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Stefano

Bartolini
Note sulla Shoah in Italia e nel pistoiese

In In viaggio. Dentro il cono d'ombra, a cura di Sara Valentina Di Palma e Stefano
Bartolini, Livorno, Belforte, 2018, pp. 91-104


Nell’introdurre questa seconda sezione di lavori, partirò da una breve illustrazione dei fatti
salienti che hanno sostanziato la Shoah nell’area pistoiese, che poi è il territorio previlegiato
di interesse per l’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea, promotore di
questo convegno. E’ infatti giunto il momento di avvicinare il punto di vista, andando a vedere
cosa concretamente successe dentro al “cono d’ombra”, per riprendere il titolo che abbiamo
voluto dare alla giornata. Come vedremo, la fattualità storica restituisce in maniera
inequivocabile le ragioni alla base di questa scelta.
Al censimento del 1938, che doveva servire a localizzare gli ebrei ed identificare le persone
oggetto della legislazione antiebraica, in Toscana risultarono essere presenti 5.931 individui1.
A Pistoia furono rilevati 22 nuclei familiari residenti nella provincia, per un totale di 75
persone che facevano capo, allora come oggi, alla Comunità di Firenze, ed altre 40 famiglie
provvisoriamente presenti con in tutto 110 individui, per un totale di 185. Gli ebrei erano
principalmente concentrati nei centri urbani, a Pistoia (21 nuclei familiari, 72 persone) e
Montecatini Terme (24 nuclei, 69 persone), mentre il resto (17 nuclei, 44 persone) era
sparpagliato nei diversi comuni tra i paesi di Buggiano, Pescia, Abetone, Cutigliano, Marliana,
Monsummano, Pieve a Nievole, San Marcello, quindi prevalentemente nelle aree montane
dell’Appennino e in Valdinievole2. Pur consistendo in una piccola quota della popolazione
ebraica toscana, la loro presenza era diffusa su una parte significativa del territorio
provinciale e, per quanto attiene le famiglie stabilmente residenti, radicata ed integrata nel
tessuto sociale.
Sulle leggi del 1938 ha già svolto la sua relazione Michele Sarfatti precedentemente. Adesso
andremo pertanto a vedere come il fascismo preparò il terreno che rese possibile il pieno
dispiegarsi della Shoah. Fin dal 1938 il giornale del fascismo pistoiese, Il Ferruccio, intraprese
un’opera culturale e propagandistica di diffusione dell’antisemitismo, tramite editoriali che
andavano a giustificare la politica razzista del Regime ed adottando un linguaggio violento ed
aggressivo contro gli ebrei 3 . In particolare Carlo Villani pubblicò più volte articoli che
facevano una summa degli stereotipi antiebraici, accusando il giudaismo di lavorare alla
corruzione della razza italiana. Anche gli appartenenti ai Gruppi universitari fascisti, i GUF, si
cimentarono con solerzia nella campagna, giungendo a pubblicare fin dal maggio 1939 un
notiziario periodico dal titolo esplicito, Razza. Da un punto di vista generale, quest’attivismo
sul tema si inseriva in un filone di lungo periodo del fascismo – che aveva già avuto modo di
fare le sue prove generali tanto teoriche che pratiche attraverso la persecuzione delle


1 E. Collotti (a cura di), Razza e fascismo. La persecuzione contro gli ebrei in toscana (1938-

1943), Vol. I, [Firenze], Carocci, 1999, p. 17.


2 Archivio di Stato di Pistoia, Fondo Prefettura, Busta 199, Fascicolo Razza. Censimento degli

ebrei, Fogli 136, 137, 138, 139,140.


