Sei sulla pagina 1di 1009

VOLUME 1

J.M.J.

In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

Per pura obbedienza incomincio a scrivere.

Voi sapete oh Signore! il sacrifizio che mi costa a farmi, che a mille morti mi assoggetteri anzi che
scrivere un solo rigo delle cose che sono passate tra me e Voi. Oh mio Dio! la natura frema, si sente
schiacciata e quasi disfatta al solo pensarlo. Deh! dammi la forza, oh Vita della mia vita, affinché
possa fare la santa obbedienza! Voi che ne avete dato l’inspirazione al confessore, dammi la grazia
di poter eseguire ciò che mi viene comandato.

Oh Gesù, oh Sposo, oh fortezza mia! A Voi m’innalzo, a Voi vengo, nelle vostre braccia
m’intrometto, m’abbandono, mi riposo. Deh, sollevami nella mia afflizione e non mi lasciare sola e
abbandonata! Senza il vostro aiuto sono certa che non avrò forza di fare questa obbedienza che
tanto mi costa, mi farò vincere dal nemico e temo d’essere da Voi dischiacciata giustamente per la
mia disobbedienza.

Deh! mirami e rimirami oh Sposo Santo in queste vostre braccia, vedete da quante tenebre sono
circondata, sono tanto dense che non lasciano di far entrare neppure un atomo di luce nell’anima
mia. Oh! mio mistico Sole Gesù, risplenda questa luce nella mia mente, acciocché fuga le tenebre e
possa liberamente ricordare quelle grazie che avevi fatto all’anima mia. Oh! Sole Eterno, spiccate
un altro raggio di luce nell’intimo del mio cuore e lo purificate dal fango in cui giace, l’incendiate,
lo consumate del vostro amore. Affinché lui che più di tutto ha provato le dolcezze del vostro amore
possa chiaramente manifestarle a chi ne è obbligato. Oh! mio Sole Gesù, un altro raggio di luce
ancora sulle mie labbra acciocché possa dire la pura verità, a solo scopo di conoscere se siete Voi
veramante o pure illusione del nemico. Ma oh Gesù, quanto scarsa di luce mi vedo ancora in queste
vostre braccia. Deh! contentatemi, Voi che tanto mi amate continuate a mandarmi luce. Oh! mio
Sole, mio bello, voglio proprio entrare nel centro, affinché resti tutta innabbissata in questa luce
purissima. Fate oh Sol Divino che questa luce mi proceda innanzi, mi segua d’appresso, mi circondi
da per ogni dove, sintrometta in ogni intimo nascondiglio del mio interno, acciocché consumato il
mio essere terreno, e lo trasformate tutto nel vostro Essere Divino.

Vergine Santissima, Madre amabile vieni in mio soccorro, ottenetemi dal vostro e mio dolce Gesù,
grazia e fortezza per fare questa obbedienza. San Giuseppe protettore mio caro, asistetemi in questa
mia circostanza. Arcangelo San Michele, difendetemi dal nemico infernale che tanti ostacoli mi
mette nella mente per farmi mancare a questa obbedienza. Arcangelo San Raffaelo e voi Angelo
mio custode venite ad asistermi e ad accompagnarmi, a dirigere la mia mano affinché possa scrivere
la sola verità.

Sia tutto ad onore e gloria di Dio, ed a me tutta la confusione. Oh Sposo Santo, vieni in mio aiuto!
Nel considerare le tante grazie che ai fatto all’anima mia mi sento tutta raccapricciata e spaventata,
tutta piena di confusione e vergogna nel vedermi ancora così cattiva ed incorrispondente alle vostre
grazie. Ma mio amabile e dolce Gesù, perdonami, non ritirarti da me, ma continua a versare in me la
tua grazia, acciocché possiate fare di me un trionfo della vostra misericordia.
Incomincio. Una novena del Santo Natale circa l’età di diciassette anni, mi preparai alla festa del
Santo Natale praticando diversi atti di virtù e mortificazione, e specialmente onorando i nove mesi
che Gesù stette nel seno materno con nove ore di meditazione al giorno, appartenente sempre al
mistero dell’incarnazione.

Come per esempio, in un ora mi portavo col pensiero nel paradiso e mi immaginavo la Santissima
Trinità. Il Padre che mandava il Figlio sulla terra, il Figlio che prontamente ubbidiva al Volere del
Padre, lo Spirito Santo che vi consentiva. La mia mente si confondeva nel mirare un sì grande
mistero, un amore sì reciproco, sì uguale, sì forte tra Loro e verso degli uomini; e poi,
l’ingratitudine degli uomini e specialmente la mia. Che vi sarei stato non un’ora ma tutto il giorno,
ma d’una voce interna che mi diceva: "Basta, vieni e vedi altri eccessi più grandi del mio amore."

Quindi la mia mente si portava nel seno materno, e rimaneva stupita nel considerare quel Dio sì
grande nel Cielo, ora così annichilito, impicciolito, ristretto, che non poteva muoversi, e quasi
neppure respirare. La voce interna che mi diceva: "Vedi quanto ti ho amato? Deh! dammi un po’ di
largo nel tuo cuore, togli tutto ciò che non è mio, che così mi darai più agio a potermi muovere ed a
farmi respirare."

Il mio cuore si struggeva, gli chiedevo perdono, promettevo d’essere tutta sua, mi sfogavo in pianto,
ma però, lo dico a mia confusione, che ritornavo ai miei soliti difetti. Oh Gesù quanto siete stato
buono con questa misera creatura!

E così passavo la seconda ora del giorno, e poi, via via il resto, che dirle tutte sarebbe seccare. E
questo lo facevo quando in ginocchio, e quando ne era impedita dalla famiglia anche lavorando.
Poiché la voce interna non mi dava né tregua né pace se non facevo quel che voleva, quindi il
lavoro non mi era d’impedimento di fare quel che dovevo fare. Così passai i giorni della novena,
mentre giunse la vigilia mi sentivo, più che mai accesa d’insolito fervore, e vi stava sola nella
stanza, ed eccomi che mi si fa d’innanzi il Bambinello Gesù tutto bello, sì, ma tremante, in atto di
volermi abbracciare, ed io mi alzai e corsi per abbracciarlo, ma nell’atto di stringerlo mi scomparve,
e questo si ripetette per ben tre volte. Restai tanto commossa ed accesa che non so spiegarlo. Ma
però dopo qualche tempo non ne feci tanto conto, non feci motto a nessuno, e d’intanto in tanto vi
cadeva nelle solite mancanze. Sebbene la voce interna non mi lasciò più mai, in ogni cosa mi
riprendeva, mi correggeva, mi animava, in una parola, fece per me il Signore come un buon padre,
che il figlio cerca di sviare dal dritto sentiero, e lui che usa tutte le diligenze, le cure per ritenerlo in
modo da formarne il suo onore, la sua gloria, la sua corona. Ma, oh Signore, troppo ingrata vi sono
stata!

Onde il Divin Maestro dà principio, posa mano a spogliare il mio cuore da tutte le creature, e con
voce interna mi diceva: "Io sono tutto il bello che merito d’essere amato, vedi, se tu non togli questo
piccolo mondo che ti circonda d’intorno, cioè, pensieri di creature, immaginazione, Io non posso
liberamente entrare nel tuo cuore, questo mormorio nella tua mente è d’impedimento a farti sentire
più chiara la mia voce, a versare le mie grazie, ad innamorarti veramente di Me. Promettimi
d’essere tutta mia, ed Io stesso metterò mano all’opera. Tu hai ragione che non puoi niente, non
temere, farò Io il tutto, dammi la tua volontà e ciò mi basta."

E questo succedeva al più nella comunione. Quindi gli promettevo d’essere tutta sua, gli chiedevo
perdono che fino a quel punto non era stata; gli dicevo che veramente lo volevo amare, e lo pregavo
che non mi lasciasse mai più sola senza di Lui, e la voce che continuava: "No, no, verrò insieme con
te ad osservare tutte le tue azioni, i movimenti, i desideri tuoi."
Quindi tutto il giorno me lo sentivo sopra, mi riprendeva di tutto, come per essempio se mi lasciavo
trasportare nel discorrere un po’ troppo con la famiglia di cose anche indifferente, non necessarie, la
voce interna mi diceva: "Questi discorsi ti riempino la mente di cose che a Me non appartengono, ti
circondano il cuore d’una polvere in modo da farti sentire debole la mia grazia, non più viva. Deh!
imita Me quando stavo nella casa di Nazzarette, la mia mente non si occupava d’altro che della
gloria del Padre e della salvezza delle anime, la mia bocca non diceva altro che discorsi santi, con le
mie parole cercavo di riparare le offese del Padre, di saettare i cuori e tirarli al mio amore e
primariamente la mia Madre e S. Giuseppe, in una parola, tutto chiamava Dio, tutto si operava per
Dio e tutto a Lui si riferiva. Perché non potresti tu altretanto?"

Io restavo muta, tutta confusa, cercavo quanto più potevo di starmene sola, gli confessavo la mia
debolezza, gli chiedevo aiuto e grazia di poter fare ciò che Lui voleva, che da me sola non sapevo
fare altro che male. Se fra il giorno la mia mente si ocupava di pensare a persone a cui io volevo
bene, subito mi riprendeva dicendomi: "Questo è il bene che mi vuoi? Chi mai ti ha amato come
Me? Vedi, se tu non la finisce, Io ti lascio." Alle volte mi sentivo dare tali e tanti rimproveri amari
che non facevo altro che piangere.

Specialmente una mattina, dopo la comunione mi diede un lume tanto chiaro sul amore grande che
Lui mi portava, e sulla volubilità ed incostanza delle creature, che il mio cuore ne restò tanto
convinto, che d’allora in poi non è stato più capace d’amare persona alcuna. M’insegno il modo
come amare le persone senza discostarmi da Lui, cioè, col mirare le creature come immaggine di
Dio, in modo che se ricevevo il bene dalle creature, dovevo pensare che solo Iddio era il primo
autore di quel bene e che se ne era servito per mezzo della creatura di mandarmelo, quindi il mio
cuore più a Dio si legava. Se poi ricevevo delle mortificazione, dovevo guardarle pure come
strumenti nelle mani di Dio per la mia santificazione, onde il mio cuore non restava ombrato col
mio prossimo. Onde da questo modo avveniva che io miravo le creature tutte in Dio, per qualunque
mancanze vedevo in loro, mai non perdevo la stima se mi mottegiavano, mi sentivo obbligata
pensando che mi facevano fare nuovi acquisti per l’anima mia; se mi lodavano, ricevevo con
disprezo queste lodi, dicendo: "Oggi questo, domani possono odiarmi, pensando alla loro
incostanza." Insomma il mio cuore acquistò tale una libertà che io stessa non so esprimerlo.

Quando il Divin Maestro mi liberò dal mondo esterno, allora vi pose mano a purificare l’interno, e
con voce interna mi diceva: "Adesso siamo rimasti soli, non c’è più nessuno che ci disturbi; non sei
adesso più contenta che prima che dovevi contentare tanti e tanti? Vedi, uno solo è più facile
contentarlo, devi fare conto che Io e tu siamo soli nel mondo, promettemi d’essere fedele, ed Io
verserò in te tali e tanti grazie da restarne tu stessa meravigliata."

Quindi prosegui a dirmi: "Sopra di te ho fatti dei grandi disegni, sempre se mi corrispondi, voglio
fare di te una mia perfetta immagine, comminciando da che nacqui finchè morì. Io stesso
t’insegnerò un poco per volta il modo come farai."

E succedeva così: Ogni mattina, dopo la comunione mi diceva ciò che dovrei fare nel giorno. Dirò
tutto brevemente, che dopo tanto tempo è impossibile poter dire tutto. Certo non ricordo, ma mi
pare che la prima cosa che mi diceva essere necessario per purificare l’interno del mio cuore, era
l’annichilimento di me stessa, cioè l’umiltà. E proseguiva a dirmi:

"Vedi, per fare che nel tuo cuore versassi le mie grazie, voglio proprio farti capire che da te niente
puoi. Io mi guardo assai bene di quelle anime che attribuiscono a loro stesse ciò che fanno,
volendomi fare tanti furti delle mie grazie. Invece a quelle tale che conoscono se stesse, Io sono
largo di versare a torrenti le grazie mie, sapendo bennisimo che niente riferiscono a loro stesse, me
ne sono grati, ne fanno quella stima che si conviene, vivono con continuo timore, che se non mi
corrispondono posso togliere ciò che ho dato, sapendo che non è cosa loro. Tutto all’opposto nei
cuori che puzzano di superbia, già neppure posso entrare nel loro cuore, perché gonfio di loro stessi
non c’è luogo dove potermi mettere; le misere non fanno nessun conto delle mie grazie e vanno di
cadute in cadute fino alla rovina. Perciò voglio che in questo giorno facii continui atti d’umiltà,
voglio che tu stii come un bambino legato in fascie che non può muovere né un piede per dare un
passo, né una mano per operare, ma tutto aspettando dalla madre, così tu ti starai vicina a Me come
un bambino, pregandomi sempre che ti assisti, che ti aiuti, confessiami sempre il tuo nulla, in
somma, aspettando tutto da Me."

Quindi cercavo di fare quanto più potevo per contentarlo, m’impicciolivo, m’annichilivo, e delle
volte giungevo a tanto da sentire quasi disfatto l’essere mio, in modo che non potevo operare, né
dare un passo, neppure un respiro se Lui non mi reggeva. Poi mi vedevo tanto cattiva che avevo
vergogna di farmi vedere dalle persone, conoscendomi la più brutta, come in realtà lo sono ancora.
Onde quanto più potevo fuggirle le fuggivo, e dicevo fra me stessa: "Oh! se sapessero quanto sono
cattiva, e se potessero vedere le grazie che il Signore mi sta facendo (che io non dicevo niente a
nessuno) e che io sono sempre la stessa; oh come mi avrebbero in orrore!"

Onde la mattina, quando andavo di nuovo alla comunione, mi pareva che nel venire in me faceva
festa per il contento che ne sentiva nel vedermi così annientata, mi diceva altre cose
sull’annichilamento di me stessa, ma però in modi sempre diversi della prima volta, io credo che
non una, ma le centinaie di volte mi ha parlato, e se mi avessi parlato le migliaia, terrebbe sempre
nuovi modi da dire sulla stessa virtù. Oh! mio Divin Maestro, quanto sei sapiente, vi avessi almeno
corrisposto.

Mi ricordo che una mattina mentre mi parlava sulla stessa virtù, mi disse che per mancanza d’umiltà
avevo comessi tanti peccatti, e che se io sarei stata umile, mi sarei tenuta più vicina a Lui e non
avrei fatto tanto male; mi fece capire quanto era brutto il peccato, l’affronta che questo misero
vermicciolo aveva fatto a Gesù Cristo, l’ingratitudine orrenda, l’impietà enorme, il danno che ne era
venuto all’anima mia. Ne rimase tanto sbigottita che non saprei che fare per riparare: Facevo
qualche mortificazione, ne chiedevo altre al confessore, ma poche me n’erano date, quindi mi
sembravano tutte ombre e non facevo altro che pensare ai miei peccati, ma sempre più stretta a Lui.
Avevo tale timore d’allontanarmi e di fare peggio che prima, che io stessa non so esprimerlo. Non
facevo altro quando mi trovavo con Lui che dirle la pena che sentivo per averlo offeso, gli chiedevo
sempre perdono, lo ringraziavo ch’era stato tanto buono con me, gli dicevo di cuore: "Vedi oh
Signore il tempo che ho perduto, mentre potevo amarvi." Onde non sapevo dire altro il male grave
che avevo fatto. Finalmente, un giorno, riprendendomi mi disse:

"Non voglio che ci pensi. Quando un’anima si è umiliata convinta d’avere fatto male ed ha lavato
l’anima sua nell sacramento della confessione, ed è pronta a morire anzichè offendermi, è un
affronto alla mia misericordia, è un impedimento a stringerla all’amore mio, perché sempre cerca la
sua mente d’involgersi nel fango passato, m’impedisce ancora farle prendere voli verso il cielo,
perché sempre con quelle idee racchiuse in se stessa se cerchi di pensarvi. E poi, vedi, Io non
ricordo più niente, me ne sono perfettamente dimenticato. Ci vedi tu quelchè rancore od ombra da
parte mia?"

Ed io gli dicevo: "No Signore, sei tanto buono." Ma mi sentivo spezzare il cuore per tenerezza.

"Ebbene, vorrai portare tu innanzi queste cose?"

Ed io: "No, no, non voglio."


E Lui: "Pensiamo ad amarci a vicenda ed a contentarci."

D’allora in poi non ci pensai tanto, facevo quanto più potevo per contentarlo, e lo pregavo che Lui
stesso m’insegnasse il modo come dovevo fare per riparare il tempo passato. E Lui mi diceva:
"Sono pronto a fare quel che tu vuoi. Vedi, la prima cosa che ti disse che volevo da te, era
l’imitazione della mia vita, dunque vediamo che cosa ti manca."

"Signore", gli dicevo, "mi manca tutto, non ho niente." Ebbene mi diceva:

"Non temere, a poco a poco faremo tutto, conosco Io stesso quanto sei debole, ma è da Me che devi
prendere forza." (non ricordo in filo, ma come posso le dirò) E soggiungeva: "Voglio che sii sempre
retta nel tuo operare, un occhio guarda a Me, e l’altro occhio quello che stai facendo; voglio che le
creature ti scompariscono affatto. Se sei comandata non guardare le persone, no, ma devi pensare
che Io stesso voglio che tu faccia quel che ti viene comandato, quindi coll’occhio fisso in Me, non
giudicherai nessuno, non guarderai se la cosa è penosa o gustosa, se puoi o non puoi farle,
chiudendo gli occhi a tutto questo li aprirai per guardare Me solo, mi porterai teco insieme
pensando che ti sto fisso guardando, mi dirai: "Signore solo per te lo faccio, per te solo voglio
operare, non più schiava delle creature." Onde se cammini, se operi, se parli, in qualunque cose che
farai, il solo tuo fine dev’essere di piacere a Me solo. Oh! quanti difetti eviterai se farai così."

Altre volte mi diceva: "Voglio pure che se le persone ti mortificano, t’ingiuriano, ti contradicono, lo
sguardo ancora fisso in Me, pensando che di propria bocca ti sto dicendo: "Figlia, sono proprio Io
che voglio che soffri questo, non le creature; allontana da loro lo sguardo, ma Io e tu sempre, tutte le
altre distruggeli. Vedi, voglio renderti bella per mezzo di queste sofferenze, ti voglio arricchire di
meriti, lavorare l’anima tua, renderti simile a Me. Tu me ne farai un presente, mi ringrazierai
affettuosamente, sarai grata a quelle persone che ti danno occasione di soffrire, riconpensandole di
qualche benefizio. Così facendo camminerai retta innanzi a Me, tutte le cose non ti daranno più
inquititudine e godrai sempre pace."

Dopo qualche tempo che cercai d’esercitarmi in queste cose, un po’ facendo e un po’ cadendo
(sebbene veggo chiaro che ancora mi manca questo spirito di rettitudine, e ne sono sempre più
confusa pensando a tanta mia ingratitudine), mi parlò e mi fece capire la necessità dello spirito di
mortificazione. (Sebbene mi ricordo che in tutte queste cose che mi diceva, mi sogiungeva sempre
che tutto doveva essere fatto per amore suo, e che le virtù più belle, i sacrifizi più grandi, si
rendevano insipidi se non avevano principio dall’amore; la carità, mi diceva, è una virtù che dà vita
e splendore a tutte le altre, in modo che senza di essa sono tutte morte; l’occhio mio non riceve
nessun attrattivo, e sopra il mio cuore non hanno nessuna forza; stati dunque attenta, e fa che le tue
opere, anche le minime, siano investite dalla carità, cioè, in Me, con Me e per Me). Dunque
andiamo da capo della mortificazione.

"Voglio", mi diceva, "che in tutte le cose tue, anche necessarie siano fatte per spirito di sacrifizio.
Vedi, le tue opere non possono essere riconosciute da Me come mie, se non hanno l’impronta della
mortificazione. Come la moneta non è riconosciuta dai popoli se non contiene in se stessa
l’immagine del loro re, anzi viene disprezzata e non curata. Così è delle tue opere, se non hanno
l’innesto con la mia croce non possono avere nessun valore. Vedi, adesso non si tratta di distruggere
le creature, ma te stessa, di farti morire per vivere in Me solamente e della mia stessa vita. E’ vero
che ti costerà di più di quello che hai fatto, ma fatti coraggio, non temere, non tu farai, ma Io che
opererò in te."

Quindi ricevevo altri lumi sull’annichilazione di me stessa e mi diceva: "Tu non sei altro che un
ombra, che mentre vai per prenderla ti sfugge, tu sei niente."
Mi sentivo tanto annientata, che avrei voluto nascondermi nei più cupi abbissi, ma mi vedevo
impossibilitata a farlo, provavo tale rossore che ne restavo muta. Mentre stavo in questo disfamento
del mio nulla, Egli mi diceva: "Fatti vicino a Me, appogiate al mio braccio, Io ti sosterrò con le mie
mani e tu riceverai fortezza. Tu sei cieca, ma la mia luce ti servirà di guida. Vedi, mi metterò
innanzi, e tu non farai altro che guardarmi per imitarmi."

Poi mi diceva: "La prima cosa che voglio che mortifichi è la tua volontà, quel io si deve distruggere
in te, voglio che la tieni sacrificata come vittima innanzi a Me, per fare che la tua volontà e la mia si
forma una sola. Non ne sei tu contenta?"

Si Signore, ma dammi la grazia, che da me, veggo che niente posso. E Lui che continuava a dirmi:
"Si, Io stesso ti contradirò in tutto, e quando per mezzo delle creature."

E succedeva così. Per esempio: Se la mattina mi svegliavo e subito non mi alzabo, la voce interna
mi diceva: "Tu riposi ed Io non ebbi altro letto che la croce, presto, presto, non tanta soddisfazione."
Se camminavo e la vista scorreva un po’ lontano, subito mi riprendeva: "Non voglio, la tua vista
non la allontani da te che la lunghezza d’un passo al altro, per fare che non inciampi." Se mi trovavo
nella campagna e vedevo fiori, alberi, mi diceva: "Io tutto ho creato per amore tuo, e tu priva alla
tua vista questo diletto per amore mio." Anche le cose più innocenti e sante, come per esempio i
parati degli altari, le processione, mi diceva: "Non altro piacere devi prendere che in Me solo." Se
stavo seduta mentre lavoravo mi diceva: "Stai troppo comoda, non ti ricordi che la mia vita fu un
continuo penare, e tu, e tu." Subito, per contentarlo mi mettevo sopra la metà della sedia, e l’altra
metà la lasciavo vuota, e qualche volta per scherzo gli dicevo: "Vedi oh Signore, la metà della sedia
è vuota, venite a sedervi vicino." Qualche volta mi pareva che mi contentava e ne provavo tanto
gusto che non so dirlo io stessa. Mentre poi alcune volte stavo lavorando, un po’ lenta e svogliata,
mi diceva: "Presto, aiutati, che il tempo che guadagnerai coll’aiutarti verrai a stare insieme con Me
nell’orazione." Alcune volte Lui stesso mi assegnava quanto lavoro doveva fare. Io poi lo pregavo
che venisse ad aiutarmi. "Si, si", mi rispondeva, "faremo insieme tutti e due affinché dopo che hai
finito resteremo più liberi." E succedeva che in un’ora, in due ore facevo quello che dovevo fare
tutto il giorno, dopo poi me ne andavo a fare orazione, e mi dava tanti lumi e mi diceva tante cose
che il volerle dire sarebbe troppo lungo. Mi ricordo che mentre stavo sola lavorando, vedevo che
non bastava il filo per compire quel lavoro ed avrei bisogno d’andare alla famiglia per prenderlo, mi
volgevo a Lui e gli dicevo: "A che pro amato mio d’avermi aiutato? Mentre veggo che ho bisogno
d’andarvi alla famiglia posso trovare persone e mi impediranno di venire un’altra volta, e questa
volta la nostra conversazione andrà a vuoto." "Che, che," mi diceva. "E tu hai fede?" Si. "Ebbene,
non temere che ti farò compire tutto." E così succedeva, e poi mi mettevo a pregare. Se poi veniva
l’ora del pranzo e mangiavo qualche cosa gustosa, subito internamente mi riprendeva dicendo: "Ti
sei forse dimenticato che Io non ebbi altro gusto che nel patire per amore tuo? E che tu non devi
avere altro gusto che nel mortificarti per amore mio? Lascialo, e mangi ciò che più non ti ha grado."
Ed io subito lo prendevo e lo portavo alla persona di servizio, o pure dicevo che non ne volevo più,
e molte volte me la passavo quasi digiuna, ma però quando andavo all’orazione ricevevo tanta forza
e mi sentivo tanta sazietà, in modo che avevo nausea d’ogni cosa. Altre volte poi per contradirmi, se
non avevo voglio di mangiare, mi diceva: "Voglio che mangi per amore mio, e mentre il cibo si
unisce col corpo, così pregami che il mio amore si unisse coll’anima tua e resterà santificata ogni
cosa."

In una parola, senza andare più al lungo, anche nelle cose più minime cercava di far morire la mia
volontà, per fare che vivesse solo a Lui. Permetteva di farmi contradire anche dal confessore, come
per esempio: Mi sentivo un gran desiderio di fare la comunione, tutto il giorno e la notte non facevo
altro che a prepararmi, gli occhi non si potevano chiudere al sonno per i continui palpiti del cuore,
gli dicevo: "Signore, fate presto che non posso stare senza di Voi, acelerate le ore, fate presto
spuntare il sole che io più non posso, il cuore mi vien meno." Lui stesso mi faceva certi inviti
amorosi che mi sentivo crepare il cuore, mi diceva: "Vedi, Io sto solo, non ti prendere pena che non
puoi dormire, si tratta di fare compagnia al tuo Dio, al tuo Sposo, al tuo Tutto, che è continuamente
offeso, deh! non negarmi questo sollievo, che poi nelle tue afflizione Io non lascio a te." Mentre
stavo con queste disposizioni, la mattina andavo al confessore, e senza sapere il perché, la prima
cosa che mi diceva: "Non voglio che faccia la comunione." Dico la verità, mi riusciva tanto amaro,
che delle volte non facevo altro che piangere, al confessore non ardivo di dire niente, perché così
voleva Lui stesso che facesse, altrimenti mi rimproverava; ma però me ne andavo da Lui e gli
diceva la mia pena: "Ah! mio bene, questa è la veglia che abbiamo fatto questa notte, che dopo
tanto aspettare e desiderare, dovevo restarne priva di Voi? Conosco bene che debo ubidire, ma
dimmi un po’, posso stare senza di Voi? Chi mi darà la forza? E poi, chi avrà coraggio di partirsi da
questa chiesa senza portarvi insieme? Io non so che fare, ma Voi potete rimediare a tutto." Mentre
così mi sfogavo mi sentivo venire un fuoco vicino, entrare una fiamma nel cuore, e lo sentivo
dentro di me, e subito mi diceva: "Chetati, chetati, eccoti sono già nel tuo cuore, di che temi adesso?
Non più affligerti, Io stesso ti voglio asciugare le lacrime, hai ragione, tu non potevi stare senza di
Me, non è vero?"

Io poi ne restavo tanto annientata in me stessa, gli dicevo che se io fosse buona, non avrebbe Lui
disposto così, e lo pregavo a non più lasciarmi, che senza di Lui non ci volevo stare.

Dopo queste cose, un giorno dopo la comunione me lo sentivo in me tutto amore, e che tanto mi
voleva bene che io stessa ne restava tanto meravigliata che mi vedevo così cattiva ed
incorrispondente, e dicevo dentro di me: "Fossi buona almeno e corrispondessi, ho timore ancora mi
lascia (questo timore di lasciarmi lo ho avuto sempre e lo tengo ancora, e delle volte è tanta la pena
che sento, che credo che la pena della morte sarebbe minore, e se Lui stesso non viene a quietarmi
non so darmi pace) Ed invece vuole stringersi più intimamente a me." Mentre così me lo sentivo
dentro di me, con voce interna mi disse:

"Diletta mia, le cose passate non sono state altro che un preparativo, adesso voglio venire ai fatti, e
per disporre il tuo cuore a fare quello che voglio da te, cioè, l’imitazione della mia vita, voglio che ti
interni nel mare immenso della mia Passione, e tu quando avrai bene capito l’acerbità delle mie
pene, l’amore con cui le soffri, chi sono Io che tanto soffri, e chi sei tu vilissima creatura, ahi! il tuo
cuore non ardirà di opporsi ai colpi, alla croce, che Io per solo tuo bene le tengo preparata. Ma anzi
il solo pensare che Io, tu maestro, ho sofferto tanto, le tue pene ti parrano ombre confrontate con le
mie, ti sarà dolce il patire e giungerai a non poter stare senza patimenti."

La natura tremava al solo pensare ai patimenti, lo pregavo che Lui stesso mi desse la forza, che
senza di Lui mi avrei servito dei suoi stessi doni per offendere il donatore. Onde mi diede tutta a
meditare la Passione, e mi fece tanto bene all’anima mia, che credo, tutto il bene mi sia venuto da
quella fonte. Mi vedevo la Passione di Gesù Cristo come un mare immenso di luce, che coi sui
innumerevoli raggi mi ferivano tutta, cioè, raggi di pazienza, d’umiltà, d’ubbidienza e di tante altre
virtù; mi vedevo tutta circondata da questa luce, e ne restavo annichilita nel vedermi così diversa da
Lui. Quei raggi che m’inundavano, erano tanti rimproveri per me, mi sentivo dire:

"Un Dio paziente, e tu? Un Dio umile e sottomesso anche a suoi stessi nemici, e tu? Un Dio che
soffre tanto per amore tuo, e le tue sofferenze, dove sono per amore suo?

Lui stesso delle volte mi faceva la narrazione delle pene da Lui sofferte, che ne restavo tanto
commossa, che piangevo amaramente. Un giorno mentre lavoravo, stavo considerando le pene
acerbissime che soffri il mio buono Gesù, il mio cuore lo sentivo tanto oppresso dalla pena, che mi
mancava la respirazione, temendo di qualche cosa, volli distrarmi coll’uscire fuori al balcone, faccio
per guardare in mezzo alla strada, ma che veggo? Veggo la strada tutta piena di gente, e in mezzo il
mio amante Gesù con la croce sulle spalle; chi lo tirava da una parte e chi dal’altra, tutto affannoso,
col volto grontando sangue, che alzò gli occhi verso di me in atto di chiedermi aiuto. Chi potrà dire
il dolore che provai, la impressione che fece sull’anima mia una vista così compassionevole. Subito
entrai dentro, non sapevo io stessa dove mi trovavo, il cuore me lo sentivo spezzare per dolore,
gridavo piangendo, gli dicevo: "Mio Gesù, vi potessi almeno aiutare! Vi potessi liberare da quei
lupi così arrabiati! Ahi! vorrei almeno soffrire quelle pene in vece vostra, per dare un sollievo al
mio dolore. Deh! mio bene, dami il patire, che non è giusto che Voi tanto soffrite, ed io, peccatrice,
stia senza penare."

D’allora in poi, ricordo si accese in me tanta brama di patire che non si è smorzata ancora. Ricordo
ancora che dopo la comunione, lo pregavo ardentemente che mi concedesse il patire, e Lui, delle
volte per contentarmi mi pareva che prendesse le spine dalla sua corona, e mi pungeva il cuore, altre
volte mi sentivo prendere il cuore tra le sue mani e me lo stringeva tanto forte, che per il dolore mi
sentivo perdere i sensi. Quando avverti che le persone se ne potevano avertire qualche cosa, e Lui
disposto a darmi queste pene, subito gli dicevo: "Signore, che fai? Vi prego a darmi il patire, ma che
sia nascosto a tutti." Fino ad un tempo mi contentò, ma i miei peccati mi hanno reso indegna di
patire nascosta, senza che nessuno se ne avvedesse.

Ricordo che molte volte dopo la comunione mi diceva: "Non potrai veramente assomigliarti a Me se
non per mezzo dei patimenti. Finora sono stato insieme con te, ora voglio lasciarti un po’ sola,
senza farmi sentire. Vedi, finora ti ho portato per mano, insegnandoti e corregendoti di tutto, e tu
non hai fatto altro che seguirmi. Adesso voglio che facii da te stessa, ma però, più atenta che prima,
pensando che Io ti sto fissamente guardando, solo senza farmi sentire, e che quando ritornerò a
farmi sentire verrò, o per premiarti se mi sarai fedele, o per castigarti se mi sarai ingrata."

Rimanevo tanto spaventata ed atterrita, a tale intima gli dicevo: "Signore, mio tutto e mia vita, come
potrò sussistere senza di Te, chi mi darà la forza? Come, dopo che mi hai fatto lasciare tutto, in
modo che mi sento come se nessuno esistese per me, mi vuoi lasciare sola ed abbandonata. Che, vi
siete forse dimenticato quanto sono cattiva, e che senza di Voi nulla posso?" E per questo appunto,
prendendo un aspetto più serio mi sogiungeva:

"E’ che ti voglio far ben capire chi sei tu. Vedi, lo faccio per tuo bene, non ti attristare, voglio
preparare il tuo cuore a ricevere le grazie che ho disegnato sopra di te. Fino adesso ti ho assistito
sensibilmente, ora meno sensibili, ti farò toccare con mano il tuo nulla, ti fonderò bene nella
profonda umiltà per poter edificare sopra di te altissime mure, quindi, in vece di affliggerti, dovresti
rallegrarti e ringraziarmi, che quanto più presto ti farò passare il mare tempestoso, tanto più presto
giungerai al porto della sicurezza, a quante più dure prove ti assoggetterò, tante grazie più grandi ti
darò. Coraggio, adunque, coraggio, e poi verrò presto."

E nel così dirmi mi pareva che mi benediva e si partiva. Chi potrà dire la pena che sentivo, il vuoto
che lasciava nel mio interno, le amare lacrime che versavo? Mi rasegnavo però alla sua Santa
Volontà, pareva che da lontano gli baciavo la mano che mi aveva benedetta, dicendogli: "Addio, oh
Sposo Santo, addio." Mi vedevo che tutto per me era finito mentre Lui solo tenevo, e che
mancandomi Lui, non mi restava nessuna altra consolazione, ma tutto si convertiva in amarissime
pene. Anzi le stesse creature mi stuzzicavano la pena, in modo che tutte le cose che guardavo,
pareva che mi dicevano: "Vedi, siamo opere del tuo Amato, e Lui, dov’è?" Se guardavo acqua,
fuoco, fiori, anzi le stesse pietre, subito il pensiero diceva: "Ah! queste sono opere del tuo Sposo.
Ah! loro hanno il bene di vederlo e tu non lo vedi. Deh! opere del mio Signore, datemi notizie,
ditemi, dove si trova? Mi disse presto che sarebbe venuto, ma chi sa quando."
Delle volte giungevo a tanta amara desolazione, che mi sentivo mancare la respirazione, gelare tutta
ed un fremito per tutta la persona. Delle volte se ne avvertiva la famiglia, e l’attribuivano a male
corporale e volevano farmi mettere in cura, chiamare medici; delle volte tanto insistevano che
giungevano, ma io però facevo quanto più potevo di starmene sola, sicché poche volte avvertivano.
Mi ricordavo ancora tutte le grazie, le parole, le correzione, i rinproveri, vedevo con occhio chiaro
che tutto l’operato fin qui, tutto, tutto era stato opera della sua grazia, e che di me non restava altro
che il puro niente e l’inclinazione al male; toccavo con mano che senza di Lui, non più sentivo
l’amore così sensibile, quei lumi così chiari nella meditazione, in modo che restavo le due e tre ore,
ma però facevo quanto più potevo di fare quello che facevo quando me lo sentivo, perché mi sentiva
ripetere quelle parole: "Se mi sarai fedele verrò per premiarti, se ingrata per castigarti."

Così passavo, quando due giorni, quando quattro, più o meno come a Lui piaceva. L’unico mio
conforto era riceverlo in sacramento... Ah! sì, certo, lí lo trovavo, non potevo dubitare, e ricordo che
poche volte non si faceva sentire, perché tanto lo pregavo e ripregavo ed importunavo che mi
contentava, ma però non amoroso e amabile, ma severo.

Dopo che passavo quei giorni in quello stato detto di sopra, specialmente se gli era stato fedele, me
lo sentivo ritornare dentro di me, mi parlava più chiaramente, e siccome nei giorni passati non
avevo potuto concepire dentro di me né una parola, né sentire niente, così ora venivo a conoscere,
non era la mia fantasia siccome molte volte prima dicevo, tanto che del detto fin qui, non dicevo
niente né al confessore né ad altra anima vivente, ma però facevo quanto più potevo per
corrispondergli, che altrimenti mi faceva tanta guerra che non avevo pace. Ah Signore! sei stato
tanto buono con me ed io così cattiva ancora.

Seguitando ciò che avevo cominciato, me lo sentivo dentro di me, l’abbracciavo, me lo stringevo,
gli dicevo: "Amato Bene, vedi quanto mi è riuscita amara la nostra separazione." E Lui che mi
diceva: "E’ niente ciò che hai passato, preparati a prove più dure; perciò sono venuto, per disporre il
tuo cuore e fortificarlo. Adesso mi dirai tutto ciò che hai passato, i tuoi dubbi e timori, tutte le tue
difficoltà per poterti insegnare il modo come portarti nella mia assenza."

Quindi gli facevo la narrazione delle mie pene dicendogli: "Signore, vedi, senza di Voi non ho
potuto fare niente bene, la meditazione la ho fatto tutta distratta, brutta, tanto che non avevo
coraggio di offerirvela nella comunione, non ho potuto stare le ore intere come quando vi sentivo,
mi vedevo sola, non avevo con chi poteva intendermela, tutta mi sentivo vuota, la pena della vostra
assenza mi faceva provare agonie mortale, la natura voleva sbrigarsi subito per sfuggire quella pena,
tanto più che mi parevo che non facevo altro che perdere tempo, il timore ancora, Voi tornando, mi
castigavi perché non era stata fedele, quindi non sapevo che farmi. E poi, la pena che Voi siete
continuamente offeso, e che non sapendo il quando, come prima mi insegnavi di fare quegli atti di
riparazione, quelle visite al Santissimo Sacramento per le diverse offese che Voi ricevete. Dunque,
dimmi un pò come dovevo fare? E Lui benignamente, ammaestrandomi diceva:

1º.- "Tu hai fatto male nello starti così disturbata, non sai tu che Io sono Spirito di pace e la prima
cosa che ti raccomando è di non funestare la pace del cuore? Quando nell’orazione non puoi
raccoglierti, non voglio che pensi a questo o quell’altro, com’è e come non è, facendo così tu stessa
chiami la distrazione. Ma invece quando ti trovi in quel stato la prima cosa é che ti umili,
confessandoti meritevole di quelle pene, mettendoti come un umile agnellino nelle braccia del
carnefice, che mentre l’uccide le lambisce la mano; così tu, mentre ti vedrai percossa, abbattuta,
sola, ti rassegnerai alle mie sante disposizioni, mi ringrazierai di tutto cuore, mi bacerai quella mano
che ti percuote, riconscendoti indegna di quelle pene, poi mi offrirai quelle amarezze, angustie,
tedii, pregandomi che li accettassi come un sacrifizio di lode, di sodisfazione delle tue colpe, di
riparazione dell’offese che mi fanno. Facendo così, la tua orazione salirà innanzi al mio trono come
un incenso odorosissimo, ferirà il mio cuore, ti attirerai nuove grazie e nuovi carismi; il demonio
vedendoti umile e rassegnata, tutta innabbissata nel tuo nulla, non avrà forza di avvicinarsi. Eccoti
che dove tu credevi di perdere, farai grandi acquisti.

2º.- In riguardo alla comunione, non voglio che ti affligge che non sai stare, sappi che è un ombra
delle pene che soffri nel Getsemani, che sarà quando ti farò partecipe dei flagelli, delle spine e dei
chiodi? Il pensiero delle pene maggiori ti farà soffrire con più coraggio le pene minore; quindi,
quando nella comunione ti troverai sola, agonizante, pensi che ti voglio un poco in compagnia nella
agonia dell’orto. Dunque metteti vicino a Me e fa un confronto tra le tue e le mie pene, vedi, tu sola
e priva di Me, ed Io anche solo, abbandonato dai più fedeli amici che addormentati se ne stanno, fin
dal mio Divino Padre lasciato solo, poi in mezzo a pene acerbissime, circondato da serpi, da vipere,
da cani arrabbiati, quali erano i peccati degli uomini e dove erano anche i tuoi che facevano la loro
parte, che mi parevano che mi volevano divorare vivo, il mio cuore fu preso di tale stretteze che me
lo sentivo come se stesse sotto d’un torchio, tanto che sudai vivo sangue. Dimmi, quando tu hai
giunto a soffrire tanto? Dunque, quando ti trovi priva di Me, afflitta, vuota d’ogni consolazione,
ripiena di tristezze, d’affanni, di pene, vieni vicino a Me, asciugami quel sangue, offrimi quelle
pene in sollievo della mia amarissima agonia. Così facendo troverai il modo come poterti trattenere
con Me dopo la comunione; non che non soffrirai, perché la pena più amara che possa dare alle
anime mie care, è il privarle di Me, ma tu pensando che con quel tuo penare darai sollievo a Me,
sarai anche contenta.

3º.- Per le visite ed atti di riparazioni, tu devi sapere che tutto ciò che feci nel corso dei trentatre
anni, dacchè nacquì finchè morì, lo sto continuando nel Sacramento dell’altare, perciò voglio che
mi visiti 33 volte al giorno, onorando i miei anni ed insiememente unendoti con Me nel Sacramento
con le mie stesse intenzioni, cioè di riparazione, di adorazione... Questo lo farai in tutti i tempi: Il
primo pensiero della mattina subito vola innanzi alla custodia dove sono per amore tuo e mi visiti,
l’ultimo pensiero della sera, mentre dormirai la notte, prima e dopo il pasto, in principio d’ogni tua
azione, camminando, lavorando."

Mentre così mi diceva, mi vedevo tutta confusa, non sapendo se potevo riuscire a farle, gli dissi:
"Signore, vi prego a starmi insieme finchè prendo l’abitudine a farle, che conosco che con Voi tutto
posso, ma senza che posso fare io miserabile? E Lui benignamente soggiungeva: "Sì, sì, ti
contenterò, quando mai ti ho mancato? La tua buona volontà voglio, che qualunque aiuto tu vuoi te
lo darò." E così faceva.

Dopo che ebbi passato qualche tempo, quando con Lui e quando priva, un giorno dopo la
Comunione mi sentì più intimamente a Lui unita, mi faceva varie domande, come per esempio: Se
gli voleva bene, se era pronta a fare ciò che Lui voleva, anche il sacrifizio della vita per amore suo;
mi diceva ancora: "E tu dimmi che vuoi, se tu sei pronta a fare ciò che voglio, anche Io farò ciò che
vuoi tu." Io mi vedevo tutta confusa, non intendevo quel suo modo di operare, ma col tempo ho
capito che quel modo di agire è quando vuole disporre l’anima a nuove e pesante croce, e la sa tirare
tanto a Sé, con quei strattagemmi, che l’anima non ardire d’opporsi a ciò che Lui vuole. Dunque gli
dicevo: "Si che vi voglio bene, ma ditemi Voi stesso, posso trovare oggetto più bello, più santo, più
amabile di Voi? E poi, perché domandarmi se sono pronta a fare ciò che Voi volete, mentre da tanto
tempo che consegnai la mia volontà e vi ho pregato che non mi risparmiate anche a farmi in pezzi,
purchè potessi darvi gusto? Io m’abbandono in Voi oh Sposo Santo, operate liberamente, fa di me
ciò che vuoi, datemi la grazia vostra, che da me nulla sono e niente posso."

E mi ripeteva: "Veramente che sei pronta a tutto ciò che voglio?" Io mi vedevo più confusa,
annientata, e dicevo: "Si, sono pronta." Ma quasi tremante, e Lui compassionandomi seguiva a
dirmi: "Non temere, sarò tua forza, non tu soffrirai, ma Io che soffrirò e combattirò in te. Vedi,
voglio purificare l’anima tua da ogni minimo neo che potrebbe impedire l’amore mio in te, voglio
provare la tua fedeltà, ma come posso vedere se ciò è vero, se non col metterti in mezzo alla
battaglia? Sappi dunque che voglio metterti in mezzo ai demoni, darò loro libertà di tormentarti e di
tentarti, affinché quando avrai combattute le virtù coi vizi opposti, già tu ti trova in possesso di
quelle stesse virtù che crederai di perdere, e dopo l’anima tua purgata, abbellita, arricchita, sarà
come un re che viene vincitore da una fierissima guerra, che mentre credeva di perdere quello che
teneva, se ne ritorna invece più glorioso e ripieno di immense ricchezze. Ed allora verrò Io, formerò
in te la mia dimora, e staremo sempre insieme. E’ vero che sarà doloroso il tuo stato, i demoni non
ti daranno più pace, né giorno, né notte, staranno sempre in atto di muoverti fierissima guerra, ma tu
abbi sempre la mira a quello che voglio fare di te, cioè di farti simile a me, e che a ciò non potrai
giungere, che per mezzo di molte e grandi tribolazione, che così starai con più coraggio a sostenerne
le pene."

Chi può dire come rimasi spaventata a tale annunzio? Mi sentivo gelare il sangue, arricciare i
capelli, la mia immagginazione ripiena da neri spetri che pareva che mi volevano divorare viva. Mi
pareva che il Signore prima di metermi in questo stato doloroso, dava libertà a tutto ciò che dovevo
soffrire e mi vedevo da tutto circondata, ed allora a Lui mi rivolsi e gli dissi: "Signore, abbi pietà di
me! Deh! non lasciarmi sola e abbandonata, veggo che i demoni è tanta la loro rabbia che non
lasceranno di me neppure la polvere, come potrò resistergli? A Voi è ben noto la mia miseria e
quanto sono cattiva, dunque dammi nuova grazia per non offenderti. Mio Signore, la pena, e che
strazia più l’anima mia, è il vedere che anche Voi dovete lasciarmi. Ah! a chi potrò dire più una
parola, chi mi deve insegnare? Ma però sia fatta sempre la vostra Volontà, benedico il tuo Santo
Volere.

E Lui benignamente così riprese a dire: "Non t’affliggere tanto, sappi che mai permetterò che ti
tentano sopra le tue forze, se ciò permetto è per tuo bene. Non mai metto le anime nelle battaglie
per fare che periscono, primo misuro le loro forze, dono loro la mia grazia, e poi le introduco, e se
qualche anima precipita, è perché non si tenga unita a Me con la preghiera, non provando più la
sensibilità del mio amore vanno mendicando amore dalle creature, mentre Io solo posso saziare il
cuore umano, non si lasciano guidare dalla via sicura dell’obbedienza, credendo più al giudizio
proprio, che a chi li guida invece mia. Dunque, qual meraviglia se precipitano? Quindi quel che ti
raccomando è la preghiera, ancorché dovessi soffrire pene di morte, mai devi tralasciare quel che
sei solito di fare, anzi quanto più ti vedrai nel precipizio, tanto più invocherai l’aiuto di chi può
liberarti. Di più voglio che ti metti ciecamente nelle mani del confessore, senza esaminare quello
che ti viene detto, tu sarai circondata da tenebre e sarai come uno che non ha occhi e che bisogna di
una mano che la guida, l’occhio per te sarà la voce del confessore che come luce ti rischiererà le
tenebre, la mano sarà l’ubbidienza che ti sarà di guida e di sostegno per farti giungere a porto
sicuro. L’ultima cosa che ti raccomando è il coraggio, voglio che con intrepidezza entri nella
battaglia, la cosa che fa più temere un esercito nemico è il vedere il coraggio, la fortezza, il modo
con cui disfidono i piu pericolosi combattimenti, senza nulla temere. Così sono i demoni, nulla più
temono che un’anima coraggiosa, tutta appoggiata a Me, con animo forte va in mezzo a loro non
per essere ferita, ma con risoluzione di ferirli e di sterminarli; i demoni restano spaventati, atterriti e
vorrebbero fuggire, ma non possono, perché legati dalla mia Volontà, e sono costreti a starvi per
loro maggior tormento. Dunque non temere di loro, che niente possono farti senza il mio Volere. E
poi, quando ti vedrò che non puoi più resistere e starai per venir meno, se tu mi sarai fedele, subito
verrò e mettero tutti in fuga e ti darò grazia e fortezza. Coraggio, dunque coraggio."

Ora, chi può dire il cambiamento che succedette nel mio interno? Tutto era orrore per me, quel
amore che prima sentivo in me, ora me lo vedevo convertito in odio atroce, che pena di non poterlo
più amare. Mi straziava l’anima il pensare che quel Signore che era stato tanto buono con me, ora
vedermi costreta ad aborrirlo, a bestemmiarlo come se fosse il più crudele nemico, il non poterlo
guardare neppure nelle sue immaggine, che guardarle, tenere corone fra le mani, baciarle, mi
venivano tali impeti di odio, e tanta forza, che farle e mettere tutto in pezzi era lo stesso, e delle
volte faceva tanta resistenza, che la natura tremava da capo a piedi. Oh Dio, che pena amarissima!
Io credo che se nell’inferno, non ci stessero più pene, la sola pena di non poter amare Dio,
formerebbe l’inferno più orribile. Molte volte il demonio mi metteva innanzi le grazie che il Signore
mi aveva fatto, ora come un lavorio della mia fantasia, e quindi poter menare una vita più libera, più
comoda; ed ora come vere, e mi rimproveravano col dire: "Questo è il bene che ti voleva? Questa è
la ricompensa, che ti ha lasciato nelle nostre mani, sei nostra, sei nostra, per te tutto è finito, non cè
più da sperare." E nell’interno mi sentivo gettare tali impeti di sdegno contro il Signore, e di
disperazione, che parecchie volte, avendomi trovato qualche immaggine fra le mani, era tanta la
forza dello sdegno che le ruppe, ma mentre ciò facevo, piangevo e la baciava, ma non so dire come
era costretta a farlo. Ora, chi può dire lo strazio dell’anima mia? I demoni facevano festa e se la
ridevano, chi faceva rumore da un punto, chi dall’altro, chi strepitava, chi m’assordiva coi gridi
dicendo: "Vedi come sei nostra, non ci resta altro che portarti all’inferno, anima e corpo, e poi lo
vedrai che lo faremo." Delle volte mi sentivo tirare, ora le vesti, ora la sedia dove stavo
inginocchiata, e tanto la movevano e strepitavano che non potevo pregare, e delle volte era tanto il
timore, che credendomi di dovere liberarmi, me ne andavo a coricarmi nell letto (siccome questi
fracassi succedevano la maggior parte la notte), ma anche la mi seguivano col tirarmi il cuscino, le
coperte. Ora, chi può dire lo spavento, la paura che ne provavo? Io stessa non sapevo dove mi
trovavo, o sopra la terra o nell’inferno; era tanto il timore che davvero mi portassero, che gli occhi
non si potettero più chiudere al sonno; stavo come uno che tiene un crudele nemico che ha giurato
che a qualunque costo gli deve togliere la vita, e questo lo credevo che mi doveva succedere al
primo chiudere degli occhi; quindi mi sentivo come se uno mi mettesse una cosa dentro, in modo
che era costretta a tenerli spalancati per vedere quando mi dovevano portare, chi sa potessi farmi
forza ed oppormi a ciò che volevano fare, quindi mi sentivo sollevarmi i capelli sulla mia testa uno
per uno, un sudor freddo per tutta la persona che mi penetrava fino nelle osse e mi sentivo
disgiungere i nervi ed le osse uno per uno, e dibbattevano insieme per la paura.

Altre volte mi sentivo incitare a tale tentazioni di disperazioni e di suicidio, che qualche volta
essendomi trovata vicina al pozzo o pure a qualche coltello, mi sentivo tirare a menarmi dentro o
pure prendere il coltello ed uccidermi, ed era tanta la forza che dovevo farmi per fuggire, che mi
sentivo pene di morte, e mentre fuggivo, me li sentivo venire appresso e mi sentivo suggerire che
per me inutile era il vivere, dopo avere comesso tanti peccati, Iddio mi aveva abbandonata perché
non era stata fedele, anzi mi vedevo che avevo fatto tante scelleratezze che mai anima al mondo
aveva comesso, quindi, per me non ci era più misericordia da sperare. Nel fondo dell’anima mia mi
sentivo ripetere: "Come puoi vivere nemica di Dio? Sai tu qual’è quel Dio che hai tanto oltraggiato,
bestemmiato, odiato? Ah! quel Dio immenso che da per tutto ti circondava, e tu sotto i suoi occhi
stessi hai ardito d’offenderlo. Ah! perduto il Dio dell’anima tua, chi ti darà più pace? Chi ti liberarà
da tanti nemici?" Era tanta la pena che non facevo altro che piangere. Delle volte mi mettevo a
pregare, e i demoni per acrescere il mio tormento me li sentivo venire sopra, e chi mi percuoteva,
chi mi pungeva, e chi soffocava la gola. Una volta ricordo che mentre pregavo, mi senti tirare i
piedi da sotto la terra, aprirsi ed uscire le fiamme, ed io vi sprofondavo dentro; fu tale lo spavento
ed il dolore, che rimasi mezza morta, tanto che per riavermi da quello stato vi venne Gesù Cristo e
mi rincorò, mi fece capire che non era vero che avevo messo la volontà ad offenderlo e che io stessa
lo potevo conoscere dalla pena amarissima che ne sentivo, che il demonio era un buggiardo e che
non dovevo dargli retta, che per ora dovevo avere pazienza a soffrire quelle molestie e che poi
doveva venire la pace. Così succedeva d’intanto intanto, quando proprio giungevo agli estremi, e
delle volte per mettermi in più aspri tormenti. Nell’atto di quel conforto l’anima si convinceva,
perché innanzi a quella luce è impossibile che l’anima non apprenda la verità, ma dopo che mi
trovavo nella lotta, mi trovavo allo stesso stato di prima.
Mi tentava ancora a non fare la comunione, persuadendomi che dopo che avevo comesso tanti
peccati, era una baldanza andarvi, e che se ardiva, non Gesù Cristo sarebbe venuto ma il demonio, e
che tanti tormenti mi sarebbe dato, che mi avrebbe dato la morte, ma però l’ubbidienza la vinceva, è
vero che delle volte soffrivo pene mortali, sicché a stento potevo riavermi dopo la comunione, ma
siccome il confessore voleva che assolutamente la facessi, non potevo fare diversamente. Sicché
ricordo che da parecchie volte non la feci.

Ricordo pure che delle volte mentre pregavo la sera, mi smorzavano la lampada; delle volte
mettevano ruggiti tale da fare spavento; altre volte voci flebile come se fossero moribondi, ma chi
può dire tutto ciò che facevano? E’ impossibile.

Quindi questo duro cimento, sebbene non ricordo tanto bene, durò da tre anni, ma però aveva i
giorni, le settimane d’intervallo, non che cessarono del tutto, ma s’incominciarono a mitigare.

Ricordo che dopo una comunione, il Signore m’insegnò il modo come dovevo fare per metterli in
fuga, ed era il disprezzarli e non curarli affatto, e che dovevo fare quel conto come se fossero tante
formiche. Mi sentii infondere tanta forza che non mi sentivo più quel timore di prima. E facevo
così: Quando facevano strepiti, rumore, gli dicevo: "Si vede che non avete che fare, e che per
passare il tempo state facendo tante scioccheze; fate, fate, che poi quando vi stancherete lo finite."
Delle volte cessavano, altre volte tanto si arrabbiavano e facevano più forti rumori. Me li sentivo
vicino facendosi più forti e violenza di dovermi portare, sentivo la puzza orribbile, il calore del
fuoco. è vero che nel mio interno sentivo un certo brivido, ma mi facevo forza, gli dicevo:
"Bugiardi che siete, se ciò fosse vero, dal primo giorno l’avreste fatto, ma siccome è falso, e che
non avete nessuno potere su di me se non quello che vi viene dato dal’alto, perciò canti e canti, e
poi quando vi stancherai creperai." Se poi facevano lamenti e gridi, gli dicevo: "Che non avete
avuto a conti oggi?" O sia: "Vi si ha stata tolta qualche anima che vi lamentati? Poveretti, non si
sentono bene, ma però voglio pur’io farvi lamentarvi un altro poco." E mi metteva a pregare per
peccatori o pure a fare atti di riparazione. Delle volte me la ridevo quando incominciavano a fare le
solite cose e gli dicevo: "Come posso temervi, razze vile? Se fosti esseri serii non avreste fatto tante
sciocchezze, voi stessi non vi vergognati, non vi fate prendere a burla?" Se poi mi tentavano di
bestemmie o di odio contro di Dio, gli offerivo quella pena amarissima, quella forza che mi facevo,
che mentre vedevo che il Signore meritava tutto l’amore, tutte le lodi, ed io ero costretta a fare il
contrario, in riparazione di tanti che lo bestemmiano liberamente e che neppure si ricordanno che
esiste un Dio, che sono obbligati a riamarlo. Si me incitavano a disperazioni, nel mio interno
dicevo: "Non mi curo né dell paradiso, né dell’inferno, quel che mi preme è di amare il mio Dio,
questo non è tempo di pensare ad altro, anzi è tempo d’amare quanto più posso il mio buon Dio, il
paradiso ed l’inferno lo rimetto nelle sue mani, Lui che è tanto buono mi darà quel che a me più
conviene, e mi darà un luogo dove posso più glorificarlo."

M’insegno Gesù Cristo che il mezzo più efficace per fare che l’anima restasse libera da ogni vana
apprensione, d’ogni dubbi, d’ogni timore, era il protestare innanzi al Cielo, alla terra ed ai stessi
demoni, di non voler offendere Dio, anche a costo della propria vita, di non voler consentire a
qualunque tentazioni del demonio, e questo appena che l’anima avverte che viene la tentazione, se
può nell’atto della battaglia, ed appena che s’incomincia a sentire libera, ed anche tra il corso del
giorno. Facendo così, l’anima non perderà tempo a pensare se sia o no acconsentito, che il solo
ricordarsi della protesta, già le restituirà la calma, e se il demonio cercherà d’inquietarla, potrà
rispondergli che se aveva intenzione d’offendere Iddio, non si protestavo il contrario, e così restarà
salva d’ogni timore.
Ora, chi può dire la rabbia del demonio, che tutte le sue astuzie riuscivano a sua confusione, e dove
credeva di guadagnare ci perdeva, e che delle sue stesse tentazioni ed artifizi, l’anima se ne serviva
come poter fare atti di riparazione ed amore al suo Dio, facendo in questo modo?

L’altro modo che m’insegno nello scacciare le tentazioni era il seguente: Se mi tentavano di
suicidio io dovevo rispondere: "Non ne avete nessun permesso da Dio, anzi a tuo dispetto voglio
vivere per poter più amare il mio Dio." Se poi mi percuotevano e mi battevano, io mi dovevo
umiliare, inginocchiarmi e ringraziare il mio Dio che ciò succedeva in penitenza dei miei peccati,
non solo, ma offrire tutto come atti di riparazione a tutte le offese a Dio che si facevano nel mondo.

Finalmente una brutta tentazione che mi durò poco fu che al contatto continuo di circa un anno e
mezzo le così brutti demoni, io dovessi uscire incinta e partorire poi un piccolo demonio con le
corna. La fantasia si allevava così che io mi vedeva innanzi una confusione orribile a quel che si
sarebbe detto da me per sì brutto avvenimento.

Finalmente finì dopo circa un anno e mezzo di questa lotta, finivono le crudezze dei demoni e
cominciò una vita tutta nuova, però non cessarono i demoni di tanto in tanto di molestarmi, ma però
non erano così frequenti, non così fiera la battaglia, ed io mi avvezzai a disprezzarli.

La vita nuova che cominciò fu a la Masseria detta "Torre Disperata." Un giorno mentre più che mai
ero stata tormentata dal demonio, tanto che mi sentivo perdere le forze e venir meno, la sera mentre
così stavo mi sentii venire una cosa mortale e perdetti i sensi, in questo stato vide Gesù Cristo
circondato da tanti nemici, chi lo batteva, chi lo schiaffeggiava, chi le conficava le spine nella testa,
chi le spezzava le gambe, chi le braccia. Dopo che lo ridussero quasi in pezzi, lo deposero nelle
braccia della Madonna, e questo succedeva un poco lontano da me. Dopo che la Vergine Santissima
se lo preso fra le braccia, si avvicinò a me, e piangendo mi disse: "Figlia, vedi come il mio Figlio è
trattato dagli uomini, le orribbile offese che commettono che non gli danno mai tregua, guardalo
come soffre." Ed io cercavo di guardarlo, e lo vedevo tutto sangue, tutto piaghe e quasi trinciato,
ridotto ad uno stato mortale, sentivo tale pene che avrei voluto mille volte morire anzichè vedere
tanto soffrire il mio Signore, mi vergognavo delle mie piccole sofferenze. La Santissima Vergine
soggiunse, ma sempre piangendo: "Avvicinati a baciare le piaghe del mio Figlio, Lui ti sceglie
come vittima, e se tanti l’offendono, tu coll’offerirte a soffrire ciò che Lui soffre le darai un ristoro
in tanto penare. Non l’accetti tu?" Io mi sentivo tanto annientata, mi vedevo tanto cattiva (qual sono
ancora) e indegna, che non ardivo di dire "Si". La natura tremava, mi sentivo tanto debole delle
pene passate, che appena mi lasciava un filo di vita. Poi, non so come, da lontano vedevo i demoni
che strepitavano tanto, e che tutto ciò che avevo veduto fare al Signore lo dovevano fare a me se
accettavo. In me stessa sentivo tale pene, dolori, stiramenti di nervi, che io credevo di dover lasciare
la vita.

Finalmente mi avvicinai e le baciai le piaghe, pareva che fatto ciò quelli membra così lacerate si
risanavano, ed il Signore che prima pareva quasi morto s’incominciava a ravvivare a nuova vita.
Internamente ricevevo tali lumi sulle offese che si fanno, attrazzioni di accettare d’essere vittima
ancorché dovessi soffrire mille morti, che il Signore tutto meritava, e che io non potrei oppormi a
ciò che Lui voleva. Questo succedeva mentre si stava in muto silenzio. Ma in quei sguardi che a
vicenda ci davamo, erano tanti inviti, tanti saetti infocati che mi passavano il cuore. La Santissima
Vergine specialmente mi spronava ad accettare, ma chi può dire tutto ciò che passai? Finalmente il
Signore guardandomi benignamente mi disse: "Tu hai visto quanto mi offendono e quanti
camminano le vie dell’iniquità, che senza avvedersi precipitano nell’abisso. Vieni ad offerirti
innanzi alla divina giustizia come vittima di riparazione delle offese che si fanno e per la
conversione dei peccatori, che ad occhi chiusi bevono alla fonte avvelenata del peccato. Un largo
campo ti si apre d’innanzi di sofferenze, si, ma anche di grazie, Io non più ti lascerò, verrò in te a
soffrire tutto ciò che mi fanno gli uomini, facendoti parte delle mie pene. Per aiuto e conforto ti do
la mia Madre." E pareva che a Lei mi consegnava, ed Essa mi accetava. Io pure mi offerii tutta a
Lui e alla Vergine, pronta a fare ciò che voleva, e così finii la prima volta.

Dopo che mi riebbi da quello stato, mi sentivo tale pene, tale annientamento di me stessa che mi
vedevo come un misero vermicciuolo che non sapevo fare altro che strisciare la terra e dicevo al
Signore: "Aiuto, la vostra onnipotenza mi atterra, veggo che se Voi non mi sollevate, il mio niente
si disfa e va disperdesi. Dammi il patire, ma vi prego a darmi la forza, che mi sento morire." E così
incominciò un alternarsi di visite di Nostro Signore e di tormenti da parte dei demoni; quanto più mi
rasegnavo, tanto più accrescevano la loro rabbia.

Pochi giorni dopo del detto di sopra, mi sentii un’altra perdere i sensi (ricordo che in principio ogni
qual volta che mi sentivo venire un tale stato, credevo di dover lasciare la vita). Mentre perdetti i
sensi si fece vedere un’altra volta Nostro Signore con la corona di spine in testa, tutto grondante
sangue, ed a me rivolto disse: "Figlia, vedi un po’ ciò che mi fanno gli uomini, in questi tristi tempi
è tanta la loro superbia che ne hanno infestato tutta l’aria, ed è tanta la puzza che da per ogni dove si
sparge, che è giunta fino innanzi al mio trono nell empireo. Fanno in modo che loro stessi si
chiudono il Cielo; i miseri non hanno occhi per conoscere la verità, perché offuscati dal peccato
della superbia col seguito degli altri vizi che portano con sé. Deh! dammi un sollievo a tanti acerbi
spasimi ed una riparazione a tanti torti che mi si fanno." Ed in così dire si tolse la corona, che non
pareva corona ma tutto un pezzo, in modo che neppure una minima particella della testa restava
libera, ma tutta veniva trapassata da quelle spine. Mentre si tolse la corona si avvicinò a me e mi
domandò se l’accettavo. Io mi sentivo tanto annicchilita, provavo tale pene delle offese che si fanno
che mi sentivo spezzare il cuore, gli dissi: "Signore, fa di me ciò che vuoi." E così la prese e me la
conficcò sulla mia testa e disparve.

Ora, chi può dire gli spasimi che provai nel ritornare in me stessa? Ad ogni movimento del capo
credevo di spirare, tanti erano i dolori, le punture che sentivo nella testa, negli occhi, orecchie,
dietro alla nuca, quelle spine me le sentivo penetrare fino nella bocca, e si stringeva in modo che
non poteva aprirla per prendere il cibo, e stavo quando 2 e quando tre giorni senza poter prendere
niente. Quando si mitigavano in qualche modo, mi sentivo una mano sensibile che mi premeva il
capo e mi rinnovava le pene, e delle volte erano tanti i spasimi che per il dolore perdevo i sensi. Da
principio questo succedeva certi giorni si, certi no, quando si replicavano tre, quattro volte al
giorno, quando duravano un quarto, quando mezza ora, e quando un’ora e poi restavo libera, solo
che mi sentivo molto debole e sofferente, a misura che in quello stato d’asopimento mi erano state
comunicate le pene, così restavo più o meno sofferente.

Ricordo ancora che siccome certe volte per le sofferenze della testa, come ho detto di sopra, non
potevo aprire la bocca per prender il cibo, e siccome la famiglia sapeva che non ci avevo tanta
voglia di stare in campagna, quindi, quando vedevano che non mangiavo, me l’attribuivano a
capriccio, e naturalmente s’irritavano, s’inquietavano e mi mottegiavano. La natura voleva risentirsi
di questo, perché vedevo che non era vero ciò che loro dicevano, ma il Signore non voleva questo
risentimento, ed ecco come successe:

Una sera, mentre si stava a tavola, ed io in questo stato di non poter aprire la bocca, la famiglia
s’incominciò ad inquietare, io lo sentivo tanto che incominciai a piangere, e per non essere vista
m’alzai e me ne andai ad un’altra parte seguitanto a piangere, e pregavo Gesù Cristo e la Vergine
Santissima che mi dessero aiuto e forza a soportare questo cimento. Ma mentre ciò facevo mi sentii
incominciare a perdere i sensi. Oh Dio! che pena il solo pensare che mi doveva vedere la famiglia
che fino allora non se ne era avertita. In questo mentre: "Signore, gli dicevo, non permettete che mi
veggono." Ed io avevo tale vergogna d’essere vista che non so dire il perché, e cercavo quanto piú
potevo di nascondermi in luoghi dove non potevo essere veduta; quando poi ero sorpresa
all’improvviso, in modo che non avevo tempo di nascondermi o almeno d’inginocchiarmi, che
come mi trovavo, in quella posizione restavo, e potevano dire che stavo a pregare, allora poi era
scoperta. Mentre perdetti i sensi se fece vedere Nostro Signore in mezzo a tanti nemici che gli
recavano ogni sorta d’insulti, specialmente lo pigliavano e lo calpestavano sotto dei piedi, lo
bestemmiavano, gli tiravano i capelli, mi pareva che il mio buon Gesú voleva fuggire da sotto
quelle fetide piante, ed andava guardando, chi sá potesse trovare una mano amica che lo avesse
liberato, ma non trovava nessuno. Mentre ció vedevo, io non facevo altro che piangere sulle pene
del mio Signore, avrei voluto andare in mezzo a quei nemici, chi sá potessi liberarlo, ma non ardivo;
gli dicevo: "Signore fatemi parte delle vostre pene. Deh! potessi solevarvi, e liberarvi." Mentre ció
dicevo, quei nemici come se avessero inteso, se ne venivano contro di me, ma tanti arrabbiati, ed
incominciarono a percuotermi, a tirarmi i capelli, a calpestarmi, io avevo tale timore, soffrivo, si,
ma dentro di me ero contenta che vedevo dare al Signore un po’ di tregua. Dopo quei nemici
scomparivano e io restai sola col mio Gesú. Io cercai di compatirlo, ma non ardivo di dirle niente, e
Lui rompendo il silenzio mi disse:

"Tutto ció che tu hai visto e niente a confronto di quelle offese che continuamente mi fanno, é tanta
la cecitá loro, l’ingolfamento delle cose terrene che giungono a divenire non solo crudeli nemici
miei, ma anche di loro stessi, e siccome l’occhio loro é fisso nel fango, per ció giungono a
disprezzare l’Eterno. Chi metterá un riparo a tanta ingratitudine? Chi avrà compassione di tanta
gente che mi costano sangue, e che vivono quasi sepolti nel lezzo delle cose terrene? Deh! vieni con
me, e prega e piangi insieme per tanti ciechi che sono tutti occhi per tutto ció che dà di terra e poi
disprezzano e calpestano le mie grazie sotto dei loro immondi piedi come se fossero fango. Deh!
sollevati sopra tutto ció che é terra, aborrissi e disprezza tutto ció che a me non appartiene, non ti
facciano più impressione gli insulti che ricevi dalla famiglia dopo che mi hai visto tanto soffrire. Ma
ti stia solo a cuore l’onore mio, le offese che continuamente mi fanno, la perdita di tante anime.
Deh! non lasciarmi solo in mezzo a tante pene che mi straziano il cuore, tutto ció che tu soffri
adesso è poco in confronto di quelle pene che soffrirai, non te l’ho detto sempre, che quello che
voglio da te é l’imitazione della mia vita, vedi un po’ quanto sei dissimile da Me, per ció fatti
coraggio e non temere."

Dopo questo ritornai in me stessa ed allora avverti che era circondata dalla famiglia che piangevano
e stavano tutti in disturbo ed avevano tale timore che si replicasse quello stato, specialmente ancora
moriva, che fecero quanto più presto pottetero a ricondurmi in Corato. Onde farmi osservare dai
medici, non so dire il perché sentivo tale pena nel pensare che dovevo essere visitata dai medici, che
molte volte piangevo e mi lamentavo col Signore dicendogli: "Quante volte oh Signore vi ho
pregato che mi facciate patire nascosta, era questo il mio solo ed unico contento, e adesso anche di
questo sono priva. Deh!, dimmi come faró? Voi solo potete aiutarmi e sollevarmi nella mia
afflizione, non vedete quanto ne dicono, chi la pensa in un modo e chi un altro, chi vuole farmi
applicare un rimedio e chi un altro, sono tutti occhi sopra di me, in modo che non mi danno più
pace. Deh! soccorretemi in tante pene che mi sento mancare la vita." Ed il signore benignamente
soggiunse:

"Non volerti affliggere per questo, quello che voglio da te è che ti abbandoni come morta fra le mie
braccia. Fino a tanto che tu hai aperti gli occhi per guardare ciò che fo Io, e ciò che fanno e dicono
le creature, Io non posso liberamente operare su di te. Non vuoi fidarti di Me? Non sai tu il bene che
ti voglio e che tutto ciò che permetto, o per mezzo delle creature, o per parte dei demoni, o
direttamente da Me, è per tuo vero bene e non serve ad altro che a condurre l’anima a quello stato a
cui Io l’ho eletta. Per ciò voglio che ad occhi chiusi ti stia fra le mie braccia senza guardare ed
investigare questo o quell’altro, fidandoti interamente di Me, e lasciandomi liberamente operare. Se
poi vuoi fare l’opposto, ci perderai tempo e verrai ad opposti a ciò che voglio fare di te. In riguardo
alle creature usa profondo silenzio, sii benigna e sottomessa con tutti, fa che la tua vita, il tuo
respiro, i tuoi pensieri ed affetti, siano continui atti di riparazione, che placano la mia giustizia,
offerendomi insieme le molesti delle creature che non saranno poche."

Dopo questo feci quanto più potetti di rassegnarmi alla Volontà di Dio, sebbene molte volte ero
messa a tale strettezze da parte delle creature, che delle volte non facevo altro che piangere. Giunse
anche il tempo di farmi visitare dal medico, e giudico non essere altro che un fatto nervoso, onde
ordinò medicine, distrazioni, passeggi, bagni freddi, raccomandò alla famiglia che mi guardessero
bene quando ero sorpresa da quello stato, perché dicevagli, se la movete la potete spezzare ma non
aggiustare, che io quando era sorpresa da quello stato, restavo impietrita.

Onde si suscitò una guerra da parte della famiglia, m’impedivano d’andare alla chiesa, non davano
più quella libertà di starmene sola, era guardata da per ogni dove, e più spesso se ne avvertivano.
Molte volte mi lamentavo col Signore dicendogli: "Mio buono Gesù, quanto si sono aumentate le
mie pene, anche delle cose a me più care sono priva, quali sono i sacramenti. Non ci avevo mai
pensato che dovevo giungere a questo. Ma chi sa dove andrò a finire! Deh! dammi aiuto e fortezza,
che la natura viene meno." Molte volte si benignava di dirmi qualche parola. Ora mi diceva:

"Sono Io in tuo aiuto, di che temi? Non ti ricordi che anch’Io soffri da parte di ogni specie di gente,
chi la pensava su di Me in un modo e chi in un altro, le cose più sante che Io facevo erano giudicate
da loro difettose, cattive, fino a dirmi che era un indemoniato, tanto che mi guardavano con occhi
torvi, mi tenevano in mezzo a loro, ma di malo umore e macchinavano tra loro quanto più presto
potevano di togliermi la vita, che la mia presenza s’era reso per loro intollerabile. Dunque non vuoi
tu che ti faccia simile a Me facendoti soffrire da parte delle creature?"

Così passai parecchi anni soffrendo da parte delle creature, da demoni e direttamente da Dio, delle
volte giungevo a tanta amarezza da parte delle creature, e del modo come la pensavano che avevo
vergogna di farmi vedere da qualunque persona. Tanto che il mio più grande sacrifizio era il
comparire in mezzo a persone, tanto era il rossore e la confusione che mi sentivo istupidire. Ci
furono altre visite di altri medici, ma non ci riuscirono a nulla, delle volte versando amare lacrime
gli dicevo con tutto il cuore: "Signore come si sono rese pubbliche le mie sofferenze non solo alla
famiglia, ma anche agli estrani mi veggo tutta coperta di confusione, mi pare che tutti mi segnano
addito, come se queste sofferenze fossero le più cattive azioni, io stessa non so dire che cosa me
successe. Deh! Voi solo potete liberarmi da tale pubblicità e farmi patire nascosta. Ve ne prego, ve
ne scongiuro esauditemi." Delle volte anche il Signore faceva mostra di non ascoltarmi, ed
aumentavano le mie pene, alle volte poi mi compativa dicendomi:

"Povera figlia, vieni a Me che ti voglio consolare, tu hai ragione che soffri; ma non ti ricordi tu, che
anch’io, oh! quanto più soffrii. Fino a un certo punto furono nascoste le mie pene, ma quando la
Volontà del Padre giunse di patire in pubblico, prontamente uscii ad incontrare confusioni,
obbrobri, disprezzi, fino ad essere spogliato, nudo in mezzo ad un popolo numerosissimo, potresti
tu immagginare confusione più grande di questo? La mia natura la sentiva molto questa specie di
sofferenze, ma avevo l’occhio fisso alla Volontà del Padre ed offerivo quelle pene in riparazione di
tanti, che commettono le più nefandi azioni pubblicamente ad occhi aperti menandone vanto senza
il minimo rossore, gli dicevo: "Padre accettate le confusioni e gli obbrobri miei in riparazioni di
tanti che hanno la sfacciataggine d’offendervi così liberamente senza il minimo dispiacere;
perdonate, dategli lume acciò veggono la brutezza del peccato e si convertano." Anche a te voglio
farti participe di questa specie di sofferenze. Non sai tu che i più bei regali che posso dare alle
anime che amo sono le croci e le pene? Tu sei bambinella ancora nella via della croce, per ciò ti
senti troppo debole, quando ti sarai fatto grande ed avrai conosciuto quanto è prezioso il patire,
allora ti sentirai più forte. Per ciò appoggiati a Me, riposati che così acquisterai fortezza."
Dopo che passai qualche tempo in questo stato detto di sopra, cioè circa sei o sette mesi, le
sofferenze si accrebbero di più, tanto che fui costretta a starmene nel letto, spesso si moltiplicava
quello stato di perdere i sensi, quasi che non avevo neppure un’ora libera, mi ridussi ad uno stato di
estrema debolezza, la bocca si strinse in modo che non la potevo aprire affatto, ed in qualche
momento libero che avevo, appena qualche goccia di qualche bevanda potevo prendere, se pure mi
riusciva, e poi ero costretta a rimetterla per i continui vomiti che ho avuto sempre. Dopo che stetti
circa diciotto giorni in questo stato continuo, si mando a chiamare il confessore per confessarmi.
Quando venne il confessore mi trovò in quello stato d’assopimento. Quando mi riebbi mi domandò
che cosa avessi, gli dissi solamente, tacendo tutto il resto, e siccome allora continuavano gli
strapazzi dei demoni e le visite di Nostro Signore, quindi gli dissi: "Padre, è il demonio." Lui mi
disse non aver paura, che non è il demonio, e se è lui il padre ti libera. Così dandomi l’ubbidienza e
segnandomi con la croce ed aiutandomi a sciogliere le braccia, che mi sentivo tutto il corpo
impietrito come se fosse divenuto tutto un pezzo, lí riuscì di ristituirmi il moto alle braccia di farmi
aprire la bocca che prima era divenuta immobile a tutto. Questo io l’attribui alla santità del mio
confessore, che veramente era un santo sacerdote, lo tenni quasi per un miracolo, tanto che dicevo
fra me stessa: "Vedi, ero preparata a morire." Che in realtà mi sentivo male, e se avessi durato
quello stato io credo che lasciavo la vita." Sebbene ricordo che ero rassegnata e che quando mi vide
libera provavo un certo rincrescimento che non avevo morto.

Quindi dopo che il confessore se ne andò ed io rimasta libera ritornai allo stato di prima. E così
successe che passavo, quando le settimane, i quindici giorni, ed anche i mesi che ero sorpresa da
quello stato d’intanto intanto nella giornata, e da me stessa riusciva a liberarmi; quando poi ero
sorpresa spesso spesso come ho detto di sopra, allora la famiglia mandava a chiamare il confessore,
tanto più che avevano visto la prima volta che ne ero rimasta libera, che tutti credevano che non mi
doveva più riavere da quello stato, ed invece scesi alla chiesa e mi rimisi allo stato di prima, così
mandavano a chiamare il confessore ed allora restavo libera. Ma però non mi passò mai per la
mente che ad un tale stato ci voleva il sacerdote per liberarmi, né che il mio male fosse una cosa
straordinaria; è vero che quando perdevo i sensi vedevo Gesù Cristo, ma questo l’attribuivo alla
bontà di Nostro Signore e dicevo fra me stessa: "Vedi quanto è buono il Signore verso di me, che in
questo stato di sofferenze viene a darmi la forza, altrimenti come potrei sostenere, chi mi darebbe la
forza?" E’ pur vero che quando doveva succedermi un tale stato, la mattina nella comunione me lo
diceva, ed in quello stesso stato le sofferenze da Lui stesso mi venivano, ma non dava retta a niente,
il solo pensare qualche volta di dirlo al confessore mi credevo che fossi l’anima più superbia che
fosse nel mondo se ardivo mettere bocca a parlare di queste cose di vedere Gesù Cristo; e provavo
tale rossore che fu impossibile di dire niente a quel confessore per quanto buono e santo fosse.

Tanto vero che non credevo che ci volesse il sacerdote per liberarmi, e che ciò succedeva per la
santità del confessore che quando fu giunto il tempo che lui se ne andò in campagna, una mattina
dopo la comunione il Signore mi fece capire che dovevo essere sorpresa da quello stato, m’invito a
tenergli compagnia col partecipare alle sue pene, ed io subito gli dissi: "Signore come farò, il
confessore non ci sta, chi mi deve liberare? Adesso vuoi forse farmi morire?" Ed il Signore mi disse
solamente:

"La tua fiducia dev’essere solo in Me, statti rasegnata, che la rassegnazione rende l’anima luminosa,
fa stare a posto tutte le altre passioni, in modo che Io tirato da quei raggi di luce ci vado nell’anima
e la informo tutta in Me, e la faccio vivere della mia stessa Vita."

Io mi rassegnai alla sua Santa Volontà, offerii quella comunine come l’ultima della mia vita, gli
diede l’ultimo addio a Gesù in sacramento, sebbene rassegnata, ma la natura la sentivo tanto, che
tutto quel giorno non feci altro che piangere e pregare il Signore che mi desse la forza. In verità mi
riusci trppo amaro il fatto, e senza pensarlo né saperlo, mi trovai con una nuova e pesante croce che
credo che sia stata la più pesante che ho avuto in mia vita, mentre stavo in quello stato di
sofferenze, da me non ci pensavo altro che a morire ed a fare la Volontà di Dio. Da parte della
famiglia che anche soffriva a vedermi in quello stato, cercavano di mandar a chiamare qualche
sacerdote, e chi non voleva venire da una parte, e chi dall’altra, dopo dieci giorni ci venne il
confessore che mi confessava quando ero piccola, e successe che anche quello mi fece riavere da
quello stato, ed allora me ne avvide la rete che il Signore mi aveva involto.

Da qui mi ebbe una guerra da parte dei sacerdoti, chi diceva che era finzione, chi che ci volevano le
bastonate, altri che volevami far credere santa, chi sogiungeva che era indemoniata e tante altre
cose, che dirle tutte sarebbe troppo lunga la storia. Onde con queste idee nelle loro menti, quando
succedevano le sofferenze e la famiglia mandava a chiamare qualche uno, facevano parte tante
strane, che la povera famiglia a sofferto molto, specialmente la povera mamma, quante lacrime a
versato per me, oh! Signore rincompensatela Voi. Oh! mio buon Signore quanto ho sofferto da
questa parte, Tu solo sai tutto.

Onde chi può dire quanto mi riuscì amaro questo fatto, che per liberarmi da quello stato di
sofferenze si volesse il sacerdote. Quante volte ho pregato versando lacrime amarissime che mi
liberasse! Quante volte ho fatto delle positive resistenze al Signore quando Lui voleva che mi
offerisse come vittima ed accettassi le pene, ed io gli dicevo: "Signore, promettemi che mi libererà
Voi, ed allora acceto tutto, altrimenti no, non voglio accetare." E resistevo il primo giorno, il
secondo, il terzo. Ma chi può resistere a Dio? Me ne diceva tanto che al fin ero costretta a
sottopormi alla croce.

Altre volte gli dicevo di cuore e con confidenza: "Signore come è stato che hai fatto questo? Come
tra me e Voi, adesso hai voluto mettere un terzo? E questo terzo che non vuol prestarsi. Vedi,
potevamo stare tanti contenti tutti e due. Quando mi voleva al patire, io subito accettavo perché
sapevo che Voi stesso mi dovevi liberare, adesso non ci vuole un’altra mano, Ve ne prego
liberatemi, che staremo più contenti tutti e due."

Delle volte fingeva di non ascoltarmi e non mi diceva niente, altre volte poi mi diceva: "Non
temere, Io sono quello che do le tenebre e la luce, verrà il tempo della luce, è mio solito che le mie
opere le manifesto per mezzo dei sacerdoti."

Così passai tre o quattro anni di queste contraddizioni da parte dei sacerdoti, molte volte mi
assoggettavano a pruove durissime, giungevano a farmi stare in quello stato di sofferenze, cioè
impietrita, inabile a qualunque minimo moto, neppure di poter prendere una goccia d’acqua,
diciotto giorni più o meno, quando a loro piaceva. Lo sa solo il Signore ciò che io passavo in quello
stato, e dopo che venivano non avevo neppure il bene d’essere detta almeno: Abbi pazienza, fà la
Volontà di Dio. Ma ero rimproverata come capriciosa e disobbediente. Oh! Dio che pena, quante
lacrime ho versato; quante volte pensavo che ero disobbediente, dicevo fra me: Come quella virtù
che al Signore è la più gradita è da me tanto lontana, che cosa può far e sperare di bene un’anima
disobbediente? Molte volte mi lamentavo con Nostro Signore e delle volte giungevo fino a
risentirmi, e quando voleva che accettassi le sofferenze, resistevo quanto più potevo. Ma il Signore
quando vedeva che incominciavo a resistere faceva vedere che non mi curavo e non mi diceva più
niente, e poi all’improviso veniva a sorprendermi. Ciò che poi diceva il confessore è perché delle
volte non voleva che cadessi in quello stato, ma ciò non stava in mio potere, è pur vero che sono
stata dissobediente e che non sono stata mai buona a nulla. Ma ricordo pure che la pena più
straziante per me era il non poter obbedire.
In questo periodo di tempo, ricordo che ci fu il colera, ed un giorno pregavo il mio buon Gesù che
facesse cessare questo flagello, ed Egli mi disse: "Ti contenterò purchè accetti d’offerirti a soffrire
ciò che voglio Io."

Le dissi: "Signore no, non posso, Voi sapete come la pensano, nonchè il fatto passa tra me e Voi
solamente sarei stata prontissima ad accetare tutto." Ed Egli mi disse:

"Figlia mia, se Io avessi pensato a quello che pensavano e che dovevano fare di Me gli uomini, non
avrei operato la Redenzione dell’umano genero, ma Io avevi l’occhio a la loro salvezza e l’amore
grande che mi divorava facevami fare che quando vedevo persone che di Me mal pensavano, e che
davano occasione di farmi più soffrire, ero d’offerire quelle stesse pene che loro mi davano per la
loro stessa salvezza. Ti sei dimenticata che quello che voglio da te è l’imitazione della mia Vita, e
che di tutto ciò che offri ti farò parte di tutto? Non sai tu che l’atto più bello, più eroico, e più a Me
gradito e che offerirmi devi, è quello d’offerirti per quei stessi che ti sono contrari?"

Io restai muta, non seppi che risponderegli, accetai tutto ciò che il Signore voleva, e così fino alla
sera fui sorpresa da quello stato di sofferenze e vi stetti tre giorni continui. E dopo che mi riabbi non
sentii più niente che ci stava il colera.

Dopo questo mi ebbi un’altra mortificazione, e fu il dover cambiare confessore, che essendo lui
religioso fu chiamato in convento. Io ne ero contenta di lui, e la maggiore parte di quei fracassi
detto di sopra succedevano quando lui stava in campagna, specialmente l’ultimo anno che fu
confessore, per il colera che stava nel paese, vi dimoro sei mesi; onde il mio confessore non faceva
tante parte, mi faceva stare un giorno in quello stato di sofferenze e poi veniva. Quindi non stete
neppure un mese da che si era ritirato in campagna e si intese che se ne partiva; questo fu doloroso
per me, non perché ci avevo atacco, ma per la necessità che ne avevo. Onde andai dal Signore e gli
dissi la mia pena, ed Egli mi disse:

"Non volerti affliggere per questo, Io ne sono il padrone dei cuori, e posso volgerli e rivolgerli come
a Me pare e piace. Se lui ti ha fatto del bene non è stato altro che un porgitore che riceveva da Me e
lo dava a te. Così farò degli altri, di che temi adunque? Mia cara, fino a tanto che tu avrai l’occhio
or a destra ora a sinistra, e lo lascierai possare or su d’una cosa ed or sull‘altra, e non avrai l’occhio
fisso in Me, non potrai camminare spedita la via del Cielo. Ma anderai sempre zoppicando e non
potrai seguire l’influsso della grazia. Perciò voglio che con santa indifferenza guardi tutte le cose
che in torno a te succedono, stando tutta intenta a Me solamente."

Onde dopo queste parole, il mio cuore acquistò tanta forza, che poco o niente soffri una tanta
perdita, e che tanto bene aveva fatto all’anima mia.

Così successe che cambiai confessore, e ritornai al confessore che mi confessava quand’ero piccola.
Ma sia sempre benedetto il Signore che si serve di quelle stesse vie che compariscono a noi
contrarie e quasi che ci dovrebbero portare danno all’anima nostra, per il maggiore bene nostro e
per la sua gloria. Così avvenne che incominciai ad aprire l’anima mia che fino a quel punto non
avevo detto niente ha nessuno, per quanto sforzo mi facessi non ci riuscivo, anzi più impotente mi
vedevo a dire le cose del mio interno, era tanto il rossore che sentivo il solo pensar dire queste cose,
che mi vedevo essere più facile dire i più brutti peccati. Donde procedesse, non so dirlo, da parte del
confessore credo di no, perché egli era tanto buono, fiducioso, dolce, paziente nel sentire, prendeva
una cura essattissima dell’anima, aveva l’occhio su di tutto affinché si potesse camminare dritto. Da
parte mia neppure, perché mi sentivo un intoppo sull’animo ed avevo tutta la volontà di liberarmi e
di sentire al meno come la pensava il confessore, ma mi sentivo imposibilitata a farlo. Per me credo
che ci fa una promissione del Signore.
Onde trovandomi col nuovo confessore, incominciai, a poco a poco ad aprire il mio interno, il
Signore molte volte mi comandava che manifestasse al confessore ciò che Lui mi diceva, e quando
io non lo facevo, il Signore mi riprendeva, mi rimproverava severamente e delle volte giungeva a
dirmi che se ciò non facesse, Lui non ci sarebbe più venuto, questo che è per me la pena più amara,
che tutte le altre pene confrontate con questa non mi sembrano altro che fili di paglia. Perciò, tanto
era il timore ancora veramente non ci venisse, che facevo quanto più potevo a manifestare il mio
interno. E’ vero che delle volte mi costavo molto ma il timore di perdere il mio caro Gesù mi faceva
superare tutto. Da parte del confessore ero pure spinta a dirle donde procedesse un tale stato, che
cosa mi succedeva quando stavo in quel assopimento, quale n’era la causa; ora mi comandava a
manifestarlo, ora mi costringeva coi precetti d’ubbidienza, ed ora mi metteva innanzi il timore che
potessi vivere nell’ilusione e nell’inganno, vivendo a me stessa, mentre se manifestasse al sacerdote
potrei stare più sicura e tranquilla, e che il Signore non permette mai che il sacerdote s’inganna
quando l’anima è obbediente. Così Gesù Cristo mi spingeva da una parte, il confessore dall’altra, mi
pareva delle volte che se l’intendessero tutti e due insieme, il confessore e Gesù Cristo. Così mi
riuscii a manifestare l’animo mio. Ciò non faceva il confessore passato, non mi faceva nessuna
domanda, non cercava di sapere che cosa mi succedeva in quello stato d’assopimento, donde io
stessa non sapevo come uscire a parlare di queste cose. La cura che si prendeva era che stasse
rassegnata, uniformata al Voler di Dio, a sopportare la croce che il Signore mi aveva dato, tanto che
se delle volte mi vedeva un pò infastidita ne soffriva grande dispiacere.

Dunque avvene che passai circa un altro anno con questo confessore nello stesso stato detto di
sopra. Onde siccome il confessore sapeva donde procedesse quello stato di sofferenza, mi diceva
che quando Gesù Cristo voleva che mi venissero le sofferenze, andasse da lui a chiedere
l’obbedienza. Ricordo che una mattina dopo la comunione mi disse il Signore:

"Figlia sono tante le iniquità che si comettono che la bilancia della mia giustizia sta per sboccare da
fuori. Ora sappi che pesanti flagelli verserò sopra degli uomini e specialmente una fierissima guerra
in cui farò strage della carne umana. Ah! si." Prosegui quasi piangendo: "Io ho dato i corpi agli
uomini acciocché fossero tanti santuari dove dovevo andare e deliziarmi in essi; loro invece l’hanno
cambiati in cloache di marciume che ne è tanto il fetore che mi costringono a stare lontano da essi.
Vedi la ricompensa che ricevo a tanto amore ed a tante pene che ho sofferto per loro. Chi mai è
stato trattato simile a Me? Ah! nessuno. Ma chi ne è la causa? E’ il troppo bene che li voglio. Per
ciò proverò coi castighi."

Io mi sentivo spezzare il cuore per il dolore, mi pareva che tante erano l’offese che gli facevano, che
per sfuggire voleva nascondersi in me, quasi per trovare un rifuggio. Sentivo pure tale pene che gli
uomini dovevano essere castigati, che mi pareva che non quelli, ma io stessa dovevo soffrire, anzi
mi pareva che se io avessi potuto, mi riusciva più sopportabile soffrirli tutti io quei castighi anzichè
veder soffrire agli altri.

Cercai di compatirlo quanto più potetti e con tutto il cuore gli dissi: "Oh! Sposo santo, risparmiate i
flagelli che la vostra giustizia tiene preparati, se la moltiplicità delle iniquità degli uomini è grande,
vi è il mare immenso del tuo sangue, ove potete seppelirle, e così la vostra giustizia resterà
soddisfatta. Se non avete dove andare per deliziarvi, venite in me, vi do tutto il mio cuore,
acciocché vi riposate alquanto, e vi deliziate con esso; è vero che anch’io sono una sentina di vizi,
ma Voi mi potete purificare e far qual Voi mi volete. Ma deh! placatevi, se è necessario il sacrifizio
della mia vita, oh! quanto volentieri ve lo farei purchè vedessi le stesse tue immagine risparmiate."
Ed il Signore spezzando il mio parlare riprese a dirmi:

"Propio qui ti volevo, se tu ti offri a soffrire, non gìa come fino a questo punto d’intanto intanto, ma
continuamente, ogni giorno, per un corto dato tempo, Io risparmierò agli uomini. Vedi come farò, ti
metterò in mezzo tra la mia giustizia e le iniquità delle creature, e quando la mia giustizia si vedrà
ripiena delle iniquità, in modo da non poterle contenere, e sarà cosretta a mandare i fulmini dei
flagelli per castigare le creature, trovandote in mezzo, in vece di colpire loro resterai tu colpita. In
questo sol modo potrò contentarti di risparmiare a gli uomini, diversamente no."

Io restai tutta confusa, non sapevo che dirle, la natura faceva la sua parte, si spaventava e tremava,
ma vedevo il mio buon Gesù che attendeva una risposta, se accettavo o no, allora vedendomi quasi
costretta a parlare gli dissi: "Oh! Divinissimo Sposo mio, da parte mia sarei pronta ad accettare, ma
come si rimedierà da parte del confessore, se non ci vuol venire d’intanto intanto, come può essere
possibile che venga ogni giorno; liberatemi da questa croce, che si vuole il confessore per liberarmi,
ed allora tutto sarà combinato tra me e Voi." Allora il Signore mi disse:

"Va dal confessore e domandagli l’ubbidienza, se vuole le dirai tutto ciò che ti ho detto e starai a ciò
che lui dice. Vedi, non sarà solamente per bene delle creature che voglio queste sofferenze continue,
ma anche per tuo bene, in questo stato di sofferenze purificherò ben bene l’animo tuo, in modo da
disporti a formare con Me un mistico sponsalizio, e dopo questo darò l’ultima trasformazione in
modo che diventeremo tutti e due, come due ceri che messi sull fuoco, uno si trasforma nell’altro e
se ne forma un solo, così trasformerò Me in te, e tu vi resterai crocifissa con Me. Ah! non saresti tu
contenta se potessi dire; Lo Sposo crocifisso ma anche la sposa crocifissa? Ah! si non c’è nessuna
cosa che da Lui mi rende dissimile."

Onde, quando potetti parlare col confessore gli dissi tutto ciò che il Signore mi aveva detto, e
siccome quella parola che il Signore mi disse: "Per un certo dato tempo", senza notificarmi il tempo
preciso che dovevo stare continuamente a soffrire, fu preso da me per una quarantina di giorni più o
meno, ed ora sono circa dodici anni che continua a stare, ma sia benedetto sempre Iddio, siano
adorati sempre i suoi inescrutabili giudizi, io credo che se il Signore benedetto m’avesse fatto capire
con chiarezza la lunghezza del tempo che dovevo stare nel letto, la mia natura si sarebbe molto
spaventata, e difficilmente si sarebbe assoggettata, sebbene ricordo che sono stata sempre
rassegnata, ma non conoscevo allora la preziosità della croce come il Signore mi ha fatto conoscere
nel corso di questi dodici anni, né il confessore si sarebbe addatatto a darmi l’ubbidienza. Onde così
le dissi al confessore, per una quarantina di giorni il Signore voleva che mi dasse l’ubbidienza di
stare continuamente a soffrire, dicendogli tutto il resto. Con mia sorpresa, perché io lo credevo
impossibile, il confessore mi disse che se era veramente Volontà di Dio, lui mi dava l’ubbidienza,
che in realtà non ne è che non si può venire, ma piuttosto un po’ di rispetto umano. L’anima mia
molto si rallegrò acciocché potessi contentare il Signore, e così risparmiare le creature, ma la natura
molto se ne afflisse nel sentirsi dato quest’obbedienza, tanto che per qualche giorno fui molto
contristata, anche l’anima la sentivo molto a pensare che dovevo stare tanto tempo senza poter
ricevere Gesù in sacramento, solo ed unico mio conforto; delle volte mi sentivo una guerra tanto
fierissima in me, che io stessa non sapevo che cosa mi era avvenuto, molte cose vi aggiungeva pure
il demonio, ma il mio buon Gesù rimedio a tutto, ed ecco come esegui.

Passo a dire altro, per ordine del confessore attuale io ubbidisco a manifestare i vari modi con cui il
Signore mi ha parlato:

A me pare che i modi con cui Iddio mi parla siano quattro, ma questi quattro modi di parlare di
Gesù sono assai diversi dalle ispirazioni.

1.-Il primo modo è quando l’anima esce fuori di sé. Voglio però prima spiegare come po meglio
questo uscire fuori di me stessa. Questo avviene in due modi: Il primo è istantaneo, quasi un baleno,
ed è così repentino che a me pareva che il corpo si sollevassi un po’ dal letto per seguire l’anima,
ma poi è rimasto lí, ed a me è parso che il corpo è rimasto morto, ed l’anima invece ha seguito Gesù
camminando tutto l’universo, la terra, l’aria, i mari, i monti, il purgatorio ed il Cielo, ove tante volte
mi ha fatto vedere il posto ove io starò dopo morta.

L’altro modo di uscire l’anima poi è più quieto, pare che il corpo si sopisce insensibilmente e resta
come impetrito alla presenza di Gesù Cristo, ma però rimane l’anima col corpo, ed il corpo non
sente più nulla delle cose esterne, anche se riconvolgesse tutto l’universo, anche se mi bruciassero e
mi facessero a pezzi.

Questi due modi di uscire fuori di me stessa, cosi diversi, io li ho notato sensibilmente perché nel
primo modo dovendo io obbedire al confessore che veniva a destarmi, l’ho visto dal luogo ove mi
conduceva Gesù; cioè, dai confini della terra, o dell’aria, o dei monti, o dal mare, o dal purgatorio, o
anche dall’stesso Paradiso, anzi mi pareva di non fare in tempo per far trovare l’anima nel corpo dal
confessore, e quindi non poter obbedire, e pareva che così di lontano, come io mi trovavo
coll’anima, mi pareva, dico che mi affacendassi tutta, mi angosciassi, e mi affliggessi se mai non
facessi in tempo a farmi trovare dal confessore, e perciò a non ubbidire, ma confesso però che mi
sono trovata sempre in tempo, e l’anima mi pareva che entrasse nel corpo, prima che il confessore
cominciasse a darmi l’obbedienza di destormi.

Anzi dico la verità, che tante volte io vedevo di lontano il confessore che veniva, ma per non
lasciare Gesù, pareva che non pensassi al confessore che veniva, ed allora Gesù, Egli stesso mi
premurava a tornare coll’anima nel corpo per poter obbedire al confessore; ed allora io mi sentivo
una gran repugnanza di lasciare Gesù, ma l’obbedienza vinceva, e lasciando Gesù, Egli stesso, o mi
baciava o mi abbraciava, o faceva altra cosa per licenziarsi da me. Ed io lasciando il mio caro Gesù
gli dicevo: "Vado al confessore, ma Voi mio buon Gesù, tornate presto non appena il confessore se
ne andrà."

Questi dunque sono i due modi con cui l’anima pareva che uscisse dal corpo, ed in questi due modi
di uscire l’anima, Iddio mi parla. Questo modo di parlare, Egli stesso lo chiama parlare intelletuale.
Mi ingnegnerò di sprezarlo: L’anima dunque uscita dal corpo, e trovandosi innanzi a Gesù, non ha
bisogno di parole per intendere ciò che il Signore le vuol dire, né l’anima ha bisogno di parlare per
farsi intendere, ma per mezzo dell’intelletto, oh! quanto ci intendiamo benissimo quando ci
troviamo insieme. Da una luce che da Gesù mi viene nell’intelletto, mi sento imprimere in me tutto
ciò che il mio Gesù vuol farmi capire. Questo modo è molto alto e sublime, tanto che la natura
difficilmente sa adattarsi a spiegarlo con le parole, appena può dirne qualche idea, questo modo di
farsi intendere Gesù, è rapidissimo, in un semplice istante si apprendono molte cose sublimi che
leggendo libri interi. Oh! quanto è maestro ingegnosissimo Gesù, che in un semplice istante insegna
molte cose, che ad un altro ci vorrebbero anni interi, se pure vi riesce, perché il maestro terreno non
ha potenza di poter tirare la volontà del discepolo, né di poterle infondere nella mente senza sforzo e
fatica, ma in Gesù no, tanta è la sua dolcezza, l’amabilità del suo tratto, la soavità del suo parlare, e
poi è tanto bello, che l’anima appena lo vede si sente tanto tirata, che delle volte è tanta la velocità
con cui corre appresso a Gesù, che senza quasi avvedersi, si trova trasformata nell’oggetto amato, in
modo che l’anima no sa discernire più il suo essere terreno, tanto resta immedesimata col Essere
Divino. Chi può dire ciò che l’anima prova in questo stato? Ci vorrebbe a Gesù stesso, oppure
un’anima separata perfettamente dal corpo, perché l’anima trovandosi un’altra volta circondata dal
muro di questo corpo, e perdendo quella luce che prima la teneva inabissata, molto vi perde e vi
resta oscurata, sicché se si vorrebe provare a dirne qualche cosa, non può dirle che rozzamente.

Per darne un’idea, dico che m’immagino un cieco nato, che non ha mai avuto il bene di vedere ciò
che si contiene nell’universo intero, e per pochi minuti avesse il bene d’aprire gli occhi alla luce e
potessi vedere tutto ciò che si contiene nel mondo: Il sole, il cielo, il mare, le tante città, le tante
machine, le varietà dei fiori e le tante altre cose che ci sono nel mondo, e dopo quei pochi minuti di
luce ritornasse alla cecità di prima. Ora, potrebbe costui dire distintamente tutto ciò che ha visto?
Potrebbe far un sbbozzo, dire qualche cosa in confuso.

Ora, una similitudine succede quando l’anima si trova separata, e poi nel corpo, non so se dico
spropositi, come a quel povero cieco non gli resterebbe la pena della perduta vista; così l’anima,
vive gemente e quasi in un stato violento, perché l’anima si sente violentata sempre verso il sommo
Bene, è tanta l’attrazione che Gesù resta nell’anima di Sé, che l’anima vorrebbe stare sempre
attratta nel suo Dio. Ma ciò non può essere, e per ciò si vive come se si vivesse in purgatorio.
Aggiungo che l’anima non ha niente del suo in questo stato, è tutto operazione che fa il Signore.

Ora m’ingegnerò di spiegare il secondo modo che tiene Gesù nel parlare, ed è che l’anima
trovandosi fuori di sé stessa, vede la persona di Gesù Cristo, come per esempio da bambino, ossia
crocifisso, o in qualunque altro atteggiamento, e l’anima vede che il Signore dalla sua bocca
pronunzia le parole e l’anima dalla sua bocca risponde, delle volte succede che l’anima si mette a
conversare con Gesù come farebbero due intimi sposi. Sebbene il parlare di Gesù è parchissimo,
appena quattro o cinque e delle volte anche una sola parola, rarissime volte si diffonde qualche
poco.

Ma in quel pochissimo parlare, ah! quanta luce vi introduce nell’anima, mi sembra vedere a prima
vista un piccolo ruscello, ma guardando bene, invece d’un ruscello vi vede un vastissimo mare, così
è una sola parola detta da Gesù, è tanta l’immensità della luce che resta nell’anima, che
ruminandola ben bene vi sorge tante cose sublime e profittevole all’anima sua, che ne rimane
stupita.

Io credo che se si unissero insieme tutti i sapienti, resterebbero tutti confusi e muti ad una sola
parola di Gesù. Ora questo modo è più confacevole all’umana natura, e facilmente si sa manifestare,
perché l’anima entrando in sé stessa si porta con sé ciò che ha sentito dire dalla bocca di Nostro
Signore, e le comunica al corpo, non così riesce facile quando è permezzo d’intelletto.

