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STUDI PUBBLICATI DALL’ISTITUTO ITALIANO PER LA STORIA ANTICA FASCICOLO LVL MISCELLANEA GRECA E ROMANA XIX ESTRATTO Srerano Boccr IL RITRATTO ‘PARADOSSALE’ DI M. CLAUDIO MARCELLO NELLA BIOGRAFIA PLUTARCHEA ROMA 1995 STEFANO Boccl IL RITRATTO ‘PARADOSSALE’ DI M. CLAUDIO MARCELLO NELLA BIOGRAFIA PLUTARCHEA In uno studio sul ritratto ‘paradossale’ Antonio La Penna ha osservato che il personaggio di M. Claudio Marcello, cosi come viene descritto nella Vita plutarchea, @ uno dei pochi protagonisti della storia romana anteriori a Silla in cui si avverte «la compre- senza di elementi sentiti come contrastanti, cioé di virti tradizio- nali e di gusti nuovis, una compresenza «che in qualche misura prepara il ‘paradosso’»(1). In effetti sin dall’inizio della sua bio- grafia Plutarco sottolinea la complessita del personaggio: in lui il valore del generale esperto € coraggioso si accompagnava strana- mente alla qAavdponia dell’uomo generoso verso il prossimo ed addirittura innamorato della cultura greca. Apprendiamo cosi che delle sue qualita militari, quali l’esperienza, la prestanza fisica, la natura bellicosa, Marcello dette prova soltanto in battaglia (Marc., 1, 2); per il resto egli fu persona mite, amante della cultura elle- nica e rammaricata di non aver potuto conseguire personalmente, a causa delle sue occupazioni, quel grado di educazione che avreb- be desiderato (Marc., 1, 3). E tale compresenza di qualita contra- stanti non é soltanto formulata in sede di presentazione del per- (1) A. La PENNA, I! ritratto ‘paradossale’ da Silla a Petronio, in «RFIC», CIV (1976), pp. 270-293 (poi in Ib., Aspetti del pensiero storico latino’, Torino 1983, pp. 193-221). Le brevi considerazioni su Marcello sono a p. 291 (= p. 219). La Penna & tomato pid volte sull'argomento: in ultimo si veda Antonio come personaggio «para- dossale», in I triumoirato costituente alla fine della repubblica romana, Scritti in ono- re di Mario Attilio Levi, a cura di A. Gara e D. Foraboschi, Como 1993, pp. 93-111 162 8. OCCT sonaggio, ma riappare nel corso della biografia, specialmente lad- dove Plutarco vuole nascondere o per lo meno minimizzare la vio- lenza che Marcello usd contro le popolazioni magnogreche, soprattutto della Sicilia (2), nel corso della seconda guerra punica. Marcello viene cosi descritto ed elogiato come straordinaria- mente esperto in ogni tipo di combattimento e specialmente nel duello individuale (Marc., 2, 1)(3), come animato da una partico- Jare tenacia nel ricercare in ogni occasione il contatto con il nemi- co (Marc., 24, 6-9; 25, 3-26, 8), come arso da una smodata ambi- zione di conseguire personalmente la decisiva vittoria su Anniba- le (Marc., 24, 1-2; 28, 4-6); in una circostanza Plutarco (Marc., 12, 4) gli attribuisce anche I’adozione di un’innovazione tattica di un qualche significato; la distribuzione ai soldati di lunghe lance usa- te solitamente nei combattimenti navali e particolarmente adatte a colpire i nemici da lontano(4). Al tempo stesso, pers, il biografo tiene a precisare che, se gil prima di allora i Romani avevano dimostrato la loro abilita nell’arte militare, solo con Marcello essi dettero prova per la pri- ma volta di poter eccellere anche nelle virtii civili, in primo luo- go la giustizia (Marc., 20, 1). Adduce come esempio la generosita con cui il generale romano, commosso dalle parole di Nicia, auto- revole cittadino di Engio (forse l’odierna Gangi, in provincia di Palermo), risparmid quella localita siceliota (Marc., 20, 3-11). Al contrario, minimizza la gravita di quanto accadde ad Enna, a Megara o nella stessa Siracusa dopo la conquista romana ed arri- va a dire che la colpa delle stragi che si verificarono in quelle loca- (2) In qualité di proconsole Marcello fu per tre anni (213-211) comandante supremo in Sicilia delle forze romane impegnate a riconquistare la ribelle Siracusa ed a respingere le truppe cartaginesi sbarcate nell'sola, Prima e dopo questa esperienza (anni 216-214 ¢ 210-208), agi nell'Italia meridionale cercando di limitare la liberta di movimento dell’esercito di Annibale. 