Sei sulla pagina 1di 20

Hans Urs von Balthasar

Vita dalla morte


Meditazioni sul mistero pasquale

I. Vita nella morte

Il morire la cosa pi quotidiana i giornali riportano in ogni pagina annunci di morte e di esequie, ai quali chi non interessato non presta attenzione e nel singolo caso la cosa pi incomprensibile, dato che essa calpesta e sparge ai venti quel po di senso che a fatica era stato raccolto in una intera vita. Quando muore una persona apprezzata e amata, tutto il senso della sua vita viene messo tra parentesi; tale senso non definitivo, ma nel migliore dei casi frammentario. Vediamo isole di senso in un mare sconfinato di insignificanza. E verso laltra riva tende con ostinazione lo sguardo, ma ogni sguardo furtivo dietro il sipario, ogni tentativo di risolvere enigmi spiritismo, dottrina della trasmigrazione delle anime e ci che ancora gli uomini potrebbero escogitare non svela il mistero. Ancor meno il materialismo; allungare verso il futuro la catena ditale frammento di senso, nella speranza che un giorno diventi una totalit, cosa pi che utopistica. Noi dobbiamo rassegnarci al frammentario. Ma non contraddittorio essere capaci di cogliere un senso di cui poi non riusciamo a tracciare la linea? Dobbiamo anzitutto trattare ditale contraddizione che abita ogni esistenza umana, e che sembra insolubile sul piano semplicemente umano. Ma se il cristianesimo si presenta come la salvezza per gli uomini, dobbiamo ascoltare quale soluzione esso offra alla contraddizione in definitiva insopportabile. Vedremo ci in un conclusivo terzo punto. Frattanto per, nella parte centrale, si deve cercare di scoprire nellesistenza umana qualcosa a cui possa annodarsi la soluzione cristiana: se ci non ci fosse, non si vede come lelemento cristiano possa agganciarsi alla nostra esistenza. Certo tale punto di partenza diventa pienamente percettibile ed efficace quando emerge lelemento cristiano, altrimenti rimane esposto a pericolosi equivoci.

1. ESISTENZA NELLA CONTRADDIZIONE Il bambino leva grandi occhi verso il mondo. Ci che scorge forme, colori, gente... non lo comprende. I fenomeni non gli sono n familiari n estranei, non potendo ancora riferirli a se stesso. Il suo io non gli si ancora dischiuso e ci di cui ha coscienza sta a met strada tra soggetto e oggetto. Ma quel che veramente meraviglioso, tra tutte le meraviglie dellinizio, questo: un giorno il bambino riconosce il sorriso della madre come un segno del suo essere accolto nel mondo e, rispondendo col sorriso, in lui si dischiude il nucleo del proprio lo. Egli trova se stesso perch stato trovato. E avendo trovato un Tu, il molteplice Es, che altrimenti ancora lo avvolge, pu venir inglobato nel rapporto di confidenza. Ci vale finch il bambino cresce sotto la protezione della famiglia, dove lestraneo o viene inglobato nellambito della confidenza o passa inosservato. Natura e spirito si armonizzano. La pubert mette in questione tale armonia. Ladolescente avverte per la prima volta la sua unicit come persona e sperimenta una solitudine fino ad allora sconosciuta. Si sa elevato al di sopra del piano puramente naturale, non semplice esemplare di una specie, come gli animali. E con la scoperta della sua unicit si dischiude al giovane un orizzonte ancora traumaticamente indeterminato di totalit di senso, che corrisponde al suo essere persona. Ma insieme matura la sua capacit sessuale, quella che gli assegna un posto nel ciclo della vita della specie. Le prime esperienze amorose saranno il tentativo inconsapevole di unire i due aspetti. Se inizialmente il fascino dellesperienza cela la contraddizione, questa emerge con tanta maggior forza nelle delusioni che inevitabilmente seguiranno. Il disilluso si sente ingannato non solo dal partner, ma pi profondamente ancora dalla sua stessa natura. Questa pretende da lui e lungo tutta la vita che scriva qualcosa di definitivo sulla superficie di un materiale effimero. Lesperienza diventa acuta quando il giovane sinterroga su ci che vorr realizzare nella propria vita. una domanda che un artista avverte in modo estremamente consapevole e quindi pure straziante; ma qualcosa del genere lo percepisce anche un artigiano, un contadino o un commerciante. Luomo vorrebbe creare qualcosa di duraturo, che trascenda il tempo, fare unaffermazione definitiva che sia lespressione della sua unicit personale. Naturalmente, talvolta necessario anche leffimero: addobbare la sala per una festa. Ed anche in questo possibile esprimere la propria personalit. Lanelito delluomo va per oltre; nessuno vuole iscrivere nella pura caducit lopera in cui egli cerca di esprimere totalmente se stesso, quando si ha bisogno di una forma che nessun tempo e nessuna forza frantuma.

Tuttavia egli sa che ci che terreno scritto sulla sabbia della transitoriet. Guardiamo la storia dellarte e vedremo realt irrimediabilmente perdute. Scorriamo alcune delle grandi perdite: quasi tutta la produzione di Saffo, di Eschilo e di Sofocle; nella musica molte opere di Monteverdi, oltre 20 composizioni di Bach, la Gasteiner Symphonie di Schubert; tutta la pittura greca, molta della pittura romanica, lultima cena di Leonardo e gli affreschi pisani di Gozzoli durante lultima guerra, quando scomparvero anche opere di romantici tedeschi; molte le rovine in campo architettonico, da Borobudur a Cluny, molte cancellate dai terremoti, altre dallaspetto ormai spettrale, come il Partenone o la grande Sfinge. Quei popoli che ritenevano di costruire per i loro di potevano rimuovere le rovine, perch erano capaci, come si pu vedere, di sostituirle con qualcosa di meglio. Da questo punto di vista noi siamo pi poveri, tanto che, finch i soldi bastano, ci limitiamo a restaurare, a consolidare con calcestruzzo volte gotiche pericolanti. E nei paesi orientali i finanziamenti sono ancora pi contenuti. Il che non significa che gli artisti del nostro tempo, a differenza di quelli del passato, non sarebbero in grado di dire una parola davvero valida; solo che trovano maggior difficolt, dato che linventiva delluomo contemporaneo, la sua capacit di dar forma alle cose richiede delle opere della tecnica attrezzate per degli scopi quotidiani, e a tal punto che diventa sempre pi difficile farsi udire e percepire. Ma anche grandi opere del nostro tempo stanno a dimostrare che gli spiriti creatori non hanno perduto il coraggio di lottare contro la transitoriet. Accanto allarte, si deve riflettere su unaltra contraddizione presente nellesistenza umana, quella che affiora nellamore giovanile e che si evidenzia nel matrimonio, quando sia vissuto con seriet. Due persone decidono di appartenersi reciprocamente per la vita, ma lo fanno in vista delleternit, poich vogliono amarsi in modo definitivo. Per la vita non significa: Ti voglio amare finch vivrai, dopo di che sar di nuovo libero. Essi pensano alla contraddizione di una definitivit allinterno del tempo limitato. Uno dei due morir prima dellaltro. Ed sempre un doloroso paradosso quando chi sta per morire, per amore affranca colui che sopravvive: Non vero, tu ti sposi di nuovo, altrimenti sarai solo.... Ma con la messa in luce della contraddizione relativa al fatto che luomo potrebbe e anche dovrebbe realizzare nella transitoriet qualcosa di imperituro, non stato ancora detto tutto. La contraddizione non solo ineliminabile, ma ha una necessit e perfino una fecondit sorprendente. Georg Simmel e, dopo di lui, Max Scheler lo hanno evidenziato: proprio perch il mio termine limitato, devo e posso creare in esso qualcosa di pienamente responsabile. Se non conoscesse fine, io potrei revocare ogni mia decisione, tutto sarebbe reversibile, si avvolgerebbe in circolo. Dei termini assumono un senso soltanto quando scorrono verso un fine e una mta (nel senso delle lancette dellorologio, in francese sens unique una strada a