Per me ritengo que Gesù tiene questo modo di parlare per addattarsi all’umana natura, non che ha
bisogno di parola per farsi intendere, ma perché questo modo più facilmente l’anima capisce e può
manifestarlo al confessore. Insomma, Gesù fa come un maestro dottissimo, sapiente, intelligente,
che possiede in grado eminentissimo tutte le scenze e che nessuno può eguagliarlo, ma siccome si
trova tra discepoli che non hanno imparato ancora le prime sillabe dell’alfabeto, ritenendo tutto in
sé gli altri studi, impara a i discepoli a, b, c, eccetere.

Oh! quanto è buono Gesù, si addatta coi dotti e parla loro in modo altissimo, in modo che per
capirlo devono studiare ben bene ciò che gli dice, si adatta cogli ignoranti e si finge Lui anche
ignorantello e parla in modo basso, in modo che nessuno può restare digiuno delle lezione di questo
Divin Maestro.

Il terzo modo che Gesù mi parla è quando parlando partecipa nell’anima la sua stessa sostanza. A
me sembra che come il Signore quando creò il mondo ad una sola parola furono create le cose, così
essendo la sua parola creatrice, nell’atto stesso che dice la parola già crea nell’anima quella stessa
cosa che dice, come per essempio Gesù dice all’anima: "Vedi quanto sono belle le cose, per quanto
l’occhio tuo può scorrere sulla terra e nel cielo, mai troverai bellezza simile a Me." In questo dire di
Gesù l’anima si sente entrare in sé un certo che di divino, l’anima resta tanto attirata verso questa
bellezza ed insiememente perde l’attrattivo per tutte le altre cose, per quanto belle e preziose fossero
non le fanno nessuna impressione sull’animo, quello che lí resta fisso e quasi trasmutato in sé è la
bellezza di Gesù, a quella pensa, di quella bellezza si sente investita, e resta tanto innamorata che se
il Signore non operasse un altro miracolo, le creperebbe il cuore e di puro amore di questa bellezza
di Gesù spirava l’anima per volare nel Cielo a bearsi di questa bellezza di Gesù. Io stessa non so se
dico spropositi.

Per spiegarmi meglio di questo parlare sostanziale di Gesù dico un’altra cosa, Gesù dice: "Vedi
quanto son puro, anche in te voglio purità in tutto." In queste parole l’anima si sente entrare in sé
una purità divina, questa purità si trasmuta in sé stessa e giunge a vivere come se non avesse più
corpo; e così poi delle altre virtù. Oh! quanto è desiderabile questo parlare di Gesù, io per me darei
tutto ciò che sta sulla terra se potessi essere padrona, per avere una sola di queste parole di Gesù.

Il quarto modo che Gesù mi parla è quando trovandomi in me stessa, cioè nello stato naturale, e
questo è pure di due modi: Il primo è quando trovandomi in me stessa, raccolta nell’interno del
cuore, senza articolazione di voce o di suono all’orecchio del corpo, Gesù internamente parla. Il
secondo è come si fa da noi, e questo succede delle volte stando anche distratta o pure parlando con
altre persone. Ma una sola di queste parole basta a raccogliermi se distratta, o a darmi la pace se son
turbata, a consolarmi se son afflitta.

Seguito a dire da dove lasciai, ed ecco come esegui:

La mattina andai alla comunione, ed appena ricevuto Gesù subito gli dissi: "Signore mio, vedi un
po’ in che tempestà mi trovo, dovevo ringraziarvi che hai dato lume al confessore nel darmi
l’ubbidienza di soffrire, ed invece la mia natura lo sente tanto, che io stessa ne resto confusa nel
vedermi così cattiva. Ma però tutto ciò è niente, Voi che ne volete il sacrifizio mi darete anche la
forza. Ma la ragione più possente in me è dover stare tanto tempo senza potervi ricevere in
sacramento, chi potrà resistere senza di Voi? Chi mi darà la forza? Dove potrò trovare un ristoro
nelle mie afflizione?" E mentre così dicevo sentivo tale pene nel cuore di questa separazione di
Gesù sacramentato che piangevo dirottamente. Allora il Signore compatendo la mia debolezza mi
disse: "Non temere, Io stesso sosterrò la tua debbolezza, tu non sai quale grazie ti ho preparato, per
ciò temi tanto. Non sono Io onnipotente, non potrò Io supplire alla privazione di potermi ricevere in
sacramento? Perciò rassegnati, metteti morta nelle mie braccia, offriti vittima volontaria per
ripararmi le offese, per i peccatori e per risparmiare gli uomini dei meritati flagelli. Ed Io ti do in
pegno la mia parola di non lasciarti neppure un sol giorno senza venirti a trovare. Finora tu sei
venuta a Me, d’ora in poi verrò Io a te, non ne sei tu contenta?"

Così mi rassegnai alla santa Volontà di Dio, e fui sorpresa da questo stato di sofferenze. Ora chi può
dire le grazie che il Signore incominciò a farmi? E’ impossibile poter dire tutto distintamente, potrò
dire qualche cosa in confuso, ma per quanto posso e per fare la santa ubbidienza che così vuole
m’ingegnerò di dire per quanto mi è possibile.

Ricordo che fin dal principio di questo stare continuamente nel letto, il mio Amante Gesù spesso
spesso si faceva vedere, ciò che non aveva fatto per lo passato, fin dal principio mi disse che voleva
che prendessi un nuovo sistema di vita per dispormi a quel mistico sponsalizio promesso a me. Mi
diceva: "Diletta del mio cuore, ti ho messo in questo stato, acciò potessi più liberamente venire e
conversare con te, vedi, ti ho liberato da tutte le occupazioni esterne accioché non solo l’anima, ma
anche il corpo stesse a mia disposizione, e così potessi stare in continuo olocausto innanzi a Me,
vedi, se non ti avessi tirato in questo letto, dovendo tu disimpegnare i doveri di famiglia e
soggettarti ad altri sacrifizi, non potevo Io venire così spesso e farti partecipe delle offese conforme
le ricevo, al più dovrei aspettare quando tu compiva i tuoi doberi. Ma adesso no, siamo rimasti
liberi, non ce più nessuno che ci molesti e che rompa la nostra conversazione, d’ora innanzi le mie
afflizione saranno tue, e mie le tue; i miei patimenti tuoi, e miei i tuoi; le mie consolazione tue, e
mie le tue; uniremo tutte le cose insieme e tu prenderai interesse delle cose mie come se fossero tue,
e così farò Io delle tue. Non più tra noi due ci starà questo è mio, e questo è tuo, ma tutto sarà
comune d’ambi le parti.

Sai come ho fatto con te? Come un re quando vuole parlare con la sua regina sposa e questa si trova
con le altre dame in altri affari. Il re, che fa? Se la prende e se la porta dentro la sua stanza, si
chiudono la porta, acciò nessuno possa andare a rompere la loro conversazione e sentire i loro
segreti, così stando soli, si comunicano a vicenda le loro consolazioni e loro afflizioni. Ora se
qualche ed’uno imprudente andasse a bussare, strillare dietro la porta e non gli lascierebbe in pace
godere la loro conversazione, il re non lo avrebbe a male? Così ho fatto Io per te e così pure mi
dispiacerebbe se qualche uno ti volesse distogliere da questo stato."

Proseguì a dirmi: "Voglio da te conformità perfetta alla mia Volontà, in modo da disfarsi la tua
volontà nella mia, distacco assoluto d’ogni cosa, tanto che tutto ciò che è terra voglio che sia tenuto
da te come sterco e marciume, che si ha orrore anche a guardarlo, e ciò perché le cose terrene
ancorché non si avesse attacco, solo a tenerle in torno e guardarle, adombrano le cose celeste ed
impediscono a fare quel mistico sponsalizio promesso a te. Di più voglio che si come Io fui povero,
anche m’imiti nella povertà, devi considerarti in questo letto come una poverella, i poveri si
contentano di tutto ciò che hanno, e ringraziano primo a Me, e poi i loro benefattori. Così tu, statti a
tutto ciò che ti viene dato senza domandare né questo, né quel altro che potrebbe essere un impiccio
nella tua mente, ma con santa indifferenza senza pensare se ciò facesse bene o male, rimetteti alla
voltà altrui."

Ciò mi costo molto in principio, specialmente per le obbedienze che mi dava il confessore, non so
come voleva che prendessi il chinino, e tenevo data l’ubbidienza che quante volte rovesciava altre
tante volte dovevo ritornare a prendere il cibo. Ora il chinino mi stuzzicava l’appetito e delle volte
sentivo ben bene la fame, prendevo il cibo ed appena presso, e delle volte nell’atto stesso di
prenderlo, dai continui urti di vomiti ero costretta a rimetterlo, e rimanevo con la stessa fame di
prima. La parola "povera" che Gesù mi aveva detto non mi faceva ardire di chiedere niente, ed io
stessa avevo vergogna di chiedere; pensavo tra me: "Che dirà la famiglia: ma ha vomitato ed ora
vuole mangiare? Se me la danno qualche cosa la prendo, se no il Signore ci penserà." Così me la
pasavo contenta di poter offerire qualche cosa al mio caro Gesù.

Però questo non duro molto tempo, ma circa quattro mesi, un giorno il Signore mi disse: "Ripete la
domanda che ti desse l’ubbidienza di non prendere il chinino e di non farti prendere il cibo tante
volte, che Io gli darò lume." Così venne il confessore e se lo dissi, e lui mi disse: "Per non mostrare
singolarità, d’ora in poi voglio che prendi il cibo una sol volta al giorno e sospese anche il chinino."
Così restai più quieta e mi passo la fame, ma però non cesso il vomito, quella sol volta che
prendevo il cibo ero costretta a rimetterlo, il Signore delle volte mi diceva di chiedere l’ubbidienza
di non mangiare, ma il confessore non mi ha dato mai questa ubbidienza, mi diceva: "Fa niente che
vomiti, è un’altra mortificazione."

Io però lo dicevo al Signore, e Lui mi diceva: "Voglio che fai la domanda, ma con santa
indifferenza voglio che stia a ciò che ti dice l’ubbidienza." E così continuai a fare.

Quando furono passati circa quaranta giorni, da me presi da quella parola che disse il Signore (per
un certo dato tempo) e che io così avevo detto al confessore,le sofferenze continuavano a
sorprendermi ogni giorno e lui era costretto a venire tutti i giori, il confessore incominciò a darmi
l’ubbidienza di non dovere più stare in quello stato, e mi songiungeva che se cadessi nelle
sofferenze, lui non ci sarebbe più venuto.
Da parte mia mi sentivo prontissima a fare l’ubbidienza, specialmente la natura voleva liberarsi da
quello stare continuamente nel letto, che per quanto bello fosse, era sempre letto, quel dovere
soggetarsi a tutti, anche nelle cose più ripugnanti e necessarie alla natura, ed essere costretta a dirle
agli altri, è un vero sacrifizio. Quindi la natura fece il suo uffizio, tutta si consolo nel sentirsi data
quest’ubbidienza, l’anima mia pronta a fare l’ubbidienza e pronta a stare nel letto se il Signore così
volesse, perché avevo incominciato a sperimentare quanto era stato buono con me è che la vera
rassegnazione sa cambiare la natura alle cose, e l’amaro lo converte in dolce.

Quando mi diede l’ubbidienza di non dover più stare nel letto, io incominciai a resistere e dicevo al
Signore: "Che vuoi da me? Non posso più, che l’ubbidienza non vuole, se Voi volete date lume al
confessore ed allora io sono pronta a fare ciò che vuoi." E stetti tutta una notte a contrastare col
Signore, quando veniva gli dicevo: "Mio caro Gesù, abbi pazienza non ci venire, che l’ubbidienza
non permette che mi fate partecipe delle sofforenze." Fino alla mattina io vincevo, mi sentivo in me
stessa e libera di sofferenze, quando in un istante venne il Signore e mi tirò talmente a Sé, che non
potetti resistergli, ci perdetti io i sensi, e mi trovai insieme con Lui, ma tanto stretta, che per quanta
opposizione facessi, non potetti distaccarmi da Gesù. Stando con Gesù io mi sentivo tutta
annichilita ed avevo un certo rossore per le tante parte che le avevo fatto la notte, gli dissi: "Sposo
Santo perdonami, è il confessore che così vuole." E Lui mi disse: "Non temere, quando è
l’ubbidienza Io non mi offendo." Proseguì: "Vieni, vieni a Me, oggi e capo d’anno, voglio darti la
strenna." (Giusto quella mattina era il primo giorno dell’anno). Così avvicino le sue purissime
labbra alle mie e versò un latte dolcissimo, mi baciò, e prese un anello da dentro il costato, e mi
disse: "Oggi voglio farti vedere l’anello che ti ho preparato quando ti sposerò." Poi mi disse: "Dille
al confessore che è Volontà mia che continui a stare nel letto, e per segno che sono Io, dille c’è la
guerra tra l’Italia e tra l’Africa, e se lui ti dà l’ubbidienza di farti continuare a soffrirre, non farò far
niente d’ambi le parti, si rappacificheranno insieme."

Nell’atto stesso di dire queste parole, mi sentii come da una veste circondata da sofferenze e da me
stessa non potetti liberarmi, pensavo tra me stessa: "Che dirà il confessore?" Ma non stava più in
mio potere. Quel latte che Gesù versò in me mi produceva tale amore verso di Lui, che mi sentivo
languire, e mi sentivo tanta sazietà e dolcezza che dopo che venne il confessore e mi riebbe da
quello stato, e la famiglia mi portò il cibo, tanto mi sentivo piena che il cibo non andavo a basso, ma
per fare l’ubbidienza che così voleva, preso qualche poco, e subito fui costretta a rimetterlo, ma
misto con quel dolce latte che mi aveva dato Gesù. E Gesù quasi scherzando mi disse: "Non ti bastò
quel che ti ho dato? Non ne sei contenta ancora?" Io mi arrossi tutta, ma subito le dissi: "Che vuoi
da me? E’ l’ubbidienza."

Quando venne il confessore s’incominciò ad inquietare ed a dirmi ch’ero disobbediente, o pure mi


diceva: "E’ una malattia. Se fosse cosa di Dio t’avrebbe fatto ubbidire, perciò invece di chiamare il
confessore devi chiamare i medici." Quando lui fini di dire, io le dissi tutto ciò che mi aveva detto il
Signore, come ho detto di sopra, e lui mi disse che era vero che ci era la guerra tra l’Africa e l’Italia;
staremo a vedere se non si farà niente. E così restò persuaso di farmi continuare a soffrire.

Dopo circa quattro mesi, un giorno venne il confessore e mi disse che erano venute le notizie che la
guerra che stava tra l’Africa e l’Italia, senza farsi nessun danno d’ambi le parti, si erano
rappacificate insieme. Così il confessore restò più persuaso e mi lasciò restare in pace.

Onde il mio dolce Gesù non faceva altro che dispormi a quel mistico sponsalizio promesso a me, si
faceva vedere stando in quello stato, quando tre, quattro volte al giorno, secondo che a Lui piaceva,
e delle volte era un continuo andare e ritornare, mi pareva un innamorato che non sa stare senza
della sua sposa, così faceva Gesù con me, e delle volte giungeva a dirmelo: "Vedi, t’amo tanto che
non so stare se non ci vengo, mi sento quasi irrequieto pensando che tu stai a soffrire per Me e stai
sola, perciò son venuto per vedere se hai bisogno di qualche cosa." E mentre così diceva, Lui stesso
mi sollevava la testa, metteva il braccio da dietro il collo e m’abbracciava, e mentre così mi teneva,
mi baciava, e se era tempo d’estate che faceva caldo, dalla sua bocca mandava un alito rinfrescante
o pure prendeva qualche cosa in mano e mi menava il vento, e poi mi domandava: "Come ti senti?
Non ti senti meglio?" Io gli dicevo: "In qualunque modo si sta con Voi, si sta sempre bene."

Altre volte poi veniva, e se mi vedeva molto debole per il continuo stare in quelle sofferenze,
specialmente se il confessore veniva la sera, il mio amante Gesù veniva e vedendomi in quello stato
di strema debbolezza, tanto che delle volte mi sentivo morire, si avvicinava a me e dalla sua bocca
versava nella mia il latte, o pure mi faceva mettere al costato e là succhiava torrenti di dolcezze, di
delizie e di fortezza, e Lui mi diceva: "Voglio essere Io proprio il tuo tutto, ed anche il tuo
nutrimento dell’anima e del corpo." Chi può dire ciò che io esperimentavo, tanto nell’anima quanto
nel corpo, da queste grazie che Gesù mi faceva? Se io le volessi dire, anderei troppo per le lunghe.
Ricordo che delle volte quando non ci veniva presto, io mi lamentavo con Lui dicendogli: "Deh! oh!
Sposo Santo, come mi hai fatto tanto aspettare, io non potevo più resistere, mi sentivo morire senza
di Voi." E mentre così dicevo, era tanta la pena che sentivo che piangevo, e Lui tutta mi compativa,
m’asciugava le lacrime, mi baciava, mi abbracciava e diceva: "Non voglio che piangi. Vedi, adesso
sto con te, dimmi che vuoi." Io gli dicevo: "Non voglio altro che Voi, ed allora cesserò dal piangere
quando mi promettete di non farmi tanto aspettare." E Lui mi diceva: "Si, si, ti contenterò."

Un giorno mentre stavamo in questo contrasto, ed io, era tanta la pena che non potevo cessare dal
piangere, il mio buon Gesù mi disse: "Voglio contentarti in tutto, mi sento tanto tirato verso di te
che non posso farne a meno di far quel che tu vuoi. Se finora ti ho tolto la vita esteriore e mi sono a
te manifestato, ora voglio tirare l’anima tua presso di Me, acciocché dovunque Io vado possa tu
venire insieme, così potrai tu più godermi e stringerti più intimamente a Me, che non hai fatto per
l’addietro."

Una mattina, non ricordo tanto bene, credo che erano passati circa tre mesi che continuavo a star
sempre nel letto, mentre stavo nel solito mio stato, viene il mio dolce Gesù con un aspetto tutto
amabile da giovine, circa l’età di diciotto anni. Oh! quanto era bello, con la sua chioma dorata e
tutta innanellata, pareva che incatenava i pensieri, i affetti, il cuore. La sua fronte serena e spaziosa,
cui si rimirava come da dentro un cristallo l’interno della sua mente, e si scopriva la sua infinita
sapienza, la sua pace imperturbabile. Oh! come mi sentivo rasserenare la mia mente, il mio cuore,
anzi le stesse mie passioni, innanzi a Gesù si atterrano e non ardiscono darmi la minima molestia. Io
credo, non so si sbaglio, che non si può vedere questo Gesù sì bello se non si stà nella calma più
profonda, tanto che il minimo alito di sturbo impedisce di ricevere una sì bella vista. Ah! si, al solo
vedere la serenità della sua fronte adorabile è tanta l’infussione della pace che si riceve nell’interno,
che credo che non ci sia disastro, guerra più fiera che innanzi a Gesù non s’acquieta. Oh! mio tutto e
bello Gesù, se per pochi momenti che vi manifestate in questa vita, comunicate tanta pace, in modo
che si possono soffrire i più dolorosi martiri, le pene più umilianti con la più perfetta tranquilità, mi
sembra un misto di pace e di dolore, che sarà in Paradiso? Oh! come sono belli i suoi occhi
purissimi, scintillanti di luce; non è come la luce del sole che volendo guardarla offende alla nostra
vista, no, in Gesù mentre è luce, si può fissare benissimo lo sguardo, e solo il guardare l’interno
della sua pupilla d’un colore celeste scuro, oh! quante cose mi dicevano. E’ tanta la bellezza degli
suoi occhi, che un sol suo sguardo basta farmi uscire fuori di me stessa, e farmi correre dietro di
Lui, per vie e per monti, per la terra e per il cielo, basta una sola occhiata per trasformarmi in Lui e
sentirme scendere in me un resto che di divino.

Chi può dire poi la bellezza del suo volto adorabile? La sua bianca carnagione pare a la neve tinta
d’un colore di rose, le più belle; nelle sue guance purpore si scovre la grandezza della sua persona,
con un aspetto maestosissimo all’in tutto divino, che incute timore e riverenza, ed insieme vi dà
tanta confidenza, che in quanto a me, non ho trovato mai persona alcuna che mi desse almeno
un’ombra di confidenza che dà il mio caro Gesù, né nei genitori, né nei confessori, né le sorelle.
Ah! si, quel volto santo, mentre è così maestoso, poi è così amabile, e quella amabilità vi attira
tanto, in modo che l’anima non ha minimo dubbio d’essere accolta da Gesù, per quanto brutta e
peccatrice si vedesse. Bello pure è il suo naso che scende in punta finissima, proporzionato al suo
sacratissimo volto. Graziosa è la sua bocca piccola, ma estramamente bella, le sue labbra finissime
d’un colore di scarlato, mentre parla contiene tanta graziosità che è impossibile poterlo dire. E’
dolce la voce del mio Gesù, è soave, è armoniosa, mentre parla esce tale un profumo dalla sua
bocca, che pare non se ne trova sulla terra, è penetrante in modo vi penetra tutto, si sente scendere
dall’udito al cuore, ed oh! quanti affetti produce, ma chi può dirlo tutto? Poi è tanto piacevole che
credo che non si possono trovare altri piacere, quanto se ne possonno trovare in una sola parola di
Gesù. La voce del mio Gesù è potentissima, è operante, e già nello stesso atto che parla opera ciò
che dice. Ah! si, è bella la sua bocca, ma dimostra più la sua bella grazia nell’atto del suo parlare,
mentre si vedono quei denti così nitidi e così ben aggiustati, ed esce il suo alito d’amore che
incendia, saetta, consuma il cuore. Belle sono le sue mani, soffice, bianche, delicatissime, con quei
diti così artificiosamente fatti, e li muove con una maestria tale, che è un incanto. Oh! quanto sei
bello, tutto bello oh mio dolce Gesù! Ciò che ho detto è niente della vostra bellezza, anzi mi pare
che ho detto tanti spropositi, ma che vuoi da me? Perdonami, è l’ubbidienza che così vuole, da me
non avrei ardito di farne parola, conoscendo la mia insuficienza.

Ora, mentre vedevo Gesù nell’aspetto già detto, dalla sua bocca mi mandò un alito che m’investiva
tutta l’anima, e mi pareva che Gesù mi tirava con quel alito dietro di Sé, e m’incominciai a sentirmi
uscire l’anima dal corpo, proprio me la sentivo uscire da tutte le parti, dalla testa,dalle mani e fin dai
piedi, essendo la prima volta che mi succedeva, dentro di me incominciai a dire: Adesso muoio, il
Signore mi è venuto a prendere. Quando mi vidi uscita dal corpo, l’anima teneva la stessa
sensazione del corpo, con questa differenza, che il corpo contiene carne, nervi ed osse, l’anima no, è
un corpo di luce, quindi io mi sentivo un timore, ma Gesù continuava a mandarmi quel alito e mi
disse: "Se tanto ti dà pena l’essere priva di Me, adesso vieni insieme con Me, che voglio consolarti."
E così Gesù prese il suo volo, ed io presi il mio, appresso a Lui girammo per tutta la volta del cielo.
Oh! quanto era bello passeggiare insieme con Gesù, ora appoggiavo la testa sopra la sua spalla, e
con un braccio da dietro le spalle e l’altro mano in mano, ora s’appoggiava Gesù a me, quando si
giungeva in certi luoghi dove l’iniquietà più innondava, oh! quanto soffriva il mio buon Gesù, io
vedevo con più chiarezza le sofferenze del suo cuore adorabile, lo vedevo venire quasi svenuto, le
dicevo: "Appoggiatevi a me, e fatemi parte delle vostre pene, che non mi regge l’anima vedervi solo
soffrire." E Gesù mi diceva: "Diletta mia, aiutami, che più non posso." E mentre così diceva,
aviccinava le sue labbra alle mie e versava un’amarezza tale, da sentirmi pene mortali quando
sentivo entrare in me quel liquore così amarissimo; mi sentivo entrare come tanti coltelli, punture,
saette che mi penetravano a parte a parte, insomma, in tutte le mie membre si formava un strazio
atroce e tornando l’anima al corpo, le partecipava queste sofferenze al corpo, chi può dirne le pene?
Gesù stesso che ne era testimone, perché gli altri non potevano mitigare le mie pene stando in
quello stato di perdimento dei sensi, e s’aspettava quando stava presente il confessore, che anche
all’ubbidienza si mitigavano. Quindi, solo Gesù mi poteva aiutare quando vedeva che la natura non
poteva più e che giungeva proprio agli estremi che non mi lasciava che dare l’ultimo respiro. Oh!
quante volte la morte si è burlata di me, ma verrà un giorno che io mi burlerò di lei. Allora veniva
Gesù, mi prendeva fra le sue braccia, m’avvicinava al suo cuore ed oh!, come mi sentivo ritornare la
vita, poi, dalle sue labbra versava un liquore dolcissimo, e così si mitigavano le pene. Altre volte,
mentre mi portava insieme con Lui girando, s’erano peccati di bestemie, contro la carità ed altri,
versava quel amaro velenoso; se poi erano peccati di disonestà, versava una cosa di marciume
puzzolente, e quando ritornavo in me stessa, la sentivo tanto bene quella puzza, ed era tanto il fetore
che mi toccava lo stomaco e mi sentivo venire meno, e delle volte prendendo il cibo, e dopo quando
lo rovesciava, mi sentivo uscire dalla bocca quel marciume misto col cibo.
Qualche volta, poi, mi portava nelle chiese, ed anche là il mio buon Gesù era offeso. Oh! come
giungevano male al suo cuore quelle opere sante, si, ma strapazatamente fatte, quelle orazioni vuote
di spirito interno, quella pietà finta, aparente, solamente pareva che faceva più insulto a Gesù che
onore. Ah! si, quel cuore santo, puro, retto, non poteva ricevere quelle opere così mal fatte. Oh!
quante volte si è lamentato dicendo: "Figlia, anche dalla gente che si dice devota, vedi quante offese
mi fanno, anche nei luoghi più santi, nel ricevere gli stessi sacramenti, invece d’uscirne purificati,
ne escono più imbrattate." Ah! si, quanta pena faceva a Gesù vedere gente che si comunicavano
sacrileghamente, sacerdoti che celebravano il Santo Sacrifizio della messa in peccato mortale, per
abitudine, e cert’uno, orrore a dirlo, per fin d’interesse. Oh! quante volte il mio Gesù mi ha fatto
vedere queste scene sì dolorose. Quante volte mentre il sacerdote celebrava il Sacrosanto Mistero è
Gesù costretto ad andarvi, perché chiamato dalla potestà sacerdotale, nelle loro mani; si vedevano
quelle mani che stillavano marciume, sangue, oppure imbrattate di fango. Oh! come era
compassionevole allora lo stato di Gesù, sì santo, sì puro, in quelle mani che facevano orrore solo a
mirarle, pareva che voleva fuggire da mezzo a quelle mani, ma era costretto a starvi finchè si
consumavano le specie del pane e del vino. Delle volte, mentre rimaneva là, col sacerdote, se ne
veniva frettoloso alla volta mia, e tutto si lamentava, e prima che io lo dicessi, Lui stesso me lo
diceva: "Figlia, fammi versare in te, che più non posso, abbi compassione del mio stato che è troppo
doloroso, abbi pazienza, soffriamo insieme, e mentre ciò diceva versava dalla sua bocca nella mia,
ma chi può dire ciò che versava? Pareva un veleno amaro, un marciume fetente, misto con un cibo
tanto duro e stomachevole e nauseante, che delle volte non andava a basso, chi può dire poi, le
sofferenze che produceva questo versare di Gesù? Se Lui stesso non mi avesse sostenuto, certo sarei
lasciata vittima; eppure a me non versava che la minima parte, che sarà di Gesù che ne conteneva
tanto e tanto? Oh! quanto è brutto il peccato! Ah! Signore, fattelo conscere a tutti, affinché tutti
fuggono da questo mostro sì orribile; ma mentre vedevo queste scene sì dolorose, mi faceva vedere
pure altre volte scene sì consolante e belle che rapivano, e questo era il vedere buoni e santi
sacerdoti che celebravano i Sacrosanti Misteri. Oh Dio! quanto è alto, grande, sublime il loro
ministero. Quanto era bello vedere il sacerdote che celebrava la messa e Gesù trasformato in esso,
pareva che non il sacerdote ma che Gesù stesso celebrava il Divin Sacrifizio, e delle volte faceva
scomparire affatto il sacerdote, e Gesù solo celebrava la messa, ed io l’ascoltavo, oh! quanto era
commovente vedere Gesù recitare quelle preci, fare tutte quelle cerimonie e movimenti che fa lo
stesso sacerdote. Chi può dire quanto mi riusciva consolante vedere queste messe insieme con
Gesù? Quante grazie ricevevo, quanti lumi, quante cose comprendevo! Ma siccome sono cose
passate e non le ricordo tanto chiaro, perciò le passo in silenzio. Ma mentre così dico, Gesù nel mio
interno si è mosso e mi ha chiamato, e non vuole che ciò facessi. Ah! Signore, quanta pazienza ci
vuole con Voi. Ebbene vi contenterò. Oh! dolce amore dirò qualche piccola cosa ma datemi la
grazia vostra per poter manifestarlo, che da me non ardirei mettere parola in misteri sì profondi e
sublimi.

Ora, mentre vedevo Gesù o il sacerdote che celebrava il Divino Sacrifizio, Gesù mi faceva capire
che nella messa c’è tutto il fondo della nostra sacrosanta religione. Ah! si, la messa ci dice tutto e ci
parla di tutto. La messa ci ricorda la nostra redenzione, ci parla a parte a parte delle pene che Gesù
pati per noi, ci manifesta ancora l’amore immenso che non fu contento di morire sulla croce, ma
volle continuare lo stato di vittima nella Santissima Eucarestia. La messa ci dice pure che i nostri
corpi disfatti, inceneriti dalla morte, risorgerano nel giorno del giudizio insieme con Cristo a vita
immortale e gloriosa. Gesù mi faceva comprendere che la cosa più consolante per un cristiano, ed i
misteri più alti e sublimi della nostra santa religione sono: Gesù in sacramento e la resurrezione dei
nostri corpi alla gloria. Sono misteri profondi che li comprenderemo solo al di là delle stelle, ma
Gesù in sacramento ci lo fa quasi con mano toccare in più modi. In primo, la sua Resurrezione; in
secondo il suo stato di annientamento sotto di quelle specie, ma pure è certo che Gesù ci sta vivo e
vero. Poi, consumate quelle specie, la sua reale presenza non più esiste. Di poi consacrate quelle
specie, di nuovo viene ad acquistare il suo stato sacramentato. Così Gesù in sacramento ci ricorda la
resurrezione dei nostri corpi alla gloria, come Gesù, cessando il suo stato sacramentato risiede nel
seno di Dio, suo Padre, così noi cessando la nostra vita, le anime nostre vanno a fare la loro dimora
nel Cielo, nel seno di Dio, ed i nostri corpi restano consumati, sicché si può dire che non più
esistiranno, ma poi con un prodigio dell’onnipotenza di Dio, i nostri corpi acquisteranno nuova vita,
ed unendosi coll’anima anderanno insieme a godere la beatitudine eterna. Si può dare cosa più
consolante per un cuore umano, che non solo l’anima, ma anche il corpo deve bearsi negli eterni
contenti? A me sembra che in quel gran giorno succederà come quando il cielo è stellato ed esce il
sole, che avviene? Il sole, con la sua immensa luce assorbe le stelle e le fa scomparire, ma le stelle
esistono. Il sole è Dio, e tutte le anime beate sono stelle, Iddio con la sua immensa luce ci assorbirà
tutti in Sé, in modo che esisteremo in Dio, e nuoteremo nel mare immenso di Dio. Oh! quante cose
ci dice Gesù in sacramento, ma chi può dirle tutte? Davvero che andrei troppo per le lunghe, se il
Signore permetterà riserberò in altre occasione di dire qualche altra cosa.

Ora in queste uscite che il Signore mi faceva fare, delle volte mi rinnovava la promessa dello
sponsalizio già detto, chi può dire le accese brame che il Signore infondeva in me di effettuarsi
questo mistico sponsalizio? Molte volte lo sollecitavo dicendogli: "Sposo dolcissimo, fate presto,
non più dilungare la mia intima unione con Voi. Deh! stringiamoci con più forti vincoli d’amore, in
modo che più nessuno ci possa separare anche per semplici istanti." E Gesù ora mi correggeva
d’una cosa, or d’un altra. Ricordo che un giorno mi disse: "Tutto ciò che è terreno, tutto, tutto devi
togliere, non solo dal tuo cuore, ma anche dal tuo corpo, tu non puoi capire quanto è nocevole e di
quanto impedimento all’amore mio le minime ombre terrene." Io gli dissi subito: "Se ho qualche
altra cosa da togliere, ditemelo, che sono pronta a farlo." Ma mentre ciò dicevo, io stessa avverti che
ci avevo un anello d’oro al dito, rappresentando l’immaggine del Crocifisso, subito gli dissi: "Sposo
santo, volete che lo tolga?" E Lui mi disse: "Dovendoti dare Io un anello più prezioso, più bello, e
che al vivo sarà impressa la mia immaggine, che ogni volta che lo guarderai nuove frecce d’amore
riceverà il tuo cuore, per ciò questo non è necessario." Ed io prontamente me lo tolsi.

Giunse finalmente il sospirato giorno, dopo non poco patire. Ricordo che poco mancava a compire
l’anno che continuamente stavo nel letto, giorno della purità di Maria Santissima. La notte
precedente a tal giorno, il mio amante Gesù si fece vedere tutto festeso, si avvicinò a me e prese il
mio cuore fra le sue mani, e lo guardò e riguardò, lo spolverò, e poi di nuovo me lo restitui. Poi
prese una veste d’immensa bellezza, mi pareva che il fondo fosse un masso di oro screziato di vari
colori, e con quella mi vesti, indi prese due gemme come se fossero orecchini e ingemmò le
orecchie, dopo mi ornò il collo e le braccia e mi cinge la fronte d’una corona d’immenso valore,
tutta arricchita di pietre e di gemme preziose, tutta risplendente di luce, e mi pareva che quelle luci
erano tante voci, che fra loro risuonavano ed a chiare note parlavano della bellezza, potenza,
fortezza, e di tutte le altre virtù del mio sposo Gesù. Chi può dire ciò che compresi, ed in qual mare
di consolazione nuotava l’anima mia? E’ impossibile poterlo dire.

Ora mentre Gesù mi cinse la fronte, mi disse: "Sposa dolcissima, questa corona te la metto acciò
niente mancasse per farti degna d’essere mia sposa, ma poi dopo che sarà fatto il nostro sponsalizio,
me la porterò nel Cielo per riserbartela al punto della morte. Finalmente prese un velo e con quello
tutta mi copri, della testa fino ai piedi, e così mi lasciò. Ah! mi pareva che in quel velo ci stasse un
grande significato, perché i demoni al vedermi ricoperta con quel velo, restavano tanto spaventati,
ed avevano tale paura di me, che sfuggivano atterriti. Gli stessi angioli stavano intorno con tal
venerazione, che io stessa ne restavo confusa e tutta piena di rossore.

La mattina del suddetto giorno, Gesù si fece vedere di nuovo tutto affabbile, dolce e maestoso,
insieme con la sua Madre Santissima e santa Caterina. Primo si cantò un inno dagli angeli, santa
Caterina m’assisteva, la Mamma mi prese la mano, e Gesù mi pose al dito l’anello. Poi ci
abbracciammo e mi baciò, e così fece anche la Mamma. Dopo si tenne un colloquio tutto d’amore,
Gesù diceva a me l’amor grande che mi voleva, ed io dicevo a Lui pure l’amore che le volevo. La
Santissima Vergine mi fece comprendere la grazia grande che avevo ricevuto e la corrispondenza
con cui dovevo corrispondere all’amore di Gesù.

Il mio Sposo Gesù mi diede nuove regole per vivere più perfettamente, ma siccome e da molto
tempo, non tanto le ricordo bene, perciò le passo, e così finì per quel giorno.

Chi può dire poi, le finezze d’amore che Gesù faceva all’anima mia? Erano tale e tanti ch’è
impossibile descriverle, ma quel poco che ricordo cercherò di dirlo.

Delle volte trasportandomi con Lui, mi portava nel Paradiso, ed ivi ascoltavo i cantici dei beati,
vedevo la Divinità, i diversi cori degli angioli, gli ordini dei santi, tutti immersi nella Divinità di
Dio, assorbiti, immedesimati. Mi pareva che intorno al trono ci fossero tante luci, come se fossero
più del sole risplendente, che a chiare note queste luci denotavano tutte le virtù ed i gli attributi di
Dio. I beati specchiandosi in una di queste luci restavano rapiti in modo che non giungevano a
penetrare tutta l’immensità di quella luce, dimodochè passavano ad una seconda luce senza capirne
tutta a fondo la prima. Sicché i beati in Cielo non possono comprendere perfettamente Dio, perché è
tanta l’immensità, la grandezza, la santità di Dio, che mente creata non può comprendere un Essere
increato. Ora i beati, specchiandosi in qeste luci, mi pareva che venivano a partecipare alle virtù di
queste luci, sicché l’anima in Cielo rassomigliasi a Dio, con questa differenza: Che Dio è quel sole
grandissimo, e l’anima è un piccolo sole. Ma chi può dire tutto ciò che in quel beato soggiorno si
apprende? Mentre l’anima si trova in questo carcere del corpo è impossibile, mentre nella mente si
sente qualche cosa, le labbra non trovano vocaboli come potersi esprimere, mi sembra come un
bambino che incomincia a balbettare, che vorrebbe dire tante e tante cose, ma alla fin resta che non
sa dire neppure una parola chiara. Perciò faccio punto senza passare più oltre. Solo dirò che delle
volte mentre mi trovavo in quella Patria beata, passeggiavamo insieme con Gesù in mezzo ai cori
degli angeli e dei santi, e siccome io ero nobella sposa, tutti i beati si univano insieme per
partecipare alle gioie del nostro sponsalizio, mi pareva che dimenticavano i loro contenti per
occuparsi dei nostri, e Gesù ora mi mostrava ai santi dicendogli: "Vedete quest’anima, è un trionfo
del mio amore, il mio amore tutto ha superato in lei."

Altre volte poi mi faceva mettere al posto che a me toccava e mi diceva: "Ecco qui il tuo posto,
nessuno te lo può togliere, e delle volte giungevo a credere che non dovevo tornare più alla terra,
ma in un semplice istante mi trovavo rinchiusa nel muro di questo corpo.

Chi può dire quanto mi riusciva amarissimo questo ritornare? A me pareva dalle cose del Cielo alle
cose di questa terra, tutto era marciume, insipido, fastidioso, le cose che agli altri tanto dilettano, per
me riuscivano amare, le persone più care, più ragguardevole, che altri chi sa quanto avessero fatto
per trattenersi con loro, a me riuscivano indifferenti ed anche fastidiosi, il solo riguardarli come
immaggine di Dio mi pareva che potevo sopportarli, ma l’anima era perduta qualche soddisfazione,
nessuna cosa le recava la minima ombra di contento, ed era tanta la pena che sentivo, che non
facevo che piangere e lamentare col mio amato Gesù. Ah! il mio cuore viveva irrequieto tra
continue ansie e desiderie, me lo sentivo più nel Cielo che sulla terra, sentivo nell’interno una cosa
che mi rodeva continuamente, tanto mi riusciva amaro e doloroso il dover continuare a vivere. Ma
l’ubbidienza mise quasi un freno a queste mie pene, comandandomi assolutamente di non
desiderare di morire, e che allora dovevo morire quando il confessore mi dava l’ubbidienza. Quindi
per fare la santa ubbidienza, facevo quanto più potevo a non pensarci, che nel mio interno era una
giaculatoria continua di desideri di volermene andare. Onde in gran parte il mio cuore si quietò, ma
non del tutto. Confesso la verità, molto difettai in questo, ma che potevo fare? Non sapevo frenarmi,
per me era un vero martirio. Il mio benigno Gesù mi diceva: "Quietate, quale è la cosa che tanto ti
fa desiderare il Cielo?" Io le dicevo: "Che voglio stare sempre unita con Voi, non mi regge più
l’anima di stare separata da Voi, non solo per un giorno, ma neppure per un momento, quindi a
qualche costo voglio venirmene." "Ebbene." Mi diceva: "Se è per Me ti voglio pure contentare,
verrò a starmene con te." Io poi le dicevo: "Ne poi mi lasciate, ed io vi perdo di vista, ma nel Cielo
non è così, là non vi potrò mai perdere di vista."

Delle volte, anche Gesù voleva scherzare ed ecco come: Mentre stavo in queste ansie, veniva tutto
in fretta e mi diceva: "Vuoi tu venire?" Ed io le dicevo: "Dove?" E Lui: "Al Cielo." Ed io:
"D’avvero me lo dite?" E Lui: "Ma fa presto, vieni, non induggiare." Ed io: "Ebbene, andiamo, ma
temo che vogliate burlarmi." E Gesù: "No, no, davvero te ne voglio portare insieme." E mentre così
diceva mi sentivo uscire l’anima dal corpo ed insieme con Gesù prendevo la volta del Cielo. Oh!
come ero contenta allora, credendo di dover lasciare la terra, la vita mi pareva un sonno, il patire
pocchissimo. Mentre si giungeva ad un punto alto del Cielo, sentivo il canto che facevano i beati. Io
sollecitavo Gesù m’introducesse subito in quel beato soggiorno, ma Gesù l’incominciava a prendere
lentamente. Nel mio interno incominciavo a sospettare che non fosse vero, chi sa, dicevo, che non è
uno scherzo che ha fatto? D’intanto intanto le dicevo: "Gesù mio, caro, fatte presto." E Lui mi
diceva: "Aspetta un altro poco, scendiamo un’altra volta alla terra. Vedi, lí sta un peccatore per
perdersi, andiamo, chissa si converta. Preghiamo insieme l’Eterno Padre che gli use misericordia.
Non vuoi tu che si salve? Non sei pronta a soffrire qualunque pena per la salvezza d’un anima
sola?" Ed io: "Si, qualunque cosa Voi volete che soffra, sono pronta, purchè la salvate." Così si
andava da quel peccatore, si cercava di convincerlo, si mettevano innanzi alla sua mente le più
possente ragioni per farlo arrenderlo, ma invano. Allora Gesù tutto afflitto mi diceva: "Sposa mia,
ritorna un’altra volta al tuo corpo, prendi su di te le pene a lui dovute; così la divina giustizia,
placata, potrà usargli misericordia. Tu hai visto, le parole non l’hanno scosso, le ragioni neppure,
non restano altro che le pene, che sono i mezzi più potenti per soddisfare la giustizia e per fare
arrendere il peccatore." Così mi portava di nuovo al corpo. Chi può dire le sofferenze che mi
venivano? Lo sa solo il Signore che n’era testimone. Dopo qualche giorni poi, mi faceva vedere
quell’anima convertita e salva, oh come era contento Gesù ed io pure.

Chi può dire quante volte Gesù ha fatto questi scherzi? Quando si giungeva al punto d’entrare, ed
alle volte anche dopo entrato, ora diceva che non mi aveva fatto avere l’ubbidienza dal confessore, e
quindi conveniva ritornare alla terra, io le dicevo: "Fino che sono stata col confessore era obbligata
d’ubbidire a lui, ma ora che sono con Voi, sono dovuta d’ubbidire a Voi, perché Voi siete il primo
di tutti. E Gesù mi diceva: "No, no; voglio che ubbidisci al confessore." Onde, per non andare
troppo per la lunghe, ora per un pretesto, ora per un altro, mi faceva ritornare alla terra.

Molti mi riuscivano dolorosi questi scherzi, basta dire che mi rese impertinente, tanto, che il
Signore per castigare le mie impertinenze non permetteva più così spesso questi scherzi.

In questo stato già detto passai circa tre anni, continuando a stare nel letto. Quando una mattina
Gesù mi fece intendere che voleva rinnovare lo sponsalizio, ma non già sulla terra come la prima
volta, ma nel Cielo alla presenza di tutta la corte Celeste, quindi che stasse preparata ad una grazia
sì grande. Io feci quanto più poteti per dispormi, ma che, essendo io tanto miserabile ed insuficente
a fare nessun’ombra di bene, ci voleva la mano dell’Artefice Divino per dispormi, che da me mai
sarei riuscita a purificare l’anima mia.

Una mattina, era la vigilia della natività di Maria Santissima, il mio sempre benigno Gesù, venne
Lui stesso a dispormi. Non faceva che andare e venire continuamente, ed ora mi parlava della fede e
mi lasciava, ed io mi sentivo infondere nell’anima una vita di fede, l’anima mia, grossolana qual me
la sentivo prima, ora dietro il parlare di Gesù me la sentivo leggerissima, in modo da penetrare in
Dio, ed or miravo la potenza, ora la santità, ora la bontà ed altro, e l’anima mia restava stupefatta, in
un mare di stupore, dicevo: "Potente Iddio, qual potenza innanzi a Te non resta disfatta? Santità
immensa di Dio, quall’altra santità per quanto subblime ella fosse, ardirà comparire al tuo
cospetto?" Poi mi sentivo scendere in me stessa e vedevo il mio nulla, la nullità delle cose terrene,
come tutto è niente innanzi a Dio. Io mi vedevo come un piccolo verme tutto pieno di polvere che
mi arrampicavo per dare qualche passo, e che per distrugermi non ci voleva altro che uno mi
mettesse il piede sopra, e già ero disfatta. Quindi, vedendomi così brutta, quasi non ardivo d’andare
a Dio, ma si faceva innanzi alla mia mente la bontà, e mi sentivo tirare come da una calamita
d’andare a Lui e dicevo tra me: "Se è santo, è pure misericordioso; se è potente, contiene anche in
Sé piena e somma bontà." Mi pareva che la bontà lo circondava da fuori, l’innondava da dentro.
Quando miravo la bontà di Dio mi pareva che sorpassava tutti gli altri attributi, ma poi, mirando gli
altri, li vedevo tutti eguali in sé stessi, immensi, immensurabili ed inconprensibili all’umana natura.
Mentre l’anima mia stava in questo stato, Gesù ritornava e parlava della speranza.

Ricordo qualche cosa in confuso, perché dopo tanto tempo è impossibile ricordare chiaro, ma per
fare l’ubbidienza che così vuole, dirò per quanto posso.

Quindi diceva Gesù, ritornando alla fede: "Per ottenere bisogna credere. Come al capo senza la vista
degli occhi, tutto è tenebre, tutto è confusione, tanto che se vorrebbe caminare, or cadrebbe ad un
punto, ora ad un altro, e finirebbe col precipitare del tutto, così all’anima senza fede, non fa altro
che andare di precipizio in precipizio, ma la fede serve di vista all’anima e come luce che la guida a
la vita eterna. Or, da che viene alimentata questa luce della fede? Della speranza. Or, di quale
sostanza è questa luce della fede e questo alimento della speranza? La carità. Tutte e tre queste virtù
sono innestate tra loro, in modo che una non può stare senza dell’altra.

Difatti, che giova all’uomo credere le immense richezze della fede se non le spera per sé? Le
guarderà, si, ma con occhio indifferente perché sa che non sono sue, ma la speranza somministra le
ali alla luce della fede, e sperando nei meriti di Gesù Cristo, le guarda come sue e viene ad amarle."

"La speranza." Diceva Gesù. "Somministra all’anima una veste di fortezza, quasi di ferro, in modo
che tutti i nemici coi loro strali non possono ferirla, non solo, ma neppure apportare il minimo
disturbo. Tutto è tranquilità in lei, tutto è pace. Oh! è bello vedere quest’anima investita della bella
speranza, tutta appoggiata al suo diletto, tutta diffidente di sé, e tutta confidente in Dio; disfida i
nemici più fieri, è regina delle sue passioni, regola tutto il suo interno, le sue inclinazioni, i desideri,
i palpiti, i pensieri con una maestria tale, che Gesù stesso ne resta innamorato perché vede che
quest’anima opera con tale coraggio e fortezza; ma questa l’attinge e lo spera tutto da Lui, tanto che
Gesù vedendo questa ferma speranza niente sa negare a quest’anima.

Ora, mentre Gesù parlava della speranza, si ritirava un poco, lasciandomi una luce nell’intelletto.
Chi può dire ciò che comprendevo sulla speranza? Se le altre virtù, tutte servono ad abbellire
l’anima, ma ci possono far vacillare e renderci incostanti, invece la speranza rende l’anima ferma e
stabile, come quei monti alti che non si possono muovere un tantino. A me sembra che l’anima
investita dalla speranza, succede come a certi monti altissimi, che tutte le intemperie dell’aria non le
possono recare nessun nocumento sopra di questi monti, non penetra né neve, né venti, né caldo,
qualunque cose vi si potrebbe mettere sopra, si può star sicuro ancorché passasero cent’anni, che là
dove si mette, là si trova. Tale è appunto l’anima vestita dalla speranza, nessuna cosa la può
nuocere, né la tribolazione, né la povertà, né tutti i vari accidenti della vita, la sgomentano un
istante, dice fra sé: "Io tutto posso operare, tutto posso sopportare, tutto soffrire sperando in Gesù
che forma l’oggetto di tutte le mie speranze."

La speranza rende l’anima quasi onnipotente, invincibile e somministra all’anima la perseverenza


finale, tanto che allora cessa di sperare e di perseverare quando ha preso posseso del regno del
Cielo, allora depone la speranza e tutta si tuffa nell’oceano immenso dell’amore divino.
Mentre l’anima mia si perdeva nel mare immenso della speranza, il mio diletto Gesù ritornava e
parlava della carità dicendomi:

"Alla fede ed alla speranza sottentra la carità, e questa congiunge tutto il resto insieme delle altre
due, in modo da formare una sola mentre sono tre. Eccoti, oh sposa mia, adombrata nelle tre virtù
teolegali, la Trinità delle Divine Persone."

Poi proseguì: "Se la fede fa credere, la speranza fa sperare, la carità fa amare. Se la fede è luce e
serve di vista all’anima, la speranza che è l’alimento della fede somministra all’anima il coraggio, la
pace, la perseveranza e tutto il resto; la carità che è la sostanza di questa luce e di questo alimento, è
come quel’unguento dolcissimmo e odorosissimo che penetrando da per tutto, lenisce, radddolisce
le pene della vita. La carità rende dolce il patire e fa giungere anche a desiderarlo. L’anima che
possiede la carità spande odore da per tutto, le sue opere fatte tutte per amore, danno un odore
gratissimo, e qual’è questo odore? E’ l’odore di Dio stesso. Le altre virtù rendono l’anima solitaria
e quasi rustica con le creature; la carità invece, essendo sostanza che unisce, unisce i cuori, ma
dove? In Dio. La carità essendo unguento odorosissimo si spande da per tutto e con tutti. La carità
fa soffrire con gioia i più spietati tormenti, e giunge a non saper stare senza il patire, e quando se ne
vede priva dice al suo sposo Gesù: "Sostenetemi coi frutti, qual’è il patire, perché languisco
d’amore, e dove altro posso mostrarti il mio amore che nel patire per Te?" La carità brucia,
consuma tutte le altre cose, ed anche le stesse virtù, e converte tutte in sé. Insomma, è qual regina
che vuol regnare da per tutto, e che non vuol cederla a nessuno."

Chi può dire quello che rimase dietro questo parlare di Gesù? Dico solo che si accese in me tale
brama di patire, non solo brama, ma mi sento in me come un infusione, come una cosa naturale,
tanto che per me ritengo che la più grande disgrazia è il non patire.

Dopo ciò, quella mattina, Gesù per disporre il mio cuore maggiormente, parlò sull’annientamento di
me stessa, disse pure sul desiderio grandissimo che dovevo eccitarmi per dispormi a ricevere la
grazia. Mi diceva che il desiderio supplisce ai mancamenti ed imperfezioni che ci possono essere
nell’anima, è come un ammanto che covre tutto. Ma questo non era un parlare semplicemente, era
un infondere in me ciò che diceva.

Mentre l’anima mia stava eccitandossi in accese brame di ricevere la grazia che Gesù stesso mi
voleva fare, Gesù ritorna e mi trasportò fuori di me stessa, fin nel paradiso, ed ivi, alla presenza
della Santissima Trinità e di tutta la corte celeste rinnovò lo sponsalizio. Gesù mise fuori l’anello
fregiato con tre pietre preziose, bianca, rossa e verde e lo consegnò al Padre, che lo benedisse e di
nuovo lo restituì al Figlio; lo Spirito Santo mi prese la destra e Gesù mi mise al dito annulare
l’anello. Poi fui ammessa al bacio di tutte e Tre Divine Persone e d’ambi le parti mi benedissero.

Chi può dire la mia confusione quando mi trovai innanzi alla Santissima Trinità? Dico solo che
appena che mi trovai alla loro presenza, caddi boccone a terra e lí sarei rimasta se non fosse stato
per Gesù che m’incoraggiò d’andare alla loro presenza, tant’era la luce, la santità di Dio. Questo
solo dico, le altre cose le lascio perché le ricordo in confuso.

Dopo questo, ricordo che passarono pochi giorni, e fece la comunione perdetti i sensi, e vidi la
Santissima Trinità vista nel Cielo, innanzi a me presente; subito mi postrai alla loro presenza,
l’adorai, confessai il mio nulla. Ricordo che mi sentivo tanto sprofondata in me stessa che non
ardivo di dire una sola parola. Quando una voce uscì da mezzo, allora, e disse: "Non temere, fatti
coraggio, siamo venuti per confermarti per nostra, e prendere possesso del tuo cuore." Mentre così
diceva questa voce, vidi che la Santissima Trinità scese nel mio cuore e si impossesarono, e lí
formarono la loro sede. Chi può dire il cambiamento che successe in me? Mi sentivo divinizzata,
non più io vivevo, ma loro vivevano in me. A me pareva che il mio corpo fosse come una
abitazione e che dentro abitasse il Dio vivente, perché io mi sentivo la presenza reale sensibilmente
nel mio interno, sentivo la loro voce chiara, che usciva da dentro il mio interno e risuonava alle
orecchie del corpo. Succedeva precisamente come quando vi sono gente dentro d’una stanza che
parlano, e le loro voci si sentono chiare e distinte anche di fuori.

D’allora in poi, non ebbi più bisogno di andare in cerca altrove per trovarlo, ma dentro il mio cuore
là lo trovavo. E quando qualche volta si è nascosto e io sono andata in cerca di Gesù, girando e per
il cielo, e per la terra, cercando il mio sommo ed unico bene, mentre mi trovavo nella foga delle
lacrime, nella intensità delle brame, nelle pene innennarrabili d’averlo peduto, Gesù usciva da
dentro il mio interno e mi diceva: "Sto qui con te, non mi cercare altrove." Io, tra la meraviglia ed il
contento d’averlo trovato le dicevo: "Mio Gesù, come tutta questa mane mi avete fatto tanto girare e
rigirare per trovarvi, e Voi state qui? Me lo potevi dire almeno, che non mi sarei tanto affannata.
Dolce mio bene, cara mia vita, vedete un po’ come sono stanca, non mi sento più forze, mi sento
venir meno, deh! sostenetemi fra le vostre braccia che mi sento morire. E così Gesù mi prendeva fra
le sue braccia e mi faceva riposare, e mentre riposavo mi sentivo restituire le forze perdute.

Altre volte, in questo nascondimento che Gesù faceva ed io che andavo in cerca di Lui, quando si
faceva sentire dentro di me e che poi usciva da dentro non solo Gesù, ma tutte e Tre le Divine
Persone, trovavo ora in forma di tre bambini graziosi e sommamente belle, ora un sol corpo e tre
teste distinte, ma d’una stessa similitudine, tutte e tre attraenti.

Chi può dire il mio contento? Specialmente quando vedevo i tre bambini e che io li contenevo tutti e
tre fra le mie braccia, or baciavo uno, or l’altro, ed io da loro, or uno s’appoggiava ad una spalla, e
l’altro all’altra spalla, ed uno mi rimaneva di fronte, e mentre mi beavo in loro, tra la meraviglia
facevo per guardare, e da tre trovavo un solo.

L’altra mia meraviglia quando mi trovavo questi tre bambini, che tanto pesavo uno, e tanto tutti e
tre. Tanto amore mi sentivo per uno di questi bambini, quanto verso di tutti e tre, tutti e tre mi
attiravano ad uno stesso modo.

Per finire di parlare di questi sponsalizi, ho dovuto passare qualche cosa per sopra che andavo in
filo, ed ora m’accingo a dirlo.

Ritornando al principio, Gesù quando si benegnava di venire, spesso spesso mi parlava della sua
passione e curava di disporre l’anima mia all’imitazione della sua vita e delle sue pene, dicendomi
che oltre allo sponsalizio suddetto ci rimaneva un altro da fare, e quest’era lo sponsalizio della
croce.

Ricordo che diceva:

"Sposa mia, le virtù si rendono debole se non sono corroborate, fortificate dall’innesto della croce.
Prima della mia venuta in terra, le pene, le confusioni, gli obbrobri, le calunie, i dolori, la povertà, le
malattie, la croce specialmente, erano tenuti tutti in conto d’obbrobri, ma da che furono portati da
Me, restarono tutti santificati e divinizati dal mio contatto, sicché tutti hanno cambiato aspetto e si
son rese dolci, graditi, e l’anima che ha il bene d’averne qualche e d’uno, ne resta onorata, e questo
perché ha ricevuto la divisa di Me, Figliolo di Dio. E solo esperimentano il contrario, chi guarda e si
ferma nella corteccia della croce, trovando lo amaro se ne disgustano, ne menano lamento, e pare
che le sia venuto un torto. Ma chi vi penetra dentro, trovando lo gustoso, ivi formano la loro felicità.
Figlia mia diletta, non altro bramo che il crocifiggerti nell’anima e nel corpo."
E mentre ciò diceva mi sentivo infondere in tale brame d’essere crocifissa con Gesù Cristo che
andavo spesso ripetendo: "Gesù mio, amor mio, fate presto, crocifiggetemi con Voi." E quando
ritornavo, le prime domande che le facevo e che a me parevano più importanti, erano queste: Il
dolore di miei peccati, e la grazia che mi crocifiggesse con Lui. Mi pareva che se ottenesse questo,
sarei ottenuto tutto.

Quando una mattina il mio amantissimo Gesù si presenta a me dinanzi in forma di Crocifisso e mi
disse che voleva crocifiggermi con Lui, e mentre ciò diceva vidi che dalle sue santissime piaghe
uscirono raggi di luce, e dentro a questi raggi i chiodi che venivano alla volta mia. In questo mentre,
non so il perché, mentre desideravo tanto che mi crocifiggesse, che mi sentivo consumare, fui
sorpresa da un grande timore che mi faceva tremare da capo a piedi; sentivo tale annientamento di
me stessa, mi vedevo tanto indegna di ricevere la grazia, che non osavo dire: "Signore
crocifiggetemi con Voi." Gesù pareva che stava sospeso aspettando il mio volere. Chi può dire
nell’intimo dell’anima mia lo desiravo ardentemente, ma insiememente mi vedevo indegna? La
natura si spaventava e tremava.

Mentre mi trovavo in ciò, il mio diletto Gesù intellettualmente mi sollecitava ad accettare, allora
con tutto il cuore le dissi: "Sposo santo, crocifisso per me, vi prego a concedermi la grazia di
crocifiggermi, ed insiememente di non fare comparire nessun segno esterno. Si, dammi il dolore,
dammi le piaghe, ma fa che tutto sia nascosto tra me e Te."

E così quei raggi di luce insieme coi chiodi mi passarono le mani ed i piedi, ed il cuore fu passato
con un raggio di luce insieme con una lancia. Chi può dire il dolore ed il contento? Per quanto
prima fui sorpresa dal timore, altrettanto dopo l’anima mia nuotava nel mare della pace, del
contento e del dolore. Era tanto il dolore che sentivo nelle mani, nei piedi e nel cuore, che mi
sentivo morire, mi sentivo le osse delle mani e dei piedi fare in minutissimi pezzi, sentivo come si
stessi con chiodo dentro, ma insiememente mi cagionavano tale un contento che non so sprimere, e
mi somministravano tale una forza, che mentre mi sentivo morire per il dolore, i dolori stessi mi
sostenevano a fare che non morisse. Ma però alle parti sterne del corpo niente compariva, ma vi
sentivo i dolori corporalmente, tanto vero, che quando veniva il confessore per chiamarmi
all’ubbidienza e mi scioglieva le braccia e le mani attratte, ogni qual volta che mi toccò ed a quel
punto delle mani, cioè, dove era passato quel raggio di luce insieme col chiodo, sentivo pene
mortali. Ma però quando il confessore comandava per ubbidienza che cessassero quei dolori, molti
si mitigavano, perché quei dolori erano tanto forti, che mi facevano perdere i sensi, e se alla
ubbidienza non si mitigavano, difficilmente mi sarei prestata ad ubbidire. Oh! prodigio della santa
ubbidienza, tu sei stata tutto per me. Quante volte mi son trovata in contrasto con la morte, tanto
erano la forza dei dolori, e l’ubbidienza mi ha quasi restiuito la vita. Sia sempre benedetto il
Signore, sia tutto a gloria sua.

Ora mentre mi sentivo in me stessa, niente vedevo, ma quando perdevo i sensi, vedevo le parti
segnate dalle piaghe di Gesù, mi pareva che le piaghe di Gesù stesso si erano trasmutate nelle mie
mani e del resto; e questa fu la prima volta che Gesù mi crocifiggesse. Perché di queste crocifissioni
ce ne sono tante, che è impossibile numerarle tutte, dirò solo le cose principale appartenente a
questo.

Ora ritornando Gesù le dicevo: "Caro, mio diletto, dammi il dolore dei miei peccati, così i miei
peccati consumati dal dolore, dal pentimento d’averti offeso, possono essere cancellati dall’anima
mia ed anche dalla vostra memoria, si, tanto dolore datemi per quanto ho ardito d’offendervi. Anzi
fate che il dolore superi questo, così potrò stringermi più intimamente con Voi."
Ricordo che una volta mentre stavo ciò dicendo, il mio sempre benigno Gesù mi disse: "Giacchè
tanto ti dispiace d’avermi offeso, voglio Io stesso disporti a farti sentire il dolore dei tuoi peccati,
così vedi quanto è brutto il peccato, e che accerbo dolore soffrì il mio cuore. Perciò di’ insieme con
Me: "Se passi il mare, nel mare Tu sei, e pure non ti vedo; calpesto la terra, stai sotto dei miei piedi,
peccai." E poi, Gesù sotto voce soggiunse quasi piangendo: "E pur Ti amai, e nello stesso tempo ti
conservai." Mentre ciò Gesù diceva ed io insieme con Lui, fui sorpresa da tale dolore dell’offese
fatte, che caddi boccone a terra, e Gesù mi scomparve.

Poche sono le parole, ma io capii tante cose che è impossibile dire tutto ciò che io compresi. Nelle
prime parole compresi l’immensità, la grandezza, la presenza di Dio in ogni cosa presente, senza
che può sfuggire da Lui neppure l’ombra del nostro pensiero, compresi pure il mio nulla a confronto
d’una maestà sì grande e santa. Nella parola "peccai", comprendevo la brutezza del peccato, la
malizia, l’ardire che io avevo avuto nell’offenderlo. Ora mentre l’anima stava considerando questo,
nel sentire dire da Gesù Cristo. "E pur ti amai, e nello stesso tempo ti conservai." Fu presso da tal
dolore il mio cuore, che mi sentivo morire, perché comprendevo l’amore immenso che il Signore mi
portava nell’ato stesso che io cercavo d’offenderlo, ed anche d’ucciderlo. Ah Signore quanto sei
stato buono con me, ed io sempre ingrata, e così cattiva ancora!

Ricordo ch’era un’alternazione, ora le chiedevo il dolore dei miei peccati, ed ora la crocifissione
ogni qual volta si benignava di venire ed anche altre cose. Come una mattina mentre mi trovavo
nelle solite mie sofferenze, il mio caro Gesù mi trasportò fuori di me stessa e mi fece vedere un
uomo che era ucciso a colpi di rivoltella, e che allora spirava ed andava all’inferno. Oh! quanta pena
faceva a Gesù la perdita di quell’anima, se tutto il mondo sapesse quanto soffre Gesù la perdita
delle anime, non dico per loro, ma almeno per risparmiare quella pena a nostro Signore, userebbero
tutti i mezzi possibili per non andare perduti eternamente. Ora mentre insieme con Gesù mi trovavo
in mezzo alle palle, Gesù avicino le sue labbra alle mie orecchie e mi disse: "Figlia mia vuoi tu
offerirti vittima per la salvezza di quest’anima, e prendere sopra di te le pene che lui merita per i
suoi gravissimi peccati?" Ed io risposi: "Signore sono pronta a patto, però che lo salvate, e le
restituite la vita." Chi può dire le sofferenze che venivano? Furono tale e tante, che io stessa non so
come mi lasciò la vita.

Ora mentre mi trovavo in questo stato di sofferenze, da più d’un ora venne il mio confessore per
chiamarmi all’ubbidienza, e trovandomi molto soferente, stentamente potevo ubbidire, perciò mi
domandò la ragione d’un tale stato, io le dissi il fatto come l’ho descritto di sopra dicendole il punto
del paese dove mi pareva che fosse successo. Il confessore mi disse che era vero il fatto, ma che lo
portavano per morto, ma poi si seppe che stava malissimo, ma a poco a poco si ristabilì e vive
ancora, sia sempre benedetto il Signore.

Ricordo che seguitanto a domandare la crocifissione e trasportandomi Gesù fuori di me stessa, mi


portava nei luoghi santi di Gerusalemme, dove nostro Signore patì la sua dolorosa passione, e là
incontrammo molte croci, il mio diletto Gesù mi diceva: "Se tu sapessi che bene contiene in sé la
croce, come rende l’anima preziosa, che gemma d’inestimabile valore acquista chi ha il bene di
possedere le sofferenze, basta dirti solamente che venendo sulla terra non scelsi le ricchezze, i
piaceri, ma mi ebbi a care ed intime sorelle la croce, la povertà, le sofferenze, ignominie." Mentre
così diceva, mostrava tale un gusto, una gioia del patire, che quelle parole mi passavano il cuore
come tanti dardi infocati, a parte a parte, tanto che mi sentivo venir meno la vita se il Signore non
mi concedeva il patire, e con quanta voce e forza tenevo, non facevo altro che dirle: "Sposo Santo,
dammi il patire, dammi le croci, a questo solo conoscerò che mi amate, se mi contentate con le croci
e coi patimenti." E così prendevo una di quelle croci più grandi che vedevo, mi mettevo sopra e
pregavo Gesù che mi venisse a crocifiggermi, e Lui si compiaceva di prendere la mia mano ed
incominciava a trapassarla col chiodo, d’intanto intanto il benedetto Gesù mi domandava: "Che, ti
duole assai? Vuoi che non continuo?" Ed io: "No, no diletto mio, continuate, mi duole, si, ma sono
contenta." Ed avevo tale timore che non compisse di crocifiggermi, che non facevo altro che dirle:
"Fate presto, oh Gesù! fate presto, non la prendete per le lunghe." Ma che quando si giungeva a
inchiodarmi l’altra mano, le bracci della croce si trovavano corte, mentre prima mi parevano
bastante per poter ciò fare, chi può dire quanto lasciavo mortificata? Questo si ripeteva molte volte,
e delle volte se si trovavano le bracci, non si trovava la lunghezza della croce per poter distendere i
piedi, in una parola, ci doveva mancare una cosa per non potersi compiere la crocifissione. Chi può
dire l’amarezza dell’anima mia ed i lamenti che mi facevo con nostro Signore, che non mi
concedeva il vero patire? Le dicevo: "Diletto mio, tutto finesce in burla, mi dicevi di dovermi
portare nel Cielo, e poi di nuovo mi facevi ritornare alla terra, mi dici di dovermi crocifiggere, e mai
veniamo alla completa crocifissione." E Gesù di nuovo mi prometteva di dovermi crocifiggere.

14 Settembre 1899

Una mattina, era il giorno delle esaltazione della croce, il mio dolce Gesù mi trasportò nei luoghi
santi, e prima mi disse tante cose della virtù della croce, non ricordo tutto, appena qualche cosa:
"Diletta mia, vuoi tu essere bella? La croce ti darà i lineamenti più belli che trovar si possa e nel
Cielo e nella terra, tanto da innamorare Iddio che contiene in Sé tutte le bellezze." Continuava
Gesù: "Vuoi tu essere ripiena d’immense richezze, non per breve tempo ma per tutta l’eternità?
Ebbene, la croce ti somministrerà tutte le specie di ricchezze, dai centesimi più piccolli, qual sono le
piccole croci, alle somme più grandi, quale sono le croci più pesanti, eppure gli uomini sono tanto
avidi per guadagnare un soldo temporale, che dovrano presto lasciare, e nessun pensiero si danno
per acquistare un centesimo eterno, e quando Io, avendo compassione di loro, vedendo la loro
spensieratezza per tutto ciò che riguarda l’eterno, benignamente gli ne porgo l’occasione, invece
d’averlo a caro, si indignano e mi offendono, che pazzia umana, pare che la capiscono al rovescio.
Diletta mia, nella croce ci sono tutti i trionfi, tutte le vittorie ed i più grandi acquisti, per te non deve
aver altra mira che la croce e questa ti basterà per tutto questo. Oggi voglio contentarti, quella croce
che finora non bastava per poterti stendere e completamente crocifiggerti è la croce che tu finora ai
portato, quindi, dovendoti completamente crocifiggerti hai bisogno che nuove croci faccia scendere
sopra te, onde quella croce che finora hai trovato, me la porterò nel Cielo per mostrarla come pegno
del tuo amore a tutta la corte celeste, e un’altra più grande dal Cielo ne farò scendere per poter
soddisfare le mie ardenti brame che ho sopra di te.

Mentre ciò Gesù diceva, si presentò quella croce vista da me le altre volte, io la presi e mi distesi
sopra, mentre stavo così, si aprì il Cielo, e vi sceso l’evangelista san Giovanni, e portava la croce
che Gesù mi aveva indicato, la Regina Madre e molti angeli, quando giunsero a me vicino, mi
tolsero da sopra quella croce, e mi misero sopra di quella che mi avevano portato, molto più grande,
un angelo poi prese quella croce di prima e se la portò nel Cielo. Dopo ciò, Gesù di propria mano
incominciò ad inchiodarmi sopra di quella croce, Mamma Regina mi assisteva, gli angeli e san
Giovanni porgevano i chiodi. Il mio dolce Gesù mostrava tale un contento, una gioia nel
crocifiggermi, che solo per poter dare quel contento a Gesù, non solo avrei sofferto la croce ma altre
pene ancora. Ah! mi pareva che il Cielo faceva nuova festa per me nel vedere il contento di Gesù.
Molte anime dal purgatorio furono liberate prendendo il volo per il Cielo, e parecchi peccatori
furono convertiti, perché il mio Divin Sposo a tutti fece partecipe il bene delle mie sofferenze. Chi
può dire poi i dolori intensi che provai nell’essere bene bene distessa sulla croce ed essere
trappassate le mani ed i piedi con i chiodi? Ma specialmente i piedi era tanta l’atrocità delle pene
che non possono descriversi. Quando mi compirono di crocifiggermi ed io mi sentivo che nuotavo
sul mare delle pene e dei dolori, Mamma Regina disse a Gesù: "Figlio mio, oggi è giorno di grazia,
voglio che di tutto le participate le vostre pene, non ci resta altro che passate il cuore con la lancia e
le rinnovate la corona di spine." Allora Gesù stesso prese la lancia e mi passò il cuore da parte a
parte, gli angeli presero una corona di spine ben folta e la diedero in mano a la Santissima Vergine,
e Lei stessa me la conficcò in testa.

Che giorno memorando fu per me, di dolori, si, e contenti; di pene indicibili, ma di gioia ancora.
Basta sol dire che era tanta la forza dei dolori, che Gesù per tutto quel giorno non si mosse da me,
vicino per sorreggere la mia natura che veniva meno alla vivacità delle pene. Quelle anime del
purgatorio che erano volate al Cielo scendevano unite con gli angeli e circondavano il mio letto,
ricreandomi coi loro cantici e ringraziando affetuosamente che per le mie sofferenze le avevo
liberate da quelle pene.

Succedeva poi che passando cinque, sei giorni di quelle pene intense, con mio grande rammarico
quelle pene si incominciavano a diminuirsi ed allora solecitavo al mio diletto Gesù che di nuovo mi
rinnovasse la crocifissione, e Lui, quando presto e quando un po’ tardo si compiaceva di
trasportarmi nei luoghi santi e mi partecipava le pene della sua dolorosa passione... or la corona di
spine, or la flaggellazione, or portava la croce al calvario ed or la crocifissione. Quando un mistero
al giorno e quando tutto in un giorno, secondo che a Lui piaceva, e questo mi riusciva con sommo
dolore e contento dell’anima mia. Ma allora mi riusciva amarissimo quando si cambiava la scena ed
invece di soffrire io, ero io spettatrice di veder soffrire il amantissimo Gesù le pene della dolorosa
passione. Ah! quante volte mi trovavo in mezzo ai giudei insieme con Mamma Regina a veder
soffrire il mio diletto Gesù. Ah! si, è pur vero che riesce più facile soffrire la persona stessa che
veder soffrire la persona amata.

Altre volte, rinnovando queste crocifissioni il mio dolce Gesù, ricordo che mi disse: "Diletta mia, la
croce fa distinguere i reprobi dai predestinati. Come nel giorno del giudizio i buoni si rallegrerano
al vedere la croce, così fin d’ora si può vedere se uno dev’essere salvo o perduto, se al presentarsi
della croce l’anima l’abbraccia, se la porta con rassegnazione, con pazienza e bacia e ringrazia
quella mano che l’invia, eccoti il segno che è salvo. Se al contrario al presentarsi della croce
s’irritano, la disprezzano e giungono fino ad offendermi, puoi dire, un segno che è anima che
s’incamina per la via dell’inferno; tale faranno i reprobi nel giorno del giudizio, che al veder della
croce si affliggeranno e bestemmieranno. Tutto dice la croce, la croce è un libbro che senza inganno
ed a chiare note ti dice e fa distinguere il santo dal peccatore, il perfetto dall’imperfetto, il fervoroso
dal tiepido. La croce comunica tale una luce all’anima, che fin d’ora non solo fa distinguere il
buono dal reo, ma si può conoscere ancora chi dev’essere più o meno glorioso nel Cielo, chi deve
occupare un posto più superiore e un posto minore. Tutte le altre virtù stanno umili e riverenti
innanzi alla virtù della croce, ed innestandosi con essa ne ricevono maggior lustro e splendore."

Chi può dire quale fiamme di desiderio ardenti gettava nel mio cuore questo parlare di Gesù? Mi
sentivo divorare dalle fame del patire, e Lui per soddisfare le mie brame, oppure, per dire meglio,
ciò che Lui stesso m’infondeva, mi rinovava la crocifissione.

Ricordo che delle volte, dopo rinnovate queste crocifissione mi diceva: "Diletta del cuor mio,
bramo ardentemente non solo crocifiggerti l’anima e comunicarti i dolori della croce al corpo, ma
desidero di suggellarti anche il corpo col suggello delle mie piaghe, e voglio insegnarti la preghiera
come ottenere questa grazia, la preghiera è questa: "Io mi presento innanzi al trono supremo di Dio,
bagnata nel sangue di Gesù Cristo, pregandolo che per il merito delle sue preclarissime virtù e della
sua divinità di concedermi la grazia di crocifiggermi."

Io però, siccome ho avuto sempre avversione a tutto ciò che può comparire esterno, come la tengo
ancora, ma nell’atto che Gesù diceva, mi sentivo infondere tale brame di soddisfare al desiderio che
Lui stesso diceva, che pure ardivo di dire a Gesù che mi crocifiggessi nell’anima e nel corpo, e
qualche volta le dicevo: "Sposo santo, cose esterne non ne vorrei, e se qualche volta ardisco dirlo, è
perché Voi stesso me lo dite ed anche per dare un segno al confessore che siete Voi che operate in
me. Ma del resto, non vorrei altro che quei dolori che mi fate soffrire quando mi rinnovate la
crocifissione, fossero permanenti, non vorrei quella diminuzione dopo qualche tempo, e questo solo
mi basta, che dall’apparenza esterna, quanto più mi potete tenere nascosta, tanto più mi
contenterete."

Ricordo in confuso che siccome domandavo spesso, quando mi trovavo insieme con Nostro
Signore, il dolore dei miei peccati e la grazia che mi perdonasse tutto ciò che di male avevo fatto, e
delle volte giungevo a dirle che allora sarei contenta quando dalla sua propria bocca mi dicesse che:
"Ti rimetto tutti i tuoi peccati." E Gesù benedetto, che niente sa negare quando è per nostro bene,
una mattina vi si fece vedere e mi disse: "Questa volta voglio fare Io stesso l’uffizio di confessore, e
tu confesserai a Me tutte le tue colpe e nell’atto che ciò farai, ti farò comprendere uno per uno i
dolori che hai datto al cuor mio nell’offendermi, acciocché comprendendo tu, per quanto può una
creatura, che cosa è il peccato, prendi risoluzione che piuttosto morire che offendermi. Tu intanto
entra nel tuo nulla e recita il confiteor."

Io, entrando in me stessa, vi scorgevo tutta la mia miseria e le mie scelleraggine ed innanzi alla sua
presenza tremavo a verga a verga, e mi mancava la forza di pronunziare le parole del confiteor, e se
il Signore non avesse infuso in me nuova forza col dirmi: "Non temere, se sono giudice, sono
ancora tuo padre, coraggio, andiamo avanti." Lí sarei rimasta senza dire neppure una parola. Onde
dissi il confiteor tutta piena di confusione e d’umiliazione, e siccome mi vedevo tutta coperta dalle
mie colpe, dando una occhiata, la più che vi scorsi, che aveva fatto affronto a Nostro Signore era la
superbia, perciò dissi: "Signore, mi accuso innanzi a la vostra presenza che ho peccato di superbia."
E Lui: "Avvicinati al mio cuore e metti l’orecchia e sentirai lo strazio crudele che hai fatto al mio
cuore con questo peccato." Tutta tremando vi misi l’orecchia sopra del suo cuore adorabile, ma chi
può dire ciò che sentì e compresi in quel istante? Specialmente dopo tanto tempo dirò solo qualche
cosa in confuso. Ricordo che il suo cuore batteva tanto forte che pareva che si volesse rompere il
petto, poi mi parve che si facesse a brani a brani, e per il dolore restava quasi distrutto. Ah! se
avessi potuto, giungerei a distruggere l’Essere Divino con la superbia. Vi do una similitudine per
farmi capire, altrimenti non ho parole como manifestarmi: Immaginate un re e ai piedi di detto re un
verme, che sollevandosi e gonfiandosi s’incomincia a credere qualche cosa e che giunge a tale
audacia, che sollevandosi a poco a poco giunge a la testa del re e le vuol togliere la corona per
mettersela sopra della sua testa, poi lo spoglia delle sue vestimente regali, dopo lo caccia dal trono
ed infino cerca d’ucciderlo. Ma quello che è più di questo verme, che lui stesso non conosce il suo
essere, tanto s’illude, e che per disfare lui non ci vuole altro che il re se lo metta sotto dei piedi e lo
schiacci, e così finisce i suoi giorni. Cosa in vero che muove a sdegno ed a compassione, ed insieme
a ridicolaggine l’orgoglio di questo verme, se ciò si potesse fare. Tale mi vedevo io innanzi a Dio,
cosa che mi riempì di tale confusione e dolore che mi sentivo rinovare nel mio cuore lo strazio che
soffriva il benedetto Gesù.

Dopo ciò mi lasciò, ed io mi sentivo tal pena e comprendevo tanto brutto questo peccato di
superbia, ch’è impossibile descriverlo. Quando ebbi ruminato ben ben tutto ciò in me stessa, il mio
buon Gesù ritornò e mi disse che seguitasse la confessione delle mie colpe, ed io tutta tremando
seguitai a fare l’accusa dei pensieri, parole, opere, cause ed omissioni, e quando mi vedeva che non
potevo seguitare a fare la confessione per la pena che sentivo d’averlo tanto offeso, perché avevo
una chiarezza sì viva innanzi a quel Sol divino, specialmente che vi scorgeva la picciolezza, la
nullità dell’essere mio e restavo stupita come avevo avuto tanto ardire, da dove avevo preso quel
coraggio d’offendere un Dio sì buono che nell’atto stesso che l’offendevo, Lui mi assisteva, mi
conservava, mi alimentava, e se ci aveva qualche rancore con me, era al peccato che facevo, che
odiava sommamente, che a me mi amava immensamente, mi scusava innanzi alla divina giustizia, e
tutto s’occupava per togliere quel muro di divizione che aveva prodotto il peccato tra l’anima e Dio.
Oh! se tutti potessero vedere chi è Dio e chi è l’anima nell’atto che si pecca, tutti morrebbero di
dolore e credo che il peccato doveva essere esiliato dalla terra.

Quindi, quando Gesù benedetto vedeva che per la pena non ne potevo più, si ritirava e mi lasciava,
ben ben farmi comprendere il male che avevo fatto, e dopo ritornava di nuovo e continuavo l’accusa
delle mie colpe.

Ma chi può dire tutto ciò che compresi e spiegare uno per uno i diversi affronti ed i speciali dolori
che con le mie colpe avevo recato a Nostro Signore? Mi sento quasi impossibilitata a spiegarmi e
pure perché non tanto ricordo bene.

Onde quando ebbi finito l’accusa che durò circa sette ore, l’amabile Gesù prese l’aspetto di padre
amorosissimo e siccome io mi trovavo sfinita di forze per il dolore e molto più che vedevo che non
era dolore bastante per dolermi come si conveniva delle mie colpe, Lui per rincorarmi mi disse:
"Voglio supplire Io per te, ed applico all’anima tua il merito del dolore che ebbi nell’orto del
Getsemanì. Questo solo può soddisfare alla divina giustizia." Dopo che applicò all’anima mia il suo
dolore, allora mi parve d’essere disposta per ricevere l’assoluzione.

Tutta umiliata e confusa com’ero e postrata ai piedi del buon padre Gesù, coi raggi che tramandava
nella mia mente, cercavo d’eccitarmi maggiormente al dolore col dire, sebbene non ricordo tutto:
"Grande, sommo è stato il male che ho fatto verso di Voi. Queste potenze mie e questi sensi del
corpo dovevano essere tante lingue come lodarvi. Ah! invece sono state come tante vipere velenose
che vi mordevano e carcavano anche d’uccedervi. Ma, padre santo, perdonami, non vogliate
discacciarmi per il gran torto che ti ho fatto peccando."

E Gesù: "E tu, prometti di non più peccare, di sbandire dal tuo cuore ogni ombra di male che
potrebbe offendere il tuo Creatore?"

Ed io: "Ah! si, con tutto il cuore velo prometto. Voglio piuttosto mille volte morire che mai più
peccare, mai più, mai più."

E Gesù: "Ed Io ti perdono ed applico all’anima tua i meriti della mia passione e voglio lavarla nel
mio sangue."

E mentre così diceva, alzò la benedetta destra e pronunziò le parole dell’assoluzione, precisse alle
parole che dice il sacerdote quando dà l’assoluzione, e nell’atto che ciò faceva, dalla sua mano
scorreva un fiume di sangue e l’anima mia ne restava tutta innondata.

Dopo ciò mi disse: "Vieni, oh figlia, vieni a fare penitenza dei tuoi peccati col baciarmi le mie
piaghe."

Tutta tremando mi alzai e le baciai le sue sacratissime piaghe e poi mi disse: "Figlia mia, sii più
vigilante ed attenta, che oggi ti do la grazia di non cadere più nel peccato veniale volontario."

Poi mi fece altre esortazione che non tanto ricordo bene e disparve.

Chi può dire gli effetti di questa confessione fatta a Nostro Signore? Mi sentivo tutta inzuppata nella
grazia e mi lasciò tanto impressa che non posso dimenticarmi, ed ogni qual volta mi ricordo, mi
sento correre un brivido nelle osse ed insieme prendere da raccapriccio nel pensare qual’è la mia
corrispondenza a tante grazie che il Signore mi ha fatto.
Altre volte il Signore si è benignato di darmi Lui stesso l’assoluzione, ora prendendo la forma di
sacerdote, ed io mi confessavo come se fosse sacerdote, sebbene vi sentivo diversi effetti, e dopo
terminata, si faceva conoscere che era Gesù; ed or svelatamente ci veniva facendosi conoscere
anche da principio che era Gesù; qualche volta pure prendeva la forma del confessore, tanto che io
mi credevo di parlare con lui e vi dicevo tutti i miei timori, i miei dubbi, ma dal rspondermi che mi
faceva, dalla soavità della voce intramezzata or come quella del confessore, or come quella di Gesù,
dal suo amabile tratto ed dagli effetti interni lo scovrivo per quel che era. Ah! se io volessi dire tutto
su di queste cose, anderei troppo per le lunghe, perciò finisco e faccio punto...

Ricordo che ci fu la seconda guerra tra l’Africa e l’Italia ed il benedetto Gesù, un giorno circa nove
mesi prima, mi trasportò fuori di me stessa e mi fece vedere una via lunghissima, ripiena di carne
umana immersa nel sangue, che a fiumi innondava quella via. Faceva orrore a vedere quei cadaveri
esposti all’aria aperta, senza avere neppure chi li sepelisce.

Io tutta spaventata dissi a Nostro Signore: "Che cosa è questo?"

E Lui: "Nell’anno seguente ci sarà la guerra. Se ne servono della carne per offendermi, ed Io sulla
loro carne voglio fare le mie giuste vendette."

Disse altre cose, ma la lunghezza del tempo non mi le fa ricordare.

Ora, avvenne che passate quel periodo di tempo s’incominciò a sentire che tra l’Africa e l’Italia si
faceva guerra. Io pregavo il buon Gesù che risparmiasse a tante vittime e che avesse pietà di tante
anime che andavano all’inferno.

Una mattina, secondo il solito, mi trasportò fuori di me stessa e vedevo che quasi tutte le gente
erano convinti che doveva vincere l’Italia, mi parve di trovarmi a Roma e vedevo i deputati che
tenevano consiglio tra loro del modo come dovevano menare innanzi la guerra per essere sicuri di
far vincere l’Italia. Erano tanto gonfi di loro stessi che facevano pietà, ma quel che più mi feci
impressione era il vedere che questi tali quasi tutti erano settari, anime vendute al demonio. Che
tristi tempi! pareva proprio che regnava il regno satanico, e la loro fiducia anzichè metterla in Dio,
la mettevano nel demonio. Ora, mentre sì stavano consigliando, il mio benedetto Gesù disse a me:
"Andiamo a sentire che si dicono." Mi parve d’entrare nel loro circolo insieme con Lui. Gesù
passeggiava in mezzo a loro e versava lacrime sul misero loro statto. Quando ebbero finito di
consigliarsi del modo come dovevano fare, menando vanto d’essere sicuri della vittoria, allora Gesù
si voltò loro e disse minacciandoli: "Fidate di voi stessi e perciò vi umilierò, questa volta perderà
l’Italia..."

++++

J.M.J.

Fiat
Ora, per obbedire riprendo a dire ciò che lasciai a pagina 6 di questo 1º volume, cioè della novena
del Santo Natale, che dalla seconda meditazione passavo alla terza, una voce interna mi diceva:
"Figlia mia, poggia la tua testa sul seno della mia Mamma, guarda fin dentro di esso la mia piccola
Umanità, il mio amore mi divorava, gli incendi, gli oceani, i mari immensi dell’amore della mia
Divinità m’innondavano, m’incenerivano, alzavano tanto le sue vampe che si alzavano e si
estendevano ovunque, a tutte le generazioni, dal primo all’ultimo uomo, e la mia piccola Umanità
era divorata in mezzo a tante fiamme, ma sai tu, il mio eterno amore che cosa mi vuol far divorare?
Ah! le anime! Ed allora fui contento quando le divorai tutte, restando con Me concepite, ero Dio,
dovevo operare come Dio, dovevo prendere tutte, il mio amore non mi avrebbe dato pace se
escludessi qualcuna. Ah! figlia mia, guarda bene nel seno della mia Mamma, fissa bene gli occhi
nella mia Umanità concepita e vi troverai l’anima tua concepita con Me, le fiamme del mio amore
che ti divorarono. Oh! quanto ti ho amato e ti amo!

Io mi sperdevo in mezzo a tanto amore, ne sapeva uscirmene, ma una voce mi chiamava forte
dicendomi: "Figlia mia, ciò e nulla ancora, stringiti più a me, dà le tue mani alla mia cara Mamma
affinché ti tenga stretta sul suo seno materno, e tu dà un altro sguardo alla mia piccola Umanità
concepita e guarda il quarto eccesso del mio amore."

4º.- "Figlia mia, dall’amore divorante passa a guardare il mio amore operante. Ogni anima
concepita mi portò il fardello dei suoi peccati, delle sue debbolezze e passioni, ed il mio amore mi
comandò di prendere il fardello di ciascuno e non solo le anime concepì, ma le pene di ciascuna, le
soddisfazioni che ogn’una di esse doveva dare al mio Celeste Padre. Sicché la mia passione fu
concepita insieme con Me. Guardami bene nel seno della mia Celeste Mamma. Oh! come la mia
piccola Umanità era straziata, guarda bene come la mia piccola testolina è circondata da un serto di
spine, che cingendomi forte le tempie mi fanno mandare fiumi di lacrime dagli occhi, ne potevo
muovermi per asciugarle. Deh! muoveti a compassione di Me, asciugami gli occhi dal tanto
piangere, tu che hai le braccia libere per potermelo fare, queste spine sono il serto dei tanti pensieri
cattivi che si affollano nelle menti umane, oh! come mi pungono più delle spine che germoglia la
terra, ma guarda ancora che lunga crocifissione di nove mesi, non potevo muovere né un dito, né
una mano, né un piede, ero qui sempre immobile, non c’era posto per potermi muovere un tantino,
che lunga e dura crocifissione coll’aggiunto che tutte le opere cattive prendendo forma di chiodi, mi
trafiggevano mani e piedi ripetutamente e così." E così continuava a narrarmi pene per pene, tutti i
martiri della sua piccola Umanità, che volerle dire tutte sarei troppo lungo. Ond’io mi abbandonavo
al pianto, mi sentivo dire nel mio interno: "Figlia mia, vorrei abbracciarti ma non lo posso, non c’è
lo spazio, sono immovile, non lo posso fare; vorrei venire a te, ma non posso camminare. Per ora
abbracciami e vieni tu a Me, poi quando uscirò dal seno materno vendrò Io a te." Ma mentre con la
mia fantasia me l’abbracciavo, me lo stringevo forte al mio cuore, una voce interna mi diceva:
"Basta per ora figlia mia, e passa a considerare il quinto eccesso del mio amore."

5º.- Onde la voce interna seguiva: "Figlia mia, non ti scostare da Me, non mi lasciare solo, il mio
amore vuole la compagnia, un altro eccesso del mio amore che non vuole essere solo. Ma sai tu con
chi vuol essere in compagnia? Della creatura. Vedi, nel seno della mia Mamma, insieme con Me ci
sono tutte le creature, concepite insieme con Me. Io sto con loro tutto amore, voglio dirle quanto le
ami, voglio parlare con loro per dirle le mie gioie ed i miei dolori, che sono venuto in mezzo a loro
per renderle felice, per consolarle, che starò in mezzo a loro come un loro fratellino dando a
ciascuna tutti i miei beni, il mio regno a costa della mia morte. Voglio darle i miei baci, le mie
carezze; voglio trastullarmi con loro, ma, ahi quanti dolori mi danno! chi mi fugge, chi fa il sordo e
mi riduce al silenzio, chi disprezza i miei beni e non si curano del mio regno e ricambiano i miei
baci e carezze con la non curanza e dimenticanza di Me, ed il mio trastullo lo convertono in amaro
pianto. Oh! come son solo, eppure in mezzo a tanti. Oh! come mi pesa la mia solitudine, non ho a
chi dire una parola, con chi fare uno sfogo, neppure d’amore; sono sempre mesto e taciturno, perché
se parlo non sono ascoltato. Ah! figlia mia, ti prego, ti supplico non mi lasciare solo in tanta
solitudine, dammi il bene di farmi parlare coll’ascoltarmi, presta orecchio a miei insegnamenti, Io
sono il maestro dei maestri. Quante cose voglio insegnarti! Se tu mi darai ascolto mi farai cessare da
piangere e mi trastullerò con te. Non vuoi tu trastullarti con Me? E mentre mi abbandonavo in Lui
compatendolo nella sua solitudine, la voce interna seguiva: "Basta, basta, e passa a considerare il 6º
eccesso del mio amore."

6º.- "Figlia mia, vieni, prega la mia cara Mamma che ti faccia un po’ di posticino nel suo seno
materno, affinché tu stessa vedi lo stato doloroso in cui mi trovo." Onde mi pareva col pensiero che
la nostra Regina Mamma per contentare a Gesù, mi faceva un po’ di posto e mi metteva dentro. Ma
era tale e tanta l’oscurità che non lo vedevo, solo sentivo il suo respiro e Lui nel mio interno seguiva
a dirmi: "Figlia mia, guarda un altro eccesso del mio amore. Io sono la luce eterna, il sole è
un’ombra della mia luce, ma, vedi dove mi ha condotto il mio amore, in che oscura prigione Io
sono? Non c’è uno spiraglio di luce, è sempre notte per Me, ma notte senza stelle, senza riposo,
sempre desto, che pena! la strettezza della prigione, senza potermi menomamente muovere, le fitte
tenebre; anche il respiro, respiro per mezzo del respiro della mia Mamma, oh! come è stentato. E
poi, aggiungi le tenebre delle colpe delle creature, ogni colpa era una notte per Me, che unendosi
insieme formavano un abbisso d’oscurità senza sponde. Che pena! oh eccesso del mio amore, farmi
passare d’una immensità di luce, di larghezza, in una profondità di fitte tenebre e di tale strettezze
fino a mancarmi la libertà del respiro, e ciò tutto per amore delle creature." E mentre ciò diceva
gemeva, quasi con gemiti soffocati per mancanza di spazio, e piangeva. Io mi struggevo in pianto,
lo ringraziavo, lo compativo, volevo fargli un po’ di luce col mio amore come Lui mi diceva, ma
chi può dire tutto? La stessa voce interna soggiungeva: "Basta per ora, e passa al settimo eccesso
del mio amore."

7º.- La voce interna seguiva: "Figlia mia, non mi lasciare solo in tanta solitudine ed in tanta
oscurità, non uscire dal seno della mia Mamma per guardare il settimo eccesso del mio amore.
Ascoltami, nel seno del mio Celeste Padre Io ero pienamente felice, non c’era bene che non
possedevo, gioia, felicità, tutto era a mia disposizione, gli angeli riverenti mi adoravano e stavano ai
miei cenni. Ah! l’eccesso del mio amore, potrei dire, mi fece cambiare fortuna, mi restrinse in
questa tetra prigione, mi spogliò di tutte le mie gioie, felicità e beni per vestirmi di tutte le infelicità
delle creature, e tutto ciò per fare il cambio, per dare la mia fortuna, le mie gioie e la mia felicità
eterna a loro. Ma ciò sarebbe stato nulla se non avessi trovato in loro una somma ingratitudine ed
ostinata perfidia. Oh! come il mio eterno amore restò sorpreso innanzi tanta ingratitudine e pianse
l’ostinatezza e perfidia dell’uomo. L’ingratitudine fu la spina più pungente che mi trafisse il cuore,
fin del mio concepimento fino all’ultimo del mio morire. Guarda il mio cuoricino, è ferito e sgorga
sangue. Che pena! che spasimo che sento! Figlia mia. non essermi ingrata; l’ingratitudine è la pena
più dura per il tuo Gesù, è il chiudermi in faccia le porte per farmi restare intirizzito di freddo. Ma a
tanta ingratitudine il mio amore non si arrestò e si atteggiò ad’amore supplicante, pregante, gemente
e mendicante, questo è l’ottavo eccesso del mio amore."

8º.- "Figlia mia, non mi lasciare solo, poggia la tua testa sul seno della mia cara Mamma, che anche
al di fuori sentirai i miei gemiti, le mie suppliche, e vedendo che né miei gemiti, né le mie suppliche
muovono a compassione la creatura del mio amore, mi atteggio in atto del più povero dei mendichi
e stendendo la mia piccola manina chiedo per pietà almeno a titolo di elemosina le loro anime, i
loro affetti, ed i loro cuori. Il mio amore voleva vincere a qualunque costo il cuore dell’uomo, e
vedendo che dopo setti eccessi del mio amore era restio, faceva il sordo, non si curava di Me e né si
voleva dare a Me, il mio amore si volle spingere di più, avrebbe dovuto arrestarsi, ma no, volle
uscire di più dai suoi limiti, e fin dal seno della mia Mamma faceva giungere la mia voce ad ogni
cuore e coi modi più insinuanti, con le preghiere più ferventi, con le parole più penetranti. Ma sai
che gli dicevo? "Figlio mio, dammi il tuo cuore, tutto ciò che tu vuoi Io ti darò purchè mi dai in
cambio il cuore tuo; sono sceso dal Cielo per farne preda, deh! non me lo negare! non rendere
deluso le mie speranze!" E vedendolo restio, anzi molti mi voltavano le spalle, passavo ai gemiti,
giungevo le mie piccole manine e piangendo, con voce soffogata da singhiozzi, gli soggiungevo:
"Ahi! ahi! sono il piccolo mendico, neppure in elemosina vuoi darmi il cuor tuo? Non è questo un
eccesso più grande del mio amore, che il Creatore per avvicinarsi alla creatura prenda la forma di
piccolo bambino per non incuterli timore, e chieda almeno per elemosina il cuore della creatura, e
vedendolo che non lo vuol dare, prega, geme e piange?"

E poi mi sentivo dire: "E tu non vuoi darmi il tuo cuore? Forse anche tu vuoi che gema, preghi e
pianga per darmi il tuo cuore? Vuoi negarmi la elemosina che ti chiedo?" E mentre ciò diceva
sentivo come se singhiozzasse, ed io: "Mio Gesù, non piangere, vi dono il mio cuore e tutta me
estessa." Onde la voce interna seguiva: "Passa più oltre, e passa al nono eccesso del mio amore."

9º.- "Figlia mia, il mio stato e sempre più doloroso, se mi ami, il tuo sguardo abbilo fisso in Me, per
vedere se al tuo piccolo Gesù puoi apprestarlo qualche sollievo, una parolina d’amore, una carezza,
un bacio, metterà tregua al mio pianto ed alle mie afflizioni. Senti figlia mia, dopo avere dato otto
eccessi del mio amore, e l’uomo mi contracambiò così malamente, il mio amore non si diede per
vinto, ed all’ottavo eccesso volle aggiungere il nono, e queste furono le ansie, i sospiri di fuoco, le
fiamine dei desideri che volevo uscire dal seno materno per abbracciare l’uomo, e questo riduceva
la mia piccola Umanità, non ancor nata, ad una agonia tale da giungere a dare l’ultimo anelito. E
mentre stavo per dare l’ultimo respiro, la mia Divinità ch’era inseparabile con Me, mi dava dei sorsi
di vita, e così riprendevo la vita per continuare la mia agonia, e ritornare di nuovo a morire. Fu
questo il nono eccesso del mio amore, agonizzare e morire d’amore continuo per la creatura. Oh!
che lunga agonia di nove mesi! Oh! come l’amore mi soffocava e mi faceva morire, e se non avessi
tenuto la Divinità con Me, che mi ridonava la vita ogni qual volta stavo per finire, l’amore mi
avrebbe consumato prima d’uscire alla luce del giorno." Poi soggiungeva: "Guardami, ascoltami
come agonizzo, come il mio piccolo cuore batte, affanna, brucia; guardami, adesso muoio." E
faceva profondo silenzio. Io mi sentivo morire, mi gelavo il sangue nelle vene e tremante gli dicevo:
"Amor mio, Vita mia, non morire, non mi lasciare sola,tu vuoi amore, ed io t’amerò, non ti lascierò
più, dammi le tue fiamme per poterti più amare e consumami tutta per Te."

++++

VOLUME 2
J.M.J.
Febbraio 28, 1899
Per ordine del confessore incomincio a scrivere ciò che passa tra me e Nostro Signore giorno
per giorno. L’anno 1899, mese di Febbraio, giorno 28.

Confesso la verità, gran ripugnanza io provo, è tanto lo sforzo che devo farmi per vincermi,
che solo il Signore può sapere lo strazio dell’anima mia. Ma, oh santa obbedienza, che legame
potente tu sei! Tu sola potevi vincermi e superare tutte le mie ripugnanze, quasi monti insuperabili,
mi leghi alla Volontà di Dio e del confessore. Ma deh! oh! Sposo Santo, per quanto è grande il
sacrifizio, altrettanto ho bisogno d’aiuto, non voglio altro che mi introducete nelle vostre braccia e
mi sostenete, così assistita da Voi, potrò dire la sola verità, per sola gloria Vostra e per mia
confusione.
Questa mattina, avendo celebrato la messa il confessore, ho fatto anche la comunione. La
mia mente si trovava in un mare di confusione, per cagione di queste obbedienze che mi vengono
date dal confessore di scrivere tutto ciò che passa nel mio interno. Appena ricevuto Gesù ho
incominciato a dirle le mie pene, specialmente la mia insufficienza e tant’altre cose. Ma Gesù
pareva che non si curava del fatto mio e non rispondeva a niente. Mi è venuto un lume nella mente
ed ho detto: “Chi sa che non sono io stessa la causa che Gesù non si mostra secondo il suo solito.”
Allora con tutto il cuore Gli ho detto: “Deh! mio Bene e mio tutto, non mostrarti meco sì
indifferente, il cuore me lo fai spezzare per il dolore, se è per lo scritto, venga, che venga mi
costasse il sacrifizio della vita, vi prometto di farlo!” Allora Gesù ha cambiato aspetto e tutto
benigno, mi ha detto: “Che cosa tu temi? Non ti ho Io assistito le altre volte, la mia luce ti
circonderà dappertutto e così potrai tu manifestarlo.”

Purità d’intezione.

Mentre così diceva, non so come ho visto il confessore vicino a Gesù ed il Signore gli ha
detto: “Vedi, tutto ciò che fai passa nel Cielo, perciò vedi la purità con cui devi operare, pensando
che tutti i tuoi passi, parole ed opere vengono alla mia presenza e se sono puri, cioè fatti per Me, Io
ne prendo diletto grandissimo e me li sento a Me d’intorno, come tanti messaggieri che mi
ricordano continuamente di te; ma se sono per fini bassi e terreni, invece ne prendo fastidio.” E
mentre così diceva, pareva che gli prendesse le mani e sollevandole al cielo, gli diceva: “L’occhio
sempre in alto; siete del Cielo, operate per il Cielo.”

Mentre vedevo il Confessore e che Gesù così gli diceva, nella mia mente mi pareva che, se
così si operasse, succedeva lo stesso come quando una persona deve sloggiare da una casa per
andare ad un’altra, che fa? Prima manda tutte le robe e tutto ciò che essa tiene e poi se ne va essa.
Così noi prima mandiamo le nostre opere a prendere il posto per noi nel Cielo e poi, quando
giungerà il nostro tempo, andremo noi. Oh! che bel corteggio ci faranno!

La fede.

Ora, mentre vedevo il confessore, mi ricordavo che mi aveva detto che doveva scrivere sulla
fede il modo come il Signore mi aveva parlato su questa virtù. Mentre così pensavo, in un istante il
Signore mi ha tirato talmente a Sé, che mi sono sentita fuori di me stessa nella volta dei cieli,
insieme con Gesù e mi ha detto queste precise parole: “La Fede è Dio.”

Ma queste due parole contenevano una luce immensa, che è impossibbile spiegarle ma come
posso le dirò. Nella parola “fede” comprendevo che la fede è Dio stesso. Come al corpo il cibo
materiale dà vita acciocché non morisse, così la fede dà la vita all’anima; senza la fede l’anima è
morta. La fede vivifica, la fede santifica, la fede spiritualizza l’uomo e lo fa tenere l’occhio ad un
Ente Supremo, in modo che niente apprende delle cose di quaggiù e se le apprende, le apprende in
Dio. Oh! la felicità d’un anima che vive di fede, il suo volo è sempre verso il Cielo, in tutto ciò che
le succede si rimira sempre in Dio ed ecco come nella tribolazione la fede la solleva in Dio e non se
ne affligge, neanche meno lamento, sapendo che non deve formare qui il suo contento, ma nel
Cielo. Così se la gioia, la ricchezza, i piaceri la circondano, la fede la solleva in Dio e dice fra sé:
“Oh! quanto sarò più contenta, più ricca nel Cielo!” Quindi, di questi terreni ne prende fastidio, li
disprezza, e se li mette sotto dei piedi; a me sembra che ad un’anima che vive di fede, succede come
ad una persona che possedesse milioni e milioni di monete ed anche regni interi ed un’altra che
vorrebbe offrirle un centesimo. Or, che direbbe costei? Non l’avrebbe a sdegno, non glielo
getterebbe in faccia? Aggiungo: E se quel centesimo fosse tutto infangato, quale sono le cose
terrene. Di più e se quel centesimo fosse dato solo ad imprestito? Or direbbe costei: “Immense
ricchezze io godo e posseggo e tu ardisi d’offerirmi questo vil centesimo, così fangoso e solo per
poco tempo?” Io credo che ritorcerebbe subito lo sguardo e non accetterebbe il dono. Così fa
l’anima che vive di fede in riguardo alle cose terrene.