3 C. Bencini, “Il Bargello” di Firenze e “Il Ferruccio” di Pistoia, in E. Collotti, Razza e fascismo…,

cit. p. 294.
minoranze slovene e croate4 e nelle colonie – teso ad esaltare la potenza e la superiorità della
stirpe italiana, con un razzismo visto come logica e necessaria conseguenza della presa di
coscienza della nazione del suo ruolo nel mondo. E’ degno di nota rilevare come nei primi
mesi tanto il Villani che i GUF attribuissero quindi il “semplice” antisemitismo – parte dunque
di un più generale razzismo italiano – all’arrivo negli anni precedenti di un gran numero di
ebrei stranieri, persone in fuga dai regimi fascisti europei e dagli stati che applicavano
politiche antiebraiche5. Scriveva infatti Villani: «l’Italia pare diventata la terra d’approdo di
tutti i profughi ebrei. Ne sono calati e ne calano a torme. Occhio a chi valica la frontiera! E una
misura d’elementare precauzione»6. Ma anche il settimanale diocesano locale, L’Alfiere, non si
sottrasse alla diffusione continuativa di sentimenti antiebraici. Già nel 1937 scriveva: «Si può
parlare d’internazionale ebraica. L’ebreo è un essere insociabile e inassimilabile, parassita,
rivoluzionario, contrario a ogni autorità. Dove tende l’internazionale ebraica? Alla
ebraicizzazione del mondo. I punti principali della loro azione sono: distruggere la fede
cristiana; corrompere la moralità delle razze occidentali; culto dell’osceno e dello strano;
scomparsa di ogni nazionalismo»7.
Massoni, bolscevichi, avidi, depravati, gli stereotipi antisemiti sono tutti presenti nella stampa
locale tra gli anni Trenta e Quaranta, ed Il Ferruccio propose anche, a seguito della proiezione
nel capoluogo di Tempi moderni, di vietare tutti i film di Charlie Chaplin, in quanto espressione
del più puro spirito ebraico 8 . Se su un piano politico questi interventi della stampa
precisavano le peculiarità del razzismo fascista rispetto a quello nazista, la sua natura
“spiritualistica” e culturale – rivelando le contraddizioni tra le tradizioni di pensiero fasciste e
l’impostazione biologica del Manifesto della razza – e per quanto riguardava i cattolici anche i
distinguo della Chiesa rispetto al regime hitleriano, a un livello più divulgativo ci si prodigava
per alimentare l’ostilità contro la popolazione ebraica. Gli ebrei erano nemici verso i quali non
si doveva dimostrare debolezza o accondiscendenza, tant’è che il giornale fascista in più
occasioni attacco i comportamenti definiti “pietisti”9. Un’avversione che iniziò a risuonare
ancor più sinistramente dopo l’8 settembre del 1943, quando Il Ferruccio minacciò: «Cosa ci
resta da fare, pensando alle ribalderie commesse dagli ebrei e non dimenticando che la guerra
contro l’Asse è condotta dalla cricca ebraico-massonico internazionale? Continueremo a
tollerare la presenza di simili individui arricchiti con il nostro sudore? E’ un problema da
risolvere e che sarà risolto a tempo e luogo»10.
In realtà come sappiamo il fascismo aveva avviato fin dall’inizio della guerra un’ulteriore giro
di vite nei confronti degli ebrei, che si andava ad innestare sopra alle pesanti misure
legislative. Già con una circolare del capo della polizia in data 25 settembre 1939 si invitava le
autorità locali a una specifica sorveglianza sugli ebrei, sospetti di poter dar vita a attività
perniciose in quanto tali11. I più esposti nell’immediato al rischio di finire nelle maglie delle
autorità erano gli ebrei stranieri arrivati in Italia negli anni precedenti, alla ricerca di un


4 Sul razzismo fascista in chiave comparata tra antislavismo e antisemitismo rimando al mio S.

Bartolini, Fascismo antislavo. Il tentativo di “bonifica etnica” al confine nord orientale, Pistoia,
ISRPt Editore, 2006.
5 C. Bencini, “Il Bargello” di Firenze e “Il Ferruccio” di Pistoia…, cit. pp. 302-303.
6 C. Villani, Sulle orme di Sion, in «Il Ferruccio», 15 gennaio 1938.
7 Il retroscena ebraico della rivoluzione mondiale, in «L’Alfiere», 10 gennaio 1937.
8 C. Bencini, “Il Bargello” di Firenze e “Il Ferruccio” di Pistoia…, cit. p. 304.
9 Ivi, pp. 306-307.
10 Internazionale giudaica e decadenza della Francia, in «Il Ferruccio», 17 ottobre 1943.
11 C. S. Capogreco. I campi del duce. L’internamento civile nell’Italia fascista (1940-1943),

Torino, Einaudi, 2004, p. 91.


