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GRANDE E SANTA QUARESIMA

La rubrica della Domenica laindica cos: "Facciamo il memoriale


(anamnesis) del Ristabilimento delle sante e venerabili Icone".
Non a caso la "Grande Quaresima", "i Digiuni", in un certo senso
tendono alYanastlsis, il "risituare su colonna", ristabilire i fedeli come icona battesimale, assimilati al loro Signore Sofferente ma Risorto
nella Gloria dello Spirito del Padre, venerato nelle sante icone per essere adorato come Dio da Dio.
difficile sintetizzare gi la ricchezza tematica celebrativa della
Domenica la Quaresima, conla settimana che degnamente la precede
e prepara.
Intanto, in questa settimana la preghiera e il digiuno si fanno pi intensi, pi serrati, come possibile osservare gi dall'ufficiatura delle
Ore sante. Si fa anche pi netta e significante la separazione dei giorni
"aliturgici" da quelli "liturgici", sabato e Domenica. Diviso in 4 sezioni, dal luned al gioved della settimana si canta il "Canone grande" di
S. Andrea di Creta, il quale certo un testo liturgico, tuttavia anche
fondamentale per la teologia e la spiritualit della Chiesa ben oltre la
Quaresima. Come si accenn, si celebra nei giorni prescritti la Liturgia
dei Presantificati come tipica conclusione del Vespro.
La Quaresima per la sua solennit ineguagliabile di tutti i suoi giorni, vede un fatto, del resto comune a tutte le Chiese orientali, per cui le
"feste" sono diradate, ed intervengono solo se capita il Santo titolare
della chiesa; a Febbraio si celebra solo il 24, l'Invenzione della sacra
testa di S. Giovanni Battista; a Marzo solo il 9, la memoria dei 40
Martiri di Sebaste, ed il 25 V Euaggelisms alla Semprevergine Maria.

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DOMENICA DELL'ORTODOSSIA O
DOMENICA la DEI DIGIUNI

La Domenica che inaugura il grande e santo periodo "dei Digiuni",


Nestia, che dura 40 giorni, la Tessarakost, o Quaresima (dal latino
quadragesima), mostra l'assoluta originalit della Chiesa bizantina in
comparazione con l'ufficiatura quaresimale di tutte le altre Chiese. Infatti essa dedicata con festosa ma grave solennit alla riaffermazione
ecclesiale dell' Orthodoxia, la purezza immacolata dei Dogmi salvifici,
della Fede divina, quale fatto vitale, globale ed intangibile, poich ricevuto dalla Tradizione divina apostolica.
La punta di questa celebrazione rivolta alla memoria liturgica della
santa Sinodo dell'843, quando la Basilissa Teodora, che era reggente
per il legittimo erede al trono imperiale, suo figlio minore Michele III,
restaurata l'icona del Signore alla porta di Calchea, che era stata distrutta come segno dello scatenamento della lotta contro il culto iconico, finalmente fece celebrare una Sinodo in cui, condannata la perniciosa eresia dell'iconoclastia o iconomachia, si dichiarava il ritorno definitivo ali' Orthodoxia plenaria e intangibile. Successivamente, poich
li'Orthodoxia plenariaeintangibile.Successivamente,poichlaproclamazione avvenne alla Domenica la di Quaresima di quell'anno, questa medesima Domenica fu l'occasione anche della condanna
solenne di tutte le eresie. Per questo, alla fine dell'ufficio del Mattutino, ci si reca in processione in un luogo preparato, portando le "icone
sante e venerabili", e si da lettura del Synodikn dell'843, ossia del documento di quella Sinodo, e della "definizione" (hros) della Sinodo di
Nicea II, Ecumenico 7, del 787; contestualmente si acclama con la
formula "eterna la sua memoria", ripetuta 3 volte, ad ognuno dei grandi
campioni della fede, i Padri ortodossi, e con la formula anche essa triplice "anatema!" si condannano gli eretici di tutte le epoche.
Va da s che ad una mentalit che ha assorbito in Occidente, almeno
dal 9 secolo, 1'"iconoclasmo permanente" (G. Durand), l'assoluta singolarit del "fatto icona" sfugge largamente. Chi ha perduto 1'"icona"
ossia la figura dell'uomo in flofosia, in estetica, in arte pittorica, in
scultura, in letteratura, in musica, attraverso la teorica dell'"astratto",
del "monologo intcriore", della "dissonanza" fine a se stessa, ha la necessit di una vera e propria metnoia, da meta-no, "mutare la mente", fatto che non appare probabile. Poich oltre tutto sfugge la triste
realt che distrutta, o almeno disattesa, non pi centralizzata 1'"icona",
muore l'uomo come valore, trascinando con s la perdita del valore supremo, il Signore Dio Creatore dell'"uomo a sua immagine e somiglianz", sua icona.
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DOMENICA DELL'ORTODOSSIA

La sottile ma violentissima insidia dell'iconomachia, la lotta religiosa


e "teologica" contro il culto delle icone, non sfugg ai Padri ortodossi.
Nell'8 secolo la crisi che travolse letteralmente la compagine dell'impero bizantino, con pesantissime conseguenze anche per il sempre attendista Occidente, fece numerosi Martiri tra gli "iconoduli", i veneratori
delle icone secondo la Tradizione dei Padri, in specie tra i monaci. Gli
imperatori iconoclasti non si limitarono a distruggere le icone dovunque
si trovassero, ma crearono anche una "teologia iconomaca" non facile
da dimostrare che fosse sottilmente ma incontestabilmente eretica, pi
facile invece da controbattere sul terreno della pratica liturgica devota.
Il nucleo dell'iconomachia il serpeggiante monofisismo. Il presupposto era giusto. Anche dopo l'indicibile Incarnazione, la "figura",
il typos, la "forma" del Signore, il Dio Verbo, non si pu rappresentare, poich il Verbo Dio invisibile per definizione, non si pu "circoscrivere" mentalmente, e tanto meno rendere con il "segno grafico".
Le sole icone del Mistero che potevano essere ammesse erano la Santa
Croce, che prese il posto del Volto adorabile del Signore, e i divini vivificanti Misteri. Cos gli iconomachi.
La Sinodo di Nicea II stabil un argomento di convenienza: "quanto
la Parola rivela, l'icona manifesta e mostra"; la devozione "relativa"
all'icona supporto dell'adorazione al divino Prototipo. Venerare le
"sante icone" non idololatria accusa iconomaca molto insistita,
pretesto per mettere a morte i resistenti , ma vera piet religiosa.
Solo con il grande Santo monaco Teodoro Studita (e in parte con S.
Niceforo), nel sec. 9, si ebbe la soluzione dei sofismi, e la spiegazione piena e soddisfacente:
a) la santa icona del Signore non "circoscrive" la sua Divinit invisibi
le, non la rappresenta affatto, bens rappresenta la sua Umanit, poich
questa fu realmente visibile. E per la "hnsis indicibile secondo l'I
postasi", ossia per 1'"unione ipostatica", il Volto umano del Signore
realmente la sua realt storica che teniamo presente quale mediazione
necessaria per la Rivelazione plenaria non solo della Bont divina del
Verbo, ma anche del Padre e dello Spirito Santo: "chi vede Me, vede il
Padre" afferma Ges nella Cena (Gv 14,9), mentre sta l, "visibile
ascoltabile palpabile" (cf. 1 Gv 1,1-4), perci comunicante e comuni
cabile con i suoi discepoli presenti, che vedono "l'Uomo";
b) questo esigito dal realismo storico dell'Incarnazione del Verbo
Dio, poich la sua Umanit anche dopo la Resurrezione , secondo i
Padri, talmente unita senza mutazione e confusione e parte "composta"
(synthetos) della Persona divina, che "in un certo senso il Verbo la
sua Umanit, e questa Umanit il Verbo" (S. Cirillo Alessandrino).
L'icona dunque rappresenta Lui.
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COMMENTO - IL TRIDION

Alla santa icona del Signore dovuto perci il culto "relativo" che
spetta alla santa Croce. Alla divina Ipostasi del Signore, dovuta l'adorazione.
Nella santa icona del Signore noi contempliamo "come Egli adesso
, poich come Egli ci sta facendo". Nel suo Volto contempliamo la
Bont triadica indivisibile, cos che non esiste 1'"icona della Triade"
divina, ma del Volto del Signore che rivela e manifesta la Triade santa
consustanziale indivisibile vivificante.
Le Ore sante di questa Domenica per ci stesso insistono sui maggiori temi celebrativi, dei quali nell'omelia, nella mistagogia, nella
"lettura divina" della Parola, nel vissuto di fede occorre sempre tenere
conto:
- la Nascita preeterna del Dio Verbo Creatore, che non avviene come
quella umana con un "atto", bens atemporale, eterna;
- le divine Profezie che lungo tutta la Preparazione, l'epoca lontana
della Promessa, preannunciarono la Venuta del Verbo incarnato nel
mondo degli uomini;
- l'Incarnazione "storica", ossia l'intero Evento dalla Nascita fino alla
Croce e Resurrezione e Ascensione e Pentecoste e Venuta ultima,
come suprema, paradossale, indicibile "Condiscendenza" e degna
zione divina gratuita verso gli uomini, senza alcun merito di questi;
- Cristo Figlio del Padre, e Dio Creatore dell'universo;
- l'adorazione amante di Lui, la sua glorificazione effusiva quale Ico
na immacolata, contemplata nella sua "forma (morph)" e "impronta
(typos)", che si rappresenta nella sua "icona santa e venerabile";
- la gioia del creato, della Chiesa e di tutti i singoli fedeli per essere
stati salvati dall'eresia iconomaca, e poi da tutte le eresie, e per ave
re avuto il dono della fede immacolata, VOrthodoxia;
- l'empiet nefanda dei nemici violenti di questa fede;
- la martyria, la testimonianza di sangue di quelli che mantennero an
che per noi l'Ortodossia al momento della violenza iconoclasta;
- l'inconcussa riaffermazione della fedelt alla fede divina apostolica,
e la volont espressa di digiunare e fare penitenza, che fa vincere,
come i Padri per la fede vinsero lungo l'A.T., per poter cos giunge
re a celebrare la Resurrezione gloriosa.
In specie sulla gioia di oggi, la Chiesa si esprime con tutto un vocabolario, che biblico e che entrato profondamente nell'uso celebrativo.
Di tutto questo va tenuto conto nell'analizzare i testi della Divina
Liturgia di oggi, ma non solo di oggi.

DOMENICA DELL'ORTODOSSIA

1. Antifone
1) Si intercala l'invocazione Tdis presbiasts Theotkou.
- Sai 92,1, "Salmo della Regalit divina": oggi come sempre, il Signore appare nella sua Regalit e maest di cui si riveste, e con potente atto creativo rende saldo il cosmo abitato;
- Sai 105,2, "Supplica comunitaria": nessuno capace di narrare le
opere potenti del Signore, annunciare tutte le sue lodi;
- Sai 106,2, "Azione di grazie comunitaria": debbono adesso espri
mersi celebrando il Signore, quelli che furono da Lui redenti dalla
mano del "Nemico" degli uomini, e dunque anche direttamente "Ne
mico" del Signore.
2) Si intercala l'epiclesi Sson hms, Hyi Theo.
- Sai 106,8.32: "Azione di grazie comunitaria": i fedeli debbono celebrare (exomologomai) le Misericordie del Signore, ed i fatti stupefacenti operati in favore degli uomini; debbono esaltarlo nelVEkklsia del popolo santo, e dalla cattedra dell'insegnamento degli Anziani. il riferimento esplicito all'insegnamento dei Padri della Sinodo
di Nicea II e perci dell'Ortodossia;
- Sai 32,18, "Inno di lode", gli occhi del Signore stanno sempre su
quanti sperano nella Misericordia di Lui;
- Sai 101,21, "Supplica individuale": Egli che ascolta ed esaudisce il
gemito degli incatenati, per rimandare liberi i destinati alla morte.
3) Si intercala VApolytikion della Festa.
- Sai 68,35, "Supplica individuale": sono invitati a lodare il Signore "i
cieli e la terra", ossia l'universo intero;
- Sai 117,24, "Azione di grazie comunitaria": i fedeli debbono esulta
re e gioire in questo santo e fausto giorno;
- Sai 29,13, "Azione di grazie individuale": l'assemblea santa riaffer
ma la sua fedelt al Signore Dio "suo", che celebrer (exomologo
mai) per il secolo. In modo rinnovato dopo il trionfo dell'Ortodossia.
2. Eisodikn
Della Domenica.
3. Tropari
1) Apolytikion anansimon, del Tono occorrente.
2) Apolytikion della Festa, Tn chranton Eikna sou. la riafferma
zione della fede e della fedelt. I battezzati venerano l'immacolata
Icona del Signore, invocato come Buono, chiedendo il perdono delle
colpe, poich il Cristo Dio volle per divino Compiacimento e volonta869

COMMENTO - IL TRIDION

riamente salire con la sua carne sulla Croce, al fine di redimere dalla
schiavit del Nemico quelli che come Creatore aveva plasmato (cf.
Gen 2,7). Perci con azione di grazie i fedeli gridano a Lui che ha
riempito di gioia l'universo quale Salvatore, apparso tra gli uomini per
salvare il mondo.
3) Apolytikion del Santo titolare della chiesa.
4) Kontkion: Te hypermch. lode ed acclamazione alla Madre di
Dio, quale invincibile Condottiera a cui vanno i vanti della vittoria, e
cos la sua Citt fedele, liberata dai pericoli, accredita a Lei, la
Theotkos, gli accenti della gratitudine. A Lei, che possiede la potenza
irresistibile, sale l'invocazione per la liberazione da tutti i pericoli, al fi
ne che questa Citt possa gridare a Lei il saluto dell'Angelo: Gioisci,
Sposa Semprevergine.
4. Apstolos
a) Prokimenon: Dan 3,26.27, parte della "Preghiera d'Azaria" {Dan
3, 26-45).
L'inizio di questa Preghiera ureulogia, la benedizione biblica rivolta al Signore, il Dio che si scelse i Padri con cui stabil l'alleanza
inviolabile, poich il Nome suo degno di lode e glorioso in eterno.
Azaria riconosce (Stichos, v. 27) che nonostante l'oppressione dei suoi
fedeli da parte dei nemici, il Signore infinitamente Giusto, le opere
sue sono causate dalla sua Fedelt ("verit"), e le sue vie (comportamenti) sono sempre rette.
b)Ebr 11,24-26.32-40
II cap. 11 dell'Epistola costituisce la maggior parte della sezione IV
(11,1 - 12,13), dove questo capitolo (11,1-40) l'"elogio della fede dei
Padri" dell'A.T., e i vv. 12,1-13 la grande esortazione alla perseveranza necessaria ai fedeli del Signore Ges Cristo.
In 11,1 viene la famosa definizione della fede: " sostanza ihypstasis, ci che regge, che fa esistere) delle realt sperate, argomento
(legchos, dimostrazione) delle realt non viste". E quasi il titolo
dell'"elogio": "In essa (fede) infatti furono testimoniati (da Dio, dunque approvati) gli Anziani", che costituisce il plastico v. 2; mentre il v.
3 afferma che la fede fa conoscere che Dio cre il mondo con la sua
Parola (cf. Gen 1,1-3), e che l'Invisibile fa originare il visibile.
L'"elogio" parte da Abele, e prosegue con Enok, No, Abramo,
Isacco, Giacobbe (vv. 4-23). riservato a Mos un lungo sviluppo (vv.
23-28), seguito dai fatti dell'esodo fino alla conquista di Gerico (vv.
29-31). I vv. 32-38, senza nominare i personaggi, bene identificabili
per dalle allusioni, rievoca le traversie, le angosce, i pericoli, le per870

DOMENICA DELL'ORTODOSSIA

secuzioni che i Padri subirono. Infine, i vv. 39-40 sono l'incredibile


paradosso dell'esistenza dei cristiani, solo nei quali le promesse furono adempiute, poich il Disegno divino attendeva essi per completare
la sua Economia.
Il v. 24 comincia a presentare Mos, che la fede dei genitori aveva
salvato dallo sterminio (Es 2,1-10) (v. 23). Egli, cresciuto e fattosi
consapevole della propria appartenenza al popolo di Dio oppresso e
tormentato, rinneg l'avvenire che gli avrebbe certo riservato essere
figlio (adottivo) della figlia del faraone, rifuggendo cos dal peccato
dell'idololatria e dai suoi godimenti (vv. 24 e 25). Il riferimento ad
Es 2,11-15, e ad esso si volge anche il Salmista, quando canta che
meglio un giorno negli atrii del Signore suo, e perfino preferisce sostare solo sulla soglia del santuario, piuttosto che abitare negli agi delle
dimore degli empi (Sai 83,11). L'Apostolo Giovanni riassumer questo con una frase densa, impeccabile: "E il mondo passa, ed anche la
sua concupiscenza, tuttavia chi opera la Volont di Dio dura in eterno"
(1 Gv 2,17). Non meno l'Apostolo Paolo: "passa la forma (schma) di
questo mondo" (1 Cor 7,31).
L'Epistola prosegue: Mos profeticamente valut e scelse l'obbrobrio di Cristo, essere travolto nella vergogna agli occhi umani, quella
della Croce, quella che occorre accettare "uscendo fuori" dalle sicurezze umane, portando con Cristo la sua ignominia (Ebr 13,13), come
poi tante volte il Salmista umilmente proclama di avere fatto (cf. Sai
68,7-10). Queste sono le vere ricchezze, davanti a cui i favolosi tesori
dell'Egitto sono un nulla da trascurare, e perci Mos si volse a contemplare la ricompensa (misthapodosi) che il Signore dona ai suoi
servi sempre fedeli (v. 26). L'Apostolo riassumer questo mostrando
anche chi sia questa misthapodosi: "Se siete improperiati per il Nome
di Cristo, siete beati, perch allora lo Spirito della Gloria, lo Spirito di
Dio riposa su voi" (1 Pt 4,17).
Come Mos, per fede tennero fortemente la fedelt al Signore molti. L'Autore dell'Epistola dichiara che se volesse descrivere tutto, gli
mancherebbe il tempo necessario, e non sa dunque come scegliere nell'argomento. Allora fa una specie di elenco dei personaggi famosi per
le loro imprese eroiche spinte dalla fede. Il v. 32 nomina il forte Gedeone (cf. Gdc 6,1 - 8,32), Baraq (Gdc 4,1-24), Sansone (Gdc 13,1
-16,21), Iefte (Gdc 11,1-28), David e Samuele, ed infine i Profeti. Tutti
questi (v. 33) in forza della fede conquistarono regni, praticarono la
giustizia, ebbero in sorte le divine promesse (cf. 2 Re (=2 Sam) 7,1112; cf. anche Ebr 6,15), fracassarono le fauci dei leoni (cf. Gdc 14,6; 1
Re (= 1 Sam) 17,35; Dan 6,22; 14,30). Essi estinsero la potenza del
fuoco (cf. Dan 3,24.94), scamparono alle bocche della spada, furono
resi forti nella debolezza, divennero da isolati e deboli, forti in guerra
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COMMENTO - IL TRIDION

(cf. Gdc 7,21; 1 Re (=1 Sam) 17,51; 2 Re (=2 Sam) 12,29; 1 Macc; 2
Macc), sbaragliarono gli accampamenti nemici (v. 34).
Nella loro fede, inoltre, le donne fedeli ricevettero "dalla resurrezione", ossia riebbero resuscitati i loro figli defunti (cf. 3 Re (=3 Re)
17,23, con Elia; 4 Re (=2 Re) 4,36, con Eliseo).
Nella fede irremutabile, altri si "lasciarono porre sui timpani", che
un orribile modo di tortura, come avvenne ai fratelli Maccabei (cf. 2
Mac 6,18 - 7,42), rifiutando la libert loro offerta, poich si attendevano
"migliore resurrezione", quella con il Signore (ivi). Cos la Chiesa apostolica mostra anche di mantenere intatta la memoria storica dell'A.T.
nei suoi innumerevoli fatti gloriosi, e perci la forte "coscienza storica",
qui sulla fede, che il filo che conduce la storia della salvezza al suo
adempimento negli uomini. E tra le persecuzioni subite, la motivazione
dell'attesa della resurrezione del tutto la principale (v. 35).
Anche senza affrontare la morte, tuttavia altri nell'A.T. subirono oltraggi e flagellazioni come "tentazione", e furono incatenati e tenuti in
carcere (v. 36) Per gli oltraggi, si pu vedere ad esempio quanto accadde ai profeti, a Geremia, ad Amos; quello che sub il popolo di Dio esiliato in Babilonia (cf. Sai 136), ed i reduci dall'esilio (cf. Nehemia). Per
i flagelli, cf. Ger 20,2; 37,15. Per la prigione, oltre la sorte di Geremia,
vi fu anche quella di Giuseppe (cf. Gen 39,20, ed iniquamente). Altri
fedeli furono lapidati (cf. 3 Re (=1 Re) 21,13; 2 Cron 24,21), altri segati
vivi (si diceva questo nella tradizione, di Isaia), subirono tentazioni di
ogni sorta contro la fede. Qui l'esempio pi celebre Abramo che deve
sacrificare il figlio unico Isacco, Gen 22. Altri furono uccisi di spada
(cf. 3 Re (= 1 Re) 19,30; Ger26,23; eMt 14,10).
Altri ancora furono costretti a vagare senza meta vestiti di rozze
pelli di pecora, o di capra (cf. 4 Re (=2 Re) 1,8; e Mt 3,4). Vissero privi
di tutto, tribolati, afflitti (v. 37). L'autore qui esclama commosso: "Di
essi non era degno il mondo!", pur essendo stati posti dal Signore nel
mondo per mediare la divina Misericordia. Molti di essi furono costretti
a vagare nel deserto, il luogo orrido del caldo e del freddo notturno, dei
nemici nascosti, delle belve, della miseria, della solitudine,
dell'abbandono, ma anche luogo dove si pu ritrovare il modo di stare
"a tu per tu" con il Signore (cf. 1 Re (= 1 Sam) 22-24; 3 Re (=1 Re)
18,4; 1 Macc 2,28-29; 2 Macc 5,27; 6,11), ed in monti (cf. Elia, in 3
Re (=1 Re) 19,1-18), ed in caverne (vedi testi delle citazioni subito prima di queste ultime), e a nascondersi sotto terra (v. 38).
L'elenco finora tracciato, di personaggi fedeli e delle traversie drammatiche della loro vita per mantenere intatta la loro fede, non per un
terrorismo spirituale, n per vittimismo languoroso, come capita in certa letteratura "pia", in certa agiografia dolciastra. per spiegare l'inizio
del capitolo: "Lapists, fede, sostanza delle realt separate, argomento
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DOMENICA DELL'ORTODOSSIA

dimostrativo delle realt non viste" mai (11,1), ed ancora per rendere
conto di quello che si chiamato "titolo" del lungo cap. 11, definito
giustamente "elogio della fede dei Padri" dell'A.T.: "Nella fede infatti
furono testimoniati (da Dio) gli Anziani", i Padri nostri (v. 2).
Ora, precisamente la fede dono indicibile della Grazia dello Spirito Santo, e nell'uomo "adesione d'amore a Cristo che chiama per s,
per il Padre e per i fratelli". Ecco perch la fede triadica in tutto il
suo genere. Ecco perch "senza fede impossibile piacere a Dio"
(11,6). Ed ecco perch Dio si compiace talmente di chi ha accettato la
sua fede come dono di grazia, che rende ad essi la sua "testimonianza", martyred, proprio mediante quella fede si pensi qui di nuovo
ad Abramo che per la fede e per l'amore che ha verso il Signore gli sacrifica l'unico figlio. Ora il testimoniare, martyred, e la testimonianza,
martyria, che significa anche eventualmente e sempre gloriosamente
accettare il sacrificio supremo, la martyria del sangue in genere posta in relazione cos: il fedele rende testimonianza a Dio. Molto vero.
Per la divina Rivelazione mostra che la martyria molto pi globale
ed estesa ed avvolgente:
- il Padre rende testimonianza al Figlio suo,
ed ai fedeli del Figlio suo;
- il Figlio rende testimonianza al Padre,
ed ai fedeli suoi davanti al Padre;
- lo Spirito Santo testimonia il Figlio ai fedeli suoi,
e testimonia questi fedeli al mondo della persecuzione;
- i fedeli testimoniano il Signore Ges,
a partire da Giovanni il Battista, poi gli Apostoli dopo la Pentecoste,
poi l'intera Ekklsia come tale e nei singoli fedeli,
fino alla fine.
Qui, Dio testimonia questi Padri nostri dell'A.T., senza cui noi
stessi non esisteremmo "nella fede", per cui Abramo il "Padre nostro
nella fede".
Ma il Disegno divino sapienziale preeterno ed imperscrutabile, dispone il fatto paradossale: dopo tante sofferenze e tribolazioni dei Padri,
questi non conseguirono nella loro esistenza Yepaggelia, la Promessa divina (v. 39). Paolo spiegher a chiare note che la Benedizione e la Promessa conseguite dai fedeli sono ottenute da Cristo Signore con la "maledizione" della Croce (cf. qui Dt 21,23: "maledetto chi sta appeso al legno!"), e sono lo Spirito Santo: Gai 3, 13-14. altrettanto ovvio che lo
Spirito di Dio il divino Signore della storia. Egli stesso conduceva l'intero corso della storia della salvezza lungo l'A.T. Ma l'A.T. disposto
come immane, mirabile "preparazione" per gli uomini, che "dovevano
abituarsi a vivere con lo Spirito Santo" (S. Ireneo).
Perch questo? Non pu sembrare eccessiva severit divina?
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COMMENTO - IL TR1DON

No, per la legge della "Riassunzione", la divina andlpsis. Sapientemente, Dio che testimoni gli Anziani dell'A.T., volle che non "fossero
perfezionati" (telei), resi perfetti, assunti nella Gloria, se prima non
fossimo venuti noi, i fedeli di Cristo, con la fede di Cristo Signore. Nella
sua infinita Bont dunque l'amore divino, che si dirigeva costantemente
sui Padri dell'A.T. fortificati dalla fede inestinguibile, guardava anche i
loro discendenti nella fede, i cristiani, avendo previsto e quindi disposto
"una realt migliore concepita per noi" (v. 40). La "consumazione" o
"perfezione" dei Padri antichi si ebbe quando il Signore Ges dopo la
Croce, discese indicibilmente con la sua Katbasis agli inferi per evangelizzare ai morti il suo Evangelo: "affinchquelli, giudicati secondo gli
uomini nella carne, adesso vivano secondo Dio nello Spirito" (1 Pt 4,6;
cf. anche 3,19, per i restii a credere).
Nella Riassunzione finale, il corteo biancovestito dei redenti forma
la folla innumerevole che segue l'Agnello Risorto nella lode eterna al
Padre, da ogni trib e lingua e popolo e cultura della terra, vere 12
Trib dell'Israele santo (cf. Ap 7, 1-17).
La memoria del Ristabilimento dell'Ortodossia, oggi, non pu andare
separata dalla memoria dei martiri dell'Ortodossia, che la pagina dell'Epistola agli Ebrei ha descritto per i tempi antichi, per la "fede retta" nel
Dio dell'Alleanza, e per i tempi posteriori, per la "fede retta" nel Verbo
Dio, l'Icona del Padre, contemplato nella sua "Icona santa e venerabile",
e adorato glorioso con l'innumerevole schiera dei "testimoniati" da Dio.
5. E VANGELO
a) Alleluia: Sai 98,6.7, "Salmo della Regalit divina".
il celebre Salmo che offre il v. 5, ma riletto con i vv. 3.5.9, come
testo dei "Versetti del Mattino" durante Yrthros. Nei vv. 3.5.9. viene
la triplice acclamazione "Santo Santo Santo!" come inIs 6,3 eAp 4,8.
Il v. (v. 6) rievoca Mos ed Aronne tra i sacerdoti fedeli del Signore, i
custodi integri della Legge santa, che l'Insegnamento santo donato
al popolo di Dio, e custodi dell'alleanza e del culto d'adorazione e di
sacrificio. E tra i potenti intercessori per Israele, oltre Mos ed Aronne, sta anche il sacerdote e profeta e giudice Samuele.
In specie (Stichos, v. 7) il Signore aveva promesso che se invocato,
avrebbe risposto dal santuario, nella caligine tenebrosa della Gloria che
insieme Lo nascondeva agli occhi profani, e Lo rivelava presente agli occhi devoti. Di l mostrava la sua Volont, e le vie per eseguirla, onde il
popolo vivesse nel "diritto e giustizia", ricolmo dei beni promessi.
b)Gv 1,43-51
II cap. 1 di Giovanni, si apre con il mirabile Prologo (vv. 1-18) do874

DOMENICA DELL'ORTODOSSIA

ve il Verbo Dio, Creatore, Luce, Vita di tutti, rivelato come l'unico


Figlio e l'unico Esegeta del Padre Invisibile (1,1-18; e cf. 14,9) in
quanto incarnato (v. 14) e donante la sua Pienezza (v. 16). Segue la
martyria fedele di Giovanni il Battista e Profeta e Prodromo del Signore, a "Colui-che-viene", ho Erchmenos, sul quale "resta", riposa
10 Spirito Santo (1,19-34). Questa testimonianza procura a Ges i pri
mi due discepoli (1,20-42), tra i quali Andrea che conduce il fratello
Simone da Ges, e da Lui sar chiamato Kefa, la Pietra.
I vv. 43-51 terminano lo splendore del capitolo, con la manifestazione di Ges ai primi discepoli.
Ges appena battezzato (cf. vv. 29-34, ma la scena battesimale
solo allusa), e dalle rive del Giordano vuole recarsi in Galilea. In cammino "trova" un altro discepolo, Filippo. Il che significa che l'incontro
era previsto. Questi ha il singolare destino di chiedere poi a Ges di
"mostrare il Padre", dandogli il motivo di dichiarare la sua "iconicit":
"Chi vede Me, vede il Padre" (14,9). Il Signore "lo trova", gli offre la
vocazione: "Seguimi" (v. 43), il che indica la docilit mansueta di Filippo, che si pone al suo seguito. Ora, Filippo era compaesano di Andrea e
di Pietro, tutti nati a Betsaida, sulla sponda settentrionale del lago di Genezaret, e sulla riva destra del Giordano proprio alla sua confluenza nel
lago (v. 44). stato sempre notato che i nomi Andras e Philippos sono
greci, non ebraici n aramaici; probabilmente era il secondo nome, dopo
quello originario in ebraico. l'indizio, anzi la conferma dell'ellenizzazione di quella regione transgiordana. Come della Galilea in genere, gi
definita dal Profeta "la Galilea delle nazioni" pagane, "popolo giacente
nelle tenebre, giacente nella regione e nell'ombra della morte", che destinato tuttavia dal Disegno divino a "vedere la Luce grande", poich vi
"spunta la Luce" (Is 8,23; 9,1, citato in Mt 4,15-16). E non per caso Ges proprio di l comincia la sua predicazione dell'Evangelo (Mt4,17).
11 recupero delle povere reliquie abbandonate del popolo di Dio. Filippo
eletto come discepolo, e poi scelto per formare il Collegio dei Dodici,
dove occupa il 5 posto (cf. Mt 10, 2-4; Filippo al v. 3a). La Chiesa anti
ca lo venerer come martire del suo Signore. Vedi il 14 Novembre.
Giovanni non lo annota, ma di certo Ges ha destato un'intensa
commozione in Filippo, e conseguente entusiasmo. Cos il suo zelo sincero per la causa del Signore lo spinge ad ampliare il raggio dei seguaci, dei futuri discepoli di "Lui". Filippo ha visto molto bene, spinto dalla
Grazia divina. Perci, trovato, "trova", ossia va a trovare un uomo fidato, su cui pu contare, Natanaele, il cui nome teoforico, ed in ebraico
significa "Don il Signore", Ntan- 'Eh E gli parla a nome del piccolo
gruppo dei discepoli ormai formato e reso stabile: Finalmente "trovammo Colui di cui scrisse Mos nella legge, ed i Profeti". E ne da l'identificazione a Natanaele: Ges, il figlio di Giuseppe, da Nazaret (v. 45).
875

COMMENTO - IL TRIDION

Queste parole di Filippo sono dense di significato.


Anzitutto per lui, un Ebreo fedele la testimonianza principale deve
venire dalla Trh di Mos, il Nmos to Mss; successivamente e
subordinatamente dai "Profeti", termine greco che traduce l'ebraico
"Profeti anteriori" o libri storici dell'A.T., e "Profeti posteriori", o
"Scritti", ossia i libri profetici e sapienziali. Nella sinagoga al sabato e
nelle feste la solenne lettura era destinata anzitutto alla Trh, il "Pentateuco", i "Cinque Libri di Mos", e si chiamava laprsh ("divisione" del testo, in pratica, le pericope ordinate), e la seconda al resto
dell'A.T., e si chiamava haftrh ("chiusura"), che serviva da degna
illustrazione dellaprsh. E qui si pu portare l'esempio del Signore,
che di sabato, nella sinagoga di Nazaret, riceve da leggere la haftrh,
poich la Trh era riservata a sacerdoti e leviti, il resto invece ai semplici laici, come Ges era considerato (Le 4,16-20; cf. infra, il 1 Settembre).
La dottrina integrale era contenuta nella Trh, principalmente, se
non esclusivamente. L'interpretazione doveva partire sempre da essa,
ed essere confermata del resto della Scrittura. Questo lungo la tradizione ebraica, fino ad oggi. Ora per Natanaele ebreo, "quello di cui
scrisse Mos" anche quello di cui scrissero i Profeti. Ma prima occorre vedere Mos. Di fatto le profezie "messianiche" nella Trh sono numerose, e qui baster citare Gen 49,8-12 su Giuda, dove al v. 10
si nomina la misteriosa figura di "colui che deve venire, Sloh", termine
questo che significa "questo a lui", ossia "a cui appartiene" di venire;
Num 24,15-19, sulla Stella da Giacobbe, lo Scettro da Israele,
"quello da Giacobbe che dominer" (vv. 17 e 19); Dt 18,9-22, sul
"Profeta simile" a Mos (vv. 15 e 19), riconoscibile dal "segno" supremo: che la sua Parola si avverer, metter in atto quanto annuncia (al
v. 22, in negativo).
Cristo Signore stesso aveva assegnato come metodologia suprema
ai suoi discepoli di scrutare le Scritture in ordine: Mos, i Profeti (cf.
Le 24,25-27), Mos, i Profeti ed i Salmi (Le 24,44), che avevano
"scritto di Lui". E su questo "apr la loro mente" (Le 24,45a), poich
dalla Resurrezione dovevano risalire all'annuncio profetico (cf. qui
anche Rom 1,1-4).
Dunque, Natanaele si trova di fronte a Filippo, che probabilmente
ha gi ascoltato questo dal Signore, e da buon Ebreo abituato ad ascoltare la Scrittura e la sua spiegazione in sinagoga, egli stesso avr controllato sui testi, avr interrogato i maestri. Perci la sua identificazione
con "Ges, figlio di Giuseppe, da Nazaret" certa per lui, ma dubbia
per gli altri. Chi "Ges"? Migliaia di Ebrei si chiamavano ed ancora
si chiamano con questo nome: Jh-s 'ah, "II Signore salvezza", che
pu stare sotto diverse denominazioni: Isaia, Giosu, Osea; pu anche
876

DOMENICA DELL'ORTODOSSIA

assumere la forma Js 'h-Jh, "La salvezza il Signore", ed allora


proprio Isaia; di qui viene, abbreviato, Js ' che in aramaico suona ancora presso i Caldei Is', e presso i Siri occidentali Js'. Il greco ha
preso da quest'ultima forma, nel N.T. Ora un "Ges" vale l'altro. Egli
poi "figlio di Giuseppe", ben-Jsf \in aramaico bar-Jausep. Anche i
"Giuseppe" erano una folla. Infine, "(proveniente) da Nazaret" non era
un criterio di identificazione messianica, poich questa citt, cos cara
al cuore di tutti i cristiani, non mai nominata nell'A.T., e nel N.T. era
poco pi che un villaggio senza rinomanza.
Natanaele perci un buon Ebreo come Filippo, come lui conosce
le Scritture dalla celebrazione sinagogale, e come ogni maschio in
Israele saliva "tre volte" l'anno a Gerusalemme (cf. Es 23,14), dove
nelle sinagoghe, e soprattutto nel tempio, dove al tempo di Ges esistevano ben 6 sinagoghe, avr ascoltato la spiegazione scritturistica dei
maestri. La risposta di Natanaele a Filippo tipica di chi non ha avuto
la "prova scritturistica" da esibire anzitutto e soprattutto: "Da Nazaret,
pu qualche cosa di buono essere?" (v. 46a). Il "bene" che si attende,
come sapevano tutti gli Ebrei, doveva venire da Betlemme. I Magi stessi, dall'Oriente, vengono a Gerusalemme, interrogano i maestri della
Scrittura sul "Nato Re degli Ebrei", e la risposta invariabile "Da Betlemme di Giuda", con la citazione messianica (Mt 2,1-2, e vv. 5 e 6,
questo citazione di Mich 5,2). Dunque, uno non da Betlemme, non pu
avere credito.
Filippo per un entusiasta del Signore, ed insiste con le parole
che il Signore aveva rivolto alla domanda di Andrea e dell'altro, su
dove stesse: "Venite e vedete" (Gv 1,39). Perci qui Filippo dice:
"Vieni e vedi" (v. 46b).
Ecco di nuovo i verbi della vocazione (cf. qui la Domenica 2a 1 u~
ca): Ges passa - guarda - chiama. Ges passato, e sta l in attesa.
Adesso vede Natanaele che viene da Lui, e rivolto ai discepoli ne traccia l'elogio famoso: "Ecco veramente (alths) un Israelita". L'orecchio cristiano da molto tempo, se poco attento alle Scritture, confonde
tra loro termini come Ebreo, Giudeo, Israelita. Non cos per ad esempio Paolo, il quale nel termine etnico Israelites, Isralitai, sa che risuona il titolo della nobilt di quel popolo (cf. ad esempio Rom 9,1-6, spec,
v. 4), e lo applica anche a se stesso (2 Cor 11,22, dove precisamente alterna: Ebrei, Israeliti, figli d'Abramo egli rivendica per s tutti questi titoli). Il nome misterioso di "Ebrei" meno nobile; quello di Giudei
indica, senza specificare, l'origine dalla Giudea. Allora qui Ges tributa
un elogio raffinato a Natanaele: " realmente un vero Israelita".
Ed aggiunge: "nel quale dolo non esiste". Questa probabilmente
una citazione biblica di testi come Sai 31,2: "Beato l'uomo... nel cui
spirito non esiste dolo", e anche come So/3,13, in cui il "resto d'I877

COMMENTO - IL TRIODION

sraele" dopo l'esilio non opera iniquit, non pronuncia menzogna, ed


in esso non si trover lingua con dolo (v. 47). Colui che possiede i
cuori degli uomini, e li sa leggere e conoscere, ha trovato un uomo
meraviglioso, raro, un timorato di Dio, uno che si attendeva tutto dal
suo Signore, che aspettava il Regno, come spiegheranno tra poco le
parole di Ges.
Ma intanto, Natanaele ha una reazione di sorpresa, e a Ges dice:
"Da dove mi conosci (ginsk)T(v. 48a). Egli ha compreso che Ges
figlio di Giuseppe, da Nazaret, gli ha letto dentro, nel suo animo innocente. Certo, alcuni, sempre rari, hanno il potere singolare di intuire
l'interno degli uomini. Ma non all'improvviso, occorre fornire ad essi
dati, fatti, esperienze, come si fa con lo psicologo moderno, che non
potr mai realmente analizzare una persona che resta muta davanti a
lui, in specie se incontrata adesso, per caso. E Ges ha agito proprio
cos. Il termine pthen, "da dove" pu indicare: altri ti parlarono di
me; hai saputo in qualche modo strano di me; oppure: ti viene qualche
notizia dall'alto, oppure...
Ges soddisfa in parte la domanda, con un giro misterioso di parole: "Prima che a te Filippo desse voce (phn)", ossia prima della
vocazione mediata con tanto zelo da Filippo, "stante tu sotto il fico, Io
vidi te" (v. 48). Veramente, il Verbo Dio, che nel mai abbandonato Seno
del Padre e dal Seno del Padre, la sua divina Torre d'osservazione
eterna, e la sua divina Cattedra nel tempo per gli uomini (Gv 1,18),
scruta la faccia dell'abisso, adorato da tutte le opere della sua creazione, e dagli Angeli, dai sacerdoti, dai servi, dagli spiriti e dalle anime dei giusti, dai pii ed umili di cuore (cf. Dan 3,57-90; e il Sabato
santo e grande, sopra), ed acclamato cos:
Benedetto, Tu, lo Scrutante l'abisso
intronizzato sui Cherubini,
e laudabile e glorificato per i secoli! (Dan 3,55).
Il medesimo Verbo Dio incarnato ha il potere di "vedere" prima,
durante e dopo. Il durante, l'ha espresso con "Ecco veramente l'Israelita". Il dopo lo attuer con la sua Pawusia, la Presenza indefettibile ai
Dodici, ossia a Filippo, ed agli altri discepoli (cf. Mt 28,20; Me 16,20),
Vero ed Unico Immanuel, "Con-noi-Dio". Adesso per esprime anche
il "prima". Filippo sta chiamando per il Signore il suo conoscente Natanaele, ed il Signore "lo vede".
Ma come e dove lo vede? "Sotto il fico". Questo indica una grande
realt dell'attesa messianica che la Volont divina, le Promesse divine
si realizzino. Il Signore infatti aveva promesso l'inizio della sua pace,
che sarebbe diventata la pace messianica.
Cos, per indicare il periodo di pace e di prosperit del regno di Sa878

DOMENICA DELL'ORTODOSSIA

lomone, si dice che "Giuda ed Israele vivevano tranquilli, ciascuno all'ombra della sua vite e del suo fico, da Dan a Bersabea" (3 Re (= 1
Re) 5,5). Di qui l'espressione era diventata proverbiale, paradigmatica,
in specie nei Profeti:
a) Michea (sec. 8 a.C.) aveva preannunciato il raduno dei popoli a
Sion, dove il Signore aveva preparato il grande convito messianico,
e avrebbe donato da Sion la Legge e la Parola, avrebbe procurato la
pace totale, con le spade trasformate in vomeri e le lance in falci,
avrebbe abolito ogni guerra {Mich 4, 1-3), e questo "negli ultimi
giorni", quando
Si sieder uno sotto la vite sua
e sotto il fico suo,
e non esister chi metter terrore,
poich la Bocca del Signore delle Sebaotparl! (4,4);
b) Zaccaria (datazione discussa) aveva ripetuto che dopo il ritorno dal
l'esilio, con il sacerdote Giosu, il popolo, nonostante ogni contra
riet, il Signore, con intervento grande, avrebbe ricostruito il suo po
polo nella sua terra, con il suo santuario, avrebbe cancellata ogni ini
quit dalla faccia della terra, e all'ultimo:
Quel giorno - parla il Signore delle Sebaot! chiamer uno l'amico suo
sotto la vite e sotto il fico (Zacc 3,10),
ossia si sarebbe riformata la comunit di quanti attendevano l'Evento,
la Venuta;
e) questo era restato nella tradizione fino al sec. 2, poich ancora con
i Maccabei, sotto Simone, fu restituita la pace nella terra di Giuda; la
descrizione di quest'epoca idilliaca (1 Macc 14,1-11), nella gioia del
popolo (v. 10); Simone protesse gli umili ed i poveri, fu zelante della
Legge santa, rese glorioso il santuario di Gerusalemme ed il suo culto
(vv. 14-15), ed il "segno" di tutto questo fu che:
Ciascuno stava seduto all'ombra del suo fico, e
nessuno poteva terrorizzarlo (v. 12).
Pace, diventata pace interiore, attesa, diventata attesa messianica,
ossia affidamento nella divina Volont. quanto esprime anche Luca
con le espressioni ebraiche: Simeone uomo giusto e timorato, che attendeva la consolazione (parklsis) d'Israele, "e lo Spirito Santo stava in lui" (Le 2,25). Anna parlava del Bambino "a tutti quelli che attendevano la redenzione (lytrsis) di Gerusalemme" (Le 2,38). Si tratta di espressioni che indicano tutte l'attesa messianica.
879