Or andiamo un’altra volta all’idea del cibo, il corpo, prendendo il cibo, non solo si sostiene,
ma partecipa della sostanza del cibo, che gia si trasforma con lo stesso corpo. Ora così l’anima che
vive di fede; siccome la fede è Dio stesso, l’anima viene a vivere dello stesso Dio e cibandosi dello
stesso Dio, viene a participare della sostanza di Dio e participando, viene ad assomigliarsi a Lui ed
a trasformarsi con lo stesso Dio, quindi avviene all’anima che vive di fede che santo Iddio, santa
l’anima; potente Iddio, potente l’anima; sapiente, forte, giusto Iddio, sapiente, forte, giusta l’anima,
così di tutti gli altri attributi di Dio. Insomma, l’anima diviene un piccolo Dio. Oh! la beatitudine
di quest’anima sulla terra, per essere poi più beata nel Cielo.

Compresi ancora che non altro significano quelle parole che il Signore dice alle anime sue
dilette, cioè: “Ti sposerò nella fede.” Che il Signore in questo mistico sposalizio viene a dotare le
anime delle sue stesse virtù. Mi sembra come due sposi, che unendo le loro proprietà insieme, non
si discerne più la roba dell’uno e dell’altro e ambedue si rendono patrono. Ma nel fatto nostro,
l’anima è povera, tutto il bene ne viene da parte del Signore, che la rende partecipe delle sue
sostanze.

Vita dell’anima è Dio, la fede è Dio e l’anima possedendo la fede, viene ad innestare in sé
tutte le altre virtù, di modo che essa se ne sta come re nel cuore e le altre se ne stanno d’intorno,
come sudditi servendo alla fede, sicché le stesse virtù, senza la fede, sono virtù che non hanno vita.

Pare a me che Iddio in due modi comunica la fede all’uomo: La prima è nel santo
battesimo; la seconda è quando Iddio benedetto, spiccando una particella della sua sostanza
nell’anima, le comunica la virtù di far miracoli, come poter risorgere i morti, sanare gli infermi,
arrestare il sole ed altro. Oh! se il mondo avesse fede, si cambierebbe in un paradiso terrestre!

Oh! quanto alto e sublime è il volo dell’anima che si esercita nella fede. A me sembra che
l’anima, esercitandosi nella fede, fa come quei timidi uccelletti che temendo d’essere presi dai
cacciatori o pure qualche altra insidia, fanno la loro dimora sulle cime degli alberi, o pure sulle
alture, quando poi sono costretti a prendere il cibo scendono, prendono il cibo e subito se ne volano
nella loro dimora; e qualche uno, più accorto, prende il cibo e neppure se lo mangia sul terreno, per
essere più sicuro se lo porta sulle cime degli alberi e là se lo inghiottisce.

Così l’anima che vive di fede, è tanto timida delle cose terrene, che per paura di essere
insidiata, neppure le degne d’uno sguardo, la sua dimora è in alto, cioè sopra tutte le cose della terra
e specialmente nelle piaghe di Gesù Cristo e da dentro quelle beate stanze geme, piange, prega e
soffre insieme col suo Sposo Gesù sulla condizione e miseriae in che giace il genere umano.

Mentre essa vive in quei forami delle piaghe di Gesù, il Signore le dà una particella delle sue
virtù e l’anima si sente in sé quelle virtù come se fossero sue, ma però avverte che sebbene se le
vede sue, il possederle le viene dato, che sono state comunicate dal Signore.

Succede come ad una persona che ha ricevuto un dono che essa non possedeva, ora che fa?
Se lo prende e se ne rende padrona, ma per ogni qual volta lo guarda dice fra sé: “Questo è mio, ma
però mi fu donato da quel tale.” Così fa l’anima cui il Signore spiccando da Sé una particella del
suo Essere Divino, la trasmuta in Sé stesso. Or, quest’anima, come aborrisce il peccato, ma
insiememente compatisce gli altri, prega per chi vede che cammina nella via del precipizio, si
unisce insieme con Gesù Cristo e si offre vittima a soffrire per placare la divina giustizia e per
risparmiare le creature dai meritati castighi e se fosse necessario il sacrifizio della vita, oh! quanto
volentieri lo farebbe per la salvezza di un’anima sola.

Come vede la Divintà di Gesù.

Avendomi detto il confessore che io gli spiegassi come veggo la Divinità di Nostro Signore
qualche volta, io gli risposi che era impossibile sapergli dir nulla, ma la notte mi apparve il
benedetto Gesù e quasi mi rimproverò di questo mio diniego ed allora mi fece balenare come due
raggi luminosissimi; col primo compresi nel mio intelletto che la fede è Dio e Dio è la fede. Mi
sono provata a dire qualche cosa sulla fede, mi proverò a dire come veggo Iddio e questo fu il 2º
raggio.

Ora, mentre mi trovo fuori di me stessa e trovandomi nell’alto dei cieli ora mi è parso di
vedere Dio dentro d’una luce e Lui stesso pareva anche luce ed in questa luce si trovava bellezza,
fortezza, sapienza, immensità, altezza, profondità senza termini e confini, sicché pur nell’aria che
respiriamo vi è Dio stesso che si respira, sicché ognuno lo può fare come vita propria, come lo è
infatti. Sicché nessuna cosa gli sfugge e nessuna lo può sfuggire. Questa luce pare che sia tutta
voce e senza che parla tutta operante, mentre sempre riposa; si trova dappertutto, senza niente
ingombrare. E mentre si trova dappertutto tiene anche il suo centro. Oh! Dio, quanto sei
incomprensibile, ti veggo, ti sento, sei la mia vita, ti restringi in me, mentre resti sempre immenso e
niente perdi di Te, eppure mi sento balbuziente e mi pare di non saper né dire nulla.

Per potermi spiegare meglio secondo il nostro umano linguaggio, dico che veggo un’ombra
di Dio in tutto il creato, perché in tutto il creato, dove ha gettato l’ombra della sua bellezza, dove i
suoi profumi, dove la sua luce, come nel sole, dove io veggo un’ombra speciale di Dio, lo veggo
come adombrato in questo pianeta, come re di tutti gli altri pianeti. Che cosa è sole? Non è altro
che un globo di fuoco, uno è il globo, ma molti sono i raggi, di talché noi possiamo comprendere
facilmente, il globo Iddio, dai raggi gl’immensi attributi di Dio.

2º. Il sole è fuoco, ma insieme è luce ed è calore, quindi la Santissima Trinità adombrata nel
sole: Il fuoco è il Padre, la luce è il Figlio, il calore è lo Spirito Santo, ma uno è il sole e come non
si può dividere il fuoco dalla luce e dal calore, così una è la potenza del Padre, del Figlio e dello
Spirito Santo, che fra Loro non si possono realmente separare. E come il fuoco nello stesso istante
produce la luce ed il calore, sicché non si può concepire il fuoco senza concepirsi anche la luce ed il
calore, così non si può concepire il Padre prima del Figlio e dello Spirito Santo, e così
vicendevolmente hanno tutti e Tre lo stesso principio eterno.

Aggiungo che la luce del sole si spande ovunque; così Iddio, con la sua immensità dovunque
penetra, però ricordiamoci che questo non è che un’ombra, perché il sole non giungerebbe dove non
può penetrare con la sua luce, ma Dio penetra dovunque. E’ Spirito purissimo Iddio e noi Lo
possiamo raffigurare nel sole che fa penetrare i suoi raggi dovunque, senza che nessuno li possa
prendere fra mani, più Dio guarda tutto, le iniquità, le nefandezze degli uomini e Lui resta sempre
quello che è, puro, santo, immacolato. Ombra di Dio è il sole che manda la sua luce sulle
immondezze e resta immacolato, nel fuoco spande la sua luce e non si arde, nel mare, nei fiumi e
non si affoga, dà luce a tutti, feconda tutto, dà vita a tutto col suo calore e non ammiserisce di luce,
né niente perde del suo calore e molto più, mentre fa tanto bene a tutti, lui di nessuno fa bisogno e
resta sempre quello che è, maestoso, risplendente, senza mai mutarsi. Oh! come si ravvisano bene
nel sole le qualità divine, con la sua immensità si trova nel fuoco e non si arde, nel mare e non si
affoga, sotto dei nostri passi e non si calpesta, dà a tutti e non ammiserisce e di nessuno fa bisogno,
guarda tutto, anzi è tutt’occhio e non c’è cosa che non sente, è a giorno d’ogni fibra del nostro
cuore, d’ogni pensiero della nostra mente ed essendo Spirito purissimo non ha né orecchie né occhi
e per qualunque successo non mai si muta. Il sole, investendo il mondo con la sua luce non si
affatica, così Iddio, dando vita a tutti, aiutando e reggendo il mondo, non si affatica.

Per non godere più l’uomo la luce del sole ed i suoi benefici influssi, può nascondersi, può
mettere ripari, ma al sole nulla gli fa, rimane quello che è, il male cadrà tutto sopra dell’uomo.
Così il peccatore, col peccato può allontanarsi da Dio e non più godere i suoi benefici influssi, ma a
Dio nulla gli fa, il male è tutto suo.

Anche la rotondità del sole mi simboleggia l’eternità di Dio che non ha né principio né fine.
La stessa luce penetrante del sole, che nessuno può restringere nel suo occhio, e che se volesse
fissarlo nel suo pieno meriggio resterebbe abbagliato, e se il sole si volesse avvicinare all’uomo,
l’uomo ne resterebbe incenerito. Così del Sole Divino, nessuna mente creata può restringerlo nella
sua piccola mente per comprenderlo in tutto quello che è, e se volesse sforzarsi ne resterebbe
abbagliata e confusa, e se questo Sole Divino volesse sfoggiare tutto il suo amore, facendolo sentire
mentre è in carne mortale, l’uomo ne resterebbe incenerito. Onde, ha gettato un’ombra di Sé e delle
sue perfezioni su tutto il creato, sicché pare lo vediamo e tocchiamo e ne restiamo toccati
continuamente.

Oltre di ciò, dopo che il Signore disse quelle parole: “La fede è Dio.” Io gli dissi: “Gesù,
mi vuoi bene?” E Lui ha soggiunto: “E tu, mi vuoi bene?” Io subito ho detto: “Si Signore e Voi lo
sapete che senza di Voi mi sento mancare la vita.”

“Ebbene” ha ripreso Gesù, “Tu mi vuoi bene, Io pure, quindi, amiamoci e stiamoci sempre
insieme.” Così ha finito per questa mattina. Ora, chi può dire quanto la mia mente ha compreso di
questo Sol Divino? Mi pare di vederlo e di toccarlo ovunque, anzi mi sento investita dentro e fuori
di me stessa, ma la mia capacità è piccina, piccina, mentre pare che comprende qualche cosa di Dio,
al vederlo pare che non ho compreso niente, anzi di avere spropositato, spero che Gesù perdoni i
miei spropositi.

Marzo 10, 1899


Il Signore la fa vedere molti castighi.

Stando nel mio solito stato si è fatto vedere il mio sempre ed amabile Gesù tutto amareggiato
ed afflitto e mi ha detto: “Figlia mia, la mia giustizia si è troppo appesantita e sono tante le offese
che mi fanno gli uomini, che non posso più sostenerli. Quindi la falce della morte sta per mietere
molto ed all’improvviso e di malattie, e poi sono tanti i castighi che verserò sopra del mondo, che
saranno una specie del giudizio.” Chi può dire i tanti castighi che mi ha fatto vedere ed il modo con
cui io ho restato atterrita e spaventata? L’anima mia, è tanta la pena che sente, che credo meglio
passarlo in silenzio.

Riprendo a dire, che l’ubbidienza non vuole. Quindi mi pareva di vedere le strade piene di
carne umana ed il sangue che innondava il terreno, città assediate da nemici che non le
risparmiavano neppure ai bambini, mi parevano come tante furie uscite dall’inferno, non
rispetteranno né chiese né sacerdoti. Il Signore pareva che mandava un castigo dal Cielo, qual sia
non so dire, solo mi pareva che tutti riceveremo un colpo mortale e chi resterà vittima della morte e
chi si rimetterà. Mi pareva pure di vedere le piante disseccate e tanti altri mali che devono venire
sui ricolte. Oh! Dio, che pena vedere queste cose ed essere costretta a manifestarle. Ah! Signore,
placatevi, io spero che il tuo sangue e le tue piaghe saranno il nostro rimedio, oppure versateli sopra
di questa peccatrice, che ne sono meritevole, altrimenti prendetemi, che allora sarete libero di fare
ciò che volete, ma finché vivrò farò quanto posso per oppormi.”

Marzo 13, 1899


Tutto il creato parla dell’amore di Dio verso l’uomo e gli insegna il modo come deve amarmi.

Questa mattina il diletto Gesù non si faceva vedere secondo il solito, tutto affabilità e
dolcezza, ma severo, la mia mente me la sentivo in un mare di confusione e l’anima mia tanto
afflitta ed annichilita, specialmente per i castighi visti nei giorni passati, vedendolo in quell’aspetto
non ardivo dirgli niente; ci guardavamo, ma in silenzio. Oh! Dio, che pena. Quando in un
momento ho visto anche il confessore e Gesù mandando un raggio di luce intellettuale ha detto
queste parole: “Carità, la carità non è altro che uno sbocco dell’Essere Divino, e questo sbocco l’ho
diffuso su tutto il creato, dimodochè tutto il creato parla dell’amore che porto all’uomo, e tutto il
creato insegna il modo come deve amarmi: Cominciando dall’essere più grande fino al più piccolo
fiorellino del campo, vedi, dice all’uomo: “Col mio soave odore e con lo starmi sempre rivolto al
cielo, cerco di mandare un omaggio al mio Creatore; anche tu, fa che tutte le tue azioni siano
odorose, sante, pure, non fare che col cattivo odore delle tue azioni offendi il mio Creatore.” Deh!
oh uomo, ci ripete il fiorellino: “Non essere così insensato di tener l’occhio fisso alla terra, ma
alzalo al Cielo, vedi, lassù è il tuo destino, la tua patria, lassù il mio e tuo Creatore che ti aspetta.”

L’acqua che continuamente scorre sotto i nostri occhi ci dice ancora: “Vedi, dalle tenebre
sono uscita e tanto devo scorrere e correre, fin quando che giungerò a seppellirmi nel luogo donde
uscii. Anche tu, oh uomo, corri, ma corri nel seno di Dio, da dove uscisti. Deh! ti prego, non
correre le vie storte, le vie che menano al precipizio, altrimenti, guai a te!”

Anche le bestie più selvatiche ci ripetono: “Vedi oh uomo come devi essere selvatico per
tutto ciò che non è Dio; vedi, quando noi vediamo che qualche uno che si avvicina a noi, coi nostri
ruggiti mettiamo tanto spavento che nessuno ardisce d’avvicinarsi più, di disturbare la nostra
solitudine. Anche tu, quando il lezzo delle cose terrene, ossia le tue passioni violente, stanno per
farti infangare e farti cadere nel precipizio delle colpe, coi ruggiti della tua preghiera e col ritirarti
dalle occasioni in cui ti trovi, sarai salvo da ogni pericolo.”

Così di tutti gli altri esseri, che dirli tutti sarebbe troppo lungo, ad unanime voce risuonano
fra loro e ci ripetono: “Vedi, oh uomo, per amor tuo ci ha creato il nostro Creatore e tutti a tuo
servizio ne stiamo e tu non essere tanto ingrato, ama, ti prego, ama, ti ripeto, ama il nostro
Creatore.”

Dopo di ciò, il mio amabile Gesù mi disse: “Questo è il tutto che voglio: Amare Dio ed il
prossimo per amor mio. Vedi quanto ho amato l’uomo, ed esso è tanto ingrato; come vuoi tu che
non li castighi?” Nell’atto stesso mi parvi di vedere una grandine terribile ed un terremoto che deve
fare notabile danno, fino a distruggere le piante e gli uomini. Allora, con tutta l’amarezza
dell’anima mia gli ho detto: “Mio sempre ed amabile Gesù, perché tanto adesso sdegnato? Se
l’uomo è ingrato, non è tanta la malizia quanto la debolezza. Oh! se vi conoscessero un poco, oh!
come starebbero umili e palpitanti, perciò, placatevi. Almeno vi raccomando Corato e quelli che a
me appartengono.” Nell’atto di dire così mi pareva che anche a succedere qualche cosa, a confronto
di quello che succederà negli altri paesi, sarà niente.

Marzo 14, 1899


La malvagità dell’uomo costringe Dio a castigarlo.
Questa mattina il dolcissimo mio Gesù trasportandomi insieme con Lui, mi faceva vedere la
moltiplicità dei peccati che si commettono ed erano tali e tanti, che è impossibile descriverli;
vedevo pure nell’aria una stella di smisurata grandezza e nella sua rotondità conteneva fuoco nero e
sangue, incuteva tale timore e spavento nel guardarla, che pareva che fosse minor male la morte che
vivere in tempi sì tristi. In altri luoghi si vedevano i vulcani, che aprendo altre bocche devono
innondare anche il paese vicino; si vedeva pure genti settarie, che andranno procurando gli incendi.
Mentre ciò vedevo, il mio amabile ma afflitto Gesù mi disse: “Hai visto quanto mi offendono e
quello che tengo preparato? Io mi ritiro dall’uomo.”

E mentre ciò diceva, ci ritirammo tutti e due nel letto e vedevo che in questo ritiramento di
Gesù, gli uomini si davano a fare più brutte azioni, più omicidi, in una parola, mi pareva di vedere
gente contra gente. Quando ci fummo ritirati, Gesù pareva che si metteva nel mio cuore ed
incominciò a piangere e singhiozzare dicendo: “Oh! uomo, quanto ti ho amato, se tu sapessi quanto
mi duole il doverti castigare! Ma a ciò mi obbliga la mia giustizia. Oh! uomo, oh! uomo, quanto
piango e mi duole la tua sorte.”

Poi dava sfogo al pianto e di nuovo ripeteva le parole. Chi può dire la pena, la paura, lo
strazio che si faceva nell’animo, specialmente nel vedere Gesù così afflitto e piangendo? Facevo
quanto più potevo a nascondere il mio dolore, per consolarlo gli dicevo: “Oh! Signore, non sarà
mai che castigherete gli uomini. Sposo Santo, non piangere, come avete fatto le altre volte, così
farete adesso, verserete in me, farete a me soffrire e così la vostra giustizia non vi obbligherà a
castigare le genti.” E Gesù continuava a piangere ed io ripetevo: “Ma statemi a sentire un poco,
non mi avete messo in questo letto perché fossi vittima per gli altri? Forse non sono stata pronta a
soffrire le altre volte per far risparmiare le creature? Perché adesso non volete darmi retta?” Ma
con tutto il mio povero dire, Gesù non si acquietava dal piangere, allora non potendo più resistere,
anch’io ruppi il freno al pianto, dicendogli: “Signore, se la vostra intenzione è di castigare gli
uomini, anche a me non mi regge l’animo di vedere tanto soffrire le creature, perciò, se veramente
volete mandare i flagelli ed i miei peccati non mi fanno più meritare di soffrire io invece degli altri,
me ne voglio venire, non voglio più stare su questa terra.” Poi è venuto il confessore ed essendomi
chiamata all’ubbidienza, Gesù si è ritirato e così è finito.

La seguente mattina continuavo a vedere Gesù nel mio cuore ritirato e vedevo che le persone
fin dentro il mio cuore venivano e lo calpestavano, lo mettevano sotto dei piedi, io facevo quanto
più potevo per liberarlo, e Gesù rivolto a me mi ha detto: “Vedi fin dove giunge l’ingratitudine
degli uomini? Loro stessi mi costringono a castigarli, senza che possa fare diversamente. E tu, mia
cara, dopo che hai visto Me tanto soffrire, ti siano più care le croci e delizie le pene.”

Marzo 18, 1899


La carità è semplice.

Questa mattina seguitava ancora il mio diletto Gesù a farsi vedere da dentro il cuore mio e
vedendolo un poco più carino, mi feci coraggio e l’incominciai a pregare che non mandasse tanti
castighi. E Gesù mi disse: “Che ti muove oh mia figlia a pregarmi che non castighi le creature?”

Io subito risposi: “Perché sono tue immagini e dovendo le creature soffrire, verresti Tu
stesso a soffrire.” Allora Gesù mandando un sospiro, mi disse: “Mi è tanto cara la carità, che tu
non puoi comprenderlo. La carità è semplice, come l’Essere mio, che sebbene è immenso, è pure
semplicissimo, tanto che non c’è parte in cui non vi penetra. Così la carità, essendo semplice, si
diffonde dappertutto, non ha riguardo di nessuno, amico o nemico, cittadino o forestiero, tutti ama.”
Marzo 19, 1899
Il demonio può parlare di virtù, ma non può infonderla nell’anima.

Questa mattina, Gesù mentre si faceva vedere, io temevo ancora non fosse veramente Gesù,
ma il demonio che mi volesse illudere; dopo che ho fatto le solite proteste, Gesù mi ha detto:
“Figlia, non temere che non sono il demonio e poi, quello se parla delle virtù, è una virtù colorita,
non vera virtù, né ha virtù d’infonderle nell’anima, ma di solamente parlarne e se qualche volta
mostra di voler far praticare qualche poco di bene, non è perseverante e nell’atto stesso che l’anima
fa quel poco di bene, l’anima è fiacca ed agitata. Solo Io ho la potenza d’infondermi nel cuore e di
far praticare le virtù e di far soffrire con coraggio e tranquillità e con perseveranza. E poi, quando
mai il demonio è andato in cerca di virtù? La sua caccia sono i vizi. Perciò non temere, stati
tranquilla.”

Marzo 20, 1899


Il mondo si è ridotto in sì triste stato, perché ha perduto la subordinazione ai capi, per primo a
Dio.

Questa mattina Gesù mi ha trasportato fuori di me stessa e mi ha fatto vedere molta gente,
tutta in discordia. Oh! quanta pena faceva a Gesù. Io, vedendolo molto soffrire l’ho pregato che
versasse a me. Ma siccome continua ancora che vuole castigare il mondo, Gesù non voleva versare
in me, ma dopo averlo pregato e ripregato, per contentarmi ha versato un poco. Indi, avendosi
sollevato un poco, mi ha detto: “La causa che il mondo si è ridotto in questo triste stato, è d’aver
perduto la subordinazione ai capi, e siccome il primo capo è Dio, a Cui si sono ribellati, di
conseguenza è avvenuto che hanno perduto ogni soggezione e dipendenza alla Chiesa, alle leggi ed
a tutti gli altri che si dicono capi. Ah! figlia mia, che sarà di tanti membra infetti da questo malo
esempio dato da quegli stessi che si dicono capi, cioè da superiori, da genitori e di tant’altri? Ah!
giungeranno a tanto che non si conosceranno più né genitori, né fratelli, né re, né principi, questi
membra saranno come tante vipere che a vicenda si avveleneranno. Perciò, vedi quanto sono
necessari i castighi in questi tempi e che la morte quasi distrugga questa razza di gente, affinché
quei pochi che rimarranno, imparino a spese altrui, ad essere umili ed obbedienti. Onde lasciami
fare, non volerti opporre a farmi castigare le genti.”

Marzo 31, 1899


Valore delle sofferenze.

Questa mattina il mio adorabile Gesù si faceva vedere crocifisso e dopo d’avermi
comunicato le sue pene, mi ha detto: “Molte sono le piaghe che mi fecero soffrire nella mia
passione, ma una fu la croce; ciò significa che molte sono le strade con cui tiro le anime alla
perfezione, ma uno è il Cielo in cui queste anime devono unirsi, sicché, sbagliato quel Cielo, non
c’è alcun altro che possa renderle beate per sempre.”

Poi ha soggiunto: “Guarda un poco, una è la croce, ma di vari legni fu formata detta croce;
ciò vuol dire che uno è il Cielo, ma vari posti questo Cielo contiene, più o meno gloriosi ed a
misura delle sofferenze sofferte quaggiù, più o meno pesanti, saranno distribuiti questi posti. Oh!
se tutti conoscessero la preziosità del patire, farebbero a gara, a chi più volesse patire; ma questa
scienza, dal mondo non viene conosciuta. Perciò aborriscono tutto ciò che può renderli più ricchi in
eterno.”
Aprile 3, 1899
L’umiltà senza confidenza è virtù falsa.

Dopo aver passato parecchi giorni di privazione e di lacrime, io mi trovavo tutta confusa ed
annientata in me stessa, nel mio interno andavo dicendo continuamente: “Dimmi oh mio bene,
perché ti sei da me allontanato, dove ti ho offeso che non più ti fai vedere, e se ti mostri è quasi
adombrato ed in silenzio? Deh! non più farmi aspettare e riaspettare, che il mio cuore non ne può
più.”

Finalmente Gesù si è mostrato un po’ più chiaro e vedendomi così annientata mi ha detto:
“Se tu sapessi quanto mi piace l’umiltà. L’umiltà è la pianta più piccola che si potesse trovare, ma i
suoi rami sono così alti, che giungono fino al Cielo, serpeggiano intorno al mio trono e penetrano
fin dentro al mio cuore. La piccola pianta è l’umiltà, i rami che somministra questa pianta, è la
confidenza, sicché non si può dare vera umiltà senza confidenza. L’umiltà senza confidenza è virtù
falsa.” Dalle parole del mio Gesù si vede che il mio cuore non solo era annientato, ma pure un poco
scoraggiato.

Aprile 5, 1899
Come Gesù la tiene adombrata nel suo amore.

L’anima mia continuava nel suo annientamento e con timore di perdere il dolce Gesù,
quando, in uno istante, di botto si è fatto vedere e mi ha detto: “Ti tengo nell’ombra della mia
carità. Onde, siccome l’ombra penetra da per ogni dove, così il mio amore ti tiene adombrata
dappertutto ed in tutto. Di che temi adunque? E come posso Io lasciarti, mentre ti tengo così
innabissata nel mio amore?” Mentre Gesù così diceva, io volevo dirgli perché non si faceva vedere
secondo il suo solito, ma Gesù subito mi è scomparso e non mi ha dato tempo di dirgli neppure una
parola. Oh! Dio, che pena.

Aprile 7, 1899
Luisa ristora Gesù. Lui le dice: “Voglio farne di te un oggetto delle mie compiacenze.”

Continua lo stesso stato, ma specialmente questa mattina l’ho passato amarissima; avevo
perduto quasi la speranza che Gesù venisse. Oh! quante lagrime ho dovuto versare! Era proprio
l’ultima ora e Gesù non ci veniva ancora. Oh! Dio, che fare? Il mio cuore era in tanto forte dolore
ed in continuo palpitare, tanto sì fortemente, che mi sentivo un’agonia mortale. Nel mio interno gli
dicevo: “Mio buon Gesù, non vedi pure Tu stesso che mi sento mancare la vita? Dimmi almeno
come si può fare a stare senza di te? Come si può vivere? Sebbene sono ingrata a tante grazie,
eppure ti amo, giacché ti offro questa pena amarissima della vostra assenza per ripararvi la mia
ingratitudine; ma vieni, abbi Gesù pazienza. Sei sì tanto buono, non farmi più aspettare, vieni. Ah!
non sai pure Tu stesso che crudele tiranno è l’amore che non hai compassione di me?”

Mentre stavo in questo stato sì doloroso, Gesù è venuto e tutto compassione mi ha detto:
“Ecco che son venuto, non più piangere, vieni a Me.” In un istante mi son trovata fuori di me
stessa, insieme con Lui ed io lo guardavo, ma con tal timore che di nuovo lo perdessi, che a larga
vena mi scorrevano le lacrime dagli occhi. Gesù ha continuato a dirmi: “No, non piangere più,
vedi un poco quanto sto a soffrire, guardami la testa, le spine son penetrate tanto dentro, che non più
compariscono fuori. Vedi quanti squarci e sangue coprono il mio corpo? Avvicinati, dammi un
ristoro.”
Occupandomi delle pene di Gesù ho dimenticato un poco le mie e così ho incominciato dal
capo, oh! quanto era straziante vedere quelle spine così incarnate dentro, che appena si potevano
tirare. Mentre io ciò facevo, Gesù si lamentava, tanto era il dolore che soffriva. Dopo che ho tirato
quella corona di spine tutta spezzata, l’ho riunita insieme e conoscendo che il maggior piacere che
si possa dare a Gesù è il patire per Lui, l’ho preso e l’ho conficcato sulla mia testa. Poi, una per una
si ha fatto baciare le piaghe ed in qualche piaga voleva che succhiassi il sangue. Io tutto cercavo di
fare ciò che Lui voleva, ma in muto silenzio, quando si è presentata la Vergine Santissima e mi ha
detto: “Domanda a Gesù che cosa vuol fare di te.”

Io non ardivo, ma la Mamma m’incitava a farlo; per contentarla ho avvicinato le labbra


all’orecchia di Gesù e zitto zitto gli ho detto: “Che cosa vuoi farne di me?” E Lui ha risposto:
“Voglio farne di te un oggetto delle mie compiacenze.” E nell’atto stesso di dire queste parole è
scomparso ed io mi sono trovata in me stessa.

Aprile 9, 1899
Gesù la ristora delle pene della sua privazione.

Questa mattina Gesù si ha fatto vedere e mi ha trasportato dentro d’una chiesa, lì ho sentito
la Santa Messa ed ho fatto la comunione dalle mani di Gesù. Dopo ciò mi sono abbracciata ai piedi
di Lui, sì fortemente che non potevo distaccarmene. Il pensiero delle pene dei giorni passati, cioè
della privazione di Gesù, mi faceva tanto temere che di nuovo lo perdessi, che stando ai suoi piedi
piangevo e gli dicevo: “Questa volta, oh! Gesù, non ti lascerò più, perché Tu quando te ne vai da
me, mi fai tanto penare ed aspettare.”

Gesù mi disse: “Vieni fra le mie braccia che voglio ristorarti delle pene passate in questi
giorni.” Io quasi non ardivo di farlo, ma Gesù stese le mani e mi prese dai suoi piedi e mi abbracciò
e dissi: “Non temere, che non ti lascio, questa mattina voglio contentarti, vieni a starti con Me nella
custodia.” E così ci ritirammo tutti e due nella custodia. Chi può dire ciò che facemmo? Ora mi
baciava ed io a Lui, ora io mi riposavo in Lui e Gesù in me, ora vedevo le offese che riceveva ed io
facevo atti di riparazione contro le diverse offese. Chi può dire la pazienza di Gesù nel
Sacramento? E’ tale e tanta che mette terrore solo a pensarlo.

Ma mentre stavo ciò facendo, Gesù mi ha fatto vedere il confessore che veniva a chiamarmi
in me stessa. Gesù mi ha detto: “Basta adesso, va’, che l’ubbidienza ti chiama.” E così mi pareva
che l’anima tornasse al corpo e di fatto il confessore mi chiamava all’ubbidienza.

Aprile 12, 1899


Gesù dice: “Tanto è per Me stare nel sacramento, quanto nel tuo cuore.” La iopocrisia,
profonda pena di Gesù.

Quest’oggi, senza farmi tanto aspettare, Gesù è venuto subito e mi ha detto: “Tu sei il mio
tabernacolo; tanto è per Me stare nel sacramento, quanto nel tuo cuore, anzi, in te si trova un’altra
cosa di più, che è il poterti partecipare le mie pene ed averti insieme con Me, vittima vivente
innanzi alla divina giustizia, ciò che non trovo nel sacramento.” E mentre diceva queste parole, si è
rinchiuso dentro di me.

Stando dentro di me, Gesù mi faceva sentire ora le punture delle spine, ora i dolori della
croce, gli affanni e le sofferenze del cuore. Intorno al suo cuore vedevo un intreccio di punture di
ferro, che faceva soffrire molto a Gesù. Ah! quanta pena mi faceva vederlo tanto soffrire, avrei
voluto io tutto soffrire anziché far soffrire il mio dolce Gesù e di cuore l’ho pregato che a me desse
le pene, a me il patire.

Gesù mi ha detto: “Figlia, le offese che più trafiggono il mio cuore, sono le messe
sacrilegamente dette e le ipocrisie.” Chi può dire quello che compresi in queste due parole? A me
più pareva, che esternamente si fa vedere che si ama, si loda il Signore, ed internamente si ha il
veleno pronto per ucciderlo; esternamente si fa vedere che si vuole la gloria, l’onore di Dio,
internamente si cerca l’onore, la stima propria. Tutte le opere fatte con ipocrisia, anche più sante,
sono opere tutte avvelenate che amareggiano il cuore di Gesù.

Aprile 16, 1899


Preparazione alla comunione. Offese fatte a Gesù per i suoi.

Stando nel mio solito stato, Gesù mi ha invitato a girare per vedere che cosa facevano le
creature. Io gli ho detto: “Mio adorabile Gesù, questa mane non ho voglia di girare e di vedere le
offese che ti fanno, stiamoci qui, tutti e due insieme.”

Ma Gesù insisteva che voleva girare, allora, per contentarlo gli ho detto: “Se vuoi uscire,
andiamo piuttosto dentro di qualche chiesa, che là sono più poche le offese che vi fanno.” E così
siamo andati dentro ad una chiesa, ma anche là era offeso, più che in altri luoghi, non perché nelle
chiese si facciano più peccati che nel mondo, ma perché sono offese fatte dai suoi più cari, da quegli
stessi che dovrebbero mettere anima e corpo per difendere l’onore e la gloria di Dio, perciò
giungono più dolorose al suo cuore adorabile. Quindi vedevo anime divote, che per bagatelle da
niente non si preparavano bene alla comunione; la loro mente, invece di pensare a Gesù, ci
pensavano ai loro piccoli disturbi, a tante cose minute e quest’era il loro apparecchio. Quanta pena
facevano queste tali a Gesù e quanta compassione facevano loro stesse, che badavano a tante
pagliuzze, a tante frasche ed intanto poi, non benignavansi d’uno sguardo a Gesù.

Gesù mi disse: “Figlia mia, quanto impediscono queste anime che la mia grazia si versi in
loro, Io non guardo alle minutezze, ma all’amore con cui si accostano e loro me ne fanno un
cambio, più badano alle paglie che all’amore, anzi, l’amore distrugge le paglie, ma con molte paglie
non si accresce un tantino d’amore, anzi, lo si diminuisce. Ma quel che è peggio di queste anime,
che si disturbano tanto, ci perdono molto tempo, vorrebbero stare coi confessori le ore intere per
dire tutte queste minutezze, ma mai mettono mano all’opera con una buona e coraggiosa risoluzione
per svellere queste paglie. Che dirti poi, oh figlia mia, di certi sacerdoti di questi tempi? Si può
dire che operano quasi satanicamente, giungendo a farsi idolo delle anime. Ah! si, dai miei figli il
mio cuore viene più trafitto, perché se più gli altri mi offendono, offendono le parti del mio corpo,
ma i miei, mi offendono le parti più sensibili e tenere, fin nell’intimo del cuore.” Chi può dire lo
strazio di Gesù? Nelle dire queste parole piangeva amaramente. Io feci quanto più potevo per
compatirlo e ripararlo, ma mentre ciò facevo ci ritirammo insieme con Gesù nel letto.

Aprile 21, 1899


Gesù, il povero dei poveri.
Questa mattina, stando nel mio solito stato, in un momento mi son trovata in me stessa, ma
però senza potermi muovere, quando ho inteso che uno entrava nella mia stanzetta e dopo ha chiuso
di nuovo la porta ed ho sentito che si avvicinava al mio letto. Nella mia mente pensavo che
qualcuno fosse entrato furtivamente, senza che nessuno della famiglia lo avesse visto e fosse
penetrato fin dentro la mia stanzetta. Chi sa che cosa mi potrà fare? Era tanto il timore che mi son
sentita gelare il sangue nelle vene e tremavo tutta. Oh! Dio, che fare? Dicevo tra me: “La famiglia
non l’ha visto, io mi sento tutta intorpidita e non posso difendermi né posso chiamare aiuto; Gesù,
Maria, Mamma mia, aiutatemi; San Giuseppe, difendetemi da questo pericolo.”

Quando ho inteso che saliva sopra del letto e si è rannicchiato vicino a me, è stato tanto il
timore che ho aperto gli occhi e gli ho detto: “Dimmi, chi sei tu?” Costui ha risposto: “Io sono il
povero dei poveri, non ho dove stare; son venuto da te, se mi vuoi tenere con te nella tua stanzetta,
vedi, sono tanto povero che non ho neppure le vesti, ma tu ci penserai a tutto.” Io lo guardai bene,
era un ragazzo di cinque o sei anni, senza vesti, senza scarpe, ma sommamente bello e grazioso,
subito gli risposi: “Per me volentieri ti sarei tenuto, ma che dirà il mio papà? Non è che sono
persona libera che potrei fare quel che voglio, ho i miei genitori che lo impediscono. A vestirti sì
posso farlo dalle mie povere fatiche, farò qualunque sacrifizio, ma a tenerti è impossibile. E poi,
non tieni padre, non tieni madre, che, non hai dove starti?”

Ma il ragazzo amaramente rispose: “Non ho nessuno, deh! non farmi più girare, fammi stare
con te!” Io stessa non sapevo che fare, come tenerlo. Un pensiero mi balenò: “Chi sa che non è
Gesù?” Oppure sarà qualche demonio, per disturbarmi. Così di nuovo gli dissi: “Ma dimmi la
verità al meno, chi sei tu?” E lui ripetette: “Io sono il povero dei poveri.” Io replicai: “Hai
imparato a farti la croce?” Sì, rispose. “Ebbene, fatela, voglio vedere come la fai.” Così si segnò
con la croce. Io soggiunsi: “E l’Ave Maria la sai dire?” Sì, ma se vuoi che la dica, diciamola
insieme.”

Io incominciai l’Ave Maria e lui diceva insieme, quando una luce purissima si è spiccata
dalla sua fronte adorabile ed ho conosciuto che il povero dei poveri era Gesù. In un momento, con
quella luce che Gesù mi mandava, mi ha fatto perdere di nuovo i sensi e mi ha tirato fuori di me
stessa. Io mi vedevo tutta confusa innanzi a Gesù, specialmente per le tante ripulse e subito gli ho
detto: “Carino mio, perdonami, se ti avessi conosciuto non ti avrei vietato l’ingresso. E poi, perché
non me lo hai detto, che eri proprio Tu? Ho tante cose da dirti, te l’avrei detto, non avrei perduto il
tempo in tante inutilità e timori. Poi, a tener te non ho bisogno dei miei, posso tenerti liberamente,
perché Tu non ti fai vedere da nessuno.” Ma mentre ciò dicevo, Gesù è scomparso e così è finito,
lasciandomi una pena per non avergli detto nulla di ciò che volevo dirgli.

Aprile 23, 1899


Le lode e disprezzi degli altri.

Oggi ho fatto la meditazione sul danno che può venire alle anime nostre dalle lodi che ci
danno le creature; mentre facevo l’applicazione a me stessa, per vedere se ci fosse in me il
compiacimento delle lodi umane, Gesù si è avvicinato a me e mi ha detto: “Quando il cuore è pieno
del conoscimento di sé stesso, le lodi degli uomini sono come quelle onde del mare, che s’innalzano
e straripano, ma mai escono dal loro lido, così le lodi umane strepitano, rumoreggiano, s’avvicinano
fino al cuore, ma trovandolo pieno e ben circondato da forti mure del conoscimento di sé stesso,
quindi non avendo dove prendere posto, se ne ritornano indietro, senza fare nessun danno all’anima
propria, perciò a questo devi stare attenta, che delle lodi e dei disprezzi delle creature non ne fare
nessun conto.”
Aprile 26, 1899
Le anime distaccate.

Mentre quest’oggi il mio amante Gesù si faceva vedere, mi pareva che mi mandava tanti
lampi di luce, che tutta mi penetravano, quando in un istante ci siamo trovati fuori di me stessa ed
insieme si è trovato il confessore. Io subito ho pregato il mio diletto Gesù che desse un bacio al
confessore e che andasse un poco nelle braccia di lui (Gesù era bambino). Per contentarmi subito
ha baciato il confessore nel volto, ma senza volersi da me distaccare, io sono rimasta tutta afflitta,
dicendogli: “Tesoretto mio, non era questa la mia intenzione, di farti baciare il volto, ma la bocca,
acciocché, toccata dalle tue purissime labbra, restasse santificata e fortificata da quella debolezza,
così potrà più liberamente annunziare la santa parola e santificare gli altri. Deh! ti prego di
contentarmi.” Così Gesù ha dato un altro bacio alla bocca di lui e dopo ha detto: “Sono tanto a Me
gradite le anime distaccate da tutto, non solo nell’affetto, ma anche in effetto, che a misura che
vanno spogliandosi, così la mia luce le va investendoli e divengono tale e quale come cristalli, che
la luce del sole non trova impedimento a penetrarvi dentro, come lo trova nelle fabbriche e nelle
altre cose materiali.”

Ah! disse poi: “Credono di spogliarsi, ma invece vengono a vestirsi non solo delle cose
spirituali, ma anche corporali, perché la mia provvidenza ha una cura tutta particolare e speciale per
queste anime distaccate, la mia provvidenza le adombra dappertutto; succede che niente hanno, ma
tutto posseggono.”

Dopo questo ci ritirammo dal confessore e trovammo tante persone religiose che pareva che
avevano tutte la mira a lavorare per fino d’interesse, Gesù passando in mezzo a loro, disse: “Guai,
guai a colui che lavora per fino d’acquistare monete, già avete ricevuto in vita la vostra mercede.”

Maggio 2, 1899
Come nella Chiesa stà addombrato tutto il Cielo.

Questa mattina Gesù faceva molta compassione, era tanto afflitto e sofferente, che io non
ardivo di fargli nessuna domanda, ci guardavamo in silenzio, d’intanto in tanto mi dava un bacio ed
io a Lui e così ha seguitato parecchie volte a farsi vedere. L’ultima volta mi ha fatto vedere la
Chiesa, dicendomi queste precise parole: “Nella mia Chiesa sta adombrato tutto il Cielo, siccome
nel Cielo uno è il capo, che è Dio e molti sono i santi, di diverse condizioni, ordini e meriti, così
nella mia Chiesa, adombrando tutto Cielo, uno è il capo qual’è il Papa e fin nel triregno che
circonda il suo proprio capo viene adombrata la Trinità Sacrosanta, e molte sono le membra che da
questo capo dipendono, cioè diverse dignità, diversi ordini, superiori ed inferiori, dal più piccolo
fino al più grande, tutti servono ad abbellire la mia Chiesa ed ognuno, secondo il suo grado, ha
l’ufficio a lui compartito, coll’esatto adempimento delle virtù, viene a dare di sé nella mia Chiesa
uno splendore odorosissimo, in modo che la terra ed il Cielo restano profumati ed illuminati e le
genti restano tanto attirate da questa luce e da questo profumo, che riesce quasi impossibile non
arrendersi alla verità. Lascio considerare a te poi, quelle membra infette, che invece di rendere luce
danno tenebre, quanto strazio fanno nella mia Chiesa.”

Mentre Gesù così mi diceva, ho visto il confessore vicino a Lui, Gesù col suo sguardo
penetrante, fisso lo guardava, poi, rivolto a me mi ha detto: “Voglio che avessi tutta la piena fiducia
col confessore, anche nelle minime cose, tanto che tra Me e lui non ci devi avere differenza alcuna,
che a misura della tua fiducia e della fede che presterai alle sue parole, così Io vi concorro.”
Nell’atto che Gesù diceva queste parole, mi ricordai di certe tentazioni del demonio, che avevano
prodotto in me qualche poco di sfiducia, ma Gesù col suo occhio vigilante, subito mi ha ripreso e
nell’atto stesso mi sono sentita togliere da dentro il mio interno quella sfiducia. Sia sempre
benedetto il Signore, che ha tanta cura di quest’anima, così miserabile e peccatrice.

Maggio 6, 1899
Cerca a Gesù tra gli angeli.

Questa mattina Gesù stentatamente si ha fatto vedere, la mia mente la sentivo tanto confusa
che quasi non comprendevo la perdita di Gesù, quando mi sono sentita circondata da tanti spiriti,
forse erano angeli, ma non so dire certo. Mentre mi trovavo in mezzo a questi, di tanto in tanto
andavo indagando per chi sa potessi sentire almeno l’alito del mio diletto, ma per quanto facessi,
non avvertivo niente che ci stesse l’amante mio bene. Quando da dietro le spalle mi sono sentita
venire un alito dolce, subito ho gridato: “Gesù, mio Signore!”

Lui ha risposto: “Luisa, che vuoi?”

“Gesù, mio bello, vieni, non state da dietro le spalle che non posso vederti, sono stata tutta
questa mattina ad aspettarti ed ad indagare, chi sa ti potessi vedere in mezzo a questi spiriti angelici
che circondavano il letto, ma non mi è riuscito, quindi mi sento molto stanca, perché senza di te non
posso trovare riposo, vieni, che ci riposeremo insieme.” Così Gesù si è messo a me vicino e mi
sosteneva la testa.

Quegli spiriti hanno detto: “Signore, come subito ti ha conosciuto, niente meno, non alla
voce, ma al solo alito subito ti ha chiamato.” Gesù ha risposto a loro: “Lei conosce Me ed Io
conosco lei. Mi è tanto cara, come mi è cara la pupilla degli occhi miei.” E mentre così diceva mi
sono trovata negli occhi di Gesù. Chi può dire ciò che ho provato stando in quegli occhi purissimi?
E’ impossibile manifestarlo a parola, gli stessi angeli ne sono rimasti stupiti.

Maggio 7, 1899
Purità d’intenzione nel operare.

Mentre al giorno ho fatto la meditazione, Gesù continuava a farsi vedere a me vicino e mi ha


detto: “La mia persona è circondata da tutte le opere che si fanno dalle anime, come da una veste,
ed a misura della purità d’intenzione e dell’intensità dell’amore che si fanno, così mi danno più
splendore ed Io darò a loro più gloria, tanto che nel giorno del giudizio le mostrerò a tutto il mondo,
per far conoscere a tutto il modo come mi hanno onorato i miei figli ed il modo come Io onoro
loro.”

Prendendo un’aria più afflitta ha soggiunto: “Figlia mia, che sarà di tante opere, anche
buone, fatte senza retta intenzione, per usanza e per fine d’interesse? Qual vergogna non sarà di
loro nel giorno del giudizio, nel vedere tante opere, buone in sé stesse, ma marcite dalla loro
intenzione, che invece di renderle onore come a tanti altri, le stesse loro azioni le renderanno
vergogna? Perché non sono le opere grandi che miro, ma l’intenzione con cui si fanno, qui è tutta la
mia attenzione.”

Per poco Gesù ha fatto silenzio ed io pensavo alle parole che aveva detto mentre andavo
ruminando nella mia mente, specialmente sulla purità dell’intenzione e come facendo il bene alle
creature, le stesse devono scomparire, facendo una la creatura con lo stesso Signore e fare come se
le creature non esistessero.
Gesù ha ripreso il suo dire dicendomi: “Eppure così è. Vedi, il mio cuore è larghissimo, ma
la porta è strettissima, nessuno può riempire il vuoto di questo cuore, se non che le anime distaccate,
nude e semplici, perché come tu vedi, essendo la porta piccola, qualunque impedimento, anche
minimo, cioè, un’ombra d’attacco, un’intenzione storta, un’opera, senza il fine di piacermi
impedisce che entrino a deliziarsi nel mio cuore. L’amore del prossimo molto ne va nel mio cuore,
ma deve essere tanto congiunto al mio, in modo che deve formare uno solo, senza potersi discernere
uno dall’altro; ma quell’altro amore del prossimo che non è trasformato nel mio amore, Io non lo
guardo come cosa che a Me appartiene.”

Maggio 9, 1899
Minaccia di castighi. Gesù dà il suo alito amaro a Luisa.
Questa mattina mi trovavo in un mare d’afflizione per la perdita di Gesù. Dopo molto
stentare, Gesù è venuto, e tanto si stringeva a me vicino, che non potevo neppure vederlo, giungeva
a mettere la sua fronte sulla mia, il suo volto poggiava proprio sul mio e così tutte le altre membra.

Ora, mentre Gesù stava in questa posizione gli ho detto: “Mio adorabile Gesù, non mi vuoi
più bene.” E Lui: “Se non ti volevo bene, non mi stavo tanto a te vicino.” Ed io ho ripreso:
“Come mi dici che mi vuoi bene, se non mi fai più soffrire come prima? Temo che non mi si vuole
più in questo stato, almeno liberami pur dal fastidio del confessore.”

Mentre ciò dicevo, pareva che Gesù non dava retta al mio dire e mi faceva vedere
moltitudine di gente, che commettevano ogni specie di nefandezze e Gesù, sdegnato con loro,
faceva piombare in mezzo ad essi diverse specie di malattie contagiose, e molti morivano neri come
carboni, pareva che Gesù sterminava dalla faccia della terra quella moltitudine di gente. Mentre ciò
vedevo, ho pregato Gesù che versasse in me le sue amarezze, acciocché potesse risparmiare le genti,
ma neppure mi dava retta a questo e rispondendomi alle parole che prima le avevo detto, ha
soggiunto: “Il più grande castigo che posso dare a te, al sacerdote ed al popolo, è se ti liberassi da
questo stato di sofferenze. La mia giustizia si sfogherebbe in tutto il suo furore, perché non
troverebbe più alcuna opposizione. Tanto vero, che il peggior male per uno, è essere messo ad un
ufficio e poi essere deposto, meglio per lui se non fosse stato commesso quell’ufficio, perché
abusando e non profittando se ne rende indegno.”

Poi Gesù ha seguitato a venire quest’oggi parecchie volte, ma tanto afflitto che moveva a
pietà ed a lacrime, forse le stesse pietre. Per quanto ho potuto cercavo di consolarlo, or me
l’abbracciavo, or gli sostenevo la testa molto sofferente, or gli dicevo: “Cuore del mio cuore Gesù,
non è stato mai tuo solito comparirmi così afflitto, se altre volte ti sei fatto vedere afflitto, col
versare in me subito dopo hai cambiato aspetto, ma ora mi viene negato di darti questo sollievo.
Chi doveva dirlo, che dopo tanto tempo che ti sei benignato di versare e di farmi partecipe delle tue
sofferenze e che Tu stesso hai fatto tanto per dispormi, a quest’ora dovevo restarne priva? Era il
patire per tuo amore l’unico mio sollievo, era il patire che mi faceva sopportare l’esilio del Cielo,
ma adesso, mancandomi questo, mi sento che non ho dove più appoggiarmi e mi viene a noia la
vita. Deh! oh Sposo santo, amato Bene, cara mia Vita, deh! fammi tornare le pene, dammi il patire,
non guardare la mia indegnità ed i miei gravi peccati, ma la tua gran misericordia che non è
esaurita.”

Mentre in questo mi sfogavo con Gesù, avvicinandosi più a me mi ha detto: “Figlia mia, è
la mia giustizia che vuole sfogarsi sulle creature; il numero dei peccati negli uomini quasi è
completo e la giustizia vuole uscire fuori, per farne pompa del suo furore e ripararsi delle ingiustizie
degli uomini. Ecco, per farti vedere quanto sono amareggiato e per contentarti un po’, voglio
versare il solo mio alito in te.” E così, avvicinando le sue labbra alle mie, mi mandava il suo
respiro, che, tanto amaro, che mi sentivo attossicare la bocca, il cuore e tutta la persona. Se il solo
suo alito era così amaro, che sarà del resto di Gesù? Mi ha lasciato tanto una pena, che mi sentivo
trafiggere il cuore.

Maggio 12, 1899


Gesù la contenta, versa dal costato dolcezze ed amarezze.

Questa mattina il mio adorabile Gesù, continuando a farsi vedere afflitto, mi ha trasportato
fuori di me stessa e mi faceva vedere le varie offese che riceveva, ed io l’ho incominciato a pregare
di nuovo che versasse in me le sue amarezze. Gesù da principio non mi dava retta e solo mi ha
detto: “Figlia mia, la carità allora è perfetta quando è fatta per il solo fine di piacermi ed allora è
della vera e viene riconosciuta da Me quando è spogliata del tutto.”

Io, prendendo occasione dalle sue stesse parole gli ho detto: “Gesù mio caro, è per questo
appunto che voglio che Tu versi in me le proprie amarezze, per poterti sollevare da tante pene, e se
ti prego che risparmi pur le creature, è perché ricordo bene che Tu in altre occasioni, dopo che avevi
castigato le creature, nel vederle soffrire tanto la povertà che altre cose, molto anche hai sofferto.
Invece, quando io sono stata accorta e ti ho pregato ed importunato fino a stancarti, tanto che ti sei
ben compiaciuto di versare in me, risparmiando loro, dopo ne sei pur restato molto contento, non ve
ne ricordate? E poi, non sono tue immagini?”

Gesù, vedendosi convinto, mi ha detto: “Per te è necessario contentarti, avvicinati e bevi al


mio costato.” Così feci, mi avvicinai per bere al costato, ma invece di venire l’amarezza, succhiavo
un sangue dolcissimo, che tutta m’inebriava d’amore e di dolcezza, si, ne ero contenta, ma non era
questa la mia intenzione, perciò a Lui rivolta gli dissi: “Caro mio bene, che fai? Non è amaro
quello che viene, ma dolce. Deh! ti prego, versa Tu in me le tue proprie amarezze.” E Gesù
guardandomi benignamente, mi disse: “Continua a bere, che appresso verrà l’amaro.”

Così, mettendomi di nuovo al costato, dopo che continuò a venire il dolce, venne anche
l’amaro. Ma chi può dire l’intensità dell’amarezza? Dopo che mi saziai di bere mi levai e
guardando la testa che teneva la corona di spine, la tolsi e la conficcai sulla mia testa e Gesù pareva
tutto condiscendente, mentre in altre volte non aveva ciò permesso. Quanto era bello vedere Gesù
dopo che versò le sue amarezze! pareva quasi disarmato, senza fortezza, ma tutto mansueto, come
un umile agnellino, tutto condiscendente. Io avvertì che l’ora era tardissima e siccome il confessore
era stato subito questa mattina a chiamarmi all’ubbidienza, quindi, non è che sapevo che dovevo
essere chiamata dall’ubbidienza, che all’ubbidienza Gesù mi lascia libera, perciò a Lui rivolta gli ho
detto: “Gesù dolcissimo, non permettere che io sia di disturbo alla famiglia e di fastidio al
confessore col farlo venire di nuovo, deh! ti prego, fammi Tu stesso ritornare in me stessa.” Gesù
mi ha detto: “Figlia mia, non ti voglio lasciare quest’oggi.”

Ed io: “Anch’io non ho cuore di lasciarti, ma un pochettino solo, quando mi faccio vedere
alla famiglia che sto in me stessa e poi ritorneremo a stare insieme.” Così, dopo un lungo contrasto,
dandoci un addio a vicenda mi ha lasciato un poco. Era appunto l’ora del pranzo e la famiglia allora
veniva a chiamarmi, ma che, sebbene mi sentivo in me stessa, ma mi sentivo tutta piena di
sofferenza, la testa non mi reggeva; quell’amaro e quel dolce bevuto al costato di Gesù, mi dava
tanta sazietà e sofferenza insieme, che mi riusciva impossibile poter prendere nessun’altra cosa. La
parola data a Gesù mi faceva stare sulle spine; così, sotto il pretesto che mi doleva la testa ho detto
alla famiglia: “Lasciatemi sola, che non voglio niente.” E così sono lasciata libera di nuovo e
subito ho incominciato a chiamare il mio dolce Gesù e Lui sempre benigno è ritornato, ma chi può
dire ciò che sono passata quest’oggi, quante grazie Gesù ha fatto all’anima mia, quante cose mi ha
fatto capire? E’ impossibile poterlo esprimere a parole. Così, dopo un lungo stare, Gesù, per
calmare le mie sofferenze, dalla sua bocca ha versato un latte dolce e poi verso sera mi ha lasciato
col darmi la parola che subito sarebbe ritornato e così mi son trovata in me stessa di nuovo, ma un
poco più libera di sofferenze.

Maggio 16, 1899


Virtù della croce. Spogliarsi della propria volontà.

Gesù ha seguitato per altri giorni a manifestarsi allo stesso modo, di non volersi distaccare
da me. Pareva che quel poco di sofferenze che aveva versato in me lo attiravano tanto, che non
sapeva stare senza di me. Questa mattina ha versato un altro poco d’amarezza dalla sua bocca nella
mia e dopo mi ha detto: “La croce dispone l’anima alla pazienza. La croce apre il Cielo ed unisce
insieme Cielo e terra, cioè, Dio e l’anima. La virtù della croce è potente e quando entra in
un’anima, ha la virtù di togliere la ruggine di tutte le cose terrene, non solo, ma le dà la noia, il
fastidio, il disprezzo delle cose della terra ed invece, poi le rende il sapore, il gradimento delle cose
celesti, ma da pochi viene riconosciuta la virtù della croce, perciò la disprezzano.”

Chi può dire quante cose ho compreso della croce mentre Gesù parlava? Il parlare di Gesù
non è come il nostro, che tanto si capisce quanto si dice, ma una sola parola lascia una luce
immensa, che ruminandola bene, potrebbe far stare occupato tutto il giorno in profondissima
meditazione. Perciò, se io volessi dire tutto, andrei troppo per le lunghe ed anche mi mancherebbe
il tempo a farlo.

Dopo poco, Gesù è ritornato di nuovo, ma un poco più afflitto. Io subito ho domandato la
cagione e Gesù mi ha fatto vedere molte anime divote e mi ha detto: “Figlia mia, quello che guardo
in un’anima è quando si spoglia della propria volontà, allora la mia Volontà l’investe, la divinizza e
la fa tutta mia. Vedi un po’ queste anime che si dicono divote, fino a tanto che le cose vanno a loro
modo, poi una piccola cosa, se non sono lunghe le loro confessioni, se il confessore non le soddisfa,
perdono la pace e certune giungono a non volerne fare più niente. Questo dice che non è la mia
Volontà che le predomina, ma la loro. Credi pure oh figlia mia che hanno sbagliato la strada,
perché quando veggo che davvero vogliono amarmi, ho tanti modi di poter dare la mia Grazia.”
Quanta pena faceva vedere Gesù soffrire da questa sorta di gente. Ho cercato di compatirlo per
quanto ho potuto e così è finito.

Maggio 19, 1899


L’umiltà è la sicurezza dei favori celesti.

Questa mattina mi sentivo un timore che non fosse Gesù, ma il demonio che mi volesse
illudere. Gesù è venuto e vedendomi con questo timore mi ha detto: “L’umiltà è la sicurezza dei
favori celesti. L’umiltà veste l’anima d’una sicurezza tale, in modo che le astuzie del nemico non vi
penetrano dentro. L’umiltà mette in salvo tutte le grazie celesti, tanto, che dove veggo l’umiltà,
abbondantemente faccio scorrere qualunque specie di favori celesti. Perciò non voler disturbarti per
questo, ma con occhio semplice guarda sempre nel tuo interno se sei investita della bella umiltà e di
tutto il resto non curarti di niente.”

Poi mi ha fatto vedere molte persone religiose e tra queste, sacerdoti anche di santa vita, ma
per quanto buoni fossero, non vi era in loro quello spirito di semplicità nel credere alle tante grazie
ed ai tanti diversi modi che il Signore tiene con le anime. E Gesù mi ha detto: “Io mi comunico gia
agli umili che ai semplici, perché subito danno credenza alle mie grazie e le tengono in gran conto,
sebbene fossero ignoranti e poveri. Ma con questi altri che tu vedi, Io sono molto restio, perché il
primo passo che avvicina l’anima a Me è la credenza; onde avviene di questi tali, che con tutta la
loro scienza e dottrina ed anche santità, non provano mai un raggio di luce celeste, cioè, camminano
per la via naturale e mai giungono a toccare neppure per un tantino ciò che è soprannaturale. Eccoti
pure la causa perché nel corso della mia vita mortale non ci fu neppure un dotto, un sacerdote, un
potente nel mio seguito, ma tutti ignoranti e di bassa condizione, perché più umili e semplici ed
anche più facili a fare dei grandi sacrifizi per Me.”

Maggio 23, 1899


La dolcezza.

Questa volta il mio adorabile Gesù voleva giocare un poco; veniva, faceva vedere che mi
voleva sentire, ma mentre mi mettevo a dire, come un lampo mi scompariva dinanzi. Oh! Dio, che
pena. Mentre il mio cuore nuotava in questa pena amarissima della lontananza di Gesù ed ancora
quasi un po’ inquieto, Gesù è ritornato di nuovo dicendomi: “Che c’è, che c’è? Più quieta, più
calma. Dì, dì, che vuoi?”

Ma nell’atto di dire, è scomparso. Ho fatto quanto ho potuto per quietarmi, ma che, dopo
qualche tempo il mio cuore è tornato pur a non saper darsi pace senza del suo unico e solo conforto
e forse più di prima. Gesù, ritornando di nuovo, mi ha detto: “Figlia mia, la dolcezza ha la virtù di
far cambiare la natura alle cose, sa l’amaro ben convertire in dolce, perciò, più dolce, più dolce.”
Ma però senza darmi tempo di dire una sola parola. Così ho passato questa mattina.

Distacco da sé stesso.

Dopo ciò mi sono sentita fuori di me stessa, insieme con Gesù. Ci stavano molte persone;
chi ambiva la ricchezza, chi l’onore, chi la gloria e chi fin la santità e tante altre cose, ma non per
Dio, sebbene per essere tenuto per qualche gran che dalle creature. Gesù, rivolto a loro,
tentennando la testa, loro ha detto: “Stolti che siete, che vi state lavorando la rete come
imbrogliarvi.”

Poi, rivolto a me, mi ha detto: “Figlia mia, perciò la prima cosa che tanto raccomando è il
distacco da tutte le cose ed anche da loro stesse e quando l’anima si è distaccata da tutto, non ha
bisogno di farsi forza per stare lontana da tutte le cose della terra, che da sé stesse le vanno intorno,
ma vedendosi non curate, anzi disprezzate, dandole un addio si licenziano per non darle più
molestia.”

Maggio 26, 1899


Il disprezzo di sé stesso dev’essere unito alla fede.

Questa mattina mi trovavo in un annientamento di me stessa, fino a sentirmi esosa ed


infastidita. Mi pareva essere più abbominevole che trovar si potesse. Mi vedevo come un piccolo
verme che si volgeva e si rivolgeva, ma sempre lì, nel fango rimaneva, senza poter dare un passo.
Oh! Dio, che miseria umana, eppure dopo tante grazie elargitemi, sono così cattiva ancora!

Il mio buon Gesù, sempre benigno con questa miserabile peccatrice, è venuto e mi ha detto:
“Il disprezzo di te stessa allora è lodevole quando è ben investito dallo spirito della fede; ma quando
non è investito dallo spirito di fede, invece di farti bene ti potrà nuocere, perché vedendoti quale tu
sei, che non puoi fare niente di bene, sconfiderai, rimarrai abbattuta, senza fidarti di dare un passo
nella via del bene. Ma appoggiandoti a Me, cioè investendoti dallo spirito di fede, verrai a
conoscere e disprezzare te ed insieme a conoscere Me, confidandoti di tutto poter operare coll’aiuto
mio, ed ecco che facendo in questo modo, camminerai secondo la verità.” Quanto bene ha fatto
all’anima mia questo parlare di Gesù; ho compreso che devo entrare nel mio nulla e conoscere chi
sono io, ma non devo lì fermarmi, ma subito dopo conosciuta me stessa, devo volare nel mare
immenso di Dio, e lì fermarmi ad attingere tutte le grazie che bisognano all’anima mia; altrimenti la
natura resta infiacchita ed il demonio cercherà mezzi come gettarla nella sconfidenza. Sia
benedetto sempre il Signore, e tutto a gloria sua sempre sia.

Maggio 31, 1899


I contrasti servono per far di più rilucere la verità.
Questa mattina, stando nel mio solito stato, il mio adorabile Gesù è venuto e nell’atto stesso
ho veduto il confessore. Gesù si mostrava un po’ dispiaciuto con lui, perché pareva che il
confessore volesse che tutti approvassero che fosse opera di Dio il fatto mio, e voleva quasi
convincere col manifestare qualche cosa del mio interno ad altri sacerdoti. Gesù si è voltato al
confessore e gli ha detto: “Questo è impossibile, e fui Io, ed ebbi dei contrari e da persone delle più
riguardevoli ed anche da sacerdoti ed altre dignità, ebbero chi ridire sulle mie sante opere, fino a
tacciarmi da indemoniato. Questi contrasti, anche da persone religiose, Io li permetto per fare che a
suo tempo potesse più rilucere la verità. Che vuoi consigliarti per due o tre sacerdoti dei più buoni
e santi ed anche dotti, per averne lume ed anche per fare ciò che voglio Io nelle cose da farsi, qual’è
il consiglio dei buoni e la preghiera, questo Io lo permetto, ma il resto no, no; sarebbe un voler farne
sciupio delle opere mie e metterle in burla, ciò che molto Mi dispiace.”

Poi disse a me: “Quello che voglio da te è un operare retto e semplice, che del pro e contro
delle creature non ti curare, lasciale pensare come vogliono, senza prenderti il minimo fastidio, che
il volere che tutti fossero favorevoli è un voler fuorviare dall’imitazione della mia Vita.”

Giugno 2, 1899
Il favore più grande ad un’anima, è il farle conoscere sè stessa.

Il mio dolcissimo Gesù questa mattina mi ha voluto far toccare con le proprie mani il mio
nulla. Nell’atto che si è fatto vedere, le prime parole che mi ha indirizzato sono state: “Chi sono Io,
e chi sei tu?” In queste due parole vidi due luci immense: In una comprendevo Dio, nell’altra
vedevo la mia miseria, il mio nulla. Mi vedevo non essere altro che un’ombra, come quell’ombra
che fa il sole nell’irradiare la terra, che dipende dal sole, che passando per essa ad altri punti,
l’ombra finisce d’esistere fuori del suo splendore. Così l’ombra mia, cioè il mio essere, dipende dal
mistico Sole Iddio, e che in un semplice istante può disfare quest’ombra. Che dire poi, come ho
deformato quest’ombra che il Signore mi ha dato, non essendo neppure mia? Fa orrore a pensarlo,
puzzolente, putrida, tutta verminosa, eppure in questo stato così orrido, ero costretta a stare innanzi
ad un Dio sì santo, oh! come sarei stata contenta se mi fosse dato nascondere nei più cupi abissi.

Dopo ciò Gesù mi ha detto: “Il favore più grande che posso fare ad un’anima, è il farle
conoscere sé stessa, la conoscenza di sé e la conoscenza di Dio, vanno pari passo, per quanto
conoscerai te stessa, altrettanto conoscerai Dio. L’anima che ha conosciuto sé stessa, vedendosi che
da sé non può niente operare di bene, quest’ombra del suo essere la trasforma in Dio e ne avviene
che in Dio fa tutte le sue operazioni. Succede che l’anima sta in Dio e cammina presso di Lui,
senza guardare, senza investigare, senza parlare, in una parola, come morta, perché conoscendo a
fondo il suo nulla, non ardisce di fare niente da sé, ma ciecamente segue il tiro delle operazioni del
Verbo.”

A me sembra che all’anima che conosce sé stessa, succede come a quelle persone che vanno
in vapore, che mentre passano da un punto all’altro, senza fare un passo da sé stesse, fanno dei
lunghi viaggi, ma tutto ciò in virtù del vapore che le trasporta. Così l’anima, mettendosi in Dio,
come le persone in vapore, fa dei sublimi voli nella via della perfezione, ma conoscendo appieno
che non essa, ma in virtù di quel Dio benedetto che la porta in Sé. Oh! come il Signore favorisce,
arricchisce, concede le grazie più grandi, sapendo che non a sé, ma tutto a Lui attribuisce. Oh!
anima che conosci te stessa, quanto tu sei fortunata!

Giugno 3, 1899
Gesù versa le sue amarezze.

Questa mattina mi trovavo in un mare d’afflizione, che Gesù non era venuto ancora, sentivo
tale pena, che mi sentivo strappare il cuore. Quando è venuto il confessore per chiamarmi
all’ubbidienza, che doveva celebrare la santa messa e Gesù senza farsi vedere neppure l’ombra,
come è suo solito, che quando non viene si fa vedere una mano, un braccio, specialmente quando è
giorno di far la comunione, come questa mattina, Lui stesso viene, mi purifica, mi prepara per
ricevere Lui stesso sacramentalmente.

Dicevo tra me: “Sposo santo, Gesù amabile, come non venite Voi stesso a prepararmi?
Come potrò ricevervi?” Ma intanto, il tempo è giunto, il confessore è venuto, ma Gesù senza
venirci affatto. Che pena straziante, quante lacrime amare!

Il confessore mi ha detto: “Lo vedrai nella comunione e gli dirai per ubbidienza perché non
viene e che cosa vuole da te.”

Così dopo la comunione ho veduto il mio buon Gesù, sempre benigno con questa miserabile
peccatrice. Mi ha trasportato fuori di me stessa ed io lo tenevo in braccia, era da bambino, tutto
afflitto. Io subito ho incominciato a dire: “Bambinello mio, solo ed unico mio bene, com’è che non
vieni? In che ti ho offeso? Che cosa vuoi da me che mi fai così tanto piangere?” E nell’atto di
dire, era tanta la pena, che con tutto ciò che lo tenevo fra le mie braccia, continuavo a piangere. Ma
anche prima che finissi di dire l’ultima parola, Gesù, avvicinando la sua bocca alla mia, ha versato
le sue amarezze, senza rispondermi una parola. Quando finiva di versare, io incominciavo di nuovo
a dire, ma Gesù senza darmi retta, si metteva di nuovo a versare. Dopo ciò, senza rispondermi
niente a ciò che io volevo, mi ha detto: “Fammi versare in te, altrimenti, come ho distrutto con la
grandine altri punti, così distruggerò le parti vostre; perciò fammi versare e non pensare ad altro.”
Così, senza dirmi altro è finito.

Giugno 5, 1899
Il suo miserabile stato. Salute del confessore.

Continua ancora lo stato di annientamento, ma tale, che non ardivo di dire una parola al mio
diletto Gesù. Ma questa mattina, Gesù, avendo compassione del mio miserabile stato, Lui stesso ha
voluto sollevarmi ed ecco come: Mentre si ha fatto vedere ed io mi sentivo tutta annichilita e
vergognosa innanzi a Lui, Gesù si è avvicinato a me, ma tanto stretto, che mi pareva che Lui stesse
in me ed io in Lui e mi ha detto: “Figlia mia diletta, che hai che stai tanto afflitta? Dimmi a Me
tutto, che ti contenterò e rimedierò a tutto.”
Siccome continuavo a vedere me stessa, come dissi l’altro giorno di sopra, onde vedendomi
così cattiva, neppure ho ardito di dirgli niente, ma Gesù ha replicato: “Presto, presto, dimmi che
vuoi, non indugiare.” Vedendomi quasi costretta, dando in dirottissimo pianto, gli ho detto: “Gesù
santo, come vuoi che non stia afflitta, che dopo tante grazie, non più dovevo essere così cattiva.
Talora anche nelle opere buone che cerco di fare, nelle stesse preghiere vi mescolo tanti difetti ed
imperfezione, che io stessa ne sento orrore. Che sarà innanzi a Te, che sei così perfetto e santo? E
poi, lo scarsissimo patire a confronto di prima, il lungo tuo indugio nel venire, tutto mi dice a chiare
note, che i miei peccati, le mie nere ingratitudini ne sono la causa e che Tu, sdegnato meco, mi
neghi pure quel pane quotidiano che concedi Tu a tutti generalmente, qual’è la croce; sicché poi
finirai coll’abbandonarmi del tutto. Si può dare forse maggiore afflizione di questa?” Gesù, tutto
compassionandomi, mi ha stretto al suo cuore e mi ha detto: “Non temere, questa mattina faremo le
cose insieme, così Io supplirò alle tue.”

Così, prima mi pareva che Gesù conteneva una fonte d’acqua ed un’altra di sangue nel suo
petto ed in quelle due fontane ha tuffato l’anima mia, prima nell’acqua e poi nel sangue. Chi può
dire come è restata purificata ed abbellita l’anima mia? Dopo ci siamo messi a pregare insieme
recitando tre gloria patri, e questo mi ha detto che lo faceva per supplire alle mie preghiere ed
adorazioni alla maestà di Dio. Oh! come era bello e commovente pregare insieme con Gesù. Dopo
ciò, Gesù mi ha detto: “Non ti affligga il non patire, vuoi tu anticipare l’ora da Me designata? Il
mio operare non è furioso, ma tutto a suo tempo, adempiremo ogni, ma a tempo debito.”

Indi poi, per un fatto tutto provvidenziale, all’improvviso, avendo uscito il viatico dalla
chiesa per altri infermi, ho fatto anch’io la comunione. Chi può dire dopo tutto ciò che è passato tra
me e Gesù, i baci, le carezze che Gesù mi faceva? E’ impossibile poter dire tutto. Mi pareva che
dopo la comunione vedevo la sacra particola, ed ora vedevo nella particola la bocca di Gesù, ora gli
occhi, ora una mano e poi ha fatto vedere tutto Sé. Mi ha trasportato fuori di me stessa ed ora mi
trovavo nella volta dei cieli ed ora mi trovavo sulla terra, in mezzo agli uomini, ma sempre insieme
con Gesù. Lui andava di tanto intanto ripetendo: “Oh! quanto sei bella, diletta mia, se tu sapessi
quanto ti amo. E tu, quanto Mi ami?”

Nel sentirmi dire queste parole, io provavo tale confusione che mi sentivo morire, ma con
tutto ciò, ho avuto il coraggio di dirgli: “Gesù mio bello, si, ti amo assai e Tu se veramente mi ami
tanto, dimmi anche: Tu mi perdoni pur tutto il male che ho fatto? Ma concedimi pure il patire.” E
Gesù: “Si che ti perdono e voglio contentarti, col versare in abbondanza le mie amarezze in te.”
Così Gesù ha versato le sue amarezze. Mi pareva che avesse una fonte di amarezze nel suo cuore,
ricevute dalle offese degli uomini e la maggior parte la traboccava in me. Poi Gesù mi ha detto:
“Dimmi, che altro vuoi?”

Ed io: “Gesù santo, ti raccomando il mio confessore, fammelo santo e donagli anche la
salute del corpo, e poi, è volontà tutta Tua che venga questo Padre?” E Gesù: “Si.” Ed io: “Se tua
volontà fosse, lo faresti star bene.” E Lui: “Statti quieta, non voler investigare troppo i miei
giudizi.” E nell’atto stesso mi faceva vedere il miglioramento della salute del corpo e la santità
dell’anima del confessore ed ha soggiunto: “Tu vuoi essere furiosa, ma Io faccio tutto a tempo.”

Dopo ho raccomandato le persone che a me appartenevano, ho pregato per i peccatori


dicendo a Gesù: “Oh! quanto desidero che il mio corpo si facesse in minutissimi pezzi, purché i
peccatori si convertissero.” E così ho baciato la fronte, gli occhi, il volto, la bocca di Gesù, facendo
varie adorazioni e riparazioni per le offese che gli facevano i peccatori. Oh! come era contento
Gesù ed io pure. Indi, facendomi promettere da Gesù di non dovermi più lasciare, sono ritornata in
me stessa e così è finito.
Giugno 8, 1899
Luisa vuole che tutti si convertano.

Il mio adorabile Gesù continua ancora a farsi vedere tutto benignità e dolcezza. Questa
mattina, mentre mi trovavo insieme con Lui, di nuovo ha replicato: “Dimmi, che vuoi?” Ed io
subito ho detto: “Gesù mio caro, quello che vorrei davvero, è che tutto il mondo si convertisse.”
(Che domanda spropositata) Ma pure il mio amante Gesù mi ha detto: “Ti contenterei purché tutti
avessero la buona volontà di salvarsi, eppure, per farti vedere che volentieri consentirei a tutto ciò
che hai detto, andiamo insieme in mezzo al mondo e tutti quelli che troveremo con la buona volontà
di salvarsi, per quanto cattivi fossero, Io te li darò.”

Così siamo usciti in mezzo alle genti, per vedere chi avesse la buona volontà di salvarsi e per
nostro sommo dispiacere abbiamo trovato un numero tanto scarsissimo, che fa pena al solo
pensarlo. E tra questo scarsissimo numero vi era il mio confessore e la maggior parte dei sacerdoti
e parte degli divoti, ma non tutti di Corato. Poi mi ha fatto vedere le varie offese che riceveva, io
l’ho pregato che mi facesse parte delle sue sofferenze e Gesù ha versato dalla sua bocca nella mia le
sue amarezze. Dopo ciò mi ha detto: “Figlia mia, mi sento la bocca troppo amareggiata, deh! ti
prego a raddolcirla.”

Io le ho detto: “Volentieri vi sarei dato tutto, ma non ho niente, ditemi Voi stesso che cosa
vi potrei dare?” E Lui mi ha detto: “Fammi succhiare il latte delle tue mammelle, che così potrai
raddolcirmi.” E nell’atto stesso di dire, si è coricato fra le braccia e si è messo a succhiare. Mentre
ciò faceva mi è venuto un timore, ancora non fosse il bambino Gesù, ma il demonio, perciò ho
messo la mia mano sulla sua fronte e l’ho segnato con la croce: “Per signum Crucis.” E Gesù mi
ha guardato tutto festoso, e nell atto stesso di succhiare sorrideva e con quegli occhi vivaci pareva
che mi diceva: “Non sono demonio, non sono demonio.”

Dopo che pareva che s’era saziato, si è alzato in piedi in braccia a me stessa, e tutta mi
baciava. Ora sentendomi anch’io la bocca amara per le amarezze che aveva versato in me, mi
sentivo venire la voglia di succhiare alle mammelle di Gesù, ma non ardivo, ma Gesù mi ha invitato
a farlo e così ho preso coraggio e mi sono messa a succhiare, oh! che dolcezza di paradiso veniva da
quel petto santo, ma chi può dirle? Così mi son trovata in me stessa, tutta innondata di dolcezze e di
contenti.

Ora mi spiego, che quando succede questo succhiare dalle mie mammelle, Gesù, il corpo
non ne partecipa niente, affatto è quando mi trovo fuori di me stessa, pare che la cosa succede solo
tra l’anima e Gesù, e Lui quando vuol fare questo, è sempre da bambino. E’ tanto certo che è la
sola anima e non il corpo, che quando succede questo, io mi trovo sempre o nella volta dei cieli,
oppure girando per altri punti della terra. Siccome poi, qualche volta ho detto che ritornando in me
stessa vi sentivo un dolore a quella parte che il bambino Gesù aveva succhiato, perché nel succhiare
che faceva, pareva delle volte che faceva un po’ forte, tanto che in quei succhi pareva che si volesse
tirare il cuore da dentro il petto. Quindi avertivo sensibilmente un dolore e l’anima ritornando in
me stessa le participava al corpo.

Questo poi succede anche alle altre cose, come per esempio quando il Signore mi trasporta
fuori di me stessa e mi fa partecipe della crocifissione. Gesù stesso mi distende sulla croce, mi
trapassa le mani ed i piedi coi chiodi, vi sento tale un dolore, da sentirmi morire. Poi, trovandomi in
me stessa, li sento ben bene al corpo, tanto vero, da non poter muovere le dita, il braccio e così delle
altre sofferenze che il Signore mi fa partecipe, che dire tutto, andrei troppo per le lunghe.
Ricordo pure che mentre Gesù faceva questo di succhiare alle mammelle, là metteva la
bocca, ma dal cuore mi sentivo tirare quella cosa che succhiava, tanto, che mentre ciò faceva, delle
volte mi sentivo strappare il cuore dal petto e qualche volta provando vivissimo dolore le dicevo:
“Carino mio, davvero che sei troppo impertinente! fate più quieto, che mi duole assai.” E Lui se la
rideva.

Così pure quando mi trovo io a succhiare a Gesù, è dal suo cuore che tiro quel latte, oppure
sangue, tanto che per me, com’è succhiare al petto di Gesù, così è se bevo al costato. Aggiungo
pure un’altra cosa, siccome il Signore di tanto in tanto si benigna di versare dalla bocca un latte
dolcissimo, oppure di farmi bere al suo costato il suo preziosissimo sangue, quando fa questo di
voler succhiare a me, non altro si succhia, che quello stesso che Lui mi ha dato, perché io non ho
niente come raddolcirlo, ma ci ho molto come amareggiarlo. Tanto vero, che delle volte nell’atto
stesso che Lui succhiava a me, io succhiavo a Gesù e avvertivo chiaro non essere altro ciò che
tirava da me, se non quello stesso che Lui mi dava, pare che mi sono spiegata abbastante per quanto
ho potuto.

Giugno 9, 1899
Gravissimo peccato del aborto. Unione di sofferenze e preghiere.

Questa mattina l’ho passato molto angustiata per le tante offese che vedevo far dagli uomini,
specialmente per certe disonestà orrende. Quanta pena faceva a Gesù la perdita delle anime, molto
più d’un bambino nato che dovevano uccidere senza amministrarle il santo battesimo. A me pare
che questo peccato pesa tanto sulla bilancia della divina giustizia, che sono i più che gridano
vendetta innanzi a Dio, eppure, spesso, spesso si rinnovano queste scene dolorose. Il mio
dolcissimo Gesù stava tanto afflitto che faceva pietà. Vedendolo in tale stato, non ho ardito dirle
niente e Gesù solo mi ha detto: “Figlia mia, unisci le tue sofferenze con le mie, le tue preghiere alle
mie, così, innanzi alla maestà di Dio, sono più accettevoli e compariscono non come cose tue, ma
come opere mie.” Poi ha seguitato a farsi vedere altre volte, ma sempre in silenzio. Sia sempre
benedetto il Signore.

Giugno 11, 1899


Luce per comprendere a Luisa.

Il mio dolce Gesù continua a farsi vedere scarsissime volte e quasi sempre in silenzio. La
mia mente me la sentivo tutta confusa e piena di timore, ancora perdevo il mio solo ed unico bene e
per tante altre cose che non è qui necessario il dirle, oh! Dio, che pena. Mentre stavo in questo
stato, quando appena si è fatto vedere, e pareva che portava una luce e da questa luce uscivano
altrettanti globetti di luce e Gesù mi ha detto: “Togli ogni timore dal tuo cuore. Vedi, ti ho portato
questo globo di luce per metterlo tra te e Me e tra quelli che a te si avvicinano. Quelli che a te si
avvicinano con cuore retto e per farti il bene, questi globetti di luce che escono, penetreranno nelle
loro menti, scenderanno nel loro cuori e li riempirà di gaudio e di grazie celesti e comprenderanno
con chiarezza ciò che opero in te; quelli poi che verranno con altre intenzioni, sperimenteranno il
contrario e da questi globetti di luce resteranno abbagliati e confusi.” Così sono restata più quieta.
Sia tutto a gloria di Dio.
Giugno 12, 1899
Gesù stesso la prepara alla comunione.

Questa mattina, dovendo fare la comunione, stavo pregando il buon Gesù che venisse Lui
stesso a prepararmi, prima che venisse il confessore per celebrare la santa messa. Altrimenti come
potrò ricevervi, essendo tanto cattiva ed indisposta? Mentre ciò facevo, il mio dolce Gesù si è
compiaciuto di venire, nell’atto stesso che lo vedevo, mi pareva che non faceva altro che saettarmi
coi suoi sguardi purissimi e scintillanti di luce. Chi può dire ciò che operavano in me quegli sguardi
penetranti che non lasciavano sfuggire neppure l’ombra d’un piccolo neo? E’ impossibile poterlo
dire; anzi, avrei voluto passare tutto ciò in silenzio, perché le operazioni interne della grazia
difficilmente si sanno esporre tale qual sono con la bocca, pare piuttosto che si vengano a
contraffare. Ma la signora obbedienza non vuole e quando è per lei, bisogna chiudere gli occhi e
cedere senza dire altro, altrimenti, guai dappertutto, perché essendo signora, da per sé stessa si fa
rispettare.

Quindi, seguo a dire: Nel primo sguardo, ho pregato Gesù che mi purificasse e così mi
pareva che dall’anima mia si scuotesse tutto ciò che l’adombrava. Nel secondo sguardo, l’ho
pregato che mi illuminasse, perché, che giova ad una pietra preziosa l’essere pura, se non è
luccicante per attirarsi gli sguardi di quelli che la mirano? La guarderanno, si, ma con occhio
indifferente. Tanto più io, che non solo dovevo essere guardata, ma immedesimata col mio dolce
Gesù, avevo bisogno di quella luce, che non solo mi rendeva risplendente l’anima, ma che mi
faceva capire l’azione grande che ero per fare, perciò non mi bastava d’essere purgata, ma
illuminata ancora. Onde, Gesù in quello sguardo pareva che mi penetrava, come la luce del sole
penetra il cristallo. Dopo ciò, vedendo che Gesù continuava a guardarmi, gli ho detto:
“Amantissimo Gesù, giacché vi siete compiaciuto primo di purgarmi e poi d’illuminarmi,
benignatevi ora di santificarmi, molto più, che dovendo ricevere Voi, che siete il Santo dei santi,
non è giusto che io sia tanto diversa da Voi.”

Così Gesù, sempre benigno verso di questa miserabile, si è inclinato verso di me, ha preso
l’anima mia fra le sue braccia e pareva che con le sue proprie mani tutta la ritoccava, chi può dire
ciò che operavano in me quei tocchi di quelle mani creatrici? Come le mie passioni a quei tocchi si
mettevano a posto, i miei desideri, inclinazioni, affetti, palpiti ed i altri miei sensi, santificati da quei
tocchi divini, si cambiavano in tutto altro ed uniti fra loro, non più discordanti come prima,
facevano una dolce armonia all’udito del mio caro Gesù; mi pareva che fossero tanti raggi di luce
che ferivano il suo cuore adorabile. Oh! come si ricreava Gesù e che momenti felici sono stati per
me. Ah! io esperimentavo la pace dei santi, per me era un paradiso di contenti e di delizie.

Dopo ciò, Gesù pareva che vestiva l’anima mia con la veste della fede, di speranza e di
carità e nell’atto stesso che mi vestiva, Gesù mi suggeriva il modo come dovevo esercitarmi in
queste tre virtù. Ora, mentre stavo ciò facendo, Gesù, spiccando un altro raggio di luce mi ha fatto
capire il mio nulla, ah! mi pareva che fosse come un acino d’arena in mezzo ad un vastissimo mare,
qual è Dio e questo piccolo acino andava a disperdersi in quel mare immenso, ma si perdeva in
Dio. Poi mi ha trasportato fuori di me stessa, portandomi fra le sue braccia e mi veniva suggerendo
vari atti di contrizione dei miei peccati; ricordo solamente, sono stata un abisso d’iniquità. Signore,
oh, quante nere ingratitudini ho usato verso di Voi!

Mentre facevo questo, ho guardato Gesù e teneva la corona di spine in testa, ho disteso la
mano e l’ho tolta, dicendogli: “Dà a me, oh! Gesù, le spine, che sono peccatrice, a me convengono
le spine, non a Voi che siete il Giusto, il Santo.” Così, Gesù stesso l’ha conficcato sulla mia testa.
Poi, non so come, da lontano ho visto il confessore, subito ho pregato Gesù che andasse a
preparare il confessore per poter riceverlo nella comunione; così Gesù pareva che andasse dal
padre. Dopo poco è ritornato e mi ha detto: “Uno voglio che sia il modo che tratti tra Me e te ed il
confessore, e così voglio pure da lui, che guardi e tratti con te come se fosse un altro Io, perché
essendo tu vittima come fui Io, non voglio differenza alcuna e questo per fare che tutto fosse
purgato e che in tutto risplendesse il solo amor mio.”

Io gli ho detto: “Signore, questo pare impossibile, che possa trattare col confessore come si
fa con Voi, specialmente nel vedere l’instabilità.” E Gesù: “Eppure è così, la vera virtù, il vero
amore, tutto fa scomparire, tutto distrugge e con una maestria da incantare, non fa risplendere altro
in tutto il suo operare che il solo Iddio e tutto guarda in Dio.”

Dopo ciò è venuto il confessore per chiamarmi all’ubbidienza e così celebrare la santa messa
e perciò è finito. Quindi ho ascoltato la santa messa ed ho fatto la comunione. Ora, chi può dire
l’intimità che è passata tra me e Gesù? E’ impossibile poterla manifestare, non ho parole come
farmi capire, onde lo passo in silenzio.

Giugno 14, 1899


Gesù che vuole castigare il mondo.

Questa mattina l’amantissimo Gesù non ci veniva, nel mio interno andavo pensando:
“Com’è che non viene? Che c’è di nuovo? Ieri veniva così spesso ed oggi l’ora si fa tarda e
neppure si fa vedere ancora, che crepacuore, quanta pazienza ci vuole con Gesù! Tutto il mio
interno mi pareva che si metteva tutto all’arme, che volevano Gesù e mi facevano una guerra da
darmi pene di morte. La volontà, come superiore a tutto, cercava di mettere pace col persuadere ai
miei sensi, inclinazioni, desideri, affetti ed a tutto il resto di quietarsi, che Gesù doveva venire.
Così, dopo un lungo penare, Gesù è venuto portando una tazza in mano, piena di sangue aggrumato,
putrefatto e puzzolente e mi ha detto: “Vedi questa tazza di sangue, la verserò sul mondo.”

Mentre così diceva, è venuta la Mamma, la Vergine Santissima ed insieme con Lei il mio
confessore e pregavano Gesù che non la versasse sul mondo, ma che la facesse bere a me, il
confessore gli ha detto: “Signore, a che pro tenerla vittima se non volete versare sopra di essa?
Assolutamente voglio che la fate soffrire e risparmiate le genti.”

La Mamma piangeva ed insisteva presso Gesù e presso il confessore di non desistere di


pregare finché Gesù non si sarebbe contentato d’accettare il cambio. Gesù insisteva che la voleva
versare sopra del mondo tutto ed in primo pareva quasi che si accigliasse. Io mi vedevo tutta
confusa, non sapevo dire niente, perché era tanto l’orrore che faceva a vedere quella tazza piena di
sangue sì brutto, che metteva il fremito in tutta la natura; che sarebbe a berlo? Ma però ero
rassegnata, che se il Signore me la avesse dato, la sarei accettata. Chi può dire poi i castighi che
contenevano in quel sangue se il Signore lo versara nel mondo? Da questo giorno appunto, pare
che tiene preparata una grandine che farà molto danno e pare che deve continuare i giorni seguenti.

Dopo poi, Gesù pareva un po’ più calmo, tanto che pareva che al confessore se lo
abbracciava, che lo aveva pregato in quel modo, ma però senza venire a nessuna determinazione, se
lo deve versare sopra alle genti o no. Così è finito, lasciandomi una pena indescrivibile di quello
che potrà succedere.
Giugno 16, 1899
I castighi sono necessari per umiliare le creature.

Continua ancora a farsi vedere che vuole castigare, io l’ho pregato che volesse versare in me
le sue amarezze e che volesse risparmiare tutto il mondo e se questo non fosse possibile, almeno
quelli che mi appartengono ed il mio paese. A questa intenzione pareva che si unisse pure
l’intenzione del confessore, così pareva che Gesù, vinto dalle preghiere, ha versato un poco dalla
sua bocca, ma non quella tazza detta disopra. Questo poco che ha versato, pareva che lo faceva per
risparmiare in qualche modo il mio paese, che non in tutto e quelli che mi appartengono.

Io però questa mattina sono stata causa di fare affliggere Gesù. Siccome dopo versato l’ho
visto più calmo, senza pensarci gli ho detto: “Amabile mio Gesù, vi prego a liberarmi dal fastidio
che do al confessore, di farlo venire ogni giorno, che costa a Voi il liberarmi e che Voi stesso mi
mettette nelle sofferenze e Voi stesso mi liberate? Certo che vi costa niente e se volete, tutto
potete.” Mentre ciò gli dicevo, Gesù faceva un volto tanto afflitto, che quella afflizione me la
sentivo penetrare fin nell’intimo del mio cuore e senza dirmi parola è scomparso. Come sono
lasciata mortificata, lo sa solo il Signore, pensando specialmente ancora più non ci veniva, ma poco
dopo è ritornato, ma con maggiore afflizione, portando un volto tutto gonfio e pieno di sangue, che
allora allora gli avevano fatto quelle offese, Gesù tutto mesto, ha detto: “Vedi quello che mi hanno
fatto, come tu dici che non vuoi che castighi le creature? Sono necessari per umiliarle e non farle
imbaldanzire di più.

Giugno 17, 1899


Non vuole partecipare nei castighi.

Si continua ancora sempre lo stesso, ma specialmente questa mattina sono stata sempre a
contendere col mio caro Gesù: Lui, che voleva continuare a mandare la grandine, come ha fatto nei
giorni passati ed io che non volevo. Quando al meglio pareva che si preparava un temporale e dava
comando ai demoni, che distruggessero col flagello della grandine parecchi punti. Nell’atto stesso
vedevo che da lontano mi chiamava il confessore, dandomi l’ubbidienza che andassi a mettere in
fuga i demoni, per non farli far niente. Mentre sono uscita per andare, Gesù si è fatto incontro,
facendomi rivolgere indietro, io le ho detto: “Signore benedetto, non posso, perché è l’ubbidienza
che mi ha chiamato e Voi sapete che io e Voi a questa virtù dobbiamo cedere, senza poterci
opporre.”

Allora Gesù: “Ebbene, lo farò Io per te.” E così ha comandato ai demoni che andassero in
parti più lontane e che per ora non toccassero le terre appartenenti al nostro paese.

Poi ha detto a me: “Andiamo.” Così siamo ritornati, io nel letto e Gesù accanto a me.
Appena giunti, Gesù voleva riposare dicendo che era molto stanco, io l’ho arrestato dicendogli:
“Chi sa che è questo sonno che vuoi fare? E poi, la bella ubbidienza che mi hai fatto fare! che vuoi
dormire, questo è il bene che mi vuoi e che vuoi contentarmi in tutto? Vuoi dormire? Dormi pure,
basta che mi dia la parola che non farai niente.”

Allora, dispiacendosi del mio malcontento, mi ha detto: “Figlia mia, eppure vorrei
contentarti, facciamo così: Usciamo insieme di nuovo in mezzo alle genti e quelli che vediamo che
sono necessari di punire per le tante nefande azioni, -almeno, chi sa sotto il flagello si arrendessero-,
e chi tu vuoi e quelli che sono meno necessari a punire e che tu non vuoi, Io li risparmierò.”
Ed io: “Signore, grazie vi rendo della vostra somma bontà nel volermi contentare, ma con
tutto ciò non posso far questo che mi dici, non mi sento la forza di mettere la volontà mia a
castigare nessuna delle vostre creature e poi, quale strazio sarà del mio povero cuore quando sentirò
che quel tale o quell’altro è stato castigato e che io ci abbia messo la mia volontà, sia mai, sia mai,
oh Signore.” Dopo è venuto il confessore per chiamarmi in me stessa ed è finito.

Giugno 19, 1899


l’instabilità nel fare il bene.

Avendo passato ieri una giornata di purgatorio per la privazione quasi totale del sommo
bene, e per le tante tentazioni che mi metteva il demonio, mi pareva che facessi tanti peccati. Oh!
Dio, che pena, l’offendere Dio.

Questa mattina, appena visto Gesù, subito gli ho detto: “Gesù buono, perdonami i tanti
peccati che feci ieri.” E volevo dirgli tutto il male che mi sentivo d’avere fatto. Lui, spezzando il
mio dire, mi ha detto: “Se fai scomparire te stessa, non farai mai peccati.”

Io volevo continuare a dire, ma Gesù facendomi vedere molte anime divote e mostrandomi
di non voler sentire ciò che gli volevo dire, ha ripreso di nuovo a dire: “Quello che più mi dispiace
di queste anime è l’instabilità nel fare il bene, basta una piccola cosa, un dispiacere, anche un
difetto, mentre allora è il tempo più necessario per stringersi più a Me, quelli invece, si irritano, si
disturbano e tralasciano il bene incominciato, quante volte ho preparato loro le grazie per darle e
vedendole così instabili, sono stato costretto a ritenerle.” Poi, conoscendo che non voleva sapere
niente di quello che volevo dirle e vedendo il mio confessore che stava poco bene nel corpo, ho
pregato a lungo per lui e facendole varie domande, che non è qui necessario il dirle. E Gesù a tutto
benignamente mi ha risposto e così è finito.

Giugno 20, 1899


L’amore con cui San Luis operava.

Si continua quasi sempre l’istesso. Questa mattina, pare, Gesù ha voluto sollevarmi un
poco, dopo che per qualche tempo sono andata in cerca di Lui. Da lontano ho visto un bambino,
come fulmine che cade dal cielo, così vi accorsi, appena giunta, l’ho preso fra le mie braccia e
venendomi un dubbio ancora non fosse Gesù, le ho detto: “Tesoretto mio caro, dimmi un po’, chi
sei?”

E Lui: “Io sono il tuo caro ed amato Gesù.” Ed io a Lui: “Bambinello mio bello, vi prego a
prendervi il mio cuore e portatelo con Voi in Paradiso, che appresso al cuore ci verrà l’anima.”
Gesù pareva che mi prendesse il cuore e l’univa talmente al suo che si faceva un solo. Dopo si è
aperto il Cielo, parendo che si preparava ad una festa grandissima, nell’atto stesso è sceso dal Cielo
un giovane di vago aspetto, tutto scintillante di fuoco e fiamme. Gesù mi ha detto: “Domani è la
festa del mio caro Luigi, devo andare ad assistere.”
Ed io: “A me poi mi lasciate sola, come farò?” E Lui: “Anche tu ci verrai, vedi quanto è
bello Luigi, ma quello che fu più in lui, che lo distinse in terra, era l’amore con cui operava, tutto
era amore in lui, l’amore l’occupava l’interno, l’amore lo circondava l’esterno, sicché anche il
respiro si poteva dire che era amore, perciò di lui si dice, che non patì mai distrazione, perché
l’amore l’inondava dappertutto e da questo amore sarà innondato eternamente, come tu vedi.”

E così pareva che era tanto grandissimo l’amore di san Luigi, che poteva incenerire tutto il
mondo. Poi, Gesù ha soggiunto: “Io passeggio sopra dei più alti monti e vi formo la mia delizia.”
Io non intendendo il significato, ha ripreso a dire: “I monti più alti sono i santi che più mi hanno
amato ed Io vi faccio la mia delizia e quando stanno sulla terra e quando passano su in Cielo, sicché
il tutto sta nell’amore.” Dopo ciò ho pregato Gesù che mi benedicesse a me ed a quelli che in quel
momento vedevo e Lui dando la benedizione è scomparso.

Giugno 21, 1899


Gesù scherza con Luisa.

Siccome non ci veniva, andavo pensando tra me: “Chi sa che Gesù non ci verrà più e mi
lascia in abbandono.” E non dicevo altro: “Vieni mio diletto, vieni.” Tutto all’improvviso è
venuto e mi ha detto: “Non ti lascerò, mai ti abbandonerò, anche tu vieni, vieni a Me.” Io subito
son corsa per mettermi nelle sue braccia, mentre stavo così, Gesù ha ripreso a dire: “Non solo non
lascerò a te, ma per amore tuo non lascerò Corato.”

Poi, senza quasi avvedermene, in un istante è scomparso, sono lasciata più di prima che lo
volevo ed andavo dicendo: “Che mi hai fatto? Come così presto te ne sei andato senza neppure
dirmi addio?” Mentre sfogavo la mia pena, l’immagine del bambino Gesù che tengo a me vicino,
pareva che si faceva viva e d’intanto in tanto usciva la testa da dentro la campana per vedere cosa
facessi, quando vedeva che me ne avvertivo, subito se l’inchiudeva dentro. Io l’ho detto: “Si vede
che sei troppo impertinente e che vuoi farlo da bambino, io mi sento impazzire per la pena che non
vieni, e Voi state a giocare, ebbene, giocate e scherzate pure, che io avrò pazienza.”

Giugno 22, 1927


Luisa non lascia dormire Gesù.

Questa mattina il mio dolce Gesù voleva continuare a farmi dei corrivi ed a voler scherzare,
veniva, metteva le sue mani al volto, nell’atto di volermi fare una carezza, ma nell’atto di farla
scompariva, di nuovo veniva, stendeva le sue braccia al mio collo in atto di volermi abbracciare, ma
mentre stendevo le mie per abbracciarlo, mi sfuggiva come un lampo, senza poterlo trovare, chi può
dire le pene del mio cuore? Mentre il mio povero cuore nuotava in questo mare di dolore immenso,
fino a sentirmi venir meno la vita, è venuta Mamma Regina, portandolo da bambino fra le sue
braccia e così ci siamo abbracciati tutti e tre insieme, la Mamma, il Figlio ed io; onde ho potuto
avere tempo di dirle: “Mio Signore Gesù, mi pare che avete sottratto la vostra grazia da me.” E
Lui: “Sciocca, sciocherella che sei! come dici che ti ho sotratto la mia grazia mentre sono in te? E
che cosa è la mia grazia se non Io stesso?” Sono restata più confusa di prima vedendomi che non
sapevo parlare e che in quelle due parole che avevo detto, non avevo detto altro che spropositi.
Dopo la Regina Madre è scomparsa e Gesù pareva che s’inchiudeva dentro il mio interno e lí vi
rimaneva.

Oggi, poi alla meditazione, si faceva vedere dentro di me che dormiva, io lo stavo
guardando, beandomi nel suo bel volto, ma senza destarlo, contenta di vederlo almeno, quando in
un istante è venuta di nuovo la bella Mamma Regina, l’ha preso da dentro il mio cuore, tutto
smuovendolo in fretta per destarlo; dopo destato, me l’ha messo di nuovo in braccia, dicendomi:
“Figlia mia, non farlo dormire, che se dorme vedrai che succederà.” Era un temporale che si
preparava, così il bambino mezzo dormendo, ha steso le sue manine al mio collo e stringendomi, mi
ha detto: “Mamma mia, mamma mia, lasciami dormire.” Ed io: “Ninno, nino mio bello, non sono
io che non voglio farti dormire, è la nostra Signora Mamma che non vuole ed io vi prego a
contentarla, è certo che niente si nega alla Mamma e poi, a quella Madre.” Dopo d’averlo tenuto un
poco in veglia, è scomparso e così è finito.

Giugno 23, 1899


Vede il confessore insieme con Gesù e prega per lui.

Avendo ascoltato la santa messa e fatto la comunione, il mio amante Gesù si faceva vedere
da dentro il mio cuore, poi mi sono sentita uscir fuori di me stessa, ma senza di Gesù. Ho visto il
mio confessore, siccome lui mi aveva detto che dopo la comunione verrà Nostro Signore, e lo
pregherai per me, quindi, appena visto il mio confessore gli ho detto: “Padre, mi avete detto che
Gesù doveva venire e non è venuto.” Lui mi ha detto: “Perché non lo sai trovare, perciò dici che
non è venuto, guarda bene, che nel tuo interno ci sta.”

Ho fatto per guardare in me ed ho visto i piedi di Gesù, usciti da dentro il mio interno, subito
li ho preso in mano ed ho tirato fuori Gesù, me lo sono tutto abbracciato e vedendolo con la corona
di spine in testa, l’ho tolta e l’ho dato in mano al confessore, dicendogli che me la conficcasse sulla
mia testa e così ha fatto, ma che, per quanta forza facesse, non li riusciva di far penetrare una sola
spina. Io le ho detto: “Fate più forte, non temete che io abbia a soffrire assai, che come voi vedete,
sta Gesù che mi dà la forza.”

Per quanto si provasse il tutto riusciva impossibile, allora mi ha detto: “Non è forza mia di
poter fare questo e perché pure essendo ossa che devono penetrare queste spine, non è forza mia di
poterlo fare.” Allora mi sono rivolta al mio dolce Gesù dicendo: “Voi vedete che il padre non sa
metterla, mettetela un poco Voi stesso.” E così Gesù ha disteso le sue mani ed in un istante ha fatto
penetrare dentro della mia testa tutte quelle spine, con indicibile dolore e contento.

Dopo ciò, insieme col confessore abbiamo pregato Gesù che versasse le sue amarezze, per
risparmiare le genti da tanti flagelli che sta versando sopra di loro, come pareva quest’oggi, che
stava preparata una grandine un poco lontano da noi, onde il Signore per condiscendere alle nostre
preghiere, ha versato un poco.

Oltre di ciò, siccome continuavo a vedere il confessore, ho incominciato a pregare Gesù per
lui, dicendogli: “Mi buono e caro Gesù, vi prego a far grazia al mio confessore, di farlo tutto
vostro, secondo il vostro cuore ed insieme di dargli la salute corporale, Voi avete visto come ha
cooperato insieme a sollevarvi, tanto la testa dalle spine, quanto il farvi versare, se non l’ha riuscito
di conficcarmi le spine in testa, non è stato per non sollevarvi, né la sua volontà, ma perché non era
forza la sua; quindi, anche per questo lo doveti esaudire, onde dimmi, oh mio solo ed unico bene, lo
farete star bene sí nell’anima come nel corpo?” Ma Gesù mi sentiva, ma non mi rispondeva, io più
mi sollecitavo a pregarlo dicendo che: “Questa mattina non ti lascerò né cesserò di pregare se non
mi dai la parola che mi esaudirete per quello che vi domando per lui.” Ma Gesù non diceva parola.
Quando al meglio ci siamo trovati circondati da persone, queste tale pareva che sedevano intorno ad
una tavola, mangiando e ci stava pure la mia porzione, Gesù mi ha detto: “Figlia mia, ho fame.”
Ed io: “La porzione mia la do a Voi, non ne siete contento?” E Gesù: “Si, ma non voglio essere
visto, che ci sto.” Ed io: “Ebbene, farò vedere che la prendo per me e senza farmi avvertire la darò
a Voi.” E così abbiamo fatto.