6) Il giudizio di Plutarco trova evidentemente la sua giustificazione nel cele- bre episodio di Clastidium (Casteggio), dove Marcello, nel 222, sfidd ed uccise di pro- pria mano il capo dei Galli Virdomaro, portando a termine vittoriosamente la prima conquista romana della Gallia cisalpina, (4) Cle. F. Monzer, Claudius (220), in RE, Ul 2 (1899), col. 2755: innova- zione non sarebbe stata comunque di grande ilievo, ILRITRATTO ‘PARADOSSALE’ DIM, CLAUDIO MARCELLO 163 lita fu piuttosto di coloro che le subirono che non di coloro che le perpetrarono (Marc., 20, 2)! In questo sforzo di giustificare il suo protagonista e di farlo apparire un eroe fornito di una parti- colare predilezione per la grecita, Plutarco si & cosi spinto ad rittura oltre la stessa tradizione latina, che, per bocca di Livio (XXIV 39, 7-9), rimprovera il generale romano per aver lasciato impunita la strage ordinata ad Enna dal comandante del presidio romano, un episodio non solo crudele, ma anche politicamente controproducente, perché spinse non poche popolazioni ancora incerte ad unirsi ai Cartaginesi (5). A proposito dell’assedio di Siracusa, poi, il biografo ricorda che Marcello ebbe parole di grande ammirazione per Archimede, lo scienziato che con le sue invenzioni ritardé a lungo la conqui- sta romana della citta (Marc., 17, 1-2); e, quando Siracusa cadde, il generale romano avrebbe fatto tutto il possibile per ridurre al minimo le sofferenze della popolazione civile (Marc., 19, 3-5) € sarebbe stato profondamente addolorato dall’uccisione di Archi- mede ad opera di un soldato romano (Marc., 19, 8 e 12) (6). La compresenza di qualita contrastanti sfocia nel vero e pro- prio ‘paradosso’ quando Plutarco tenta di fondere in una sola immagine le due anime del suo protagonista, uomo d’armi risolu- to, attento alla propria carriera personale non meno che agli inte- ressi della sua patria, ma al tempo stesso ammiratore e divulgato- re in Roma dei valori della grecita. Cid accade, per esempio, quan- do il biografo ricorda che, al momento di lasciare la Sicilia (211), Marcello volle portare con sé le pitt belle opere d’arte che si tro- vavano nei templi di Siracusa, con P’intenzione di mostrarle nel suo trionfo(7): un vero e proprio furto, che Plutarco (Marc., 21, 1-3) (5) Cfr. R. FLACELIERE, Plutarque. Vies, IV, Paris 1966, pp. 180-181. (6) In realta, un generale romano, qualunque fosse il suo personale atteggia- ‘mento, aveva ben pochi margini per tutelare una citt& conquistata rispetto al triste destino cui essa andava fatalmente incontro; spesso non era nemmeno in grado di trattenere le proprie truppe dal saccheggio nel momento della capitolazione: cft. W. DANLHEIM, Struktur und Entwicklung des rémischen Vélkerrechts im 3. und 2. Jebrbundert v, Chr., Miinchen 1968, p. 7 € n. 9, pp. 11-12 e n. 2. (7) Il senato nego poi a Marcello questo trionfo ed egli si accontentd allora 164 S. BOCCI tenta di giustificare asserendo che Marcello intendeva diffondere nella Roma del suo tempo, ancora rozza e primitiva, il gusto del bello ed in particolare Pamore per la raffinata arte greca(8). Con involontario umorismo il biografo arriva a dire che del suo gesto Marcello si gloriava anche davanti ai Greci, perché con la spolia- zione di Siracusa pensava di aver insegnato ai Romani ad apprez- zare le bellezze della Grecia (Marc., 21, 7)(9)! E appena il caso di dire che sul piano storico questo sitrat- to di un Marcello filoellenico, innamorato della cultura greca ¢ desideroso di farla apprezzare anche in Roma, addolorato per le sofferenze inflitte a genti magnogreche e preoccupato di limitarne Tintensita, non trova una sufficiente giustificazione. La figura di Marcello ha contorni ben delineati ed all’indagine prosopogratica appare come quella di un tipico fautore della classe