senso unico). E proprio perch mi so libero per una scelta, per unopera, per lamore verso unaltra persona, sostengo di sapere lunicit della mia vita finita. Io avverto la contraddizione della mia esistenza in quanto so che la materia, nella quale vorrei calare una forma definitiva, non resister, sia che si tratti della materia che elaboro da artefice, sia della materia delle mie ore che si disperdono, e sono ancor pi certo che nellultimo dei miei giorni mi verr sottratta. Ci che nel migliore dei casi potrei dire questo: nei miei momenti pi luminosi, nelle mie decisioni positive e fondamentali avrei trasformato volentieri la mia esistenza in qualcosa di duraturo, di valido, pur sapendo che, infine, la maggior parte ditale esistenza andr in rovina e in putridume. Non solo finisce la mia vita biologica, ma anche quella personale, con la quale avevo cercato di creare qualcosa di pienamente significativo. Non vedo proprio in che modo avrei potuto assolvere tale compito. Ma non voglio nemmeno credere di aver fatto tutto ci che avrei potuto fare: non sarei infatti approdato allo stesso punto anche se mi fossi meglio adoperato? Quale ignoranza abissale ci attende al termine della nostra vita, anzi la domina come totalit. Non dobbiamo chiamarla rassegnazione, n il nostro operare qualificarlo come una politica dello struzzo. semplicemente unignoranza, un fuoco divorante entro il quale abbiamo costruito tutto. Il nostro stato danimo non dovrebbe essere quello dellangoscia? 2. ABBANDONO Non intendiamo uscire da questo vicolo cieco con un balzo diretto nella realt cristiana, che poi sarebbe un Deus ex machina, qualcosa che ci arriva soltanto dallesterno e dallalto, incapace di risolvere la contraddizione umana. Bisogna invece che ci poniamo alla ricerca di un orientamento allinterno della finitudine, per poter scorgere qualcosa come unaurora, un avvio di risposta. Chiunque nella vita voglia qualcosa di definitivo, un amore, una prestazione, deve sacrificarsi. Deve pagare con se stesso ci che vuole comprare. Anche, e proprio quando egli vuole esprimersi con la maggiore efficacia possibile, deve abbandonarsi alla propria espressione. Il giovane, che vede aprirsi migliaia di possibilit di realizzazione, deve fare una scelta: per che cosa abbandonare le mille possibilit e operare una scelta seria, per che cosa devo sacrificare una libert infinita e fare ci che solo necessario? In Aut-Aut Kierkegaard ha descritto lesistenza estetica, quella che non-vuole-decidere, con lo scintillio del Don Giovanni mozartiano, che rimane comunque un

dilettante dellamore e che perci alla fine si perde. Il secondo stadio della vita poi quello di un normale matrimonio, che non ha nulla di folgorante, solo un sommesso luccichio dallinterno, che gli altri scorgono quasi solo per caso. Non possiamo ancora parlare a questo punto anche del terzo stadio, quello religioso tra gli Stadi sul cammino della vita di Kierkegaard. Per restare al caso del giovane: egli comprende in modo istintivo che nella scelta di una realt, al posto di mille possibilit, sta non soltanto la seriet, ma anche il valore della vita. Un istinto, un interno sentire lo spinge a dedicarsi ad una vocazione, a scegliere una professione. E ad essa deve abbandonarsi. Aggiungiamo: in maniera diversa da questo attivo abbandonarsi, non possibile trovare se stessi. Non sul guanciale della meditazione, estraniandosi da tutto, uno coglier se stesso tuttal pi incontrer il nulla, e guai se volesse riconoscersi in esso , ma solo donandosi ad una realt o ad una persona. Quello del potersi-abbandonare il principio di ogni realizzazione e di ogni possesso amoroso. Lopera deve esistere, dovessi pure rovinarmi! Tu devi esistere, anche se ci mi costasse la vita! Solo cos si ottenne la grande arte. Invano il papa invitava lartista, immerso nella sua opera, a scendere dallimpalcatura eretta sul pavimento della Sistina. Non un pretesto che consente una maggiore identificazione con la propria opera. Basti osservare come si comporta chi ama davvero. Potremmo pensare che tale atteggiamento umano, quanto mai stupendo e fecondo, in ultima analisi fosse quello che la mistica medievale tedesca esaltava con il termine Gelassenheit (abbandono), considerandolo come larte pi importante della vita. Nella morte veniamo costretti allabbandono pieno, dovendo lasciare tutte le cose e pure noi stessi. C forse una via, che in tutta libert ci consentirebbe di esercitarci, per la vita intera, in questo atto che tutto sostiene? Non facile rispondere alla domanda, poich ci sembra che qui si parli di due realt totalmente distinte: la prima mi introduce nella gioia del possesso in quanto io desidero non me stesso ma laltro e per se stesso; la seconda mi sottrae ogni possesso. Lambiguit del termine potrebbe favorire soluzioni pericolose, il tentativo di superare le due accezioni in un senso univoco. Approfondiamo questo punto. Lintera storia della filosofia e la sapienza del mondo ci ripetono continuamente linsegnamento di Socrate morente: in definitiva filosofia o sapienza non sono altro che un esercizio, che dura tutta la vita, alla morte. Ci pu essere vero, ma anche fondamentalmente falso. vero quando la mia intima decisione di operare e di amare non si ripiega su di me, quando io non cerco lautorealizzazione, bens il valore oggettivo dellopera o della persona, e con la mia realt voglio favorire e alimentare tale valore. Mentre io scompaio, germoglia lessenziale a cui tendo. Questa pu essere davvero la pi alta saggezza cui luomo perviene nella sua vita e che la realt