Poco dopo Gesù alzandosi in piedi ed avvicinando le sue labbra al mio volto, ha
incominciato a suonare dalla sua bocca come un suono di tromba, tutte quelle genti impallidivano e
tremavano, dicendo tra loro: “Che c’è, che c’è? Adesso moriamo.” Io le ho detto: “Signore mio
Gesù, che fai? Come, fino adesso non volevi essere visto e poi vi siete messo a suonare, statevi
quieto, statevi quieto, non fate prendere paura le genti, non vedete come tutti si spaventano?” E
Gesù: “Adesso è niente, che sarà quando tutto all’improvviso suonerò più forte? Sarà tale il
timore, onde verranno presi, che molti e molti lasceranno la vita.” Ed io: “Adorabile mio Gesù, che
dici? Sempre là andate, che volete far giustizia, ma no, misericordia, misericordia vi prego per il
tuo popolo.” Onde, prendendo il suo aspetto dolce e benigno e continuando a vedere il confessore,
di nuovo l’ho incominciato ad importunarlo e Gesù mi ha detto: “Farò del tuo confessore come
quell’albero innestato, che non più si riconosce l’albero vecchio, sì nell’anima quanto nel corpo, ed
in pegno di ciò, ho dato a te nelle sue mani come vittima, per fare che se ne avvalesse.”

Giugno 25, 1899


Tre gaudi spirituali della fede.

Continua Gesù a farsi vedere questa mattina d’intanto in tanto, partecipandomi qualche poco
delle sue sofferenze e qualche volta si vedeva anche il confessore unito. Siccome lui mi aveva detto
di pregare per certi suoi bisogni, vedendolo insieme con Nostro Signore ho incominciato a pregare
Gesù che lo esaudisse in ciò che lui voleva.

Mentre io lo pregavo, Gesù, tutto bontà si è voltato al confessore e gli ha detto: “La fede,
voglio che t’innondi dappertutto, come quelle barche che sono innondate dalle acque del mare e
siccome la fede sono Io stesso, essendo innondato da Me, che tutto posseggo, posso e do
liberamente a chi in Me confida, senza che tu ci pensi a quel che verrà ed al quando ed il come che
farai, Io stesso, secondo i tuoi bisogni, mi presterò a soccorrerti.”

Poi ha soggiunto: “Se ti eserciterai in questa fede, quasi nuotando in essa, in ricompensa ti
infonderò nel cuore tre gaudi spirituali: Il primo, che penetrerai le cose di Dio con chiarezza e nel
fare le cose sante ti sentirai innondato da una gioia, da un gaudio tale, che ti sentirai come inzuppato
e questa è l’unzione della mia grazia. Il secondo è una noia delle cose terrene e sentirai nel tuo
cuore una gioia delle cose celesti. Il terzo è un distacco totale di tutto e dove prima sentivi
inclinazione, sentirai un fastidio, come da qualche tempo lo sto infondendo nel tuo cuore e tu già lo
stai esperimentando. E per questo il tuo cuore sarà innondato dalla gioia che godono le anime nude,
che hanno il loro cuore tanto innondato dell’amore mio, che dalle cose che li circondano
esternamente non ne ricevono nessuna impressione.”

Luglio 4, 1899
Gesù parla sulla turbazione.

Questa mattina, avendomi Gesù rinnovato le pene della crocifissione, si trovava insieme la
nostra Mamma Regina e Gesù, parlando di Lei, ha detto: “Il mio proprio regno fu nel cuore di mia
Madre e questo perché il suo cuore non fu mai menomamente disturbato, tanto, che nel mare
immenso della Passione soffrì pene immense, il suo cuore fu passato a parte a parte dalla spada del
dolore, ma non ricevette un minimo alito di turbazione. Quindi, essendo il mio regno, regno di
pace, perciò potetti in Lei stendervi il mio regno e senza ricevere nessun ostacolo, liberamente
regnare.”

Avendo Gesù seguitato altre volte a venire e vedendomi io tutta piena di peccati, gli ho
detto: “Mio Signore Gesù, mi sento tutta coperta di piaghe e peccati gravi, deh! vi prego, abbiate
pietà di questa miserabile.” E Gesù: “Non temere, che non ci sono colpe gravi, e poi, si deve avere
orrore della colpa, ma non disturbarsi, perché l’agitazione, da dovunque venga, non fa mai bene
all’anima.” Poi ha soggiunto: “Figlia mia, tu sei vittima, come Io lo sono, fa che tutte le tue opere
risplendano con le stesse mie intenzioni, pure e sante, acciocché, ritrovando in te la mia stessa
immagine, possa liberamente versare l’influenza delle mie grazie e così ornata potrò offerirti come
vittima odorosa innanzi alla divina giustizia.”

Luglio 9, 1899
Gesù le partecipa le sue pene per continuare la sua Passione.

Questa mattina Gesù ha voluto rinnovare le pene della crocifissione, prima mi ha trasportato
fuori di me stessa, sopra d’un monte e mi ha domandato se volessi crocifiggermi, ed io: “Si Gesù
mio, non altro bramo che la croce.”

Mentre così dicevo, si è presentata una croce grandissima e sopra di essa mi ha disteso e con
le sue proprie mani mi inchiodava. Che pene atroci soffrivo nel sentirmi trapassare le mani e piedi
da quei chiodi, che per giunta, erano spuntati e che per farli penetrare si stentava e si soffriva molto,
ma con Gesù riusciva tutto tollerabile. Dopo che ha compiuto di crocifiggermi mi ha detto: “Figlia
mia, mi ne servo di te per poter continuare la mia Passione, siccome il mio corpo glorificato non
può essere capace di più soffrire, onde venendo in te, me ne avvalgo del tuo corpo come me ne
avvalsii del mio nel corso della mia vita mortale, per poter continuare e soffrire la mia Passione e
così poterti offerire vittima vivente, innanzi alla divina giustizia, di riparazione e di propiziazione.”

Dopo ciò pareva che si aprisse il Cielo e scendeva una moltitudine di santi, tutti armati di
spade, una voce come di tuono ha uscito da dentro quella moltitudine che diceva: “Veniamo a
difendere la giustizia di Dio ed a fare vendetta degli uomini che tanto hanno abusato della sua
misericordia.” Chi può dire ciò che succedeva sulla terra a questa discesa dei santi? Solo so dire,
che chi guerreggiava da un punto e chi dall’altro, chi fuggiva, chi si nascondeva, pareva che tutti
erano in costernazione.

Luglio 14, 1899


Gesù non può lasciare chi lo ama.

Il mio adorabile Gesù continua questi giorni a farsi vedere scarsissime volte, la sua visita è
come un lampo, che mentre si vuole seguitare a guardare, già sfugge e se qualche volta si ferma un
poco, è quasi sempre in silenzio, altre volte dice qualche cosa, ma nell’atto che se ne va, mi pare
che si tira quella parola, insieme con quella luce che mi viene dalla sua parola, tanto, che dopo non
ricordo niente di ciò che ha detto, la mia mente resta nella stessa confusione di prima. Che stato
miserabile! Mio caro Gesù, abbiate pietà di questa misera, continuate a fare uso della vostra
misericordia. Quindi, per non fare lungherie e dire giorno per giorno ciò che ho passato, dirò qui
tutto insieme, qualche parola che mi ha detto in questi scorsi giorni:

Ricordo che dopo aver versato lacrime amarissime, Gesù, facendosi vedere ed io
lamentandomi con Lui che mi aveva lasciato, Gesù chiamò a Sé molti angeli e santi e rivolto a loro
disse: “Sentite che dice, che Io l’ho lasciato, ditele un poco, posso Io lasciare quelli che Mi
amano? Essa mi ha amato, come posso lasciarla?” Ed i santi furono col Signore d’accordo ed io
restai più umiliata e confusa di prima.

Un’altra volta, dicendoli che: “Fino all’ultimo finirete col lasciarmi del tutto.” Gesù mi
disse: “Figlia, non posso lasciarti e per pegno di ciò ho messo in te le mie sofferenze.”
Trovandomi occupata dal pensiero: “Come Signore avete permesso che venisse il sacerdote; poteva
passare il fatto tra me e te.” In un istante mi son trovata fuori di me stessa, distesa sopra d’una
croce, ma non c’era nessuno che mi potesse inchiodare, io ho incominciato a pregare il Signore che
venisse a crocifiggermi e Gesù è venuto e mi ha detto: “Vedi quanto è necessario che il sacerdote
stia in mezzo alle opere mie, e questo è aiuto ancora per compire la crocifissione; è certo che senza
nessuno, da te sola non puoi crocifiggerti, sempre si bisogna dell’aiuto degli altri.”

Luglio 18, 1899


Continua quasi sempre l’istesso. Questa volta mi pareva che nel mio cuore stesse Gesù
sacramentato e dall’ostia santa spandeva tanti raggi nel mio interno, ed al mio cuore uscivano tanti
fili, che s’intrecciavano tutti quei raggi di luce, mi pareva che Gesù col suo amore si attirava tutto il
mio cuore ed il mio cuore con quei fili si attirava e legava tutto Gesù a starsi con me.

Luglio 22, 1899


Come la croce rende l’anima trasparente

Il mio adorabile Gesù, questa mattina si faceva vedere con una croce d’oro pendente al
collo, tutta risplendente e che guardandola se ne compiaceva immensamente, in un istante si è
trovato il confessore presente e Gesù gli ha detto: “Le sofferenze dei giorni passati hanno
accresciuto lo splendore alla croce, tanto, che guardandola ne prendo molto piacere.”

Poi si è voltato a me e mi ha detto: “La croce comunica tale uno splendore all’anima, da
renderla trasparente e siccome quando un oggetto è trasparente si puo dare tutti quei colori che si
vogliono, così la croce, con la sua luce dà tutti i lineamenti e forme più belle che mai si possa
immaginare, non solo dagli altri, ma anche dall’anima stessa che li prova. Oltre di ciò, in un
oggetto trasparente subito si scopre la polvere, le piccole macchie ed anche l’adombramento. Tale è
la croce, siccome rende l’anima trasparente, subito fa scoprire all’anima i piccoli difetti, le
mininime imperfezioni, tanto che non c’è mano maestra più abile della croce, a fare che tenga
l’anima preparata, per renderla degna abitazione del Dio del Cielo.” Chi può dire ciò che ho
compreso della croce e quanto è da invidiare l’anima che la possiede?

Dopo ciò mi ha trasportato fuori di me stessa e mi son trovata sopra d’una scala altissima,
che sotto metteva un precipizio e per giunta i gradini di deta scala erano movibili e tanto stretti che
appena si poteva poggiare la punta dei piedi, quello che più metteva terrore era il precipizio e il non
poter trovare appoggio, di sorta e volendosi afferrare ai gradini, se ne venivano appresso; nel vedere
le altre persone che quasi tutte precipitavano, metteva il brivido nelle ossa; eppure non si poteva
fare a meno di non passare per quella scala. Quindi mi son provata, ma non appena ho fatto due o
tre gradini, vedendo il pericolo grande che correvo di cadere nell’abisso, ho incominciato a
chiamare Gesù che venisse in mio aiuto, onde, senza sapere come, ho trovato Gesù presso di me e
mi ha detto: “Figlia mia, questo che tu hai visto è la via che battono tutti gli uomini in questa terra;
i gradini movibili, che neppure potevano appoggiarsi per avere un sostegno, sono gli appoggi
umani, le cose terrene, che volendosi appoggiare, invece di darle aiuto le danno una spinta per
precipitare più presto nell’inferno. Il mezzo più sicuro è il camminare quasi volando senza poggiare
la terra, a forza di proprie braccia, cogli occhi tutti a sé, senza guardare gli altri e coll’averli anche
tutti intenti a Me per avere aiuto e forza, così si potrà facilmente evitare il precipizio.”

Luglio 28, 1899


Il marchio più nobile nel anima è la croce.

Questa mattina, il mio adorabile Gesù è venuto in un aspetto tutto ammirabile e misterioso,
portava una catena al collo pendente su tutto il petto, da una parte si vedeva come un arco, dall’altra
parte della catena come un turcasso pieno di pietre preziose e di gemme che dava un ornamento dei
più belli al petto del mio dolce Gesù, e con una lancia in mano. Mentre stava in questo aspetto mi
ha detto: “La vita umana è un giuoco; chi gioca il piacere, chi il denaro e chi la propria vita e tanti
altri giuochi che fanno. Anch’Io mi diletto di giocare con le anime, ma quali sono questi scherzi
che faccio? Sono le croci che invio, se le ricevono con rassegnazione e me ne ringraziano, Io mi
ricreo e scherzo con loro, compiacendomi immensamente, ricevendone grande onore e gloria ed a
loro faccio fare dei più grandi acquisti.”

Nell’atto di dire ciò, ha incominciato a toccarmi con la lancia, dall’arco e dal turcasso, già
tutte quelle pietre preziose che dentro conteneva, uscivano fuori e si cambiavano in tanti croci e
saette che ferivano le creature. Certune, ma in numero scarsissimo, ne gioivano, se le baciavano e
Lo ringraziavano e venivano a formare un giuoco con Gesù; altri poi le prendevano e le gettavano
in faccia a Gesù, oh! come ne restava afflitto Gesù e che gran perdita facevano quelle anime! Poi
Gesù ha soggiunto: “Questa è la sete che gridai sulla croce, che non potendo dissetarla allora
interamente, mi compiaccio di continuare a dissetarla nelle anime dei miei cari che soffrono.
Quindi, soffrendo, vieni a dare un ristoro alla mia sete.”

Ritornando altre volte e pregandolo che liberasse il confessore che soffriva, mi ha detto:
“Figlia mia, non sai tu che il marchio più nobile che posso imprimere nei miei cari figli è la croce?”

Luglio 30, 1899


Non giudicare il prossimo.

Si continua quasi sempre lo stesso. Questa mattina, trasportandomi Gesù secondo il suo
solito fuori di me stessa, siamo passati da mezzo molta gente e la maggior parte di queste, intente a
giudicare le azioni altrui senza guardare le proprie, il mio diletto Gesù mi ha detto: “Il mezzo più
sicuro per essere retto col prossimo è non guardare affatto ciò che essi fanno, che guardare, pensare
e giudicare è tutto l’istesso, poi guardando il prossimo, vieni a defraudare l’anima propria, quindi ne
avviene che non è retto né per sé, né per il prossimo, né per Dio.

Dopo ciò, gli ho detto: “Mio unico bene, è da qualche tempo che non mi avete dato neppure
un bacio.” E così ci siamo ambedue baciato. E volendomi quasi correggere, ha soggiunto: “Figlia
mia, quello che ti raccomando è di conservare e di farne stima delle mie parole, perché la mia parola
è eterna e santa come Me stesso e conservandola nel tuo cuore e profittando, avrai la tua
santificazione e ne riceverai in ricompensa uno splendore eterno, prodotto dalla mia parola, facendo
diversamente, l’anima tua riceverà un vuoto e ne resterai a Me debitrice.”
Luglio 31, 1899

Continuando Gesù a venire, questa mattina, ma però sempre in silenzio, ma io ne ero


contentissima purché avessi il mio tesoro Gesù, perché avendo Lui avevo tutti i miei contenti, molte
cose comprendevo nel vederlo della sua bellezza, della sua bontà ed altro, ma siccome era tutto per
mezzo d’intelligenza e per via di comunicazione intellettuale, perciò la bocca non sa esprimere
niente, onde le passo in silenzio.

Agosto 1, 1899
Sulla purità.

Questa mattina il mio soavissimo Gesù, trasportandomi fuori di me stessa, mi faceva vedere
la corruzione in cui è decaduto il genere umano. Fa orrore a pensarlo! Mentre mi trovavo in mezzo
a queste genti, Gesù diceva quasi piangendo: “Oh! uomo, come ti sei deturpato, deformato,
snobilitato, oh! uomo, Io ti ho fatto perché fossi mio vivo tempio e tu invece ti sei fatto abitazione
del demonio; guarda anche le piante, coll’essere coperte di foglie e di fiori e frutti, ti insegnano
l’onestà, il pudore che tu devi avere del tuo corpo e tu avendo perduto ogni pudore ed anche
soggezione naturale che dovresti avere, ti sei reso peggiore delle bestie, tanto che non ho più a chi
rassomigliarti. Immagine mia tu eri, ma ora non più ti riconosci, anzi mi fai tanto orrore delle tue
impurità, che mi fai nausea al vederti e tu stesso mi costringi a fuggire da te.”

Mentre così diceva Gesù, io mi sentivo straziare dal dolore nel vederlo così amareggiato il
mio diletto Gesù, perciò li ho detto: “Signore, avete ragione che non trovate più niente di bene
nell’uomo e che è giunto a tale cecità che non sa neppure più tenersi alle leggi della natura, onde se
volete guardare l’uomo, non farete altro che mandare castighi, perciò vi prego ad avere di mira alla
vostra misericordia e così sarà rimediato tutto.” Mentre così dicevo, Gesù mi ha detto: “Figlia,
dammi tu un ristoro alle mie pene.”

Nell’atto di dire così, si è tolto la corona di spine che pareva incarnata nella sua adorabile
testa e me l’ha conficcato nella mia, vi sentivo dolori acerbissimi, ma ero contenta che si ristorava
Gesù. Dopo ciò, mi ha detto: “Figlia, Io amo grandemente le anime pure e come dagli impuri sono
costretto a fuggire, queste invece come da calamita, sono tirato a fare soggiorno con loro. Alle
anime pure volentieri impresto la mia bocca per farli parlare con la stessa mia lingua, sicché non
hanno da durare fatica per convertire le anime; in dette anime Io mi compiaccio non solo di
continuare in loro la mia passione e così continuare ancora la Redenzione, ma quello che è più, mi
compiaccio sommamente di glorificare in loro le mie stesse virtù.”

Agosto 2, 1899
Corrispondenza a Gesù.

Questa mattina il mio adorabile Gesù si faceva vedere tutto afflitto e quasi adirato cogli
uomini, minacciando i soliti castighi e di far morire genti all’improvviso sotto a fulmini, a grandine
e fuoco, io l’ho pregato assai che si placasse e Gesù mi ha detto: “Sono tante le iniquità che
s’innalzano dalla terra al Cielo, che se mancasse per un quarto d’ora la preghiera ed anime che
stesserò vittime innanzi a Me, Io farei uscire fuoco dalla terra ed innonderei le genti.”

Poi ha soggiunto: “Vedi quante grazie dovevo versare sulle creature, ma perché non trovo
corrispondenza sono costretto a ritenerle in Me, anzi me le fanno cambiare in castigo. Badi tu oh
figlia mia, a corrispondermi alle tante grazie che sto versando in te, che la corrispondenza è la porta
aperta per farmi entrare nel cuore ed ivi formare la mia abitazione, la corrispondenza è come quella
buona accoglienza, quella stima che si usa a quelle persone quando vengono a far visite, in modo
che attirate da quel rispetto, da quelle maniere di affabilità che si usa con loro, sono costrette a
venire altre volte e giungono a non sapersene distaccare. Il tutto sta nel corrispondermi ed a misura
che mi corrispondono e trattano loro in terra, Io mi porterò con loro in Cielo, facendoli trovare le
porte aperte, inviterò tutta la corte celeste ad accoglierli e li collocherò nel più sublime trono, ma
sarà tutto al contrario per chi non mi corrisponde.”

Agosto 7,1899
Sul nulla di noi stessi.

Questa mattina l’amabile mio Gesù non ci veniva. Dopo tanto aspettare e riaspettare,
finalmente è venuto, era tanta la mia confusione ed annichilazione, che non sapevo dirgli niente;
Gesù mi ha detto: “Quanto più ti annienterai e conoscerai il tuo nulla, tanto più la mia Umanità,
spiccando raggi di luce ti comunicherà le mie virtù.”

Io gli ho detto: “Signore, sono tanto cattiva e brutta che faccio orrore a me stessa, che sarà
innanzi a Voi?” E Gesù: “Se tu sei brutta, sono Io che ti posso rendere bella.” E nell’atto di così
dire, ha mandato una luce da Sé all’anima mia e pareva che le comunicasse la sua bellezza e poi,
abbracciandomi, ha incominciato a dire: “Quanto sei bella, ma bella della mia stessa bellezza,
perciò sono atirato ad amarti.” Chi può dire quanto sono restata più che mai confusa? Ma il tutto
sia a sua gloria.

Agosto 8, 1899
L’anima rasegnata è il riposo di Gesù.

Continua a farsi vedere, quando appena, e quasi adirato cogli uomini e per quanto l’ho
pregato che versasse in me le sue amarezze, è stato impossibile e senza darmi retta a ciò che gli
dicevo, mi ha detto: “La rassegnazione assorbisce tutto ciò che può essere di pena e di disgustoso
alla natura e lo converte in dolce ed essendo l’Essere mio pacifico, tranquillo, in modo che
qualunque cosa potrà succedere in cielo ed in terra, non può ricevere neppure il minimo alito di
turbazione, quindi la rassegnazione ha la virtù d’innestare nell’anima queste stesse mie virtù.
L’anima rassegnata sta sempre in riposo, non solo essa, ma fa riposare tranquillamente anche Me in
lei.”

Agosto 10, 1899


Della giustizia e come Gesù resta ferito della semplicità. Frutti della giustizia: La verità e la
semplicità.

Mentre questa mattina il mio dolce Gesù è venuto, mi ha trasportato fuori di me stessa ed è
scomparso, ed avendomi lasciato sola, ho visto che dal cielo scendevano come due candelabri di
fuoco e che poi, dividendosi in tanti pezzi, si formavano tanti fulmini e grandine che scendevano in
terra e facevano strazio grandissimo sulle piante e sugli uomini. Era tanto l’orrore e la cattività del
temporale, che non si poteva neppure pregare e le persone non potevano giungere a ritirarsi alle
proprie case. Chi può dire quanto sono restata spaventata? Onde mi sono messa a pregare per
placare il Signore, e Lui ritornando, ho visto che in mano portava come una bacchetta di ferro e alla
punta una palla di fuoco e mi ha detto: “La mia giustizia è lungamente trattenuta e con ragione
vuole vendicarsi contro le creature, mentre loro hanno ardito di distruggere in loro ogni giustizia.
Ah! si, niente di giusto trovo nell’uomo; si è tutto contraffatto nelle parole, nelle opere e nei passi,
tutto è inganno, tutto è frode, tutto è ingiusto, sicché penetrando nel cuore, interno ed esterno, non è
altro che una sentina di vizi. Povero uomo, come ti sei ridotto!”

Mentre così diceva, la bacchetta che teneva in mano la dimenava in atto di ferire l’uomo. Io
gli ho detto: “Signore, che fai?” E Lui: “Non temere, vedi questa palla di fuoco che farà fuoco, e
non colpirà che i cattivi, i buoni non ne riceveranno nocumento.” Ed io ho soggiunto: “Ah,
Signore! chi è buono? Tutti siamo cattivi, vi prego di non guardare a noi, ma alla vostra infinita
misericordia, e così resterete placato per tutti.”

Dopo ciò ha soggiunto: “Figlia della giustizia è la verità. Come sono Io Verità eterna che
non inganno né mi possono inganare, così l’anima che possiede la giustizia fa rilucere in tutte le sue
azioni la verità; quindi, conoscendo per esperienza la vera luce della verità, se qualcuno vuole
ingannarla, alla mancanza di quella luce che avverte in sé, subito conosce l’inganno, onde avviene
che con questa luce della verità non inganna sé stessa, né il prossimo, né può ricevere inganno.
Frutto che produce questa giustizia e questa verità, è la semplicità, un’altra qualità dell’Essere mio,
l’Essere semplice, tanto che penetro ovunque, non ci è cosa che possa opporsi a farmi penetrare
dentro, penetro nel Cielo e negli abissi, nel bene e nel male; ma l’Essere mio semplicissimo,
penetrando anche nel male non s’imbratta, anzi non ne riceve il minimo adombramento. Così
l’anima, con la giustizia e con la verità, raccogliendo in sé questo bel frutto della semplicità, penetra
nel Cielo, s’introduce nei cuori per condurli a Me, penetra in tutto ciò che è bene e trovandosi coi
peccatori a vedere il male che fanno, non resta imbrattata, perché essendo semplice subito si sbriga,
senza ricevere nocumento alcuno. E’ tanto bella la semplicità, che il mio cuore resta ferito ad un
solo sguardo d’un anima semplice, è di ammirazione agli angeli e agli uomini.”

Agosto 12, 1899


Gesù la trasforma tutta in Sé e l’insegna la carità.

Questa mattina il mio adorabile Gesù, dopo che mi ha fatto per qualche tempo aspettare, è
venuto dicendomi: “Figlia mia, questa mattina voglio uniformarti tutta a Me: Voglio che pensi con
la mia stessa mente, che guardi coi miei stessi occhi, che ascolti con le mie stesse orecchie, che parli
con la mia stessa lingua, che operi con le mie stesse mani, che cammini coi miei stessi piedi e che
mi ami col mio stesso Cuore.”

Dopo ciò, Gesù univa i suoi sensi, nominati di sopra, ai miei e vedevo che mi dava la sua
stessa forma; non solo, ma mi dava la grazia di farne quell’uso che ne fece Lui stesso e poi ha
seguitato a dire: “Grazie grandi Io verso in te, ti raccomando a saperle conservare.” Ed io: “Temo
assai oh mio diletto Gesù nel conoscermi tutta piena di miserie, e che invece di far bene faccio
cattivo uso delle grazie vostre. Ma quel che più mi fa temere, è la lingua, che spesso mi fa
sdrucciolare nella carità del prossimo.” E Gesù: “Non temere, t’insegnerò Io stesso il modo che
devi tenere a parlare col prossimo. La prima cosa, quando ti si dice qualche cosa che riguarda il
prossimo, getta uno sguardo sopra te stessa ed osserva se tu sei colpevole di quel stesso difetto, ed
allora il voler correggere è un voler indignare Me e scandalizzare il prossimo.

La seconda: Se tu ti vedi libera di quel difetto, allora sollevati, e cercherai di parlare come
avrei parlato Io; così parlerai con la mia stessa lingua. Facendo così, mai difetterai nella carità del
prossimo, anzi, coi tuoi discorsi farai bene a te, al prossimo ed a Me mi darai onore e gloria.”
Agosto 13, 1899
Gesù prese la immagine di Luisa.

Continuava a farsi vedere questa mattina, quando appena, minacciando sempre castighi e
mentre io facevo per pregarlo che si placasse, come un lampo mi sfuggiva davanti. L’ultima volta
che è venuto, si faceva vedere crocifisso; mi son messa vicino a baciare le sue santissime piaghe,
facendo varie adorazioni, ma mentre ciò facevo, invece di Gesù Cristo ho visto la mia stessa
immagine. Sono lasciata sorpresa ed ho detto: “Signore, che sto facendo? A me stessa sto facendo
le adorazioni? Questo non si può fare.”

E nell’atto stesso si è cambiato nella persona di Gesù Cristo e mi ha detto: “Non ti


meravigliare che ho preso la tua stessa immagine. Se Io soffro in te continuamente, quale
meraviglia è che ho preso la tua stessa forma? E poi, non è per farti una mia stessa immagine che ti
faccio soffrire?” Io sono rimasta tutta confusa e Gesù è scomparso. Sia tutto a gloria sua, sia
benedetto sempre il suo santo nome.

Agosto 15, 1899


La carità ordina tutte le virtù.

Il mio dolcissimo Gesù questa mattina è venuto tutto festoso, portando un nembo di
graziosissimi fiori tra le mani e mettendosi nel mio cuore, con quei fiori ora si circondava la testa,
ora se li teneva tra le mani, tutto ricreandosi e compiacendosi. Mentre festeggiava con questi fiori,
parendo di aver fatto grande acquisto, si è voltato a me e mi ha detto: “Diletta mia, questa mattina
sono venuto per mettere nel tuo cuore in ordine tutte le virtù. Le altre virtù possono stare separate
l’una dall’altra, ma la carità lega ed ordina tutto. Ecco quello che voglio fare in te, ordinare la
carità.”

Io gli ho detto: “Mio solo ed unico Bene, come potete fare ciò essendo io tanto cattiva e
piena di difetti ed imperfezioni? Se la carità è ordine, questi difetti e peccati non sono disordine che
tengono tutto in scompiglio e rivoltata l’anima mia?” E Gesù: “Io purificherò tutto e la carità
metterà tutto in ordine. E poi, quando a un’anima la faccio partecipe delle pene della mia Passione,
non ci possono essere colpe gravi, al più qualche difetto veniale involontario, ma il mio amore,
essendo fuoco, consumerà tutto ciò che è imperfetto nell’anima tua.” Così pareva che Gesù mi
purificasse e ordinasse tutta; poi versava come un rivolo di miele dal suo cuore nel mio e con quel
miele innaffiava tutto il mio interno, in modo che tutto ciò che stava in me restava ordinato, unito e
con l’impronta della carità.

Dopo ciò mi son sentita uscire fuori di me stessa nella volta dei cieli, insieme col mio
amante Gesù. Pareva che tutto era in festa, Cielo, terra e purgatorio; tutti erano inondati di un
nuovo gaudio e giubilo. Molte anime uscivano dal purgatorio e come folgori giungevano in Cielo
per assistere alla festa della nostra Regina Mamma. Anch’io mi spingevo in mezzo a quella folla
immensa di gente, cioè, angeli, santi e anime del purgatorio, che preoccupavano quel nuovo Cielo,
che era tanto immenso, che quello nostro che vediamo, confrontato con quello, mi pareva un
piccolo buco, molto più che ne avevo l’ubbidienza del confessore. Ma mentre facevo per guardare,
non vedevo altro che un Sole luminosissimo che spandeva raggi che tutta mi penetravano da parte a
parte, da diventare come cristallo, tanto che si scorgevano benissimo i piccoli nei e l’infinita
distanza che passa tra il Creatore e la creatura; tanto più che quei raggi, ognuno aveva la sua
impronta: Chi dintornava la santità di Dio, chi la purità, chi la potenza, chi la sapienza e tutte le
altre virtù e attributi di Dio. Sicché l’anima, vedendo il suo nulla, le sue miserie e la sua povertà, si
sentiva annichilita e invece di guardare, sprofondava bocconi a terra innanzi a quel Sole Eterno,
innanzi a Cui non c’è nessuno che possa stargli di fronte .

Il più era che per vedere la festa della nostra Mamma Regina, si doveva guardare da dentro
quel Sole, tanto pareva immersa in Dio la Vergine Santissima, che guardando da altri punti non si
vedeva niente. Ora, mentre mi trovavo in queste condizioni di annichilazione innanzi a quel Sole
Divino, e la Mamma Regina tenendo in braccia il bambinello, Gesù mi ha detto: “La nostra
Mamma sta in Cielo, do a te l’ufficio di farmi da mamma sulla terra, e siccome la mia vita va
continuamente soggetta ai disprezzi, alla povertà, alle pene, agli abbandoni degli uomini, e mia
Madre stando in terra fu la mia fida compagna di tutte queste pene, non solo, ma cercava di
sollevarmi in tutto, per quanto le sue forze potevano, anche tu, facendomi da madre, mi terrai fedele
compagnia in tutte le mie pene, soffrendo tu invece mia per quanto puoi e dove non puoi cercherai
di darmi almeno un ristoro. Sappi però che ti voglio tutta intenta a Me. Sarò geloso anche del tuo
respiro se non lo farai per Me e quando vedrò che tu non starai tutta intenta a contentarmi, non ti
darò né pace né riposo.”

Dopo ciò ho incominciato a fargli da mamma, ma, oh, quanta attenzione ci voleva per
contentarlo. Non si poteva dare neppure uno sguardo altrove per vederlo contentato. Ora voleva
dormire, ora voleva bere, ora voleva ricrearsi con le carezze ed io dovevo trovarmi pronta a tutto ciò
che voleva; ora diceva: “Mamma mia, mi duole la testa, deh! sollevami!” Ed io subito gli vedevo
la testa e trovando delle spine le toglievo e mettendogli il mio braccio sotto la testa, lo facevo
riposare. Mentre facevo che riposasse, al meglio si alzava e diceva: “Mi sento un peso ed una
sofferenza al cuore da sentirmi morire; vedi un po’ che ci sta.” Ed osservando nell’interno del
cuore, ho trovato tutti gli strumenti della Passione, ad uno ad uno li ho tolto e li ho messo nel mio
cuore. Onde, vedendolo sollevato, l’ho incominciato a carezzarlo ed a baciarlo e gli ho detto:
“Solo ed unico mio tesoro, neppure mi avete fatto vedere la festa della nostra Regina Madre, né
sentire i primi cantici che fecero gli angeli e i santi nell’ingresso che fece nel Paradiso.”

E Gesù: “Il primo cantico che fecero alla mia Mamma fu l’Ave Maria, perché nell’Ave
Maria si contengono le lodi più belle, gli onori più grandi e si rinnova il gaudio che ebbe nell’essere
fatta Madre di Dio; perciò, recitiamola insieme per onorarla e quando verrai tu in Paradiso te la farò
trovare come se l’avessi recitato insieme con gli angeli la prima volta nel Cielo.” E così abbiamo
recitato la prima parte dell’Ave Maria insieme con Gesù. Oh! come era tenero e commovente
salutare la nostra Mamma Santissima insieme col suo diletto Figlio! Ad ogni parola che Lui diceva,
portava una luce immensa in cui si comprendevano molte cose sul conto della Vergine Santissima,
ma chi può dirle tutte, molto più per la mia incapacità? Perciò le passo in silenzio.

Agosto 16, 1899


Continua a farle da mamma a Gesù.

Gesù continua a volere che gli faccia da madre; onde facendosi vedere da graziosissimo
bambinello, piangeva e per quietarlo dal pianto, tenendolo fra le mie braccia, ho incominciato a
cantare; quindi avveniva che quando io cantavo cessava dal piangere e quando no riprendeva il suo
pianto. Io avrei voluto passare in silenzio ciò che cantavo, perché, primo non ricordo tutto, che
essendo fuori di me stessa, difficilmente si ritengono tutte le cose che passano, e anche perché credo
che siano spropositi, ma la signora obbedienza, essendo troppo impertinente non me la vuol cedere
e basta che si faccia come lei vuole, si contenta anche di spropositi. Io non so, si dice che è cieca
questa signora obbedienza ed a me mi pare piuttosto tutt’occhi, perché guarda le minime cose, e
quando non si fa come lei dice, si rende tanto impertinente che non ti dà pace. Ecco che per aver
quiete da questa bella signora obbedienza, perché poi è tanto buona quando si fa come lei dice, che
tutto ciò che si vuole, per mezzo suo, tutto si ottiene, perciò mi accingo a dire quel che mi ricordo
che cantavo:

“Bambinello, sei piccolo e forte,


da Te aspetto ogni conforto;
bambinello grazioso e bello,
Tu innamori anche le stelle;
bambinello, rubami il cuore
per riempirlo del tuo amore;
bambinello tenerello,
rendi a me bambinella;
bambinello, sei un Paradiso,
deh! fammi venire
a giocondare nell’eterno riso.”

Agosto 17, 1899


La signora Obbidienza.

Questa mattina, avendo fatto la comunione, stavo a dire al mio amabile Gesù: ”Come va che
questa virtù della obbedienza è tanto impertinente e delle volte è tanto forte, che giunge a rendersi
capricciosa?” E Lui: “Sai perché questa nobile signora obbedienza è come tu dici? Perché dà la
morte a tutti i vizi, e naturalmente uno che deve far subire la morte ad un altro, dev’essere forte,
coraggioso, e se non giunge con questo se ne avvale delle impertinenze e dei capricci. Se questo è
necessario per uccidere il corpo, che è tanto fragile, molto più per dar morte ai vizi ed alle proprie
passioni, che è tanto difficile che delle volte mentre compariscono morte, incominciano a rivivere di
nuovo. Ecco che questa diligente signora sta sempre in movimento e continuamente sta a spiare; se
vede che l’anima fa la minima difficoltà a ciò che le viene comandato, quindi temendo che qualche
vizio potrà incominciare a rivivere nel suo cuore, le fa tanta guerra e non le dà pace, fino a tanto che
l’anima non si prostri ai suoi piedi ed adori in muto silenzio ciò che lei vuole, ecco perché è tanto
impertinente e quasi capricciosa come tu dici.

Ah, si, non c’è vera pace senza obbedienza, e se pare che si goda pace, è pace falsa, e pare
perché va d’accordo con le proprie passioni, ma giammai con le virtù e si finisce col rovinare,
perché discostandosi dall’ubbidienza si discostano da Me, che fui il Re di questa nobile virtù.

Poi, l’ubbidienza uccide la propria volontà ed a torrenti riversa la Divina, tanto che si può
dire che l’anima ubbidiente non vive della volontà sua, ma della Divina; e si può dare vita più bella,
più santa, del vivere della Volontà di Dio medesimo? Onde con le altre virtù, anche le più sublimi,
ci può stare l’amor proprio, ma con l’ubbidienza non mai.”

Agosto 18, 1899


La verità mette in ordine l’anima.

Venendo questa mattina l’amantissimo Gesù, gli ho detto: “Diletto mio Gesù, io credo che
tutto ciò che scrivo siano tanti spropositi.” E Gesù: “La mia parola non solo è verità, ma luce
ancora, e quando una luce entra in una stanza oscura, che fa? Snebbia le tenebre e fa scoprire gli
oggetti che ci sono, brutti o belli, se ci sta in ordine o in disordine, e dal modo come si trova si
giudica la persona che occupa quella stanza. Or la vita umana è la stanza oscura e quando la luce
della verità entra in un’anima, snebbia le tenebre, cioè fa scoprire il vero dal falso, il temporale
dall’eterno, onde caccia da sé i vizi e si mette l’ordine delle virtù, perché essendo la mia luce santa,
ch’è la mia stessa Divinità, non potrà comunicare altro che santità ed ordine, quindi l’anima si sente
uscire da sé, luce di pazienza, d’umiltà, di carità ed altro. Se la mia parola produce in te questi
segni, a che pro temere?”

Dopo ciò, Gesù mi ha fatto sentire che pregava il Padre per me, dicendo: “Padre Santo, vi
prego per quest’anima, fate che adempisca in tutto perfettamente la nostra Santissima Volontà, fate
oh Padre adorabile che le sue azioni siano tanto confermate con le mie, ma in modo tale, da non
potersi discernere le une dalle altre e così poter compiere sopra di essa ciò che ho disegnato.” Ma
chi può dire la forza che mi sentivo infondere nell’animo da questa preghiera di Gesù? Mi sentivo
vestire l’anima d’una fortezza tale, che per adempire la Volontà Santissima di Dio non mi sarei
curata di soffrire mille martiri, se così fosse il suo beneplacito. Sia sempre ringraziato il Signore,
che tanta misericordia usa con questa povera peccatrice.

Agosto 21, 1899


Effetti dal piacere solo a Gesù.

Dopo aver passato due giorni di sofferenze, il mio benigno Gesù si mostrava tutto affabilità
e dolcezza. Nel mio interno andavo dicendo: Quanto è buono con me il Signore, eppure non trovo
in me niente di bene che possa gradirlo, e Gesù, rispondendomi, mi ha detto: “Diletta mia, siccome
tu non altro piacere e contento trovi, che trattenerti e conversare e darmi gusto solo a Me, in modo
che tutte le altre cose che non sono mie ti sono disgustevole, così Io, il mio piacere e la mia
consolazione è il venire a trattenermi e parlare con te. Tu non puoi capire la forza che ha sul mio
cuore, di attirarmi a sé, un’anima che ha il solo fine di piacere a Me solo, mi sento tanto legato con
essa, che sono costretto a fare ciò che lei vuole.”

Mentre Gesù così diceva, compresi che parlava in quel modo, che nei giorni passati, mentre
soffrivo acerbi dolori, nel mio interno andavo dicendo: “Gesù mio, tutto per amore tuo, questi
dolori siano tanti atti di lode, di onore, di omaggio che vi offro, questi dolori siano tante voci che vi
glorifichino e tanti attestati che dicano che ti amo.”

Agosto 22, 1899


Gesù le comunica le sue virtù.

Continua il mio caro Gesù a venire tutto amabile e maestoso; mentre stava in questo aspetto
mi ha detto: “La purità dei miei sguardi risplende in tutte le tue operazioni, in modo che risalendo
di nuovo nei miei occhi, mi produce uno splendore e mi ricrea dalle sozzure che fanno le creature.”

Io sono restata tutta confusa a queste parole, tanto che non ardivo dirgli niente, ma Gesù,
rincorandomi, ha incominciato a dirmi: “Dimmi, che vuoi?” Ed io: “Quando ho Voi, c’è altra cosa
che potrei desiderare di più?” Ma Gesù ha replicato più di una volta, che gli dicessi ciò che volessi;
ed io, dandogli uno sguardo, ho visto la bellezza delle sue virtù e gli ho detto: “Mio dolcissimo
Gesù, dammi le tue virtù.”

E Lui aprendo il suo cuore faceva uscire tanti raggi distinti dalle sue virtù, che entrando nel
mio, mi sentivo tutta rafforzare nelle virtù. Poi ha soggiunto: “Che altro vuoi?” Ed io,
ricordandomi che nei giorni passati, per un dolore che soffrivo m’impediva che i miei sensi si
perdessero in Dio, gli ho detto: “Benigno mio Gesù, fate che il dolore non m’impedisca di potermi
perdere in Te.” E Gesù, toccandomi con la sua mano la parte sofferente, ha mitigato l’acerbità dello
spasimo, in modo che posso raccogliermi e perdermi in Lui.

Agosto 27, 1899


L’effetto quando Gesù va all’anima.

Questa mattina, mentre vedevo il mio dolce Gesù, mi sentivo un timore che non fosse Lui,
ma il demonio per illudermi. E Gesù, rispondendomi al timore, mi ha detto: “Quando sono Io che
Mi presento all’anima, tutte le interiori potenze si annichiliscono e conoscono il loro nulla, ed Io,
vedendo l’anima umiliata, fo soprabbondare il mio amore, come tanti ruscelli, in modo da
innondarla tutta e fortificarla nel bene. Tutto il contrario succede quando è il demonio.”

Agosto 30, 1899


Minaccia di castighi.

Questa mattina il mio diletto Gesù mi ha trasportata fuori di me stessa e mi ha fatto vedere il
decadimento della religione negli uomini ed un preparativo di guerra. Io Gli ho detto: “Oh
Signore, in che stato lacrimevole si trova il mondo in questi tempi, in fatti di religione. Pare che dal
mondo non più si riconosce Colei che nobilita l’uomo e lo fa aspirare ad un fine eterno. Ma quello
che fa più piangere, è che ignora la religione parte di quei stessi che si dicono religiosi, che
dovrebbero mettere la propria vita per difenderla e fare rivivere.”

E Gesù, prendendo un aspetto afflittissimo, mi ha detto: “Figlia mia, è questa la causa che
l’uomo vive da bestia, perché ha perduto la religione; ma tempi più tristi verranno per l’uomo, in
pena della cecità in cui lui stesso si è immerso, tanto che mi stringe il cuore a vederli. Ma il sangue
farà rivivere questa santa religione, che farò spargere da ogni specie di gente, da secolari e da
religiosi, innaffierà il resto delle genti inselvatichite che rimarranno, ed ingentilendole di nuovo le
restituirà la loro nobiltà. Ecco la necessità che il sangue si sparga e che le stesse chiese restino
quasi abbattute, per fare che ritornino di nuovo ed esistano con il loro primiero lustro e splendore.”
Ma chi può dire lo strazio crudele che ne faranno nei tempi avvenire? Lo passo in silenzio perché
non ricordo tanto bene e non lo veggo tanto chiaro; se il Signore vuole che ne faccia parola, mi darà
più chiarezza ed allora prenderò di nuovo la penna su questo argomento, perciò, per ora faccio
punto.

Agosto 31, 1899


Il confessore dà l’ubbidienza di respingere Gesù e non parlare con Lui.

Avendo il confessore dato l’ubbidienza che quando veniva Gesù dovevo dire: “Non posso
parlare, allontanatevi.” io l’ho preso per uno scherzo, non come obbedienza formale, perciò quando
Gesù è venuto, quasi non badando all’ordine ricevuto, ho ardito di dirgli: “Mio buon Gesù, vedete
un po’ che cosa vuol fare il padre.”

E Lui mi ha detto: “Figlia, annegazione.” Ed io: “Neh Signore, ma la cosa è seria: si tratta
che non devo voler Voi; come lo posso?” E Lui, per la seconda volta: “Annegazione” Ed io:
“Neh Signore, che dite? Conoscete Voi che posso starene senza di Voi?” E Lui per la terza volta:
”Ma figlia mia, annegazione.” Ed è scomparso.
Chi può dire come sono lasciata nel vedere che Gesù voleva che mi disponessi
all’ubbidienza?

Settembre 1, 1899
Continua l’ubbidienza.

Essendo venuto il confessore, mi ha domandato se avessi fatto l’ubbidienza, ed avendogli


detto la cosa come era andata, ha rinnovato l’ubbidienza che assolutamente non dovessi discorrere
con Gesù, mio solo ed unico conforto, e che dovevo cacciarlo se veniva. Ed ecco che avendo capito
che l’ubbidienza era vera che mi si dava, nel mio interno ho detto il “Fiat Voluntas Tua”, anche in
questo; ma, oh! quanto mi costa, e che crudele martirio, mi sento come un chiodo fitto nel cuore,
che me lo trapassa da parte a parte; e siccome il cuore abituato a chiedere e desiderare Gesù
continuamente, tanto che come è continuo il respirare ed il palpitare, così mi pare che è continuo il
desiderare e volere il solo mio bene, quindi, voler impedire questo, sarebbe lo stesso che voler
impedire ad un’altro il respirare ed il palpitare del cuore, come si potrebbe vivere? Eppure bisogna
far prevalere l’ubbidienza. Oh! Dio, che pena, che strazio atroce! Come impedire al cuore che
chiedesse la sua stessa vita? Come frenarlo? La volontà si metteva con tutta la sua forza a frenarlo,
ma siccome ci voleva gran vigilanza e continuamente, di tanto in tanto si stancava e si avviliva ed il
cuore faceva la sua scappata e chiedeva Gesù, la volontà avvertendosi di questo si metteva con
maggior forza a frenarlo; ma che, ci perdeva spesso spesso; quindi, mi pareva che facessi continui
atti di disobbedienza. Oh! in quali contrasti, che guerra sanguinolenta, che agonie mortali soffriva il
mio povero cuore! Mi trovavo in tali strettezze ed in tali sofferenze, che credevo che se ne andasse
la vita, eppure era questo un conforto per me, se potessi morire. Ma no, quello che era più, che si
sentivo pene di morte, ma senza poter morire.

Onde, dopo aver versato lacrime amarissime tutto il giorno, la notte trovandomi nel mio
solito stato, il mio sempre benigno Gesù è venuto, ed io, costretta dall’ubbidienza gli ho detto:
“Signore, non ci venite, che l’ubbidienza non vuole!” E Lui compatendomi e volendomi fortificare
nelle sofferenze che mi trovavo, con la sua mano creatrice ha segnato la mia persona con segno
grande di croce e mi ha lasciato.

Ma chi può dire il purgatorio in cui mi trovavo? Il più era che non potevo slanciarmi verso
il mio sommo ed unico bene. Ah! si, mi era negato di chiedere e desiderare Gesù! Ah! quelle
anime benedette del purgatorio le viene permesso di chiedere, di slanciarsi, di sfogarsi verso il
sommo bene, solo che le viene vietato il prenderne possesso, a me, no, mi era negato anche questo
conforto. Quindi, tutta la notte non ho fatto altro che piangere, quando la mia debole natura non ne
poteva più, l’amabile Gesù è ritornato in atto di voler parlare con me ed io subito, ricordandomi
dell’ubbidienza, che vuole soprattutto regnare, gli ho detto: “Cara mia Vita, non posso parlare e
non ci venite, che l’ubbidienza non vuole. Se volete far capire la vostra Volontà, andate da loro.”

Mentre così dicevo, ho visto il confessore e Gesù avvicinatosi a lui gli ha detto: “Questo è
impossibile alle anime mie, le tengo tanto immerse in me, da formare una stessa sostanza, tanto che
non si discerne più l’una dall’altra, e come quando si uniscono due sostanze insieme, una si
trasmette nell’altra, e dopo, anche a volerle separare, riesce inutile anche il pensarlo, così è
impossibile che le anime mie possano stare separate da me.” E detto questo si è partito, ed io son
lasciata in più afflizione di prima, il cuore mi batteva tanto forte, che mi sentivo crepare il petto.

Dopo ciò, non so dire come, mi son trovata fuori di me stessa e dimenticandomi, non so
come, dell’ubbidienza ricevuta, ho girato la volta dei cieli piangendo, gridando e cercando il mio
dolce Gesù. Quando al meglio me l’ho visto venire, gettandosi fra le mie braccia, tutto acceso e
languendo; subito mi son ricordata del comando ricevuto e gli ho detto: “Signore, non volermi
tentare questa mattina, non sapete che l’ubbidienza non vuole?” E Lui: “Mi ha mandato il
confessore, perciò sono venuto.” Ed io: “Non è vero, siete forse qualche demonio, che volete
ingannarmi e farmi mancare all’ubbidienza?” E Gesù: “Non sono demonio.” Ed io: “Se non siete
demonio, facciamoci a vicenda il segno di croce.” E così ci siamo segnati tutti e due con la croce.
Poi ho seguitato a dirgli: “Se è vero che ti ha mandato il confessore, andiamo da lui, affinché possa
lui stesso vedere se siete Gesù Cristo oppure demonio, ed allora posso essere sicura.”

Così siamo andati dal confessore e siccome era da bambino, l’ho dato in braccia a lui,
dicendogli: “Padre, vedete voi stesso, è il mio dolce Gesù, o no?”

Ora, mentre Gesù benedetto stava col padre, gli ho detto: “Se siete veramente Gesù, baciate
la mano al confessore.” e nella mia mente pensavo che se fosse il Signore, aveste fatto quella
umiliazione di baciare la mano, ma se era demonio, no. E Gesù si la baciò, ma non all’uomo, ma
alla potestà sacerdotale, così la ha baciato. Dopo ciò, pareva che il confessore lo scongiurasse per
vedere se fosse demonio, e non trovandolo tale, lo ha restituito a me. Ma con tutto ciò, il mio
povero cuore non poteva godere gli amplessi del mio diletto Gesù, perché l’ubbidienza lo teneva
come legato, inceppato, più che non ci stava nessun ordine in contrario ancora, quindi non ardiva di
sfogarsi, neppure di dire una parola d’amore...

Oh santa obbedienza! quanto tu sei forte e potente! Io ti veggo in questi giorni di martirio
innanzi a me come un guerriero potentissimo, armato dalla testa ai piedi di spade, di saette, di
frecce, ripieno di tutti quegli strumenti atti a ferire, e quando vedi che il mio povero cuore stanco e
basso vuole sollevarsi, cercando il suo refrigerio, la sua vita, il centro a cui si sente tirare come da
calamita, tu, guardandomi con mille occhi, da tutte parti mi ferisci con ferite mortali. Deh! abbi
pietà di me e non essere meco tanto crudele!

Ma mentre ciò dico, la voce del mio adorabile Gesù mi si fa sentire al mio orecchio che
dice: “L’ubbidienza fu tutto per Me, l’ubbidienza voglio che sia tutto per te. L’ubbidienza mi fece
nascere, l’ubbidienza mi fece morire; le piaghe che tengo nel mio corpo sono tutte ferite e segni che
mi fece l’ubbidienza. Con ragione hai tu detto che è un guerriero potentissimo, armato d’ogni
specie di armi atte a ferire, perché in Me non mi lasciò neppure una goccia di sangue, mi svelse a
brani le carni, mi slogò le ossa, e il mio povero cuore affranto, sanguinolento, andava cercando un
sollievo da chi avesse di Me compassione. L’ubbidienza, facendosi con Me più che crudel tiranno,
allora si contentò quando mi sacrificò sulla croce e vittima mi vide spirare per suo amore. E perché
ciò? Perché l’uffizio di questo potentissimo guerriero è di sacrificare le anime, quindi non fa altro
che muovere guerra accanita a chi tutto non si sacrifica per lei, onde non ha nessun riguardo se
l’anima soffre o gode, se vive o muore, i suoi occhi sono intenti a vedere se lei vince, che delle altre
cose non si briga di curare. Onde il nome di questo guerriero è “vittoria”, perché tutte le vittorie
concede all’anima obbediente, e quando pare che questa muore, allora incomincia la vera vita. E
che cosa non mi concesse l’obbedienza di più grande? Per suo mezzo vinsi la morte, sconfissi
l’inferno, sciolsi l’uomo incatenato, aprii il Cielo e, come Re vittorioso presi possesso del mio
regno, non solo per Me, ma per tutti i miei figli che avrebbero profittato della mia Redenzione. Ah!
si, è vero che mi fece costare la vita, ma il nome obbedienza mi risuona dolce al mio udito e perciò
tanto amore prendo a quelle anime che sono obbedienti.”

Riprendo a dire dove ho lasciato.

Dopo poco è venuto il confessore ed avendogli detto tutto ciò che ho detto disopra, mi ha
rinnovato l’obbedienza che avessi continuato l’istesso, ed avendogli detto: “Padre, permettete
almeno di darmi la libertà al cuore di chiedere a Gesù, che l’ubbidienza di dire quando viene, non ci
venite e non posso discorrere, la faccio.”

E lui: “Fa quanto puoi a frenarlo, e quando non puoi, allora dagli libertà.”

Settembre 2, 1899
Continua la stessa obbedienza ma un po’ più mite.

Onde, con questa obbedienza un po’ più mite, il mio povero cuore pareva che da morto
incominciasse un po’ a rivivere, ma con tutto ciò non mi lasciava di essere straziato in mille guise,
perché l’ubbidienza, quando vedeva che il cuore si fermava un po’ di più in cerca del suo Autore,
quasi che si volesse in Lui riposare perché sfinito di forze, mi dava sopra e coi suoi artigli tutta mi
feriva. E poi, quel dover ripetere quel ritornello quando il benedetto Gesù si faceva vedere: “Non
ci venite, non posso discorrere, che l’ubbidienza non vuole”, non era per me il più atroce e crudel
martirio?

Onde il mio dolce Gesù, trovandomi nel mio solito stato, è venuto ed io gli ho manifestato il
comando ricevuto, e Lui se n’è andato. Una sola volta mentre io gli stavo dicendo: “Non ci venite,
che l’ubbidienza non vuole”, mi ha detto: “Figlia mia, abbi sempre innanzi alla tua mente la luce
della mia Passione, che nel vedere le mie pene acerbissime, le tue ti parranno piccole, e nel
considerare la causa che soffrii tanti dolori immensi, che fu il peccato, i più piccoli difetti ti
parranno gravi. Invece, se non ti specchierai in Me, le più piccole pene ti sembreranno pesanti ed i
difetti gravi li reputerai cosa da niente.” Ed è scomparso.

Dopo poco è venuto il confessore ed avendolo domandato se ancora dovessi continuare


questa obbedienza, mi ha detto: “No, puoi dirgli ciò che vuoi e tienilo quanto vuoi.” Pare che sono
lasciata libera e non ho tanto che ci fare con questo guerriero sì potente; altrimenti questa volta si
sarebbe reso tanto forte che mi dava la morte; ma però mi avrebbe fatto fare un gran guadagno,
perché mi sarei unita per sempre al sommo bene e non ad intervallo, e lo avrei ringraziato, non solo,
ma gli avrei cantato il cantico dell’ubbidienza, cioè il cantico delle vittorie, quindi me ne sarei risa
di tutta la sua fortezza...

Ma mentre ciò dico, innanzi a me è comparso un occhio risplendente e bello, e una voce che
diceva: “Ed io mi sarei unito insieme con te e mi sarei compiaciuto di ridere, perché sarebbe stata
mia la vittoria.” Ed io: “Oh cara obbedienza, che dopo averci fatto una risata insieme, ti avrei
lasciato alla porta del Paradiso per dirti addio e non più rivederci, per non avere che ci fare con te, e
me ne sarei ben guardata di lasciarti entrare.”

Settembre 5, 1899
Come Gesù opera la perfezione da passo a passo.

Questa mattina mi trovavo in tale abbattimento d’animo e mi vedevo tanto cattiva, che io
stessa mi rendevo insopportabile. Essendo venuto Gesù, gli ho detto le mie pene e lo stato
miserabile in cui mi trovavo, ed Lui mi ha detto: “Figlia mia, non volerti perdere di coraggio,
questo è mio solito, di operare la perfezione a passo a passo e non tutto in un istante, affinché
l’anima vedendosi sempre in qualche cosa manchevole, si spinga, faccia tutti gli sforzi per
raggiungere ciò che le manca, affine di più piacermi e di maggiormente santificarsi, onde Io, tirato
da quegli atti, mi sento sforzato a darle nuove grazie e favori celesti, e con ciò si viene a formare un
commercio tutto divino tra l’anima e Dio. Diversamente, possedendo l’anima in sé la pienezza
della perfezione e quindi di tutte le virtù, non troverebbe modi come sforzarsi, come più piacergli,
onde verrebbe a mancare l’esca come accendere il fuoco tra la creatura e il Creatore.”

Sia sempre benedetto il Signore!

Settembre 9, 1899
Fede, speranza e carità. L’anima, reggia di Dio.

Continua Gesù a venire, ma in un aspetto tutto nuovo. Pareva che dal suo cuore benedetto
usciva un tronco d’albero, che conteneva tre radici distinte, e questo tronco dal suo sporgeva nel
mio, ed uscendo dal mio cuore, il tronco formava tanti bei rami, carichi di fiori, di frutti, di perle e
di pietre preziose risplendenti come stelle fulgidissime. Ora, il mio amante Gesù, vedendosi
all’ombra di quest’albero, tutto si ricreava, molto più che dall’albero cadevano tante perle che
formavano un bell’ornamento alla sua Umanità Santissima. Mentre stava in questa posizione, mi ha
detto: “Figlia mia carissima, le tre radici che vedi che contiene quest’albero, sono la fede, la
speranza e la carità. E siccome tu vedi che questo tronco esce da Me e s’introduce nel tuo cuore,
ciò significa che non c’è bene che posseggano le anime che non venga da Me. Sicché dopo la fede,
la speranza e la carità, il primo sviluppo che fa questo tronco, è il far conoscere che tutto il bene
viene da Dio, che di loro non hanno altro che il proprio nulla, e che questo nulla non fa altro che
darmi la libertà di farmi entrare in loro e farmi operare ciò che voglio; mentre vi sono altri nulla,
cioè altre anime, che con la libera volontà che hanno si oppongono; onde, mancando questa
conoscenza, il tronco non produce né rami, né frutti, né nessun’altra cosa di buono. I rami che
contiene quest’albero, con tutto l’apparato dei fiori, frutti, perle e pietre preziose, sono tutte le
diverse virtù che può possedere l’anima. Ora, chi ha dato la vita a quest’albero così bello? Certo le
radici. Ciò significa che la fede, la speranza e la carità tutto abbracciano, tutte le virtù contengono,
tanto, che sono messe come base e fondamento dell’albero, e senza di loro non si può produrre
nessun’altra virtù.”

Onde ho compreso pure che i fiori significano le virtù, i frutti i patimenti, le pietre e le perle
preziose il patire puramente per il solo amor di Dio. Ecco perché quelle perle che cadevano
formavano quel bell’ornamento a Nostro Signore.

Ora, mentre Gesù sedeva all’ombra di quest’albero, mi guardava con tenerezza tutta paterna,
onde, preso da un trasporto amoroso, che pareva che non ha potuto contenere in Sé, e strettamente
abbracciandomi, ha incominciato a dire: “Quanto sei bella! Tu sei la mia semplice colomba, la mia
diletta dimora, il mio vivo tempio, in cui unito col Padre e lo Spirito Santo mi compiaccio di
deliziarmi. Il tuo continuo languire per Me, mi solleva e ristora dalle continue offese che mi fanno
le creature. Sappi che è tanto l’amore che ti porto, che son costretto a nasconderlo in parte, per fare
che tu non impazzisca e potessi vivere, che se te lo facessi vedere, non solo impazziresti, ma non
potresti continuare a vivere, la tua debole natura resterebbe consumata alle fiamme del mio amore.”
Mentre ciò diceva, io mi sentivo tutta confondere ed annichilire e mi sentivo sprofondare
nell’abisso del mio nulla, perché mi vedevo tutta imperfetta, specialmente notavo la mia
ingratitudine e freddezze alle tante grazie che il Signore mi fa. Ma spero che il tutto vuole
ridondare a sua gloria ed onore, sperando con ferma fiducia che in uno sforzo del suo amore voglia
vincere la mia durezza.

Settembre 16, 1899


Contrasto con Gesù. Effetti del patire solo per Dio.
Questa mattina il mio adorabile Gesù è venuto e, temendo che fosse il demonio, gli ho
detto: “Permettetemi che vi segni la fronte con la croce”, e nell’atto stesso l’ho segnato e così sono
restata più sicura e tranquilla.

Ora, Gesù benedetto pareva stanco e si voleva riposare in me, e siccome anch’io mi sentivo
stanca per le sofferenze dei giorni passati, specialmente per le sue pochissime venute, onde mi
sentivo la necessità di riposarmi in lui. Quindi, dopo aver contrastato un poco insieme, mi ha detto:
“La vita del cuore è l’amore. Io sono come un infermo che brucia di febbre, che va trovando un
rinfresco, un sollievo nel fuoco che lo divora. La mia febbre è l’amore; ma dove estraggo i
rinfreschi, i sollievi più adatti al fuoco che mi consuma? Dalle pene ed affanni sofferti dalle anime
mie predilette per solo mio amore, molte volte sto aspettando e riaspettando quando l’anima deve
volgersi a Me per dirmi: “Signore, solo per amore vostro voglio soffrire questa pena.” Ah, si,
questi sono i miei refrigeri ed i rinfreschi più adatti, che mi sollevano e mi smorzano il fuoco che mi
consuma.”

Dopo ciò si è gettato nelle mie braccia languendo per riposarsi. Mentre Gesù riposava, io
comprendevo molte cose sulle parole dette da Gesù, specialmente sul patire per amor suo. Oh! che
moneta d’inestimabile valore! Se tutti la conoscessimo, faremmo a gara a chi più potesse patire; ma
io credo che siamo tutti corti di vista a conoscere questa moneta sì preziosa, perciò non si giunge ad
averne conoscenza.

Settembre 19, 1899


Frutti della fede, della speranza e carità.

Trovandomi questa mattina un poco turbata, specialmente sul timore che non è Gesù che
viene, ma il demonio, e che non fosse Volontà di Dio il mio stato. Mentre mi trovavo in questa
agitazione, è venuto il mio adorabile Gesù e mi ha detto: “Figlia mia, non voglio che ci perda il
tempo, col pensare a questo tu ti distrai da Me e vieni a farmi mancare il cibo come nutrirmi, ma
quello che voglio, che pensi ad amarmi soltanto ed a starti tutta abbandonata in Me, che così mi
appresterai un cibo molto a Me gradito, e non di tanto in tanto come faresti se continuassi a fare
così, ma continuamente. E non sarebbe questo tuo contento grandissimo, che la tua volontà col
stare abbandonata in Me e col amarmi, fosse cibo di Me, tuo Dio?”

Dopo ciò mi ha fatto vedere il suo cuore, e dentro vi conteneva tre globi di luce distinti, che
poi formavano uno solo, e Gesù riprendendo il suo dire mi ha detto: “I globi di luce che vedi nel
mio cuore, sono la fede, la speranza e la carità che portai sulla terra per felicitare l’uomo sofferente,
offerendogli in dono; onde, anche a te ne voglio fare un dono più speciale.” E mentre così diceva,
da quei globi di luce uscivano come tanti fili di luce che inondavano l’anima mia, come una specie
di rete, ed io vi rimanevo dentro.

E Gesù: “Ecco dove voglio che occupi l’anima tua: Primo vola sulle ali della fede ed in
quella luce, tuffandoti, conoscerai ed acquisterai sempre nuove notizie di Me, tuo Dio, ma col più
conoscermi il tuo nulla si sentirà quasi disperso e non avrai dove appoggiarti. Ma tu, sollevati di
più e gettandoti nel mare immenso della speranza, quali sono tutti i miei meriti che acquistai nel
corso della mia vita mortale, tutte le pene della mia Passione che pure ne feci dono all’uomo, e che
solo per mezzo di questi puoi sperare i beni immensi della fede, perché non c’è altro mezzo come
poterli ottenere. Quindi, tu avvalendoti di questi miei meriti come se fossero tuoi, il tuo nulla non si
sentirà più disperso e sprofondarsi nell’abisso del niente, ma acquistando nuova vita, resterà
abbellito, arricchito, in modo tale da attirarsi gli stessi sguardi divini. Ed allora non più timida, ma
la speranza gli somministrerà il coraggio, la fortezza, in modo da rendere l’anima stabile come
colonna, esposta a tutte le intemperie dell’aria, quali sono le varie tribolazioni della vita e che non la
smuovono un tantino, e la speranza farà che non solo l’anima senza timore s’immergerà nelle
immense ricchezze della fede, ma se ne renderà padrona e giungerà a tanto con la speranza, da
rendere suo lo stesso Dio. Ah! si, la speranza fa giungere l’anima dove vuole, la speranza è la porta
del Cielo, sicché solo per suo mezzo si apre, perché chi tutto spera, tutto ottiene. Onde l’anima,
giunta che avrà a farsi suo lo stesso Dio, subito, senza nessun ostacolo, si troverà nell’oceano
immenso della carità, ed ivi portando con sé la fede e la speranza, s’immergerà dentro e farà una
sola cosa con Me, suo Dio.”

L’amantissimo Gesù continua a dire: “Se la fede è il re, la carità regina, la speranza è qual
madre paciera che mette pace a tutto, perché con la fede e con la carità ci possono stare le
turbazione, ma la speranza, essendo vincolo di pace, converte tutto in pace. La speranza è sostegno,
la speranza è ristoro, e quando l’anima sollevandosi con la fede, vede la bellezza, la santità, l’amore
con cui da Dio viene amata, l’anima si sente attirata ad amarlo, ma vedendo la sua insufficienza, il
poco che fa per Dio, il come dovrebbe amarlo e non l’ama, si sente sconfortata, turbata e quasi non
ardisce di avvicinarsi a Dio; subito esce questa madre paciera della speranza, e mettendosi in mezzo
alla fede e la carità, incomincia a fare il suo ufficio di paciera, quindi mette in pace di nuovo
l’anima, la spinge, la solleva, le dà nuove forze e portandola innanzi al re della fede ed alla regina
della carità, fa le sue scuse per l’anima, mette innanzi all’anima nuova effusione dei suoi meriti e li
prega a volerla ricevere, e la fede e la carità, avendo di mira solo questa madre paciera, sì tenera e
compassionevole, ricevono l’anima e Dio forma la delizia dell’anima, e l’anima la delizia di Dio.”

Oh! santa speranza, quanto tu sei ammirabile! Io m’immagino di vedere l’anima che è
posseduta da questa bella speranza, come un nobile viandante, che cammina per andare a prendere
possesso di un podere che formerà tutta la sua fortuna, ma siccome sconosciuto e viaggiando per
terre che non sono sue, chi lo deride, chi lo insulta, chi lo spoglia delle sue vesti e chi giunge a
bastonarlo ed a minacciarlo di toglierle anche la pelle, ed il nobile viandante, che fa in tutti questi
cimenti? Si turberà egli? Ah! non mai, anzi deriderà coloro che gli faranno tutto questo, e
conoscendo certo che quanto più soffrirà, tanto più sarà onorato e glorificato quando giungerà a
prendere possesso del suo podere, quindi lui stesso stuzzica la gente a fare che più lo potessero
tormentare. Ma lui è sempre tranquillo, gode la più perfetta pace, ma quello che più, mentre si trova
in mezzo a questi insulti, egli se ne sta tanto calmo, che mentre gli altri sono tutti desti intorno a lui,
egli se ne sta dormendo nel seno del suo sospirato Iddio. Chi somministra a questo viandante tanta
pace e tanta fermezza nel seguitare l’intrapreso viaggio? Certo la speranza dei beni eterni che
saranno suoi, ed essendo suoi supererà tutto per prenderne possesso. Ora pensando che sono suoi,
viene ad amarli, ed ecco che la speranza fa nascere la carità.

Chi può dire poi, secondo la luce che Gesù benedetto mi fa vedere? Avrei voluto passarlo in
silenzio, ma veggo che la signora ubbidienza, deponendo le vesti amichevole di amicizia, prende
aspetto di guerriero e sta armando le sue armi per farmi guerra e ferirmi. Deh! non vi armare così
subito, deponete i vostri artigli, statevi quieta, che per quanto posso, farò come tu dici, e così
resteremo sempre amiche.

Ora, quando l’anima si porta nell’estesissimo mare della carità, prova delizie ineffabili, gode
gioie inenarrabili ad anima mortale. Tutto è amore; i suoi sospiri, i suoi palpiti, i suoi pensieri, sono
tante voci sonore che fa risuonare intorno al suo amantissimo Iddio, tutte d’amore, che lo chiamano
a sé, dimodochè, Iddio benedetto, tirato, ferito da queste voci amorose, ne fa il contraccambio e ne
avviene che i sospiri, i palpiti e tutto l’Essere Divino chiamano continuamente l’anima a Dio.

Chi può dire, poi, come resta ferita l’anima da queste voci? Come incomincia a delirare
come se fosse presa da febbre cocentissima, come corre quasi impazzita e va a tuffarsi nell’amoroso
cuore del suo Diletto per trovare refrigerio ed a torrenti succhia le delizie divine? Ella vi resta ebbra
d’amore e nella sua ebbrezza, fa dei cantici tutti amorosi al suo Sposo dolcissimo. Ma chi può dire
tutto ciò che passa tra l’anima e Dio? Chi può dire su di questa carità, qual’è Dio medesimo?

In questo istante mi vedo una luce grandissima e la mia mente ora rimane stupita, si applica
ora ad un punto, ora ad un altro e faccio per dettarlo sulla carta e mi sento balbuziente
nell’esprimerlo. Onde non sapendo che fare, per ora faccio silenzio; e credo che la signora
obbedienza per questa volta voglia perdonarmi, che se essa vuole corrucciarsi meco, questa volta
non ha tanta ragione, perché il torto è suo, che non mi dà una lingua spedita a saperlo dire. Avete
inteso, reverendissima obbedienza? Restiamo in pace, non è vero?

Settembre 21, 1899


Contrasti con la Signora obbedienza.

Eppure, chi doveva dirlo? Con tutto che il torto è suo, che non mi dà la capacità di saperlo
manifestare, la signorina obbedienza se l’ha preso a male ed ha incominciato a farla da tiranno
crudele, ed è giunta a tale crudeltà che mi ha tolto la vista dell’amante mio Bene, solo ed unico mio
conforto. Si vede proprio che delle volte la fa anche da bambina, che quando vuole vincere un
capriccio, se non lo vince con le buone, assorda la casa con gridi, con pianti, tanto che si è costretto
a contentarla per forza. Non ci sono ragioni, non c’è via di mezzo come persuaderla; così fa la
signora obbedienza, è brava, non ti avrei creduto tale, siccome vuole vincere lei, vuole che anche
balbuziente scriva sulla carità. Oh! Dio santo, rendetela Voi stesso più ragionevole, che si vede
proprio che non si può tirare avanti in questo modo. E tu, oh obbedienza, rendimi il mio dolce
Gesù, non mi toccare più al vivo e ti prego di non togliermi più la vista del mio sommo Bene, ed io
ti prometto che anche balbuziente scriverò come tu vuoi. Solo vi chiedo in grazia di farmi
rinfrancare per qualche giorno, perché la mia mente, troppo piccola, non si regge più a stare
immersa in quel vasto oceano della carità divina, specialmente che là vi scorgo di più le mie miserie
e la mia bruttezza, e nel vedere l’amore che Dio mi porta, mi sento quasi impazzire, onde la mia
debole natura si sente venir meno e non ne può più. Ma nello stesso tempo mi occuperò a scrivere
altre cose, per poi riprendere sulla carità.

Riprendo il mio povero dire. Trovandosi la mia mente occupata delle cose già dette, andavo
pensando tra me: A che pro scrivere questo, se io stessa non praticassi ciò che scrivo? Questo
scritto sarebbe certo una mia condanna. Mentre ciò pensavo, è venuto il benedetto Gesù e mi ha
detto: “Questo scritto servirà a far conoscere chi è Colui che ti parla e occupa la tua persona; e poi,
se non serve a te, la mia luce servirà ad altri che leggeranno ciò che ti faccio scrivere.”

Chi può dire quanto son lasciata mortificata nel pensare che altri approfitteranno delle grazie
che mi fa, se leggeranno questi scritti, ed io che li ricevo no? Non mi condanneranno essi? E poi,
solo pensare che giungeranno in mano d’altri, mi si stringe il cuore per la pena e per il rossore di me
stessa. Ora, rimanendo in grandissima afflizione, andavo ripetendo: A che pro il mio stato, se
servirà di condanna? E l’amorosissimo mio Gesù, ritornando mi ha detto: “La mia vita fu
necessaria per la salvezza dei popoli; e siccome la mia non la potetti continuare sulla terra, perciò
eleggo a chi mi piace per continuarla in loro, per poter continuare la salvezza nei popoli, ecco il pro
del tuo stato.”

Settembre 22, 1899


Ripugnanza per scrivere.
Sentendomi un chiodo fitto nel cuore per le parole dette ieri dal dolce Gesù, essendo Lui
sempre benigno con questa miserabile peccatrice, onde per sollevare le mie pene è venuto e, tutta
compatendomi mi ha detto: “Figlia mia, non volere più affliggerti. Sappi che tutto ciò che ti faccio
scrivere, o sulle virtù o sotto qualche similitudine, non è altro che un farti dipingere te stessa ed a
quella perfezione a cui ho fatto giungere l’anima tua.”

Oh! Dio, che gran ripugnanza provo nello scrivere queste parole, perché non mi pare vero
quello che dice. Mi sento che non capisco ancora che cosa sia virtù e perfezione, ma l’ubbidienza
così vuole, ed è meglio crepare che avere che ci fare con lei. Molto più che ha due faccie: Se si fa
come lei dice, prende l’aspetto di signora e ti carezza come amica fedelissima, di più ti promette
tutti i beni che ci sono in Cielo ed in terra; poi, appena scorge un’ombra di difficoltà in contrario,
subito, senza farsi avvertire, si fa per guardare e si trova guerriero che sta armando le sue armi per
ferirti e distruggerti. Oh! mio Gesù, che razza di virtù è questa obbedienza che fa tremare a solo
pensarla?

Onde, mentre Gesù mi diceva quelle parole, io gli ho detto: “Mio buon Gesù, che giova
all’anima mia l’avere tante grazie, mentre dopo mi amareggiano tutta la vita mia, specialmente per
le ore di tua privazione? Perché il comprendere chi Tu sei, e di chi son priva, è un continuo martirio
per me; quindi non mi servono ad altro che a farmi vivere continuamente amareggiata.”

E Lui ha soggiunto: “Quando una persona ha gustato il dolce di un cibo e poi è costretta a
prendere l’amaro, per togliere quell’amarezza accresce al doppio il desiderio di gustare il dolce, e
questo giova molto a quella persona, perché se gustasse sempre il dolce, senza gustare mai
l’amarezza, non ne terrebbe gran conto del dolce; se gustasse sempre l’amarezza senza conoscere il
dolce, non conoscendolo non ne verrebbe neppure a desiderarlo, quindi l’uno e l’altro giova, così
giova anche a te.” Ed io: “Pazientissimo mio Gesù, nel sopportare un’anima così misera ed ingrata,
perdonami; mi pare che questa volta voglio troppo investigare.” E Gesù: “Non ti turbare; sono Io
stesso che muovo le difficoltà nel tuo interno, per avere occasione di conversare con te ed insieme
per ammaestrarti in tutto.”

Settembre 25, 1899


Luisa, difenditrice di Gesù e di gli altri.

Nella mia mente stavo pensando: “Se questi scritti andassero in mano a qualcuno, forse
dirà: “Sarà una buona cristiana che il Signore le fa tante grazie;” senza sapere che con tutto ciò,
sono ancora tanto cattiva. Ecco come le persone si possono ingannare tanto nel bene, quanto nel
male. Ah! Signore, Voi solo conoscete la verità, ed il fondo dei cuori.” Mentre ciò pensavo, è
venuto il benedetto Gesù e mi ha detto: “Diletta mia, e se le genti sapessero che tu sei la mia
difenditrice, e la loro!”

Ed io: “Mio Gesù, che dite?” E Lui: “Come, non è vero che tu mi difendi dalle pene che
esse mi fanno, col metterti in mezzo tra Me e loro, e prendi sopra di te il colpo che era per ricevere
sopra di Me, e quello che Io dovevo versare sopra di loro? E se qualche volta non lo ricevi sopra di
te, è perché non te lo permetto e questo con tuo grande rammarico, fino a lamentarti con Me; puoi
tu forse negarlo?”

No Signore, non posso negarlo, ma veggo che è una cosa che Voi stesso avete infuso in me,
perciò dico che il fatto non è che io sono buona, e mi sento tutta confusa nel sentirmi dire da Voi
queste parole.”
Settembre 26, 1899
Opposizioni per scrivere. Come la Santissima Vergine è un portento della grazia.
Vista atrattiva e intuitiva.

Questa mattina, essendo venuto il mio adorabile Gesù, mi ha trasportato fuori di me stessa,
ma con mio sommo rammarico lo vedevo di spalle, e per quanto l’ho pregato a farmi vedere il suo
santissimo volto, mi riusciva impossibile. Nel mio interno andavo dicendo: “Chi sa che non sono
le mie opposizioni all’ubbidienza nello scrivere, che non si benigna di farsi vedere il suo volto
adorabile.” E mentre ciò dicevo piangevo. Dopo che mi ha fatto piangere, si è voltato e mi ha
detto: “Io non ne faccio nessun conto delle tue opposizioni, perché la tua volontà è tanto
immedesimata con la mia, che non puoi volere se non quello che voglio Io; onde, mentre ti ripugna,
nell’atto stesso ti senti tirata come da una calamita a farlo, quindi, le tue ripugnanze non servono ad
altro che a rendere più abbellita e splendente la virtù dell’ubbidienza; perciò non le curo.”

Dopo ho guardato il suo bellissimo volto, e nel mio interno vi sentivo un contento
indescrivibile, ed a Lui rivolta gli ho detto: “Dolcissimo Amor mio, se sono io e prendo tanto
diletto nel rimirarti, che potette essere della nostra Mamma Regina, quando vi rinchiudesti nelle sue
viscere purissime? Quali contenti, quante grazie non le conferisti?” E Lui: “Figlia mia, furono tali
e tante le delizie e le grazie che versai in Lei, che basta dirti che ciò che Io sono per natura, la nostra
Madre lo divenne per grazia; molto più che, non avendo colpa, la mia grazia potette signoreggiare
in Lei liberamente, sicché non c’è cosa dell’Essere mio, che non conferii a Lei.”

In quell’istante mi pareva di vedere la nostra Regina Madre come se fosse un altro Dio, con
questa sola differenza: Che in Dio è natura sua propria, in Maria Santissima è grazia conseguita.
Chi può dire come son lasciata stupita? Come la mia mente si perdeva nel vedere un portento di
grazia sì prodigioso? Onde, a Lui rivolta, gli ho detto: “Caro mio Bene, la nostra Madre ebbe tanto
bene perché vi facevate vedere intituivamente; io vorrei sapere, ed a me come vi mostrate, con la
vista astrattiva o intuitiva? Chi sa se è pure astrattiva.” E Lui: “Voglio farti capire la differenza
che vi è tra l’una e l’altra. Nella astrattiva l’anima rimira Dio, nell’intuitiva vi entra dentro e
consegue le grazie, cioè, riceve in sé la partecipazione dell’Essere Divino; e tu quante volte non hai
partecipato all’Essere mio? Quel patire che pare in te come se fosse connaturale, quella purità che
giungi fino a sentire come se non avessi corpo e tante altre cose, non te le ho conferito quando ti son
tirata a Me intuitivamente?” Ah! Signore, troppo è vero, ed io quali grazie ti ho reso per tutto
questo? Qual’è stata la mia corrispondenza? Sento rossore al solo pensarlo, ma deh! perdonami e
fate che di me si possa conoscere, dal Cielo e dalla terra, come un soggetto delle tue infinite
misericordie.”

Settembre 30, 1899


Come la pazienzia nel soffrire le tentazioni è come cibo sostanzioso.

Primo ho passato più d’un’ora d’inferno. Alla sfuggita ho fatto per guardare l’immagine del
bambino Gesù, ed un pensiero, come fulmine, ha detto al bambino: “Come sei brutto!” Ho cercato
di non curarlo né turbarmi, per far di evitare qualche gioco col demonio; eppure, con tutto ciò, quel
fulmine diabolico mi ha penetrato nel cuore e mi sentivo che il mio povero cuore odiava Gesù. Ah!
si, mi sentivo nell’inferno a fare compagnia ai dannati, mi sentivo l’amore cambiato in odio! Oh!
Dio, che pena il non poterti amare!

Dicevo: “Signore, è vero che non sono degna di amarti, ma almeno accettate questa pena,
che vorrei amarti e non posso.”
Così, dopo aver passato nell’inferno più di un’ora, pare che me ne sono uscita, grazie a Dio;
ma chi può dire quanto il mio povero cuore è restato afflitto, debbole per la guerra sostenuta tra
l’odio e l’amore? Sentivo tale prostrazione di forze, che mi pareva che non avessi più vita. Onde
sono stata sorpresa dal solito mio stato, ma, oh, quanto decaduta di peso. Il mio cuore e tutte le
interiori potenze, che con ansia inenarrabile desiderano e vanno in cerca del loro sommo ed unico
Bene, ed allora si fermano quando lo hanno già trovato, e con sommo loro contento se lo godono,
questa volta non ardivano di muoversi, se ne stavano tanto annichilite, confuse e inabissate nel
proprio nulla, che non si facevano sentire...Oh! Dio, che mazzata crudele ha dovuto subire il povero
mio cuore. Con tutto ciò, il mio sempre benigno Gesù è venuto, e la sua vista consolatrice ha fatto
dimenticare subito di essere stata nell’inferno, tanto, che neppure ho chiesto perdono a Gesù. Le
interiori potenze, umiliate, stanche come stavano, pareva che si riposavano in Lui; tutto era silenzio,
d’ambi le parti non c’era altro che qualche sguardo amoroso che ci ferivamo i cuori a vicenda.
Dopo essere stata qualche tempo in questo profondo silenzio, Gesù mi ha detto: “Figlia mia, ho
fame, dammi qualche cosa.”

Ed io: “Non ho niente che darvi.” Ma nell’atto stesso ho visto un pane e se lo ho dato, e Lui
pareva che con tutto gusto se lo mangiava. Ora, nel mio interno andavo dicendo: “E’ da qualche
giorno che non mi dice niente.” E Gesù ha risposto al mio pensiero: “Delle volte lo sposo si
compiace di trattare con la sua sposa, di affidarle i più intimi segreti; altre volte poi, si diletta con
più gusto di riposarsi e contemplarsi a vicenda la loro bellezza, mentre il parlare impedisce di
riposarsi, ed il solo pensiero di ciò che si deve dire e di qual cosa si deve trattare, non fa badare a
guardare la beltà dello sposo e della sposa; ma però questo serve, che dopo aversi riposato e
compreso di più la loro bellezza, vengono più ad amarsi e con maggior forza escono in campo per
lavorare, trattare e difendere i loro interessi. Così sto facendo con te, non ne sei tu contenta?”

Dopo ciò, un pensiero mi è balenato nella mente, dell’ora passata nell’inferno, e subito ho
detto: “Signore, perdonami; quante offese vi ho fatto.” E Lui : “Non volerti affliggere né turbare,
sono Io che conduco l’anima fin nel profondo dell’abisso, per poter poi condurla più spedita nel
Cielo.” Poi mi ha fatto comprendere che quel pane trovatomi non era altro che la pazienza con cui
avevo sopportato quell’ora di sanguinosa battaglia, quindi la pazienza, l’umiliazione, l’offerta a Dio
di ciò che si soffre in tempo di tentazione, è un pane sostanzioso che si dà a Nostro Signore e che
Lui l’accetta con molto gusto.

Ottobre 1, 1899
Gesù parla con amarezze dei abusi dei sacramenti.

Questa mattina seguitava a farsi vedere in silenzio, ma in aspetto afflittissimo, l’amabile


Gesù teneva conficcata sulla testa una folta corona di spine, le mie interiori potenze me le sentivo in
silenzio e non ardivano di dire una sola parola; solo che vedendo che soffriva assai nella testa, ho
steso le mani e pian piano gli ho tolto la corona, ma che acerbo spasimo soffriva! Come si
allargavano le ferite ed il sangue scorreva a ruscelli! A dire il vero, era cosa che straziava l’anima.
Dopo tolta, l’ho messa sulla mia testa e Lui stesso aiutava a far sì che vi penetrasse dentro, ma tutto
era silenzio d’ambi le parti. Ma qual è stata la mia meraviglia, che dopo poco ho fatto per guardarlo
di nuovo, ed un’altra, con le offese che facevano, stavano mettendo sulla testa di Gesù, oh perfidia
umana! Oh pazienza incomparabile di Gesù, quanto sei tu grande! E Gesù taceva e quasi che non li
guardava per non conoscere chi erano i suoi offensori. Quindi di nuovo la ho tolta, e tutte le
interiori potenze risvegliandosi di tenera compassione, gli ho detto: “Caro mio Bene, dolce mia
vita, dimmi un po’ perché non mi dici più niente? Non è stato mai tuo solito nascondermi i tuoi
segreti. Deh! parliamo un poco insieme, che così sfogheremo un poco il dolore e l’amore che ci
opprime.”
E Lui: “Figlia mia, sei tu il sollievo nelle mie pene. Sappi però che non ti dico niente
perché tu mi costringi sempre a far sì che non castighi le genti; vuoi opporti alla mia giustizia, e se
non faccio come tu vuoi, ne resti dispiaciuta ed Io più ne sento una pena che non ti tenga contenta,
quindi per evitare dispiaceri d’ambi le parti, faccio silenzio.” Ed io: “Mio buon Gesù, avete forse
dimenticato quando Voi stesso venite a soffrire dopo che avete adoperato la giustizia? Quel vedervi
soffrire nelle stesse creature è che mi rende più che mai circospetta a costringervi che non castigate
le genti. E poi, quel vedere le stesse creature rivolgersi contro di voi, come tante vipere avvelenate,
quasi che se fosse in loro potere già vi toglierebbero la vita, perché si veggono sotto dei vostri
flagelli, e di più vengono ad irritare la vostra giustizia, non mi dà l’animo di dire il Fiat Voluntas
Tua.”

E Lui: “La mia giustizia non può passare più oltre. Mi sento da tutti ferito, da sacerdoti, da
devoti, da secolari, specialmente per l’abuso dei sacramenti: Chi non li cura affatto, aggiungendo i
disprezzi, e chi frequentandoli, ne formano conversazione di piacere, e chi non essendo soddisfatto
nei suoi capricci, giunge per questo ad offendermi. Oh! quanto resta straziato il mio cuore nel
vedere ridotti i sacramenti come quelle pitture dipinte, o come quelle statue di pietra che
compariscono vive, operanti da lontano, ma si fa per avvicinarle e si incomincia a scoprire
l’inganno; onde si fa per toccarle, e che cosa si trova? Carta, pietra, legno, oggetti inanimati, ed
ecco del tutto disingannati. Tali sono i sacramenti, ridotti per la maggior parte, non c’è altro che la
sola apparenza. Che dire poi di quelli che restano più lordi che netti? E poi, lo spirito d’interesse
che regna nei religiosi, è cosa da piangere. Non ti pare che sono tutt’occhi dove c’è un vilissimo
soldo, fino ad avvilire la loro dignità? Ma dove non c’è l’interesse non hanno mani, né piedi per
muoversi un tantino. Questo spirito d’interesse li riempie tanto il interno, che trabocca nell’esterno,
fino a sentirne la puzza gli stessi secolari, e di ciò scandalizzati, fanno la causa che non prestano
fede alle loro parole. Ah! si, nessuno mi risparmia; vi è chi mi offende direttamente, e chi potendo
impedire un tanto male, non si cura di farlo, onde non ho a chi rivolgermi. Ma Io li castigherò in
modo da renderli inabili e chi distruggerò perfettamente, giungeranno a tanto, che resteranno le
chiese deserte, senza avere chi amministrerà i sacramenti.”

Interrompendo il suo dire, tutta spaventata ho detto: “Signore, che dite! Se ci sono quelli
che abusano dei sacramenti, vi sono tante buone figlie che li ricevono con le dovute disposizioni e
ci soffrono molto se non li frequentassero.” E Lui: “Troppo scarso è il loro numero, e poi la loro
pena perché non possono riceverli, riuscirà a mia riparazione e ad essere vittime per quelli che ne
abusano.” Chi può dire quanto sono restata straziata da questo parlare di Gesù benedetto? Ma
spero che voglia placarsi per la sua infinita misericordia.

Ottobre 3, 1899
L’ubbidienza. Degli sacerdotti, interessi di famiglia e del mondo.

Questa mattina, continuava a farsi vedere Gesù afflitto. Al mio pazientissimo Gesù non
avevo coraggio di dirgli nessuna parola, per timore che riprendesse il suo dire lamentevole sullo
stato religioso, e questo, perché l’ubbidienza vuole che scriva tutto ed anche quello che riguarda la
carità del prossimo, e questo è per me tanto penoso, che ho dovuto lottare a forza di braccia con la
signora obbedienza, molto più che cambiandosi in aspetto di guerriero potentissimo, armato delle
sue armi per darmi la morte. In verità mi son trovata a tali strettezze, che io stessa non sapevo che
fare. Scrivere secondo la luce che Gesù mi faceva vedere sulla carità del prossimo, mi pareva
impossibile, mi sentivo ferire il cuore da mille punture, la bocca me la sentivo ammutolire e venir
meno il coraggio e le dicevo: “Cara obbedienza, tu sai quanto ti amo e che volentieri per amore tuo
darei la vita, ma veggo che qui non posso, e tu stessa vedi lo strazio dell’anima mia. Deh! non farti
nemica, non essere meco spietata, sii più indulgente verso chi tanto ti ama. Deh! vieni meco te
stessa e discorriamolo insieme quello che più ci conviene dire.”

Così pare che ha deposto il suo furore e lei stessa dettava quello che era più necessario,
rinchiudendo in poche parole tutto il senso delle diverse cose che riguardavano la carità, sebbene
delle volte voleva essere più minuta ed io le dicevo, basta che per un poco di riflessione capiscano
ciò che significa, non è meglio rinchiudere in una parola tutto il significato, che in tante parole?”

Delle volte cedeva l’obbedienza, delle volte io, e così pare che siamo andate d’accordo...

Quanta pazienza ci vuole con questa benedetta signora obbedienza, veramente signora, che
basta che si dà il diritto di signoreggiare, cambiandosi in aspetto di mansuetissima agnella, lei stessa
fa il sacrifizio della fatica e fa riposare l’anima col suo Signore, mettendosi lei intorno con occhio
vigilante, per fare che nessuno ardisca di molestarla e d’interromperle il suo sonno; e mentre
l’anima dorme, questa nobile signora che fa? Sta gocciolando sudore dalla sua fronte, affrettando la
fatica che toccava all’anima, cosa veramente che fa stupire ogni mente umana più intelligente, e che
scuote ogni cuore ad amarla.

Ora, mentre ciò dico, nel mio interno vado dicendo: “Ma che cosa è quest’obbedienza? Di
che è formata? Qual è l’alimento che la sostiene?” E Gesù che mi fa sentire la sua armoniosa voce
al mio udito, che dice: “Vuoi sapere che cosa è l’ubbidienza? L’ubbidienza è la quintassenza
dell’amore; l’ubbidienza è l’amore più fino, più puro, più perfetto, estratto dal sacrifizio più
doloroso, qual è il distruggere sé medesimo per rivivere di Dio. L’ubbidienza, essendo nobilissima
e divina, non ammette nell’anima niente d’umano e che non fosse suo, perciò tutta la sua attenzione
è distruggere nell’anima tutto ciò che non appartiene alla sua nobiltà divina, qual è l’amor proprio, e
fatto questo, poco si cura, che essa sola stenta, fatica ciò che appartiene all’anima, e l’anima la fa
tranquillamente riposare. Finalmente, l’ubbidienza sono Io medesimo.” Chi può dire come sono
restata meravigliata e rimasta estatica nel sentire questo parlare di Gesù benedetto? Oh! santa
obbedienza, quanto sei incomprensibile, io mi prostro ai tuoi piedi e ti adoro; ti prego ad essermi
guida, maestra, luce nel disastroso cammino della vita, che guidata, ammaestrata, scortata dalla tua
luce purissima possa con sicurezza prendere possesso del porto eterno.

Finisco quasi sforzandomi di uscire da questa virtù dell’ubbidienza, altrimenti non la finirei
mai di parlare. E’ tanta la luce che veggo di questa virtù, che potrei scrivere sempre su di essa, ma
altre cose mi chiamano, perciò faccio silenzio e ritorno da dove lasciai.

Onde, vedevo il mio dolce Gesù afflitto e, ricordandomi che l’ubbidienza mi aveva detto di
pregare per una persona, quindi con tutto il cuore l’ho raccomandato, e Gesù mi ha detto: “Figlia
mia, faccia che tutte le sue opere risplendano di solo virtù, ma specialmente gli raccomando a non
imbrogliarsi nelle cose d’interesse di famiglia; se tiene qualche cosa, la dia pure, se non tiene, non
voglio che lui s’impicci d’altro; lasci che le cose le facciano chi ne è dovuto e lui se ne rimanga
spedito, libero, senza infangarsi nelle cose terrene, altrimenti verrebbe ad incorrere nella sventura
degli altri, che da principio, avendo voluto impicciarsi di qualche cosa di famiglia, poi tutto il peso è
gravato sulle loro spalle, ed Io, per solo mia misericordia ho dovuto permettere di non prosperarli,
ma piuttosto di ammiserirli e così farli toccare con mano quanto è disdicevole ad un mio ministro
l’infangarsi nelle cose terrene, mentre, parola uscita dalla mia bocca, che ai ministri del mio
santuario, sempre che non toccassero affatto le cose terrene, mai sarebbe mancato il cibo
quotidiano. Ora, questi tali, se Io li avessi solamente prosperati, avrebbero infangato il loro cuore e
non avrebbero badato né a Dio né alle cose appartenenti al loro ministero; ora tediati, stanchi del
loro stato, vorrebbero sbrigarsi, ma non possono e questo è in pena di ciò che non dovrebbero fare.”
Dopo gli raccomandai un infermo, e Gesù mi mostrava le sue piaghe, fattegli da
quell’infermo. Ed io ho cercato di pregarlo, placarlo e ripararlo e pareva che quelle piaghe si
saldavano. E Gesù tutto benignità mi ha detto: “Figlia mia, tu oggi mi hai fatto l’uffizio d’un
peritissimo medico, che non solo hai cercato di medicarle, di fasciarle, ma anche di guarirle le mie
piaghe fattemi da quell’infermo; perciò mi sento molto ristorato e placato.” Onde ho compreso che,
pregando per gli infermi, si viene a fare l’uffizio di medico a Nostro Signore, che soffre nelle stesse
sue immagini.

Ottobre 7, 1899
Come vede Gesù sdegnato contro le genti. Lo stato di vittima risparmia i castighi.

Questa mattina il benedetto Gesù non ci veniva ed ho dovuto molto pazientare per
aspettarlo. Nel mio interno andavo dicendo: “Mio caro Gesù, vieni, non farmi tanto aspettare! E’
da ieri sera che non vi ho visto e l’ora si fa troppo tarda e Voi non ci venite ancora? Vedete quanto
ho pazientato ad aspettarvi. Deh! non fate che giunga ad impazientirmi perché indugiate
lungamente a venire, perché poi, la causa ne siete Voi coi vostri indugi. Perciò venite, che più non
posso.”

Ora, mentre andavo dicendo questi ed altri spropositi, il mio unico Bene è venuto, ma con
sommo mio rammarico, l’ho visto quasi sdegnato con le genti. Subito gli ho detto: “Mio buono
Gesù, vi prego a far pace col mondo.” E Lui: “Figlia, non posso; Io sono come un re che vuole
andare dentro d’una casa, ma quella casa è piena di cose immonde, di marciume e di tante altre
sporcizie. Il re, come re, ne ha il potere di entrarvi, non c’è nessuno che lo potrebbe impedire ed
anche con le sue proprie mani può pulire quell’abitazione, ma non vuole farlo, perché non è decente
alla sua reale persona scendere a tante bassezze, e fino a tanto che quell’abitazione non verrà pulita
da altri, con tutto ciò che ne ha il potere, il volere ed un grande desiderio, fino a soffrirne, mai si
benignerà di mettervi il piede. Tale sono Io. Sono re che posso e voglio, ma voglio la loro volontà,
voglio che tolgano il marciume delle colpe per entrarvi e far pace con loro. No, non è decente alla
mia regalità l’entrarvi e rappacificarmi con loro, anzi, non farò altro che mandare castighi. Il fuoco
della tribolazione li inonderà dappertutto, fino ad atterrarli, acciocché si ricordino che esiste un Dio,
il solo che può aiutarli e liberarli.”

Ed io, interrompendo il suo dire, gli ho detto: “Signore, se volete mettere mani ai castighi,
io me ne voglio venire, non voglio più stare su questa terra. Come potrà resistere il mio cuore a
vedere soffrire le tue creature?” E Gesù, prendendo un aspetto benigno mi ha detto: “Se tu te ne
vieni, ed Io dove andrò a dimorare su questa terra? Per ora pensiamo a stare insieme di qua, che nel
Cielo avremo a starci a lungo, quant’è tutta l’eternità. E poi, troppo presto hai dimenticato l’uffizio
di farmi da madre sulla terra. Quindi, mentre castigherò le genti, Io verrò a rifugiarmi e dimorerò
con te.”

Ed io: “Ah! Signore, a che pro il mio stato di vittima per tanti anni? Qual bene ne è venuto
ai popoli, mentre Voi mi dicevate che mi volevate vittima per risparmiare le genti? Ed ora fate
vedere che questi castighi, invece di succedere tanti anni prima, succedono dopo, né più né meno di
questo.” E Lui: “Figlia mia, non dire così; la mia longanimità è stata per amore tuo, ed il bene che
ne è venuto da questo, è stato che terribili castighi dovevano infierire per lunghissimo tempo,
mentre con ciò sarà più breve. E non è questo un bene, che uno, invece di stare per lunghi anni
sotto il peso di un castigo, vi stia per pochi? Poi, in questi corsi di anni passati, guerre, morti
improvvise, che non dovevano aver tempo di convertirsi, ed invece l’hanno avuto e si sono salvati,
non è questo un gran bene? Diletta mia, per ora non è necessario il farti capire il pro del tuo stato
per te e per i popoli, ma te lo mostrerò quando verrai nel Cielo ed il giorno del giudizio lo mostrerò
a tutte le nazioni. Perciò, non parlare più in questo modo.”

Ottobre 14, 1899


La speranza, madre paciera.
Questa mattina mi sentivo un po’ turbata e tutta annientata in me stessa. Mi vedevo come se
il Signore mi volesse discacciare da Sé. Oh Dio! che pena straziante è mai questa! Mentre mi
trovavo in tale stato, il benedetto Gesù è venuto con una cordicella in mano e percuotendo il mio
cuore tre volte, mi ha detto: “Pace, pace, pace, non sai tu che il regno della speranza è regno di
pace, ed il diritto di questa speranza è la giustizia? Tu, quando vedi che la mia giustizia si arma
contro le genti, entra nel regno della speranza ed investendoti delle qualità più potenti che lei
possiede, sali fin sul mio trono e fa’ quanto puoi per disarmare il braccio armato; e questo lo farai
con le voci più eloquenti, più tenere, più pietose, con le ragioni più possenti, con le preghiere più
calde, che la stessa speranza ti detterà. Ma quando vedi che la stessa speranza sta per sostenere certi
diritti di giustizia che sono assolutamente necessari, e che volerli cedere sarebbe un voler far
affronto a sé stessa, ciò che non può mai essere, allora conformati a Me e cedi alla giustizia.”

Ed io, più che mai atterrita, che dovevo cedere alla giustizia, gli ho detto: “Ah, Signore,
come posso far ciò? Ah! che mi pare impossibile, Il solo pensiero che dovete castigare le genti,
perché tue immagini, non posso tollerarlo, almeno fossero creature che non appartengano a Voi.
Eppure, questo è niente, ma quello che più mi strazia è che devo vedere Voi stesso, quasi sto per
dire, colpito da Voi stesso, schiaffeggiato, flaggellato, addolorato da Voi stesso, perché i castighi
scenderanno sopra le tue stesse membra, non sopra le altre, e quindi Voi stesso verrai a soffrire.
Dimmi, mio solo ed unico Bene, come potrà resistere il mio cuore a vedervi soffrire, colpito da Voi
stesso? Che vi fanno soffrire le creature, sono sempre creature ed è più tollerabile, ma questo è
tanto duro, che non posso ingoiarlo, perciò non posso conformarmi teco, né cedere.”

E Lui, impietosendosi e tutto intenerendosi di questo mio dire, prendendo un aspetto afflitto
e benigno, mi ha detto: “Figlia mia, tu hai ragione che resterò colpito nelle mie stesse membra,
tanto che nel sentirti parlare, tutte le mie viscere Me le sento commosse e muovere a misericordia
ed il cuore me lo sento spezzare per tenerezza. Ma credi a Me, che son necessari i castighi, e se tu
non vuoi vedermi colpito adesso un poco, mi vedrai colpito di poi più terribilmente, perché più mi
offenderanno, e questo non ti dispiacerebbe di più? Perciò conformati meco, altrimenti mi
costringerai, per non vederti dispiaciuta, a non dirti più niente, e con questo mi verrai a negarmi il
sollievo che prendo nel conversare con te. Ah! si, mi ridurrai al silenzio, senza avere con chi
sfogare le mie pene.”

Chi può dire quanto sono restata amareggiata da questo suo dire? E Gesù, volendomi quasi
distrarre dalla mia afflizione, ha ripreso il suo dire sulla speranza, dicendomi: “Figlia mia, non ti
turbare, la speranza è pace; e siccome Io, nell’atto stesso che faccio giustizia sto nella più perfetta
pace, così tu, immergendoti nella speranza, statti nella pace. L’anima che sta nella speranza, col
volersi affliggere, turbare, sconfidare, incorrerebbe nella sventura di colei che, mentre possiede
milioni e milioni di monete, ed anche è regina di vari regni, va fantasticando e menando lamenti,
dicendo: “Di che devo vivere? Come devo vestirmi? Ahi! mi muoio dalla fame! Sono ben
infelice! Mi ridurrò alla più stretta miseria e finirò col perire.” E mentre ciò dice, piange, sospira e
passa i suoi giorni triste, squallida, immersa nella più grande mestizia. E questo non è tutto, quel
che è peggio di costei, che se vede i suoi tesori, se cammina nei suoi poderi, invece di gioirne, più si
affligge pensando al suo fine venturo e vedendo il cibo non lo vuole toccare per sostenersi, e se
qualcuno vuole persuaderla col farla toccare con mano mostrandole sue ricchezze, e che ciò non
può essere, che si ridurrà alla più stretta miseria, non si convince, rimane sbalordita, e più piange la
sua triste sorte. Or, che si direbbe di costei, dalle genti? Che è pazza, si vede che non ha ragione,
ha perduto il cervello; la ragione è chiara, non può essere diversamente.

Eppure, può darsi che questa tale possa incorrere nella sventura che va fantasticando; ma in
che modo? Con uscire dai suoi regni, abbandonando tutte le sue ricchezze andasse in terre
straniere, in mezzo a gente barbara, che nessuno si benignerà di darle una briciola di pane. Ed ecco
che la fantasia si è verificata; ciò che era falso, ora è verità. Ma chi n’è stato la causa? Chi
incolparene di un cambiamento di stato sì triste? La sua perfida ed ostinata volontà. Tale è appunto
un’anima che si trova in possesso della speranza: il volersi turbare, scoraggiare, già è la più grande
pazzia.”

Ed io: “Ah! Signore, come può essere che l’anima possa stare sempre in pace, vivendo nella
speranza? E se l’anima commette qualche peccato, come può stare in pace?” E Gesù: “Nell’atto
che l’anima pecca, già esce dal regno della speranza, giacché peccato e speranza non possono stare
insieme. Ogni ragione ritiene che ognuno è obbligato di rispettare, conservare, coltivare ciò che è
suo, chi è quell’uomo che va nei suoi terreni e vi brucia ciò che possiede? Chi è che non tiene
gelosamente custodita la sua roba? Credo nessuno. Ora, l’anima che vive nella speranza, col
peccato offende già la speranza, e se stesse in suo potere, brucerebbe tutti i beni che possiede la
speranza, ed allora si troverebbe nella sventura di quella tale che, abbandonando i suoi beni, va a
vivere in terre straniere. Così l’anima, col peccato, uscendo da questa madre paciera, della speranza
sì tenera e pietosa, che giunge ad alimentarla con le sue stesse carni, qual è Gesù in Sacramento,
oggetto primario di nostra speranza, si va a vivere in mezzo a gente barbara, quali sono i demoni,
che negandole ogni minimo ristoro, non l’alimentano d’altro che di veleno, qual è il peccato.
Eppure, questa madre pietosa, che fa? Mentre l’anima si allontana da lei, se ne starà forse
indifferente? Ah! no, piange, prega, la chiama con le voci più tenere, più commoventi, le va
appresso ed allora si contenta quando la riconduce nel suo regno.”

