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TDS006 ̵ INTORNO A CALCEDONIA: PROBLEMI E PROSPETTIVE DI CRISTOLOGIA

DOGMATICA
S. BONAVENTURA, Breviloquium

PARTE QUARTA
L'INCARNAZIONE DEL VERBO

Capitolo I
LA RAGIONE PER LA QUALE IL VERBO DI DIO
DOVETTE INCARNARSI O FU CONVENIENTE CHE SI INCARNASSE

Dopo aver detto qualcosa sulla Trinità di Dio, sulla creazione del mondo e sulla corruzione del
peccato, resta ora da dire brevemente qualcosa sull'incarnazione del Verbo, del Verbo incarnato per
mezzo del quale, in verità, furono realizzate la salvezza e la redenzione del genere umano, non
perché Dio non potesse salvare o liberare il genere umano in altro modo, ma perché nessun altro
modo era così congruo e conveniente sia per lo stesso redentore sia per chi doveva essere redento
sia per la redenzione.
La ragione, poi, per intendere le cose predette è questa: poiché il primo principio creatore delle
cose non poté essere né convenne che fosse altri se non Dio e poiché redimere le realtà create non è
minor cosa che chiamarle all'essere – come non è inferiore l'essere bene all'essere semplicemente – ,
fu convenientissimo che il principio riparativo delle cose fosse il sommo Dio, affinché, come Dio
aveva creato tutte le cose per mezzo del Verbo increato, così le redimesse tutte per mezzo del Verbo
incarnato. Perciò, dato che Dio aveva fatto tutte le cose potentemente, sapientemente, ottimamente e
benevolmente, fu conveniente che in modo identico le redimesse, per mostrare la sua potenza,
sapienza e benevolenza. Ora, che cosa c'è di più potente che congiungere in un'unica persona gli
estremi sommamente distanti? Che cosa c'è di più sapiente e di più congruente del realizzare, per la
perfezione di tutto l'universo, la congiunzione del primo e dell'ultimo, ossia del Verbo di Dio, che è
principio di tutte le cose, e della natura umana, che fu l'ultima di tutte le creature? Che cosa c'è di
più benevolente che il Signore per la salvezza del servo assuma la forma del servo? Anzi, ciò è di
tale benignità che non si può pensare nulla di più clemente, di più benigno, di più amichevole.
Questo era dunque il modo più conveniente al Dio redentore, dato che si dovevano far valere la
potenza, la sapienza e la benevolenza divine.
D'altra parte, l'uomo, cadendo nella colpa, si era distolto e allontanato dal principio potentissimo,
sapientissimo e benevolentissimo; era perciò incorso nell'infermità, nell'ignoranza e nella malignità,
e per questo da spirituale era divenuto carnale, animale e sensuale; e dunque era divenuto incapace
di imitare la virtù divina, di conoscere la luce, di amare la bontà. Acciocché l'uomo fosse redento da
questo stato, fu quindi congruentissimo che il primo principio scendesse sino a lui, per rendersi da
lui conoscibile, amabile e imitabile. E poiché l'uomo carnale, animale e sensuale non aveva
conosciuto, né amava, né seguiva se non le cose a sua misura e simili a se stesso; così, per trarre
l'uomo dallo stato in cui si trovava, il Verbo si fece carne, per poter essere conosciuto, amato e
imitato dall'uomo, che era carne; e l'uomo, per questo, fosse curato dal morbo del peccato,
conoscendo, amando e imitando Dio.
Da ultimo, poiché l'uomo non avrebbe potuto essere redento in modo perfetto, se non avesse
riacquistato l'innocenza della mente, l'amicizia di Dio e la propria eccellenza, per la quale era
soggetto solamente a Dio; e dato che questo non sarebbe potuto avvenire se non per mezzo di Dio in
forma di servo, fu conseguentemente congruo che il Verbo si incarnasse. L'uomo, infatti, non
avrebbe potuto riacquistare la propria eccellenza, se Dio non fosse stato il redentore, poiché, se [il
redentore] fosse stato una semplice creatura, l'uomo sarebbe rimasto soggetto a quella che era solo
una creatura, e non avrebbe così riacquistato il proprio stato di eccellenza. Non avrebbe neanche
potuto riacquistare l'amicizia di Dio, se non per mezzo di un conveniente mediatore, che potesse
tendere la mano a entrambi e fosse conforme ad entrambi e di entrambi amico, e perciò fosse simile
per la divinità a Dio e per l'umanità all'uomo. Non avrebbe potuto, inoltre, riacquistare l'innocenza

