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SPRECHI DI STATO E RENDITE TELEVISIVE

Repubblica — 29 maggio 2010 -di GIOVANNI VALENTINI


… Prendiamo il caso di un settore nevralgico come quelle delle telecomunicazioni, a cui il
presidente del Consiglio è - per così dire - notoriamente sensibile. E vediamo in particolare che
cosa questo governo ha fatto non ha fatto sulla televisione; sulle frequenze televisive; sul digitale
terrestre; su una infrastruttura «leggera» come la banda larga e ultra larga, per lo sviluppo delle
cosiddette «autostrade informatiche», per le reti di nuova generazione e in definitiva per l'
aumento dei servizi e degli scambi commerciali. Sono passati già due anni da quando, nella sua
Relazione annuale del 2008, il presidente dell' Autorità sulle Comunicazioni, Corrado Calabrò,
dichiarò ufficialmente: «Può calcolarsi che in Italia la crescita del Pil legata allo sviluppo della
banda larga possa arrivare all' 1,5
1,5--2%». E per essere ancora più chiaro, nella stessa occasione
aggiunse: «Quel che si può affermare con certezza è che le reti di nuova generazione non solo
sono decisive per il settore delle comunicazioni elettroniche (telecomunicazioni e audiovisivo,
nell' epoca della convergenza) ma hanno un effetto strategico e traente per l' intero sistema
economico nazionale»
nazionale . A quell' epoca, si ipotizzava che per sviluppare la banda larga o
larghissima in Italia occorressero almeno tre miliardi di euro. L' ultimo governo Prodi stanziò
circa 900 milioni di euro, giudicati già allora insufficienti. E adesso il governo Berlusconi ne ha
erogati appena 20, sotto forma di «mancetta» ai giovani utenti della Rete, come l' hanno
giustamente definitiva le associazioni dei consumatori. Avete inteso bene? Per un Paese come il
nostro, con un tasso di crescita dello 0,5% all' anno, quella sarebbe stata e sarebbe una vera
manna per il Prodotto interno lordo.
lordo Un investimento strategico; un volano per la produzione,
per l' occupazione, per il commercio, peri consumi, per tutta l' economia e in particolare per
quella meridionale, afflitta da un deficit cronico di infrastrutture. Sarà solo un caso, allora, che lo
sviluppo della banda larga o larghissima rischia di interferire con il controllo della televisione? E
cioè che la tv via Internet minaccia potenzialmente di insidiare la tv via etere? Non sarà che in
questo modo si pensa magari di difendere il duopolio della Rai e di Mediaset? A pensar male si fa
peccato, ma non si sbaglia mai, insinuava qualche volpe di vecchio pelo. Una conferma potrebbe
venire anche dalla circostanza che nel contempo lo Stato italiano rinuncia a incassare oltre tre
miliardi di euro, escludendo l' asta competitiva tra gli operatori di Tlc sulle nuove frequenze del
digitale terrestre, come ha fatto per esempio la Germania, per regalarle alle emittenti televisive
nazionali e locali tra cui quelle che appartengono al presidente del Consiglio: uno spettro che,
secondo un esperto come il professor Antonio Cassano, vale in complesso circa 12 miliardi di
euro. E per le tv si tratta di un' autentica rendita, dal momento che pagano un canone d' uso
irrisorio, pari all' 1% del fatturato. Lucro cessante e danno emergente, insomma, direbbero i
giuristi. Il lucro cessante è, appunto, quello che viene meno in seguito a questo colossale spreco
di Stato. Il danno emergente, praticamente incalcolabile, è quello prodotto sull' economia
nazionale dal mancato sviluppo della banda larga o larghissima. In tutto ciò, il governo vara una
manovra da 24 miliardi, mentre il nostro ineffabile premier dice che i sacrifici sono indispensabili
e che «stiamo tutti sulla stessa barca».
(sabato@repubblica.it © RIPRODUZIONE RISERVATA - GIOVANNI VALENTINI )