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DALL'ESALTAZIONE DELLA S.

CROCE AL
PERIODO DEL TRIDION
Questa enorme frazione dell'Anno liturgico che termina con il Tridion traversa momenti cruciali e nodali della celebrazione domenicale
della Chiesa, come il nucleo formatosi intorno alla Festa dell'Esaltazione della Croce, come quello formatosi intorno al Natale del Signore ed
alla Teofania del Giordano, e come il graduale ingresso alla Quaresima
in vista della Resurrezione. Essa contiene inoltre alcune Feste del Signore, della Madre di Dio e dei Santi di rilevante importanza teologica
e spirituale, e non meno storica.
Come per il tempo che segue la Pentecoste assegnato alle "Domeniche di Matted", anche questo dall'Esaltazione della Croce fino al Tridion dipende dalla data pasquale, e le Domeniche assegnate a Luca ricevono a loro volta sensibili spostamenti, anche per l'intervento di celebrazioni che vi si sovrappongono, e che saranno segnalate.
L'Evangelo di Luca dunque si proclama nelle sue pericope stabilite, a
partire dalla Settimana che segue la Domenica dopo l'Esaltazione della
Croce fino all'inizio del Periodo del Tridion, che la Settimana del Pubblicano e del Fariseo (e fino al gioved della Settimana dell'uso Latticini).
dopo UT Croce, 1 Evangelo di Luca resta solo
( alg
Dalla Settimana 13adopo la Croce, 1 Evang
la Domenica ed al sabato che la precede, mentre dal luned al venerd si
proclama l'Evangelo di Marco (2a P3*6 dl questa proclamazione).
Qui, ai fini della celebrazione pi consapevole del Signore Risorto,
presente con il suo Spirito Santo alla sua Chiesa a partire dalla divina
Parola, interessa la teologia che sottesa dal tempo liturgico che corre
dall'Esaltazione della Croce fino al Natale, e poi fino alla Quaresima.
La linea degli Evangeli domenicali di Luca porta questi contenuti:
Domenica
1. Lc 5,l-ll: la vocazione dei discepoli;
2. Le 6,31-36: il "discorso della pianura" e la misericordia;
3. Le 7,11-16: la resurrezione del giovane aNairn;
4. Le 8,5-15: la pazienza del Seminatore che attende i frutti;
5. Le 16,19-31: il povero Lazzaro ed il ricco;
6. Le 8,26-39: la guarigione degli indemoniati di Gerasa;
7. Le 8,41-56: la resurrezione della figlia di Giairo e la guarigione del
l'emorroissa;
8. Le 10,25-37: il buon Samaritano;
9. Le 12,16-21: la parabola del "ricco scemo";
10.Le 13,10-17: la guarigione della donna rattrappita;
11.Le 14,16-24: la parabola della Cena grande;
12.Le 17,12-19: la guarigione dei 10 lebbrosi;
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S. CROCE- TRIOD1ON

13.Le 18,18-27: l'incontro con il giovane ricco;


14.Le 18,35-43: la guarigione del cieco di Gerico;
15.Le 19,1-10: l'incontro con Zaccheo;
16.Le 18,10-14: la parabola del Pubblicano e del Fariseo;
17.Le 15,11-32: la parabola del Padre buono e del Figlio dissoluto.
Appare in traluce l'insistenza nel presentare la condizione umana di
totale povert., ma anche di grande umilt:
a) del genere umano, nelle sue figure:
Dom. 3a: la morte;
Dom. 5a:l a povert;
A
Dom. 6a:la a morte;
possessione demoniaca;
-

- Domi 7':"
\ nuseria e a,
a-

.x

Dom 8
l canta;
Dom. 9a: la miseria morale che la ricchezza;
- Dom'. 10- ,la malattia; A .
Dom. 1V- vocazione dei poveri;
- Dom'. 12a: ,la malattia;
Dom 13a- rochezza come rigetto della vocazione;

- Dom'. 14;: }a malattia; ,


Dom. 15a-

ncchezza, la sua rinuncia per la vocazione, la ricchezza

Dom 16a- *a suPert)ia e l'umilt;


Dom. 17a: la miseria del Figlio dissipato.
A tali miserie, se trova l'apertura del cuore, il Signore viene per portare il rimedio finale;
b) di Cristo stesso:
che si fece povero per gli uomini, e prende su di s tutti i mali, e la
stessa morte degli uomini;
che dunque prende la carne dalla Vergine di Nazaret;
e si fa battezzare per la sua missione divina tra i poveri ed i peccato
ri;
alla fine, assume volontariamente la Croce, l'ultima "pi profonda
umiliazione", la massima povert davanti agli uomini.
-

La Chiesa di fronte a questa visuale storica e salvifica:


a) venera la Santa Croce vivificante, prostrandosi davanti al Segno della divina Misericordia, facendosi umile e confessandosi sempre necessitosa della Grazia della Luce del Volto;
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COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

b) accoglie l'umilt della Nascita del Signore del mondo con il digiuno
e la penitenza;
e) accoglie di nuovo le Sofferenze del Signore con il digiuno grande
della Quaresima.
In questo, seguendo il filo delle Domeniche, non si perde mai la visuale della Pentecoste, che invece prevaleva con le Domeniche di Matteo; anche qui si deve dire in un certo senso, poich la realt pentecostale perenne ed onnipresente lungo l'intero Anno liturgico.
Per comprendere l'avvio del periodo "dopo l'Esaltazione della S.
Croce", occorre rifarsi alla consecuzione cos espressiva, visibile se si
pongono in ordine le Letture bibliche ed i Versetti salmici di queste celebrazioni, con i temi concatenati. Si indicano i Prokimena, gli Apstoloi, gli Alleluia e le pericope evangeliche, rimandando ai commenti
seguiti secondo l'ordine calendariale:
Dom. avanti la Croce:

Sai 27,9.1
Gai 6,11-18
Salva, Signore, il Gloriarsi solo
popolo tuo !
nella Croce

Sai 88,20-21.22
David Servo,
l'Unto

Gv 3,13-17
L'esaltazione
sulla Croce, come il Serpente

Esalt. della Croce

Sai 98,5.1
Esaltate lo Sgabello dei piedi

1 Cor 1,18-24 II Sai 73,2.12 II


"discorso della
popolo riCroce"
scattato

Gv 19,6-11.25.
28.30-35 La
Croce, lo
Spirito, il Sangue
e Acqua

Dom. dopo la Croce:

Sai 103,24.1
Tutto nella Sapienza

Gai 2,16-20
Crocifsso, non
vivo io

Sai 44,5.8
II Re Unto

Me 8,34-9,1 La

Dom. 1" di Luca:

Sai 32,22.1 La
Grazia su noi

2 Cor 9,6-11
L'ilare donante

Sai 17,48.51
Dio dona le vittorie

Le5,1-11 La
vocazione

Croce e il vero
discepolo

Gli Evangeli partono dalla profezia dell'esaltazione del Signore sulla


Croce, fino all'Evento di essa, al programma del discepolo vero che accetter la Croce per seguire il Signore, perci alla vocazione dono del Signore.
Gli Alleluia salutano questa proclamazione conseguente alternando
il Servo "Unto" del Signore con la redenzione del popolo, di nuovo con
il Re "Unto", e con le vittorie che il Signore dona con la Croce.
Gli Apstoloi parlano del paolino gloriarsi solo della Croce del Signore, svolgendo il "discorso della Croce" debolezza e follia di Dio,
ma sua Potenza e Sapienza, mostrando l'esperienza dell' "essere crocifisso" e del "vivere di Cristo" nel discepolo, fino al dono della carit.
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S. CROCE - TRIDION

I Prokimena implorano epieleticamente: "Salva, Signore, il popolo


tuo", che versetto salmico che confluisce nei Tropari della S. Croce;
esortano a celebrare la Croce quale Sgabello dei piedi del Signore; celebrano il Signore per queste sue opere salvifiche, che avvengono nella
sua divina Sapienza, per cui il Signore si ammanta di maest e splendore; e finalmente implorano di nuovo: "Sia la grazia tua su noi - nella
misura in cui noi speriamo in Te".
un momento per alcune settimane, di grandiosa epopea della Croce.
Sotto questo "segno" si prosegue fino alla Nascita di Colui che deve salire sulla Croce. Si insiste sul Battesimo per la Croce, sulla Presentazione sacrificale offertoriale di Lui nel tempio, sull'Annunciazione di Lui, il
Salvatore e Signore, alla Madre Vergine - per confluire dunque nell'intensit staurotica della Quaresima, fino al Venerd delle Sofferenze del
Signore. Un immane crescendo, che travolge ogni pensiero dei fedeli, e
li rende discepoli docili a seguire il Signore sulla Croce, Egli nel fatto
storico, "sotto Ponzio Pilato", essi enMystri, nella potenza battesimale che determina l'intera loro esistenza.
Se adesso si segue la "linea degli Evangeli" diLuca, si vede come le
Domeniche dopo la la parlano cona bbondanza di temi guU, istituzione", sulla formazione dei discepoli che debbono seguire il Signore, e di
noi oggi con essi, facendoci anche noi docili all'ascolto e all'obbedienza: la resurrezione del Figlio della vedova di Nairn, quella della figlia di
Giairo, capo della sinagoga, le guarigioni, gli insegnamenti, fino alla
Trasfigurazione, fino alla "salita a Gerusalemme" in vista della Croce,
sono tutti gradi in successione e crescendo. Come si accenn, per i discepoli di allora, il Signore pazientemente amministra una lunga circostanziata catechesi per cos dire "da zero", su se stesso e sulle realt del
Regno. Per noi, invece, mistagogia "tutta e subito", poich noi stiamo
costitutivamente dopo la Croce, dopo a causa a partire dalla Resurrezione, che Domenica per Domenica, fino nel cuore della Quaresima, si celebra quale ritmo divino dell'esistenza cristiana redenta. Questa
la santa mistagogia della Chiesa.

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DOMENICA 18aDOPO PENTECOSTE


i a di Luca
"Sulla cattura dei pesci"
1. Antifone
Della Domenica, o i Typikd e i Makarismi.
2. Eisodikn
Della Domenica.
3. Tropari
1) Apolytikion anastsimon, del Tono occorrente.
2) Apolytikion del Santo titolare della chiesa.
3) Kontkion: Prostasia tn christiann.
4. Apstolos
a) Prokimenon: Sai 32,22.1, "Inno di lode".
Vedi Domenica 2adi Matteo.
b) 2 Cor 9,6-11
Comincia oggi il Ciclo 3 delle epistole paoline, mentre prosegue la
lettura della 2 Corinzi.
La pericope 9,6-11 sta alla conclusione (a 9,15) dei due singolari capitoli che sono 2 Cor 8,1 - 9,15. L'Apostolo li dedica per intero al problema, per lui molto importante, e per alcuni versi decisivo per il futuro delle Chiese in comunione tra esse, che sono le logiai o logiai, da lgo (o
logu), "raccogliere", da cui le "collette", i fondi che debbono servire
per donativi ai meno abbienti. Paolo vi torna con le sue Comunit diverse
volte, in tempi e luoghi successivi. I destinatari sono "i Santi", ossia gli
Apostoli delle Comunit di Gerusalemme e di Palestina, la Chiesa Madre
di lingua aramaica, quella che poi sar chiamata dei "giudeo-cristiani"
(cf. At 24,17); essi stessi avevano sollecitato questa carit da Paolo (cf.
Gai 2,10). E Paolo aveva disposto la raccolta in un modo esemplare, ossia di Domenica, durante la celebrazione del Signore (1 Cor 16,1-3),
quando l'amore per il Risorto si poteva anche riversare verso altri suoi
fedeli. L'appello era rivolto, ovvio, ai fedeli piuttosto benestanti, ma
nessuno ne era esentato, Corinto per s essendo nota come opulenta citt
industriale e commerciale (un porto di mare), e la Comunit paolina che
vi viveva contava anche membri benestanti, rimproverati dall'Apostolo
per certa loro chiusura verso i poveri (cf. 1 Cor 11,17-34).
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DOMENICA 1- DI LUCA

La questione delle "collette" stava molto a cuore a Paolo. Se ne parla


verso l'inverno del 57 ai Romani, che non sono una Comunit sua, e se
presenta l'impresa come molto impegnativa per l'intera strategia missionaria apostolica (cf. Rom 15,25-27), Paolo in realt durante quel medesimo anno aveva gi insistito ancora con i Corinzi, anzi nella complessa 2a epistla inviata ad essi (da Filippi), aveva dedicato alle collette
ben 2 capitoli: 8,1 - 9,15, ossia 39 versetti, un piccolo, documentato e
denso trattato. La motivazione dell'impresa caritativa stava per lui sotto
un tema duplice: quello della comunione tra le Comunit di totalmente
diversa costituzione, provenienza, cultura e indole. E per comunione
gi iniziata dalla Chiesa Madre, che aveva inviato gli Apostoli alle nazioni pagane, e quindi a Corinto, e che queste nazioni ormai "fatte discepole" del Signore Risorto (cf. Mt 28,19) a loro volta dovevano accettare, ratificare, "significando" in qualche modo che essa vigeva, stava
in funzione efficace. quella che si chiama con linguaggio della Tradizione, la "cattolicit" della Chiesa, ossia lo scambio vitale fraterno illimitato tra le Chiese sorelle, o anche: di figlie verso la Madre, poich le
figlie a loro volta diventeranno anche esse "madri" se annunceranno
l'Evangelo. Tale scambio di "beni": materiali, ed ecco le "collette";
ma anche "spirituali", ossia dello Spirito Santo, i Beni messianici, ed
ecco allora l'Evangelo della Grazia e gli Apostoli che lo portarono.
Esattamente, Gerusalemme e le altre Chiese palestinesi hanno inviato i Beni messianici. In questo momento si trovano in difficolt gravi,
per via della povert, accresciuta ed aggravata dalle carestie. Per Paolo
giunta finalmente l'opportunit di "cattolicizzare" se pu passare
un orribile neologismo le "sue" Comunit, inducendole allo scambio con le altre Chiese. Dietro questo sta anche la teologia del dono e
dell'azione di grazie.
Infatti biblicamente, chi riceve il dono non dice "grazie" e se ne va
peri fatti suoi, come un "rito di congedo". Bens deve in qualche modo
rendere partecipe del dono il donante stesso, restituendoglielo in qualche forma, offrendoglielo. Verso il Signore, Donante di infinita generosit, si deve "rendere grazie", celebrandolo in quanto Lui ed in quanto Operatore di fatti mirabili e Distributore di doni sempre sorprendenti; all'azione di grazie si accompagna l'offerta del "sacrificio" pacifico; un testo classico qui Sai 114-115, in antico unica composizione
(tale restata in ebraico), che un'"Azione di grazie individuale".
Verso i fratelli occorre "significare" l'accettazione comunque, donando a propria volta. Solo cos si entra in comunione: con il Signore,
del tutto chiaro; con i fratelli, ma qui non bastano le parole come spesso si usa, occorre donare.
Nel caso della comunione ricomunicazione, che comunanza di
beni, comunione di spiriti, Comunit universale in atto che Paolo
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COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

vuole decisamente stabilire tra Corinzi e Gerusalemme, avendo i Corinzi ricevuto i Beni dello Spirito Santo, non possono a loro volta per
cos dire materialmente restituirli, poich essi vengono dalla Fonte, la
Chiesa Madre. Ma possono significare la loro accettazione e vissuto, e
mostrare la loro gratitudine sopperendo alle necessit, con beni materiali. E questo avviene.
Si chiama, come si gi accennato, la "cattolicit della Chiesa", la
quale he Katholik Ekklsia solo se nel suo interno sono abbattuti i
diaframmi, i compartimenti stagni, le conventicole, gli scismi, e la
Chiesa sia quel Corpo di Cristo che riceve in tutte le sue membra lo
Spirito Santo che discende dalla Kephal, la Testa, il Signore Risorto.
Qui noi cristiani di oggi dobbiamo interrogarci se veramente viviamo
"la Chiesa cattolica"; dobbiamo interrogarci lealmente, tutti, in specie
quelli che si arrogassero il titolo senza i contenuti.
Gi si trattato sopra il concetto biblico di leitourgia, ossia 1'"opera
infavore del popolo", che la Triade santa consustanziale indivisibile dispone lungo la storia e realizza in indicibile pienezza con la Croce, la
Resurrezione, la Pentecoste, la Parousia. Tale opera deve essere proseguita da Cristo Unico Liturgo del Padre, ormai nella Chiesa degli Apostoli, e perci lungo i secoli e le generazioni, diventando cos anche
"opera del popolo". Si indic sopra lo schema: l'annuncio dell'Evangelo Liturgia (cf. Rom 15,16, testo classico); e lo il culto divino. Pi
difficile accettare il fatto che "le opere della carit", e tali sono le
"collette" paoline, siano Liturgia. Baster qui rimandare proprio a 2
Cor 9,12, dove Paolo addirittura calca i termini, affermando che si
provvede alle necessit dei "Santi" con "la diakonia di questa leitourgia", il servizio fraterno che questa carit "per il popolo".
Cos inquadrata la pericope, se ne possono vedere alcuni significati.
La pericope particolarmente ricca. Anzitutto Paolo comincia con la
formula asseverativa: "Questo, poi, tonto d\ che propone come messa
in evidenza di quanto adesso afferma. E subito fa appello duplice alla
generosit dei suoi fedeli: a) in negativo: il seminatore al risparmio,
pheidomns, oltre tutto poco intelligente, anche al risparmio, pheidomns, mieter il suo scarso raccolto. Dunque, occorre generosamente spargere il seme che render "il cento, il sessanta, il trenta" (cf.
Mt 13,23, e par.); b) in positivo: chi semina nella consapevolezza delle
benedizioni divine (en eulogiais), anche nelle benedizioni divine mieter un ampio raccolto. Il dono delle "collette" per i poveri veri, i "Santi"
delle Comunit apostoliche di Gerusalemme e della Palestina, i fratelli
dunque pi cari e pi vicini, deve avvenire nella generosit del non
risparmio, e cos star sotto le divine benedizioni (v. 6).
ovvio, non tutti i fedeli avranno eguale agiatezza. Perci Paolo
suggerisce la buona regola dell'equilibrio, cos che ciascun fedele co624

