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Aria di Progresso: Il Futurismo

Il Futurismo è stato uno dei movimenti artistici più politicizzati del ventesimo secolo: in esso si
fusero ideologie artistiche e politiche al fine di dare impulso ad un rinnovamento che
interessasse non solo l'Italia, ma l' Europa intera.
La rapidissima crescita industriale e la diffusione delle nuove tecnologie avevano catturato
l'attenzione di un gruppo di giovani artisti ribelli, che rifiutavano, tra l'altro, le convenzioni
accademiche fino ad allora riconosciute.
Il culto della macchina, centrale nell'ideologia futurista, era già stato rappresentato, per certi
versi, dai cubisti e dalle loro composizioni geometriche, ma i futuristi fecero un passo avanti
elevando le linee diritte e le forme aerodinamiche, tipiche del mondo industriale, a nuova
forma d'arte.
La prima mostra futurista si tenne a Parigi nel 1911, ma il
movimento ebbe origine a Torino grazie al lavoro e alle
idee di Filippo Tommaso Marinetti. Il giovane artista
auspicava un radicale rinnovamento dell'arte italiana e
dichiarò che ciò sarebbe potuto accadere solo grazie ad
un totale abbandono del retaggio del passato;
per questo ripudiò la tradizione, le scuole accademiche, i
musei, le mostre d'arte tradizionali e tutta la produzione
artistica passata.
Tutte le sue idee vennero raccolte nel manifesto del
Futurismo che apparve sulla prima pagina del
quotidiano francese Le Figaro nel 1909.
Da allora il movimento crebbe rapidamente anche livello
internazionale e i suoi adepti erano soliti riunirsi in
quelle che venivano chiamate serate futuriste, dove, oltre
a recitare poesie e a portare avanti l'avanguardia
artistica, si gridava apertamente alla rivolta: ci si era infatti convinti che l'agitazione delle
masse avrebbe smosso lo status quo rigenerando il clima politico e sociale dell'Europa.
L'attivismo in politica portò i futuristi non solo a desiderare fortemente la guerra, ma ad
arruolarsi e, in alcuni casi, a perdere la vita combattendo durante la Prima Guerra Mondiale.
Finita la guerra, il forte sentimento nazionalista portò i futuristi a legarsi con il nascente
movimento fascista e, anche se Marinetti ruppe con Mussolini nel 1920, egli sostenne ancora il
regime fino alla marcia su Roma.
Con la morte di Marinetti, avvenuta nel 1944, anche il movimento scomparve rapidamente
dalla scena arrtistica e politica internazionale.

Probabilmente il più talentuoso tra i pittori futuristi fu Umberto Boccioni, che purtroppo
scomparve giovanissimo ma che, sebbene abbia prodotto non molte opere, merita di essere
annoverato tra i più grandi del Novecento. Nato nel 1882 a Reggio Calabria da una famiglia
romagnola che era però costretta continuamente a spostarsi per l’Italia. Si avvicinò alla pittura
solo terminate le scuole superiori, dopo un soggiorno a Roma durante il quale entrò in contatto
con grandissimi artisti dell’epoca, tra cui Giacomo Balla.

Umberto Boccioni, La Città che Sale: composizione e tecnica


Per quanto riguarda la composizione, Boccioni ne “La Città che Sale” sfrutta un impianto piuttosto
tradizionale collocando in basso le figura in primo piano e in alto quelle in lontananza, posizionate su piani
più profondi. Seguendo questa analisi, l’opera può essere suddivisa in tre fasce orizzontali: in basso
appaiono figure umane realizzate secondo linee oblique che ne evidenziano lo sforzo dinamico; al centro
dominano la scena una serie di cavalli dai colori accesi; nel terzo piano in lontananza appare lo sfondo di
una periferia urbana, che potrebbe essere un quartiere di Milano in costruzione. Analizzando, invece, la
tecnica, si può notare che le pennellate sono tratteggiate e hanno andamenti ben direzionati. L’intento di
Boccioni è quello di donare dinamicità ai volumi fino a far perdere loro consistenza e peso.

La Città che Sale: un vortice di movimento per esaltare il progresso che avanza

In una visione globale de “La Città che Sale”, l’opera può essere intesa come un vortice di movimento e luce
atta a rappresentare il progresso come forza inarrestabile che avanza. I protagonisti del quadro sono gli
uomini e i cavalli che, grazie alla tecnica pittorica, si fondono insieme esaltando quello sforzo dinamico che
è l’elemento chiave di tutta la composizione. In questo senso il lavoro di Boccioni si identifica come vera e
propria opera futurista in quanto è dominata dall’esaltazione del lavoro e dall’importanza della città
moderna plasmata sulle esigenze del nuovo concetto di uomo del futuro.
La nascita del Jazz
Proprio durante il perido della Prima guerra mondiale, nel sud degli stati uniti nacque un
capolavoro artistico e puro, proprio dove regnava la povertà e la sofferenza.