cristiana conferma e porta a compimento, oltre se stessa. Frequentemente, per, questa massima stata intesa e praticata in modo sbagliato: soprattutto quando abbandono significava distanziamento da cose o da persone comunque caduche, penetrazione dellinteriore nullit di tutto ci che mondano e finito. Il tutto con diversi gradi di intensit. Nel modo pi intenso lo proclama la sapienza orientale, per la quale tutto ci che finito e limitato solo apparenza e inganno, Maya, illusione. Tutto ci che finito e limitato: quindi anche il mio stesso io, che, se rettamente inteso, solo un voler-essere e un voler-avere, e pertanto devesser pure abbandonato come il mondo che mi circonda. Questa pretesa sapienza ritornata di moda anche da noi. E tanto pi seduce, quanto pi si limita ad indicare la contraddizione dellesistenza: questa snyata, vuoto. La nostra brama di realizzarsi in modo definitivo e pieno viene spiegata come una sete (trsna) che non si placa se non rinunciando ai voleri dellIo, se non giungendo allo stadio del dis-interesse (sanscrito: an-atman; giapponese: muga). ci che, in modo meno crudo, ripropone anche lo stoicismo, per il quale le quattro passioni fondamentali il piacere e il dispiacere, il timore e il desiderio devono venir estirpate dallanimo, affinch luomo interiore possa perseverare nella serenit dellaptheia (donde la parola apatia). Ma una persona che avesse raggiunto questo stadio riuscirebbe ancora ad avventurarsi in una vera opera, in un amore autentico? La forma pi sottile certo quella socratico-platonica, che ci d a intendere che la morte non va temuta, dato che noi veniamo privati soltanto di un elemento, tutto sommato, estraneo, di un corpo effimero, ed ora, liberi, possiamo vivere come anime immortali, finalmente libere di muoversi. Lilluminismo e lidealismo tedeschi ne parlano continuamente: nella morte dalla crisalide si libera la farfalla. Ma anche la Stoa ha influito continuamente sul modo cristiano di pensare e di sentire: gi sui Padri della chiesa, poi sul medioevo con i trattati sulla vanit del mondo e, in modo ancor pi incisivo, sul barocco. Tale molteplice, e tuttavia concentrica, interpretazione dellabbandono il nemico pi pertinace non solo del cristianesimo, ma soprattutto della vera umanit in generale, poich, se attuata seriamente, paralizza ogni autentico impegno nella effimera vita terrena, quando si opera come quando si ama. Non per chiaro come si possa contestare una simile interpretazione, od in altri termini: come conciliare tra loro impegno e abbandono. Questo un interrogativo rivolto alluomo in quanto tale, un interrogativo umanistico. Ma una risposta soddisfacente viene soltanto dalla interpretazione cristiana della vita. 3.

CRISTO Ci si pu porre la domanda, significativa dal punto di vista cristiano: il Figlio di Dio si fatto uomo per operare o per morire? Molti Padri della Chiesa ad esempio Tertulliano, Gregorio di Nissa, Leone Magno hanno risposto senza esitazione: nato per poter morire. Fin quando oper in vita, la sua attivit fu un fallimento, e quanto pi si impegn nellamore, tanto pi venne respinto. Fu con la morte in croce che egli divenne la figura pi pregnante della storia del mondo. Perch? Concisamente diremo: tutto il suo operare terreno, fin dallinizio, scaturiva dal completo abbandono di s al Padre celeste e tale abbandono trov il proprio vertice, e quindi anche la sua piena efficacia, sulla croce. Tale risposta risuona enigmatica nella sua concisione, e infatti per comprenderla appieno ci manca ancora un concetto. Ges dice che non venuto per fare la propria volont, ma la volont di Colui che lo ha mandato. E che questo il suo cibo. Il concetto che manca quello della missione. Si profila cos la ricercata unit. Ges, il Figlio di Dio, esiste solo per eseguire, nella propria azione e nel proprio amore, il compito affidatogli da Dio, per cui assume tale compito con la massima seriet: nessun distanziamento interiore, dunque, dal compito assegnato. Ma Ges ha sempre identificato il proprio lo con la propria missione e quindi si pure abbandonato alla volont del Padre. Non pu prescindere dalla sua missione per trovare il proprio lo o se stesso. In che cosa consiste la missione? Nel riconciliare, con unobbedienza amorosa spinta allestremo, il mondo estraniatosi da Dio con Dio stesso. E ci possibile solo in quanto egli assume su di s tutta questa estraniazione e lattraversa come eclissi di Dio fino alla fine, anzi al di l della sua fine, dato che la sua ubbidienza amorosa verso il Padre pi profonda e pi definitiva di quanto non possa esserlo ogni ribellione del peccato. La colpa del mondo pu esser chiamata menzogna e illusione, ma il mondo stesso e gli uomini ai quali si rivolge la missione di Ges sono tuttaltro che Maya e illusione. E la sua missione scorre in senso inverso rispetto alla dottrina filosofica sulla morte: non si tratta di liberarsi dalle cose effimere, per fuggire verso una eternit reale o presunta, ma al contrario di seminare il seme delleternit nel terreno del mondo e far germogliare il Regno di Dio. Il terreno altrettanto poco una illusione, come non lo luomo; anzi la vera, reale creazione di Dio Padre, che ora finalmente deve dare il suo frutto. Improvvisamente tutto diventa chiaro: il Figlio di Dio viene con un compito assoluto in questo mondo limitato, e il Padre attende che tale compito venga assolutamente assolto. Pertanto, come ogni uomo, Ges nella situazione di contraddizione, di dover compiere qualcosa di definitivo nel transitorio. Come sar possibile? Solo per il fatto che egli inserisce anche la propria morte la pi pesante di tutte le morti