“rifugio precario”, come lo ha definito Klaus Voigt12. Questi erano calcolati nell’ordine di
10.173 nel 193813. Le leggi “razziste” disponevano nei loro confronti l’obbligo di abbandono
del Regno, e l’espulsione se non avessero ottemperato, nonché la revoca delle cittadinanze
concesse dopo il 191914. Queste persone, che di fatto incontravano enormi difficoltà ad
abbandonare l’Italia, soprattutto una volta scoppiato il conflitto, si ritrovarono quindi in una
situazione di “illegalità”. Fra il maggio e il giugno del 1940, subito prima dell’ingresso
dell’Italia nella seconda guerra mondiale, si prospettò per la prima volta la possibilità di
internarli, insieme agli ebrei italiani ritenuti pericolosi, dopodiché ci si risolse ad attuare
l’arresto per tutti quelli che provenivano da paesi che attuavano una politica razziale e per
quelli con cittadinanza di paesi nemici, ma nella pratica il provvedimento era inteso come
riguardante tutta la categoria degli ebrei stranieri. Per i maschi si predispose l’internamento
nei campi, dislocati soprattutto nel sud, mentre per le donne e i bambini venne attuato il
cosiddetto “internamento libero”15. Anche per gli ebrei italiani il provvedimento scivolò nel
considerare pericolosa la stessa appartenenza alla “razza ebraica”, estendendo i margini di
arbitrio dei funzionari. Così, tra il 1940 e il 1943 furono internati circa 400 ebrei italiani, e
6.386 stranieri. In totale, il 10% degli internati in Italia furono ebrei, una percentuale assai
maggiore dell’impatto che gli ebrei avevano sul totale della popolazione italiana. Frattanto dal
1942 agli ebrei veniva applicata anche la precettazione a scopo lavorativo, prefigurando
quindi il lavoro schiavistico, contenuto anche in un disegno di legge che non arrivò
all’approvazione definitiva soltanto a causa degli eventi del 25 luglio16.
In Toscana furono arrestati 46 ebrei stranieri, ed internati 83 ebrei della regione. Da Pistoia
vennero mandati nei campi due ebrei tedeschi (Campagna,) un polacco (Ferramonti) e due
rumeni (Avellino). I familiari di questi ultimi furono mandati a Lanciano. Nel pistoiese inoltre
furono attive quattro località per l’internamento “libero”, un istituto simile al confino, ovvero
Prunetta sugli appennini, Serravalle Pistoiese, Larciano e Lamporecchio 17 , ma dalle
testimonianze risulta che gli ebrei venivano spediti a risiedere obbligatoriamente anche in
altre località, come Agliana. Si calcola che in provincia furono internati 44 ebrei stranieri tra il
1940 e il 194318. Possiamo quindi concordare con quanto sostenuto da Valeria Galimi: «Anche
se dietro alle leggi contro gli ebrei del 1938 e all’istituto dell’internamento del 1940 non vi
furono una volontà di sterminio, attraverso l’esclusione sancita dal fascismo, i nazisti trovarono
gli ebrei italiani e stranieri residenti in Italia già schedati, isolati dal resto della popolazione e, in


12 K. Voigt, Il rifugio precario, Gli esuli in Italia dal 1933 al 1945, Scandicci, La Nuova Italia,

1993.
13 E. Collotti (a cura di), Razza e fascismo…, cit. p. 17.
14 Si tratta del decreto legge n. 1381 del 7 settembre 1938, Provvedimenti nei confronti di ebrei

stranieri, e del decreto legge n. 1728 del 17 novembre 1938, Provvedimenti per la difesa della
razza italiana, che stabilivano per tutti coloro arrivati dopo il 1° gennaio 1919 l’obbligo di
lasciare l’Italia entro sei mesi a il ritiro della cittadinanza per chi l’aveva ottenuta
posteriormente alla stessa data. Nonostante l’ultimatum, gli ebrei stranieri non solo non
lasciarono il Paese ma continuò ad arrivarne di nuovi. L’espulsione in massa non fu attuata ma
i suoi termini vennero più volte prorogati. C. S. Capogreco. I campi del duce…, cit. p. 92
15 Per una ricostruzione di questi passaggi si veda Ivi, pp. 92-95.
16 C. S. Capogreco. I campi del duce…, cit. pp. 113-119. V. Galimi, L’internamento in Toscana, in