dei piccoli proprietari terrieri, che nella conquista di nuove terre ¢ nella loro rapida colonizzazione vedeva la concreta possibilita di migliorare il proprio tenore di vita. I rappresentanti di questo ceto agricolo guardavano pertanto alle terre fertili e non troppo densamente abi- tate dell’Italia centrosettentrionale e si erano invece sempre oppo- sti a quanti nella nobilitas romana, cointeressati ai guadagni di commercianti, imprenditori, speculatori ed appaltatori di opere della meno solenne ovazione, ma prima celebrd privatamente, cio? a sue spese, un trionfo sul monte Albano. Fu questo il suo secondo ed ultimo trionfo, dopo quello celebrato nel 222 per la vittoria sui Gali, Solo per errore Plutarco (Mare., 22, 1; 33, 6) afferma che nel corso della sua vita Marcello avrebbe avuto tre trionfi: cfr. FLA. CELIERE, Plutargue. Vies, IV, p. 219, n. 3 (8) Liidea che i Romani fino alla conquista di Siracusa da parte di Marcello fossero digiuni di arte greca & un evidente errore di Plutarco: per lo meno a partire dalla conquista di Taranto (272 a.Cr.) essi avevano cominciato a conoscere diretta- ‘mente ed in modo non superficiale la cultura e V'arte greca. Un’influenza ellenica, len- ta, ma progressiva, sulle culture italiche e quindi anche su quella latina era comin. ciata, del resto, gia in epoca arcaica (VIII-VIT sec. a.Cr.) attraverso la Magna Grecia: cfr. A. ROsTAGNI, Storia della letteratura latina, , Torino 1964, pp. 17-23. B vero, tuttavia, che solo con Marcello si ebbe la prima importazione massiccia in Roma di opere greche: cfr. R. FLACELIERE, Plutarque, Vies, IV, p. 218, n. 1. (9) E stato giustamente osservato che & un ben strano amore per la cultura gre- cca quello che in Marcello sembra essersi manifestato soprattutto nel rubare ai vinti le loro opere d'arte: eft. G. DE SANCTIS, Storia dei Romani, II'2, Firenze 1968, p. 460, n. 50. IL RITRATTO ‘PARADOSSALE’ DI M. CLAUDIO MARCELLO 165 pubbliche, indirizzarono l’espansione di Roma dapprima verso Pitalia meridionale (guerre sannitiche e guerra tarantina), poi ver- so la Sicilia ¢ pertanto contro Cartagine (prima guerra punica), infine verso V’instaurazione di una piena egemonia romana sul Mediterraneo occidentale (seconda guerra punica) ed orientale (guerre imperialistiche del secondo secolo) (10). Il comportamen- to di Marcello nelle nostre fonti — ed anche in Plutarco — si caratterizza come quello di un uomo politico che spesso assunse atteggiamenti o prese decisioni sicuramente in sintonia con il ceto agricolo romano e che fu sempre in buoni rapporti con gli- altri rappresentanti di questo ceto. Nella grande guerra gallica degli anni 225-222 Marcello non solo consegui la vittoria finale a Clastidium (Casteggio), ma prima ancora, eletto console per il 222, fece leva sul popolo affinché non avesseto esito gli abboccamenti fra gli Insubsi, gia sconfitti Pano precedente (223) dal console Flaminio, ed il senato, propenso a concedere la pace(11). Evidentemente Marcello voleva che la guerra fosse proseguita fino alla completa sottomissione del nemi- co ed in cid si faceva continuatore del risoluto comportamento tenuto l’anno precedente da Flaminio(12), quando, non tenendo (10) Seguo principalmente il volume di F. CASSOLA, I gruppi politici romani nel III secolo A.C., Trieste 1962, specialmente pp. 314-330 per la figura di Marcello. Ma si vedano anche W.SCHUR, Scipio Africanus und die Begriindung der rémischen Weltherrschaft, Leipzig 1927, specialmente pp. 9-18, 44-68 e 105-141; HH. SCULLARD, Roman Politics 220-150 B.C., Oxford 1951, in particolare pp. 39-88 per Teta della seconda guerra punica, in cui fu attivo Marcello. (11) Cfr. Pot., II 34, 1; PLUT., Marc., 6, 2. (12) C. Flaminio viene presentato dalla tradizione unanime come un tipico rap- presentante del ceto agricolo romano, Bastera qui ricordare il celebre plebiscito de ‘agro Piceno Gallico viriim dividundo con cui Flaminio, allora tribuno della plebe (232 a.Cr.), nonostante Ia