DOMENICA 1- DI LUCA

me nel suo cuore ha gi predisposto, doner, tuttavia mai nella tristezza


della separazione dai beni che dona, n sentendosi costretto dal rispetto
umano. Poich qui interviene la divina Sapienza, e l'Apostolo cita un
testo sapienziale, alludendo anche ad un altro:
Infatti il gioioso (hilarn) donatore, Dio lo ama (Prov 22,8a), con
una leggera modifica del testo dei LXX, che ai vv. 8.+ 8a dice cos:
Chi semina scarsamente, mieter male, la fatica delle
sue opere porter al colmo. L'uomo gioioso (hilarn)
e donante, Dio lo benedice, la vanit delle sue opere
consumer.
Il testo poi alluso da Paolo viene da Eccli 35,8-9:
In ogni dono, allieta (hilrson) il tuo volto,
e nella gioia santifica la decima,
dona all'Altissimo secondo il dono tuo,
e con occhio buono secondo quanto trova la tua mano.
Il detto grandioso, e deve restare come regola della vita della carit
fedele (v. 7).
Paolo adesso da la motivazione delle sue esortazioni alla generosit.
Infatti Dio nella sua infinita largita pu essere supereffluente sui suoi
figli con ogni grazia, sempre gratuita. I Corinzi di fatto godono, almeno
in genere, di tanta grazia. Essi hanno la sufficienza materiale, e perci a
loro volta, come segno di gradimento dei doni divini, debbono abbondare nella carit. la risposta spontanea, volenterosa con le "collette",
che si presenta qui come il compendio della carit, come "ogni opera
buona" (v. 8). E questo secondo quanto " stato scritto da Dio", Paolo
qui citando il Sai 111,9, un "Salmo didattico sapienziale": il temente
del Signore (v. 1), chi si muove a piet e presta (v. 5), opera cos:
Distribu, don ai non abbienti, la
sua giustizia resta in eterno,
dove dikaiosyn, "giustizia", nel linguaggio biblico la misericordia
soccorrevole, che il Signore considera come sua, come fatta a Lui, il
Giusto-Misericordioso per definizione (v. 9). E questa "giustizia" resta
per sempre davanti a Dio, come davanti agli uomini.
Il Signore a sua volta precede sempre nelle sue opere. Egli il divino Distributore (epichorgn) di ogni bene agli uomini. Qui di fatto fa
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COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

avere il seme a chi deve seminare. Si allude al testo di Is 55,10, che


presenta il Signore come quello che fa piovere sulla terra e fa germinare
e fruttificare, cos da procurare seme a chi semina e pane per nutrire.
Perci il Signore distribuisce {chorg) con abbondanza pane per cibo
a tutti, ma in modo speciale moltiplicher la semina dei fedeli che donano, cos che fa anche crescere i prodotti della loro giustizia. alluso
qui un altro ricco testo dell'A.T., Os 10,12:
Seminate per voi stessi per la giustizia,
vendemmiate per il frutto della vita,
illuminate voi stessi con la luce della conoscenza,
cercate il Signore finch giugano i prodotti della vostra giustizia.
Il fine da cercare quindi il Signore attraverso le opere della carit misericordiosa e generosa (v. 10).
Cos i fedeli saranno "arricchiti in tutto" proprio mentre si separano
da qualche loro bene materiale, nella semplicit della vita. La quale
semplicit si rende operante mediante i fedeli per il fatto che nell'Apostolo (qui, il "noi" di modestia) viene ad innalzarsi al Signore l'azione
di grazie per tutti. Poich la sua Comunit sta finalmente nella condizione della piena vita di carit (v. 11).
Non deve essere qui tralasciato il v. 12, che fuori della pericope di
oggi, ma del tutto fondamentale. Paolo prosegue cos:
Poich il servizio (diakonia) di questa leitourgia (opera per il popolo!)
non solo supplisce i bisogni dei "Santi", ma anche
abbonda attraverso molte eucharistiai a Dio,
dove il termine tecnico eucharistiai qui significa il "rendimento di grazie" che si tributa al Signore celebrando i Divini Misteri.
il sigillo grandioso alle "collette", alla carit-liturgia e quindi carit-culto. I due aspetti non vanno mai separati.
5. EVANGELO
a) Alleluia: Sai 17,48.51, "&4immg$ke Messia proclama che la sua
Vedi le Dom. 2a e 10a
opera regale, le sue vittorie per il popolo santo, realt che proviene
tutta da Dio. E cos il Signore manifesta al mondo la sua continua presenza al Re, ed essendo questo il suo "Unto" di consacrazione, concentra su Lui, e da Lui sul popolo suo, la sua Misericordia, Yleos, l'intervento soccorritore e potente. Questa "la morale dell'alleanza", ossia
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DOMENICA 1" DI LUCA

l'impegno eterno assunto una volta per sempre, in irremovibile fedelt,


dal Signore in favore del suo popolo.
b)Lc 5,1-11
Occorre qui tenere presente alcuni dati di fatto.
a) Anzitutto, la consecuzione che crea la "linea degli Evangeli" intorno
alla grande celebrazione dell'Esaltazione della S. Croce, quindi alla
Domenica che la precede e a quella che la segue, come mostrato sopra,
poich la proclamazione di Luca si inserisce in tale contesto;
b) in secondo luogo, proprio perch "linea degli Evangeli" di Luca
adesso forma il "continuo celebrativo", va sempre osservato, avanzan
do, lo schema di Luca dato nella Parte I;
e) poi, si deve osservare bene la struttura della pericope di oggi, da cui
emergono una serie di realt determinanti.
Si detto, e giova ripresentarlo, che il grande periodo liturgico che
segue la santa Pentecoste mostra in "lettura continua" (o meglio: semicontinua), la Vita del Signore tra gli uomini, mentre battezzato dal Padre con lo Spirito Santo attua la sua missione messianica. L'Unzione
dello Spirito Santo (cf. Le 4,18-19 e Is 61,1-3; At 10,38, testo capitale)
Lo consacra come Re e Popolo santo (il Nucleo originale, vitale del futuro popolo escatologico messianico), come Profeta grande, che in Luca
sar un tema centrale, come Sacerdote Sommo, come Sposo. A questi
titoli, e a numerosi altri, sono connesse le rispettive funzioni ed operazioni messe in atto per la Potenza dello Spirito Santo.
Sicch, ad ogni episodio della Vita del Signore che le Letture evangeliche presentano Domenica per Domenica e Festa per Festa e feria
per feria, occorre sempre acquisire l'intelligenza nuova: tale opera del
Signore deriva da uno dei suoi titoli e funzioni. Di questo si tratter a
proposito della Teofania del Giordano, a cui si rimanda in permanenza.
Qui il Signore provoca una pesca miracolosa e poi chiama alla vocazione i primi discepoli. La pesca opera "regale", la vocazione opera
"sacerdotale", ossia qui il Signore esplica le sue funzioni di Re Salvatore
potente e di Sacerdote.
Quanto all'inserzione della pericope 5,1-11, si spiega facilmente:
dopo il Battesimo (3,1-10, e 21-22), Ges individuato dalla sua Genealogia regale (da Giuseppe risalendo per le figure regali fino ad Adamo, il re della creazione: vv. 23-38). Lo Spirito Santo lo spinge alla
tentazione crudele, dove Ges mostra la sua fedelt di Figlio al Padre e
ne esce vittorioso (4,1-13). Lo Spirito Santo lo spinge allora alla sua
missione. Ges anzitutto si manifesta come l'Unto divino, il Messia regale d'Israele, a Nazaret, la sua patria (4,14-30), poi comincia la sua
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COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

missione tra gli uomini con le prime guarigioni prodigiose (4,31-27 e


38-43) e con la predicazione dell'Evangelo (4,44).
Adesso procede alla vocazione dei primi discepoli, i quali quando si
consuma la Vita del Signore con la Croce e la Resurrezione e si concentra sugli uomini con la Pentecoste, dovranno proseguire tra gli uomini la sua medesima missione nella Potenza dello Spirito Santo.
Le 5,1-11 presenta un chiaro schema quadripartito:
I) un prologo introduttorio (vv. 1-3), con Ges al lago, che vede i pe
scatori, ed insegna alle folle raccoltesi;
II) la pesca miracolosa (vv. 4-10a), con l'ordine di pescare, la fiducia di
Pietro, il prodigio della pesca, la professione di fedele di Pietro e lo stu
pore dei discepoli;
III) la vocazione di Pietro (v. 10b), e con lui degli altri;
IV) la sequela dei discepoli (v. 11).
Va qui fatto un richiamo allo schema secondario, semplificato di
Marco (vedi sopra), il quale pone quale prima operazione del Signore
battezzato dallo Spirito Santo l'annuncio dell'Evangelo del Regno (Me
1,9-11, e 14-15), e immediatamente la vocazione dei primi discepoli
(1,16-20), e quindi i prodigi miracolosi operati a Cafarnao (1,21-39),
secondo la realt storica, che forma anche una stretta logica operativa.
Luca invece, tiene presente lo schema originale, e preferisce appunto
presentare il Signore a Nazaret, poi i fatti miracolosi di Cafarnao (Le
4,31-44), e quindi la pesca miracolosa, intorno alla quale narra la vocazione dei primi discepoli. Luca perci con la sua teologia accentua alcuni lati della Vita del Signore.
Ma anche ne perde alcuni. In Marco (cf. 1,16-20) appare il "tridente
vocazionale" del Signore, con i 3 verbi tecnici, che l'Evangelista accentua in modo ripetuto, accurato ed insistito: "pass - guard
-chiam", con il gioco degli aoristi greci che indicano l'azione divina
storica, puntuale, irreversibile: adesso, prima mai, dopo mai pi. Il Signore passa, guarda e chiama una volta per sempre, poi non passa pi,
non guarda pi, non chiama pi. "Io temo il Signore che passa e non ritorna", dicono qui i Padri. In Luca, come dato da vedere, restano solo
i verbi "vide" (5,2) e "chiam" (v. 10b).
L'inizio della pericope comunque grandioso. Al v. 1 Ges appare
improvvisamente al lago, "ed Egli era stante", hests, ossia posto dritto
in piedi, da dominatore della scena. Dopo la sua predicazione nelle sinagoghe (4,44), in prevalenza, "come era suo costume", di sabato
(4,16), aveva suscitato molto interesse, aveva avuto successo, che Luca
suppone senza descriverlo. Le folle si erano perci radunate, e "si ponevano sopra di Lui", ossia Lo pressavano da vicino, al fine unico e disinteressato, almeno per ora (verr il momento dell'urgenza richiesta di
interventi miracolosi), di "ascoltare la Parola di Dio", poich hanno in628

DOMENICA 1"DI LUCA

tuito che solo Lui la possiede, la porta, la predica (v. 1). Hanno compreso dalla profondit appassionante dei suoi discorsi, dall'autorit e
dalla sapienza di Lui, dalla maest del suo parlare, che Egli finalmente il Profeta grande tanto atteso (cf. Dt 18,9-22), suscitato da Dio stesso
(Dt 18,15), mediante il quale il Signore non solo far conoscere la sua
Volont ultima, ma operer anche segni prodigiosi.
In quel momento Ges "sta" sulla riva del lago di Genesaret (v. lb).
Qui "vede" il secondo dei 3 verbi vocazionali, il primo assente
due navi, meglio, barche da pesca all'attracco; si noti che il vedere cos
narrato non si dirige anzitutto sulle persone (v. 2a); Luca annota che
"poi" alcuni pescatori discesi lavavano le reti (v. 2b). la scena tanto
familiare sulle coste del mare, dei laghi, dei fiumi, anche immortalata
da grandi pittori, e che ha un che di malinconico. La pesca finita bene
o male, resta da preparare la pesca successiva, ed faticoso nettare le
reti da alghe, pesci scadenti e crostacei inutili, oltre che ripararle e risistemarle dovutamente sulla barca per la pesca di domani.
Il Signore sa che la pesca and a vuoto. Si presenta come un estraneo, bench preceduto dalla sua fama (4,14), ignaro del duro mestiere
antico del pescare, almeno lo credono; sale su una barca, e sceglie non
a caso quella di Simone, e fa porre la medesima poco distante dalla riva, cos che la folla non lo opprima (v. 3a). Inaspettatamente, "seduto
sulla barca insegnava" (v. 3b), dove il verbo kathiz si pu e si deve intendere, in teologia simbolica, "in trono sulla barca sua", Profeta e
Maestro che insegna, in quanto la Sapienza divina discesa tra gli uomini. "Insegnare", didsk, denota il Profeta e Maestro divino. azione frequente del Signore, in specie in momenti decisivi come per le parabole (cf. Me 4,1) e per la moltiplicazione dei pani e dei pesci (Me
6,34, par. Le 9,11). I destinatali del didsk sono le folle, e in particolare, "in privato", i discepoli.
Le folle cos lo ascoltano con attenzione, fino alla fine. E adesso Ges
vuole dimostrare con un esempio prodigioso due fatti connessi: a) che
la pesca, svoltasi senza di lui, di necessit doveva essere a vuoto; b)
che con lui, i futuri discepoli opereranno "catture" di uomini nella
stessa quantit prodigiosa, anzi molto di pi (cf. Gv 14,12: "farete opere
pi grandi delle mie...") che questa pesca nel lago. Perci Ges subito
ordina a Simone di spingere la barca al largo, dove il lago profondo, e
ordina ai discepoli di gettare le reti (v. 4). Il medesimo ordine tassativo,
carico di conseguenze, viene in un testo considerato parallelo, Gv
21,6, alla "terza manifestazione" del Risorto.
La reazione di Simone docile, vuole solo giustificare la nottata carica di fatica e senza risultati. Perci si di mattina. Simone non sa ancora il destino che lo attende, ma ha piena fiducia: "Sulla parola tua caler le reti", dove il sostantivo rhma significa per s parola-fatto ope629

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

rato. L'appellativo con cui si rivolge Simone a Ges epistts, "sovrastante", sovrintendente. Egli spontaneamente si pone sotto le direttive
che gli impartisce Ges, riconoscendo in lui le qualit del capo. Senza
lui avevano "faticato tutta la notte" (cf. ancora Gv 21,1-14). Da lui
ascolteranno, poi, la spiegazione: "Chi non raccoglie insieme a me, disperde" (Le l l,23b). La pesca eseguita, enormemente copiosa, le reti, pur robuste come sempre, si rompevano (v. 6), mentre nella pesca
dopo la Resurrezione non si rompevano, nonostante l'abbondanza della
cattura (Gv 21,11). Cos viene in soccorso, invocata, anche l'altra barca,
e le due barche quasi affondavano dal peso (Le 5,7).
Il "segno" voluto dal Signore compiuto, e va ad effetto. Simone,
che Luca adesso chiama anche Pietro, riconosce in Ges il Kyrios, il
Signore, e la sua onnipotenza divina. E tutti erano presi da stupore per
il fatto avvenuto (v. 9), e cos anche Simone e la sua "paranza", e poi
Giacomo e Giovanni di Zebedeo, soci di Simone (v. 10a). Simone Pietro allora si prostra davanti a Ges e lo prega di allontanarsi da lui, il
peccatore (v. 8; cf. Mt 8,34; At 10,26).
Il sigillo adesso apposto da Ges al suo "segno", con le parole fondanti di vocazione: "Non temere". avvenuta una teofania, che comporta quasi sempre la divina rassicurazione. "Da adesso sarai il pescatore di uomini (v. 10b). "Pescatore" per s halius (da hls, sale, acqua, salsa, mare), ma qui scelto un termine singolare, zgrn, da zs,
vivente, e agr, catturare. Pietro e gli Undici faranno "prede viventi"
per il Signore, pescate dalle "acque di morte" e tratte alla Vita eterna.
istintivo pensare alla tomba battesimale da dove "si con-muore con
Cristo" per "con-vivere con Lui". Profezia lapidaria e facile. Da allora
Pietro e gli Undici l'hanno realizzata. Il 28 Giugno si prepara sulla porta
della Basilica di S. Pietro a Roma una rete intrecciata di fronde di
bosso, come memoria simbolica eterna.
La vocazione lanciata.
Come avverr sempre, da adesso, negli Evangeli, a ondate successive i "vocati", lasciatisi fare discepoli dal Signore che "passa guarda e
chiama", abbandonano tutto ed immediatamente. E l per l, subito e
senza ripensamenti, Lo seguono (v. 11; cf. v. 28; 18, 28; e il parallelo,
Me 1,18 e 20).
Il "lasciare tutto" e tutti, la situazione attuale, la famiglia, il lavoro,
le propriet varie (la pesca suppone sempre una piccola azienda a conduzione familiare), anche le speranze di una vita pi agiata, resta la
condizione primaria ed essenziale per rispondere totalmente alla klsis,
la vocazione, e porsi ali'akolouthia, la sequela del Signore. Cos,
sgombri dai pesi creati dall'esistenza umana ancora non qualificata, si
deve "seguire il Signore dovunque Egli vada". Cos esorta anche Ebr
12,1-3, lo sguardo fsso solo a Lui.
630

DOMENICA VDI LUCA

14 Evangeli mostrano che la mta da raggiungere la Croce. Il Signore dovr a lungo, pazientemente, talvolta dolorosamente istruire i
discepoli sulla santa Croce. Gli Evangeli denunciano impietosamente
che i discepoli davanti alla Croce "fuggirono tutti e lo abbandonarono"
(cf. Me 14,50). La Pentecoste del Fuoco dello Spirito Santo verr a sigillare i discepoli con il "segno" battesimale della Croce, e per la Croce.
6. Megalinario Della
Domenica.
7.Koinnikn Della
Domenica.