COMMENTO - IL TRIODION

Natanaele perci questo attendeva. E questo venne a lui, ed a tanti


altri, in modo inaspettato, sotto la figura inattendibile di "uno di Nazaret", ovviamente non sapendo ancora che invece si trattava del Figlio di David, da Betlemme di Giuda, e per di pi nato dalla Vergine
(/5 7,14).
La risposta di Natanaele conferma questa attesa. Adesso ha avuto la
rivelazione, poich solo "Colui-che-viene" conosce da prima tutti
quelli che Lo attendono. E dopo Giovanni il Battista, che il primo in
assoluto (Gv 1,19-36), rende la testimonianza plenaria: "Rabbi, tu sei
il Figlio di Dio, tu sei il Re d'Israele!" (v. 49).
Rabbi, termine ebraico classico, indica il rabbino, il conoscitore
della Legge santa. Avevano cos interpellato Ges, Andrea e l'altro discepolo (1,38). Dall'allusione alla "vite (e fico)" Natanaele apprende
allora che questo Ges conosce bene la Scrittura, ne Maestro, uno
straordinario e nuovo Rabbi. Ma in s la voce rab significa "grande",
dunque "signore", e rabbi dice "signore mio". Ora, presso i cristiani
orientali di lingua araba ancora oggi al-Rab, "il Grande", significa Signore Dio. Anche se non in modo diretto ed esplicito, il termine orienta
verso il significato divino. Maria Maddalena nell'orto dove sta il sepolcro, quando riconosce Ges Risorto, lo interpella con Rabbouni,
"Signore mio!" (Gv 20,16), e qui il senso chiaro: Rabbouni l'aramaico per ho Kyrios, "il Signore" Dio; e ho Kyrios ricorre invariabilmente sulla bocca dei discepoli, o come riconoscimento o come asseverazione, per gli interi capitoli 20-21 di Giovanni: la Resurrezione ha
dimostrato ad essi che Ges "il Signore Dio"; non altrimenti per
Paolo (Rom 1,3-4).
Il "Figlio di Dio" indicava agli Ebrei il figlio di David, il Re messianico, come gi affermava la Scrittura: 2 Re (=2 Sam) 7,14, la promessa eterna di Natan a David da parte del Signore; cantata dal Salmista (Sai 88,28, cf. v. 27); ma soprattutto annunciata come realizzata
dalla Parola onnipotente del Signore stesso: Sai 2,7, e Sai 109,3, con
la serie misteriosa di oracoli divini su questo Re (v. 1), Figlio (v. 3),
Sacerdote in eterno (v. 4), il Vittorioso (vv. 5-7) su tutti i suoi nemici
(cf. di nuovo v. 1).
Il "Re d'Israele", secondo l'ideologia regale, comune sulla regalit
anche all'Oriente, doveva essere "il Salvatore" del suo popolo. Oltre i
testi appena citati, cf. anche Salii, e Sai 44.Con i Sai 2; 88; 109, tutti
appartengono al genere letterario dei "Salmi regali" messianici. E sia
Pilato con il beffardo "Ecco il Re vostro!" (Gv 19,14), sia il cartiglio
della Croce: "Ges Nazareno Re degli Ebrei" (19,19), erano l'ultima
conferma profetica, sia pure involontaria, della Regalit messianica
salvifica di Ges.
A Natanaele questa confessione di fede messianica sembra basta-

DOMENICA DELL'ORTODOSSIA

re. Per un Ebreo, era tutto. Ma la divina Philanthrpia del Signore,


che mai sembra contentarsi quando si tratta di fare il bene agli uomini, non si arresta alla profezia della vite e del fico, e si avanza sulla
via dell'inaudito.
Anzitutto domanda a Natanaele: "Poich Io dissi a te: "Io vidi te
sotto il fico", tu credesti?" (v. 50a). un grandissimo elogio, poich
Natanaele aveva creduto solo per una parola, bench sorprendente e
del tutto singolare di Ges. "La fede da\V ako, dall'ascolto", dir poi
Paolo (cf. Rom 10,17a), aggiungendo per: "L'ascolto, dalla Parola di
Cristo" (v. 17b). Natanaele non fa eccezione, docile come alla potenza
della Parola di Ges. Per adesso Ges gli preannuncia: "Una realt
maggiore di queste, tu vedrai" (v. 50b). Non un'esagerazione, sia a
causa di quanto sta per dire, sia perch sta preparando i suoi discepoli
ad "operare opere pi grandi" delle sue (cf. 14,12), e queste dovranno
seguire la Rivelazione plenaria. Dei "fatti massimi", di fatti terribili,
incomprensibili, indescrivibili e perfino indicibili. Perch mai visti e
mai ascoltati.
Tali fatti sono condensati nel v. 51, che grandioso, degno di chiudere il cap. 1 dell'Evangelo di Giovanni, quello che era cominciato in
modo grandioso: "Come Arche divina sussisteva il Verbo, ed il Verbo
sussisteva rivolto a Dio, e Dio era il Verbo" (1,1). Il testo alla lettera
suona cos:
Amen Amen, Io parlo a voi:
da ora voi vedrete il Cielo aperto,
e gli Angeli di Dio ascendenti e discendenti
intorno al Figlio dell'uomo.
questo il versetto per cui la presente pericope stata sapiente mente scelta quale centro portante dell'intera solenne Domenica dell'Ortodossia, che commemora anzitutto il Ristabilimento del culto
dell'"Icona santa e venerabile" del Volto del Signore Icona del Padre,
e dunque della altre sante icone. Il v. 51 un denso, difficile, arduo,
profondo sommario di "teologia dell'Icona".
Ed anzitutto la formula Amen Amen, propria di Giovanni. Questa
pu suonare come "certo certo", "sicuro sicuro", poich l'ebraico
'men un aggettivo verbale da 'man, stare saldo, sicuro, essere certo,
e pu valere come una forte asseverazione, ed in alcuni casi lo .
Tuttavia pu rimandare a testi come Ap 3,14, dove Cristo Signore
chiamato direttamente ho Amen, "II Veridico, il Fedele", la cui essenza
la ferma stabilit eterna. Il testo rimanda a sua volta aIs 65,16, dove
l'ebraico parla cos: "Chi sar benedetto nella terra, sar benedetto nel
Dio Amen, 'Eloh 'men, e chi nella terra giurer, giurer per il Dio
881

COMMENTO - IL TRIODION

Amen, 'Eloh 'men; i LXX traducono quest'espressione con ho


Thes ho althins. Ora, "il Dio-Amen" il Dio Fedele a se stesso, ossia alla Parola di promessa e di benedizione che ha elargito agli uomini, e anche all'alleanza irreversibile.
Perci quando si legge "Amen Amen, Io parlo a voi", si legge: Io, il
Dio Fedele, rivolgo a voi la mia Parola fedele, che quanto parla, contestualmente rende realt.
"Da adesso il Cielo aperto {anegota)" sar visibile dagli uomini.
Durante il processo presso il sinedrio, Mt 26,64, seguito da Le 22,68,
porta il resoconto di una parola del Signore, che causa la sua condanna
a morte; il testo derivato per Me 14, 62, a cui manca la connotazione
temporale. Occorre vederli insieme:
a)Mt26, 64:
Tu dici!
Ma in pi Io parlo a voi:
da ora (ap'rti)voi vedrete {psesthe) il Figlio dell'uomo
intronizzato alla Destra della Potenza, e veniente
{erchmenon) sulle nubi del cielo;
b) Le 22, 68:
Da adesso {ap to nyr) star il Figlio dell'uomo
intronizzato alla Destra della Potenza di Dio;
e) Me 14,62:
Io sono (il Cristo, il Figlio del Benedetto, v. 61),
e voi vedrete {psesthe) il Figlio dell'uomo
intronizzato alla Destra della Potenza (divina), e
veniente {erchmenon) con le nubi del cielo.
Questi tre testi sono relativi alla visione escatologica che apre sull'eternit: l'umile Figlio dell'uomo dalla Dynamis ("la Potenza",
Gbrh, ebraismo per "Dio") intronizzato nella gloria, e si manifesta nella Parnasia come ho Erchmenos, il Veniente, portato dalle
"Nubi del cielo", ossia dalla Gloria divina, lo Spirito Santo. Matteo,
seguito da Marco, accentua il lato dinamico; Luca, che segue Matteo
in generale ma muta i particolari, esprime il lato pi "statico": il Figlio
dell'uomo intronizzato, viene, oppure, il Figlio dell'uomo si mostra
nella Maest divina da dove riposa in eterno.
Per tutte e tre i testi parlano di visibilit e di poter contemplare
(in Luca per questo implicito): agli uomini concesso di "vedere",
psesthe.
Matteo e Luca infine riportano la nota temporale, il punto di par882

DOMENICA DELL'ORTODOSSIA

tenza e di non ritorno: "da ora, ap'rti", oppure "da adesso, ap to


nyr\ Tale punto temporale, supposto da Marco, quello della Morte
e Resurrezione.
Infine, tutti e tre i testi pongono al centro il Figlio dell'uomo.
Anche Gv 1,51, la cui stretta affinit con i tre testi sinottici non ha
necessit di essere dimostrata. Solo che Giovanni usa un altro linguaggio, ossia la medesima teologia simbolica dei Sinottici, ma centrata su
temi diversi e complementari.
Il "cielo" ricorre nei 4 testi, ed la metafora per indicare Dio senza
nominarlo, proprio come "la Potenza" dei 3 testi sinottici.
Ora, "il cielo aperto" espressione singolare dell'A.T., il suo testo
rappresentativo Ez 1,1: di Domenica, il Signore fa s che "si aprirono
(anig, ebr. ptah) i de li". Questo il "segno" supremo di questa
realt complessa: nel 1 giorno il Signore crea, opera, rivela; la divina
Rivelazione di un Decreto nascosto in Dio, "i Cieli". E adesso Dio
desidera comunicarlo agli uomini mediante il Profeta.
Per cos dire "Dio si apre" alla manifestazione. Questo anche indice di intervento divino nella storia, sia in senso negativo (Ezechiele
deve avvertire il suo popolo della catastrofe incombente, la distruzione
della citt, ma soprattutto la Gloria divina che abbandona il santuario
in essa), sia in senso positivo.
In Gv 1,51 si dice che questa nuova Disposizione divina avviene
"da ora", dunque l'escatologia messa all'inizio, esempio stupendo di
"lettura Omega" della storia (cf. sopra, Parte I). Cos gli uomini gi
possono "vedere" le realt operate da Dio.
Gli Angeli ascendenti (anabdin) e discendenti (katabdin) rimandano direttamente alla "visione della Scala di Giacobbe" in Gen
28,12, da cui sono anche presi i due verbi greci presenti nei LXX.
Giacobbe per vede solo una klimax estrigmn, una scala fissata
sulla terra, dunque fissata bene tra gli uomini, la cui testa giungeva al
cielo, perch destinata ad unire il Cielo con la terra per la mediazione degli Angeli.
In Gv 1,51 la visione ha al centro il Figlio dell'uomo, ed insieme
visione dinamica. Gli Angeli che si muovono in modo solenne, processionale. E statica, ossia il Figlio dell'uomo nella sua "immutabilit" che la sua Maest vivente. Il movimento degli Angeli non
perpendicolare, ma circolare, come in Ez 1. Esso avviene "epi tn
Hyin to anthrpou", dove epi significa sopra, intorno, in relazione
a. Precisamente per questo in Is 6,2, il giovane Isaia che "vede il Signore intronizzato sul trono alto (irraggiungibile) ed esaltato" (v. 1),
vede insieme "i Serafini che si tenevano intorno (kykl) a Lui", dove
l'ebraico ha "sopra a Lui". In ambe le visioni, si tratta della medesima
scena: il Signore intronizzato, circondato dagli Angeli adoranti, che la
883

COMMENTO - IL TRID1ON

tradizione chiamer cos: "gli Angeli di essi (i bambini) nel cielo di


continuo vedono il Volto del Padre mio, quello nei deli" {Mt 18,10).
Sono "gli Angeli del Volto", o anche "gli Angeli del servizio", i leitourgi sempre pronti ad operare la Liturgia divina, ossia 1'"opera in
favore del popolo" (cf. sopra, Parte I, e cf. Ebr 1,14).
Ma finalmente, ancora una volta, il centro della visione promessa
il Figlio dell'uomo. Gi si detto, e pi volte, che il titolo "il Figlio",
"il Figlio deir'uomo", termini identici ma specificanti, l'unico che il
Signore Ges si attribuisca davanti agli uomini lungo la sua Vita pubblica. Gli altri titoli provengono dalla riflessione adorante della Chiesa
primitiva. "Il Figlio" indica il rapporto indicibile che Ges vanta di
avere, e solo Lui, con il Padre nello Spirito Santo. E nel N.T. di fatto il
Padre Lo chiama esclusivamente cos: "il Figlio mio", le 3 volte in cui
gli parla: al Battesimo, alla Trasfigurazione, alla Resurrezione (cf. Mt
3,17, e par. ; 17,5, e par.; At 13,32-33, con rimando a Sai 2,7, cf. 109,3).
Il Figlio dell'uomo un titolo misterioso. Come accennato, il rimando diretto a Dan 7,13-14: davanti all'Antico di giorni, il Dio
Eterno, convocato e viene "da Dio a Dio" la figura "umana" di Uno
portato dalle Nubi del cielo, dalla Gloria divina, per ricevere dall'Antico di giorni ogni potest di salvezza su tutti gli uomini. un "Esse re" che "iconizza" in s il Divino nella "forma" umana. Bench quasi
comicamente certa critica moderna, anche "credente", faccia del tutto
per dimostrare che il Figlio dell'uomo danielico sia solo il simbolo
della comunit dei perseguitati al tempo dei Maccabei, il contesto esige di tenere vicine ma distinte le due figure, del Figlio dell'uomo e dei
"santi dell'Altissimo" {Dan 7,18), i primi beneficiari dell'opera salvifica del primo.
Molto semplificando, si pu dire che parlando di s come "il Fi glio dell'uomo", Ges, il Verbo, voglia significare la realt della sua
Incarnazione, il realismo della sua Umanit, l'umilt della sua condizione di "nato da uomo", in questo caso del tutto singolare, "Nato da
Donna" {Gai 4, 4), una "Figlia degli uomini", la Semprevergine Madre di Dio.
"Da ora" in poi, e per sempre, nell'eternit beata, non pi solo Filippo, bens "voi", noi tutti i discepoli del Signore, vedremo la magnificente Maest sua, che risplende del suo Volto umano visibile, rivelante la Divinit invisibile e indicibile sua e del Padre e dello Spirito Santo.
Vedremo "Lui", l'Icona perfetta del Padre nello Spirito Santo, nella
Gloria della Resurrezione (cf. ancora 2 Cor 3,18 - 4,6; Rom 8,28-30;
Col 1,15), superesaltata dal Padre per l'obbedienza della Croce (cf. ancoraFU 2,6-11).
Paolo era giunto, come si disse, a comprendere che Ges Cristo Si884

DOMENICA DELL'ORTODOSSIA

gnore era la Sapienza e la Potenza del Padre (1 Cor 1,30), "il Figlio
del Padre" (Rom 1,1-4) e dunque il "Dio da Dio", l'Icona quale esclusiva rivelazione del Padre (Col 1, 15; 2 Cor 3,18 - 4,6).
L'Autore dell'Epistola agli Ebrei vi aveva aggiunto la nota dello
Splendore della Gloria ed Impronta della Sussistenza del Padre (cf.
Ebr 1,1-4), "il Figlio", l'Onnireggente con la Potenza della Parola sua,
che lo Spirito Santo (ivi).
Giovanni termina la rivelazione dell'Icona con la nota del Verbo
Dio, Verbo di Dio, Creatore, Luce, Vita, Esegeta unico del Padre, ma
nella sua umile Incarnazione (Gv 1, 1-18, spec. vv. 1-3.18.14).
Ecco l'Icona che in eterno adorano gli Angeli, e dopo la Pentecoste
tutti i fedeli del Signore Risorto, fino all'eternit.
Ecco il "Trionfo dell'Ortodossia": nel fatto in apparenza secondario
(per il monofisismo strisciante di tutte le epoche, con la conseguente
iconomachia permanente), quello della venerazione dovuta ali'"icona
santa e venerabile" del Signore, si riassume tutta la fede rivelata, tutta
la speranza, tutto l'amore dei fedeli.
E il culmine, la globalit intangibile della vita della Chiesa di Dio.
6. Megalinario
Oggi si celebra la Liturgia di S. Basilio il Grande, che comporta il
Megalinario Epi sichirei. un inno alla gloria del tutto singolare della
Theotkos: di Lei gioisce l'intera creazione, gli ordini degli Angeli e il
genere umano, nel titolo suo rivelatole dall'Angelo: Kekaritomn,
"fatta tutta grazia" (Le 1,28). Ella il tempio santificato dallo Spirito
Santo (cf. Le 1,35, rimando a Es 40, 34-38; Num 9,15-23; 3 Re (=1 Re)
8,10-11), e paradiso di delizie dello Spirito Santo, vanto verginale per
tutti i fedeli. Da Lei Dio si incarn (Gv 1,14), e si fece Bambino (Le 2)
mentre sussisteva quale Dio Eterno nostro. Infatti il seno verginale di
Lei fu eletto da Lui quale "Trono della Sapienza" (Sap 9,10), e si manifest come "pi ampio dei deli", che non possono contenere Dio (cf. 3
Re (= 1 Re) 8,27). Per tutto questo di Lei, la Kekaritomn, gioisce l'intera creazione, e il popolo fedele acclama: "Gloria a Te!". Vedi anche il
Sabato santo e grande.
7. Koinnikn
Della Domenica.

885

DOMENICA 2a DEI DIGIUNI


DI S. GREGORIO PALAMAS
ARCIVESCOVO DI TESSALONICA
"Sul Paralitico"
L'Icona perfetta del Padre il Figlio dell'uomo, adorato nella Gloria dello Spirito Santo degli Angeli del cielo e dal corteo regale dei
Santi giusti e beati, in unione a questi adorato anche dalla Chiesa terrena, che mantiene immacolata la Dottrina ortodossa ricevuta dagli
Apostoli. Lungo le Settimane dei Digiuni, in modo specifico nelle Domeniche, secondo la "linea degli Evangeli" come fu presentata, si manifesta l'efficacia dell'Icona, negli aspetti propriamente battesimali:
nella progressiva assimilazione a Lui, operata dallo Spirito Santo divino Iconografo, nei suoi due aspetti. Il recupero della sanit spirituale
della vecchia icona deturpata dal peccato e necessitosa della somiglianz con Dio (nei catecumeni), e la perfezione misterica di questa
icona nella sua somiglianz con Dio (i fedeli battezzati).
Insieme, la Chiesa fa memoria oggi anche di S. Gregorio Palamas,
Arcivescovo di Tessalonica.
Nel 1368 il Patriarca ecumenico Filoteo canonizz Gregorio Palamas, morto solo 9 anni prima, ne stabil la festa al 14 Novembre (a
questa data, dopo l'Apostolo Filippo, ne parla solo il Synaxarists; il
Typikn la omette), e ne compose anche l'ufficiatura liturgica. Egli decret inoltre che se ne facesse la memoria alla Domenica 2 a dei Digiu-ni,
in concorso con l'ufficiatura esistente fin'allora.
Gregorio Palamas (Costantinopoli 1296 - Tessalonica 1359), di nobile
famiglia, allevato negli ambienti di corte, si fece monaco insieme con i
suoi fratelli nel 1316. Per circa 20 anni dimor sul Monte Athos, la
Santa Montagna, con varie frequentazioni, ma in specie nella Grande
Laura, dove come monaco ebbe illustri padri spirituali, diretti e indiretti,
e pratic una vita severa di preghiera, di contemplazione e di perfezione,
in un ambiente dove secondo la tradizione spirituale ormai affermata si
praticava la "preghiera esicasta". Per le sue doti lo ieromonaco Gregorio
ebbe incarichi direttivi e di guida spirituale, conseguendo grande successo ed irradiazione. Nel 1326 ricevette la cheirotonia presbiterale.
Intanto si stavano propagando violente critiche alla spiritualit monastica esicasta. Esse partivano da sostenitori di idee filosofiche neoplatoniche, largamente permeate di nominalismo e di razionalismo, dietro influsso della scolastica occidentale decadente e di quelle prime correnti
che stavano portando al rinascimento italiano. Il Santo ebbe cos una vita agitata, e dovette sostenere una continua lotta, con interventi persona-

DOMENICA 2- DEI DIGIUNI

li e con scritti, partecipando a dibattiti e sinodi monastiche ed episcopali.


Nella consapevolezza della posta in palio, la pienezza della vita stessa
della Chiesa che la sua ortodossia dottrinale, il Santo con lucidit e genio speculativo, con piet di fede, difese in modo intransigente l'intera
ed intatta Tradizione. Bens dimostr anche rispetto per gli avversali incalzanti e non sempre leali, lasciando sempre aperta la possibilit di
eventuali riconciliazioni sul terreno della fede cos difesa.
I monasteri dell'Athos sanzionarono la difesa intrepida che Gregorio aveva svolto per la spiritualit esicasta, e nel 1340 emanarono il
Tmos hagiortiks, con cui gli si riconosceva la ferma ortodossia. Fu
un tempo agitato, perch intervennero le autorit politiche e religiose,
non sempre in modo giusto ed opportuno, cos che per un tempo Gregorio fu anche pubblicamente sconfessato, e perfino imprigionato. Ma
nel 1347 fu finalmente riconosciuto come campione della fede ortodossa della Chiesa. Consacrato Vescovo, fu assegnato all'Arcidiocesi
di Tessalonica, dove pot svolgere una santa e fruttuosa pastorale, senza
peraltro abbandonare gli interventi e gli scritti per sostenere la causa
dell'Ortodossia. Con tre successive Sinodi (1341; 1347; 1351), da
parte sua la Chiesa Ortodossa aveva riconosciuto in modo ufficiale
che la dottrina "palamita" nelle sue varie dimensioni era quella propria
della Chiesa, e pertanto era intangibile. Nonostante questo, vari gruppi
di intellettuali bizantini, anche per influsso delle nuove correnti culturali dell'Occidente che preludevano gi al rinascimento italiano, avevano proseguito nella lotta vana contro il palamismo, contribuendo cos per la non serena polemica, alla sua mancata comprensione in Occidente, che dura tuttora.
Studiare a fondo il pensiero di S. Gregorio Palamas risulta ostico,
non tanto per la difficolt intrinseca di esso, che pure esiste, quanto
anche per il fatto che i suoi scritti sono ancora inediti in molta parte. Il
materiale teologico palamita, distribuito in scritti dottrinali e spirituali,
e in omelie, molto coerente. Esso appare come una grande sintesi,
non sistematica, di temi triadologici, cristologici, mariologici, ecclesiologici, liturgici, antropologici, di spiritualit monastica esicasta,
escatologici. Qui si possono offrire solo alcuni rapidi spunti, per il
Lettore interessato.
Le questioni palamitiche pi ardue sono quelle triadologiche, che
sono anche quelle dove la polemica non ancora spenta da parte di ambienti teologici occidentali. S. Gregorio, rilevano gli specialisti, manifesta un genio ed un'acutezza insolita nel medio evo bizantino, che era
piuttosto ripetitivo. Egli insiste sul "personalismo" nel Dio trascendente. Seguendo fedelmente i Padri Cappadoci, egli difende la divina Monarchia del Padre, il quale in eterno genera il Monogenito e dal quale in
eterno procede lo Spirito; generazione e processione sono atti dell'Ipo887

COMMENTO - IL TRID1ON

stasi, non della "natura". Per cui necessario, e deve essere netto, ammettere la distinzione tra la Theologia come Mistero divino inattingibile, incomprensibile ed indicibile, e la divina Oikonomia della Rivelazione e della storia salvifica. In conseguenza, nel "personalismo" divino affermato con estremo vigore la necessaria distinzione reale, senza
separazione, in Dio tra l'Essenza divina superessenziale, inaccessibile,
non comunicabile, incomprensibile totalmente ad ogni sostanza creata,
e le Energie divine increate, che sono Dio, in quanto per indicibile ed
eccessiva Sygkatbasis, la Condiscendenza, si comunica efficacemente
alle creature per quanto queste possano ricevere.
La cristologia palamita derivata in via diretta dalla Scrittura, ed
insieme la continuazione fedele della linea della Tradizione dei Padri,
in specie i Cappadoci, S. Cirillo d'Alessandria e S. Massimo il Confessore, ma alla luce delle grandi Sinodi come Efeso e Calcedonia. Cristo
Signore l'unica Ipostasi divina che sussiste tutta e per intero come
Dio e come Uomo, ossia nelle sue due ousiai, divina ed umana, ed insieme contemplato cos, che come Uomo vero, deificato dalle divine
Energie dello Spirito Santo, l'unica Fonte inesauribile delle medesime Energie, nell'indivisione dalla sua Divinit. In forza del battesimo e
dei Divini Misteri (insistenza massima su questi due Misteri), il Signore Ges fa dei suoi fedeli, per il Dono dello Spirito Santo, 1'"unica carne, l'unico Corpo vivente" (cf. Efes 6,3, testo insistito). Precisamente
perch, incarnandosi, il Figlio Monogenito pot finalmente "fare della
carne la Pg, la Fonte inesauribile della santificazione". Il tipo e l'espressione singolare di questo rapporto divinizzante quello nuziale,
dello Sposo divino con la sua Sposa santa e diletta, la Chiesa dei fedeli.
Per la mariologia, vedi l'annotazione finale al 31 Agosto.
L'acuto e sofferto senso della vita ecclesiologica induce S. Gregorio a concepire ed esprimere ogni suo pensiero in funzione della Chiesa, la Sposa e la Madre, "il Paradiso in terra" (tema caro ai Padri dei
primi 3 secoli), dove realmente, nella visibilit concreta della Chiesa
locale, "ciascuno porta tutti" gli altri fratelli, con ogni loro carico. Il
dinamismo della Chiesa opera soprattutto nella celebrazione dei divini
vivificanti Misteri, in specie quindi nel segno visibile dell'assemblea
domenicale, e nella seguita pratica degli altri Misteri. Da questa sensibilit, sono esclusi gli eccessi dell'individualismo (egoismo spirituale,
anche come influsso gi antico del neoplatonismo attraverso i canali
origenisti, evagriani e pseudoareopagiti), e della vaga pratica di virt
personali, che si rifiutano di convergere alla comune crescita.
Grande l'insistenza di S. Gregorio sui Misteri comunitari, luoghi
della Grazia divina. Soprattutto per, come anticipato, sul battesimo e
sui Divini Misteri. Ricevuto dall'uomo come immagine che recupera
la somiglianz di Dio che carit e santit, il battesimo ilphtisms,

DOMENICA 2' DEI DIGIUNI

l'illuminazione totale, che dona la visione dell'intero Mistero divino,


con le sue realt percepite dalla fede dono battesimale. Il Mistero battesimale investe l'anima quale inizio della resurrezione, nel continuo
vissuto della fede divina, ma investe anche il corpo come spinta all'attesa di fede nella "resurrezione comune". In tal modo appare rivalutata, secondo la dottrina biblica, l'opera divina della creazione, poich la
materia stessa destinata alla Gloria (cf. Rom 8,16-25). Pertanto l'illuminazione misterica deve essere recepita dall'incessante sinergia umana con la Grazia donata, in un continuo lavorio di crescita spirituale
che si esempla nelle opere della carit. Ora, tale crescita Grazia donata, che porta a vedere gi in terra la Luce divina, che un'Energia
divina operata dallo Spirito Santo.
La "Luce taborica", terminologia gi antica, della "visione palamita", non era nuova nella storia della spiritualit. Essa anzi deriva anche
dagli spunti preziosi di S. Gregorio Magno, detto ho Dilogos, il quale
nella sua opera pi famosa, appunto i Dialoghi (che fu subito tradotta
in greco, all'inizio del sec. 7), riporta la "visione della Luce" che ebbe
ancora vivente S. Benedetto a Cassino. Tema che in teologia ed in spiritualit l'Occidente non sent come suo, alieno come era da quegli specifici interessi antropologici. Tuttavia, tema che sotto un aspetto o l'altro non ignoto affatto ai grandi Santi spirituali occidentali in ogni
epoca. S. Gregorio Palamas ne fece un punto vitale, un motivo di fondo, insistendo che non si da vera esperienza cristiana, di fede soprannaturale, fuori dei Misteri divini, poich solo qui l'uomo quale "icona di
Dio" redenta e santificata, e cos recupera la "somiglianz" con Dio,
l'assimilazione al Dio della Carit, che l'accesso alla sua visione (1
Gv 3,1-2). Perci il Santo parla anche della "grazia creata", o "grazia
della natura" dell'uomo in quanto tale, che la sua costituzione originaria di "immagine e somiglianz di Dio", con lo statuto divino che ne
consegue. Per la Grazia increata sono le divine Energie, in special
modo dello Spirito Santo, che producono la divinizzazione dell'uomo
fedele santificato. Ma ambe le forme della Grazia sono "dono", il Gratuito divino che nessuna creatura mai per s pu meritare.
L'antropologia fu quindi in un certo modo il punto di partenza degli
interventi di S. Gregorio in fedele ed appassionata e ragionata difesa
dell'ortodossia piena dei monaci "esicasti". Qui si rivela un altro aspetto dell'Oriente, la forza costitutiva del monachesimo, a quel momento,
come gi lo era stato come difensore del culto alle "sante icone" anche
a prezzo del sangue. Qui in specie il Santo dovette fortemente difenderlo contro il nominalismo ed il razionalismo di tipo neoplatonico. Questa forma di pensiero, non della Tradizione della Chiesa, asseriva per
l'uomo la distinzione reale tra l'anima immortale (eterna?), destinata
come tale a proseguire nell'immortalit, e il corpo materiale, destinato

COMMENTO - IL TRIOD1ON

alla scomparsa definitiva. La spiritualit orientale qui segue fermamente


la Scrittura. La quale rivela come l'uomo sia stato creato dal sapiente
Disegno divino "ad immagine e somiglianz di Dio" come essere integrale bench composto: un corpo realmente mpsychos, con intelletto
razionale. Tutto l'uomo destinato alla divinizzazione. Il realismo della
stessa indicibile Incarnazione sarebbe frustrato se la "carne mpsychos"
che il Verbo si degn di assumere come propria, non fosse una "totalit"
di corpo ed anima. Il contrario era invece sostenuto dai vari docetismi
ed apollinarismi, forme insidiose di neoplatonismo, ed infondo dal
ricorrente monofisismo dai tanti volti.
Il vero punto che dopo Adamo si prodotto un circolo vizioso, dove
la morte vorace fa della carne la sua preda, ed il peccato corruttore
devasta rovinosamente l'anima. Come ripetono i Padri, l'uomo cos resta come "immagine" indelebile, ma perde la "somiglianz di Dio", che
la capacit della Grazia, della vita della Grazia che la santit e la carit. Cos il vecchio Adamo. Tuttavia l'Adamo Ultimo precisamente
con la sua Morte volontaria opera un sacrificio di purificazione totale
"nella carne" (cf. Rom 8,3), ed Egli diventa "Spirito vivificante" (1 Cor
15,45), capace dunque come Adamo-Uomo vero di donare lo Spirito
Santo (vedi sopra). Cos chi aderisce a Lui nuzialmente, diventa "unico
Spirito" con Lui (1 Cor 6,17). quanto avviene, anche da questa parte,
con il battesimo e con i Divini Misteri, anzitutto e soprattutto.
In questa visione teoantropologica, saldamente insistente sul realismo e sul personalismo, oltre che sulla vita ecclesiale (vedi sopra),
considerata la partecipazione totale dell'uomo alla Realt divina. L'unit profonda del composto umano si ripercuote nel corpo e nell'anima, e questo sia nel male, poich il peccato devasta l'anima e prepara
la rovina finale del corpo; sia per nel bene, poich la Grazia dello
Spirito Santo innalza alla dignit finale dei figli di Dio tutto l'uomo,
l'anima ed il corpo, nell' "icona perfetta" che ha recuperato la somiglianz con il suo Dio e Creatore. E qui S. Gregorio mostra come siano trasformate appunto anche le facolt sensibili. L'opera dell'Energia
divina che la Luce increata, dono dello Spirito Santo, fa s che l'uomo cos innalzato la "veda", anche con gli occhi corporali. In sostanza, il corpo partecipa fin da adesso, nelle condizioni di esistenza vissuta dalla Grazia, alla visione finale. Uno dei testi molto letti dal Santo,
qui, Gv 3,6.8: chi rinato dall'acqua e dallo Spirito entra gi nel Regno, poich chi nasce dallo Spirito Spirito. Il battesimo e la conseguente vita di carit operano questo fatto che sembrava impossibile.
La nascita nuova del N.T. la condizione permanente (perci non
solo un "atto" ed una serie di "riti"), di continuo vissuta nei divini vivificanti Misteri. Essa la "ricapitolazione nell'uomo (cf. Efes 1,10)
dell' OikonomicT divina.
890

DOMENICA 2 " DEI DIGIUNI

Nella disputa "esicasta" ricorre questo materiale. In greco hsychia


significa tranquillit, serenit intcriore, la pace riappropriata. Ma qui
significa sempre dono della Grazia. Contro le accuse che con tecniche
speciali di preghiera, non ignote ad altre religioni, si acquisisca la hsychia, S. Gregorio replica costantemente e pazientemente, ma fortemente, che la Grazia pu essere aiutata solo in modo opportuno ed
eventuale, ma mai scavalcata e sostituita, da certe pratiche. Il ritiro nel
silenzio discreto, il controllo del respiro, la concentrazione degli occhi, dice esplicitamente il Santo, sono solo metodi "fisici", importanti
per il raccoglimento, tuttavia sono solo strumentali.
La questione vera che era in causa il realismo antropologico, di cui
sopra, ed il personalismo. Se l'uomo, come , un tutto, il corpo anch'esso investito dalla Grazia divina, essendo membro prezioso del Corpo
di Cristo per il titolo battesimale e misterico. H Corpo di Cristo per cos
dire "personale" infatti l'unico punto di contatto con Dio, e perci
punto obbligante. Tale contatto avviene anche con lo strumento privilegiato che la "preghiera continua", secondo il precetto apostolico: "Ininterrottamente pregate!" (1 Tess 5,17). Non si tratta della preghiera continua dei messalliani o euchiti, degenerata in correnti eterodosse, e libera
da ogni responsabilit comunitaria e morale. Si tratta della preghiera continua che deve essere "pura", con totale superamento della dissipazione
interiore ed esterna, con il senso terribile del contatto con il Divino fattosi
presente per Grazia. Essa deve essere "del cuore". Dove questo termine
biblico e non psicologico, indicando il centro della persona, la totalit di
essa, come sede del pensiero, dei sentimenti e della sensibilit, della volont della decisionalit. Il "luogo" dove pu nascere il male facile (cf.
Me 7,18-23); ma anche tutto il bene, come il "formarsi di Cristo in noi"
{Gai 4,19), tema tra quelli prediletti dai Padri. Perci occorre non rifiutare il dono delle lagrime, accettare la perenne "compunzione" (katnyxis),
insistere sulla purificazione mai sufficiente delle potenze del corpo e dell'anima. Ma ancora una volta, il Santo ripropone che anche qui produce
questi effetti non lo sforzo umano autonomo, non le tecniche di preghiera
(oggi tanto di moda, alla scuola di religioni gnostiche ed atee, vere metafisiche del "nulla"), bens la Grazia dello Spirito Santo. Il grande, umile
mezzo la ripetizione infaticabilmente ininterrotta della "preghiera di
Ges", nella formula, esclusivamente biblica: "Signore Ges Cristo, Figlio di Dio, abbi misericordia di me peccatore".
Il pensiero cos fondato e motivato di S. Gregorio Palamas manifesta un grande equilibrio. Anzitutto, egli mai fu un antilatino ed antioccidentale fanatico, come spesso presentato. Al contrario egli signific spesso che, al di l di infiniti dibattiti verbali in cui si finiva di
perdersi, tramutando l'avversario in un nemico da combattere senza
esclusione di colpi, era sempre possibile il dialogo, se non l'intesa con
891

COMMENTO - IL TRIDION

la cristianit dell'Occidente separato ormai non solo di fatto, ma anche


dalle ideologie allora insorgenti, frutti amari di visuali non in linea con
la Tradizione. Inoltre, la sintesi, anche se non sistematica, del Santo,
concilia in modo geniale, e sempre sano, quanto sembrava opposto per
natura: l'Essenza divina e le Energie divine in Dio; il Divino e l'umano; la vita spirituale e la vita liturgica; la vita comunitaria e la vita ecclesiale; l'anima ed il corpo; il monachesimo cenobitico e quello eremitico; la vita monastica in genere e la vita di tutti i fedeli. Poich la
Grazia e la preghiera continua sono destinate a tutti i fedeli battezzati,
tutti figli chiamati dal loro unico Padre alla perfezione in Cristo operata
dallo Spirito Santo nel seno della Chiesa Madre, alla contemplazione,
alla divinizzazione.
L'ufficio delle Ore sante di oggi inserisce la memoria del Santo nella
celebrazione di una Domenica dei Digiuni, e lo fa senza provocare
squilibri. Al Vespro gi questo visibile nella distribuzione tra gli Stichr anastsma dell' Oktchos e gli Stichrprosmoia del Santo.
Al Mattutino si canta il Canone di S. Gregorio Palamas. Alle Lodi dopo 5 Stichr anastsima si cantano 3 Stichr del Santo.
Si percepiscel'elogio di S. Gregorioin testi come VExapostlrion
dopo l'Ode 9a:" Gioisci, vanto dei Padri, bocca dei Teologi, dimora
dell'esichia, casa della sapienza, culmine dei maestri, oceano della parola. Gioisci, strumento dell'operativit, culmine della contemplazione, guaritore anche delle malattie degli uomini. Gioisci, fondamento
dello Spirito, e morto e vivente, Padre!" Dietro questo sta anche l'azione pastorale del Santo come Arcivescovo di Tessalonica, e la sua
potenza taumaturgica.
1. Antifone
Della Domenica, o i Typik e i Makarismi.
2. Eisodikn
Della Domenica.
2. Tropari
1) Apolytikion anastsimon del Tono occorrente.
2) Apolytikion del Santo: il canto tesse l'elogio di S. Gregorio Palamas, quale astro dell'Ortodossia, rinforzo e maestro, adornamento
dei monaci, Taumaturgo, vanto di Tessalonica, araldo della fede, e
gli chiede di intercedere sempre, al fine che siano salvate le anime
dei fedeli.
3) Apolytikion del Santo titolare della chiesa.
892

DOMENICA 2" DEI DIGIUNI

4) Kontkion: T hypermch, della Domenica precedente.


5. Apstolos
a) Prokimenon: Sai 11,8.2, "Supplica comunitaria".
Vedi il Prokimenon della Domenica 6 a di Pasqua; 6a

14

e
a

di

1,10-2,3
L'Epistola agli Ebrei, come si disse (vedi Domenica precedente) si
compone di un'introduzione (1,1-4), di una conclusione (13,20-21 e
13,19.22-25), e di 5 parti. La Parte I si estende da 1,5 a 2,18, e tratta
del Nome che il Figlio di Dio ottenne, ben altro che quello, pur grande, degli Angeli del cielo.
Lapericope presente (1,10 - 2,3), che ricorre anche nell'Ora 6 a 24
Dicembre, si pone dunque per intero nella parte 1.1 vv. 5-9, per dimostrare "il Nome ben differente" in confronto degli Angeli, che il
Figlio "eredit" (v. 4), citano una serie di testi dell'A.T.: Sai 2,7; 2 Re
(= 2 Sam) 7,14; Dt 32,43; Sai 98,7; 103,4; 44,7-8. La serie giunge fino a 1,14.
Il v. 10 infatti con i vv. 11-12 riporta un tratto della "Supplica individuale" Sai 101,26-28. Il Salmista contempla le opere della divina
creazione, ed anzitutto quella che dette stabilit permanente alla terra,
mentre le Dita di Dio elaboravano il cielo, tema questo che ricorre anche nei Sai 8,4; 18,2; 143,3. Il Dio Creatore creava tutto questo assolutamente fuori della sua Essenza eterna, dunque non "emanava" materia (v. 10, che cita Sai 101,26), la sua trascendenza e la sua preminenza rispetto alle opere create sono invalicabili. Cos anche la trascendenza e la preminenza del Figlio di Dio rispetto a tutte le creature.
Tant' vero che tutte esse periranno irrimediabilmente, mentre il Dio
Creatore sussiste in eterno. L'immagine che il Salmista usa qui per le
creature contingenti e peribili una veste, che per quanto robusta e
sontuosa, destinata all'irrimediabile invecchiare (v. 11, che cita Sai
101,27ab); la loro fine dipende dal limite fissato dal Signore, il quale
allora far scomparire il cosmo creato come si ripiega un mantello,
che perde la sua superficie avvolgente, e lo muter irrimediabilmente
di consistenza, di sostanza, di esistenza (v. 12a, che cita Sal 101,27c).
Mentre al contrario il Signore sussiste in eterno come se stesso, il Medesimo, senza alcuna mutazione qualitativa e quantitativa. Il suo eterno esistere, anche se ingenuamente dagli uomini che non hanno altro linguaggio fosse computato in "anni", non verr mai meno (v.
12b, che cita Sa/ 101,28).
Cos del Figlio, come del Padre. Questo Figlio Unico ha una dignit senza pari, propriamente sussiste nella sua divina essenza, anche
893

COMMENTO - IL TRIODION

se visto come Uomo (al v. 1,4, il Sacerdote che purific gli uomini
per sempre). E questo si rivela dalla Parola onnipotente del Padre, il
quale mai rivolse agli Angeli, neppure ad uno di essi, l'invito regale:
"Siedi alla Destra mia, finch Io ponga i nemici tuoi come sgabello
dei piedi tuoi" (v. 13, che cita Sai 109,1). Tale testo di importanza
fondamentale per chi legge l'Epistola, poich l'autore mostra qui che
il Figlio ha la dignit di Re messianico divino, che realizza l'oracolo
del Sai 109,1. Ma questa anche la preparazione per mostrare la sua
dignit impareggiabile di Sommo ed unico Sacerdote del Padre, che
sar manifestata in 5,5-6 citando anzitutto l'altro oracolo della divina
Paternit di Sai 2,7: "Figlio mio tu sei, oggi Io ti ho generato" (5,5),
poi raddoppiando con la citazione di Sai 109,4, un altro oracolo divino: "Tu sei Sacerdote in eterno secondo l'ordine di Malkisedeq" (5,6).
La differenza incomponibile di essenza tra il Figlio di Dio e gli Angeli, oltre che da questi oracoli, deriva in se stessa dalla semplice considerazione che nella Santa Scrittura gli Angeli di Dio invariabilmente, siano essi spiriti incorporei, siano elementi della natura come i fulmini, sono leitourgikdpnumata, ossia "spiriti liturghi", creati appositamente dal Signore per svolgere la "liturgia - opera in favore del popolo" lungo la storia della salvezza. Precisamente, a favore, come
diakonia, servizio dove sono "inviati" (apostellmena) in vista di
quelli che stanno per "ereditare la salvezza" (v. 14), e cos diventare i
coeredi dell'Unico Erede, il Figlio (cf. 1,2).
Proseguendo nel cap. 2 a presentare questo Nome divino ereditato
dal Figlio, l'Autore rivolge la sua esortazione pressante (dei, si deve
secondo la Volont divina) ad attendere con molto maggiore attenzione
ed impegno (perissotrs, pi abbondantemente) alle realt ascoltate
dalla predicazione apostolica, al fine di non "scorrere fuori" (pararrh), ossia di non farsi trascinare al di l della via tracciata verso
l'eredit della salvezza (2,1).
L'argomentazione qui rievoca un tratto suggestivo della tradizione
ebraica. La Legge antica fu donata ad Israele come "Parola parlata"
mediante gli Angeli, perch il Signore nella sua Trascendenza inaccostabile, e del resto non autoabbas sabile. Ora, quella Legge era efficace e stabile (bbaios), ed inoltre ogni trasgressione e disobbedienza
ad essa ricevette la giusta ricompensa punitiva (2,2). L'argomentazione prosegue con il tratto rabbinico "dal minore al maggiore": se cos
della Legge antica, allora noi, che ricevemmo "cos grande salvezza",
quella definitiva, se la trascuriamo, come fuggiremo la giusta punizione? (2,3a). Poich la salvezza prese il suo principio efficace nel fatto
che fu annunciata (lal, per s: parlata) non dagli Angeli, bens dal
Signore stesso, e da quelli che ebbero la fortuna di ascoltarla, gli Apostoli, fu anche confermata a favore nostro (2,3).
894

DOMENICA 2' DEI DIGIUNI

Quest'ultimo passo ha forte nesso con il prologo dell'Evangelo di


Luca (Le 1,1-4), dove l'autore dichiara che la prima generazione apostolica fu "ascoltatrice della Parola", e quegli uomini trasmisero fedelmente da principio, fattisi anche servi di essa. Mentre la seconda generazione, della quale fa parte Luca, ricevuta questa Parola l'inizio della Tradizione divina apostolica , ne ricerca anche i fatti e le
fonti, ne da un'altra ordinazione: cos che i futuri ascoltatori possano
anche riconoscere la certezza (asphdleia) delle realt nelle quali furono catechizzati.
Alla prima ed alla seconda generazione apostolica i fedeli debbono
venerazione, ascolto, gratitudine, obbedienza. Ma cos anche a quanti
succedettero a quelli nella Chiesa lungo le generazioni della salvezza.
5. E VANGELO
a) Alleluia: Sai 88, 2.3, "Salmo regale"
Vedi l'Alleluia della Domenica 6 a di Pasqua; W
di Luca.