Il mio dolce Gesù continua a dirmi: “La natura della speranza è pace, e ciò che lei è per
natura, l’anima che vive nel seno di questa madre paciera lo consegue per grazia.” E nell’atto
stesso che Gesù benedetto dice queste parole, con una luce intellettuale mi fa vedere sotto una
similitudine di una madre, ciò che ha fatto questa speranza per l’uomo. Oh! che scena commovente
e tenerissima, che se tutti la potessero vedere, piangerebbero di compunzione anche i cuori più duri
e tutti si affezionerebbero tanto, che riuscirebbe impossibile distaccarsi per un solo momento dalle
sue ginocchia materne. Ed ecco che provo a dire ciò che comprendo e posso: L’uomo viveva
incatenato, schiavo del demonio, condannato alla morte eterna, senza speranza di poter rivivere
all’eterna vita; tutto era perduto ed andata in rovina la sua sorte. Questa Madre viveva
nell’Empireo, unita col Padre e lo Spirito Santo, beata, felice con Loro; ma pareva che non fosse
contenta, voleva i suoi figli, le sue care immagini intorno a lei, l’opera più bella uscita dalle sue
mani. Ora, mentre stava nel Cielo, il suo occhio era intento all’uomo, che va perduto sulla terra.
Ella tutta si occupa per il modo come salvare questi suoi amati figli, e vedendo che questi figli non
possono assolutamente soddisfare alla Divinità, anche a costo di qualunque sacrifizio, perché molto
inferiori ad Essa, che cosa fa questa Madre pietosa? Vede che non c’è altro mezzo per salvare
questi figli, che dare la propria vita per salvare la loro, e prendere sopra di sé le loro pene e miserie
e fare tutto ciò che loro dovevano fare per loro stessi. Onde, che pensa di fare? Si presenta innanzi
alla divina giustizia questa Madre amorosa, con le lacrime agli occhi, con le voci più tenere, con le
ragioni più potenti che il suo magnanimo cuore le detta, e dice: “Grazie vi chiedo per i miei perduti
figli, non mi regge l’animo di vederli da me separati, a qualunque costo voglio salvarli, e sebbene
veggo non esserci altro mezzo che mettere la mia propria vita, la voglio mettere pure perché
riacquistino la loro. Che cosa volete da loro? Riparazione? Vi riparo Io per loro. Gloria, onore?
Vi glorifico ed onoro Io per loro. Ringraziamento? Vi ringrazio Io. Tutto ciò che volete da loro,
ve lo faccio Io, purché li possa avere insieme con Me a regnare.”
La Divinità ne resta commossa nel vedere le lacrime, l’amore di questa Madre pietosa, e
convinta dalle sue ragioni potenti, si sente inclinata ad amare questi figli e ne piangono insieme la
loro sventura, e concordemente concludono che accettano il sacrifizio della vita di questa Madre,
restandone pienamente soddisfatti, per riacquistare questi figli. Non appena è firmato il decreto,
scende immantinente dal Cielo e viene sulla terra, e deponendo le sue vesti regali che aveva nel
Cielo, si veste delle miserie umane, come se fosse la più vilissima schiava e vive nella povertà più
estrema, nelle sofferenze più inaudite, nei disprezzi più insopportabili alla umana natura; non fa
altro che piangere ed intercedere per i suoi amati figli. Ma quello che più fa stupire, e di questa
Madre e di questi figli, è che mentre lei ama tanto questi figli, questi, invece di ricevere questa
Madre a braccia aperte, che veniva per salvarli, ne fanno il contrario. Nessuno la vuole ricevere né
riconoscere, anzi la fanno andare raminga, la disprezzano ed incominciano a macchinare come
uccidere questa Madre sì tenera e svisceratamente amante di loro. Che farà questa Madre sì tenera
nel vedersi così malamente corrisposta dai suoi ingrati figli? Si arresterà Ella? Ah! no, anzi, più si
accende di amore per loro e corre da un punto all’altro per riunirli e meterglieli in grembo. Oh!
come fatica, come stenta, fino a gocciolare sudore, non solo d’acqua, ma anche di sangue! Non si
dà un momento di tregua, sta sempre in attitudine per operare la loro salvezza, provvede a tutti i
loro bisogni, rimedia a tutti i loro mali passati, presenti e futuri; insomma, non c’è cosa che non
ordine e disponga per loro bene.

Ma che cosa fanno questi figli? Si sono forse pentiti dell’ingratitudine che fecero nel
riceverla? Hanno mutato i loro pensieri in favore di questa Madre? Ah! no, la guardano di
malocchio, la disonorano con le calunnie più nere, le procurano obbrobri, disprezzi, confusioni, la
battono con ogni sorta di flagelli, riducendola tutta una piaga, e finiscono col farla morire con una
morte, la più infame che trovar si potesse, in mezzo a crudeli spasimi e dolori. Ma che cosa fa
questa Madre in mezzo a tante pene? Odierà forse questi figli sì discoli e protervi? Ah! mai no,
allora più che mai li ama svisceratamente, offre le sue pene per la loro stessa salvezza e spira con la
parola della pace e del perdono. Oh! Madre mia bella, oh cara speranza, quanto sei in te stessa
amabile, io ti amo. Deh! tienimi sempre in grembo a te e sarò la più felice del mondo.

Mentre son determinata a cessare di parlare della speranza, una voce mi risuona dappertutto
che dice: “La speranza contiene tutto il bene presente e futuro, e chi vive in grembo a lei ed alleva
sulle sue ginocchia, tutto ciò che vuole ottiene. Che cosa vuole l’anima? Gloria, onore? La
speranza le darà tutto l’onore e la gloria più grande in terra, presso tutte le genti, ed in Cielo la
glorificherà eternamente. Vorrà forse ricchezza? Oh! questa Madre della speranza è ricchissima, e
quello che è più, che dando i suoi beni ai suoi figli, non restano punto scemate le sue ricchezze; poi,
queste ricchezze non sono fugaci e passeggere, ma sempiterne. Vorrà piaceri, contenti? Ah! si,
questa speranza contiene in sé tutti i piaceri e gusti possibili, che trovar si possano in Cielo ed in
terra, che nessun altro potrà mai pareggiarla, e chi al suo seno si nutrisce, a sazietà ne gusta, ed oh!
come è felice e contenta. Vorrà essere dotta, sapiente? Questa Madre speranza contiene in sé le
scienze più sublimi, anzi è la maestra di tutti i maestri, e chi da lei si fa insegnare apprende la
scienza della vera santità.”

Insomma, la speranza ci somministra tutto, di modo che, se uno è debole, gli darà la
fortezza; se un altro è macchiato, la speranza istituì i Sacramenti ed ivi preparò il lavacro alle sue
macchie; se si sente fame e sete, questa Madre pietosa ci dà il cibo più bello, più gustoso, quali sono
le sue delicatissime carni e per bevanda il suo preziosissimo sangue. Che altro può fare di più
questa Madre paciera della speranza? E chi altro mai è simile a lei? Ah! solo lei ha rappacificato
Cielo e terra, la speranza ha congiunto con sé la fede e la carità ed ha formato quell’anello
indissolubile tra l’umana natura e la Divina. Ma chi è questa Madre? Chi è questa speranza? E’
Gesù Cristo, che operò la nostra Redenzione e formò la speranza dell’uomo fuorviato.
Ottobre 16, 1899
Aspettazzioni. Gesù parla di castighi.

Questa mattina il mio dolce Gesù non ci veniva e da ieri sera che non l’ho visto, quando si
fece vedere in un aspetto che faceva pietà e terrore insieme, si voleva nascondere, per non vedere i
castighi che Lui stesso stava mandando sulle genti e il modo come doveva distruggerle. Oh! Dio,
che spettacolo straziante, non mai visto. Mentre aspettavo e riaspettavo, nel mio interno andavo
dicendo: “Come che non viene? Chi sa che non venga perché io non mi conformo alla sua
giustizia? Ma come posso far ciò? Mi pare quasi impossibile dire “Fiat Voluntas Tua.” Poi dicevo
ancora: “Non viene perché il confessore non me lo manda.” Ora, mentre ciò pensavo, quando
appena e quasi l’ombra ho visto, mi ha detto: “Non temere, la potestà ai sacerdoti è limitata; solo
che a misura che si prestano a pregarmi di farmi venire a te e ad offrirti a farti soffrire per fare che
risparmiasse le genti, così Io nell’atto che manderò i castighi, li guarirò e li risparmierò, se poi non
si daranno nessun pensiero, neppure Io avrò nessun riguardo per loro.” E detto ciò è scomparso,
lasciandomi in un mare di afflizione e di lacrime.

Ottobre 21, 1899


I beni terreni devono servire per la santificazione, non per essere idoli per l’uomo. Causa dei
castighi.

Dopo aver passato giorni amarissimi di privazione, mi sentivo stanca e sfinita di forze,
sebbene andavo offrendo quelle stesse pene dicendo: “Signore, Tu sai quanto mi costa l’essere
priva di te, ma però mi rassegno alla tua Santa Volontà, offrendo questa pena acerbissima come
mezzo per attestare il mio amore e placarvi. Queste noie, fastidi, fiacchezze, freddezze che sento,
intendo di mandarveli come messaggeri di lodi e di riparazioni per me e per tutte le creature.
Questo ho e questo vi offro. E’ certo che Voi accetate il sacrifizio della buona volontà, quando vi si
offre ciò che si può senza riserva alcuna, ma venite, che più non posso.”

Molte volte mi veniva la tentazione di conformarmi alla giustizia e pensavo che la causa che
non ci veniva ero io stessa, perché quando Gesù, nei giorni passati mi aveva detto che se non mi
conformasse lo avrei costretto a non farlo venire ed a non dirmi più niente per non tenermi
dispiaciuta, ma non mi dava l’animo di farlo, molto più perché l’ubbidienza neppure vi consentiva.
Mentre mi trovavo in queste amarezze, primo è venuta una luce, con una voce che diceva: “A
misura che l’uomo s’intromette nelle cose terrene, così si allontana e perde la stima dei beni eterni.
Io ho dato le ricchezze perché se ne servissero per la loro santificazione, ma essi se ne son serviti
per offendermi e formare un idolo per il loro cuore; ed Io distruggerò loro e le ricchezze insieme
con loro.”

Dopo ciò ho visto il mio carissimo Gesù, ma tanto sofferente ed offeso e sdegnato con le
genti, che metteva terrore. Io subito ho incominciato a dirgli: “Signore, vi offro le tue piaghe, il tuo
sangue, l’uso santissimo dei tuoi santissimi sensi che ne faceste nel corso della tua vita mortale, per
ripararvi le offese ed il cattivo uso dei sensi che ne fanno le creature.”

E Gesù, prendendo un aspetto serio e quasi tuonante, ha detto: “Sai tu come son divenuti i
sensi delle creature? Come quei gridi delle bestie feroci, che coi loro ruggiti allontanano gli uomini,
invece di farli avvicinare. E’ tanto il marciume e la molteplicità delle colpe che scaturisce dai loro
sensi, che mi costringono a farmi fuggire.” Ed io: “Ah! Signore, come vi veggo sdegnato. Se Voi
volete continuare a mandare i castighi, io me ne voglio venire, oppure voglio uscire da questo stato.
A che pro starvi, una volta che non posso più offrirmi vittima per risparmiare le genti?” E Lui,
parlandomi serio, tanto che mi sentivo atterrire, mi ha detto: “Tu vuoi toccare i due estremi, o che
vuoi che non faccia niente, o che te ne vuoi venire. Non ti contenti che le genti siano risparmiate in
parte? Credi tu che Corato sia il migliore, ed il minore nell’offendermi? E lo che l’abbia
risparmiato a confronto degli altri paesi è cosa da niente? Perciò contentati e quietati, e mentre Io
mi occuperò a castigare le genti, tu accompagnami coi tuoi sospiri e con le tue sofferenze,
pregandomi che gli stessi castighi riescano per la conversione dei popoli.”

Ottobre 22, 1899


La croce, una via battuta di stelle.

Continua Gesù a farsi vedere afflitto. Nell’atto che è venuto si è gettato nelle mie braccia,
tutto sfinito di forze, quasi volendo un ristoro. Mi ha partecipato qualche poco delle sue sofferenze
e dopo mi ha detto: “Figlia mia, la via della croce è una via battuta di stelle, conforme si cammina,
quelle stelle si cambiano in soli luminosissimi. Quale felicità sarà dell’anima per tutta l’eternità,
l’essere circondata da questi soli? Poi, il premio grande che do alla croce è tanto, che non c’è
misura, né di larghezza, né di lunghezza, è quasi incomprensibile alle menti umane, e questo perché
nel sopportare le croci non ci può essere niente di umano, ma tutto divino.”

Ottobre 24, 1899


Causa dei castighi: L’amore di Dio per le creature.

Questa mattina il mio adorabile Gesù è venuto e mi ha trasportato fuori di me stessa, in


mezzo alle genti e Gesù pareva che guardava con occhio di compassione le creature, e gli stessi
castighi comparivano sue infinite misericordie, uscite dal più intimo del suo cuore amorosissimo;
onde, rivolto a me mi ha detto: “Figlia mia, l’uomo è un riprodotto dell’Essere Divino e siccome il
nostro cibo è l’amore, sempre reciproco, conforme e costante tra le Tre Divine Persone, quindi,
essendo uscito dalle nostre mani e dall’amore puro disinteressato, è come una particella del nostro
cibo. Ora questa particella ci è diventata amara; non solo, ma la maggior parte, discostandosi da
Noi si è fatta pascolo delle fiamme infernali e cibo dell’odio implacabile dei demoni, nostri e loro
capitali nemici. Eccoti la causa principale del nostro dispiacere della perdita delle anime; è questa:
Perché sono nostre, sono cosa che ci appartiene. Come pure la causa che mi spinge a castigarli è
l’amore grande che nutro per loro, per poter mettere in salvo le loro anime.”

Ed io: “Ah! Signore, pare che questa volta non avete altre parole da dire che di castighi. La
vostra potenza tiene tanti altri mezzi per salvare queste anime. E poi, se sarei certa che tutta la pena
cadesse sopra di loro col restare Voi libero, senza soffrire in loro, pure mi contenterei, ma veggo
che già state soffrendo molto per quei castighi che avete mandato; che sarà se continuate a mandare
altri castighi?”

E Gesù: “Con tutto ciò che soffro, l’amore mi spinge a mandare più pesanti flagelli, e
questo perché non c’è mezzo più potente per far entrare in sé stesso l’uomo e fargli conoscere che
cosa è il suo essere, che col fargli vedere disfatto sé stesso; gli altri mezzi pare che lo
ingagliardiscono di più, onde conformati alla mia giustizia. Veggo bene che l’amore che tu mi vuoi
ti spinge tanto a non conformarti Meco e non hai cuore di vedermi soffrire; ma anche mia Madre mi
amò più di tutte le creature e che nessun’altra può mai pareggiarla, eppure, per salvare queste anime
si conformò alla giustizia e si contentò di vedermi tanto soffrire. Se ciò fece mia Madre, come non
lo potresti tu?” E nell’atto che Gesù parlava, mi sentivo tirare la mia volontà talmente alla sua, che
quasi non sapevo più resistere di non conformarmi alla sua giustizia. Non sapevo che dire, tanto mi
sentivo convinta; ma però non ancora ho manifestato la mia volontà. Gesù è scomparso, ed io sono
rimasta in questo dubbio, se devo o no conformarmi.

Ottobre 25, 1899


L’eco dell’amore di Dio, e l’eco d’ingratitudine delle creature.

Continua il mio dolcissimo Gesù a manifestarsi quasi sempre lo stesso. Questa mattina ha
soggiunto: “Figlia mia, è tanto l’amore verso le creature, che come un eco risuona nelle regioni
celesti, riempie l’atmosfera e si diffonde sopra tutta quanta la terra. Ma qual è la corrispondenza
che fanno le creature a quest’eco amoroso? Ahi! mi corrispondono con un eco d’ingratitudine,
velenoso, ripieno d’ogni sorta di amarezze e di peccati, con un eco quasi micidiale, atto solo a
ferirmi. Ma Io spopolerò la faccia della terra, acciocché quest’eco risonante di veleno non assordi
più le mie orecchie.”

Ed io: “Ah! Signore, che dite?” E Gesù: “Io non faccio altro che come un medico pietoso,
che ha gli estremi rimedi verso i suoi figli, e questi figli sono ripieni di piaghe, che fa questo padre e
medico, che ama i suoi figli più che la propria vita? Lascerà incancrenire queste piaghe? Li farà
perire, per timore che, applicando il fuoco ed i ferri, vengano essi a soffrire? Mai, no! Sebbene
sentirà come se sopra di sé si applicassero tali strumenti, con tutto ciò mette mano ai ferri, squarcia
e taglia le carni, vi applica il veleno, il fuoco, per impedire che più s’inoltri la corruzione. Sebbene
molte volte succede che in queste operazioni i poveri figli se ne muoiono, ma non era questa la
volontà del padre medico, ma la sua volontà è di vederli risanati. Tale sono Io. Ferisco per
risanarli, li distruggo per risuscitarli. Che molti periscano, non è questa la mia Volontà, questo è
effetto solo della loro malvagia ed ostinata volontà, è effetto di quest’eco velenoso che, fino a
vedersi distrutti, vogliono inviarmelo.”

Ed io: “Dimmi, mio unico Bene, come potrei raddolcirvi quest’eco velenoso che tanto vi
affligge?” E Lui: “L’unico mezzo è che tu faccia sempre tutte le tue operazioni per il solo fine di
piacermi e che impieghi tutti i sensi e le potenze tue per fine d’amarmi e di glorificarmi. Sia che
ogni tuo pensiero, parola e tutto il resto non vorrà altro che l’amore che hai verso di Me, così il tuo
eco salirà gradito al mio trono e raddolcirà il mio udito.”

Ottobre 28, 1899


Chi sei tu, e chi sono Io?

Questa mattina il mio amabile Gesù è venuto in mezzo ad una luce e guardandomi, come se
mi penetrasse dappertutto, tanto che mi sentivo annichilita, mi ha detto: “Chi sono Io e chi sei tu?”

Queste parole mi penetravano fin nelle midolla delle ossa e scorgevo l’infinita distanza che
passa tra l’Infinito e il finito, tra il Tutto e il niente; non solo, ma vi scorgevo ancora la malizia di
questo nulla ed il modo come si era infangato, mi pareva come un pesce che nuota nelle acque; così
l’anima mia nuotava nel marciume, nei vermini ed in tante altre cose atte solo a mettere orrore alla
vista. Oh! Dio, che vista abominevole! L’anima mia avrebbe voluto fuggire dinanzi alla vista di
Dio tre volte Santo, ma con altre due parole mi lega, cioè: “Qual è l’Amor mio verso di te? E qual
è il tuo contraccambio verso di Me?”

Ora, mentre alla prima parola avrei voluto fuggire spaventata dalla sua presenza, alla
seconda parola, “qual è l’amor mio verso di te?” mi son trovata inabissata, legata da tutte parti dal
suo amore, sicché la mia esistenza era un prodotto dell’amore suo, onde se questo amore cessava, io
più non esisteva. Quindi, mi pareva i palpiti del cuore, l’intelligenza e perfino il respiro d’essere un
riprodotto del suo amore. Io nuotavo in Lui ed anche a voler fuggire mi pareva impossibile a farlo,
perché il suo amore da per tutto mi circondava. Il mio amore poi mi pareva come una gocciolina
d’acqua gettata nel mare, che scomparisce, non si sa più discernere.

Quante cose ho compreso, ma il volerle dire, andrei troppo per le lunghe. Quindi Gesù è
scomparso ed io son lasciata tutta confusa; mi vedevo tutta peccato e nel mio interno imploravo
perdono e misericordia. Dopo poco il mio unico Bene è ritornato ed io mi sentivo tutta inzuppata
dall’amarezza e dal dolore dei miei peccati, e Lui mi ha detto: “Figlia mia, quando un’anima è
convinta di aver fatto male nell’offendermi, già fa l’ufficio della Maddalena, che bagnò i miei piedi
con le sue lacrime, li unse col balsamo e li asciugò coi suoi capelli. L’anima, quando incomincia a
rimirare in sé il male che ha fatto, mi prepara un bagno alle mie piaghe. Vedendo il male, ne riceve
un’amarezza e ne prova un dolore e con questo viene ad ungere le mie piaghe con un balsamo
squisitissimo. Da questa conoscenza, l’anima vorrebbe fare una riparazione e, vedendo
l’ingratitudine passata, si sente nascere in sé l’amore verso d’un Dio tanto buono e vorrebbe mettere
la sua vita per attestare l’amore suo, e questo sono i capelli, che come tante catene d’oro, la legano
all’amore mio.”

Ottobre 29, 1899


Formazione della abitazione interiore.

Continua il mio adorabile Gesù a venire, ma questa mattina, appena venuto mi ha preso fra
le sue braccia e mi ha trasportato fuori di me stessa; ed io, trovandomi in quelle braccia,
comprendevo molte cose e specialmente che per poter stare liberamente nelle braccia di Nostro
Signore ed anche entrare a bell’agio nel suo cuore ed uscirne come all’anima più piacerebbe, e per
non essere di peso e di fastidio al benedetto Gesù, era assolutamente necessario spogliarsi di tutto.
Quindi, con tutto il cuore Gli ho detto: “Mio caro ed unico Bene, quello che vi chiedo per me è che
mi spogliate di tutto; perché veggo bene che, per essere rivestita da Voi e vivere in Voi, e Voi
rivivere in me, è necessario che neppure l’ombra io abbia di ciò che a Voi non appartiene.” E Lui,
tutto benignità, mi ha detto: “Figlia mia, la cosa principale per entrare Io in un’anima e formare la
mia abitazione, è il distacco totale da ogni cosa. Senza di questo non solo non posso Io dimorarvi,
ma neppure nessuna virtù può prendere abitazione nell’anima.

Dopo, poi che l’anima ha fatto uscire tutto da sé, allora vi entro Io ed unito con la volontà
dell’anima fabbrichiamo una casa, le fondamente di questa si basano sull’umiltà, e quanto più
profonde, tanto più alte e forti riescono le mura. Le dette mura saranno fabbricate da pietre di
mortificazione, incalcinate d’oro purissimo di carità. Dopo che si sono costruite le mura, Io, come
eccellentissimo pittore, non con calce ed acqua, ma coi meriti della mia Passione, indicata per la
calce, e coi colori del mio Sangue, indicato per l’acqua, vi la intonaco e vi formo le più
eccellentissime pitture, e questo serve a ben munirla dalle piogge, dalle nevi e da qualunque scossa.
Appresso ne vengono le porte, queste per farsi che fossero solide come legno, non soggette al tarlo,
è necessario del silenzio, che forma la morte dei sensi esteriori. Per custodire questa casa è
necessario un guardiano che vigili dappertutto, dentro e fuori, e questo è il timor santo di Dio, che la
guarda da qualunque inconveniente, vento od altro che potrà sovrastarla. Questo timore sarà la
salvaguardia di questa casa, che farà operare, non con timore della pena, ma per timore d’offendere
il padrone di questa casa. Questo timore santo non deve fare altro che far tutto per piacere a Dio,
senza nessun’altra intenzione. In seguito si deve ornare questa casa e riempirla di tesori. Questi
tesori non devono essere altro che desideri santi, che lacrime. Questi erano i tesori dell’Antico
Testamento ed in essi trovarono la loro salvezza, nell’adempimento dei loro voti la loro
consolazione, la fortezza nelle sofferenze; insomma, tutta la loro fortuna riponevano nel desiderio
del futuro Redentore ed in questo desiderio operavano da atleti. L’anima senza desiderio opera
quasi come morta; anche le stesse virtù, tutto è noia, fastidio, rancore; nessuna cosa le piace,
cammina quasi strisciando per la via del bene. Tutto all’opposto l’anima che desidera, nessuna cosa
le dà peso, tutto è allegria, vola, nelle stesse pene trova i suoi gusti, e questo perché vi era un
anticipato desiderio, e le cose che prima si desiderano, poi vengono ad amarsi ed amandosi, si
trovano i più graditi piaceri. Perciò questo desiderio va accompagnato dapprima che si fabbricasse
questa casa.

Gli ornamenti di questa casa saranno le pietre più preziose, le perle, le gemme più costose di
questa mia vita, basata sempre sul patire ed il puro patire. E siccome Colui che la abita è il datore
d’ogni bene, vi mette il corredo di tutte le virtù, ve la profuma coi più soavi odori, fa olezzare i più
leggiadri fiori, fa risuonare una musica celestiale delle più gradite, fa respirare un’aria di Paradiso.”
Ho dimenticato di dire che bisogna vedere se c’è la pace domestica, e questa non deve essere altro
che il raccoglimento ed il silenzio dei sensi interiori.

Dopo ciò, io continuavo a stare nelle braccia di Nostro Signore e mi trovavo tutta spogliata;
ed in questo mentre, vedevo il confessore presente e Gesù mi ha detto, ma mi pareva che voleva
fare uno scherzo per vedere che cosa io dicessi: “Figlia mia, tu ti sei spogliata di tutto, e tu sai che
quando uno si spoglia ci vuole un altro che pensi a vestirlo, a nutrirlo e che gli dia un luogo dove
farlo dimorare. Tu, dove vuoi stare, nelle braccia del confessore o nelle mie?” E mentre così
diceva, faceva l’atto di mettermi nelle braccia del confessore. Io sono incominciato ad insistere che
non ci volevo andare, e Lui che voleva. Dopo un po’ di contesa mi ha detto: “Non temere, ti tengo
nelle mie braccia.” E così siamo restato in pace.

Ottobre 30, 1899


Minaccia di castighi.

Questa mattina il benigno mio Gesù è venuto tutto afflitto e le prime parole che mi ha detto
sono state: “Povera Roma, come sarai distrutta! Nel rimirarti, Io ti compiango!” E lo diceva con
tale tenerezza, che faceva compassione; ma non ho capito se siano solo le persone o uniti gii edifici.

Io, siccome avevo l’ubbidienza di non conformarmi alla giustizia, ma di pregare, perciò gli
ho detto: “Mio diletto Gesù, quando si parla di castighi, non bisogna più contendere, ma di pregare
solamente.” E così ho incominciato a pregare, a baciare le sue piaghe ed a fare atti di riparazione.
E mentre ciò facevo, Lui di tanto in tanto mi diceva: “Figlia mia, non farmi violenza; facendo così,
tu vuoi violentarmi per forza, perciò statti quieta.”

Ed io: “Signore, è l’ubbidienza che così vuole, non sono io che ciò faccio.” Lui ha
soggiunto: “Il fiume dell’iniquità è tanto, che giunge ad impedire la redenzione delle anime, e la
sola preghiera e queste mie piaghe impediscono che questo fiume impetuoso non se le assorbisca
tutti in sé.”
VOLUME 3
J.M.J.
Novembre 1, 1899
Purificazione della chiesa. Suo sostegno: “Le anime vittime.”

Trovandomi nel solito mio stato, mi son trovata fuori di me stessa, dentro d’una chiesa, ed
ivi c’era un sacerdote che celebrava il divin sacrifizio, e mentre ciò faceva piangeva amaramente e
diceva: “La colonna della mia Chiesa non ha dove poggiarsi!”

Nell’atto che ciò diceva ho visto una colonna, che la sua cima toccava il cielo, ed al disotto
di questa colonna stavano sacerdoti, vescovi, cardinali e tutte le altre dignità che sostenevano la
detta colonna, ma con mia sorpresa ho fatto per guardare ed ho visto che di dette persone, chi era
molto debole, chi mezzo marcito, chi infermo, chi pieno di fango; scarsissimo era il numero di
quelli che si trovavano in stato di sostenerla, sicché questa povera colonna, tant’erano le scosse che
riceveva al disotto, che tentennava senza potere star ferma. Al disopra di detta colonna ci era il
Santo Padre, che con catene d’oro e coi raggi che tramandava da tutta la sua persona, faceva quanto
più poteva a sostenerla, ad incatenare ed illuminare le persone che dimoravano al disotto, benché
qualcuna se ne fuggiva per avere più agio a marcirsi ed infangarsi, non solo, ma di legare ed
illuminare tutto il mondo.

Mentre io ciò vedevo, quel sacerdote che celebrava la messa (sto in dubbio se fosse
sacerdote oppure Nostro Signore, mi pare che fosse, ma non so dire certo), mi ha chiamato vicino a
sé e mi ha detto: “Figlia mia, vedi in che stato lacrimevole si trova la mia Chiesa, quelle stesse
persone che dovevano sostenerla, vengono meno, e con le loro opere l’abbattono, la percuotono e
giungono a denigrarla. L’unico rimedio è che faccia versare tanto sangue, da formare un bagno per
poter lavare quel marcioso fango e sanare le loro piaghe profonde, imperocché sanate, rafforzate,
abbellite in quel sangue, possano essere strumenti abili a mantenerla stabile e ferma.” Poi ha
soggiunto: “Io ti ho chiamato per dirti: “Vuoi tu essere vittima e così essere come un puntello per
sostenere questa colonna in tempi sì incorreggibili?”

Io in principio mi son sentita correre un brivido per timore, ancora non avessi la forza, ma
poi subito mi sono offerta ed ho pronunziato il Fiat. In questo mentre, mi son trovata circondata da
tanti santi, angeli ed anime purganti che con flagelli ed altri strumenti mi tormentavano; ed io,
sebbene in principio avvertivo un timore, ma poi, quanto più soffrivo, tanto più mi veniva la voglia
di patire e gustavo il patire come un dolcissimo nettare. E questo molto più che mi ha toccato un
pensiero: “Chi sa che quelle pene potessero essere mezzo come consumare la vita, e così poter
spiccare l’ultimo volo verso il mio sommo ed unico Bene? Ma con mio sommo rammarico, dopo
aver sofferto acerbe pene, ho visto che quelle pene non mi consumavano la vita. Oh! Dio, che pena,
che questa fragile carne mi impedisce di unirmi col mio Bene Eterno!

Dopo ciò, ho visto la sanguinosa strage che si faceva di quelle persone che stavano al disotto
della colonna. Che orribile catastrofe! Scarsissimo era il numero che non rimaneva vittima,
giungevano a tale ardimento, che tentavano d’uccidere il Santo Padre. Ma poi pareva che quel
sangue sparso, quelle sanguinose vittime straziate, erano mezzi come rendere forti quelli che
rimanevano, in modo da sostenere la colonna, senza farla più tentennare. Oh! che felici giorni!
Dopo ciò spuntavano giorni di trionfi e di pace; la faccia della terra pareva rinnovata, la detta
colonna acquistava il suo primiero lustro e splendore. Oh! giorni felici! da lungi io vi saluto, che
tanta gloria darete alla mia Chiesa e tanto onore a quel Dio che ne è il Capo!
Novembre 3, 1899
Trastullo di Gesú con Luisa.

Questa mattina il mio amabile Gesù è venuto e mi ha trasportato fuori di me stessa, dentro
d’una chiesa ed è scomparso, ed io sono lasciata sola. Ora, trovandomi alla presenza del Santissimo
Sacramento, ho fatto la mia solita adorazione; ma mentre ciò facevo, mi pareva che fossi divenuta
tutt’occhi, per vedere se potevo scorgere il dolce Gesù. In questo mentre, l’ho visto sopra
dell’altare, da bambino, che mi chiamava con la sua graziosa manina. Chi può dirne il contento?
Ho volato da Lui, e senza pensare ad altro, l’ho stretto fra le mie braccia e l’ho baciato, ma nell’atto
di fare ciò, ha preso un aspetto serio, e mostrava di non gradire i miei baci ed ha incominciato a
respingermi. Io, ciò non curando, seguitavo e gli ho detto: “Carino mio, bello, l’altro giorno volesti
Tu sfogarti con me, coi baci e con gli abbracci, ed io ti diedi tutta la libertà; oggi voglio teco
sfogarmi anch’io; deh! dammi la libertà.” Ma Lui seguitava a respingermi e vedendo che io non
cessavo, mi è scomparso. Chi può dire quanto son lasciata mortificata ed impensierita nel trovarmi
in me stessa?

Ma dopo poco è ritornato ed io volendo chiedergli perdono delle mie impertinenze, mi ha


perdonato col volersi lui sfogarsi con me, e mentre mi baciava mi ha detto: “Diletta del cuor mio, la
mia Divinità abita in te abitualmente, e siccome tu vai inventando nuove cose come farmi deliziare
con te, così Io, per renderti la pariglia, uso nuovi modi come farti deliziare con Me.” Con ciò ho
capito che è stato uno scherzo che Gesù voleva fare.

Novembre 4, 1899
Diversi effetti della presenza di Gesù e quella del demonio.

Siccome questa mattina il benedetto Gesù non ci veniva, il demonio cercava di prendere la
sua forma e farsi vedere, ma io non avvertendo i soliti effetti, ho incominciato a dubitare e mi son
segnata con la croce, primo io e poi lui, ed il demonio, vedendosi segnato, tremava; subito l’ho
respinto da me senza mirarlo. Dopo poco è venuto il mio caro Gesù, e temendo che fosse un’altra
volta lo spirito maligno, cercavo di respingerlo ed invocare l’aiuto di Gesù e della Regina Mamma;
ma Lui per assicurarmi che non era il demonio, mi ha detto: “Figlia mia, la tua attenzione per
rassicurarti se sono Io o no, dev’essere dagli effetti interni, se si muovono a virtù o a vizi,
imperciocché, siccome la mia natura è virtù, non di altro faccio eredi i miei figli, che di virtù. E
questo puoi anche comprenderlo sopra alla natura umana, che essendo carne, se avviene che fa
qualche piaga, la carne si cambia in marcia e si può dire che non è più carne; così la mia natura, se
menomamente potesse ritenere in sé l’ombra del vizio, cesserebbe di essere quel Dio che è, ciò che
non può mai succedere.”

Novembre 6, 1899
Purità d’intenzione.

Questa mattina, essendo venuto l’adorabile Gesù e trasportandomi fuori di me stessa, mi ha


fatto vedere strade piene di carne umana. Che carneficina spietata! Fa orrore a pensarlo! Poi mi ha
fatto vedere che succedeva una cosa nell’aria e molti ne morivano all’improvviso, e questo lo vidi
pure dal mese di Marzo. Io ho incominciato, secondo il solito, a pregarlo che si placasse e che
risparmiasse le sue stesse immagini da supplizi sì crudeli, da guerre sì sanguinose, e siccome teneva
la corona di spine, gliel’ho tolta per mettermela io, e ciò per placarlo maggiormente; ma con mio
sommo rammarico ho visto che le spine rimanevano quasi tutte spezzate nella sua santissima testa,
sicché pochissimo rimaneva a me di soffrire.

Gesù si mostrava severo, senza quasi darmi retta; mi ha trasportato di nuovo nel letto e
siccome io mi trovavo con le braccia in croce, soffrendo i dolori della crocifissione che Lui stesso
mi aveva prima partecipato, ha preso le mie braccia e me le ha unite insieme, legandole con una
cordicella d’oro. Io, non badando che cosa volesse ciò significare, per spezzare quell’aria severa
che teneva gli ho detto: “Dolcissimo amor mio, vi offro questi movimenti del mio corpo che Voi
stesso mi avete fatto e tutti gli altri che posso fare io, per il solo fine di piacervi e glorificarvi. Ah!
si, vorrei che anche che i movimenti delle palpebre, dei miei occhi, delle mie labbra e di tutta me
stessa, fossero fatti al solo fine di piacere a Voi solo. Fate, oh buon Gesù, che tutte le mie ossa, i
miei nervi, risuonassero fra loro, ed a chiare voci vi attestassero il mio amore.” E Lui mi ha detto:
“Tutto ciò che si fa per il solo fine di piacermi, risplende innanzi a Me d’una maniera tale, da
attirare i miei sguardi divini, e mi piacciono tanto, che a quelle azioni, fossero anche un muovere di
ciglia, ne do il valore come se fossero fatte da Me. Invece quelle altre azioni, in sé stesse buone ed
anche grandi, fatte non per Me solo, sono come quell’oro infangato e pieno di ruggine che non
risplende, ed Io non mi benigno neppure di guardarle.” Ed io: “Ah! Signore, quanto è facile che la
polvere imbratti le nostre azioni!” E Lui: “Alla polvere non bisogna badare, perché si scuote, ma
quello a cui bisogna badare, è all’intenzione.”

Ora, mentre ciò si diceva, Gesù si occupava a legarmi le braccia. Io gli ho detto: “Deh!
Signore, che fate?” E Lui: “Faccio questo, che tu, stando in quella posizione della crocifissione, mi
vieni a placare, ed Io, siccome voglio castigare le genti, te le sto legando.” E detto ciò è scomparso.

Novembre 10, 1899


L’obbedienza al confessore.

Dopo aver passato parecchi giorni in contrasti con Gesù, che io volevo essere sciolta, e Lui
che non voleva, or si faceva vedere che dormiva, or mi imponeva silenzio, finalmente questa
mattina, mentre l’ho visto, vedevo il confessore che assolutamente mi comandava che mi facessi
sciogliere da Gesù, e questo più di una volta, ma Gesù non dava retta; io però, costretta
dall’ubbidienza gli ho detto: ‘’Mio amabile Gesù, quando mai vi siete opposto all’ubbidienza?
Non sono io che voglio essere sciolta, è il confessore che vuole che mi facciate soffrire la
crocifissione; perciò arrendetevi a questa virtù da Voi prediletta, che inanella tutta la vostra vita, e
che formò l’ultimo anello congiungendo tutto in uno, il sacrifizio della croce.” E Gesù: “Tu
proprio mi vuoi fare violenza, toccandomi quell’anello che congiunse la Divinità e l’umanità e
formò un solo anello, qual è l’ubbidienza.” E mentre ciò diceva, ha preso l’aspetto di Crocifisso e,
quasi forzato dalla potestà sacerdotale, mi ha partecipato i dolori della crocifissione. Sia sempre
benedetto il Signore e sia tutto a gloria sua! Cosi pare che sono stata sciolta.

Novembre 11, 1899


L’obbedienza l’impedisce conformarsi alla giustizia.

Trovandomi nel solito mio stato, mi son trovata fuori di me stessa e mi pareva che girassi la
terra. Oh! come era inondata d’ogni sorta di iniquità, fa orrore a pensarlo! Ora, mentre giravo,
sono giunta ad un punto ed ho trovato un sacerdote di santa vita ed a un altro punto, una vergine di
vita intemerata e santa. Ci siamo uniti tutti e tre ed abbiamo preso il discorso sui tanti castighi che
il Signore sta facendo ed a tanti altri che tiene preparati. Io ho detto loro: “E voi, che fate? Vi siete
forse conformati alla divina giustizia?” E quelli: “Vedendo la stretta necessità di questi tristi tempi,
e che l’uomo non si arrenderebbe né se uscisse uno apostolo, né se il Signore inviasse un altro san
Vincenzo Ferrer, che con miracoli e segni portentosi lo potesse indurre alla conversione, anzi,
vedendo l’uomo giunto a tale ostinazione e ad una specie di pazzia, che la stessa forza dei miracoli
li renderebbero più increduli, onde, investiti da questa strettissima necessità, per il bene loro, e per
arrestare questo mare marcioso che inonda la faccia della terra, e per gloria del nostro Dio, tanto
oltraggiato, ci siamo conformati alla giustizia, solo stiamo pregando ed offerendoci vittime, per fare
che questi castighi riescano per la conversione dei popoli.” E tu, che fai? Non ti sei conformata con
noi?”

Ed io: “Ah, no! non posso, che l’ubbidienza non vuole, sebbene Gesù vuole che mi
uniformassi, ma siccome l’ubbidienza non vuole, deve prevalere a tutto, mi conviene stare sempre
in contrasto con Gesù benedetto, cosa che molto mi affligge.” E quelli: “Quando è l’ubbidienza,
sicuro che non bisogna aderire.”

Dopo ciò, trovandomi in me stessa, quando appena ho visto il carissimo Gesù, ed io volevo
sapere di quale parte fossero quel sacerdote e quella vergine, Lui mi ha detto che erano del Perù.

Novembre 12, 1899


Luisa risparmia alcuni castighi.

Questa mattina, l’amabile mio Gesù è venuto e mi ha trasportato fuori di me stessa, e vedevo
come se dovesse dal cielo smuoversi una cosa e toccare la terra. Sono restata tanto spaventata che
ho gridato, e gli ho detto: “Neh, neh, Signore, che fai? Quanta rovina succederà se ciò succede.
Mi dici che mi vuoi bene e mi vuoi far prendere paura, hai visto, no? Non lo fare, no, no, non puoi
farlo, che io non voglio.” E Gesù, tutto compassionandomi, mi ha detto: “Figlia mia, non aver
timore. E poi, quando mai vuoi tu che faccia niente? Non devo farti vedere niente quando castigo
le genti, altrimenti mi leghi dappertutto. Ebbene, fortificherò il tuo cuore di fortezza, e farò
spuntare da esso come un tronco, da poter mantenere fermo ciò che tu vedi, e poi verserò in te tante
grazie, in modo da potermi nutrire Io ed i miei figli.”

In questo mentre, è uscito da dentro il mio cuore come un tronco ed alla cima come due rami
a modo di forche, che sollevandosi in aria, prendeva in mezzo ciò che stava per smuoversi, così
restava fermo solo ad un punto; lontano pareva che toccava la terra. Dopo mi son trovata in me
stessa e l’ho pregato che si placasse, e pareva piuttosto che si arrendesse, tanto che mi ha
partecipato i dolori della croce. Ed è scomparso.

Novembre 13, 1899


Gesù soffre nel vedere soffrire le creature. Luisa si offre per consolarlo.

Questa mattina il mio adorabile Gesù pareva irrequieto. Non faceva altro che andare e
venire, or si tratteneva con me, or quasi tirato dal suo ardentissimo amore verso le creature andava a
vedere ciò che facevano, e tutto si conddoleva di ciò che soffrivano, come se Lui stesso e non loro,
fosse preso da quelle sofferenze. Parecchie volte ho visto il confessore, che con la sua potestà
sacerdotale costringeva Gesù a farmi soffrire le sue pene per poter placarlo, e Lui mentre pareva che
non voleva essere placato, dopo si mostrava grato, ringraziava di cuore a chi si occupava a
mantenere il suo braccio sdegnato, ed ora mi partecipava una sofferenza ed ora un’altra. Oh! come
era tenero e commovente vederlo in questo stato! Faceva spezzare il cuore per compassione.
Parecchie volte mi ha detto: “Conformati alla mia Giustizia, che più non posso. Ah! l’uomo è
troppo ingrato e quasi mi costringe da tutte le parti a castigarlo; me li strappa lui stesso dalle mani i
castighi. Se tu sapessi quanto soffro nel fare uso della mia giustizia, ma è l’uomo stesso che mi fa
violenza. Ahi! se non avessi fatto altro che comperare a prezzo di sangue la sua libertà, pure mi
doveva essere riconoscente; ma quello, per farmi maggior torto, va inventando nuovi modi come
rendere inutile il mio sborso.”

E mentre ciò diceva, piangeva amaramente, ed io per consolarlo, gli ho detto: “Dolce mio
Bene, non vi affliggete, veggo che la vostra afflizione è più che vi sentite costretto di castigare le
genti. Ah! no, non sarà mai! Se Voi siete tutto per me, io voglio essere tutta per Voi, quindi sopra
di me manderete i flagelli, qui c’è la vittima, sempre pronta e a vostra disposizione, potete farmi
soffrire ciò che volete, e così resterà la vostra giustizia in qualche modo placata e Voi sollevato
nell’afflizione che prendete nel veder soffrire le creature. E’ stata sempre questa la mia intenzione,
di non conformarmi alla giustizia, perché soffrendo l’uomo, soffrirete più Voi, che lui stesso.”
Mentre ciò stavo dicendo, è venuta la nostra Mamma Regina ed io mi sono ricordata che, avendo
domandato al confessore l’ubbidienza di conformarmi alla giustizia, mi aveva detto che domandassi
alla Vergine Santissima se voleva che mi uniformassi. Gliel’ho detto, e Lei mi ha detto: “No, no,
ma prega figlia mia, e in questi giorni cerca, per quanto puoi, di tenertelo insieme e di placarlo, che
molti castighi stanno preparati.”

Novembre 17, 1899


La potestà sacerdotale deve concorrere con la vittima.
Continua l’amabile mio Gesù a farsi vedere afflitto. Questa mattina, insieme con Lui è
venuta la nostra Regina Mamma, e mi pareva che Lei me lo portasse, affinché l’avessi placato e
pregato insieme con Lei, che mi avesse fatto soffrire a me per risparmiare le genti e mi ha detto, che
se in queste giorni passati non mi avessi interposto, ed il confessore non avesse fatto uso della
potestà sacerdotale a concorrere con le sue intenzioni di farmi soffrire, molte catastrofi sarebbero
sucesse. In questo mentre, ho visto il confessore, ed io subito ho pregato per lui a Gesù ed alla
Regina Madre, e Gesù tutto benignità ha detto: “A misura che si prenderà cura dei miei interessi,
col pregarmi ed anche col impegnarsi di rinnovare l’intenzione di farti soffrire, a scopo di
risparmiare le genti, così mi prenderò cura di lui e lo risparmierò. Io sarei pronto a fare questo patto
con lui.”
Dopo ciò ho fatto per guardare il mio dolce ed unico Bene, ed ho visto che nelle sue mani
teneva due fulmini, in una conteneva come allestito un terremoto forte ed una guerra; nell’altra,
tante specie di morti all’improviso e malattie contaggiose. Io gli ho incominciato a pregare che
sopra di me versase quei fulmini, e quasi li voleva togliere dalle sue mani, ma Lui per non farmi
giungere a questo, ha incominciato ad allontanarsi da me, ed io cercavo di seguirlo e perciò mi son
trovata fuori di me stessa; Gesù mi è scomparso ed io son rimasta sola.
Ora, trovandomi sola ho girato un poco e mi son trovata in parte dove in questa stagione
fanno la mietitura, pareva che là succedevano fracassi di guerra, ed io volevo andare per aiutare
quelle poveri genti, ma i demoni m’impedivano d’andare dove stavano per succedere tali cose e mi
battevano acciò non potessi aiutare, ed anche impedire i loro artifizi ed hanno usato tanta forza da
farmi retrocedere indietro.

Novembre 19, 1899


Mali della superbia.
Continua il mio adorabile Gesù a venire, e siccome la mia mente, prima di venire, stava a
pensare a certe cose che negli anni passati Gesù mi aveva detto, e che non tanto ricordo bene, Lui,
casi per ricordarmi mi ha detto: “Figlia mia, la superbia rode la grazia. Nei cuori dei superbi non
c’è altro che un vuoto tutto pieno di fumo, che produce la cecità. La superbia non fa altro che
rendere sé stesso un idolo, sicché l’anima superbiosa non ha il suo Dio con sé; col peccato ha
cercato di distruggerlo nel suo cuore, ed alzando l’altare nel suo cuore, vi si mette sopra ed adora sé
stesso.”
Oh! Dio, che mostro abbominevole è questo vizio, a me sembra che se l’anima sta attenta a
non farlo entrare in sé, è libera da tutti gli altri vizi, ma se per sua sventura si lascia predominare da
essa, siccome è madre mostruosa e cattiva, gli partorirà tutti i suoi figli discoli quali sono gli altri
peccati. Ah! Signore, tenetela da me lontana.

Novembre 21, 1899


Gesù vuol dilettarsi rimirandosi in Luisa, e questa viene aiutata per la Santissima Vergine.
Questa mattina il mio dilettisimo Gesù, appena venuto mi ha detto: “Figlia mia, tutto il tuo
piacere dev’essere nel rimirarte in Me, e se ciò farai sempre, ritrarrai in te tutte le mie qualità, la mia
fisonomia, i miei stessi lineamenti, ed Io in contracambio troverò tutto il mio gusto e sommo
contento nel dilettarmi di rimirarmi in te.”
Detto ciò è scomparso, ed io stavo ruminando nella mia mente le parole già dette. Tutto
all’improviso è ritornato, mettendomi la sua santa mano in capo e rivolgendomi la faccia verso di
Lui ha soggiunto: “Oggi voglio dilettarmi un poco col rimirarmi in te.” Un brivido mi è corso per
tutta la vita, uno spavento da sentirmi morire perché vedevo che mi guardava fisso, fisso, volendosi
dilettare nei miei pensieri, sguardi, parole ed in tutto il resto, col rimirarsi in me. Oh! Dio, sono
oggetto io di far prendere diletto o di ammareggiarvi? Andavo ripetendo nel mio interno. In questo
mentre, è venuta la nostra cara Mamma Regina in mio aiuto, portando una veste bianchissima fra le
mani, e tutta amabilità mi ha detto: “Figlia, non temere, voglio Io stessa supplire per te vestendoti
della mia innocenza, così il mio Figlio, rimirandosi in te, possa trovare il maggiore diletto che si
possa trovare in umana creatura.” Onde mi vesti con quella veste e mi offri al mio caro Bene Gesù
dicendogli: “Accettatela per riguardo mio, caro Figlio, e dilettatevi in essa.” Così mi è passato ogni
timore e Gesù si ha dilettato in me ed io in Lui.

Novembre 24, 1899


Luisa vuol ricevere le amarezze di Gesù.
Questa mattina il mio dolce Gesù è venuto e mi ha trasportato fuori di me stessa. Ora,
siccome l’ho veduto tutto ripieno d’amarezza, l’ho pregato e ripregato che Lui riversasi in me, ma
per quanto ho potuto pregare, non mi è riuscito d’ottenere che versasse in me le su amarezze, solo
che, siccome m’avvicinavo alla sua bocca per ricevere le sue amarezze, ci veniva un alito amaro.
Mentre io ciò facevo, vedevo un sacerdote che moriva, ma non ho conosciuto bene chi fosse, perché
aveva l’altra intenzione di pregare per un sacerdote infermo, ma non scorgendolo per quello, mi son
confusa se fosse quello o qualche altro. Onde ho detto a Gesù: “Signore, che fai? Non vedete
quanta scarsezza di sacerdoti vi sono a Corato che vuoi toglierci degli altri?” E Gesù non dandomi
retta, e minacciando con la mano, diceva: “Li distruggerò di più.”

Novembre 26, 1899


Compiacimento della Santissima Trinità per le sofferenze di Luisa.
Trovandomi molto sofferente, l’amabile mio Gesù è venuto, e mi ha messo il braccio da
dietro il collo, in atto di sostenermi. Ora, stando a Lui vicina ho incominciato a fare le mie solite
adorazioni a tutte le sue sante membra, incominciando dalla sua sacratissima testa. Nell’atto che
ciò facevo mi ha detto: “Diletta mia, ho sete, fammi dissetare nel tuo amore, che più non posso
trattenermi.” E prendendo aspetto di bambino si è menato fra le mie braccia e si ha messo a
succhiare, pareva che ci prendeva un gusto grandissimo e ne restava tutto ristorato e dissetato.
Dopo ciò, volendo quasi scherzare con me, con una lancia che teneva in mano mi passava il cuore, a
banda a banda. Io sentivo acerbissimo dolore, ma oh! come era contenta di soffrire, specialmente
che erano le stesse mani del mio solo ed unico Bene che mi davano il patire, e l’incitavo a farmi
maggior strazio, tant’era il gusto e la dolcezza che vi sentivo. E Gesù benedetto, per rendermi più
contenta, mi ha strappato il cuore, prendendolo fra le sue mani e con quella stessa lancia lo ha
aperto, metà e metà ed ha trovato una croce risplendente e bianchissima, la ha preso fra le sue mani,
compiacendosi grandemente e mi ha detto: “Questa croce l’ha prodotto l’amore e la purità con cui
tu soffri, mi compiaccio tanto del modo con cui tu soffri, che non solo Io, ma chiamo il Padre e lo
Spirito Santo a compiacersi meco.”
In un istante ho fatto per guardare ed ho visto Tre Persone, che circondandomi si dilettavano
nel guardare questa croce, io però, lamentandomi con Loro ho detto: “Grande Iddio, troppo scarso
è il mio patire, non son contenta della sola croce, ma voglio ancora le spine ed i chiodi, e se io non
lo merito, perché indegna e paccatrice, Voi, certo potete darmi le disposizioni per ciò meritare.” E
Gesù, mandandomi un raggio di luce inteletuale, mi fece capire che volesse che io facessi la
confessione delle mie colpe. Mi sentì quasi atterrare innanzi alle Tre Divine Persone, ma l’Umanità
di Nostro Signore m’ispirava fiducia, sicché a Lui rivolgendomi ho detto il Confiteor, e dopo ho
incominciato a fare la confessione delle mie colpe. Ora, mentre mi trovavo tutta immersa nella mia
miseria, una voce è uscita da mezzo a Loro che diceva: “Ti perdoniamo, e tu non più peccare.” Io
m’aspettavo di ricevere l’assoluzione da Nosotro Signore, ma nel meglio è scomparso. Poco dopo è
ritornato crocifisso e mi ha partecipato i dolori della croce.

Novembre 27, 1899


La grazia rende felice l’anima.
Questa mattina il mio caro Gesù non ci veniva; dopo molti stenti, quando appena l’ho visto,
ed io lamentandomi con Lui della sua tardanza gli ho detto: “Signore benedetto, come così tardi, vi
siete forse dimenticato che non posso stare senza di Voi, o forse perduta la tua grazia, che non ci
venite?” E Lui, interrompendo il mio dire lamentevole mi ha detto: “Figlia mia, sai tu che cosa fa
la mia grazia? La mia grazia rende felice l’anima dei beati comprensori, e rende felice l’anima dei
viatori, con questa sola differenza, che i comprensori beandosi e deliziandosi, e i viatori lavorando e
mettendola a traffico. Sicché, chi possiede la grazia ritiene in sé stessa il paradiso, perché la grazia
non è altro che possedere Me stesso, ed essendo Io solo l’oggetto incantevole che incanta tutto il
paradiso, e che formo tutti i contenti dei beati, l’anima possedendo la grazia, dovunque si trova
possiede il suo paradiso.”

Novembre 28, 1899


Luisa acceta soffrire nel purgatorio per liberare alcune anime.
Il mio diletto Gesù è venuto tutto affabilità, mi pareva come un intimo amico che fa tante
cerimonie all’altro amico per attestargli il suo amore, le prime parole che mi ha detto sono state:
“Diletta mia, se tu sapessi quanto t’amo. Mi sento tirato grandemente ad amarti, gli stessi miei
induggi nel venire, mi sforzano e son nuove cause di farmi venire a colmarti di nuove grazie e
carismi celesti. Se tu potessi comprendere quanto ti amo; il tuo amore paragonato col mio appena
lo scorgeresti.” Ed io: “Mio dolce Gesù, è vero ciò che dite, ma anch’io sento che vi amo assai, e
se Voi dite che il mio amore paragonato al vostro appena si scorge, questo è perché il vostro potere è
senza limiti ed il mio è limitato, e per tanto, posso fare per quanto da Voi stesso mi vien dato; è
tanto vero ciò, che quando mi viene la volontà di più soffrire per maggiormente attestarvi il mio
amore, se Voi non me le concedete le pene, non sta in mio potere il soffrire e son costretta a
rassegnarmi anche in questo, ed essere quell’essere inutile che da me sono stata sempre. Invece, a
Voi stava in vostro potere lo stesso patire, ed in qualunque modo volete manifestarmi il vostro
amore, già lo potete fare. Diletto mio, dammi a me il potere, e poi vi farò vedere quanto so fare per
amor vostro, perché quella misura che mi date, quella stessa misura vi darò.”
Lui ascoltava con sommo piacere il mio dire spropositato, e quasi volendomi mettere a
prova, mi ha trasportato fuori di me stessa, vicino ad un luogo profondo, pieno di fuoco liquido e
tenebroso; metteva orrore e spavento a solo vederlo. Gesù mi ha detto: “Qui c’è il purgatorio, e
molte anime ci sono ammassate in questo fuoco. Andrai tu in questo luogo a soffrire per liberare
quelle anime che piacciono a Me, e questo lo farai per amor mio.”
Io subito, sebbene un po’ tremando, gli ho detto: “Tutto per amor vostro, son pronta, ma ci
dovete venire Voi insieme, altrimenti, se mi lasciate non vi fate più trovare, e poi mi fate piangere
ben bene.” E Lui: “Se vengo Io insieme, qual sarebbe il tuo purgatorio? Quelle pene con la mia
presenza, per te si cambierebbero in gioie ed in contenti.” Ed io: “Sola non ci voglio andare, e poi,
mentre andremo in quel fuoco, Voi vi staterete dietro le mie spalle, così non vi vedo e accetterò
questa sofferenza.”
Così sono andata in quel luogo ripieno di dense tenebre, e Lui che mi seguiva da dietro, ed
io per timore ancora mi lasciasse, gli ho preso le mani, tenendole strette alle mie spalle. Giunta
laggiù, chi può dire le pene che soffrivano quelle anime? Sono certo inenarrabili a persone vestite
d’umana carne. Onde, andando io in quel fuoco, esso distruggevasi e si diradavano le tenebre, e
molte anime ne uscivano ed altre ne restavano sollevate. Dopo essere stata circa un quarto d’ora, ce
ne siamo usciti, e Gesù tutto si lamentava; io subito ho detto: “Dimmi mio Bene, perché vi
lamentate? Cara mia vita, sono stata io forse la causa perché non ho voluto andare sola in quel
luogo di pene? Dimmi, dimmi, avete sofferto molto nel vedere quelle anime soffrire? Che cosa vi
sentite?” E Gesù: “Diletta mia, mi sento tutto ripieno d’amarezze, tanto, che non potendole più
contenerle sto per traboccarle sopra la terra.” Ed io: “No, no mio dolce amore, le verserete a me,
non è vero?” Ed avvicinandomi alla bocca ha versato un liquore amarissimo, in tanta abbondanza
che io non potevo contenerlo, e pregavo Lui stesso che mi desse la forza a sostenerlo, altrimenti, ciò
che non avevo fatto fare a Nostro Signore, l’avrei fatto io, a versarlo sopra alla terra, e questo mi
rincresceva molto a farlo. Pare però che mi ha dato la forza, sebbene erano tante le sofferenze che
mi sentivo venir meno, ma Gesù prendendomi fra le sue braccia mi sosteneva e mi diceva: “Per te
bisogna cedere per forza, ti rendi tanto importuna, che mi sento quasi necessitato a contentarti.”

Novembre 30, 1899


Membra infermi e membra sani nel corpo mistico di Gesù.
Continua il mio adorabile Gesù a venire e questa volta lo vedevo in atto quando stava alla
colonna; Gesù slegandosi si gettava nelle mie braccia per essere da me compatito. Io mi lo ho
stretto ed ho incominciato ad aggiustargli i capelli tutti aggrumiti di sangue, ad asciugargli gli occhi
ed il volto, ed insieme lo baciavo e facevo diversi atti di riparazione. Quando sono giunta alle mani
e gli ho tolto la catena, con somma meraviglia ho visto che il capo era di Nostro Signore, ma le
membra erano di tant’altre persone, specialmente religiosi. Oh! quante membra infette che davano
più tenebre che luce; nel lato sinistro ci stavano quei che davano più da soffrire a Gesù, si vedevano
membra infermi, ripiene di piaghe verminose e profonde, altre che appena restavano attaccate per
un nervo a quel corpo, oh! come si doleva e vacillaba quel capo divino sopra di quelle membra! Al
lato destro, poi, si vedevano quelle che erano più buoni, cioè, membra sani, risplendenti, coperte di
fiori e di rugiada celeste, profumate d’olezzanti odori, e tra queste membra si scorgeva qualcuno
che mandava un profumo oscuro.
Questo capo divino sopra di queste membra, molto veniva a soffrire; è vero che vi erano
delle membra risplendenti, che quasi si rassomigliavano alla luce di quel capo, che lo ricreavano e
gli davano grandissima gloria, ma erano in più gran numero le membra infette. Gesù, aprendo la
sua dolcissima bocca mi ha detto: “Figlia mia, quanti dolori mi danno queste membra! Questo
corpo che tu vedi, è il corpo mistico della mia Chiesa, di cui mi glorio d’esserne il capo, ma quanto
strazio crudele fanno queste membra in questo corpo! Pare che si aizzano tra loro a chi più possa
darmi tormento.” A detto altre cose che non tanto ricordo bene su di questo corpo, perciò faccio
punto.

Dicembre 2, 1899
Eloquente elogio della croce.
Trovandomi molto afflitta per certe cose che non è qui licito il dirle, l’amabile Gesù,
volendomi sollevare nella mia afflizione è venuto in un aspetto tutto nuovo, mi pareva vestito di
color celeste, tutto ornato di campanellini piccoli, di oro, che toccandosi fra loro risuonavano di un
suono non mai udito. All’aspetto di Gesù ed al grazioso suono, mi son sentita incantare e sollevare
nella mia afflizione, che come fumo si dipartiva da me. Io sarei rimasta lí in silenzio, tanto mi
sentivo incantare stupitte le potenze dell’anima mia, se il benedetto Gesù non avesse rotto il mio
silenzio col dirmi: “Figlia a Me diletta, tutti questi campanellini sono tante voce che ti parlano del
mio amore, e che chiamano te ad amarmi. Ora, lasciame vedere quanti campanelli tieni tu, che mi
parlano del tuo amore e che chiamano Me ad amarti.”
Ed io, tutta piena di rossore gli ho detto: “Neh! Signore, che dite? Io non ho niente, non ho
altro che i soli difetti.” Allora Gesù, compatendo la mia miseria, a ripreso a dirmi: “Tu non hai
niente, è vero, ebbene, voglio ornarti Io coi miei stessi campanelli, acciò possa aver tante voci come
chiamarmi e come mostrarmi il tuo amore.”
Così pareva che come una fascia ornata di questi campanellini, mi cingesse la vita. Dopo
ciò, io son lasciata in silenzio e Lui ha soggiunto: “Oggi ho piacere di trattenermi con te, dimmi
qualche cosa.” Ed io: “Voi sapete che tutto il mio contento è di stare insieme con Voi, ed avendo
Voi, ho tutto, onde possedendo Voi, mi pare che non ho che altro desiderare, né che dire.” E Gesù:
“Fammi sentire la tua voce che ricrea il mio udito, conversiamo un poco insieme, Io ti ho parlato
tante volte della croce, oggi fammi sentire parlare te della croce.”
Io mi sentivo tutta confusa, non sapevo che dire, ma Lui, mandandomi un raggio di luce
intellettuale, per contentarlo ho incominciato a dire: “Diletto mio, chi vi può dire che cosa è la
croce, solo la vostra bocca può degnamente parlare della subblimità della croce, ma giacché lo
volete, che parli io, pure, lo faccio: “La croce sofferta da Voi mi liberò dalla schiavitù del demonio,
e mi sposò alla Divinità con nodo indissolubile; la croce è feconda, e mi partorisce la grazia; la
croce è luce e mi disinganna dello temporale, e mi svela l’eterno; la croce è fuoco, e tutto ciò che
non è di Dio mette incenere, fino a svuotarmi il cuore d’un minimo filo d’erba che possa starci; la
croce è moneta d’inestimabile prezzo, e se io avrò, Sposo Santo, la fortuna di possederla mi
arricchivo di monete eterne, fino a rendermi la più rica del paradiso, perché la moneta che corre in
cielo è la croce sofferta in terra; la croce più fa conoscere me stessa, non solo, ma mi dà la
conoscenza di Dio; la croce m’innesta tutte le virtù; la croce è la nobile cattedra dell’increata
sapienza, che m’insegna le dottrine più alte, sottile e subblime; sicché, la sola croce mi svelarà i
misteri più ascosi, le cose più recondite, la perfezione più perfetta nascosta ai più dotti e sapienti del
mondo. La croce è qual acqua benefica che mi purifica, non solo, ma mi somministra il nutrimento
alle virtù, me le fa crescere ed allora mi lascia quando mi ricondusce alla eterna vita. La croce è
qual rugiada celeste che mi conserva e mi abbellisce il bel giglio della purità; la croce è l’alimento
della speranza; la croce è fiacola della fede operante; la croce è quel legno solido che conserva e fa
mantenere sempre acceso il fuoco della carità; la croce è quel legno asciutto che fa svanire e mettere
in fuga tutti i fumi di superbia e di vana gloria, e produce nell’anima l’umile viola dell’umiltà; la
croce è l’arma più potente che offende i demoni e mi difende da tutte i loro artigli. Sicché, l’anima
che possiede la croce, è d’invidia e d’ammirazione agli stessi angioli e santi; di rabbia e di sdegno ai
demoni. La croce è il mio paradiso in terra, dimodochè se il paradiso di là, dei beati, sono i
godimenti; il paradiso di qua sono i patimenti. La croce è la catena d’oro purissimo che mi
congiunge con Voi, mio sommo Bene, e forma l’unione più intima che dar si possa, fino a far
scomparire l’essere mio e mi trasmuta in Voi, mio oggeto amato, tanto da sentirmi perduta in Voi e
vivo dalla vostra stessa vita.”
Dopo che ebbi detto questo (non so se sono spropositi) l’amabile mio Gesù nel sentirmi,
tutto si compiaceva e preso da entussiasmo d’amore, tutta mi baciava e mi ha detto: “Bravo, bravo
alla mia diletta, hai detto bene. L’amor mio è fuoco, ma non come il fuoco terreno che dovunque
penetra rende sterile e mette tutto in cenere. Il mio fuoco è fecondo e solo sterilisce tutto ciò che
non è virtù, ma il resto, dà vita a tutto e vi fa germogliare i bei fiori, fa produrre i più squisiti frutti e
lo rende il più delizioso giardino celeste. La croce è tanto potente e l’ho comunicato tanta grazia, da
renderla più efficace dagli stessi sacramenti, e questo perché nel ricevere il sacramento del mio
corpo, ci vogliono le disposizioni ed il libero concorso dell’anima per ricevere le mie grazie, che
molte volte possono mancare, ma la croce ha virtù di disporre l’anima alla grazia.”

Dicembre 21, 1899


Luisa parla della verginità e la purità.
Dopo lungo silenzio, questa mattina l’amabile mio Gesù, interrompendolo, mi ha detto: “Io
sono il ricettacolo delle anime pure.” Ed in queste sue parole ebbi luce intellettuale che mi faceva
comprendere molte cose sulla purità, ma poco o niente so ridurre a parole di ciò che sento
nell’intelletto. Ma l’onorevolessima signora obbedienza vuol che scriva qualche cosa, anche
spropositando, e per contentare lei sola dirò i miei spropositi sulla purità.
Mi pareva che la purità fosse la gemma più nobile che l’anima può possedere. L’anima che
possiede la purità è investita di candida luce, in modo che Iddio benedetto, rimirandola, ritrova la
sua stessa immaggine, si sente tirato ad amarla, tanto che giunge ad inamorarsi di lei, ed è preso da
tanto amore che le dà per ricetto il suo purissimo cuore, perché solo ciò che è puro e mondissimo
entra in Dio, niente entra macchiato in quel seno purissimo. L’anima che possiede la purità ritiene
in sé il suo primiero splendore che Dio le ha dato nel crearla, niente è in lei deturpato, snobilitato,
ma come regina che aspira alle nozze del Re celeste, si conserva la sua nobiltà fino a tanto che
questo nobile fiore viene traspiantato nei giardini celesti. Oh! come questo fiore verginale è
fragante di distinto odore! Sempre si inalza sopra tutti gli altri fiori, ed anche sopra gli stessi
angeli. Come spicca di svariata bellezza! Sicché tutti sono presi da stima ed amore, e libero le
danno il passo fino a farlo giungere allo Sposo Divino, in modo che il primo posto in torno a
Nosotro Signore è di questi nobili fiori. Onde Nostro Signore si dileta grandemente di passeggiare
in mezzo a questi gigli che profumano la terra ed il Cielo, e molto più si compiace d’essere
circondato da questi gigli, che essendone Lui il primo nobile giglio ed il modello, è l’esemplare di
tutti gli altri. Oh! come è bello veder un’anima vergine! Il suo cuore non dà altro alito che di purità
e di candore, non è neppure ombrato d’altro amore che non è Dio, anche il suo corpo spira odore di
purità; tutto è puro in lei: Pura nei passi, pura nel operare, nel parlare, nel guardare, anche nel
muoversi, sicché al solo vederla, si sente la fraganza, e vi si scorge un’anima vergine d’avvero.
Quali carismi, quale grazie, quale l’amore scambievole, gli strattagemme amorosi tra quest’anima e
lo Sposo Gesù! Solo chi li prova può dire qualche cosa, che neppure tutto si può narrare, ed io non
mi sento in dovere di parlare su di questo, perciò faccio silenzio e passo innanzi.

Dicembre 22, 1899


Come Dio ci attira ad amarlo in tre modi, e come in tre modi si manifesta all’anima.
Questa mattina, il mio adorabile Gesù non ci veniva. Dopo molto aspettare e riaspettare,
quando appena, quasi come un lampo che sfugge, parecchie volte si ha fatto vedere, ma mi pareva
vedere piuttosto una luce che Gesù, ed in questa luce una voce, che diceva la prima volta che è
venuta: “Io ti attiro ad amarmi in tre modi: A forza di benefizi, a forza di simpatie ed a forza di
persuasioni.”
Chi può dire quante cose comprendevo in queste tre parole? Mi pareva che Gesù benedetto,
per attirare il mio amore ed anche a quello delle altre creature, fa piovere benefizi a pro nostro, e
vedendo che questa pioggia di benefizi non giunge al punto di guadagnarsi il nostro amore, giunge a
rendersi simpatico. E, qual è questa simpatia? Sono le sue pene sofferte per amor nostro, fino a
morire diluviante sangue sopra d’una croce, dove si rese tanto simpatico, che inamorò di Sé i suoi
stessi carnefici, ed i suoi più fieri nemici. Di più, per attirarci più maggiormente e rendere più forte
e stabile il nostro amore, ci ha lasciato la luce dei suoi santissimi esempi, uniti alla sua celeste
dottrina, e che come luce ci diradanno le tenebre di questa vita e ci conducono all’eterna salvezza.
La seconda volta che è venuta, mi ha detto: “Io mi manifesto all’anima in tre diversi modi:
Con la potenza, con la notizia e coll’amore. La potenza è il Padre, la notizia è il Verbo, l’amore è lo
Spiritu Santo.” Oh! quante altre cose comprendevo! Ma troppo scarso è quello che so manifestare.
Mi pareva che con la potenza si manifesta Dio all’anima in tutto il creato, dal primo all’ultimo
essere viene manifestata l’onnipotenza di Dio. Il cielo, le stelle e tutti gli altri esseri ci parlano,
sebbene in muto linguaggio, d’un Ente Supremo, d’un Essere increato, della sua onnipotenza,
perché l’uomo più scienziato, con tutta la sua scienza non può giungere a creare il più vil
moscherino, e questo ci dice che ci deve essere un’Essere increato potentissimo, che ha creato tutto,
e dà vita e sussistenza a tutti gli esseri. Oh! come tutto l’universo a chiare note ed a caratteri
incancellabili ci parla di Dio e della sua onnipotenza! Sicché chi non lo vede è cieco volontario.
Con la notizia, mi pareva che Gesù benedetto nel scendere dal Cielo, venisse in persona sulla terra a
darci notizia di ciò che è a noi invisibile, ed in quanti modi non si manifestò Egli? Credo che
ognuno, da sé, comprenda tutto il resto, perciò non mi dilungo a dire.

Dicembre 25, 1899


Gesù vuole di lei continua attitudine di sacrifizio.
Dopo aver passato parecchi giorni quasi di privazione totale del mio sommo ed unico Bene,
accompagnati da una durezza di cuore, senza poter neppure piangere la mia gran perdita, sebbene
offrivo a Dio anche quella durezza dicendogli: “Signore accettatela come sacrifizio, Voi solo potete
rammollire questo cuore sì duro.” Finalmente, dopo lungo penare, è venuta la mia cara Mamma
Regina portando nel suo grembo il celeste Bambino ravvolto in un pannolino, tutto tremante; me lo
ha dato fra le mie braccia dicendomi: “Figlia mia, riscaldalo coi tuoi affetti, che il mio Figlio
nacque in estrema povertà, in totale abbandono degli uomini ed in somma mortificazione.”
Oh! come era carino con quella sua celeste beltà! L’ho preso fra le mie braccia e me l’ho
stretto per riscaldarlo, perché era quasi intirizzito dal freddo, non avendo altra cosa che lo copriva
che un solo pannolino. Dopo averlo riscaldato per quanto ho potuto, il mio tenero Bambinello
snodando le sue purpurie ??? labbra mi ha detto: “Mi prometti tu d’essere sempre vittima per amor
mio, come Io lo sono per amor tuo?” Ed io: “Si, Tesoretto mio, ve lo prometto.” E Lui: “Non son
contento della parola, ne voglio un giuramento ed anche una sottoscrizione col tuo sangue.” Ed io:
“Se vuole l’ubbidienza lo farò.” E Lui pareva tutto contento, ed ha soggiunto: “Il mio cuore da che
nacqui lo tenni sempre offerto in sacrifizio per glorificare il Padre, per la conversione dei peccatori
e per le persone che mi circondavano e che più mi furono fedeli compagni nelle mie pene. Così
voglio che il tuo cuore stia in continua attitudine, offerto in spirito di sacrifizio per questi tre fini.”
Mentre ciò diceva, la Regina Mamma voleva il Bambino per ristorarlo col suo latte
dolcissimo. L’ho restituito, e Lei è uscita la sua mammella per metterla in bocca al Divino
Bambolo, ed io furba, volendo fare uno scherzo, ho messo la mia bocca a succhiare; ho tirato poche
goccie, e nell’atto che ciò facevo mi hanno scomparso, lasciandomi contenta e scontenta. Sia tutto
a gloria di Dio ed a confusione di questa misera peccatrice.

Dicembre 27, 1899


La carità dev’essere come un ammanto che deve coprire le azioni.
Continuava a farsi vedere ad ombra ed a lampo. Mentre mi trovavo in un mare d’amarezza
per la sua assenza, in un istante vi si è fatto vedere dicendomi: “La carità dev’essere come un
ammanto che deve coprire tutte le tue azioni, in modo che tutto deve rilucere di perfetta carità. Che
significa quel dispiacerti quando non soffri? Che la tua carità non è perfetta, perché il soffrire per
amor mio e il non soffrire per mio amore, senza la tua volontà, è tutto l’istesso.”
Ed è scomparso lasciandomi più amareggiata di prima, volendo toccare un tasto troppo per
me delicato, e che Lui stesso mi ha infuso. Onde dopo aver versato amare lacrime nello stato mio
miserabile, e sopra l’assenza del mio adorabile Gesù, è ritornato e mi ha detto: “Con le anime
giuste mi porto con giustizia, anzi ricompensandole duplicatamente per la loro giustizia, col
favorirle delle grazie più grandi e col parlarle di parole giuste e di santità.” Io però mi trovavo tanto
confusa e cattiva, che non ardivo di dire una sola parola, anzi continuavo a versare lacrime sulla mia
miseria. E Gesù , volendomi infondere fiducia, ha messo la sua mano sotto della mia testa per
sollevarla, che non mi reggeva, ed ha soggiunto: “Non temere, Io sono lo scudo dei tribolati.” Ed è
scomparso.

Dicembre 30, 1899


Effetti della umiliazione e della mortificazione.
Questa mattina il mio adorabile Gesù quando appena l’ho visto, e siccome l’ubbidienza mi
aveva detto che pregassi per una persona, perciò quando Gesù è venuto, l’ho raccomandato, e Lui
mi ha detto: “L’umiliazione non solo si deve accetare, ma anche amarla, tanto da masticarla come
un cibo, e siccome quando un cibo è amaro, quanto più si mastica, tanto più si sente l’amarezza,
così l’umiliazione ben masticata, fa nascere la mortificazione, e queste son due potentissimi mezzi,
cioè, l’umiliazione e la mortificazione, come uscire da certi intoppi ed ottenere quelle grazie che si
vogliono. Mentre pare nocevole all’umana natura, come il cibo amaro pare che voglia recare
piuttosto male che bene, così l’umiliazione e la mortificazione, ma no. Quando il ferro è più battuto
sopra dell incudine, tanto più sfavilla fuoco e resta purgato, così l’anima, quanto più è umiliata e
battuta sotto all’incudine della mortificazione, tanto più sfavilla scintille di fuoco celeste, e resta
purgata se veramente vuol camminare la via del bene. Se poi è falsa, succede tutto al contrario.”

Gennaio 1, 1900
Effetti della conoscenza di sé stesso.

Trovandomi molto afflitta per la privazione del mio sommo ed unico Bene, dopo molto
aspettare e riaspettare, finalmente l’ho visto uscire da dentro il mio cuore, che piangeva, facendomi
cenno con gli occhi che gli doleva la ferita fatta nella circoncisione, perciò piangeva, e che
aspettava da me che l’avessi asciugato il sangue che scorreva dalla ferita, e raddolcissi il dolore del
taglio. Tutta compassione e confusione insieme, tanto che non ardivo di ciò fare, ma tirata
dall’amore, non so come mi son trovato un pannolino in mano ed ho cercato per quanto ho potuto,
d’asciugare il sangue al bambino Gesù. Mentre ciò facevo, mi sentivo tutta piena di peccato e
pensavo che io ne ero la causa di quel dolore di Gesù. Oh! quanto mi faceva pena, mi sentivo
assorbita in quell’amarezza e il benedetto bambinello, compatendo il mio miserabile stato, mi ha
detto: “Quanto più l’anima si umilia e conosce sé stessa, tanto più si accosta alla verità, e
trovandosi nella verità, cerca di spingersi nella via delle virtù, da cui si vede molto lontana; e se si
vede che si trova nella via delle virtù, scorge subito il molto che le resta da fare, perché le virtù non
hanno termino, sono infinite come sono Io. Onde, l’anima trovandosi nella verità, cerca sempre di
perfezionarsi, ma mai giungerà a vedersi perfetta, e questo le serve e farà che l’anima stia
continuamente lavorando, sforzandosi per maggiormente perfezionarsi, senza perdere il tempo in
oziosità; ed Io, compiacendomi di questo lavoro, man mano la vado ritoccando per dipingere in lei
la mia rassomiglianza. Ecco perciò volli essere circonciso, per dare un esempio di grandissima
umiltà, che fece stordire gli stessi angeli del Cielo.”

Gennaio 3, 1900
La pace.

Continuo a vedermi tutta piena di miserie, non solo, ma anche inquieta. Mi pare che tutto il
mio interno si fosse messo all’arme per la perdita di Gesù. Andavo pensando tra me, che i miei
grandi peccati mi avevano meritato che il mio adorabile Gesù mi avesse lasciato, e quindi non
dovevo più rivederlo. Oh! che morte crudele è questo pensiero per me! Anzi, più spietato di
qualunque morte! Non più vedere Gesù! Non più sentire la soavità della sua voce! Perdere Colui
da cui la mia vita dipende e da cui mi viene ogni mio bene! Come poter vivere senza di Lui? Ah!
per me tutto è finito se perdo Gesù! Con questi pensieri mi sentivo un’agonia di morte, tutto
l’interno sossopra che voleva Gesù, e Lui in un lampo di luce si è manifestato all’anima mia
dicendomi: “Pace, pace, non volerti turbare. Come un fiore odorosissimo profuma il luogo dove si
mette, così la pace riempie di Dio l’anima che la possiede.” E come lampo è sfuggito. Ah!
Signore, quanto siete buono con questa peccatrice, e vi dico pure in confidenza: “Quanto siete
impertinente, che nientemeno che devo perdere Voi, e neppure volete che mi turbi e mi inquieti, e
se ciò faccio mi fate capire che io stessa m’allontano da Voi, perché con la pace mi riempio di Dio e
col turbarmi mi riempio di tentazioni diaboliche.” Oh mio dolce Gesù! quanta pazienza ci vuole
con Voi! che qualunque cosa mi succeda, neppure posso inquietarmi, né turbarmi, ma volete che me
ne stia in perfetta calma e pace.

Gennaio 5, 1900
Effetti del peccato e della confessione.

Trovandomi nel solito mio stato, mi son sentita uscire fuori di me stessa e ho trovato
l’adorabile mio Gesù, ma, oh! quanto mi vedevo piena di peccati innanzi alla sua presenza! Nel
mio interno mi sentivo un forte desiderio di fare la mia confessione a Nostro Signore, quindi, a Lui
rivolgendomi, ho incominciato a dire le mie colpe, e Gesù mi ascoltava. Quando ho finito di dire,
rivolgendosi a me con un volto pieno di mestizia mi ha detto: “Figlia mia, il peccato è un abbraccio
velenoso e mortifero all’anima, non solo, ma come pure a tutte le virtù che nell’anima si trovano, se
è grave; se poi è veniale, è un abbraccio feritore, che rende l’anima molto debole ed inferma, ed
insieme con essa si infermano le virtù che aveva acquistato. Che arma micidiale è il peccato! Solo
il peccato può ferire e dare morte all’anima! Nessun’altra cosa può nuocerla, nessun’altra cosa la
rende innanzi a Me obbrobriosa, odiosa, che il solo peccato.”

Mentre dicevo ciò, io comprendevo la bruttezza del peccato e sentivo tale una pena, che non
so neppure esprimerla. E Gesù, vedendomi tutta compenetrata, ha alzato la benedetta destra e ha
pronunziato le parole dell’assoluzione. Poi dopo ha soggiunto: “Come il peccato ferisce e dà morte
all’anima, così il sacramento della confessione dà la vita e la risana dalle ferite, e restituisce il
vigore alle virtù, e questo, più o meno, secondo le disposizioni dell’anima, così opera la virtù del
sacramento.” Mi pareva che l’anima mia avesse ricevuto nuova vita, non scorgevo più quel fastidio
di prima dopo che Gesù mi diede l’assoluzione. Sia sempre ringraziato e glorificato il Signore!

Gennaio 6, 1900
La confidenza: Scala per salire alla Divinità.

Questa mattina ho fatto la comunione ed essendomi trovata insieme con Gesù, ci stava la
Mamma Regina, ed oh! maraviglia, guardavo la Madre e vedevo il cuore di Lei trasmutato in Gesù
Bambino, guardavo il Figlio e vedevo nel cuore del Bambino la Madre. In questo mentre, mi son
ricordata che oggi è l’Epifania, ed io, ad esempio dei santi magi dovevo offrire qualche cosa al
Bambino Gesù, ma mi vedevo che non avevo niente che dargli. Allora, vedendo la mia miseria, mi
è venuto in pensiero di offerire per mirra il mio corpo con tutte le sofferenze dei dodici anni che ero
stata nel letto pronta a soffrire e a starvi quant’altro tempo a Lui piacesse; per oro, la pena che sento
quando mi priva della sua presenza, che è la cosa più penosa e dolorosa per me; per incenso, le mie
povere preghiere, unite a quelle della Regina Mamma, acciocché fossero più accettevoli al Bambino
Gesù. Onde ne ho fatto l’offerta con tutta la confidenza che il Bambino avesse tutto accettato.
Gesù pareva che con molto gusto accettasse le mie povere offerte, ma quello che più gustava era la
confidenza con cui lo aveva offerto. Onde mi ha detto: “La confidenza ha due braccia, con uno
s’abbraccia alla mia Umanità, e della mia Umanità se ne serve come scala per salire alla mia
Divinità, coll’altro si abbraccia alla Divinità ed a torrenti vi attinge le grazie celesti, sicché l’anima
vi resta tutta innondata nell’Essere Divino. Quando l’anima è confidente, è certa d’ottenere ciò che
domanda. Io mi faccio legare le braccia, le faccio fare ciò che vuole, la fo penetrare fin dentro il
mio cuore e da sé stessa faccio prendere quello che mi ha domandato. Se ciò non facessi, mi
sentirei in uno stato di violenza.” Mentre ciò dicevo, dal petto del Bambino e da quello della Madre
uscivano tanti ruscelli di liquore, (ma non so dire proprio come si chiamava quello che dico
liquore), che tutta m’innondavano l’anima. La Regina Madre è scomparsa.
Dopo ciò, insieme col Bambino siamo usciti fuori, nella volta dei cieli, il suo grazioso volto
lo vedevo mesto, ho detto tra me: “Forse vuole il latte perciò sta mesto.” Onde gli ho detto: “Vuoi
succhiare a me, che la Regina Mamma non c’è?” Ma prima di ciò fare mi son messa in timore,
ancor fosse demonio, onde per assicurarmi l’ho segnato più volte colla croce e gli ho detto: “Siete
voi veramente Gesù Nazareno, la Seconda Persona della Santissima Trinità, il Figlio di Maria
Vergine Madre di Dio?” Il Bambino assicurava di si. Quindi assicurata, l’ho messo a succhiare a
me. Il Bambino pareva che si ravvivase prendendo un aspetto giulivo, e vedevo che si succhiava
parte di quei ruscelli, di che Lui stesso mi aveva innondato. E mentre ciò faceva, mi sentivo tirare il
cuore, che da egli pareva che veniva quel latte che Gesù tirava da me. Chi può dire ciò che passava
tra me ed il Bambino Gesù? Non ho lingua a saperlo manifestare, non vocaboli per poterlo
descrivere.

Gennaio 8, 1900
Anche gli errori gioveranno.

Stavo pensando tra me: Chi sa quanti spropositi, quanti errori contengono queste cose che
scrivo! In questo mentre, mi son sentita perdere i sensi, ed è venuto il benedetto Gesù e mi ha
detto: “Figlia mia, anche gli errori gioveranno, e questo a far conoscere che non c’è nessun artifizio
da parte tua, né che tu sei qualche dottore, che se ciò fosse, tu stessa avresti avvertito dove erravi, e
questo pure farà risplendere di più che sono Io che ti parlo, vedendo la cosa alla semplice; ma però
t’assicuro che non troveranno l’ombra del vizio e cosa che non dica virtù, perché mentre tu scrivi, ti
sto Io stesso guidando la mano; al più potranno trovare qualche errore a primo aspetto, ma se la
rimireranno ben bene, vi troveranno la verità.”

Detto ciò è scomparso, ma dopo qualche ora di tempo è ritornato, ed io mi sentivo tutta
titubante ed impensierita sulle parole che mi aveva detto, e Lui ha soggiunto: “Il mio retaggio è la
fermezza e la stabilità; non sono soggetto a mutamento alcuno, e l’anima, quanto più si avvicina a
Me e s’inoltra nella via delle virtù, tanto più si sente ferma e stabile nell’operare il bene, e quanto
più sta da Me lontana, tanto più sarà soggetta a mutarsi ed a traballare, ora al bene ed ora al male.”

Gennaio 12, 1900


Differenza tra la conscenza di sé stesso e l’umiltà.

Trovandomi nel solito mio stato, l’amabile mio Gesù è venuto in un stato compassionevole.
Teneva le mani legate strettamente ed il volto coperto di sputi, e parecchie persone che lo
schiaffeggiavano orribilmente, e Lui se ne stava quieto, placido, senza fare un moto o muovere un
lamento, neppure un muovere di ciglia, per far vedere che Lui voleva soffrire quegli oltraggi, e
questo non solo esternamente, ma anche internamente. Che spettacolo commovente, da far spezzare
i cuori più duri! Quante cose diceva quel volto con quegli sputi pendenti, imbrattato di fango!

Io mi sentivo inorridire, tremavo, mi vedevo tutta superbia innanzi a Gesù. Mentre stava in
questo aspetto, Lui mi ha detto: “Figlia mia, i soli piccolini si lasciano maneggiare come si vuole,
non quelli che sono piccoli di ragione umana, ma quelli che sono piccoli ma ripieni di ragione
divina. Solo Io posso dire che sono umile, che nell’uomo ciò che si dice umiltà, piuttosto si deve
dire conoscenza di sé stesso, e chi non conosce sé stesso cammina già nella falsità.”

Per qualche minuti Gesù ha fatto silenzio ed io me ne stavo a contemplarlo. Mentre ciò
facevo, ho visto una mano che portava una luce che frugando nel mio interno, nei più intimi
nascondigli, voleva vedere se fosse in me la conoscenza di me stessa e l’amore alle umiliazioni, alle
confusioni ed agli obbrobri; quella luce trovava un vuoto nel mio interno, ed io pur lo vedevo che
doveva essere riempito d’umiliazioni e confusioni ad esempio del benedetto Gesù. Oh! quante cose
mi faceva comprendere quella luce e quel volto santo che mi stava dinanzi! Dicevo tra me: “Un
Dio, per amor mio umiliato, confuso, ed io, peccatrice, senza di queste divise! Un Dio stabile,
fermo nel sopportare tante ingiurie, tanto che non si smuove un tantino per scuotersi da quegli sputi
fetenti. Ah! mi si fa manifesto il suo interno innanzi a Dio ??? p62 r2) e l’esterno innanzi agli
uomini, e pure, se lo vuole lo può, a liberarsi, perché non son le catene che lo legano, ma la sua
stabile Volontà, che a qualunque costo vuol salvare il genere umano. Ed io? Ed io? Dove sono le
mie umiliazioni, dove la fermezza, la costanza nell’operare il bene per amor del mio Gesù, e per
amor del mio prossimo? Ahi! che vittime differenti siamo io e Gesù! Ahi! che non ci conformiamo
affatto!

Mentre il mio piccolo cervello si perdeva in questo, il mio adorabile Gesù mi ha detto:
“Solo la mia Umanità fu ripiena d’obbrobri e di umiliazioni, tanto da traboccarne fuori, ecco perciò
che innanzi alle mie virtù trema il Cielo e la terra; e le anime che mi amano, si servono della mia
Umanità come scala per salire a lambire qualche goccioline delle mie virtù. Dimmi un po’, dinanzi
alla mia umiltà, dov’è la tua? Solo Io posso gloriarmi di possedere la vera umiltà, la mia Divinità
unita alla mia Umanità, poteva operare prodigi in ogni passo, parole ed opere, ed invece
volontariamente mi restringevo nel cerchio della mia Umanità, e mi mostravo il più povero, e
giungevo a confondermi con gli stessi peccatori.

L’opera della Redenzione in pochissimo tempo potevo operarla, ed anche per una sola
parola, ma volli per il corso di tant’anni, con tanti stenti e patimenti, fare mie le miserie dell’uomo,
volli esercitarmi in tante diverse azioni per fare che l’uomo fosse tutto rinnovato, divinizzato, anche
nelle minime opere, perché esercitate da Me, che ero Dio ed Uomo, ricevevano nuovo splendore e
restavano con l’impronta d’opere divine. La mia Divinità nascosta nella mia Umanità..., scendere a
tanta bassezza, soggettarsi al corso delle azioni umane mentre con un solo atto di Volontà avrei
potuto creare infiniti mondi..., sentire le miserie, le debolezze altrui, come se fossero sue, vedersi
coperta di tutti i peccati degli uomini innanzi alla divina giustizia e che ne doveva pagare il fio col
prezzo di pene inaudite e con lo sborso di tutto il suo sangue, esercitava continui atti di profonda ed
eroica umiltà.

Eccoti oh figlia, la diversità grandissima della mia umiltà con la umiltà delle creature, che
innanzi alla mia, appena è un’ombra; anche quella di tutti i miei santi, perché la creatura è sempre
creatura e non conosce quanto pesa la colpa come lo conosco Io, sia pure che anime eroine, al mio
esempio si son offerte a soffrire le pene altrui, ma queste non sono diverse di quelle, dalle altre
creature, non sono cose nuove per loro, perché sono formate dalla stessa creta. Poi, il solo pensare
che quelle pene sono causa di nuovi acquisti e che glorificano Iddio, è un grande onore per loro.
Oltre di ciò, la creatura è ristretta nel cerchio dove Iddio l’ha messo, né può uscire da quei limiti,
onde, stata circuita da Dio. Oh! se stesse in loro potere il fare ed il disfare, quant’altre cose
farebbero, ognuno giungerebbe alle stelle. Ma la mia Umanità divinizzata non aveva limiti, ma
volontariamente si restringeva in sé stessa, e questo era un intrecciare tutte le mie opere d’eroica
umiltà. Era stata questa la causa di tutti i mali che inondano la terra, cioè, la mancanza dell’umiltà,
ed Io con l’esercizio di questa virtù, dovevo attirare dalla divina giustizia tutti i beni. Ah! si, che
non si partono dal mio trono rescritti di grazie, se non che per mezzo dell’umiltà, né nessun biglietto
può essere da Me ricevuto, se non contiene la firma dell’umiltà, nessuna preghiera ascoltano le mie
orecchie e muove a compassione il mio cuore, se non è profumata dall’olezzo dell’umiltà.

Se la creatura non giunge a distruggere quel germe d’onore, di stima, e questo si distrugge
col giungere ad amare di essere disprezzata, umiliata, confusa, sentirà un intreccio di spine intorno
al suo cuore, avvertirà un vuoto nel suo cuore che le darà sempre fastidio e la renderà molto
dissimile dalla mia Santissima Umanità, e se non si giunge ad amare le umiliazioni, al più potrà
qualche poco conoscere sé stessa, ma non risplenderà innanzi a Me vestita della bella e simpatica
veste dell’umiltà.”

Chi può dire quante cose comprendevo su questa virtù e la differenza tra il conoscere sé
stessa e l’umiltà? Mi pareva di toccare con mano la distinzione di queste due virtù, ma non ho
parola come spiegarmi. Per dire qualche cosa me n’avvalgo d’una idea, per esempio: Un povero
dice che è povero, ed anche a persone che non lo conoscono e che forse possono credere che
possiede qualche cosa, manifesta schiettamente la sua povertà, si può dire che conosce sé stesso e
dice la verità, e per questo viene più amato, muove gli altri a compassione del suo misero stato e
tutti lo aiutano, tale è il conoscere sé stesso. Se poi, quel povero vergognandosi di manifestare la
sua povertà, menasse vanto che lui è ricco, mentre tutti sanno che lui non tiene neppure le vesti
come coprirsi e si muore della fame, che avviene? Tutti lo disprezzano, nessuno lo aiuta ed
addiviene soggetto di burla e di ridicolaggine a chiunque lo conosce, ed il misero, andando di male
in peggio, finisce col perire. Tale è la superbia innanzi a Dio ed anche innanzi agli uomini, ed ecco
che chi non conosce sé stesso, già esce dalla verità e precipita nella via della falsità.”

Or, la differenza dell’umiltà, sebbene mi pare che siano sorelle nate ad un parto e non può
mai essere umile se non conosce sé stesso, per esempio un ricco che spogliandosi, per amore delle
umiliazioni, delle sue nobili vesti, si copre di miseri cenci, vive sconosciuto, a nessun manifesta chi
egli sia, si confonde coi più poveri, vive coi poveri come se fosse loro pari, fa sue delizie i disprezzi
e le confusioni, ed ecco la bella sorella della conoscenza di sé stesso, cioè l’umiltà. Ah! si, l’umiltà
chiama la grazia, l’umiltà spezza le catene più forti, qual’è il peccato. L’umiltà supera qualunque
muro di divisione tra l’anima e Dio, ed a Lui la ritorna. L’umiltà è la piccola pianta, ma sempre
verde e fiorita, non soggetta ad essere rosa dai vermi, né i venti, la grandine, il caldo potranno
portarle nocumento, né farla menomamente appassire. La umiltà, sebbene è la più piccola pianta,
ma manda fuori rami altissimi, che penetrano fin nel cielo e s’intrecciano intorno al cuore di Nostro
Signore, e solo i rami che escono da questa piccola pianta hanno libera l’entrata in quel cuore
adorabile. L’umiltà è l’àncora della pace nelle tempeste delle onde del mare di questa vita.
L’umiltà è sale che condisce tutte le virtù e preserva l’anima dalla corruzione del peccato. L’umiltà
è l’erbetta che spunta sulla via battuta dai viandanti, che mentre è calpestata scomparisce, ma subito
si vede spuntare di nuovo più bella di prima. L’umiltà è qual innesto gentile, che ingentilisce la
pianta selvatica. L’umiltà è il tramonto della colpa. L’umiltà è la neonata della grazia. L’umiltà è
qual luna che ci guida nelle tenebre della notte di questa vita. L’umiltà è come quello avaro
negoziante che sa ben trafficare le sue ricchezze, non ne fa sciupio neppure di un centesimo della
grazia che gli vien data. L’umiltà è la chiave della porta del Cielo, sicché nessuno può entrarvi, se
non si tiene ben custodita questa chiave. Finalmente, altrimenti non la finisco più ed andrei troppo
per le lunghe, l’umiltà è il sorriso di Dio e di tutto l’Empireo, ed il pianto di tutto l’inferno.

Gennaio 17, 1900


Malvagità ed astuzia dell’uomo.

Questa mattina il mio adorabile Gesù andava e ritornava, ma sempre in silenzio. Dopo mi
son sentita uscire fuori di me stessa, e Gesù me lo sentivo da dietro che diceva: “L’uomo dice che
non c’è più rettitudine, e fino a tanto che le cose staranno in questo modo non potremo avere
nessuna riuscita ai nostri intenti, affettiamo virtù, fingiamoci retti, mostriamoci veri amici
esternamente che così sarà più facile tessere le nostre reti e tirarli nell’inganno, e quando usciremo
fuori per predarli e farli del male, ognuno credendoci amici l’avremo a mano salva nelle nostre
mani. Vedi un po’ dove giunge l’astuzia dell’uomo!”
Dopo ciò, il benedetto Gesù volendo un atto di riparazione speciale, pareva che mi troncasse
la vita offerendomi alla divina giustizia. Nell’atto che ciò faceva, io credevo che Gesù mi facesse
passare da questa vita, onde gli ho detto: “Signore, non voglio venire nel Cielo senza le vostre
divise, prima crocifiggetemi e poi portatemi.” Così mi ha trapassato coi chiodi le mani ed i piedi, e
mentre ciò faceva, con mio sommo rammarico, Lui è scomparso ed io mi son trovata in me stessa.
Ho detto tra me: “Qui sto ancora! Ahi! quante volte me la fate, mio caro Gesù, ed avete un’arte a
parte a saperlo fare, che mi fate credere che devo morire, quindi io me la rido del mondo, delle
pene, me la rido di Voi stesso, che è finito il tempo di starci separati, non ci saranno più intervalli di
separazione. Ma appena incomincia il riso, che trovandomi un’altra volta legata nei ceppi del muro
di questo fragile corpo, dimenticando d’avere incominciato a ridere, continuo il pianto, i gemiti, i
sospiri della mia separazione con Voi. Ah! Signore, fate presto, che mi sento violentata a venirci!”

Gennaio 22, 1900


Corrispondenza alla grazia.

Dopo aver passato giorni amarissimi di privazione, il mio povero cuore lottava tra il timore
d’averlo perduto e la speranza, chi sa potessi di nuovo rivederlo. Oh! Dio, che guerra sanguinolenta
ha dovuto sostenere questo povero mio cuore! Era tanta la pena che or si agghiacciava ed or era
premuto come sotto d’un torchio e gocciolava sangue. Mentre mi trovavo in questo stato, mi son
sentito vicino il mio dolce Gesù, che togliendomi un velo che m’impediva di vederlo, finalmente ho
potuto vederlo. Subito gli ho detto: “Ah! Signore, non mi vuoi più bene!”

E Lui: “Si, si, quel che ti raccomando è la corrispondenza alla mia grazia, e per essere
fedele dev’essere come quell’eco che risuona dentro d’un vuoto, che non appena incomincia ad
emettersi la voce, subito, senza il minimo indugio si sente rimbombare l’eco appresso. Così tu, non
appena incominci a ricevere la mia grazia, senza neppure aspettare che la compisca di dare, subito
incomincia l’eco della tua corrispondenza.”

Gennaio 27, 1900


L’ordine delle virtù nell’anima.

Continuo a restare quasi priva del mio dolce Gesù, la mia vita mi vien meno per la pena, mi
sento un tedio, una noia, una stanchezza della vita. Andavo dicendo nel mio interno: “Oh! come si
è prolungato il mio esilio! Oh! qual felicità sarebbe la mia se potessi sciogliere i legami di questo
corpo e così l’anima prenderebbe libero il volo verso il mio sommo Bene!” Un pensiero mi ha
detto: “E se tu vai all’inferno?” Ed io, per non chiamare il demonio a combattermi, subito mi sono
sbrigata col dire: “Ebbene, anche dall’inferno manderò i miei sospiri al mio dolce Gesù, anche lì
voglio amarlo.” Mentre mi trovavo in questi pensieri ed altri, che sarebbe troppo lunga la storia il
ridirli tutti, l’amabile Gesù per poco tempo si è fatto vedere, ma in un aspetto serio, e mi ha detto:
“Non è arrivato ancora il tuo tempo.”

Poi, con una luce intellettuale mi faceva comprendere che nell’anima tutto dev’essere
ordinato. L’anima possiede tanti piccoli appartamenti dove ogni virtù prende il suo posto, sebbene
si può dire che una sola virtù contiene in sé tutte le altre e che l’anima possedendone una sola, viene
ad essere corredata da tutte le altre virtù; ma, con tutto ciò, sono tutte distinte tra loro, tanto che
ognuna tiene il suo posto nell’anima ed ecco che tutte le virtù hanno il loro principio dal mistero
della Sacrosanta Trinità, che mentre è una sono tre distintamente, e mentre sono tre è una.
Comprendevo pure che questi appartamenti nell’anima, o son pieni di virtù o del vizio opposto a
quella virtù, e se non c’è né la virtù né il vizio, restano vuoti. A me pareva come una casa che
contiene tante stanze, tutte vuote, oppure quelle stanze, chi piena di serpi, chi di fango, chi ripiena
di qualche mobile pieno di polvere, chi oscura. Ah! Signore, solo Voi potete mettere in ordine la
povera anima mia!

Gennaio 28, 1900


La mortificazione.

Continua ancora lo stesso. Questa mattina mi ha trasportato fuori di me stessa, dopo tanto
tempo pare che ho visto Gesù con chiarezza, ma mi vedevo tanto cattiva che non ardivo di dire una
sola parola, ci guardavamo ma in silenzio; in quegli sguardi a vicenda comprendevo che il mio buon
Gesù era ripieno d’amarezza, ma non ardivo di dire versatele in me. Lui stesso si è avvicinato a me
ed ha incominciato a versare, ed io non potendo contenerle, come le ricevevo le gettavo per terra.
Lui mi ha detto: “Che fai? Non vuoi partecipare più alle mie amarezze? Non vuoi darmi più
sollievo nelle mie pene?” Ed io: “Signore, non è la mia volontà, non so io stessa che cosa mi è
avvenuta, mi sento tanto ripiena, che non ho dove contenerle; solo un vostro prodigio può più
allargare il mio interno e così potrò ricevere le vostre amarezze.”

Allora Gesù mi ha segnato con un segno grande di croce ed ha versato di nuovo, così pare
che ho potuto contenerle, e dopo ha soggiunto: “Figlia mia, la mortificazione è come il fuoco che fa
disseccare tutti gli umori; cosi la mortificazione dissecca tutti gli umori cattivi che ci sono
nell’anima e la inonda d’un umore santificante, in modo da far germogliare le più belle virtù.”

Gennaio 31, 1900


La grazia e la corrispondenza a lei.

Dopo essere venuto parecchie volte, ma sempre in silenzio, io mi sentivo un vuoto ed una
pena che non sentivo la voce dolcissima del mio dolce Gesù e Lui, ritornando, quasi per
contentarmi mi ha detto: “La grazia è la vita dell’anima. Come al corpo dà vita l’anima, così la
grazia dà vita all’anima. Ma non basta al corpo per aver vita, aver l’anima solamente, ma abbisogna
ancora d’un cibo come nutrirsi e crescere a debita statura, cosi all’anima non basta avere la grazia
per avere vita, ma ci vuole un cibo per nutrirla e condurla a debita statura, e qual è questo cibo? E’
la corrispondenza. Sicché la grazia e la corrispondenza formano quella catena inanellata che la
conducono al cielo, ed a misura che l’anima corrisponde la grazia, viene formando gli anelli di
questa catena.”

Poi ha soggiunto: “Qual è il passaporto per entrare nel regno della grazia? E’ l’umiltà.
L’anima, guardando sempre il suo nulla e scorgendosi non essere altro che polvere, che vento, tutta
la sua fiducia la rimetterà nella grazia, tanto da renderla padrona, e la grazia, prendendo padronanza
su di tutta l’anima, la conduce per il sentiero di tutte le virtù e la fa giungere all’apice della
perfezione.” Che sarà l’anima senza grazia? Mi pareva come il corpo senza dell’anima, che
diventa puzzolente e scaturisce vermini e marciume da tutte le parti, tanto da rendersi soggetto di
orrore alla stessa vista umana, cosi l’anima, senza la grazia, si rende tanto abbominevole da far
orrore alla vista, non degli uomini, ma di quel Dio tre volte Santo. Ah! Signore, liberatemi da tanta
sciagura e dal mostro abbominevole del peccato!
Febbraio 4, 1900
Sconfidenza.

Trovandomi in uno stato pieno di scoraggiamento, specialmente per la privazione del mio
sommo Bene, questa mattina, facendosi vedere appena, mi ha detto: “Lo scoraggiamento è un
umore infettivo, che infetta i più bei fiori e i più graditi frutti e penetra fino al fondo della radice, in
modo che quell’umore infettante, invadendo tutto l’albero, lo rende appassito, squallido, e se non vi
si pone rimedio col innaffiarlo con l’umore contrario, siccome quell’umore cattivo si è introdotto
fin nella radice, dissecca la radice e fa cadere l’albero per terra. Cosi succede all’anima che
s’imbeve di quest’umore infettivo dello scoraggiamento.”

