mi sembrava puzzasse anche un pochino). Sai che l'angolo di attacco del tornio sul metallo ha influenza sul creare o meno trucioli nel taglio, no? S, dovevo averlo saputo: sembrava ragionevole. E sai che la capacit del materiale di sfaldarsi, cio di rompersi per piani di scorrimento, e non perpendicolarmente alla superficie di attacco, dipende dal rapporto tra la tenacit del materiale e la forza di taglio applicata Cielo, questo non lo sapevo: e avevo anche qualche dubbio su cosa fosse la tenacit. Avevo un vago ricordo che il Lonati, che sapeva essere tremendo, m'avesse mandato al posto con un 3, perch avevo osato dirgli che la tenacit era una mezza specie di durezza. E il Lonati aveva gridato, con quella voce insopportabile, a tutta la classe: Insomma, lo volete capire o no, che il materiale pu essere elastico, come l'acciaio ad alta resilienza, tenace, come l'alluminio, oppure duro, come il diamante In quella circostanza, ricordo, vidi il Carlino che ridacchiava, quasi steso sotto il banco, e capivo che aveva in mente un certo materiale, tanto vero che quasi sghignazz, ma sempre in sordina, quando il Lonati continu, sempre gridando: Allora, chi vuole parlare della prova di resilienza? La resilienza la sapevo: era come una mazzata sul collo di un provino con l'intaglio, quella l'avevo capita, e ricordavo anche le varie forme di intaglio che si usavano. Ormai per per il Lonati valevo 3, e mi tocc andare a posto, un po' vergognoso anche, devo ammetterlo. Egidio, incurante della mia scena muta, aveva continuato: La tenacit la resistenza alla propagazione della rottura, sotto forma di cricca, detta anche fessura o crinatura Cricca, fessura o crinatura: anche il Lonati aveva detto cos, e il Carlino aveva rischiato di cadere sotto la sedia dalle risate, sempre soffocate, commentando a bassa voce, ma in modo che tutti, e specialmente le due uniche ragazze della classe,

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udissero, che per lui cricca e fessura non erano la stessa cosa, affatto. Non c'era da stupirsi se lo avevano bocciato a fine anno (anche perch la qualit delle sue risposte alle interrogazioni non era migliore di quella delle sue battute). Ora, tutto questo chiaro sui metalli, sulla vetroresina, sui laminati plastici, ma... prendi il formaggio Dove? dissi, ed Egidio, guardandomi stupito, pens che ero pi rimbambito del solito. Pensa all'importanza del taglio nel formaggio, o nel salame Non erano argomenti da affrontare dopo la mia astinenza da autogrill e da Camogli o Rapallo che fosse: assunsi un'espressione disfatta. Ma Egidio era deciso a continuare: Pensa ai supermercati che fanno quei pezzi quadrati di emmenthal, o le buste di salame Milano. Se dai loro un'idea precisa della forza da applicare, e dello strumento di taglio pi adatto, son soldi, perch non gli si sfalda pi il formaggio, e non hanno pi gli sfridi di salame che devono buttare Cosa avrei dato per uno sfrido di salame in quel momento! E' solo semplice meccanica della frattura, ma per chi non ne ha idea, sembra la soluzione geniale, l'uovo di Colombo Non ti sapevo cos appassionato al problema del taglio nei materiali: hai lasciato perdere allora gli studi sulla risonanza Mai: mi sono soltanto dato una pausa, un'evasione: ogni tanto bisogna