dura opposizione della maggioranza senatoria, riusci ad assicu- rare ai contadini romani un territorio fra i pid fertli della penisola. Sulla politica agra- ria patrocinata dal tribuno Flaminio nel 232, eft. E.GABBA, Caio Flaminio e la sua legge sulla colonizzazione dell'gro gallico, in «Athenaeum», N.S. LVII (1979), pp. 159- 163. Console per la seconda volta nel 217, Flaminio sarebbe morto nella grave disfat- ta che Annibale inflisse in quell’anno ai Romani presso il Trasimeno. Sulla sua figu- ra cfr. HLH. SCULLARD, Roman Politics, pp. 44-45 © 53-54; F. CAssoLa, I gruppi poli- tici, pp. 209-218. 166 8. BOCCI conto delle disposizioni del senato, aveva attaccato e vinto gli Insubri (13). Al pari di Flaminio, dunque, Marcello non solo attud, ma anche promosse la politica di conquista della pianura padana, presupposto della colonizzazione di quelle terre da parte del ceto agricolo romano: e tale conquista fu appunto voluta ¢ compiuta da quella parte della nobilitas che, sotto la guida di Q. Fabio Mas- simo Cunctator, C. Flaminio, Q. Fulvio Flacco e Marcello, inter- pretava aspirazioni ed interessi della plebe rurale romana (14). Quando poi Roma ebbe dichiarato guerra a Cartagine (218), Marcello servi la sua patria ininterrottamente fino alla morte (208) nella lotta contro Annibale. Teatro delle sue gesta furono I'Italia ¢ la Sicilia; egli non aspird mai a comandi transmarini in Spagna, in Africa o nei Balcani. Per lui il fine della guerra era di liberare Italia dall’invasione cartaginese, per poter riprendere quanto pri- ma quell’opera di colonizzazione dell’Italia settentrionale, che era stata avviata dalla fondazione di Cremona e Piacenza (218); ana- logo atteggiamento ebbero altri illustri protagonisti della resisten- za romana ad Annibale, i quali, anche per questo, si caratterizza- no come rappresentanti del ceto dei piccoli e medi proprietari ter- tieti: Q. Fabio Massimo, Q. Fulvio Flacco e C. Flaminio, scom- parso, perd, gia nel 217. I buoni rapporti fra Marcello e Q. Fabio Massimo sono ampiamente documentati. E noto che la tradizione ha avvicinato i due. petsonaggi in un binomio che simboleggia la resistenza roma- na ad Annibale: lo scudo (Fabio) e la spada (Marcello) di Roma (15). Tale simbologia vuole alludere ad una diversa impo- stazione tattica della guerra — rigorosamente difensiva quella di (13) Adducendo prodigi sfavorevoli il senato aveva inviato ai consoli — Furio Filo e C. Flaminio — una lettera in cui essi erano invitati a non prendere ini. ziative offensive ed anzi a tornare a Roma per deporre la carica; ricevuta la missiva proprio nell'imminenza dello scontro con gli Insubri, Flaminio non volle aprirla fin dopo Ia battaglia, a vittoria conseguita: eft. PLUT., Marc, 4, 2-5. (14) Cfr. G. BanDEtt, La frontiera settentrionale: Vondata celtica e il nuovo sistema di alleanze, in Storia di Roma (Einaudi), I, Torino 1988, pp. 524-525. (15) Clr. PLUT., Marc., 9, 7; Fab., 19, 4: in entrambi i casi il biografo cita come propria fonte Posidonio. ILRITRATTO ‘PARADOSSALE’ DIM. CLAUDIO MARCELLO 167 Fabio, pitt propensa a sfruttare ogni occasione propizia quella di Marcello — e non testimonia certo l’esistenza fra i due di diver- genze strategiche o tanto meno politiche. Del resto, @ ben docu- mentata la loro collaborazione militare nella riconquista di Casili- num (Capua) nel 214 e di Taranto nel 209(16) e si deve quindi concordare con Plutarco (Marc., 9, 5-6), quando afferma che le qualita dei due uomini politic’ sembrarono ai Romani comple- mentari e che proprio per questo essi, ora alternativamente ora come colleghi, cumularono nella guerra annibalica un numero di comandi militari non uguagliato da nessun altro. Le buone rela- zioni fra i due sono poi confermate da quanto sappiamo circa le elezioni consolari tenutesi nel 215 per il successivo 214. In esse Fabio, che in qualita di console in carica presiedeva i comizi elet- torali, indirizzé al popolo un preoccupato discorso in cui