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LA COLLOCAZIONE GEOPOLITICA DELL’IRAN

Questa mappa, ripresa da un volume del geografo britannico Halford John


Mackinder, mostra come i geopolitici classici, in particolare quelli anglosassoni,
vedessero il mondo. La geopolitica classica centra la propria attenzione sul
continente eurasiatico: infatti, in Eurasia si trovano la maggior parte delle terre
emerse, della popolazione umana, delle risorse; e sempre in Eurasia sono sorte
le principali civiltà della storia.

Il mondo è diviso in tre fasce, che dipartono concentriche proprio dal centro
dell’Eurasia. Qui si trova la “area perno” (Pivot area) o “terra-cuore” (Heartland),
la cui caratteristica è di essere impermeabile alla potenza marittima. Non ha
infatti sbocchi sul mare (se si eccettua l’Artico, che non garantisce però
collegamenti col resto del mondo), né vi è collegata neppure per via fluviale, in
quanto i principali corsi d’acqua della regione sfociano nell’Artico o in mari
chiusi. Nella Terra-cuore, pertanto, la potenza continentale non è contrastata da
quella marittima.

La Terra-cuore è avviluppata da una seconda fascia, la “mezzaluna interna”


(Inner Crescent), che percorre tutto il margine continentale eurasiatico
dall’Europa Occidentale alla Cina, passando per Vicino e Medio Oriente e Asia
Meridionale: per tale ragione è detta anche “terra-margine” (Rimland). Qui la
potenza continentale e quella marittima tendono a controbilanciarsi l’un l’altra.

Infine, al di fuori dell’Eurasia, si staglia la terza ed ultima fascia, la “mezzaluna


esterna” (Outer Crescent), che comprende le Americhe, l’Africa, l’Oceania e
pure Gran Bretagna e Giappone. Essa è la sede naturale della potenza
marittima, dove quella continentale non può minacciarla.

Secondo Mackinder, che scriveva all’inizio del Novecento, l’avvento della


ferrovia avrebbe neutralizzato la superiore mobilità del trasporto marittimo,
riequilibrando la situazione a favore della potenza tellurica (continentale,
terrestre). John Spykman, mezzo secolo più tardi, ridimensionò il peso delle
strade ferrate, sostenendo che la potenza talassica (marittima) manteneva il
proprio vantaggio: la Terra-cuore è sì imprendibile per la talassocrazia
(l’egemone sui mari), ma non può minacciare quest’ultima senza prima
occupare la Terra-margine. Compito della talassocrazia – che in quegli anni,
proprio come oggi, erano gli USA – è precludere il Rimland alla potenza
continentale (allora l’URSS).
La strategia del contenimento, durante la Guerra Fredda, s’accorda con la
visione del mondo della geopolitica classica. Contro un avversario che occupava
l’Heartland (il riferimento è ovviamente all’URSS), gli USA talassocratici hanno
messo in funzione un dispositivo che mantenesse sotto controllo il Rimland,
impedendo a Mosca di raggiungere le coste continentali e proiettarsi sui mari. In
tale dispositivo rientrano la NATO in Europa Occidentale, la CENTO nel Vicino e
Medio Oriente, la SEATO in Asia Sudorientale e l’alleanza con Corea del Sud e
Giappone (e in un secondo momento anche con la Cina) in Estremo Oriente.
Della CENTO, o Patto di Baghdad, faceva parte anche l’Iràn, oltre a Turchia,
Iràq, Pakistan e Gran Bretagna (in qualità di ex padrone coloniale). Dalla cartina
è facile individuare nella CENTO un anello della catena di contenimento che
corre lungo tutto il Rimland.
Questa cartina mostra, semplificando un po’ la situazione, quelli che erano gli
schieramenti nei primi decenni della contrapposizione bipolare in Vicino Oriente.
Se Egitto, Siria e Iràq si erano avvicinati all’URSS, nella regione gli USA
poggiavano sulla triade di potenze non arabe: Israele, Turchia e Iràn.
La Rivoluzione Islamica del 1979 pone fine all’alleanza tra Iràn e USA, pur
senza portare Tehrān nel campo sovietico. Ciò rafforza il peso dei due perni
superstiti, Turchia e Israele, ed anche il maggiore appoggio che Washington
garantisce ai due paesi, ed in particolare a Tel Aviv. Dal canto loro tutti i paesi
arabi, ad eccezione di Siria, Iràq e Yemen del Sud, seguendo il voltafaccia
egiziano prendono più o meno tiepidamente posizione per gli Stati Uniti
d’America, disperando della possibilità che l’appoggio sovietico possa apportare
loro grossi benefici. Preferiscono puntare sull’avvicinamento a Washington,
sperando che ciò possa spezzare la “relazione speciale” tra la Casa Bianca e
Tel Aviv, e quindi ricevere una più equa mediazione nei confronti dello Stato
ebraico. Speranza che rimarrà delusa.
Quest’immagine, ripresa da The Grand Chessboard di Zbigniew Brzezinski,
mostra la visione del continente eurasiatico da parte degli eredi della geopolitica
classica nordamericana. La Federazione Russa continua a mantenere una
posizione centrale, pur ristretta rispetto all’epoca sovietica, mentre la Terra-
margine è divisa in tre settori. Per ognuno di essi Brzezinski suggerisce una
politica regionale a Washington.