E. Collotti, Razza e fascismo…, cit. p. 514.


17 V. Galimi, L’internamento in Toscana…, cit. pp. 514-547.
18 Testo disponibile al sito: http-//www.annapizzuti.it/pdf/elenco.php?p=Pistoia consultato

in data 10 gennaio 2018.


alcuni casi, già internati»19. Infatti gli ebrei stranieri non vennero liberati dopo il 25 luglio, ed i
campi toscani continuarono a funzionare anche dopo l’8 settembre20.
L’azione dei nazisti poté dunque partire da quello che il fascismo aveva lasciato pronto all’uso,
ma anche avvalersi della collaborazione attiva degli italiani nella caccia agli ebrei. Nell’ottobre
una nota tedesca quantificava in 100 gli ebrei dispersi nella provincia di Pistoia, di cui 12
tedeschi e 88 italiani21. La RSI esasperò la precedente legislazione antisemita e caratterizzò
risolutamente l’ebreo come nemico, togliendo la cittadinanza anche agli italiani 22 . Il 30
novembre 1943 un decreto della polizia italiana stabiliva la raccolta degli ebrei in campi di
concentramento23. Ma il provvedimento fu preceduto dalla prima razzia di ebrei toscani. Un
gruppo mobile di intervento tedesco, guidato dall’ufficiale delle SS Theo Dannecker e
composto da specialisti della questione ebraica, dopo aver partecipato al rastrellamento degli
ebrei di Roma il 16 ottobre, fece tappa a Montecatini Terme il 5 novembre. Qui personale
italiano – fascisti locali ed agenti di PS sotto la supervisione tedesca – andò casa per casa e
procedette all’arresto di 21 ebrei, stranieri e italiani sfollati, nella notte fra il 5 e il 6. Gli
arrestati furono successivamente inviati al carcere di Firenze e da qui ad Auschwitz. Fra loro
c’era Massimo d’Angeli con tutta la sua famiglia, un bambino che avrebbe compiuto proprio il
6 novembre il primo anno d’età24. Già in questa prima razzia possiamo vedere all’opera una
modalità operativa che diverrà una costante. Non sono i tedeschi i principali esecutori degli
arresti, ma gli italiani, spesso zelanti: funzionari della RSI, carabinieri, agenti di PS, militi della
Guardia nazionale repubblicana (GNR). I nazisti si limitano a coordinare le operazioni ed a
prelevare gli ebrei una volta catturati25.
Con l’eccezione della cattura di altri 6 ebrei a Monsummano Terme sempre nel mese di
novembre, la successiva ondata di arresti nel pistoiese avviene nel gennaio 1944. Il 12 a
Serravalle viene tratta in arresto dal maresciallo dei carabinieri la famiglia Cittone, di origine
turca. Poi tra il 24 e il 26 gennaio un’ondata vera e propria, da attribuirsi all’esecuzione di una
circolare del 22 gennaio che reitera l’ordine di concentrare gli ebrei. Ad Agliana il 24 vengono
arrestati 7 ebrei, fra cui alcuni greci, ancora una volta dal maresciallo dei carabinieri. Il giorno
dopo 18 ebrei di origine turca e trasferitisi a Livorno sono catturati a Borgo a Buggiano,
sempre da italiani. Il 26 a Cutigliano vengono tratti in arresto altri ebrei, turchi e livornesi,
dalle autorità locali. Lo stesso giorno a Lamporecchio la GNR arresta altri 3 ebrei, fra cui un
l’ottantaquattrenne Enrico Menasci, tutti livornesi. A Prunetta la GNR arresta, su ordine del
Questore di Pistoia, le sorelle De Cori insieme ad altri ebrei. Queste ultime due vengono
inviate a Firenze insieme a 7 ebree di nazionalità jugoslava, tutte prese dalla GNR di
Serravalle. A Larciano i carabinieri catturano altri 2 ebrei. Infine il 27 gennaio a San Baronto
viene arrestato un ebreo fiorentino. Gli ultimi ebrei ad essere presi nel pistoiese sono Carlo
Levi a Monsummano Terme a febbraio e due coniugi a Pescia ad aprile, in questo caso ad
opera di militi tedeschi. A questi vanno aggiunti Tullio Levi, catturato a Pianosinatico
(Cutigliano) sugli appennini e fucilato dai tedeschi insieme ad altre 13 persone in una strage, e