nel lavoro della sua vita, cos che nella sua passivit e negativit egli porta a compimento la propria attivit, in tutta la sua forza ed efficacia, ed orienta tutto ci che il mondo non riesce a realizzare verso questa ora in cui realmente tutto sar compiuto. Ci che dopo la sua vita attiva rimane da compiere, non poggia pi soltanto sulle nostre spalle. Certo, ce ne facciamo carico, ma consapevoli che gi sul Monte degli Ulivi il peso da portare era insopportabile: Ges deve vivere nel suo intimo tutto ci che, nel peccato e nellazione contro Dio, ha estraniato lumanit, e lo vive senza prendere le distanze, a tal punto che secondo Paolo egli letteralmente reso peccato per noi (2 Cor 5,21). Se da un canto ci va oltre le capacit umane e, dallaltro Ges per la sua ubbidienza al Padre sopporta tale peso, allora qui azione e passione (al di l di loro stesse) coincidono talmente che il soffrire gi un morire. Il corpo vivente, che realizza tutto questo, lopera darte e di amore pi sublime del mondo: qui ci che vi di pi orrendo nella nostra storia, in tutto il suo realismo, viene trasformato dallintimo nella realt pi bella, nellamore che sopporta, che perdona e che trasforma. Conviene, quindi, che questo memoriale ci venga partecipato continuamente nel sacramento delleucaristia, che non sarebbe quella che essa , se includesse anche la nostra morte, ora tramutata in un atto dellamore teandrico. Beviamo il sangue che stato versato per colpa nostra, ma in senso pi profondo: per noi. E quando abbiamo paura della morte, perch non sappiamo cosa comporti, pur convenendo che essa ci rapisce come totalit, non dobbiamo dimenticare che Uno lo ha gi anticipato, Uno che non mor come un individuo tra i tanti, ma che soffrendo e morendo aveva gi in s la nostra morte. Lungo tutta la vita egli aveva gi attuato la sua dedizione totale al Padre, ma nella morte egli ha realizzato questa dedizione totale allinterno della nostra angoscia, della nostra impotenza, del nostro invincibile non-volere, e ci non per s, ma per noi, cosicch nel medesimo atto, eucaristicamente, ha trasferito in noi lintera sua prestazione. La sua consapevole realizzazione salda dunque fra loro la morte di espiazione e leucaristia. Tutto il resto egli laffida allo Spirito santo, che lo guida lungo tutta la sua vita e che nella morte egli esala verso il Padre. Ges realizza lopera darte e damore divino-umana: ha sufficiente buon gusto per non spiegarlo egli stesso. Oggi molti esegeti non lo capiscono; ritengono che il Dio che parla (Theos legon) dovrebbe pure essere il teologo di se stesso. Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando per verr lo Spirito di verit, egli vi guider alla verit tutta intera, perch non parler da s, ma dir tutto ci che avr udito e ve lo spiegher (Gv 16,12-14). Finch possiamo, tentiamo di portare a compimento le opere finite con le nostre forze; Ges non ha bisogno di spiegare lopera infinita, quella che lui ha iniziato e pure compiuto, e di renderla gradevole al mondo; pu affidarla allo Spirito divino per

una inesauribile interpretazione. Questo abbandono cristiano al suo massimo livello. Ma non si pu dimenticare che in tale abbandono, egli viene pure lasciato solo, cio abbandonato. Mio Dio, perch mi hai abbandonato? Nellabbandono da Dio il senso non si apre pi, solo linterrogativo. e il grido sono ancora possibili. La strada porta ad un vicolo cieco. La morte, di cui ora si muore, la cosa pi difficile da pensare (in realt impensabile). La stessa luce, in mezzo a queste tenebre incomprensibili, diventa incomprensibile, e quel che brilla la sua irrinunciabile ubbidienza al sole paterno. Egli si affida alle mani, divenute impercettibili, del Padre. Con quanta intensit la nostra morte si ponga allinterno della morte di Ges, non spetta a noi deciderlo. Dio pu entrambe le cose: alleviare la nostra morte per la pesantezza della morte del Figlio suo o renderci benevolmente un po partecipi ditale pesantezza. Egli ci accoglier tra le sue braccia paterne anche quando ci sentiamo compartecipi in Ges, quando ci sembra di affondare in un abisso senza fondo. Ma che ne della nostra realizzazione terrena, quale che sia stata? Quanta autodedizione avremo mostrato non per noi, ma per glorificare Dio e per generare da noi stessi quel che era chiesto , altrettanta sopravvivr in eterno come parte di noi. Nel nuovo cielo e nella nuova terra non si perder nulla di ci che, con vera dedizione, stato fatto o sofferto. Nellultimo libro della Scrittura ci viene descritta la Gerusalemme eterna: vi sono raccolti tutti i tesori del mondo. Ma saranno pi belli e pi preziosi di quanto non siano qui, poich la grazia di Dio vi porter a perfezione ci che noi avremmo voluto esprimere, ma non abbiamo potuto. Allora diventer percettibile un aspetto della vita eterna che noi, alla fine del Credo, professiamo di attendere. Con tutta evidenza ci diventer contemplazione di Dio, in un senso certamente molto misterioso e per ora non svelabile. Ma certo non come uno spettacolo cui assisteremmo eternamente e durante il quale Dio ci scoprirebbe le profondit della sua essenza e del suo potere. Ci non servirebbe al perfezionamento della creatura. In pi occasioni, e certo non a torto, Goethe disse di attendersi dalla vita eterna anche una intensificazione della nostra capacit creativa, poich luomo pu esser felice solo se pu realizzare, donare, produrre. Quali possibilit inespresse risiedono nel fondo di unanima che ha creato anche opere sublimi, come quella di Bach o di Mozart! Con la perfetta autodonazione della natura umana nella morte di Cristo, che assume la nostra morte e la conduce a pienezza, nella nostra natura si sprigionano delle energie di amore che si svilupperanno nelleternit di Dio.

II.

Vita dalla morte

La prima meditazione ha riflettuto sulla presenza della morte in tutta la vita transitoria, osservando non soltanto il fatto che la morte, in quanto termine fisico della vita mortale abita in ciascuno dei suoi momenti, ma pure che essa conferisce, in prospettiva spirituale, una singolare dignit alla nostra esistenza: il peso della irripetibile unicit e della connessa responsabilit. Ci non dovrebbe essere spiegato, in modo unilaterale, come esercizio al distacco, certo necessario, dalle realt terrene sarebbe linterpretazione pi ristretta dellabbandono , ma nello stesso tempo come disponibilit a soddisfare le esigenze dei singoli momenti, dove emerge la seriet della missione: in entrambi gli aspetti la rinuncia a vivere fino in fondo la vita una condizione per immedesimarsi seriamente in essa.

1. LA POTENZA DI DIO Ci non porta, tuttavia, al di l dellinsopprimibile paradosso dellesistenza umana, ad iscrivere qualcosa di definitivo in un materiale effimero. Lunica volta che Ges scrisse, scrisse su polvere che si disperdeva. Il paradosso stesso si disperde di fronte alla morte definitiva che ci trasforma in polvere, di fronte alla fama, al ricordo e alla continuit che presto o tardi essa seppellisce con s. Cristo stesso non ha voluto e potuto dominare la totalit del suo operare e del suo soffrire terreno, con tutto il suo significato immanente, ma lo ha affidato alle mani invisibili del Padre. E nella morte non trattiene lo Spirito della sua missione, ma lo esala e restituisce al Padre e lo riceve. Solo cos si attua il completo abbandono: nellessere accolti come uno spontaneo lasciarsi-prendere: Nessuno mi toglie la vita, ma la offro da me stesso (Gv 10,18). Qui la morte e quale morte! -appare come la pi elevata, la pi vitale realizzazione della vita. Ed proprio per questa prestazione, dice Ges, che il Padre mi ama (ibid. 17). Non ne segue per che lultima morte, quella di cui luomo muore, sarebbe una morte meno seria, quasi che questa vitale realizzazione