A Occidente – ossia in Europa – si trova quella che Brzezinski definisce “la testa
di ponte democratica”, ossia il pied-à-terre della talassocrazia nordamericana in
Eurasia. L’integrazione europea pone una sfida agli USA: se dovesse fallire
restituendo un’Europa frammentata e litigiosa, o se al contrario dovesse avere
grosso successo creando un’Unione Europea monolitica e strategicamente
autonoma, in entrambi i casi la presenza statunitense nella regione sarebbe
messa in discussione. La soluzione prospettata da Brzezinski è quella di
mettersi a capo dell’integrazione europea e dirigerla in modo che non leda
gl’interessi nordamericani: esattamente quanto successo, con l’espansione della
NATO a precedere ed indirizzare quella dell’UE, che ha demandato la propria
sicurezza e guida strategica al capoalleanza d’oltreoceano.

A Oriente gli USA hanno ulteriori basi avanzate, in Giappone e Corea, che
debbono mantenere ad ogni costo. Ma Brzezinski, memore di una delle mosse
che ha deciso la Guerra Fredda, consiglia pure di coltivare i rapporti con la Cina,
che potrebbe diventare per gli USA una seconda testa di ponte in Eurasia,
pendant dell’Europa a oriente.

Infine c’è il Meridione, corrispondente al Vicino e Medio Oriente, dal


Mediterraneo all’India.