.
Matteo; 5a

e 13a

b) Me 2,1-12
L'Evangelista Marco intitola il suo scritto dal genere letterario che si
chiama euagglion, la "novella regale", ossia l'annuncio che il re inviava per avvertire della sua amabilit verso il popolo e della sua concreta
volont di beneficarlo. Il Sovrano divino infatti ha inviato come "suo
Evangelo" lo stesso Figlio suo con lo Spirito Santo. Si legge questo gi
come apertura: "L'Inizio divino che l'Evangelo annunciato Ges
Cristo Figlio di Dio". Si pu interpretare cos Me 1,1.
Ma l'Evangelo l'annuncio anche "esterno", proclamato. E perci
a Ges, l'Annunciatore, donato lo Spirito Santo al Battesimo (Me
1,9-11). Da Lui proclamato il tempo compiuto, il Regno venuto,
chiamando alla conversione ed all'ascolto di fede dell'Evangelo (Me
1,14-15). Cos la missione battesimale, il ministero di Messia divino
d'Israele, si compendia nella Potenza dello Spirito Santo per l'annuncio dell'Evangelo, per le opere della carit di questo Regno venuto tra
gli uomini per riportarli al Padre, e per il culto di lode e di azione di
grazie e di supplica al Padre.
Di fatto Marco, che non riporta se non in sintesi i grandi discorsi
invece proprii di Matteo e di Luca, che redige solo poche parabole
(contenute nel cap. 4), al contrario dell'esuberante ricchezza degli altri
due Sinottici, concentra la narrazione sul Signore come annunciatore e
operatore di miracoli potenti. Nei cap. 1-2 Marco mostra l'alternarsi di
Evangelo, guarigioni e preghiera (cf. qui 1,35) come attivit del Signore. Dunque il Signore presentato come Sacerdote e Profeta e
895

COMMENTO - IL TRIDION

Maestro e Re che riconquista il Regno al Padre, e come Sposo messianico (cf. 2,18-23), nella pienezza dei titoli divini e messianici, e nello
svolgimento delle funzioni numerose che derivano da ciascun titolo, e
da tutti essi posti insieme nella divina Persona di Ges Cristo.
Lo scopo immediato e finale del Signore questo: recuperare tutti
gli uomini al Regno, e ciascun uomo a se stesso, e quest'ultimo tratto
significa in ciascun uomo, creato ad immagine e somiglianz di Dio, il
recupero della perfezione dell'"icona" secondo il divino originario Disegno, quello tracciato in Gen 1,26-27, e 2,7 con il Soffio divino dello
Spirito di Dio. Quel Disegno, e solo quello decretato dall'eternit, il
Padre attua, anzitutto nell'Umanit del Figlio, che Marco mostra alla
fine "assunto al Cielo ed intronizzato alla Destra di Dio" {Me 16,19),
ormai Icona eterna. E poi durante la Vita terrena del Figlio Sacerdote
Profeta Re Sposo, e tuttavia Servo sofferente venuto a redimere gli uomini nell'abbassamento estremo del servizio {Me 10,45 lgion che rimanda al 4 carme del Servo sofferente, Is 53,10-13).
Cristo Icona del Padre dunque restituisce agli uomini l'esemplarit
dell'icona redenta. Il modo, pazientemente perseguito, ristabilire in
essi l'integrit della persona, le funzioni e facolt create, quelle intese
dal Signore Creatore come idonee a "fare l'uomo" ed a porlo cos alla
divina Presenza. Ora, un uomo malato, depresso, impedito nelle sue
funzioni, prigioniero della malvagit ossessiva del Maligno, "il Nemico" del genere umano, un uomo morto prima del tempo, e poi gli uomini dispersi e non raccolti in unit adorante: tutto questo l'orribile
contrasto con il Regno della salvezza che vuole divinizzare l'icona di
Dio. Si ha in qualche modo Tanti-regno, il dominio del Male personificato, che si pone in terrificante contrasto con il Disegno divino, e di
fatto vuole annullare gli uomini.
Il Vittorioso Sovrano, Cristo Signore, viene a riprendersi gli uomini
per il Regno, e nel Regno come uomini integri li reintegra. Le guarigioni ne sono il "segno" miracoloso e potente. Il Re misericordioso sta
qui, opera, prosegue fino al sigillo della sua opera, la Croce, per il Dono finale dello Spirito Santo.
Un paralitico come il "tipo" dell'uomo impedito, reso schiavo del
male che ne annulla le capacit di autonomia e di relazione, di lavoro
e di inserzione nel consorzio civile, di compiere anche le devote opere
del culto divino, come salire a Gerusalemme "tre volte" l'anno (cf. Es
23,14, la prescrizione generale della Legge santa), assistere e partecipare al culto sacrificale, assistere e partecipare al culto sabatico sinagogale, dove ogni Israelita poteva ricevere il rotolo della Santa Scrittura da proclamare al popolo (cf. Le 4,15-20) e procedere anche all'omelia edificante (cf. Le 4,21). Un uomo cos, perduto per il Regno di
Dio. un'icona gravemente deturpata e quasi perduta. Va riconquista896

DOMENICA 2" DEI DIGIUNI

to. Ecco allora il Re messianico nell'azione di vera guerra di conquista


contro ogni forma di male, che sempre "segno" del Male mortale.
Vedi anche la narrazione del paralitico nella Domenica 4a
diPasqua.
Ges opera il suo giro di missione evangelizzatrice e guaritrice nella
regione. Torna a Cafarnao, che era come una sua base, luogo di ritorno
per ripartire. La folla, che gi lo conosceva per le sue mirabili
guarigioni (cf. tutta la sezione di Me 1,21-45), che lo seguiva dovunque nella propria immensa miseria e necessit, viene a sapere che Egli
"sta in casa". come il Re che sta nella sua reggia, e che qui attende il
suo popolo che gi prima aveva cercato attirandolo (v. 1). E questo popolo "suo" si fa incontro al suo Re, fa ressa per visitarlo. La folla si
ammassa fino alla porta, non c' pi posto per altri. Allora Ges, come sempre, comincia anzitutto a predicare la Parola del Regno, fonte
ed origine di tutta la sua azione messianica (v. 2).
Giungono in evidente ritardo, portando un peso gravoso, alcuni fedeli amici e parenti di un povero paralizzato, trasportato da quattro
giovani robusti con un lettuccio al modo di barella (v. 3). Essi trovano
l'assembramento fitto della folla. La quale, come spesso accade, attratta dallo spettacolo, non si scansa per fare strada ad esempio al soccorso di uno colto da malore. E qui non si scansa neppure davanti al
male che si avanza, allo spettacolo di un povero tra i poveri, poich l
tutti sono poveri, ciascuno crede di avere "pi" bisogno degli altri. I
barellieri hanno un'idea ardita. Salgono per le scalette esterne cos tipiche delle abitazioni dei paesi, in specie dell'Oriente, dove le case sono intercomunicanti attraverso i tetti; giungono proprio sul tetto della
stanza dove Ges, pressato all'inverosimile dalla folla, stava parlando,
sollevano le tegole di legno che in genere sono ricoperte di paglia contro la pioggia e da qualche pietra per reggere la paglia contro il vento,
e con paziente gioco di corde calano il lettuccio con il paralitico fino
al pavimento, davanti a Ges (v. 4), nella meraviglia, e forse nell'insofferenza dei presenti, costretti a fare spazio.
E adesso, Colui che si presenta come il divino Medico, ho Iatrs, di
coloro "che malamente si hanno", dei malati {Me 2,17), comincia l'esame sanitario accurato, che si concluder con la cura e la guarigione. E
la diagnosi non parte del corpo del malato, bens dalle condizioni che
segneranno la sua guarigione: Ges guarda anzitutto alla "fede di quelli", ossia del malato che ha voluto essere portato alla Clinica divina, e
degli stessi barellieri che hanno assecondato il bisognoso di guarigione.
Poi parla al paralizzato: "Figlio, a te sono gi stati condonati (aphntai) i tuoi peccati" (v. 5). Il pi che perfetto di aphimi, rimettere, perdonare, condonare, rimandare libero, indica che nel Disegno di Dio era
avvenuto quanto gi i Profeti avevano cos fortemente annunciato:
897

COMMENTO - IL TR1ODION

Allora avverr:
prima che essi chiamino, Io risponder,
Io li esaudir mentre essi ancora parlano (Is 65,24),
testo grandioso, incredibile, inimmaginabile per chi crede che Dio non
sappia, che attenda di essere informato sulla necessit dei suoi figli diletti per muoversi, e che si muova talvolta e neppure sempre. Testo
che rimanda anche al Sai 138,4; per il N.T., nel contesto immediato
del "Padre nostro", aMt 6,8; nel contesto generale della preghiera dopo l'Ascensione, a Gv 16,26; e per l'amore totale, conglobante del Padre per tutti i figli all'altro mirabile tratto apostolico:
Noi dobbiamo amare (agap),
perch Egli per primo ci am (agap) (1 Gv 4,19)
Se si dovesse dire che il paralitico ed i suoi portantini conoscessero
questo lucidamente, si dovrebbe restare in discreto dubbio. Essi per
"hanno fede" (pistis), che di tutto questo il sunto che porta al totale
affidamento.
La parola del Signore qui per non di quelle che soddisfino. Si
chiede a Lui una guarigione da un male terribile, che impedisce ad un
uomo di essere un uomo nella sua validit, e si sente una formula d'assoluzione dai peccati veramente non richiesta, almeno non richiesta come prima istanza. E di fatto stavano l con Lui alcuni esperti della Legge, seduti e interpellanti certamente il Signore su questioni della fede,
interroganti e rispondenti. Quando sentono quella parola essi discettano
(dialogizmenoi) dentro di loro, e certo bisbigliano tra essi: "Perch
questo cos parla con fatti ingiuriosi (blasphm(ai)T Ossia, nei riguardi
di Dio parla contumelie, poich "chi pu rimettere i peccati se non il
Dio Unico?" (v. 7). La contestazione tutto sommato perfino giusta e
retta: solo il Dio Unico, l'unico offeso da ogni peccato degli uomini, rivolto a Lui o ai fratelli, nella sua Misericordia infinita, non deve, ma
pu, e quando sa che giusto, rimandare perdonati i peccatori. Solo
che i mormoratori non tengono conto di "questo" che sta l davanti ad
essi, placido, sicuro, mite e buono. Che questo l'Unico Dio, il Misericordioso, che scruta i cuori e le reni (cf. Sai 7,10), che si assunta ogni
sofferenza degli uomini per distruggerla, come aveva preannunciato il
Profeta sul Servo sofferente (Is 53,4) e come i discepoli poterono largamente constatare (Mt 8,17, che cita quel testo di Isaia).
E per Ges nello Spirito Santo subito "conosce a fondo" (epiginsk) che quelli "discettano" (dialogizomai) rosi dal dubbio, e pi ancora dalla gelosia e zelo verso l'Unico Dio, e parla ad essi: "Perch tali
fatti discettate (dialogizomai) nei cuori vostri?" (v. 8). I cuori sono

DOMENICA 2' DEI DIGIUNI

stati creati per la fede, come quella del paralitico e dei suoi portantini.
Non per pensieri diffidenti verso la divina Misericordia che adesso si
manifesta in atto, operando quanto aveva disposto dall'eternit per il
bene degli uomini. Perci questa Misericordia si rivolge a questi altri
figli maldisposti con un'altra domanda, non pi difficile ma certo pi
complessa: pi facile forse rimettere i peccati del paralitico, poich
voi dite che questa un'azione propriamente ed esclusivamente del
Dio Unico, o pi facile dirgli la formula della guarigione: "Sorgi, e
prendi il lettuccio tuo, e cammina"? (v. 9).
Un fedele del tempo di Ges, si attendeva il Regno, quando per la
grande remissione delle colpe il Signore avrebbe inviato il suo Re
"unto" di consacrazione, il quale avrebbe portato la prosperit con la
pace, e la sanit ed integrit. Era perci difficile rispondere alle due
domande in alternativa contrapposta. Si trattava di due promesse, che
attendevano ambe la loro realizzazione. Per la Legge offriva il mezzo
di "affliggere le anime" pregando per "espiare" o "lavare" le colpe,
ossia il sistema sacrificale. Sia quello della liturgia nazionale annuale
del Kippr (cf. Lev 16, il rito; v. 29 1'"afflizione delle anime", o penitenza espiatoria; v. 30 la formula "e voi sarete purificati da tutti i vostri peccati davanti al Signore"); sia quello "privato" (cf. Lev 4, "per il
peccato"; cap. 5, "per le colpe"; 6, 17-23, ancora "per il peccato"; 7,110, "per l'espiazione", da leggere "purificazione"). Invece, rimedi
contro i mali fisici, ossia interventi miracolosi, erano stati rari, come la
guarigione del re Ezechia operata da Isaia (cf. 4 Re (= 2 Re) 20,1-11),
oppure quella di Naaman siro operata da Eliseo (cf. 4 Re (=2 Re) 5,118). Forse, era pi facile rimettere i peccati.
Non sembra che i mormoratori si sentano di rispondere. Ges prosegue mostrando che rimettere i peccati e guarire i corpi si trovano
sul medesimo piano non per l'importanza che spetta al primo fatto e
non al secondo, bens perch provengono dalla medesima Persona.
Quelli stanno davanti al Figlio dell'uomo, che dal Signore eterno
incaricato ed inviato con l'intero potere salvifico su tutti gli uomini
(cf. Dan 7,13-14; e la Domenica precedente a questa), dunque sia sulle
anime, sia sui corpi, essendo Egli del male universale, di ogni recesso
di questo, l'unico vero e potente e andrgyros Medico. Ma quelli ancora
non lo sanno.
Perci Ges si rivela con una formula misteriosa, che rivela e nasconde la potenza e la gloria: "Al fine che (ormai) sappiate che il Figlio dell'uomo ma questo per un Ebreo poteva anche suonare: "un
uomo qualsiasi" ha il potere (parte dunque della psa exousia di
Dan 7,13-14, di nuovo rivelata in Mt 28,19, dopo la Resurrezione) di
rimettere i peccati sulla terra" (v. 10), adesso si rivolge al paralitico
che sta teso ad ascoltare il suo destino, e forse ancora non l'ha com899

COMMENTO - IL TRIDION

preso del tutto, e gli parla: "A te Io parlo: suscitati e prendi il giaciglio
tuo, e recati a casa tua!" (v. 11).
"geire, suscitati!" l'imperativo da egir, svegliarsi, risvegliarsi. Ges ha usato qui il verbo semitico 'r (ebraico), 'r (aramaico),
tradotto con egir giustamente. Ha ordinato: Svegliati, come dal sonno di morte! Non ha detto: Alzati dal lettuccio, altrimenti Marco
avrebbe tradotto con anistmi, anistn. Certo, egir, anistmi ed
anistn sono i verbi classici della "resurrezione". Ma Ges allude allo stato di "sonno" e torpore del paralitico, che sta fuori della vita degli svegli e attivi. Senza dimenticare che "sonno" biblicamente indica
sempre una condizione di lontananza da Dio, anche di impurit come
diaframma da Dio.
Al paralitico Ges ordina perci di "svegliarsi" alla vita. H v. 12
mostra l'obbedienza puntuale, nella gioia che possiamo immaginare
come incontenibile da parte del guarito e degli amici: euths, subito,
quello "risvegliatosi" finalmente, si pone in azione. Sta in piedi, e si
china a riprendersi il krdbbatos, il suo misero giaciglio, "e usc davanti
a tutti" (v. 12a). Questo "svegliarsi per andare" per anche il verbo
tecnico per indicare che " risorto, rinviato in pace" colui a cui furono gi rimessi i peccati. Il perdono divino "assoluzione", ossia
"scioglimento" totale delle potenze malate dentro, quelle che rendono
l'uomo paralizzato dal peccato. Mirabilmente questo coincide anche
con lo "scioglimento" delle potenze che paralizzano il fisico. Qui un
medico specialista, ma senza chiedergli di fare il teologo, potrebbe
spiegare molte questioni su quel povero sistema nervoso disfatto, e come funzioni prima del male, durante il male, dopo la guarigione. E del
resto, certa "scienza" moderna dei biologi e medici e chimici lo sa bene, per aver inventato, conoscendo cos bene la delicatezza dell'organismo umano, il "gas nervinico", che in guerra deve "paralizzare" il
nemico, che cos pu essere annientato.
La conclusione dell'episodio si concentra non sui "discettatori",
bens sui presenti in genere. Assistere al fatto strepitoso, l'assoluzione
dai peccati e la guarigione del paralitico, "li fece uscire da s", come
esprime il verbo existamai (medio di existmi), ossia, "tutti strabiliarono". la sorpresa, la meraviglia davanti all'inaudito ed all'inascoltato,
davanti al Divino che sta qui. E ogni buon Ebreo allora reagisce nel
solo modo che i Padri gli insegnarono: glorificare Dio che cos aveva
operato, ribadendo questo con il "Mai cos vedemmo!" (v. 12b). Glorificare Dio: poich Ges ha operato in modo che il riconoscimento si
concentrasse tutto sul Padre suo.
Ecco dunque l'opera del Regno, operata dal Re divino: ad un suo
fratello povero e piccolo e senza nome, ma il cui nome stava scritto
davanti al Padre, con tanti altri (cf. Mt 6,32), restituire se stesso come
900

DOMENICA 2' DEI DIGIUNI

icona di Dio redenta e nel pieno delle sue facolt spirituali ed anche fisiche; restituirlo alla famiglia sua, al popolo suo, all'assemblea liturgica di questo popolo santo, e inscriverlo nell'anagrafe del Regno.
Ma la Chiesa Sposa del Signore e Madre di tenerezza verso tutti i
figli suoi, non opera proprio cos? Al Sabato santo e grande, quando
ha inizio la mirabile Veglia della Resurrezione del Signore, non battezza i suoi catecumeni (adesso, anche in altre occasioni)? Non ha pregato per questi figli che sta per partorire nel dolore, non li ha segnati
con la Croce santa, non li ha unti con le prime unzioni, non li ha esorcizzati, non li ha aiutati a purificarsi, -a prepararsi al grande e primo ed
ultimo perdono dei peccati nell'immersione della Morte del Signore
per l'emersione nella sua Resurrezione, e per diventare sede dello Spirito Santo inabitante, ed abilitarsi al sacerdozio del popolo di Dio, e
nutriti all'indicibile e trasformante Cena del Signore, e ad inscriverli
come nuovi cittadini della Politela di Dio, l in alto con gli Angeli, insieme con la Theotkos e gli Apostoli ed i Martiri ed i santi Gerarchi,
e con tutti i giusti e beati?
E allora, proseguendo il ministero del suo Signore e Sposo, la Chiesa
non ottiene precisamente la perfezione dell'"icona di Dio" a ciascuno di
questi figli? Non li libera dalla "paralisi" spirituale, il male della morte
intcriore, l'impedimento a procedere sulle vie di Dio, e ad operare con
mani tese alla carit? Non li ha sottratti ad ogni impedimento segnato
dalla "dipendenza" dagli altri, in modo che ciascun figlio della Chiesa
sia anche "autonomo" davanti al Signore ed ai fratelli?
Per questo, e per altro che forse non sappiamo comprendere, la pericope del Paralitico sta inserita mirabilmente nella struttura celebrativa della Quaresima. Un "itinerario" per i fedeli riconoscenti di non
essere pi "paralitici", e per i catecumeni che via via sono portati a
comprendere la loro misera condizione, la loro guarigione, la loro immensa dignit di figli di Dio guariti da ogni male, e condotti finalmente
con la Chiesa a "glorificare Dio".
6. Megalinario
YEpisi chirei, vedi Domenica precedente.
7. Koinnikn
Della Domenica.

901

DOMENICA 3a DEI DIGIUNI


DELL'ADORAZIONE DELLA CROCE
II tema e l'icona della Santa Croce sono permanenti nella celebrazione della Chiesa, nella sua spiritualit, nel vissuto quotidiano d'ogni
fedele consapevole di seguire il Signore fino alla fine, con la propria
croce, ma in vista della gloria.
La Festa dell'Esaltazione della Croce molto antica, di origine gerosolimitana, fissata al 14 Settembre, e diffusa in tutte le Chiese dell'ecumene
cristiana. Questa Stauroproskynsis invece tardiva, di origine costantinopolitana, e fissata alla Domenica 3a di Quaresima.Le connessioni tra le
due celebrazioni sono molte, per cui occorre tenere presenti le due ufficiature, anche per i loro riflessi evidenti lungo tutto l'anno. In modo particolare la Chiesa fa memoria della Croce ogni mercoled e ogni venerd, e
qui insieme alla memoria della Theotkos, per l'intero Anno liturgico.
1. Antifone
1) Si intercala ad ogni Stichos: Tds presbiais ts Theotkou.
- Sai 4,7, "Salmo di fiducia individuale": la Luce divina del Volto del
Signore "si pose come segno" su noi, e scaturisce dalla santa Croce,
la quale segnata sulla nostra fronte, ed venerata come "segno" ed
icona della redenzione. anche il Koinnikn del 14 Settembre, e
cos di oggi;
- Sai 59,4, "Supplica comunitaria": il Signore con la Croce sua ha dato ai suoi timorati il segno per sfuggire davanti all'arco che scaglia
le frecce mortali del Nemico;
- Sai 67,12, "Azione di grazie comunitaria": con la sua Croce il Si
gnore ascese verso l'Alto, che il Padre, impedendo per sempre la
nostra prigionia causata dal peccato;
- Sai 60,5, "Supplica comunitaria": ai medesimi suoi timorati che adorano il Nome suo, il Signore don la sua Eredit conseguita con la
Croce santa.
2) Si intercala ad ogni Stichos il Sson hms, Hyi Theo.
- Sai 97,3, "Salmo della Regalit divina": con la santa Croce, allora
tutti i confini della terra contemplarono lo strumento della salvezza
donata dal Dio dell'alleanza;
- Sai 131,7, "Salmo regale": i fedeli vogliono adorare rivolti al Luogo
dove stettero i Piedi del Signore, la Santa Croce;
- Sai 73,12, "Supplica comunitaria": il Signore, Sovrano della nostra
alleanza, l'Eterno da prima dei secoli, con la sua Croce oper la salvezza in mezzo alla terra degli uomini;
902

DOMENICA DELL'ADORAZIONE DELLA CROCE

- Sai 45,11, "Cantico di Sion": il Re della gloria, il Sovrano divino annuncia che sar esaltato tra i popoli, in mezzo alla terra, sulla Croce
che diventa visibile a tutti gli uomini.
3) Si intercala ad ogni Stichos il Tropario della Croce, Sson, Kyrie,
tn lan sou.
- Sal 98,5, "Salmo della Regalit divina": i sacerdoti esortano il popolo dei fedeli ad esaltare il Signore, Dio dell'alleanza, e ad adorare lo
Sgabello dei suoi Piedi, la santa Croce. anche Y Eisodikn del 14
Settembre, e fa parte dei "Versetti del Mattino" neYrthros;
- Sai 27,9, "Supplica individuale": la "supplica epicletica per la na
zione", che chiede a Dio di salvare questo popolo suo, e di benedirlo
come Eredit sua, e di pascerlo e di esaltarlo "fino al secolo", ossia
in eterno.
2. Eisodikn
Della Domenica.
3. Tropari
1) Apolytfkion anastsimon, del Tono occorrente.
2) Apolytfkion della Croce: Sson, Kyrie, tn lan sou, vedi qui sopra;
il Tropario si compone del Sal 27,9a, e aggiunge: "dona la vittoria ai
regnanti contro i barbari (gli invasori dell'impero cristiano), e con la
Croce tua proteggi la tua Cittadinanza" fedele.
3) Del Santo titolare della chiesa.
4) Kontkion: T hypermch, vedi Domenica dell'Ortodossia.
4. Il Trisgion
sostituito dal Tropario Tn Staurn sou proskynomen, Dspota.
Come avviene per il 14 Settembre. Al Sovrano si acclama adorando la
sua Croce, e glorificando la sua Resurrezione. I due eventi sono congiunti inscindibilmente.
5. Apstolos
a) Prokimenon: Sai27,9.1, "Supplicaindividuale".
^
vedl
e icorre anche nella Domen ca
Fa parte dell'Antifona 3U,
***> r
i prima del 14
Settembre. Il canto supplica la salvezza e la benedizione per il popolo
"tuo", dell'alleanza fedele del Signore, che anche eredit "tua". E
torna all'inizio del Salmo {Stichos, v. 1), poich l'Orante da sempre ha
gridato al Signore Dio suo, e solo a Lui rivolgendo ogni supplica, come
avviene oggi contemplando la santa Croce.
903

COMMENTO - IL TRIDION

b)Ebr 4,14 -5,6


La parte II delle 5 in cui si individuano le sezioni dell'Epistola, si
divide in 2 sottosezioni: da 3,1 a 4,14 presentato il "Ges fedele"; da
4,15 a 5,10 presentato il medesimo Ges quale "Sommo sacerdote
misericordioso e fedele". La pericope di oggi dunque sta tra le 2 sottosezioni, e ne porta il significato.
L'esordio grandioso. Infatti "noi", la Chiesa di Dio, come gi i sacerdoti ebrei fattisi cristiani a cui si rivolge l'Epistola, possediamo per
puro dono gratuito il "Sacerdote grande", il Sommo Sacerdote, il quale
"travers i deli". Il suo nome "Ges, il Figlio di Dio". Con questo,
presentata l'intera storia della salvezza, in una "teologia della storia".
Infatti "noi possediamo" la realt presente, la Comunit che si
identifica nel suo Sommo Sacerdote. Essa fu fondata da Lui quando
"travers i deli", e Lui l'Uomo Ges ed insieme il Figlio eterno di
Dio. Per questo solo enunciare, occorre spiegare.
Ora, il Sommo Sacerdote "traversa", ossia entra "nei Cieli", metafora per indicare Dio Padre. Egli compie quello che profeticamente,
in figura, anticipatamente compiva il sommo sacerdote ebreo quando
entrava nel santuario divino accostandosi all'arca dell'alleanza con
l'incenso e con il sangue da offrire per espiare i peccati suoi, dei suoi
confratelli e del popolo. E questo avveniva solo una volta l'anno, il
grande "Giorno dell'Espiazione" (jm kippr), secondo il complesso e
solenne rituale di Lev 16. Il Signore concedeva il perdono dei peccati.
Ma poich il rito si ripeteva anno dopo anno, esso non era del tutto efficace, non operava l'espiazione totalmente, una volta per sempre, e
poi mai pi. Questo precisamente compie il Sommo Sacerdote dell'alleanza nuova, Ges Figlio di Dio, che con il suo Sangue pu entrare
"nei Cieli", nel Santuario celeste che il Padre stesso, distruggendo
una volta per sempre i peccati degli uomini, ed offrendo insieme a se
stesso al Padre anche i "santificati" (cf. 10,5-14). H v. 4,14 un riflesso
di 1,4, dove si parla della purificazione dei peccati operata dal Figlio
che sta adesso intronizzato alla Destra di Dio; ed un anticipo della
larga e minuta trattazione che sar svolta nella "sezione centrale"
dell'Epistola, ossia i cap. 8-10.
Il v. 14 perci si conclude con l'esortazione a "possedere fortemente" (krat), la confessione di fede {homologia). Occorre per qui che
i fedeli sappiano che la "confessione" non un puro atto umano della
fede che si esprime davanti a Dio e davanti agli uomini. Essa dono,
poich la prima vera Homologia quella che il Figlio prest una volta
per sempre davanti al Padre in favore di tutti i redenti, come aveva
promesso esplicitamente (cf. Mt 10,32), Homologia connessa con
quella resa al Padre davanti a Ponzio Pilato (cf. 1 Tim 6,13). Questo
dono va accettato rendendolo attivo, dunque confessando il Signore
davanti agli uomini, senza alcun timore e senza reticenza.
904

DOMENICA DELL'ADORAZIONE DELLA CROCE

La motivazione che segue grandiosa, come l'esordio (v. 15). Il


Sommo Sacerdote che noi possediamo perfettamente capace (nel testo, al negativo: non abbiamo... un non capace) di con-soffrire (synpsch) le nostre debolezze mortali, per il fatto singolare che Egli stesso
proprio come noi fu tentato da ogni direzione, bens "chrishamartias, escluso il peccato" (v. 15). L'accostamento dell'"Unico Santo" (cf. Ap 15,4) con le terrificanti contaminazioni mortali dei peccati
degli uomini, descritto nel N.T. ripetutamente, sotto diverse forme. Il
Signore l'Agnello sacrificale, il Servo sofferenze, di Is 53,7-8, "reso
irriconoscibile" non solo dalle sofferenze fisiche che Lo conducono alla
morte, ma anzitutto da quelle spirituali che egualmente Lo schiacciano
sotto il loro peso mortale. Esse costituiscono per Lui le "grandi acque"
battesimali, quelle che Lo inabissano nella morte "e morte di Croce".
Citare testi qui perfino difficile, per quanti sono. In Mt 8,17, citato gi
diverse volte, Egli visto come il Servo sofferente, caricatosi del peso
immane delle nostre debolezze {astheniai, come qui, Ebr 4,15) e dei
nostri mali (citazione di Is 53,4). In Me 10,45, Egli si manifesta come il
Servo venuto per "servire" (diakon), non per "essere servito"
(diakon), dove il gioco dell'attivo e del passivo richiama la comunit
dei discepoli ad imitare il loro Signore. In FU 2,6-11 il Signore il Dio
eterno che "si svuota" (ken) delle sue prerogative divine per farsi
Adamo Nuovo, lo "schiavo della morte causata dal peccato" degli
uomini, per farsi obbediente fino alla Croce. In Rom 8,3, il Padre
stesso fece che il Figlio si incarnasse "a somiglianz della carne di
peccato", condannando a morte quella carne; il testo va spiegato:
"carne di peccato" vuoi dire quella soggetta alle conseguenze del peccato, poich "il salario del peccato la morte" (Rom 6,23), e il Figlio
di Dio "Colui che non conobbe peccato", ma che il Padre per amore
degli uomini "a causa nostra, in favore nostro, fece peccato", affinch
noi diventassimo giustizia di Dio in Lui" (2 Cor 5,21). Il che significa
che il Padre per immensa Misericordia affid al Figlio il compito di
caricarsi di tutto il peccato dell'umanit. Da parte sua Paolo vi insisteva gi dall'inizio del suo apostolato, quando in Gai 3,13-14 ricorda
che Cristo accett di essere "maledetto" come ognuno che pende dal
Legno, per procurarci finalmente lo Spirito Santo, che la Benedizione e la Promessa di Dio ad Abramo.
L'apostolo Pietro insiste sul medesimo tema, in un passo che un
mosaico di testi profetici:
Cristo soffr in favore vostro...
"Egli che peccato non conobbe,
n fu trovato dolo nella sua bocca" (Is 53,9),
Egli che ingiuriato non controingiuriava,
905

COMMENTO - IL TRIODION

sofferente non minacciava... (Is 53,7; Sal 37,14-15).


Egli che "i peccati nostri" Egli stesso
"sollev" (Is 53,12), nel corpo suo sul Legno,
affinch noi, tralasciati i peccati, per la giustizia vivessimo,
Egli "dalle cui lividure foste sanati" (Is 53,6).
Infatti eravate "come pecore erranti" (Ez 34,5),
per vi convertiste adesso
verso il Pastore e Vescovo delle anime vostre (1 Pt 2,21-25),
testo in cui spiccano le citazioni sul Servo sofferente d'Isaia.
Giovanni il Battista riassumer tutto questo con l'appellativo cos
male inteso da secoli (poich riferito agli agnelli pasquali di Es 12, i
quali non sono materia di sacrificio n d'offerta!): "Ecco l'Agnello di
Dio, che porta-solleva-distrugge il peccato del mondo" (Gv 1,29, cf. v.
36: "Ecco l'Agnello di Dio"), citazione pi che ovvia di Is 53,7-8, poich quando mai gli agnelli della notte pasquale "tolsero il peccato del
mondo"?
L'Epistola prosegue con una commossa esortazione, a "fare ingresso (prosrchomai)", ad accostarsi al Trono della Grazia. il simbolismo dell'adorabile Maest del Padre, che come Sovrano di ogni Bont
attende che i suoi figli e sudditi si accostino finalmente e filialmente a
Lui. Infatti 1'"ingresso" stato aperto una volta per sempre dal Figlio
quale Sommo Sacerdote, come l'autore ripete in 8,20-21, facendo seguire dall'esortazione identica ad accostarsi con il cuore sincero, ed a
mantenere salda la fede.
Da questo "ingresso", che regale, al Re, giudiziale, al Giudice, liturgico, a Dio, i fedeli riceveranno (lambn) la Misericordia, e troveranno (heurisk) la Grazia divina, mai prima avute per le loro colpe,
ma adesso dono certo "in vista dell'aiuto opportuno", la botheia disposta dal Padre per il kairs del Figlio che finalmente tornato a Lui
dopo aver adempiuto sacerdotalmente la Redenzione divina per tutti
gli uomini (v. 16).
Ges Cristo, il Figlio di Dio, ha dunque la dignit singolare, unica
del Sacerdozio messianico consacrato dallo Spirito Santo (cf. At
10,38; e Le 4,18-19, che cita Is 61,1-3). Tale dignit proviene gi da
quella del sacerdozio dell'A.T. Il "sacerdote" (hierus, che traduce
nella LXX spesso kohn), scelto e preso da mezzo a tanti altri uomini fratelli, ed costituito in favore degli uomini per le realt che riguardano Dio. Non per altri fatti pur necessari, come la politica, la formazione dei giovani, l'amministrazione della giustizia, pur se l'attivit
sacerdotale influisce su tutta la vita del popolo, anche sociale. Egli infatti deve offrire al Signore doni pacifici e sacrifici per gli uomini, ma
specificamente per i loro peccati. Esiste nell'A.T. una densa normativa
906

DOMENICA DELL'ADORAZIONE DELLA CROCE

su questo, contenuta specialmente in Lev 1-7, capitoli che editano le


"leggi dei sacrifici"; e Lev 16, sull'Espiazione (Ebr 5,1). Il sacerdote
deve poter essere "coinvolto negli affetti positivi" (metriopath), ossia deve prendere parte attiva e cointeressata in favore dei fedeli che
peccano per ignoranza o che sono traviati (planmnoi), in quanto egli
stesso, essendo vero uomo da uomini, come "circondato di debolezza" nella sua esistenza (5,2).
Anzi, si deve dire che proprio a causa di questa sua debolezza umana, egli come debitore (ophil) di offerte sacrificali non solo in favore del popolo, ma anche per i proprii peccati. Di fatto il sistema sacrificale dell'A.T. comprende questo quadro:
a) sacrificio per il peccato:
-per il sacerdote peccatore: Lev 4,1-12;
per la comunit peccatrice: Lev 4,13-21;
-per un capo del popolo se peccatore: Lev 4,22-26;
per un fedele peccatore: Lev 4,27-35,
dove risalta l'accostamento intenzionale tra sacerdote e popolo come
prima istanza, e un capo e un fedele come seconda istanza;
b) Giorno dell'Espiazione:
- sacrificio peril sommo sacerdote: Lev 16,1-1 la. 12-14,
e per la sua casata sacerdotale: Lev 16,1 lb;
- sacrificio per l'intero popolo: Lev 16,15-34,
dove risalta la possibilit non rara che anche i sacerdoti siano peccatori, e perci necessitosi essi stessi di sacrificio per la remissione delle
colpe. Il v. 5,3 su questo dunque chiaro ed esplicito.
Ma inoltre nell'economia dell'A.T. nessuno pu arrogarsi da s tale
"onore" (time), ossia tale dignit e funzione eccezionale in mezzo al
popolo. Certo, casi di arrogante usurpazione furono constatati, e
come tale puniti. Si pu richiamare il caso del re Saul (1 Re (= 1
Sam) 13,8-12), violentemente contestato dal profeta e giudice Samuele: "Tu agisti da pazzo!" (v. 13a), perci il Signore lo detronizza (vv.
13b-14; a favore di David, 16,1-13). E quello del sacerdote Core, che
forma un drappello di laici guidati dai rubeniti Datan e Abiram, che si
arrogano di inserirsi nel sacerdozio ufficiale, ma sono inghiottiti dalla
terra {Num 16).
Il sacerdote autentico deve al contrario ricevere la vocazione
ikal) solo da Dio, come avvenne ad Aronne. La descrizione della
selezione delle 12 trib d'Israele, per riservare quella di Levi al servizio sacerdotale intorno al santuario, descritta accuratamente in Num
907

COMMENTO - IL TR1DION

1,47-54, ed il censimento di questo personale segregato e specializzato


in Num 3-4. Il testo dell'Epistola in 5,4 mostra che l'autore conosce i
fatti molto da vicino.
Per Cristo Sommo Sacerdote avvenne "cos" (hots). Ed insieme
non cos. Egli non ritenne da se stesso di diventare Sommo Sacerdote,
ma questo fu per una precisa scelta e designazione del Padre, che Lo
investe con la sua potente Parola costitutiva:
a) per la filiazione messianica:
Figlio mio sei Tu,
Io oggi ho generato Te! (Sai 2,7),
la quale rivela il mistero profondo che solo il Figlio generato pu essere il Re Unto (Sai 2,2), e solo questo "il Sacerdote del Padre" (Ebr, 5);
b) per il sacerdozio messianico:
Tu Sacerdote in eterno
secondo l'ordine di Malkisedeq (Sai 109,4).
Solo il Figlio astretto al Padre dall'"alleanza di paternit-filiazione": "Figlio mio", il che esige la risposta: "Padre mio". Solo Lui pu
essere dunque il Sacerdote scelto e consacrato. Ma questo a sua volta
pu essere solo il Figlio. Anche con il suo Sacerdote il Padre fonda
1'"alleanza sacerdotale", eterna come la prima (Ebr 5,6).
In 1,5 era stata gi anticipata la Filiazione, con la citazione del Sai
2,7; letterariamente essa un abile richiamo a quanto seguir, e che
avr il culmine proprio in 5,5-6, che riassume la Filiazione mostrando
che di necessit essa anche Sacerdozio.
Ma Sacerdozio "secondo l'ordine (txis, ebraico dibrh) di Malkisedeq", richiamato pi lungamente anche in 7,1-10. Ora, Malki-sedeq era
re di Salem, figura misteriosa che si inserisce nella vicenda d'Abramo,
ed offre pane e vino come sacrificio di lode e d'azione di grazie per lui
(Gen 14,18-20), per poi scomparire dall'A.T. In Ebr 7,1 si ricorda che
era "sacerdote dell'Altissimo, che ricevette l'omaggio della decima da
Abramo, che era senza padre n madre, senza genealogia" (vv. 2-3),
perci "senza principio di giorni n fine di esistenza" (v. 3). Una perfetta
figura assimilabile a Cristo Signore. A lui Abramo rese omaggio. Anzi
a Cristo, perch esult di gioia pensando che avrebbe visto il Giorno
di Cristo, e lo vide e ne esult (Gv 8,56). Fatti sigillati dal Signore che
proclama: "Amen amen Io parlo a voi: Prima che Abramo esistesse, Io
sono" (Gv 8,58). "Io sono" . il Signore di Es 3,14.
908

DOMENICA DELL'ADORAZIONE DELLA CROCE

Figlio di Dio, Dio, Uomo, Sommo Sacerdote del Padre, operatore


mirabile della Leitourgia del Padre, Cristo Signore ha riaperto per
sempre 1'"accesso al Padre" per tutti gli uomini che assimilandosi a
Lui nella docilit, nell'obbedienza e nell'umilt, Lo seguono dovun que Egli vada e dunque stia.
6. EVANGELO
a) Alleluia: Sai 73,2.12, "Supplica comunitaria".
Il v. 2 un'altra "supplica epicletica per la nazione". L'Orante chiede
al Signore di fare costante memoriale quando il Signore fa memoriale, crea e tiene in vita; se "si dimentica", toglie l'esistenza alle
realt create del popolo "suo", della sua alleanza, che si acquist a
caro prezzo, la Croce, con effetti fin dall'inizio, che riscatt per fare di
esso la sua eredit personale ed inalienabile.
Il v. 12 fa parte dell'Antifona 2a, vedi sopra.
I vv. 2 e 12 sono anche l'Alleluia del 14 Settembre.
b) Me 8,34 -9,1
Nello schema di Marco (vedi sopra, Parte I), il cap. 8 segna una
svolta drammatica nella Vita del Signore. Anche se l'esegesi lo evidenzia poco, in pratica il ministero messianico battesimale si svolto
secondo il Programma della Potenza dello Spirito Santo, come Liturgia, opera per il popolo, attraverso l'Evangelo, le opere della carit, il
culto e la preghiera. Ma fallito su un piano a cui il Signore teneva
molto, su cui aveva contato per il Disegno della redenzione: ossia trascinare con s come "apostolo e missionario" il popolo d'Israele. Dopo tanta predicazione e tanti miracoli, accompagnati da tante fatiche e
privazioni, il Signore in fondo restato con solo pochi discepoli, anzitutto i Dodici e qualche altro. Egli ha "bisogno degli uomini" da associare al proseguimento della sua missione divina dopo la Croce e la
Resurrezione. Ha bisogno anzitutto, per, della loro salda fede. Su
questo li interroga, e questa ottiene da Pietro, il Corifeo degli Apostoli
(Me 8,27-30). E sopra questa base annuncia per la prima volta la sua
Morte e Resurrezione (8,31-32), come dopo la Trasfigurazione (9,2-8)
far di nuovo (9,30-32). Tutto questo del pi alto significato.
In 8,34 ormai Ges pu chiamare la folla insieme ai discepoli. Perci quanto sta per dire non riguarda il chiuso di un gruppo fedele, ma
investe in modo inaudito, quasi violento, tutti gli uomini, con una
condizione: "se". Infatti, chiunque vuole seguire il Signore, deve seguirlo dovunque Egli vada, ed insieme come Egli procede, ed al fine a
cui diretto irrevocabilmente. Egli ha rinnegato se stesso, ha rinunciato ai privilegi della sua indicibile Maest, della sua Filiazione eter909

COMMENTO - IL TRIODION

na, della sua Gloria immortale, in un certo senso ha anche accettato di


abbandonare il Padre suo immortale, la Madre sua Semprevergine, fino a subire la fuga di tutti i discepoli ed amici e conoscenti. Fino a restare solo. Poich sulla Croce si soli. Sulla Croce non esiste un po sto per un altro. Occorre accettare totalmente la "propria Croce", se si
vuole che essa espanda sul mondo tutta la sua efficacia di Morte per la
Resurrezione.
Se dunque uno vuole "andare dietro" il Signore, poich Egli Guida e Condottiero e Pastore e Vescovo delle anime, e deve precedere
sia sulla Croce, sia nel Regno del Padre, allora quell'uno in modo
completo, incondizionato, appassionato deve lasciarsi assimilare al Signore: deve "volere" (thlein), deve "andare dietro" (opis elthin),
deve "rinnegare se stesso" (aparnomai heautn). Insomma deve
"prendere, sollevare, portare (diro) la croce 'sua'". Questo "seguire"
(akolouth) l'Icona Crocifissa per essere icona crocifissa, anzi concrocifissa nell'identit della morte per l'identit della resurrezione e
della gloria che attende il Signore e tutti i suoi fedeli discepoli (v. 34).
Questa condizione per la sequela non conosce eccezioni. Poich se
non vi fu eccezione per il Figlio di Dio, che consegu la Gloria dello
Spirito Santo solo attraverso la Croce su cui si offr al Padre come Vittima immacolata nello Spirito eterno (cf. Ebr 9,14), allora non vi saranno eccezioni per i suoi veri fedeli.
Il contrario pu avvenire, ed normale che avvenga, per la triste situazione che causa il peccato in ogni uomo. Ossia, in genere "si vuole
salvare la propria anima", porre in salvo i propri diritti, la propria dignit, il proprio vivere senza avversit, il proprio evitare ogni sofferenza, e poi cercare il proprio successo, la propria sopravvivenza ad
ogni costo, contro tutti, anche non giovando agli altri ed a costo di
danneggiare gli altri. La storia degli uomini solo un deprimente elenco di questo sopravvivere caduco, contingente, vano e vuoto, inutile e
dannoso per s e per gli altri. In questo modo, chi opera cos, "per der" {apllymi), ossia porter alla rovina la propria anima, che vuole
dire l'esistenza corporale e spirituale, la persona totale (v. 35a). Da
parte di Ges, una dichiarazione di pericolo di morte imminente. E
ieri come oggi, questa "predica" non funziona troppo, respinta a
priori, odiata e temuta, e chi la propone respinto e disprezzato come annunciatore di male.
Ma la realt che si pu sempre constatare. Poich realmente chi
vuole perdere, apllymi, la propria esistenza "a causa di Cristo e dell'Evangelo", ossia di Cristo che l'Evangelo, questo la salver (v. 35b).
il discorso sulla Grazia. Nel primo caso, la "salvezza" temporale, non prevede il futuro, si crede ottenibile solo con le proprie forze;
l'istanza divina tolta dalla prospettiva, e con questa ogni forma di
910

DOMENICA DELL'ADORAZIONE DELLA CROCE

privazione, di sofferenza, di minor godimento. Nel secondo caso, lasciarsi operare dalla "propria croce", che il riflesso potente della
Croce del Signore; amare "perdutamente" il Signore-Evangelo con
tutta la realt che Egli viene a portare per il bene degli uomini. dunque "la salvezza", verbo sz. Che "la condizione dove tutti hanno
tutto e a nessuno alcunch manca mai" da parte di Dio.
Cos il Signore insegna che l'uomo caduco, fallace, contingente. Da lui nulla di buono pu risultare, se non gli indotto dalla
Grazia divina. La salvezza eterna impossibile all'uomo solo, anche
fosse il pi umanamente perfetto. Essa possibile solo a Dio, che la
dona e deve essere accettata. La condizione unica, chiudendo il circolo, la Croce.
L'inanit assoluta dell'uomo, anche del fedele, in ordine alla sua
salvezza un dogma di fede, un assoluto anche dell'A.T. La scelta di
testi qui impressionante. Per citarne solo alcuni, in un certo ordine,
si veda quanto alla conquista della terra promessa, operata solo dal
Braccio potente del Signore, Dt 4,5-8; poi 7,7-10 per la scelta di un
popolo immeritevole; 8,17, testo classico, e 9,4, parallelo di questo;
Gios 24,12-13; quanto alla difesa del popolo dai nemici nella sua terra
stessa baster qui memorare la vittoria di Gedeone con 300 soldati disarmati (Gdc 7,1-8 la scelta dei 300; in 7,16 - 8,21 la vittoria); per l'inanit della forza militare senza l'aiuto del Signore, Sai 32,16-17; per
l'assistenza al popolo santo dall'esodo al momento presente, poich
esso da solo nulla pu, Sai 43,4-8; per la salvezza di questo popolo solo per l'intervento divino nei momenti difficili della sua esistenza, Os
1,7; per la vittoria di Zorobabele solo, ad opera dello Spirito di Dio,
Zacc 4,6.1 fedeli del Signore sanno dunque che debbono confidare solo
in Lui, ed affidarsi a Lui.
Ges per prosegue nella sua considerazione, riassumendo il fatto di
voler "salvare la propria anima". Ogni pi grande successo, addirittura
guadagnarsi, acquistare, conquistare "il mondo intero" ma coestensivamente "danneggiare" (zmi) irreparabilmente la propria anima, "a
che giova?" (v. 36). Il Signore insiste con una domanda analoga di valore positivo-negativo: "Che dar l'uomo per riscatto dell'anima sua"?
(v. 37). Questa una citazione del Sai 48,8, dove si dice che l'Orante
non teme nel giorno a lui contrario, neppure dell'iniquit che lo circonda, di quelli che confidano nella loro potenza e si gloriano delle grandi
loro ricchezze (vv. 6-7), poich nessun fratello capace di redimere il
fratello, non potr mai offrire a Dio il prezzo per ottenere la propiziazione, n il prezzo del riscatto redentivo della sua anima peccatrice (v.
8). Nulla viene dall'uomo se gi prima non venuto a lui da Dio. E da
dove mai l'uomo trarrebbe risorse per entrare nell'eternit?
Ma procurarsi da s la propria giustificazione, guadagnarsi da s
911

COMMENTO - IL TR1D1ON

l'anima, in indipendenza da Ges, significa un fatto di autoesclusione.