del lasciarsi-prendere avesse tolto alla morte il suo pungiglione. Al Venerd santo non segue la Pasqua, ma la discesa nel regno dei morti, dove, secondo i salmi, nessuno ha pi la forza di lodare Dio. In inferno quis confitebitur tibi? (Sal. 6,6). La morte privazione di tutta la vita e delle sue funzioni, non quindi il nulla n un semplice annientamento, anche se non possiamo raffigurarci questo stato di privazione, lo stato in cui il corpo ritorna alla terra e la vita a Dio che lha data (Gb 34,14s.; Sal 104,29; Sir 12,7). come una espirazione ed inspirazione di Dio. E allora diventa chiaro che solo Lui, la fonte della vita, pu infondere a chi morto e che non il nulla una nuova vita. In modo sovrano, libero, senza pregiudicare il merito o il demerito della vita passata. solo Lui che d vita ai morti (Rm 4,17), nella straordinaria grandezza della sua potenza, secondo lefficacia della sua forza, come Paolo, addossando montagna a montagna, si esprime (Ef 1,19). Ci vale per la resurrezione di Cristo dai morti e vale anche per noi, non ancora morti fisicamente, ma spiritualmente: offrite voi stessi a Dio come vivi tornati dai morti (Rm 6,13); dstati dai morti e Cristo ti illuminer (Ef 5,14). Ma ci solo perch Dio s gi ripreso dai morti (Mt 17,9; Lc 16,30s.; 24,46; Gv 20,9; At 3,15; 13,30; 17,5; Eb 13,20), nella sua vita divina, il proprio Figlio ucciso. E ora il punto decisivo: questa nuova vita, che ha definitivamente la morte dietro di s (Rm 6,10), rimane, nonostante tutto, vita dalla morte, vita segnata dal suo passaggio attraverso la morte: vita che da una parte ha potere sulla morte (io ho le chiavi della morte e degli inferi: Ap 1,18), ma dallaltra parte rimane interiormente segnata dallevento e dallesperienza della morte, in quanto questa era e rimane la pi elevata realizzazione di una completa autodedizione. Pertanto si vedr sempre, nellagnello apocalittico, limpronta datagli dalla morte: vivo, ma come immolato (Ap 5,6.9.12; 13,8); e poich lagnello senza difetti e senza macchia, prima della fondazione del mondo era gi predestinato alla immolazione (1 Pt 1,19s.), non si vede perch Ap 13,8 non potrebbe esser tradotto: Lagnello immolato fin dal principio del mondo. Era necessario che colui, a cui dovevano essere consegnati il potere e il giudizio sui vivi e sui morti, conoscesse tutte le situazioni delluomo, incluse quelle dei morti; era necessario che colui, a cui doveva piegarsi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra e sotto terra (nel regno dei morti) (Fil 2,10), e che doveva essere elevato al di sopra di tutti i cieli, scendesse nei luoghi e situazioni a! di sotto della terra (nel regno dei morti) (Ef 4,9)1. E da tale sovraceleste e divina altezza, Cristo non solo riempie il tutto, ma distribuisce pure tutte le missioni ecclesiali con la sua impronta, che resteranno cos 1 Vedi al proposito ThWNT: art. kat, katoter (Bchsel) III, 641s., a differenza della
versione concordata che omette semplicemente il sotto terra e che invece di al di sopra di tutti i cieli pone nel pi alto dei cieli.

contrassegnate dalla sua vita per la morte e dalla morte. Ma se la morte, dalla quale la potenza di Dio ha richiamato il Figlio, ha segnato la sua vita eterna, necessariamente ha pure segnato tutto ci che mortale, ci che ha condizionato la sua vita terrena. E cera forse qualcosa, in quella vita, che non fosse connotato dalla rinuncia e dallannullamento nella volont del Padre? Al culmine troviamo lora del Padre e delle tenebre, tutte le fasi della passione, la cui assunzione gloriosa nella vita eterna viene attestata ai discepoli dalle stigmate loro esibite. Neppure la pi mortale ditali ferite, il cuore aperto, si chiude pi nella vita definitiva; Tommaso, che stende la mano sul costato, coglie solo lapertura ditale cuore; nulla del corpo offerto e del sangue versato viene nuovamente raccolto (perch ne risulti un corpo vivente, come noi lo intendiamo), mentre lo stato del perfetto fluire nella morte costituisce il massimo grado di vitalit conseguibile nella realt terrena. Solo in questa forma di dedizione ultima il Risorto con il corpo continua a vivere, dora in avanti, la sua vita eterna. E non in una forma confusa-diffusa, che dissolva la sua peculiare identit ma in una signoria estremamente determinata, quella che conferisce limpronta del suo carattere filiale ad ogni sfera dellUniverso che lui abita. Tale carattere filiale pu esser colto rettamente solo nel contesto trinitario. Ci che ai nostri occhi offuscati non mostrava ancora, nel suo aspetto terreno, la vera origine, il Padre, ora diventa pienamente trasparente in lui. la gloria abbagliante con la quale, ad esempio, egli apparve al persecutore di Damasco, quella che va oltre tutte le manifestazioni della signoria di Jahv nellAntico Testamento (in Isaia, o Ezechiele, o Daniele), che non toglievano, come invece a Paolo, la luce degli occhi. Chi vede me, vede il Padre per noi non pi un paradosso, ma realt immediata. Egli continua a svolgere la sua funzione di Mediatore, ma per situarci nellimmediatezza: Io non vi dico che pregher il Padre per voi: il Padre stesso vi ama (Gv 16,26). E come egli introduce nelle profondit del Padre, cos ci alita lo Spirito che ci dona sensibilit e cuore necessari per accedere, nellinfinita libert, alleterno amore trinitario. Poich dove c il Signore, l c lo Spirito, e dove c lo Spirito del Signore, c libert (2 Cor 3,17) 2. la libert della figliolanza divina, quella che ha accesso nello Spirito, attraverso il Figlio, al Padre. Nel Figlio risorto la natura umana partecipa immediatamente alla vita trinitaria, e ci evidentissimo non soltanto quando, insieme a Dio Padre, egli spira lo Spirito, ma, con inaudita concretezza, alita sul gruppo dei discepoli, donando loro lo Spirito Santo e il potere di rimettere i peccati (Gv 20,22). Ma il Risorto , soprattutto in Luca e Giovanni, anche la pienezza dellumanit da vedere solo in senso paradisiaco. Le parole, i gesti e le azioni sono di una delicatezza che non ha nulla di astratto o di 2 Che questa sia la lettura del testo, che debba esserci cio un o (al posto o prima
di o): lo ha illustrato in maniera convincente ALBERTO GIGLIOLI, Il Signore e lo Spirito, in Rivista Biblica (Brescia) XX (1972) 263-276.