stare coi piedi per terra e pest leggermente il tallone sinistro sul pavimento sconnesso. Guard i frammenti della mattonella spostarsi in giro per la stanza: pensai che volesse misurare la forza applicata dal suo piede e la tenacit delle maioliche. Invece, come vedendomi per la prima volta, mi squadr e mi disse, quasi urlando di sorpresa: Ma cos' che hai in mano? Fa un po' vedere Afferr il sacchetto, e disse con sicurezza: Dendrocopos major: un picchio rosso maggiore. Vivono nei boschi un po' diradati e vecchi, e stanno diventando anche rari. Come i boschi da queste parti, d'altronde Veramente, l'ho trovato sull'autostrada, ero l un'ora fa: tacqui del Camogli. Poverino, gran bell'uccello comunque Beh, se non c' niente da fare, lo porto via. Magari lo seppellisco in giardino Eh no disse Egidio lasciamelo, mi venuta un'idea. Ci faccio qualche studio Che fai? Lo vuoi imbalsamare? No, lo metto in freezer

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Lo guardai un po' storto, e lui aggiunse: No, che hai capito, non quello dove tengo il mangiare, il congelatore degli esperimenti. Una bestia congelata perde un po' di propriet, per per quel che interessa a me, va bene Non mi andava di approfondire, anche perch Egidio stava tornando verso la ghigliottina con un gran pezzo di formaggio olandese: mi allontanai velocemente. Non so se ripassai all'autogrill, ma credo di s: come se avessi cancellato il resto di quella giornata, per di sicuro, se avessi avuto ancora fame, me lo ricorderei. Passarono un paio di mesi, ed una notte, molto prima dell'alba, mi svegliai all'improvviso per un trillo inopportuno. Pensavo fosse la sveglia, cos confuso dal sonno com'ero, ma lei placida ed innocente segnava le 3.34. Era il telefono naturalmente: imprecai, recuperai la sola pantofola sinistra e mi avviai zoppicando. Quando ebbi connesso due o tre neuroni, alzai la cornetta. Egidio mi invest con una voce squillante: Lo sai? A Roma sono iniziati i lavori della nuova metropolitana! E che diconoi sindacati? replicai: non credevo fosse una buona idea aprire un cantiere a quell'ora. Ma non capisci: quattro anni per quattro nuove stazioni, e si potr arrivare in metr a Montesacro! Ah, e funziona anche di notte? Oh, ma vedo che proprio non ragioni: hanno soltanto recintato e portato i macchinari per gli scavi. Solo che io ti devo parlare Ora? sbadigliai. Ma certo che no! Va bene fra venti minuti? Andava bene? Non so, ma qualcosa mi diceva che sarebbe stato peggio non muoversi: come free-lance mi sarebbero spettate almeno altre quattro ore di sonno, forse cinque, ma lasciare in giro Egidio in quello stato per tutto quel tempo mi sembrava da incosciente. Mi misi il giaccone sopra il pigiama, infilai le scarpe e partii, mentre torme di cani insonni uggiolavano ad una timida falce di luna. Egidio mi accolse distrattamente, come se non mi avesse chiamato lui. Stava affettando del salame ungherese partendo con angoli diversi, prendendo misure di energia e tenacit, e facendo calcoli su un foglio. "Non sai che piacere mi hai fatto a portarmi quel picchio morto. Ho potuto iniziare delle ricerche interessantissime" disse, continuando a tagliare e a scrivere. All'improvviso mi guard fisso: "Perch tu conosci il picchio, no? Vediamo, che cosa ne sai?"