631

DOMENICA 19a DOPO PENTECOSTE


2a di Luca
"Sul Discorso della pianura"
1. Antifone
Della Domenica, o i Typikd e i Makarismi.
2. Eisodikn
Della Domenica.
3. Tropari
1) Apolytikion anastsimon, del Tono occorrente.
2) Apolytikion del Santo titolare della chiesa.
3) Kontkion: Prostasia tn christiann.
4. Apstolos
a) Sai 117,14.18, "Azione di grazie comunitaria".
Vedi la Domenica 3a di Pasqua; 1la
b) 2 Cor 11,31 - 12,9
I cap. 10-13 dell' Epistola (l'"Epistola delle lagrime", anno 56) sono
dedicati da Paolo a presentare la propria apologia ai Corinzi, stante la situazione di malessere venutasi a creare per l'incomprensione di quelli
sul comportamento dell'Apostolo, che invece del tutto irreprensibile.
Paolo ama molto i suoi fedeli, ed anche contro avversit insorte da persone e da eventi, ha sempre operato per il loro bene, per il loro arricchimento spirituale. Nella Comunit tuttavia esistono tensioni e lacerazioni,
denunciate gi nella prima Epistola; si sono creati dei "partiti"; alcuni fedeli si credono "perfetti" ed arrivati e sazi spiritualmente; altri avrebbero
voluto interventi pi decisi di Paolo, non contentandosi dell'invio di discepoli fedeli, e non accettando che "chi riceve l'inviato riceve l'inviante". Paolo rivendica sempre la sua azione disinteressata, il suo presentarsi umile e dimesso, quasi da umanamente stolto, da debole e innocuo.
Ma di fronte a tante incomprensioni deve finalmente rivendicare la sua
illimitata autorit, non umana, bens di Apstolos del Signore.
E lo fa perfino gloriandosi della sua debolezza apparente (11,30), la
quale invece il "segno" della sua forza irresistibile.
E cos qui chiama anzitutto a divino Testimone il Signore Veridico,
con il suo Nome plenario: "il Dio e Padre del Signore Ges", e gli tributa l'omaggio adorante dossologico: "il quale il Sussistente {ho n)
632

DOMENICA 2" DI LUCA

come benedetto per i secoli". La formula ho n rimanda a Es 3,14, alla


rivelazione dal Roveto ardente, quando Mos ascolta quasi annichililo
la pronuncia del Nome indicibile, "Colui che sussiste", che dall'ebraico
si trascrive con le sole consonanti: IHVH. Nome misterioso e terribile,
pronunciato unicamente dal sommo sacerdote ed una sola volta l'anno
(secondo la tradizione, il Giorno dell'Espiazione, Kippr, per la grande
liturgia nazionale del 10 di Tisri; cf. Lev 16). Gli Ebrei invocavano questo Nome come 'Adnaj, e i LXX lo traducono invariabilmente con ho
Kyrios, "il Signore", e cos le antiche versioni (la Vulgata, assumendo
l'uso gi delle Veteres Latinae del sec. 2, usa anch'essa invariabilmente
Dominus). Come si disse, scorrettamente le versioni moderne vocalizzano Yahweh, con un errore filologico marchiano, a cui nessuno osa
porre rimedio.
Il Dio e Padre del Signore Ges Cristo cos chiamato a Testimone
divino inconfutabile da Paolo sulla sua veridicit (v. 31). Egli traccia su
questa base la sua storia, dall'inizio della sua conversione, quando era
stato accolto e battezzato dalla Comunit di Damasco, e si era posto
"subito" ad annunciare nelle sinagoghe: "Ges il Figlio di Dio" (cf.
At 9,20). Le reazioni minacciose degli antichi correligionari avevano
indotto il reuccio locale, Areta, che i Romani avevano preposto come
etnarca alla nazione ebraica ivi residente, a dargli la caccia, rastrellando
Damasco e ponendo picchetti armati alle porte della citt (v. 32). Ma i
fratelli cristiani, certo di notte, per una "porticella", ossia una postierla
delle fortificazioni, o un'apertura in alto, calarono Paolo con una cesta
dalle mura, dimostrazione plastica dell'esigua corporatura dell'Apostolo; egli poco prima aveva affermato, con un umorismo simpatico, che
davanti ai Corinzi era "di volto (prspon; anche 'persona') certo tra
voi umile (tapeins), ma poi quando assente ardito verso voi" (2 Cor
10,1), almeno cos si credevano alcuni tra loro. La piccola statura, non
avere il "fisico del ruolo", non era stato mai per Paolo un impedimento
nella sua missione (v. 33). Secondo il parallelo di At 9,26, fuggendo da
Damasco Paolo si rese a Gerusalemme; presso gli Apostoli, in specie
da Pietro, aveva detto in Gai 1,15-18.
Ora, si chiede con una domanda che contiene gi la sua risposta, occorre davanti ai Corinzi "vantarsi"? Il che non utile alle questioni gravi che si agitano. E tuttavia Paolo vuole "venire a visioni e rivelazioni
del Kyrios" (12,1). Egli infatti ebbe queste grazie direttamente dal "Signore, ho Kyrios", titolo principale di Cristo Risorto. Il Disegno del Padre aveva "segregato 1'"Apostolo" per la missione (Rom 1,1-2), fin dal
seno della madre (Gai 1,15-16), segno della vocazione profetica, che
richiama la tipologia di Geremia (Ger 1,4-5). Allora il Padre volle rivelare a Paolo il Figlio Risorto (Gai 1,16), e questi gli si era manifestato,
anzitutto come Luce increata, ma come "Ges", a Damasco (At 9,3-5),
633

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

poi con altre indicibili comunicazioni. L'Apostolo ha sperimentato questo realmente, anche se avviene che sia gli manchino le parole adatte,
sia soprattutto quelle sono realt che non debbono diventare mito e leggenda, e creare cos un alone di meraviglioso intorno a lui, quando tutto deve convergere verso Cristo Risorto.
Perci adesso parla in terza persona: un nthrpos, "un uomo". Per
premette il verbo ida: "so per certo". Si tratta di "un uomo in Cristo",
che ricevuta la vita da Cristo aveva riposto tutta la sua esistenza in Lui
"la vita in Cristo vita nello Spirito Santo": Rom 8,9 , e fu "rapito"
(harpzo) fino al "terzo cielo", ossia al di l dei cieli, nella trascendenza
vertiginosa; se in corpo, ossia per cos dire materialmente, oppure
"fuori del corpo", ossia spiritualmente, Paolo nega di sapere. un'estasi
corporale, o una visione spirituale simbolica, non conta, vale solo la
realt del fatto. E cos Paolo annota che, essendo l'anno 57 mentre scrive, tutto avvenne 14 anni prima, ossia, verso il 43, ponendo l'evento di
Damasco verso il 35 d.C. Tale la realt dei fatti (v. 2). I quali si completano. Corporalmente o spiritualmente e come per il "ratto"al terzo
cielo, cos anche adesso Paolo rimanda alla formula: "io non lo so, lo
sa Dio" che tali eventi caus (v. 3), quell'uomo "fu rapito"
(harpz) fino nel "paradiso" (v. 4a). I grandi autori spirituali parlano,
lungo la storia della Chiesa, di esperienze spirituali, "mistiche" ossia
relative al Mistero; parlano di "ratto" totale, della persona e delle facolt di essa, fino a perdersi totalmente nell'incomprensibilit del Mistero divino, nella "tenebra" impenetrabile di esso: "io non lo so", indica
bene questo esito. I medesimi spirituali parlano anche di "paradiso", che
non tanto, o solo, il "luogo" dei Beati e Santi e della felicit, quanto
il "luogo dello Spirito Santo", la condizione dove avviene il terrificante
incontro-scontro tra il Divino e l'uomo, dove l'umano frantumato,
distrutto, per essere meravigliosamente rigenerato nel dolore mortale e
perenne della tensione ancora insoddisfatta di perdersi nel Divino, di
"morire perch ancora non si muore". In trafila, i santi mistici non fanno
altro che dare figura e termini all'esperienza lancinante di Paolo, quale
si pu vedere nell'Apstolos dell'Esaltazione della S. Croce, nella
Domenica precedente ed in quella seguente a tanto grande Festa della
Chiesa (vedi infra).
Il "paradiso", greco pardeisos, viene dall'antico persiano zendavestico pairidaeza, luogo recintato (cf. l'armeno partez, orto, giardino), e
indica sia un parco da caccia, sia un giardino di delizie, sia un orto irriguo e coltivato, sia tutto questo insieme. Tale era l'Eden della creazione
antica (Gen 2,8-17). E tale la teologia simbolica indica che sar il
"luogo" dei beati per l'eternit, in quanto essi "tornano" alle origini, a
come il Disegno divino aveva disposto dall'inizio. Bench infinitamente
di pi. ovvio che qui non si tratta di nostalgia, poich il Paradiso
634

DOMENICA 2" DI LUCA

ultimo la condizione della visione trasformante, dell'amore consumante e divinizzante nelle Nozze eterne.
Ora, quell'"uomo", Paolo, per la fluenza della sua esistenza ancora
temporale e terrena, "storica", gratificato della prima e sostanziale
manifestazione divina, la fonte di ogni altro esito aperto sull'infinito di
Dio: "ascoltare rrhta rhmata, indicibili parole", dove il termine greco
rhma, interscambiabile con lgos, significa precisamente "parolafatto", dunque realt fattuale. Come quando Maria, dopo la Nascita del
Figlio di Dio, "custodiva tutti questi rhmata, fatti", considerandoli nel
suo cuore verginale {Le 2,19). Come gi i pastori, chiamati dall'Angelo
di Dio alla medesima Nascita, parlavano tra essi: "Traversiamo fino-a
Betlemme, e vediamo questa parola, rhma-t'atto, che il Signore notific a noi" (Le 2,15).
Paolo ebbe conoscenza delle Realt indicibili, di cui "all'uomo non
lecito parlare" (v. 4); qui sta il raro exn, da xeimi, un participio'che
indica quanto si pu secondo la legge divina e le leggi umane, indicandosi cos quanto non lecito in s e per s, poich nessun uomo reso
idoneo a trattare di Realt tanto trascendenti.
La reazione dell'Apostolo quasi di indifferenza davanti al fenomeno. Egli di tutto questo potrebbe anche menare vanto, gloriarsi (kuchomai), poich un dono divino concesso all'umilt umana. Tuttavia quanto a se stesso, il suo menare vanto e gloriarsi (kuchomai) solo della
sua debolezza, non tanto quella congenita e propria della sua struttura
umana, quanto quella che da lui chiede il Signore, gliela impone, la esige
da lui. Tante volte Paolo ha ripetuto che Dio stesso vuole apparire stolto
e debole perch Sapienza e Potenza divine che vuole confondere le piccole saggezze e prepotenze degli uomini, questi s stolti e vuoti di ogni
realt. Cos nel "discorso della Croce", 1 Cor 1,10 - 2,16 (o 1,17 etc.).
Adesso deve ancora farlo risuonare per convincere i Corinzi (v. 5).
E cos riafferma che se volesse gloriarsi, tuttavia non si comporterebbe
da insipiente sul piano umano, e quindi vuole pronunciare tutta la verit
secondo il Disegno divino. Perci resta cauto, parla il meno possibile di
quanto sarebbe sua legittima gloria, "risparmia (phidomai)" gli ascoltatori, consapevole che chi lo ascolta potrebbe considerarlo al di sopra di
quanto umanamente nell'Apostolo vede di persona, o ascolta di persona
(v. 6). In sostanza, Paolo vuole concentrare l'attenzione anzitutto sulle
Realt divine, e poi sulla sua missione, mai sulla sua persona.
Poich questo potrebbe perfino creare in lui la vanagloria. E qui
Paolo rivela la metodologia divina secondo la Sapienza eterna, che agisce cos sempre: Dio imperscrutabilmente, contro ogni logica umana,
quanti ama riprende di continuo e punisce, ossia purifica come vero Padre Buono. Gi lo affermava Prov 3,12, lo riprende Ebr 12,6, e lo ribadisce Ap 3,19. Ecco allora: le rivelazioni comunicate all'Apostolo sono
635

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

"esagerazione". Sono spropositate per la struttura umana (cos il termine


hyperbole), e pure sono necessarie al ministero apostolico. Esse non
debbono "portare in orbita" (circa questo il senso di hyperiromai), far
esaltare Paolo, non debbono produrre in lui l'autostima e l'autoesaltazione. Dio con una mano benefica dona "esagerati" benefici, necessari,
tuttavia con l'altra mano non meno benefica equilibra la reazione umana. E cos nell'Apostolo pone "nella carne uno stiletto (sklops)", un
terrificante strumento di perenne tortura, chiamato qui addirittura "un
angelo di satana", un perenne, ripetuto "colpo di pugno" doloroso e
stordente (v. 7).
Gi in antico, e poi nell'esegesi moderna, questo "angelo di satana" fu
interpretato come un male fisico che affliggeva Paolo; alcuni parlano di
tentazioni contro la castit (ma Paolo tratta con tutt'altro linguaggio tale
argomento), altri di una malattia (la malaria e simili), altri ancora di forme
di epilessia che impedivano gravemente le fatiche apostoliche. In realt,
qui si tratta di fatti ben pi gravi. Lo stiletto nell'anima di Paolo, 1'"angelo-annuncio di satana", i gravissimi "colpi di pugno" che riceve di continu, sono gli impedimenti al suo annuncio dell'Evangelo che di continuo
i "falsi fratelli" gli frappongono presso le Comunit, confondendo la loro
stabilit nella fede. Certo, si tratta di realt di gravita suprema, che incidono sulle anime. Tuttavia, da una parte il Signore sa trarre il bene dal male,
dall'altra a Paolo fa comprendere che l'Evangelo non dipende da lui, ma
dall'azione divina, e perci l'Apostolo in quanto Apostolo deve essere
convinto della sua collaborazione in fin dei conti non necessitante, all'opera della salvezza. Egli deve restare umile e rassegnato.
Per comprendere questo per gli stata necessaria una lunga lotta
con se stesso e con Dio. "Tre volte", ossia sempre, fino a qualche tempo prima, ha invocato "il Signore", ossia Cristo Risorto, affinch fosse
liberato dal flagello che lo affliggeva e prostrava, fino quasi ad impedirgli il lavoro apostolico (v. 8). Come sempre, il Signore esaudisce per
"linee trasverse". Noi chiediamo questo, e Lui ci concede quello. Ossia, ci fa chiedere comunque, ma ci dona gratuitamente solo quanto ci
realmente necessario ai suoi fini. Dio agisce cos perfino con il Figlio,
il quale nel momento pi catastrofico della sua esistenza tra gli uomini,
al Getsemani, quando deve decidere tra la salvezza di tutti gli uomini e
la sua integrit personale, chiede al Padre di "essere salvato" dalla morte, poich il Padre di fatto pu salvarlo della morte, e salvare gli uomini
per altre vie ancora pi misteriose. Il Figlio lo implora "con forte grido
e lagrime" ma si abbandona alla Volont paterna . Il Padre che fa?
Lo ascolta in quanto il Figlio religiosamente, poich filialmente, obbediente in tutto. Perfino Lo esaudisce, bens "sotto la specie contraria", proprio facendolo morire per gli uomini. Anzi, dall'obbedienza filiale stessa insegna al Figlio con la scuola della Passione, e cos Lo
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DOMENICA 2" DI LUCA

consacra Sacerdote Sommo, e Lo pone quale unico Principio dell'eterna salvezza (Ebr 5,7-10).
Cos per Paolo. Cos, se si comprende, per tutti e per ciascuno dei
fedeli. Invariabilmente. All'Apostolo, il Signore addirittura si rivolge
familiarmente, personalmente, ed in modo duro, impietoso, spietato:
"Basta a te la Grazia mia! poich la forza si perfeziona (e consuma)
nella debolezza" (v. 9a). Parole umanamente insensate. Non lavoriamo,
noi, affinch tutta la nostra azione buona, pastorale, avvenga con ogni
facilitazione, con i mezzi procurati, con opportunit varie e conoscenze
e combinazioni...? Come faremmo oggi se non avessimo a disposizione
totale telefono e fax e ordinatori (detti "computers") e stampa e stazioni
radio-televisive e viaggi e convegni e relazioni e...?
Serve tutto questo a Paolo? No. E a noi? No. Che serve? La Grazia
dello Spirito Santo. la Potenza divina che "consuma" (tel) ogni
umana debolezza. Allora anche tutti i mezzi sopra elencati possono
avere qualche utilit. Paolo ha avuto collaboratori attivi, intelligenti,
animosi. E lettere da inviare, e navi, e viaggi. Ma a lui era necessaria la
Grazia. Lo ha compreso dopo l'esperienza dello "stiletto nella carne",
che gli toglieva la vita, la speranza, ogni forza. Solo dopo di esso, non
prima. E non che Paolo fosse cos illuso da immaginarsi, chiss poi
perch, che il Signore ai suoi collaboratori renda la vita e l'opera del
tutto facili, come in discesa. Il Signore, in un certo senso, avverte Paolo
con un "alto l!" che vale per tutti gli apostoli di tutti i tempi, per tutti i
pastori, per tutti gli uomini della Luce e dello Spirito Santo (v. 9a).
E l'Apostolo, uomo totalmente di Dio, ha ben compreso. Perci prosegue davanti ai suoi diletti Corinzi: ma io allora molto pi volentieri,
quasi "giocondamente (hdista)", ormai voglio menare vanto, gloriarmi
(kduchomai) delle mie, costitutivamente e additivamente mie, debolezze. Solo cos potr inabitare, anzi, "porre le tende (episkn)" su lui la
Potenza di Cristo (v. 9c). Ossia, lo Spirito Santo, che ama inabitare nei
suoi strumenti preziosi, gli Apostoli, "intronizzandosi" su essi (cf. At
2,1-4), e guidandoli alla predicazione di Cristo Risorto.
La conclusione di Paolo se fosse esaminata da uno psicanalista (ma
la legge ferrea stabilita dal fondatore della psicoanalisi era che l'analisi
deve essere fatta sulla persona, non sugli scritti...), direbbe: un soggetto animato dal "sottile piacere di soffrire". Ma non cos. Paolo non
si va cercando eventi e modi e mezzi di soffrire. Egli da soggetto infinitamente reso capace, si rende conto della necessit della sofferenza ai
fini della predicazione, perci afferma che ormai "si compiace (eudokydi tutte le avversit che il Signore, scongiurato di non farlo, gli
invia: debolezze umane, violenze subite e non restituite, necessit che
investono la sua povera esistenza umana, persecuzioni che siano: dalle
autorit civili romane, da quelle dei suoi confratelli ebrei, da quelle dei
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COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