estatico, ma assolutamente vicina e familiare, dove per gi sintravede il varco della morte verso una vita che comprende lesperienza ultima delluomo. Cosa c di pi delicato, di pi intimo delle parole scambiate con Maria di Magdala presso la tomba vuota, cosa di pi incantevole del dialogo sulla via verso Emmaus, con lepilogo della frazione del pane, cosa di cos intimo e insieme sobrio come la colazione in riva al lago? Se necessario il rimprovero, perch manca la disponibilit a credere, c anche un estremo rispetto, una accompagnata dal dono della presenza, anzi pure dal contatto, come con commozione rileviamo nella scena del primo finale giovanneo: la possibilit di toccare, e insieme linvito a desistere, Ges che si sottrae alla Maddalena per darle qualcosa di meglio, qualcosa di pi pasquale: la missione ai fratelli, con lannunzio della resurrezione. Ma forse il fatto pi stupendo che Ges, apparendo ai discepoli che lo avevano rinnegato ed erano vilmente fuggiti, non solo accorda il suo perdono ma consegna loro in mano il frutto della sua croce, il potere ecclesiale di perdonare: Ricevete io Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati... Nel Risorto si manifesta Dio nella sua realt pi divina, e luomo nella sua realt pi umana, ma entrambi indissolubilmente congiunti. La sublimit divina, che si manifesta in modo da farsi vedere solo quando vuoi farsi riconoscere, non estraniazione dal terreno e quotidiano, ma si trasforma direttamente nella prossimit pi familiare. Egli dona, agli impauriti, la pace. E proprio la sua pace, riportata dalla croce, dalla morte e dal mondo degli inferi, una pace che comprende, trasfigurata, la pace della morte.

2. REALT EFFUSA I discepoli sono grati ai Signore che loro appare nei quaranta giorni soprattutto per laccondiscendenza loro manifestata: viene loro donata una prova, umanamente percepibile, del fatto che nella vita e nella passione di Ges si compie ogni promessa, il mondo riconciliato con Dio. Ma il Signore ha cura di sottolineare la provvisoriet ditali giorni: non pu essere trattenuto, appare e scompare quando vuole, li rinvia alla fede e soprattutto a quella presenza che stata istituita nellUltima Cena e che dora in poi dovr rimanere la realt normativa. Quando ad Emmaus spezza il pane e

nello stesso attimo scompare, egli addita appunto questa permanente presenza. Si pu discutere se il comando di ripetere il suo gesto Fate questo in mia memoria sia stato dato esplicitamente prima della passione, ma il fatto che egli stesso, da risorto, abbia continuato a mangiare con i Suoi e che i discepoli con tanta naturalezza si riunissero per spezzare il pane come con cognizione di causa Paolo per primo ci comunica nella Prima lettera ai Corinzi (cap. 11) mostra chiaramente che i fedeli hanno capito il desiderio che Ges aveva di rimanere in mezzo a loro in questo modo. Cos un dono straordinario quello che Ges ha fatto alla Chiesa quando le ha concesso di agire in suo nome, la sera di Pasqua in cui diede il potere di rimettere i peccati, nello Spirito Santo. E se la grazia pasquale dellassoluzione suppone la croce e la morte di Ges, che rappresentativamente stato reso peccato fin nella morte dellabbandono, listituzione delleucaristia racchiude in s, anticipatamente, la medesima croce e la medesima morte, dato che il corpo nella sua lacerazione e il sangue nella sua effusione vengono esibiti come cibo e bevanda. In che modo il Signore vivente, in uno stato di compattezza fisica, possa gi disporre di una sua corporeit che si condensa nella morte, rimane un suo mistero; ma come nella trasfigurazione del Tabor la sua figliolanza divina si potuta manifestare fino a comprendere lintera sua corporeit, allo stesso modo, in forza della sua libera autodedizione nessuno mi toglie la vita, ma io la d liberamente egli dispone pure di un potere sul proprio stato di morte. E ci in un duplice modo: donandosi come cibo ai suoi nella propria condizione di sacrificio estremo e, quando conferisce il potere di assolvere, autorizzandoli a disporre di questa sua condizione estrema, consacrandoli insieme a se stesso (Gv 17,19). Dal parallelismo che si osserva tra levento del Gioved santo e quello della sera di Pasqua si deduce che lofferta che Ges fa di se stesso pu diventare una (co-)offerta della Chiesa. Entrambi i sacramenti, eucaristia e confessione, che a differenza degli altri sacramenti non sono in primo luogo avvenimenti che si verificano una volta soltanto nella vita del cristiano ma accompagnano il ritmo di questa vita e lo scandiscono, sono vita dalla morte. Nella confessione il peccatore, morto a Dio, attraverso il Signore risorto dalla morte dei peccatori viene restituito ad una vita in Dio e per Dio. Ci che in lui era morto, il Signore, che da morto era disceso agli inferi, lha seppellito col, per farlo risorgere con s per il Padre. Dstati dai morti (Ef 5,14) dice ad esso il Risorto, come precedentemente, nel simbolo terreno, aveva richiamato alla vita persone fisicamente morte. Ma leucaristia viene istituita prima della passione e della morte per rendere capaci coloro che prendono parte al banchetto misterico di attuare insieme al Signore la dedizione ultima, la resa dello Spirito nelle mani del Padre (Lc 23,46), quella che nella morte insieme la suprema attuazione della vita donata. In Ges questa la sua ubbidienza di fede verso il Padre nella forza dello Spirito, una

ubbidienza che dalla morte fisica, anzi addirittura dalla morte spirituale, quando il Padre abbandona e dove reso lo Spirito, ricava qualcosa che, al di l di tutte le morti, ma includendo il loro radicalismo, costituisce unopera del Vivente per eccellenza. Pertanto: Chi crede in me, anche se muore, vivr e... non morr in eterno (Gv 11,25s.). Linterrogativo che subito segue: Credi tu questo?, la domanda che il Signore rivolge a chi sta per comunicarsi, il quale non morir in eterno poich gi disposto a partecipare di quella morte. Ci vale in modo eminente per chi deputato a ripetere le stesse parole di Ges: Questo il mio sangue versato per voi e per i molti, ma non meno per coloro che credono con gioia e quindi sono pronti a morire, per non morire in eterno. Mai la Chiesa talmente oltre se stessa, come lo qui, dove viene istituita, nella sua peculiare figura, attraverso il sacramento. Ges muore per i molti, i figli dispersi di Dio al di l di Israele (Gv 11,52): non c nessun peccatore per il quale egli non sia morto, rappresentandolo nella morte del peccato e in lontananza da Dio. Perci leucaristia pu esser celebrata solo sul mondo (come dice Teilhard), se vero che essa produce un gruppo che pu comprendersi soltanto come esistente per i molti (inescludibili). Il credente crede per coloro che non credono, si comunica per coloro che non si comunicano, poich il corpo che egli riceve ha portato i peccati di tutti. Ci che ha ucciso Ges sono i peccati di tutti: se egli non avesse eliminato questo che era nostro, non avrebbe potuto darci, in sua vece, ci che era suo, e che non ci estraneo (come potrebbe esserlo una protesi artificiale), dato che il suo ci che ha preso di nostro per restituircelo trasformato (da morte in vita). Ma pur nella sua particolarit ecclesiale, intenzionalmente questo un processo universale: con la morte di Cristo, il Padre intende riconciliare con s il mondo (2 Cor 5,19). Questa universalizzazione che non sopprime la particolarit e la personalit non deve farci dimenticare mai il ruolo dello Spirito Santo che, se si comunicato solo in parte ai profeti, su Ges si posato senza misura (Gv 3,34), e nemmeno il fatto che quel Ges che lo restituisce senza misura lo pu pure effondere senza misura nel tempo e nello spazio. Ci che storico viene generalizzato, senza perci diventare astorico o sovra storico: lo vediamo nel modo in cui Ges si lega allazione eucaristica quando laffida alla Chiesa, sua sposa, presente ai piedi della croce in Maria e Giovanni, quando la lancia gli trafigge il cuore. E mentre Maria, la Chiesa senza macchia (Ef 5,27), viene affidata per testamento al nuovo figlio Giovanni, e quindi aggregata alla Chiesa visibile che ha in Pietro il suo principio di unit, rimane per tutti i tempi la comunione che si stabilita tra il Ges trafitto e il suo corpo sponsale. E su questa unit, irrisolvibile in una qualche sintesi, come sua parte (insieme di chiese o di organizzazioni profane) che si fonda luniversalizzazione della salvezza ad opera dello Spirito.

