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Il romanismo non si discute

Essere romani e romanisti è qualcosa che si può spiegare a chi non lo è? Una piccola
indagine per capire cosa vuol dire tifare la Roma.
Di Daniele Manusia

Non esiste un aneddoto in grado di restituire l’immediatezza con cui un appassionato di calcio nato e
cresciuto a Roma, tifoso della squadra omonima, vive il suo essere romanista. Il modo in cui un
dettaglio del genere finisce per determinare in maniera a volte anche molto invasiva la sua vita
quotidiana, gli affetti, il lavoro. Come tifare Roma, in una città in cui ogni bar ha i quotidiani spo rtivi
aperti sul frigo dei gelati, sia una parte non trascurabile della nostra identità al di là – e in un certo
senso al di sopra – della classe sociale di appartenenza, del sesso, delle idee politiche e morali.
Un tifoso romanista parla tanto di cosa significa tifare Roma quanto della squadra o dei risultati,
eppure si troverebbe in difficoltà nel provare a darne una definizione di qualche tipo a un non
romanista. Ci sentiamo speciali, se non unici quantomeno diversi, ma è così e basta. C’è un pizzico di
autocompiacimento e di paranoia in questa chiusura verso tutto ciò che è esterno, ma è anche quello
che ci permette di sentirci speciali: se noi non possiamo spiegarlo, voi non potete capirlo.
Per questo, pur avendo vissuto una vita da romanista, in mezzo ai romanisti, pur avendo tre diversi
gruppi Whatsapp in cui si parla solo di Roma, non posso descrivere il fenomeno se non girandoci
intorno, per accumulo di sfumature e contraddizioni. Mettendo insieme il tifoso che dice
«purtroppo sono romanista… è una vita di sofferenze»; quello anziano che dice «io sono proprio
malato per la Roma»; quello giovane che la madre gli ha detto che la sua terza parola è stata «Totti»;
quello che con enfasi sostiene che «c’è orgoglio nel dolore»; quello che si rammarica di tutto ciò che
si perderà il figlio juventino perché la Roma «è tutto»; quello che se gli chiedi di spiegare il suo tifo a
un non romanista risponde con tono di sfida: «Ma che ne so, è come se chiedi a un cieco cos’è il
buio».
Soffrire per la Roma

Quanto meno, però, posso provare a descrivere questa impossibilità raccontando di quando una
ragazza francese in Erasmus mi ha chiamato dopo che la Roma aveva preso 7 gol a Manchester, per
chiedermi se quella sera ci saremmo incontrati. Come facevo a spiegarle che ero ancora in quella fase
dell’innamoramento in cui anche io volevo vederla ogni giorno, ma che non ce la facevo a uscire di
casa, fisicamente, come se mi fosse salita improvvisamente la febbre, perché la Roma aveva perso
male, ancora una volta?

Quella ragazza francese poi è diventata mia moglie ed è venuta a vivere a Roma. Sono giorni
difficili, questi in cui scrivo il pezzo, la Roma si è fatta rimontare dal Lione nell’andata degli ottavi di
finale di Europa League (da 1-2 a 4-2 in un tempo), una settimana dopo la sconfitta con la Lazio nella
semifinale di andata di Coppa Italia (un netto 2-0) e quella con il Napoli in campionato (1-2 in casa,
che significa smettere di pensare allo Scudetto e anzi iniziare a temere per il secondo posto). In nove
giorni la Roma ha sabotato spettacolarmente, e come sempre inspiegabilmente, la propria stagione.
Dopo l’ultima sconfitta, commentata a lungo con gli amici fuori da un locale, mia moglie mi ha detto:
«Non capisco perché ve la prendete con la vita? In realtà non cambia niente alla vostra vita, no?».

In un certo senso, però, in un modo che evidentemente neanche lei riesce a verbalizzare, mia
moglie ormai sa come funziona. Quando nei giorni a seguire mi ha sentito sospirare senza ragione mi
ha chiesto: «Cos’hai? Ah, certo, ancora la Roma…».
Contro il mai ‘na gioia

La sofferenza del romanista è un sentimento più intimo e profondo di quello sponsorizzato dallo
slogan tanto famoso quanto impreciso mai ‘na gioia. E del lamento delle radio che parlano di Roma
h24, che però sempre meno tifosi prendono sul serio. Basta un’occhiata tra romanisti in un periodo
difficile, ma quasi tutti quelli con cui ho parlato in questi giorni rifiutano l’idea che ci sia un culto
della sconfitta, l’immagine di eterno perdente.
«Ci identifichiamo nelle sconfitte perché sono di più rispetto alle vittorie: però se pensi quanto è
stato celebrato l’ultimo Scudetto, non mi sembra che siamo timidi nella vittoria». Queste sono le
parole di un trentenne romanista doc – anche lui scrive per lavoro ma non faccio nomi perché ogni
romanista è tutti i romanisti. «Parliamo delle sconfitte come i reduci parlano della guerra. Credo che
la logica sia: abbiamo passato questa, questa e QUESTA; eppure guardaci, siamo ancora tifosi. È un
modo per parlare di noi stessi più che della Roma».
Ogni romanista ha un ventaglio più o meno grande di partite che ricorda praticamente a memoria
(a cominciare dalla prima volta che è entrato all’Olimpico) ma sono le sconfitte eccellenti quelle che
accomunano tutti. Io ero troppo piccolo per avere ricordi di prima mano, ma sono cresciuto in un’aria
in cui si respirava ancora la finale di Coppa Campioni del 1984 persa contro il Liverpool, ai rigori, in
casa, con il portiere avversario che faceva il buffone. Vagamente, ricordo quel Roma-Lecce 2-3 del
1986, la Roma di Eriksson frenata dall’ultima in classifica. In prima persona ho vissuto le delusioni
famose di Roma-Slavia Praga (Coppa Uefa, la Roma eliminata dal gol del 3-1 ai supplementari dopo
aver recuperato il 2-0 dell’andata), i quattro derby persi da Zeman nella stagione 1997/98, il Lecce-
Roma dell’anno successivo allo Scudetto (1-1: con la Roma che viene scavalcata in classifica da
Juventus e Inter), la sconfitta evitabilissima con la Sampdoria nella stagione di Ranieri (con la Roma
in testa a tre giornate dalla fine che cede il passo all’Inter di Mourinho), la finale di Coppa Italia del
2013 persa contro la Lazio. Sono diventato adulto nel periodo in cui la Roma è diventata la prima ad
arrivare seconda in Europa: 8 volte nelle ultime 14 stagioni, 7 nelle ultime 10. Per dire: in tutta la sua
storia la Roma è arrivata seconda 13 volte, la Juventus 17; ma la Roma ha vinto 3 Scudetti, la
Juventus 32.
Uno, cento, mille romanisti