richia- mava la necesita di eleggere persone capaci, all’altezza del duro momento vissuto dalla repubblica: ed ottenne che, annullata una prima designazione, venissero eletti lui stesso ¢ Marcello(17). Lepisodio @ assai significativo della solidarieta e del comune sen- tire politico dei due personaggi, non tanto perché essi furono elet- ti insieme, quanto perché é@ sufficientemente provato I’impegno personale di Fabio per giungere ad un’elezione a lui gradita. Almeno in un’occasione anche Q. Fulvio Flacco, altro espo- nente del ceto agricolo romano (18), appare legato da rapporti di (16) Cfe. Lav., XXIV 19 (Casilino); t1v., XXVIL 12, 2 € 7, PLur., Marc, 25, 3 (Taranto). (17) Il fatto, ampiamente narrato da Livio (XXIV 7, 11 - 9, 8), @ taciuto da Plutarco. Per una valutazione del comportamento di Fabio in quella circostanza cfr. P. PINNA PARPAGLIA, Le elezioni consolari del 214 a.C., in Sodalitas. Scritti in onore di Antonio Guarino, I, Napoli 1984, pp. 325-338. Pitt in generale, sui rapporti elettora- Ii intercorsi fra Fabio ¢ Marcello, eft. HH. SCULLARD, Roman Politics, pp. 57-59; F. CASSOLA, I gruppi politici, pp. 316-320. (18) Console nel 224, assieme a T. Manlio Torquato, Q. Fulvio Flacco aveva portato a termine la conquista della Gallia cispadana abitata dai Boi e forse, ma la ‘cosa rimane incerta, varcd allora il Po, per proseguire le operazioni militari contro gli Insubri: per una ricostruzione delle vicende della grande guerra gallica degli anni 225- 222 cfr. G. DE SANCTIS, Storia dei Romani, IIP 1, Firenze 1967, pp. 295-310, E. GaB- BA, La conguista della Gallia Cisalpina, in Storia di Roma (Einaudi), Il 1, Torino 1990, pp. 69-72. 168 8. BOCCI amicizia con Marcello. Sappiamo infatti che nel 210, avendo il popolo designato Q. Fulvio Flacco alla dittatura, per presiedere gli imminenti comizi elettorali, il senato prego il solo console allo- ta presente in Roma, M. Valerio Levino, di confermare formal- mente il titolo all’uomo prescelto; ma Valerio, che evidentemente non gradiva Flacco, per sottrarsi ad un atto che non condivideva, lascié nottetempo Roma e torné in Sicilia, sede del suo comando. Fu allora necessario interpellare l’altro console, Marcello, al momento impegnato nell’Italia meridionale contro Annibale, e questi ratificd senz’altro la nomina di Flacco (19). Una caratteristica che accomuna gli esponenti del ceto agri- colo romano @ la severita da loro mostrata verso gli alleati greci dell’Italia meridionale o della Sicilia. A differenza dei sostenitori di un’espansione politica ed economica di Roma nel Mediterraneo, essi non erano affatto interessati a stringere relazioni con le élites campane, italiote 0 siceliote, né a valorizzare le loro risorse mora- lie materiali in vista di un fine comune. E dunque significativo che anche a Marcello vengano rimproverate dalla tradizione la durezza e incomprensione verso gli alleati meridionali. Gia nel 216, a Nola, egli aveva fatto decapitare pit di settanta persone, colpevoli di aver avuto colloqui con Annibale in vista di una pos- sibile resa della citta, e nel 214 non esitd a ricorrere al tradimen- to per riconquistare Casilinum, dove poi fece strage(20). In seg to, durante il suo soggiorno in Sicilia, convinto della necesita di porre un freno alle defezioni di citta e fortezze in favore dei Car- taginesi, dette personalmente terribili esempi di quanto severa poteva essere la mano di Roma contro chi ripudiava un’antica ami- cizia, sia a Leontini (Lentini) che a Megara Iblea ed approvd Vancor pit spietato comportamento di L. Pinario, che, al coman- do del presidio romano di Enna, fece strage della popolazione ci (19) Nostre fonti: Liv., XXVII 5, 14-19; PLUT., Mare., 24, 10 - 25, 2. Plutarco Fiassume tuttavia con qualche approssimazione ed inesattezza il testo liviano. (20) In Plutarco si accenna soltanto al doloroso episodio di Nola (Marc. 12, 3); si tace a proposito di Casilino. Ben pit esplicita é la testimonianza di Livio: XXIII 