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Era peggio che a scuola, poi, onestamente, non era l'ora adatta per un'interrogazione, seppure bonaria. Ancora una volta restai senza parole. "Roberto, voglio darti un aiutino. Ti dice niente Oronzo Can? L'allenatore nel pallone?" Brancolavo nel buio. Annaspai: "Un film?" "Proprio cos, un film con Lino Banfi" disse Egidio, come se fosse la cosa pi normale del mondo parlare di cinema in una cucina semifatiscente alle quattro del mattino. Riprese ad occuparsi delle prove sul salame: "Banfi, cio Oronzo Can, allenatore di una squadra di fantasia, che incontra una ad una delle squadre vere, e mette in atto ogni sorta di stratagemmi pur di restare a galla in serie A. Una di queste squadre vere la Fiorentina, allenata da Picchio De Sisti. Perch Picchio?" "Boh, non so" "E me lo immaginavo: per questo, se passiamo di l, dove ho la connessione Internet, ti cerco una cosa" Diede in pasto al motore di ricerca le due parole "Picchio Roma" e dopo un bel po' di smanettare e cliccare, esclam: "Ecco qua! Leggi: 'A Roma si dice Picchio uno che corre su e gi o che si muove freneticamente' Infatti: De Sisti, che di nome fa Giancarlo, veniva chiamato Picchio, perch correva su e gi per il campo, da ragazzino ovviamente" Non potevo dire non mi facesse piacere per lui (voglio dire Picchio De Sisti), ma non capivo cosa stessi a fare in quel posto a quell'ora, ed ero un po' turbato. Arrabbiato no, perch, per quanto mi sforzassi, non riuscivo a volergliene ad Egidio, e trovavo la sua conversazione affascinante, beh sopportabile. In ogni modo, il sonno mi era passato. "Ti sto spiegando il mio processo mentale. E' un circolo: picchio- Picchio De Sisti Roma - scavi del metr - picchio" Non capivo come si passasse dagli scavi del metr al secondo picchio, ma lasciai perdere. Poteva anche darsi, in effetti, che il picchio finale fosse solo un omonimo di quello iniziale. "Ora ti stavo dicendo che iniziano i lavori di questa nuova linea del metr per Montesacro, quattro stazioni quattro anni. Tu ci credi?" "Ci credo?" "Ti spiego il mio punto di vista, se mi permetti un altro giretto su Internet" "Prego, fa' come se fossi a casa tua"

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"Ecco qui: metropolitana di Roma, linea B inizio costruzione 1936, inaugurazione 1955; linea A inizio 1959 inaugurazione 1980; prolungamento linea B 1981-1991, prolungamento linea A 1991-2000. A parte che bisogna essere romani per inaugurare prima la linea B e poi la A, ma insomma, in meno di nove o dieci anni sembra che non ce l'abbiano mai fatta. Ed ora? Quattro stazioni quattro anni? A me sembra impossibile Ma il problema un altro: perch i lavori sono cos lenti?" "Mah, non so, la politica, cambia il governo, mancano i fondi, forse trovano i resti archeologici, Roma piena di buchi sottoterra, le catacombe" Egidio scosse la testa con decisione: "La tua una spiegazione umanistica, letteraria, antropologica. Ma ad uno scienziato il motivo balza all'occhio chiaramente: quel che manca ai romani il picchio" Arguii che non poteva trattarsi di De Sisti, ed Egidio continu: "Vedi, uno scienziato inizia a coltivare delle nuove passioni, come il taglio dei materiali, ma non lascia mai le vecchie, come la risonanza. Ti ricordi di R.O.M.E.O.?" Come potevo non ricordarmene? "Ti avevo detto che avrei sviluppato il nuovo R.O.M.E.O., e l'ho fatto. Mi sono reso conto che i due limiti del primo R.O.M.E.O. erano stati: uno, quello di aver cercato di smaterializzare col famoso raggio verde oggetti troppo grossi e duri, rocciosi anche; due, quello di non aver previsto una reversibilit del processo" Non mi lasci il tempo di fargli domande, e continu: "E per partire dal problema numero due, come i romani quando hanno costruito il metr, anche se la termodinamica ed il mio amico Carnot mi sono contrari, io ti dico che la