suoi confratelli cristiani, i "falsi fratelli", le "ristrettezze" in favore di Cristo, ossia le situazioni in cui la via sembra chiusa e lo sfocio non appare
probabile. Con la grandiosa, inimmaginabile affermazione finale, programma cristiano per tutte le generazioni, in specie per quelle piagnucolose del
nostro tempo: "Infatti, quando sono debole, allora sono potente" (v. 10).
Che vuole dire, questo? semplice. Quando Paolo ha rimosso tutti
gli ostacoli umani alla Potenza di Cristo che lo Spirito Santo, allora
questa Potenza in lui si pu scatenare per traguardi impensabili, ma di
fatto raggiunti, da Antiochia all'Asia Minore, alla Grecia, all'Illirico,
alla Spagna, e, quando sar, a Roma, il "cuore di Paolo". Allora il Signore gli significher che la sua corsa terminata. Nella gloria dell'iscrizione che trionfa sulla sua tomba nella Basilica della Via Ostiense:
"a Paolo Apostolo Testimone-Martire".
La S. Croce estende irresistibilmente la sua ombra vivificante, qui
come dappertutto.
5. EVANGELO
a) Alleluia: Sai 19,1.10, "Salmo regale".
Vedi la Domenica 3a di Pasqua.
b) Le 6,31-36
Cristo Signore nostro, battezzato dal Padre con lo Spirito Santo,
"unto" di consacrazione per la sua missione messianica (cf. sempre At
10,38), passa annunciando ed insegnando l'Evangelo quale Profeta
grande, operando come Re le opere del Regno del Padre, nella Potenza
dello Spirito Santo. Come Sacerdote Sommo del Padre chiama alla vocazione i futuri confratelli nel sacerdozio, i discepoli, li elegge nominativamente (cf. Le 6,12-15), e quindi passa a dare l'istruzione ad essi ed
alle folle. Il grandioso testo di Le 6,17-49 chiamato il "discorso della
pianura", ed ha come celebre parallelo il pi esteso "discorso della
montagna" di Mt 5,1 - 7,29.
Con il "discorso della pianura" il Signore vuole adesso presentare il
culmine della vita redenta, la mta di chi vuole seguirlo dovunque vada, la perfetta assimilazione al Padre, il Signore Dio infinitamente e
contagiosamente Misericordioso. Questo "il pi", il massimo pervadente della Vita divina comunicata agli uomini. Poich purtroppo "misericordiosi" non si nasce, ma si diventa se ci si lascia fare misericordiosi dalla Grazia increata dello Spirito Santo del Padre e del Figlio.
H "discorso della pianura" si estende, denso e pressato, in Le 6,17-49.
Ai vv. 20b-23 vengono i makarismi, le beatitudini per i poveri e miti. Ai
vv. 24-26 sono scanditi in ripetizione i "guai a voi!" ai ricchi scemi e sazi
e prepotenti.
638

DOMENICA 2 DI LUCA

II Signore poi cambia bruscamente motivo con un "Tuttavia io parlo


a voi che ascoltate" (v. 27a). Si notino i due presenti durativi, che vogliono raggiungere tutti gli uomini, fino a noi. Il contenuto che vuole
comunicare il perfetto rovesciamento di ogni prospettiva e normalit
della vita umana: "Amate i nemici vostri". uno dei fatti pi ripugnanti
che porti la fede cristiana. Poich dal nemico, la tendenza "naturale",
detta anche "istintiva", proprio fuggire, o combattere, o comunque
avversare e odiare e vendicarsi se possibile. E cos, "rimuovere" lontano. La quaterna dei precetti ripugnanti si completa con il beneficare chi
ci odia, benedire chi ci maledice e pregare per chi ci calunnia (v. 28bc).
Questo ancora di pi abbandonare il fedele che attua questi precetti
alla merc del mondo e della malvagit imperante. Da duemila anni se
ne discute; anche buoni credenti affermano apertamente che si tratta di
pura utopia, non si vede come si applicherebbe una morale cos tenera,
inconsistente, che rischia di dare ancora pi spazio alla cattiveria, alla
prepotenza, alla violenza. Sono entrati in campo a discuterne validi teologi nei secoli. Uno dei maggiori problemi, non risolti, quello della
"societ". Come si reggerebbe la societ se avesse tali leggi dell'amore, del perdono, del beneficare i peggiori suoi membri, e che sopravvento questi prenderebbero per sempre, spegnendo anche per sempre
questa morale?
Quando Cristo parlava, quando Luca redigeva le sue parole, non si
ponevano problemi di una morale dualistica, dividere il mondo in buoni e cattivi, e poi cercare il compromesso possibile, non ledendo la morale, ma cercando il proprio non-danno. E poi, Dio pu veramente ordinare "cose cos impossibili alla natura umana"?, la domanda pi frequente e pi intelligente, a cui si risponde non osservando i precetti duri
del Signore, vivendo da fedeli solo a parole. L'annuncio di Cristo tale
e tale resta, con l'avvertenza ancora pi dura del "cercate la porta
stretta". La domanda vera tutt'altra: se il mondo cristiano nei secoli
avesse invece applicato alla lettera la Parola del Signore? Lo ha mai
fatto come "societ cristiana"? La risposta ovvia no, e gli storici si incaricheranno di portare a corredo infiniti documenti.
Viene la spiegazione della quaterna dei precetti duri appena enunciati (vv. 29-35). Ci colpiscono. Lasciamoci colpire, "volta l'altra guancia". Ci rapinano. Lasciamoci rapinare (v. 29). Dare a chiunque chiede,
e non chiedere la restituzione. l'applicazione del Giubileo biblico (cf.
4,19!) (v. 30). Segue la "regola d'oro": fa agli altri come vuoi che sia
fatto a te, al positivo (al negativo, sarebbe: non fare agli altri...) (v. 31).
ovvia la spiegazione della spiegazione: noi siamo abituati ad amare solo chi ci ama, ed a beneficare solo chi ci benefica (vv. 32-33), ed a
prestare solo a chi ci restituir (v. 34). Ad ogni affermazione si oppone
il merito inesistente, in quanto fedeli del Signore, poich tutto questo
639

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

gi lo fanno anche i pagani. I fedeli al contrario ameranno, beneficheranno e presteranno anche ai nemici (v. 35a), cos riceveranno la ricompensa grande di figli di Dio, Buono per i buoni come per i malvagi (v.
35b).
E adesso viene quasi inaspettata la klimax, la sommit della "scala",
il culmine del discorso, al v. 36, che pone il termine ultimo della perfezione, in apparenza mostruosamente irraggiungibile dai poveri sforzi
umani: "Diventate (ginesthe, anche "siate") quindi, alla fine, misericordiosi, oiktirmones, come il Padre vostro Misericordioso (oiktirmn)".
Per comprendere questo comando imperioso e soavissimo in fondo il Signore non dice altro che: Diventate, lasciatevi trasformare da
Me in misericordiosi, come Io lo sono poich tale il Padre mio", dunque vostro , occorre rifarsi al parallelo che sta nel "discorso della
montagna" di Matteo (Mt5,48):
Siate quindi voi perfetti (tleioi)
come il Padre vostro Celeste Perfetto (tleios).
Ora, sia Mt 5,48, sia Le 6,36 derivano in linea diretta, con accentuazioni, da Lev 19,2:
Santi (hgioi) siate,
poich Io (sono) Santo (hdgios),
il Signore Dio vostro!
A nessuno sfugge anzitutto la "formula dell'alleanza" il "Signore
Dio vostro"; "il Padre vostro", che suppone "noi figli suoi" per la completezza. Ma la "santit" che uno dei titoli maggiori del Signore, il
Dio Vivente, "l'Unico, il Santo", acclamato dai Serafini con il "Santo
Santo Santo!" (Is 6,3; Sal, 98,3.5.9, Salmo deWrthros; Ap 4,8), indica
una serie di realt poco avvertite. Infatti nella divina Rivelazione, diversamente che nelle religioni dell'ambiente biblico, la "santit" non
"sacralit", ossia quella specie di flusso o di ambiente che incombe sull'uomo con il peso di una divinit impersonale, che in genere si manifesta rovinosamente per gli uomini c^he ne sono raggiunti.
La santit biblica anzitutto trascendenza inarrivabile ed intangibile, incomprensibile ed incircoscrivibile, incomunicabile e indescrivibile,
indicibile per definizione. Essa sta fuori di ogni miseria umana, di ogni
deficienza creaturale, di ogni caducit, di ogni contingenza. Ha la
motivazione in se stessa. per una realt sommamente personale: la
Santit Dio, Dio la sua stessa Santit.
Per il misterioso movimento senza spazio e senza tempo che anima
l'Infinito della Santit, il Dio Santo non resta per cos dire solitario ed
640

TAVOLA

17 - La santa isadps della Theotkos al tempio - Collezione Paps Elefteri


Schiad, Piana degli Albanesi; di Alfonso Caccese, a. 1985.

TAVOLA

18 - La santa Syllepsis della Theotkos - S. Gioacchino e S. Anna - Mosaico


di S. Maria dell'Ammiraglio alla Martorana, Palermo, sec. 12.

DOMENICA 2 DI LUCA

isolato, com' il Dio degli ariani che si ritrova presso i musulmani. Egli
anche Manifestazione santa, Comunicazione santa, Presenza operante
santa. Egli parla Parole di santit, opera opere di santit (cf. qui Sai
144,13bc.l7). Lo fa in modo gratuito, mai meritabile e di fatto da nessuna creatura, fosse pure angelica, mai meritato. In modo gratificante,
divinizzante. Dunque per pura intatta mai diminuibile Misericordia,
che la Bont "nonostante-tuttavia", nonostante i non meriti angelici
ed umani, e tuttavia egualmente donantesi. In specie verso gli uomini.
Occorre risalire molto in antico, per comprendere questo. Apparso
ad Abramo sotto la triplice figura mediatoria angelica, il Signore si fa
ospitare da lui e da Sara, promette un figlio a questa, ed assicura che
torner (cf. Gen 18,1-15; e la celeberrima icona della "xenitia di Abramo", 1'"ospitalit" del Padre nostro nella fede, che va sotto il nome del
tutto errato di "icona della Trinit", dovuto al santo monaco Andreij
Rubliev). Poi il Signore, che ha deciso l'irrevocabile punizione di Sodoma e Gomorra, si trattiene un attimo, e decide di consultare Abramo,
che gli presenter la famosa, eventuale intercessione dei giusti, la minoranza che se si trova! salva tutti gli altri (Gen 18,22-33). Ma la
motivazione della resipiscenza divina il Disegno dall'eternit su
Abramo (vedi anche E vangelo della Domenica 12" Matteo):
10 infatti lo scelsi,
affinch ordini ai figli suoi ed alla casa sua dopo di lui
di custodire la via del Signore,
e di agire con diritto e giustizia,
affinch il Signore compia in favore di Abramo
tutto quello che a lui promise (Gen 18,19).
Qui l'espressione tecnica del "diritto e giustizia", in greco dikaiosyn
ki krisis, traduce l'ebraico sdeq u-mispt, e sdeq, da cuisdqh,
anche elemosyn, della semantica efflleos, la misericordia. Il Signore vuole un popolo di "retti e giusti", che nelle nostre lingue si deve tradurre "soccorritori benevoli e misericordiosi". Questo lo statuto per i
figli d'Abramo, che siamo anche noi.
Ma non basta. La semantica di dikaiosyn ki krisis, tenuto conto di
quanto detto adesso, sfocia in quella che si deve attribuire alla Rivelazione del Signore nella sua teofania sul Monte Horeb, a Mos, per la
seconda alleanza e le seconde Tavole della Legge (Es 34,5-9, e vv. 1-4,
e 10-35, nell'ordine). Qui Egli stesso proclama i suoi titoli:
11 Signore scese con la Nube (della Gloria),
e ristette con lui (Mos) l, e grid:
"Nel Nome del Signore!"
641

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

E pass il Signore davanti a lui, e grid:


"II Signore! Il Signore!
Dio Tenero e Gratificante,
Tardo all'ira e Grande in Misericordia e Fedelt!
Custodente Misericordia per le migliaia (di generazioni),
Perdonante iniquit e perversione e peccato,
che nulla lascia impunito,
che ricerca l'iniquit dei padri nei figli
e nei figli dei figli
fino alla terza e fino alla quarta (generazione)! (Es 34,5-7).
L'espressione "Tenero e Gratificante", ebraico rhum v-hannn
resa dal greco precisamente Oiktirmn hai Elemn. Si tratta di due sinonimi: oiktirmn chi pronto alla misericordia, elemn chi
pronto all'intervento soccorritore misericordioso. Ma questo proprio
solo del Signore. In una parola, la Santit del Signore in atto nell'Economia, la Santit del Signore mentre investe gli uomini. Questi,
mai meritevoli, va ancora sottolineato.
Da Abramo il Signore esige che sorga un popolo, il popolo "suo", il
popolo santo, il popolo della lode, che sia di giusti e dunque misericordiosi. Egli sintetizzer questo con l'imperativo netto: "Siate santi
poich Io sono Santo!" (Lev 19,2), dove la santit "perfezione", dove
la "santit" misericordia.
Ecco Ges che in Mt 5,48 prescrive: "Siate perfetti-santi, come Perfetto-Santo il Padre vostro celeste".
Ed ecco il medesimo Signore che in Le 6,38 ripete il medesimo
mandato, semplicemente esplicitato: "Siate misericordiosi-santi, come
Misericordioso-Santo il Padre vostro".
In sostanza, la Santit divina Bont amorevole misericordiosa infinita. Il peccato massimo degli uomini consiste precisamente nella "non
bont", nel "non amore di carit", nella "non misericordia": verso se
stessi, verso il prossimo, verso il mondo, verso il Signore stesso. Essendo l'uomo "icona di Dio" creata per significare in qualche modo Dio
davanti a Lui e davanti agli altri uomini, il peccato di questa icona
che non vuole rispecchiare, riflettere, per cos dire, il suo Prototipo divino, rifiutando di lasciarsi assimilare solo a Lui, il Santo, il Perfetto, il
Misericordioso, il Tenero, il Gratificante.
S, nel Signore Buono sta l'unica soluzione degli infiniti, gravi, avvolgenti e praticamente insolubili problemi degli uomini, che li portano
alla rovina. Degli uomini come persone, e per anche degli uomini come "societ degli uomini".
Una societ che da secoli si avviata a vivere cupamente da "laica",
termine per s ecclesiale, che maschera quello di "atea" ed anzi, antitei642

DOMENICA 2' DI LUCA

sta o irreligiosa e combattente contro ogni forma di religiosit, si sa che


risolve via via moltissimi problemi, ma solo aprendone con stillicidio
insensato ed ottuso molti altri, pi grandi, e cos all'infinito, in specie
quello ultimo: comparire davanti al Giudice divino che chiama a rendere
conto degli innumerevoli talenti donati a buoni ed a malvagi.
Ma nel mondo antico, non meno e non pi di oggi, la misericordia
stata sempre di pochi. L'appello drammatico: "Siate misericordiosi",
per la salvezza dei molti nei pochi, come allora Abramo che tentava
di salvare Sodoma e Gomorra. Oggi per nel mondo lo Spirito Santo,
divina Misericordia sussistente, tiene in vita pi di 50, 45, 40, 30, 20,
10 "misericordiosi come il Padre" nostro (cf. Gen 18,23-32, e di nuovo
Le 6,36). La salvezza del mondo riposa sui misericordiosi, che insieme
con Cristo Signore intercedono nello Spirito Santo presso il Trono
della Grazia.
I Padri qui non hanno mancato di approfondire in modo appassiona
to questo tratto determinante della Rivelazione divina e della vita cri
stiana. Infatti sulla base della Scrittura, la costituzione dell'uomo "ad
immagine e somiglianz di Dio". Ora, la somiglianz, che la parte
dell'uomo che si chiama anchepnuma, lo spirito, capace di ricevere il
Pnuma divino, con il peccato si perduta, mentre l'immagine resta,
anche se orribilmente deturpata. La Redenzione divina, donata in atto
dai Misteri, opera perci sull'immagine al fine che recuperi la somi
glianz. La perfetta "immagine e somiglianz", che solo di Cristo
Icona del Dio Invisibile, riprodotta dal divino Iconografo, lo Spirito
Santo, negli uomini battezzati.
* La spiegazione si fa pi particolare. La vita battesimale il dono
della fede, della speranza e della carit, operate nei fedeli dallo Spirito
Santo. Ora, se si pu parlare cos, la fede e la speranza son doni ancora
"per gli uomini", divini ma destinati a consumarsi negli uomini. Non
sono modi di vivere della Divinit adorabile.
II modo di sussistere della Divinit la Carit. La Carit il dono
divino per eccellenza (Rom 5,5). La fede apertura di conversione
umana, la speranza tensione umana all'adempimento, ambedue sem
pre come doni divini. Fede e speranza sono la base per vivere la carit.
Ora, solo la carit "rende simili" a Dio che Agape (1 Gv 4,8.16).
L'immagine che finalmente abbia e sia anche la somiglianz, assimi
lata a Dio, ed in questa similitudine resa capace dalla Grazia di "con
templare Dio": "saremo simili a Lui, Lo vedremo come " (1 Gv 3,2).
Solo il simile vede il Simile.
Essere simili a Dio significa essere stati assunti per salire a vivere la
sua stessa Vita divina che Agape, Essere simili a Dio possedendo e
vivendo per intero la carit come dono della divina Grazia dello Spirito
643

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

Santo, significa gi su questa terra l'inizio della divinizzazione.