Significa infatti vergognarsi di Lui e delle sue parole, non accettare
Lui e il suo Evangelo e di professare Lui e l'Evangelo davanti a "questa generazione adultera e peccaminosa" (v. 38a). L'allusione a molti
discepoli della prima ora, che poi si stancarono, si sfiduciarono, abbandonarono il Maestro. Episodi come quello del "discorso eucaristico" di Gv 6,22-1 \, sono sintomatici, e probabilmente dovettero ripetersi. Alle sue parole alcuni discepoli, "molti" dice il testo mormorarono: "Duro questo discorso {lgos, parola, modo di parlare), chi pu
ascoltarlo?" (Gv 6,60), dove "ascoltare" come sempre significa obbedire, accettare, mettere in pratica. E il Signore si rivolge ai Dodici:
"Anche voi volete andarvene?" (v. 67). Pietro per blocca questa parola: "Signore, da chi andremo? Tu hai Parole di Vita eterna" (6,69). Nonostante questo, Giuda poi Lo trad (v. 71). E del resto Pietro Lo rinneg sia pure momentaneamente. E tutti fuggirono al momento del
Getsemani.
Chi si vergogna di Lui e della sua Parola, trover alla fine che anche Lui, il Figlio dell'uomo umile e mansueto, a cui il Padre affid il
destino eterno di tutti gli uomini, si vergogner di quelli, alla fine della
storia. Allora verr nella Gloria del Padre, con il corteo fedele degli
Angeli suoi ministri santi. il Giudizio, dove non esiste appello (v.
38b). Vedi Domenica deYApkreos.
E qui viene una parola misteriosa. Il Signore annuncia con la formula solenne dell'"Amen, Io parlo a voi", che alcuni che stanno l in quel
momento, non assaggeranno la morte prima di aver contemplato il Regno di Dio "venuto con Potenza" divina irresistibile, al momento stabilito (v. 9,1). Si possono fare molte congetture sul senso di questa profezia. La critica in parte opina che si tratti di apocalittica: Cristo e la sua
generazione si attendevano la fine del mondo mentre erano ancora vivi,
e questa fine poi non venne. Tale attesa si ripeter nei secoli, ed oggi
alcune stte (tutte le stte sono anticristiane) periodicamente si radunano su una montagna ed attendono l'apocalisse che sar favorevole solo
ad essi pochi, mentre "punir" tutti gli altri uomini, tutti cattivi.
probabile invece, se si fa attenzione al "lgion ecclesiastico" di
Le 22,14-20 (forma pi esplicita; cf. i paralleli Mt 26,29; Me 14,25;)
che Ges annunci l'inaugurazione, "la venuta", del Regno con la divina Potenza dello Spirito Santo e con la solennit della presenza festosa
degli Angeli, che si ha con la Resurrezione. Solo questa da inizio alla
celebrazione del Convito dei divini Misteri, quando Egli manger con
i suoi discepoli alla divina Mensa gi su questa terra.
Questo Evangelo si ritrover nella Domenica dopo il 14 Settembre.
L'assimilazione del discepolo quale icona redenta a Cristo Icona
Crocifissa e Risorta, nel cammino battesimale penitenziale quaresima912

DOMENICA DELL'ADORAZIONE DELLA CROCE

le, rimanda direttamente all'operazione divina che avviene dall'iniziazione cristiana in poi. L il catecumeno stato immerso nella Morte
del Signore per la sua Resurrezione (cf. Rom 6, e il Sabato santo e
grande). E da l comincia o meglio prosegue il suo autorinnegarsi, il
portare la "sua croce", il seguire fedelmente il Signore, il perdere la
propria anima, il rinunciare ali'autogiustificazione, il confessare il Signore davanti a "questa generazione adultera e perversa" che ciascuno
incontra davanti a s. E l comincia a gustare la santa Mensa che il
Regno venuto con gloria tra gli uomini.
I catecumeni sono via via assuefatti a queste realt, poich anche
essi diventeranno icone redente. Anche essi infatti accettano l'assimilazione a Cristo Crocifisso nel dolore ma Risorto nella gioia.
7. Megalinario
YEpisi chirei della Divina Liturgia di S. Basilio il Grande. Vedi
la Domenica dell'Ortodossia.
8. Koinnikn
, . .
v ., ., ,
il Sai 4,7, parte dell'Antifona la, e che S1 ntrovera ll U Settem-bre. In
questa celebrazione, nella partecipazione ai divini immacolati
trasformanti Misteri di oggi, nella contemplazione della Croce del Signore, si levata questa Croce quale "segno" di misericordia su noi,
manifestando la Luce del Volto del Signore, che attraverso i Misteri
discende ad illuminare i nostri cuori, la nostra esistenza, la nostra stessa croce che ricevemmo al battesimo e che portiamo senza mai deporla, ma sorretti dalla Potenza dello Spirito Santo.

913

DOMENICA 4a DEI DIGIUNI


DEL SANTO PADRE NOSTRO GIOVANNI
L'AUTORE DELLA "SCALA"
"Sul lunatico"
La Quaresima quale memoria vissuta della propria iniziazione battesimale, ossia dell'assimilazione dei fedeli, operata dallo Spirito Santo,
all'Icona di Cristo Signore crocifisso ma risorto e glorioso, e quale preparazione a questo per i catecumeni sotto la guida soave e forte dello
Spirito Santo, propone certo quale unico adorabile Modello il Signore
stesso, ma anche la realizzazione progressiva del Modello in quei fedeli
che aderirono a Lui, rinnegarono se stessi, accettarono la "loro" croce,
e Lo seguirono sempre e dovunque. Tra questi esempi viventi, la Chiesa ha scelto (tardivamente, forse dopo il sec. 14, ma significativamente) la figura buona di S. Giovanni Climaco, nominato cos perch autore, tra altre, di un'opera spirituale celebre, la Klimax ton aretn, la
"Scala delle virt" cristiane dono dello Spirito Santo, in Occidente conosciuta come Scala Paradisi. In essa si descrive la difficile e faticosa
impresa di "salire" verso la perfezione, meglio, di lasciarsi attrarre verso la perfezione. Novizio, poi monaco, eremita, quindi igumeno del celebre monastero di S. Caterina sul Monte Sinai, morto verso il 649, fu
grande maestro spirituale, che influ su S. Sofronio, monaco e poi Patriarca di Gerusalemme, e su Giovanni Mosco (autore del "Prato spirituale"), e per questa mediazione anche sul grande S. Massimo il Confessore. L'ufficiatura delle Ore sante rievoca S. Giovanni Climaco, la
sua umilt, la sua santit. La sua festa assegnata per s al 30 Marzo,
in un tempo per liturgicamente difficile.
1. Antifone
Della Domenica, o i Typik e i Makarismi.
2. Eisodikn
Della Domenica.
3. Tropari
1 )Apolytikion, Anastsimon, del Tono occorrente.
2) Apolytikion di S. Giovanni Climaco, Tono 8, Tis tn dakryn sou
rhois. Il Santo elogiato poich con i fiumi delle sue lagrime penitenziali ha coltivato l'agone del deserto, e con i gemiti del profondo
suo cuore convcrtito ha dato frutti al cento (cf. Mt 13,23, e par.). Egli
cos divenne un astro irraggiante, che dette luce di meraviglie al mon914

DOMENICA 4" DEI DIGIUNI

do cristiano. Cos la Chiesa l'acclama: "Giovanni, Padre nostro santo,


intercedi presso Cristo Dio, che salvi le anime nostre".
3) Apolytikion del Santo titolare della chiesa.
4) Kontkion: Te hypermch, vedi Domenica dell'Ortodossia.
4. Apstolos
a)

Prokimenon: Sai 28,11.1, "Inno di lode"


Vedi la Domenica 8" e 1 & di Matteo' T 15a

. Luca

~>

b)

Ebr 6,13-20
La parte III dell'Epistola si estende da 5,11 a 10,39, ed il cuore
della composizione. Essa contiene: un'esortazione preliminare (5,116,20), ed un'esortazione finale (10,19-39); 3 sezioni, che trattano di
Ges il Figlio, Sommo Sacerdote secondo l'ordine di Malkisedeq
(7,1-28); del compimento di questo Sacerdozio (8,1 - 9,28), e di Ges
Cristo "causa della salvezza eterna" (10,1-18). Queste due ultime zone
sono chiamate anche "sezione centrale".
La pericope di oggi sta contenuta dunque in un'esortazione, la prima, a conservare fino alla fine la piena speranza, a non restare inattivi.
l'esortazione ad imitare quelli che, nell'A.T., con la fede e la perseveranza sono eredi delle promesse (cf. 6,9-12).
Ora, il Signore volle donare la Promessa (epaggllomai) ad Abramo, ed interpose giuramento (mnymi). Il che significa chiamare a garante degli effetti del giurare qualcuno fuori del rapporto tra giurante e
recettore. Ma il Signore nessun garante poteva trovare superiore a se
stesso, e quindi giur su (kat) se stesso, parlando la Parola fedele ed
irremovibile in eterno (v. 13). E questa fu data in Gen 22,16 (il "giur
su se stesso") e 17: "S, Io benedicendo voglio benedirti, e moltiplicando voglio moltiplicarti!" (Ebr 6,14). una serie di semitismi, dove
il verbo ripetuto, prima in un tempo infinito (qui, il participio), poi
con un imperfetto con valore volontativo (qui, il futuro). Cos il giuramento espresso con una clausola, pronunciata una volta per sempre e
che quindi deve essere fortemente contrassegnata.
Questo giuramento fu prestato dal Signore in occasione del sacrificio d'Isacco, per ribadire la fedelt divina all'amore oblativo ed umile
e docile ed obbediente del Patriarca. Il quale super la prova della "fede oscura e tentata", e dopo il divino giuramento prosegu nella sua
magnanimit (makrothym), ossia nell'attesa paziente pur tra le sollecitazioni al Signore, e dal Signore ottenne finalmente in sorte la Promessa (v. 15). Il tratto comune anche a Paolo (cf. Rom 4,13). Il N.T.
del resto richiama molte volte il Padre Abramo come esemplare per
tutti i cristiani. Anzi, "il Seno d'Abramo" indica il supremo adempi915

COMMENTO - IL TRIDION

mento della divina Promessa, la Vita eterna (cf. Le 16,19-31, la parabola di Lazzaro e del ricco epulone; e la Domenica 5a 1 uca>Il v. 16 spiega l'istituto giuridico del giuramento, pi o meno simile
in ogni legislazione antica e moderna. Si giura sempre, chiamando a
testimone e garante uno pi grande del giuratore, come si disse sopra;
in genere, tale Testimone e Garante Dio in persona, e perci stesso il
giuramento divino la conferma della questione, che pone fine ad
ogni controversia. Ora, Dio stesso, nella sua indicibile Sygkatbasis,
la Condiscendenza misericordiosa, volle dimostrare (epidiknymi) a
quelli che sarebbero stati suoi klronmoi, eredi legittimi, l'irremovibilit del suo Consiglio {houle) eterno. E questo volle che fosse con
maggiore abbondanza, cos interpose tra Lui e gli eredi il suo giuramento (v. 17). Questo, affinch attraverso due fatti immutabili, la Promessa ed il Giuramento, nei quali impossibile che Dio mai mentisca,
noi avessimo una "robusta esortazione" (ischyrparklsis), e conforto, noi che ci siamo rifugiati nell'unica speranza, che possedere fortemente la speranza che ci proposta (v. 18).
E noi possediamo questa speranza quale ncora potente che trattiene
la nostra anima, la nostra esistenza. un'ancora certa e ferma, la quale
penetra fino all'intimo del Velo del Santuario (v. 20). La figura "tipica"
il simbolo dell'ancora della nave, la quale assicura questa nave, che
la Chiesa dei fedeli, non nell'abisso marino, bens nell'Abisso insondabile, vertiginoso che Dio Padre stesso, il divino Santuario onnicontenente, protetto dal Velo della sua Trascendenza inconcepibile ed inarrivabile. La speranza ha infatti tale infinito potere.
La speranza tuttavia non basta ad assicurare l'ingresso nel Santuario al di l del Velo. Questo ingresso per ormai assicurato da Colui
che per primo, ed unico, quale divino ed umano Precursore, prdromos, penetr fino all'intimo del Santuario, portando in offerta il suo
Sangue prezioso, ma "in favore nostro, hypr hmn": poich dal Padre suo fu fatto Sommo Sacerdote secondo l'ordine di Malkisedeq per
l'eternit beata (v. 20). Ma se Egli penetr nel Santuario, allora la speranza immortale, quest'ancora potente ed irremovibile, si realizza nella
sua efficacia secondo il divino Consiglio, poich anche noi saremo
attratti con Lui attraverso il Velo nel Santuario immacolato e benedetto,
il luogo della nostra trasformazione e divinizzazione.
5. EVANGELO
a)

Alleluia: Sai 91,1.2, "Azione di grazieindividuale".


^i Luca.
a e
a
a
l'Alleluia della Domenica 8 16 Matteo; T 15

a) Me 9,17-31
II contesto immediato della pericope la Trasfigurazione (9,2-8),
916

DOMENICA 4' DEI DIGIUNI

con la spiegazione della resurrezione dai morti che la Trasfigurazione


suppone (9,9-13). Il parallelo la Domenica 10a d iMatteo.
Ges, che aveva preso con s Pietro, Giacomo e Giovanni per salire
sull'alto Monte della Trasfigurazione (9,2), ridiscende verso gli altri
discepoli, che trova insieme con la folla mentre disputano con gli
esperti della Legge (9,14). La folla Lo scorge, meravigliata della sua
presenza, e converge su Lui per salutarlo (v. 15). Ges, che come sempre sa tutto, tuttavia domanda il motivo della disputa (v. 16).
Allora un uomo senza nome e senza volto gli si avvicina, lo saluta
inginocchiandosi davanti a Lui, e gli rivolge la parola: "Maestro". Ricorre a Lui come unico capace di risolvere la disputa misteriosa dei discepoli, il cui contenuto sar spiegato al v. 19. Quell'uomo un padre,
che ha portato il figlio a Lui, e solo a Lui, e Lo attendeva mentre Ges
stava sul Monte. E descrive la terrificante situazione di questo suo figlio cos infelice: "possiede un demonio muto" (v. 17). La possessione
satanica ha tramutata una povera creatura in un essere privo di comunicazione con i suoi simili. In un impedito di ogni relazione, fondata
essenzialmente sulla parola ricevuta e scambiata. Il muto oltre tutto
escluso dall'assemblea santa del suo popolo santo, la quale fa salire al
Signore le lodi e le azioni di grazie e le suppliche di misericordia. Ma
questa sarebbe ancora una condizione accettabile.
Il demonio muto ha dei momenti di soprassalto, quando con maggiore
violenza si impadronisce del giovane in modo totale, e lo getta in terra
{rhss, rompere un oggetto e scagliarlo a terra), e il ragazzo spuma dalla
bocca, e digrigna i denti, e resta irrigidito. Un buon medico con il suo occhio clinico qui diagnostica: sono i sintomi, in sovrappi, di una crisi di
epilessia, nella forma pi grave ("il grande male"). Ma si tratta di ben altro. H padre aggiunge: ho chiesto ai tuoi discepoli di espellere il demonio, ma essi non ne ebbero la forza (v. 18). sconsolante.
La risposta del Signore ambigua, poich pu essere diretta contro
i discepoli impotenti, ma anche contro la folla che assiste con i discepoli, e perfino contro il padre del ragazzo: "O generazione senza fede!" Infatti, solo se trova la fede, ma sorretta anche da grande umilt e
penitenza e preghiera (cf. v. 29), il Signore pu operare intervenendo
efficacemente. Ed aggiunge: "Fino a quando Io posso stare vicino a
voi? Fino a quando potr sopportarvi?" la dichiarazione preoccupata
del Signore, che dopo tanta predicazione non trova la fede, e perci
questo lo fa impazientire, ma santamente e divinamente. Poich vorrebbe che almeno i discepoli avessero quella sana fede che fa entrare
nelle vie sue in favore degli uomini. In ogni modo ordina di portargli
il ragazzo (v. 19). E quelli obbediscono.
Quando per lo spirito che possiede il povero giovane si accorge
917

COMMENTO - IL TRIDION

della presenza di Ges, subito provoca nel ragazzo violente convulsioni (sparss), e lo sbatte in terra, e quello si rivoltola e comincia a
spumare dalla bocca. un accesso parossistico (v. 20).
Invece di intervenire subito, il Signore ha uno straordinario colloquio con il padre, ed anzitutto lo interroga, da buon Medico delle anime e dei corpi, da quando cominci il decorso dei disturbi. E il padre
gli spiega: "Da quando era bambino" (v. 21), narrando altri particolari
impressionanti: "E spesso l'ha gettato anche nel fuoco e nelle acque,
al fine di farlo perire" (apllymi). Non a caso la Scrittura chiama il
Nemico con il termine ebraico 'Abaddn,tradotto in greco con
Apollyn, "luogo della rovina" finale (cf. Giob 31,12; Ap 9,11), nome
proprio dell'Angelo dell'abisso di morte. Perci davanti a tanto disastro, il padre rivolge al Signore l'epiclesi per il soccorso: "Per, se Tu
puoi qualche cosa, aiuta (both) noi, avute viscere di misericordia
(splagchnizomai) per noi!" (v. 23). L'uomo chiede a Ges di mettere
in azione "se pu..." la divina potente potest, che l'aiuto immediato derivato dall'avere avuto gi misericordia, il movente universale della divina Carit.
Ges per gli replica duramente, anche se con benevolenza: "Se tu
puoi aver creduto! Tutto possibile al credente!" (v. 23). Qui una diversa lezione del testo dice altro, affine ma diverso: "Quel "se Tu
puoi"!" Ossia circa cos: Allora tu dubiti che Io possa? Non hai fede in
Me? Non sai che se credi, tutto possibile nella tua fede? Non sai che
ho bisogno della tua fede per "potere" quello che Mi chiedi? Infatti il
padre del giovane comprende proprio questo, e tra le lagrime di compunzione grida al Signore una frase in apparenza contraddittoria: "Io
ho fede, Signore! Aiuta Tu la mia non fede!" (v. 24). Anche il cieco
nato aveva confessato in modo simile la sua fede (cf. Gv 9,38; vedi
Domenica 6a diPasqua), nell'Uomo che non conosceva, e adesso sa
che il suo Signore.
Le parole del padre in realt sono limpide: Signore, Tu sai che io
voglio credere completa Tu quanto manca a quello che Tu mi chiedi
affinch sia la fede, e su questo, l'unico Aiuto sei Tu!
Davanti alla fede Ges interviene, mentre in assenza si astiene. Egli
vede accorrere la folla attratta da quel colloquio concitato, e si pone
subito in azione. Comincia con il potente esorcismo: "Spirito muto e
sordo, Io a te comando: Esci da lui, e mai pi entrerai in lui!" (v. 25).
Lo spirito della "Malvagit essenziale" in apparenza pu tutto sopra e
contro gli uomini, bens solo per la divina permissione. In sostanza
nulla pu di definitivo che vada contro Dio e contro le sue creature,
poich queste fanno parte inalienabile del Regno della Bont e della
sanit e della pace e della salvezza: Se il diavolo sembra che possa tut918

DOMENICA 4" DEI DIGIUNI

to contro di te, in realt del tutto impotente ed inerte, basta dirgli:


No! (S. Gregorio il Teologo). Esso dunque di fronte alla Parola che
viene dal Cuore dell'Amore divino, pu solo ribellarsi per un momento, "protestare" quasi che gli si faccia torto. Cos per l'ultima volta,
con urlo disperato (krz), con un altro breve eccesso di convulsioni,
esce dal ragazzo. Questo a sua volta ha l'ultima crisi, ma di guarigio ne, e stremato fino all'estremo giace come morto, e tutti lo compiangono: " morto!" (v. 26). Ecco la fede: n i discepoli ne avevano molta, n la folla. "O generazione incredula" del v. 19 infatti un'allocuzione sia per i discepoli (ancora v. 29), sia per la folla.
Il Signore il Re della Gloria che si avanza irresistibile. Prende la
mano del ragazzo e "lo risveglia", egir, verbo della resurrezione, e
quello '"si alz", anistmi, altro verbo della resurrezione. Era morto, e
adesso di nuovo vivo, riconsegnato al padre, alla famiglia, al popolo,
al culto divino, creato di nuovo (v. 27).
L'episodio finito. Le considerazioni qui sono numerose. La Quaresima conferisce a questo Evangelo un "colore" specifico. Infatti con
i catecumeni la Chiesa opera come operava il Signore: pregando sempre, esorcizza da essi ogni potenza impura, ogni spirito diabolico. Immergendoli nell'acqua della Morte del Signore non come il diavolo, che lo faceva per la "rovina finale" li fa con-morire con Lui e
con-risorgere con Lui, poi li "segna" con l'Olio santificato dall'epiclesi
e li consacra nello Spirito Santo, restituendoli cos alla vita piena.
Allora riceveranno il Fuoco dello Spirito Santo nei divini vivificanti
Misteri non come il diavolo, che dava fuoco per la "rovina" finale
: Ne fa icone perfette redente santificate dall'Icona del Salvatore.
Apre la loro bocca per la lode e l'azione di grazie e la supplica al Signore. E li rende al Padre della Bont, e li inserisce nella famiglia dei
figli di Dio.
I battezzati, che tale esperienza hanno ricevuto per inesprimibile
Dono della Grazia dello Spirito Santo, adesso contempleranno le Meraviglie divine, antiche ed attuali, di cui essi sono portatori.
Ma per poter agire cos, i catecumeni ed i battezzati sono ricondotti
dall'Evangelo alla fede, ed alla realt della fede. Infatti il Signore si
trova finalmente a casa con i discepoli, sorpresi e gioiosi dell'accaduto, ma di certo mortificati dalle sue infelici premesse di cui si sentono
colpevoli, sentono di essere questa "generazione senza fede" che il Signore rimprovera. Allora si fanno coraggio e domandano al Signore: E
noi, perch non potemmo espellere "quello?" (v. 28).
La risposta del Signore grave: "Questo genere di demoni,
quelli dell'impurit, dell'allontanamento totale da Dio , con nulla
(nessun mezzo) pu essere espulso, se non con preghiera e con digiuno" (v. 29).
919

COMMENTO - IL TRIDION

La fede, accompagnata dalla preghiera insistente e dal digiuno di


compunzione, "il potere" efficace. La preghiera deve essere sempre
accompagnata dal digiuno. Sopra (vedi Domenica della Tirofagia) si
discusso a lungo, e amaramente, sulla determinazione di studiosi nominalisti e razionalisti che sulla base del pregiudizio che il digiuno sia
un'opera della Legge non necessaria, anzi dannosa e semidololatrica,
poich la fede senza le opere, espungono dai testi "critici" di Me
9,29 l'inciso "e con digiuno". E questo contro ogni sana norma di critica testuale^ essendo il "ledi nestia " attestato da un numero imponente
di codici e di Padri, ininterrottamente almeno dal sec. 2. Ed
preoccupante questo abuso gravissimo contro la Parola divina, quella
di fatto usata dalla Chiesa.
Ma la Dottrina divina del Signore non pu fermarsi. Deve essere
comunicata, sia pure a gradi, affinch penetri piano piano nel cuore
dei discepoli. Cos il Signore parte dal luogo, che sta sotto il Monte
della Trasfigurazione, in pratica il Tabor, e attraversa la Galilea quasi
in modo clandestino (v. 30). Ed intanto seguita l'insegnamento per i
discepoli, adesso con parole di una gravita immane. la 2a Vre 1 *one
della Morte e Resurrezione, che segue la l a in 8'JL be si guarda il te-sto, si
vede come la Trasfigurazione stia esattamente al centro delle due
predizioni, dunque essa ha a che fare con la Morte e con la Resurrezione del Signore. In occasione del 6 Agosto saranno date le dovute
spiegazioni.
Le parole sono: "II Figlio dell'uomo sar consegnato (paradidmi)
nelle mani degli uomini". Il verbo paradidmi, come si vede anche dalla santa Anafora al momento della memoria della Cena, significa insieme: che il Padre consegner il Figlio alla morte; che Giuda lo "consegner-tradir" per questa morte; ma che Egli stesso "si consegner" in
modo volontario alla morte. Gli "uomini" sono gli empi che gettano la
mano contaminata e malvagia sulla Santit e sulla Misericordia ipostatiche. Essi sono sia una minoranza sparuta, e tuttavia potente, del popolo santo, e sia gli empi Romani. "Gli uomini" lo uccideranno. Ma allora
non si tratta di Ebrei e di Romani, o almeno non esclusivamente di essi.
La colpa della morte iniqua del Signore non pu essere attribuita solo
ad essi, i quali furono solo gli "strumenti" provvidenziali. Tutti gli
dnthrpoi, noi, tutti uccidemmo il Signore della Vita. Ed Egli accett di
essere ucciso "per noi uomini (dnthrpoi) e per la nostra salvezza"
(Simbolo battesimale). Noi tutti, strumenti di morte al fine che la Misericordia divina ci rendesse "strumenti di vita".
E tuttavia, bench ucciso, il Figlio dell'uomo "al terzo giorno resusciter", altro articolo del Simbolo battesimale. Poich Dio tollera per
due giorni, tollera per tre giorni, ma compiuto il terzo giorno interviene
e come Primo dei giorni ristabilisce la Vita vittoriosa sulla morte (v. 31).
920

DOMENICA 4' DEI DIGIUNI

Occorre qui leggere il v. 32: i discepoli non capivano questa "parola-fatto", non osavano neppure interrogare il Maestro. I discepoli di allora, tardi di cuore, stolti di mente (cf. Le 24,25, ad Emmaus). E i discepoli di oggi hanno cuore e mente per comprendere tutto questo, e
finalmente accettare di essere stati gi accettati, nonostante tutto, dalla
divina Misericordia?
6. Megalinario
VEpi sichirei. Vedi Domenica dell'Ortodossia.
7. Koinnikn
Della Domenica.

921

DOMENICA 5a DEI DIGIUNI


DELLA SANTA MADRE NOSTRA
MARIA EGIZIACA
"Sui figli di Zebedeo"
Si avvicina la fine del periodo quaresimale. Anche l'intensit
dei temi spirituali riceve come un'accelerazione. Durante la setti mana, al gioved, si celebra il "Grande Canone della penitenza",
estesa composizione che comprende 320 Tropari (per ciascuno dei
quali si fanno 3 metnoiaio prostrazioni), opera squisita di S. Andrea di Creta (verso il 720), e specchio della spiritualit bizantina.
Sopra si accennato che, diviso in 4 sezioni, il "Grande Canone" si
canta anche nei giorni dal luned al gioved della settimana l a
Quaresima.
Il sabato di questa settimana dedicato ali'"Inno Akthistos" in
onore della Madre di Dio.
Questa Domenica si usa commemorare la figura bellissima della
"nostra santa Madre, Maria l'Egiziaca", esempio perfetto di peccatrice convertita al Signore, e per Lui amorosamente penitente lungo
tutta l'esistenza. I fedeli sono richiamati alla sua imitazione.
1. Antifone
Della Domenica, o i Typik e i Makarismi.
2. Eisodikn
Della Domenica.
3. Tropari
1) Apolytikion anastsimon del Tono occorrente.
2) Apolytikion di S. Maria Egiziaca, n soi, Mtr. Si canta l'elo
gio della santa, Madre nella fede, nella quale l'icona di Dio fu di
vinamente e perfettamente salvata, avendo ella accettata la Croce,
segu il Signore Cristo, e operando insegn il disprezzo della car
ne, effimera, e ad avere cura dell'anima, che realt immortale:
"Perci anche con gli Angeli con-gioisce, Santa Maria, lo spirito
tuo". All'ascesi estrema si unisce sempre la gioia dello Spirito
Santo.
3) Apolytikion del Santo titolare della chiesa.
4) Kontkion: Te hypermch, vedi Domenica dell'Ortodossia.
922

DOMENICA 5' DEI DIGIUNI

4. Apstolos
a) Prokimenon: Sai 75,12.2,"Supplica comunitaria".
Vedi la Domenica 9a e 17adi Matteo; 8a 16a
b)Ebr 9,U -H
Per l'Apstolos della Domenica precedente si spiegata la struttura
della parte III dell'Epistola agli Ebrei: 5,11 - 10,39, a sua volta divisa
in 3 sezioni: a) un'esortazione preliminare: 5,11 - 6,20; b) le 3 sezioni:
I (7,1-28), su Ges, il Figlio, Sommo Sacerdote secondo l'ordine di
Malkisedeq; II (8,1 - 9,28), sul compimento di questo Sacerdozio; III
(10,1-18), su Ges Cristo "causa della salvezza eterna". Termina un'esortazione finale (10,19-39). Ora, qui le sezioni IIe III, ossia 8,1
-10,18, sono chiamate dagli studiosi "sezione centrale" dell'Epistola.
In un certo senso, anche per la sua eccezionale importanza, la pericope
9,11-14 occupa sensibilmente il centro di questa sezione centrale, che
fondamentale.
L'inizio apre sulla visione grandiosa di Cristo, apparso, resosi presente (paragenmenos) con tutto lo splendore della sua Maest, quale
Sommo Sacerdote dei Beni futuri. Sul suo Sacerdozio, cf. VApstolos
della Domenica precedente. I Beni futuri, l'Eredit divina (cf. 1,1-4),
che lo Spirito Santo (cf. 10,1), la Realt che nessun uomo, sacerdote
o no, mai avrebbe potuto procurare se non fosse intervenuto in modo
spontaneo, volontario, disinteressato questo Sacerdote Unico e
Sommo, misericordioso verso gli uomini e fedele alle realt del Padre
(cf. 2,17). E intervenuto non al modo del sacerdozio antico, che doveva
reiterare anno per anno, giorno per giorno l'offerta sacrificale per la
remissione dei peccati (cf. ancora VApstolos della Domenica precedente). Bens Egli in forza della Tenda maggiore e pi perfetta, non
prodotta da mani umane, ossia non appartenente alla creatura visibile
(v. 11) e che la sua stessa carne, Tempio distrutto ma riedificato-in 3
giorni (cf. Gv 2,19), penetr nel Santo dei Santi, ossia giunse fino al
Padre. Ma quale Sommo Sacerdote non procedette come il sommo sacerdote dell'antica alleanza, che una volta l'anno entrava nel santo dei
santi con il sangue sacrificale e propiziatorio (cf. Lev 16, il grande
Giorno dell'Espiazione). Port invece quale Mistero efficace di onnipotente purificazione, protezione, propiziazione, riconciliazione, vitalizzazione, comunione e comunicazione, "il proprio Sangue" prezioso,
prezzo della Redenzione divina "eterna", una volta per sempre (v. 12;
cf. 10,4, e 1 Cor 6,20). Il tema comune nel N.T., in specie dell'Apostolo Paolo, che ne fa il centro del "discorso di congedo" rivolto ai
Presbiteri diEfeso chiamati a Mileto (vedi Apstolosdella Domenica
7a di Pasqua), dove sintetizza tutto con la frase: "Vegliate su voi stessi
e su tutto il gregge, sul quale lo Spirito Santo vi pose come Episkopoi
923

COMMENTO - IL TRIODION

per pascere la Chiesa del Signore, che Egli si acquist con il suo proprio Sangue" (At 20,28). Grande testo trinitario, dove il Padre invia lo
Spirito Santo sui Vescovi successori degli Apostoli, per guidare la
"sua" Chiesa, che si acquis con il Sangue "suo proprio", perch il
Sangue del Figlio. Questo Sangue, il Figlio porta come suprema Offerta sacrificale al Padre nella sua Ascensione gloriosa, quando penetra
all'infinito "nei Cieli", nel "Santo dei Santi", nel Centro totale di ogni
esistenza divina ed umana creaturale. Questo procura agli uomini la
Redenzione eterna, la possibilit di seguire finalmente il loro Condottiero vittorioso sulla morte fino all'Altezza vertiginosa che la
Sussistenza del Padre.
Questo Sangue offerto una volta per tutte, ed una volta per tutte
accettato come Riconciliazione universale dal Padre (cf. qui anche 1
Pt 1,18-19; 1 Gv 1,7; Ap 7,14; e Tit 2,14). Esso non deve pi essere
versato. In 10,5-14 sar a lungo spiegato come con l'unica Offerta il
Signore associa talmente a s anche tutti gli uomini, accettati con
quell'Offerta dal Padre, e con ci stesso santificati, che questi diventano
sacrificio vivente perenne (cf. qui Rom 12,1; FU 3,3; Giud20). Sicch
la santa Oblazione immacolata della Divina Liturgia jion "ripetizione"
n "ripresentazione", n "rappresentazione" di quel Sacrificio
infinitamente efficace, bens, sotto i santi "Segni" del Pane e della^
Coppa, la significazione laudante, rendente grazie, epicletica ed intercessoria, di "accettare di essere gi stati accettati" dal Padre, unico
culto dell'unica Liturgia infinita ed eterna.
Il v. 13 comincia la motivazione di questo. Ges Cristo quale Sommo Sacerdote non oper come il sommo sacerdote antico. Ma non che
questo non officiasse davanti al Signore senza efficacia. Infatti il sangue sacrificale di vitelli e di capri (cf. Lev 16,14-16) e la cenere della
vitella (Num 19,17-18, per la purificazione dalla contaminazione di
chi tocca un cadavere), sono materie con cui si aspergono i contaminati. Esse "santificano", ossia rendono puri per recuperare la purit del
corpo, e riconsacrano per prendere parte efficacemente all'assemblea
santa per il culto divino.
Il proseguimento della dimostrazione procede secondo il solito metodo rabbinico, qui "dal minore al maggiore". Il v. 14 sviluppa l'argomento cos: se il sistema delle purificazioni dell'A.T. aveva una sua
efficacia, sia pure non definitiva, bens ancora solo incoativa, tanto pi
la Redenzione eterna del N.T. Infatti il Sangue di Cristo ha un'efficacia infinita. Egli si offr come Vittima immacolata (dmmos) al Padre
"mediante lo Spirito eterno" (v. 14a).
Molti codici antichi compresero bene il senso del testo, e lo vollero
sottolineare con dia Pnumatos Hagiou, "mediante lo Spirito Santo",
correggendo il dia Pnumatos ainiou, "eterno", che il testo origi924

DOMENICA 5' DEI DIGIUNI

naie. In genere, si pensa allo Spirito Santo nella Vita del Signore nostro, assumendo legittimamente, sia pure momentaneamente, la distinzione in Cristo della sua Divinit dalla sua Umanit. L'opera dello
Spirito Santo nella Vita umana di Cristo Signore tra gli uomini, va riferita all'Annunciazione, al Battesimo del Giordano, alle opere potenti
nella Potenza dello Spirito Santo, alla Resurrezione sua operata dallo
Spirito del Padre, all'Ascensione nella Gloria dello Spirito Santo, alla
Pentecoste, al Ritorno finale. Raramente si unisce l'opera dello Spirito
Santo con la Croce. E proprio qui sta il nodo della pneumatologia.
L'Offerta del Signore Ges non pu avvenire che "mediante lo Spirito
del Padre", poich lo Spirito Santo la continua Parousia del Padre
nell'Umanit del Figlio.
Ora, se si vede da vicino, deve impressionare l'aggettivo ainios,
scelto accuratamente dall'Autore dell'Epistola, di certo un discepolo
fedele alla linea dottrinale di Paolo. Il quale mostra che ogni atto di
culto dei fedeli avviene nello Spirito Santo: Gai 4,6; Rom 8,15 per il
battesimo, con la formula 'Abb'l,Padre!; Rom 8,26-27 per ogni preghiera; Rom 12,1 per il culto sacrificale della propria esistenza; FU
3,3, idem. Cos per anche il resto della Tradizione apostolica. Con Gv
4,23-24, sugli adoratori del Padre, scelti dal Padre, ma "nello Spirito
(Santo) e nella Verit (Cristo)"; con VApocalisse, dove "e lo Spirito e
la Sposa parlano: Vieni, Signore!" (Ap 22,17), epiclesi permanente
della Chiesa. Con 1 Pt 2,1-10, sul tempio dello Spirito Santo che proclama "le grandezze" divine. Con Giud 20, per cui pregare "pregare
nello Spirito Santo".
Che cosa indica qui l'aggettivo ainion riferito allo Spirito Santo?
L'eternit dell'azione di Cristo. Ossia, il valore eterno con cui pone la
sua azione sacrificale offertoriale "nello Spirito". Ora, l'esegesi pi
avvertita mette in evidenza la triplice consistenza di quest'azione che
ottiene l'effetto eterno della Redenzione, e cos si deve insieme distinguere e tenere unito un triplice significato dell'espressione letterale
diapnumatos ainiou, da tradurre alla lettera: "mediante (uno) spirito
eterno". Il che rimanda a tre situazioni convergenti:
a) Cristo Signore quale Dio da Dio, come Persona divina " Spirito"
(2 Cor 3,17), come il Padre " Spirito" (Gv 4,24). Come tale vuole
porre l'atto di redenzione eterna, con "Spirito divino", come "Spirito
divino" che Egli stesso , da distinguere dunque dalla divina Ipostasi
dello Spirito Santo. la Volont divina di Cristo in azione efficace;
b) Cristo Signore quale Uomo vero, nato "dallo Spirito Santo e da Ma
ria Vergine" (Simbolo battesimale), con la sua volont umana ditelismo dunque "con lo spirito" di porre l'azione redentrice che sia di
925

COMMENTO - IL TRIDION

valore eterno, si offre al Padre. Cf. qui il Gestemani. Il Signore sta nell'angoscia (rxato ekthambisthai ki admonin, "cominci ad essere
invaso dal terrore e dall'abbattimento"), come azione volontaria di entrare nell'"agonia", nel sudore come sangue (cf. Me 14,33; Le 23,4344). Perch adegua la sua Volont santa di Uomo alla Volont santa
del Padre, e in questa adeguazione perfetta che accettare la Croce,
ottiene la nostra salvezza eterna. Sta perci qui in opera il suo "spirito
umano" che agisce in favore di tutti gli uomini, la sua volont umana
storica (S. Massimo il Confessore);
e) Cristo Signore, che lo Spirito Santo "precede, accompagna e segue"
nella storia e nella Chiesa (S. Gregorio il Teologo), nulla compie, dal
primo istante della sua indicibile immacolata Concezione, se non nella
Potenza dello Spirito Santo. In modo ovviamente pi esplicito dal Battesimo in poi. Assunto dalla Nube della Gloria divina nella Trasfigurazione, per essere condotto al "suo esodo che deve compiersi in Gerusalemme" (cf. Le 9,31 ), nello Spirito Santo, mediante lo Spirito Santo esercita
tutta la sua Liturgia, "opera in favore degli uomini", e dunque tanto pi
il culmine "umano" di questa Liturgia, la Croce. Da dove per cos dire
nel suo Sacerdozio, Cristo, "reso perfettamente consacrato" (cf. Ebr5,89), pronto per entrare nel Santo dei Santi, il Seno del Padre, per officiarvi in eterno la Liturgia di lode e di azione di grazie. Ma intanto l "
sempre vivente per intercedere per noi" {Ebr 7,25).
La Croce la teofania finale dello Spirito Santo sull'Umanit del
Signore nella sua Vita storica tra gli uomini.
Il v. 14b ne mostra l'ultima efficacia: quest'Offerta di Cristo nello
Spirito Santo purifica (kathariz, qui in futuro attico kathari; cf. 1,3;
10,22; 1 Cor 6,11; Ap 7,14) la profondit della coscienza (synidsis)
degli uomini dalle opere morte, le opere della Morte, del Male, del
Nemico, del Maligno, dell'Inferno (cf. 6,1; e Rom 6,13; 1 Pt 4,2). E
contestualmente introduce al culto {latru) da tributare al Dio Vivente. Lo scopo finale purificare gli uomini da tutte le loro colpe interiori, consacrarli e santificarli, introdurli liturgicamente alla divina
Maest del Padre, dove insieme con il loro Sommo Sacerdote, il Condottiero delle loro anime, il loro Pastore e Vescovo, nello Spirito Santo
debbono vivere la gioia del rapporto filiale che grida la sola parola del
dialogo infinito: 'Abb'\,Padre!
Dare culto, servire, adorare il Dio Vivente. Tale lo scopo a cui
conduce il Signore Ges con lo Spirito Santo. il terzo aspetto, dopo
l'Evangelo e le opere del Regno, della sua "Liturgia".
La consonanza con l'opera apostolica qui grande. Infatti gi nella
sua prima epistola (da Corinto, forse dell'anno 51 la Resurrezione
926

DOMENICA 5- DEI DIGIUNI

fu nell'anno 30!), Paolo si presenta ai Tessalonicesi, Comunit da lui


fondata con tanto sacrificio, e nell'esordio del suo scritto ricorda che
la sua predicazione convert quei pagani dagli idoli "per servire
(doulu) il Dio Vivente e Vero ed attendere il Figlio suo dai cieli,
che (il Padre) risvegli dai morti, Ges, il Riscattatore (ho rhymenos)
dall'ira che sopravviene" (1 Tess 1,9-10).
Ecco per intero la "teologia della storia": Cristo apparso tra noi
quale Sacerdote dei Beni che inevitabilmente debbono venire a noi,
nell'opera dello Spirito del Padre e suo.
5. E VANGELO
a) Alleluia: Sai 94,1.2, "Salmo della Regalit divina".
Vedi la Domenica 9a e 17a Matteo; 8a 16a
b)Mc lO,32b-45
Nella struttura generale del suo Evangelo, Marco fa cominciare con
10,1 la "salita a Gerusalemme". Ges, dopo la Trasfigurazione prosegue il suo ministero "confermato" dalla Voce del Padre. Questa sancisce la Luce increata che sfolgora dall'interno dell'Umanit del Figlio,
e l'assunzione del Figlio stesso da parte dello Spirito Santo, la Nube
della Gloria, che Lo conduce verso la conclusione, la Croce.
Il contesto della pericope di oggi la ricompensa riservata a chi segue il Signore dovunque vada (10,28-31), e la luce della vita ridonata
al cieco di Gerico (10,46-52). In 11,1 comincia l'ingresso messianico
del Signore a Gerusalemme.
Ora, in se stessa la pericope 10,32-45 si compone di due visioni
dell'Icona vera del Signore, la medesima destinata alla Croce ed alla
Resurrezione (10,33-34), essendo quella del Servo sofferente (10,45).
Questa Icona racchiude come apertura e saldatura il contenuto della
narrazione.
Ges aveva annunciato la sua Morte e Resurrezione gi 2 volte, prima della Trasfigurazione (8,31-32a) e dopo di essa (9,31), nella ripugnanza dei discepoli: di Pietro il "satana" che vuole impedirgli questo
esito (8,33), e di tutti i discepoli che non comprendevano n volevano
sapere da Lui (9,32).
Il Signore ripropone questa parola per la terza volta ai discepoli. Si
trova in viaggio per salire a Gerusalemme, e quale Condottiero divino
li guida procedendo avanti a loro. Essi erano turbati, ed avevano il terrore dell'ignoto, del giustamente prevedibile come pericoloso per il
Maestro, quindi per loro ed il loro avvenire (10,32a). Ges raduna i
Dodici, e comincia a ripetere ad essi quanto era da accadere a Lui in
futuro. La Sapienza divina consce il futuro, come gi mostrava Isaia
927