17, 1-2 (Nola) e XXIV 19 (Casilino). ILRITRATTO ‘PARADOSSALE’ DIM. CLAUDIO MARCELLO 169 le di quella localita, ormai orientata verso Valleanza con Cartagi- ne (21). Il comportamento di Marcello @ avvicinabile a quello di altri politici romani legati al ceto dei piccoli proprietari terrieri. Di Q. Fabio Massimo la tradizione ricorda il rigore da lui usato contro i cittadini di Taranto nel 209 (22); di Q. Fulvio Flacco si ricorda- no le feroci rappresaglie operate nel 211 dopo la riconquista di Capua (S. Maria Capua Vetere) di alte localita campane contro i responsabili della defezione da Roma (23). Tali azioni dovevano necessariamente essere disapprovate da quei membri della nobilitas, che nell’intrecciarsi di clientele con le aristocrazie locali italiche ¢ siciliane vedevano il presupposto di una pitt ampia espansione politico-economica nel Mediterraneo. NelPeta della seconda guerra punica tale politica fu quasi imper- sonata dalla famiglia degli Scipioni (24), i quali non a caso furono fra gli avversari di Marcello. La principale prova dell’ostilita degli Scipioni per Marcello é costituita dall’opera storica di Polibio. Questi, che — com’é noto — fu amico personale dell’Emiliano e convinto estimatore della politica scipionica (25), non perde occa- sione per sminuire i meriti di Marcello o per screditare sen2’altro la sua figura. A proposito della campagna gallica del 222 Polibio (11 34, 1 - 35, 1) tace del fatto, notissimo, che Marcello uccise per- (21) Anche questi episodi sono ricordati da Plutarco in modo estremamente sintetico e vengono da li presentati in un’ottica sempre favorevole a Marcello: Marc., 14, 1-2 (Lentini); 18, 2 (Megara); 20, 2 (Enna e Megara). In Livio (XXIV 29-30 per Lentini; XXIV 35, 2 per Megara; XXIV 37-39 per Enna) l'esposizione dei fatti @ pid ampia ¢, pet lo meno rispetto allepisodio di Enna, anche molto pid severa nel giu: dizio sul comportamento di Marcello (XXIV 39, 7-9): cfr. sopra, p. 163. (22) Si vedano: Liv., XXVII 16, 6-9; Puut., Fab., 22, 5-8 (cfr. Mare., 21, 4-5). (23) Cfe. Lwv,, XXVI 14, 6 - 16, 13. (24) Cf. W. ScHUR, Scipio Africanus, specialmente pp. 17-18 © 62-68; F. CAs- soxa, I gruppi politic, pp. 393-403. (25) Sui rapporti fra Polibio ¢ gli Scipioni, ed in particolare sulla sua amicizia con Emiliano, eft. A.E. ASTIN, Scipio Aemilianus, Oxford 1967, pp. 12-25 © 288-293; E.W. WALBANK, Polybius, Berkeley-Los Angeles-London 1972, specialmente pp. 160- 181, Sul modo in cui lo storico greco descrive la figura dell'Africano cfr. HLH. ScuL- LARD, Scipio Africanus: Soldier and Politician, Ithaca (New York) 1970, pp. 11-25, 170 S. BOCCI sonalmente in quell’occasione il comandante nemico ottenendo cosi le spoglie opime ed accentua, al contrario, i meriti dell’altro console, Cn. Cornelio Scipione Calvo (zio dell’Africano): nascon- de infatti Pinsuccesso di Scipione presso Milano ed attribuisce a lui solo — invece che ad entrambi i consoli — la successiva con- quista della citta(26). Lostilita di Polibio per Marcello & stata notata dallo stesso Plutarco (Marc., 31, 7-9),che interpreta i nume- rosi passi polibiani (IX 3, 8; XV 11, 7 € 12; XV 16, 5) in cui vie- ne affermata Vinvincibilita di Annibale prima di Zama come una polemica indiretta contro Marcello, cui altri autori attribuiscono invece vari successi, pur non decisivi, sul grande generale carta; nese (27). E poi significativo il durissimo commento con cui Pol bio (X 32, 7-12) chiude il racconto della morte di Marcello, cadu- to in un'imboscata cartaginese nel 208: il pitt valoroso generale romano della seconda guerra punica (prima almeno che si affer- masse l’Africano) viene accusato di essersi lasciato cogliere alla sprovvista con l’incompetenza e la fiacchezza degne di un ingenuo principiante! E evidente che il contatto personale con gli Scipio- ni ed i loro amici spingeva Polibio, se non ad alterare la verita, almeno ad attenersi a quella parte della tradizione annalistica pitt influenzata dai