L'Agape divina divinizzante per sua natura.
In un certo senso, "siate misericordiosi come il Padre vostro Misericordioso", pu essere letto anche cos: "lasciatevi rendere simili al
Padre nella sua Carit, lasciatevi divinizzare".
La Tradizione della Chiesa, ferma tenendo questa teologia, determina poi accuratamente i "modi" con cui la Grazia si comunica; come
un'essenza creata quale l'uomo sia assunto a partecipare alla Visione
restando uomo; come sia divinizzato diventando "dio per Grazia" ma
senza panteismo; come possa "vedere Dio", e cos via. Questioni tra le
pi difficili e dibattute nei secoli. Qui la divaricazione culturale, teologica, filosofica, spirituale, attitudinale tra l'Oriente e l'Occidente mostra la sua radicale non ricomponibilit. certo che l'Oriente ha conservato meglio la fedelt alla Scrittura, alla Tradizione, ai Padri, alla
Liturgia, ai grandi Santi spirituali, non avendo accettato l'inquinamento
neoplatonico del razionalismo, del nominalismo, dell'iconoclasmo permanente.
6. Megalinario Della
Domenica.
1 .Koinnikn Della
Domenica.

644

DOMENICA 20a DOPO PENTECOSTE


oa di Luca
"Sul figlio della Vedova"
1. Antifone
Della Domenica, o i Typik e i Makarismi.
2. Eisodikn
Della Domenica.
3. Tropari
1) Apolytikion anastsimon, del Tono occorrente.
2) Apolytikion del Santo titolare della chiesa.
3) Kontdkion: Prostasia tn christiann.
4. Apstolos
a) Prokimenon: Sai 46,7.2, "Salmo dellaRegalit divina".
Vedi la Domenica 4a di Pasqua; 12a
b)Gal 1,11-19
Prosegue la lettura dell'epistolario paolino secondo l'ordine ricevuto
nei codici della Tradizione.
Verso l'anno 56, da Efeso, Paolo invia "alle Chiese della Galazia"
(1,2) un'Epistola dove esprime la sua preoccupazione apostolica in toni
insieme duri e affettuosi. Gi dall'inizio egli riafferma la sua singolare
dignit apostolica, dichiarandosi "Apostolo non derivatamente da uomini, n mediante uomo", poich molti missionari in effetti erano a loro volta inviati dagli Apostoli di Gerusalemme. E cos rivendica il suo
titolo unico: "Apostolo... mediante Ges Cristo e Dio Padre che Lo risvegli dai morti" (v. 1). Questo perch, come il corpo dello scritto abbondantemente tratta, i Galati avevano accolto "un altro evangelo", da
missionari itineranti di determinate correnti, sconvolgendo cos non solo la Dottrina divina unica dell'Evangelo di Paolo, ma anche l'assetto
di quelle Comunit, spinte verso idee e pratiche al limite della fede
apostolica. Cos, l'Epistola presente l'unica che dopo l'indirizzo e
l'augurio della "grazia e pace" (vv. l-3a), e una lunga dossologia (vv.
3b-5), entra subito in argomento, ma con un verbo violento ed una frase
di reprimenda terribile: "Io mi meraviglio che cos in fretta voi vi trasferite da quello (Evangelo) che chiam voi nella grazia di Cristo ad un
altro evangelo!" (v. 6). In genere, quasi tutte le Epistole paoline dopo
645

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

l'inizio riportano un pensiero affettuoso dell'Apostolo, le lodi dei suoi


fedeli, gli auguri per il futuro. Qui invece subito aspra polemica, amari rimproveri. E scomuniche per chi accetta "un altro evangelo", fosse
pure portato da Paolo stesso, perfino da rivelazione divina "altra", di un
"Angelo dal cielo" (vv. 6-9).
L'Apostolo non teme i Galati. N di presentarsi ad essi in modo volutamente sgradevole. Poich non vuole affatto piacere e compiacere
gli uomini. Vuole essere nel solo gradimento divino, quale vero "schiavo di Cristo", titolo che rivendicher anche davanti ai Romani (cf. Rom
1,1). Schiavo d'amore, quello che opera solo in vista del suo Signore,
senza guardare pi alle prospettive umane {Gai 1,10).
E passa a presentare l'argomento, per meglio dire, a ripresentarlo, poich aveva gi predicato alle Comunit della Galazia, tra le pi antiche
della sua fondazione, avendole visitate nel 1 viaggio missionario (anno
45), come poi ancora ed ancora passer a confortarle, confermarle, esortarle anche nel 2 e 3 viaggio missionario (anni 50 e 53). E l'argomento
uno e decisivo: Paolo fu chiamato alla vocazione direttamente da Dio, e
l'Evangelo che ha portato gli stato consegnato direttamente da Cristo,
per speciale, privilegiata rivelazione. La quale per nulla contrasta con la
rivelazione del Signore stesso ai Dodici Apostoli ed ai loro discepoli. Il
"suo Evangelo" non si pone in concorrenza con quello dei Dodici. Ma
per cos dire, essendo sostanzialmente il medesimo lo dir a lungo nel
cap. 2 , destinato ad investire specialmente le nazioni pagane.
La formula del v. 11 grave, e costituisce in giudizio gli ascoltatori: "Io
rendo noto a voi, fratelli" (v. Ila). Ossia: da questo momento non potete
pi dire: "ma noi non lo sapevamo"; da questo momento la responsabilit
delle conseguenze di un eventuale comportamento errato ricade tutto sugli
ascoltatori, l'"atto di notifica" solenne essendo stato trasmesso, e servendo
anche da diffida, da messa in guardia. Il contenuto del "notificare"
(gnriz) : l'Evangelo che evangelizz Paolo non secondo l'uomo. Il
termine euagglion, che nel N.T. ha assunto subito il senso dell'attuazione
finale dell'Annuncio divino, viene dall'A.T., specificatamente dal testo base
di Is 52,7 (gi presentato). H Profeta rincuora il suo popolo in esilio, poich
verr scavalcando i monti V euaggelizmenos (ebraico mebassr) per
portare V euagglion (ebraico besrh, ma non nel testo d'Isaia), il cui contenuto : "Regn il Dio tuo". E questo coestensivamente proclamare
Yeirn, la Pace, annunciare i Beni messianici, t agathd, ed predicare
la seteria, la Salvezza. Trasposto in termini del N.T., l'Evangelo il Regno
divino ormai venuto tra gli uomini con Cristo e con lo Spirito Santo {Mt
12,28; Le 11,20). Questo la Pace e i Beni e la Salvezza messianici.
Ottenuti per dalla Croce del Signore, su cui ciascuno deve lasciarsi
concrocifiggere {Gai 2,19-20), dalla sua Resurrezione, a cui siamo tutti
destinati, e dal Dono dello Spirito Santo, che la Benedizione e la Pro646

DOMENICA 3" DI LUCA

messa elargite ad Abramo, e che ottenuto da Cristo Crocifisso (Gai


3,13-14).
Come pu essere "secondo uomo" l'Evangelo di Dio che si presenta
ed investe gli uomini "sotto specie contraria", con la Croce? Paolo non
compiacque gli uomini, ma Cristo, e perci il suo Evangelo (v. 11).
Di fatto Paolo non pu averlo "ricevuto" (paralambdn, verbo che
conparadidmi, consegnare, indica la "tradizione"), da uomini, e neppure da questi gli stato insegnato. L'Evangelo divino infatti inaudito,
inconcepibile da mente umana. Paolo ricevette bens l'Evangelo e ne fu
insegnato in forza di una diretta "rivelazione" personale (apokdlypsis),
che per sola grazia Ges Cristo gli comunic (v. 12). Tale rivelazione
ovviamente comincia sulla via di Damasco (cf. At 9,1-20), e poi prosegue in altri modi. Tra i quali misterioso tra tutti fu la rivelazione che avvenne per "ratto" dell'Apostolo al "terzo cielo", al "paradiso" (cf. 2 Cor
12,1-4; e YApstolos della Domenica precedente) (v. 12).
Tali fatti, ma in specie quelli seguiti dopo gli eventi a Damasco, sono noti ai Galati. I quali conoscono anche la vita anteatta di Paolo, il
quale quindi nulla nascose di s, neppure che fu persecutore dei "Santi". L'Apostolo aveva narrato di essere stato un fervente Ebreo fedele
(cf. At 8,3; 26,4-20), che aveva perseguitato "all'eccesso", con vero furore distruttivo, la Chiesa di Dio, di fatto quella degli Apostoli di Gerusalemme, e poi le altre Comunit dove capitava, arrecando devastazioni
(porth) (v. 13). Non solo, cos agendo egli credeva di vivere nella
perfezione la sua fede antica pi di molti suoi correligionari, essendo
un ardente zelatore delle tradizioni dei padri. Qui lepatrikiparadseis
alludono a tutto quel mondo religioso di tipo farisaico, ossia di pi accurata osservanza della Legge santa; questa era come circondata da una
"siepe" protettiva di norme di adempimento, che tendeva a tranciare di
netto il mondo sacro da quello profano, o almeno poco sacro, del popolo comune, e degli estranei. Oggi questo si chiama osservanza tuzioristica, ossia fare molto di pi del richiesto per essere certi di compiere
l'essenziale. Per un uomo animato da tale religiosit zelante, la fede
nuova, dei seguaci di Cristo, suonava come il pericolo pi vicino e pi
minacciante. L'allora Saulo si pose sul piede della lotta (v. 14).
Fino per a quando venne il tempo di Dio, deciso su Saulo. Esso
fissato dal divino Compiacersi (eudok), che sempre in favore degli
uomini. Al momento stabilito, Dio tira le fila della storia. Per Paolo questo avviene da molto prima, dal sempre della sua esistenza umana, poich, come fu per Geremia (Ger 1,5), e per il Servo del Signore (Is 49,1),
il Signore Onnipotente lo "segreg", lo pose da parte (aphoriz) fin dal
seno della madre sua, e poi lo chiam alla vocazione (kal) per pura
Grazia divina, non meritata e perci stesso tanto pi gratificante (v. 15).
Il fine era unico: Paolo doveva ricevere la rivelazione (apokalypt) del
647

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

Padre sul Figlio suo, e doveva "evangelizzare" (qui di nuovo euaggelizomai, nel senso visto sopra) questo Figlio, ma tra le "nazioni" (thn,
che indica i pagani di allora). Sta sullo sfondo l'episodio di Damasco,
dove il Signore Risorto parla ad Anania, che dovr battezzare Saulo, e
gli comunica il fine: Saulo lo "strumento dell'elezione" (eklog, scelta)
per portare il Nome di Ges davanti alle nazioni, ai re, ed anche ai figli
d'Israele (cf. A? 9,15). Trovatosi improvvisamente davanti allo scontro
con Dio, Paolo non si pone a consultare, a chiedere lumi e consigli agli
uomini, "alla carne ed al sangue" (per l'espressione, cf. Gv 1,13) (v. 16),
come tutti avrebbero agito, soprattutto visitando uomini pii e sapienti.
Al contrario. Neppure si reca dagli Apostoli "precedenti", quelli della
Chiesa Madre di Gerusalemme, la sede e la fonte della fede di Cristo. Invece si reca in Arabia, in regioni remote e desertiche, a raccogliersi nella
macerazione e nella penitenza e nella contemplazione, monaco prima di
ogni altro, e poi torna alla Comunit che lo aveva battezzato, a Damasco
(v. 17). Finalmente, dopo ben tre anni, si reca a Gerusalemme, per il fatidico incontro con il Primo e Corifeo degli Apostoli, Kfa, nome imposto
dal Signore a Shimon bar-Ion (cf. Mt 16,16-19; Gv 1,42). Non possiamo
immaginare i colloqui straordinari, struggenti, dei due Principi degli
Apostoli, che per la prima volta si incontrano a Gerusalemme, e per l'ultima a Roma, dove dettero la loro testimonianza della vita al Signore.
Paolo resta con Pietro 15 giorni. Possiamo per qui immaginare che celebrarono almeno 2 volte i Misteri del Signore in 2 Domeniche: indicibile
concelebrazione di due "scelti", amati, inviati per sempre (v. 18).
Paolo chiude questo episodio con la narrazione di un altro incontro
importante. Non vide, non volle incontrarsi, con nessun altro Apostolo
di Gerusalemme. Per ebbe interesse di colloquiare con Giacomo "il
fratello del Signore" (v. 19). Giacomo detto "il minore" per distinguerlo da Giacomo il maggiore, fratello di Giovanni, i figli di Zebedeo,
due fratelli dal carattere impetuoso, che il Signore aveva soprannominato in aramaico bnai-reges, "figli del tuono", greco boanrgs (cf. Me
3,17). Ora, Giacomo era stretto parente di Ges, dove "fratello", come
anche in altre lingue, significa "cugino", ma non fu uno dei "Dodici".
Secondo le fonti, era il capo della Comunit di Gerusalemme come
Chiesa Madre, "Chiesa locale". Alla quale per altri due secoli presiederanno Vescovi sempre della parentela carnale del Signore. Personaggio
maggiore, Giacomo era stato anche privilegiato dall'apparizione del
Risorto, come Paolo annota in un testo preso dalla stessa comunit aramaica ed inserito nella sua "tradizione" ricevuta dal Signore: 1 Cor
15,7 (il testo fa parte del nucleo antico, i vv. 3-7).
Si vede, l'interesse di Paolo di confrontarsi con due capi: quello
del Collegio apostolico, Cefa, e quello della Chiesa Madre, Giacomo.
Due attraverso i quali si risaliva direttamente alla Persona del Signore,
648

DOMENICA 3' DI LUCA

proprio come Paolo che era stato "segregato" da Lui. La Tradizione divina di Paolo dunque adesso risulta che se da una parte non "da un uomo", ma da Cristo, dall'altra identica a quella che Pietro e Giacomo
avevano avuto come indicibile dono dal medesimo Signore. La corsa
apostolica di Paolo pu proseguire, resa certa che non fu n sar "vana".
5. EVANGELO
a) Alleluia: Sai 30,2.3, "Supplica individuale".
, _^
.,
Vedi l'Alleluia della Domenica 4a di Pasqua, delle Domeniche 4

b) Le 7,11-16
II Signore battezzato dal Padre con lo Spirito Santo seguita a passare
per la sua missione divina tra gli uomini, ai quali annuncia ed insegna
l'Evangelo, per i quali opera le opere della carit del Regno, i quali riporta all'adorazione del Dio Unico, il Padre comune. Noi insieme con
Lui passiamo, e dobbiamo imitarlo in tutto, avendo ricevuto per questo
il medesimo Spirito Santo che abilita alla missione.
Le "opere del Regno", come si detto tante volte, ma giova sempre ripeterlo, sono operate dalla medesima Persona divina di Ges. Insieme, secondo le antiche profezie e la grande attesa d'Israele, esse sono proprie
del Re Messia, l'Unto d'Israele, il Promesso dei secoli. Vedi qui solo Gen
49,8-12; Sai 71; Is 11,1-10; 61,1-3, per lo Spirito di Dio che "riposa" stabilmente su Lui. La mano del Re la stessa Mano benefica e generosa di
Dio, che agisce nella sua Bont mediante il "suo" Re, il "suo" Unto.
Ora, per, il fine del Re unico: conquistare il Regno a Dio e riportarlo a Lui, l'unico che ne abbia diritto. In conseguenza, occorre sgombrare ogni ostacolo al Regno divino. Gli ostacoli sono numerosi, dopo il
peccato di Adamo. Sono il "male" in ogni sua forma: la malattia, la fame, la miseria, l'iniquit, l'ingiustizia, la morte, questa atroce realt che
1'"ultima Nemica (personificazione) di Dio" (cf. qui 1 Cor 15,26; Ap
20,14; 21,4). Ma non solo. Tutto questo "male" in fondo usato in modo strumentale, spietato, puntuale, come terrificante arma contro Dio, e
quindi contro gli uomini, dal "Male" personificato, "il Maligno", ho
Ponrs, "il Nemico", "il Tentatore", "il dibolos Divisore" di tutto e di
tutti, "il Serpente antico", "il Padre della menzogna", satana, il demonio.
La conquista del Regno messianico dunque anzitutto la guerra senza
tregua contro il Nemico. Ogni malattia guarita, la fame saziata, la miseria superata dall'abbondanza, la carit, la giustizia, e, culmine impensabile, la vittoria sulla morte, sono pezzi del Regno, strappati a satana e restituiti a Dio, e perci agli uomini. Fino alla fine dei tempi. Quando Cristo Risorto con lo Spirito Santo "riconsegner il Regno" al Padre, al fine
649