COMMENTO - IL TRID1ON

del Signore, il Dio Vivente, che non solo predice il futuro, ma essendone anche il Sovrano assoluto, lo realizza (cf. Is 43-45). Perci si pone apertamente davanti ad esso, con libera accettazione (v. 32b).
Le parole sono poche, calcolate, essenziali: "Ecco", che annuncia
sempre un prodigio divino che sta per realizzarsi, "noi saliamo a Gerusalemme", punto d'arrivo di ogni Ebreo fedele per le grandi feste "tre
vlte" l'anno (cf. Es 23,14, citato gi tante volte), nell'immenso tripudio della Citt di Dio con il suo santuario, le sue mura e torri, le sue
piazze, i suoi palazzi e le sue case (cf. Sai 121). la Citt che si visita
sempre con la gioia nel cuore. Ma adesso l'annuncio carico di tensione: "E il Figlio dell'uomo sar consegnato (paradidmi)", verbo
che ha il triplice senso di "consegna" alla Morte del Figlio da parte del
Padre; del tradimento di Giuda; della consegna volontaria alla Morte
da parte del Signore stesso (cf. qui l'Evangelo della Domenica precedente). Chi Lo prender in consegna adesso precisato. Non pi "gli
uomini" di 9,31 (2 annuncio), bens, tornando sul 1 annuncio (8,31),
i sommi sacerdoti (saranno Caifa in servizio quell'anno, e Anna, suo
suocero, ancora influente bench dimesso) e gli esperti della Legge.
Questi Lo condanneranno a morte, ed a loro volta Lo consegneranno
alle nazioni pagane, i Romani (v. 33). Ges parla alla terza persona,
come "il Figlio dell'uomo". Allora sar oggetto di scherni, di flagelli,
di sputi, di uccisione. Ma "al terzo giorno resusciter" (v. 34). Il verbo
anastseta, un futuro medio di anistmi, indica che Ges resuscita anche per la sua divina Potenza, come in Gv 10,17.
Questa volta Marco non annota la reazione dei discepoli a queste
precise parole del Signore. Da quanto segue, per, essi di nuovo nulla
hanno compreso. I loro dubbi, le loro incertezze fondate sull'oscuro
terrore del futuro, di certo restano.
Invece, come se il loro Signore non avesse dato quell'annuncio di
realt tremende, meravigliose e definitive, i discepoli, almeno alcuni
di essi, si danno alle contese. Il tema eterno la primazia nel gruppo.
Cos i figli di Zebedeo, Giacomo (il maggiore) e Giovanni gli si accostano e gli parlano: "Maestro, vogliamo che quanto Ti chiederemo,
Tu faccia a noi" (v. 35). La domanda posta in termini radicali, con
quel thlomen, vogliamo, che non precisamente una formula di cortesia. Il Signore come sempre conosce i cuori degli uomini, e mostra
invece di ignorare, controinterrogando: "Che volete che Io faccia a
voi?" (v. 36). Egli stesso insegna che qualunque fatto sar chiesto al
Padre, il Padre lo conceder (cf. Mt 18,18-20), a condizione che i discepoli per concordino tra essi le richieste, perch dovranno avere effetto per tutta la Comunit. Troppo spesso infatti i fedeli chiedono al
Padre favori e grazie personali, al massimo per parenti ed amici, raramente come "supplica per la nazione", che dunque investa tutti i fedeli
928

DOMENICA 5' DEI DIGIUNI

indistintamente. L'Apostolo Giacomo stigmatizza questo, quando dice: "Voi chiedete ma non ottenete, perch chiedete a fine di male, ossia per soddisfare le vostre passioni" (Gc 4,3).
I due con tono quasi imperatorio, che mostra una strana confidenza,
ed una ancora scarsa conoscenza riguardo al Signore, chiedono: "Da a
noi che ci intronizziamo uno alla destra tua, uno alla sinistra tua nella
gloria tua" (v. 37). I due con ci stesso si sono posti al di l e al di sopra degli altri confratelli. Essi concepiscono "la gloria", probabilmente, ancora con la mentalit della liberazione solo politica, in parte religiosa e anche morale, del loro popolo. Credono che il Signore, in che
modo ancora non lo intravedono, sia il potente re messianico umano
atteso da tanti. Quando si accaparrer il potere, dovr distribuire le cariche di primo ministro, a destra, e di ministro delle finanze, a sinistra.
I due fratelli, credendosi in grado di governare, chiedono di essere
apertamente favoriti, a scapito degli altri discepoli, tra cui il primo tra
essi, Pietro (cf. 3,15).
In fondo, si tratta di un'apparente sopravvalutazione del Signore.
Ma, proiettata sul piano umano, una svalutazione. E si tratta di disistima, per egoismo, di tutti gli altri discepoli.
La risposta del Signore mostra la sua inesauribile pazienza. Non si
altera, ma ribatte su tutto un altro piano. Ed anzitutto contesta i due
procacciatori di favori: "Voi non sapete quello che chiedete". Il Regno
divino infatti tutt'altra realt, ed in trono con il Sovrano si sta in
tutt'altro modo. La spiegazione di tale ignoranza data con un lungo e
difficile giro di parole, che in realt rimanda alla vera questione di come il Regno sar inaugurato, sotto quali prospettive, a quali tremende
condizioni. Essa formulata con una domanda unica ma duplice per
contenuto.
"Potete bere la Coppa che Io bevo, ed il Battesimo onde Io sono
battezzato, esserne battezzati?" (v. 38).
"Io bevo, egopino", un presente, che non rimanda ad azioni passate o future. Il Signore deve bere in modo permanente, continuo, "la
Coppa", tpotrion, senza altre apposizioni. La sua Vita tra gli uomini
questo vuotare la Coppa di cui parlano i Profeti dell'A.T. Si tratta
della "coppa dell'ira" divina per i peccati degli uomini, riempita dalle
loro nefande iniquit. E si tratta di tutti gli uomini, nessuno eccettuato,
anzi, ad esclusione della Tuttasanta immacolata soprabenedetta gloriosa Sovrana nostra, la Theotkos e Semprevergine Maria. Coppa in cui
si riversarono la feccia ed il fiele delle prevaricazioni da Adamo a Cristo, non solo di tutte le nazioni della terra, ma dello stesso popolo di
Dio. Una narrazione rabbinica dice che il Signore offr la coppa via
via a tanti, tutti ritenutisi incapaci o indegni, fino a che la coppa fu accettata solo dal Figlio di David, consapevole del suo rango e della sua
929

COMMENTO - IL TR1DION

funzione di Re e Salvatore del suo popolo, e, mediante il suo popolo,


di tutti gli uomini. La divina magnanima pazienza non pu attendere
pi a lungo. Il Figlio di Dio si incarna per bere la coppa. E questa a
sua volta il simbolo della Croce.
La memoria di tale realt nei particolari, non troppo viva nelle
Chiese di Dio. Tuttavia un'eco si trova ancora nell'Anafora della Liturgia di S. Giacomo Fratello del Signore, al momento della narrazione della Cena:
Cos, dopo aver cenato, (il Signore)
accettata la Coppa (dal Padre)
e mischiato con vino ed acqua,
affissatosi al Cielo
e mostrata (la Coppa) a Te, Dio e Padre,
e rese grazie, avendo benedetto (il Padre),
santificata (la Coppa) avendola riempita di Spirito Santo,
(la) distribu ai santi e beati suoi discepoli ed Apostoli,
parlando:
Bevete di essa tutti:
questo il Sangue mio,
quello dell'alleanza nuova,
quello per voi e per i molti versato
e distribuito in remissione dei peccati.
Il Signore dunque "prese dal Padre" (lambn) la Coppa. Un lgion terribile al Getsemani lo conferma: "La Coppa che ha donato a
Me il Padre, Io non la bevo?" (Gv 18,11;pio, bevo, al presente).
Dunque, per "riempirla" (cf. il plsas, participio aoristo di pimplmi, ricolmare) di Spirito Santo, Ges deve prima averla vuotata, bevendola da solo, poich solo Lui reso idoneo a questo dallo Spirito
del Padre. Berla, significa anche morirne.
La sua Vita tra gli uomini questo "bere" perenne. Morte perenne. Ad essa Ges consacrato sacerdotalmente dallo Spirito Santo al
Giordano e "confermato" alla Trasfigurazione.
I discepoli n possono bere "questa Coppa", n possono ancora
immaginarne la terrificante potenza di morte, e per di redenzione
per gli uomini.
II secondo contenuto della domanda del Signore ai due discepoli :
"II Battesimo onde io sono battezzato, (potete voi) esserne battezzati?"
Anche qui, baptizomai sta al presente. Il Signore battezzato in
modo permanente. La sua Vita tra gli uomini questo Battesimo. Essa
comincia al Giordano, come consacrazione messianica conferita dal
Padre al Figlio facendo riposare su Lui lo Spirito Santo (Gv 1,32-33),
930

DOMENICA 5" DEI DIGIUNI

dura l'intera sua esistenza umana nello Spirito Santo, e si consuma


sulla Croce nello Spirito Santo (cf. sopra, YApstolos, il v. 14 di Ebr
9). Ma che significa "battesimo" nella Scrittura Santa? La metafora
indica l'immersione mortale nelle "grandi acque", la terrificante irresistibile ondata del diluvio dilagante, la piena di un oceano quasi senza
confini che la massa repugnante, insopportabile, travolgente dei
peccati degli uomini di tutti i tempi, da Adamo fino alla fine del mondo. Molte volte il Salmista implora dal Signore suo di essere salvato
dalle "grandi acque", come lo stesso Re (Sai 17,7) o il pio fedele
(68,2-3; 143,11).
Le "grandi acque" del Battesimo del Signore sulla Croce Lo travolgono nell'ondata della morte.
Come non comprendono "la Coppa", i discepoli non comprendono
"il Battesimo" del Signore. Eppure come Ebrei pii e fedeli, hanno cantato sempre, in specie al sabato in sinagoga, i Salmi, i quali ne parlano, ed i Profeti, i quali lo annunciano.
Cos non riescono neppure a connettere le parole preziose che il Signore ha gi comunicato ad essi. Infatti in un passo quasi parallelo,
Luca riporta quest'altra parola del Signore:
Fuoco Io venni a gettare sulla terra,
e che voglio? Se fosse gi stato acceso!
Un battesimo Io ho da esserne battezzato,
e come sto in angoscia, finch sia perfezionato! (Le 12,49),
dove facilmente si riconosce il Fuoco dello Spirito Santo che sar gettato sulla terra, nelle persone dei medesimi discepoli alla Pentecoste
(cf. Le 3,16; At 2,1-4). Che il Fuoco divino dell'accettazione del Sacrificio del Figlio da parte del Padre (vedi la "Nota sul Fuoco" a Pentecoste; ed Evangelo della Domenica di S. Tommaso).
E si risente l'eco dell'angoscia del Battesimo della Morte, il quale
"sar perfezionato (telesth)" ad opera del Padre.
Cos, quando il Signore chiede ai discepoli di seguirlo fino alla fine, vuole in realt che lo seguano fino alla Croce. Non che muoiano
con Lui sulla Croce, che riservata a Lui. Ma che prendano parte alla
Croce en mystri, che partecipazione spirituale e totale al suo Battesimo della Croce.
Ed invece i discepoli incautamente rispondono: "Possiamo" (v.
39a). Essi "non sanno" che cosa dicono.
Infatti il Signore, sempre con pazienza grande, ribatte: "La Coppa
che Io bevo che Io sto bevendo! , voi (poi) berrete", al futuro;
"ed il Battesimo di cui Io sono battezzato di cui Io sono permanentemente battezzato! , ne sarete battezzati", al futuro (v. 39b).
931

COMMENTO - IL TRIDION

Queste parole furono interpretate gi in antico come una profezia


del martirio dei due fratelli. In effetti il primo, Giacomo detto "il maggiore" (per distinguerlo dal "minore" o "fratello del Signore"), fu martire ad opera del re Erode Agrippa nell'anno 42 (cf. At 12,1-3), che
contestualmente imprigion Pietro (ivi) per decapitare la Comunit
primitiva di Gerusalemme nei due primi Apostoli. Mentre il secondo,
Giovanni, secondo la pi antica ed attendibile tradizione mor ultranonagenario (la tradizione del martirio a Roma, a Porta Latina, tardiva
e priva di vera base storica). Dunque non si tratta del martirio dei due
fratelli insieme.
Essi invece, come tutti i discepoli del Signore, per essere perfettamente assimilati a Lui dallo Spirito Santo in vista di proseguire la sua medesima divina missione tra gli uomini, dovranno certo "bere la Coppa" ma
en mystri, nel Mistero celebrato, quella che, vuotata dal Signore, sar
da Lui riempita fino all'orlo della Dolcezza infinita dello Spirito Santo
(cf. Efes 5,18). E dovranno poi farne bere a tutte le nazioni, redente dal
Signore che allora bevve la "sua Coppa", e ammesse alla remissione dei
peccati nella Coppa santa, "qui adesso per noi", ricevuta "con timore di
Dio e fede, con amore avanzandosi" verso questo indicibile Dono (cf. di
nuovo la citazione dell'Anafora di S. Giacomo greca, sopra; e le parole
del diacono al popolo al momento della santa comunione).
E ancora, questi, come tutti i discepoli del Signore, saranno perfettamente assimilati a Lui dallo Spirito Santo in vista della loro perfezione, che la medesima missione divina del Figlio di Dio tra gli uomini. Perci dovranno "essere battezzati del Battesimo del Signore",
nella Morte di Lui, bens en mystri, ricevendo per privilegio gratuito
e quasi paradossale il Fuoco dello Spirito battesimale a Pentecoste (cf.
ancora A? 2,1-4). E quindi dovranno battezzare con il Fuoco medesimo
dello Spirito tutte le nazioni, "nel Nome del Padre e del Figlio e dello
Spirito Santo" (Mt 28,19), assimilando cos gli uomini al loro Signore.
Prosegue e conclude Ges: non si tratta di stare in trono alla destra
o alla sinistra di Lui. Questo non spetta a Lui, e non perch la sua adorabile Maest non possa farlo, bens perch ormai il Padre gi ha stabilito la cointronizzazione e il con-regnare con il Figlio. Egli infatti
prepar (hetoimz) questo per i benedetti, gli eredi del Regno (cf. Mt
25,34; e l'Evangelo della Domenica deWApkreos). qui anche alluso
al fatto che i Dodici non solo sono benedetti ed eredi, ma, seduti essi
stessi su 12 troni, giudicheranno, ossia dirigeranno le 12 trib d'Israele
(Mt 19,28) verso la Gloria del Regno. E sul Decreto preeterno del
Padre nessuno pu apportare modifiche. Il Figlio non vuole fare
questo. Anzi opera in favore di quel Decreto (v. 40).
Ogni uomo si crede diverso dagli altri, e tale lo , anche se solo secundum quid, come direbbe uno scolastico. Spesso per si crede supe932

DOMENICA 5" DEI DIGIUNI

riore o migliore degli altri, come il Fariseo nel tempio. Cos Giacomo
e Giovanni hanno giocato duro, ponendosi come migliori. Gli altri discepoli non giocano meno duro, credendosi in fondo "non peggiori" di
quelli, e vantando i medesimi diritti di poltrona ministeriale. Perci si
sdegnano (aganakt) contro i due confratelli (v. 41).
Il Signore intervenuto gi due volte, con il preannuncio della
Morte e Resurrezione, e con la Coppa ed il Battesimo. Adesso deve
intervenire per la terza volta. Ma non per la terza, bens per l'ennesima
volta traccia con linee molto decise l'icona del discepolo, gi cos bene
presentata in 8,34 - 9,1 (vedi Domenica dell'Adorazione della Croce).
Li chiama di nuovo a s, li riunisce in gruppo strutturato e compatto,
come dovranno poi essere, e parla parole di sapienza.
"Voi sapete che "quelli che si credono di comandare sulle nazioni,
le dominano, ed i loro magnati pesano con autorit su esse" (v. 42). Il
profilo di quanto avviene tra i pagani: l anche se esiste democrazia,
non riconosciuto il diritto naturale, n istanze superiori per rivendicare i diritti lesi dalle autorit stesse, fatto che avviene normalmente.
Dunque chi vuole "essere primo {arch) delle nazioni", un tiranno
(katakyru) senza scrupoli. Ges conosce bene la storia dell'Oriente
antico, e quella contemporanea, sa di che tempra sono i dominatori romani. E i "grandi", i magnati, a loro volta, essendo straricchi per le depredazioni dei poveri, esercitano il peso del loro potere (katexousiz). la politica senza temere Dio, pur richiamandosi a Lui con
tante iscrizioni e proclami, e senza temere il prossimo, pur proclamandosi "delizia del genere umano", come certi imperatori romani.
"Non cos per sar tra voi" (v. 43a). Essi sono discepoli del Signore, il Sovrano buono, che ama le sue creature dilette, le sue icone, anzi
in pi le vuole tutte nel suo Regno, e dona dignit di vita e diritti ai
poveri, e rivendica i torti da chiunque fatti al prossimo. Con lui non
esiste la primazia (arch); n la tirannia (katakyriu); n il pesare
con il potere {(katexousizo) sui fratelli, in genere per sui pi poveri.
"Bens, chi vuole diventare grande tra voi, sar diacono di voi".
ribaltata ogni logica, ogni ordine umano. Il mgas, il grande e il maggiore degli altri, si deve lasciare fare dal Signore dikonos, servitore,
ministrante degli altri (v. 43b). E in antico i "servitori" non avevano
diritti, solo doveri e fatiche ed umiliazioni.
"E chi vuole di voi diventare primo, sar di tutti lo schiavo" (v. 44).
Lo fu Paolo, intanto (2 Cor 4,5). La realt ancora pi rovesciata, poich dolos, qui, significa proprio lo "schiavo", quello incatenato alla
mola per macinare, o alla galera per remare, uno che non ha pi nome,
n personalit giuridica, n propriet, n avvenire, n speranza. una
"cosa" nella mano del padrone, per il quale deve solo "produrre" al
massimo, e senza parlare.
933

COMMENTO - IL TRIDION

Dikonos, dolos sono termini affini, talvolta intercambiabili, come


tra servo e schiavo. questa la "liberazione", la redenzione, il riscatto
che si preannunciava nell'A.T.? Allora, come a Roma Spartaco, cos
in Palestina gli zeloti avevano ragione di impugnare le armi per fare
tutti gli uomini non pi servi n schiavi, ma liberi e felici? Si pu
obiettare sul piano biblico. Proprio l'A.T., e sull'orlo della crisi che
sfocer poi nella catastrofe nazionale del 586 a.C, con la distruzione
babilonese di Gerusalemme, predica per bocca del grande ed incompreso ed infelice Geremia, che la sopravvivenza della nazione si giocher sull'accettazione della dominazione babilonese, poich tale la
Parola autentica di Dio. In caso contrario, la citt sar distrutta, la terra
resa deserta, la popolazione deportata. I governanti avevano svolto
una politica di alleanze con l'Egitto, con le citt marinare della costa
fenicia, con le popolazioni intorno alla Giudea, ma avevano subito un
cocente fallimento, e ribellarsi al temuto ed onnipotente re babilonese
aveva causato quanto la Parola di Dio voleva scongiurare, la perdita
dell'esistenza stessa della nazione. Al tempo di Ges i movimenti nazionalisti detti zeloti, ma anche altri gruppi con altri nomi, avevano
sconvolto i decenni con continue insurrezioni e guerriglie, schiacciate
dai Romani con irrisoria facilit. Le due grandi rivolte armate del 66 e
del 132 d.C. avevano a loro volta causato lo stritolamento della nazione, la devastazione della terra, l'immane deportazione della popolazione, venduta schiava in tutti i porti del Mediterraneo; tanto che il prezzo di mercato ebbe un crollo per decenni.
Con questo, ogni anelito di libert sar da reprimere? I popoli dovranno ancora essere schiavi di tiranni o di altri popoli o dei "magnati", oggi le grandi imprese finanziarie, vere bande di predoni di piccoli
e poveri? No e s. Talvolta, certe "rivoluzioni" borghesi moderne furono del tutto inutili, poich l'evoluzione stessa dei tempi, dei costumi,
dell'economia, della cultura, della scienza avrebbe portato senza costo
di vite umane "il progresso nella libert"; cos vanno valutate la rivoluzione francese, e quella marxista, ambedue barbariche e stupide ed
inutili e dannose. Per, s, quando la tirannia sta uccidendo il popolo;
la coscienza del popolo deve decidere la sua libert.
Ges guarda questi problemi, li sfiora, lascia all'intelligenza di considerarli e risolverli, e certo simpatizza sempre per i poveri e deboli.
Ma adesso sta parlando ad una Comunit a cui affida la salvezza
del mondo. E non propone un modello astratto di rovesciamento dei
valori servo-padrone, primo-ultimo. Bens sta proponendo se stesso
come unico Modello, non tanto da "imitare", quanto, poich soprattutto l'Icona perfetta del Padre nello Spirito Santo, da farsene impri mere la "forma" trasformante.
Egli si posto come l'Icona che deve morire ma risorgere in eter934

DOMENICA 5' DEI DIGIUNI

no, all'inizio, nella sua predizione di questo destino. Al centro, come


Icona che deve bere la Coppa e farsi battezzare dalla morte. Adesso,
come Colui che fu posto quale Icona di morte per la resurrezione degli uomini.
Il v. 45 un lgion difficile, autentico: "II Figlio dell'uomo non venne
per essere servito (diakonthnai), bens per servire (diakonsai), e
donare l'anima sua quale riscatto (lytron) per i molti".
Torna sempre il Figlio dell'uomo di Dan 7,13-14, a cui l'Antico di
giorni, ossia l'Eterno Padre affida per intero il dominio e dunque la
salvezza di tutti i popoli. Il Figlio dell'uomo, essere propriamente divino e tuttavia realmente umano, "uno nato da uomini", viene dalla divina Gloria, per "assumere la forma di schiavo" (dolos)" (FU 2,7),
per essere come Adamo, divenuto schiavo del peccato, onde, servendo
Dio nell'obbedienza filiale, rovesciando il destino d'Adamo, diventasse cos l'unico Adamo Nuovo ed ultimo, che contiene in s tutti i redenti. Ed anzitutto si fa il Messia divino d'Israele:
10 dico infatti che Cristo diventato
Diacono della circoncisione (didkonos peritoms)
quanto alla Fedelt-Verit (altheia) di Dio, per
confermare (bebai) le Promesse dei Padri, e cos le
nazioni quanto alla Misericordia glorificassero Dio
(Rom 15,8-9a),
e manifesta simbolicamente all'Israele fedele questa diaconia lavando
i piedi ai discepoli (Gv 13,1-5.15). Egli cos mostra che non vuole "essere servito". Nessuno sta pi in basso di Lui. Come di sua spontanea
volont si pone lungo tutta la sua esistenza tra gli uomini.
Ma il Figlio dell'uomo unisce in s anche la figura del Servo sofferente di Isaia, che dona la sua vita per i molti (cf. Is 53,10-13), come
il Buon Pastore (Gv 10,15). Paolo insiste su questo tema del dono
principale, quello della propria esistenza, che parte dall'Amore totale
della Divinit; lo richiama in Gai 1,4; 2,20; 1 Tim 2,6; Tit 2,14. E Luca riporta le parole della Cena, dove il Dono della Vita assume la sostanza dei divini Misteri: "Questo il corpo mio, quello per voi donato" (Le 22,19).
11 dono del Figlio dell'uomo e Servo sofferente della "sua anima"
(psych), che indica la realt dell'esistenza. "il riscatto" (lytron), ter
mine che nel N.T. ricorre solo qui e nel parallelo di Mt 20,28. Ora, il
Salmista invocava il suo Signore cos: "Signore, Aiuto (both) mio, e
Riscattatore (lytrts) mio!" (Sai 18,14, conclusione dell'"Inno"). Poi
ch gi gli Israeliti nel deserto sotto i duri colpi dell'inevitabile puni
zione per le loro prevaricazioni "si ricordarono che Dio loro Aiuto
935

COMMENTO - IL TRIDION

(boths), e il Dio Altissimo il loro Riscattatore (lytrts)" (Sai


77,35). Il N.T. d'altronde conosce il verbo lytr applicato al Signore,
come memorano i due di Emmaus, sperando che Egli avrebbe riscattato la loro nazione (Le 24,21). Paolo da parte sua afferma che il Salvatore nostro Ges Cristo sacrific se stesso per noi, per riscattarci da
ogni iniquit, ed acquisirsi un popolo "fanatico di opere buone" (Tit
2,13b-14): il verbo del riscatto lytr. Pietro da parte sua memora ai
suoi fedeli che dalle vanit delle generazioni precedenti fummo riscattati dal Sangue prezioso dell'Agnello (1 Pt 1,18-19). Il sostantivo
lytrsis sta nell'esordio dell'Eulogts Kyrios di Zaccaria, che oper il
riscatto (episen lytrsin) per il popolo suo (Le 1,68). E Anna nel
tempio rendeva grazie per VHypapant, e parlava del Bambino "a
quanti attendevano il riscatto (lytrsis) di Gerusalemme", la Citt di
Dio, figura dell'intera nazione (Le 2,38). Infine Ebr 9,12 (cf. sopra,
VApstolos) proclama che il Sommo Sacerdote divino entr una volta
per sempre nel Santo dei Santi celeste con il proprio Sangue, ottenendo cos per noi la lytrsis, il riscatto eterno.
Questo riscatto "in favore dei molti", greco polli, ebraico
rabbm, espressione che significa "tutti", come si vide.
Cos la Quaresima ancora una volta ripresenta l'Icona del Crocifisso
ma Risorto. Di Colui che bevve la Coppa amara e fu battezzato dalla
Morte. Del Diacono e Schiavo sofferente. Del Riscattatore con il
Suo Sangue prezioso. E da opportunit ai battezzati di farsi assimilare
pi perfettamente a questa Icona. E conduce con la mano della Madre,
la Chiesa, i catecumeni a lasciarsi immergere in quella medesima
Morte, onde, partecipando a quella Coppa ormai riempita di Spirito
Santo, diventare a loro volta icone perfette, santificate poich "riscattate". Per fedeli e catecumeni da parte loro debbono diventare ultimi,
minori, servi e schiavi dei fratelli, poich qui sta l'assimilazione perfetta all'Icona Perfetta.
6. Megalinario
il Tropario Episichirei, vedi Domenica dell'Ortodossia.
7. Koinnikn
Della Domenica.

936

SABATO PRIMA DELLE PALME


DEL SANTO E GIUSTO LAZZARO
UApolytikion di oggi quello della successiva Domenica delle Palme,
il Tn koinn anstasin, un anticipo. Infatti il Signore resuscitando Lazzaro vuole dare il "segno" principale della sua stessa Resurrezione quale
seguito della sua Morte. L'ufficiatura delle Ore riprende e rilegge sotto
diverse angolature il grande tema: Cristo la Resurrezione e la Vita, ed
il sempre Multimisericorde. Cos d'altra parte questa Festa si connette,
quasi penetra dentro la Domenica delle Palme, il cui Evangelo in un certo
senso vuole cominciare e terminare con Lazzaro, ponendo Cristo Signore al centro.
1. Antifone
Si cantano i Typikd ed i Makarismi.
2. Eisodikn
Della Domenica.
3. Tropari
1) Apolytikion della Festa: Tn koinn anstasin, vedi Domenica delle
Palme.
2) Kontkion: He pntn char, Christs. Il Signore acclamato quale
Gioia di tutti, la Vita, la Luce del mondo (Gv 8,12): in Lui si manifestata
la Resurrezione per la sua Bont, ed Egli divenne il typos, la "forma" vita
le della resurrezione, procurando a tutti la divina remissione dei peccati.
4. Trisgion
Invece del Trisgion si canta Hsoi eis Christn ebaptisthte; vedi il
Sabato santo e grande.
5. Apstolo s
a) Prokimenon: Sai 26,1, "Salmo di fiducia individuale"
L'Orante manifesta la sua fede e fiducia nel Signore, che proclama
quale unica Luce sua e Salvezza sua, ed afferma che di nulla pu avere
terrore. Il Signore il Bastione invincibile della sua vita, perci non
potr mai tremare davanti a nessun nemico. L'attuazione oggi in Cristo Luce Salvezza Difesa, con l'onnipotente Resurrezione.
b) Ebr \2,2S - 13,8
L'epistola nella sua V parte (12,14 - 13,18), tratta delle vie rette per
937

COMMENTO - IL TR1DION

conseguire il frutto pacifico della divina giustizia. Perci l'Autore


esprime una serie molto importante di insegnamenti e di consigli.
I fedeli, probabilmente sacerdoti ebrei divenuti discepoli di Cristo, ed
in crisi per la loro identit, avendo perduto le loro funzioni nel santuario,
la condizione sociale che ad essi spettava, ed essendo adesso semplici
battezzati, sono avvertiti tuttavia che gi ricevettero "il Regno irremovibile", incrollabile (il verbo paralambn, indica la Tradizione), e dunque debbono ritenere fortemente la grazia. Mediante questa si recupera
la vera funzione sacerdotale: prestare a Dio il culto che sia accetto a Lui,
offerto con riverenza e religiosa disposizione (v. 28). Infatti, citando Dt
4,29, l'autore avverte che "il Dio nostro Fuoco divoratore", ed il senso
di questa espressione che geloso per amore, non tollera apostasie dei
suoi fedeli (v. 29).
Seguono adesso diverse esortazioni. Ed anzitutto, come ci si attende,
la Comunit deve tenere ferma, e con ci sempre in funzione, laphiladelphia, l'amore per i fratelli, che il fondamento indispensabile su cui
costruire la Comunit di fede. Essa a sua volta proviene dall'unica Philanthrpia di Cristo per tutti gli uomini (13,1). Ma tale "amore fraterno" non pu limitarsi al ristretto di un gruppo umano. Esso deve estendersi quasi all'infinito, assumendo la forma mentale e spirituale del
comportamento, mai da dimenticare e pretermettere, della philoxema,
1' "amore per gli stranieri", gli ospiti, i pellegrini. Questa non solo un
dovere cristiano, anche se quasi sempre difficile e costoso, ma una
specie di scommessa con il Signore, poich alcuni, in pratica Abramo
(Gen 18,1-15), ospitarono gli Angeli di Dio, dei quali Uno gli promise
il figlio, Isacco (v. 2).
Seguono le opere della misericordia, che richiamano i testi maggiori
come Mt 25,31-46 (cf. la Domenica della Apkreos). Cos si deve tenere
in mente e dunque intervenire per i carcerati, e considerarsi cos "concarcerati", partecipi delle loro sofferenze; dei maltrattati dalla vita, dagli
eventi, dall'iniquit umana, tenendo sempre conto che i fedeli "hanno
un corpo", e perci nei maltrattati soffre anche la propria carne (v.3).
Una prescrizione fondamentale la santit del matrimonio (cf. Efes
5,18-33). "Le nozze siano onorate", nell'onore della trasparenza, nell'onest dei rapporti interni e soprattutto esterni, tali da stare sempre
con la coscienza monda. I rapporti matrimoniali sono santi. Debbono
essere incontaminati in ogni aspetto. Poich Dio giudica e condanna i
lussuriosi e gli adulteri (v. 4). Tali norme fanno parte di quei testi che si
individuano nel N.T.., chiamati "tavole della famiglia", in cui si prescrivono precetti, o si danno consigli, affinch la famiglia cristiana viva
nella santit ricevuta con l'iniziazione cristiana, e riaffermata con il
"mistero grande" delle nozze benedette. Si veda qui ad es. 1 Cor 5; 6;
7; Col 3,18-19 per gli sposi; 3,20-21, per i figli ed i padri; 3,22-25, per i
938

SABATO DI LAZZARO

servi ed i padroni, norme riprese ed ampliate in Efes 5,20-33; 6,1-4;


6,5-9; 1 Pt 3,1-7, sugli sposi cristiani, e 5,1-5 per anziani e giovani. Il
richiamo severo sulla condanna dei lussuriosi ripetuto in testi come
Efes 5,5: nessun lussurioso o adultero o avaro che anche un idololatra, possieder il Regno di Cristo e di Dio, norma gi richiamata in 1
Cor 6,9. Vedi Appendice I.
Un'esortazione sempre attuale quella di essere e di comportarsi da
non avari, ma di contentarsi di quanto si possiede. Occorre tenere presente che Dio stesso ha assicurato: "Io non ti abbandoner, e neppure ti
lascio" (Dt 31,6.8; cf. Gios 1,5), e dunque sta in prima linea per provvedere a tutti ed a tutto (v. 5). In tal modo si deve giungere ad affermare
con piena fiducia: "II Signore per me Aiuto, e non avr timore, che
far a me un uomo?" (Sai 117,6; cf. 55,5.12; ed il Prokimenon, sopra).
In una parola, occorre attendersi ogni bene da Lui, non curandosi del
male che si riceve, ad esso rimedia poi il Signore (v. 6).
La Comunit strutturata, come qualunque gruppo umano di qualche consistenza, ha perci "direttori", conduttori, capi. Ad essi va rivolta permanente memoria, perch annunciarono ai fedeli la Parola di Dio,
e questo beneficio soprattutto impagabile, la riconoscenza deve essere eterna. Di essi i fedeli osserveranno l'efficacia della loro condotta, e
perci debbono imitarne la fede (v. 7).
La pericope si conclude con un testo immenso: "Ges Cristo! Ieri ed
oggi! Il Medesimo anche per il secolo!" (v. 8), che pu essere spiegato
cos: Ges Cristo in se stesso. Ma Egli anche il nostro Ieri, la Promessa. Il nostro Oggi, l'adempimento. Poich Egli sussiste il Medesimo
per l'eternit.
6. EVANGELO
a) Alleluia: Sai 92,1, "Salmo della Regalit divina". _ .
,

anche l'Antifona la ordinaria della Domenica. Il Signore ha affer


mato il suo Regno, manifestandosi agli uomini nell'immane sfolgorio
della sua Maest, e con l'irrestibile sua Onnipotenza, stando pronto ad
intervenire; l'immagine qui il rivestimento, con la cintura che si chiu
de ai fianchi per la lotta. E cominci questa lotta creando e rendendo
l'universo ormai incrollabile, e cos dando esistenza sicura a quanti vi
vono nel mondo, animali ed uomini.
b) Gv 11,1-45
La lunga, magnifica pericope narra del "segno" settimo e principale
operato dal Signore nella sua Vita tra gli uomini, la resurrezione. Questa situata verso la fine del ministero di Ges, ossia nel crescendo della
sua opera. Considerando la visuale evangelica integrale, non l'uni939

COMMENTO - IL TRIDION

ca resurrezione, poich i Sinottici narrano quella della figlia di Giairo,


il capo della sinagoga, e Luca anche quella del figlio unico della vedova di Nairn. Il N.T. vede poi altre resurrezioni, una operata da Pietro
(cf. At 9, 36-43), una da Paolo (At 20,7-12). la promessa esplicita del
Signore nel "discorso di missione" "...resuscitate i morti..." (Mt 10,8):
anche qui i discepoli proseguono l'opera del Signore
In effetti, la resurrezione la pi completa teofania del Regno che
viene, poich recupera al Regno gli uomini che al Regno appartengono,
e di cui la Morte dietro cui sta "il Male", "il Maligno", "il Nemico",
"l'Inferno", unica personificazione tenta di fare la preda sua.
Ora, la Resurrezione del Signore il centro dell'Evangelo. Quella di
Lazzaro ne la conseguenza, ma prolettica, anticipata, poich la Resurrezione, operata dallo Spirito, ottiene l'intera Grazia dello Spirito, il
quale spira dove vuole (cf. Gv 3,8), anche gi nell'A.T.
Ges allora attende la morte di Lazzaro affinch sia glorificato il Figlio di Dio (Gv 11,4). Quando decide di intervenire dalla Galilea a Betania, manifesta ai discepoli incerti che si deve procedere alla Luce di questo mondo, che Lui (vv. 4-11). Quando giunge, Lazzaro sepolto da 4
giorni (v. 17, cf. v. 39). La folla di parenti e di amici, come si usa nelle
culture dove il gruppo umano compatto, stanno ancora con Marta e
Maria, per consolarle; si usava e si usa anche portare i cibi (v. 19).
Il primo colloquio di Ges con Marta, che rimpiange la sua mancata presenza, con malinconico rimprovero (vv. 20-21). Tuttavia spera
ancora che Ges "chieda a Dio", poich Dio gli conceder tutto (v. 22).
E Ges glielo assicura: Lazzaro risorger (v. 23). Marta, che come
Ebrea fedele conosce la fede nelle divine Promesse, risponde: "Nella
resurrezione dell'ultimo giorno" (v. 24). E qui Ges fa il discorso di rivelazione: "Io sono la Resurrezione e la Vita chi crede, vivr, anche
se morto" (v. 25). E sollecita la fede di Marta, la base per poter operare
il miracolo: Chi vive e crede in Lui Egli la Vita ed la Resurrezione che esige la fede! , non morir in eterno. "Credi tu questo?" (v.
26). Marta allora professa la sua fede, finalmente: "S, Signore io
credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, il Veniente nel mondo!" (v.
27). ancora la fede nel Messia. Quella nella Divinit di Cristo verr
con Maria dopo la Resurrezione, nel grido: "RabbouniVche vuole dire
"Signore Dio" (cf .20,16).
Marta corre a chiamare Maria, che corre dal Signore, fermo nel luogo dell'incontro con Marta (vv. 28-30). Gli amici e parenti la vedono
correre e la seguono, credendo che vada al sepolcro (v. 31).
L'incontro ripete quello con Marta: Maria rimprovera Ges per la
sua assenza (v. 32), e Ges, sul pianto accorato di questa sorella disperata, sconvolto per la prima volta (v. 33), e chiede di andare al sepolcro (v. 34). Mentre va, piange (v. 35). I presenti vedono allora qui la
940

SABATO DI LAZZARO

prova dell'amore di Ges per Lazzaro (v. 36). Altri per la terza volta
fanno risuonare il rimprovero: ha guarito il cieco nato (Gv 9), poteva
intervenire anche qui (v. 37). Qui Ges per la terza volta sconvolto,
sta ormai al sepolcro (v. 38).
Interessa a questo punto annotare le 3 volte in cui Ges turbato, e
piange. l'unica narrazione evangelica del pianto del Signore. Ma cos
Giovanni vuole insegnare ai fedeli che la Vita immortale, la Resurrezione irresistibile e vittoriosa, il Creatore della vita, la Santit immacolata contro cui il dente impuro e maledetto della Morte nulla pu, Egli
davanti alla morte freme, sconvolto, piange, ha paura. Un Dio ariano
e monofisita sarebbe solo impassibile, immutabile, inattingibile. E questo il Signore nostro e Dio nostro, lo . Ma anche incarnato, e la sua
Persona divina ormai sussiste tutta e per intero anche nella sua Umanit, la quale sussiste tutta e per intero nella sua propria Divinit, indicibile perichresis delle Due Nature che sussistono nell'Ipostasi divina
"asygchyts, atrpts, adiairts, achorists, senza confusione, senza
mutazione, senza divisione, senza separazione". Questo Dio vero Uomo vero si trova adesso di fronte alla Morte, ali'"ultimo Nemico" che
deve essere distrutto (cf. 1 Cor 15,26), ma a costo di una Battaglia dove il Dio incarnato si presenta nell'innocenza della sua disarmatezza,
offrendosi, la Santit, alla stretta mortale dell'Orrore impuro, contaminante. La letteratura dell'antico Oriente ripete il tratto dell'eroe invincibile, che di fronte al nemico, pur sapendo di vincere perch quello
vulnerabile, trema e vorrebbe ritirarsi. Anche se non esiste derivazione
diretta, il terrore della Morte narrato dai Sinottici nella scena del Getsemani, ed alluso da Giovanni nell'incontro del Signore con i Greci
(cf. Gv 12,27).
H N.T., ispirato dallo Spirito Santo, non nasconde il terrore, lo sconvolgimento, il pianto del Signore. Egli che ha detto molte volte al sofferente: "Non piangere", e al terrorizzato "Non avere paura". Anche fuori
degli Evangeli restano i forti echi di questo, che sottolineano il realismo
storico dell'Umanit del Signore nostro, "in tutto tentato come noi, in
tutto simile a noi escluso il peccato" (cf. Ebr 4,15). E restano nella
Chiesa primitiva anche nella tradizione paolina, quando un fedele discepolo di Paolo scrive cos di Cristo, scelto dal Padre come Sommo Sacerdote secondo l'ordine di Malkisedeq, in Ebr 5,8-10:
Egli nei giorni della carne sua,
richieste e suppliche
al (Padre) Potente per salvarlo dalla morte,
con grido grande e lagrime avendo offerto,
ed esaudito per la (sua) devozione, bench
sussistendo come Figlio,
941

COMMENTO - IL TRIDION

impar da quanto soffri l'obbedienza,


e consacrato Sacerdote (teleithis),
divenne per quanti a Lui obbediscono
Causa della salvezza eterna,
nominato da Dio Sommo Sacerdote secondo l'ordine di Malkisedeq.
Dalle sue indicibili Sofferenze "impar", ossia fece la perfetta esperienza di quello che significa l'obbedienza devota totale al Padre, nell'esercizio perfetto del Sacerdozio, la cui pienezza terrena si consuma
(telei, indica l'abilitazione "plenaria" e l'attuazione plenaria) nell'
"obbedienza", la Croce (cf. 1' "inno dei Filippesi", FU 2,6-11). Solo
qui, e solo cos, da Lui emana quale infinito Oceano divino, la salvezza
eterna degli uomini, il Dono dello Spirito Santo. Vedi l'8 Novembre.
Tali echi sono permanenti nella Chiesa, sono impressi nella sua anima, in modo indelebile. E non solo nella celebrazione del Venerd delle
Sofferenze, o nella memoria del mercoled e venerd di ogni settimana,
ma come Memoriale divino e santo nella celebrazione dei Misteri vivificanti, nell'anamnesi storica, sacrificale offertoriale della santa Anafora, in modo perenne ed insistente. Sarebbe impossibile qui citare testi
dei Padri. Ed anche se via via i cristiani hanno spostato l'accento pi
sugli effetti delle Sofferenze del Figlio di Dio per loro, che sulle "forti
grida e lagrime" di Lui, queste vanno contemplate in modo perenne,
poich di esse restano le "sante Stigmate" nell'Umanit gloriosa del Signore, i segni della sua Morte redentrice (cf. Le 24,40; Gv 20,20.27; Ap
5,6), che causano la Resurrezione sua e di Lazzaro e della figlia di
Giairo e del figlio della vedova di Nairn. E di tutti gli uomini.
Il tremare davanti alla morte non deve essere rimosso, sarebbe menzogna, e poi sarebbe impossibile. L, dove non trem Adamo davanti
all'operazione che gli avrebbe procurato amara morte, trem l'Adamo
Nuovo davanti all'operazione eguale e contraria, che a Lui ed a noi
avrebbe procurata la Delizia della Vita divina. Cos si esprime un grande Padre orientale, 'Tarpadello Spirito Santo", S. Efremil Siro:
Se Adamo mor a causa del peccato (Gen 3,22-23), si doveva che
Colui che si caric del peccato (Is 52,13 - 53,12; Gv 1,29.36) assumesse anche la morte (FU 2,6-11; Rom 8,3; Gai 3,13; 2 Cor 5,21).
Sta scritto: 'Nel giorno che mangerai, tu morirai' (Gen 2,17). Ma il
giorno che mangi non mor. Solo, come caparra della sua morte, fu
spogliato della sua Gloria (Gen 3,7), espulso dal Paradiso (Gen
3,23-24). E ogni giorno egli pensava alla morte cos anche noi,
mangiando la Vita che sta in Cristo (Rom 8,9): il Corpo di lui (1
Cor 11,26) invece dei frutti dell'Albero (Gen 2,16-17), l'Altare di
lui invece del giardino dell'Eden (1 Cor 9,13, 10,20-22; Ebr 13,10),
942