Ma occorre sempre ricordare che tale universalizzazione non possibile se non come vita dalla morte: Ges non ha subito soltanto la sua morte personale, ma la morte per tutti i peccatori e quindi la morte di tutti, per cui egli ha incorporato nella sua vita personale la morte universale. Io ero morto, ma ora vivo per sempre e ho le chiavi della morte e degli inferi (Ap 1,18). Ha tali chiavi, perch mor e and nello Sheol, ma anche perch ha portato in s la morte di tutti e quindi ha il potere su tutto il regno degli inferi. Come la sua vita terrena era polarizzata verso questa morte universale, cos la sua vita eterna assume i tratti eucaristici. In tale forma la vita eucaristica di Ges in definitiva anche la forma economica della sua donazione trinitaria al Padre, che egli non ha, ma soprattutto . Come la volont del Padre e il compimento della sua opera sono, per il Ges terreno, il continuo cibo eucaristico (Gv 4,34), cos nella vita intra-trinitaria tutte le ipostasi divine sono, nelle reciproche relazioni, cibo eucaristico. Anche il Padre si nutre del Figlio, senza del quale non potrebbe essere Padre, come entrambi sono Padre e Figlio solo mediante lo Spirito Santo; ma lo Spirito colui che viene nutrito da entrambi e insieme il nutrimento. Certo tale perdersi delluno nei confronti dellaltro e nellaltro, non pu esser chiamato morte (n kenosi, n annientamento), ma forma ed espressione di vita suprema. E a partire dal mistero della vita di Dio si vede che anche la morte naturale della creatura pu essere un aspetto di somiglianza con Dio (cosa che non si pu dire della morte del peccato), e specialmente che Ges Cristo pu conferire alla morte terrena una impronta di donazione trinitaria. 3. MORIRE NELLA MISSIONE Molto di ci che stato detto diventa pi chiaro quando i quaranta giorni che il Risorto trascorse con i suoi vengano compresi come il tempo della missione della Chiesa nel mondo, ma anche della necessaria premessa, cio del formarsi di una Chiesa capace di svolgere una missione. La Chiesa fondamentalmente comunit di persone che credono in Cristo e di lui partecipano; la missione invece il superamento ditale forma di comunit, verso la solitudine di un compito che sempre singolo. Certo, i carismi possono venir intesi come funzioni allinterno di una comunit (in pace con se stessa, integrata), ma un pace che il Risorto quasi impazientemente vorrebbe finisse: Mi stato dato ogni potere in cielo e in terra (non solo nella Chiesa). Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole... insegnando loro ad osservare tutto ci che vi ho comandato: ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo (Mt 28,19s.). Come il Padre ha mandato me, cos io mando

voi (Gv 20,21), non ad Israele, e neppure alla Chiesa soltanto, ma fuori, dove il pastore cammina davanti alle pecore, che egli ha fatto uscire (ekbale: Gv 10,4). Questo fuori il luogo in cui si aggirano i lupi (0v 10,12), per niente innocui ma pronti a sbranare ed a fare irruzione (At 20,29). Ma proprio questo il luogo della missione: Vi mando come pecore in mezzo ai lupi (Mt 10,16). A questo punto la missione acquista una seriet mortale. La missione, centro della vita cristiana, presuppone il s ad una duplice morte: anzitutto la morte della persona privata, che non vive pi per s; per i propri obiettivi e le proprie inclinazioni, ma per colui che per noi morto e risuscitato (2 Cor 5,15); poi la morte con la quale essa, in quanto membro della Chiesa, deve morire dalla Chiesa visibile al mondo ostile. Questa seconda morte include, senza sottolinearne il pthos, la donazione della stessa vita fisica, il martirio in senso stretto, dato che martyrion, come testimonianza, coincide sotto ogni aspetto con la missione. Nel Nuovo Testamento i martiri non presentano alcunch di patetico, poich sono la semplice conseguenza logica della premessa certo patetica che la missione cristiana deriva in definitiva da colui che per noi morto e risuscitato. Per principio siamo stati privati dei nostri diritti: Nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso: perch se noi viviamo, viviamo per il Signore; se noi moriamo, moriamo per il Signore (Rm 14,7s.). Paolo blocca esplicitamente ogni tentativo di fuga nellesistenza privata: Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore. Per questo infatti Cristo morto ed ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi (ibid. 8s.). Tale signoria e tale sovrana missione ci vengono ancora descritte l dove tascensione di Cristo sopra tutti i cieli indica il luogo dal quale procedono tutte le missioni, mentre si aggiunge significativamente che lascesa sopra tutti presuppone la discesa sotto tutto (Ef 4, 7-11). Dio, si potrebbe pur dire, lo ha innalzato al di sopra di tutto, poich lui, nella sua missione, si era abbassato fin nella pi profonda umiliazione (Fil 2,6-11). Non difficile pensare cosa pu succedere alle pecore mandate tra i lupi. Quali siano le ostilit e le trame omicide che attendano i cristiani inviati, chi li manda ben le conosce, dato che sono alla sua sequela e non possono attendersi sorte diversa dalla sua. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi (Gv 15,20), il servo non pi del suo maestro, e devesser lieto se gli succede come al suo padrone (Mt 10,25). C qui, per Ges, un evidente crescendo: Se hanno chiamato Beelzebl il padrone di casa, quanto pi i suoi familiari (ibid.). Che Pietro venga crocifisso capovolto, col capo allingi, costituisce un chiaro simbolo di questo non patetico tanto pi. Oggi la Chiesa, come mai nella sua storia, vive la sequela del perseguitato, e si pu ben dire che la vive tanto pi quanto pi Chiesa, Chiesa cattolica. LOrtodossia pi del Protestantesimo, e la