Il jazz è un genere musicale nato tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del novecento degli Stati
Uniti d’America da musicisti di colore. E’ caratterizzato da una sonorità eterogenea vivace e
brillante ma soprattutto spontanea e basata sul ritmo e sull’istinto musicale innato in ogni
essere umano. Attraverso l’improvvisazione i musicisti eseguono la melodia del brano secondo la
propria sensibilità, cambiando a piacere note e ritmo secondo l’ispirazione del momento. Il
ritmo è sincopato.
Le voci dei cantanti godono di grande libertà: significativa è la tecnica dello scat (che consiste
nell’utilizzo di sillabe prive di significato per imitare il suono di alcuni strumenti). Le formazioni
più comuni sono: duo, trio, quartetto, quintetto e le jazz bands, formate da una sezione
melodica e una ritmica.
Il blues nasce dei work songs e dagli spirituals e narra in origine la triste condizione dei Neri, il
suo carattere è vago e triste.
Verso la fine dell’Ottocento nella città di New Orleans nascono le prime jazz bands. Nei primi
decenni del Novecento il jazz conquista anche New York e Chicago per poi espandersi
prevalentemente via radio.
Il Jazz è stato padre di vari stili nati in seguito:

Negli anni Sessanta nasce il free-jazz, caratterizzato da un’improvvisazione libera da schemi e di


difficile ascolto

il jazz-rock che nasce alla fine degli anni Sessanta. L’organico strumentale si arricchisce di
strumenti elettrici e di effetti elettronici. I ritmi sono di più facile presa sul pubblico e le
melodie più facili da ricordare. Il musicista della svolta verso il rock è Miles Davis.
Dagli anni Settanta il jazz ha continuato il suo cammino avvicinandosi ad altri generi musicali.

Negli anni Ottanta per indicare le contaminazioni fra generi musicali diversi viene utilizzato il
termine fusion. E’in atto, appunto, una vera e propria fusione di vari generi musicali: Jazz, rock,
musiche etniche e folcloristiche e ritmi africani.

Oggi il jazz è costituito da una varietà di tendenze. La sperimentazione e la ricerca sono molto
praticate dai jazzisti, tuttavia la corrente principale afferma la continuità con la tradizione, in
particolare con il bepop. I musicisti utilizzano a questo proposito una strumentazione acustica e
improvvisano su delle melodie celebri.
Ungaretti, Giuseppe-San Martino del
Carso: è il cuore il paese più straziato
San Martino del Carso è una delle poesie scritte da Giuseppe Ungaretti nel 1916 e fa parte della
prima raccolta poetica dell'autore: Porto Sepolto. Questa poesia prende il nome dal comune
italiano di Sagrado, in provincia di Gorizia. (in foto)

Il contesto storico della poesia è la Prima Guerra Mondiale. Nella lirica Giuseppe Ungaretti
ricorda, davanti al paese mezzo distrutto dalla guerra, i suoi compagni di battaglia. In San
Martino del Carso i suoi compagni di guerra vengono ricordati uno ad uno in segno d'affetto e
d'omaggio da parte del poeta italiano.
Il ricordo dei compagni e amici per Ungaretti è rimasto in fondo al cuore e questa poesia è stata
scritta con un linguaggio molto semplice dall'autore proprio con l'obiettivo di ricordare i suoi
amici cari. Intorno a Ungaretti regna la desolazione di San Martino del Carso e i segni di una
guerra logora che tutto ha distrutto e rovinato, persino le persone a lui più care con cui lui
interloquiva. Lo stile poetico utilizzato nella lirica è molto semplice ed essenziale ed è teso a
fare capire lo stato d'animo del poeta. Il dolore di Ungaretti è vivo in particolare modo
attraverso queste parole: "Ma nel cuore nessuna croce manca... è il mio cuore il paese più
straziato".
San Martino del Carso

Valloncello dell'albero isolato, 27 agosto 1916

Di queste case
non è rimasto
che qualche
brandello di muro

Di tanti
che mi corrispondevano
non è rimasto
neppure tanto

Ma nel cuore
nessuna croce manca

è il mio cuore
il paese più straziato

La tematica

La spaventosa realtà della guerra e della morte è espressa mediante un'analogia, le macerie del
paese di San Martino diventano il simbolo del cuore del poeta e del suo dolore. Lo strazio per
l'orrore della guerra è espresso dalle case, metaforicamente ridotte a qualche brandello di
muro. Di tanti soldati uccisi non è rimasto neppure un brandello del corpo, mu tutti sono vivi
nell'animo e nel ricordo del poeta.