reversibilit ottenibile in modo molto semplice, anche se piuttosto dispendioso: operando molto vicini allo zero assoluto. Se l'entropia cresce pochissimo, come a 3 K ovvero -270C, allora baster poca energia per ottenere la reversibilit, chiaro?" E con voce trionfante, concluse: "Infatti il nuovo R.O.M.E.O. opera in atmosfera di elio liquido. Un po' freddina, ma funziona. Chiaramente ho dovuto usare materiali speciali a bassa conduzione in modo da mantenere la temperatura del circuito sigillato. Il segreto : un nanocircuito sigillato dentro la scheda del computer, un circuito sigillato pi grande nel picchio, ed in tutti e due i circuiti passa elio liquido a bassa pressione, quasi sottovuoto: minima entropia" Non osai chiedergli che materiali aveva usato, ero in realt pi curioso di conoscere come avesse superato il limite numero uno. "Poco aumento di energia, basso delta entropico, e quindi possiamo smaterializzare solo oggetti relativamente piccoli, non montagne. Il vero problema a questo punto

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dove trovare un oggetto piccolo, che assolva ad un compito fondamentale per l'umanit. Lo stavo cercando giorno e notte, quando sei arrivato tu con l'uccello morto sull'autostrada" "Sono contento di esserti stato utile" "Il picchio rosso vive delle larve che si trovano nei tronchi degli alberi, specie quelli che sono prossimi a morire o gi in decomposizione. Batte fino a trenta volte al secondo con grande precisione: ho visto dei filmati, ed impressionante, non sbaglia di un millimetro. Del picchio che mi avevi dato tu, ho studiato le fasce muscolari e mi sono fatto degli schizzi dei movimenti possibili, confrontandolo coi filmati, e ti posso dire la mia conclusione: il picchio cos efficiente nel taglio perch non risuona, e non risuona perch ha il baricentro molto basso" "Quindi ci sembra che batta con la testa, in realt usa la maggior parte del corpo per scavare?" "Capito che fortuna? Non si danneggia il cervello n la colonna vertebrale, e poi smorzato in modo efficiente, cos non si rovina neanche l'udito" "Beh, beato lui" sbadigliai: adesso il sonno mi stava riprendendo, e quasi quasi sarei tornato a letto. "Ed eccolo qua: il picchio meccanico!" disse Egidio, scoprendo un martello pneumatico con un lungo becco filettato ed un minuscolo motore rotondo con una piccola ventola ad elica in basso. Mi colp il fatto che ruotasse intorno ad un asse situato a due terzi dell'altezza, apparentemente girando fino a 360 in tutte le direzioni. Egidio lo rivolt in tutte le posizioni: nessun cigolio, nessun movimento di scatto. Leggero e morbido. Incredibile. Una cosa ancora non capivo: "E R.O.M.E.O. che c'entra?" R.O.M.E.O. era tecnologia obsoleta, me ne sono reso conto: oggi tutto passa attraverso Internet, il nuovo R.O.M.E.O. non poteva che essere dentro un computer. Questo computer su cui stiamo navigando in rete" "Quindi R.O.M.E.O. sarebbe" "Una piccola scheda, portatile, come una scheda per acquisizione dati, uno smaterializzatore interno, pi maneggevole di un modem. Plug and play insomma: ha tutte le funzioni del vecchio R.O.M.E.O. in un'interfaccia di ultima generazione" "E scusa, come fa a smaterializzare gli oggetti?" "Semplicissimo: basta utilizzare questa macchina fotografica digitale, scattare una foto dell'oggetto richiesto, scaricare le foto sul computer col cavo per la porta USB, entrare nel programma di fotografia, cliccare sotto Opzioni alla voce Romeo, premere