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della mente, se non quando fosse stata rimessa la colpa, che alla divina giustizia non conveniva
rimettere se non per mezzo di soddisfazione adeguata; e poiché nessuno se non Dio avrebbe potuto
soddisfare per tutto il genere umano, né era conveniente che lo facesse nessun altro se non l'uomo
che aveva peccato, fu di conseguenza congruentissimo che il genere umano fosse redento per mezzo
del Dio-uomo nato dalla stirpe di Adamo. Poiché dunque l'eccellenza non poteva essere riacquistata
se non per mezzo di un redentore eccellentissimo, né l'amicizia poteva essere ricostituita se non per
mezzo di un mediatore amicissimo, né l'innocenza poteva essere riacquistata se non per mezzo di
uno che soddisfacesse in modo sufficientissimo; e d'altra parte non vi è eccellentissimo redentore
che non sia Dio; non vi è amicissimo mediatore che non sia uomo; né vi è chi possa soddisfare in
modo sufficientissimo che non sia parimenti Dio e uomo: l'incarnazione del Verbo fu
congruentissima per la nostra redenzione, affinché, come il genere umano era venuto all'essere per
mezzo del Verbo increato, ed era caduto nella colpa fuggendo il Verbo ispirato, così risorgesse dalla
colpa per mezzo del Verbo incarnato.

Capitolo II
L'INCARNAZIONE QUANTO ALL'UNIONE DELLE NATURE

Dobbiamo considerare, poi, tre cose riguardo allo stesso Verbo incarnato, cioè l'unione delle
nature, la pienezza dei carismi e la sofferenza di patimenti per la redenzione del genere umano. Per
quanto concerne l'unione delle nature si devono considerare queste tre cose per intendere il mistero
dell'incarnazione, cioè l'opera, il modo e il tempo.
Secondo la fede cristiana, poi, sull'opera dell'incarnazione si devono sostenere queste cose:
l'incarnazione è opera della Trinità, per mezzo della quale avviene l'assunzione della carne da parte
della Divinità e l'unione della Divinità con la carne; cosicché l'incarnazione non solo è assunzione
della carne sensibile, ma anche dello spirito razionale conformemente alla potenza vegetativa,
sensitiva e intellettiva; e in modo tale che l'unione non avviene nell'unità della natura, bensì della
persona; non umana, ma divina; non assunta, ma che assume; non di una persona qualsiasi, ma della
persona del solo Verbo; nella quale avviene una tale unione, che qualunque cosa sia detta sul Figlio
di Dio è detta del Figlio dell'uomo, e viceversa, eccettuate tuttavia quelle cose, nelle quali si
esprime l'unione, o si racchiude una negazione.
La ragione, poi, per intendere le cose predette è questa: l'opera dell'incarnazione non solo è
causata dal primo principio in quanto è effettivo nel creare, ma anche in quanto è riparativo nel
redimere, nel soddisfare e nel riconciliare. Perciò, poiché l'incarnazione, in quanto denota un certo
effetto, proviene dal primo principio, che fa tutte le cose in ragione della somma potenza; e poiché
la sostanza, la potenza e l'opera sono assolutamente unite e indivise nelle tre persone: ne consegue
che è necessario che l'opera dell'incarnazione provenga da tutta la Trinità.
Poiché, poi, l'incarnazione proviene dal primo principio, in quanto è riparativo riel redimere; e
poiché tutto il genere umano era caduto nella colpa ed era corrotto, non solo nell'anima, ma anche
nella carne, ne consegue che fu necessario che esso fosse assunto totalmente, affinché fosse
totalmente curato. E dato che ci è più nota la carne e questa è più lontana da Dio, affinché il nome
con cui quest'opera viene indicata sia più espressivo, e l'umiliazione sia espressa in modo maggiore,
e si manifesti più profondamente la degnazione, quell'opera conseguentemente viene chiamata non
già inanimazione, ma incarnazione.
Inoltre, poiché proviene dal primo principio, in quanto principio riparativo nel soddisfare, e la
soddisfazione non ha luogo, se non da parte di colui che deve e che può; e nessun altro deve se non
l'uomo, e nessun altro può se non Dio; fu necessario che nel soddisfare vi fosse il contemporaneo
concorso di entrambe le nature, cioè della divina e dell'umana. E poiché è impossibile che la natura
divina, a causa della sua perfettissima semplicità e immutabilità, concorra con un'altra, quasi parte
nella costituzione di una terza; né che essa si muti in un'altra natura, né che un'altra natura si muti in
essa, per la semplicità e la perfettissima immutabilità della stessa; ne consegue che la Divinità e