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

che con lo Spirito Santo il Padre "sia del tutto in tutti": 1 Cor 15,24 e
28. Tale riconsegna, che Paolo chiama pardosis, Tradizione divina da
Dio a Dio, avviene solo dopo la distruzione, l'annientamento finale totale del "regno di satana", questa disumana e disumanizzante prigione in
cui esso deteneva tutte le realt create sotto il cielo: gli uomini e la stessa creazione, che non sta pi in armonia e collaborazione e soggezione
all'uomo, come era nel Disegno primitivo (cf. Gen 1,26-31).
Ges battezzato il Re che viene per il regno nella Potenza dello
Spirito Santo. L'Evangelo di Luca narra i segni prodigiosi operati dal
Signore a cominciare dall'indemoniato di Cafarnao (4,31-37), poi la
guarigione della suocera di Pietro (4,38-39) e di molti altri (4,40-43); il
Signore opera anche il miracolodella pesca miracolosa (5,1-11; vedi
Evangelo della Domenica la di Luca), guarisce fl roso (5,12-16), quindi il
paralitico (5,17-26), ed il servo del centurione (7,1-10).
Nell'Evangelo di oggi per e in specie rispetto alla serie di guarigioni, si assiste ad un irresistibile crescendo. Ges affronta e via via, con
pazienza ma con sicurezza, cerca deliberatamente lo scontro diretto,
frontale, deciso e sempre e del tutto spietato con l'intero "male" che
impedisce il Regno di Dio, sottraendogli i poveri uomini. Insegnare
agli ignoranti, perdonare i peccatori, sovvenire alla fame, guarire le
malattie, sono alcune delle "opere del Regno", che Ges battezzato nello Spirito Santo passa ed esegue nella Potenza del medesimo Spirito.
Tuttavia, delle opere nessuna eguaglia lo scontro del Signore con la
morte. Vincere l'ignoranza, il peccato, la fame, le malattie, ancora poco, di fronte alla vittoria ultima, quella sulla morte. "La morte l'ultima nemica di Dio", afferma giustamente Paolo, e con termini identici
Giovanni (vedi qui sopra). La morte tale, che in un certo senso sembra che Dio stesso tremi davanti ad essa. Si pensi al triplice tremare e
piangere di Ges alla morte dell'amico che amava (Gv 11,5), Lazzaro
(cf. qui Gv 11,33 con 2 verbi del tremare, 11,35, il pianto; 11,38, ancora
il tremito). E si pensi al Getsemani. Trema evidentemente non per se
stesso, ma per la creatura pi amata, il capolavoro della mirabile sua
creazione, gli uomini, che si vede rapinati dal Predatore insaziabile,
mentre secondo il suo inamovibile Disegno li ha destinati ad essere innalzati a vivere la sua stessa Vita eterna. Questo "tremore" di amore
sar presente, ed in modo centrale, nell'episodio di resurrezione che
adesso Luca narra, senza paralleli evangelici.
Ges guarisce il servo del centurione (7,1-10), e si avvia verso Nain
con i discepoli e molta folla (v. 11). H villaggio si trova al meridione
del Monte Tabor. Il primo incontro, all'ingresso dell'abitato, con un
trasporto funebre; si porta alla sepoltura un defunto. Luca annota accuratamente, per dare pi risalto al seguito, che l'unico figlio della madre, e questa era vedova, accompagnata per ci da una folla copiosa,
650

DOMENICA 3' DI LUCA

che mostra la sua partecipazione (v. 12). figlia unica anche la bambina
di Giairo, capo della sinagoga, altra creatura che muore (8,42); come
figlio unico il ragazzo lunatico incontrato dopo la Trasfigurazione
(9,38). Anche Lazzaro fratello unico di Marta e di Maria. L'"unicit"
sta in analogia con il Figlio Unico di/Dio, che dal Battesimo va verso il
suo destino di una morte accettata, a cui il Padre l'abbandona per amore
trascendente di tanti altri "figli unici", tutti destinati allamorte.
Il "tremito" divino davanti alla morte descritto da Luca in forma
insuperabile. "Il Signore", il Kyrios, il titolo divino rivelato per Ges
dopo la Resurrezione, qui anticipato: // Risorto affronta e vince la Nemica. Egli vede la madre, ed il moto del suo Cuore questo: "furono
sconvolte le sue viscere" (alla lettera, splagchnizomai, avere viscere di
misericordia). Questo verbo usato solo dai Sinottici, 5 volte in Matteo,
4 in Marco, 3 in Luca, e sempre riferito a Cristo, salvo 1 volta in cui
riferito al Padre del figlio dissoluto. un verbo dunque riservato, come
movimento di amore, alla Divinit. Nell'A.T. usato solo 2 volte. Tuttavia l'A.T. ci rivela che dietro il verbo sta il sostantivo splgchna, le
viscere materne, che traducono solo 2 sostantivi ebraici: raham, l'utero
materno, oppure beten, il ventre della madre. Il significato avere tenerezza come il seno materno lo ha per il frutto delle proprie viscere. Un
movimento totale, che investe la persona, la sconvolge. Il paragone
vuole insegnarci che il Signore nel suo moto di amore non pu essere
descritto meglio che prestandogli l'amore "materno". Cos si rivolge alla
madre disperata, e le dice solo: Non piangere (v. 13). Come dir anche
per la figlia di Giairo, un altro caso di resurrezione (8,58). L'esortazione
tipica di una teofania: Non temete, non piangete. Qui adesso sta il
"Con-noi-Dio". Egli che asciugher le lagrime dagli occhi dei dolenti, ed
annuller la morte per sempre (cf. Is 25,8, la promessa; e Ap 7,17;
21,24; Mt 5,5; Le 6,21, la realizzazione).
Il Signore opera solo due gesti. Anzitutto si avvicina e tocca la bara.
Come prescritto dalla Legge, chi tocca un cadavere, o un oggetto che
tocca un cadavere, come la bara (scoperta, uso orientale inveterato), diventa impuro gravemente, e tutto quello che tocca diventa contaminato
(cf. Lev 21,1-2.10-11, per il sacerdote; Num 6,6, per il nazireo; 19,1119, per i fedeli). Ges dunque consapevolmente si contamina con il
grado pi alto di contaminazione "levitica". Attrae su di s, per cos dire, la contaminazione della morte, per restituire il giovane, ormai purificato poich biblicamente, se la morte contaminazione, la Vita
la massima purit , all'assemblea liturgica dei viventi del popolo di
Dio, a pieno titolo. Ed assunta su di s, quale Servo sofferente, ogni
impurit umana, portando il "peccato del mondo", distrugge l'una e
l'altro. Lo ricorda Mt 8,16-17, che cita sul Servo Is 53,4. Vi insiste Pietro (1 P1 2,22-25), che cita sul Servo Is 53,9.
651

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

II secondo gesto la parola di resurrezione: Ragazzo, a te Io parlo:


risvegliati! Parola di creazione e di vita. Il verbo egr per s vuoi
dire risvegliarsi; qui, dal sonno mortale. il medesimo verbo che il
N.T., con l'altro, anistmi o anistno, usa per Cristo Risorto. Il giovane
ammesso a partecipare dunque alla sorte del Risorto. E anche se per
adesso solo per un altro segmento di tempo, dopo per in eterno ed insieme al Risorto (v. 14). H giovane si pone seduto in quel luogo cos
scomodo, e parla. E Ges "lo don alla madre sua", il dono pi prezioso per lei (v. 15).
La reazione della duplice folla, quella che segue Ges e quella che
segue il morto, tipica della teofania, dapprima il timore, poi la glorificazione di Dio che opera la misericordia. Con il motivo duplice, del
Profeta grande che sta adesso tra loro, e di Dio che "visita" il popolo suo
con la vita (v. 16), come aveva cantato il sacerdote Zaccaria (Le 1,68).
L'amore di Dio per gli orfani e le vedove proverbiale nella Scrittura, che precisamente chiama Dio "Padre degli orfani e Giudice delle
vedove" (Sal 67,6a; 9,35; 145,9), Egli che su questo ha emanato norme
di bont, severe verso gli oppressori (Es 22,22; Dt 10,18; 24,17, etc.).
Nel N.T. esiste poi un aspetto quasi sconosciuto sulle vedove, che nella
Comunit sono considerate come stato consacrato al Signore (1 Tim
5,1-16). Ges viene adesso a manifestarlo in forme teofaniche, donando alle vedove la loro stessa vita, i figli.
L'episodio di Nain ha precedenti tipologici nell'A.T. Elia resuscita il
figlio della vedova di Sarepta di Sidone (3 Re (=1 Re) 17,17-24); Eliseo
il figlio della donna di Sunem (4 Re (=2 Re) 4,18-37). Sono due "profeti", i mediatori di Dio e del popolo. Mos aveva promesso "il Profeta",
operatore di segni grandi (Dt 18,15-19), dalle cui opere sarebbe stato
riconosciuto. La folla precisamente "riconosce" adesso che "il Profeta
grande" promesso venuto. Ma uno senza paragoni pi grande di Elia
e di Eliseo, ed anche di Mos. Con Lui, viene anche la Visita divina per
il popolo che attende. Il Profeta grande poi non rester preda della morte,
ma la vincer per sempre con la sua Resurrezione nello Spirito Santo,
donando a tutti la speranza della resurrezione finale.
Luca riporta la resurrezione della figlia di Giairo in comune con
Matteo e Marco. Giovanni narra quella di Lazzaro. Solo Luca riporta
anche quella di Nain, Evangelista attento ad annunciare la massima
opera di Dio, dare la vita ai morti.
6.Megalinario
Della Domenica.
7.Koinnikn
Della Domenica.
652

DOMENICA 21a DOPO PENTECOSTE


Ad di Luca
"Sulla Parabola della semina"
1. Antifone
Della Domenica, o Typik e i Makarismi.
2. Eisodikn
Della Domenica.
3. Tropari
1)Apolytikion anastsimon, del Tono occorrente.
2)Apolytikion del Santo titolare della Chiesa.
3)Kontdkion: Prostasia tn christiann.
4. Apstolos
a) Prokimenon: Sai 103,24.1 "Inno d&qfuteo
Vedi Domenica 5a di Pasqua, e l y
b)Gal 2,16-21
Prosegue la lettura di Galati. La Domenica precedente si vista la
difficile situazione di Paolo di fronte alle sue Comunit di Galazia, le
quali "cos presto" dall'Evangelo di Dio erano passate a forme dubbie
e spurie di evangelizzazione, non conformi all'unica predicazione della Chiesa. Sembra che zelanti predicatori, di derivazione giudeo-cristiana, avessero indotto i Galati, che provenivano da "nazioni" pagane,
ad accettare teorie e pratiche "giudaizzanti", ossia che privilegiavano
l'osservanza della Legge santa, dalla circoncisione al rispetto del sabato, dal calendario ai digiuni. Il pericolo non stava in tali precetti, in s
buoni e santi, ma nel ritenere che con essi si conseguisse la salvezza, e
non anzitutto con la fede in Cristo Risorto.
Paolo con pena aveva investito i Galati, contestando ad essi, e duramente, che l'Evangelo da lui portato deriva direttamente dal Padre e
dal Signore Risorto; tanto che dopo la sua conversione per i fatti di
Damasco, egli non aveva ritenuto di consultare gli Apostoli. Lo fece
solo dopo anni di ritiro in solitudine e di ministero apostolico, e conferendo solo con Pietro e Giacomo, ossia con il Corifero degli Apostoli
e con il Capo della Chiesa Madre di Gerusalemme (tutto questo, in
1,1-24; vedi Domenica precedente).
Paolo prosegue con i Galati. Vi fu a Gerusalemme la sinodo apostolica (2,1-10), verso l'anno 49 o 50, dove Paolo pot finalmente con653

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

frontarsi con l'evangelizzazione e con la metodologia missionaria degli


Apostoli, "per non correre o avere corso invano" (2,1 -2), ossia per assicurarsi della bont della sua opera missionaria quanto a dottrina e
quanto a metodo. Quella sinodo (detta "concilio apostolico") decise anche di diverse questioni missionarie che arrecavano pregiudizio all'Evangelo, e tra esse anzitutto l'ammissione a pieno titolo nella Comunit
del Signore dei battezzati che provenivano dal paganesimo, in specie
dalla regioni di Cipro, Antiochia e Asia minore; a questi nessun peso
imposto dell'antica Legge, ma solo i precetti di fondo contro idololatria, omicidio e adulterio, oltre qualche precetto minore. AH 5 dedicato a questo grande, decisivo episodio.
Qui Paolo vuole rievocare, e gli sta molto a cuore, l'intesa con gli
Apostoli di Gerusalemme, da cui fu ratificato il suo campo apostolico,
le nazioni pagane (Gai 2,3-9). Gli Apostoli gli raccomandarono anche i
loro poveri (v. 10), e Paolo in seguito organizz le "collette"; vedi qui
VApstolos della Domenica la di Luca.
Restava per in tutta la sua determinante gravita, la questione teologica della fede, che dona la "giustificazione", ossia la grazia della
redenzione e dell'amicizia con Dio, prima e oltre le opere della Legge. Le quali poi dovranno essere la risposta grata, la collaborazione
con il Disegno di Dio. "La fede si attiva mediante la carit", dir
Paolo poco dopo (Gai 5,6). Ora, il nucleo della Comunit proveniva
dagli Ebrei, ed univa alla fede nel Signore la pratica costante della
Legge antica. Per s, a rigore, le due realt non si escludono necessariamente, e l'Apostolo Giacomo il minore ne aveva dato l'esempio
vivendole fino alla morte. Quel nucleo tuttavia, con una metodologia
che si era rivelata fallimentare, costringeva anche alla Legge i cristiani del paganesimo, creando insormontabili ostacoli. Tra questi in
specie la circoncisione, aborrita dalla cultura prevalente ellenisticoromana (esiste qui una celebre frase denigratoria di Orazio che infierendo irride i curti Iudaei). Pietro lo sapeva, e cos per eccessiva
prudenza si regolava in due modi: con i cristiani ebrei viveva all'ebraica, con quelli pagani al modo della cultura ambientale. Ad Antiochia avviene lo scontro tra Paolo e Pietro, il primo duramente rimproverando al Corifeo degli Apostoli la sua pratica equivoca (Gai
2,11-15).
Era necessario questo ambientamento per comprendere l'argomentazione paolina, il cui nucleo sta al v. 16, e la motivazione straordinaria
per complessit e decisivita teologica ai vv. 17-21.
Paolo quindi contesta Pietro, e giunge al centro della sua argomentazione: l'uomo, non in genere, ma quello battezzato; non giustificato dalle "opere della Legge", ossia solo dall'esatto adempimento dei
precetti divini da cui, illudendosi, si potrebbe ritenere di acquisire
654

DOMENICA 4' DI LUCA

"meriti" inesistenti davanti a Dio. La "giustificazione" proviene dalla


"fede di Ges Cristo".
Qui occorre definire "giustificazione" e "fede". Come si detto
altre volte, il vocabolario biblico della fede, della carit e della
"giustizia" sono intercambiabili. La fede l'adesione totale (syntaxis, cf. la terminologia del rito battesimale) di vita e d'amore a
Cristo Signore che chiama per s e per i fratelli. Essa implica an che l'adeguamento delle facolt santificate, dunque la fedelt al Si gnore ed al suo Evangelo, l'adesione del "cuore", ossia dell'intel letto, e il vissuto conseguente. In una parola, la carit, che "cono sce gi solo per amore".
La "giustizia", dikaiosyn, e il "giustificare", "essere giustificato",
dikai, dikaiomai, provenienti dal vocabolario greco, spostano sensibilmente la loro semantica in direzione del vocabolario ebraico che tra ducono, almeno per l'A.T., e dove per lo pi si trova la semantica di
sdeq, sedqh. Quando detto di Dio, sedeq implica la "giustizia" che
somma Bont, intervento soccorritore, per cui il Signore "il Saddiq"
per eccellenza, ma vuole un popolo di saddiqim, come Lui. Si rimanda
qim,comeLui.Sirimandaqui ali'Evangelo della Domenica 2a di Luca, e a &m& testo ivi pre-

pp

q,

qim,comeLui.Sirimandaqui ali'Evangelo della Domenica 2a di Luca, e a &m& testo ivi pre-sentato


di Gen 18,19, l'aspettativa divina sui saddiqim a partire da Abramo, il
"padre nella fede".
"Essere giustificati", perci lasciarsi giustificare, lasciarsi fare
saddiqim, ossia "giusti" nel senso di buoni e misericordiosi, e, in altro
linguaggio, "santi", privi dunque degli ostacoli dell'"ingiustizia" o im misericordia, che separano l'uomo peccatore da Dio, da se stesso, dal
suo prossimo. Ora, chiaro che l'uomo da se stesso non pu trovare la
Grazia divina, nonostante ogni sforzo. E tanto meno la trova in se stes so, "per natura, figlio dell'ira" divina a causa della condizione totale di
peccaminosit (cf. Efes 2,3; e 5,6).
La giustificazione quindi viene solo dal Padre, per la Croce e la Re surrezione del Figlio, ed opera esclusiva dello Spirito Santo. Ma lo
Spirito Santo si consegue quale Ospite divino permanente (cf. Rom 5,5,
come Carit), solo se si "aderisce a Cristo" onde formare con Lui "uni co Spirito" (1 Cor 6,17). Questa la fede divina salvifica, il cui indici bile Sigillo l'iniziazione battesimale "nel Nome del Signore Ges"
(cf. 1 Cor 12,3).
Paolo qui duro, senza attenuanti. Le "opere della Legge" credute
meritorie precedono, anche se in buona fede, l'adesione a Cristo, postponendola e relativizzandola, e i cristiani si illudono qui che la giustizia
intanto acquistata dai propri meriti sia causa del dono della Grazia che
la fede. Paolo cita a supporto la stessa consapevolezza dell'A.T., co me riportata ad esempio nel Sai 142,2, una "Supplica individuale", che
canta cos:

655

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

1. Signore, ascolta il pregare mio,


tendi l'orecchio al supplicare mio
per la fedelt tua,
2. non scendere in giudizio con il servo tuo,
poich nessuna carne pu giustificarsi davanti a Te.
Il testo sottolineato sta in Gai 2,16, che conclude. "Carne" qui l'esistenza umana, e indica la fragilit di questa, la sua inanit, la sua contingenza, la sua dipendenza totale dal Signore Dio Creatore e Buono. E
Paolo nel v. 16 ribadisce: "e noi (l'Apostolo) in Cristo Ges avemmo
fede (epistusamen, all'aoristo storico puntuale irreversibile), affinch
siamo giustificati (dikaithmen) dalla fede di Cristo, e non dalle (precedenti) opere della Legge".
E viene la motivazione, grave e profonda, con una domanda retorica: noi cerchiamo di essere giustificati "in Cristo" (cf. sempre "la vita
in Cristo vita nello Spirito", Rom 8,9), ma possiamo essere trovati anche noi da Dio quali peccatori. E questo non costituisce Cristo quale
"ministro, dikonos, di peccato, hamartia"! "Non sia!", esclama Paolo
(v. 17). il paradosso. Infatti perfino chi cerca nella fede di essere giustificato in Cristo, trovato (da Dio) essenzialmente peccatore, e non
ad opera (diakonia) di Cristo Signore. L'affermazione spietata. Essa
scontra ed infrange l'atteggiamento di Pietro, fedele al Signore ma ondeggiante tra la fede e la pratica della Legge, con grave danno sia per i
cristiani provenienti dall'ebraismo, sia per quelli provenienti dal paganesimo: e dunque "peccatore", come lo sono i pagani. Perci non Cristo "ministro" (dikonos) del peccato, ma noi torniamo al peccato.
In realt, "se io" (ossia qui, Pietro, a cui Paolo si rivolge con questo
mezzo letterario, volendo dire: "se tu, Pietro") torno a ricostruire il muro della Legge che separa gli uomini (cf. poi Efes 2,13-16), ma che Cristo Signore con il suo Sangue prezioso abbatt una volta per tutte, e io
(Pietro) abbattei con Lui, ecco la mia prevaricazione, sono io il parabts, il trasgressore (v. 18). Invece "io" (sempre per, "tu, Pietro")
mediante la Legge che ne da la consapevolezza, morii per sempre alla
Legge, al fine di vivere "a Dio", per Lui, con Lui, da Lui, verso Lui
senza pi limite (v. 19a).
Viene adesso uno dei culmini della "mistica di Paolo", che anche
la "mistica della Chiesa": "Con Cristo io fui con-crocifisso" (v. 19b).
Questo rivela, come a lungo poi spiegher l'Autore dell'Epistola agli
Ebrei (certo un discepolo di Paolo), che l'offerta sacrificale del Figlio
al Padre, che ha come oggetto anzitutto l'intera esistenza del Figlio, accomuna come unico gesto anche l'offerta di tutti i fedeli di tutti i tempi,
"una volta per sempre", e "con un"unica offerta", rendendoli "santificati" (cf. qui Ebr 10,10-14). Il che ha conseguenze enormi, ad esempio
656