In quest’area, Brzezinski ritiene che gli alleati naturali, anche se sovente


involontari, della geostrategia statunitense siano Turchia e Iràn. Coi loro intenti
panturanici la prima e panislamici la seconda, si proiettano nel Caucaso e
nell’Asia Centrale controbilanciando l’influenza russa e frustrandone il tentativo
di riconquistare quelle regioni alla propria area d’influenza. Questi “interessi
competitivi” tra Turchia, Iràn e Russia, individuati da Brzezinski, corrispondono
più alla situazione degli anni ’90 che a quella del decennio appena trascorso, in
cui i tre paesi hanno privilegiato la soluzione “cooperativa” su quella
“competitiva”.
Spostiamoci ora dal quadro propriamente geostrategico a quello energetico. La
cartina schematizza la situazione dell’energia in Eurasia, individuando quattro
regioni importatrici (Europa, Asia Orientale, Asia Meridionale e Asia
Sudorientale) e quattro regioni esportatrici (Russia, Asia Centrale, Iràn, Vicino
Oriente). Le quattro regioni produttrici potrebbero sostanzialmente ridursi a due:
l’Asia Centrale non ha sbocchi sul mare, dipende dai paesi circostanti per lo
smercio delle sue risorse, ed in particolare dalla Federazione Russa in ragione
della rete d’oleodotti e gasdotti retaggio d’epoca sovietica; l’Iràn invece esporta
molto meno del suo potenziale, come vedremo tra poco. Rimangono dunque la
Russia e il Vicino Oriente, ma quest’ultimo è diviso in una pluralità di nazioni,
spesso politicamente, economicamente e socialmente fragili. Ecco perché la
Russia può essere individuata come la maggiore potenza energetica del
continente eurasiatico (e del mondo).
Quest’immagine mostra come la rete delle condotte energetiche esistenti faccia
perno sul territorio della Federazione Russa. In particolare, l’Asia Centrale
dipende quasi totalmente da Mosca per l’esportazione dei propri idrocarburi
verso l’Europa.
Gli USA hanno cercato d’inserirsi nella connessione Asia Centrale-Russia-
Europa. Essa, infatti, crea un rapporto di interdipendenza tra i tre soggetti. In
particolare, Mosca ne riceve importanti leve strategiche nei confronti dei paesi
europei e centroasiatici. Il piano di Washington consiste nel creare nuove rotte
energetiche dall’Asia Centrale all’Europa che scavalchino la Russia. Il primo
importante progetto in tale direzione è stato l’oleodotto Bakù-Tblisi-Ceyhan.
Aperto nel 2006, ha avuto un effetto meno dirompente di quanto s’attendessero
gli Statunitensi: esso ha infatti raccolto il petrolio azero, ma solo in maniera
marginale quello dei paesi centroasiatici.
Negli ultimi anni il gas naturale ha acquisito un’importanza crescente nel paniere
energetico, e per questo i progetti più recenti si sono concentrati proprio sul
trasporto del “oro blu”. Gli USA hanno rilanciato con l’ambizioso progetto del
Nabucco che, partendo dalla Turchia, dovrebbe giungere fino in Austria,
rappresentando un canale alternativo al transito sul territorio russo. Mosca non è
però rimasta a guardare: i Russi hanno già avviato la costruzione del Nord
Stream e si preparano a lanciare quella del South Stream; i due gasdotti,
passando rispettivamente sotto il Baltico e il Mar Nero, scavalcheranno l’Europa
Orientale (che ha creato diversi problemi al transito di gas russo) ed
accresceranno sensibilmente il volume delle forniture russe all’Europa
Occidentale.
Il Nabucco ha un grave punto debole: l’incertezza riguardo i bacini
d’approvvigionamento da cui dovrebbe trarre il gas per l’Europa. A parte il gas
azero, è probabile che lo riceverà dall’Egitto e dall’Iràq. Tuttavia, ciò potrebbe
essere insufficiente rispetto alle ambizioni per cui verrà creato. Inoltre, il suo
palese scopo geopolitico è sottrarre gas centroasiatico, ed in particolare
turkmeno, al transito per la Russia. Ma il gas turkmeno ha sole due vie per poter
arrivare a Erzurum: un ipotetico gasdotto transcaspico (cui s’oppongono due
nazioni rivierasche – Russia e Iràn – e sulla cui possibilità di realizzazione
tecnica permangono numerosi dubbi), oppure un transito sul territorio iraniano.
Ma il ruolo dell’Iràn rispetto al Nabucco potrebbe non essere soltanto quello d’un
semplice canale di transito del gas turkmeno. Il paese persiano è già un grande
esportatore di petrolio, ma potenzialità ancora maggiori le mostra rispetto al gas
naturale, avendo riserve provate che sono le seconde più vaste al mondo. E
sebbene sia il quinto maggiore produttore mondiale di gas, l’Iràn è a malapena il
ventinovesimo esportatore. Ciò perché gran parte del gas prodotto viene
consumato all’interno. Questa è una delle principali motivazioni del programma
nucleare iraniano: soddisfare il fabbisogno energetico interno col nucleare, e
liberare ingenti quantità di gas per l’esportazione. Esportazione che potrebbe
passare proprio per il Nabucco, se si verificasse una distensione col Patto
Atlantico.
Anche per scongiurare quest’eventualità, la Russia si è prodigata a
sponsorizzare il progettato gasdotto Iràn-Pakistan-India. Rivolgendo verso
oriente il gas iraniano, Mosca s’assicura di rimanere la principale ed
imprescindibile fornitrice energetica dell’Europa. Tehrān e Islamabad hanno già
avviato la costruzione dei rispettivi tratti, mentre Nuova Dehli, complici anche le
pressioni di Washington, è ancora titubante. I Pakistani hanno offerto ai Cinesi di
prendere il posto degl’Indiani; per ora Pechino non ha né accettato né rifiutato.
In questa fase il Vicino Oriente sembra stia vivendo una nuova polarizzazione.
Rispetto a quella della Guerra Fredda, il ruolo degli attori strategici esterni è
inferiore rispetto a quello dei paesi locali, ma non per questo trascurabile.
L’ascesa dell’Iràn intimorisce molti paesi arabi, in particolare quelli del Golfo, che
assieme a Giordania e Egitto hanno ormai concluso un’alleanza “inconfessata”
con Israele, ovviamente benedetta dagli USA. L’Iràn, oltre all’alleato siriano e ad
un paio di paesi in bilico (Iràq e Libano) sembra poter contare anche sulla
Turchia: un paese che possiede proprie ambizioni di egemonia regionale, ma in
questa fase ha scelto la cooperazione con l’Iràn. Questo secondo blocco coltiva
buoni rapporti con la Russia e la Cina.