19 V. Galimi, L’internamento in Toscana…, cit. p. 511.
20 Ivi, p. 538.
21 E. Collotti (a cura di), Ebrei in Toscana tra occupazione tedesca e RSI. Persecuzione,

depredazione, deportazione (1943-1945), [Firenze], Carocci, 2007, p. 27.


22 Ivi, p. 32.
23 Ivi, p. 25.
24 V. Galimi, Caccia all’ebreo. Persecuzioni nella Toscana settentrionale, in E. Collotti (a cura di),

Ebrei in Toscana…, cit. pp. 192-193.


25 Ivi, p. 187.
Pesaro Arnaldo, catturato a Cutigliano il 26 gennaio, non deportato ma ucciso nel settembre
1944 nell’eccidio tedesco del Ponte dei Casotti insieme ad altre 5 persone26.
In tutto dalla Toscana vennero deportati 675 ebrei27. Le vittime della Shoah prese nella
provincia di Pistoia furono 86, conteggiando anche Tullio Levi e Pesaro Arnaldo, che
comunque erano detenuti in quanto ebrei. Dei restanti 84, 83 vennero deportati ad Auschwitz
e di uno solo, Molho Leone di Salonicco arrestato a Larciano, non conosciamo la destinazione
del convoglio. Di queste 84 persone, solo 5 sono sopravvissute al campo di sterminio28.
Come abbiamo appena visto, si tratta di ebrei non locali, sfollati dalle altre provincie, ed in
particolare da Livorno, di origine estera (Turchia e Grecia, ma anche Germania, Jugoslavia
ecc). Molti degli ebrei turchi e greci erano in precedenza approdati a Livorno e da lì
successivamente sfollati in seguito ai pesanti bombardamenti che colpirono la città portuale.
Queste persone – anche se sarebbe più corretto parlare di intere famiglie – potevano da una
parte contare sul fatto di confondersi, almeno per chi parlava italiano, nella massa dei
profughi che si muoveva allora in Toscana, la cui popolazione era sfollata per almeno un terzo
(solo dalla Piana Firenze-Pistoia erano sfollate almeno 150.000 persone, e almeno i quattro
quinti della popolazione aveva lasciato la città di Pistoia29). Dall’altra tuttavia erano privi di
reti sociali, amicali, parentali, della conoscenza del territorio, isolati, facilmente riconoscibili,
“illegali” dopo il decreto del 30 novembre e quindi privi di tessere annonarie, ed anche non
del tutto consci del reale pericolo che incombeva su di loro, non preoccupandosi spesso di
nascondersi in maniera efficace o commettendo impudenze per svariati ordini di ragioni30.
Quello che colpisce è la capacità degli ebrei locali di sfuggire alla rete tesa su di loro. Fra gli
arrestati nessuno appartiene alle famiglie “storiche” dell’ebraismo pistoiese. Non troviamo né
i Corcos, né i Coen (che annoveravano l’unico licenziato in provincia dall’amministrazione
pubblica a seguito delle leggi del ’38), né i Piperno, né i Bemporad (che avevano fatto
costruire l’omonima torre in stile medievale all’imbocco di via del can bianco a Pistoia e che
porta ancora oggi il loro nome), né i Nissim. Tutte famiglie in vista, ben note e conosciute,
integrate in profondità nel tessuto socio-relazionale ed economico del territorio. Certo la
mancanza di una sinagoga non forniva un luogo dove trovarli ed intorno al quale cercarli,
come in altre circostanze. Inoltre per loro vale la considerazione opposta rispetto agli ebrei
forestieri. Potevano forse ancora vantare reti sociali e di protezione nella comunità locale.
Tuttavia delle loro vicende in questi frangenti – sul come siano riusciti ad evitare l’arresto, se
fossero ancora presenti sul territorio oppure no – conosciamo ancor oggi ben poco,
disponendo soltanto di frammentarie e sporadiche notizie. Sappiamo che una parte dei
Bemporad aveva già scelto la via dell’emigrazione negli Stati Uniti dopo le leggi antiebraiche,
non risparmiati come gli altri dalle misure del Regime. Dopo l’8 settembre si rifugiano
dapprima in un loro possedimento di campagna, una villa a Castellina di Serravalle dove
possedevano anche un podere dato a mezzadria, e da lì verso Castello di Cireglio. Pare che non
fossero soli, ma con loro ci fossero anche dei membri della famiglia Corcos, con cui erano