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l'umanità non sono unite nell'unità della natura né dell'accidente, ma sono unite nell'unità della
persona e dell'ipostasi. E poiché la natura divina non può sussistere in nessun fondamento eccetto
che nella propria ipostasi, quell'unione, per conseguenza, non può sussistere nell'ipostasi o nella
persona dell'uomo, ma di Dio; e per questo, il primo principio, per quella unione, in una delle sue
ipostasi costituì se stesso come fondamento alla natura umana; e così, v'è una sola personalità e
unità personale, cioè quella da parte di colui che assume.
Da ultimo, poiché è causata dal primo principio, come principio riparativo nel riconciliare; e
poiché chi riconcilia è mediatore, e inoltre la mediazione conviene propriamente a Dio Figlio: del
pari è anche l'incarnazione. Infatti, è proprio del mediatore esser medio tra l'uomo e Dio, per
ricondurre l'uomo alla conoscenza divina, alla conformità divina e alla filiazione divina. Conviene
poi che nessun altro sia medio più della persona, che produce ed è prodotta, che è media fra le tre
persone [divine]; e conviene che nessun altro riconduca l'uomo alla divina conoscenza se non il
Verbo, per mezzo del quale il Padre manifesta se stesso, che è unibile alla carne, come la parola alla
voce; a nessun altro conviene di più ricondurre alla divina conformità se non a colui che è
l'immagine del Padre; a nessun altro conviene di più ricondurre alla filiazione adottiva se non al
Figlio naturale: e per questo conviene che nessun altro se non lo stesso Figlio di Dio diventi figlio
dell'uomo.
Perciò, poiché in ragione dell'incarnazione si identificano completamente il Figlio dell'uomo e il
Figlio di Dio, e «tutte le realtà che sono identiche ad una medesima realtà, tra loro sono uguali»; ne
consegue che si ha necessariamente la comunicazione degli idiomi, purché non vi sia parola nella
quale sia incluso qualcosa che ripugni, come sono quelle parole nelle quali è incluso il rapporto
dell'unione di una natura con l'altra, come unire, essere incarnato, assumere ed essere assunto; o la
negazione di qualcosa, il cui opposto compete all'altra natura, come iniziare ad essere, essere creato,
e consimili, che fanno eccezione rispetto alla regola già stabilita, per il motivo precedentemente
detto.

Capitolo IX
LA PASSIONE DI CRISTO QUANTO AL MODO DI PATIRE

Sul modo, poi, di patire si deve sostenere questo, ossia che Cristo patì con passione
generalissima, con passione acerbissima, con passione ignominiosissima, con passione uccidente,
eppure vivificatrice. Dico con passione generalissima quanto alla natura umana, non solo secondo
tutte le membra principali del corpo, ma anche secondo ogni potenza dell'anima, sebbene nulla
possa essere patito secondo la natura divina. Patì anche con passione acerbissima, poiché non solo
patì con dolore, in quanto patì per le ferite, ma anche condolendo, in quanto patì anche per i nostri
delitti. Patì anche con passione ignominiosissima, sia a causa del patibolo della croce, che era il
supplizio destinato ai più malvagi, sia a causa della compagnia degli iniqui, ossia dei ladroni, tra i
quali fu annoverato. Patì anche con passione uccidente, a causa della separazione dell'anima dal
corpo, fatta salva, tuttavia, l'unione di entrambi con la Divinità. Infatti, è scomunicato colui che dice
che il Figlio di Dio ha per un certo tempo abbandonato la natura che un tempo aveva assunto.
La ragione, poi, per intendere le cose predette è questa: il principio riparativo, come creò
ordinatamente il genere umano, così lo dovette ordinatamente anche redimere. Pertanto, dovette
redimerlo in modo tale da salvare la libertà dell'arbitrio, da salvare nondimeno l'onore di Dio, da
salvare anche l'ordine del governo dell'universo. Perciò, dato che dovette redimere, salvando la
libertà dell’arbitrio, redense dando l’esempio più efficace: l’esempio più efficace è quello che invita
e informa al culmine delle virtù. Nulla poi informa di più l’uomo alla virtù quanto l’esempio di
sopportare la morte per la giustizia e l’obbedienza divina, e non dico una morte qualsiasi, ma una
soffertissima. Invero, nulla incita più di tanto grande benignità, con la quale per noi l’altissimo
Figlio di Dio, senza nostro merito, anzi con molti nostri demeriti, offrì la sua anima;

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la quale benignità si mostra tanto più grande, quanto più gravi e più abiette cose sostenne, o volle
patire per noi. Dio infatti non risparmiò il proprio Figlio, ma lo diede per tutti noi: come non ci ha
donato con Lui anche tutte le altre cose? Da ciò siamo invitati ad amarlo e, amato, ad imitarlo.
Inoltre, dato che dovette redimere, salvo restando l’onore di Dio, redense, offrendo un ossequio
che soddisfa: «d’altra parte soddisfare è restituire l’onore dovuto a Dio». L’onore, poi, sottratto a
Dio per superbia e disobbedienza, rispetto a ciò a cui l’uomo è tenuto, in nessun modo è restituito
meglio che attraverso l’umiliazione e l’obbedienza, rispetto a ciò a cui non si era affatto tenuti.
Poiché perciò Gesù Cristo, in quanto Dio, era uguale al Padre «in forma di Dio»; in quanto uomo
innocente, in nessun modo era debitore della morte; nel momento in cui annientò se stesso e si fece
obbediente fino alla morte, pagò a Dio quelle cose di cui non si era appropriato, con un ossequio di
perfetta soddisfazione, e offrì un sacrificio di somma soavità, placando perfettamente Dio.