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due volte su Vuoi inviare subito, confermare, e l'oggetto parte. Certo, prima bisogna raffreddarlo, ma R.O.M.E.O. ha gi azionato il circuito ad elio liquido del picchio meccanico. Sar questione di un'oretta al massimo, e vedrai che, grazie al circuito sigillato ed ai materiali a bassa conduzione, il picchio sar solo leggermente freddino, s e no come la statua del Tassoni in una notte dinverno. Egidio mi stupiva: quando gli avevo portato il picchio morto, sembrava che non avesse neanche un frullatore elettrico, ed ora Doveva essere un sogno. "Tutto via Internet, Roberto. L'oggetto parte venendo risucchiato nella webcam su cui il computer si collega, in multitasking col processo di smaterializzazione. Dovrebbe posizionarsi esattamente al centro dell'immagine. Certo pu urtare qualcuno o colpire per esempio un'auto nel rimaterializzarsi nel luogo inquadrato dalla webcam: un rischio. E' per questo che le prove vanno fatte di notte" Ah, ecco: ora sapevo perch ero sveglio dalle 3.34. "Ee dove lo mandiamo ilpicchio?" "Ah, ma allora fai finta di seguirmi, non stai attento, ti distrai" Non mi piaceva quel tono, mi ricordava il Lonati, ma lasciai perdere, perch il discorso mi interessava. "Non ti ho detto prima che a Roma i lavori del metr vanno piano perch manca un picchio per scavare? E noi glielo diamo. E' ovviamente un prototipo, nel caso che l'esperimento funzioni, possiamo pensare a brevettarlo, ed io posso avere i fondi per studiare a fondo il taglio dei materiali. E poi: Mutina restituit quod Roma construxit. Roma ci ha dato i monumenti e la storia, la Ghirlandina le rimanda il martello" C'era qualcosa, non so cosa, che mi sfuggiva, poi il latino era stato messo per puro sfoggio di cultura, secondo me, anche se l'idea di mandare martelli pneumatici in giro per webcam non era male. Dava un senso di leggerezza oltretutto. "Ecco un altro motivo per farlo di notte: gli operai, che iniziano a lavorare al cantiere stamattina alle sette, devono trovare questo martello speciale sul campo prima di attaccare. Ora sono le cinque meno un quarto, siamo giusto in tempo. Ho scoperto su Internet una webcam che inquadra un cantiere della linea B1, perch domani o dopo deve passarci il sindaco, e far le solite cose: brindisi, discorsi, auguri. Il sito protetto, ma ho trovato il modo di entrarci: anzi eccolo" Si vedeva una selva di reti protettive, di condutture e di prefabbricati di servizio, ed un tratto di strada ancora intatto, dove sarebbero iniziati gli scavi, all'ombra di dei palazzi alti, del dopoguerra. "Ecco, e noi faremo piovere il picchio al centro dell'immagine, alle sei in punto. Sembrer l dal giorno prima"

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Non c'era da perder tempo: collegare la macchina digitale, scattare la foto, che doveva essere a fuoco e su sfondo nero, serviva un po' di Photoshop per il ritocco, per evitare di mandare a Roma mezzo laboratorio di Egidio, che aveva pensato a tutto, ma non al telo nero (a meno che non fosse che non voleva inviare su un cantiere di un'opera nuova anche un drappo luttuoso: non era ben chiaro come il nuovo R.O.M.E.O. avrebbe interpretato la foto). Comunque, alle sei meno un quarto eravamo pronti: seguii la procedura prevista, sotto lo sguardo attento di Egidio, premetti due volte su Vuoi inviare subito, confermai e vedemmo un raggio verde, molto pi stretto dell'altra volta, ma che forse per questo ci sembr ancora pi lucente. Ci voltammo, ed il picchio era sparito. Egidio contava i secondi guardando l'orologio, e tenendo d'occhio anche la webcam; il picchio apparve come un'ombra proprio al centro dell'immagine, ed in qualche istante divenne solido, reale: "Trentaquattro secondi netti da Modena a Roma! Meglio dell'Eurostar!" esult Egidio. Ci abbracciammo. Non da escludere che fossimo anche un po' emozionati. Ora che il pi era fatto, ne approfittai per recuperare un po' di sonno, su una poltrona che liberai da una ventina di oggetti diversi, tanto al cantiere non sarebbero arrivati operai fino alle sette meno un quarto o gi di l. Nel dormiveglia, pensavo che Egidio aveva sempre avuto un buon cuore, un vero inventore al servizio della gente. Sempre che il picchio meccanico si rivelasse