26 Ivi, pp. 193-199.
27 Ivi, p. 181.
28 Ivi, pp. 231-240. Sul numero totale delle vittime Pardo Fornaciari riporta un numero

leggermente superiore, 88. Vedi P. Fornaciari, L’universo minore. Confino, internamento,


concentramento, deportazione degli ebrei. Le responsabilità italiane ed il caso di Pistoia,
Livorno, Edizioni Erasmo, 2014.
29 E. Acciai, Una città in fuga. I livornesi tra sfollamento, deportazione razziale e guerra civile

(1943-44), Pisa, Edizioni ETS, 2016, p. 18. M. Grasso, La mutazione della città: Pistoia si svuota,
gli sfollati 1943-44, in «Quaderni di Farestoria», A. XV, N. 3, settembre-dicembre 2013, p. 37.
30 Per una attenta disanima di questi aspetti si veda E. Collotti (a cura di), Ebrei in Toscana…,

cit. pp. 30-35.


imparentati, e che nella fase di “clandestinità” siano stati aiutati dalle amicizie locali non
ebraiche, fra cui un certo avvocato Bianchi. Successivamente uno dei giovani della famiglia,
Israele Bemporad, si aggregò alla Resistenza, nella formazione partigiana “Fantacci” delle
brigate Garibaldi, seguito in questa scelta da suo nipote Giancarlo Piperno 31 . La storia
generale degli ebrei pistoiesi che sfuggirono alla cattura e alla deportazione attende quindi
ancora di essere scritta.

Come abbiamo visto, ripercorrere le vicende degli ebrei in Italia, anche quelle locali, ci porta
direttamente all’interno del “cono d’ombra” della Shoah. Non a caso abbiamo voluto
riaffermare con forza le responsabilità italiane anche attraverso il titolo di questo convegno,
nella convinzione che questa consapevolezza a tutt’oggi fatichi a penetrare nei testi scolastici,
nella cultura diffusa, nella coscienza degli italiani. I tre contributi successivi proseguono su
questa strada. Sono dedicati allo sfollamento, al salvataggio degli ebrei ed alla Resistenza.
Abbiamo scelto, come si vede, di guardare anche agli altri aspetti di quel che avvenne dentro a
“cono”, non solo alle pratiche persecutorie e di caccia agli ebrei. Intendiamo cioè leggere in
controluce le persecuzioni e le politiche di sterminio attraverso questi tre interventi su aspetti
meno noti, per vedere cosa concretamente successe, quali sono i comportamenti, le strategie
per sfuggire alla Shoah, cosa fece la popolazione.
Anche a fronte dei dati e dei fatti che abbiamo esposto, ci è parso utile partire da una
ricognizione della situazione reale sul terreno. Cosa era successo agli ebrei dopo i primi anni
di guerra? Dove erano? Il tema dello sfollamento come abbiamo visto è centrale per capire la
Shoah in Italia. Accanto a questo emerge la necessità di riflettere sulle displaced persons, gli
ebrei stranieri che si muovono per l’Europa ed arrivano in Italia, con proprie strategie di
sopravvivenza. Enrico Acciai ci parlerà proprio di questi aspetti, partendo dal suo studio non a
caso su Livorno, da cui proveniva buona parte degli arrestati nel pistoiese dato il peso di
rilievo della comunità ebraica nella città labronica. Come vedremo, lo sfollamento per chi è in
Italia è una pratica dal raggio ridotto, non si va lontanissimo, ci si muove poco, anche perché la
mobilità dal 1943 è ridotta. Si resta nelle piccole dimensioni, sia per le distanze che per i paesi
in cui si arriva.
Gli interventi di Marta Baiardi e Matteo Stefanori, rispettivamente sul salvataggio degli ebrei e
la Resistenza, dialogano fra loro. Per il primo, Baiardi ci offre anche una riflessione di più
ampio respiro sul tema dei “Giusti”. Una questione delicata per chi si occupa di storiografia,
che lambisce l’agiografia, dove gioca un ruolo più centrale la morale rispetto alla storia e
rischia di cadere in usi strumentali. Proprio per questo la riflessione storica sul salvataggio
degli ebrei appare importante per impostare correttamente anche il discorso sui “Giusti”.
Come e quando il salvataggio si configura come forma di resistenza civile? Quali le zone
d’ombra, i territori a metà strada? Esistono casi di Carabinieri che da una parte salvano e
dall’altra condannano, Nella realtà storica le cose non sono mai così nette come la retorica sui
“Giusti” vorrebbe nella sua ricerca di modelli umani esemplari da offrire alla società. Il tema
del salvataggio inoltre ha il pregio di avvicinarci alle azioni concrete messe in campo ed alle
loro logiche, illuminando di riflesso la caccia agli ebrei.