SABATO DI LAZZARO

e fummo lavati dalla maledizione (Gai 3,13; 1 Cor 6,9-11) dal suo
Sangue giusto (Ap 1,6; 7,14; Ebr 9,14; 1 Gv 1,7; cf. Mt 23,35). E
noi nella speranza della resurrezione (Rom 8,23-25; At 23,6), attendiamo la Vita futura (1 Tim 4,8), e gi adesso nella Vita nuova (Rom
6,4) noi procediamo (Col 3,3-4), poich quelle Realt sono Caparra
per noi (2 Cor 1,2; 5,5; Efes 1,14) (EPHREM de NISIBE, Commentaire
de VEvangile concordant ou Diatessaron 21,25, in SChr 121, Paris
1966, p. 388).
E per il tremare e piangere di Ges non terrore panico, irrazionale. lucida consapevolezza della realt, e della Volont del Padre suo.
Egli passa all'azione. Anzitutto ordina di rimuovere la pietra che chiude
l'apertura della tomba, in genere scavata nella roccia ed occlusa con una
grossa macina da mulino fuori uso. Marta, sempre ansiosa di servire,
sempre preoccupata del bene degli altri, adesso fa osservare a Ges che
il fratello, sepolto da 4 giorni, gi travolto dall'orrida corruzione
cadaverica e sta nel disfacimento che causa quell'orme ek thandtou (cf.
2 Cor 2,16) davanti a cui nessuno resiste (v. 39). Ma Ges di nuovo le
ricorda che la base operativa per Lui stesso la fede degli altri: se Marta crede, allora la Gloria divina sta qui, si rende visibile (v. 40). E cos
obbediscono e rimuovono la pietra (v. 4la).
Che cos' il miracolo della resurrezione? Qui si rivela che l'opera
fontale del Padre, che opera nel Figlio e insieme con il Figlio al fine di
restituire la vita, la nuova creazione operata dallo Spirito Santo divino
Creatore. Perci Ges ha gi innalzato al Padre l'epiclesi per lo Spirito
della Vita, ed il Padre gi Lo ha esaudito. Adesso deve salire dal Figlio al Padre l'azione di grazie per l'esaudimento, la celebrazione del
Padre. Cos alza gli occhi "al Cielo", al Padre, gesto sacerdotale gi
noto (cf. Mt 14,19; Me 7,34: per il sordo muto mentre lo guarisce) e
che ripeter nella "Preghiera sacerdotale" (Gv 17,1-26, qui al v. 1). E
parla: "Padre, Io rendo grazie a Te poich Mi ascoltasti", ossia, esaudisti (v. 41). Tra Padre e Figlio non esiste contrasto di Volont e di
Operazione e di Fine. Se il Figlio filialmente obbedisce, il Padre paternamente esaudisce. rapporto eterno, mai inclinabile. E qui Ges lo
manifesta: "Io conoscevo che Tu mi esaudisci sempre". Per tale rapporto qui sta in funzione degli uomini: Ges ha manifestato questo
rapporto paterno-filiale al fine che i presenti credano, sia in Lui, sia
che Egli fu inviato dal Padre (v. 42).
Cos Ges procede all'atto esplicitante la sua preghiera esaudita. A
Lazzaro ancora giacente grida: "Lazzaro, vieni fuori!" (v. 43). Fuori del
sepolcro, fuori della putredine della morte, fuori della morte. Verso Lui,
la Vita e la Resurrezione e la Gioia di tutti, come canta oggi il
Kontkion. E come resistere alla Parola della Vita?
943

COMMENTO - IL TRIODION

L'Evangelista qui annota sapientemente: "E il morto, legato mani e


piedi con fasce" secondo l'uso orientale, "e con il viso coperto dal sudario", per il rispetto alla figura del volto, "usc" dalla morte e venne
alla Vita, venne cos come stava. Ges ordina di "scioglierlo" dalle
bende, ultimo segno del miracolo avvenuto e di farlo andare (v. 44).
Questo tutto quello che compete a Dio. E Dio puntualmente l'ha
svolto ed attuato.
Resta la parte degli uomini: i presenti contemplano (theomai) il fatto operato da Ges, ed hanno la fede (pistu) in Lui (v. 45).
Il miracolo suppone la fede gi formata. La base della fede in atto
offerta da Marta e da Maria. Su questo il Signore pu operare. Ma il
miracolo destinato anche a produrre la fede. I presenti ed osservanti, i
"testimoni oculari", credono a causa del fatto avvenuto.
Il Risorto per non si contenta affatto di questo vedere-credere. Egli
premier con il makarisms, come "beati quanti avranno poi creduto
ma non videro" (cf. Gv 20,29). Tommaso l'Apostolo stesso annuncer i
fatti che vide, e susciter in tutto il lontano Oriente, fino in Cina, la fede di chi ama il Signore senza ancora vederlo, sperando di vederlo nella "resurrezione comune".
Con il "segno" di Lazzaro la Chiesa pu adesso inoltrarsi, non senza trepidazione di cuore, con canti ed inni, a celebrare il medesimo Signore glorioso nell'ingresso a Gerusalemme, nell'ignominia della
morte alla Croce, nella Gloria della Resurrezione nella Domenica
grande dei Misteri.
7. Megalinario
.
..
Si canta lo Heirms dell'Ode 9a fe\Y rthros: sono interpellati i popoli, affinch diano onore alla gloriosamente pura Theotkos, Ella che
concep nel seno il divino Fuoco della Divinit senza ricevere danno. E
oggi i fedeli La magnificano con inni indicibili.
8. Koinnikn
il Sai 8,3, "Inno di lode", che celebra il Signore e Dio Creatore, il
quale pose la lode sua sulla bocca dei bambini e dei lattanti, manifestata
(cf. Domenica delle Palme) all'entrata di Ges Signore in Gerusalemme; vedi qui Mt 21,15-16.
9. Dopo la comunione
Si canta VApolytikion della festa, Tn koinn anstasin; vedi Domenica delle Palme.
10.
Aplysis
Della Domenica.
944

DOMENICA DELLE PALME


La solennit speciale di questa Domenica viene dall'antica tradizione
di Gerusalemme (sec. 4), dove sul "luogo stesso", proclamando l'Evangelo dell'evento, la Chiesa celebrava il Vespro facendo la "stazione"
dalla basilica dell'Eleona, sul Monte degli Olivi. Poi in processione con
tripudio di canti e reggendo le palme, la Comunit si recava alla basilica
delYAnstasis, visitando il luogo del Golgota; quindi si celebrava la Divina Liturgia di S. Giacomo (greca). Cominciava cos la Settimana pi
densa dell'anno quanto a contenuti evocativi e celebrativi.
Le note che risuonano oggi formano un'intensa sovrapposizione di
gioia per la Gloria del Signore che si manifesta, e di profonda meditazione sul senso che la Passione prossima ha per Lui, per tutti i fedeli
redenti e santificati, per il destino del mondo.
I. - LE ORE SANTE
L'ufficiatura delle Ore sante ricca in modo particolare di questi temi, come preparazione e concentrazione dell'unica celebrazione di
questo giorno, che culmina nei divini vivificanti Misteri.
1. H Vespro
II Vespro si pu dire che sta sotto il "segno" grandioso enunciato gi
dallo Stichrn idimelon 1: oggi ci convoca la Grazia stessa dello
Spirito Santo, al fine che con il Signore anche noi portiamo la Croce,
mentre moltiplichiamo l'acclamazione delle folle esultanti di allora:
Benedetto nel Nome del Signore "Colui che viene", Osanna nei cieli
altissimi.
La felice scelta delle Letture bibliche anticipa in gran parte il senso
della Festa, che grandiosa.
\)Gen 49,1-2.8-12
Giacobbe, il cui secondo nome Israele, sente venire la sua fine, e
raduna i suoi 12 figli, i 12 Patriarchi eponimi delle future trib che formano il popolo di Dio. Li chiama all'ascolto di quanto sar il futuro, e
raccomanda che ritengano le parole del Padre loro (vv . 1-2).
Queste parole sono essenzialmente la trasmissione della Benedizione
e della Promessa di Abramo, il Padre comune. Per tutti e per ciascun
figlio perci Giacobbe, benedicendoli, trasmette una realt che identificandoli ne caratterizza la loro missione all'interno di Israele. Le 12 benedizioni (vv . 3-27), di diseguale lunghezza, sono in ordine di nascita
945

COMMENTO - IL TRIDION

dei 12 figli, cominciando cos dai figli di Leah nati in Mesopotamia, in


casa di Laban (Gen 29,31-35). Essi sono Ruben, Simeone, Levi (benedetti in Gen 49,3-7), e Giuda, capostipite del Re messianico (vv. 8-12).
Il testo qui assai solenne, ieratico, anche misterioso nei suoi simboli.
A Giuda anzitutto riservata la lode dei fratelli suoi, poich tra essi
posto come invincibile (v. 8). assimilato al leone indomabile (v. 9).
In Ap 5,5 in effetti proclamato che "vinse il Leone di Giuda, la Radice di David". A Giuda pertanto spetta lo scettro del dominio. La profezia ripresa in Num 24,17, sotto i simboli della Stella di Giacobbe e
dello scettro da Israele. Lo scettro retto saldamente da Giuda, a cui
spetta l'obbedienza dei popoli, ed egli lo consegner solo alla figura
misteriosa dello Stloh, termine ebraico poco chiaro, traducibile per "a
colui a cui spetta", in greco td apokimena, le "realt riservate", spettanti a Giuda, che si presenteranno nella storia (Gen 49,10).
Giuda cavalcher l'asino, non il cavallo da guerra; la cavalcatura
pacifica (cf. poi l'Evangelo di oggi). Giungendo, lo legher alla vite,
simbolismo della pace messianica (cf. Evangelo della Domenica dell'Ortodossia). La vite messianica produrr molto frutto per il Convito
promesso (cf. Is 25,6-12, per tutti i popoli, nella pace ottenuta). La promessa torna in Dt 32,14. Il "sangue dell'uva" il segno del sangue delle battaglie ormai tramutato nel Convito di pace dal Re vittorioso, che
ne porta i segni (Is 63,3) (Gen 49,11).
Ma Giuda portatore egli stesso dell'abbondanza messianica, che sar
visibile nei suoi occhi rossi per il vino, mentre i suoi denti per contrasto
saranno bianchi di latte, per la numerosa generazione di figli (v. 12).
2)50/3,14-19
Nel contesto della profezia sulla redenzione futura del popolo, il Signore investe Sion, esortandola alla gioia: Chdire, Gioisci figlia di
Sion! (v. 14). esattamente il contenuto iniziale delYaspasms dell'Angelo del Signore a Maria Vergine (Le 1,28; vedi il 25 Marzo). Il
Signore annuncia l'assoluzione di Sion dalle colpe passate. Ormai il Signore, il Re suo, sta in mezzo a lei, ed ogni male terminato felicemente (v. 15). H Signore la rassicura: Non temere! (cf. di nuovo l'Angelo a Maria, Le 1,30), segno della Teofania ormai verificatasi (v. 16),
con la nuova assicurazione: il Signore ormai sta in lei, e viene come il
Vittorioso. La semantica di sz, salvare, quando riferita alle divine
imprese ed a quelle del Re messianico, significa "vincere". Ma il Signore molto di pi per Sion, viene come la Gioia divina stessa per lei,
e Gioia nuziale, con la dichiarazione d'amore: il Signore la ama, e indice per lei la heort, la festa nuziale (v. 17).
A tale festa comune ormai sono convitati gli esclusi per l'obbrobrio
che portavano del peccato antico (v. 18). Il raduno convocante porta la
salvezza agli impediti, ai dispersi. Il Signore in questo recupero totale
946

DOMENICA DELLE PALME

della compagine del popolo suo, porr finalmente Sion, la "sua" Citt
regale, quale vanto e lode per l'intera terra (v. 19).
3) Zacc 9, 9-15
Nel contesto delle profezie sul compiersi della salvezza (cap. 9),
spicca quella sul Messia che viene (vv. 9-17).
Ancora una volta il Signore invita la figlia di Sion a gioire, poich ormai viene il Re "suo", il Giusto, il "Salvatore", ossia il Vittorioso. Egli
giunge irresistibilmente cavalcando pacificamente l'asino (v. 9), poich
ha distrutto le armi e ha cancellato ogni guerra. Porta la pace, e quindi a
Lui spetta il Regno universale (v. 10). In forza del "sangue dell'alleanza" (antica, Es 24,1-11; nuova ed etema, Mt 26,28-29, e par.) ha donato
ai prigionieri la liberazione finale (v. 11). Questi prigionieri liberati torneranno ormai a Sion, come segno della loro ricompensa divina (v. 12).
E questo sar anche il grande "segno": di essere finalmente un vero popolo, vittorioso anche esso mediante ed insieme al suo Re (v. 13).
Il Re messianico voluto venire quale Alleato principale, per vincere, nei segni terribili della sua Teofania di folgori e tempesta grande, irresistibile e tremenda (v. 14).
Ed Egli si pone finalmente quale Protettore. Poich il Kyrios Pantokrtr, V AdnajSb 't (tradotto in altri contesti anche come Kyrios
Sabaoth). Ora, tale espressione straordinaria significa che il Signore
ama risiedere tra i suoi "turni" (sb 't) adoranti, anzitutto del cielo, le
ordinate txeis angeliche, ma finalmente anche sulla terra, dove questi
turni perenni sono formati dai sacerdoti e dal popolo, anche essi in
composto "ordine", un turno che succede al turno, in modo che la lode
al Signore sia ininterrotta, come ininterrotta YEudokia del Signore
per il suo popolo santo.
2. Il Mattutino
Come l'intera ufficiatura che culmina nella Divina Liturgia, anche il
Mattutino riprende la resurrezione di Lazzaro, nella contiguit dell'ingresso messianico del Signore a Gerusalemme.
L'vangelo eotino Mt 21,1-17, che narra di questo ingresso (vv. 110), della purificazione del tempio (vv. 11-13), dei segni miracolosi di
guarigione ancora operati dal Signore (v. 14), della protesta del sacerdozio sadduceo geloso di tanto onore (vv. 15-16a), e della risposta
del Signore, che cita il Sai 8, sulla lode posta sulla bocca dei bambini
e dei lattanti.
3. Le Lodi
Le Lodi spingono la celebrazione ancora pi avanti, facendo il raccordo con quanto seguir nella Settimana santa e grande che sta per ini947

COMMENTO - IL TRIDION

ziare. Cos il Doxastikn, sulla falsariga di Mt 21,17-19, canta la preparazione del Convito la sera del Gioved, da parte dei discepoli.
IL - LA DIVINA LITURGIA
1. Antifone
1 ) Si intercala ad ogniStichos: Tispresbiais ts Theotkou.
- Sai 114,1, "Azione di grazie individuale": l'Orante esordisce con un
grido d'amore al suo Signore, e vuole far conoscere ai fedeli la costante attenzione divina alla sua preghiera di supplica;
- Sai 114,3 ab: questo avvenne quando i lacci della morte lo vedevano
avvolto, e si presentava il terrore dell'Ade;
- Sai 114,3c-4a: in questa angoscia esiziale che travolgeva l'Orante,
questi invoc il Nome divino onnipotente e salvifico.
2) Si intercala ad ogni Stichos: "Ssonhmas...Tu che fosti seduto sul
puledro dell'asina".
- Sai 115,1, "Azione di grazie individuale": il versetto il pannello
speculare del Sai 114,1 (i due Salmi in realt in origine erano unica
composizione). Adesso l'Orante grida al Signore la sua fede di adesione, che fu incrollabile soprattutto nelle proprie sofferenze;
- Sai 115,3: perci, riconosce che non sa che rendere in contraccambio
al Signore per tutti i benefci che ne ha ricevuto;
- Sai 115,4: ma occorre egualmente celebrare il Signore "perch
Lui", per i suoi titoli e per le sue opere. Perci l'Orante offre al Si
gnore la "coppa della salvezza" durante il convito sacrificale, ed in
voca il Nome divino come prolungamento della celebrazione;
- Sai 115,9: e la celebrazione proseguir ancora, quando l'Orante scioglier i suoi voti contratti verso il Signore, alla presenza della comunit dei fedeli, nel santuario.
3) Si intercala da ogni Stichos YApolytikion della Festa.
- Sai 117,1, "Azione di grazie comunitaria": l'Orante un personaggio
regale, che dialoga con sacerdoti e popolo. Cos invita con "imperativo innico" l'assemblea a celebrare il Signore perch Buono, e il suo
leos, la Misericordia dell'alleanza, eterno;
- Sai 117,2: rinnova l'invito all'intera casa d'Israele, al popolo santo, il
popolo della lode, affinch ripeta il riconoscimento dell'leos divino;
- Sai 117,3: e rivolge l'invito anche alla casa di Aronne, ossia a tutte le
famiglie sacerdotali che servono il Signore nel santuario;
- Sai 117,4: e finalmente invita egualmente i proseliti a questo riconoscimento, essi che stanno per entrare a far parte del popolo santo.
948

DOMENICA DELLE PALME

Non difficile comprendere come oggi questi Salmi risuonino sulla


bocca di Cristo Signore, nel momento pi denso del suo culto terreno al
Padre nello Spirito Santo, dalla Cena al Getsemani alla Croce. Egli
vuole far conoscere il Padre, che ama (Gv 14,31). Il Padre Lo esaud
sempre (Gv 11,42), in specie alla presenza della morte e dell'Ade,
quando lo invoc come 'Abb'\,Padre! (Me 14,36; Le 23,34; Gv 17,126), il Nome divino onnipotente e salvifico (Sai 114).
L'adesione del Figlio al Padre fu senza incrinature, in specie per
nella Passione. Di tutto questo rese grazie al Padre nella Cena, sempre
invocandone il Nome, e porgendo la Coppa anche ai discepoli. Quando
dopo la Resurrezione appare alle Donne fedeli, e poi ai discepoli, i suoi
voti al Padre sono sciolti. Il nuovo santuario, la sua Chiesa, il luogo
dove questo sar manifesto nelle generazioni (Sai 115 ).
Il Re messianico, che anche Sacerdote e Profeta, invita tutta la sua
Comunit, Gerarchi e fedeli, a lodare il Padre per la sua mirabile Misericordia, che dura in eterno. Invita tutti i battezzati a proseguire in questa lode. Ed invita tutti i catecumeni (i proseliti) ad unirsi a questo culto
salvifico (Sai 117).
Cosi l'attuazione delle Profezie contenute dal Salterio prendono inizio dal fatto che il Signore Ges stesso l'ha operata nella sua Persona,
estendendone gli effetti ai suoi fedeli.
2. Eisodikn
il Sai 117,26a.27a "Azione di grazie comunitaria". Adesso il sacerdote dal santuario acclama davanti al popolo santo: " benedetto dal
Nome del Signore 'Colui-che-viene'", l'Atteso delle nazioni. Questa
venuta si realizzata, ed in questo l'Orante proclama la teofania presente: "II Signore Dio e si manifest a noi!", il Signore Unico, il Vivente, l'Unico Dio, e volle venire in mezzo agli uomini.
Si aggiunge l'epiclesi Sson hms dell'Antifona 2\
3. Tropari
1) Apolytikion della Festa: Tn koinn andstasin. l'anamnesi di Cri
sto Dio, che garantendo la "resurrezione comune", ossia del genere
umano, prima della Passione resuscit Lazzaro dai morti. Oggi perci
anche i fedeli, come allora i fanciulli, portando i "segni" della vittoria,
al Vittorioso sulla morte gridano: "Osanna nei cieli Altissimi! bene
detto dal Nome del Signore "Colui-che-viene" !" (Sai 117,25a.26a).
2) Altro Tropario: Syntaphntes soi dia to baptismatos. La Chiesa dei
fedeli canta la sua gioia per la redenzione ottenuta, essendo essi stati
consepolti con Cristo in forza del battesimo (Rom 6,4; cf. Col 2,12), fu
rono resi degni della Vita immortale per la potenza della Resurrezione
949

COMMENTO - IL TRIODION

del Signore, e perci inneggiano e gridano: "Osanna nei cieli altissimi!


benedetto dal Nome del Signore "Colui che-viene"!"
3) Kontkion autmelon: T thrn en ouran. Cristo Dio possiede per
la sua Maest adorabile il trono nel cielo, e per la sua Umilt indicibile
un puledro sulla terra, e cos riceve il lodare degli Angeli e l'inneggiare dei fanciulli, che a Lui gridano: "Benedetto sei, il Veniente a richiamare Adamo!"
4. Apstolos
a) Prokimenon: Sai 117,26a-27.1, "Azione di grazie comunitaria".
Per i vv. 26a.27, vedi sopra YEisodikn. Per lo Stichos (v. 1)
vedi sopra l'Antifona 3\
b)FU 4,4-9
Paolo scrive ai diletti Filippesi dalla grande tribolazione della prigionia (anno 56). Quella Comunit, la prima da lui fondata in territorio
europeo, gli fu sempre vicina, fedele in ogni sua vicissitudine, e generosa in soccorsi anche materiali. Paolo riconosce che, mentre nessun'altra Comunit da lui fondata ricevette mai richieste di aiuti materiali, grav invece solo sulla liberalit dei Filippesi e dei fedeli della regione macedone (cf. 1 Cor 9,1-15; 2 Cor ll,8-9a;At 20,20, con 2 Cor
ll,9b). Adesso nella desolazione di non poter pi esercitare la mobilit
dell'apostolato, Paolo ricorda ai Filippesi che queste sue sofferenze
hanno tuttavia contribuito alla diffusione dell'Evangelo; li richiama a
vivere nell'unit della fede e con umilt, ad imitazione di Cristo che
svuot la sua condizione divina per farsi obbediente. Per questo ed altre questioni, l'Apostolo ha inviato a Filippi Timoteo ed Epafrodito. Ed
esorta all'esistenza che veda la sua perfezione, con l'esordio tipico:
"Del resto, fratelli miei, gioite nel Signore!" (3,1). Diverse raccomandazioni concludono lo scritto, con una serie di espressioni affettuose
per i sentimenti dei Filippesi verso il loro fondatore apostolico.
Il cap. 4 fa parte di queste raccomandazioni ai Filippesi, chiamati
"fratelli diletti, desiderio mio, gioia mia, corona mia" (4,1), e poi interpellati anche personalmente (Evodia, Sintiche, Clemente ed altri), in
segno di esortazione benevola e di compiacimento (4,2-3).
Ma la pi calda e risonante esortazione, punteggiata da due imperativi, il ribaltamento della situazione di Paolo, per cui i Filippesi non
debbono essere troppo tristi: "Chirete en Kyri pntote! Pdlin ero:
chireteV (v. 4,4). Gioire nel Signore Risorto, poich questo significa
Kyrios , si deve pntote, sempre e per qualsiasi motivo. Il verbo chiro
fa parte dell'accurata selezione che Paolo esercit sulla lunga serie di
verbi del "gioire" che gli offriva sia la lingua greca corrente, sia soprat950

DOMENICA DELLE PALME

tutto quella della venerata versione dei LXX; questa selezione in un


certo senso era un'inculturazione, poich Paolo si serv qui di verbi che
usava l'ellenismo pagano, conferendo ad essi il significato teologico
grandioso che ancora rivestono. Infatti, con Chirete, Gioite!, il Risorto
rivolge la sua prima parola alle Donne fedeli che vuole incontrare (Mt
28,9), confermando cos la gioia grande (chard megdl) che gi aveva
invaso quelle al primo incontro con l'Angelo, o il Giovane, al sepolcro
(Mt 28,8). Vedi per l'A.T. le letture bibliche del Vespro.
Con Chdire, Gioisci!, l'Angelo del Signore gi ha salutato la Vergine di Nazaret (Le 1,28), la "Diventata-grazia", che adesso accetta di essere la Madre di Dio. Un aspasms, saluto, per Yeuaggelisms, l'annuncio, che anticipa indicibilmente l'effetto della Resurrezione che , il
Dono dello Spirito Santo a Maria (Le 1,35).
Il Chdirete ai Filippesi si deve interpretare in questa atmosfera carica di tensione spirituale che era propria alle Comunit primitive, e
che indica il permanere della gioia della Resurrezione. Per questo
Paolo insiste: "Di nuovo lo dir: Gioite!" Egli ha insegnato ai suoi fedeli che come Apostolo "vive immerso nella tristezza del mondo, tuttavia non vive con tristezza". Anche nelle vicende poco felici in cui si
dibatte la compagine cristiana dei Galati, Paolo esorta a considerare
"il Frutto dello Spirito", in 3 triplette, di cui la prima : "carit
gioia pace" (Gai 5,22-23). E come dove debole, l forte della
potenza che viene dallo Spirito Santo, cos Paolo dove triste (come
qui, per l'impedimento della prigionia), allora gioisce per il medesi mo impulso dello Spirito Santo. L'ultima esortazione ai Corinzi
sempre a gioire (2 Cor 13,11).
Con questa premessa, Paolo passa ad una raccomandazione del tutto
diversa: "La vostra moderazione, epieiks sia conosciuta da tutti gli
uomini" (v. 5a). Il termine filosofico (Aristotele) e morale (Piatone),
anche politico (Tucidide), e vuole indicare la virt per cui in ogni occasione di relazione con gli uomini si clementi, equi, avendo rinunciato ad esercitare la stretta giustizia e la severit, con una tendenza all'indulgenza. Cos si significa anche un grande equilibrio intcriore,
mentale ma non meno morale ed emotivo. Questa semantica conosciuta dalla Scrittura greca dei LXX, sia pure con poca frequenza. Il
sostantivo epieikia si trova nelle parti solo greche dei LXX, sia riferita
ad uomini sapienti (Sap 12,8), sia al Signore (Sap 2,19; Bar 2,21;
Dan 3,42). Il verbo epieikuomai un'unica volta (2 Esr (= Neh) 9,8)
indica la moderazione divina verso gli esuli in Babilonia. L'aggettivo
epieiks nel Sai 85,5 traduce la semantica ebraica slh, che indica il
condonare, rinviare: "Tu, Signore, sei buono e moderato (epieiks)".
L'avverbio epieiks in 1 Re (=1 Sam) 12,22 usato da Samuele che si
ritira dal suo ufficio di giudice, assicurando che il Signore ha accolto
951

COMMENTO - IL TRIDION

con clemenza questo suo popolo; in 4 Re (= 2 Re) 6,3 i profeti intorno


ad Eliseo gli chiedono di andare con loro "garbatamente" al Giordano
per tagliare la legna.
Ma Paolo ha usato il sostantivo per esortare i Corinzi: "Io stesso,
Paolo, vi esorto per la mansuetudine e la moderazione (dia praUttos
Mi epieikias) di Cristo", a considerare che egli umile, tuttavia essendo assente confida in essi. Quindi propone come esempio Cristo mansueto e "clemente, moderato". E cos l'Apostolo si presenta ai suoi fedeli (2 Cor 10,1). Perci i Filippesi debbono comportarsi come Cristo,
come Paolo, clementi e moderati in tutto (FU 4,5a).
Con una grave motivazione: "II Signore sta vicino". L'aggettivo greco
eggys, ed il verbo eggi'z, indicano una vicinanza immediata, in pratica,
la presenza di uno che ormai "sta qui". Questa tensione escatologica, che
implica tesa preparazione per l'evento, pervade l'atmosfera del N.T. Il
Signore ho Erchmenos, "Colui-che-viene". Dunque che venne. Che
sta qui. Che si rende presente se desiderato. Che verr, specialmente se
invocato. In 1 Cor 16,22 risuona per la prima volta il Ma-rana ', t7,
che in aramaico significa: Signore nostro, vieni ! Cos in Ap 22,17, dove
a questa invocazione (in greco) dello Spirito e della Chiesa, il Signore
risponde: "rchomai tachy, Vengo presto!" (22,20), ossia, di nuovo, "Sto
qui !" L'apostolo Giacomo parla lo stesso linguaggio: "Siate longanimi
anche voi (al v. 7, tale il Signore Dio), rendete saldi i cuori vostri,
poich la Parousia del Signore si avvicin (ggiken)" (Gc 5,8).
Anche la tradizione giovannea conosce questa tensione. Oltre i testi
citati, VApocalisse parla cosi: "Ecco (annuncio di prodigio), Io sto alla
porta, e busso. Se uno ascolta la mia voce ed apre la porta, Io entrer da
lui, e cener con lui, e lui con Me" (Ap 3,20), citazione di Ct 5,2, sullo
Sposo che bussa alla porta della Sposa.
H Signore sta qui. Viene sempre. Sia nella vita personale di ogni fedele, quando chiama per l'incontro finale, sia nella vita della Comunit,
di continuo sollecitata dall'attesa dello Sposo. Questo vuole significare
Paolo ai Filippesi (4,5b).
Segue un'altra esortazione apostolica: "Di nulla preoccupatevi". Il
verbo merimn e il sostantivo mrimna fanno parte dell'insegnamento
del Signore, che occupa una lunga sezione del "discorso della montagna" (Mt 6,25-34). Le preoccupazioni della vita quotidiana non debbono travolgere l'esistenza, la mente ed il cuore dei discepoli, i quali debbono essere certi che il Padre Buono provvede a tutti ed a tutto, perfino
ai malvagi ed ingrati, e perci tanto pi ai suoi figli fedeli. Il lungo
"Salmo didattico sapienziale" che il Sai 36 contiene una serie di consigli, tra i quali al v. 5: "Affida al Signore la tua via (= esistenza e comportamento), e spera in Lui, ed Egli operer" per te. Anche la letteratura sapienziale si occupa di questo, come Prov 16,3: "Affida al Signore
952

DOMENICA DELLE PALME

le tue opere, e si realizzeranno i tuoi progetti". Il tratto per l'A.T. si pu


riassumere nello splendido Sai 54,23: "Getta nel Signore la tua preoccupazione, Egli ti nutrir". E l'Apostolo Pietro riprender questo: riporre nel Signore tutte le angosce, perch Egli si prende cura di tutti i suoi
fedeli(l/f5,7).
Il Signore attende di essere invocato. Il v. 6 prosegue infatti con la
concentrazione sulla preghiera intensa: "In tutto con preghiera e supplica insieme con eucarestia, le domande vostre siano fatte conoscere
a Dio" (v 6). Il vocabolario della preghiera qui riguarda quella che si
deve chiamare "supplica epicletica" innalzata al Signore per ottenere
da Lui il necessario: proseuch, disis, alternata; a cui per deve corrispondere Veucharistia, il rendimento di grazie. Si ha un vero trattato
della preghiera, che si pu riassumere cos: occorre chiedere al Signore, e non tanto per "rendergli noto" ci di cui si ha bisogno, quanto
per rendere noto a noi stessi lo stato di permanente necessit, di miseria, e di impotenza nel procurarci tutto con i nostri soli mezzi. proprio quello che poco sopra dicevano i testi contro la "preoccupazione
per l'esistenza". Solo il Signore Aiuto e Protettore. Ma i doni ottenuti debbono essere "accettati", e questo non solo possederli: bens
si deve celebrare il Signore "perch Lui", perch Lo manifestano titoli magnifici, perch opera sempre bene per noi; non solo, ma gli si
deve chiedere la comunione con Lui, e dunque altri benefici quali
mezzi di questo rapporto, che fa salire a Lui. Questa Veucharistia,
l'azione di grazie.
Allora "la pace di Dio" (cf. la ripetizione al v. 9) sar la potente custode (verbo phrour, fare la guardia) dei cuori e dei pensieri "nel Cristo Ges". La pace di Dio "la vita in Cristo". Per questo, essa trascende ogni mente umana, perch realt impossibile da rappresentarsi, da
razionalizzare. Infatti il Signore stesso mantiene la pace che dona, la
custodisce per la Citt che si affida a Lui (Is 26,3). Egli "fa regnare nei
cuori" la sua pace, che anche "la pace di Cristo" che chiama a formare un unico "corpo" (Col 3,15). La promessa della "pace sua", non del
mondo, del Signore durante la Cena (Gv 14, 27), e la sua realizzazione avviene poco dopo, la sera della Resurrezione, nel Cenacolo, con il
Dono dello Spirito (Gv 20,19-23). Poich "la pace, eirn" divina "il
Frutto dello Spirito": "Carit, gioia, pace" (cf. Gai 5,22). Anche da
questa parte, la "pace", che altres l'elemento fondamentale del Regno, la condizione donata divinamente, per cui "tutti hanno tutto, ed a
nessuno alcunch manca". il frutto prodotto dal non preoccuparsi per
il vivere, ma dall'affidarsi al Signore.
Questo affidamento non spensierato, n scioperato. anzi attivo e
dinamico. Paolo prosegue infatti tracciando un programma di comportamento idoneo e degno. Egli desidera cosi: "Questo (solo) considerate
953

COMMENTO - IL TRIDION

(logizomai, discutere, trattare)", ed enumera al v. 8 una serie impressionante di realt che riempiono la vita dei fedeli: tutto quello che vero
(alth), che puro (semnd), che giusto (dikaia), che integro o innocente (agnd), che amichevole (prosphil, favorevole all'amicizia
amabile), se una virt (aret), se laudabile (painos). una tavola
progettuale, ma anche una tabella di marcia, che fa dei fedeli gli agili
atleti della vita nuova.
In fondo, Paolo sta riproponendo quello che egli stesso diventato,
quello che ha sempre operato. Infatti al v. 9 evidenzia la "tradizione"
apostolica che comunica l'esistenza redenta, con 4 verbi: imparare
(manthdn), ricevere accettando (paralambdn, uno dei 2 verbi della
tradizione, conparadidmi, il consegnare, qui ovvio), ascoltare (ako,
che ha il senso dell'obbedire e praticare), vedere (hord), tutti all'aoristo, per indicare un tempo "puntuale": da allora, mai prima, per adesso con fattivit. Ma i Filippesi impararono, ricevettero, ascoltarono e
videro "in Paolo", posto quale icona da contemplare, e poi da imitare.
Egli aggiunge: "Questo, operatelo!" I fedeli diventano cos essi stessi
icone attivate dalla Grazia divina.
Allora l'Apostolo pu concludere: "E il Dio della pace star con
voi". il saluto di Rom 15,33, ripreso in 16,10. Aveva accennato in 1
Cor 14,33 che Dio "della pace" nella Comunit, non dell'arbitrio e
dell'anarchia. In 1 Tess 5,23 aveva augurato che il Dio della pace porti
la sua santificazione ai fedeli. un sigillo di grazia.
L'attuazione dell'Apstolos alla Festa di oggi agevole.
5. EVANGELO
a) Alleluia: Sai 97,1.3cd, "Salmo della Regalit divina".
Il v. 1 un grido d'esultanza entusiasta. L'Orante, un levita, con un
"imperativo innico" invita i fedeli a cantare al Signore il "cantico nuovo", poich Egli oper fatti mirabili, sorprendenti. Il Salterio ripete
questa acclamazione diverse volte (cf. Sai 32,3; 39,3; 95,1; 143,9; 149,
1). Il tratto proviene da Es 15,1-18 (come si vedr), e forse riletto da
Is 42,10 (i vv. 10-13 sono un vero "inno di lode" fuori del Salterio), come conseguenza dell'elezione e dell'invio del Servo del Signore (1
carme del Servo: 40,1-9) sul quale riposa lo Spirito di Dio (v. 1). Sembra che l'invito non abbia un contenuto nel Salterio, i "fatti mirabili"
sono generici. Per il N.T. rivela in diversi contesti di che si tratti. In
Ap 5,9 i 4 Viventi ed i 24 Anziani, con le cetre e le coppe d'oro ricolme
delle preghiere dei santi, cantano "il cantico nuovo" all'Agnello, il Servo
Risorto dalla morte (v. 5,6). In Ap 14,3 gli incontaminati e santi, resi
beati, con le cetre alla mano cantano anche essi il "cantico nuovo" all'Agnello che sta in piedi sul Monte Sion. E finalmente, in Ap 15,3 il
954

DOMENICA DELLE PALME

"cantico nuovo" cantato dai vittoriosi insieme con Cristo il Vittorioso, sotto il nome di "cantico di Mos, il servo di Dio". Questo rimanda
al Canto di vittoria sulla morte dopo il passaggio del Mar Ross 15,118, che anche la Lettura & M ^at0 santo e grande ( Cristo Signore che
viene oggi per vincere la morte, si deve dunque cantare in permanenza
il "Cantico nuovo". Egli ci fa traversare il mare tumultuoso della
perdizione, e ci pone al sicuro insieme con Lui.
Lo Stichos (v. 3cd) annuncia che i pi lontani confini della terra videro
"la salvezza del nostro Dio", per questo non possono pi dubitare. Il
termine t strion ha il senso ovvio di "strumento di salvezza" e di
"salvezza" in atto, tuttavia in molti contesti dei Salmi, come qui, significa "la vittoria" che il Sovrano ( un "Salmo della Regalit divina") ha
ottenuto e per sempre contro tutti i nemici suoi e degli uomini: Egli ha
vinto per noi. l'acclamazione a Cristo ho Nikts, il sempre Vittorioso.
b) Gv 12,1-18
Anche per Giovanni il Quadro della vita del Signore ha una partenza, la Galilea, ed un punto d'arrivo, Gerusalemme, come i Sinottici.
Ormai la Sua hra escatologica venuta. Egli compie gli ultimi adempimenti per affrontarla.
H suo ultimo percorso dopo la resurrezione di Lazzaro (Gv 11,1-46)
da Betania ad Efraim, una localit (forse l'Afaerma dell'A.T.) al limite
del deserto, a quasi 25 chilometri ad oriente sopra Gerusalemme, dove
Ges si trattiene con i discepoli (11,54) a causa delle ferali decisioni del
sinedrio (11,47-53), preoccupato di quella clamorosa resurrezione e della
fede di molti che ne era conseguita (11,45). Da Efraim Ges si sposta a
Betania, e di qui a Gerusalemme. L'intero itinerario si conclude. Gli
resta ormai solo la Croce, ma attende anche la Resurrezione gloriosa,
fatti che debbono avvenire a Gerusalemme, poich non conviene che un
profeta muoia fuori di Gerusalemme (cf. Le 13,33).
Ora, 6 giorni prima della pasqua, la terza del suo ministero messianico secondo Giovanni (cf. Gv 2,13, la "purificazione del tempio"; 5,1,
e qui) Ges si reca a Betania, il villaggio del versante esterno dell'altura degli Olivi, dove abitava Lazzaro, il resuscitato da Lui (v. 13,1). In
11,1 il testo precisa che Lazzaro abitava l con le due sorelle, Maria e
Marta, ed anticipa che Maria unse con aromi il Signore. A Betania accolgono l'Ospite con una cena. Ma dove sta il Signore, Lui ospita gli
altri. L posta e sta la Casa sua e del Padre. Marta come suo uso (cf.
Le 10, 37-38) serviva (diakon) a tavola, mentre Lazzaro "stava reclinato", il modo di stare a mensa degli antichi, insieme con Ges (v. 2).
Maria (ma codici autorevoli qui hanno Marim, il nome originale
ebraico e aramaico dell'incerto Mirjam) aveva preso una libbra (litra,
955

COMMENTO - IL TR1ODION

circa 328 grammi, ossia 12 once) di unguento odorifero, myron, composto di nardo autentico, puro, e molto costoso. Ella in segno di squisita accoglienza unge i piedi santi ed immacolati del Signore, e poi li deterge dell'aroma superfluo con i suoi capelli.
L'Evangelista annota: "e per la casa fu riempita dell'odore del "myron"
(v. 3). Si deve annotare qui il contrasto tra questa osmi, V "odore (buono)",
e la casa dove si svolge l'episodio, che Marco nel passo parallelo precisa:
"di Simone il lebbroso", ovviamente guarito, e per sempre personaggio in
qualche modo portatore di una menomazione dell'immagine (cf. Me 14,3;
Marco parla di "una donna", non precisando invece che Maria).
"La Casa fu riempita, eplrth". I due termini: "casa" e "riempire"
richiamano irresistibilmente alla memoria tre forme del "riempire":
a) La casa del Signore, ho ikos, he skn, la tenda, t hdgion, "il san
to" (o santuario) del Signore, riempita:
- dalla Gloria divina: "E della Gloria del Signore fu riempita (eplsth)
la Tenda": Es 40,35 (vedi vv. 34-38), che al v. 38 il Fuoco, pyr, del
la medesima divina Gloria, la quale si manifesta come Nube di gior
no, che protegge nell'esodo, e come Fuoco di notte, che illumina;
- nella Tenda del convegno {skn to martyriou) avviene che si manifesta la Gloria del Signore, ed esce da Lui il Fuoco (dxa e pyr di
nuovo insieme) che consuma i sacrifici, i primi offerti dal capo Mos
e dal sommo sacerdote Aronne (Lev 9,23-24);
- portata l'arca dell'alleanza nel tempio nuovo, da inaugurare, i sacer
doti escono dal "santo", t hdgion, e la Nube plsen tn kon,
"riemp la Casa" ed i sacerdoti non potevano officiare, "poich pl
sen dxa Kyriou tn ikon, riemp la Casa la Gloria del Signore" (3
Re(=\Re) 8,10-11);
- testo parallelo al precedente: i sacerdoti non potevano pi officiare
nel santuario: "la Casa fu riempita (eneplsth) della Nube della Glo
ria del Signore" (2 volte in 2 Cron 5,14);
- in Ez 44,4 (ma cf. 2,1), torna la Gloria del Signore nel tempio nuovo:
"ed ecco (ido, sempre segno di prodigio divino), piena della Gloria
la Casa del Signore, plrs dxs ho ikos to Kyriou";
b) lo Spirito divino, la Gloria di Dio, sotto forma di "vento", soprag
giunge improvviso, "e riemp l'intera casa, kdi eplrsen hlon ton
ikon" dove stavano raccolti come in un santuario i discepoli del Si
gnore. la Pentecoste: At 2,3 (cf. vv. 1-4);
e) e finalmente in Gv 13,3 avviene il fatto decisivo: he de oikia
eplrth ek ts osms to myrou, "e la Casa fu riempita dall'odore dell'
unguento".
Il termine myron, che avr anche una funzione tipica nella sepoltura
dell'immacolato Corpo del Signore (cf. Mt 26,7.12; e Le 23,56, al plu956

DOMENICA DELLE PALME

rale), viene dal verbo myr, scorrere, che di una sostanza secreta da
una pianta. La sua mistura vegetale ed alcoolica era molto richiesta,
gradita, ma costosa. Essa provoca il senso dell'odorato, osm, una
piacevole sensazione, e un uso squisito.
La teologia simbolica qui ci insegna, a partire dall'A.T. e lungo il
N.T., la funzione spirituale dei "5 sensi". I Padri (a partire da Origene;
poi S. Gregorio Nisseno, Diadoco di Foticea, ed altri) svilupparono su
questo ricche considerazioni mistiche, oggi poco note. Infatti, Vudito
donato nell'uomo per ascoltare il Verbo predicato dalle Sante Scritture;
la vista per contemplare l'Icona della Bont, Cristo Signore, a partire
dall'icona-Scrittura; il gusto per mangiare il Pane della Vita, che la
stessa Bont divina (Sai 33,9), il Pane della Vita disceso dal Padre (Gv
6,33-58); Vodorato per aspirare Cristo stesso, Oblazione di soave odore
a Dio (Efes 5,2); il tatto per toccare il Verbo della Vita (1 Gv 1,1-4; cos
l'emorroissa, i malati, i discepoli del Signore, i suoi santi e venerati
seppellitori ma soprattutto la Madre di Dio, e Giuseppe Suo sposo).
I Padri aggiungono: non "sensi" sparsi, ma sensi spirituali, uniti nella
saldezza della fede.
Se in una parola si parla dell'osmi, l'odore buono di Cristo, si ancora una volta rimandati a ritrovare le premesse nell'A.T. Dove il quadro di estremo interesse teologico e spirituale:
a) la sapienza divina emana dalle sue vesti "odore (osm) di aromi co
me cinnamomo e balsamo, e come mirra scelta emanante profumo, co
me galbano e onice, e stacte, e come di incenso l'emanazione nella
Tenda" (Eccli 24,15, per nella Vulgata, v. 20, testo fedele all'originale
e pi attendibile);
b) il Re Sposo, unto divinamente di gioia (Sai 44,8), ha vesti da cui
emanano odore buono la mirra e la stacte (distillati di essenze aromatiche) e la casia (v. 9); la Sposa canta di Lui che "l'odore dell'unguento
(osm myrou) sta sopra tutti gli aromi, myrn olezzante il Nome tuo,
per questo le giovani Ti amarono, Ti trassero corriamo dietro a Te
verso l'odore dei tuoi unguenti (osm myronf(Ct 1,3-4);
e) il sacerdote che ufficia nel santuario deve avere vesti che emanano il
chrisma hieratias, l'unzione sacerdotale (Es 40,15), ricevuta sul Capo
da Mos (olio dell'unzione, laion to chrsmatos, Es 29,7). Tale delizioso profumo deve essere confezionato accuratamente ed esclusivamente
(pena di morte per il profano che lo riproducesse, o ne usasse), con mirra,
cinnamomo, cannella, casia, olio d'oliva purissimo; con esso si ungeranno il tabernacolo, l'arca dell'alleanza, la mensa, il candelabro a 7 bracci,
l'altare del profumo, quello del sacrificio, la conca per le abluzioni. Gli
oggetti cos trattati diventeranno "santo dei santi", ossia santissimi. E finalmente con esso si unger Aronne per consacrarlo come sacerdote del
957