gruppi ostili a Marcello (28). (26) La verita storica & ristabilita in questo caso da Eutropio (II 6), Orosio AV 13, 15), Zonara (VIII 20) oltre che dallo stesso Plutarco (Mare., 6, 7), la cui ver- sione dei fatti deve ritenersi senz'altro pitt attendibile: cfs. F.CASSOLA, I gruppi poli- tici, pp. 224-225 © n. 41. E opinione comune che la fonte di Polibio nei capitoli (I 18-35) in cui narra le invasioni celtiche in Italia fino alla guerra degli anni 225-222 fu Fabio Pittore: cft. F.W. WALBANK, A Historical Commentary on Polybius, 1, Oxford 1957, p. 184; P. PEDECH, Polybe. Histoires, Il, Paris 1970, pp. 19-20. Tale dipenden- za non esclude la possibilita che Polibio abbia alterato per suoi fini il racconto di Fabio, che certo egli dovette alquanto sintetizzare. (27) La palese ostilit di Polibio per Marcello @ stata riconosciuta, fra gli altri, da F. MONZER, Claudius (220), col. 2738; G. Dé SANCTIS; Storia dei Romani, IF 1, p. 308, n. 127 € p, 309, n. 128; F.W. WALBANK, A Historical Commentary, 1, pp. 210- 211; Il, Oxford 1967, pp. 68-70, dove si osserva che Polibio sembra ignorare, fra altro, che Marcello ebbe il comando supremo delle operazioni contro Siracusa: infat- ti gli attribuisce prima (VIII 1, 7) solo il comando delle forze di fanteria e poi (VIII 3, 1), contraddicendosi, solo il comando della flotta. (28) Per un'analsi critica delle diverse tradizioni, ostili 0 favorevoli, che si ILRITRATTO ‘PARADOSSALE’ DI M. CLAUDIO MARCELLO a7. La figura di quest’ultimo appare dunque nelle nostre fonti come quella di un avversario dell’espansione imperialistica roma- na nel Mediterraneo, forse anche in accordo con le aristocrazie magnogreche dell’Italia meridionale o della Sicilia. La prospettiva di un’accentuazione dell’ellenizzazione della cultura e della societa tomane doveva vederlo indifferente o pitt probabilmente ostile: certo, ai suoi contemporanei egli non doveva sembrare un con- vinto filoellenico. Ed invece, come si é visto(29), @ proprio que- sta immagine di Marcello che Plutarco, almeno a tratti, cerca di awalorare nella sua biografia. B indubbio che la mentalita di Plutarco e le finalita che egli si proponeva componendo le Vite parallele hanno condizionato non poco il tipo di ritratto che scaturisce dalla sua biografia. E ben noto, ad esempio, che tutte le biografie plutarchee sono dedi- cate a personaggi positivi, che l’autore sente di poter proporre a modelo per sé ed i propri lettori(30). Fanno eccezione solo due coppie biografiche, quella di Demetrio Poliorcete ed Antonio e, parzialmente, quella di Coriolano ed Alcibiade, che Plutarco, a quanto egli stesso afferma (Dem., 1), si decise ad inserire nella sua raccolta nella convinzione che anche la conoscenza della vita di uomini viziosi e degni di biasimo potesse essere di incitamento a ricercare ed imitare la virti. Se questa é la tendenza del biografo, & owio che egli, pur cogliendo con obbiettivita tutti gli aspetti del- Ja personalita dei suoi protagonisti, insista particolarmente sulle qualita moralmente positive, sulle loro virti: € cid avviene certo anche con Marcello. Ancor pit importante é il fatto che Plutarco, sebbene con le Vite parallele si proponesse di avvicinare Greci e Romani, di accrescerne la reciproca conoscenza e stima, superando antiche sovrappongono nelle nostre fonti relative alla morte di Marcello cfr. M, CALTABIANO, La morte del console Marcello nella tradizione storiografica, in Storiografia e propagan- da, a cura di M. Sordi, Milano 1975, pp. 65-81. (29) Cfr. sopra, pp. 163 sg. (30) Cfr. E. VALGIGLIO, Dagli ‘Ethicd’ ai ‘Bios’ in Plutarco, in ANRW IL 33/6 (1992), pp. 3999-4010. 