Con tutto ciò io mi sentivo ancora scoraggiata, tutta rannicchiata in me stessa e mi scorgevo
tanto cattiva che non ardivo slanciarmi verso il mio dolce Gesù. La mia mente era occupata che per
me era inutile di più sperare come prima le continue visite di Lui, le sue grazie, i suoi carismi, tutto
per me era finito. E Lui, quasi sgridandomi, ha soggiunto: “Che fai? Che fai? Non sai tu che la
sconfidenza rende l’anima moribonda? Che pensando che deve morire, non pensa più a nulla, né ad
acquistare, né a mettere a traffico, né ad abbellirsi di più, né a porre rimedio ai suoi malori, non
pensa altro che per lei è finito. E non solo rende l’anima moribonda, ma tutte le virtù la sconfidenza
le rende vicine a spirare.” Ah! Signore, m’immagino di vedere questo spettro della sconfidenza
squallido, macilento, pauroso e tutto tremante, e tutta la sua maestria, non con altro ingegno, ma con
la sola paura, conduce le anime alla tomba. Ma quel che è più, che questo spettro non si mostra
nemico, che l’anima può schernirsi della sua paura, ma si mostra amico, e s’infiltra tanto
dolcemente nell’anima, che se l’anima non sta attenta, scorgendolo amico fedele che agonizza
insieme e giunge a morire insieme, difficilmente si saprà liberare dalla sua artifiziosa maestria.

Febbraio 5, 1900

Continuando lo stesso stato, con un po’ di coraggio di più, ma non libera perfettamente, il
mio carissimo Gesù nel venire mi ha detto: “Figlia mia, delle volte l’anima sente un incontro in
qualche virtù, e l’anima facendosi forza, supera quell’incontro. Allora la virtù resta più risplendente
e più radicata nell’anima. Ma però l’anima deve stare attenta per evitare che essa stessa non
somministri la funicella per farsi legare dalla sconfidenza, e questo lo farà col restringersi sempre
senza mai uscire dal circolo della verità, che è la conoscenza del proprio nulla.”

Febbraio 12, 1900


I difetti volontari formano nubi.

Trovandomi in uno stato d’abbandono da parte del mio adorabile Gesù, il mio povero cuore
me lo sentivo, per il dolore, premere come sotto d’un torchio. Oh! Dio, che pena inenarrabile!
Mentre mi trovavo in questo stato, quasi ad ombra ho visto il mio caro Bene, ma non chiaro, solo ho
visto chiaro una mano che mi pareva che portava una lampada accesa ed intingeva il dito nella
lampada e mi ungeva la parte del cuore esacerbata al sommo dal dolore della sua privazione. Ed in
questo mentre ho sentito una voce che diceva: “La verità è luce, che portò il Verbo sulla terra.
Come il sole illumina, vivifica e feconda la terra, così la luce della verità dà vita, luce, e rende
feconde le anime di virtù. Sebbene molte nubi offuscano questa luce di verità, quali sono le iniquite
degli uomini, ma con tutto ciò non lascia, da dietro le nubi, di mandare barlumi di luce vivificante,
onde riscaldare le anime, e se queste nubi sono nubi d’imperfezione e di difetti involontari, questa
luce, squarciandole col suo calore le fa svanire e liberamente s’introduce nell’anima.” Onde
comprendevo che l’anima deve stare attenta a non cadere anche nell’ombra del difetto volontario,
che sono quelle nubi pericolose che impediscono l’entrata alla luce divina.

Febbraio 13, 1900


La mortificazione è come la calce.

Questa mattina, dopo aver fatto la comunione ho visto il mio adorabile Gesù, ma tutto
cambiato d’aspetto. Mi pareva serio, tutto ritenutezza, in atto di rimproverarmi. Che cambiamento
straziante! Il mio povero cuore, anziché venire sollevato, me lo sentivo più oppresso, più trafitto
alla presenza così insolita di Gesù. Eppure mi sentivo tutto il bisogno d’un sollievo per le pene
sofferte nei giorni passati della sua privazioni, che mi pareva che vivessi, ma agonizzante e in
continua violenza. Ma Gesù benedetto, volendo rimproverarmi, che andavo cercando sollievo alla
sua presenza, mentre non dovevo cercare altro che patire, mi ha detto: “Come la calce ha virtù di
concuocere gli oggetti che vi si menano dentro, così la mortificazione ha virtù di concuocere tutte le
imperfezioni e difetti che si trovano nell’anima, e giunge a tanto, che spiritualizza anche il corpo e
come cerchio vi si pone d’intorno, e vi suggella tutte le virtù. Fino a tanto che la mortificazione non
ti concuoce ben bene, l’anima come il corpo, fino a disfarlo, non potrò suggellare perfettamente in
te il marchio della mia crocifissione.”

Dopo ciò, non so dire bene chi fosse, ma mi pareva che fosse un angelo, mi ha trapassato le
mani ed i piedi, e Gesù con una lancia che usciva dal suo cuore, mi ha trapassato il mio, con
estremo dolore ed è scomparso lasciandomi più afflitta di prima. Oh! come comprendevo bene la
necessità della mortificazione, mia inseparabile amica, e che in me non esisteva neppure l’ombra
d’amicizia con la mortificazione! Ah! Signore, legatemi Voi con indissolubile amicizia con questa
buona amica, che da me non so mostrarmi che tutta rustichezza, e quella non vedendosi da me
accolta con buon viso, mi usa tutti i riguardi, mi va sempre risparmiando, temendo che non le abbia
a voltare le spalle del tutto, e mai compisce con me il suo bello e maestoso lavorio, perché, stando
che stiamo un po’ lontane, non giungono le sue mani prodigiose fino a me, in modo da potermi
lavorare e presentarmi a Voi come opera degna delle sue santissime mani.

Febbraio 16, 1900


La mortificazione dev’essere il respiro dell’anima.

Continua quasi sempre lo stesso. Questa mattina, dopo avermi rinnovato le pene della
crocifissione, mi ha detto: “La mortificazione dev’essere il respiro dell’anima. Come al corpo è
necessaria la respirazione, e dall’aria buona o cattiva che si respira così resta infettato o purificato,
come pure dalla respirazione si conosce se è sano o infermo l’interno dell’uomo, se tutte le parti
vitali vanno d’accordo, così l’anima: se respira l’aria della mortificazione, tutto starà in lei
purificato, tutti i suoi sensi suoneranno di uno stesso suono concordante, il suo interno rimanderà un
respiro balsamico, salutare, fortificante. Se poi non respira l’aria della mortificazione, tutto sarà
discordante nell’anima, manderà un respiro puzzolente, stomachevole; mentre sta per domare una
passione, un’altra si sfrena. Insomma, la sua vita non sarà altro che un giuoco da fanciulli.” Mi
pareva di vedere la mortificazione come uno strumento musicale, che se le corde sono tutte buone e
forti, produce un suono armonioso e gradito. Se poi le corde non sono buone, ora bisogna
aggiustare una, ora accordare un’altra, onde tutto il tempo l’impiega ad aggiustare, ma mai a
suonare, al più potrà suonare un suono discordante e sgradito, quindi, non si farà mai niente di
buono.
Febbraio 19, 1900
Minacce di castighi.

Questa mattina il mio adorabile Gesù è venuto e mi ha trasportato fuori di me stessa, ci


vedevo molta gente tutta in movimento, mi pareva, ma non so dire certo, come una guerra, oppure
rivoluzione, ed a Nostro Signore non faceva(no) altro che intrecciare corone di spine, tanto che,
mentre io me ne stavo tutta attenta a toglierne una, un’altra più dolorosa ne conficcavano. Ah! si,
pareva proprio che il nostro secolo andrà rinomato per la superbia. La più grande sventura è il
perdere la testa, perché perduta che un’abbia la testa con il cervello, tutte le altre membra si rendono
inabili, o si rendono nemiche di sé stesso e degli altri , quindi ne avviene che la persona dà una rotta
a tutti gli altri vizi. Il mio paziente Gesù tollerava tutte quelle corone di spine, ed io appena avevo
tempo di toglierle, onde si è voltato a loro e li ha detto: “Morirete, chi nella guerra, chi nelle carceri
e chi al terremoto, pochi ne rimarrete. La superbia ha formato il corso delle azioni della vostra vita
e la superbia vi darà la morte.”

Dopo ciò, il benedetto Gesù mi ha tirato da mezzo a quella gente e facendosi bambino lo
portavo nelle mie braccia per farlo riposare. Lui, chiedendomi un ristoro voleva succhiare a me, io
temendo che fosse demonio lo ho segnato varie volte con la croce, e poi gli ho detto: “Se siete
veramente Gesù, recitiamo insieme l’Ave Maria alla nostra Regina Mamma.” E Gesù la ha recitato
la prima parte ed io la Santa Maria. Dopo, Lui stesso ha voluto recitare il Pater Noster, oh! come
era commovente il suo pregare, inteneriva tanto, che il cuore pareva che si liquefaccesse. Onde
dopo ha soggiunto: “Figlia, la mia vita la ebbi dal cuore, distintamente dagli altri; ecco perciò una
ragione perché sono tutto cuore per le anime, e perché sono portato a voler il cuore e non tollero
neppure un’ombra di ciò che non è mio. Onde fra Me e te voglio tutto distintamente per Me, e
quello che concederai alle creature non sarà altro che il trabocco del nostro amore.”

Febbraio 20, 1900


Gesù è lume di tutti nel Cielo.

Continua il mio benigno Gesù a venire. Dopo aver fatto la Comunione mi ha rinnovato le
pene della crocifissione ed io son lasciata tanto intirizzita che mi sentivo un bisogno d’un sollievo,
ma non ardivo chiederlo. Dopo poco è ritornato da bambino e tutta mi baciava, e dalle sue labbra
scorreva un latte ed io ho bevuto a larghi sorsi quel latte dolcissimo dalle sue purissime labbra. Ora,
mentre ciò facevo mi ha detto: “Io sono il fiore dell’eden celeste, ed è tanto il profumo che vi
spando, che al mio olezzo vi resta attirato tutto l’empireo, e siccome Io sono il lume che manda luce
a tutti, tanto, da tenerli inabissati, tutti i miei santi attingono da Me le loro piccole lucerne, onde non
vi è luce nel Cielo che non sia stata attinta da questo lume.” Ah, si! non c’è neppure odore di virtù
senza Gesù, e non c’è luce, ancorché si andasse nel più alto dei cieli senza Gesù!

Febbraio 21, 1900


La purità s’ottiene con la mortificazione, e questa fa simpatica l’anima.

Questa mattina il mio amabile Gesù ha incominciato a fare i suoi soliti indugi. Sia sempre
benedetto, che comincia sempre da capo. Davvero che ci vuole una pazienza di santo a sopportarlo,
e bisogna aver che fare con Gesù per vedere che pazienza ci vuole. Chi non lo prova non può
crederlo, ed è quasi impossibile non avere qualche piccolo cruccio con Lui.
Onde, dopo aver pazientato ad aspettarlo e riaspettarlo, finalmente è venuto e mi ha detto:
“Figlia mia, il dono della purità non è dono naturale, ma è grazia conseguita, e questa si ottiene col
rendersi simpatico, e l’anima si rende tale con la mortificazione e coi patimenti. Oh! come si rende
simpatica l’anima mortificata e sofferente! Oh! come è speciosa! Ed io vi prendo tale simpatia da
impazzire per essa e tutto ciò che vuole le dono. Tu, quando sei priva di Me soffri la mia
privazione, che è la pena più dolorosa per te, per amor mio, ed Io vi prenderò più simpatia di prima
e ti concederò nuovi doni.”

Febbraio 23, 1900


Il segno per conoscere se uno stato è Volontà di Dio.

Questa mattina dopo aver perduto quasi la speranza che il benedetto Gesù venisse, tutto
all’improvviso è venuto e mi ha rinnovato le pene della crocifissione e mi ha detto: “Il tempo è
giunto, la fine s’appressa, ma l’ora è incerta.” Ed io, senza badare al significato delle parole che
diceva, sono rimasta in dubbio se devo attribuirlo, o alla completa crocifissione oppure ai castighi e
gli ho detto: “Signore, quanto temo che il mio stato non fosse Volontà di Dio!” E Lui: “Il segno
più certo per conoscere se è Volontà mia uno stato è quando uno si sente la forza a sostenere quello
stato.” Ed io: “Se fosse tua Volontà non succederebbe questo cambiamento, che Voi non ci venite
come prima.”

E Lui: “Quando una persona si rende famigliare in una famiglia, non si usano tanto quelle
cerimonie, quei riguardi che si usavano prima, quando si rendeva estranea. Così fo Io. Ma con ciò,
non è segno che non è volontà di quella famiglia che non la vogliano tenere con loro, né che non
l’amino meglio di prima. Perciò stati quieta, lascia fare a Me, non volerti crivellare il cervello né
funestare la pace del cuore; a tempo opportuno conoscerai il mio operato”

Febbraio 24, 1900


Luisa resiste alla obbedienza.

Questa mattina mi trovavo tutta timore, credevo che tutto era fantasia, ossia demonio, che
voleva illudermi. Onde tutto ciò che vedevo disprezzavo e mi dispiacevo: Vedevo il confessore
che metteva l’intenzione che Gesù mi rinnovasse i dolori della crocifissione, ed io cercavo di
resistere. Il benedetto Gesù in principio mi tollerava, ma siccome il confessore replicava
l’intenzione, allora Gesù mi ha detto: “Figlia mia, davvero che questa volta mancheremo a
l’ubbidienza. Non sai tu che l’ubbidienza deve suggellare l’anima e che l’ubbidienza deve rendere
l’anima come molle cera, in modo che il confessore può dare quella forma che vuole?” Cosi, non
curando le mie resistenze, mi ha partecipato i dolori della crocifissione, ed io, non potendo più
resistere a tutto ciò, che non volevo per il timore che non fosse Gesù, ho dovuto soccombere sotto il
peso dei dolori. Sia sempre benedetto e tutto sia per glorificarlo in tutto e sempre.

Febbraio 26, 1900


La Divina Volontà è beatitudine di tutti.

Dopo aver passato parecchi giorni di privazione, al più veniva qualche volta come ombra e
sfuggiva. Sentivo tale pena che mi struggevo in lacrime, il benedetto Gesù, avendo compassione
del mio dolore, è venuto e tutta mia guardava e riguardava, e poi mi ha detto: “Figlia mia, non
temere, che non ti lascio; ma però quando tu sei senza della mia presenza, non voglio che ti
disanimi, ma anzi, da oggi innanzi, quando sei priva di Me, voglio che prenda la mia Volontà ed in
quella ti bei, amandomi e glorificandomi nella mia Volontà e tenendo la mia Volontà come se fosse
la mia stessa persona. Facendo così, tu mi terrai nelle tue stesse mani. Che cosa forma la
beatitudine del Paradiso? Certo, la mia Divinità. Or, che formerà la beatitudine dei miei cari sulla
terra? Con certezza la mia Volontà. Questa non ti potrà mai sfuggire. L’avrai sempre in tuo
possesso, e se tu starai nel circolo della mia Volontà, ivi proverai le gioie più ineffabili e i piaceri
più puri. L’anima, non uscendo mai dal circolo della mia Volontà, si rende nobile, si divinizza e
tutte le sue operazioni si ripercuotono nel centro del sole divino, come i raggi del sole ripercuotono
la superficie della terra, non ne esce neppure uno fuori dal centro che è Dio. L’anima che fa la mia
Volontà è la sola nobile regina, che si nutrisce del mio alito, perché il suo cibo e le sue bevande non
le prende che dalla mia Volontà, e nutrendosi della mia Volontà tutta santa, nelle sue vene scorrerà
un sangue purissimo, il suo alito spirerà un profumo olezzante, che tutto mi ricrearà, perché
prodotto dal mio stesso alito. Perciò, non voglio altro da te, che formi la tua beatitudine nel giro
della mia Volontà, senza mai uscirne, neppure per un breve istante.”

Mentre ciò dicevo, nel mio interno vi sentivo un’allarme ed un timore, che il parlare di Gesù
indicava che non doveva venire, e che io dovevo quietarmi nella sua Volontà. Oh! Dio, che pena
mortale! Che strettezze di cuore! Ma Gesù sempre benigno, ha soggiunto: “Come posso lasciarti,
se tu sei vittima? Allora non ci verrò quando tu cesserai d’essere vittima, ma finché sarai vittima,
mi sentirò sempre tirato a venire.” Così pare che son restata quieta; ma mi sento come circondata
dall’adorabile Volontà di Dio, in modo che non trovo nessuna apertura da dove uscirne. Spero che
mi voglia tenere sempre in questo cerchio che mi congiunge tutta in Dio.”

Febbraio 27, 1900


La Divina Volontà lega Gesù all’anima. Il gran mal della mormorazione.

Essendomi tutta abbandonata nell’amabile Volontà di Nostro Signore, io mi vedevo tutta


circondata dal mio dolce Gesù, da fuori e da dentro. Con l’essermi abbandonata in Lui, mi vedevo
come se fosse divenuto il mio essere trasparente e dovunque mi rivolgevo, vedevo il mio sommo
Bene. Ma quello che mi faceva meraviglia era che, mentre mi vedevo circondata da dentro e da
fuori da Gesù, così io, il mio povero essere, la mia volontà, circondava Gesù come dentro d’un
circolo, in modo che Lui non trovava l’apertura per potersene uscire, perché la mia volontà unita
alla sua lo teneva incantenato, senza che mi potesse sfuggire. Oh! ammirabile segreto della Volontà
del mio Signore, indescrivibile è la tua felicità! Ora, mentre mi trovavo in questo stato, il benedetto
Gesù mi ha detto: “Figlia mia, nell’anima tutta trasformata nel mio Volere, Io vi trovo un dolce
riposo. La sua anima addiviene per Me come quegli oggetti soffice che non danno nessuna molestia
a chi vuole riposarsi, anzi, ancorché fossero persone stanche ed addolorate, è tanta la morbidezza ed
il piacere che prendono nel riposarsi sopra di questi oggetti, che nel risvegliarsi si trovano forti e
sani. Tale è per Me l’anima conformata al mio Volere, ed Io in ricompensa mi faccio legare dalla
sua volontà e vi faccio splendere il Sole Divino come nel pieno meriggio.”

Detto ciò è scomparso. Dopo poi, avendo fatto la comunione è ritornato e mi ha trasportato
fuori di me stessa. Vedevo molta gente, e Gesù che mi diceva: “Dille, dille che grande è il male
che fanno col mormorare l’uno (del)l’altro, perché attirano la mia indignazione, e questo con
giustizia, che vedo che mentre sono soggetti alle stesse miserie e debolezze, non fanno altro che
alzar tribunale uno contro del altro. Se così fanno tra loro, che farò Io che sono santo e puro, con
loro? Con quella caritàche si esercitano l’uno coll’altro, così mi sento tirato ad usare misericordia
con loro.” Gesù lo diceva a me, ed io lo ripetevo a quelle genti, e dopo ci siamo ritirati.
Marzo 2, 1900
L’unione dei voleri è quello che piú lega l’anima a Gesù.

Questa mattina, avendo fatto la santa comunione, il mio dolce Gesù si faceva vedere
crocifisso, ed internamente mi sentivo tirata a specchiarmi in Lui, per potermi rassomigliare a Lui, e
Gesù si specchiava in me, per tirarmi alla sua rassomiglianza. Mentre così faceva, io mi sentivo
infondere in me i dolori del mio crocifisso Signore, che con tutta bontà mi ha detto: “Il tuo
alimento voglio che sia il patire, non come solo patire, ma come frutto della mia Volontà. Il bacio
più sincero che lega più forte la nostra amicizia è l’unione dei nostri voleri, ed il nodo indissolubile
che ci stringerà in continui abbracciamenti sarà il continuo patire.”

Mentre ciò diceva, il benedetto Gesù si è schiodato ed ha preso la sua croce e la distendeva
nell’interno del mio corpo, ed io vi rimanevo pure tanto distesa che mi sentivo slogare le ossa, di
più, una mano, ma non so dire certo di chi era, mi trapassava le mani ed i piedi, e Gesù che stava
seduto sulla croce che stava distesa nel mio interno, tutto si compiaceva del mio patire e di colui che
mi trapassava le mani, ed ha soggiunto: “Adesso mi posso riposare tranquillamente, non ho da
prendermi neppure il fastidio di crocifiggerti, perché l’ubbidienza vuole operare tutto essa, ed Io
liberamente ti lascio nelle mani dell’ubbidienza.” E sfuggendo da sopra la croce, si è messo sopra il
mio cuore per riposarsi. Chi può dire quanto sono lasciata sofferente, stando in quella posizione?
Dopo essere stata lungo tempo, Gesù non si brigava di sollevarmi come le altre volte, per farmi
ritornare nello stato mio naturale. Quella mano che mi aveva messo sulla croce non la vedevo più,
lo dicevo a Gesù, che mi rispondeva: “Chi ti ha messo sulla croce? Sono stato forse Io? E’ stata
l’ubbidienza, e l’ubbidienza ti deve togliere.” Pare che questa volta aveva voglia di scherzare, ed a
somma grazia ho ottenuto che mi liberasse il benedetto Gesù.

Marzo 7, 1900
L’anima conformata al Divin Volere lega a Dio.

Questa mattina, trovandomi fuori di me stessa, ho dovuto girare e rigirare per trovare il
benedetto Gesù. Per fortuna sono entrata dentro d’una chiesa e l’ho trovato sopra d’un altare dove
si celebrava il divin sacrificio. Subito ho corso e me l’ho abbracciato dicendogli: “Finalmente vi
ho trovato! Mi avete fatto tanto girare fino a stancarmi, e Voi stavate qui.”

E Lui guardandomi serio, non con la solita sua benignità, mi ha detto: “Questa mattina mi
sento molto amareggiato e mi sento tutta la necessità di mettere mano ai castighi per sgravarmi.” Io
subito: “Caro mio, non è niente, rimedieremo subito, verserete in me le vostre amarezze e così
lascerete sgravato, non è vero?” E Lui, condiscendendo al mio dire, ha versato in me le sue
amarezze. Dopo poi, tutta stringendomi a Lui, come se si fosse liberato da un grave peso, ha
soggiunto: “L’anima conformata al mio Volere si sa tanto infiltrare nella mia potenza, che giunge a
legarmi tutto ed a suo piacere mi disarma come vuole. Ah! tu, tu, quante volte mi leghi!” E mentre
cosi diceva ha preso il suo solito aspetto dolce e benigno.

Marzo 9, 1900
La grazia è come il sole.

Trovandomi un po’ turbata sopra una cosa che non è qui necessario il dirlo, la mia mente
voleva andare vagando per assicurarsi sulla mia turbazione e così restarmene in pace, ma il
benedetto Gesù volendomi contradire il mio volere, m’impediva che io potessi vedere ciò che
volevo, e siccome io insistevo di voler vedere, mi ha detto: “Perché vuoi andare vagando? Non sai
tu che chi esce dalla mia Volontà esce dalla luce e si confina nelle tenebre?”

E volendomi quasi distrarre da ciò che io volevo, mi ha trasportato fuori di me stessa, e


cambiando discorso ha soggiunto: “Vedi un po’ quanto mi sono ingrati gli uomini. Come la luce
del sole riempie tutta la terra, da un punto all’altro, in modo che non vi è terra che non goda il
beneficio della sua luce, non vi è persona che può lamentarsi d’essere priva dei suoi benefici
influssi, tanto vero che il sole, investendo tutto l’universo, per poter dare luce a tutti, lo prende
come in sua mano, solo può lamentarsi di non godere della sua luce chi sfuggendo dalla sua mano
va a nascondersi in luoghi tenebrosi; eppure il sole continuando il suo caritatevole uffizio, non
lascia da mezzo le sue dita di mandargli qualche spiraglio di luce. Così la mia grazia è
un’immagine del sole, che dappertutto inonda le genti, poveri e ricchi, ignoranti e dotti, cristiani ed
infedeli, nessuno, nessuno può dire di esserne privo, perché la luce della verità e l’influsso della mia
grazia riempie la terra, e più del sole nel suo pieno meriggio. Ma qual è la mia pena nel vedere le
genti che, traversando questa luce ad occhi chiusi ed affrontando la mia grazia col torrente pestifero
della loro iniquità, fuorviano da questa luce e volontariamente vivono in luoghi tenebrosi, in mezzo
a nemici crudeli? Essi sono esposti a mille pericoli, perché non avendo luce, non possono
conoscere chiaramente se si trovano in mezzo ad amici o nemici e sfuggire dai pericoli che li
circondano. Ah! se il sole avesse ragione, e dagli uomini si potesse fare questo affronto alla sua
luce, e che taluni giungendo a tale ingratitudine, che per indispettire e non vedere il suo chiarore, si
cavassero gli occhi, e così restano più sicuri di vivere nelle tenebre, ahi! il sole invece di mandare
luce, manderebbe lamenti e lacrime di dolore, da mettere sossopra tutta la natura! Eppure, ciò che
si avrebbe orrore di rendere alla luce naturale, gli uomini giungono a tale eccesso, di affrontare in
tal modo la mia grazia. Ma la mia grazia, sempre benigna con loro, in mezzo alle stesse tenebre ed
alla follia della loro cecità, manda sempre barlumi di luce, perché la mia grazia mai lascia nessuno,
ma l’uomo volontariamente se ne esce da essa, e la grazia non avendolo in sé, cerca di seguirlo coi
barlumi della sua luce.”

Mentre ciò diceva, il dolce Gesù era estremamente afflitto, ed io facevo, per quanto potevo,
per consolarlo, pregandolo di versare in me le sue amaritudini, e Lui ha soggiunto: “Compatisci se
ti sono causa di afflizione, perché di tanto in tanto mi sento tutta la necessità di sfogare in parole il
mio dolore sulla ingratitudine degli uomini con le anime mie dilette, per muovere i loro cuori a
ripararmi in un tanto eccesso, ed a compassione degli stessi uomini.” Ed io: “Signore, quello che
vorrei è che non mi risparmiate di partecipare alle vostre pene.” E volendo io più dire, mi è
scomparso e sono ritornata in me stessa.

Marzo 10, 1900


Effetti della sofferenza.

Questa mattina avendo fatto la santa comunione, vedevo il mio caro Gesù da Bambino, con
una lancia in mano, in atto di volermi trapassare il cuore, e siccome avevo detto una cosa al
confessore, Gesù, volendomi rimproverare mi ha detto: “Tu vuoi scansare il patire, ed Io voglio che
incominci una nuova vita di sofferenze e di ubbidienza.” E mentre ciò diceva, mi ha trapassato il
cuore con la lancia e poi ha soggiunto: “Come il fuoco arde secondo le legne che vi si mettono,
così tiene maggiore attività nel bruciare e consumare gli oggetti che vi si menano dentro, e quanto
maggiore il fuoco, altrettanto è maggiore il calore e la luce che contiene, così la sofferenza, e
l’ubbidienza, per quanto è maggiore, altrettanto l’anima si rende abile a distruggere ciò che è
materiale, e l’ubbidienza, come a molle cera, ne dà la forma che vuole.”
Marzo 11, 1900
Incontro con un’anima del purgatorio.

Continua sempre quasi l’istesso. Questa mattina vedevo il buon Gesù più afflitto del solito,
minacciando una mortalità di gente, e vedevo in certi paesi che molti ne morivano. Dopo son
passata dal purgatorio e conoscendo un’amica defunta, la interrogava su varie cose sopra del mio
stato, specialmente se è Volontà di Dio il mio stato, se è vero che è Gesù che viene, oppure il
demonio, perché le ho detto: “Siccome tu ti trovi innanzi alla Verità e conosci con chiarezza le
cose, senza che ti possa ingannare, puoi dirmi la verità dei fatti miei.”

Ed essa mi ha detto: “Non temere, è Volontà di Dio il tuo stato e Gesù ti vuole bene assai,
perciò si benigna manifestarsi teco.” Ed io, proponendole alcuni miei dubbi, l’ho pregato che si
benignasse di vedere innanzi alla luce della verità se erano veri o falsi e mi facesse la carità di
venirmelo a dire, e se ciò facesse, io in ricompensa le farei celebrare una messa in suo suffragio, ed
essa ha soggiunto: “Se vuole il Signore, perché noi stiamo tanto immersi in Dio, che non possiamo
neppure muovere le ciglia, se non abbiamo da Lui il concorso; noi abitiamo in Dio come una
persona che abitasse in un altro corpo, che tanto può pensare, parlare, guardare, operare,
camminare, per quanto le vien dato da quel corpo che la circonda di fuori, perché a noi, non è come
a voi che avete il libero arbitrio, la propria volontà, per noi ogni volontà è cessata, la nostra volontà
è solo la Volontà di Dio, di Quella viviamo, in Quella troviamo tutto il nostro contento ed Essa
forma tutto il nostro bene e la nostra gloria.” E mostrando un contento indicibile di questa Volontà
di Dio, ci siamo separate.

Marzo 14, 1900


Modo da fare per attirare gli anime al cattolicismo.

Avendomi il confessore dato l’ubbidienza di pregare il Signore di manifestarmi il modo


come fare per tirare gli anime al cattolicismo e per togliere tanta miscredenza, io ho pregato
parecchi giorni ed il Signore non si benignava di manifestarsi su di questo punto. Finalmente,
questa mattina mi son trovata fuori di me stessa, trasportata dentro d’un giardino che mi pareva che
fosse il giardino della Chiesa, ed ivi vi erano tanti sacerdoti ed altre dignità che disputavano sopra di
questo soggetto, e mentre disputavano usciva un cane di smisurata grossezza e fortezza, che la
maggior parte restavano tanto impauriti e spossati, che giungevano a farsi morsicare da quella
bestia, e dopo si ritiravano come vigliacchi dall’impressa. Solo quel cane inferocito non aveva
forza di mordere quei soli che avevano come centro, Gesù, nel proprio cuore, che quindi veniva a
formare il centro di tutte le loro azioni, pensieri e desideri. Ah, si! Gesù formava il suggello di
queste persone, e quella bestia restava tanto debole che non aveva forza neppure di fiatare.

Ora, mentre disputavano, io mi sentivo Gesù da dietro le spalle che diceva: “Tutte le altre
società conoscono chi appartiene al loro partito, solo la mia Chiesa non conosce chi sono i suoi
figli. Il primo passo è conoscere chi sono coloro che le appartengono, e questi li possiate conoscere,
col stabilire un giorno una riunione, in cui l’inviterete, che chi è cattolico v’intervenisse al luogo
ben destinato per tale riunione, ed ivi, con l’aiuto dei cattolici secolari, stabilire quello che conviene
fare. Il secondo passo, di obbligare alla confessione quei cattolici che v’intervengano, cosa
principale che rinnova l’uomo e forma i veri cattolici, e questo non solo a quelli che si trovano
presenti, ma obbligare a chi è padrone, che obbligasse i suoi sudditi alla confessione, e quando non
giungono con le buone, anche col rimandarli dal loro servizio. Quando ogni sacerdote avrà formato
il corpo dei suoi cattolici, allora potranno inoltrarsi ad altri passi più superiori, perché il riconoscere
l’opportunità del tempo, come inoltrarsi nei partiti e la prudenza nell’esporsi, è come la potazione
agli alberi, che fa produrre grossi e stagionati frutti, ma se l’albero non è potato, vi fa, si, una bella
pompa di frondi e di fiori, ma appena cade una brina, soffia un vento, non avendo l’albero umore
sufficiente e forza onde sostenere tanti fiori per ricambiarli in frutti, i fiori se ne cadono, ed esso vi
rimane spogliato. Così succede nelle cose di religione: Prima dovete formarvi un corpo di cattolici
conveniente, da poter fare fronte agli altri partiti, e poi potete giungere ad inoltrarvi negli altri
partiti, per formarne uno solo.”

Detto ciò, non l’ho sentito più, e senza neppure vederlo mi son trovata in me stessa. Chi può
dire la mia pena per non aver visto il benedetto Gesù per tutto il giorno, e le lacrime che ho dovuto
versare?

Marzo 15, 1900


Gesù si sente disarmato per l’anime vittime.

Continuando a non venire, io mi struggevo in dolore e mi sentivo una febbre da dare in


delirio. Ora, siccome il confessore è venuto a celebrare il divin sacrificio, ho fatto la comunione,
ma non vedevo secondo il solito il mio caro Gesù, onde ho incominciato a dire i miei spropositi:
“Dimmi mio Bene, perché non ti fai vedere? Questa volta pare a me che non ti abbia dato
occasione come sottrarti! Come, alla buona, alla buona mi lasci? Ahi, neppure gli amici di questa
terra agiscono in questo modo! Quando devono star lontani, almeno si dicono addio, e Tu, neppure
a dirmi addio? Come, così si fa? Perdonami se così parlo, è la febbre che fa dare in delirio, e mi fa
giungere alla follia.” Chi può dire tutti gli spropositi che gli ho detto? Sarebbe un voler perdere
tempo. Ora, mentre stavo delirando e piangendo, Gesù, ora faceva vedere una mano, ora un
braccio, quando ho visto il confessore che mi dava l’ubbidienza di soffrire la crocifissione, e Gesù,
come costretto dall’ubbidienza si ha fatto vedere ed io subito a Lui: “Perché non ti facevi vedere?”
E Lui, mostrando un aspetto serio, ha detto: “E’ niente, è niente, è che voglio castigare la terra ed
Io, anche a stare in buono con una sola creatura, mi sento disarmato e non ho forza a mettere mano
ai castighi, perché col farmi vedere tu incominci a dire, se vedi che devo mandare castighi:
“Versate a me, fate soffrire a me.” Ed Io mi sento vincere da te e mai metto mano ai castighi, e gli
uomini non fanno altro che imbaldanzirsi di più.”

Or, continuando il confessore a replicare l’ubbidienza di farmi soffrire la crocifissione, Gesù


si mostrava lento a farmi fare questa ubbidienza, non come le altre volte che subito voleva che mi
sottomettessi, ed ha detto a me: “E tu, che vuoi fare?” Ed io: “Signore, quello che Voi volete.”
Allora, volgendosi al confessore con aspetto serio gli ha detto: “Anche tu vuoi legarmi, col darle
questa obbedienza di farmela soffrire?” E mentre ciò diceva ha incominciato a parteciparmi i dolori
della croce e dopo, mostrandosi placato ha versato le sue amarezze, e poi ha soggiunto: “Il
confessore, dove sta?” Ed io: “Signore, non so dove è andato, è certo che non lo veggo più con
noi.” E Lui: “Lo voglio, che siccome lui ha ristorato a Me, così Io voglio ristorare lui.”

Marzo 17, 1900


Dolore del Papa. L’umiltà.

Questa mattina il benedetto Gesù mi faceva vedere il Santo Padre con le ali aperte, che
andava in cerca dei suoi figli per raccoglierli sotto le sue ali, e sentivo i suoi lamenti, che diceva:
“Figli miei, figli miei, quante volte ho cercato di radunarvi sotto le mie ali e voi mi sfuggite! Deh!
ascoltate i miei lamenti ed abbiate compassione del mio dolore!” E mentre ciò diceva, piangeva
amaramente, e pareva che non erano i soli secolari che si discostavano dal Papa, ma anche i
sacerdoti, e questi davano più dolore al Santo Padre. Quanta pena faceva vedere il Papa in questa
posizione! Dopo ciò, ho visto Gesù che faceva eco ai lamenti del Santo Padre e soggiungeva:
“Pochi sono quelli che sono rimasti fedeli, e questi pochi vivono come volpi rintanati nelle proprie
tane, hanno timore d’esporsi per tirarsi i propri figli dalla bocca dei lupi; dicono, propongono, ma
sono tutte parole gettate al vento, mai giungono ai fatti.”

Detto ciò è scomparso. Dopo poco è ritornato ed io mi sentivo tutta annientata in me stessa
alla presenza di Gesù, e Lui vedendomi annichilita mi ha detto: “Figlia mia, quanto più ti abbassi in
te stessa, tanto più mi sento tirato ad abbassarmi verso di te ed empirti della mia grazia, ecco perciò
che l’umiltà è foriera della luce.”

Marzo 20, 1900


Avvertimento di castighi.

Avendo fatto la comunione, vedevo il mio dolce Gesù che mi invitava ad uscire fuori con
Lui, con patto però che se dovevo andare insieme, dove vedevo che Gesù era costretto per i peccati
a mandare dei castighi, non dovevo contrastare con Lui perché non li mandasse. Con questa
condizione siamo usciti, girando la terra. In primo ho incominciato a vedere, non tanto lontano da
noi, specialmente a certi punti tutto disseccato, onde a Lui rivolta ho detto: “Signore, come faranno
queste povere gente se le mancherà il cibo come nutrirsi? Deh! Voi tutto potete, come lo avete fatto
disseccare, così fatelo rinverdire.” E siccome teneva la corona di spine, ho disteso la mano
dicendogli: “Mio Bene, che cosa vi hanno fatto queste gente? Forse vi hanno messo questa corona
di spine, ebbene, datela a me, così resterete placato e darete il cibo per non farle perire.” E
togliendogliela, l’ho premuto sulla mia testa.

Mentre ciò facevo, Gesù mi ha detto: “Si vede che non posso portarti insieme, perché
portare te e non poter far niente è lo stesso.” Ed io: “Signore, non ho fatto niente, perdonami se
conoscete che ho fatto male, ma deh! portami insieme con Te!” E Lui: “Il tuo modo d’agire mi
lega dappertutto.” Ed io: “Non sono io che faccio così, siete Voi stesso che mi fate operare in
questo modo, perché trovandomi con Voi, veggo che le cose tutte sono vostre, e se io non prendessi
cura delle cose vostre, mi pare che verrei a non curare Voi stesso. Perciò dovete perdonarmi se
agisco in questo modo, che per amor vostro lo faccio, e non dovete allontanarmi per questo.”

Dopo abbiamo continuato a girare. Io facevo quanto potevo a non dirgli niente a qualche
punto che non castigasse, per non dargli occasione che me ne mandasse a ritirare e perdere la sua
amabile presenza. Ma dove non potevo, incominciavo a contrastare. Siamo giunti ad un punto del
l’Italia e stavano facendo un combinato, che doveva venire un gran dissesto, ma non ho capito che
cosa fosse, perché avendo incominciato a dire: “Signore, non permettete, povera gente! Come
faranno?” Vedendo Gesù che io mi affannavo e volevo impedirglielo, mi ha detto con impero:
“Ritirati, ritirati!” E togliendosi una cinta di chiodi, di spilli che teneva incarnati nel suo corpo, che
lo faceva molto soffrire, ha soggiunto: “Ritirati e portati questa cinta con te, che mi darai molto
sollievo.” Ed io: “Si, me la metterò io invece vostra, ma lasciami stare teco.” E Lui: “No,
ritirati.” E lo ha detto con tale impero, che non potendo resistere, in un istante mi son trovata in me
stessa, e non ho potuto capire il combinato che cosa fosse.

Marzo 25, 1900


Il Verbo Incarnato è come Sole alle anime.

Questa mattina il mio adorabile Gesù, nell’atto di venire, mi ha detto: “Come il sole è la
luce del mondo, così il Verbo di Dio nell’incarnarsi divenne la luce delle anime, e come il sole
materiale dà luce in generale ed a ciascuno in particolare, tanto che ognuno lo può godere come se
fosse suo proprio, cosi il Verbo, mentre dà luce in generale è sole per ciascuno in particolare, tanto
vero, che questo sole divino ognuno lo può tenere con sé come se fosse solo.”

Chi può dire quello che comprendevo su di questa luce ed i benefici effetti che ridondano
nelle anime che tengono questo sole come se fosse loro proprio? Mi pareva che l’anima,
possedendo questa luce, mette in fuga le tenebre, come il sole materiale col spuntare sul nostro
orizzonte mette in fuga le tenebre della notte. Questa luce divina, se l’anima è fredda, la riscalda; se
è nuda di virtù, la rende feconda; se inondata dal morbo pestifero della tiepidezza, col suo calore
assorbe quell’umore cattivo; in una parola, per non andare troppo per le lunghe, questo sole divino,
introducendo nel centro della sua sfera, ricopre l’anima con tutti i suoi raggi e giunge a trasformare
l’anima nella sua stessa luce.

Dopo ciò, siccome io mi sentivo tutta affranta, Gesù, volendomi ristorare mi ha detto:
“Questa mattina voglio dilettarmi in te.” Ed ha incominciato a fare i suoi soliti strattagemmi
amorosi.

Aprile 1, 1900
Le passioni cambiate in virtù.

Dopo aspettare e riaspettare, il mio dolce Gesù si faceva vedere da dentro il cuore. Mi
pareva di vedere un sole che spandeva raggi, e guardando nel centro di questo sole, vi scorgevo il
volto di Nostro Signore, ma quello che mi ha fatto stupire, che vedevo nel mio cuore tante donzelle
vestite di bianco, con corona in testa, che attorniavano questo sole divino, nutrendosi di quei raggi
che spandeva questo sole. Oh! come erano belle, modeste, umili e tutte intente, e beandosi in
Gesù! Onde, non conoscendo il significato di ciò, con un po’ di timore ho chiesto a Gesù di farmi
sapere chi erano quelle donzelle, e Gesù mi ha detto: “Queste donzelle erano le tue passioni, che
ora con la mia grazia ho cambiato in tante virtù, che mi fanno nobile corteggio; stando tutte a mia
disposizione, ed Io in ricompensa le vado nutrendo con la continua mia grazia.” Ah! Signore,
eppure mi sento tanto cattiva, che mi vergogno di me stessa!

Aprile 2, 1900
Gesù giudica secondo la volontà con cui si opera.

Questa mattina ho dovuto molto soffrire per l’assenza del mio caro Gesù, ma però ha
ricompensato le mie pene col soddisfare un mio desiderio di voler sapere una cosa che da molto
tempo bramavo. Onde dopo aver girato e rigirato in cerca di Gesù, or lo chiamavo con la preghiera,
or con le lacrime, or col canto, chi sa potesse restar ferito dalla mia voce e così farsi trovare, ma
tutto indarno. Ho replicato i miei gemiti; a chiunque trovavo domandavo di Lui. Finalmente,
quando il mio cuore si sentiva crepare e che non ne poteva più, l’ho trovato, ma lo vedevo di tergo,
e ricordandomi d’una resistenza che gli feci, che dirò nel libro del confessore, gli ho chiesto
perdono e così pare che ci siamo messi d’accordo, tanto che Lui stesso mi ha domandato che cosa
volessi, ed io gli ho detto: “Compiacetevi di farmi conoscere la vostra Volontà sul mio stato,
specialmente che cosa debbo fare quando mi trovo con poche sofferenze e Voi non ci venite, e se ci
venite è quasi ad ombra; onde, non vedendo Voi, i miei sensi me li sento in me stessa, e trovandomi
in questa posizione mi sento come se ci mettessi del mio e non fosse necessario aspettare la venuta
del confessore per uscire da quello stato.”
E Gesù: “Soffri o non soffri, vengo o non ci vengo, il tuo stato è sempre di vittima, molto
più che questa è la mia Volontà e la tua, ed Io giudico non secondo le opere che si fanno, ma
secondo la volontà con cui si opera.” Ed io: “Signor mio, va bene come dite, ma mi pare che sto
inutile e si perde molto tempo, e mi sento un fastidio, un timore, e poi far venire il confessore, mi
tormenta l’anima che non fosse Volontà vostra.” E Lui: “Pensi tu che fosse peccato il far venire il
confessore?” Ed io: “No, ma temo che non fosse tua Volontà.” E Lui: “Del peccato devi fuggire,
anche l’ombra, ma del resto non devi darti pensiero.” Ed io: “Se non fosse tua Volontà, a che pro
starci?” E Lui: “Ah! mi pare che la figlia mia vuole sfuggire lo stato di vittima, non è vero?” Ed
io, tutta arrossendo ho detto: “No, Signore, dico questo per quando qualche volta non mi fate
soffrire e Voi non ci venite, del resto fatemi soffrire ed io non mi darò nessun pensiero.”

E Gesù: “Ed a Me mi pare che vuoi sfuggire. Poi, sai tu quando ho riservato di venire e
comunicarti le mie pene, se la prima, la seconda, la terza ed anche l’ultima ora? Onde, distraendoti
da Me e sforzandoti ad uscire ti occuperai in altro, ed Io venendo non ti troverò preparata e
prenderò la mia volta e Me ne andrò altrove.” Ed io tutta spaventata: “Non sia mai, oh Signore.
Non voglio altro sapere che la vostra Santissima Volontà.” E Lui: “Stati calma e aspetta il
confessore.” Detto ciò è scomparso. Pare che mi sento sgravata da un gran peso da questo parlare
di Gesù, ma con tutto ciò non è scemata in me la pena dolorosa quando Gesù mi priva di Lui.

Aprile 9, 1900
Abbandono in Dio.

Avendo questa mattina fatto la comunione, mi trovavo in un mare di amarezze, che non
vedevo il mio sommo bene Gesù. Tutto il mio interno me lo sentivo messo in allarme, quando in un
istante vi si ha fatto vedere e mi ha detto, quasi rimproverandomi: “Non sai tu che il non
abbandonarsi in Me è un voler usurpare i diritti della mia Divinità, facendomi un grande affronto?
Perciò abbandonati ed (quieta ??? p124 r16) il tuo interno tutto in Me e troverai la pace, e trovando
la pace troverai Me stesso.” Detto ciò, come lampo è scomparso, senza farsi più vedere. Ah!
Signore, tenetemi Voi tutta abbandonata e ben stretta nelle vostre braccia, in modo che non possa
mai sfuggire, altrimenti farò sempre delle scappatine!

Aprile 10, 1900


I desideri di vedere Gesù l’attirano all’anima.

Continua il benedetto Gesù a non venire. Oh! Dio, che pena indicibile è la sua privazione!
Cercavo quanto più potevo di starmene in pace e tutta abbandonata in Lui, ma che! Il mio povero
cuore non ne poteva più, facevo quanto più potevo per calmarlo, dicevo: “Cuor mio, aspettiamo un
altro poco, chi sa viene, usiamo qualche stratagemma per tirarlo a venire.” Onde, rivolta a Lui gli
dicevo: “Signore, venite, l’ora si fa tarda e Voi non ci venite ancora? Questa mattina cerco per
quanto posso a starmi quieta, eppure non vi fate trovare? Signore, vi offro il martirio della tua
privazione come attestato d’amore e come farvi un presente per attirarvi a venire. E’ vero che non
sono degna, ma non è perché son degna che vi cerco, ma per amore, e perché senza di Voi mi sento
mancare la vita.” E siccome non ci veniva, gli dicevo: “Signore, o venite o vi stancherò col mio
dire, e quando vi sarete stancato, neppure allora ci dovrete venire?” Ma chi può dire tutti i miei
spropositi? Gliene dicevo tanti, che andrei troppo per le lunghe se volessi dire tutto.

Dopo ciò, quando appena vedevo il mio dolce Gesù che si muoveva dentro il mio interno,
come se si risvegliasse da un sonno, onde si è fatto vedere più chiaro, e trasportandomi fuori di me
stessa, mi ha detto: “Come l’uccello quando deve volare batte le ali, così l’anima ai voli dei
desideri, batte le ali dell’umiltà, ed in quei battiti vi manda una calamita che mi attira, in modo che
mentre lei prende il suo volo per venire a Me, Io prendo il mio per andare a lei.” Ah, Signore, si
vede che mi manca la calamita dell’umiltà! Se io nel mio cammino spandessi ovunque la calamita
dell’umiltà, non stenterei tanto ad aspettare e riaspettare la tua venuta!

Aprile 16, 1900


Le tre firme del passaporto della beatitudine nella terra.

Dopo aver passato giorni amari, di privazione e di rimproveri del benedetto Gesù per le mie
ingratitudini e resistenze al suo Volere ed alle sue grazie, questa mattina nel venire mi ha detto:
“Figlia mia, il passaporto per entrare nella beatitudine che l’anima può possedere su questa terra,
dev’essere firmato con tre firme, e queste sono la rassegnazione, l’umiltà e l’ubbidienza.

La rassegnazione perfetta al mio Volere è cera che liquefa i nostri voleri e ne forma uno
solo, è zucchero e miele; ma una piccola resistenza al mio Volere, la cera si disunisce, lo zucchero
si rende amaro ed il miele si converte in veleno. Or, non basta essere rassegnata, ma l’anima
dev’essere convinta che il maggior bene per sé ed il maggior modo di glorificarmi è il far sempre la
mia Volontà. Ecco la necessità della firma dell’umiltà, perché l’umiltà produce questa conoscenza.
Ma chi nobilita queste due virtù? Chi le fortifica, chi le rende perseveranti, chi le incatena insieme
in modo da non potersi separare, chi l’incorona? L’ubbidienza. Ah! si, l’ubbidienza, distruggendo
affatto il proprio volere e tutto ciò che è materiale, spiritualizza tutto e come corona vi si pone
d’intorno, onde la rassegnazione e l’umiltà senza l’ubbidienza saranno soggette ad inestabilità, ma
con l’ubbidienza saranno fisse e stabili, ed ecco la stretta necessità della firma dell’ubbidienza, per
fare che questo passaporto possa correre per passare al regno della beatitudine spirituale che l’anima
può godere di qua. Senza di queste tre firme, il passaporto non avrà valore e l’anima sarà sempre
respinta dal regno della beatitudine e sarà costretta a stare nel regno dell’inquietudine, dei timori e
dei pericoli, e per sua disgrazia avrà per dio il proprio io, e quest’io sarà corteggiato dalla superbia e
dalla ribellione.”

Dopo ciò mi ha trasportato fuori di me stessa, dentro di un giardino, che pareva che fosse il
giardino della Chiesa, in cui vedevo che fuorviavano da cinque a sei persone, sacerdoti e secolari,
che unendosi coi nemici della Chiesa muovevano una rivoluzione. Che pena faceva vedere Gesù
benedetto piangere il triste stato di queste persone! Poi ho guardato nell’aria e vedevo una nube
d’acqua, ripiena di pezzi di ghiaccio grossi che cadevano sopra la terra. Oh! quanto strazio
facevano sopra i raccolti e sopra l’umanità! Ma però spero che voglia placarsi. Onde, più afflitta di
prima son ritornata in me stessa.

Aprile 20, 1900


La croce ci dà i lineamenti e la rassomiglianza di Gesù.

Continua il mio adorabile Gesù a venire, quando appena e ad ombra, ed anche nel venire
non dice niente. Questa mattina, dopo avermi rinnovato i dolori della croce per ben due volte,
guardandomi con tenerezza mentre stavo soffrendo lo spasimo delle trafitture dei chiodi, mi ha
detto: “La croce è uno specchio dove l’anima rimira la Divinità, e rimirandosi ne ritrae i
lineamenti, la rassomiglianza più consimile a Dio. La Croce non solo si deve amare, desiderare, ma
farsene un onore, una gloria, della stessa croce, e questo è operare da Dio e diventare come Dio per
partecipazione, perché solo Io mi gloriai della croce e me ne feci un onore del patire, e l’amai tanto,
che in tutta la mia vita non volli stare un momento senza la croce.”
Chi può dire ciò che comprendevo della croce, da questo parlare del benedetto Gesù? Ma
mi sento muta ad esprimerlo con le parole. Ah! Signore, vi prego a tenermi sempre confitta in
croce, affinché avendo sempre innanzi questo specchio divino, possa tergere tutte le mie macchie ed
abbellirmi sempre più a vostra somiglianza.

Aprile 21, 1900


Più che il sacramento, la croce suggella Iddio nell’anima.

Trovandomi nello stesso mio stato, anzi, con un poco di timore per una cosa che non è
necessario qui dirla, il mio dolce Gesù nel venire mi ha detto: E sono i vasi sacri, ed è necessario di
tanto in tanto spolverarli; i vostri corpi sono tanti vasi sacri, in cui vi faccio la mia dimora, perciò è
necessario che vi faccia di tanto in tanto delle spolveratine, cioè, che li visiti con qualche
tribolazione, per fare che Io vi stia con più decoro. Perciò stati calma.”

Dopo ciò, avendo fatto la comunione ed avendomi rinnovato i dolori della crocifissione, ha
soggiunto: “Figlia mia, quanto è preziosa la croce! Vedi un po’: Il sacramento del mio corpo nel
darsi all’anima, la unisce con Me, la trasmuta fino a diventare una stessa cosa con Me, ma col
consumarsi delle specie si disunisce l’unione realmente contratta; ma la croce no, vi prende Iddio e
l’unisce con l’anima per sempre, e con maggiore sicurezza lei si pone come suggello. Dunque, la
croce suggella Iddio nell’anima, in modo che non c’è mai separazione tra Dio e l’anima crocifissa.”

Aprile 23, 1900


La rassegnazione è olio che unge.

Questa mattina, trovandomi fuori di me stessa, vedevo il mio dolce Gesù che soffriva molto,
ed io l’ho pregato che mi facesse parte delle sue pene e Lui mi ha detto: “Anche tu soffri; piuttosto
Io mi metto nel tuo posto, e tu fammi l’uffizio d’infermiera.” Così pareva che Gesù si mettesse nel
mio letto, ed io accanto a Lui incominciavo a rivederle la testa, e ad una ad una l’ho tolto le spine
che stavano conficcate. Poi sono andata al suo corpo ed ho visitato tutte le sue piaghe, le asciugavo
il sangue, le baciavo, ma non avevo come ungerle per mitigare lo spasimo, quando ho visto che da
me usciva un olio, ed io lo prendevo ed ungevo le piaghe di Gesù, ma con certo timore, che non
capivo che cosa significasse quell’olio che usciva da me. Ma Gesù benedetto mi ha fatto capire che
la rassegnazione al Divin Volere è olio, che mentre unge e mitiga le nostre pene, nel medesimo
tempo è olio che unge e mitiga lo spasimo delle piaghe di Gesù. Onde, dopo essere stata per un
buon pezzo di tempo a far questo uffizio al mio caro Gesù, è scomparso ed io son ritornata in me
stessa.

Aprile 24, 1900


L’Eucaristia ed il patire.

Questa mattina, avendo fatto la comunione, mi pareva che il confessore metteva l’intenzione
di farmi soffrire la crocifissione, ed all’istante ho visto l’angelo custode che mi distendeva sulla
croce per farmela soffrire. Dopo ciò ho visto il mio dolce Gesù che tutta mi compativa e mi ha
detto: “Il tuo refrigerio sono Io, il mio refrigerio è il tuo patire.” E mostrava un contento
indicibile del mio patire, e del confessore che con la ubbidienza che mi aveva dato di soffrire, gli
aveva procurato quel sollievo, poi ha soggiunto: “Siccome il sacramento dell’Eucaristia è frutto
della croce, perciò mi sento più disposto a concederti il patire quando ricevi il mio corpo, perché
vedendo te patire, mi pare che non misticamente, ma realmente continuo in te la mia passione a pro
delle anime, e questo è per Me un grande sollievo, che raccolgo il vero frutto della mia croce e
dell’Eucaristia.”
Dopo ciò ha detto: “Finora è stata l’ubbidienza che ti ha fatto soffrire, vuoi tu che mi
diverto Io un poco col rinnovarti di nuovo la crocifissione di propria mia mano?” Ed io sebbene mi
sentivo molto sofferente, ed ancor freschi i dolori della croce rinnovatemi, ho detto: “Signore, sono
nelle vostre mani, fa di me ciò che vuoi.” Allora Gesù tutto contento ha incominciato a conficcarmi
di nuovo i chiodi nelle mani e nei piedi, vi sentivo tale intensità di dolore, che non so io stessa come
son lasciata viva, ma però ne ero contenta che contentavo Gesù. Onde dopo che mi ha ribattuto i
chiodi, mettendosi a me vicino ha incominciato a dire: “Quanto sei bella! Ma quanto più cresce la
tua bellezza nel tuo patire! Oh! come mi sei cara! I miei occhi restano feriti nel guardarti, che
scorogono in te la mia stessa immagine.” E diceva tant’altre cose, che sarebbe inutile il dirle, prima
perché son cattiva; secondo che non vedendomi quale il Signore mi dice, mi sento una confusione
ed un rossore nel dire queste cose, onde, spero che il Signore mi farà veramente buona e bella, ed
allora scemando il mio rossore potrò descriverle, perciò faccio punto.

Aprile 25, 1900


La purità nell’operare è luce.

Trovandomi fuori di me stessa e non trovando il mio dolce Gesù, ho dovuto girare molto per
andare in cerca di Lui. Alla fine l’ho trovato in braccia alla Regina Mamma che succhiava il latte
dalle sue mammelle, per quanto gli dicevo e facevo, pareva che non si ??? p136 r7 di me, anzi
neppur mi guardava. Chi può dire la pena del mio povero cuore, nel vedere che Gesù non si curava
di me? Onde dopo aver rotto il freno alle lacrime, avendo di me compassione, è venuto fra le mie
braccia ed ha versato nella mia bocca un poco di quel latte che aveva succhiato della Mamma
Regina.

Dopo ciò ho guardato nel suo petto, e teneva una piccola perla, tanto risplendente che
investiva l’umanità santissima di Nostro Signore di luce. Onde, volendo sapere il significato, ho
domandato a Gesù che cosa fosse quella perla, che mentre pare così piccola spande tanta luce. E
Gesù: “La purità del tuo patire, che mentre è piccolo, ma siccome soffri per solo amor mio e saresti
pronta a soffrire altro se Io te lo concedessi, ecco la causa di tanta luce. Figlia mia, la purità
nell’operare è tanto grande, che chi opera per il solo fine di piacere a Me solo, non fa altro che
mandare luce in tutto il suo operare. Chi non opera rettamente, anche il bene non fa altro che
spandere tenebre.” Quindi ho visto nel petto di Nostro Signore, e teneva uno specchio tersissimo, e
pareva che chi camminava rettamente restava tutto assorbito in quello specchio, chi no, ne restava
fuori, senza che potevano ricevere nessuna impronta dell’immagine del benedetto Gesù. Ah!
Signore, tenetemi tutta assorbita in questo specchio divino, acciò nessun altra ombra d’intenzione io
abbia nel mio operare.

Maggio 1, 1900
Frutti della croce.

Avendo fatto la comunione, il mio dolce Gesù vi si è fatto vedere tutto affabilità, e siccome
mi pareva che il confessore mettesse l’intenzione della crocifissione, la mia natura ne sentiva quasi
una ripugnanza a sottomettersi. Il mio dolce Gesù, per rincorarmi, mi ha detto: “Figlia mia, se
l’Eucaristia è caparra della futura gloria, la croce è sborso come comperarla. Se l’Eucaristia è seme
che impedisce la corruzione, ed è come quelle erbe aromatiche, che ungendosi i cadaveri non ne
restano corrotti, e dona l’immortalità all’anima ed al corpo, la croce l’abbellisce ed è tanto potente,
che se c’è contrazione di debiti essa se ne fa mallevadrice, e con maggior sicurezza si fa restituire la
scrittura del debito contratto, e dopo che ha soddisfatto ogni debito, ne forma all’anima il trono più
sfolgorante nella futura gloria. Ah! si, la croce e l’Eucaristia si avvicendano insieme, ed una opera
più potentemente dell’altra.”

Poi ha soggiunto: “La croce è il mio letto fiorito, non perché non soffrivo atroci spasimi, ma
perché per mezzo della croce partorivo tante anime alla grazia, vedevo spuntare tanti bei fiori che
producevano tanti frutti celesti, quindi vedendo tanto bene, tenevo a mia delizia quel letto di dolore
e mi dilettavo della croce e del patire. Anche tu, figlia mia, prendi come delizie le pene, e dilettati
di starti crocifissa nella mia croce. No, no, non voglio che tema il patire, quasi volessi operare da
infingarda, su, coraggio, opera da valorosa ed esponi da te stessa al patire.” Mentre così diceva,
vedevo il mio buon angelo che stava preparato per crocifiggermi, ed io da me stessa ho disteso le
braccia, e l’angelo mi crocifiggeva. Oh! come godeva il buon Gesù del mio patire, e quanto ne ero
contenta io, che poteva dar gusto a Gesù un’anima così miserabile! Mi pareva che fosse un grande
onore per me il patire per amor suo.

Maggio 3, 1900
Festa alla croce nel Cielo.

Questa mattina mi son trovata fuori di me stessa e vedevo tutto il cielo cosparso di croci, chi
piccola, chi grande, chi mezzana. Chi più grande, più dava splendore. Era un incanto dolcissimo il
vedere tante croci che abbellivano il firmamento, più risplendenti del sole. Dopo ciò, parve che si
aprisse il Cielo e si vedeva e sentiva la festa che si faceva dai beati alla croce. Chi più aveva
sofferto era più festeggiato in questo giorno. Si distinguevano in modo speciale i martiri, chi aveva
sofferto nascosto. Oh! come si stimava la croce e chi più aveva sofferto, in quel beato soggiorno!
Mentre ciò vedevo, una voce ha risuonato per tutto l’empireo che diceva: “Se il Signore non
mandasse le croci sopra la terra, sarebbe come quel padre che non ha amore per i propri figli, che
invece di volerli vedere onorati e ricchi, li vuol vedere poveri e disonorati.” Il resto che vidi di
questa festa, non ho parole come esprimerlo, me lo sento in me, ma non so uscirlo fuori, perciò
faccio silenzio.

Maggio 9, 1900
Luisa vede il mistero della Santissima Trinità nella forma di tre soli.

Dopo aver passato giorni di privazione, non solo, ma di turbazione ancora, questa mattina,
trovandomi più turbata sul misero mio stato, l’adorabile Gesù nel venire mi ha detto: “Tu, con lo
starti inquieta, hai turbato il mio dolce riposo. Ah! si, non mi fai più riposare.” Chi può dire quanto
son lasciata mortificata nel sentire d’aver tolto il riposo a Gesù Cristo? Con tutto ciò, per qualche
ora mi son quietata, ma dopo mi son trovata più inquieta di prima, che io stessa non so questa volta
dove andrò a finire.

Dopo quelle due parole che ha detto Gesù, mi son trovata fuori di me stessa, e guardando
nella volta dei cieli vi scorgevo tre soli: Uno pareva che si posasse all’oriente, l’altro all’occidente,
il terzo a mezzogiorno. Era tanto lo splendore dei raggi che tramandavano, che si univano gli uni
cogli altri, in modo che formavano uno solo. Mi pareva di vedere il mistero della Santissima
Trinità, e l’uomo formato con le tre potenze ad immagine di Essa. Comprendevo pure che chi stava
in quella luce, restava trasformata la volontà nel Padre, l’intelletto nel Figlio, la memoria nello
Spirito Santo. Quante cose comprendevo! Ma non so manifestarlo.
Maggio 13, 1900
Privazione di Gesù.

Continua lo stesso stato e forse anche peggio, sebbene faccio quanto posso a starmi quieta
senza turbarmi, perché così vuole l’ubbidienza, ma con tutto ciò non lascio di sentirne il peso
dell’abbandono che mi preme e giunge fino a schiacciarmi. Oh! Dio, che stato è codesto? Ditemi
almeno dove vi ho offeso? Quale ne è la causa? Ah! Signore, se volete continuare in questo modo,
credo che non potrò aver più resistenza!

Onde, quando appena si è fatto vedere, mettendomi una mano sotto il mento in atto di
compatirmi, mi ha detto: “Povera figlia, come ti sei ridotta!” E facendomi parte delle sue pene,
come lampo è scomparso, lasciandomi più afflitta di prima, come se non fosse venuto; anzi, mi
sento come se non fosse venuto da tanto tempo, e vi provo tale afflizione, che vivo, ed il mio vivere
è un continuo agonizzare. Ah! Signore, porgetemi aiuto e non mi lasciate in abbandono, sebbene lo
merito.

Maggio 17, 1900


Potenza delle anime vittime.

Continua lo stesso stato di privazione e di abbandono. Onde, trovandomi fuori di me stessa


vedevo un’inondazione d’acqua mista con grandine, che pareva che varie città ne restavano
inondate con notabile danno. Mentre ciò vedevo, mi trovavo in grande costernazione perché volevo
impedire quell’inondazione, ma siccome mi trovavo sola, molto più che non avevo meco Gesù,
quindi le mie povere braccia me le sentivo deboli per poter ciò fare. Onde, con mia sorpresa ho
veduto venire (mi pareva che fosse dall’America) una vergine, e lei da un punto ed io dall’altro,
siamo riuscite ad impedire in gran parte il flagello che ci minacciava. Dopo ciò, essendoci riunite
insieme, scorgevo quella vergine con le insegne della passione e coronata con corona di spine, come
pure mi trovavo io, ed una persona che mi pareva che fosse angelo, che diceva: “Oh! potenza delle
anime vittime! Ciò che non è dato a noi, angeli, di fare, con le loro sofferenze, possono far loro.
Oh! se gli uomini sapessero il bene che viene da loro, perché stanno per il bene pubblico e
particolare, non farebbero altro che implorare da Dio che moltiplicasse queste anime sulla terra.”
Dopo ciò, avendoci detto che ci raccomandassimo a vicenda al Signore, ci siamo separate.

Maggio 18, 1900


Riempire l’interno di Dio.

Trovandomi ancor priva dell’adorabile mio Gesù, al più qualche ombra, oh! quanto mi costa
amaro, quante lacrime mi conviene versare! Questa mattina, dopo aver molto aspettato e ricercato,
l’ho trovato nel mio stesso letto, tutto afflitto, con la corona di spine che gli trafiggeva la testa;
gliel’ho tolta pian piano e l’ho messa sulla mia. Oh! quanto mi vedevo cattiva innanzi alla sua
presenza! Non avevo forza di dire una sola parola. Gesù, avendo di me compassione, mi ha detto:
“Fatti cuore, non temere, cerca di riempire il tuo interno di Me e di impinguarlo di tutte le virtù,
fino a traboccarne fuori, e quando giungerai a farne il trabocco, allora ti porterò nel Cielo e
finiranno tutte le tue privazioni.”

Dopo ciò, ha soggiunto prendendo un’aria afflitta: “Figlia mia, prega, che stanno preparati
tre distinti giorni, uno lontano dall’altro, di tempeste, grandine, fulmini, inondazioni, che faranno
gran danno agli uomini ed alle piante.” Detto ciò, è scomparso, lasciandomi un po’ più sollevata
nello stato in cui mi trovo, ma con un pensiero: Chi sa quando farò questo trabocco fuori? E se non
lo faccio mai, mi converrà forse starmene sempre lontana da Lui?

Maggio 20, 1900


Tutte le cose dal nulla hanno principio. Necessità del riposo e del silenzio interno.

Trovandomi fuori di me stessa, mi pareva che fosse di notte e vedevo tutto l’universo, tutto
l’ordine della natura, il cielo stellato, il silenzio notturno, insomma, mi pareva che tutto avesse un
significato. Mentre ciò vedevo, mi pareva che vedessi Nostro Signore, che prendendo la parola su
ciò che vedevo ha detto: “Tutta la natura invita ad un riposo, ma qual’è il vero riposo? E’ il riposo
interno ed il silenzio di tutto ciò che non è Dio. Vedi, le stelle scintillanti di luce temperata, non
abbagliante come il sole; il sonno ed il silenzio di tutta la natura, degli uomini e fin degli animali,
che tutti cercano un luogo, una tana dove starsene in silenzio e riposarsi della stanchezza della vita.
Se ciò è necessario per il corpo, molto più per l’anima è necessario di riposarsi nel suo proprio
centro che è Dio. Ma per potersi riposare in Dio è necessario il silenzio interno, come al corpo è
necessario il silenzio esteriore per potersi placidamente addormentare. Ma, qual è questo silenzio
interiore? E’ di far zittire le proprie passioni col tenerle apposto, d’imporre silenzio ai desideri, alle
inclinazioni, agli affetti, insomma, a tutto ciò che non chiama Dio. Or, qual’è il mezzo per giungere
a ciò? L’unico mezzo ed assolutamente necessario, è di disfare il proprio essere e ridursi al nulla,
come era prima che fosse creata, e quando avrà ridotto al nulla il suo essere, riprenderlo in Dio.

Figlia mia, tutte le cose dal nulla hanno principio, questa stessa macchina dell’universo che
tu rimiri con tanto ordine, se prima di crearla fosse stata ripiena d’altre cose, non avrei potuto
mettere la mia mano creatrice per farla con tanta maestria e renderla tanto splendida ed ornata, al
più avrei potuto disfare tutto ciò che ci poteva essere, e poi rifarla come a Me piaceva; ma siamo
sempre lì, che tutte le mie opere dal nulla hanno principio, e quando c’è mischianza di altre cose,
non è decoro della mia maestà scendere ed operare nell’anima, ma quando l’anima si riduce al
nulla, e vi sale a Me, e prende il suo essere nel mio, allora Io vi opero da quel Dio che sono, e
l’anima vi trova il vero riposo. Eccoti che tutte le virtù, dall’umiltà e dall’annientamento di sé
stesso hanno principio.”

Chi può dire quanto comprendevo su ciò che mi diceva il benedetto Gesù? Oh! come felice
sarebbe l’anima mia se potessi giungere a disfare il mio povero essere, per poter ricevere dal mio
Dio il suo Essere Divino! Oh! come mi nobiliterei, come resterei santificata! Ma quale sciocchezza
è la mia, dove mi abbia il cervello, se ancor non lo faccio? Che miseria umana, che invece di
cercare il suo vero bene e di prendere il suo volo in alto, si contenta di arrampicarsi per terra e di
vivere nel fango e nel marciume!

Dopo ciò il mio diletto Gesù mi trasportò dentro un giardino, dove c’era molta gente che si
preparavano ad assistere ad una festa, ma solo quelli che ricevevano una divisa vi potevano
assistere, ma pochi erano quelli che ricevevano questa divisa; a me mi venne una gran voglia di
riceverla, e tanto ho fatto che ho ottenuto l’intento. Onde giunta al punto dove si riceveva, una
matrona veneranda, primo mi ha vestito di bianco, poi mi ha messo una tracolla celeste, in cui
pendeva una medaglia improntata del volto di Gesù, e che mentre era volto era insieme specchio,
che rimirandolo si scorgeva le più piccole macchie, che l’anima, col aiuto d’una luce che veniva da
dentro di quel volto, facilmente si poteva togliere. Mi pareva che quella medaglia racchiudesse un
senso misterioso. Dopo ha preso un manto d’oro finissimo e tutta mi ha coperto. Mi pareva che
così vestita potessi gareggiare con le vergini comprensore. Mentre ciò succedeva, Gesù mi ha
detto: “Figlia mia, ritorniamo a vedere ciò che fanno gli uomini, basta che sei vestita, quando sarà
la festa allora ti porterò ad assistere.” Così, dopo aver girato un poco, mi ha trasportato nel mio
letto.

Maggio 21, 1900


Il stato più sublime è il disfare il nostro volere nel Volere di Dio, e vivere della sua Volontà.

Questa mattina il mio adorabile Gesù non ci veniva; onde dopo molto aspettare è venuto e
carezzandomi mi ha detto: “Figlia mia, sai tu la mia mira qual’è su di te? E lo stato che voglio da
te?” E soffermandosi un poco ha soggiunto: “La mira che ho su di te non è di cose prodigiose, e di
tante cose che potrei operare su di te per mostrare l’opera mia, ma la mia mira è di assorbirti nella
mia Volontà e di farne una sola, e di lasciare di te un esemplare perfetto di uniformità del tuo con il
mio Volere. Ma ciò è lo stato più sublime, è il prodigio più grande, è il miracolo dei miracoli che di
te intendo fare.

Figlia mia, per giungere perfettamente a fare uno il nostro Volere, l’anima deve rendersi
invisibile, deve imitare Me, che mentre riempio il mondo col tenerlo assorbito in Me e col non
restare assorbito in esso, mi rendo invisibile, che da nessuno mi lascio vedere. Ciò significa che
non c’è nessuna materia in Me, ma tutto è purissimo Spirito, e se nella mia umanità assunta presi la
materia, fu per rassomigliarmi in tutto all’uomo e dargli un esemplare perfettissimo di come
spiritualizzare questa stessa materia. Onde l’anima deve tutto spiritualizzare e giungere a rendersi
invisibile per poter formare facilmente una la sua volontà con la mia Volontà, perché ciò che è
invisibile può essere assorbito in un’altro oggetto. Di due oggetti, che si vuol formare uno solo, è
necessario che uno ne perda la propria forma, altrimenti mai si giungerebbe a formare un solo
essere.

Quale fortuna sarebbe la tua se distruggendo te stessa, fino a renderti invisibile, potessi
ricevere una forma tutta divina! Anzi, tu col restare assorbita in Me ed Io in te, formando un solo
essere, verresti a ritenere in te la fonte divina, e siccome la mia Volontà contiene ogni bene che ciò
può mai essere, verresti a ritenere tutti i beni, tutti i doni, tutte le grazie e non avresti a cercarli
altrove ma in te stessa. E se le virtù non hanno confini, stando nella mia Volontà secondo che la
creatura può giungere, troverà il loro termine, perché la mia Volontà fa giungere ad acquistare le
virtù più eroiche e più sublimi che la creatura non può sorpassare.

E’ tanta l’altezza della perfezione dell’anima disfatta nel mio Volere, che giunge ad operare
come Dio, e questo non è meraviglia, perché siccome non vive più la sua volontà in essa, ma la
Volontà di Dio medesimo, cessa ogni stupore se vivendo con questa Volontà possiede la potenza, la
sapienza, la santità e tutte le altre virtù che contiene lo stesso Dio. Basta dirti, per fare che tu
t’innamori e cooperi quanto puoi da parte tua per giungere a tanto, che l’anima che giunge a vivere
del solo mio Volere è regina di tutte le regine ed il suo trono è tant’alto, che giunge fino al trono
dell’Eterno, ed entra nei segreti dell’Augustissima Triade e partecipa all’amore reciproco del Padre,
del Figlio e dello Spirito Santo. Oh! come tutti gli angeli e santi la onorano, gli uomini l’ammirano
e i demoni la temono, scorgendo in lei l’Essere Divino!”

“Ah! Signore, quando mi farete giungere a questo, perché da me niente posso!” Or, chi può
dire ciò che il Signore infondeva in me con luce intellettuale su questa uniformità di voleri? E’
tanta l’altezza dei concetti, che la mia lingua non bene dirozzata, non ha parole come esprimerli.
Appena ho potuto dire questo poco, sebbene spropositando, di ciò che il Signore con luce vivissima
mi fece comprendere.
Maggio 24, 1900
Il volere di Luisa è uno con quello di Gesù.

Trovandomi molto afflitta per la privazione del mio adorabile Gesù, al più ad ombra ed a
lampi, sento proprio che non posso più tirare innanzi se Lui vuole continuare più oltre! Onde,
trovandomi nel sommo dell’afflizione, per un poco si è fatto vedere tutto stanco, come se avesse
bisogno di un ristoro, e menando le sue braccia al mio collo mi ha detto: “Diletta mia, portami dei
fiori e circondami tutto, che Mi sento languire d’amore. Figlia mia, l’odoroso profumo dei tuoi fiori
mi sarà di ristoro e vi porrà un rimedio ai miei mali, che languisco e vengo meno.” Ed io subito ho
soggiunto: “E Voi, diletto mio Gesù, datemi dei frutti, che l’ozio ed lo scarso patire aumentano
talmente il mio languire, che vengo meno, fino a sentirmi morire. Ed allora non solo dei fiori, ma
potrò darvi dei frutti, per poter maggiormente ristorare il vostro languire.” E Gesù ha ripreso il suo
dire e mi ha detto: “Oh! come ci combiniamo bene, non è vero? Pare che il tuo volere è uno col
Mio.” Per un momento pare che sono lasciata sollevata, come se volesse cessare lo stato in cui mi
trovavo, ma dopo poco mi son trovata immersa nello stesso letargo di prima, priva del mio Sommo
Bene, abbandonata e sola.

Maggio 27, 1900


L’amore di Dio e la grazia penetrano nelle più intime parti dell’uomo.

Questa mattina, sentendomi più che mai afflitta per la privazione del mio sommo bene,
quando appena mi si è fatto vedere mi ha detto: “Come un vento impetuoso investe le persone e
penetra fin nelle viscere, in modo da scuotere tutta la persona, così il mio amore e la mia grazia
impennandosi sulle ali dei venti, investe e penetra nel cuore, nella mente e nelle più intime parti
dell’uomo. Con tutto ciò, l’uomo ingrato respinge la mia grazia e Mi offende. Quale non è il mio
acerbo dolore!”

Io però me ne stavo tutta confusa e annientata in me stessa e non ardivo di dire una parola.
Solo pensavo: “Com’è che non viene? Ed anche a venire non lo veggo chiaro, pare che ho perduto
la chiarezza. Chi sa se lo vedrò svelato il suo bel Volto, come prima?” Mentre così pensavo, il mio
benigno Gesù ha soggiunto: “Figlia mia, perché temi se il tuo stato è in excelsis per l’unione dei
nostri voleri?” E volendomi rincorare e compatire lo stato mio doloroso mi ha detto: “Tu sei il mio
novello Giobbe. Non ti opprimere soverchio se non mi vedi con chiarezza, te lo dissi fin dall’altro
giorno, che non ci vengo secondo il solito, che voglio castigare le genti, e se tu mi vedresti con
chiarezza, verresti a comprendere ciò che Io sto facendo, ed il tuo cuore siccome ha ricevuto
l’innesto del mio, quindi conosco Io quello che tu verresti a soffrire, come sta soffrendo il mio
cuore che mi veggo costretto a castigare le mie creature. Onde per risparmiarti queste pene non mi
faccio vedere con chiarezza.” Chi può dire le trafitture che ha lasciato al mio povero cuore! Ah!
Signore, datemi la forza a sostenere il dolore!

Maggio 29, 1900


Minaccia di castghi.

Continuando a stare nello stesso stato, mi sentivo tutta oppressa e avevo tutta la necessità
d’un sostegno per poter sopportare la privazione del mio somme Bene. Il benedetto Gesù, avendo
di me compassione, per qualche minuti ha mostrato il suo Volto da dentro il mio cuore, ma però
non con chiarezza, e facendomi sentire la sua soavissima voce mi ha detto: “Coraggio figlia mia un
altro poco, lasciami finire di castigare che dopo ci verrò come prima.” Mentre così diceva, nella
mia mente dicevo: “Quali sono i castighi che hai incominciato a mandare?” E lui ha soggiunto: “La
pioggia continuata è più che grandine, che sta facendo e vi porterà delle tristi conseguenze sopra le
genti.”

Detto ciò, è scomparso ed io mi son trovata fuori de mi stessa, dentro d’un giardino, e da lì
dentro si vedeva i raccolti disseccati e le vigne, e dentro di me andavo dicendo: “Povere genti,
povere genti, come faranno?” Mentre così dicevo, dentro a quel giardino vi era un ragazzino che
piangeva e gridava tanto forte, che assordava Cielo e terra, ma nessuno aveva di lui compassione,
sebbene lo sentivano tutti che così piangeva tanto, si brigavano di lui e lo lasciavano abbandonato e
solo. Un pensiero mi è balenato: “Chi sa che non fosse Gesù?” Ma non ne sono rimasta certa.
Onde, avvicinandomi a Lui, ho detto: “Che hai che piangi, bambino caro? Vuoi venire insieme con
me, giacché tutti ti hanno lasciato in preda alle lacrime ed al dolore, che tanto t’opprime che ti fa
gridare così forte?” Ma che! Chi poteva quietarlo? Appena con singulti ha risposto che sì, che se
ne voleva venire. Onde l’ho preso per mano per condurlo insieme con me e nell’atto stesso di ciò
fare mi son trovata in me stessa.

Giugno 3, 1900
La mancanza di stima per gli altri, è mancanza di vera umiltà.

Trovandomi nello stesso stato, questa mattina, per qualche poco ho visto il mio adorabile
Gesù, che se ne stava dentro del mio cuore, che dormiva ed il suo sonno attirava l’anima mia ad
assonnarmi insieme con Lui, tanto che mi sentivo tutte le interiori potenze tutte addormentate, senza
più agire. Delle volte mi sforzavo di uscire da quel sonno, ma non potevo, quando per poco si è
destato il benedetto Gesù e ha mandato tre volte il suo alito dentro di me, e mi pareva che Lui
restasse tutto assorbito in me. Dopo mi pareva che Gesù se li attirasse un’altra volta dentro di Sé
quei tre aliti che mi aveva mandato, ed io mi son trovata tutta trasformata in Lui. Chi può dire ciò
che succedeva in me da questi soffi divini? Da quell’unione inseparabile tra me e Gesù non ho
parole ad esprimerla!

Dopo ciò pare che mi son potuta destare e Gesù, rompendo il silenzio mi ha detto: “Figlia
mia, ho guardato e riguardato, ho cercato e ricercato, scorrendo per tutta la terra, ma in te ho fissato
i miei sguardi e ho trovato le mie compiacenze, e ti ho eletta tra mille.”

Poi, volgendosi a certe persone che vedevo, le ha riprese col dir loro: “La mancanza di
stima delle persone altrui, è mancanza di vera umiltà cristiana e di dolcezza, perché uno spirito
umile e dolce sa rispettare tutti ed interpreta sempre a bene i fatti altrui.” Detto ciò è scomparso,
senza dirgli neppure una parola. Sia sempre benedetto che così vuole, e tutto sia per sua gloria.

Giugno 6, 1900
Luisa crocifissa, risparmia alcuni castighi sopra Corato.

Siccome continuava il mio adorabile Gesù a non farsi vedere con chiarezza, questa mattina,
avendo fatto la comunione, il confessore ha messo l’intenzione della crocifissione; mentre mi
trovavo in quelle sofferenze, il benedetto Gesù, quasi tirato dalle mie pene, si è mostrato con
chiarezza. Oh! Dio, chi può dire le sofferenze che soffriva Gesù e lo stato violento in cui si trovava,
che mentre era costretto a mandare i castighi, faceva tale violenza, che non voleva mandarli!
Faceva tale compassione nel vederlo in questo stato, che se gli uomini lo potessero vedere, ancorché
i loro cuori fossero di diamante, si spezzerebbero per tenerezza come fragile vetro. Onde ho
incominciato a pregarlo che si placasse e che si contentasse di farmi soffrire a me e risparmiasse il
popolo. Poi ho soggiunto: “Signore, se non volete dare ascolto alle mie preghiere, conosco che lo
merito. Se non volete avere compassione dei popoli, ne avete ragione, perché grandi sono le nostre
iniquità, ma vi chieggo in grazia che avete compassione di Voi stesso, abbiate pietà della violenza
che vi fate nel punire le vostre immagini. Ah! si, ve lo chieggo per amor di Voi stesso, che non
mandiate castighi, fino a togliere il pane ai vostri figli e farli perire. Ah, no! non è della natura del
vostro cuore operare in questo modo, ecco perciò la violenza che provate, che se avesse potere vi
darebbe la morte.”

E Lui, tutto afflitto mi ha detto: “Figlia mia, è la giustizia che mi fa violenza, e l’amore che
ho verso degli uomini mi usa violenza più forte, da mettere il mio cuore in angosce di morte nel
punire le creature.” Ed io: “Perciò Signore, scaricate sopra di me la giustizia, ed il vostro amore
non sarà più violentato dalla giustizia e non si troverà in contrasto di castigare le genti, che,
davvero, come faranno se Voi fate come mi fate comprendere, di disseccare tutto ciò che serve
all’alimento dell’uomo? Deh! vi prego, lasciatemi soffrire a me e risparmiate loro, se non in tutto
almeno in parte.”

E Gesù, come se si vedesse costretto dalle mie preghiere, si è avvicinato alla mia bocca ed
ha versato dalla sua un poco d’amarezza, densa e stomachevole, che appena trangugiata mi ha
prodotto tali e tante specie di pene che mi sentivo morire. Allora il benedetto Gesù, sostenendomi
in quelle pene, altrimenti sarei lasciata vittima (eppure non era stato altro che un poco che aveva
versato, che sarà del suo cuore adorabile, che tanto ne conteneva?), ha mandato un sospiro come se
si avesse sollevato da un peso e mi ha detto: “Figlia mia, la mia giustizia aveva deciso di
distruggere tutto, ma ora, sgravandosi un poco sopra di te, per amor tuo concede un terzo di ciò che
serve all’alimento dell’uomo.” Ed io: “Ah! Signore, è troppo poco, almeno metà!” E Lui: “No
figlia mia, contentati.” Ed io: “No Signore, almeno se non volete contentarmi per tutti,
contentatemi per Corato e per quelli che mi appartengono.” E Gesù: “Oggi sta preparata una
grandine che deve fare gran danno. Tu stai coi dolori della croce; esci fuori di te stessa ed in forma
di crocifissa va nell’aria e metti in fuga i demoni da sopra Corato, che alla forma crocifissa non
potranno resistere e andranno altrove.”

Così sono uscita fuori de mi stessa, crocifissa, ed ho visto la grandine e i fulmini che stavano
per scoppiare sopra Corato. Chi può dire lo spavento dei demoni, come se la davano a gambe alla
vista della mia forma crocifissa, come si morsicavano le dita per rabbia e giungevano a prenderla
contro del confessore, che questa mattina mi aveva dato l’ubbidienza di soffrire la crocifissione,
giacché con me non se la potevano prendere, anzi, erano costretti a fuggire da me per il segno della
redenzione che vi scorgevano. Onde, dopo d’averli messi in fuga, me ne sono ritornata in me
stessa, trovandomi con una buona dose di patimenti. Sia tutto per la gloria di Dio.

Giugno 7, 1900
Gesù le consegna le chiavi della giustizia ed una luce per svelarla.

Siccome mi trovavo in qualche modo sofferente, mi pareva che quelle sofferenze erano una
dolce catena che tiravano al mio buono Gesù a farlo venire quasi continuo, e mi pareva che quelle
pene chiamavano Gesù a farlo versare in me altre amarezze. Onde, nel venire, or mi sosteneva nelle
sue braccia per darmi forza, ed ora versava di nuovo. Io però di tanto in tanto gli dicevo: “Signore,
adesso sento in me parte delle vostre pene, vi prego di contentarmi, come vi dissi ieri di darmi
almeno la metà di ciò che serve ad alimento dell’uomo.” E Lui: “Figlia mia, per contentarti ti
consegno le chiavi della giustizia e la conoscenza di quanto è necessario assolutamente di punire
l’uomo, e con ciò farai quello che ti piace, non ne sei tu contenta?”
Nel sentire dirmi ciò mi consolai e dicevo nel mio interno: “Se starà a me, non castigherò
affatto nessuno.” Ma quanto restai disingannata quando il benedetto Gesù mi diede una chiave, e
mi mise in mezzo ad una luce, che guardando da mezzo quella luce scorgevo tutti gli attributi di
Dio, come pure quello della giustizia. Oh! come è tutto ordinato in Dio! E se la giustizia punisce, è
ordine; e se non punisse, non starebbe in ordine cogli altri attributi. Onde mi vedevo misero verme
in mezzo a quella luce, che se volessi impedire il corso alla giustizia, guasterei l’ordine, ed andrei
contro degli uomini stessi, perché comprendevo che la stessa giustizia è amore purissimo verso di
loro. Onde mi son trovata tutta confusa e imbarazzata, perciò per sbarazzarmi, ho detto a Nostro
Signore: “Con questa luce di cui mi avete circondato, capisco le cose diversamente, e se lascereste
fare a me, farei peggio che Voi, perciò non accetto questa conoscenza e vi rinunzio le chiavi della
giustizia; quello che accetto e voglio è che facciate soffrire me e che risparmiate le genti; del resto
non voglio saperne niente.”

E Gesù, sorridendo al mio dire mi ha detto: “Come subito vuoi sbarazzarti, non volendo
conoscere nessuna ragione e volendomi fare più forte violenza te ne vuoi uscire con due parole:
Fasciate soffrire a me e risparmiate loro!” Ed io: “Signore, non è che non voglio sapere ragione,
ma è perché non è uffizio mio, ma vostro. Il mio uffizio è quello d’essere vittima, perciò Voi fate il
vostro uffizio ed io faccio il mio, non è vero mio caro Gesù?” E Lui, mostrando come
un’approvazione, mi è scomparso.

Giugno 10, 1900


Ufficio di vittima. Castighi.

Mi pare che il mio adorabile Gesù continua a dimezzare la giustizia col versare un poco su
di me ed il resto sopra le genti. Questa mattina specialmente, quando mi son trovata con Gesù, mi
si straziava l’anima nel vedere la tortura del suo dolcissimo cuore nel castigare le creature. Era
tanto lo stato sofferente in cui si trovava Gesù, che non faceva altro che mandare continui gemiti,
teneva in testa una folta corona di spine, tutta incarnata dentro, che la testa pareva un pezzo di
spine. Onde, per sollevarlo un poco gli ho detto: “Dimmi mio Bene, che hai che sei tanto
sofferente? Permettemi che vi tolga queste spine che vi tormentano non poco!” Ma Gesù non mi
rispondeva, anzi neppure ascoltava ciò che io dicevo. Quindi, mi son messa a togliere quelle spine,
ad una ad una, e dopo la ho messo sulla mia testa. Or, mentre ciò facevo, ho visto che a parte
lontane doveva fare un terremoto, che farebbe strage di gente. Dopo Gesù mi è scomparso ed io
sono ritornata in me stessa, ma con somma mia afflizione nel pensare allo stato sofferente di Gesù
ed alle sciagure della misera umanità.

Giugno 12, 1900


L’ubbidienza la fa chiedere Gesù la faccia soffrire per impedire i castighi.

Questa mattina, nel venire il mio amabile Gesù ho incominciato a dire: “Signore, che fate?
Pare che vi inoltrate troppo con la giustizia.” E mentre volevo continuare a dire per scusare le
miserie umane, Gesù mi ha imposto silenzio col dirmi: “Taci, se vuoi che mi trattenga con te, vieni
a baciarmi ed a salutarmi con le tue solite adorazioni tutte le mie membra sofferenti.” Così ho
incominciato dalla testa, e poi man mano per le altre membra. Oh! quante piaghe profonde
conteneva quel corpo sacrosanto, che al solo guardarle metteva raccapriccio. Onde, non appena
finito, è scomparso, lasciandomi con scarsissimo patire e con un timore, chi sa come si verserà
sopra le genti, che non si è benignato di versare sopra di me le sue amarezze!
Dopo poco è venuto il confessore e gli ho detto ciò che io ho detto di sopra, e lui mi ha detto
che: “Oggi, per ubbidienza assoluta, quando faccia la meditazione devi pregarlo che ti faccia
soffrire la crocifissione e che cessi di mandare i flagelli.” Così, quando ho fatto la meditazione, l’ho
pregato secondo l’ubbidienza ricevuta quando appena si faceva vedere, ma senza darmi retta, anzi,
or si faceva vedere che volgeva le spalle alle genti, or che dormiva per non essere da me
importunato. E che so io, mi sentivo crepare che non si curava di farmi fare l’ubbidienza, onde ho
preso coraggio, e mettendo tutta la fiducia nella santa ubbidienza, l’ho preso per un braccio e
smovendolo per risvegliarlo gli ho detto: “Signore, che fate? Questo è l’amore che portate alla
vostra virtù tanto prediletta dell’ubbidienza? Questi sono gli elogi che tante volte le avete dato?
Questi sono gli onori che le avete prodigato, fino a dire che vi sentite scosso e non potete resistere
alla virtù dell’ubbidienza e vi sentite soggiogare dall’anima che si dona a questa virtù, che adesso
pare che non vi curate di farmi ubbidire?” Mentre ciò dicevo e altre cose, che andrei troppo per le
lunghe se volessi scriverle, il benedetto Gesù si è scosso, e come colpito da vivissimo dolore, ha
dato in dirottissimo pianto e singhiozzando ha detto: “Anch’Io non voglio mandare flagelli, ma è la
giustizia che mi costringe quasi per forza, ma tu con questo parlare vuoi pungermi al vivo e
toccarmi un tasto troppo per Me delicato e da Me molto amato, tanto che non volli altro onore né
altro titolo che quello di ubbidiente. Ed ecco, per farti vedere che non è che non mi curo di farti
ubbidire, con tutto ciò che la giustizia mi costringe a non farlo, ti partecipo in parte i dolori della
croce.” Mentre ciò facevo, mi è scomparso, lasciandomi contenta che mi ha fatto ubbidire e con un
dispiacere nell’anima, come se avessi stato causa di far piangere il Signore col mio parlare.
Ah! Signore, vi prego a perdonarmi.

Giugno 14, 1900


Effetti della croce.

Trovandomi non poco sofferente, il mio adorabile Gesù nel venire tutta mi compativa e mi
ha detto: “Figlia mia, che hai che soffri tanto? Lasciami sollevarti un poco.” E (ma però Gesù era
più sofferente di me.) così mi dato un bacio, e siccome era crocifisso, mi ha tirato fuori di me stessa
ed ha messo le mie mani nelle sue, i miei piedi nei suoi, la mia testa poggiava sulla sua e la sua
sopra la mia. Come ero contenta nel trovarmi in questa posizione! Sebbene i chiodi e le spine di
Gesù mi davano dolori, erano dolori che mi davano gioia, perché sofferti per l’amato mio Bene,
anzi avrei voluto che più crescessero. Anche Gesù pareva contento di me, che mi teneva in quel
modo attirata a Sé. Mi pareva che Gesù ristorava me ed io fossi di ristoro a Lui. Onde, in questa
posizione, siamo usciti fuori, e avendo trovato il confessore, subito ho pregato per i bisogni di lui,
ed ho detto al Signore che si benignasse di far sentire quanto è dolce e soave la sua voce al
confessore. Gesù per contentarmi si è rivolto a lui ed ha parlato della croce col dire: “La croce
assorbe nell’anima la mia Divinità, la rassomiglia alla mia umanità e ricopia in sé stessa le mie
stesse opere.”

Dopo abbiamo continuato a girare un altro poco ed, oh! quante viste dolorose, che
trafiggevano l’anima da parte a parte! Le gravi iniquità degli uomini, che neppure si abbassano a
fronte della giustizia, anzi si scagliano con maggior furore, quasi che volessero rendere ferite per
doppie ferite, e la grande miseria che loro stessi si stanno preparando. Onde, con nostro sommo
rammarico ci siamo ritirati; Gesù è scomparso ed io mi sono ritirata in me stessa.
Giugno 17, 1900
Stare in Dio è star nella pace.

Siccome questa mattina il benedetto Gesù non ci veniva, nel mio interno mi sentivo
suscitare qualche ombra di turbazione sul perché non ci veniva; onde nel venire mi ha detto: “Figlia
mia, contenersi in Dio e non uscire dai confini della pace è tutto lo stesso. Sicché se tu avverti un
poco di turbazione è segno che fai un poco di uscita da dentro Dio, perché contenersi in Lui e non
aver perfetta pace è impossibile, molto più che i confini della pace sono interminabili, anzi tutto ciò
che a Dio appartiene è tutto pace.”

Dopo ha soggiunto: “Non sai tu che le privazioni all’anima servono come l’inverno alle
piante, che mettono più profonde le radici, le fortifica e le fa rinverdire e fiorire al maggio?” Dopo
ciò, mi ha trasportata fuori di me stessa, ed avendogli raccomandato vari bisogni, mi è scomparso,
ed io mi son trovata in me stessa, con un desiderio di tenermi sempre dentro di Dio, acciocché mi
potessi trovare nei confini della pace.

Giugno 18, 1900


Tutto il creato ci addita l’amore di Dio, il corpo piagato di Gesù, l’amore del prossimo.

Seguitando a non venire, ho cercato d’applicarmi a considerare il mistero della


flagellazione. Mentre ciò facevo, quando appena ho visto il benedetto Gesù tutto piagato e
grondante sangue mi ha detto: “Figlia mia, il cielo con tutto il creato, t’addita l’amor di Dio; il mio
corpo piagato t’addita l’amor del prossimo, tanto che la mia umanità unita alla mia Divinità, di due
nature ne feci una sola e li resi inseparabili, perché non solo soddisfeci alla divina giustizia, ma
operai la salvezza degli uomini. E per fare che tutti assumessero quest’obbligo d’amare Dio ed il
prossimo, non solo ne feci uno solo, ma giunsi a farne un precetto divino. Sicché le mie piaghe ed
il mio sangue sono tante lingue che insegnano ad ognuno il modo d’amarsi e l’obbligo che tutti
hanno di badare alla salvezza altrui.”

Dopo, prendendo un aspetto più afflitto, ha soggiunto: “Che tiranno spietato è per Me
l’amore, che non solo impiegai tutto il corso della mia vita mortale in continui sacrifizi, fino a
morire svenato sopra d’una croce, ma mi lasciai vittima perenne nel sacramento dell’Eucaristia. E
questo non solo, ma tutte le mie membra predilette le tengo vittime viventi in continue sofferenze,
impiegate per la salvezza degli uomini, come fra tanti ho eletto te, per tenerti sacrificata per amor
mio e per gli uomini. Ah si! il mio cuore non trova requie né riposo se non trova l’uomo, e l’uomo,
l’uomo, come mi corrisponde? Con ingratitudini enormissime!” Detto ciò è scomparso.

Giugno 20, 1900


L’umiltà più perfetta produce nell’anima l’unione più intima con Dio.

Questa mattina, trovandomi fuori di me stessa e non trovando il mio sommo Bene, ho
dovuto girare e rigirare in cerca di Lui; quando mi sono stancata fino a sentirmi venir meno, me lo
son sentito da dietro le spalle, che mi sorreggeva. Onde ho disteso la mano e l’ho tirato innanzi
dicendogli: “Diletto mio, sai che non posso stare senza di te, eppure mi fai tanto aspettare, fino a
farmi venir meno. Dimmi almeno, qual è la causa? Dove ti ho offeso che mi sottoponi a strazi sì
crudeli, a martìri sì dolorosi, qual è la tua privazione?” E Gesù, interrompendo il mio dire, mi ha
detto: “Figlia mia, figlia mia, non accrescere più strazio al mio cuore esacerbato al sommo,
trovandosi in continua lotta per le violenze che continuamente tutti mi fanno: Violenza mi fanno le
iniquità degli uomini, che attirando su di loro la giustizia mi sforzano a castigarli, e la giustizia
cozzandosi in continua lotta con l’amore che ho verso degli uomini, mi strazia il cuore, in modo sì
doloroso da farmi morire continuamente! Violenza mi fai tu, che venendo Io e conoscendo tu i
castighi che sto facendo, non te ne stai quieta, no, ma mi sforzi, mi fai violenza e non vuoi che
castighi, e conoscendo Io che tu non puoi fare diversamente alla mia presenza, per non esporre il
mio cuore ad una lotta più fiera, mi astengo dal venire. Perciò, non volermi violentare a farmi
venire per ora; lasciami sfogare il mio furore e non voler accrescere le mie pene col tuo parlare. Al
resto, non voglio che ci pensi perché l’umiltà più perfetta, più sublime, è quella di perdere ogni
ragione e di non discorrere sul perché e come, ma di disfarsi nel proprio nulla, e mentre sta ciò
facendo, senza avvedersi, si trova dispersa in Dio, e con ciò produce nell’anima l’unione più intima,
l’amore più perfetto verso il sommo Bene. Ma però con sommo vantaggio dell’anima, perché
perdendo la propria ragione, acquista la ragione divina, e perdendo ogni discorso sul conto proprio,
cioè, se freddo o caldo, se favorevoli o avverse le cose che le succedono, s’interesserà e acquisterà
un linguaggio tutto celeste e divino. Oltre di ciò, l’umiltà produce nell’anima una veste di
sicurezza, onde, involta in questa veste di sicurezza, l’anima se ne sta nella calma più profonda,
tutta abbellendosi per piacere al suo diletto ed amato Gesù.”

Chi può dire quanto son lasciata sorpresa da questo suo parlare? Non ho avuto una parola
per rispondergli. Onde dopo poco mi è scomparso ed io mi son trovata in me stessa, quieta, si, ma
al sommo afflitta, prima per le afflizioni e le lotte in cui si trovava il mio caro Gesù, e poi per
timore che ancora non ci venisse. Chi potrà resistere? Come farò a sopportare me stessa per la sua
assenza? Ah! Signore, datemi la forza per sopportare sì duro martirio, tanto insopportabile alla mia
povera anima! Del resto, dite quel che volete, che da me non lascerò nessun mezzo, tenterò tutte le
vie, userò tutti gli stratagemmi come tirarvi a venire.

Giugno 24, 1900


La croce è l’alimento dell’umiltà.

Dopo aver passato qualche giorno di privazione, al più qualche ombra ed a lampo, ma però
tutte le mie potenze me le sentivo tutte addormentate, in modo che io stessa non capii ciò che
succedeva nel mio interno. In questo assonnamento una sola pena si destava nel mio interno, ed era
che mi pareva di essermi accaduto come a colui che mentre dorme perde la vista, ovvero viene
spogliato di tutte le sue ricchezze, onde il misero non può né dolersi, né difendersi, né usare qualche
mezzo per liberarsi dai suoi infortuni. Poveretto, in che stato compassionevole si trova! Ma qual’è
la causa? Il sonno, perché se fosse desto, certo che si saprebbe ben difendere dalle sue sventure.
Tale è il mio misero stato; non mi vien dato neppure di mandare un gemito, un sospiro, di versare
una lacrima, perché ho perduto di vista colui che è tutto il mio amore, tutto il mio bene e che forma
tutto il mio contento. Pare che per non farmi dolere della sua privazione, mi ha assonnato e mi ha
lasciato. Ah! Signore, destatemi Voi, acciocché possa vedere le mie miserie e conoscere almeno di
che sono priva.

Ora, mentre mi trovavo in questo stato, da dentro il mio interno ho inteso il benedetto Gesù,
che si lamentava continuamente. Quei lamenti hanno ferito il mio udito ed un po’ destandomi ho
detto: “Mio solo ed unico bene, dai vostri lamenti avverto lo stato troppo sofferente in cui vi
trovate. Ciò avviene che volete soffrire da solo e non volete farmi parte delle vostre pene, anzi, per
non avermi in vostra compagnia mi avete assonnato e mi avete lasciato senza farmi capire più
nulla. Capisco il tutto donde ciò viene, che per essere più libero nel castigare, ma deh! abbiate
compassione di me, che senza di Voi sono cieca, e di Voi, che è sempre buono in tutte le
circostanze avere uno che vi faccia compagnia, che vi sollevi e che in qualche modo spezzi il tuo
furore. Perché per ora state saldo e mandate flagelli, ma quando vedrete le vostre immagini perire
per la miseria, manderete più lamenti che ora e forse mi direte: “Ah! se tu ti avessi più impegnato a
placarmi, se avessi preso su di te le pene delle creature, non vedrei tanto straziate le mie stesse
membra!” Non è vero mio pazientissimo Gesù? Deh! sollevatevi un poco e lasciatemi soffrire in
vece vostra!”

Mentre ciò dicevo, Lui continuamente si lamentava, quasi in atto di voler essere compatito e
sollevato, ma lo voleva essere strappato quasi per forza questo stesso sollievo, onde dietro le mie
importunità, ha disteso nel mio interno le sue mani e piedi inchiodati e mi ha partecipato un poco le
sue pene. Dopo ciò, dando un po’ di tregua ai suoi lamenti, mi ha detto: “Figlia mia, sono i tristi
tempi che a ciò mi costringono, perché gli uomini si sono tanto ingagliarditi ed insuperbiti, che
ognuno crede di essere dio a sé stesso, e se Io non metto mano ai flagelli, farei un danno alle loro
anime, perché la sola croce è l’alimento dell’umiltà. Onde, se ciò non facessi, verrei Io stesso a far
mancare il mezzo come farli umiliare ed arrenderli dalla loro strana pazzia, sebbene la maggior
parte più mi offendono, ma Io faccio come un padre che spezza a tutti il pane come alimentarsi, che
alcuni figli non lo vogliono prendere, anzi se ne servono per gettarlo in faccia al padre. Che colpa
ne ha il povero padre? Tale sono Io. Perciò, compatiscimi nelle mie afflizioni.” Detto ciò è
scomparso, lasciandomi mezzo desta e mezzo addormentata, non sapendo io stessa né se devo
perfettamente destarmi, né se devo un’altra volta assonnarmi.

Giugno 27, 1900


L’anima deve riconscersi in Gesù, non in sé stessa.

Continuo a starmi assonnata. Questa mattina per pochi minuti mi son trovata desta e
comprendevo il mio stato miserabile, sentivo l’amarezza della privazione del mio sommo ed unico
Bene; appena ho potuto versare due lacrime, dicendogli: “Mio sempre e buon Gesù, come non
vieni? Queste non sono cose da farsi, ferire un’anima di te, e poi lasciarla! E per soprappiù, per
non farle conoscere quello che fate, la lasciate in preda del sonno. Deh! vieni, non farmi tanto
aspettare!”

Mentre ciò dicevo ed altri spropositi ancora, in un istante è venuto e mi ha trasportato fuori
di me stessa; e siccome volevo dirgli il mio povero stato, Gesù, imponendomi silenzio mi ha detto:
“Figlia mia, quello che voglio da te, è di non più riconoscerti in te stessa, ma di riconoscerti
solamente in Me; sicché di te non più ti ricorderai, né avrai più di te riconoscenza, ma ti ricorderai
di Me, e disconoscendo te stessa acquisterai la mia sola riconoscenza, ed a misura che oblierai e
distruggerai te stessa, così avanzerai nella mia conoscenza e ti riconoscerai solamente in Me, e
quando avrai tu ciò fatto, non più penserai più con la tua mente, ma con la mia; non guarderai coi
tuoi occhi, non più parlerai con la tua bocca, né palpiterai col tuo cuore, né opererai con le tue mani,
né camminerai coi tuoi piedi, ma tutto coi miei, perché per riconoscersi solamente in Dio, l’anima
ha bisogno che vada alla sua origine e che ritorni al suo principio, Iddio, cio’è, da donde uscì, e che
uniformi tutta sé stessa al suo Creatore; e tutto ciò che ritiene di sé stessa e che non è conforme al
suo principio, lo deve disfare e ridursi al nulla. In questo sol modo, nuda, disfatta, può ritornare alla
sua origine e riconoscersi solo in Dio, ed operare secondo il fine per cui è stata creata. Ecco perciò,
che per uniformarsi tutta in Me, l’anima deve rendersi indivisibile con Me.”

