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LETTURE/ Von Balthasar, quando l’amore gratuito di Dio cambia

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il 12 agosto di quest’anno cade il 110mo compleanno di Hans Urs von
Balthasar. Attraverso il suo incontro personale con lui, ROBERTO
GRAZIOTTO spiega il teologo dell’essere come dono
11.08.2015 - Roberto Graziotto

Michelangelo, Pietà Rondanini (1552-53) (Immagine dal web)


Caro direttore,
il 12 agosto di quest’anno si ricorda il 110mo compleanno di Hans Urs von
Balthasar, “l’uomo più colto del suo tempo”, come si espresse Henri de
Lubac, certamente un grande avvenimento teologico nella storia della
teologia cristiana. Nel 1978 vivevo in un quartiere operaio di Torino,
Mirafiori Sud, e quando avevo quindici anni avevo avuto un grande parroco,
Paolo Gariglio, ma era stato mandato a Nichelino, in un’altra parte
della periferia di Torino e così mi sentivo, dal punto di vista della comunità
cristiana, un po’ orfano. Nel liceo scientifico che frequentai fino al 1980 ebbi
come insegnante di filosofia Francesco Coppellotti, traduttore di alcune
opere importanti del marxista eretico Ernst Bloch (1885-1977), che con la
sua filosofia dell’utopia aveva affascinato la generazione del 1968.
Coppellotti, che era stato intimo amico di Henri de Lubac (1896-1991),
pur in posizioni filosofiche direi quasi opposte, vedendo in me un giovane
cattolico pieno di domande mi diede l’indirizzo di Balthasar a Basilea e
mi suggerì di scrivergli. Gli scrissi una lettera in cui gli chiedevo che cosa
dovessi fare per diventare un buon cristiano. Avevo appena incontrato Giulio
Girardi, una delle menti più lucide della teologia torinese di quegli anni, che
aveva appena lasciato il sacerdozio ed era autore di un’opera interessante su
cristianesimo e marxismo. Chiesi a Balthasar se, per essere un buon cristiano,
dovessi diventare prete operaio. La sua risposta (che pubblicai poi negli anni
novanta in un libro edito da Piemme con una raccolta di testi di
Balthasar, Incontrare Cristo), fu per me sorprendente, in primo luogo perché
questo grande della teologia cattolica si prendeva il tempo di scrivere ad uno
sconosciuto ragazzo della periferia di Torino, ma anche per il contenuto, che
portò però frutti non immediati — visto che era appena cominciata, con la
lettura de Ateismo nel cristianesimo di Ernst Bloch, una fase della mia vita
che mi portò dal 1980 al 1987 a vedere nello spirito dell’utopia e non nella
presenza cristiana la fonte prima di speranza.
Il contenuto di quella prima lettera di von Balthasar era del tutto ignaziano
e si può forse riassumere, con le mie parole, così: non devi fare nulla per
diventare un buon cristiano, perché non il tuo, ma il Suo operare è decisivo.
Tu devi metterti a disposizione di ciò che il Signore vuole fare di te; potrebbe
per esempio anche sceglierti per diventare un trappista. Decisivo è che “lei
diventi uno strumento della sua volontà salvifica”.
Questa “inversione” di ogni attivismo è forse il filo rosso di tutta l’opera
di von Balthasar, che nella sua grande trilogia teologica comincia con una
determinazione “ultima” dell’essere: la bellezza, che viene vista come il
primo passo della trilogia. Se una cosa non è bella, non avremo mai la
possibilità che ci appaia come buona e vera. Sulla croce è visibile tutta la
bellezza, meglio la “gloria” di Dio.
La seconda mossa della trilogia è la “teodrammatica”, non tanto quindi
una riflessione etica sulla bontà dell’essere, ma su quel bene ultimo senza il
quale anche le cose buone rimangono ambigue: la libertà. Il mondo intero è
visto come un grande palcoscenico in cui la libertà di Dio e quella dell’uomo
lottano per un senso ultimo. L’ultimo passo della trilogia è la verità, che
Balthasar presenta sotto il termine di “teologica”. Anche qui abbiamo a che
fare con un’inversione. Pur riconoscendo la necessità di una riflessione sul
soggetto conoscente, e riconoscendola fino al punto di dire, nell’introduzione
della Teologica, che “non si da teologia senza filosofia”, la verità
è “qualcuno”, non “qualcosa”, qualcuno che interpella la capacità dialogica
dell’uomo; e non è un caso che Balthasar si sia occupato spesso di un grande
filosofo del dialogo come Martin Buber.
Come a Luigi Giussani — lo spiega in modo molto chiaro Massimo
Borghesi nel suo libro appena uscito sul fondatore di Cl — anche ad Hans
Urs von Balthasar è estranea ogni forma di “ontologismo”, che definirei
come una concezione dell’essere che anticipa il logos cristiano. Ma ciò non
significa che i due grandi amici non abbiano un senso ontologico del reale.
Per entrambi l’essere è dono che l’uomo può ricevere da un amore
assolutamente gratuito e libero. Balthasar ha approfondito questo tema
filosofico nel volume di “Gloria” dedicato allo “Spazio della metafisica”, in
dialogo con un altro suo grande amico, Ferdinand Ulrich, che nel suo Homo
Abyssus. Il rischio della domanda sull’essere (1961), in un gigantesco
schizzo filosofico, scritto guardando direttamente negli occhi Hegel ed
Heidegger, faceva comprendere che lo stupore che qualcosa sia invece del
niente, nasce solamente se l’essere non è qualcosa di cui essere il pastore,
ma l’atto di una persona che nella sua assoluta libertà ci intende
radicalmente, ci vuole completamente. Si dona nell’amore per e di Suo Figlio
senza riserve fino a confessare davanti al mondo, sulla Croce, il peccato del
mondo stesso, come si esprimeva l’altra faccia della teologia balthasariana,
Adrienne von Speyr (1902-1967); senza la considerazione della quale, non è
possibile comprendere il cuore di questa grande opera teologica.
Secondo me, certo anche con altri avvenimenti teologici ed ecclesiali,
questa teologia affascinata dal gratuito amore di Dio è stato uno dei semi che
Dio ha posto per far nascere il pontificato di papa Francesco, che non insiste
su una dottrina da difendere dal peccato del mondo, ma è così affascinato
dall’amore gratuito di Dio che ci porge sempre nell’ora in cui viviamo un
amore concreto, da esprimere esistenzialmente; per chi ha “occhi per il cielo”
la presenza di quel Tu senza il quale il mondo perisce nella sua assurdità.
Il miracolo più grande è che anche alcuni che si pensano “fuori” della
Chiesa se ne accorgono, e che la stessa dialettica di chi sta “fuori” e chi
sta “dentro” è messa radicalmente in questione. “Perché credibile è solo
l’amore”, e questo cambia il “fuori” in “dentro”.

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