DOMENICA 4* DI LUCA

peril senso vero dell'Offerta santa-che avviene nella Divina Liturgia, la


quale non affatto "ripresentazione", "riattuazione", "prosecuzione"
dell'unico e finale Sacrificio di Cristo. Ma invece "accettare di essere
gi stati accettati dal Padre nel Figlio", e dunque significare questo
con i "santi Segni", che permettono di entrare di continuo, per cos dire, nell'efficacia eterna dell'unico Sacrificio di Cristo, efficacia perci
perenne nella storia, perch posta a disposizione di tutti i fedeli. l'unico Sacrificio, in realt, avvenuto "nello Spirito eterno", per la cui Potenza consacrante e santificante Cristo offr se stesso quale Vittima immacolata al Padre: Ebr 9,14.
Paolo significa queste realt con un vocabolario in parte derivato da
quello greco corrente, in parte creato da lui stesso, e che si caratterizza
dal gioco della particella syn, "insieme con", riferita al Signore Ges e
ai fedeli. Tali semantiche sono decine. Esse possono essere ordinate secondo 3 realt: la morte, la resurrezione, la vita perenne.
I) La morte "con Cristo"
- con-soffrire, synpsch, con Lui: Rom 8,17;
- essere con-crocifissi synstaur: Gai 2,19; Rom 6,6;
- con-morire, synapothnskomai, con Lui: 2 Cor7,3; 2 Tim 2,11;
- con-piantati, con-nati, con-cresciuti, symphytoi, nella morte con Lui:
Rom 6,5;
- con-formati, symmorphiz, alla morte di Lui: FU 3,10;
- con-sepolti, synthdpt, con Lui: Rom 6,4; Col 2,12;
II) la resurrezione "con Cristo"
- con-resuscitati, synegir, con Lui: Col 2,12; 3,1; Efes 2,6;
- con-vivificati, synzopoi, con Lui: Col 2,13; Efes 2,5;
- con-formati, symmorphiz, al suo corpo di gloria: FU 3,21 ;
- con-glorificati, syndoxz, con Lui: Rom 8,17;
- con-regnare, symbasilu, con Lui: 2 Tim 2,12;
- con-intronizzati, synkathiz, con Lui: Efes 2,6;
III) la vita perenne "con Cristo"
- con-formati, symmorphoi, all'Icona di Lui: Rom 8,29;
- con-costruiti, synoikodom, con Lui: Efes 2,22;
- con-vivere, syzd, con Lui: 2 Cor 7,3; Rom 6,8;
-con-eredi, sygklronmoi, con Lui unico Erede divino: Rom 8,17;
Efes 3,6.
Il quadro impressionante. E tanto pi, se si considera che gran parte di questi syn, che colorano dovutamente verbi, sono usati per lo pi
in rapporto all'evento massimo della vita dei fedeli, l'iniziazione battesimale al Mistero di Morte e Resurrezione e Vita del Signore.
657

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

Quando Paolo afferma: "io fui concrocifisso con, syn, Cristo", afferma la pienezza della sua vita nuova e vera, "il pi" del Gratuito divino,
la sua caratterizzazione ultima (v. 19b).
E prosegue nell'annotazione mistica. Qui va tenuto presente l'elenco
dei syn tracciato sopra. L'affermazione che segue implica una metafisica
del tutto nuova: "Vivo perci (de) non pi io vive dunque (de) in me
Cristo" (v. 20a). Paolo per "lui", non un altro. La vita di Paolo adesso
non esiste pi come "sua". Paolo, occorre insistere, qui, adesso, mentre
scrive ai Galati, "esiste" come Paolo, e tuttavia "vive in lui" ormai Cristo. Ora, Cristo vivo, esiste. Vive la sua Vita divina come Ipostasi divina, e la sua Umanit vive la medesima Vita divina poich stata "assunta
e composta (synthetos)" per 1'"indicibile hnsis", a livello dell'Ipostasi
divina. Ma adesso Cristo Signore vive in modo molteplice, per cos dire,
la sua Vita divina, ossia la vive anche "in" Paolo, e questo suo modo di
vivere diventa la stessa "vita di Paolo" attuale Paolo ormai non pu
vivere un'"altra" vita, un'altra forma di vita.
chiaro, l'Apostolo si preoccupa di rimuovere subito ogni tentazione
di panteismo, che era diffusa come illusione rovinosa al suo tempo,
come tutti gli errori provenienti dal platonismo: l'uomo sarebbe una
"scintilla del divino" capitata non si sa quando come perch a cadere
"dentro" la struttura carnale dell'uomo; ma baster che l'uomo si liberi
da questo soma-sma, "corpo-tomba", e quella scintilla, ormai il "lui" libero, quasi attratto da una legge di gravitazione universale irresistibile,
rifluir verso il divino totale, impersonale, insomma verso 1'"indistinto
nulla", come ancora oggi professano alcune religioni orientali. questo
anche il grande schema generale di quella che poi sar la "gnosi falsa".
Paolo invece parla questo linguaggio: "Vivo non pi io, vive in me
Cristo la realt per che (ho) io vivo nella carne, vivo nella fede" (v.
20b). La carne, srx, la realt creaturale attuale, che non squalificata
da alcuna nota negativa. un dato di fatto: Dio cre l'uomo "di carne",
e quindi gli ispir il suo Alito divino (Gen 2,7). La "carne" l'esistenza
storica, attuale, qui, ora, individuata come persona, Paolo. In questa sua
esistenza, Paolo vive "una realt (ho)", ossia che vive in lui Cristo, nella
fede, nella totale adesione d'amore al Signore che vive in lui, unendo
dunque, senza confusione rovinosa, la sua esistenza attuale con quella
del Signore stesso (v. 20b).
E il Signore identificato accuratamente: il Figlio di Dio, e perci
Dio Egli stesso. Colui che am (agapsantos, participio aoristo, per indicare l'amore una volta per sempre donato a fondo perduto) Paolo, dove il "me" di Paolo quello di tutti i fedeli; e am "consegnando se
stesso" in favore di Paolo. Tre avanzamenti: il Figlio, Vagape, la "consegna di s", in modo che non vi siano equivoci (v. 20c). Il verbo "consegnarsi", paradidmi (qui in participio aoristo puntuale), nel N.T.
658

DOMENICA 4" DI LUCA

quando riferito a Cristo indica la sua spontanea accettazione della


morte redentrice. Se ne ha ancora il grandioso segno nella santa Anafora,
quando il celebrante narra la Cena del Signore con i discepoli: "nella
notte in cui Egli fu consegnato {paredidoto), ma piuttosto, (in cui) se
stesso consegn (paredidou) per la vita del mondo" (Anafora di S. Giovanni Crisostomo; quella di S. Basilio riporta solo questa seconda
espressione). Con questo si indica ilparadidmi di cui fu oggetto il Signore. E l'episodio richiamato il Getsemani: il Padre lo consegn
(paradidmi), Giuda Lo trad e perci Lo consegn (paradidmi), ma
Egli stesso volontariamente si consegn (heautn paredidou). La vita
del mondo valeva per Lui pi che la sua stessa Vita. La vita di Paolo
anche lo valeva.
Adesso l'Apostolo conclude la sua motivazione: egli proclama che
non rigetta, o sconfessa la Grazia divina donata una volta per sempre.
Questo avverrebbe se ancora ritenesse che la "giustizia" (come visto
sopra) viene dalla pratica previa delle opere della Legge. Ma allora Cristo sarebbe morto dren, "gratis", ossia senza nessun acquisto. Morto
invano (v. 21). Ma Cristo doren, gratis, dona invece la sua Vita ai suoi
fedeli nella fede.
5. EVANGELO
a)

Alleluia: Sai 44,5.8, "Salmo regale"


Vedi Domenica 5a di Pasqua; 5a 13a

di

Matteo.

b)

Le 8,5-15
Nello schema dell'Evangelo lucano, il cosiddetto "discorso di parabole" (Le 8,4-18) si pone verso la fine del ministero di Ges in Galilea
(Le 3,1 - 9,17), dove il blocco 9,18-50 sono i fatti "intorno alla Trasfigurazione" che formano la cerniera con la successiva "salita a Gerusalemme (9,51 - 19,27). Si rimanda sempre alla visione globale, molto
utile per lo scorrere della "lettura" del testo, presentata sopra, nello
schema generale di Luca.
Quanto alle "parabole", daparabll, giustapporre, comparare, da
cui coniare una similitudine, un esempio, un "tipo", in genere sono la
resa in greco dell'ebraico dell'A.T. msl, con il medesimo significato
di un tratto pi o meno esteso che contenga un insegnamento figurato.
Nel N.T. i 3 Sinottici, come notarono gi i Padri, le parabole sono
enumerabili secondo l'appartenenza triplice: a) 3 comuni ai 3 Evangeli;
b) 2 comuni a Matteo ed a Luca; e) poi quelle proprie di ciascun Evangelista, ossia 1 solo di Marco, 10 solo di Matteo, 18 solo di Luca. Come appartenenza di ogni singolo Evangelo, si ha che Marco ne ha 4;
Matteo ne ha 15; Luca ne ha 23.
659

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

Quanto poi ai contenuti, si conviene raggnippare le parabole secondo due grandi categorie, suddivise in argomenti (gli autori moderni presentano anche altre classificazioni). Qui si propone questo schema:
A) parabole dottrinali:
1) parabole del Regno;
2) parabole sugli appartenenti al Regno;
3) parabole sulla venuta del Regno;
B) parabole di contenuto morale:
1) il compoitamentq e i doveri verso Dio;
2) idem verso il prossimo;
3) il buon uso dei beni terreni, finalizzati alla vita eterna.
Luca da solo riporta un imponente numero di parabole del Signore,
circa 23, che formano, ovviamente con altro materiale, una singolare ricchezza dell'Evangelo lucano. Cos, guardando lo schema che corre dal
Battesimo del Giordano alla Trasfigurazione, si vede a colpo d'occhio
che l'annuncio dell'Evangelo, con i discorsi e le parabole, si alterna con
gli episodi delle "opere del Regno", ossia guarigioni, resurrezioni, la
moltiplicazione dei pani e dei pesci, e cos via. Gi l'antichit aveva notato che l'Evangelo di Luca, scritto in un greco di buon livello, anche
una piacevole lettura per l'abilit letteraria e descrittiva dell'autore.
Il testo di oggi la prima e principale parabola, sul Seminatore e sul
seme della Parola, quella che apre su tutte le altre. Essa comune a Mt
13,1-9.18-23; Le 8,4-15; Me 4,1-20. La sua importanza eccezionale
dichiarata da Ges stesso nel parallelo di Me 4, quando dopo l'esposizione, alla domanda meravigliata rivolta ai discepoli: "Non comprendete voi questa parabola?" {Me 4,13a), aggiunge:
E come tutte le parabole conoscerete? (v. 13b).
Sicch la presente parabola la chiave per accedere al tesoro delle
altre parabole.
Come all'inizio dei paralleli Mr 13,1-3 e Me 4,1-2, Ges attende che
si formi la folla di quanti accorrevano a Lui da ogni parte {Le 8,4).
Si detto ormai molte volte, ed ogni volta occorrer insistervi, che il
Signore battezzato dal Padre con lo Spirito Santo consacrato per la
sua missione divina come Re e Popolo di Dio (il Nucleo di tutto il popolo), come Profeta, come Sacerdote e come Sposo. In base a ciascun
titolo si riconoscono le funzioni espletate intorno ai 3 capisaldi del ministero messianico del Signore: l'annuncio dell'Evangelo con l'insegnamento che di necessit ne consegue, le opere della carit del Regno,
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DOMENICA 4- DI LUCA

il culto al Padre. Ora, l'annuncio dell'Evangelo e la spiegazione di esso


in una dottrina, compito principale bench non esclusivo, esiste
qui anche la dinamica sacerdotale del Profeta grande sorto in Israele, Ges Cristo Figlio di Dio. E la parabola del Seminatore da classificare tra la categoria A), quelle dottrinali, nel gruppo 1), le parabole
del Regno.
Ed ecco l'insegnamento. Al tempo che la sua intelligenza sa che
quello adatto, il Seminatore finalmente una mattina, all'alba, comincia il
suo probo, necessario, primario lavoro: seminare il seme. Si deve notare
qui che il Seminatore non si preoccupa anzitutto di arare e rivoltare pazientemente e faticosamente la terra. Egli un Agricoltore molto speciale, e sa bene quello che sta facendo. Come si pu osservare se si considera la semina sia manuale, sia meccanica, il seme indirizzato ad una
striscia di terra mentre il seminatore si avanza generosamente lanciando
con ritmo sapiente il getto di grano buono. Ora, inevitabile che una
parte del seme cada sulla strada, dove appena il Seminatore si allontana,
planano gli uccelli che avidamente lo beccano, facendolo sparire (v. 5).
La domanda che qui sorge da una mente moderna, quindi razionale (si
fa per dire), : ma perch il Seminatore non stava attento a non sprecare
il suo seme buono sulla strada? La risposta dell'uomo di Palestina coetaneo di Ges, mostra quanto poco si conosca l'ambiente dell'epoca. In
effetti, il campo un appezzamento compatto, dove dopo la mietitura
per comodo si traversa anche con animali, ossia asini, pecore, e nel
campo si formano cos viottoli artificiali, provvisori, che sono sempre e
comunque terreno seminabile. Il Seminatore sa bene anche questo.
Altro seme cade "sulla pietra", che pu essere sia una zona del terreno
senza terriccio buono, dove ormai la roccia venuta allo scoperto per
le intemperie, per la siccit, per l'incuria dell'uomo, sia una parte del
terreno pi sassoso, dove la medesima incuria dell'uomo, la sua pigrizia, non ha operato una bonifica, ad esempio radunando le pietre e
costruendo muriccioli a secco per proteggere il campo. Sulla pietra il
seme germoglia nel minimo di spessore di terra che si trova anche sulle
rocce, ma subito si dissecca, mancando Vhumus buono, la sostanza nutritiva (v. 6).
Ancora una parte del seme cade tra le spine, che sono cresciute rigogliose e selvagge dopo la mietitura che avviene all'inizio dell'estate.
Anche qui il povero seme germoglia, e per le spine sono essenze erbacee molto pi tenaci, che gli tolgono il nutrimento, "lo soffocano", e
cos le giovani piantine muoiono (v. 7).
Finalmente, per, il seme cade nella "terra buona", il terreno pronto
a riceverlo, profondo, non calpestato, senza pietra, senza spine. Qui
germoglia, e produce il suo frutto, da 1 a 100. Tale rendita agraria anche oggi, con i sistemi avanzati dell'industria agricola, sarebbe un
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COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

enorme primato produttivo. l'abbondanza. la gioia del Seminatore.