COMMENTO - IL TRIDION

Signore (Es 30,22-33). Il sommo sacerdote allora appariva mentre ufficiava "come fuoco ed incenso sul braciere" (Eccl 50, 9a);
d) l'offerta sacrificale doveva essere accompagnata da aromi preziosi:
- sull'apposito altare "degli aromi", preparato accuratamente (Es 30,110) ed accessibile solo ai sacerdoti;
- l'aroma sacrificale, da offrirsi al Signore era confezionato con estre
ma cura (Es 30,34-38), ed era "santissimo" (v. 36);
- l'olocausto da consumarsi per intero doveva salire "in odore di soa
vit, eis osmn eudias", cf. ad esempio Es 29,18.25.41, e molto
spesso nei libri "sacerdotali", Levitico e Numeri;
- il vino, materia preziosa del sacrificio, era un'altra specie di aroma
soave; cos il sommo sacerdote "stendeva la mano sua sulla libazio
ne, e libava del sangue del grappolo, versava alla base dell'altare l'o
dore di soavit, osmn eudias, all'Altissmo Sovrano universale"
(Eccl 50,15);
- il segno di tanta sacralit sacrificale degli aromi sacrificali sta nel fat
to negativo che il Signore li rigetta quando glieli offre Gerusalemme
prevaricatrice (Ger 25,10; Ez 6,13), poich erano diventati oggetto di
prostituzione, in quanto, oltre il Signore, offerti anche agli idoli per
catturare la loro propiziazione (Ez 16,19; 20,28);
- ma il Signore perdoner nella sua Misericordia infinita, e alla fine
li riaccetter, li rigradir come segno di propiziazione benevola
20,41);
e) la Sposa del Signore emana l'odore di soavit. In Ct 4,10 "l'odore
delle sue vesti (osmi himatin)" sue profumer pi che tutti gli aromi
della terra. Anzi la Grazia divina far s che il suo stesso respiro, che
sospiro davanti al suo Sposo sia, osm rhins sou hs mla, "odore di
mela (profumata)" (Ct 7,9).
Anche il N.T. ha una buona dottrina sull'aroma soave.
a) Cristo Signore:
- in Efes 5,2: i fedeli debbono procedere nella carit, nella misura in
cui Cristo ci am, e consegn se stesso alla Morte in favore nostro
"come Offerta e Sacrificio" a Dio (citazione di Sai 39,7) "in odore
di soavit, eis osmn eudias" (citazione di Es 29,18, cf. sopra) al
Padre Suo;
- in 2 Cor 2,14 Paolo afferma che vanno rese grazie a Dio, che do
vunque trionfatore in lui (qui dice "noi", plurale di modestia) in Cri
sto, e mediante l'Apostolo manifesta in ogni luogo "il profumo della
conoscenza di Lui, tn osmn ts gnses auto". Il che significa che
la Parola divina che annuncia Cristo provoca nell'interiorit degli uo958

DOMENICA DELLE PALME

mini l'esperienza (= conoscenza) di Cristo che delizia come un aroma soave. Il richiamo qui pu essere allo Sposo del Cantico, vedi sopra Ct 1,3;
b) i fedeli:
- in 2 Cor 2,15, come conseguenza del testo precedente, i fedeli stessi
sono raggiunti da quell'asme eudias di Cristo. Essa produce questo
effetto: essi "sono aroma di soavit di Cristo (Christo eudia) (come
offerta sacrificale) a Dio", sia nei salvati sia nei perduti, il che vale
come "profumo dalla Vita alla Vita, osm ek zs eis zn, e purtrop
po provocando odore di morte per la morte nei "perduti" (v. 16);
- le stesse offerte di aiuto dei fedeli valgono come osm eudias (ci
tazione di Es 29,18), ossia sacrificio di aroma soave al Signore
(Fi/4,18).
Anche se a stretto rigore difficile dire che mentre scriveva il v. 3
del cap. 13 del suo Evangelo, Giovanni tenesse presenti tutti (ed altri)
testi dell'A.T. citati sopra ma altrettanto a rigore: come negarlo, se
Giovanni da buon Ebreo conosceva cos bene le Sante Scritture, e le
applicava al suo Signore? , resta che Yosm to myrou, l'aroma intenso dell'unguento di Maria "riemp la Casa". Questa unzione dei Piedi immacolati del Signore un atto d'amore, una elemosyn, una tenerezza, una carit, Ges di certo essendo stanco ed i suoi piedi affaticati
dal lungo andare per le vie degli uomini. Ora, come Paolo dir in FU
4,18 (vedi qui sopra), l'elemosina Vosm eudias, una forma di sacrificio spirituale offerto al Signore.
Maria e Giovanni hanno compreso bene questo.
Non cos Jehudah ben-S7m 'n, Giuda di Simone, l'Iscariota, proprio
mentre si preparava a tradire il Signore quando "subito usc (per andare
a consegnarlo). Ed era notte" (cf. 13,30 annotazione terribile). Era
ancora investito della sua funzione censoria in fatto di economia (v. 4).
La sua reazione astiosa, rancorosa, sia contro Ges, sia contro Maria: il myron si sarebbe potuto vendere, sarebbe stata l'unica soluzione
giusta e vera, per 300 denari, e distribuirlo ai poveri (v. 5). La somma
di 300 denari equivale a circa 300 giornate lavorative di un operaio
(cf. la parabola degli operai dell'ultima ora, Mt 20,1-16: il prezzo convenuto 1 denaro al giorno; cf. il 9 Marzo); una bella somma, con cui
si pu fare una buona carit. Giovanni per annota che a Giuda non
interessavano i poveri (come credevano i discepoli ancora durante la
Cena, cf. 13,29), ma, reggendo la cassa comune, si portava via il contenuto, "ladro, era" (v. 6).
Le parole di Ges hanno qui un'importanza fondante per i discepoli
delle generazioni che si susseguiranno fino alla fine dei tempi. Esse sono contenute nei densi vv. 7-8, i quali vanno divisi in due parti:
959

COMMENTO - IL TRIDION

a) v. 7: "Lasciala!", ossia, "non ti impicciare di questa donna". E poi la


frase misteriosa: "per il giorno della mia sepoltura ha conservato questo", dove tonto si pu riferire sia al myron, l'unguento aromatico prezioso, sia al gesto che ella comp.
Ora, "ha conservato, tetrken", non si pu dire dell'unguento, poich il parallelo, molto attendibile di Me 14,3, riporta che "ella spezz
l'alabastro", il vasetto, a sua volta di grande valore, che conteneva il
myron, e questo non fu potuto conservare in alcun modo. H tr, conservare, va dunque riferito al gesto. Ancora Me 14 aiuta l'interpretazione del gesto: "Una bella azione ella oper su Me" (v. 6b), e "Amen, Io
parlo a voi: Quanto ebbe, ella fece". Ossia, don tutto quello che aveva, acquist con tutti i suoi risparmi, come gesto voluto e volontario:
"Anticip l'ungere il corpo mio in vista della sepoltura" (v. 8). Con il
sigillo incredibilmente splendido: "Amen, Io parlo a voi: dove sar predicato (kryss) VEvangelo per tutto il mondo, anche quanto ella oper
sar detto in memoria (mnmsynon) di lei" (v. 9). Si ha qui un passo
patristico di alto interesse, che avr un seguito anche presso altri Padri.
Scrivendo alla Chiesa d'Efeso, il grande Santo Ignazio "il Teoforo"
d'Antiochia, Martire a Roma (e. 107 d.C), afferma, nel contesto della
saldezza della fede:
Per questo, myron ricevette sul capo suo il Signore, affinch spirasse
sulla Chiesa l'incorruttibilit. Non fatevi ungere dal lezzo (dysdio)
della dottrina del Principe di questo mondo (Gv 12,31; 14,30), affinch non vi renda prigionieri lontano dalla Vita propostavi. Perch
non diventiamo tutti sapienti, accettata la conoscenza di Dio che
Ges Cristo? Perch follemente andiamo in rovina, ignorando il dono (chrisma), che veramente ci ha inviato il Signore? (Prs Ephesious 17,1).
L'aroma del myron aroma d'immortalit, che fa comunicare a
Cristo, "la Conoscenza di Dio". "l'insegnamento d'incorruzione",
dice ancora S. Ignazio, Magnsieusin 6,2. Lo conferma S. Ireneo,
Adv. haer. 4,36,7 , in PG 7,1098: "la conoscenza del Figlio di Dio, la
quale incorruttibilit"; cf. 3,11,8, in PG 7,885. E Clemente Alessandrino, Paidaggs 2,8,61; Origene, Kat tn Klson 6,79; Homilia
clementina 13,15.
Di questo "fu riempita la casa".
L'unzione di Betania, nella sua spontanea semplicit ma cos carica
di senso, il "segno" della sepoltura prossima del Signore, da cui scaturir l'incorruzione, l'immortalit, la "conoscenza di Dio". Essa deve
avvenire tra 6-8 giorni (Gv 12,1). Appare come l'anticipo del Rito dell'Olio della preghiera per i morituri (cf. Gc 5,13-16), proletticamente
attuato sotto figure per il Signore a Betania.
960

TAVOLA

25 - SS. Apostoli - Episcopio, Piana degli Albanesi, circa 1610.

TAVOLA

26 - SS. Apostoli - Episcopio, Piana degli Albanesi, circa 1610.

DOMENICA DELLE PALME

La protagonista spontanea dell'unzione, Maria, di questo sar altamente meritoria. E non solo adesso, davanti al Signore amato e adorato, bens anche nella memoria reverente delle generazioni future, fino
alla fine dei tempi. Poich il Signore predice che "questo sar custodito" in onore di Maria, essendo anche il "segno" evidente dell'adorazione silenziosa ed amorevole. A questa si deve unire oggi e sempre l'intera Chiesa di Dio.
L'episodio di Betania oggetto di studi specializzati, che talvolta
lo considerano secondo le limitate leggi proprie, storielle, critiche e
letterarie. Invece in se stesso nasconde ed insieme rivela una grande
realt, che va riscoperta nel Mistero santo dell'Olio della preghiera: il
malato unto di consacrazione per la morte eventuale, quando il fedele entra a ricevere il Bacio del Padre, l'Abbraccio divino vivificante, anche in questo, a partire dal suo battesimo, assimilato al Signore
nella sua Unzione e nella sua Morte, in vista della Resurrezione e del
memoriale di essa.
Sembra che qui la riflessione teologica nei vari campi, in specie liturgico, misterico e pastorale, abbia non poco da riscoprire;
b) la seconda parola (v. 8) di una severit straordinaria, e guai a noi se
non la sentiamo come una frustata in faccia per tutte le generazioni: "I
poveri infatti sempre avete con voi Me, non sempre avete". La prima parte citazione di Dt 15,11, nel contesto dell'anno sabatico, del
perdono, della remissione dei debiti, della grande carit fraterna; il testo ebraico dice:
"poich non mancher il povero ('ebjn) in mezzo alla terra,
perci Io ti prescrivo dicendo:
Per aprire, devi aprire la mano tua al fratello tuo,
al misero tuo ed al povero ('ebjr) tuo nella terra! (Dt 15,11),
mentre i LXX hanno:
infatti non verr meno il bisognoso (endes) dalla terra, perci
Io a te prescrivo di fare quest'azione (rhma), dicendo:
Aprendo, aprirai tu le mani tue al fratello tuo, al povero
(penits) e al bisognoso (endemenos) tuo sopra la terra (Dt
15,11).
Ma come "i poveri sempre avete con voi"? Per pura colpa vostra.
Essi non dovrebbero esistere come tali, poich sono "fratelli" bench
poveri, a cui aprire largamente la mano "del cuore" generoso. Le sacche
di miseria esistono 2000 anni dopo. Per colpa nostra. E per colpa nostra,
dopo le esortazioni imperatorie del Signore ad operare la carit e dopo
tanta azione caritativa delle Chiese nei secoli, nonostante che esistesse
961

COMMENTO - IL TRIDION

nella Chiesa primitiva l'esempio finale di come la carit avesse almeno


per poco raggiunto l'effetto. In At 4,34 (i vv. 32-37 sono uno dei "sommari" degli Atti, ossia come uno "spaccato" sulla vita della Comunit),
viene una frase indicativa. I fratelli avevano operato in modo che
Neppure un bisognoso {endes) esisteva tra essi,
a sua volta rimando molto prezioso a Dt 15,4, nel contesto gi accennato.
Nell'anno sabatico il fratello rimette ogni debito al fratello {Dt 15,1-3):
cos in te (popolo) non esister un bisognoso {endes).
La colpa dunque la mano avara, ostinatamente chiusa verso il fratello,
come quella di Giuda avara di un piccolo onore rivolto al Signore, come l'unzione con il myron di Maria. Un piccolo, immenso onore come
segno di carit totale.
La notizia che Ges sta a Betania si diffonde, ed una grande folla conviene l, certo per Ges, ma soprattutto per "vedere Lazzaro", il fenomeno
inaudito, la meraviglia di uno "risorto", fatto mai prima avvenuto (v. 9).
Ma avviene anche un'altra reazione, insieme inaspettata ma prevedibile, per cui le autorit sacerdotali sadducee tengono consiglio e decidono di far morire anche Lazzaro, togliendo di mezzo una "prova" parlante, che cos deve morire due volte (v. 10). Infatti a causa sua molti
avevano defezionato e avevano aderito a Ges nella fede (v. 11).
E finalmente viene il giorno dopo. Al mattino una folla ingente che
era venuta a Gerusalemme per celebrare la pasqua, sa che Ges sta per
recarsi a Gerusalemme (v. 12). Allora prendono rami di palme e da Gerusalemme escono per incontrarlo {eis apntsin) (v. 13a).
Nell'antico calendario liturgico "sacerdotale" {Lev 23,33-43) era
prescritta la festa pi solenne dell'anno, Sukkt, le sknopgiai, o Capanne. Gli Israeliti dovevano abitare per 7 giorni, dal 15 del mese di
Tisri (circa fine di settembre ed inizio di ottobre), sotto capanne di frasche da erigersi in ogni luogo, anche nelle case, e cortili e terrazze. Si
celebrava cos il raccolto stagionale finale, come segno di azione di
grazie, ma anche come impetrazione dei benefici della campagna per il
futuro. Le capanne dovevano essere il "segno" della dimora nel deserto. La festa si iniziava al 1 giorno con la processione, portando frutti
(cedri), rami di palme, di alberi frondosi, di salici, con gioia; si saliva al
tempio, si girava intorno all'altare; dalla piscina di Silo il sommo sacerdote portava in un secchio d'oro acqua da libare intorno all'altare. I
sacrifici erano solennissimi. La sera dell'ultimo giorno si faceva una
grandiosa luminaria negli atri del tempio. Si invocava la pioggia, lo
Spirito di Dio, e la fedelt all'alleanza da parte di Dio.
962

DOMENICA DELLE PALME

Proprio in questa occasione, Ges proclama: "Chi ha sete, venga a


Me, e beva chi crede in Me. Dal ventre suo (di Ges) scorreranno
come parla la Scrittura Fiumi di Acqua Vivente! Diceva questo dello
Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in Lui, poich lo Spirito non
esisteva (ancora), poich Ges ancora non era stato glorificato" dal
Padre con la Morte e Resurrezione (Gv 7,37-39). E proclama: "Io sono
la Luce del mondo" (Gv 8,12; vedi Domenica di Pentecoste). Il riferimento alle Capanne quale "festa escatologica" pi che certo.
Ora, radunatasi a Betania, la grande folla comprende che si deve celebrare Ges con la "grande festa", una Festa delle Capanne straordinaria; del resto, sia il tempio fu inaugurato da Salomone con tale festa (cf.
3 Re (= 1 Re) 8,65), sia i Maccabei lo riconsacrarono dopo la vittoria
sugli ellenisti (cf. 1 Macc 4,36-59), e tale celebrazione fu detta
egkainiai, "inaugurazioni". Oggi la folla comprende che venuto ad
essa "il Tempio" santo, e lo vuole festeggiare.
La processione da Betania sale la cresta del Monte degli Olivi, ne ridiscende verso Gerusalemme che sta davanti, e la folla grida la sua acclamazione, avendo compreso che Ges anche il Re promesso:
Osanna!
Benedetto il Veniente dal Nome del Signore!
Il Re d'Israele! (v. 13)
Si tratta di "ritornelli" di qualche inno pi lungo, forse di Salmi. Infatti, l'Osanna viene dal Sal 117,25a, che in ebraico suona cos:
'Anna', 'Adnaj, hs'ah-nn' , alla
lettera:
Ors, Signore, salva noi!
Per nel contesto del Sai 117, una "Azione di grazie comunitaria",
l'invocazione epicletica per la salvezza aveva finito per assumere un
tono di acclamazione gioiosa. Il v. 26 del medesimo Salmo canta:
Benedetto il Veniente dal Nome del Signore! Vi
benediciamo dalla casa del Signore,
dove si evidenzia che l'Osanna sta in bocca al popolo, ed il v. 26 in
bocca al sacerdote celebrante. Ora, tra ha-B\ greco ho Erchmenos,
in ebraico ed in greco un participio presente durativo, e il Signore sta il
rapporto di benedizione che oggetto dell'acclamazione: "il Signore
benedice il Veniente, e la sua benedizione torna su Lui, unendo a Lui il
benedetto". Il Veniente "il Benedetto" dal Nome, dalla Potenza personale del Signore. Il N.T. spiega che qui la Benedizione lo Spirito Santo che unisce il Padre benedicente ed il Figlio benedetto.
963

COMMENTO - IL TRIDION

"II Re d'Israele" dunque "il Veniente" atteso dai secoli. Le folle lo


hanno compreso. Gi lo aveva compreso Natanaele (Gv 1,49; cf. sopra,
la Domenica dell'Ortodossia). E altre folle, che alla moltiplicazione dei
pani (Gv 6,1-13), "segno" strepitoso, accorrono per eleggere Ges come Re (Gv 6,14). Ges per fugge via (6,15).
Come si detto pi volte, il Re atteso deve portare la pace, la prosperit, l'unione del popolo (cf. Sai 71, "Salmo regale" messianico).
Doveva essere il "Salvatore" del suo popolo per mandato divino. La resurrezione di Lazzaro aveva scatenato l'entusiasmo: allora "il Re" poteva anche resuscitare i morti d'Israele! La resurrezione promessa (cf.
Dan 12,1-3) per i tempi messianici cominciava la sua funzione.
Ges permette tutto questo, sapendo che per alla Croce si trover
solo. E per dare il segno della sua pacificit regale, trova un asino e lo
cavalca. Egli da il "segno" ennesimo della realizzazione della Santa
Scrittura, qui quella che parla cos (v. 14):
Non temere, Figlia di Sion !
Ecco, il Re tuo viene,
seduto su un puledro d'asina (v. 15).
La citazione un sunto di Zacc 9,9 (vedi Lettura 3a
disteso dice:

del Ves ro , che

p )

per

Gioisci molto, Figlia di Sion!


Predica, Figlia di Gerusalemme!
Ecco, il Re tuo viene a te, Giusto e
Salvatore Lui, Mansueto, e salito
su una bestia da soma e su un
puledro giovane!
"Ecco, ido", annuncia il prodigio nuovo: il Re viene non con cavalli
e carri e milizie armate, ma con un pacifico asinelio; non con ritmati e
violenti canti di guerra, ma acclamato con Salmi messianici come
uno che non mette paura, da una folla pacifica e festante. Viene alla
Citt pacifica, Sion, la Sposa, che per solo amore deve acquistarsi con
il suo Sangue, vero Re Vittorioso, ma della Morte. Umile, mansueto,
buono, solo cos il Giusto, ossia il Misericordioso, l'unico Salvatore
del suo popolo e di tutti gli uomini.
All'inizio, t prton, perfino i discepoli di lui, dopo tanti insegnamenti, "non conobbero", non sapevano, non Lo riconobbero per quello
che "stava scritto" (gegrammnon, le Scritture, v. 15).
Essi dovettero attendere. Il loro non conoscere era lungo, quasi permanente (Gv 10,6; 13,7; 16,17-19). Anche quando il Signore si manifest come "il Tempio nuovo" (Gv 2,22). Essi sono folgorati quando il
Signore "fu glorificato" dal Padre: allora comprendono che "era stato
964

DOMENICA DELLE PALME

scritto: di Lui", e dunque su questa base irremovibile adesso si realizzato il quando "questo fecero a Lui" (v. 16). Allora fecero memoriale
(mimnskomai), che consegnarono negli scritti del N.T., gi prima celebrandolo nella Cena del Signore
Per adesso solo le folle Lo testimoniano (martyr), perch erano
quelle che stavano con Lui quando aveva richiamato Lazzaro dal sepolcro e l'aveva resuscitato dai morti (v. 17).
Anche per questo, per il "segno" grande della resurrezione, la folla gli si
fece incontro, attratta dall'ascolto dell'attuazione di quel "segno" (v. 18).
Anche nella gioiosa festa delle Palme, dedicata al Signore, sta alto
su tutto il segno della resurrezione. Poich questo l'ultimo e riassume
tutti gli altri 6 segni: Cana, la guarigione del figlio dell'ufficiale regio,
la guarigione del paralitico alla piscina probatica, la moltiplicazione dei
pani e dei pesci, il passaggio sulle acque, la guarigione del cieco nato
(cf. Gv 2,1-11; 4,46-54; 5,1-9; 6,1-13; 6,16-21; 9,1-7). L'acqua diventata vino, il segno del Convito messianico inaugurato dalla Resurrezione. Cos la moltiplicazione dei pani e dei pesci. Con le guarigioni, anticipata la potenza della Resurrezione, per cui il Figlio riconquista il
Regno al Padre sul Male che lo impedisce. Il passaggio sulle acque il
Re che domina la sua creatura e la rende docile al Regno per gli uomini. Lazzaro allora il segno anticipativo della Vittoria della Vita sulla
morte.
Ma intanto il Re messianico viene per la Croce. Solo la Croce il
varco terrificante: Lui deve accettare l'inabissamento nel turbine malefico della Morte personificata, per riemergere alla Luce divinizzante e
senza tramonto.
La settimana che segue la Chiesa contempler sotto vari "segni" misterici tutta l'opera finale del suo Signore. Lo attende mentre viene come Sposo. Partecipa alla sua Cena. Piange la sua Morte ed insieme ne
canta gli Encomi. E si pone in grande silenzio adorante.
Pronta ad esplodere nella gioia della Luce della Grande Notte che
apre sul Giorno che non tramonta pi.
6. Megalinario
la rilettura di Sai 117,27 e 26a: "Dio, il Signore, e si manifest a
noi! Facciamo festa, ed esultanti, venite, magnifichiamo Cristo con palme e rami, gridando inni: Benedetto dal Nome del Signore Colui che
viene, il Salvatore nostro!" Viene oggi, in questo Evangelo proclamato,
che diventa Evento salvifico.
7. Koinnikn
Si ripete il Sai 117,26.27, con l'Alleluia. "Dio, il Signore, e si manifesta a noi", oggi, qui, in questa Parola di Grazia, in questo Pane ed
965

COMMENTO - IL TRIDION

in questa Coppa che furono benedetti, ed ai quali partecipando riceviamo dallo Spirito Santo la Grazia dell'Evento.
8. Dopo So son ho Thes
Dopo la comunione, invece delYIdomen t Phs t althinn, si
canta YApolytikion della Festa.
9. Aplysis
II celebrante comincia la formula con: "O tu che ti degnasti di sederti
sul puledro per la nostra salvezza, Cristo Vero Dio nostro..."

966

LA SETTIMANA SANTA E GRANDE


La Settimana santa e grande si inizia dalla hespra, la sera, secondo
l'uso antico di considerare il giorno solare dal tramonto al tramonto
successivo. E la sera della Domenica delle Palme la rubrica dispone:
"La sera della Domenica delle Palme si salmodia (pslletai) Yrthros
del Luned grande, come di seguito".
La celebrazioni di questa Settimana sono lunghe, sovraccariche di
realt e di temi che si sovrappongono e tuttavia seguono la linea certa
della solennit contemplante e con tensione anche emotiva. Esse fanno
emergere con ci la parte pi antica dell'azione liturgica della Chiesa, il
cui nucleo originale va trovato a Gerusalemme nei sec. 4 e 5, tempo di
formazione, di strutturazione, di assestamento sostanzialmente definitivo della Liturgia della Chiesa e delle Chiese: l'Anno liturgico ed il Lezionario, i Divini Misteri e gli altri Misteri sacramentali, le Ore Sante.
Qui di seguito, con l'eccezione dovuta del Gioved santo e grande,
si rinuncia a commentare i testi da vicino. Si tiene piuttosto presente la
struttura delle celebrazioni:
a) dalla sera della Domenica delle Palme fino al Marted santo e grande
si celebra anzitutto Yrthros, che ha come nucleo centrale e propulsivo
1' "Ufficio del Nymphios", seguito dalla Liturgia dei Presantificati;
b) il Gioved santo e grande, "nel giorno" in cui fu "istituito", si fa spe
ciale memoria del Dipnon mystikn, il Kyriakn Dpnon, la Cena mi
stica, del Signore, detta impropriamente "l'ultima", poich al contrario
"la Prima", "la Madre di tutte le cene" della Chiesa, dalla Pentecoste
alla Parousia del Signore, pregusto e anticipo di quella eterna. E "mi
stica" significa: del Mistero;
e) il Venerd delle Sofferenze estende con inaudita intensit la contemplazione del Signore Crocifisso, della sua Sygkatdbasis, la Condiscendenza verso gli uomini, della sua Carit divina per gli uomini, del silenzio allibito degli Angeli e della creazione;
d) la fine della Settimana santa e grande tuttavia si apre sulla speranza
gi con Yrthros del Sabato santo e grande, quando la Chiesa proclama
con le Letture la promessa della resurrezione del popolo d'Israele (Ez
37,1-14), e le conseguenze ottenute da Colui che accett volontariamente
la "maledizione del Legno" a cui fu sospeso (Dt 21,13), che sono la Be
nedizione e la Promessa divine, ossia lo Spirito Santo (Gai 3,13-14);
e) il Sabato santo e grande, che per le rubriche appartiene al Periodo del
Tridion con la funzione singolare di chiuderlo, in realt dal suo Vespro
seguito dalla Liturgia di S. Basilio il Grande inaugura la straordinaria Ve967

COMMENTO - IL TR1DION

glia della Resurrezione, che si conclude la mattina della Domenica di Resurrezione. Per questo, come si spieg, qui esso posto all'inizio della
trattazione, quale straordinaria guida e luce dell'intero Anno della divina
Grazia, detto liturgico, non esclusa la fine di questo, che la Settimana
santa e grande che ha epilogo con il Venerd delle Sofferenze. Resurrezione
e Croce, un "ciclo" che si salda, anzi si apre in crescendo a spirale, poich
sono due aspetti dell'unico Evento escatologico della divina Gloria "per
noi uomini e per la nostra salvezza", riletto dal compimento.
Cos tutte queste realt celebrative sono da contemplare alla luce
della Resurrezione ottenutaci dalla Croce vivificante, poich esse avvengono "dopo - a causa - a partire dalla Resurrezione".
A. - LA LINEA DELLE LETTURE
Della Settimana santa e grande la "linea delle Letture" della divina
Parola si fa seguire facilmente. Infatti, escluso il Gioved santo e grande, questi giorni singolari presentano una celebrazione che essenzialmente una proclamazione della Parola, a cui si risponde con i Salmi ed
i canti della Chiesa, intorno al Signore che si presenta alla sua Passione. Qui si pu ammirare con animo sorpreso e grato anche la sapienza
della Chiesa che magistralmente sceglie i testi per i temi storici della
Vita del Signore sofferente, e li circonda della loro "rilettura" cantata,
che insieme preghiera e contemplazione.
a) Al Mattutino
Si proclamano quotidianamente ed in progressione gli Evangeli a
partire dall'ultima parte del ministero pubblico del Signore a Gerusalemme, via via fino alla Croce ed alla sepoltura.
Significativamente, Vrthros del Sabato santo e grande riporta un
complesso strutturato di Letture bibliche dall'A.T. e dal N.T., che mentre narrano la sepoltura del Signore, la illustrano con i testi che aprono
alla speranza, come si accenn:
- Prokimenon: Sai 43,2, "Supplica conunitaria". Dopo il Versetto "Risorgi, Signore, aiuta noi e redimi noi a causa della Gloria del Nome
tuo", lo Stichos canta: "Dio, con le orecchie nostre udimmo" i fatti
prodigiosi della Passione;
-Ez 37,1-14: lo Spirito di Dio, invocato dal sacerdote e profeta, sar
inviato da Dio, il Signore, per resuscitare il popolo dei morti;
-Prokimenon: Sai 9,33 e 1, "Azione di grazie individuale": dopo il Versetto "Sorgi, Signore Dio mio, s'innalzi la Mano tua" per operare il prodigio atteso della Resurrezione, lo Stichos canta: "Io voglio celebrare
968

LA SETTIMANA SANTA E GRANE

Te, Signore, con l'intero mio cuore", in vista della Resurrezione;


- 1 Cor 5,6-8: i fedeli sono chiamati alla totale purificazione per diven
tare la nuova massa buona del pane nuovo, poich "nella pasqua no
stra (di noi Ebrei, come era Paolo) Cristo fu immolato";
- Gai 3,13-14: la Croce, il Legno della maledizione accettata dal Si
gnore, fa ottenere ai fedeli lo Spirito Santo (vedi qui sopra);
- Mt 27,62-66: i sigilli apposti alla tomba del Signore, con il picchetto
di guardia, rendono il Prodigio ancora pi grande.
b) Al Vespro
Si notano alcune linee della "lettura continua" antica, oggi divenuta
per "semi-continua":
- libro dell'Esodo: si narra l'evento della creazione del popolo d'Israele
entrato in Egitto come esiguo gruppo di 70 persone (Es 1,1-20, Luned);
la salvezza di Mos bambino (Es 2,5-10, Marted); la missione che il Si
gnore affida a Mos per liberare gli Israeliti dalla schiavit del tiranno
egiziano, con le genealogie del popolo (Es 6,11-23, Mercoled); la teofania sul Sinai che sigilla la liberazione dall'Egitto (Es 19,10-19, Gioved);
la ripetuta epiclesi di Mos al Signore per la sua divina Presenza lungo la
via difficile verso la patria (Es 33,11-23, Venerd). Infine, al Sabato santo
e grande, l'agnello pasquale quale memoriale del "passaggio del Signo
re" tra il suo popolo, ma non sacrificio n offertaal Signore, solo pasto
crificionoffertaalSignore,solopastoconviviale (Es 12,1-11, Lettura 3a delHesperins); gfr ^ Sofferta
consacrante dei primogeniti, il passaggio del Mar Rosso sotto la Nube
della Gloria, e il "cantico di Mos" (Es 13,20 -15,9, Lettura 6a);
- libro di Giobbe: era tradizionale la lettura dell'intero Libro durante questa Settimana a Gerusalemme. Dietro quest'uso si pu intravedere l'antica tradizione ebraica, che leggeva Giobbe per intero il 9 di Tisr, ossia il
giorno precedente il "Grande Giorno dell'Espiazione" (descritto in Lev
16). Si fa cos la memoria del "Giusto sofferente", nella figura anticipatrice di Giobbe, a partire dalla realizzazione in Cristo Signore, l'immaco lato santo Servo del Signore. Giobbe si legge dal Luned al Venerd;
- la linea del Giusto sofferente: iniziatasi con Giobbe, prosegue con la
rievocazione di Geremia (Ger 11 e 12, rthros di Mercoled, e Ora 9 a
di Venerd, e di Isaia (Is 50,4-11, Hesperins di Gioved e Ora 3" di
Ven e r d ) ; I s 5 2 , 1 3 - 5 4 , 1 , O r a e e t e s P e n n o s & ^ f i )
B. - L' "UFFICIO DELNYMPHIOS"
La Chiesa degli Apostoli vegliava la notte in preghiera, attendendo
che il Signore, lo Sposo, invocato dallo Spirito e dalla Sposa con il
"Vieni!" (Ap 20,17; 1 Cor 16,22: Mrn', t') si rendesse presente per
969

COMMENTO - IL TRID1ON

la celebrazione delle Nozze eterne, che cominciano gi nella Cena dei


Divini Misteri. Gi il Cantico parlava di questa Venuta notturna (cf. Ct
5,2-8), che trovava la Sposa impreparata. Il N.T. insiste sulla preparazione alla Venuta, vegliando ("discorso escatologico", cf. ad esempio
Me 13,1-37, spec. vv. 32-37: grgoritel, state svegli!). E propone su
questo una singolare parabola, quella delle "dieci vergini", con il loro
sonnecchiare e dormire, con il loro risveglio, con il farsi trovare preparate quando "Ecco, lo Sposo viene!", con il loro entrare con Lui nell'aula nuziale (Mt 25,1-13).
La celebrazione deW rthros, in specie quello domenicale, ripropone questa tensione lungo l'intero anno.
In un certo senso, la Settimana santa e grande come una prolungata Veglia per lo Sposo che viene, che soffre e muore ed sepolto, che
risorge nella gloria, sempre in funzione della sua Sposa diletta (cf. 1
Cor 15,3-8: "per noi ...secondo le Scritture").
DaY rthros alla Domenica delle Palme a sera, la Chiesa per i giorni
fino al Marted successivo si rappresenta in modo speciale in ciascun
fedele secondo l'evento simbolizzato dalla parabola delle 10 vergini, e
perci veglia, prega, si prepara nell'amore, come le vergini sapienti che
sono provviste della lampada e dell'olio della Grazia, come sono Grazia i talenti da far produrre (la parabola dei talenti, Mt 25,14-30, non
per caso si salda con quella delle dieci vergini).
NeH"'Ufficio del Nymphios" perci il richiamo continuo all'amore
dello Sposo che viene per puro amore, e alla disposizione per attenderlo
nel desiderio intenso della sua Presenza. Perci si legge "la Parola dello
Sposo" che gi si preannuncia e chiede di essere ricevuto, mentre la Sposa
ascolta e canta nella gioia contenuta e nella meditazione del grande Evento.
C. - IL GIOVED SANTO E GRANDE
1. Letture al Vespro
- Prokimenon: Sai 139,1 e 2, "Supplica individuale". L'Orante chiede la liberazione dall' "uomo malvagio", //ponrs, che il titolo
con cui si chiede nel "Padre nostro" la liberazione dal Maligno. A
imitazione di questo, chi collabora alla crocifissione del Signore,
"trama nel cuore 1' iniquit". Queste parole stanno sulla bocca del
Signore Ges.
- Es 19,10-19: il Signore chiama Mos per preparare il popolo alla
grande Teofania: "al terzo giorno il Signore discender", e dunque
per questo Giorno grande il popolo dovr santificarsi. E il Signore
mantiene la promessa, in un evento magnifico e terribile.
- Prokimenon'. Sai 58,1 e 2, "Supplica individuale". L'Orante chiede
di nuovo al Signore di essere liberato dai nemici, dove echthri di
970

LA SETTIMANA SANTA E GRANDE

nuovo rimanda ali'echthrs, "il Nemico". E di essere riscattato da


quanti commettono l'iniquit. Anche qui, prega il Signore con noi.
- Giob 38,1-21; 42,1-5. Il primo testo il discorso con cui il Signore
contesta a Giobbe il suo tentativo di comprendere la sofferenza senza
tenere conto del Disegno divino: dove stava Giobbe quando la
Sapienza infinita poneva in essere la creazione? Il secondo testo la
confessione piena di Giobbe davanti al Signore, una volta "solo
ascoltato", adesso anche "visto" nella sua Operazione meravigliosa.
Dentro questa si pone ed ha senso grande la sofferenza del Giusto.
- Is 50,4-11. Con sicuro intuito, la Chiesa sceglie questa pericope importante, che anche il "3 canto del Servo di Dio". Il Signore al
suo Servo, per la sua missione, ha infuso la grazia profetica come a
un docile e fedele discepolo. Nella sua missione il Servo ha subito
violenze, umiliazioni, sputi. Egli per confida solo nel suo Signore,
che lo ha reso forte, invincibile, anzi si posto come Giudice accanto
a lui, attendendo i suoi nemici: chi potr accusarlo di peccare davanti
a Dio? ( cf. Gv 8,46!). I nemici saranno consumati e scompariranno.
Ma ogni fedele timorato del Signore deve ascoltare la voce del
Servo, che la Voce di Dio, e chi procede nella tenebra deve affidarsi a Lui, contemplando il Disegno divino nelle sue sofferenze.
Per chi non fa questo, la Potenza divina prepara la punizione.
2. Trisgion
Come di solito.
Segue la celebrazione della Liturgia di S. Basilio il Grande. Di qui
seguir il commento.
3. Apstolos
a) Prokimenon: Sai 2,2 e 1, "Salmo Regale".
Il Salmista denuncia la congiura dei capi dei Popoli contro il Signore
e contro il suo Christs, l'Unto regale. E si chiede (Stichos, v. 1) a che fine i pagani fanno tumulto, ed i popoli progettano piani senza contenuto.
b)l Cor 11,23-32
II contenuto di questa pericope straordinaria uno dei pi letti dell'intera Santa Scrittura. Ad ogni celebrazione, la Chiesa con la santa
Anafora rievoca, nella grande attenzione dei celebranti e del popolo, il
grande momento in cui il Signore per i discepoli di allora e di tutti i
tempi decide finalmente di istituire il modo di celebrare Lui stesso, sotto i santi "Segni dei Misteri" divini.
Il contesto letterario sono alcune prescrizioni severe attinenti al culto divino (1 Cor 10,14 - 11,34), in specie alla celebrazione della Cena
del Signore nella Comunit di fede. Infatti i vv. 11,17-34 sono dedicati
971

COMMENTO - IL TRID1ON

a biasimare i gravi inconvenienti che erano provocati durante la Cena


dal malessere spirituale di una minoranza di ricchi e sazi, che si ponevano accanto, non insieme, alla maggioranza, che era di poveri. Per
l'Apostolo, alla luce della divina Rivelazione ricevuta direttamente dal
suo Signore, questo era intollerabile. In 11,17-22 perci biasima gli eccessi dei ricchi, che non spartiscono il cibo con i fratelli; l'uso sarebbe
stato di mangiare fraternamente insieme, e dopo procedere alla celebrazione della divina Mensa. Ma di queste rampogne Paolo porta le giuste
e singolarissime motivazioni.
Egli comincia con il cosiddetto "argomento della Tradizione" divina,
a proposito della Cena, come far poco dopo a proposito della fede centrale della vita cristiana, la Resurrezione (cf. 15,3-8). Ora, la "tradizione", pardosis, significa "consegnare" qualche cosa a qualcuno, al fine
che questo la "riceva", parlpsis, ed a sua volta prosegua "consegnandola" a chi "la riceve" per consegnarla a sua volta, e cos in una catena
ininterrotta e senza prospettiva di interruzione (vedi Parte I, Cap. 3)
E per, tale Paradosis-parlpsis ha come primo anello della catena il
Signore stesso, il Kyrios, che qui indica Cristo Signore Risorto, e come
secondo anello Paolo nella pienezza della sua vocazione di Apstolos del
medesimo Signore: e si sa che 1' "inviato" deve essere accolto come si
accoglie 1' "Inviante", e la parola dell' "inviato" la stessa Parola dell'Inviante. Cos, i contenuti della Consegna-recezione, Tradizione-recezione, sono autentici, intangibili, incontestabili, da accettare alla lettera.
E Paolo precisamente afferma: il Signore mi "consegn" quanto io
fedelmente e puntualmente, ricevendolo, "consegnai" a voi. Il contenuto
qui normativo, essendo il centro portante della vita della Comunit. Ed
questo.
Nella notte in cui Ges "fu consegnato", e questo significa sia da
parte del Padre, sia dal tradimento di Giuda, sia da parte dell'atto libero
e volontario di Ges stesso, e fu consegnato alle autorit religiose e politiche, e alla morte, in questa notte "laben drton". Si gi accennato
pi volte. Il verbo lambn significa ricevere, ma anche accettare. Ora,
Ges "ricevette ed accett il Pane" del proprio corpo dal Padre. Per
comprendere questo occorre rifarsi ai paralleli. In Le 22,17 il greco
porta: "kai dexmenos potrion eucharistsas ipen, e ricevuta la Coppa, avendo rese grazie, parl"; in 22,19 invece kai labri rton, eucharistsas, klasen kai dken autis lgn, e ricevuto il Pane, avendo
reso grazie, spezz e don ad essi, parlando". Ora sintomatico che un
buon conoscitore del greco, e del N.T., come Gerolamo, qui traduca: et
accepto calice, gratias egit et dixit", e "et accepto pane gratias egit et
fregit et dedit eis dicens". Ossia i due verbi cos diversi, dchomai, ricevere, e lambn, prendere, ricevere, siano tradotti con il medesimo
accepto, da accipio, ricevendo accettare.
972

LA SETTIMANA SANTA E GRANDE

Che il Donante della Coppa sia il Padre, non fa dubbio, se solo si ricorda qui il lgion di Gv 18,11: "tpotrion ho ddk moi ho Patir,
ou me pi auto?, la Coppa che don il Padre a Me, Io non la bevo?", al
presente. Ma se cos della Coppa, dunque anche del Pane (v. 23).
Su questo Pane il Signore "rese grazie", con il verbo eucharist,
che si alterna con eulog, benedire. Come pi volte si detto, "rendere grazie" non un "rito di congedo", come quando si dice "grazie, e
ciao". un rito di decisa comunione: chi rende grazie infatti celebra il
Signore Dio in se stesso, per i suoi titoli, per le sue opere grandi, e Lo
celebra nell' "assemblea" non solo interiormente, Lo fa conoscere manifestandone la Potenza. Gli chiede che i benefici proseguano ancora.
Riconosce apertamente che i benefici ricevuti sono mezzi offerti e da
accettare per salire alla comunione con Lui.
Dunque qui Ges non sta dicendo "grazie, Padre". La sua preghiera
qui solo allusa dal participio aoristo di eucharist, di certo una specie di "Santa Anafora" divina: l'anamnesi delle Meraviglie operate dal
Padre nel Figlio con lo Spirito Santo. Qui il Padre deve essere conosciuto e celebrato, qui gli si deve chiedere che quelle Meraviglie proseguano per i discepoli adesso ed in futuro. Qui si deve indicare che esse
sono mirabili strumenti per farsi attrarre alla comunione con il Padre.
Ma quali Meraviglie, i megla, i megalia, i thaumsia, i thumata,
ipardoxa thumata ...? Il vocabolario viene dall'A.T , in specie dai
Salmi, ed enorme per numero e senso. Sono le gesta mirabili che il
N.T. chiama "in Cristo", ad esempio negli "inni" come Col 1,15-20; Gv
1,1-18: la creazione, la cura verso gli uomini dopo il peccato, Abramo
e David, Israele, l'alleanza, la Legge santa, il culto divino, il sacerdozio, la profezia, la sapienza, gli eventi storici dall'esodo al nuovo esodo
dopo l'esilio, l'attesa di "Colui che viene". E poi, la Meraviglia delle
meraviglie proprio Colui che viene, la sua indicibile Incarnazione
verginale dalla Madre di Dio, il suo Battesimo, l'Evangelo e le opere e
il culto al Padre sempre nella Potenza dello Spirito Santo, i discepoli
radunati, e "questo momento", che anticipa la Croce e la Resurrezione
e il Dono inconsumabile divinizzante dello Spirito Santo.
Di questo il Signore lascia i "Segni divini", anzitutto il Pane. Sul Pane il Signore rende grazie al Padre, Lo "benedice" (i paralleli). Ueulogia, "benedizione", insieme rendere grazie e lodare. Ora, come pi
volte si disse qui, "la benedizione torna sul Benedicente ed unisce a Lui
il Benedetto". Che cosa parte dal Benedicente, il Figlio, per tornare su
Lui ed unire a Lui il Benedetto, il Padre? E che cosa l'azione di grazie
provoca per farsi attrarre alla comunione con il Padre?
lo Spirito Santo, Benedizione divina ipostatica (cf. Gai 3,13-14), e
Comunione divina ipostatica (cf. 2 Cor 13,13). Egli unisce il Padre con
il Figlio, li pone in eterna indicibile incomprensibile indescrivibile
973