Mentre ciò diceva, io vedevo il castigo terribile delle piante disseccate e come più si deve
inoltrare. Appena ho potuto dire: “Neh! Signore, come faranno le povere genti?” E Lui, per non
darmi retta, come un lampo mi è sfuggito e scomparso. Chi può dire l’amarezza dell’anima mia nel
ritrovarmi in me stessa, per non avergli potuto dire neppure una parola per me e per il mio
prossimo, e per la tendenza al sonno, che di nuovo son rimasta?
Giugno, 1900
I castighi presenti, non sono altro che predisposizione ai castighi futuri.

Questa mattina, trovandomi sommamente afflitta per la privazione del mio amante Gesù,
quando appena l’ho visto e mi ha detto: “Figlia mia, quante maschere si smaschereranno in questi
tempi di castighi! Perché questi castighi presenti non sono altro che una predisposizione a tutti i
castighi che ti manifestai nel corso dell’anno scorso.”

Mentre ciò diceva, io nel mio interno dicevo: “Se il Signore continua a fare nel modo che
sta facendo, cioè, che siccome vuol mandare castighi non viene, non mi partecipa le sue pene, mi
tratta con modi insoliti, chi potrà resistere? Chi mi darà la forza a starmene in questo stato?” E
Gesù, rispondendo al mio pensiero, ha soggiunto in atto di compatimento: “Ed allora, vuoi tu che
sospenda per un poco lo stato di vittima, e poi te lo faccia riprendere?” Mentre ciò diceva ho
provato tale confusione ed amarezza, mi vedevo che il Signore con quella proposta mi cacciasse da
Sé, che non ho saputo dire né sì, né no, oppure per sentire che cosa decide l’ubbidienza. Onde,
senza aspettare il mio dire, mi è scomparso, lasciandomi come un chiodo fitto nel cuore, nel pensare
che Gesù mi rigettava da Sé. Era tanto il dolore, che non ho fatto altro che versare lacrime amare.

Giugno 29, 1900


Gesù e Luisa si ristorano a vicenda.

Continuando a starmi amareggiata, il mio adorabile Gesù, avendo di me compassione è


venuto e pareva che mi sostenesse tra le sue braccia. Poi, trasportandomi fuori di me stessa, vedevo
che vi regnava un profondo silenzio, una mestizia, un lutto da per ogni dove. Era tanta
l’impressione che faceva sull’animo nel vedere in quel modo le genti, che si provava una stretta di
cuore. Allora il benedetto Gesù, tirandomi come in disparte mi ha detto: “Figlia mia, allontaniamo
per poco ciò che ci affligge e ristoriamoci a vicenda.”

Mentre ciò diceva, ha cominciato a carezzarmi e baciarmi, ma era tanta la confusione mia,
che non ardivo di rendergli i baci e le carezze, e Lui ha soggiunto: “Come! Io ristoro te coi baci e
con le carezze, e tu non vuoi ristorare Me col rendermi i tuoi baci e le tue carezze?” Così mi son
sentita fiducia di rendergli la pariglia; e mentre ciò facevo, mi è scomparso.

Luglio 2, 1900
Coi suoi patimenti, Luisa evita un castigo.

Continuo a starmi amareggiata ed afflitta, come una stupidita. Questa mattina non c’era
venuto affatto; è venuto il confessore ed ha messo l’intenzione della crocifissione. In primo il
benedetto Gesù non concorreva, onde, dopo averlo pregato che si benignasse di farmi ubbidire,
quando appena mi si faceva vedere mi ha detto: “Che vuoi? Perché volermi fare violenza per forza
una volta che è necessario castigare i popoli?” Ed io: “Signore, non sono io, è l’ubbidienza che
così vuole.” E Lui: “Ebbene, quando è l’ubbidienza ti voglio partecipare la mia crocifissione e fra
tanto voglio ristorarmi un poco.” Mentre ciò diceva, mi ha partecipato i dolori della croce, e mentre
io soffrivo, Gesù si è messo vicino a me, e pareva che si ristorasse alquanto. Ora, mentre mi
trovavo in questa posizione insieme con Lui, mi ha fatto vedere nell’aria, che da una parte veniva
una nube nera, nera, che al sol vederla metteva terrore e spavento, e tutti dicevano: “Questa volta
moriamo.” Mentre tutti stavano atterriti, si è sollevata da mezzo a me e Gesù una croce
risplendente, che facendosi contro a quella procella, l’ha messo in fuga, in gran parte, tanto che
pareva che le genti si calmavano. Non so dire certo, mi pare che fosse un uragano accompagnato da
fulmine e da grandine tanto forte, da aver forza di portarsi le fabbriche appresso; e la croce che l’ha
fugato in gran parte mi pareva che fosse il piccolo mio patire, che Gesù mi ha partecipato. Sia
benedetto il Signore, e tutto sia per la sua gloria ed onore.

Luglio 3, 1900
Castighi con mali contagiosi e mortali.

Questa mattina, avendo fatto la comunione, quando appena ho visto il mio adorabile Gesù
gli ho detto: “Mio diletto Signore, com’è che mandate tante castighi? Perché questa volta non
volete a nessun conto placarvi? Pare che tutti i mezzi son venuti meno, né il pregare, né il dire:
“Signore versate a me le vostre amarezze.” Ahi! non è stato il vostro solito agire in questo modo!”
Mentre ciò dicevo, Gesù benedetto, spezzando il mio dire ha risposto: “Eppure, figlia mia, i
castighi che sto mandando son niente ancora a confronto di quelli che stanno preparati. Perciò non
volerti affligere per questi, perché non sono materia di grande afflizione.”

Mentre ciò diceva, innanzi a me vedevo tante persone infettate da malori contagiosi, che se
ne morivano, onde, presa da raccapriccio, gli ho detto: “Neh! Signore, ci vorrebbe anche questa?
Che fate? Che fate? Se ciò volete fare, toglietemi da questa terra, che non mi regge l’animo vedere
spettacoli così funesti. Eppoi chi potrà resistere a continuare in questo stato in cui mi avete messo,
che non ci venite, oppure ad’ombra, ma non solo, ma mi lasciate stupidita, assonata, che non mi fate
capire più niente. Eppure mi diceste che mi avresti fatto stare così finchè in qualche modo
sfogereste il vostro furore. Ora volete aggiungere furore a furore, pare che non la finirite per ora,
quindi, povera me! Povera me! Chi mi darà la forza a stare in questo stato? Chi potrà resistere?”

Mentre sfogavo la mia afflizione, Gesù compatendomi mi ha detto: “Figlia mia, non temere
del tuo stato d’assonnamento, questo dice che così come Io sto con le genti, come se dormissi, come
se non le sentissi e guardassi, così ho messo te nello stesso stato. Del resto, se ti dispiace, ti lo dissi
un’altra volta , vuoi che ti sospenda lo stato di vittima?” Ed io: “Signore, non vuole l’ubbidienza
che accetti la sospensione.” E Lui: “Ebbene, che vuoi da Me? Statti quieta ed ubbidisci!” Chi può
dire quanto sono restata afflitta? Non solo, ma mi pare di essere restata tanto addormentate le
potenze interne, da vivere come se non vivessi. Ah! Signore, abbiate pietà di me, non mi lasciate in
abbandono, in un stato sì compassionevole e doloroso!

Luglio 9, 1900
Vivere non solo per Dio ma in Dio.

Continua lo stesso stato e forse anche peggio, e se qualche volta si fa vedere, è ad ombra ed
a lampi, è quasi sempre in silenzio. Questa mattina, trovandomi al sommo dell’afflizione e della
stupidità per il sonno continuo, quando appena si è fatto vedere mi ha detto: “Coraggio figlia mia,
l’anima veramente mia non solo deve vivere per Dio, ma in Dio. Tu cerca di vivere in Me, che in
Me troverai il ricettacolo di tutte le virtù e passeggiando in mezzo a loro ti alimenterai del loro
profumo, tanto da restarne satolla, e tu stessa non farai altro che mandare luce e profumo celeste,
perché il vivere in Me è la vera virtù, ed ha virtù di dare all’anima la stessa forma della Divina
Persona in cui fa la sua dimora, e di trasformarla nelle stesse virtù divine di cui si nutrisce.”

Dopo ciò, come lampo è scomparso, e l’anima mia, correndo dietro a quel lampo, si è
trovata fuori di me stessa, ma era già sfuggito, e non mi è stato dato di ritrovarlo, ed ho sotto
l’amarezza di vedere grandine terribile, che avevano fatto grande strage, fulmini come se avessero
prodotto degli incendi ed altre cose che stavano preparate. Visto ciò, mi son ritrovata in me stessa,
più afflitta di prima.

Luglio 10, 1900


Differenza tra vivere per Dio, e vivere in Dio.

Trovandomi nella stessa confusione, come un lampo si è fatto vedere e mi ha fatto capire
che non avevo scritto tutto ciò che Lui mi aveva detto il giorno innanzi, cioè, che l’anima non solo
deve vivere per Dio, ma in Dio. Onde il benedetto Gesù mi ha ripetuto la differenza che passa tra il
vivere per Dio ed il vivere in Dio, col dirmi: “Nel vivere per Dio, l’anima può star soggetta alle
turbazioni, alle amarezze, ad essere incostante, a sentire il peso delle passioni, a mischiarsi nelle
cose terrene. Ma il vivere in Dio, no, è tutto diverso, perché la cosa principale per fare che una
persona potessi entrare ad abitare in un’altra persona, è deporre tutto ciò che è suo, cioè, spogliarsi
di tutto, lasciare le proprie passioni, in una parola, lasciare tutto per trovare tutto in Dio. Or, quando
l’anima, non solo si è spogliata, ma assottigliata ben bene, allora potrà entrare per la porta stretta del
mio cuore a vivere in Me, a mio modo e della mia stessa vita, perché sebbene il mio cuore è
larghissimo, tanto che non c’è termino ai suoi confini, ma la porta però è strettissima e solo può
entrarvi chi è denudato di tutto. E questo con ragione, perché essendo Io santissimo, non
ammetterei giammai a vivere in Me alcunché che fosse estraneo alla mia santità. Perciò, figlia mia,
cerca di vivere in Me e possederai il paradiso anticipato.”

Chi può dire quanto comprendevo su di questo vivere in Dio? Ma dopo è scomparso e sono
lasciata nel mio stesso stato.

Luglio 11, 1900


Le sofferenze di Luisa, fanno meno rigorosi i castighi.

Questa mattina, avendo fatto la comunione e continuando lo stesso stato di confusione, me


ne stavo tutta rannicchiata in me stessa, quando ho visto il mio adorabile Gesù, che veniva a me
tutto in fretta, dicendomi: “Figlia mia, spezzami un poco il mio furore, altrimenti...!” Ed io, tutta
spaventata, ho detto: “Che volete che faccia per spezzare il vostro furore?” E Lui: “Col richiamare
in te le mie sofferenze verrai a placare il furore mio.”

In questo mentre, vedevo come se chiamasse il confessore, mandando un raggio di luce, e


lui subito ha messo l’intenzione di farmi soffrire la crocifissione. Il Signore benedetto prontamente
ha concorso ed io mi son trovata in tante sofferenze che per la forza dei dolori mi sentivo uscire
l’anima dal corpo. Quando mi credevo in punto di spirare, e contenta io che Gesù ricevesse l’anima
mia, ho visto il confessore, che col dire “basta, basta,” mi richiamava in me stessa.

Allora Gesù mi ha detto: “L’ubbidienza ti chiama.” Ed io: “Neh! Signore me ne voglio


venire!” E Gesù: “Che vuoi da Me? L’ubbidienza continua a chiamarti.” E così pare che questa
nuova ubbidienza non ha fatto andare più innanzi le sofferenze. Ma obbedienza certo per me
crudele, perché mentre mi pareva d’afferrare il porto, sono stata sbalzata fuori e navigare la via.
Onde dopo, sebbene son lasciata sofferente, ma non mi sentivo quella cosa di morire, il mio
benigno Signore ha ripreso a dire: “Figlia mia, se tu oggi non avessi spezzato il mio furore, era
giunto tanto al colmo, che non solo avrei distrutto le piante, ma anche gli uomini; e se lo stesso
confessore non si avessi interposto col richiamare in te le mie sofferenze, non avrei avuto neppure
riguardo di lui. E’ vero che sono necessari i castighi, ma è necessario che di tanto in tanto, quando
il mio furore si inoltra, che tu me lo spezzi, altrimenti figlia mia, quanti flagelli di più manderò!” E
mentre ciò diceva, mi pareva di vederlo tutto stanco, che lamentandosi, or diceva: “Figlia mia.” Ed
or: “Figli miei, poveri figli miei, come vi veggo ridotti!” E con mia sorpresa mi ha fatto capire che
dopo essersi calmato un poco, doveva riprendere il furore per continuare i castighi, e questo era
servito solo a non farlo infierire troppo contro le genti. Ah! Signore, placatevi ed abbiate pietà di
quei tali che Voi stesso chiamate “figli miei”!

Luglio 14, 1900


Il decreto dei castighi è firmato...

Pare che ho passato diversi giorni senza stare immersa nel letargo del sonno ed un poco
insieme con Gesù benedetto, dandoci a vicenda un po’ di ristoro. Ma quanto temo che mi abbia a
gettare un’altra volta in quel sonno così profondo.

Onde questa mattina, dopo avermi ristorata col latte che scorreva dalla sua bocca,
versandola in me, ed io l’ho ristorato col togliergli la corona di spine per conficcarla nella mia testa,
tutto afflitto mi ha detto: “Figlia mia, il decreto dei castighi è firmato, non resta altro che decidere il
tempo dell’esecuzione.”

Luglio 16, 1900


I castighi servono per il bene delle creature.

Questa mattina il mio adorabile Gesù non ci veniva. Dopo molto aspettare è venuto e mi ha
detto: “Figlia mia, la miglior cosa è rimetterti in Me ed al mio Volere, onde rimettendoti in Me,
essendo Io pace, ancorché vedessi mandare castighi, resteresti in pace, senza provare turbazione.”
Ed io: “Ah! Signore, sempre là andate, ai castighi. Placatevi una volta e non più flagelli. E poi,
non posso rimettermi al vostro Volere a questo riguardo.” E Lui ha soggiunto: “Non posso
placarmi. Che diresti tu se vedessi una persona denudata, e che invece di coprire la sua nudità,
badasse ad ornarsi di gingilli, lasciando le parti più necesarie esposte alla nudità?” Ed io: “Mi
farebbe orrore a vederla, e certo l’avrei biasimata.” E Lui: “Ebbene, tali sono le anime, denudate
del tutto, non hanno più virtù che le coprano, onde è necessario che le percuota, le flagelli, le
spoglie, per farle rientrare in loro stesse e farle badare alla nudità delle loro anime, più necessario
che non è il corpo. E se Io ciò non facessi, baderei ai gingilli, come la persona da te biasimata, e
quale sono le cose che si riferiscono al corpo, e non baderei alla cosa più essenziale, qual è l’anima,
che l’hanno ridotta sì mostruosa da non più riconoscersi.”

Dopo ciò mi pareva che tenesse in mano una cordicella, che menandola da dietro il collo mi
legava, e poi legava il suo a quella stessa corda, e così ha fatto al cuore ed alle mani, e con ciò
pareva che mi legasse tutta al suo Volere. Fatto ciò è scomparso.

Luglio 17, 1900


Luisa dà un sollievo a Gesù. La fa considerare i castighi che risparmia.

Avendo fatto la comunione, non vedevo secondo il solito il benedetto Gesù, onde dopo aver
molto aspettato, mi son sentita uscire fuori di me stessa e l’ho trovato. Appena visto mi ha detto:
“Figlia, stavo ad aspettarti per potermi in te, un po’ riposare, che più non posso. Deh! dammi un
sollievo!”
Subito l’ho preso fra le mie braccia per contentarlo e l’ho visto che teneva una piaga
profonda alla spalla, che faceva compassione e ribrezzo a guardarla. Onde per pochi minuti si è
riposato, e dopo quel breve riposo, ho fatto per guardare, e la piaga era quasi risanata, quindi, tra la
meraviglia e lo stupore, e vedendolo più sollevato, ho preso coraggio e gli ho detto: “Signore
benedetto, il mio povero cuore è straziato da un timore, che non mi vuoi più bene. Temo che sia
incorsa nella tua indignazione, perciò più non vieni come prima e non versate in me le vostre
amarezze e non date a me più il mio bene, qual è il patire, e negandomi questo, venite a negarmi
Voi stesso. Deh! date la pace ad un povero cuore! Dimmi, assicurami, giurami, mi vuoi bene?
Continui a volermi bene?” E Lui: “Si, si, si, ti voglio bene.” Ed io: “Come posso essere sicura di
ciò, mentre quando ad una persona si vuole vero bene, tutto ciò che vuole si dà? Io vi dico: “Non
castigate le genti,” e Voi le castigate. “Versate le amarezze,” e non le versate, anzi, pare che questa
volta vi inoltrate troppo. Onde, dove posso io appoggiarmi che mi vuoi bene?” E Lui: “Figlia mia,
tu tieni conto dei castighi che mando, e di quelli che risparmio non ne fai conto. Quanti altri
castighi avrei mandato, quante altre stragi e sangue avrei fatto versare, se non avessi riguardo a quei
pochi che mi amano, ed Io amo d’un amore speciale?”

Onde, dopo ciò, pareva che Gesù prendesse la via per andare dove succedevano strazi di
carne umana, ed io, volendo seguirlo, non mi è stato dato di farlo e con mio sommo rammarico mi
son trovata in me stessa.

Luglio 18, 1900


I peccati delle genti cadono sopra loro stessi, formando la loro rovina.

Trovandomi nel solito mio stato, quando appena ho visto il mio adorabile Gesù, tutto afflitto
dentro il mio cuore, ed insieme ho visto molta gente che commettevano tanti peccati, questi peccati
prendevano la volta verso di me, per venire a ferire il mio diletto Signore fin dentro il mio cuore,
ma Gesù, respingendoli da Sé, venivano a cadere sopra le stesse genti, e cadendo sopra di loro,
formavano la loro stessa rovina, cambiandosi in tante specie di flagelli sopra dei popoli, da far
raccapricciare i cuori più duri. Allora Gesù, tutto affliggendosi, mi ha detto: “Figlia mia, dove
giunge la cecità degli uomini, che mentre cercano di ferire Me, feriscono sé stessi con le loro
proprie mani.”

Luglio 19, 1900


Luisa si offre a soffrire per risparmiare alle genti.

Questa mattina, dopo essere stata tutta la notte e gran parte della mattina ad aspettare il mio
adorabile Gesù, non si benignava di venire. Onde, stanca d’aspettarlo, mi sforzavo di uscire dal
mio solito stato, pensando che non fosse più Volontà di Dio. Mentre mi sforzavo di uscire, quasi
impaziente, il mio benigno Gesù si è mosso da dentro il mio cuore, facendosi vedere appena e
guardandomi in silenzio. Impaziente come ero, gli ho detto: “Mio buon Gesù, come tanto crudele!
Si può dare crudeltà più grande di questa, abbandonare un’anima in preda allo spietato tiranno
dell’amore, che la fa vivere in continua agonia? Oh! come ti sei cambiato, da amante in crudele!”

Mentre ciò dicevo, innanzi a me vedevo tante membra di gente mutilate, perciò ho
soggiunto: “Ah, Signore, quanta carne umana mutilata! Quante amarezze e pene! Ahi! non era
minor crudeltà se ti fossi soddisfatto in questo mio corpo, a farlo in tanti pezzi per quante divisioni
avete fatto fare in queste membra? Non era minor male veder soffrire una sola che tanti poveri
popoli?” Mentre ciò dicevo, Gesù continuava a guardarmi fisso, come se restasse colpito, non so
dire se dispiaciuto pure, e mi ha detto: “Eppure è il principio del giuoco, ancora è niente a
confronto di ciò che verrà.” Detto ciò si è involato alla mia vista, senza poterlo più vedere,
lasciandomi in un mare di amarezze.

Luglio 21, 1900


Necessità della purificazione.

Dopo aver passato un giorno assopita e tanto assonnata che non capivo me stessa, avendo
fatto la comunione, mi son sentita uscire fuori di me stessa e non ho trovato il mio sommo ed unico
Bene, ho incominciato a girare e rigirare, dando in delirio. Mentre ciò facevo, mi son sentita una
persona in braccia, tutta velata, che non potevo vedere chi fosse, onde, non potendo più resistere, ho
squarciato quel velo ed ho visto il sospirato mio Tutto. Nel vederlo mi son sentita che volevo
rompere in querele e spropositi, ma Gesù per spezzare la mia impazienza ed il mio delirio, mi ha
dato un bacio. Quel bacio mi ha infuso la vita, la calma, ha spezzato la mia impazienza, tanto che
non ho saputo dire più niente. Allora, dimenticando tutte le mie miserie, che ne ho tante, mi son
ricordata delle povere genti, ed ho detto a Gesù: “Placatevi, risparmiate tanti popoli da strazi così
crudeli. Andiamo insieme a quelle parti dove tali cose succedono, affinché rincoriamo e
consoliamo quei poveri cristiani che si trovano in stato sì triste.” E Lui: “Figlia mia, non voglio
portarti, che il tuo cuore non reggerebbe a vedere carneficina sì straziante.” Ed io: “Ah! Signore,
come è stato che ciò avete permesso?” E Lui: “E’ necessario, assolutamente, per la purgazione in
tutte le parti, perché nel campo seminato da Me hanno cresciuto tanto le cattive erbe, le spine, che si
son fatti alberi, e questi alberi spinosi non fanno altro che innondare il mio campo d’acque velenose
e pestifere, che se qualche spiga vi si mantiene intatta, non riceve altro che punture e fetore, tanto
che non possono germogliare altre spighe, primo, perché manca loro il terreno, occupato da tante
piante nocive; secondo, per le continue punture che ricevono, che non danno loro pace. Ecco la
necessità della strage, per svellere tante piante cattive, e lo spargimento del sangue per purgare il
mio campo dalle acque velenose e pestifere. Perciò, non volerti rattristare al principio, perché non
solo là dove ho mandato già i flagelli, ma in tutte le altre parti ci vuole la purgazione.”

Chi può dire la costernazione del mio cuore nel sentire questo parlare di Gesù? Onde di
nuovo ho insistito che volevo andare a vedere, ma Gesù, non dandomi retta, mi è scomparso ed io,
rimasta sola, ho preso la via per andare, ed or trovavo un angelo, che mi rivolgeva indietro, ed or
anime purgante, tanto che sono stata costretta a ritornare in me stessa.

Luglio 25, 1900


No c’è crudeltà alcuna in Gesù, ma tutto è amore.

Questa mattina il mio adorabile Gesù è venuto e mi ha fatto vedere una macchina dove
pareva che si stritolassero tante membra umane, e come due segni di castighi nell’aria di castighi
che mettevano terrore. Chi può dire la costernazione del mio cuore nel vedere tutto ciò? Ma il
benedetto Gesù, vedendomi così amareggiata mi ha detto: “Figlia mia, allontaniamo per poco ciò
che tanto ci affligge e solleviamoci col giocare un poco insieme.”

Chi può dire ciò che è passato tra me e Gesù in questo giuoco, le finezze d’amore, gli
stratagemmi, i baci, le carezze che a vicenda ci facevamo? Sebbene mi passava il mio diletto Gesù,
perché io essendo debole, venivo meno, tanto vero, che non potendo contenere in me ciò che Lui mi
dava, ho detto: “Diletto mio, basta, basta, che più non posso, io vengo meno, il mio povero cuore
non è tanto largo da essere capace di ricevere tanto, perciò basta per ora.” Allora, volendomi
rimproverare il parlare dell’altro giorno, dolcemente mi ha detto: “Fammi sentire le tue querele, di’,
di’, sono Io crudele? Il mio amore per te si è cambiato in crudeltà?” Ed io, tutta arrossendo, ho
detto: “No, Signore, non siete crudele quando venite, ma quando non ci venite, allora dirò che siete
crudele.” Sorridendo Lui al mio dire, ha soggiunto: “Pure continua a dire che quando non vengo
sono crudele? No, no, non ci può essere in Me crudeltà alcuna, ma tutto è amore; e sappi che se è
come tu dici, lo stesso essere crudele è amore più grande.”

Luglio 27, 1900


Visioni di attacchi alla Chiesa e di persecuzione nella Cina.

Trovandomi tutta preoccupata sul misero mio stato, specialmente che non fosse più Volontà
di Dio, e ritenevo come indizio certo lo scarso patire e le sue continue privazioni. Ora, mentre mi
stavo logorando il piccolo mio cervello su di ciò e sforzandomi per uscirne, il mio sempre buon
Gesù, come lampo si è fatto vedere dicendomi: “Figlia mia, che vuoi tu che faccia? Dimmi, Io farò
ciò che vuoi tu.” Ad una proposta sì inaspettata, non ho saputo che dire, provavo una tale
confusione che il benedetto Gesù dovesse fare ciò che io volevo, mentre io devo fare ciò che Lui
vuole, che sono restata muta. Onde, non vedendomi dire niente, come lampo è sfuggito, ed io,
correndo dietro a quella luce mi son trovata fuori di me stessa, ma non l’ho trovato e sono andata
girando la terra, il cielo, le stelle, ed or lo chiamavo con la voce, ed or col canto, pensando tra me
che il benedetto Gesù a sentire la voce ed il mio canto resterebbe ferito e con sicurezza lo avrei
trovato.

Ora mentre giravo, ho visto lo strazio crudele che si continua a fare nella guerra della Cina,
le chiese abbattute, le immagini di Nostro Signore gettate per terra, e questo è niente ancora. Quello
che mi ha fatto più spavento è stato il vedere che, se ora lo fanno i barbari, i secolari, poi lo faranno
i finti religiosi, che smascherandosi e facendosi conoscere chi sono, unendosi cogli aperti nemici
della Chiesa, daranno un tale assalto, che pare incredibile a mente umana. Oh! quanti strazi più
crudeli! Pare che hanno giurato tra loro di finirla per la Chiesa. Ma il Signore prenderà vendetta di
loro col distruggerli, perciò, sangue da una parte e sangue dall’altra. Onde mi son trovata dentro
d’un giardino che mi pareva che fosse la Chiesa, e dentro là vi era una turba di gente sotto l’aspetto
di dragoni, di vipere e di altre bestie inferocite, che devastando quel giardino, e poi uscendo fuori,
formavano la rovina delle genti. Or, mentre ciò vedevo, mi son trovata in braccia il mio diletto
Signore ed io ho detto: “Finalmente che vi avete fatto trovare, siete Voi veramente il mio caro
Gesù?” E Lui: “Si, si, sono il tuo Gesù.” Ed io volevo dirgli che risparmiasse tanta gente, ma Lui,
non dandomi retta a questo, tutto afflitto ha soggiunto: “Figlia mia, sono bastantemente stanco,
andiamo nel leto a riposare se vuoi che mi trattengo con te.” Ed io, temendo che se ne andasse ho
fatto silenzio, facendogli prendere il sonno. Onde dopo poco è rientrato nel mio interno,
lasciandomi rincorata, si, ma sommamente afflitta.

Luglio 30, 1900


Luisa ferma la spada della giustizia.

Ho passato una notte ed un giorno inquieta. Fin da principio mi sentivo uscire fuori di me
stessa, senza che potessi trovare il mio adorabile Gesù; non vedevo altro che cose che mi facevano
terrore e spavento. Vedevo che nell’Italia si alzava un fuoco ed un altro ne stava alzato nella Cina,
che a poco a poco, unendosi insieme, si confondevano in uno solo. In questo fuoco vedevo il re
dell’Italia, per inganno repentinamente morto, e questo era mezzo come aizzare e ingrandire
l’incendio. Insomma, vedevo una sommossa, un tumulto, un uccidere di gente. Con queste cose
vedute, mi sentivo in me stessa e mi sentivo straziare l’anima, da sentirmi morire, molto più che non
vedevo il mio adorabile Gesù. Onde, dopo molto aspettare, si è fatto vedere con una spada in mano,
in atto di menarla sopra le genti. Io, tutta spaventata, e fatta un po’ ardita, ho preso in mano la
spada, dicendogli: “Signore, che fai? Non vedete quanti strazi succederanno, se menate questa
spada? Quello che più mi addolora è che veggo che prendete in mezzo l’Italia. Ah! Signore,
placatevi, abbiate pietà delle vostre immagini! E se dite che mi amate, risparmiate a me questo
acerbo dolore.” E mentre ciò dicevo, mi tenevo con quanta più forza potevo, la spada.

Gesù, mandando un sospiro, tutto afflitto mi ha detto: “Figlia mia, lasciala, lasciala cadere
sopra le genti, che più non posso.” Ed io stringendola più forte: “Non posso lasciarla, non mi dà
l’animo di farlo.” E Lui: “Non te l’ho detto tante volte, che son costretto a non farti vedere niente,
altrimenti non sono libero di fare ciò che voglio.” E mentre ciò diceva, ha abbassato il braccio con
la spada e si ha messo in atto di calmarsi del suo furore.

Dopo poco mi è scomparso, ed io son lasciata con timore, chi sa, ancora senza farmi vedere
mi tirasse la spada e la menasse sopra le genti. Oh! Dio, che crepacuore il solo ricordarmi!

Agosto 1, 1900
L’umanità di Gesù è lo specchio della Divinità. Castighi.

Continua il mio adorabile Gesù a venire scarsissime volte e per poco tempo. Questa mattina
mi sentivo tutta annientata e quasi non ardivo di andare in cerca del mio sommo Bene; ma Lui
sempre benigno, è venuto e volendomi infondere fiducia mi ha detto: “Figlia mia, innanzi alla mia
Maestà e purità non vi è chi possa stare di fronte, anzi, tutti sono costretti a starsene atterriti e colpiti
dal folgore della mia santità. L’uomo vorrebbe quasi fuggire da Me, perché è tale e tanta la sua
miseria, che non ha coraggio di sostenersi innanzi all’Essere Divino. Ed ecco che facendo campo
della mia misericordia, assunsi l’umanità, che temperando i raggi della Divinità, è mezzo come
infondere fiducia e coraggio all’uomo per venire a Me; il quale mettendosi di fronte alla mia
umanità, che spande raggi temperati della Divinità, ha il bene di potersi purificare, santificare ed
anche divinizzare nella mia stessa umanità deificata. Perciò tu statti sempre di fronte alla mia
umanità, tenendola come specchio in cui tergerai tutte le tue macchie; ma non solo, ma come
specchio in cui rimirandoti, acquisterai la bellezza e mano mano andrai ornandoti a somiglianza di
Me medesimo. Perché è proprietà dello specchio far comparire dentro di sé l’immagine simile a
quella di chi si rimira; se tale è lo specchio materiale, molto più è il divino, perché la mia umanità
serve all’uomo come specchio per rimirare la mia Divinità. Ecco perciò che tutti i beni, all’uomo,
dalla mia umanità derivano.”

Mentre ciò diceva, mi sentivo infondere tale fiducia che mi è venuto il pensiero di volergli
parlare dei castighi, chi sa mi avesse dato udienza e potesse avere l’intento di placarlo del tutto. Ma
mentre mi accingevo a ciò, come lampo è scomparso, e l’anima mia correndo dietro di Lui, si è
trovata fuori di me stessa; ma non l’ho potuto più ritrovare, e con sommo mio rammarico ho visto
tante persone che andavano nelle carceri, altri settari che uscivano per attentare altre vite di re, e di
altri capi; vedevo che si rodevano di rabbia perché le manca il mezzo ancora come uscire tra i
popoli e farene macello, eppure giungerà il tempo loro. Onde dopo ciò mi son trovata in me stessa,
tutta oppressa ed afflitta.

Agosto 3, 1900
Dio opera dove c’è il nulla.

Trovandomi nel solito mio stato, stavo desiderando e cercando il mio amante Gesù. Onde
dopo averlo lungamente aspettato, è venuto e mi ha detto: “Figlia mia, perché mi cerchi fuori di te,
mentre potresti ritrovarmi più facilmente dentro di te? Quando tu mi vuoi trovare, entra in te,
giungi fin nel tuo nulla, ed ivi, senza di te, nel brevissimo giro del tuo nulla, scorgerai le
fondamenta che ha gettato in te e le fabbriche che ha innalzato in te l’Essere Divino. Guarda e
vedi.”

Io ho riguardato ed ho visto le solide fondamenta e le mura altissime, che giungevano fino al


cielo, ma quello che mi faceva stupire era che vedevo che il Signore aveva fatto questo bel lavoro
sopra del mio nulla, e le mura erano tutte murate, senza nessuna apertura. Si vedeva solo alla volta
un’apertura, che corrispondeva solo al Cielo, ed in questa apertura vi risedeva Nostro Signore, sopra
d’una colonna stabile, che sporgeva dalle fondamenta formate sul nulla. Ora, mentre me ne stavo
tutta stupita a guardare, il benedetto Gesù ha soggiunto: “Le fondamenta formate nel nulla,
significa che la mano divina opera là, dove c’è il nulla e mai vi mescola le sue opere con le opere
materiali. Le mura senza aperture all’intorno, è che l’anima non deve avere nessuna corrispondenza
con le cose terrene, tanto, che non ci sia nessun pericolo che vi possa entrare neppure un poco di
polvere, perché tutto ben murato. La sola corrispondenza che danno queste mura è per il Cielo,
cioè, dal nulla al Cielo, dal Cielo al nulla, ed ecco il significato dell’apertura fatta nella volta. La
stabilità della colonna è che l’anima è tanto stabile nel bene, che non c’è vento contrario che la
possa muovere. Ed Io che vi risiedo sopra, è indizio certo che tutta divina è l’opera fatta.” Chi può
dire quello che comprendevo su di ciò? Ma la mia mente si perde e non sa dirne nulla. Sia sempre
benedetto il Signore e sia tutto per sua gloria ed onore.

Agosto 9, 1900
Tutto ciò che si vuole, si deve voler perché lo vuole Iddio.

Questa mattina il mio adorabile Gesù non ci veniva, onde ho molto aspettato, quando appena
si ha fatto vedere mi ha detto: ”Come uno strumento musicale risuona gradito all’orecchio di chi lo
ascolta, così i tuoi desideri, le tue aspettazioni, i sospiri, le lacrime tue, risuonano al mio udito come
una musica delle più gradite. Ma per fare che scenda più dolce e dilettevole, ti voglio insegnare un
altro modo, cioè, desiderarmi non come desiderio tuo, ma come desiderio mio, perché Io amo
grandemente di manifestarmi teco. Insomma, tutto ciò che tu vuoi e desideri, volerlo e desiderarlo
perché lo voglio Io, cioè, prenderlo da dentro di Me, e farlo tuo. Così sarà più dilettevole la tua
musica al mio udito, perché è musica uscita da Me stesso.”

Poi ha soggiunto: “Tutto ciò che esce da Me entra in Me. Ecco perciò che gli uomini si
lamentano che non ottengono così facile quello che mi domandano, perché non sono cose che
escono da Me, e non essendo cose che escono da Me, non sono così facili ad entrare in Me ed uscire
poi per darsi a loro, perché esce da Me ed entra in Me tutto ciò che è santo, puro e celeste. Or, qual
meraviglia se li viene chiusa l’udienza se ciò che domandano non sono tale? Ecco perciò tieni tu
bene a mente che tutto ciò che esce da Dio entra in Dio.” Chi può dire ciò che comprendevo sopra
di queste due parole? Ma non ho parole a sapermi spiegare. Ah! Signore, datemi grazia che possa
domandare tutto ciò che è santo e che sia desiderio e Volontà vostra, così potrete comunicarvi con
me più abbondantemente.

Agosto 19, 1900


L’amore sterile, e l’amore operante.

Questa mattina, avendo fatto la comunione, il mio diletto Gesù si ha fatto vedere in atto di
volermi ammaestrare, portando come un esempio mi ha detto: “Figlia mia, se un giovane prendesse
moglie e questa, presa d’amore verso di lui, volesse stare sempre insieme, senza staccarsi un
momento, senza badare alle altre cose dovute ad una moglie per felicitare questo giovane, che
direbbe costui? Gradirebbe l’amore di costei, ma al certo non sarebbe contento della condotta di
questa tale, perché questo modo d’amare non sarebbe altro che un amore sterile, infecondo, che
porterebbe danno a quel povero giovane anziché frutto, ed a poco a poco, questo strano amore
recherebbe noia a costui, anziché gusto, perché tutta la soddisfazione di questo amore è della
giovane. E siccome l’amore sterile non ha legna come fomentare il fuoco, presto presto verrebbe ad
incenerirsi, perché il solo amore operante è durevole, che gli altri amori, come fumo se ne volano al
vento, e poi si giunge ad infastidirsi, a non curare e forse a disprezzare ciò che tanto s’amava. Tale
è la condotta di quelle anime che badano solo a sé stesse, cioè, alla loro soddisfazione, ai fervori ed
a tutto ciò che le gradisce, dicendo che questo è amore per Me, mentre è tutta loro soddisfazione,
perché si vede coi fatti che non prendono cura dei miei interessi e delle cose che a Me
appartengono, e se viene a mancare ciò che le soddisfa, più non si curano di Me, e giungono anche
ad offendermi. Ah! figlia, il solo amore operante è quello che distingue i veri dai falsi amatori, che
tutto il resto è fumo.”

Mentre ciò diceva, vedevo persone e come se io volessi badare a quelle, ma Gesù mi ha
distratto da ciò col dirmi: “Non volerti impacciare dei fatti altrui, lasciamoli fare, perché ogni cosa
tiene il tempo suo. Quando sarà il tempo del giudizio, allora sarà il tempo di discernere tutte le
cose, che crivellandosi ben bene, si verrà a conoscere il grano, le paglie ed il seme sterile e nocivo.
Oh! quante cose che compariscono grano si troveranno in quel giorno, paglie e semi sterili, degne
solo di essere gettate nel fuoco!”

Agosto 20. 1900

Questa mattina il mio adorabile Gesù non ci veniva, onde dopo molto aspettare, quando il
mio povero cuore non ne poteva più, si è fatto vedere da dentro il mio interno e mi ha detto: “Figlia
mia, non volerti affliggere che non mi vedi, che sto dentro di te, e da qui, per mezzo tuo, sto
rimirando il mondo.” Onde dopo ha continuato a farsi vedere di tanto in tanto, senza dirmi più
niente.

Agosto 24, 1900


Tutto si converte in bene per chi veramente ama Gesù.

Avendo passato un giorno inquieta, mi sentivo tutta piena di tentazioni e peccati. Oh! Dio,
che pena straziante è l’offendervi! Facevo quanto più potevo a starmene in Dio, a rassegnarmi al
suo Santo Volere, a offrirgli per amor suo quello stesso stato inquieto, a non dar retta al nemico
mostrandomi con somma indifferenza, acciocché non l’avessi io stessa aizzato a tentarmi
maggiormente, ma con tutto ciò non potevo fare a meno di sentire il bisbiglio che il nemico mi
suscitava intorno. Onde, trovandomi nel solito mio stato, non ardivo di desiderare il mio diletto
Gesù, tanto mi vedevo brutta e miserabile. Ma Lui, sempre benigno con questa peccatrice, senza
che lo chiedessi è venuto, e come se mi compatisse, mi ha detto: “Figlia mia, coraggio, non
temere. Non sai tu che certe acque fredde ed impetuose sono più potenti a purgare da ogni minimo
neo, che lo stesso fuoco? E poi, tutto si converte in bene per chi veramente mi ama.” Detto ciò, è
scomparso, lasciandomi rincorata, si, ma debole, come se avessi sofferto una febbre.

Agosto 30, 1900


Luisa va in Purgatorio a sollevare il re dell’Italia.
Avendo passato parecchi giorni di privazione e d’amarezza, al più l’ho visto qualche volta
ad ombra ed a lampo. Questa mattina trovandomi nel sommo dell’amarezza, non solo, ma come se
avessi perduto la speranza di più rivederlo. Onde, dopo aver fatto la comunione, mi pareva che il
confessore mettesse l’intenzione della crocifissione, allora il benedetto Gesù, per farmi obbedire, si
ha mostrato e mi ha partecipato le sue pene. In questo frattempo ho visto la Regina Mamma, che
prendendomi, mi offriva a Lui, acciò si placasse. E Gesù, avendo riguardo alla Mamma, accettava
l’offerta e pareva che si placasse un poco.

Dopo ciò, la Mamma Regina mi ha detto: “Vuoi tu venire in purgatorio a sollevare il re


dalle pene orribili in cui si trova?” Ed io: “Mamma mia, come Lui vuole.” In un instante mi ha
preso, e di volo mi ha trasportato in un luogo di supplizi atroci, tutti mortali. E là ci stava quel
misero, che da un supplizio passava all’altro. Pareva che per quante anime si erano perdute per
causa sua, altrettante morti lui doveva subire. Onde, dopo essere passata io per parecchi di quei
supplizi, è restato lui un po’ più sollevato. Di nuovo la Mamma Regina mi ha sottratto da quel
luogo di pene e mi son trovata in me stessa.

Agosto 31, 1900


Nelle anime interne non ci può stare la turbazione.

Trovandomi nel solito mio stato e non venendo il mio adorabile Gesù, me ne stavo tutta
afflitta e un po’ impensierita sul perché non ci veniva. Onde dopo molto aspettare e riaspettare è
venuto, e vedendolo che dalle mani sgorgava sangue, l’ho pregato che dalla mano sinistra versasse
il sangue sopra del mondo, a pro dei peccatori che stavano per morire ed in pericolo di perdersi, e
dalla mano destra, che versasse il suo sangue sopra il purgatorio. E Lui, benignamente
ascoltandomi, si è scosso ed ha versato sangue sopra d’una parte e dell’altra. Dopo ciò mi ha detto:
“Figlia mia, nelle anime interne non ci può stare la turbazione, e se vi entra è perché si esce fuori di
sé stessa, e facendo così, è fare da carnefice a sé stessa, perché uscendo fuori di sé stessa s’appiglia
a tante cose che ne riguarda, e che non sono Dio, e delle volte neppure cose che riguardano il vero
bene dell’anima, onde ritornando in sé stessa e portando cose che le sono estranee, si strazia da sé
stessa, ed con ciò viene ad infermare sé stessa e la grazia. Perciò, statti sempre in te stessa e starai
sempre calma.”

Chi può dire come comprendevo con chiarezza e come trovavo la verità in queste parole di
Gesù? Ah! Signore, se vi benignate d’ammaestrarmi, datemi grazia di profittare dei vostri santi
ammaestramenti, altrimenti tutto sarà per mia condanna.

Settembre 1, 1900
L’ubbidienza mette la pace tra Dio e l’anima.

Continuando a non venire, andavo dicendo: “Mio buon Gesù, vieni, non farmi tanto
aspettare, questa mattina non ho voglia d’inquietarmi e cercarvi tanto fino a stancarmi. Venite una
volta, subito, subito, così, alla buona.” E vedendo che non ci veniva, continuavo a dire: “Si vede
che volete che mi debbo stancare e giungere fino ad inaquietarmi, altrimenti non ci venite.”

Mentre ciò dicevo, ed altri spropositi, è venuto e mi ha detto: “Mi sapresti dire che
mantiene la corrispondenza tra l’anima e Dio?” Ed io, ma sempre con una luce che mi veniva da
Lui ho detto: “L’orazione.” E Gesù, approvando il mio detto ha soggiunto: “Ma che attira Iddio a
familiare conversazione con l’anima?” Ed io, non sapendo rispondere, ma subito la luce si è mossa
nel mio intelletto ed ho detto: “Se l’orazione vocale serve a mantenere la corrispondenza, certo la
meditazione interna deve servire d’alimento come mantenere la conversazione tra Dio e l’anima.”
Lui, contento di ciò, ha replicato: “Or, mi sapresti tu dire chi spezza le dolci contese, chi toglie gli
amorosi corrucci che possono sorgere tra Dio e l’anima?” Ed io non rispondendo, Lui stesso ha
detto: “Figlia mia, la sola ubbidienza tiene questo uffizio, perché lei sola decide delle cose spettanti
tra Me e l’anima, e sorgendo delle contese, oppure prendendo qualche corruccio per mortificare
l’anima, sorgendo l’ubbidienza spezza le contese, toglie i corrucci e mette pace tra Dio e l’anima.”
Ed io: “Ah! Signore, molte volte pare che anche l’ubbidienza non si vuole brigare e se ne sta
indifferente, e la povera anima è costretta a starsi in quello stato di contese e di corrucciamento.” E
Gesù: “Questo lo fa per un certo tempo, volendosi anche lei compiacere d’assistere a quelle amabile
contese, ma poi prende il suo uffizio e pacifica tutto. Sicché l’ubbidienza dà la pace all’anima ed a
Dio.” Detto ciò, ha scomparso.

Settembre 4, 1900
L’opere buone malamente fatte, sono cibo stomachevole per Gesù.

Avendo fatto la comunione, il mio adorabile Gesù mi ha trasportato fuori di me stessa,


facendosi vedere sommamente afflitto ed amareggiato. Onde l’ho pregato che versasse in me le sue
amarezze, ma Gesù non mi dava retta, ma insistendo io, dopo tanto tempo si è compiaciuto di
versare. Quindi, dopo aver versato un poco d’amarezza, ho domandato: “Signore, non vi sentite
meglio adesso?” E Lui: “Si, ma non era quello che versai, che mi dava tanta pena, ma un cibo
stomachevole ed insipido, che non mi lascia riposare.” Ed io: “Versate un poco a me, così vi
sollevate un poco.” E Lui: “Se non posso digerirlo e sopportarlo Io, come lo potresti tu?” Ed io:
“Conosco che la mia debolezza è grande, ma Voi mi darete grazia e forza, e così potrò riuscire a
contenerlo in me.” Comprendevo però che il cibo stomachevole erano le impurità, l’insipido le
opere buone malamente fatte, tutte strapazzate, che a Nostro Signore gli sono piuttosto di fastidio,
di peso e quasi sdegna di riceverle, che non potendo sopportarle, le vuole rovesciare dalla sua
bocca. Chi sa quante delle mie ci sono insieme! Onde, come costretto da me ha versato anche un
poco di quel cibo. Come aveva ragione Gesù, che era più tollerabile l’amaro che quel cibo
stomachevole ed insipido! Se non fosse per suo amore, a qualunque costo non lo avrei accettato.

Dopo ciò, il benedetto Gesù mi ha messo il braccio dietro il collo, e poggiando la testa sulla
mia spalla, si è messo in atto di voler prendere riposo. Mentre riposava, mi son trovata in un luogo
dove stavano tanti basoli movibili e sotto, l’abisso. Io, temendo di precipitare, l’ho risvegliato,
invocando il suo aiuto, e Lui mi ha detto: “Non temere, è la via che tutti battono. Non ci vuole
altro che tutta l’attenzione, e siccome la maggior parte camminano sbadati, ecco la causa perché
molti precipitano dentro all’abisso, e pochi sono quelli che giungono al porto della salvezza.” Dopo
ciò, è scomparso ed io mi son trovata in me stessa.

VOLUME 4
J.M.J.
L’anno 1900

Settembre 5, 1900
La speranza, alimento dell’amore.
Siccome nei giorni passati non tanto si faceva vedere il mio adorabile Gesù, così mi sentivo
diffidente sulla speranza di riacquistarlo di nuovo; anzi mi credevo che tutto era finito per me:
visite di Nostro Signore, e stato di vittima. Ma questa mattina nel venire il benedetto Gesù, portava
un’orribile corona di spine, e si è messo a me vicino, tutto lamentandosi, in atto di volere un ristoro;
ond’io l’ho tolto pian piano, e per dargli più gusto l’ho messo sulla mia testa. Dopo poi mi ha
detto: “Figlia mia, il vero amore è quando è sostenuto dalla speranza, e dalla speranza perseverante,
perché se oggi spero e domani no, l’amore si rende infermo, ché essendo l’amore alimentato dalla
speranza, per quanto alimento le somministra, tanto più si rende più forte, più robusto, più vivo
l’amore; e se questo viene a mancare, prima s’inferma il povero amore, rimanendo solo, senza
sostegno, finisce col morire del tutto. Perciò, per quanto grandi siano le tue difficoltà, mai, neppure
per un momento devi scostarti dalla speranza col timore di perdermi; anzi, devi fare in modo che la
speranza, superando tutto, ti faccia trovare sempre unita con Me, ed allora l’amore avrà perpetua
vita.” Dopo ciò ha seguitato a venire senza dirmi più niente.

Settembre 6, 1900
Stato di vittima.

Continua a venire il mio Dolcissimo Gesù. Questa mattina appena venuto, ha voluto versare
un poco le sue amarezze in me, e poi mi ha detto: “Figlia mia, Io voglio dormire un poco, e tu fa il
mio uffizio di soffrire, pregare e placare la giustizia.” Così Lui ha preso sonno, ed io mi son messa
a pregare vicino a Gesù. Dopo, risvegliandosi, abbiamo girato un poco in mezzo alle genti, e mi ha
fatto vedere diversi combinamenti che stanno facendo, come uscire per smuovere rivoluzione, e
specialmente notavo un’assalto all’improvviso che stavano macchinando per riuscire meglio nel
loro intento, e per fare che nessuno si potesse difendere e prevenirsi contro il nemico. Quanti
spettacoli funesti! Ma però pare che il Signore non li dà libertà ancora per ciò fare, e non sapendo
loro la cagione, si rodono di rabbia, che ad onta della loro perversa volontà si veggono impotenti a
ciò fare. Non ci vuol altro che il Signore conceda loro questa libertà, che il tutto è preparato.
Dopo ciò ce ne siamo ritornati, e Gesù si mostrava tutto piagato, e mi ha detto: “Vedi
quante piaghe mi hanno aperto e la necessità dello stato continuo di vittima, delle tue sofferenze,
perché non c’è momento che mi risparmiano d’offendermi; ed essendo continue le offese, continue
devono essere le sofferenze e le preghiere per risparmiarmi, e se ti vedi sospeso il patire, trema e
temi, ché non vedendomi rinfrancato nelle mie pene, non sia che conceda ai nemici quella libertà da
loro tanto bramata.” Nel sentire ciò, mi son messa a pregarlo che facesse soffrire a me, ed in questo
mentre, vedevo il confessore che con le sue intenzioni sforzava Gesù a farmi soffrire. Allora il
benedetto Signore mi ha partecipato tali e tante pene, che non so io stessa come sono lasciata viva,
ma però il Signore nelle mie pene non mi ha lasciato sola, anzi pareva che non le dava il cuore di
lasciarmi, ed ho passato parecchi giorni insieme con Gesù, e mi ha comunicato tante grazie e mi
faceva comprendere tante cose; ma parte per lo stato sofferente, parte che non so manifestarmi,
passo innanzi e faccio silenzio.

Settembre 9, 1900
Gesù prepara l’anima di Luisa alla Comunione. Minacce contro i regitori dei popoli.

Continua a venire, però sono stata la maggior parte della notte senza di Gesù, onde nel
venire mi ha detto: “Figlia mia, che vuoi, che con tanta ansia mi stai aspettando? Ti bisogna forse
qualche cosa?” Ed io, siccome sapevo che dovevo fare la comunione, ho detto: “Signore, tutta la
notte vi stavo aspettando, molto più che dovendo fare la comunione, temo che il mio cuore non
stasse ben disposto per potervi ricevere, perciò ho bisogno che l’anima mia fosse rivista da voi per
potersi disporre ad unirmi con voi sacramentalmente.”
E Gesù, benignamente ha rivisto l’anima mia per prepararmi a riceverlo, e poi mi ha
trasportato fuori di me stessa, ed insieme ho trovato la nostra Regina Mamma che diceva a Gesù:
“Figlio mio, quest’anima sarà sempre pronta a fare ed a soffrire ciò che Noi vogliamo; e questo è
come un legame che ci lega la giustizia, perciò risparmiate tante strage e tanto sangue che devono
spargere le genti.” E Gesù ha detto: “Madre mia, è necessario lo spargimento del sangue perché
voglio che questa stirpe di re decada dal suo regnare, e questo non ci può essere senza sangue, ed
anche per purgare la mia Chiesa perch’è molto infettata; al più posso concedere di risparmiare in
parte, per riguardo delle sofferenze.”
In questo mentre vedevo la maggior parte dei deputati che stavano macchinando come far
decadere il re, e pensavano di mettere sul trono uno di quei deputati che stavano consigliandosi,
dopo ciò mi son trovata in me stessa; quante miserie umane, ah! Signore, abbiate compassione della
cecità in cui è immersa la povera umanità. Onde continuando a vedere il Signore e la Regina
Madre, ho visto il confessore insieme, e la Vergine Santissima ha detto: “Vedi, mio Figlio,
abbiamo un terzo, qual’è il confessore che si vuole unire con Noi e prestare l’opera sua con
l’impegnarsi a concorrere per farla soffrire, per soddisfare la divina giustizia, ed anche questo è un
rendere più forte la fune che vi lega come placarvi; e poi, quando mai avete resistito alla forza delle
unioni di chi soffre e prega, e di chi concorre teco puramente per il solo fine di glorificarvi e per il
bene dei popoli.” Gesù sentiva la Madre, aveva riguardo del confessore ma non ha pronunziato
sentenza al tutto favorevole, ma si limitava a risparmiare in parte.

Settembre 10, 1900


Minacce contro i perversi.

Questa mattina mi son trovata fuori di me stessa e vedevo le tante nefandezze e peccati
enormissimi che si fanno, come pure commessi contro alla Chiesa ed il Santo Padre. Onde,
ritornando in me stessa, è venuto il mio adorabile Gesù e mi ha detto: “Che ne dici tu del mondo.”
Ed io, senza sapere dove voleva sbattere questa domanda, impressionata com’ero delle cose viste,
ho detto: “Signore benedetto, chi può dirvi la perversità, la durezza, la bruttezza del mondo? Non
ho parola come dirvi quanto ne è cattivo!” E Lui, prendendo occasione delle mie stesse parole ha
soggiunto: “Hai visto com’è perverso? Tu stessa l’hai detto, non c’è modo come arrenderlo, dopo
che l’ho tolto quasi il pane, se ne sta nella stessa tenacità, anzi peggio, e per ora va a procurarselo
coi furti e con le rapine, facendo danno al suo simile, quindi è necessario che gli tocchi la pelle,
altrimenti si pervertirà maggiormente.”
Chi può dire come sono restata di stucco a questo parlare di Gesù, mi pare che sono stata io
l’occasione come farlo sdegnare contro del mondo; invece di scusarlo l’ho dipinto nero, ho fatto
quanto ho potuto dopo a scusarlo, ma non mi ha dato retta; il male era già fatto. Ah! Signore,
perdonami questa mancanza di carità, ed usate misericordia.

Settembre 12, 1900


Crudo patire, Gesù la ristora. Macchinazioni di rivoluzioni contro la Chiesa.

Continua quasi lo stesso, questa mane nel venire ha versato le sue amarezze, ed io son
lasciata tanto sofferente, che ho incominciato a pregare il Signore che mi desse la forza e che mi
sollevasse un poco, ché non potevo resistere. In questo mentre, mi è venuto un lume nella mente
che facevo peccato in ciò fare, e poi, che dirà il benedetto Gesù, mentre in altre occasioni l’ho
pregato tanto che versasse, questa volta che senza farsi pregare aveva versato, andavo cercando
sollievo, pare che mi vado facendo più cattiva, e giunge a tanto la mia cattiveria, che anche innanzi
a Lui stesso non mi astengo di commettere difetti e peccati. Onde, non sapendo che fare per
riparare, ho risolto nel mio interno che per questa volta, per fare un maggiore sacrifizio e darmi una
penitenza, acciocché la mia natura un’altra volta non ardisse di cercare sollievo, di rinunziare la
venuta di nostro Signore, e se venisse dovevo dirgli: “Non venite amore, abbiate compassione di
me, e mi sollevate.” Così ho fatto, ed ho passato parecchie ore in denso patire e senza di Gesù;
quanto mi costava amaro. Ma Gesù avendo di me compassione, senza che lo cercassi è venuto, ed
io subito gli ho detto: “Abbiate pazienza, non ci venite, che non voglio sollievo.”
E Lui: “Figlia mia, son contento del tuo sacrifizio, ma hai bisogno d’un ristoro, altrimenti
verresti meno.” Ed io: “No Signore, non voglio sollievo.” Ma Lui avvicinandosi alla mia bocca,
quasi per forza ha versato dalla sua bocca qualche goccia di latte dolce, che ha mitigato il mio
patire; chi può dire la confusione, il rossore che provavo innanzi a Lui, aspettandomi un
rimprovero, ma Gesù, come se non avesse avvertito la mia mancanza, si mostrava più affabile, più
dolce. Io vedendo così, ho detto: “Mio adorabile Gesù, una volta che avete versato in me ed io
soffro, non dovete risparmiare il mondo, non è vero?” E Lui: “Figlia mia, credi tu che Io abbia
versato tutto in te? E poi, come potresti affrontare tutto ciò che di castigo verserò sul mondo; tu
stessa hai visto che quel poco che ho versato non potevi resistere, e se non fossi venuto ad aiutarti,
l’avresti finito, or che sarebbe se versassi tutto in te? Cara mia, ti ho data la parola, in parte ti
contenterò.”
Dopo ciò mi ha trasportato fuori di me stessa, in mezzo alle genti, e continuavo a vedere i
tanti mali, specie macchinazioni di rivoluzione contro la Chiesa, e tra la società, d’uccidere il Santo
Padre e sacerdoti. Io mi sentivo straziare l’anima nel vedere queste cose, e pensavo tra me: “Se
non sia mai, giungessero ad effettuarsi queste macchinazioni, che ne sarà? Quanti mali ne
verranno? E tutta afflitta ho guardato Gesù, e Lui mi ha detto: “E di quella sommossa successa di
qua, che ne dici tu?” Ed io: “Quale sommossa? Nel mio paese non è successo niente.” E Lui:
“Non ti ricordi la sommossa d’Andria?”
“Sì, Signore.”
“Ebbene, pare ch’è niente, ma non è così, quella fu tutta occasione, ed è un attizzo, una forza
ad altri paesi come smuoversi e spargere sangue, recando oltraggio alle persone sacre, ed ai miei
tempi, e perché ognuno vuole mostrare quanto sia più bravo nell’elettrizzare il male, faranno a gara
a chi più possa farne.” Ed io: “Ah! Signore, date la pace alla Chiesa e non permettete tanti guai!”
E volendo più dire, mi è scomparso, lasciandomi tutta afflitta ed impensierita.

Settembre 14, 1900


Gesù versa per placare la sua giustizia. L’eroismo della vera virtù.
Questa mattina il mio adorabile Gesù non ci veniva, onde dopo molto aspettare si faceva
vedere da dentro il mio interno, che facendosi appoggio del mio cuore cingeva le sue braccia
d’intorno e poggiava la sua sacratissima testa, tutto afflitto, serio, in modo che t’imponeva silenzio,
e voltato di spalle al mondo. Dopo essere stato qualche poco in muto silenzio, perché l’aspetto in
cui si mostrava non faceva ardire di dire una parola, si ha tolto da quella posizione e mi ha detto:
“Avevo risoluto di non versare, ma son giunto a tal punto le cose, che se non versassi
scoppierebbero imminente tali fracassi, da muovere rivoluzione, da farne stragi sanguinolenti.” Ed
io: “Sì, Signore, versate, questo è l’unico mio desiderio, che sfogate sopra di me l’ira vostra e
risparmiate le creature.” Così ha versato un poco.
Dopo poi, come se si fosse sollevato ha soggiunto: “Figlia mia, come agnello mi feci
condurre al macello, e stiedi muto innanzi a chi mi sacrificò, così sarà di quei pochi buoni di questi
tempi; ma però questo è l’eroismo della vera virtù.” Di nuovo ha soggiunto: “Ho versato, se ho
versato vuoi tu che versi un’altro poco, così mi alleggerisco di più?” Ed io: “Signore mio, non me
lo domandate neppure, sono a vostra disposizione, potete fare di me ciò che volete.” Così ha
versato di nuovo e mi ha scomparso, lasciandomi sofferente e contenta per il pensiero che avevo
alleggerito le pene del mio diletto Gesù.
Settembre 16, 1900
Andria.

Continuando a venire il mio amabile Gesù, mi ha partecipato varie pene della sua passione,
e poi mi ha trasportato fuori di me stessa, facendomi vedere i paesi circonvicini, specie mi pareva
che fosse Andria, che se il Signore non fa uso della sua onnipotenza per loro castigo, le cose smosse
si faranno serie, molto più pareva che ci stasse l’incitamento da parte d’alcuni preti a queste smosse,
che più amareggiavano Nostro Signore. Onde, dopo d’aver visitato varie chiese insieme con Gesù
benedetto, facendo atti di riparazione ed adorazione per le tante profanazioni che si commettono
nelle chiese, Gesù mi ha detto: “Figlia mia, lasciami versare un poco, che sono tali e tante le
amarezze che non posso tranguggiarle solo, ed il mio cuore non le può sopportare.” Così ha versato
e mi è scomparso, ritornando altre volte senza dirmi più niente.

Settembre 18, 1900


Carità del prossimo. Lo prega che se la portasse al Cielo.

Questa mattina, il mio adorabile Gesù mi ha trasportato fuori di me stessa, e mi faceva


vedere i tanti mali che si fanno contro la carità del prossimo, quanta pena facevano al pazientissimo
Gesù, pareva che li riceveva Lui stesso; onde tutto afflitto mi ha detto: “Figlia mia, chi fa danno al
prossimo fa danno a sé stesso, ed uccidendo il prossimo uccide l’anima sua, e siccome la carità
predispone l’anima a tutte le virtù, così non avendo la carità, predispone l’anima a commettere ogni
sorta di vizi.”
Dopo ciò, ci siamo ritirati, e siccome da parecchi giorni soffrivo un dolore intenso alle
costole, mi sentivo perciò sfinita di forze. Il benedetto Gesù, compatendomi mi ha detto: “Diletta
mia, te ne vorresti tu venire, non è vero?” Ed io: “Volesse il Cielo, Signore mio, che fosse causa
questo dolore come venire a te; come gli sarei riconoscente, come lo terrei caro, e per uno dei miei
più fidi amici, ma credo che volete tentarmi come le altre volte, ed eccitandomi coi vostri inviti,
restando poi delusa verrete a formare più crudo e straziante il mio martirio. Ma deh! abbiate
compassione di me, e non mi lasciate più a lungo sopra la terra, assorbite in voi questo misero
verme che ne ho ragione, perché da voi stesso ne uscii.” L’amabile Gesù tutto intenerendosi nel
sentirmi, mi ha detto: “Povera figlia, non temere, che è certo che verrà il giorno tuo in cui resterai
assorbita in me, sappi però che le tue continue violenze di venire a me, specie dietro i miei inviti, ti
giovano molto e ti fanno vivere nell’atmosfera dell’aria, senza l’ombra di nessun peso terreno;
tanto, che tu sei come quei fiori che non hanno neppure la radice dalla terra, e vivendo così sospesa
nell’aria, vieni a ricreare il Cielo e la terra, e tu guardando il Cielo, solo di quello ti ricrei, e ti
nutrisci di tutto ciò ch’è celeste, e guardando la terra ne hai compassione, e l’aiuti per quanto puoi
da parte tua; ma ai riscontri dell’odore del Cielo, avverti subito la puzza che esala dalla terra e
l’aborrisci. Potrei metterti forse in una posizione a me ed al Cielo più cara, ed a te ed al mondo più
giovevole?” Ed io: “Eppure, oh Signore mio, dovresti aver compassione di me col non dilungarmi
la mia dimora di qua, per le tante ragioni che ne ho; specie poi per i tristi tempi che si preparano; chi
avrà cuore di vedere carneficina sì sanguinolenta? E poi, per le continue vostre privazioni, che mi
costano più che la morte.”
Mentre ciò dicevo, ho visto una moltitudine di angeli intorno a Nostro Signore, che
dicevano: “Signore nostro e Dio, non fatevi più importunare, contentatela, noi con ansia
l’aspettiamo. Feriti dalla sua voce siamo venuti qui per ascoltarla, e siamo impazienti di portarla
con noi. E tu, oh! eletta, vieni a rallegrarci nel nostro celeste soggiorno.” Il benedetto Gesù,
commosso, pareva che volesse condiscendere, e mi ha scomparso, e trovandomi in me stessa mi
sentivo più accresciuto il dolore, tanto che spasimavo continuamente; ma non capivo me stessa per
il contento.
Settembre 19, 1900
Ubbidienza di domandare sollievo nelle pene a Gesú.
Raddoppiandosi sempre più lo spasimo del dolore, avrei voluto nasconderlo e fare che
nessuno se ne avvertisse, ed avrei voluto tenere in segreto, senza aprirne col confessore ciò che ho
detto di sopra; ma era tanto forte lo spasimo che mi è riuscito impossibile, ed il confessore
avvalendosi della sua solita arma dell’ubbidienza, mi ha comandato che gli manifestasse il tutto;
onde dopo averlo manifestato, ogni cosa, mi ha detto che per ubbidienza dovevo pregare il Signore
che mi liberasse, altrimenti facevo peccato. Che sorta d’ubbidienza, è sempre lei che si attraversa ai
miei disegni. Onde, di mala voglia ho accettato questa nuova ubbidienza, e con tutto ciò non avevo
cuore di pregare il Signore che mi liberasse da un’amico sì caro, qual’è il dolore, molto più che
speravo d’uscire dall’esilio di questa vita. Il benedetto Gesù mi tollerava, e nel venire mi ha detto:
“Tu soffri molto, vuoi che ti liberi?”
Ed io, dimenticata un momento l’ubbidienza, ho detto: “No Signore, no, non mi liberate,
me ne voglio venire; e poi Tu sai che non so amarti, sono fredda, non faccio grandi cose per te,
almeno ti offro questo patire per soddisfare a ciò che non so fare per amor tuo.” E Lui: “Ed Io
figlia mia, infonderò tanto amore e tanta grazia in te, in modo che nessuno mi possa amare e
desiderare come te, non ne sei tu contenta?”
“Sì, ma me ne voglio venire.” Gesù è scomparso, ed io ritornando in me stessa mi son
ricordata dell’ubbidienza ricevuta, ed ho dovuto accusarmi al confessore, e mi ha comandato che
assolutamente non voleva che me ne andassi, e che il Signore mi doveva liberare. Che pena sentivo
nel ricevere questa ubbidienza, pare proprio che vuol toccare gli estremi della mia pazienza.

Settembre 20, 1900


Segni di croce per risanare.
Continuando a soffrire, anzi più che mai mi sentivo un risentimento nel mio interno, ché mi
veniva vietato di poter morire. Onde nel venire il mio adorabile Gesù, mi ha rimproverato della mia
tardanza nell’ubbidire, che fino allora pareva che mi tollerasse; in questo mentre vedevo il
confessore, ed a lui voltandosi gli ha preso la mano e gli ha detto: “Quando vieni, segnatela alla
parte del dolore, che la farò ubbidire.” Ed è scomparso.
Onde, rimanendo sola vi sentivo più intenso il dolore. Dopo è venuto il confessore e
trovandomi sofferente, anche lui mi ha rimproverato, ché non ubbidivo, ed avendogli detto ciò che
avevo visto, e quello che Nostro Signore aveva detto al confessore, lui nel sentirmi mi ha segnato la
parte dove soffrivo, ed in due minuti ho potuto respirare e muovermi, mentre prima non potevo
farlo senza sentire spasimi atroci; mi pare che l’ubbidienza e quei segni di croce mi hanno legato il
dolore in modo che non posso più dolermi, ed ecco che son rimasta delusa nei miei disegni, perché
questa signora ubbidienza ha preso tal potere sopra di me che non mi lascia fare niente di ciò che
voglio, anche nello stesso patire vuole lei signoreggiare, e debbo stare in tutto e per tutto sotto il suo
impero.

Settembre 21, 1900


Forza della ubbidienza. La ubbidieza dev’essere tutto per lei.

Chi può dire la mia afflizione nel restare priva del mio carissimo amico dolore? Ammiravo,
sì, il prodigioso impero della santa ubbidienza, come pure la virtù che il Signore aveva comunicato
al confessore, che col’ubbidienza e col segnarmi mi aveva liberato da un male che per me lo
ritenevo grave, e che era bastante a disfare il mio corpo; ma con tutto ciò non potevo fare a meno di
non sentire la pena d’essere priva d’un dolore tanto buono, che impietosiva ed inteneriva il
benedetto Gesù, in modo che lo facevo venire quasi continuamente. Onde nel venire Nostro
Signore mi son lamentata con Lui col dirgli: “Diletto mio bene, che mi hai fatto? Mi hai fatto
liberare dal confessore, dunque ho perduto la speranza di lasciare per ora la terra, e poi perché fare
tanti rigire, potevate voi stesso liberarmi, ché avete messo il padre in mezzo? Ah! forse non avete
voluto dispiacermi direttamente, non è vero?” E Lui: “Ah! figlia mia, come presto hai dimenticato
che l’ubbidienza fu tutto per Me; l’ubbidienza voglio che sia tutto per te. E poi, ho messo in mezzo
il padre, per fare che tu avessi riguardo di lui, come la mia stessa persona.”
Detto ciò, è scomparso lasciandomi tutta amareggiata. Quante ne sa fare la signora
ubbidienza, bisogna conoscerla ed aver che ci fare con lei per lungo tempo, e non per poco, per
poter dire veramente chi ella sia, e bravo, bravo alla signora ubbidienza, quanto più si sta, più ti fai
conoscere. Io per me, a dire il vero, t’ammiro, son costretta anche ad amarti; ma non posso farne a
meno, specie quando me ne fai qualcuna delle grosse, di non sentirmi corrucciata con te. Perciò ti
prego, oh! cara ubbidienza, d’essere più indulgente, più indulgente a farmi soffrire.

Settembre 22, 1900


Per quante volte si dispone a fare il sacrifizio della morte, altrettante volte Gesù le ridona il
merito come se realmente morisse.

Trovandomi tutta oppressa ed afflitta, nel venire il mio adorabile Gesù mi ha detto: “Figlia
mia, perché te ne stai tutta immersa nella tua afflizione?” Ed io: “Ah! Diletto mio, come non
debbo stare afflitta se non mi volete ancora portare con voi, e mi lasciate più a lungo su questa
terra?” E Lui: “Ah! no, non voglio che tu respiri quest’aria mesta, perché tutto ciò che ho messo
dentro e fuori di te, tutto è santo; tanto vero, che se si avvicina a te qualche cosa o persona, che non
è retta e santa, tu ne senti fastidio, avvertendo subito la puzza contraria di ciò che non è santo. Ora,
perché vorresti adombrare con quest’aria di mestizia ciò che ho messo dentro di te? Sappi però, che
ogni qualvolta ti disponi a fare il sacrifizio della morte, altrettante volte ti ridono il merito, come se
realmente morissi, e questo ti deve essere di gran consolazione, molto più che ti conformi a Me
maggiormente, ché la mia vita fu un continuo morire.” Ed io: “Ah! Signore, non mi pare che la
morte sia un sacrifizio, anzi sacrifizio mi pare la vita.” E volendo più dire è scomparso.

Settembre 29, 1900


Le anime vittime sono appoggi e puntelli per Gesú.
Avendo passati parecchi giorni di silenzio tra me e Gesù, e con scarso patire, al più mi pare
che volesse continuare a tentarmi, per farmi esercitare un po’ di più di pazienza, ed ecco come:
Nel venire diceva: “Diletta mia, dal Cielo ti sospiro, al Cielo, al Cielo ti aspetto.” E come
lampo sfuggiva. Poi ritornando ripeteva: “Cessa ormai dai tuoi accesi sospiri, che mi fai languire
continuamente, fino a venirne meno.” Altre volte: “Il tuo ardente amore, le tue brame sono ristoro
al mesto mio cuore.” Ma chi può dirle tutte? Mi pareva che aveva voglia di combinare versi, e
questi versi delle volte li esprimeva nel cantarli; ma però senza darmi tempo di dirle una parola,
subito sfuggiva. Onde, questa mattina avendo messo il confessore l’intenzione di farmi soffrire la
crocifissione, ho visto la Regina Mamma che piangeva e quasi contendeva con Gesù, per fare
risparmiare il mondo da tanti flagelli, ma Lui si mostrava restio, e solo per contentare la Mamma ha
concorso a farmi soffrire. Dopo poi, come se si fosse un po’ placato ha detto: “Figlia mia, è vero
che voglio castigare il mondo, tengo in mano le sferze come percuoterlo, ma è pur vero che se
v’interessate tanto tu quanto il confessore a pregarmi ed a soffrire, è sempre un appoggio, e verrete
a mettere tanti puntelli come risparmiare il mondo, almeno in parte, altrimenti non trovando nessun
appoggio e puntelli, a mano libera mi sfogherò sopra le genti.” Detto ciò è scomparso.
Settembre 30, 1900
Gesù le chiede consolare la su afflitta Mamma.
Questa mattina, il mio dolcissimo Gesù non ci veniva, ed ho dovuto molto pazientare
nell’aspettarlo, e giungevo fino a sforzarmi d’uscire dal mio solito stato, ché non mi sentivo più
forza di continuarlo. Lui non ci veniva, il patire mi pareva da me fuggito, i sensi me li sentivo in
me stessa, non restava altro che mettere uno sforzo per uscire; ma mentre ciò facevo, il benedetto
Gesù è venuto e facendo cerchio delle sue braccia mi ha preso la testa in mezzo, da quel tocco non
mi son sentita più in me stessa, e vedevo Nostro Signore molto sdegnato col mondo, e volendo
placarlo mi ha detto: “Per ora non volerti occupare di me, ma ti prego d’occuparti della mia
Mamma, consolala ché sta molto afflitta per i castighi più pesanti che sto per versare sopra la
terra.” Chi può dire quanto sono restata afflitta?

Ottobre 2, 1900
Stato di vittima per l’Italia e Corato.
Temendo che non fosse più Volontà di Dio il mio stato, nel venire il benedetto Gesù, ho
detto: “Quanto temo che non fosse più Volontà vostra il mio stato, perché veggo che mi mancano
le due cose principali che mi tenevano legata, cioè: Il patire e la mancanza della vostra presenza.”
E Lui: “Figlia mia, non è che non voglia più tenerti in questo stato, ma siccome voglio castigare il
mondo, perciò non ci vengo e ti faccio mancare il patire.” Ed io: “A che pro starmi in questo
stato?”
E Lui: “La tua posizione di vittima, ed il tuo continuo aspettarmi, già mi spezza le braccia,
perché tu non vedi a Me, Io invece ti veggo benissimo, e numero tutti i tuoi sospiri, le tue pene, i
tuoi desideri di volermi, e questo tuo starti tutta intenta in Me, è sempre un’atto di riparazione per
tanti che non si brigano di Me, né mi desiderano, mi disprezzano, e stanno tutti intenti alle cose
terrene, infangati nel lezzo dei vizi. Onde il tuo stato essendo tutto opposto al loro, viene sempre a
spezzare la giustizia; tanto che tenere te in questo stato ed incominciare le guerre sanguinose in
Italia, mi riesce quasi impossibile.” Ed io: “Ah! Signore, starmi in questo stato senza patire mi
riesce quasi impossibile, mi sento mancare le forze, perché la forza di starmi in questo stato mi
viene dalle sofferenze. Onde mancandomi queste, qualche giorno quando non ci venite, io cercherò
d’uscirmene; ve lo dico prima acciò non vi dispiaciate.” E Lui: “Ah! Sì, sì, uscirai da questo stato
quando incomincerò le strage in Italia, allora te lo sospenderò del tutto.”
Mentre ciò diceva, faceva vedere le guerre fierissime che dovranno succedere tanto tra i
secolari, quanto quella contro della Chiesa; il sangue inondava i paesi come quando succede una
pioggia dirotta, il mio povero cuore si contorceva per il dolore nel vedere ciò, e ricordandomi del
mio paese ho detto: “Ah! Signore, come voi dite che mi sospenderete del tutto, fate capire che
neppure della povera Corato avrete compassione, neppure la risparmierete?” E Lui: “Se i peccati
giungono ad un certo numero, in modo che non si meritano di tenere anime vittime, e quelli che ti
tengono vittima non s’interessano, Io non avrò nessun riguardo di lei, cioè, di Corato.” Detto ciò è
scomparso, ed io sono restata tutta oppressa ed afflitta.

Ottobre 4, 1900
Gesù soffre al castigare l’uomo, perché sono sue imaggini.
Dopo aver passato un giorno di privazione e con scarso patire, mi sentivo convinta che il
Signore non voleva più tenermi in questo stato; ma però l’ubbidienza, anche in questo, non me la
vuol cedere, e vuole che continui a starmene, dovessi crepare e schiattare. Sia sempre benedetto il
Signore, ed in tutto sia fatto il suo santo ed amabile Volere. Onde, questa mattina nel venire il
benedetto Gesù, si faceva vedere in uno stato compassionevole, pareva che soffriva nelle sue
membra, ed il suo corpo veniva fatto in tanti pezzi, ch’era impossibile numerarli; con lamentevole
voce diceva: “Figlia mia, che mi sento! che mi sento! sono pene inenarrabili ed incomprensibili
all’umana natura; sono carni dei miei figlioli che vengono lacerate, ed è tanto il dolore che sento,
che mi sento lacerare le mie stesse carni.” E mentre ciò diceva, gemeva e si doleva.
Io mi sentivo intenerire nel vederlo in questo stato, ed ho fatto quanto ho potuto a
compatirlo ed a pregarlo che mi partecipasse le sue pene. Mi ha contentato in parte, ed appena ho
potuto dirle: “Ah! Signore, non ve lo dicevo io, non mettete mano ai castighi, che quello che più mi
dispiace che resterete colpito nelle vostre stesse membra, ah! questa volta non c’è stato modo né
preghiere come placarvi.” Ma Gesù non ha dato retta alle mie parole, pareva che avesse una cosa
seria nel cuore che lo tirava altrove, ed in un’istante mi ha trasportato fuori di me stessa, portandomi
in luoghi dove succedevano stragi di sangue. Oh! quante viste dolorose si vedevano nel mondo,
quante carni umane tormentate, fatte a pezzi, calpestate come si calpesta la terra, e lasciate
insepolte; quante disgrazie, quante miserie, e quello ch’era più, altre più terribili che devono
succedere. Il benedetto Signore ha guardato, e tutto commovendosi si è messo a piangere
amaramente. Io non potendo resistere ho pianto insieme la triste condizione del mondo, tanto che le
mie lacrime si mescolavano con quelle di Gesù.
Dopo aver pianto un buon pezzo, ho ammirato un’altro tratto della bontà di Nostro Signore,
per farmi cessare dal piangere ha voltato la sua faccia da me, di nascosto si è asciugato le lacrime, e
poi voltandosi di nuovo con volto ilare mi ha detto: “Diletta mia, non piangere, basta, basta, ciò che
tu vedi serve ad Iustificare Iustitiam Meam.” Ed io: “Ah! Signore, dico bene che non è più Volontà
vostra il mio stato, a che pro il mio stato di vittima se non mi è dato di risparmiare le tue carissime
membra? D’esentare il mondo da tanti castighi?” E Lui: “Non è come tu dici; anch’Io fui vittima,
e con l’essere vittima non mi venne dato di risparmiare il mondo da tutti i castighi; gli aprii il Cielo,
lo sciolsi dalla colpa sì, portai sopra di Me le sue pene, ma è giustizia che l’uomo riceva sopra di sé
parte di quei castighi che lui stesso si attira peccando. E se non fosse per le vittime, meriterebbe
non solo il semplice castigo ossia la distruzione del corpo, ma anche la perdita dell’anima; ed ecco
la necessità delle vittime, che chi se ne vuole avvallere, perché l’uomo è sempre libero nella sua
volontà, può trovare il risparmio della pena ed il porto della sua salvezza.” Ed io: “Ah! Signore,
quanto me ne vorrei venire prima che più s’inoltrassero questi castighi.” E Lui: “Se il mondo
giunge a tale impietà da non meritare nessuna vittima, sicuro che ti porterò.”
Nel sentire ciò ho detto: “Signore, non permettete che rimanga di qua, ed assistere a scene
sì dolorose.” E Gesù, quasi rimproverandomi ha soggiunto: “Invece di pregarmi che risparmiassi,
tu dici che te ne vuoi venire; se Io portassi tutti i miei del povero mondo, che ne sarebbe? Certo che
non avrei più che ci fare, e non l’avrei più nessun riguardo.” Dopo ciò ho pregato per varie persone,
Lui mi è scomparso ed io sono ritornata in me stessa.

Ottobre 10, 1900


Questi scritti manifestano a chiare note il modo come Gesù ama le anime. L’anima solo può
uscire dal corpo, per forza del dolore o del amore.

Mentre scrivevo stavo pensando tra me: “Chi sa quanti spropositi in questi scritti, meritano
essere gettati nel fuoco, se l’ubbidienza me lo concedesse lo farei, perché mi sento come un intoppo
nell’anima, specie se giungessero a vista di qualche persona, ed in certi punti fanno vedere come se
amassi e facessi qualche cosa per Dio, mentre non faccio niente e non l’amo, e sono l’anima più
fredda che possa trovarsi nel mondo, ed ecco che mi riterebbero diversa di quello che sono, e questo
è una pena per me; ma siccome è l’ubbidienza che vuole che scriva, essendo questo per me uno dei
più grandi sacrifizi, perciò mi rimetto tutta a lei, con certa speranza che essa farà le mie scuse e
giustificherà la mia causa presso Dio e presso gli uomini. Ma mentre ciò dico, il benedetto Gesù
nel mio interno si è mosso e mi sta rimproverando e vuole che disdica ciò che ho detto, non volendo
che continuasse a scrivere se ciò non facessi. Onde mi sta dicendo che col dire ciò mi sono partita
dalla verità, essendo la cosa più essenziale d’un anima il non mai uscire dal circolo della verità;
come, non mi ami tu? Con qual coraggio lo dici? Non vuoi tu patire per Me?” Ed io, tutta
arrossendo: “Sì, Signore.” E Lui: “Ebbene, come ti vieni ad uscire dalla verità?” Detto ciò si è
ritirato nel mio interno, senza farsi più sentire, restando io come se avessi ricevuto una mazzata.
Quante ne fa la signora ubbidienza, se non fosse per lei no mi troverei in questi cimenti col mio
diletto Gesù; quanta pazienza si vuole con questa benedetta ubbidienza.
Onde riprendo a dire ciò che dovevo dire, avendomi il Signore un po’ distratta da ciò che ho
incominciato, quindi nel venire il benedetto Gesù ha risposto al mio pensiero col dirmi: “Sicuro che
meritano d’essere bruciati questi tuoi scritti, ma vuoi sapere in qual fuoco? Nel fuoco del mio
amore, perché non vi è pagina che non manifesti a chiare note il modo come amo le anime; tanto se
son cose che riguardano te, tanto se riguardano il mondo; ed il mio amore in questi tuoi scritti trova
uno sfogo ai miei preoccupati ed amorosi languori.”
Dopo ciò mi ha trasportato fuori di me stessa, e trovandomi sola senza corpo ho detto: “Mio
diletto ed unico bene, qual castigo è per me, dovendo ritornare tante volte nel mio corpo, perché è
certo che adesso non lo tengo, è la sola anima che sta insieme con voi; e poi non so come mi trovo
imprigionata nel misero mio corpo come dentro d’un carcere tenebroso, ed lì ci perdo quella libertà
che col uscire mi viene data. Non è questo un castigo per me, il più duro che dar si potesse?” E
Gesù: “Figlia mia, non è castigo quello che tu dici, né per colpa tua che ciò ti succede, anzi devi
sapere che solo per due ragioni l’anima può uscire dal corpo: Per forza del dolore, che succede la
morte naturale; o per forza d’amore reciproco tra Me e l’anima, perché essendo quest’amore tanto
forte, che né l’anima la durerebbe, né Io posso durarla a lungo senza godere di Lei; perciò la vado
tirando a Me, e poi la rimetto di nuovo nel suo stato naturale; e l’anima più che da un filo elettrico
tirata, va e viene come a Me piace. Ecco che ciò che tu credi castigo è amore finissimo.” Ed io:
“Ah! Signore, se il mio amore fosse bastante, e forte, credo che avrei la forza di sussistere innanzi a
voi, e non sarei soggetta di ritornare al corpo; ma siccome è molto debole, perciò son soggetta a
queste vicende.” E Lui: “Anzi ti dico che è amore più grande, è estratto dall’amore del sacrifizio,
che per amor mio e per amor dei tuoi fratelli ti privi e ritorni alle miserie della vita.”
Dopo ciò il benedetto Gesù mi ha trasportato ad una città, dove erano tante le colpe che si
commettevano, che usciva come una nebbia densissima, puzzolente, che s’innalzava verso il cielo; e
dal cielo scendeva un’altra nebbia folta, e dentro vi stavano condensati tanti castighi, che pareva che
fossero bastanti a sterminare questa città, ond’io ho detto: “Signore, dove ci troviamo? Che parti
son questi?” E Lui: “Qui è Roma, dove son tante le nefandezze che si commettono, non solo dai
secolari, ma anche dai religiosi, che meritano che questa nebbia li finisca d’accecare, meritandosi il
loro sterminio.”
In un’istante ho visto il macello che ne succedeva, e pareva che il Vaticano ricevesse parte
delle scosse; non erano risparmiati neppure i sacerdoti, perciò tutta costernata ho detto: “Mio
Signore, risparmiate la vostra prediletto città, tanti ministri tuoi, il Papa. Oh! quanto volentieri vi
offro me stessa a soffrire i loro tormenti, purché li risparmiate.” E Gesù, commosso mi ha detto:
“vieni con Me e ti farò vedere fin dove giunge la malizia umana.” E mi ha trasportato dentro d’un
palazzo, ed in una stanza secreta stavano cinque o sei deputati e dicevano tra loro: “Allora ci
arrenderemo quando avremo distrutti i cristiani.” E pareva che volevano costringere il re a scrivere
di proprio pugno il decreto di morte contro dei cristiani, e la promessa d’impadronirsi dei beni di
questi, dicendo: “Purché consentiva loro, non faceva niente che non lo facevano per ora, a tempo
ed a circostanza opportuna, allora l’avrebbero fatto.” Dopo ciò mi ha trasportato altrove, e
facevami vedere che doveva morire uno di quelli che si dicono capi, e questo tale pareva tanto unito
col demonio, che neppure a quel punto si scostava, tutta la sua forza la prendeva dai demoni, che lo
corteggiavano come loro fido amino. I demoni nel vedermi si sono scossi, e chi mi voleva battere, e
chi mi voleva fare una cosa e chi un’altra, io però nulla curando le loro molestie, perché mi costava
più la salvezza di quell’anima, mi sono sforzato e sono giunta vicino a quell’uomo. Oh! Dio, che
vista spaventevole, più dei stessi demoni, in che stato lacrimevole giaceva egli? Faceva più che
pietà, niente l’ha commossa la nostra presenza, anzi pareva che se ne facesse beffe. Gesù subito mi
ha tirato da quel punto, ed io ho incominciato a perorare presso Gesù la salvezza di quell’anima.

Ottobre 12, 1900


I nemici più potenti dell’uomo sono: L’amore ai piaceri, alle ricchezze, ed agli onori.
Continua a venire il mio adorabile Gesù; questa mattina portava una folta corona di spine;
l’ho tolta pian piano, e l’ho messo sulla mia testa, ed ho detto: “Signore, aiutatemi a conficcarla.”
E Lui: “Questa volta voglio che tu stessa te la conficchi, voglio vedere che cosa sai fare, e come
vuoi soffrire per amor mio.” Io me l’ho conficcata ben bene, molto più che si trattava di fargli
vedere fin dove giungeva il mio amore di soffrire per Gesù, tanto che Lui stesso, tutto intenerito e
stringendomi mi ha detto: “Basta, basta, che il mio cuore non più regge a vederti più soffrire.” Ed
avendomi lasciata molto sofferente, il mio diletto Gesù non faceva altro che andare e venire.
Dopo ciò ha preso l’aspetto di crocifisso, e mi ha partecipato le sue pene, e mi ha detto:
“Figlia mia, i nemici più potenti dell’uomo sono: L’amore ai piaceri, alle ricchezze, ed agli onori,
che rendono infelice l’uomo, perché questi nemici s’intromettono fin nel cuore, e lo rodono
continuamente, l’amareggiano, l’abbattono, tanto, da farli perdere tutta la felicità, ed Io sul Calvario
sconfissi questi tre nemici, ed ottenni grazia per l’uomo di vincerli anch’esso, e gli restituii la
felicità perduta. Ma l’uomo sempre ingrato e sconoscente, rigetta la mia grazia, ed ama
accanitamente questi nemici, che mettono il cuore umano ad una tortura continua.” Detto ciò ha
scomparso, ed io comprendevo con tale chiarezza la verità di queste parole, che mi sentivo un
abborrimento, un odio contro di questi nemici. Sia benedetto sempre il Signore e tutto per sua
gloria.

Ottobre 14, 1900


Il flagello pericoloso dei borghesi. Solo l’innocenza strappa la misericordia e mitiga il giusto
sdegno.

Questa mattina mi sentivo tanto stordita, che non capivo me stessa, né potevo andare
secondo il solito in cerca del mio sommo bene. Onde di tanto in tanto si muoveva dentro del mio
interno e si faceva vedere, e tutta abbracciandomi e compatendomi mi diceva: “Povera figlia, hai
ragione che non sai stare senza di Me, come potresti tu vivere senza del tuo amato?” Ed io, scossa
dalle sue parole ho detto: “Ah! diletto mio, che duro martirio è la vita per gli intervalli che sono
costretta a starmi senza di voi. Lo dite voi stesso, che ne ho ragione, e poi mi lasciate?” E Lui,
furtivamente si è nascosto come se non volesse che sentisse ciò che mi diceva, ed io son lasciata di
nuovo nel mio stordimento, senza poter dire più niente; quando mi ha visto stordita di nuovo, è
uscito, e diceva: “Tu sei tutto il mio contento, nel tuo cuore trovo il vero riposo, e riposandomi vi
provo le più care delizie.” Ed io di nuovo scotendomi ho detto: “Anche per me voi siete tutto il
mio contento, tanto che tutte le altre cose non son per me che amarezze.”
E Lui ritirandosi di nuovo, sono rimasta a mezza voce, restando più stordita di prima, e così
ha seguitato questa mattina, pareva che avesse voglia di scherzare un poco. Dopo ciò mi son sentita
fuori di me stessa, ed ho visto che venivano persone sconosciute vestite da borghesi, e la gente nel
vederle, tutte si raccapricciavano e mettevano un grido di spavento e di dolore, specie i bambini e
dicevano: “Se questi ci danno sopra, per noi è finita.” E soggiungevano: “Nascondete le giovani,
povera gioventù se giunge in mani di queste.” Onde io, rivolta al Signore ho detto: “Pietà,
misericordia, allontanate questo flagello tanto pericoloso per la misera umanità, vi muovano a
compassione le lacrime dell’innocenza.” E Lui: “Ah! figlia mia, solo per l’innocenza ho riguardo
degli altri, solo essa mi strappa la misericordia e mitiga il mio giusto sdegno.”
Ottobre 15, 1900
Lotta tra il confessore e Gesù per la crocifissione di Luisa.
Questa mattina avendo fatto la comunione, il benedetto Gesù mi ha fatto sentire la sua voce
che diceva: “Figlia mia, questa mattina mi sento tutta la necessità d’essere ristorato, deh! prendi un
po’ le mie pene sopra di te, e lasciarmi riposare alquanto nel tuo cuore.” Ed io: “Sì mio bene,
fatemi sentire le tue pene, e mentre io soffro invece tua, avrete tutto l’agio di potervi ristorare e
prendere un dolce riposo; solo vi chiedo che indugiate un’altro poco finché resto sola, perché mi
pare che stia il confessore ancora, acciò nessuno mi possa vedere soffrire.” E Lui: “Che fa che stia
il padre presente, non sarebbe meglio che invece d’averne uno a ristorarmi, ne avessi due? Cioè, tu
soffrendo e quello concorrendo meco con la stessa mia intenzione?”
In questo mentre, ho visto il confessore che metteva l’intenzione della crocifissione, ed il
Signore subito, senza il minimo indugio mi ha partecipato le pene della croce. Onde dopo essere
stata un poco in quelle sofferenze, il confessore mi ha chiamato all’ubbidienza, Gesù si è ritirato ed
io cercavo di sottopormi a chi mi comandava. Quando in un’istante, di nuovo è venuto il mio dolce
Gesù che mi voleva sottoporre la seconda volta alle pene della crocifissione, ed il padre non voleva;
ed io quando mi uniformavo con Gesù, cioè a soffrire, Gesù veniva; quando il confessore vedeva
che incominciavo a soffrire, con l’ubbidienza arrestava il patire, Gesù si ritirava; soffrivo ben si una
pena grande nel vederlo ritirarsi, ma facevo quanto più potevo per obbedire, e delle volte siccome il
confessore lo vedevo presente lasciavo fare a Loro, aspettando chi doveva vincere: L’ubbidienza o
Nostro Signore. Ah! mi pareva di vedere lottare l’ubbidienza e Gesù, tutte e due potenti, abili a
potere affrontare una lotta. Dopo che hanno lottato ben bene, nell’atto di vedere chi vinceva, è
venuta la Regina Mamma, che avvicinandosi al padre l’ha detto: “Figlio mio, stamattina che vuole
Lui stesso che soffra, lascialo fare, altrimenti non sarete risparmiati, neppure in parte, dai castighi.”
In quel momento, il padre come se fosse distratto a sostenere la lotta, e Gesù vincitore mi ha
sottoposto di nuovo alle pene, ma con tale veemenza ed acerbi spasimi che non so io stessa come
sono rimasta viva; quando mi credevo di morire, l’ubbidienza di nuovo mi ha richiamato e per poco
mi son trovata in me stessa. Ristorandosi il benedetto Gesù, ma non contento ancora, ritornando
voleva ripetere la terza volta, ma l’ubbidienza armandosi di fortezza, questa volta si è fatto
vincitrice, perdendo il mio diletto Gesù.
Con tutto ciò di tanto in tanto cercavo chi sa potesse vincere Lui di nuovo, tanto che non mi
dava requie ed ho dovuto dire: “Ma Signor mio, state un po’ quieto e lasciatemi in pace; non vedete
che l’ubbidienza si è messa in armi, e non ve la vuol cedere? Perciò abbiate pazienza, e se volete
ripetere la terza volta promettetemi di farmi morire.” E Gesù: “Sì, vieni.” L’ho detto al Padre, ed
anche in questo l’ubbidienza si è resa inesorabile, ad onta che il mio dolce bene mi chiamava col
dirmi: “Luisa vieni.” Lo dicevo che mi chiama, ma mi era risposto un no reciso. Che bella
ubbidienza è questa, siccome vuol fare in tutto, e sopra tutto da signora, si vuol ficcare in cose che a
lei non l’appartiene, qual’è il morire; e poi bella cosa esporre una povera infelice ai pericoli di
morire, farla toccare con mano il porto della felicità eterna, e poi per farsi vedere che sa fare in tutto
da signora, a via di forza, che possiede, la trattiene e la fa giacere nella misera prigione del corpo, e
se si domanda perché tutto questo, primo che non ti risponde, e poi nel suo muto linguaggio ti dice:
“Perché? Perché son signora ed ho impero su di tutto.” Pare che se si vuol stare in pace con questa
benedetta ubbidienza, ci vuole una pazienza da santo, non solo, ma quella dello stesso Nostro
Signore; altrimenti si starà in continui attriti, perché si tratta che vuol toccare gli estremi.
Onde vedendo che non poteva vincere niente, il benedetto Signore si è acquietato
all’ubbidienza e mi ha lasciato in pace, mi ha mitigato le pene che soffrivo e mi ha detto: “Diletta
mia, nelle pene che hai sofferto, ho voluto farti provare il furore della mia giustizia col versarla un
poco sopra di te. Se tu potessi vedere con chiarezza il punto dove l’hanno fatto giungere gli uomini,
e come il furore della mia giustizia si è armata contro di essi, tu tremeresti verga a verga, e non
faresti altro che pregarmi che piovessero sopra di te le pene.” Onde pareva che mi sostenesse nelle
mie sofferenze, e per rincorarmi mi diceva: “Io mi sento meglio, e tu?” Ed io: “Ah! Signore, chi
può dirvi quello che sento, mi pare come se avessi stata stritolata dentro d’una macchina, provo tale
sfinimento di forze, che se voi non m’infondete vigore non posso riavermi.” E Lui: “Diletta mia, è
necessario che almeno di tanto in tanto tu sentissi con intensità le pene; prima per te, perché per
quanto buono fosse un ferro, se si lascia a lungo senza metterlo nel fuoco, sempre viene a contrarre
qualche poco di ruggine; secondo per Me, se a lungo non mi sgravassi sopra di te, il mio furore si
accenderebbe in tal modo, che non avrei nessun riguardo, né le userei nessun risparmio, e se non ti
prendesse sopra di te le mie pene, come potrei mantenerti la parola di risparmiare in parte il mondo
dai castighi?” Dopo ciò è venuto il confessore a chiamarmi all’ubbidienza, e così sono ritornata in
me stessa.

Ottobre 17, 1900


Un’anima sofferente ed una preghiera umilissima, fa perdere tutta la fortezza a Gesù, e lo
rende tanto debole da farsi legare da quell’anima. L’aspetto della giustizia.
Continuando a venire il mio adorabile Gesù, mi pareva di vederlo tanto sofferente, che
faceva compassione, e gettandosi fra le mie braccia mi ha detto: “Figlia mia, spezzami il furore
della mia giustizia, altrimenti....” In questo mentre, mi è parso di vedere la giustizia divina armata
di spade, di saette di fuoco, che metteva terrore, ed insieme la fortezza con cui può agire. Onde
tutta spaventata ho detto: “Come posso spezzarvi il furore se vi veggo così forte, da potere in un
semplice istante annientare cielo e terra?” E Lui: “Eppure un’anima sofferente, ed una preghiera
umilissima mi fa perdere tutta la mia fortezza, e mi rende tanto debole da farmi legare da
quell’anima, come a lei pare e piace.” Ed io: “Ah! Signore, in che aspetto brutto si fa vedere la
giustizia.” E Gesù ha soggiunto: “Non è brutta; se tu la vedi così armata, ciò hanno fatto gli
uomini, ma in sé stessa è buona e santa, come gli altri miei attributi, perché in Me non ci può essere
neppure l’ombra del male; è vero che l’aspetto comparisce aspro, pungente, amaro, ma i frutti sono
dolci e gustosi.” Detto ciò è scomparso.

Ottobre 20, 1900


Come la giustizia vuole la soddisfazione di ciò che è ingiusto, così il amore vuole lo sfogo
d’amare e d’essere amato.
Questa mattina, nel venire il mio adorabile Gesù, mi faceva vedere i suo attributi e mi ha
detto: “Figlia mia, tutti i miei attributi stanno in continua attitudine per gli uomini, e tutti esigono il
loro tributo.” Poi ha soggiunto: “Come la giustizia vuole la soddisfazione di ciò che è ingiusto,
così il mio amore vuole lo sfogo d’amare e d’essere amato. Tu mettiti nella giustizia, e prega,
ripara, e quando ricevi qualche colpo abbi la pazienza a sopportarlo; poi passa nel mio amore e
dammi lo sfogo dell’amore, altrimenti resterei defraudato nell’amore, come questa volta mi sento
tutta la necessità di dare sfogo al mio amore represso, e se non mi venisse dato di farlo, languirei e
verrei meno.” Mentre così diceva, ha cominciato a baciarmi, accarezzarmi ed a farmi tante
tenerezze d’amore, che non ho parole a saperle manifestarle; e voleva che io lo contraccambiassi,
dicendomi: “Come Io sento il bisogno di sfogarmi con te in amore, così tu hai bisogno di sfogarti
in amore per Me, non è vero?” Onde dopo averci sfogato a vicenda in amore, è scomparso.

Ottobre 22, 1900


Dubbi di Luisa sulle cose che le succedono, lei vuol sapere se sono di Dio o del demonio. La
ubbidienza non ha ragione umana, la sua ragione è divina.

Questa mattina mi trovavo tutta oppressa e con timore che non fosse Gesù benedetto che
operasse in me, ma il demonio, ma con tutto ciò non mi sapevo contenere di cercarlo e desiderarlo,
sebbene quando appena si è benignato di venire mi ha detto: “Chi è che assicura che esce il sole se
non la luce che mette in fuga le tenebre notturne, ed il calore che spande nella stessa luce? Se si
direbbe che è uscito il sole, e con ciò si vede più densa l’oscurità della notte, e non si sentirebbe
nessun calore, che diresti tu? Che non è sole vero ch’è uscito, ma falso, perché non si veggono gli
effetti del sole. Or, se la mia vista ti fuga le tenebre e ti mostra la luce della verità, facendoti sentire
il calore della mia grazia, perché vuoi lambiccarti il cervello che non sono Io che opero in te?”
Aggiungo perché così vuole l’ubbidienza, che l’altro giorno stavo pensando: “Se davvero si
verificassero tanti castighi che ho scritto in questi libri, chi avrà cuore di essere spettatrice?” Ed il
benedetto Signore con chiarezza mi fece comprendere che taluni si verificheranno mentre sarò
ancor su questa terra, altri dopo la mia morte, e certi saranno risparmiati in parte. Onde restai un
po’ più sollevata pensando che non mi toccavo di vederli tutti. Ecco soddisfatta la signora
ubbidienza, che si era incominciata ad accigliarsi ed a menare lamenti e rabbuffi; che io, pare che
questa benedetta signorina non si vuole in nessun modo adattare alla ragione umana, non si vuole
investire di nessuna circostanza, anzi pare che non ha affatto ragione, ed è un bel crepare aver che
fare con una che non ha ragione, per potere stare un po’ in buono è necessario che si perda la
propria ragione, perché la signorina si va vantando: “Io non ho nessuna ragione umana, perciò non
so adattarmi all’uso umano, la mia ragione è divina, e chi vuol vivere in pace con Me è
assolutamente necessario che perda la sua, per fare acquisto della mia.” Ecco come ragione bene la
signorina, che si può dire? E’ meglio tacere, perché o dritto o rovescio vuol sempre ragione, e si
gloria di darti tutto il torto.

Ottobre 23, 1900


Il vero amore non sta mai solo.

Questa mattina, avendo fatto la comunione, il mio adorabile Gesù mi faceva vedere il
confessore che metteva l’intenzione di farmi soffrire la crocifissione; la mia povera natura me la
sentivo ripugnante, non perché non volessi soffrire, ma per altre ragioni che non è qui necessario
descriverle, ma Gesù, come lamentandosi di me diceva al padre: “Non vuole sottomettersi.” Io mi
sono intenerita al lamento, il padre ha rinnovato il comando e mi sono sottoposta. Dopo aver
sofferto un poco, siccome vedevo il padre presente, il Signore ha detto: “Diletta mia, ecco il
simbolo della Sacrosanta Trinità: Io, il padre, e tu. Il mio amore fino ab eterno non è stato mai
solo, ma sempre unito in perfetta e scambievole unione con le Divine Persone, perché il vero amore
non sta mai solo, ma produce altri amori e gode di essere riamato dagli amori che lui stesso ha
prodotto, e se sta solo, o non è della natura dell’amor divino, oppure è solo apparente. Se sapessi
quanto mi compiaccio e gusto di poter continuare nelle creature quell’amore che fin ab eterno
regnava e regna tutt’ora nella Santissima Trinità. Ecco pure, perciò dico che voglio il consenso
dell’intenzione del confessore unito con Me, per poter continuare più perfettamente quest’amore
simbolico della Triade Sacrosanta.”

Ottobre 29, 1900


La cosa più essenziale e necessaria in un’anima è la carità.
Dopo aver passato qualche giorno di privazione e di silenzio, questa mattina nel venire il
benedetto Gesù ho detto: “Si vede che non è più volontà vostra il mio stato.” E Lui: “Sì, sì, alzati
e vieni nelle mie braccia.” Da questo dire ho dimenticato il penoso stato dei giorni passati e sono
corsa nelle sue braccia, e come si vedeva il costato aperto, ho detto: “Diletto mio, è da qualche
tempo che non mi avete ammesso a succhiare al vostro costato, vi prego ammettermi oggi.” E
Gesù: “Diletta mia, bevi pure a tuo piacere e saziati.” Chi può dire il mio contento, e con qual
avidità ho messo la mia bocca a bere a quella fonte divina? Dopo che ho bevuto a sazietà, fino a
non aver più dove mettere neppure un altra goccia, mi son tolta, e Gesù mi ha detto: “Ti sei
saziata? Se non sei, seguita pure a bere.” Ed io: “Sazia no, perché a questa fonte quanto più si
beve, più cresce la sete, solo che essendo io molta ristretta, non sono capace di più contenerne.”
Dopo ciò, vedevo insieme con Gesù altre persone, e ha detto: “La cosa più essenziale e
necessaria in un’anima, è la carità; se non ci sta la carità, succede come a quelle famiglie o regni
che non hanno reggitori, tutto è sconvolto, le più belle cose restano oscurati, non si vede nessuna
armonia, chi vuol fare una cosa e chi un’altra. Così succede nell’anima dove non regna la carità,
tutto è in disordine, le più belle virtù non armonizzano tra loro; ecco perciò la carità si chiama
regina, perché ha regime, ordine e dispone tutto.”