«Il nostro non è l’elogio della sconfitta. È l’accettazione di qualcosa che fa parte della nostra
storia. Ma non cambia di una virgola la passione. Il tifo della Roma non nasce dai risultati, ma dalla
cultura popolare».
Sono stato messo in contatto con un giornalista sessantenne pazzo per la Roma. Il giorno in cui è
nato il suo primo figlio ha trovato comunque il modo di andare allo stadio, «facendo finta di andare a
casa a prendere delle cose» (ovviamente ricorda ancora la partita in questione: Roma-Brescia del
1995, 3-0: Totti, Cappioli, Balbo). Il venerdì di solito fa beneficenza in un carcere, ma dopo il derby
perso in Coppa Italia non ci è andato, per evitare che qualcuno urtasse la sua sensibilità. Si rifiuta di
usare la parola “Lazio”, la chiama “la Elle”, e non ha amici laziali. Per lui la Roma è anche uno stile
di vita: «Ho l’accappatoio della Roma, l’asciugamano della Roma, le ciabatte della Roma, le chiavette
usb della Roma, l’accendino della Roma».
Con lui ho parlato anche della brutta fama di cui godono i romanisti, almeno da quando io ho
memoria. Lui ha vissuto la Curva Sud degli anni ’70, quando si faceva veramente «aggregazione,
solidarietà» e c’era anche «forte partecipazione politica». Roma e Lazio non erano squadre di vertice,
la rivalità cittadina era centrale e riproduceva in molti casi anche quella politica, c’era una «violenza
trasportata».
Su Youtube si trova il documentario di Alberto Negrin sul Commando Ultrà Curva Sud, sono i
primissimi anni ’80 e il tifoso romanista non è così diverso da quello di oggi. Nel documentario,
girato poco dopo l’omicidio di Vincenzo Paparelli in Curva Nord, si mischiano gli stessi accenti dei
diversi quartieri di Roma e i tifosi romanisti provano a separare la loro “fede” dalla violenza di altri
romanisti. Il problema, allora come oggi, è che Roma è abbastanza grande da contenere gli estremi di
tutto. «Lo stadio riflette un’esasperazione cittadina che a Roma è evidente. La povertà, la mancanza di
case, le violenze gratuite, il razzismo all’ordine del giorno…».
Tifare dolcemente

Luca Di Bartolomei, figlio di Agostino, mi ha raccontato di quando, per festeggiare l’ultimo


scudetto, alcuni tifosi hanno dipinto un murales sotto il palazzo nella periferia dove abitava da
studente. In questi giorni ho sentito tante cose difficili da credere sul tifo romanista, c’è stato chi mi
ha detto di essere convinto che il romanista sia «intrinsecamente una brava persona»; ma è vero che il
tifoso romanista sa anche essere dolce. Che il sentimento che prova il tifoso nei confronti della Roma
prende spesso la forma della dolcezza. Luca pensa che se il padre è ricordato con tanto affetto non è
solo perché dal suo tempo la Roma ha vinto poco, ma anche perché: «Aveva un alto rispetto di sé e
voglia di fare. Non si rifugiava nel passato ma ne ammirava la grandezza. Dubito che sia stato il più
grande giocatore della Roma, o il più grande romano, ma è stato un professionista serio».
Sotto ai gladiatori e ai colossei tatuati ci sono spesso cuori che ricordano bandiere molto comuni,
come Losi, Tommasi, Delvecchio. Sentirci romanisti ci aiuta a guardare il mondo con una disillusione
che non è nostalgia, ma rifiuto delle dinamiche di potere. Luca dice: «Ci si rifugia nel passato quando
si è pigri. Quando si vuole essere governati da qualcun altro. Quando non si vince».
Persino la rivalità cittadina assume più spesso tratti giocosi che non il contrario. Nella rivalità
definiamo e affermiamo la nostra identità. Mio padre era tifoso della Lazio, essere romanista da
piccolo significava essere diverso prima di tutto da mio padre. Ma la rivalità ci ha unito fino
all’ultimo: fino a quando la sola cosa che potevo fare per lui era leggergli il Corriere dello Sport,
pochi giorni prima di un derby che non avrebbe visto. Mentre scrivo queste righe non posso sapere se
la Roma uscirà dall’ennesimo periodo nero, e contro la sua stessa disillusione il romanista è pronto a
crederci ogni volta come fosse la prima volta. Se mio padre fosse ancora qui probabilmente
scuoterebbe la testa, e io gli direi: «Papà, voi non potete capire».