COMMENTO - IL TR1D1ON

Koinnia d'Amore e di Vita e di Gloria e di Maest e di Potenza e di


Sapienza, e dunque d'adorazione da parte degli uomini. E unisce e pone in comunione gli uomini tra essi, e di questi, cos riuniti, forma la
comunione con il Padre mediante il Figlio.
Perci lo Spirito Santo trasforma "questo pane" nel Corpo prezioso
del Signore. Il quale parla cos: "Accettate (lbete), mangiate - Questo
di Me il Corpo, quello "spezzato (klmenon)" in favore vostro". Precisamente, il Pane-Corpo deve essere "spezzato", kl, in quanto, essendo "Unico, Lui", deve essere distribuito a molti, a tutti, al fine che i
molti-tutti diventino essi stessi pane unico (lo ha spiegato Paolo poco
prima: 10,16-17). Lo "spezzare" accentua dunque la nota della distribuzione personale, ad uno ad uno, del Cibo-nutrimento divino; solo subordinatamente allude all'aspetto sacrificale, proprio invece della Coppa.
Il Signore prosegue ancora con il "Precetto salvifico": "Questo fate,
per la mia anamnesi" (v. 24). Il poiite, fate, imperativo attivo, deve
avere un contenuto: toto, questo. In genere, lungo i secoli e unanimemente, il "questo da fare" stato interpretato solo e restrittivamente in
senso cultuale e cerimoniale: "fare e rifare quanto Egli fece", ossia il rito della consacrazione e della distribuzione del Pane divino. Per a partire dal basso: "Se voi volete, e dovete, fare anamnesi di Me", allora
"fate questo". Ora, anamnesis, dal verbo anamimnsk, non affatto
un "memoriale" nel senso di una memoria grata del Signore. Dietro il
termine sta Tebraico biblico zkar, "fare memoria", e il sostantivo
zikkarn, memoriale. Si pu spiegare facilmente questo ricorrendo all'uso liturgico di questi termini, con alcuni esempi:
a) A.T. - Sai 104, "Salmo didattico storico"
Al v. 5, dopo una cascata di 9 "imperativi innici" ed 1 "iussivo innico", viene il 10 imperativo alla discendenza d'Abramo (v. 6): "mnsthte tn thaumasin auto, n epiesen, fate memoriale dei prodigi di
Lui, che Egli fece". L'imperativo motivato dai versetti seguenti.
Al v. 8 il testo dice: "emnsth eis tn aina diathks auto, Egli
fece memoriale per il secolo dell'alleanza sua", che la Parola che
don per migliaia di generazioni (ossia: per sempre; v. 8b), del Giuramento ad Abramo e ad Isacco (v. 9), che pose in Giacobbe come Decreto, ed in Israele come alleanza eterna (v. 10). Questo significa che il
Signore quando "fa memoriale" crea e pone in azione, come quando "si
dimentica" (cf. ou me mnsth ti, di Ger 31,31b) cancella e pone in
non essere qualche realt, in Ger 31,31 i peccati del suo popolo .
Al v. 42 il Signore opera nel deserto il prodigio dell'acqua dalla Rupe
(cf. Es 17,1-7), "hti emnsth to lgou to hagiou auto to prs
Abraam tn dolon auto, poich fece memoriale della Parola sua santa
ad Abramo servo suo", e quindi il "memoriale" divino di nuovo opera
qualche azione.
974

LA SETTIMANA SANTA E GRANDE

Che significa? Che il Signore al momento stabilito "fa memoriale",


ossia "accetta" ed opera quanto ha disposto.
Dunque il v. 5 va spiegato cos: "Fate memoriale, accettate i prodigi
per voi", carichi di conseguenze beneficile. Si potrebbe dire per in forma sintetica: "Fate memoriale, ossia: accettate i prodigi che sono il "segno" che gi foste accettati nel "memoriale divino"".
Il "memoriale", l'anamnesi, allora "significare al Signore nei suoi
stessi santi Segni che ancora e sempre noi accettiamo di essere gi stati
accettati in Lui dal Padre con il Dono dello Spirito Santo".
Accettare d'essere gi stati accettati, sembra una formula facile, di
sapore filosofico. Invece l'atto umano pi difficile da porre, poich il
peccato d'Adamo altro non fu che "non accettare d'essere accettato"
dal Signore e Dio Creatore quale "sua immagine e somiglianz". Per
questa "accettazione" della Volont paterna, il Figlio di Dio si donato
sulla Croce.
E adesso si dona nei segni del Mistero, manifestando che l'Accettazione divina avvenuta una volta per sempre in Lui. Lo spiegher in forma mirabile, con questi stessi termini qui usati, Ebr 10,5-14: il Signore
con un'unica offerta al Padre, la sua, di se stesso, offr anche tutti "i santificati", una volta per sempre. Per cui il Sacrificio non si pu mai pi ripetere. La celebrazione dei Misteri avviene secondo quanto ha posto il
Signore Ges. Qui le teorie complicate di specialisti non soccorrono.
b)N.T. -Le 1,47-55
La Madre di Dio canta l'inno di lode e d'azione di grazie al suo Signore, e gioisce nel suo Dio "Salvatore", str, ebraico js 'ah, Ges,
per i megla, le opere potenti del Dynats, l'Onnipotente, a beneficio
di Lei, ma anche lungo le generazioni, ininterrottamente (vv. 47-53). E
come sintesi di queste opere, Maria dice: "antelbeto Israel paids auto, mnsthnai elous kaths ellsen pros tons Patras hmn,
Abraam kd t sprmati auto eis tn aina, accett (antilambnomai)
Israele servo suo, per fare memoriale (infinito aoristo puntuale!) della
Misericordia come parl ai Padri nostri, ad Abramo ed al seme suo
in eterno" (vv. 54-55).
Epilogo grandioso del Megalynei hepsyche mou tn Kyrion. In Maria, e da Lei nel Concepito da Lei, il Padre dunque "accetta Israele facendo memoriale della Parola data irreversibilmente ad Abramo", testo
che raggiunge quello del Sai 104 visto qui sopra.
E conferma che qui Maria "sta accettando di essere stata gi accettata".
Come dovr operare la Chiesa verso il suo Signore.
Altrettanto dense sono le parole del Signore in rapporto alla Coppa.
Dopo la cena si benedice una coppa speciale per i benefici del Signore.
Ges conserva l'uso ebraico ormai antico. Paolo dice semplicemente:
975

COMMENTO - IL TRIDION

"Altrettanto (hsuts) anche la Coppa", ossia accett la Coppa dal Padre. Il senso della coppa dei peccati, e della maledizione che essa com porta, fu spiegato sopra, per la Domenica 5 a di Quaresima, alla quale si rimanda. Il
senso che il Figlio di Dio accetta di vuotarla, e questo uno dei simboli,
con il battesimo di Morte, che indica la Morte di Croce.
Ma, come allora si disse, adesso la riempie della potente Delizia dello
Spirito Santo. E parla cos "Questa coppa la nuova alleanza nel
Sangue mio".
La Coppa riempita del Sangue dell'alleanza, ma questa kain,
ossia non rinnovata, non altra, bens "ultima", quella che riassume e
porta al massimo del loro significato le alleanze antiche, in una Potenza
divina inaudita, quella dello Spirito Santo, operatore nella Morte del
Signore {Ebr 9 ,14, testo a lungo commentato; cf. ancora la Domenica
^ui Quaresima).
Ora, la prima alleanza fu sancita dal sangue del sacrificio, met versato sull'altare, segno della divina Presenza, e met sul popolo, dopo
letta la Parola divina che porta il contenuto dell'alleanza stessa (Es
24,l-8a). Con la formula significante letta da Mos: "Ecco il sangue
dell'alleanza che il Signore ha sancito con voi in forza di tutte queste
parole" (v. 8b). Il sangue, segno della vita donata dal Signore (cf. Lev
17,11), deve essere restituito a Lui sempre e solo nel sacrificio. Ogni
altro uso vietato sotto pena di morte. Il sangue ha potenza di purificare,
proteggere, propiziare, riconciliare, vitalizzare, porre in comunione.
Il Sangue dell'alleanza nuova ed "ultima-eterna" scatena tutte queste
funzioni. il Sangue della Croce. ormai contenuto nella Coppa dei
divini Misteri, alla quale "si comunica", che purifica dai peccati,
protegge per la vita, propizia la divina Misericordia, riconcilia i peccatori
lontani con il Padre che attende, che dona la Vita che lo Spirito Santo.
Che la Koinnia dello Spirito Santo (2 Cor 13,13).
L'Evento misterico della Morte e Resurrezione del Signore resta in
eterno, ha effetto eterno. Nella Domenica 5 & Quaresima, commentan-L'Eventomister do
Ebr 9,14, si visto il senso dell'espressione "nello Spirito eterno" nel
quale Ges si offr quale Vittima immacolata al Padre. In quanto Dio
ed in quanto Uomo, con le due sante Volont ed operazioni distinte ma
unite per l'unica indicibile Oikonomia dell'umana salvezza, Egli pone
un atto, offrirsi in sacrificio al Padre, che deve avere effetto eter no, ma
lo pone anche "nello Spirito eterno", lo Spirito Santo, che il Sigillo
divino di quell'atto.
Anche da questa parte allora si deve accettare che quell'Atto eterno e
permanente abbia efficacia "per noi qui oggi": mangiando il PaneCorpo del Signore, e dunque non tanto "assimilarlo come cibo", quando
lasciandosi assimilare dal Cibo divino (i Padri); e bevendo la Coppa
dell'alleanza.
976

LA SETTIMANA SANTA E GRANDE

La formula finale del Signore per la Coppa infatti : "toto poiite",


come si visto sopra, "hoskis npinete, ogni volta che bevete", se volete
fare memoriale di Me. Perci il memoriale-accettazione del Signore
completo solo ed in quanto si mangia il suo Corpo-Pane e si beve la sua
Coppa del Sangue, mai l'una azione senza l'altra (e qui le giustificazioni
scolastiche sono semplicemente di comodo, per avallare l'abuso gravissimo di negare la santa Coppa al santo popolo di Dio) (v. 25).
La narrazione della Cena da parte di Paolo termina con l'importante,
eccezionale v. 26: "Ogni volta che mangiate questo Pane, e questa
Coppa bevete, la Morte del Signore voi annunciate finch venga".
"Questo Pane" quello "spezzato per voi", il Corpo unico che diventa molteplicit nei fedeli che ne partecipano, per ricondurli all'unit
originale del Corpo stesso (ancora 1 Cor 10,16-17)
"Questa Coppa" quella "della nuova alleanza nel Sangue" del Signore, stipulata a costo del Sangue del Signore versato sulla Croce.
Paolo dice: "il Pane che spezziamo koinnia, comunione del corpo
di Cristo", che proviene, che causata dal Corpo di Cristo. E: "la Coppa della benedizione (eulogia), che benediciamo (eulog) koinnia,
comunione del sangue di Cristo", quella causata dal sangue di Cristo (1
Cor 10,16-17).
Si ha l'accostamento non pi scindibile tra Corpo-Cibo della Vita, e
Sangue-Morte che dona la Vita. Tra Cibo vivente e vivificante e Sangue vivente e vivificante a partire dalla Morte. Per questo mangiare-nutrirsi del Pane divino, e bere la Coppa divina, per ci stesso il principale atto di fede della Chiesa: annunciare che "il Kyrios", "il Signore",
il Vivente, nonostante la sua Morte, anzi, a causa della sua Morte. La
fede anche una formula di confessione orale ma dal cuore: Rom 10,9,
dove "Signore = Cristo Risorto, il Messia divino, Dio da Dio, Ges,
l'Uomo morto ma risorto". Perci la partecipazione comunicante al Pane ed alla Coppa il "gesto" annunciante-confessante per eccellenza.
Il "Finch venga" del v. 26 manifesta come Pane-Corpo, CoppaSangue, "mangiare e bere", comunicare, alleanza nuova, siano tutti
aspetti dell'unica realt divina, l'Evento di Cristo nella sua totalit, avvenuto nello Spirito eterno, una volta per sempre, il che significa "mai
prima, ma adesso in modo permanente, finale". l'escatologia gi in
atto. A cui manca solo la Venuta ultima. Il Signore venne nella carne.
Venne per restare per sempre. Viene sempre se invocato. Verr nella
sua "seconda e terribile Venuta" (anamnesi della santa Anafora).
Questa Venuta chiamata preferenzialmente Parousia, Presenza.
Nella Venuta nella carne. Nella sua Presenza costante mediata dallo
Spirito Santo. Nel suo Venire se epicleticamente invocato. Nella Venuta
alla fine dei tempi. Ma la Parousia per sua essenza deve essere voluta,
altrimenti non ha effetto, o avr effetti terrificanti in negativo. Come
977

COMMENTO - IL TRIOD1ON

voluta, dunque cos invocata: "Vieni, Signore!, Maran', t'Y\ in aramaico (1 Cor 16,22; in greco, rchou Kyrie, Ap 22,17).
L'invocazione pu avvenire solo sulla guida, sulla spinta dello Spirito alla Sposa: Ap 22,17.
Per questo l'antica e venerabile Liturgia alessandrina originariamente
aveva l'epiclesi per la Venuta del Verbo che porta la sua pienezza
nella celebrazione in atto (Anafora di S. Marco greca). Solo dopo, sulla
pressione delle altre Chiese, quella Liturgia aggiunse l'epiclesi per la
Venuta dello Spirito Santo consacrante, trasformante, "riempiente" i
santi Doni della sua Potenza, poich lo Spirito Santo la Parousia del
Signore fino alla fine dei tempi.
Dunque, il "Finch venga" paolino, qui, pu essere inteso anche come "Affinch venga", atto escatologico per eccellenza.
la medesima richiesta del "Padre nostro": "Venga il Regno tuo",
che epiclesi, come ben compresero alcuni Padri orientali, affinch il
Padre invii Cristo e lo Spirito Santo. Matteo che riferisce il testo completo del "Padre nostro" (Mt 6,9-13), con la Venuta del Regno (v. 10),
precisa che il Regno sono Cristo e lo Spirito Santo (12,28).
Il resto della pericope di oggi pieno di interesse. Il v. 25 dopo queste tremende Realt, richiama ogni fedele ad esaminarsi severamente
prima di "mangiare e bere", per non essere "reo del Corpo del Signore".
L'interpretazione ovvia quella della "comunione indegna", ossia dello
stato di indegnit causato da peccati non confessati. Anzitutto qui va risposto, sempre salva la necessit del santissimo Mistero dei confessanti,
che per s solo il Corpo ed il Sangue del Signore rimettono i peccati.
Ma la visuale a cui tende Paolo molto pi severa. Il "Corpo del Signore" qui richiama non tanto quanto precede, che resta sempre presente, ma quanto si afferma nei vv. 17-22 e poi prosegue nei vv. 28-33.
Al v. 29 infatti dice che si deve prima "diakrinn t Sma to Kynou,
discernere il Corpo del Signore", non il Sangue del Signore. Ora il
"Corpo del Signore" la Comunit, la Chiesa, ma nella Chiesa in specie ipoveri dei vv. 17-22. Dunque ciascuno esamini la sua carit verso
questo Corpo sofferente e bisognoso (v. 28), altrimenti "mangia e beve
la sua condanna" (v. 29b).
La dimostrazione: per non fare questo, "molti sono deboli e malati e
muoiono" (v. 30). Deboli nella fede, malati per la non carit, morti per i
loro peccati contro la carit fraterna. Insomma, sono "giudicati" da
Dio, il che si pu ancora evitare (v. 31). Altrimenti viene inevitabile la
divina punizione, che essere travolti nella rovina "del mondo", di chi
non accett Dio e la sua Economia di salvezza v. 32).
La conclusione: "perci, fratelli miei, quando convenite insieme per
mangiare, aspettatevi reciprocamente" (v. 33): ricomponete la carit
fraterna, condizione per partecipare poi con frutto alla Cena.
978

LA SETTIMANA SANTA E GRANDE

L'insistenza finale: chi vuole, mangi a casa, non faccia esibizione di


benessere davanti al fratello affamato. Cos si evita il giudizio portato
da questo fratello, che il medesimo Giudizio divino (v. 34).
I vv. 33-34 sono fuori della pericope odierna.
4. EVANGELO
a) Alleluia: Sai 40,2.6.10, "Azione di grazie individuale"
L'Orante proclama makrios, beato, chi si cura del misero, poich
quando sopravviene la sventura il Signore lo salva. I nemici imprecano
contro l'Orante, Cristo Signore, per augurarsi la sua morte, la sua
scomparsa perfino nel "nome", nella memoria (v. 2).
L'amico dell'Orante in cui Egli pose la fiducia, che mangiava con
Lui, "alz il calcagno contro", ossia Lo trad (Stichos, v. 10).
b) Mt 26,1-20; Gv 13,3-17; Mt 26,21-39; Le 22,43-44; Mt 26,40 - 27,2
Era uso antico della Chiesa (in specie di Gerusalemme dal 4 al 5
secolo) di "comporre" insieme pi Evangeli per farne una lettura seguita
ed articolata su pi temi. In tal modo, senza forzare i testi in un' "armonia" innaturale, si ponevano tuttavia in presenza le particolarit della narrazione globale, le quali potevano essere assenti da un testo ma
presenti in un altro, e cos via (vedi Parte I, Cap. 4).
La proclamazione dell'Evangelo di oggi usa questo tipo di connessione di testi, per narrare i numerosi fatti che accadono dalla prima
congiura contro Ges fino alla sua consegna a Pilato.
A) Mt 26,1-20; narra appunto la congiura delle autorit religiose contro
Ges (W.-1-5); la cena a Betania e l'unzione di Ges (vv. 6-13); il pat
to di Giuda per consegnare Ges (vv. 14-16); la preparazione della Ce
na di Ges con i discepoli (vv. 17-26).
B) Gv 13,3-17: narra la "lavanda dei piedi" dei discepoli durante la Ce
na (vv. 3-12), l'interrogazione di Ges ai discepoli sulla loro consape
volezza del gesto ricevuto e l'affermazione che il servo non pi del
padrone (vv. 13-17).
Sulla lavanda dei piedi occorre menzionare qualche fatto. L'uso viene dalla Chiesa di Gerusalemme, e presto adottato nel mondo cristiano, con una motivazione, l'umilt del Signore e la conseguente carit
fraterna nel ripetere il gesto d'umilt. Ci fece dimenticare del tutto il
senso originario, che molto pi importante. Come fa spesso, Giovanni
trascura elementi gi bene fissati dai Sinottici, ma reintegra nella narrazione dell'Evangelo globale i fatti trascurati dagli altri Evangelisti. Come qui, dove nei cap. 13-17, che riguardano la Cena, non narra le parole del Signore per il Pane e per la Coppa, anticipandole sotto altra forma nel cap. 6, che dal v. 22 al v. 58 si estende come "discorso eucaristi979

COMMENTO - IL TR1DION

co". Qui il "Prendete e mangiate questo il Corpo mio Bevete


tutti: questa e la Coppa dell'alleanza nuova nel Sangue", diventa in forma suggestiva:
- Se non mangerete la Carne del Figlio dell'uomo
e non berrete il Sangue suo, non avrete in voi la vita (v. 53);
- Chi mangia la Carne mia e beve il Sangue mio
possiede la Vita eterna,
ed Io lo resusciter nell'ultimo giorno (v. 54);
- Poich la Carne mia veramente Cibo,
ed il Sangue mio veramente bevanda (v. 55);
- Chi mangia la Carne mia e beve il Sangue mio
resta in Me, ed Io in lui (v. 56);
- Come invi Me il Vivente Padre,
anche Io vivo mediante il Padre,
e chi mangia Me, anche lui vivr mediante Me (v. 57);
- Questo il Pane disceso dal Cielo,
non come mangiarono i padri, e morirono:
chi mangia questo Pane vivr per il secolo (v. 58).
L'integrazione giovannea della lavanda dei piedi nel tessuto della
narrazione evangelica ha un valore eccezionale. Essa infatti il gesto
preparatorio della consacrazione sacerdotale dei discepoli, come sapeva la Chiesa primitiva, e come oggi lo riconosce perfino una parte dell'esegesi biblica pi critica e radicale e nominalista, a partire dai primi
anni di questo secolo. Per comprendere questo per occorre tenere presente lo schema della consacrazione sacerdotale dell'A.T.:

1. nel santuario
2. dal Capo del popolo sacerdotale, Mos
3. lavanda di mani e piedi per Aronne
e per i suoi figli e successori
4. consegna delle vesti sacerdotali
5. l'unzione per il sacerdozio eterno
6. la materia del sacrificio: carne e pane
7. l'unzione con il sangue sacrificale
8. consegna nelle mani sacerdotali dei
doni da offrire in sacrificio; consegna:
"prendere e fare"
9. mangiare del sacrificio
10. "fare", ripetere consacrazione
e sacrificio.
980

Es 40

Lev 8

12a

12b
13a
13b

6
7-9.13
12.30
14-22
23-24
25-29
31
33-36,
e 9,1-24

LA SETTIMANA SANTA E GRANDE

Questo schema sostanzialmente ripreso dal Signore, e va visto nell'intero contesto del N.T. Conservando i numeri dell'A.T., si ha:
1. Santuario in cielo: il Padre
sulla terra: dove sta Cristo con lo Spirito Santo;
2. Capo e Sommo Sacerdote, Cristo consacrato dallo Spirito Santo
(cf. At 10,38; e il Battesimo al Giordano). la teologia di Ebrei;
3. la lavanda dei piedi (Gv 13,1-11);
4. rivestimento sacerdotale dei discepoli: e "lo Spirito Santo dall'Alto"
(Le24,29);
5.l'unzione sacerdotale: lo Spirito Santo come Fuoco (At 2,1-4)
6.il Sacrificio: "Prendete", alla Cena; cf. poi 1 Pt 2,1-10;
7.il Sangue sacrificale: alla Cena, ma dalla Croce;
8.la consegna del Sacrificio: "Prendete", alla Cena;
9.la partecipazione sacerdotale al Sacrificio: "Mangiate - bevete",
alla Cena ;
10. la funzione sacerdotale sacrificale: "Fate questo come
Memoriale di Me": alla Cena.
La ritrosia di Pietro alla lavanda severamente ripresa dal Signore
con la Parola: "Se Io non ti laver, tu non avrai parte (mros) con Me"
che indica la partecipazione al sacerdozio ed al sacrificio.
Certa critica moderna dissolvente riconosce tuttavia valore di consacrazione sacerdotale alla lavanda dei piedi, anche se poi non crede alla
sua realt divina, sostenendo in genere che qui si tratta di "interpolazione ecclesiastica" primitiva. Il che conferma proprio che la Chiesa degli
Apostoli comunque credeva a questa consacrazione sacerdotale sotto
forma suggestiva del rito simbolico preparatorio, poich noi sappiamo
che il Signore "lav" i discepoli con ben altra materia che l'acqua, con
il lotron divino che il Sangue della Croce, che cancella ogni macchia e dispone alle Realt divine per il popolo santo.
C) Mt 26,21-39: narra la predizione di Ges sul tradimento di Giuda, e
le domande preoccupate dei discepoli per identificare il traditore (vv.
21-25); la santa Cena (vv. 26-29); la predizione di Ges, che i discepoli
lo abbandoneranno (v. 30), mentre si recano al Monte degli Olivi (ivi);
la predizione dello scandalo dei discepoli quando il Pastore sar colpito
e le pecore sue disperse (Zacc 13,7, nel v. 31); la predizione della
Resurrezione e la convocazione dei discepoli "alla Galilea", ossia al
Monte dell'Ascensione (v. 32); la predizione del rinnegamento di Pietro, e la momentanea confessione di fedelt di lui e dei discepoli (vv.
33-35); l'episodio del Getsemani, fino alla prima preghiera del Signore
al Padre (vv. 36-39).
981

COMMENTO - IL TRIDION

Qui si pu annotare qualche altro dato sulla Cena, e sulle parole del
Signore in relazione al Pane ed alla Coppa. Il N.T. raccoglie amorosamente queste parole del Signore, ed ogni suo Autore le annota in modo
diverso. Non esistendo uniformit concordata, si ha qui la garanzia dell'indipendenza dei diversi autori, che del medesimo fatto riferiscono
particolari che altri non conservano. Si hanno cos diverse "tradizioni":
a) quella paolino-lucana di Antiochia. Per Paolo si visto sopra il te
sto di 1 Cor 11,23-26. Luca, discepolo di Paolo ma anche attento ricer
catore della tradizione presso gli Apostoli (cf. Le 1,1-4), segue la for
mula dell'Apostolo per il Pane-Corpo, sostituendo solo klmenon,
spezzato, con didmenon, donato. Quanto alla Coppa, aggiunge alla
formula paolina solo t hypr hymn ekchynnmenon, accordandolo
con hima, sangue "quello per voi versato" (Le 22,19-20);
b) quella giovannea, vista qui sopra, di Efeso;
e) quella "sinottica", di Matteo-Marco, che di Gerusalemme-Antiochia-Roma. contenuta in Mt 26,26-28 e Me 14,22-24. Per il Pane, Mt
26,26 riporta: "Questo il corpo mio" e basta, seguito alla lettera da
Me 14,22. Quanto alla Coppa, Mt 26,28 ha: "Questo il Sangue mio,
dell'alleanza, quello per molti versato in remissione dei peccati", mentre Me 14,24 omette il semitismo "per i molti", che isaiano (cf. Is
52,13 - 53,12) e paolino (cf. Rom 5,12-21), ma che ai lettori di Marco
(in specie a Roma) sarebbe stato incomprensibile;
d) quella di Ebr 9,15-28, specialmente vv. 19-22, che riporta la formula
del sangue dell'alleanza al Sinai (Es 24,6-8), l'aspersione poi del taber
nacolo con il sangue (v. 21), ma conclude con l'allusione chiara: senza
versamento di sangue, non esiste "remissione", dphesis, dei peccati (v.
22). Il velato rimando, nel contesto dei riti antichi parzialmente ineffi
caci, al Sacrificio di Cristo con il suo Sangue con valore finale, non fa
dubbio che si tratti di formula eucaristica. Il luogo Antiochia;
e) quella di Ap 22,14 e 17: "beati quanti lavano le loro vesti per avere
diritto all'Albero della Vita", e "Chi ha sete, venga, e colui che vuole,
prenda (lambn) l'Acqua della Vita gratis". Quest'ultimo testo ha di
screti e sensibili rimandi a Gv 7,37-39, e al "Prendete" della Cena.
L'ambiente sono le Chiese dell'Asia minore.
La conclusione magnifica ed impressionante. Al contrario di quanto in genere si ritiene, all'inizio esisteva una grande ricchezza di formule, tutte in uso, una diversificazione pacifica e da nessuno contestata.
982

LA SETTIMANA SANTA E GRANDE

legge della storia della liturgia che dalla vasta variet nei secoli i grandi
complessi ecclesiali (patriarcati) abbiano limitato la scelta, bloccando
su una certa uniformit e guardando con sospetto ogni variazione.
L'impressionante qui che il medesimo Evento, la Cena, riportato
sotto angoli diversi, e questo un fatto normale, dove non si deve trovare chi "pi fedele all'originale", come la strana fissazione moderna. Bens, tutti i resoconti sono "veri", nessuno esclude l'altro, anzi ciascuno per s suppone nel lettore la conoscenza del resto della divina
Tradizione
Questo era il mirabile arricchimento della Chiesa primitiva, davanti
a cui si deve restare da una parte ammirati, e dall'altra in totale rispetto,
cercando di prenderne, per quanto si pu, tutta la ricchezza.
interessante qui la rassegna di tutte le Anafore e le Preci eucaristiche delle Chiese nei secoli, d'Oriente (Liturgie della famiglia alessandrina, di quella antiochena e di quella sira orientale) e d'Occidente (Liturgia romana, e Liturgie latine non romane, che erano numerose), per
vedere quale formula fosse o sia in uso. Ad esempio, la Liturgia ispanica conserva preziosamente la formula paolina di 1 Cor 11,23-26.
Quanto alla Divina Liturgia bizantina, la rassegna si deve portare
sulle tre sante Anafore in uso:
1) S. Giovanni Crisostomo:
- "Questo il Corpo, quello per voi spezzato in remissione dei pecca
ti": la formula viene da Paolo (1 Cor 11,24), con l'aggiunta eis dphesin hamartin assunta dalla formula di Mt 26,28 relativa al Sangue
dell'alleanza nuova;
- "Questo il Sangue mio, quello della nuova alleanza, quello per voi
e per i molti versato in remissione dei peccati": la formula viene da
Matteo (26,28), con assunzione del t hyprhymn, "quello per voi",
da Le 22,19;
2) S . Basilio il Grande (greca):
- per il Corpo, come in S. Giovanni Crisostomo;
- per la Coppa, idem;
3) S. Giacomo Fratello del Signore (greca)
- peril Corpo, come in S. Giovanni Crisostomo, con l'aggiunta: "spez
zato hai diadidmenon, e distribuito", che evidente assunzione da
Le 22,19 che ha didmenon, donato;
- per la Coppa: come in S. Giovanni Crisostomo, con l'aggiunta: "versato kdi diadidmenon, e distribuito", presa anch'essa da Le 22,19.
Se si comparassero qui i testi delle diverse famiglia liturgiche d'O983

COMMENTO - IL TR1DION

riente e d'Occidente, si avrebbe a colpo d'occhio la conferma: I) della


sostanziale fedelt delle Chiese alle parole del Signore: II) della libert
sovrana delle medesime Chiese nello scegliere ed usare le formule; III)
sul piano ecumenico: nessuna Chiesa censur mai un'altra Chiesa sorella perch usava forme e formule differenti.
Questa la grande ricchezza della Chiesa antica, l'unit nella diversit. Lezione che nei secoli deve essere accettata e fatta nostra oggi.
D) Le 22,43-44: dell'episodio del Getsemani, narra l'intervento
dell'Angelo dal Cielo per dare soccorso a Ges in agonia ed in serrata preghiera, mentre per il terrore suda "come scorre il sangue"
dalla ferita.
E ) Mt 26,40 - 27,2: narra per disteso l'episodio del Getsemani: a cominciare dalla 2 e 3 preghiera del Signore al Padre (vv. 40-44); l'annuncio della hra suprema (v. 45); la decisione finale: "Andiamo" (v.
46); il tradimento di Giuda e la cattura (vv. 47-55) con la "formula dell'adempimento" delle Sante Scritture e dei Profeti (v. 56a), e la fuga di
tutti i discepoli (v. 56b); il processo davanti al sinedrio e la condanna
per la professione messianica di Ges sul Figlio dell'uomo (vv. 57-66);
le angherie: sputi, percosse, scherni (vv. 67-68); il triplice rinnegamento di Pietro ed il suo pianto finale (vv. 69-75); infine, la consegna a Pilato in vista della sicura condanna alla croce come era uso degli occupanti romani (27,1-2).
Di fronte a tale travolgente ricchezza, oggi particolarmente difficile
pronunciare un'omelia degna di questo nome. Eppure tale dovr essere,
invitando i fedeli a conservare nel cuore, in discreto silenzio, tutte queste
realt lungo l'intero anno, per l'intera esistenza.
5. Cheroubikn
sostituito oggi dal Tropario To Dipnou sou to mystiko, che
unisce il Gioved santo e grande e la Croce. La Chiesa in ogni fedele
canta l'epiclesi al Figlio di Dio, per l'ammissione a partecipare alla Cena "dei Misteri" (cos va tradotto qui mystikn), nella professione di fede e d'amore che promette di non imitare Giuda nel rivelare "il Mistero" ai nemici del Signore e a non dare a Lui il bacio del tradimento. Al
contrario, la preghiera si fa di nuovo epiclesi, come il santo Ladrone,
confessando: "Fai memoria di me, Signore, quando verrai con il Regno
tuo" {Le 23,42).
Dunque, non "quando andrai nel tuo Regno", da cui il Signore non
si sa come chiamerebbe i fedeli qui oggi. Viceversa, secondo l'epiclesi:
"venga il Regno tuo" e l'altra epiclesi: "Signore-Sovrano, vieni!"
984

LA SETTIMANA SANTA E GRANDE

La Chiesa apostolica conservava la preziosa memoria della Promessa


grande del Signore, conservata in modo pi esplicito in Le 22,14-20,
che la critica moderna chiama "lgion ecclesiale". Nella Cena il Signore promette:
- non manger pi con i discepoli, finch il Convito "sia adempiuto
(plrth, passivo della Divinit: dal Padre) con il Regno", dove Yen
di en te Basilia non locale, bens strumentale al modo semitico (cf.
qui l'ebraico b-). Il Regno dunque render "pieno" il Convito, con il
Plrma di Cristo Risorto che lo Spirito Santo, ma anche con il
Plrma di Cristo Risorto che la Chiesa (cf. qui Col 2,9, e 1,19, in
quest'ordine);
- quanto alla Coppa, il Signore afferma di non berla pi, finch la berr
di nuovo: "finch il Regno di Dio venga", Le 22,18.
Cos, il Regno di Dio che sono Cristo con lo Spirito Santo anche
in Le 11,20! deve "venire, rchomai" (congiuntivo aoristo) tra gli
uomini e deve inaugurare il Convito. Questo avviene quando con la
Resurrezione Cristo si rende per sempre presente agli uomini mediante
lo Spirito Santo: a Pentecoste il Convito del Regno dunque inaugurato. Di fatto, cf. At 2,41-47.
Non solo. Il Signore si ripromette di "mangiare e bere" con i discepoli nel Regno il "suo" Convito. Ora, in che senso Egli, l'Asceso alla
Gloria del Padre, pu "mangiare e bere" con noi? In figura? Allegoricamente? Idealmente? Non pare, atteso il realismo ebraico del Signore.
I Padri almeno dal sec. 3 (a partire dal solito grande Origene) hanno
compreso che il Signore mangia Egli stesso il Convito come Testa del
Corpo suo, "facendosi prestare" dalle membra sue fedeli la bocca e le
mani per mangiare e bere: "di desiderio desiderai (epithymia
epethymsa) mangiare questo Convito "insieme con voi"" (Le 22,15).
Venuto agli uomini "come Regno di Dio", il Signore l'Ospite divino
sempre.
Solo cos, mangiando con noi, ammette ogni fedele a partecipare
(paralambn e kinnon) ai suoi Mystria divini.
6. Megalinario
quello della Liturgia di S. Basilio, Epi sichdirei; vedi Domenica
dell'Ortodossia.
7. Koinnikn
Si ripete il To Dipnou sou to mystiko, vedi qui sopra.
8. Dopo la comunione
Invece deVIdomen t Phs, si canta ancora il Tropario To Dipnou
sou to mystiko
985

COMMENTO - IL TRIDION

9. Aplysis
La formula di oggi dice: "O Tu che per l'eccessiva Bont mostrasti
la via migliore dell'umilt nel lavare i piedi dei discepoli, e fino alla
Croce ed al sepolcro accondiscendesti (sygkatabin) a noi, Cristo il
Vero Dio nostro..."
D. - IL VENERD DELLE PASSIONI
"Sigstopsa srx, taccia tutta la carne", l'esistenza creata. Oggi.
L'Evento della mirabile e vivificante Croce della divina Gloria, nel
quale il Padre glorificato dal Figlio, ed il Figlio glorificato dal Padre, e ambedue dallo Spirito Santo (cf. Gv 17,1-3), memorato e celebrato dalla Chiesa anzitutto dall'ascolto trepido e teso dei Santi Evangeli. Questi parlano, e chiedono il silenzio della conversione del cuore,
della compunzione delle facolt umane indebolite dalle colpe, dell'azione di grazie fervorosa, della lode adorante.
La Chiesa oggi risponde a tanto peso della Grazia con poche parole,
velate di dolore e di pianto trattenuto.
Oggi neirrthros la Chiesa legge i "Dodici Evangeli", secondo
la venerabile tradizione di Gerusalemme (sec. 4). Uno per uno, i
Santi Evangelisti vengono ad alternarsi davanti ai fedeli raccolti in
sinassi, e annunciano, narrano, rivelano, proclamano, indicano,
"iconologizzano" Lui.
Come il Dio preeterno, il Signore Unico, il Dio da Dio, il Dio Monogenito, il Dio Verbo, il Verbo del Padre, la Luce eterna, la Luce del
mondo, la Vita sussistente, la Vita di tutti, il Creatore dell'universo, il
Sovrano delle Potenze, la Sapienza d'Amore, la Potenza di Dio, lo
Splendore della Gloria e l'Impronta della Sussistenza del Padre, l'Icona
atemporale del Padre, l'Icona della Bont di Dio, l'Unico Santo, l'Innocenza inattingibile, il Medesimo si mostri anche nella carne volontariamente assunta dalla Semprevergine Madre di Dio, mentre il Servo
irriconoscibile, lo Schiavo della morte, l'Adamo carico del peccato del
mondo, reso peccato per gli uomini, reso maledetto per loro, il pi mortale dei mortali, l'"Uomo dei dolori", l'umile Figlio dell'uomo, l'Icona
vera del Volto umano che rivela l'Infinito misericordioso.
questo un unico movimento filiale verso il Padre, fraterno verso
tutti gli uomini. Movimento d'amore perduto, gettato nel Padre e gettato sugli uomini, per ritrovarlo nella sua Pienezza che lo Spirito Santo. Esso si percepisce dal primo istante dell'esistenza umana del Signore, anzi gi per il fatto stesso del suo nascere come Uomo vero. Ma subisce come un parossismo, nel senso positivo di accelerazione verso il
tlos, il fine che il Padre ha posto. Due momenti, che sono unica dura986

LA SETTIMANA SANTA E GRANDE

ta, si fanno notare oggi: il Getsemani e la Croce. Per richiamare il primo momento bene che le nostre parole qui manchino, e che si ceda la
parola ad uno dei maggiori spirituali della Chiesa in ogni tempo, S.
Massimo il Confessore, che ha studiato pi di tutti le due Volont di
Cristo Signore:
Per cos dire, come nel solo kairs (= tempo scelto da Dio) della
Passione salvifica, quando (Cristo) imprimeva realmente in se stesso
la nostra (volont umana), ed in quanto Uomo rifiutava la morte,
mostrava di possedere due Volont, in modo dichiarato; ma, mi sembra, non apodittico (= senza dimostrazione contraria): come infatti
solo in questo kairs, e non prima di esso, e per quale causa? (Risposta:) Quanto Egli possedeva allora, possedeva anche dal principio di quando divent Uomo, tuttavia in seguito non lo disperse. Infatti, se non (lo) possedeva da principio (non lo possedeva) neppure
nel kairs della Passione, ma (qui) solo manifest il rifiuto, ed oltre
questo anche il resto dal quale noi fummo salvati, come il pianto, la
tristezza, l'agonia, la croce, la morte, il sepolcro. Infatti, se si abroga
anche uno solo dei fatti naturali salvifici che in Lui esistevano come
in noi, allora non rimane neppure il resto. In che modo, in realt,
non (era) in Lui questo fatto (il rifiuto), ed invece (erano in Lui) gli
altri (il pianto...)? E per che motivo? E quale contrasto il pregare e
fare mostra della debolezza naturale volontaria, dico quella secondo
la carne, attraverso l'angoscia, e non reagire affatto, bens parlare:
"Se possibile", e: "Non quello che voglio io, ma quanto Tu (, Padre, vuoi)" (Mt 26,39), ed aggiungere un forte e sentito movimento
contro la morte? Egli infatti imprimeva concretamente in se stesso la
nostra (volont) attraverso l'angoscia naturale per un poco, per liberare noi anche da questa, e per impegnare la natura della sua propria
carne, e per operare un'Economia (salvifica) pura da ogni immaginazione. E di nuovo, subito present un immenso impeto contro la
morte ed il culmine della (volont) umana contro di essa, present
alla Volont (divina) sua propria e paterna la congiunzione e l'unit
(delle due Volont, la divina e l'umana), con il decidere ed il parlare:
"Non la mia, ma la tua (Volont) sia fatta". E qui rimovendo la
divisione (delle due Volont), l, di nuovo, la confusione (delle due
Volont nella sua Persona, la divina e l'umana)" (S. MASSIMO IL
CONFESSORE, Opuscula theologica et polemica adsanctissimumpresbyterum Marinum, de duabus unius Christi Dei nostri voluntatibus,
inPG91,196C- 197 A).
Contempliamo perci oggi il Signore e Dio nostro mentre con totale
e filiale obbedienza al Padre, e nel Padre, per l'assoluta necessit che
987

COMMENTO - IL TRIDION

"la carne" sia redenta dalla Morte vivificante, abbraccia la "sua" Croce.
E sulla Croce dona la sua esistenza senza resto nell'Amore infinito dello Spirito Santo. E dalla Croce consuma ogni suo desiderio al fine che i
peccatori destinati alla rovina "abbiano la Vita, ed abbondantemente la
abbiano", e diventino suoi fratelli veri, figli dell'Unico Padre.
Mentre resta in silenzio sotto i colpi, e prega il Padre per i suoi uccisori, e promette il Paradiso al Ladrone e prega il Padre con i Salmi, ed
annuncia che dal Padre " stato compiuto" il popolo che deve nascere
dai terrificanti dolori del Messia divino, e riconsegna lo Spirito "suo" al
Padre affinch possa donarlo agli uomini nella rovina. E mentre, Adamo Ultimo addormentato nel sonno della morte, dal suo Fianco immacolato sta generando la sua Sposa d'amore, la Chiesa. Ed i santi Evangelisti a turno descrivono la progressiva Consumazione, il perfezionarsi
del Divino Disegno, il compiersi della Hra.
E narrano come la Croce si faccia il centro di tutto, nell'indicibile
rapporto paterno-filiale che regna senza alterazione tra Dio ed il Crocifisso nello Spirito Santo, da una parte, con l'ampliamento al piccolo
gruppo che con la Madre delle sante Sofferenze sta sotto il Legno della
Redenzione e del Paradiso nuovo; e dall'altra, l'agitarsi irragionevole e
terrificante delle Potenze malvage che operano l'ultimo loro vano assalto per cercare di uccidere la Vita. Il mondo appare senza senso, la
creazione soffre come nel parto, come pu collabora al Disegno divino,
in cielo con i "segni" dell'oscurit, sulla terra con il sisma e l'apertura
delle tombe antiche. La Teofania della Croce appare come un'alba
oscura, che spinge verso una creazione nuova, inaudita, del tutto incomprensibile e totalmente incredibile. Canta lo Stichrn dell'Ora 9":
Oggi sta appeso sul Legno Colui che sospese la terra sulle acque.
Con corona di spine cerchiato il Re degli Angeli,
di falsa porpora rivestito Colui che rivest il cielo di nubi,
schiaffi riceve Colui che al Giordano liber Adamo,
con chiodi trafitto lo Sposo della Chiesa,
con lancia trapassato il Figlio della Vergine.
Noi adoriamo le tue Sofferenze, Cristo,
mostra a noi anche la tua gloriosa Resurrezione.
Il Signore dunque sulla Croce sta solo, di fronte al Padre, e di fronte
all'intero "peccato del mondo". La Liturgia di oggi accentua questa terrificante solitudine di Lui. Ed insieme per narra come intorno a Lui si
avvicendino personaggi dell'intera sfera umana: chi odia, chi condanna
per intolleranza, chi tradisce, chi promette fedelt ed invece fugge o addirittura rinnega, chi colpisce e sputa e schernisce, chi incrudelisce con
angherie e flagelli, chi abusa dell'autorit per condannare iniquamente,

LA SETTIMANA SANTA E GRANDE

chi cerca di consolare ed alleviare le sofferenze dell'"Uomo delle sofferenze", chi inchioda e da l'aceto per acuire le medesime sofferenze,
chi infierisce con la terribile lancia romana. Ma anche chi Lo segue per
solo amore: la Madre, il giovane discepolo, le Donne fedeli, ossia i primi testimoni della Croce. E chi Lo confessa come "Veramente il Figlio di Dio", come il rozzo centurione romano.
Al Hesperins avviene la proclamazione suprema: il Signore, chinato
il capo in segno di "S" al Padre, Gli riconsegna lo Spirito affinch
finalmente il Padre possa donarlo agli uomini. E chiude la sua esistenza
mortale.
E questa come riaperta immediatamente dal Costato straziato,
quando "subito escono Sangue ed Acqua", YOikonomia dello Spirito
Santo per la Chiesa, dunque il Mistero della Chiesa.
E qui altri personaggi. La paura delle autorit religiose, il disprezzo
del governatore romano nel concedere "un cadavere" a chi glielo chiede. E il nobile Giuseppe d'Arimatea, e il sensibile Nicodemo, e VApokataxylsis, la Deposizione, con amore tenero, del Corpo immacolato, e le onoranze funebri con la cura dolente per esso, e gli sguardi delle
Donne fedeli per riconoscere il luogo del sepolcro.
La santa assemblea segue in processione YEpitphios verso la sepoltura, ricevendo il magnifico "segno" dell'unguento come partecipazione simbolica anticipativa delle cure prestate al Corpo immacolato
del Signore. Insieme, canta gli Stichoi del Sai 92, "Salmo della Regalit divina", tra i quali si intercalano i 4 Tropari della Deposizione e
della Sepoltura, fino al canto degli Angeli che vi assisterono e vi assistono ancora oggi: "Gloria alla tua Condiscendenza (sygkatbasis), o
Amore per gli uomini!".
Appare adesso la Croce santa, alta davanti ai fedeli.
La sera alYrthros si cantano gli "Encomii" al Crocifisso, ed in un
certo senso si accompagna e si assiste il Crocifisso fin dentro il suo
sonno, in trepida attesa ed in silenzio, nella fede che sar risvegliato
potentemente.
La Chiesa medita, e torner ancora a meditare, con il Salmista:
Esmith eph 'hmds t Phs to Prspou sou, Kyrie, Si
pose quale "segno" su noi la Luce del Volto tuo, Signore
(Sai 4,7).
Segno infinito di Misericordia e di Grazia fino all'eternit.

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