Ottobre 31, 1900


La medicina più salutare ed efficace negli incontri più tristi della vita, è la rassegnazione.
Trovandomi nel solito mio stato, mi son sentita fuori di me stessa, ed ho trovato la Regina
Mamma; appena vistomi ha incominciato a parlare della giustizia, come sta per cozzare con tutto il
furore contro le genti; ha detto tante cose sopra di ciò, ma non ho vocaboli come esprimerle, ed in
questo mentre vedevo tutto il cielo pieno di punte di spade contro del mondo. Poi ha soggiunto:
“Figlia mia, tu tante volte hai disarmato la giustizia divina, e ti sei contentata di ricevere sopra di te
i suoi colpi, ora che la vedi al colmo del furore, non ti avvilire, ma sii coraggiosa, con animo pieno
di santa fortezza, entra in essa giustizia e disarmala, non aver timore delle spade, del fuoco e di tutto
ciò che potrai incontrare; per ottenere l’intento, se ti vedi ferita, battuta, scottata, rigettata, non darti
indietro, ma ti sia piuttosto sprone come tirare innanzi. Vedi, a ciò fare son venuto Io in tuo aiuto
col portarti una veste, la quale indossandola l’anima tua acquisterai coraggio e fortezza a nulla
temere.” Detto ciò, da dentro il suo manto ha uscito una veste intessuta di oro screziato a vari colori
ed ha vestito l’anima mia; poi mi ha dato il suo Figlio dicendomi: “Ed ecco che per pegno del mio
amore ti do in custodia il mio carissimo Figlio, acciocché lo custodisca, l’ami e lo contenti in tutto;
cerchi di fare le mie veci, acciò trovando in te tutto il suo contento, lo scontento che gli danno gli
altri non gli possa dare tanta pena.”
Chi può dire quanto sono restata felice e fortificata nell’essere vestita da quella veste, e
coll’amoroso pegno fra le mie braccia? Felicità più grande non potrei certo, più desiderare. Onde
la Regina Mamma è scomparsa, ed io son rimasta col mio dolce Gesù. Abbiamo girato un poco la
terra, e tra tanti incontri, ci abbiamo incontrato con un’anima data in preda alla disperazione;
avendone compassione ci siamo avvicinato, e Gesù ha voluto che io le parlassi per farle
comprendere il male che faceva; con una luce che Gesù stesso m’infondeva, le ho detto: “La
medicina più salutare ed efficace negli incontri più tristi della vita è la rassegnazione. Tu col
disperarti, invece di prendere la medicina, ti stai prendendo il veleno come uccidere l’anima tua.
Non sai tu che il rimedio più opportuno a tutti i mali, la cosa principale che ci rende nobili, ci
divinizza, ci rassomiglia a Nostro Signore ed ha virtù di convertire in dolcezza le stesse amarezze, è
la rassegnazione? Che cosa fu la vita di Gesù sulla terra, se non continuare il Volere del Padre, e
mentre stava in terra, stava unito col Padre in Cielo? Così l’anima rassegnata mentre vive in terra,
l’animo e la volontà sua sta unita con Dio nel Cielo. Si può dare cosa più cara e desiderabile di
questa?” Quell’anima, come scossa, si ha cominciato a calmarsi, ed io insieme con Gesù ci siamo
ritirati. Sia tutto per gloria Dio, e sempre benedetto.

Novembre 2, 1900
Chi dimora in Gesù, nuota nel pelago di tutti i contenti.
Questa mattina mi sentivo tutta oppressa ed afflitta, con l’aggiunta che il benedetto Gesù
non si faceva vedere; onde dopo molto aspettare, è uscito da dentro il mio interno, ed aprendomi il
suo cuore mi metteva dentro dicendomi: “Stati dentro di Me, lì solo troverai la vera pace e stabile
contento, perché dentro di Me non penetra nulla di ciò che non appartiene alla pace e contentezza, e
chi dimora in Me non fa altro che nuotare nel pelago di tutti i contenti; mentre poi, all’uscire fuori
di Me, ancorché l’anima non si brigasse di niente, solo a vedere le offese che mi fanno ed il modo
come mi dispiacciono, già viene a partecipare alle afflizioni, e ne resta perturbata; perciò tu di tanto
in tanto dimenticati di tutto, entra dentro di Me e vieni a gustare la mia pace e felicità, poi esci fuori
e fammi l’ufficio della mia riparatrice.” Detto ciò è scomparso.

Novembre 8, 1900
L’ubbidienza restituisce all’anima il suo primiero stato.
Continuando i suoi soliti indugi, nel venire io ne sentivo tutto il peso della sua privazione;
quando tutto all’improvviso è venuto, e senza sapere il perché mi ha rivolto questa interrogazione:
“Mi sapresti tu dire perché l’ubbidienza è tanto glorificata, e ne riporta tanto onore da improntare
nell’anima l’immagine divina?” Io tutta confusa non ho saputo che rispondere, ma il benedetto
Gesù, con una luce intellettuale che mi mandava, mi ha risposto Lui stesso, e siccome è per mezzo
di luce e non di parole, non ho vocaboli come esprimerli, ma l’ubbidienza vuole che mi provi se mi
riesce a scriverlo; credo che farò dei grossi spropositi, e scriverò cose che non concorderanno
insieme, ma metto tutta la mia fede nell’ubbidienza, specialmente che son cose che le riguardano
direttamente, ed incomincio a provarmi.
Onde pareva che mi dicesse: “Che l’ubbidienza è tanto glorificata perché ha virtù di svelare
fin dalle radici le passioni umane, distrugge nell’anima tutto ciò che è terreno e materiale, e con suo
grande onore restituisce all’anima il suo primiero stato, cioè come fu creata da Dio nella giustizia
originale, cioè prima d’essere cacciata dall’Eden terrestre, ed in questo sublime stato, l’anima si
sente tirata fortemente a tutto ciò ch’è bene, si sente connaturato con sé tutto ciò che è buono, santo
e perfetto, con un’orrore grandissimo anche al l’ombra del male. Con questa natura felice ricevuta
dall’espertissima mano dell’ubbidienza, l’anima non prova più difficoltà ad eseguire i comandi
ricevuti, molto più che chi comanda sempre il buono deve comandare, ed ecco come l’ubbidienza sa
improntare bene l’immagine divina, non solo, ma cambia la natura umana nella divina, perché come
Dio è buono, santo e perfettissimo, ed è portato a tutto ciò che è buono ed odia sommamente il
male, così l’ubbidienza ha virtù di divinizzare l’umana natura, e di farle acquistare le proprietà
divine; e quanto più l’anima si lascia maneggiare da questa espertissima mano, tanto più acquista di
divino, e distrugge l’essere proprio. Ed ecco perciò è tanto glorificata ed onorata; tanto che Io
stesso mi sottoposi a lei e ne restai onorato e glorificato, e restituii per mezzo suo l’onore e la gloria
a tutti i miei figli che per la disubbidienza avevano perduto.”
Questo su per giù ho saputo manifestare, il resto me lo sento nella mente, ma mi mancano le
parole, perché è tanta l’altezza del concetto di questa virtù, che il mio povero linguaggio umano non
sa adattarsi a farne parole...

Novembre 10, 1900


Gesù Cristo le insegna dove sta il vero amore.
Continuando a non venire, mi sentivo immersa nella più grande amarezza, l’anima mia ne
restava straziata in mille modi. Come un’ombra mi sentivo d’appresso ed ho sentito la voce del mio
adorabile Gesù, ma senza vederlo, che mi ha detto: “L’amore più perfetto sta nella vera fiducia che
dovesse avere verso l’oggetto amato, ed ancorché si vedesse perduto l’oggetto che si ama, allora più
che mai è tempo di dimostrare questa viva fiducia. Questo è il mezzo più facile per mettersi in
possesso di ciò che ardentemente si ama.” Detto ciò è scomparsa l’ombra e la voce. Chi può dire la
pena che sento per non aver visto l’amato mio bene?

Novembre 11, 1900


Uscendo dal Divin Volere si perde la conoscenza di Dio e di sè stesso.

Pare che il signore benedetto vuole esercitarmi nella pazienza, non ha compassione né delle
mie lacrime, né del mio dolorosissimo stato. Io senza di Lui, mi veggo immersa nelle più grande
miserie, credo che non ci sia anima più scellerata della mia, sebbene, stando con Gesù, mi veggo
più che mai cattiva, ma siccome mi trovo con Lui che possiede tutti i beni, l’anima mia trova il
rimedio a tutti i mali. Onde, mancandomi, tutto per me finisce; non c’è più nessun rimedio alle mie
grandi miserie, molto più mi opprime il pensiero che non fosse più Volontà sua il mio stato, e non
stando nel suo Volere, mi pare di stare fuori del centro e molte volte ci penso al modo come poter
uscire. Ora, stando con queste disposizioni me lo ho sentito da dietro le spalle che mi diceva: “Ti
sei stancata, non è vero?”
Ed io: “Sì Signore, mi sento bastantemente stanca.” E Lui ha ripreso: “Ah! figlia mia, non
uscire dal mio Volere, ché uscendo da dentro il mio Volere vieni a perdere la mia conoscenza, e non
conoscendo Me, vieni a perdere la conoscenza di te stessa, perché allora si distingue con chiarezza
se c’è oro o fango che ai riverbi della luce; che se tutto è tenebre facilmente si possono scambiare
gli oggetti. Ora, luce è il mio Volere, che dandoti la mia conoscenza, ai riverbi di questa luce vieni
a conoscere chi sei tu, e vedendo la tua debolezza, il tuo puro nulla, ti attacchi alle mie braccia ed
unita col mio Volere vivi con Me nel Cielo. Ma se tu vuoi uscire dal mio Volere, prima che verrai a
perdere, la vera umiltà, e poi verrai a vivere sulla terra, e sarai costretta a sentire il peso terreno, a
gemere e sospirare come tutti gli altri sventurati che vivono fuori della mia Volontà.” Detto ciò si è
ritirato senza farsi neppur vedere. Chi può dire lo strazio dell’anima mia?

Novembre 13, 1900


Vede le tante miserie umane, l’avvilimento e spogliamento della Chiesa, lo stesso degradare dei
sacerdoti.

Dopo aver passato parecchi giorni di privazione amarissima, avendo fatto la santa
comunione, dentro il mio interno ho visto tre Bambini, era tanta la loro bellezza ed eguaglianza, che
parevano tutti e tre nati ad un parto. L’anima mia n’è restata sorpresa e stupita nel vedere tanta
bellezza rinchiusa nel cerchio del mio interno tanto miserabile, molto più cresceva il mio stupore,
ché vedevo questi tre Bambini come se avessero in mano tante corde d’oro, e con queste sì legavano
loro tutto a me, ed il cuore mio tutto a loro. Dopo poi, come se ognuno prendesse posto, hanno
incominciato a discutere tra loro; ma io non intendevo e non trovo parole come poter ridire il loro
altissimo linguaggio, sol so dire che dentro un batter d’occhio ho visto le tante miserie umane,
l’avvilimento e spogliamento della Chiesa, lo stesso degradare dei sacerdoti, che invece d’essere
luce per i popoli, sono tenebre, onde tutta amareggiata da questa vista ho detto: “Santissimo Iddio,
date la pace alla Chiesa, fatele restituire ciò che l’hanno tolto, non permettete che i cattivi ridano
alle spalle dei buoni.” E mentre ciò dicevo hanno detto: “Sono arcani di Dio incomprensibili.”
Detto ciò sono scomparsi, ed io sono ritornata in me stessa.

Novembre 14, 1900


La Regina Mamma ristora Gesù. La trasporta al purgatorio.
Questa mattina nel venire il mio adorabile Gesù, mi ha trasportato fuori di me stessa e mi ha
chiesto un ristoro alle sue pene, io niente avendo ho detto: “Dolcissimo amor mio, se ci stava la
Regina Mamma poteva ristorarvi col suo latte, ché in quanto a me non ho altro che miserie.” In
questo mentre, è venuta la Santissima Regina, ed io subito a Lei ho detto: “Gesù sente la necessità
d’un ristoro, datelo il vostro dolcissimo latte, che resterà ristorato.” Onde, la nostra carissima
Mamma l’ha datto il suo latte, ed il mio diletto Gesù è restato tutto ristorato. Poi a mi rivolto ha
detto: “Io mi sento rinfrancato, anche tu avvicinati alle mie labbra e bevi parte di quel latte che ho
ricevuto dalla mia Madre, acciò possiamo restare ambedue ristorate.”
Così ho fatto; ma chi può dire la virtù di quel latte che da Gesù usciva bollente, e tanto ne
conteneva che pareva una fonte immensa, che ancorché bevessero tutti gli uomini, non si
scemerebbe punto. Dopo ciò abbiamo girato un poco la terra, e ad un punto pareva che stavano
gente seduta ad un tavolino che dicevano: Ci sarà una guerra nell’Europa, e quel ch’è più dolente è
che sarà prodotta da parenti.” Gesù ascoltava ciò ma non diceva niente a tal riguardo; quindi, non
so certo se ci sarà sì, no, essendo i giudizi umani mutabili e ciò che oggi dicono domani disdicono.
Poi mi ha trasportato dentro d’un giardino in cui sporgeva un grandissimo edifizio come se fosse un
Monastero, popolato di tanta gente che riusciva difficile numerarli, il mio adorabile Gesù, alla vista
di quella gente si ha voltato di spalle, si ha stretto tutto a me, mettendo la sua testa poggiata alla mia
spalla vicino al collo, e mi ha detto: “Diletta mia, non farmeli vedere, altrimenti verrei molto a
soffrire.”
Anch’io mi l’ho stretto, ed avvicinandomi ad una di quelle anime ho detto: “Ditemi almeno
chi siete?” E quella ha risposto: ‘Siamo tutte anime purganti, e la nostra liberazione sta legata alla
soddisfazione di quei pii legati che abbiamo lasciato ai nostri successori, e siccome non si
soddisfano, noi siamo costretti a starci qui, lontani dal nostro Iddio, quel pena è per noi, perché Dio
si rende per noi un’Essere necessario, che non si può farne a meno, proviamo una continua morte
che ci martirizza nel modo più spietato, e se non moriamo è perché la nostra anima non è a questo
soggetta, onde dolenti qual siamo, restando privi di un oggetto che forma tutta la nostra vita,
imploriamo da Dio che faccia provare ai mortali una minima parte delle nostre pene, col privarli di
ciò che è necessario al mantenimento della vita corporale, acciocché imparino a spese proprie
quanto è doloroso l’essere privi di ciò che assolutamente è necessario.”
Dopo ciò, il Signore mi ha trasportato altrove, ed io sentendo compassione di quelle anime
ho detto: “Come, oh! mio buon Gesù, avete voltato il vostro volto da quelle anime benedette che
tanto vi sospiravano, mentre bastava farvi vedere solamente per fare che quell’anime restassero
libere delle pene e beatificate?” E Lui: “Oh! figlia mia, se Io mi mostrassi loro, siccome non sono
del tutto purgate, non avrebbero potuto sostenere la mia presenza, ed invece di slanciarsi fra le mie
braccia, confuse si sarebbero ritirate indietro e non avrei fatto altro che accrescere il mio ed il loro
martirio. Ecco perciò ho fatto così.” Detto ciò ha scomparso.

Novembre 16, 1900


Gesù le toglie il cuore, e le dà il suo amore per cuore.
Questa mattina, avendo fatto la comunione, il mio adorabile Gesù faceva vedere il mio
interno tutto cosparso di fiori, a forma d’una capanna, e Lui che se ne stava dentro tutto ricreandosi
e compiacendosi. Io vedendolo in quell’atteggiamento ho detto: “Mio dolcissimo Gesù, quando
sarà che vi prenderete questo mio cuore per uniformarlo tutto al vostro in modo da poter vivere
della vita del vostro cuore?” Mentre ciò dicevo, il mio sommo ed unico bene ha preso una lancia e
mi ha aperto dalla parte dove corrisponde il cuore; poi con le sue mani l’ha tirato fuori e tutto lo
riguardava per vedere se fosse spogliato, e tenesse quelle qualità di potere stare nel suo santissimo
cuore. Anch’io l’ho guardato, e con mia sorpresa ho visto impresso sopra una parte la croce, la
spugna e la corona di spine; ma volendo vederlo dall’altra parte e dentro, ché pareva gonfio come se
si potesse aprire, il mio diletto Gesù me l’ha impedito dicendomi: “Voglio mortificarti col non farti
vedere tutto ciò che ho versato in questo cuore. Ah! sì, qui dentro questo cuore ci sono tutti i tesori
delle mie grazie che umana natura può giungere a contenere.” In questo mentre l’ha rinchiuso nel
suo santissimo cuore, soggiungendo: “Il tuo cuore ha preso possesso nel mio cuore, ed Io per cuore
te do il mio amore che ti darà vita.” Ed avvicinandosi alla parte ha mandato tre aliti contenenti luce,
che prendevano il posto del cuore, e poi ha chiuso la ferita dicendomi: “Ora, più che mai ti
conviene fissarti nel centro del mio Volere, avendo per cuore il solo mio amore; neppure per un solo
istante devi uscire da Esso, e solo il mio amore troverà in te il suo vero alimento, se troverà in te in
tutto e per tutto la mia Volontà, in quella troverà il suo contento e la vera e fedele corrispondenza.”
Poi avvicinandosi alla bocca, mi ha mandato altri tre aliti, ed insieme ha versato un liquore
dolcissimo che tutta m’inebriava. Onde, preso come da entusiasmo diceva: “Vedi, il tuo cuore è
nel mio, quindi non è più tuo.” E mi baciava e ribaciava, e mille finizze d’amore mi rifaceva; ma
chi può dirle tutte? Mi riesce impossibile il manifestarle. Chi può dire quello che sentivo nel
trovarmi in me stessa? So dire solamente che mi sentivo come se non fossi più io: Senza passione,
senza inclinazione, senza desiderio, tutta inabissata in Dio; dalla parte del cuore sentivo un gelo
sensibile a confronto delle altre parte.

Novembre 18, 1900


L’unione del cuore con quel di Gesù, fa passare allo stato di perfetta consumazione.
Seguita a tenersi il mio cuore nel cuor suo, e di tanto in tanto si benigna di farmelo vedere,
facendo festa come se avesse fatto un grande acquisto, ed in questi giorni trovandomi fuori di me
stessa, alla parte dove corrisponde il cuore, invece del cuore veggo la luce che il benedetto Gesù mi
mandò in quei tre aliti. Onde questa mattina nel venire, mostrandomi il suo cuore, mi ha detto:
“Diletta mia, qual vorresti, il cuor mio o il tuo? Se tu vuoi il mio, ti converrà più soffrire; sappi
però che ho fatto questo per farti passare ad un’altro stato, perché quando si giunge all’unione, ad
un’altro stato si passa, qual’è quello della consumazione, e l’anima per passare a questo stato di
perfetta consumazione ha bisogno, o del mio cuore per vivere, o del suo tutto trasformato nel mio,
altrimenti non può passare a questo stato di consumazione.” Ed io, tutta temendo, ho risposto:
“Dolce amor mio, la mia volontà non è più mia ma vostra, fate quel che volete, ed io ne sarò più
contenta.” Dopo ciò mi son ricordata di qualche difficoltà del confessore, e Gesù vedendo il mio
pensiero mi ha fatto vedere come se io stessi dentro d’un cristallo, e questo impediva di far vedere
agli altri ciò che il Signore operava in me, ed ha soggiunto: “Allora si conosce il cristallo e ciò che
dentro contiene, che ai riverberi della luce; così è per te: Chi porta la luce della credenza toccherà
con mano ciò che Io opero in te, se poi no, scorgerà le cose naturalmente.”

Novembre 20, 1900


Dovendo vivere del cuore di Gesù, Lui le dà regole per imparare un vivere più perfetto.
Trovandomi fuori di me stessa, il mio adorabile continua a farmi vedere il cuor mio nel suo,
ma tanto trasformato che non più riconosco qual’è il mio e quello di Gesù. L’ha conformato
perfettamente col suo, l’ha impresso tutte le insegne della Passione, facendomi capire che il suo
cuore, da che fu concepito, fu concepito con queste insegne della Passione, tanto che ciò che soffrii
nell’ultimo della sua vita, fu un trabocco di ciò che il suo cuore aveva sofferto continuamente. Mi
pareva di vederlo come l’uno così l’altro. Mi pareva di vedere il mio diletto Gesù occupato a
preparare il punto dove doveva mettere il cuore, profumandolo e inanellandolo di tanti diversi fiori,
e mentre ciò faceva mi ha detto: “Diletta mia, dovendo vivere del mio cuore ti conviene
d’intraprendere un modo di vivere più perfetto. Quindi voglio da te:
1. Uniformità perfetta alla mia Volontà, perché mai potrai amarmi perfettamente, che
amarmi con la mia stessa Volontà; anzi ti dico che amandomi con la mia stessa Volontà giungerai
ad amar Me, ed il prossimo col mio stesso modo d’amare.
2. Umiltà profonda, mettendoti innanzi a Me ed alle creature, l’ultima di tutte.
3. Purità in tutto, perché qualunque minimo mancamento di purità, tanto nell’amare
quanto nell’operare, tutto nel cuore vi si rifletta, e ne resta macchiato, perciò voglio che la purità sia
come la rugiada sui fiori al nascere del sole, che riflettendovi i raggi, le trasmute quelle piccole
goccioline come in tante perle preziose da incantare le genti. Così tutte le tue opere, pensieri e
parole, palpiti ed affetti, desideri ed inclinazioni, se saranno fregiati dalla rugiada celeste della
purità, tesserai un dolce incanto, non solo all’occhio umano, ma a tutto l’Empireo.
4. L’ubbidienza va connessa con la mia Volontà, perché se questa virtù riguarda i
superiori, che ti ho dato in terra, la mia Volontà è ubbidienza che riguarda Me direttamente, tanto
che si può dire che l’una e l’altra sono tutte e due virtù d’ubbidienza, con questa sola differenza, che
l’una riguarda Dio e l’altra riguarda gli uomini; tutte e due hanno lo stesso valore, e non ci può stare
l’una senza dell’altra, quindi tutte e due devi amare d’uno stesso modo.”
Poi ha soggiunto: “Sappi, d’ora in poi vivrai col cuor mio, e devi intendertela a modo del
cuor mio, per trovare in te le mie compiacenze, perciò ti raccomando che non è più cuor tuo, ma
cuor mio.”

Novembre 22, 1900


Gesù si mette al posto del cuore. Le dice il cibo che vuole da lei.
Continua a farsi vedere il mio adorabile Gesù. Questa mattina, avendo fatto la comunione,
lo vedevo nel mio interno, ed i due cuori tanto immedesimati che parevano tutto uno. Il mio
dolcissimo Gesù mi ha detto: “Oggi ho deciso di restituirti, invece del cuore, Me stesso.” In questo
mentre, ho visto che Gesù prendeva posto a quel punto dove sta il cuore, e da dentro Gesù ricevevo
la respirazione e sentivo il palpito del cuore; come mi sentivo felice vivendo in questa posizione!
Dopo ciò ha soggiunto: “Avendo Io preso posto del cuore, ti conviene tenere un cibo
sempre preparato come nutrirmi, il cibo sarà il mio Volere e tutto ciò che ti mortificherai e priverai
per amor mio.”
Ma chi può dire tutto ciò che nel mio interno ha passato tra me e Gesù, credo meglio tacere,
altrimenti mi sento come se dovessi guastare, non essendo la mia lingua dirozzata bene a parlare di
grazie sì grandi, che il Signore ha fato all’anima mia; non mi resta altro che ringraziare il Signore
che ha riguardo ad un’anima sì miserabile e peccatrice.

Novembre 23, 1900


Modo in cui stanno le anime in Gesù.
Trovandomi nel solito mio stato, il mio amante Gesù mi ha trasportato fuori di me stessa, ed
uscendo da dentro il mio interno si faceva vedere tanto grande che assorbiva in Sé tutta la terra, e
stendeva tanto la sua grandezza che l’anima mia non trovava il termine, mi sentivo dispersa in Dio,
non solo io, ma tutte le creature ne restavano disperse; ed oh! quanto pareva disdicevole, che
affronto che si fa a Nostro Signore, che noi piccoli vermini, vivendo in Lui, osiamo d’offenderlo.
Oh! se tutti potessero vedere il modo come stiamo in Dio, oh! come si guarderebbero di dargli
anche l’ombra del dispiacere. Poi si faceva tant’alto, che assorbiva in Sé tutto il Cielo, onde in Dio
stesso vedevo tutti, angeli, santi, sentivo il loro canto, capivo tante cose della felicità eterna. Dopo
ciò, vedevo che da Gesù scorrevano tante ruscelli di latte, ed io bevevo a questi ruscelli, ma essendo
io molto ristretta, e Gesù tanto grande ed alto che non aveva termine né di grandezza, né d’altezza,
non mi riusciva d’assorbirlo tutto in me; molti ne scorrevano fuori, sebbene rimanevano in Dio
stesso.
Onde io ne sentivo un dispiacere, ed avrei voluto che tutti fossero corsi a bere a questi
ruscelli, ma scarsissimo era il numero dei viatori che bevevano. Nostro Signore dispiaciuto anche
di questo, mi ha detto: “Questo che tu vedi è la misericordia contenuta, e ciò irrita maggiormente la
giustizia; come non debbo far giustizia, mentre loro stessi mi contengono la misericordia?” Ed io,
prendendole le mani l’ho stretto insieme dicendo: “No, Signore, non potete far giustizia, non voglio
io, e non volendo io neppure Voi volete, perché la mia volontà non è più mia, ma vostra, ed essendo
vostra, tutto ciò che io non voglio neppure Voi lo volete; non me l’avete detto Voi stesso, che debbo
vivere in tutto e per tutto del vostro Volere?” Il mio dolce Gesù, l’ha disarmato il mio dire, si ha
impicciolito di nuovo e si ha rinchiuso nel mio interno, ed io mi son trovata in me stessa.

Novembre 25, 1900


La natura del vero amore è di trasmutare le pene in gioie, le amarezze in dolcezze.
Tardando a venire il mio dolcissimo Gesù, quasi mi son messa in timore, ancora non veniva,
ma poi con mia sorpresa, tutto all’improvviso, è venuto e mi ha detto: “Diletta mia, vuoi tu sapere
quando un’opera si fa per la persona amata? Quando incontrando sacrifizi, amarezze e pene, ha
virtù di cambiarle in dolcezze e delizie, perché questa è la natura del vero amore, di trasmutare le
pene in gioie, le amarezze in dolcezze, se si sperimenta il contrario, segno è che non è il vero amore
che agisce. Oh! quante opere si dice: Che lo faccio per Dio; ma negli incontri si danno indietro,
con ciò fanno vedere che non era per Dio, ma per l’interesse proprio e piacere che sentivano.”
Poi ha soggiunto: “Generalmente si dice che la propria volontà guasta ogni cosa ed infetta
le opere più sante, eppure questa volontà propria, si è connessa con la Volontà di Dio, non c’è altra
virtù che la possa superare, perché dove c’è volontà c’è vita nell’operare il bene, ma dove non c’è
volontà, c’è la morte nell’operare, oppure si opererà stentatamente come se stesse in agonia.”

Dicembre 3, 1900
La natura della Santissima Trinità è formata d’amore purissimo e semplicissimo,
comunicativo.
Questa mattina trovandomi fuori di me stessa, mi son trovata con Gesù Bambino fra le
braccia, e mentre mi deliziavo nel guardarlo, senza sapere come, dallo stesso Bambino è uscito un
secondo e dopo brevi istanti un terzo Bambino, tutte e due simili al primo, sebbene distinti fra loro.
Stupita nel guardare ciò ho detto: “Oh, come si tocca con mano il mistero sacrosanto della
Santissima Trinità, che mentre siete uno, siete anche tre.” Mi pare che tutte e tre mi dicessero, ma
mentre usciva la parola formava una sol voce: “La nostra natura è formata d’amore purissimo e
semplicissimo, comunicativo, e la natura del vero Amore ha questo di proprio, di produrre da sé
immagini tutti a sé simile nella potenza, nella bontà e nella bellezza, ed in tutto ciò che esso
contiene, solo per dare un risalto più sublime alla nostra onnipotenza, ne mette il marchio della
distinzione, in modo che questa nostra natura, liquefacendosi in amore, e siccome è semplice, senza
alcuna materia che potrebbe impedire l’unione, ne forma tre, e ritornando a liquefarsi ne forma un
solo. Ed è tanto vero che la natura del vero Amore ha questo di produrre immagini tutti a sé simile,
o di assumere l’immagine di chi si ama, che la Seconda Persona nel redimere l’uman genere,
assunse la natura e l’immagine dell’uomo e comunicò all’uomo la Divinità.”
Mentre ciò dicevano, io distinguevo benissimo il mio diletto Gesù, riconoscendo in Lui
l’immagine dell’umana natura e solo per Lui avevo fiducia di starmene alla loro presenza, altrimenti
chi avrebbe ardito? Ah! sì, mi pareva che l’umanità assunta da Gesù, aveva aperto il commercio
alla creatura, come farla salire fino al trono della Divinità per essere ammessa alla loro
conversazione ed ottenere rescritti di grazie. Oh! che momenti felici ho gustato, quante cose
comprendevo; ma per scrivere qualche cosa avrei bisogno di descriverli quando l’anima mia si trova
col mio caro Gesù, che mi pare sprigionata dal corpo, ma nel trovarmi di nuovo imprigionata, le
tenebre della prigionia, la lontananza del mio mistico Sole, la pena di non vederlo, mi rendono
inabile a descriverle e mi fanno vivere morendo, ma son costretta a vivere allacciata, carcerata in
questo misero corpo. Ah! Signore, abbiate compassione d’una misera peccatrice che vive inferma e
imprigionata, rompete presto il muro di questo carcere per volarmene a voi e non più ritornarvi.

Dicembre 23, 1900


Innanzi alla Santità della Divina Volontà, le passioni non ardiscono di presentarsi, e perdono da
per sé stesse la vita.
Dopo aver passato lunghi giorni di silenzio tra me ed il benedetto Gesù, vi sentivo un vuoto
nel mio interno; questa mattina nel venire mi ha detto: “Diletta mia, che cosa vuoi dirmi che tanto
brami di parlare con Me?” Ed io, tutta vergognandomi, ho detto: “Mio dolce Gesù, voglio dirvi
che bramo ardentemente di volere voi ed il vostro Santo Volere, e se ciò mi concedete mi renderete
appieno contenta e felice.” E Lui ha soggiunto: “Tu in una parola hai afferrato tutto chiedendomi
ciò che di più grande è in Cielo ed in terra; ed Io, in questo Santo Volere bramo e voglio
maggiormente conformarti, e per fare che ti riuscissi più dolce e gustoso il mio Volere, mettiti nel
circolo della mia Volontà, e mirane i diversi pregi; fermandoti or nella santità del mio Volere, or
nella bontà, or nell’umiltà, or nella bellezza ed or nel pacifico soggiorno che produce il mio Volere,
ed in queste soffermazioni, che farai, acquisterai sempre più nuove ed inaudite notizie del mio
Santo Volere, e ne resterai tanto legata ed innamorata, che non uscirai mai più, e questo ti porterà
un sommo vantaggio, che stando tu nella mia Volontà, non avrai bisogno di combattere con le tue
passioni e di stare sempre all’arma con esse, che mentre pare che muoiono, rinascono di nuovo più
forti e vive, ma senza combattere, senza strepito, dolcemente se ne muoiono, perché innanzi alla
Santità della mia Volontà le passioni non ardiscono di presentarsi, e perdono da per sé stesse la vita,
e se l’anima sente i movimenti delle sue passione è segno che non fa dimora continua nei confini
del mio Volere; vi fa delle uscite, delle scappatine nel suo proprio, volere ed è costretta a sentirne la
puzza della corrotta natura. Mentre poi, se starai fissa nella mia Volontà, starai sbrigata del tutto e
la tua sola occupazione sarà l’amarmi, ed essere da Me riamata.” Dopo ciò, guardando il benedetto
Gesù, teneva la corona di spine, l’ho tolta pian piano, e l’ho messo sulla mia testa, e Lui me l’ha
conficcato, e mi è scomparso, ed io mi son trovata in me stessa, con un desiderio ardente di
starmene nella sua Santissima Volontà.

Dicembre 25, 1900


Vede la nascita di Gesù.
Trovandomi nel solito mio stato mi son sentita fuori di me stessa, e dopo aver girato mi son
trovata dentro d’una spelonca, ed ho visto la Regina Mamma che stava nell’atto di dare alla luce il
Bambinello Gesù. Che stupendo prodigio! mi pareva che tanto la Madre quanto il Figlio trasmutati
in luce purissima, ma in quella luce si scorgeva benissimo la natura umana di Gesù, che conteneva
in sé la Divinità, che le serviva come di velo per coprire la Divinità, in modo che squarciando il
velo della natura umana era Dio, e coperto con quel velo era uomo, ed ecco il prodigio dei prodigi:
Dio ed uomo, uomo e Dio! che senza lasciare il Padre e lo Spirito Santo viene ad abitare con noi e
prende carne umana, perché il vero amore non si disunisce giammai. Ora, mi è parso che la Madre
ed il Figlio in quel felicissimo istante, sono restati come spiritualizzati, e senza il minimo intoppo
Gesù è uscito dal seno Materno, traboccando ambedue in un eccesso d’amore, ossia quei Santissimi
corpi trasformati in Luce, senza il minimo impedimento, Gesù Luce è uscito da dentro la luce della
Madre, restando sano ed intatto sì l’Uno che l’Altra, ritornando poscia allo stato naturale.
Ma chi può dire la bellezza del Bambinello, che in quel momento dal suo nascere
trasfondeva anche esternamente i raggi della Divinità? Chi può dire la bellezza della Madre che ne
restava tutta assorbita in quei raggi Divini? E san Giuseppe? Mi pareva che non fosse presente
nell’atto del parto, ma che se ne stava ad un’altro cantone della spelonca, tutto assorto in quel
profondo Mistero, e se non vide cogli occhi del corpo, vide benissimo cogli occhi dell’anima,
perché se ne stava rapito in estasi sublime. Or nell’atto che il Bambinello uscì alla luce, io avrei
voluto volare per prenderlo fra le mie braccia, ma gli angeli m’impedirono, dicendomi che toccava
alla Madre l’onore di prenderlo per prima. Onde la Vergine Santissima come scossa è ritornata in
sé, e dalle mani d’un angelo ha ricevuto il Figlio nelle braccia, l’ha stretto tanto forte nella foga
dell’amore in cui si trovava, che pareva che volesse inviscerarlo di nuovo, poi volendo dare uno
sfogo al suo ardente amore, l’ha messo a succhiare alle sue mammelle.
In questo mentre io me ne stavo tutta annichilita, aspettando che fossi chiamata, per non
ricevere un’altro rimprovero dagli angeli. Onde la Regina mi ha detto: “Vieni, vieni a prendere il
tuo diletto e godilo anche tu, sfoga con Lui il tuo amore.” E così dicendo io mi sono avvicinata, e la
Mamma e me l’ha dato in braccio. Chi può dire il mio contento, i baci, i stringimenti, le tenerezze?
Dopo che mi son sfogata un poco, l’ho detto: “Diletto mio, voi avete succhiato il latte dalla nostra
Mamma, fate a me parte.” E Lui, tutto condiscendendo, dalla sua bocca ha versato parte di quel
latte nella mia, e dopo mi ha detto: “Diletta mia, Io fui concepito unito al dolore, nacqui al dolore, e
morii nel dolore, e coi tre chiodi che mi crocifissero, inchiodai le tre potenze: Intelletto, memoria e
volontà, di quelle anime che bramano d’amarmi, facendole restare attirati tutte a Me, perché la
colpa le aveva rese inferme e disperse dal loro Creatore, senza nessun freno.” E mentre ciò diceva,
ha dato uno sguardo al mondo ed ha cominciato a piangere le sue miserie. Io, vedendolo piangere
ho detto: “Amabile Bambino, non funestare una notte sì lieta col vostro pianto a chi vi ama, invece
di dare sfogo al pianto, diamo sfogo al canto.” E sì dicendo ho cominciato a cantare, Gesù si ha
distratto a sentirmi cantare, ed ha cessato dal piangere, e finendo il mio verso ha cantato il suo, con
una voce tanto forte ed armoniosa, che tutte le altre voci scomparivano alla sua voce dolcissima.
Dopo ciò, ho pregato il Bambino Gesù per il mio confessore, e per quelli che mi appartengono, ed
infine per tutti, e Lui pareva tutto condiscendente. In questo mentre mi è scomparso, ed io sono
ritornata in me stessa.

Dicembre 26, 1900


Continua a stare nella grotta.
Continuando a vedere il santo Bambino, vedevo la Regina Madre da una parte e san
Giuseppe dall’altra, che stavano adorando profondamente l’infante divino. Stando tutta intenta in
Lui, mi pareva che la continua presenza del Bbambinello li teneva assorti in estasi continuo, e se
operavano era un prodigio che il Signore operava in loro, altrimenti sarebbero restati immobili
senza potere esternamente accudire ai loro doveri. Anch’io vi ho fatto la mia adorazione e mi son
trovata in me stessa.

Dicembre 27, 1900


Dio non è soggetto a mutarsi, il demonio e la natura umana spesso spesso si mutano.
Questa mattina mi trovavo con un timore sul mio stato, che non fosse il Signore che
operasse in me, con l’aggiunto che non si benignava di venire, onde dopo molto aspettare, quando
appena l’ho visto, gli ho esposto il mio timore e Lui mi ha detto: “Figlia mia, prima di tutto, per
gettarti in questo stato vi è un concorso della mia potenza, e poi, chi avrebbe dato a te la forza, la
pazienza di stare per sì lungo tempo in questo stato, dentro d’un letto? La perseveranza sola è un
segno certo che l’opera è mia, perché solo Dio non è soggetto a mutarsi, ma il demonio e la natura
umana spesso spesso si mutano, e ciò che oggi amano, domani aborriscono, e ciò che oggi
aborriscono, domani amano e trovano le loro soddisfazione.”

Gennaio 4, 1901
Stato infelice d’un anima senza Dio.
Dopo aver passato giorni amarissimi di privazione e di turbazione, mi sentivo dentro di me
un mistico inferno. Senza di Gesù tutte le mie passioni hanno uscito alla luce, e spandendo ogniuna
le loro tenebre, mi hanno oscurato in modo che non sapevo più dove mi trovavo. Quanto è infelice
lo stato di un’anima senza Dio! Basta dire che senza di Dio, l’anima sente ancor vivente dentro di
sé l’inferno; tale era il mio stato, mi sentivo straziare l’anima da pene infernali. Chi può dire quello
che ho passato? Per non fare lungherie passo innanzi. Quindi, questa mattina avendo fatto la
comunione, stando nel sommo dell’afflizione ho sentito dentro di me muovere Nostro Signore, io
vedendo la sua immagine ho voluto guardare se fosse di legno oppure vivo di carne; ho guardato ed
era il Crocifisso vivo di carne che guardandomi mi ha detto: “Se la mia immagine dentro di te fosse
di legno, l’amore sarebbe apparente, perché il solo amore vero e sincero, unito alla mortificazione,
mi fa rinascere vivo, crocifisso nel cuore di chi mi ama.”
Io nel vedere il Signore avrei voluto sottrarmi dalla sua presenza, tanto mi vedevo cattiva,
ma Lui ha ripreso a dire: “Dove vuoi andare? Io sono luce, e la mia luce dovunque tu vai t’investe
da per tutto.” Alla presenza di Gesù, alla luce, alla voce, le mie passioni sono scomparse, non so io
stessa dove sono andate, sono rimasta come una bambina e sono ritornata in me stessa, tutta
cambiata. Sia tutto a gloria di Dio ed a bene dell’anima mia.

Gennaio 5, 1901
L’Umanità di Gesù fu fatta apposta per ubbidire e per distruggere la disubbidienza. Luisa
ristora Gesù.

Trovandomi fuori di me stessa, vedevo il confessore che metteva l’intenzione della


crocifissione, io temevo di sottopormi, ma Gesù mi ha detto: “Che vuoi da Me, Io non posso fare a
meno d’ubbidire, perché la mia Umanità fu fatta apposta per ubbidire e per distruggere la
disubbidienza, essendo tanta innestata con Me questa virtù, che in Me si può dire ch’è natura
l’ubbidienza, ed il distintivo a Me più caro e glorioso, tanto che se la mia Umanità non avesse
questo di proprio, l’aborrirei e non mi avrei giammai con Essa unito. Vuoi tu poi disobbedire?
Puoi farlo, ma lo farai tu, non Io.”
Io, tutta confusa nel vedere un Dio tanto ubbidiente, ho detto: “Anch’io voglio ubbidire.” E
mi sono sottoposta, e Gesù mi ha partecipato i dolori della croce. Dopo ciò mi ha trasportato fuori
di me stessa e Gesù benedetto mi ha dato un bacio, e mentre ciò faceva è uscito un’alito amaro, e
stava in atto di voler versare le sue amarezze, ma non l’ha fatto, ché lo voleva essere detto da Me
per farlo. Io subito ho detto: “Volete qualche riparazione? Facciamola insieme, così le mie
riparazioni unite alle vostre avranno i loro effetti, che da me sola credo che vi disgusteranno di
più.” Così ho preso la sua mano grondante sangue e baciandola ho recitato il Laudate Dominum col
Gloria Patri; Gesù una parte ed io l’altra, per riparare le tante opere cattive che si commettono,
mettendo l’intenzione di tante volte lodarlo per quante offese riceve per le cattive opere. Com’era
commovente veder pregare Gesù. Poi ho seguitato a farlo stesso all’altra mano, mettendo
l’intenzione di tante volte lodarlo per quante offese riceve per i peccati di cause. Indi i piedi con
l’intenzione di tante volte lodarlo per quanti passi cattivi e per tante vie storte battute, anche sotto
l’aspetto di pietà e santità. L’ultimo, il cuore, con l’intenzione di tante volte lodarlo, per quante
volte il cuore umano non palpita, non ama, non desidera Iddio. Il mio diletto Gesù, pareva tutto
ristorato con queste riparazioni fatte insieme con Lui, ma non contento ancora, pareva che volesse
versare, ed io ho detto: “Signore, se volete versare, vi prego a farlo.” E Lui ha versato le sue
amarezze e dopo ha soggiunto: “Figlia mia, quanto mi offendono gli uomini, ma verrà tempo che li
castigherò in modo che usciranno tanti vermini (uomini abbietti e spregevoli), che produrranno nubi
di moscerini (scherz. o spreg. persona di corporatura minuscola), che molto li renderà oppressi.
Allora poi uscirà il Papa.” Ed io: “E perché uscirà il Papa?” E Lui: “Uscirà per consolare i popoli,
perché oppressi, stanchi, abbattuti, traditi da tante falsità, cercheranno loro stessi il porto della
verità, e tutti umiliati chiederanno al Santo Padre che venisse in mezzo a loro per liberarli di tanti
mali e metterli nel porto della salvezza.” Ed io: “Signore, questo succederà forse dopo le guerre
che voi avete detto altre volte?” E Lui: “Sì.” Ed io: “Quanto me ne vorrei venire prima che queste
cose succedessero.” E Lui: “Ed Io dove andrò a trattenermi allora?”
“Ah Signore! ci sono tante anime buone in cui potete trattenervi, che io confrontandomi, oh!
quanto mi veggo cattiva.” Ma Gesù non dandomi retta mi è scomparso, ed io sono ritornata in me
stessa.

Gennaio 6, 1901
Gesù si comunica ai tre re Magi col amore, la belleza e la potenza.
Trovandomi fuori di me stessa, mi pareva di vedere quando i santi Magi giunsero nella
spelonca di Betlemme; appena giunti alla presenza del Bambino, si compiacque di far rilucere
esternamente i raggi della sua Divinità, comunicandosi ai Magi in tre modi: Con l’amore, con la
bellezza, e con la potenza. In modo che restarono rapiti e sprofondati alla presenza del Bambinello
Gesù; tanto che se il Signore non avesse ritirato un’altra volta internamente i raggi della sua
Divinità, sarebbero restati lì per sempre senza potersi più muovere. Onde appena il Bambino ritirò
la Divinità, ritornarono in sé stessi i santi Magi, si scossero stupefatti nel vedere un’eccesso
d’amore sì grande, perché in quella luce il Signore li aveva fatti capire il mistero dell’Incarnazione.
Indi si alzarono ed offrirono i doni alla Regina Madre, ed Essa parlò a lungo con loro, ma non so
dire tutto ciò che disse, solo ricordo che l’inculcò forte, non solo la salvezza loro, ma che avessero a
cuore la salvezza dei loro popoli, non avendo timore neppure di esporre le loro vite per ottenerne
l’intento.
Dopo ciò mi son ritirata in me stessa e mi son trovata insieme con Gesù, e Lui voleva che io
gli dicessi qualche cosa, ma io mi vedevo tanto cattiva e confusa, che non ardivo dirgli niente; onde
vedendo che non dicevo nulla, Lui stesso ha ripreso a dire sui santi Magi dicendomi: “Con l’avermi
comunicato in tre modi ai Magi, li ottenni tre effetti, perché mai mi comunico alle anime
inutilmente, ma sempre ricevono qualche loro profitto. Onde, comunicandomi con l’amore
ottennero il distacco da loro stessi, con la bellezza ottennero il disprezzo delle cose terrene, e con la
potenza restarono i loro cuori legati tutti a Me, ed ottennero prodezza di mettere il sangue e la vita
per Me.”
Poi ha soggiunto: “E tu che vuoi? Dimmi, mi vuoi bene? Come mi vorresti amare?” Ed io
non sapendo che dire, accrescendo la mia confusione ho detto: “Signore, non vorrei altro che voi, e
se mi dite: “mi vuoi bene?”, non ho parole a saperlo manifestare, solo so dire che mi sento questa
passione che nessuno mi possa prevalere nell’amarvi, e che io fossi la prima ad amarvi sopra a tutti,
e nessuno mi potesse sorpassare, ma questo non mi contenta ancora, per essere contenta vorrei
amarvi col vostro medesimo amore, e così potervi amare come voi amate voi stesso. Ah, sì! allora
solo cesserebbero i miei timori sull’amarvi.” E Gesù contento, si può dire dei miei spropositi, mi ha
stretto tanto a Sé, in modo che mi vedevo dentro e fuori trasmutata in Lui, e mi ha comunicato parte
del suo amore. Dopo ciò mi son ritornata in me stessa, e mi pareva che per quanto amor mi viene
dato, per tanto posseggo il mio Bene; e se poco l’amo poco lo posseggo.

Gennaio 9, 1901
Gesù la vuole unita con Sè, come il raggio del sole che comunica vita, calore e splendore.

Questa mattina mi sentivo tutta oppressa e schiacciata, tanto che andavo in cerca di sollievo;
il mio unico bene mi ha fatto lungamente aspettare la sua venuta. Onde venendo mi ha detto:
“Figlia mia, non presi Io per amor tuo, sopra di Me le tue passioni, miserie e debolezze, e non
vorresti tu prendere sopra di te quelli degli altri per amor mio?”
Poi ha soggiunto: “Quello che voglio è che tu stia sempre unita con Me, come un raggio del
sole che si sta sempre fisso nel centro del sole, e che da esso ne riceve la vita, calore e splendore.
Supponi tu che un raggio si potesse partire dal centro del sole, che ne diverrebbe egli? Già appena
uscito perderebbe la vita, la luce ed il calore, e ritornerebbe nelle tenebre riducendosi al nulla. Tale
è l’anima, fino a tanto che sta unita con Me, nel mio centro, si può dire che è come un raggio del
sole che vive, riceve luce dal sole, cammina dove esso vuole, insomma sta in tutto a disposizione ed
alla volontà del sole; se poi da Me si distrae, si disunisce, eccola tutta tenebre, fredda e non sente in
sé quel movente superno di vita divina.” Detto ciò è scomparso.

Gennaio 15, 1901


Gesù le dice che lei forma il suo più gran martirio.
Siccome nei giorni passati il mio diletto Gesù si è fatto vedere in qualche modo adirato col
mondo, e questa mattina, non vedendolo venire, andavo pensando fra me: “Chi sa che non viene
ché vuol mandare qualche castigo? E che colpa ne ho io? Siccome vuol mandare i castighi non si
benigna di venire a me; sarebbe bello che mentre vuol punire gli altri, fa toccare a me il più grande
dei castighi, qual’è la sua privazione.” Ora, mentre dicevo questi ed altri spropositi, il mio amabile
Gesù, quando appena si è fatto vedere e mi ha detto: “Figlia mia, tu formi per Me il più grande
martirio, perché dovendo mandare qualche castigo non posso teco mostrarmi, perché mi leghi da
per tutto, e non vuoi che faccia niente; e non venendo, tu mi assordi con le tue querele, coi tuoi
lamenti ed aspettazioni, tanto, che mentre mi occupo a castigare son costretto a pensare a te, a
sentirti, ed il mio cuore viene lacerato nel vederti nel tuo stato doloroso della mia privazione, perché
il martirio più doloroso è il martirio dell’amore, e quanto più si amano due persone, tanto più
riescono dolorose quelle pene, che non da altri, ma da mezzo loro stesse si suscitano, perciò statti
quieta, calma, non voler accrescere le mie pene, per mezzo delle tue pene.” Onde Lui è scomparso
ed io sono lasciata tutta mortificata, nel pensare che io formo il martirio del mio caro Gesù, e che
per non farlo tanto soffrire, quando non viene debbo starmi quieta, ma chi può farlo questo
sacrifizio? Mi pare impossibile, e sarò costretta a continuare a martirizarci a vicenda.

Gennaio 16, 1901


Gesù Cristo le spiega l’ordine della carità.
Continuando a vederlo un po’ adirato col mondo, io volevo occuparmi a placarlo, ma Lui mi
ha distratto col dirmi: “La carità più accettevole a Me è per quelli che mi sono più vicini, onde i più
vicini a Me sono le anime purganti, perché confermate nella mia grazia e non c’è nessuna
opposizione tra la mia Volontà e la loro, vivono continuamente in Me, mi amano ardentemente, e
son costretto a vederle in Me stesso soffrire, impotenti da per sé stesse a darsi il minimo sollievo.
Oh! come è straziato il mio cuore dalla posizione di quelle anime, perché non mi sono lontane ma
vicine, non solo vicine, ma dentro di Me, e come è gradito al mio cuore chi s’interessa per loro.
Supponi tu che avessi una madre, una sorella che convivessero teco in uno stato di dolore, incapaci
d’aiutarsi da per sé stesse, ed un’altro estraneo che vivesse fuori della tua abitazione, in uno stato
pur di dolori, ma che si può aiutare da per sé stesso; non gradiresti tu di più, se una persona si
occupasse a sollevare la tua madre o la tua sorella, che l’estraneo che può aiutarsi da per sé stesso?”
Ed io: “Certamente, oh! Signore.”
Poi ha soggiunto: “La seconda carità più accettevole al mio cuore, è per quelle che sebbene
vivono su questa terra, ma si avvicinano quasi alle anime purganti, cioè, mi amano, fanno sempre la
mia Volontà, s’interessano delle cose mie come se fossero proprie, or, se questi tali si trovano
oppressi, bisognosi, in stato di sofferenze, ed una si occupa a sollevarle ed aiutarle, al mio cuore
riesce più gradita che se si facessero ad altri.”
Ora Gesù si è ritirato, ed io, trovandomi in me stessa, mi pareva che non fossero cose che
andassero secondo la verità. Onde nel ritornare il mio adorabile Gesù, mi ha fatto capire che ciò
che mi aveva detto era secondo la verità, solo rimaneva da dire sulle membra da Lui separate, che
sono i peccatori, che chi si occupasse a riunire queste membra, molto accetevole sarebbe al suo
cuore. La differenza che c’è è questa: Che trovandosi un peccatore oppresso dentro ad una
sventura, ed uno si occupasse non a convertirlo, ma a sollevarlo ed aiutarlo materialmente, il
Signore gradirebbe più questo che se si facessero a quelli che stanno nell’ordine della grazia, perché
se questi soffrono è un prodotto sempre, o dell’amore di Dio verso di esse, o dell’amor loro verso di
Dio, e se i peccatori soffrono, il Signore vede in loro l’impronta della colpa e della loro ostinata
volontà. Così mi é parso di capire; del resto lascio il giudizio a chi tiene il diritto di giudicarmi, se
va o no va secondo la verità.

Gennaio 24, 1901


Luisa domanda a Gesù la ragione della sua privazione. Gesù la riprende.
Avendo passato i giorni scorsi in silenzio e qualche volta anche priva del mio adorabile
Gesù, questa mattina nel venire mi son lamentata con Lui dicendo: “Signore, come non venite!
come si son cambiate le cose, si vede che è, o per castigo dei miei peccati che mi private della
vostra amabile presenza, o che non mi volete più in questo stato di vittima, deh! vi prego, fatemi
conoscere la vostra Volontà; se non potetti oppormi quando ne volesti da me il sacrifizio, molto più
ora, ché non trovandomi più meritevole d’essere vittima, me ne volete togliere.”
E Gesù interrompendo il mio dire, mi ha detto: “Figlia mia, Io con l’essermi fatto vittima
per l’uman genere, prendendo sopra di Me tutte le debolezze, le miserie e tutto ciò che meritava
l’uomo innanzi alla Divinità, rappresento il capo di tutti, e l’umana natura essendo Io il capo innanzi
alla Divinità, trova in Me uno scudo potentissimo che la difende, protegge, scusa ed intercede. Ora,
siccome tu ti trovi nello stato di vittima, mi vieni a rappresentare il capo della generazione
presente. Quindi dovendo mandare qualche castigo per bene dei popoli e per richiamarli a Me, se
Io, secondo il solito a te venissi, solo col mostrarmi teco già mi sento rinfrancato, i dolori si
mitigano e mi succede come ad uno che sentisse un forte dolore e per lo spasimo grida, se a costui
le cessasse il dolore, non si sentirebbe più di gridare e menarene lamenti. Così a Me succede,
mitigandosi le mie pene, naturalmente non sento più di mandare quel castigo; tu poi, col vedermi
naturalmente pure, cerchi di risparmiarmi e di prendere sopra di te le pene degli altri, non puoi farne
a meno di fare l’uffizio tuo di vittima innanzi alla mia presenza, e se tu ciò non facessi, ciò che non
mai può essere, Io ne resterei con te dispiaciuto. Eccoti la causa della mia privazione, non è perché
voglia punire i tuoi peccati, tengo altri modi come purgarti, ma però te ne ricompenserò, nei giorni
che vengo ti raddoppierò le mie visite, non ne sei tu contenta?” Ed io: “No Signore, ti voglio
sempre, sia qualunque la causa non cedo di restarne per un sol giorno priva di Te.” Mentre ciò
dicevo Gesù è scomparso, ed io mi son ritornata in me stessa.

Gennaio 27, 1901


Lo stabilimento della fede sta nello stabilimento della carità.

Trovandomi nel solito mio stato, il mio adorabile Gesù per poco si è fatto vedere, e non so il
perché mi ha detto: “Figlia mia, tutto lo stabilimento della fede cattolica sta nello stabilimento della
carità, che unisce i cuori e li fa vivere in Me.” Poi, gettandosi fra le mie braccia voleva che io lo
ristorassi; avendo io fatto per quanto ho potuto, dopo mi ha reso Lui a me la pariglia ed è
scomparso.

Gennaio 30, 1901


Le virtù, i meriti di Gesù, sono tante torri di fortezza, in cui ognuno può appoggiarsi nel
cammino della via per l’Eternità. Il veleno dell’interesse.
Questa mattina, nel venire il benedetto Gesù mi ha trasportato fuori di me stessa, in mezzo a
tante persone di diverse condizioni: Sacerdoti, monache, secolari, e Gesù movendo il suo doloroso
lamento, ha detto: “Figlia mia, il veleno dell’interesse è entrato in tutti i cuori, e come spugna ne
sono restati inzuppati di questo veleno. Questo veleno pestifero è penetrato nei monasteri, nei
sacerdoti, nei secolari. Figlia mia, ciò che non cede alla luce della verità ed alla potenza della virtù,
innanzi ad un vilissimo interesse cede, e le virtù più sublimi ed eccelsi, innanzi a questo veleno,
come fragile vetro cadono frantumate.” E mentre ciò diceva piangeva amaramente. Or, chi può
dire lo strazio dell’anima mia nel vedere piangere il mio amorosissimo Gesù, non sapendo che
fare per farlo cessare dal piangere ho detto dei spropositi: “Mio caro, deh! non piangere, se gli altri
non ti amano, ti offendono ed hanno gli occhi abbacinati dal veleno dell’interesse, in modo che ne
restano tutti imbevuti, sto io che ti amo, ti lodo, e guardo come immondezze tutto ciò che è terreno,
e non aspiro che in te, quindi dovresti restarne contento nel mio amore e cessare dal piangere, e se
vi sentite amareggiato versatele a me, che ne sono più contenta anziché vedervi piangere.”
Nel sentirmi ha cessato dal piangere e versato un poco, e poi mi ha partecipato i dolori della
croce e dopo ha soggiunto: “Le mie virtù ed i meriti acquistati per l’uomo nella mia Passione, sono
tante torri di fortezza in cui ognuno può appoggiarsi nel cammino della via per l’Eternità, ma
l’uomo ingrato, sfuggendo da queste torri di fortezza, s’appoggia al fango, e si conduce per la via
della perdizione.” Onde Gesù è scomparso, ed io mi son trovata in me stessa.

Gennaio 31, 1901


Gesù Cristo le spiega la grandezza della virtù della pazienza.

Trovandomi nel solito mio stato, il mio dolce Gesù non ci veniva, onde dopo molto aspettare
quando appena l’ho visto mi ha detto: “Figlia mia, la pazienza è superiore alla purità, perché senza
pazienza l’anima facilmente si sfrena, ed è difficile mantenersi pura, e quando una virtù ha bisogno
dell’altra per aver vita si dice, quella superiore a questa; anzi si può dire che la pazienza è custodia
della purità, non solo, ma è scala per salire al monte della fortezza, in modo che se uno salisse senza
la scala della pazienza, subito precipiterebbe dal più alto al più basso. Oltre di ciò, la pazienza è
germe della perseveranza, e questo germe produce dei rami chiamati fermezza. Oh, come è ferma e
stabile nel bene intrapreso l’anima paziente, non fa conto né della pioggia, della brina, del ghiaccio,
del fuoco, ma tutto il suo conto è di condurre a fine il bene incominciato, perché non vi è stoltezza
maggiore di colui che oggi perché piace fa un bene, domani perché non trova più gusto lo tralascia;
che si direbbe d’un occhio che ad un’ora possiede la vista, e ad un altra ne resta cieco? D’una
lingua che or parla, ed ora ne resta muta? Ah! sì figlia mia, la sola pazienza è la chiave segreta per
aprire il tesoro delle virtù, senza il segreto di questa chiave le altre virtù non escono per dar vita
all’anima e nobilitarla.”

Febbraio 5, 1901
Vede due donzelle che servono alla giustizia: La tolleranza e la dissimulazione.
Questa mattina il benedetto Gesù mi ha trasportato fuori di me stessa, ma si faceva vedere in
uno stato che moveva a compassione anche le pietre. Oh! come soffriva e pareva che non potendo
più reggere, voleva sgravarsi un poco, quasi cercando aiuto. Il mio povero cuore me lo sentivo
spezzare per tenerezza, e subito l’ho tirato la corona di spine, mettendola a me per dargli sollievo,
poi l’ho detto: “Dolce mio bene, è da qualche tempo che non mi avete rinnovate le pene della
croce, vi prego a rinovarmeli oggi, così resterete più sollevato.” E Lui: “Diletta mia, è necessario
che si domanda alla giustizia per ciò fare; poiché sono giunte a tanto le cose che non può permettere
che tu patisca.”
Io non sapevo come fare per domandare alla giustizia, quando si son presentato due donzelle
che pareva che servivano alla giustizia, ed una aveva nome di tolleranza, l’altra dissimulazione; ed
avendo domandato loro che mi crocifiggessero, la tolleranza mi ha preso una mano e me l’ha
inchiodata, senza voler terminare, allora ho detto: “Oh! santa dissimulazione, compisci tu di
crocifiggermi, non vedi che la tolleranza mi ha lasciato, fatti vedere quanto sei più brava nel
dissimulare.” Onde ha compito di crocifiggermi, ma con tale spasimo, che se il Signore non mi
avesse sostenuta fra le sue braccia, certo sarei morta per il dolore. Dopo ciò, il benedetto Gesù ha
soggiunto: “Figlia, è necessario almeno che qualche volta tu soffri queste pene, e se ciò non fosse,
guai al mondo! che ne sarebbe di esso.” Poi l’ho pregato per varie persone, e mi son trovata in me
stessa.

Febbraio 6, 1901
Il perfetto compiacimento di Gesù, è trovare Sè stesso nell’anima.
Trovandomi nel solito mio stato, il benedetto Gesù nel venire mi ha detto: “Figlia mia,
quando la mia grazia si trova in possesso di più persone, festeggia di più; succede come a quelle
regine, quante più donzelle pendono dai loro cenni e gli fanno corona d’intorno, tanto più godono e
fanno festa. Tu fissati in Me e guardami, e resterai di Me tanto presa, che tutto il materiale cadrà
morto per te, e tanto devi fissarti in Me, da attirarmi tutto in te, ché Io trovando in te Me stesso,
posso trovare in te il mio perfetto compiacimento. Onde, trovando in te tutti i miei piaceri possibili
a trovarsi in umana creatura, non possono tanto dispiacermi quello che mi fanno gli altri.” E mentre
ciò diceva si è enternato dentro di me, e tutto si compiaceva. Quanto mi stimerei fortunata se
giungessi ad atirarmi tutto in me il mio diletto Gesù.

Febbraio 10, 1901


L’ubbidienza tiene vista lunghissima, l’amor proprio è molto corto di vista.
Continuando a venire il mio adorabile Gesù, si faceva vedere con gli occhi risplendenti di
vivissima e purissima luce; io son rimasta incantata e sorpresa innanzi a quella luce abbagliante, e
Gesù vedendomi così incantata, senza che gli dicevo niente, mi ha detto: “Diletta mia, l’ubbidienza
tiene la vista lunghissima e vince in bellezza ed in acutezza la stessa luce del sole, come l’amor
proprio è molto corto di vista, tanto che non può dare un passo senza inciampare. E non ti credere
tu che questa vista lunghissima l’hanno quelle anime che vanno sempre turbolente e
scrupoleggiando, anzi questa è una rete che le tesse l’amor proprio, ché essendo molto corto di
vista, prima le fa cadere e poi le suscita mille turbazioni e scrupolosità, e ciò che oggi hanno
detestato con tanti scrupoli e timori, domani vi ricadono di nuovo, tanto, che il loro vivere si riduce
a starsi sempre immerse in questa rete artifiziosa che le sa tessere ben bene l’amor proprio. A
differenza della vista lunghissima dell’ubbidienza, che è omicida dell’amor proprio, ché essendo
lunghissima e chiarissima subito prevede dove può dare un passo in fallo, e con animo generoso se
ne astiene e vi gode la santa libertà dei figliuoli di Dio. E siccome le tenebre attirano le altre
tenebre, così la luce attira altra luce, così questa luce giunge ad attirarsi la luce del Verbo, ed
unendosi insieme vi tessono la luce di tutte le virtù.”
Stupita nel sentire ciò, ho detto: “Signore, che dite? A me pare che sia santità quel modo di
vivere scrupoloso.” E Lui, con tono più serio ha soggiunto: “Anzi, ti dico che questa è la vera
impronta dell’ubbidienza, e l’altra è la vera impronta dell’amor proprio, e quel modo di vivere mi
muove più a sdegno che ad amore, perché quando è la luce della Verità che fa vedere una
mancanza, fosse anche minima, ci dovrebbe stare una emendazione, ma siccome è la vista corta
dell’amor proprio, non fa altro che tenerle oppresse, senza che danno uno sviluppo nella via della
vera santità.”

Febbraio 17, 1901


L’uomo viene da Dio, e deve tornare a Dio.

Questa mattina trovandomi tutta oppressa e sofferente, quando appena ho visto il mio diletto
Gesù, e tanta gente immersa in tante miserie, e Lui rompendo il suo silenzio che teneva da molti
giorni ha detto: “Figlia mia, l’uomo primo nasce in Me, e ne riporta l’impronta della Divinità, ed
uscendo da Me per rinascere dal seno materno le do comando che camminasse un piccolo tratto di
via, ed al termino di quella via facendomi da lui trovare, lo ricevo di nuovo in Me, facendolo vivere
eternamente con Me. Vedi un po’ quanto è nobile l’uomo, donde viene e dove va, e qual’è il suo
destino. Or, quale dovrebbe essere la santità di quest’uomo, uscendo da un Dio sì Santo? Ma
l’uomo nel percorrere la via per venire un’altra volta a Me, distrugge in sé ciò che ha ricevuto di
divino, si corrompe in modo che nell’incontro che gli faccio per riceverlo in Me, non più lo
riconosco, non scorgo più in lui l’impronta divina, niente trovo di mio in lui e non più
riconoscendolo, la mia giustizia lo condanna ad andar disperso nella via della perdizione.”
Quanto era tenero sentire parlare Gesù Cristo su di ciò, quante cose faceva comprendere, ma
il mio stato di sofferenze non mi permette di scrivere più a lungo.

Marzo 8, 1901
Gesù le dice che la croce lo fece conoscere come Dio. Le spiega la croce del dolore e del amore.
Continuando il mio povero stato ed il silenzio di Gesù benedetto, questa mattina trovandomi
più che mai oppressa, nel venire mi ha detto: “Figlia mia, non le opere, né la predicazione, né la
stessa potenza dei miracoli, mi fecero conoscere con chiarezza Dio qual sono, ma quando fui messo
sulla croce ed innalzato su di essa come sul mio proprio trono, allora fui riconosciuto per Dio;
sicché la sola croce mi rivelò al mondo ed a tutto l’inferno, chi Io veramente ero; onde tutti ne
restarono scossi, e riconobbero il loro Creatore. Quindi è che la croce rivela Dio all’anima, e fa
conoscere se l’anima è veramente di Dio, si può dire che la croce scovre tutte le intime parti
dell’anima e rivela a Dio ed agli uomini chi essa sia.”
Poi ha soggiunto: “Sopra due croci Io consumo le anime, una è di dolore, l’altra è di amore;
e siccome in Cielo i nove cori angelici tutti mi amano, però ognuno ha il suo uffizio distinto, come i
Serafini il loro uffizio speciale è l’amore ed il loro coro è messo più dirimpetto a ricevere i riverberi
dell’amor mio, tanto che l’amor mio ed il loro saettandosi insieme si combaciano continuamente.
Così alle anime sulla terra do il loro uffizio distintamente, a chi le rendo martire di dolore, ed a chi
di amore, essendo tutti e due abili maestri a sacrificare le anime e renderle degne delle mie
compiacenze.”

Marzo 19, 1901


Le spiega il modo di patire.

Questa mattina trovandomi tutta oppressa e sofferente, molto più per la privazione del mio
dolce Gesù, dopo molto aspettare quando appena l’ho visto mi ha detto: “Figlia mia, il vero modo
di patire è non guardare da chi vengono le sofferenze, né che cosa si soffre, ma al bene che ne deve
venire dalle sofferenze; questo fu il mio modo di patire, non guardai né i carnefici, né il patire, ma
al bene che intendevo di fare per mezzo del mio patire, ed a quei stessi che mi davano da patire, e
rimirando al bene che doveva venire agli uomini disprezzai tutto il resto, e con intrepidezza seguii il
corso del mio patire. Figlia mia, questo è il modo più facile e più profittevole, per soffrire non solo
con pazienza, ma con animo invitto e coraggioso.”

Marzo 22, 1901


Vede Roma e scorge i grandi peccati. Gesù vuol castigare ed ella si oppone.

Continuando il mio stato di privazione e quindi d’amarezze indicibili, questa mattina il mio
adorabile Gesù è venuto e mi ha trasportato fuori di me stessa, mi pareva che fosse Roma, quanti
spettacoli si vedevano in tutte le clasi di persone, fin nel Vaticano si vedevano cose che facevano
ribrezzo. Che dire poi dei nemici della Chiesa? Come si rodono di rabbia contro di Essa, quante
stragi vanno macchinando, ma non possono effetturarli ché Nostro Signore li tiene come legati
ancora. Ma quello che più mi ha fatto spavento, che vedevo il mio amante Gesù quasi in atto di
dargli la libertà. Chi può dire quanto ne sono restata costernata? Onde, vedendo Gesù la mia
costernazione mi ha detto: “Figlia, sono necessari i castighi assolutamente, in tutte le classi è
entrato il marciume e la cancrena, quindi è necessario il ferro e il fuoco per fare che non perissero
tutti, perciò questa è l’ultima volta che ti dico di conformarti al mio Volere, ed Io ti prometto di
risparmiare in parte.”
Ed io: “Caro mio bene, non mi dà il cuore di conformarmi teco nel castigare le gente.” E
Lui: “Se tu non ti conformi, essendo di assoluta necessità di ciò fare, Io non ci verrò secondo il
solito, e non ti manifesterò quando verserò i castighi, e non sapendolo tu, e non trovando Io chi in
qualche modo mi spezzi il giusto mio sdegno, darò libero sfogo al mio furore, e non avrai neppure il
bene di risparmiare in parte il castigo. Oltre di ciò, il non venire e non versando in te quelle grazie
che avrei dovuto versare, è anche un’amarezza per Me, come in questi giorni scorsi che non tanto
son venuto, tengo la grazia contenuta in Me.” E mentre ciò diceva mostrava di volersi sgravare, ed
avvicinandosi alla mia bocca, ha versato un latte dolcissimo ed è scomparso.

Marzo 30, 1901


Gesù le parla della Divina Volontà e della perseveranza.

Continuando lo stato di privazione mi sentivo come un tedio ed una stanchezza della mia
povera situazione, e la mia povera natura voleva liberarsi da detto stato. Il mio adorabile Gesù
avendo di me compassione, è venuto e mi ha detto: “Figlia mia, come ti ritiri dal mio Volere così
incominci a vivere di te stessa, invece se starai fissa nella mia Volontà, vivrai sempre di Me
medesimo, morendo affatto a te stessa.”
Poi ha soggiunto: “Figlia mia, abbi pazienza, rassegnati in tutto alla mia Volontà, e non per
poco, ma sempre, sempre, perché la sola perseveranza nel bene è quella che fa conoscere se l’anima
è veramente virtuosa, essa sola è quella che unisce tutte le virtù insieme, si può dire che la sola
perseveranza unisce perpetuamente Dio e l’anima, virtù e grazie, e come catena vi si pone
d’intorno, e legando tutto insieme vi forma il nodo sicurissimo della salvezza; ma dove non c’è
perseveranza c’è molto da temere.” Detto ciò è scomparso.

Marzo 31, 1901


Incostanza e volubilità.

Questa mattina, sentendomi tutta amareggiata mi vedevo ancora così cattiva che quasi non
ardivo di andare in cerca del mio sommo ed unico bene, ma il Signore non guardando alle mie
miserie, pure si è benignato di venire dicendomi: “Figlia mia, è a Me che vuoi, ebbene Io son
venuto a rallegrarti, stiamoci insieme, ma stiamoci in silenzio.”
Dopo essere stato qualche poco mi ha trasportato fuori di me stessa, e vedevo che la Chiesa
festeggiava il giorno delle palme, e Gesù rompendo il silenzio mi ha detto: “Quanta volubilità,
quanta incostanza! Come oggi gridarono osanna proclamandomi per loro re, un’altro giorno
gridarono crocifigge, crocifigge. Figlia mia, la cosa che più mi dispiace è l’incostanza e la
volubilità, perché questo è segno che la verità non ha preso possesso di dette anime, ed anche in
cose di religione può essere che trovi la sua soddisfazione, il proprio comodo e l’interesse, oppure
perché si trova in quel partito, domani possono venir meno queste cose e si può trovare in mezzo ad
altri partiti, ed ecco che fuorviano della religione e senza dispiacere si danno ad altre sette. Perché
quando la vera luce della Verità entra in un’anima e s’impossessa d’un cuore, non è soggetta ad
incostanza, anzi tutto sacrifica per amor suo e per farsi da Lei sola signoreggiare, e con animo
invitto disprezza tutto il resto che alla Verità non appartiene.” E mentre ciò diceva, piangeva sulla
condizione della generazione presente, peggiore d’allora, soggetta all’incostanza a secondo che
spirano i venti.

Aprile 5, 1901
Compatendo la Mamma si compatisce a Gesù. Nel Calvario, nella crocifissione, vede in
Gesù a tutte le generazioni.
Continuando lo stato di privazione, questa mattina pare che l’ho visto un poco insieme con
la Regina Madre, e siccome l’adorabile Gesù teneva la corona di spine, l’ho tolta e tutto l’ho
compatito; e mentre ciò facevo mi ha detto: “Compatisci insieme la mia Madre, che essendo la
ragione dei suoi dolori il mio patire, compatendo Lei, vieni a compatire Me stesso.”
Dopo ciò mi pareva di trovarmi sul monte Calvario nell’atto della crocifissione di Nostro
Signore, e mentre soffriva la crocifissione, vedevo, non so come, in Gesù tutte le generazioni,
passate, presenti e future, e come Gesù avendosi tutti in Sé, sentiva tutte le offese che ciascuno di
noi gli faceva e soffriva per tutti generalmente, e per ogni individuo particolarmente, di modo che
scorgevo pure le mie colpe, e le pene che per me soffriva distintamente, come pure vedevo il
rimedio che a ciascun di noi, senza correzzione di veruno, ci somministrava per i nostri mali, e per
la nostra salvezza eterna. Ora, chi può dire tutto ciò che vedevo in Gesù benedetto? Dal primo fino
all’ultimo uomo. Stando fuori di me stessa le cose scorgevo chiare e distinte; ma trovandomi in me
stessa le veggo tutte confuse. Onde per evitare spropositi faccio punto.

Aprile 7, 1901
Vede la Risurrezione di Gesù. Parla della ubbidienza.
Continuando il mio adorabile Gesù a privarmi della sua presenza, mi sento un’amarezza, e
come un coltello fitto nel cuore, che mi dà tale dolore da farmi piangere e stridare come un
bambino. Ah! veramente mi pare d’essere divenuta come un bambino, che per poco che si
allontana la madre, piange e grida tanto da mettere sottosopra tutta la casa, e non c’è nessun rimedio
come farlo cessare dal piangere se pure non si vede di nuovo nelle braccia della Madre. Tale sono
io, vera bambina nella virtù, ché se mi fosse possibile metterei sossopra Cieli e terra per trovare il
mio sommo ed unico bene, ed allora mi quieto, quando mi trovo in possesso di Gesù. Povera
bambinella che sono, mi sento ancora le fasce dell’infanzia che mi stringono, non so camminare da
sola, sono molto debole, non ho la capacità degli adulti, che si lasciano guidare dalla ragione; ed
ecco la somma necessità che ho di starmene con Gesù, o a torto o a diritto, non voglio saperne
niente, quello che voglio sapere è che voglio Gesù, spero che il Signore voglia perdonare a questa
povera bambinella, che delle volte commette degli spropositi.
Onde, trovandomi in questa posizione, per poco ho visto il mio adorabile Gesù nell’atto
della sua Risurrezione, con un volto tanto risplendente, da non paragonarsi a nessun altro splendore,
e mi pareva che l’umanità Santissima di Nostro Signore, sebbene fosse carne viva, ma splendente e
trasparente in modo che si vedeva con chiarezza la Divinità unita alla Umanità. Ora mentre lo
vedevo così glorioso, una luce che veniva da lui, pareva che mi dicesse: “Tanta gloria mi ebbi alla
mia Umanità per mezzo della perfetta ubbidienza, che distruggendo affatto la natura antica Me ne
restituì la nuova natura gloriosa ed immortale. Così l’anima per mezzo dell’ubbidienza può formare
in sé la perfetta risurrezione alle virtù, come: Se l’anima è afflitta, l’ubbidienza la farà risorgere alla
gioia; se agitata, l’ubbidienza la farà risorgere alla pace; se tentata, l’ubbidienza le somministrerà la
catena più forte come legare il nemico, e la farà risorgere vittoriosa dalle insidie diaboliche; se
assediata da passioni e vizi, l’ubbidienza uccidendo questi, la farà risorgere alle virtù. Questo
all’anima, ed a tempo suo, formerà la risurrezione anche del corpo.”
Dopo ciò la luce si è ritirata, Gesù è scomparso, ed io son lasciata con tal dolore, vedendomi
di nuovo priva di Lui, che mi sento come se avessi una febbre ardente che mi fa smaniare e dare in
delirio. Ah! Signore, datemi la forza a sopportarvi in questi indugi, ché mi sento venir meno.

Aprile 9, 1901
Se i fervori e virtù non stanno ben radicati nella Umanità di Gesù, alle tribolazioni, agli
infortuni, subito si seccano.
Trovandomi nella pienezza del delirio, dicevo dei spropositi, e credo che vi mescolavo
anche dei difetti; la povera mia natura sentiva tutto il peso del mio stato, il letto le pareva peggiore
dello stato dei condannati alle carceri, avrebbe voluto svincolarsi da questo stato, con l’aggiunto del
mio ritornello che non è più Volontà di Dio, perciò Gesù non viene, e andavo pensando quello che
debbo fare. Mentre ciò facevo, il mio paziente Gesù è uscito da dentro il mio interno, ma con
un’aspetto grave e serio da incutermi paura, e mi ha detto: “Che pensi tu che avrei fatto Io se mi
trovassi nella tua posizione?” Nel mio interno dicevo: “Certo la Volontà di Dio.” E Lui di nuovo:
“Ebbene, quello fai tu.” Ed è scomparso.
Era tanta la gravità di Nostro Signore, che in quelle parole che ha detto sentivo tutta la forza
della sua parola, non solo creatrice, ma eziandio distruggitrice. Il mio interno è restato talmente
scosso da queste parole, oppresso, amareggiato, che non facevo altro che piangere, specie mi
ricordavo la gravità con cui Gesù mi aveva parlato, che non ardivo di dire “vieni.” Ora, stando in
questa posizione il giorno, ho fatto la mia meditazione senza chiederlo, quando al meglio è venuto e
con un’aspetto dolce, tutto cambiato a confronto della mattina, mi ha detto: “Figlia mia, che
sfacelo, che sfacelo sta per succedere.” E mentre ciò diceva mi son sentito tutto l’interno cambiato,
ché non era per altro che non ci veniva, ma per i castighi; ed in questo mentre vedevo quattro
persone veneranda che piangevano alle parole che Gesù aveva detto; ma Gesù benedetto, volendosi
distrarre ha detto pochi parole sulle virtù, quindi ha soggiunto: “Vi sono certi fervori e certe virtù
che somigliano a quegli arboscelli che rinascono intorno a certi alberi, che non essendo ben radicati
nel tronco, un vento impetuoso, un gelo un po’ forte, si disseccano, e sebbene dopo qualche tempo
può essere che rinverdiscono di nuovo, ma essendo soggetti all’intemperia dell’aria, quindi a
mutarsi, mai vengono ad essere alberi fatti. Così sono quei fervori e quelle virtù che non son ben
radicati nel tronco dell’albero dell’ubbidienza, cioè nel tronco dell’albero della mia Umanità che fu
tutta ubbidienza, alle tribolazioni, agli infortuni, subito si seccano e mai vengono a produrre frutti
per l’eterna vita.”

Aprile 19, 1901


Lamenti per la privazione. Gesù la consola e le spiega qualche cosa della Grazia.
Continuando a passare i miei giorni priva del mio adorabile Gesù, al più ad ombra e a lampi,
il povero mio cuore è oltremodo amareggiato, sento tanto la sua privazione, che tutte le mie fibre, i
nervi, le mie ossa, anche le gocce del mio sangue, mi dibattono continuamente, e mi dicono:
“Dov’è Gesù, come, l’hai tu perduto? Che hai tu fatto che più non viene? Come faremo a starci
senza di Lui? Chi più ci consolerà avendo perduto la fonte d’ogni consolazione? Chi ci fortificherà
nella debolezza, chi ci correggerà e scovrirà i nostri difetti, essendo restata priva di quella luce, che
più che filo elettrico penetrava i più intimi nascondigli, e con la dolcezza più ineffabile correggeva e
sanava le nostre piaghe? Tutto è miseria, tutto è squallido, tutto è tetro senza di Lui! come faremo?
Ed ancorché nel fondo della mia volontà mi sentissi rassegnata, e vado offerendo la sua sessa
privazione come il sacrifizio più grande per amor suo, tutto il resto mi muove una guerra continua, e
mi mettono alla tortura. Ah! Signore, quanto mi costa l’averti conosciuto, ed a caro prezzo mi fate
scontare le passate vostre visite.
Ora stando in questo stato per brevi istanti si è fatto vedere e mi ha detto: “Essendo la mia
Grazia parte di Me stesso, possedendola tu, con ragione e di stretta necessità tutto ciò che forma il
tuo essere non può stare senza di Me, ecco la ragione perché tutto ti chiede Me e sei torturata
continuamente, ché essendo imbevuta di Me e riempita parte di Me stesso, allora se ne stanno in
pace e ne restano contenti quando mi posseggono non solo in parte, ma in tutto.” Ed avendomi
lamentato della mia dura posizione ha soggiunto: “Anch’Io nel corso della mia Passione provai
un’estremo abbandono, sebbene la mia Volontà fu sempre unita col Padre e con lo Spirito Santo; e
ciò volli soffrire per divinizzare in tutto la croce, tanto che rimirando Me e rimirando la croce, tu ci
troverai lo stesso splendore, gli stessi ammaestramenti, e lo stesso specchio in cui potresti
specchiarti continuamente, senza differenza dell’uno e dell’altro.”

Aprile 21, 1901


La necessità dei castighi per non fare maggiormente corrompere l’uomo.
Continuando il mio solito stato, quando appena ho visto il mio dolce Gesù con una croce in
mano, in atto di versarla sopra le gente, e mi ha detto: “Figlia mia, il mondo è sempre corrotto, ma
vi sono certi tempi che giunge a tale corruzione, che se Io non versassi sopra le genti parte della mia
croce, perirebbero tutti nella corruzione, come fu ai tempi che venni Io nel mondo, la sola croce
salvò molti dalla corruzione in cui erano immersi. Così in questi tempi, è giunta a tanto la
corruzione, che se Io non versassi i flagelli, le spine, le croci, facendole versare anche il sangue,
resterebbero sommersi nelle onde della corruzione.” E mentre ciò diceva, pareva che quella croce
la menava sopra le genti e succedevano castighi.

Aprile 22, 1901


Ammaestramenti sulla imitazione della sua vita.

Sentendomi tutta afflitta e confusa, e quasi senza speranza di rivedere il mio adorabile Gesù,
tutto all’improvviso è venuto e mi ha detto: “Sai che voglio da te? Ti voglio in tutto simile a Me, si
nell’operare come nell’intenzione; voglio che sii rispettosa con tutti, ché rispettare tutti dà pace a sé
stessa e pace agli altri; che ti tieni la minima di tutti, e che tutti i miei ammaestramenti li rumineri
sempre nella tua mente e li conservi nel proprio cuore, acciocché nelle occasioni li troverai sempre
pronti come avvalertene e metterli in esecuzione, insomma, la tua vita voglio che sia un trasbocco
della mia.” E mentre ciò diceva vedevo da dietro il Signore, scendeva sopra la terra un gelo ed un
fuoco, che faceva danno ai ricolti, ed io dicendo: “Signore, che fate, povera gente.” Non dandomi
retta è scomparso.

Giugno 13, 1901


La croce e le tribolazioni sono il pane de l’eterna beatitudine.
Dopo lungo silenzio da parte del mio adorabile Gesù, al più qualche cosa sopra i flagelli che
vuole versare, questa mattina trovandomi oppressa, stanca per la mia dura posizione, specie per le
continue privazioni a cui vado spesso soggetta. Onde, avendolo visto per brevi istanti, mi ha detto:
“Figlia mia, le croci e le tribolazioni sono il pane dell’eterna beatitudine.” Quindi comprendevo che
maggiormente soffrendo, più abbondantemente e più gustoso sarà il pane che ci nutrirà nel celeste
soggiorno, ossia, quanto più si soffre più caparra riceviamo della futura gloria.

Giugno 18, 1901


Gesù esige da tutte le particelle del nostro essere la sua gloria. Dello stato d’unione si
passa alla consumazione.
Trovandomi nel solito mio stato, per poco ho visto il mio dolce Gesù, ed avendo mosso i
miei lamenti sul povero mio stato delle sue privazione, ed una specie di stanchezza fisica e morale,
come se la povera natura me la sentissi stritolare e da tutte parti me la sento venir meno. Quindi,
avendo detto tutto ciò al mio Gesù, mi ha detto: “Figlia mia, non temere ché ti senti venir meno da
tutte parte, non sai tu che tutto dev’essere sacrificato per Me, non solo l’anima ma anche il corpo?
E che da tutte le minime particelle di te Io esigo la mia gloria? E poi, non sai tu che dallo stato
d’unione si passa ad un’altro, qual’è quello della consumazione? E’ vero che non vengo secondo il
solito per castigare le genti, ma per te me ne servo anche per tuo profitto, che é non solo di tenerti
unita con Me, ma di consumarti per amor mio. Difatti, non venendo Io e sentendoti venir meno per
la mia assenza, non vieni tu a consumarti per Me? Del resto, non hai gran ragione d’affliggerti,
primo ché quando tu mi vedi è sempre dal tuo interno che mi vedi uscire, e questo è un segno certo
che con te ci sto, e poi che ancora deve passare giorni senza che puoi dire di non avermi visto
perfettamente.”
Dopo ciò, prendendo un tono di voce più dolce e benigno ha soggiunto: “Figlia mia, ti
raccomando assai assai, di non fare uscire da te il minimo atto che non sia pazienza, rassegnazione,
dolcezza, uguaglianza di te stessa, tranquillità in tutto, altrimenti verresti a disonorarmi; e
succederebbe come a quel re che abitasse dentro d’un palazzo bene arricchito, e da fuori
quell’abitazione si vedesse tutta piena di screpolature, macchiata, in atto di venir meno; non
direbbero, come abita un re in questo palazzo e si vede da fuori un così brutto apparato, che fa
temere pure d’avvicinarsi? Chi sa che re sarà costui, e questo non sarebbe un disonore per quel re?
Ora, pensa che se da te esce cosa che non sia virtù, lo stesso direbbero di te e di Me, ed Io ne
resterei disonorato, ché vi abito dentro.”

Giugno 30, 1901


Segni per sapere se l’anima possiede la Grazia.
Trovandomi nel solito mio stato, per poco tempo si è fatto vedere il mio dolcissimo Gesù
tutto trasfuso in me, e mi ha detto: “Figlia mia, vuoi sapere quali sono i segni per conoscere se
l’anima possiede la mia Grazia?” Ed io: “Signore, come piace alla vostra santissima bontà.”
Onde ha replicato: “Il primo segno per vedere se l’anima possiede la mia grazia, è che tutto
ciò che può sentire o vedere nell’esterno, che appartiene a Dio, nell’interno sente una dolcezza, una
soavità tutta divina, non paragonabile a nessuna cosa umana e terrena. Succede come a quella
madre, che anche al respiro, alla voce, conosce il parto delle sue viscere nella persona d’un figlio e
ne gongola di gioia; come due intime amiche, che conversando insieme si manifestano a vicenda gli
stessi sentimenti, inclinazioni, gioie, afflizioni, e trovando una nell’altra le sue stesse cose scolpite,
ne sentono un piacere, un gaudio, e ne prendono tanto amore da non sapersene distaccare. Così la
grazia interna che risiede nell’anima, nel vedere esternamente il parto delle sue stesse viscere, ossia
nel riscontrarsi in quelle stesse cose che forma la sua essenza, si combaci insieme, e fa provare
nell’anima tale una gioia e dolcezza da non sapersi esprimere. Il secondo segno è che il parlare
dell’anima che possiede la grazia è pacifico e tiene virtù di gettare negli altri la pace, tanto che le
stesse cose dette da chi non possiede la grazia, non hanno recato nessuna impressione e nessuna
pace; mentre dette da chi possiede la grazia hanno operato meravigliosamente, ed hanno restituito la
pace negli animi. Poi figlia mia, la grazia spoglia l’anima di tutto, e dell’umanità ne fa un velo per
starsene coperta, dimodocché squarciato quel velo, si trova il paradiso nell’anima di chi la
possiede. Onde, non è meraviglia, se in quell’anima si trova la vera umiltà, ubbidienza ed altro,
perché di sé non resta altro che un semplice velo e vedono con chiarezza che dentro di sé è tutta la
grazia, che agisce e che le tiene in ordine tutte le virtù, e la fa stare in continua attitudine per Dio.”

Luglio 5, 1901
Gesù è il principio, il mezzo ed il fine di tutti i desideri.
Stando con timore sullo stato dell’anima mia, tutto all’improvviso è venuto il mio adorabile
Gesù e mi ha detto: “Figlia mia, non temere, ché Io solo sono il principio, il mezzo ed il fine di tutti
i tuoi desideri.” Con queste parole mi sono acquietata in Gesù. Sia tutto per la gloria di Dio, e
benedetto il suo Santo Nome.

Luglio 16, 1901


Il principio del male nell’uomo. Distanza tra l’amore di Gesù e l’amore umano. Per
intrare nel Cielo, l’anima dev’essere tutta trasformata in Gesù.
Dopo vari giorni di privazione, questa mattina si è benignato di venire trasportandomi fuori
di me stessa. Ora, trovandomi innanzi a Gesù benedetto, vedevo molta gente, ed i mali della
generazione presente. Il mio adorabile Gesù li guardava con compassione e voltandosi a me mi ha
detto: “Figlia mia, vuoi sapere da dove incominciò il male nell’uomo? Il principio è che l’uomo
appena conosce sé stesso, cioè, incomincia ad acquistare la ragione, dice a sé stesso: “Io sono
qualche cosa.” E credendosi qualche cosa, si discostano di Me, non si fidano di Me che sono il
Tutto, e tutta la fiducia e forza l’attingono da loro stessi, e da questo avviene che perdono fino ogni
buon principio, e perdendo il buon principio, che ne sarà la fine? Immaginalo tu stessa figlia mia.
Poi, scostandosi da Me che contengo ogni bene, che può sperare di bene l’uomo essendo lui un
pelago di male? Senza di Me tutto è corruzione, miseria, e senza nessun ombra di vero bene, e
questa è la società presente.”
Io nel sentir ciò provavo tale un’afflizione da non saperla esprimere; ma Gesù volendomi
sollevare, mi ha trasportato altrove, ed io trovandomi sola col mio diletto Gesù gli ho detto:
“Dimmi, mi vuoi bene?” E Lui: “Sì.” Ed io: “Non son contenta del “sì” solo, ma vorrei essere
spiegato meglio quanto mi vuoi bene.” E Lui: “E’ tanto il mio amore per te, che non solo non ha
principio, ma non avrà fine, ed in queste due parole puoi comprendere quanto è grande, forte,
costante il mio amore per te.” Per poco ho considerato tutto ciò, e vedevo un’abisso di distanza tra
il mio amore ed il suo, e tutta confusa ho detto: “Signore, che differenza tra il mio ed il vostro
“bene”, non solo tiene il principio, ma per lo passato ci veggo dei vuoti nell’anima mia di non averti
amato.” E Gesù, tutto compatendomi, mi ha detto: “Diletta mia, non ci può stare conformità tra
l’amore del Creatore e quello della creatura; ma però oggi ti voglio dire una cosa, che ti sarà di
consolazione e che tu non hai mai capito: Sappi che ogni anima per tutto il corso della sua vita è
obbligata ad amarmi costantemente senza alcuno intervallo, e non amandomi sempre, vi lascia
nell’anima tanti vuoti per quanti giorni, ore, minuti che ha trascurato d’amarmi, e nessuno potrà
entrare in Cielo se non ha riempito questi vuoti, e solo potrà riempirli o con l’amarmi doppiamente
nel resto della vita, e se non giunge li riempirà a forza di fuoco nel purgatorio. Ora, tu, quando sei
priva di Me, la privazione dell’oggetto amato fa raddoppiare l’amore, e con questo vieni a riempire i
vuoti che ci sono nell’anima tua.”
Dopo ciò gli ho detto: “Dolce mio bene, lasciami venire insieme con te nel Cielo, e se non
vuoi per sempre almeno per poco, deh! vi prego, contentatemi.” E Lui mi ha detto: “Non sai tu che
per entrare in quel beato soggiorno l’anima dev’essere tutta trasformata in Me, in modo che deve
comparire come un’altro Cristo, altrimenti, qual figura faresti tu in mezzo agli altri beati? Tu stessa
avresti vergogna di starci insieme con loro.” Ed io: “E’ vero che sono molto dissimile da voi, ma
se volete potete rendermi tale.” Onde per contentarmi mi ha tutta rinchiusa in Lui, in modo che non
più vedevo me stessa, ma Gesù Cristo, ed in questo modo ci siamo innalzati verso il Cielo, giunti ad
un punto ci siamo trovati innanzi ad una luce indescrivibile, innanzi a quella luce si sperimentava
nuova vita, gioia insolita non mai provata; come mi sentivo felice! anzi mi pareva di trovarmi nella
pienezza di tutte le felicità. Ora, mentre c’inoltrammo innanzi a quella luce, io mi sentivo tale un
timore; avrei voluto lodarlo, ringraziarlo, ma non sapendo che dire, ho recitato tre Gloria Patri, e
Gesù rispondeva insieme; ma appena finite, come lampo mi son trovata nella misera prigione del
mio corpo. Ah! signore come così poco è durata la mia felicità? Pare che troppo dura è la creta di
questo mio corpo che tanto ci vuole per frantumarsi, ed impedisce all’anima mia di sloggiare da
questa misera terra. Ma spero che qualche urto veemente lo voglia non solo frantumare, ma
spolverizzare, ed allora, non avendo più casa dove poterci stare di qui, ne avrete di me compassione,
e mi accoglierete per sempre nel celeste soggiorno.

Luglio 20, 1901


Come a Gesù le è dolce la voce dell’anima.
Trovandomi nel solito mio stato, il mio adorabile Gesù non ci veniva. Onde dopo d’avere
stentato e quasi perduto la speranza di rivederlo, tutto all’improviso è venuto, e mi ha detto: “Figlia
mia, la tua voce mi è dolce come al piccolo uccellino è dolce la voce della madre, che avendolo
lasciato per andare buscando il cibo come nutrirlo, nel ritornare, che fa l’uccellino nel sentire la
voce, ne sente una dolcezza e ne fa festa. E dopo che la madre l’imbocca il cibo, tutto si rannicchia
e si nasconde sotto l’ala materna per riscaldarsi, liberarsi dalle intemperie dell’aria, e prendere
sicuro riposo; oh! come riesce caro e gradito al piccolo uccellino questo starsi sotto l’ala materna.
Tale sei tu per Me, sei ala che mi riscalda, mi ripara, mi difende, e mi fai prendere sicuro riposo.
Oh! come mi è caro e gradito starmene al di sotto di quest’ala.”
Detto ciò è scomparso, ed io son restata tutta confusa e piena di vergogna, conoscendomi
tanto cattiva; ma l’ubbidienza ha voluto accrescere la mia confusione, volendo che ciò scrivessi.
Sia fatta sempre la santissima Volontà di Dio.

Luglio 23, 1901


Gesù parla della sua Volontà e della carità.

Trovandomi con tanti dubbi sul mio stato, nel venire il mio adorabile Gesù mi ha detto:
“Figlia, non temere, quello che ti raccomando è di starti sempre uniformata alla mia Volontà; ché
quando nell’anima c’è la Volontà Divina, non hanno forza di entrare nell’anima, né la volontà
diabolica, né l’umana, a farne gioco dell’anima.” Dopo ciò mi pareva di vederlo crocifisso, ed
avendomi il Signore partecipato non solo le sue pene, ma alcune sofferenze d’un altra persona, ha
soggiunto: “Questa è la vera carità: Distruggere sé stesso per dare la vita ad altri, e prendere sopra
di sé i mali altrui, e darmi beni propri.”

Luglio 27, 1901


Dubbi del confessore, risposta di Gesù.
Avendo mosso alcuni dubbi il confessore, nel venire il benedetto Gesù, vedevo insieme il
confessore e gli andava dicendo: “Il mio operare è sempre appoggiato alla verità, e sebbene molte
volte pare oscuro sotto enigmi, ma però non si può fare a meno di dire che è la verità, e sebbene la
creatura non capisce con chiarezza il mio operare, ciò non distrugge la verità, anzi fa comprendere
molto meglio che è modo d’operare divino, ché essendo la creatura finita non può abbracciare e
comprendere l’infinito; al più può comprendere e abbracciare qualche barlume, come le tante cose
dette da Me nelle scritture, ed il mio modo d’operare nei santi è stato forse compreso con tutta
chiarezza? Oh! quante cose sono lasciato allo scuro e nell’enigma! eppure quante menti di dotti e
sapienti si sono stancate nell’interpretarle? E che cosa hanno compreso ancora? Si può dire un bel
nulla, a ciò che resta a conoscere. Con ciò pregiudica forse alla verità? Nulla affatto, anzi la fa
risplendere maggiormente. Perciò il tuo occhio dev’essere, se c’è la vera virtù, se si sente in tutto,
sebbene delle volte allo scuro, che c’è la verità, e del resto bisogna starsi tranquilla ed in santa
pace.” Detto ciò è scomparso, ed io son ritornata in me stessa.

Luglio 30, 1901


Vista del mondo, e come la maggior parte sono ciechi.
Trovandomi nel solito mio stato, il benedetto Gesù mi ha trasportato fuori di me stessa in
mezzo a tanta gente, qual cecità! quasi tutti erano ciechi, e pochi di corta vista; appena qualcuno si
scorgeva come il sole in mezzo alle stelle, di vista acutissima, tutto intento al Sole Divino, e questa
vista le veniva concessa perché fissa se ne stava nella luce del Verbo Umanato. Gesù, tutto
compassionevole mi ha detto: “Figlia mia, come ha rovinato il mondo la superbia, ha giunto a
distruggere quel piccolo lumicino di ragione che tutti portano con sé appena nati; sappi però che la
virtù che più esalta Iddio è l’umiltà, e la virtù che più esalta la creatura innanzi a Dio, e presso gli
uomini, è l’umiltà.” Detto ciò è scomparso; più tardi è ritornato tutto affannato ed afflitto ed ha
soggiunto: “Figlia mia, stanno per succedere tre terribili castighi.” E come lampo è scomparso,
senza darmi tempo di dirgli una parola.

Agosto 3, 1901
L’anima che possiede la grazia tiene potestà sull’inferno, sugli uomini e sopra Dio.

Questa mattina il mio adorabile Gesù non ci veniva, onde dopo molto aspettare è venuta la
Vergine Mamma conducendolo quasi per forza, ma Gesù sfuggiva. Onde la Vergine Santissima mi
ha detto: “Figlia mia, non ti stancare nel chiederlo, ma sii importuna, che questo sfuggire che fa è
segno che vuol fare qualche castigo, perciò sfugge la vista delle persone amate, ma tu non ti
arrestare, perché l’anima che possiede la grazia tiene potestà sull’inferno, sugli uomini e sopra Dio
stesso, perché essendo la Grazia parte di Dio stesso, e possedendola l’anima, non tiene forse il
potere sopra ciò che essa stessa possiede?”
Onde dopo molto stentare costretta dalla Mamma Regina, ed importunato da me è venuto,
ma con aspetto imponente, serio, in modo che non si ardiva di parlare, non sapevo come fare per
farlo spezzare quell’aspetto sí imponente. Ho pensato di uscire a parlare cogli spropositi
dicendogli: “Dolce mio bene, vogliamoci bene, se non ci amiamo noi, chi ci deve amare? E se non
vi contentate del mio amore, chi mai potrà contentarvi? Deh! dammi un segno certo che sei
contento del mio amore, altrimenti io vengo meno, io muoio.” Ma chi può dire tutti i spropositi che
ho detto? Credo meglio passarle innanzi, ma con ciò pare che son riuscita a spezzare quell’aria
imponente che teneva, e mi ha detto: “Allora sarò contento del tuo amore, quando il tuo amore
sorpasserà il fiume dell’iniquità degli uomini, perciò pensa ad accrescere il tuo amore, che di più
sarò contento di te.” Detto ciò è scomparso.

Agosto 5, 1901
Come le mortificazioni sono gli occhi dell’anima.

Trovandomi nel solito mio stato, il mio benedetto Gesù indugiava a venire, onde io mi
sentivo morire per pena della sua privazione, quando tutto all’improvviso è venuto e mi ha detto:
“Figlia mia, come gli occhi sono la vista del corpo, così la mortificazione è la vista dell’anima,
sicché si può dire occhi dell’anima la mortificazione.” Ed è scomparso.

Agosto 6, 1901
L’amore dei beati è proprietà Divina, ma l’amor dei viatori è come proprietà che sta in atto di
farne acquisto.
Questa mattina, avendo fatto la comunione, il mio adorabile Gesù si faceva vedere tutto
sofferente ed offeso che muoveva a compassione; io l’ho stretto tutto a me e gli ho detto: “Dolce
mio bene, quanto sei amabile e desiderabile, come gli uomini non ti amano, anzi vi offendono;
amando voi tutto si trova e l’amarti tutti i beni contiene, e non amandoti ogni bene ci sfugge; eppure
chi è che ti ama? Ma deh! tesoro mio carissimo, mettete da parte le offese degli uomini e per poco
sfoghiamoci in amarci.” Allora Gesù ha chiamato tutta la corte celeste ad essere spettatori del
nostro amore, ed ha detto: “L’amor di tutto il Cielo non mi renderebbe pago e contento, se non ci
fosse il tuo unito, molto più che quell’amore è proprietà mia che nessuno mi può togliere, ma
l’amor dei viatori è come proprietà che sto in atto di farne acquisto; e siccome la mia grazia è parte
di Me stesso, entrando nei cuori, essendo l’Essere mio attivissimo, i viatori ne possono fare un
traffico dell’amore, e questo traffico ingrandisce le proprietà dell’amor mio, ed Io ne sento tale un
gusto e piacere, che mancandomi ne resterei amareggiato. Ecco perciò che senza del tuo amore,
l’amore di tutto il Cielo non mi renderebbe appieno contento, e tu sappi ben trafficare il mio amore,
ché amandomi in tutto, mi renderai felice e contento.”
Chi può dire quanto sono lasciata stupita nel sentire ciò, e quante cose comprendevo su
questo amore, ma la mia lingua si rende balbuziente, perciò faccio punto.

Agosto 21, 1901


La Celeste Mamma l’insegna il segreto della felicità.

Trovandomi nel solito mio stato, mi son trovata fuori di me stessa, onde dopo d’aver girato e
rigirato in cerca di Gesù, ho trovato invece la Regina Mamma, ed oppressa e stanca come era le ho
detto: “Dolcissima Mamma mia, ho perduta la via per trovare Gesù, non so più dove andare né che
fare per ritrovarlo.” E mentre ciò dicevo piangevo, ed Ella mi ha detto: “Figlia mia, vieni appresso
a Me e troverai la via e Gesù; anzi voglio insegnarti il segreto come potrai star sempre con Gesù, e
come vivere sempre contenta e felice anche su questa terra, cioè fissarti nel tuo interno che solo
Gesù e tu ci siate nel mondo, e nessun altro, a cui solo devi piacere, compiacere ed amare, e da Lui
solo aspettare d’essere riamata e contentata in tutto. Stando in questo modo tu e Gesù, non ti farà
più impressione se sarai circondata da disprezzi o lodi, da parenti o stranieri, d’amici o nemici, solo
Gesù sarà tutto il tuo contento, e solo Gesù ti basterà per tutti. Figlia mia, fino a tanto che tutto ciò
che esiste quaggiù non scomparisca affatto dell’anima, non si può trovare vero e perpetuo
contento.” Ora mentre ciò diceva, come da dentro un lampo è uscito Gesù in mezzo a noi, ed io me
l’ho preso e l’ho portato con me, e mi son trovata in me stessa.

Settembre 2, 1901
Gesù parla della Chiesa e della società presente.
Questa mattina il mio adorabile Gesù si faceva vedere unito col Santo Padre e pareva che gli
dicesse: “Le cose fin qui sofferte non solo altro che tutto ciò che Io passai dal principio della mia
Passione fino che fui condannato alla morte; figliuol mio, non ti resta altro che portare la croce al
Calvario.” E mentre ciò diceva, pareva che Gesù benedetto prendesse la croce e la metteva sulle
spalle del Santo Padre, aiutandolo Lui stesso a portarla. Ora, mentre ciò faceva, ha soggiunto: “La
mia Chiesa pare che stia come moribonda, specie in riguardo delle condizioni sociali, che con ansia
aspettano il grido di morte; ma coraggio figliuol mio; dopo che sarai giunto sul monte, all’innalzarsi
che si farà della croce, tutti si scuoteranno, e la Chiesa deporrà l’aspetto di moribonda e riacquisterà
il suo pieno vigore. La sola croce ne è il mezzo, come la sola croce fu l’unico mezzo per riempire il
vuoto che il peccato aveva fatto, e per unire l’abisso di distanza infinita che ci era tra Dio e l’uomo,
così a questi tempi la sola croce farà innalzare la fronte della mia Chiesa coraggiosa e risplendente,
per confondere e mettere in fuga i nemici.”
Detto ciò è scomparso, e dopo poco è ritornato il mio diletto Gesù tutto afflitto, riprendendo
il suo dire: “Figlia mia, quanto mi duole la società presente, sono mie membra e non posso farne a
meno di amarli; succede a Me come a quel tale che avesse un braccio, una mano infetta e piagata;
l’odia egli forse? L’aborrisce? Ah! non già, anzi le prodiga tutte le cure, chi sa quanto spenda per
vedersi guarito, e gli è causa di fargli dolorare tutto il corpo, di tenerlo oppresso, afflitto, fino a
tanto che non giunge ad ottenere l’intento di vedersi guarito. Tale è la mia condizione: Veggo le
mie membra infette, piagate, e vi sento dolore e pena, e per questo mi sento più tirato ad amarle.
Oh! come è ben d