172 S, BOCCI incomprensioni (31), tuttavia restava fondamentalmente convinto della vitalita e superiorita della civilta greca; non era disposto ad identificarsi con Roma rinunciando ai propri valori ed ideali. Una piena e convinta identificazione da parte delle classi superiori del- la societa greca con ’impero cteato da Roma si realizzd solo fra II € III secolo d.Cr, al termine di un lento e faticoso processo, che all’epoca di Plutarco era lungi dall’essersi concluso. Nel bio- grafo di Cheronea, pertanto, inevitabile riconoscimento della supremazia politica dei Romani si accompagna sempre alla com- piaciuta consapevolezza delle superiori qualita morali della civilta greca ¢ le Vite parallele intendono appunto dimostrare «la parita dei due popoli ... e delle loro pur differenti civilta» (32). Lo stes- so metodo del parallelismo fra un personaggio greco ed uno roma- no @ lo strumento con cui Plutarco esprime la propria convinzio- ne che esiste ormai una civilta greco-romana unificata, nella qua- le, perd, i valori della grecita risultano non sacrificati, ma proiet- tati in un orizzonte pili vasto (33). Se questi sono i presupposti ideologici di Plutarco, non pud meravigliare che egli apprezzi tutti i grandi Romani del passato nella misura in cui riesce a vedere in loro quelle virtii di sapien- za, giustizia, amore per il bello nelle quali consisteva per lui l’ori- ginalita della tradizione greca: ¢ Marcello, anche in questo caso, non fa eccezione. Si spiega anche cosi il ritratto plutarcheo di un Marcello non solo coraggioso ed esperto nell’arte militare, ma anche sensibile ed umano, generoso verso il prossimo ed addirit- tura innamorato della cultura greca. 1) Sulle finalita delle biografie plutarchee eff. K. ZIEGLER, Plutarco (trad. it.) Brescia 1965, pp. 309-310 € 316-318; C.P. JONES, Plutarch and Rome, Oxford 1971, pp. 103-109; A. WARDMAN, Plutareh’s Lives, London 1974, pp. 18-37 e soprattutto P. Desipen, La formazione delle coppie nelle ‘Vite’ plutarchee, in ANRW Il 33/6 (1992), pp. 4470-86. (32) La citazione & da E. GaBBA, Storici greci dell’impero romano da Augusto ai Severi, in «RSI», LXXI (1959), p. 369. (33) Cf. P. Desipert, La formazione delle coppie, pp. 4471-78: il parallelismo consente a Plutarco di riscontrare un’unita culturale in molteplici esperienze umane omogenee, che abbracciano Vintero arco della storia dei due popoli ILRITRATTO ‘PARADOSSALE’ DIM. CLAUDIO MARCELLO 173 Rimane da indagare in che misura questa compresenza di qualita contrastanti nella figura di Marcello (amore per la guerra, ma anche per la cultura greca; vigore fisico, ma anche modera- zione ¢ gentilezza) sia attribuibile a Plutarco ovvero ad una tradi- zione precedente, che potrebbe aver fornito al biografo gli ele- menti per creare un ritratto ‘paradossale’ del suo protagonista. Pensa senz’altro allo stesso Plutarco Swain (34), per il quale il bio- grafo, consapevole che la civilta ellenica era per Roma solo un’acquisizione storica, ha fatto del modo e del profitto con cui i singoli Romani assimilarono la cultura greca il fondamentale cri- terio di valutazione della personalita dei suoi personaggi. Lo stu- dioso ammette che Posidonio — una delle fonti della biografia — possa aver stimolato |’enfasi con cui Plutarco descrive il filelleni- smo di Marcello, ma ritiene che la caratterizzazione del personag- gio come uomo raffinato, permeato di cultura greca € divulgatore egli stesso di tale cultura in Roma nasca da una precisa volonta del biografo (35). Tale posizione non convince picnamente. E indubbia la par- ticolare benevolenza di Plutarco verso il suo protagonista, ma essa non sembra aver prodotto gravi manipolazioni o significative distorsioni della verita storica: non pud definirsi tale, ad esempio, il fatto che il biografo attribuisca a Marcello in persona il merito di aver individuato il punto delle mura siracusane pit facilmente aggredibile (Marc., 18, 3), mentre secondo Livio (XXV 23, 11-12) quello stesso merito spetterebbe ad uno dei suoi subordinati (36). Al contrario, Plutarco sembra aver colto perfettamente il ruolo e Pimportanza di Marcello nella storia di Roma, quando, dopo aver espresso ammirazione ¢ meraviglia per la tenacia con cui i Roma- ni seppero reggere i ripetuti colpi portati loro da Annibale, scri- ve: «