quel fenomeno che doveva essere, ma sinceramente non avevo dubbi. Stavolta aveva veramente pensato a tutto. Mi svegli Egidio dopo mezz'ora: "Arrivano" mi sussurr. Aveva avuto ragione anche in questo: gli operai sembravano quasi incerti sul da farsi, qualcuno era sicuramente stato assunto proprio per quei lavori, c'era un'aria da primo giorno di scuola. Il picchio meccanico, che aveva avuto tutto il tempo per tornare ad una temperatura accettabile, era abbandonato, visibile per quel leggero colorino verdastro, che appariva solo allo schermo della webcam, non certo agli operai, anche perch era ancora quasi buio. Appena cominciarono il lavoro, non potemmo pi sentire le loro voci, ma solo il rumore meccanico dei vari strumenti. Arriv un camion per il movimento terra, e qualcuno afferr il martello pneumatico, con leggerezza, come avevamo previsto, ruotandolo in tutte le direzioni. Per quanto aumentassimo la definizione dello schermo fino al massimo possibile, non coglievamo bene la sua espressione, ma ci sembr rilassata, distesa, non certamente quella di un operaio che lavora col martello

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pneumatico. Pi che altro, vedevamo il picchio che si muoveva freneticamente, solidale con le mani dello scavatore. Lo scavo si aperse, si allarg, si espanse, si sfald infine, finch, con un tonfo improvviso, che fece ballare l'immagine, non disparve operaio e picchio sottoterra, in una voragine. Allora il camion movimento terra si ferm, il rumore diminu, ed i lavori vennero sospesi, volti e voci si rincorsero ai margini della buca apparsa come dal nulla. "Te l'avevo detto che Roma sotto tutta vuota" disse Egidio Ero rimasto di sasso, ebbi quasi un mancamento, ma trovai la forza di replicare: "Beh, pu sempre spegnere il martello" "E come? Non si pu mica. Il picchio mica si spegne, se non lo investi sull'autostrada", poi continu, pensando alla sua invenzione: "Accidenti, l'energia era ancora troppa, ed vero che questo picchio meccanico funziona a meraviglia, anche troppo, Bisogna un pochino regolare il controllo, mettere un reostato" Mi sembrava che Egidio sragionasse. "Ma dove sar finito?" chiesi. "Beh, sai, dopo quello che successo con R.O.M.E.O. l'altra volta, mi sono permesso di impostare nel microchip del picchio meccanico una cartina delle linee metropolitane in costruzioneCos, se non altro si porta avanti col lavoro" "Ma non lo troviamo pi!" "Non detto: se andiamo nei siti dove ci sono le webcam di Roma, pu darsi che riusciamo a capire dov' finito, specie se lascia delle tracce del suo passaggio" Incominciammo a girare per Internet come matti, a collegarci a venti webcam al minuto, con preferenza per quelle piazzate vicino a future stazioni del metr: ma non era facile, perch non c' via n luogo un po' trafficato a Roma dove non ne sia in progetto una. Dopo quindici minuti Egidio scorse le tracce del suo passaggio dalle parti di Piazza Colonna, c'era un'iridescenza verde che poteva solo essere stata lasciata dal raggio smaterializzatore, ma poi lo perdemmo di nuovo nel traffico dei Fori Imperiali all'ora di punta: doveva essere velocissimo, probabilmente avrebbe completato i sondaggi ed i pozzi d'aerazione delle linee C, D ed E prima di sera. Tornammo al cantiere: tanti erano ancora affacciati sulla buca, ma adesso era anche arrivato un prete con la stola ed il turibolo, e in un angolo si poteva vedere anche una telecamera. "E' fatta, finiamo un'altra volta sul telegiornale, indirettamente, ma si parler di noi, o meglio di te, Egidio"