Commento

Questa lirica si basa sull'identificazione tra il cuore straziato del poeta e la distruzione di San
Martino. Ungaretti rappresenta la devastazione del paese attraverso la METAFORA “qualche
brandello di muro”, mentre dicendo “ma nel cuore nessuna croce manca”, ci comunica che IL
RICORDO DEGLI AMICI MORTI E’ PRESENTE IN LUI E RIMARRA’ PER SEMPRE VIVO, PROPRIO COME
IN UN GRANDE CIMITERO. Come tante altre, anche questa poesia nasce dalla devastante
esperienza della Prima Guerra Monidale, che viene presentata come una violenza che non
risparmia niente: NE’ LE CASE, NE’ LE VITE UMANE E NEANCHE IL CUORE, DOVE COLPO LASCIA
UNA PIAGA INSANABILE.
Analisi

San Martino del Carso è una poesia di Ungaretti facente parte della raccolta ‘L’Allegria’.
San Martino era una frazione di un paesino friulano, simbolo della resistenza locale contro le
truppe dell’impero austro-ungarico e, durante la prima guerra mondiale, venne raso al suolo
dalle bombe austro-tedesche.
Questa poesia presenta al lettore l’immagine di un paese distrutto dalla guerra; viene descritto
un paesaggio di macerie e di rovine, che viene quasi umanizzato con l’uso di sostantivi come
‘brandello’ in relazione a ‘muro’, quando normalmente questo termine si riferisce alla carne o
alla stoffa.

Dopo aver descritto nella prima strofa il paesaggio, nella seconda Ungaretti si sofferma col
pensiero sui molti compagni caduti; se del paese era rimasto qualche brandello di muro, do loro
al poeta non resta nulla.
Ad impedire che essi vengano del tutto dimenticati restano tante croci, che trasformano il cuore
del poeta in una sorta di cimitero.
L’ultima strofa presenta un’analogia tra il ‘paese’ e il ‘cuore’ del poeta, che viene definito
come ‘il paese più straziato’.
Questa immagine finale del cuore afflitto richiama quella iniziale del brandello di muro,
racchiudendo all’interno di tutto il componimento un forte senso di dolore.
In sé, la poesia descrive una sorta di “morte della vita”: l’organo vitale per eccellenza, il cuore,
viene paragonato ad un cimitero, luogo di morte.
Tutta la poesia, lungo le quattro strofe composte da versi liberi, presenta un linguaggio agevole
e piano, fatto di parole comuni.
La lirica è molto breve e compatta, grazie al rigore che ha avuto l’artista nella composizione,
collocando le parole secondo precise simmetrie, ravvisabili anche nella misura delle strofe,
raggruppate a due a due, e composte da un numero uniforme di versi. I temi sono quello del
rifiuto della guerra, la sofferenza e la morte.

Parafrasi San Martino del Carso

La guerra, soprattutto nel corso dell’ultimo secolo è andata ben aldilà dello scontro di eserciti in
armi, è stata distruzione totale di oggetti, di luoghi abitati e di esseri umani, innocenti, aldilà di
ogni limite, età e condizione. Tale sorte è toccata nella prima guerra mondiale a numerosi paesi
del Friuli tra cui San Martino del Carso. L’immagine del paese devastato suscita nel poeta un
senso profondo di pietà, di umana partecipazione a tanta sofferenza testimoniata dalle case in
rovina; poi per analogia il poeta mette in primo piano il ricordo delle persone, degli amici che
hanno perso la vita e che ora abitano nel triste paese della memoria.
L’autore

Giuseppe Ungaretti nasce nel 1888 ad Alessandria d'Egitto, a 24 anni si trasferisce a Parigi dove
studia letteratura e conosce importanti intellettuali. Nel 1915 quando scoppia la Prima Guerra
mondiale torna in Italia e si arruola volontario nell'esercito partendo per il fronte del Carso.
Durante la sua esperienza in guerra compone numerose poesie giovanili evidenziando l'intensità
degli orrori della guerra. Nel 1936 accetta la cattedra a San Paolo in Brasile finché, alla morte
del figlio Antonietto, di soli 9 anni, Ungaretti torna in Italia e si stabilisce a Roma dove insegna
all'Università e muore nel 1970.

Il nome con cui è definito lo stile di Ungaretti è Ermetismo, che fa parte della corrente
filosofica/culturale del Decadentismo e consiste nel racchiudere in pochi versi l'essenza di ciò
che il poeta ha sentito o pensato; per Ungaretti,infatti, la poesia e la vita sono strettamente
intrecciate tra loro. Secondo Ungaretti, le parole del poeta devono essere poche ma ricche di
significato, cercate con cura come se fossero un distillato di verità.
Intenzione comunicativa del poeta: tematiche presenti
In questa poesia, Ungaretti esprime un senso di desolazione e di distruzione totale di fronte alle
rovine del suo paese che sente corrispondere a quella delle persone che egli ama il cui ricordo é
nel suo animo.