31 Traggo la gran parte di queste informazioni direttamente dalla mia memoria familiare, ed in

particolare dai racconti di mia nonna Dina Fontana, moglie di Israele Bemporad, e dalla
documentazione originale custodita dalla mia famiglia, fra cui quella relativa all’espulsione di
Israele dall’Università di Firenze in quanto studente di “razza ebraica”, insieme agli attestati di
partecipazione alla guerra di liberazione nazionale. Di Roberto Bemporad sappiamo che
emigrò negli Stati uniti nel 1939, il suo nome appare nel Wall of Honor di Ellis Island a New
York, dove sono iscritti i nomi degli immigrati arrivati in America passando da lì.
Infine l’intervento di Stefanori tratterà di un aspetto che ci sta particolarmente a cuore, la
Resistenza. Un tema che al suo interno ne contiene due. Da una parte c’è la questione della
partecipazione degli ebrei alla lotta partigiana, che di norma scompare dentro
all’impostazione del Giorno della memoria, come già emerso oggi. In occasione del 27 gennaio
infatti l’enfasi viene tutta posta sulla vittima, che trova una sua dignità in quanto tale. Il
partigiano è un altro archetipo narrativo, è il combattente, il guerriero per la libertà. Una
figura che mal si sposa con la narrazione, politica e morale, del Giorno della memoria. Si va
alla ricerca dei “Giusti”, più che dei resistenti, dei militanti, che non appaiono più come
modello da seguire. La partecipazione degli ebrei alla Resistenza diventa solo uno dei vari
modi per salvarsi, non si affrontano le loro motivazioni, che possono essere variegate: il
rapporto fra la religione e l’identità di italiani; l’esistenza di ragioni laiche e universalistiche;
la politica. Sull’altro lato, c’è la questione di come la Resistenza si approcciò alla Shoah. C’era
consapevolezza? Esistevano strategie specifiche? Spesso sembra che per la Resistenza gli
ebrei fossero come “trasparenti”, mancando di una loro specificità, la loro tragedia riportata
all’interno del più ampio contenitore dei crimini fascisti. Cosa sapeva la Resistenza di quel che
stava avvenendo?
Storia e memoria, intrecciate fra loro, sono pertanto i fili conduttori – come indicato anche
nella seconda parte del titolo della nostra giornata – capaci di tenere insieme le due sessioni
di questo convengo e le tre relazioni di questa seconda parte. Non poteva che essere così in fin
dei conti, se consideriamo il grande rilievo sia storico che pubblico dei temi trattati.