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"Non cominciamo a scindere le responsabilit: tu hai modificato la foto digitale, tu hai eseguito la procedura, io sono solo l'inventore" "Come solo? Vuoi dirmi che hai fatto perdere solo una persona nel sottosuolo? E che volevi fare? Sprofondare la citt? Altro che Quod Mutina eccetera" "Non perdiamoci d'animo, continuiamo a cercare" Stava seguendo il progetto della linea C, quindi sarebbe dovuto uscire dalla stazione della metropolitana di San Giovanni, secondo i calcoli di Egidio. "Perch a San Giovanni?" "A San Giovanni il metr C deve uscire allo scoperto, secondo il progetto. Questo, con ogni probabilit, lo scavatore lo ignora, ma il picchio lo sa. Ed inoltre dovrebbe perdere un bel po' di tempo sottoterra, perch previsto l'incrocio fra tre linee: se il microchip fa il suo dovere, vedrai che lo tratterr l per un minutino buono. Trovammo il sito giusto e visionammo tutte le angolazioni della piazza, era una webcam che faceva tutto il giro a trecentosessanta gradi. E mi resi conto di cosa voleva dire un'ora di punta da quelle parti (erano quasi le otto): una sinfonia di furgoncini, tram, auto, motorini, e clacson e voci e sirene. Da perderci la testa: speriamo che il picchio, nato e concepito in campagna, non si facesse trascinare. Girai la webcam piano piano, uno o due gradi alla volta. Dopo tre quarti di giro scorgemmo il raggio verde, e, con nostra grande sorpresa, dopo qualche istante ricomparve il picchio dietro di noi in laboratorio, mentre l'operaio in tuta era seduto ai piedi d'un albero. Non doveva star male, perch stava gi parlando al telefonino (molto da raccontare, evidentemente). "Speriamo stia chiamando in cantiere, senn gli fanno il funerale in contumacia come a Tom Sawyer" disse Egidio, segnando sulla carta di Roma il possibile spostamento sotterraneo della combinazione scavatore-picchio. Aggiunse poi, con una smorfia un po' dolorosa: "Non avevo pensato una cosa: che un martello pneumatico, per quanto vada ad elio liquido, consuma un'infinit di energia meccanica nel taglio, ed un'energia che bilancia eccome l'aumento di entropia e fa alzare anche la temperatura. Ed io l'ho progettato in modo che, quando l'elio inizia ad evaporare nel suo circuito sigillato, parta un allarme, che faccia scattare il processo di rimaterializzazione. Non volevo perderlo per sempre, il mio picchio: lasciarlo in giro finch necessario, poi a casa. Ma se lelio fosse evaporato del tutto, malgrado il circuito sigillato, addio picchio. Si asciug il sudore: Capisco che ci dovr lavorare ancora, dovr pensare a dei superconduttori. Per stavolta in definitiva andata bene: in una mezz'oretta di lavoro

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intenso di un operaio, gli scavi si sono portati avanti forse di tre mesi. Non erano scavi nella direzione della linea B1, ma della C, ma comunque se hanno fatto prima la B della A, non vedo proprio il problema. E tu?" "Eh, che dirti?" non avevo parole, come al solito. "Anche stavolta temo che non avr il premio Nobel" Non sapevo proprio cosa rispondergli: "Mah, forse per la Pace" dissi. Egidio and di l, e lo vidi tornare con pane, salame e formaggio. Sbiancai: "E vuoi tagliarli con quelcoso?" Mi guard un attimo serio, poi scoppi a ridere, scuotendo la testa. Prese tagliere e coltelli nella credenza, e stapp un fiasco di vino nuovo. Non era certo l'ora per pranzare, avevo piuttosto bisogno di un caff, ma non mi parve educato fare obiezioni. Inoltre, scoprii, affettando ed addentando, che avevo veramente fame. Il caff l'avrei preso dopo.

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Indice Sulla genesi di Giri recisi: quasi una prefazione di Valeria Francese Giri recisi di Valeria Francese e Carlo Santulli Il triangolo dell'obbedienza Le smanie per la tinteggiatura Il complesso di Panizza Storia di Gianna e delle sue chiavi Milano, gennaio 1945 Zirillo e la noia Musica per caciucco La casa colorata Il piano di volo Doveva essere in aprile Il rientro T e mandarini Risonanza di Marco Roberto Capelli La meccanica del taglio 4 7 21 56 64 75 80 86 91 95 101 107 109 138 163 183

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