Cattolica pi dellOrtodossia. Oggi si prende molto sul serio la parola dordine Ecrasez lInfame. Questo un titolo onorifico, nella misura in cui la Chiesa, nella sua lunga storia, perseguitando altri ha messo in dubbio la sua nobilt. Forse, nella condizione di perseguitata, ora sconta le sue molte colpe. Ed bene che non lo dimentichi mai. Ma in certi momenti pure evidente che essa vive nella sequela. Ebbene, fin dal tempo degli Atti degli apostoli essa sa che queste persecuzioni garantiscono anche la fecondit della missione. una specie di bagno di sangue eucaristico, in cui anche la sua carne e il suo sangue non essa il corpo di Cristo? sono cibo per la vita del mondo. Qui cimbattiamo nel cuore del mistero della Chiesa, dato che ora non possiamo pi stabilire se la Chiesa viva pi per la morte o dalla morte, se si consumi ai piedi della croce o se non viva invece della grazia del Risorto, con la morte alle spalle, in una nuova vita eterna. Sono due aspetti intimamente legati: Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lass, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio... Voi infatti siete morti e la vostra vita nascosta in Dio... Mortificate dunque quella parte di voi che appartiene alla terra... Tutto quello che fate in parole e opere, tutto si compia nel nome del Signore Ges, rendendo per mezzo di lui eucaristia a Dio Padre, cio dicendo grazie (Col 3,1.5.17). Sia da morti che da risorti, si sempre tenuti a mortificare ci che puramente terreno ed a vivere nella missione di Cristo, che sempre una missione eucaristica. C un indissolubile legame fra il Venerd Sabato santo di morte e la Pasqua dellascensione al Padre, sia nella vita della Chiesa come in quella del singolo credente. Dalla Pasqua il fedele viene rinviato al Venerd santo, dalla morte del battesimo ad una vita eucaristica dalla morte e per la morte. Il cristiano non riesce, n vuole capirlo a fondo. A lui basta credere, confidando nel Signore, che Lui, il quale viveva della vita eterna, ha scelto e sperimentato la morte temporale, per conferire alla morte che accompagna ogni vita vissuta nella caducit un senso nuovo, un senso che la tramuta in vita vissuta in maggiore profondit: il senso della donazione trinitaria, di quella vita suprema che nella vita di Cristo e nella sua sequela assume la forma della morte ignominiosa spazzatura del mondo, feccia, sporcizia di tutti coloro che vogliono purificarsi in noi (1 Cor 4,13) -, ma proprio per ci serve alla purificazione del mondo3.

3 Per lintera tematica vedi: FERDINAND ULRICH, Leben in der Einheit von Leben und
Tod (Frankfurt a. M. 1973).

III. Una sola cosa attraverso la morte


Tutto quel che si detto sfocia nel mistero della comunione dei santi. I viventi, come Paolo diceva, sono morti insieme al Signore che morto per loro, per poter vivere nascosti, col Risorto, in Cristo (Col 3,3), oltre la propria mortalit, che ha ancora la morte dinanzi a s. I morti, invece, che lhanno dietro di s, vivono, come dice Ges, quali figli della resurrezione presso il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe; Dio non Dio dei morti, ma dei vivi; perch tutti vivono per lui (Lc 20,37s.). Ma se Cristo, nelleucaristia, con noi, non dovrebbero esserlo pure coloro che sono con Cristo (Fu 1,23)? La morte ci appare come una barriera che ci tiene lontani dal cielo. Ma se la barriera caduta, ora il cielo non dovrebbe essere vicino alla terra, non dovrebbe accompagnarla e guidarla nel cammino che ad esso conduce? Quando la Chiesa terrena celebra lEucaristia, essa invoca coloro che in cielo sono communicantes nella preghiera, perch partecipino allevento temporale; ma li invoca pi per farne memoria che per conservarne il ricordo. Infatti lessere-per-s, che sulla terra condizionato dalla mortalit, nel cielo cede il posto allessere veramente personale e trinitario, allessere-fuori-da-s-per-laltro. E non solo il Signore della Chiesa, che per noi morto, ci insegna ci che mortale, ma anche, insieme a lui, tutto ci che passato nella vita-dalla-morte. Dalla terra al cielo c distanza (segretamente gi superata), dal cielo alla terra non ce n. I centoquarantaquattromila, il cui canto risuona come un fragore di grandi acque e come un rimbombo di forte tuono e suono di arpe e coloro che seguono lAgnello dovunque va (Ap 14,2.4), sono coloro che lo seguono dalla vita alla morte, come pure coloro che lo seguono dalla morte alla vita. E se lo seguono realmente, anche la prima schiera sta gi sotto la legge del vivere e del morire per (tutti) gli altri, ed entrambe le schiere seguono la medesima strada. Il pastore delle pecore cammina innanzi a loro, e le pecore lo seguono, perch conoscono la sua voce (Gv 10,4). I misteri della comunione dei santi sono cos insondabili come quelli dellEucaristia. Chi vi rientra tenuto soltanto a dare, e riceve solo donando. Personalit e comunit crescono insieme e luna mediante laltra. La paradossalit del detto: A chi non ha, viene tolto anche ci che ha, e a chi ha i dieci talenti viene dato in pi lundicesimo (Mt 25,29), non deve meravigliare nessuno. Nella Chiesa di Cristo si ha solo per dare, ed cos che ci si arricchisce.

Basta vedere Maria per capire la giustezza ditale legge. Lei, che con le sette spade nel cuore, don continuamente tutto, cio il Figlio, il suo Tutto, la pi ricca in questa comunit e pu stendere su ciascuno il suo manto di protezione. Se cos spesso ci appare e si presenta come modello di vera ecclesialit, questo solo perch, nel suo Figlio, ella ha subto mille morti e, attraverso di lui, pu donare mille vite agli altri (suoi) figli (Ap 12,17). Gi in terra la missione (o secondo Paolo ministero ecclesiale, carisma: 1 Cor 12,4ss.) era sia ci che determina la personalit unica e insostituibile del singolo cristiano, come pure la sua capacit di impegnarsi fecondamente nella comunione dei santi. In questa duplice descrizione della missione, vita e morte sembrano quasi risolversi, come trasfigurate, luna nellaltra, ma solo a patto che non si ignorino le tenebre in cui dovr immergersi la vita che si dona, se vuol vincere le resistenze allamore: Le tenebre non lhanno accolta [la luce], i suoi non lo hanno accolto (Gv 1,5.11). In tale brillare-nelle-tenebre la luce deve dimenticarsi di s, per diventare un martello che spacca la roccia (Ger 23,29): la roccia che resiste alla fluente comunit dei santi e che solo la forza della sofferenza e della morte pu rimuovere. Ma la roccia della morte chi ci rimuover la pietra? non resiste ad ogni attacco, poich forte come la morte lamore e i flutti del caos non possono spegnere le sue vampe (Ct 8,6s.). In definitiva, dunque, nessuno sapr mai, prima di morire, quanto il suo compito esiger ancora da lui, prima di entrare, al di l della sua morte sempre pi profonda, nella vita eterna della comunione dei santi.