Come quella del mietitore, del raccoglitore, immagazzinatore, del mugnaio, del fornaio. il guadagno sicuro per tutti (v. 8a).
Si noti che il v. 8b nella pericope di oggi spostato dopo il v. 15, come chiusura e conclusione. Per va analizzato sia qui, sia l: "Chi ha
orecchi da ascoltare, ascolti!". il richiamo sapienziale, che risuona
con insistenza nella Scrittura dei Due Testamenti, da quello iniziale:
"Ascolta, Israele!" (Dt 6,4), a quello ripetuto tante volte dal Signore
Ges. H verbo ako, ascoltare, carico di senso. Non si tratta di prestare una semplice attenzione ad una qualsiasi parola. Si tratta al contrario dell'ascolto qualificato, di conversione e di fede. insieme accettare quanto si ascolta, farlo proprio, obbedirvi, metterlo in pratica
sempre. Non per caso 1'"ascolto" il verbo primo e primario della fede, quello che condiziona tutta l'esistenza del fedele, e che fa da necessario supporto al secondo verbo della fede, "vedere".
H Signore il Verbo Dio, che va dunque ascoltato, anzitutto, poich
il Verbo-Parola espresso totalmente dal Padre nello Spirito Santo, e fedelmente comunica la Volont del Padre. Va accettato come tale, va obbedito, e quanto parla e comunica va fatto proprio, va messo in pratica.
Il primo segno della "crisi" di fede precisamente il "non ascoltare"
pi, dunque non praticare pi, e questo si manifesta con il non pregare
pi, non interessarsi pi, non amare pi.
La parabola vuole riportare i discepoli a tutto questo. Essa per tutto ci la "prima" di tutte le parabole (vedi sopra, Me 4,13): comprendere il Seminatore, il seme, la semina, il raccolto, la condizione essenziale per la promessa del Regno da conseguire.
Ora, il "discorso per parabole" insieme disarmantemente facile, al livello e alla portata degli stessi bambini. E disperatamente difficile per chi
ancora complicato, non si ancora lasciato fare bambino del Regno. I
discepoli del Signore sono di questa seconda categoria, come la grande
maggioranza degli uomini. E perci interrogano il Maestro sul senso del
discorso: "che questa parabola" (v. 9). Ges aveva gi dato ampio materiale dottrinale: nella sinagoga di Nazaret (4,14-30), alla pesca miracolosa, quando chiama i primi discepoli (5,1-11), quando guarisce il paralitico (5,17-26), alla vocazione di Levi-Matteo (5,27-33), sul digiuno per
lo Sposo (5,33-39), sul sabato (6,1-11). Quindi aveva dato come la "carta
fondamentale" del Regno, il "discorso della pianura" (6,17-49; cf. la Dod d Luca). Pi aveva proseguito presentando il pi grande dei
nati da donna, Giovanni il Battista (7,18-35), ed infine aveva spiegato la
fede della peccatrice (7,36-50). Che cosa ancora manca alla comprensione dei discepoli? Che si considerino, ciascuno di essi e tutti insieme, sia
come "il campo" da seminare, sia come i futuri seminatori della Parola
nel mondo. Occorre qui, perci, la spiegazione del Signore.
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DOMENICA 4' DI LUCA

II quale con molta calma comincia ad annunciare un dato di fatto in


contrasto con la domanda dei discepoli che ancora non avevano compreso la parabola: "A voi stato donato dal Padre (il verbo sta al "passivo della Divinit" per non nominare il Nome divino) di conoscere i
Misteri del Regno di Dio" (v. 10a). Ossia, i discepoli sono stati scelti
dal Disegno eterno del Padre, e il primo dono che ricevono, Grazia gratuita dello Spirito Santo, "conoscere" in modo immediato, puntuale
(sta qui un infinito aoristo, gnnai, avere e vivere l'esperienza vitale,
che investir la loro esistenza). la conoscenza sapienziale, profonda,
la contemplazione trasformante.
L'oggetto della conoscenza per ora non il Padre, e non il Figlio.
Sono invece td mystra ts basilias to Theo, i Misteri del Regno di
Dio. Ora, non si tratta di elementi di approccio al Regno, come se fossero "notizie sul Regno". I Misteri sono il Regno. Nel N.T. infatti il concetto di "misteri" o di "mistero" va spiegato secondo la semantica greca.
Mystrion in realt un sostantivo strumentale, e indica circa il "mezzo"
per ottenere una condizione vitale, il my, dove la radice my- indica
un'"iniziazione", un'entrata a qualche realt ancora ignota. Cos mystrion non significa pi affatto una realt "segreta", "misteriosa", al contrario, indica rivelazione e introduzione fattiva a quella realt. Tale senso
regna sovrano nelle opere dei Padri, e soprattutto nella santa Liturgia,
dove ad esempio "i divini vivificanti trasformanti Misteri" non sono "segreti" nascosti, bens il Dono indicibile, rivelato e mistagogizzato, di
partecipare alla Morte e Resurrezione e Glorificazione del Signore Ges
ad opera dello Spirito Santo epicleticamente invocato qui oggi per noi.
Un testo che chiarifica splendidamente tutto questo viene da Paolo,
nella grande e meravigliosa dossologia che chiude il cap. 14 dell'Epistola ai Romani:
A Colui che ha la potenza di rendervi saldi
secondo l'Evangelo mio e la predicazione di Ges Cristo,
secondo la rivelazione del Mistero,
nei secoli eterni taciuto,
per manifestato adesso mediante le Scritture profetiche
secondo il Decreto dell'eterno Dio
in vista dell'ascolto di fede notificato tra tutte le nazioni,
all'Unico Sapiente Dio,
mediante Ges Cristo,
a Lui la gloria per i secoli dei secoli. Amen! (Rom 14,24-26).
Il testo collocato dai papiri e grandi codici onciali, e perci nelle
edizioni moderne, in Rom 16,25-27.
In sostanza, l'Evangelo e il krygma portati da Paolo con l'unico
contenuto, Ges Cristo, sono la rivelazione finale del Mistero, che il
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COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

Decreto preeterno di Dio ha tenuto nascosto fino al nyn, 1'"adesso" dell'adempimento. Il quale comincia con la proclamazione delle Sante
Scritture "profetiche", ossia dell'A.T., in cui si legge l'annuncio di Cristo Paolo lo aveva gi detto in Rom 1,1-4, dove la Resurrezione il
centro della Rivelazione divina . Il fine la conversione dei pagani
affidati a Paolo, le "nazioni" che debbono "ascoltare" e venire alla "fede". Egli stesso {Rom 15,16) aveva spiegato che queste nazioni per l'Evangelo accettato debbono diventare la prosphor, l'offerta gradita, il
sacrificio spirituale che il Padre accoglie perch "santificato dallo Spirito Santo".
Ecco squaternato il senso del Mistero rivelato. Donato per anzitutto
ai discepoli del Signore.
Ma Ges presenta "il Mistero" come "del Regno di Dio". Ora, la basilia, nell'A.T. malkt o anche memslh, implica diverse realt:
a) il cosmo, dove si dispiega nella continua teofania la Regalit del
Signore Dio Creatore; cf. qui una tipica manifestazione letteraria, i
"Salmi della Regalit divina" (nell'elenco alla fine di questo volume);
b) in specie, Israele, e pi particolarmente Sion, dove il medesimo Si
gnore Sovrano si fa presente al popolo della sua alleanza regale, e l
largo di grazie;
e) in modo inattingibile e indicibile, la sfera del divino, che si chiama
simbolicamente "i deli", "i cieli dei deli". Cos per "i Cieli" indicano
con una perifrasi il Signore stesso: il "Regno dei cieli pu essere cosmico, ma soprattutto il "Regno di Dio", le due espressioni si interscambiano.
Nel N.T. per la Rivelazione si avanza verso l'inimmaginabile, poich nei Sinottici "il Regno di Dio", quello che ormai "sta qui, si avvicin" (cf. Me 1,14), indica direttamente Cristo con lo Spirito Santo. Si
rilegga quiMt 12,28; Le 11,20 (che allude anche aEs 8,15).
Ai discepoli insomma " donato di 'conoscere'", sperimentare vitalmente, "Cristo con lo Spirito Santo", e in modo diretto.
E agli altri? Il v. 10b un testo tra i pi duri di tutto il N.T. L'espressione anche difficile: "agli altri per con parabole", senza verbo; si
deve qui supplire con "agli altri sar parlato con parabole", oppure
"agli altri sar donato di conoscere i Misteri del Regno di Dio con parabole"? Dal contesto, sembra che la prima interpretazione sia circa quella
giusta. Ma allora leparaboli, discorsi di rivelazione, diventano proprio
il contrario, la "pietra di inciampo" che fa precipitare nella rovina.
Infatti il v. 10 prosegue: "...in parabole, affinch vedendo non vedano e
ascoltando non comprendano". Orribile. Il testo viene daIs 6,9-10.
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DOMENICA 4- DI LUCA

Isaia, giovane spensierato, di famiglia regale, entra a curiosare nel


tempio durante il sacrifcio (delle 9 della mattina, o delle 15 del pomeriggio). H Signore si manifesta in una teofania terribile, nella gloria dei
Serafini che Lo adorano con l'eterno "Santo Santo Santo!" (Is 6,1-4).
Isaia comprende di essere un "contaminato" indegno di fronte alla
Maest divina "Tre-volte-santa", "Tuttasanta", che sovrasta ogni realt.
Si dichiara perduto. Un Serafino lo purifica con la santa brace del sacrificio dell'altare (6,5-7), e Isaia sente la richiesta del Signore, che cerca
uno da inviare. Il profeta si offre di andare, incautamente (v. 8). Poich
il Signore gli consegna un messaggio di rovina: Rendi ottuso il cuore
d'Israele, dure le sue orecchie, acceca i suoi occhi per timore che i
suoi occhi vedano, le sue orecchie ascoltino, e il suo cuore comprenda,
ed esso si converta e sia guarito! (vv. 9-10).
Dio non vuole la morte del peccatore, bens che si converta e viva
(cf. Ez 18,23.32; 3,18; Sap 1,13; 11,24; 12,19; Eccli 11,14; 1 Tim 2,4.6;
2 Pt 3,9...). Ha dunque decretato la morte spirituale dell'intero popolo
"suo"? Invia un "profeta" che diventa annunciatore di rovina finale? Il
Misericordioso non concede lo "spazio fruttuoso di conversione", attendendo anche i "frutti degni", come pure richiede imperiosamente
per bocca di un altro Profeta, Giovanni? (Le 3,8; Mt 3,8).
E qui addirittura il Figlio di Dio, il Profeta grande d'Israele, come e
pi d'Isaia viene con "le parabole" della salvezza a "non far vedere n
comprendere", pur vedendo Lui ed ascoltando Lui i presenti.
Il testo anzitutto non va attenuato, n spiegato con giri contorti di
idee pietose, n tanto meno ignorato. Esso va letto a fondo. Si hanno
cos due situazioni, quella dei discepoli, ormai in possesso dei Misteri
ma dovranno attendere la Pentecoste...; quella degli "altri", i quali
dovranno ascoltare le parabole. Tale ascolto per s salvifico. Per se
esso viene a mancare per volont di non vedere la realt, n ascoltarne
la spiegazione, ossia non vedere il Figlio di Dio n ascoltarlo, la parabola sar allora il terribile strumento "affinch (hina)" venga la rovina.
Ma qui ci si deve chiedere: la rovina portata direttamente ed intesa e
voluta da Dio? Non sembra. Come non sembra in Isaia, che invece
salv la nazione in pi occasioni. La rovina viene dalla volont umana,
la quale all'occasione propizia dell'insegnamento del Regno mediante
parabole, volta il dorso alla visione e si chiude le orecchie all'ascolto.
Insomma, la parabola sempre positiva se accolta, rovinosa se non
accolta.
Quante "parabole" i cristiani hanno ascoltato in duemila anni? La
loro "visione" ed il loro "ascolto" furono corrispondenti sempre? Il
giudizio non spetta a noi.
Ges adesso precede all'ordinata spiegazione: " questa la parabola" (v. Ila). Delle circa 42 parabole del N.T., quante richiedono la
"spiegazione"? Solo 2, ed ambe in rapporto con il Seminatore: quella
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COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

presente, nei 3 Sinottici, e quella propria del solo Matteo, della zizania
(cf. MtJ3,24-30,l'enunciazione; vv. 36-43, la spiegazione, che termina
egualmente con la formula "chi ha orecchie per comprendere, com prenda"). Sono proprio le parabole del Seme buono e del seme mali gno, della Parola e della menzogna satanica, dell'unico campo e dei
due raccolti. Quando in gioco la Parola, dunque, il discorso si fa
drammatico.
Ed infatti la spiegazione comincia dal Seme buono, che "la Pa rola di Dio". Sulla realt immane che la Parola di Dio, lgos to
Theo, anche rhma Christo (cf. Rom 10,17), stato parlato a lun go
nella Parte I di questo lavoro (vedi Parte I, Cap. 2, "La Parola divinizzante").
Qui si pu solo richiamare il testo di 1 Pt 1,23: Dio ci gener con la
Parola sua vivente vera eterna. Ora, si comprende che il Seme della Paro la
pu venire solo da Dio, ed il Seminatore di esso solo da Dio. Anzi, il
Seminatore Dio stesso mediante il Figlio suo, il Figlio dell'uomo (cf.
Mt 13,37). E se si spinge a fondo la visuale, anche il Seme il Figlio di
Dio, che cade in terra e muore per dare molto frutto (cf. Gv 12,24). In un
certo senso, il Verbo di Dio, la Parola di Dio deve cadere nella terra per
morire, poich solo cos fa sorgere la Vita negli uomini (v. 11).
Le complicazioni vengono dalle zone del terreno seminato. Ges qui
traccia una specie di tabella di riscontri sulla germinazione e la fruttifica zione e resa del Seme buono egualmente sparso in ognuna delle 4 zone:
- v. 5: sulla via
- v. 6: sulla pietra
- v. 7: tra le spine
soffocamento

- v. 12: il diavolo toglie la Parola dal cuore


- v. 13: le tentazioni
- v. 14: beni materiali
soffocamento

- v. 8: terra buona

- v. 15: cuore "bello e buono"

recettiva

accettazione e frutto.

A colpo d'occhio si ha che il termine di raffronto generale posto


alla fine del v. 15: "en hypomon, con pazienza". Quale "pazienza" ha
il "cuore bello e buono", ossia la profondit ultima dell'uomo, il suo
centro della sensibilit, intelligenza, decisionalit, volont? "La pazien za" proba di dissodare il campo. La terra che cos diventa "buona",
pronta a ricevere il Seme buono, sempre buono, terra erpicata e conci mata. "Pazienza" della conversione, della fede, delle opere buone, della
disposizione a "cuore aperto" verso la Parola-Volont divina.
Ancora a colpo d'occhio risalta la situazione delle altre 3 zone del
campo:
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DOMENICA 4' DI LUCA

- vv. 7 e 12: questa zona si fa calpestare e sottrarre il Seme dagli uc


celli affamati. Non si voluta coltivare, arare, erpicare, concimare.
Non si voluta preparare. N custodirsi. Passa il Tiranno calpestatore
violento, disperde la semina: "toglie la Parola dal cuore", dall'anima,
che pure aveva ascoltato (ako), la medesima Parola. Senza la Parola
non esiste base e contenuto della fede {pistu), e cos non esiste "la lo
ro salvezza" (sz);
- vv. 6 e 13: questa zona in apparenza sembra pronta, addirittura si
tratta di quelli che ascoltano (ako) la Parola, la "accettano con gioia"
(dchomai, e char). Ma essi non hanno "radice" (rhiza), ossia credono
con fede "per un certo tempo" (kairs), ma nel "tempo (kairs) della
tentazione", si ritraggono, si ritirano dalla fede, se ne allontanano. Os
sia, neppure questi, nonostante le apparenze, hanno preparato il terreno
con il lavoro faticoso, "nella pazienza", s che il Seme potesse affonda
re le radici nella "terra buona". E sono perduti per sempre;
- vv. 7 e 14: questa zona "spinosa". Si tratta di quelli che per
ascoltare, ascoltano (ako). Tuttavia a causa delle preoccupazioni del
la vita materiale, e della ricerca affannata della ricchezza, e del procu
rarsi "i piaceri della vita" materiale (bios, non z), vanno vagolando
per il mondo, si fanno soffocare da questioni esteriori, non producono
frutto, alla lettera telesphorosi, non portano il fine, il compimento. Es
si dunque non avendo lavorato, non essendosi coltivati, restano pieni di
"spine", di erbe infestanti, che prendono il sopravvento. La vita mate
riale si configura come "spine" inutili e dannose. anche qui la rovina;
- vv. 8 e 15: la "terra buona", dovutamente coltivata e preparata per
la semina, resta la figura di quelli che "ascoltano (ako) la Parola", la
accettano e la comprendono in se stessi, e, avendo esercitato "la pa
zienza" (hypomon) del lavoro faticoso ma esaltante, finalmente porta
no quei frutti 100 per 1, che sono la consolazione per il Seminatore e
per tutti quelli che ne traggono abbondanza e gioia e prosperit.
Si nota adesso che in tutte e 4 le zone del campo, che l'umanit
considerata a titolo unitario, gli uomini "ascoltano" (ako). Non esiste
qui un rifiuto frontale della Parola. Ma esiste una serie orribile di situazioni: alcuni si fanno "togliere la Parola dal cuore", facendosela sostituire dall'anti-parola del demonio; non resistono alla tentazione; sovrappongono alle esigenze dure e totalizzanti della Parola divina la ricerca del proprio comodo e vantaggio.
Si nota ancora, infine, che sulle prime 3 zone del campo aleggia satana, il Tentatore, che selvaggiamente agisce sui superficiali, sui pigri,
sugli scialacquatori della loro esistenza. La tentazione permanente.
L'arma la Grazia divina della Parola, che esige severamente la virt
suprema tra le virt del N.T., la santa hypomon, che finalmente esaltata dall'Apocalisse come la forza ultima, escatologica:
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COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

Qui sta la fede (pistis)


e la pazienza (hypdmon) dei Santi (Ap 13,15).
La pericope, come si anticipato, pone dopo il v. 15 il v. 8b: "L'avente orecchie per ascoltare (ako), ascolti (ako)" dunque!
Il verbo ako, che risuona insistentemente, e naturalmente, in correlazione della Parola quale Seme buono del Seminatore buono, perci il verbo che risolve la parabola in positivo. Allora "chi vede non vede, e chi ascolta non comprende" diventa: "Chi vede, ci vede molto bene, e chi ascolta, comprende perfettamente".
Questa infatti la prima ed essenziale di tutte le "parabole dottrinali" del Regno di Dio, venuto con potenza in Cristo con lo Spirito Santo.
Occorre accogliere la parabola, la Parola, il Regno con il "cuore bello e buono", che finalmente sappiamo come si deve tradurre e spiegare:
con il cuore ottimo, aperto, fidente, fiducioso, grato, amante, glorificante.
E qui Marco avverte che Ges in un'altra parabola del Regno (Mt
4,26-29), sempre a proposito della Semina, ammonisce: "Da sola, automate, la terra produce frutto" (Me 4,28a). Tutto Grazia. Gli uomini
debbono prestarsi come terra buona alla Grazia che viene sempre.
Che cosa di terribile avviene per chi rigetta la Grazia della Parola divina, sar narrato la Domenica che segue con la parabola "sul ricco e
sul povero Lazzaro", che forma stretta unit conseguenziale con quella
della semina.
6. Megalinario Della
Domenica.
7 Koinnikn Della
Domenica.

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DOMENICA 22a DOPO PENTECOSTE ca


di Luca
"Sul ricco e il povero Lazzaro"
1. Antifone
Della Domenica, o i Typikd e i Makarismi.
2. Eisodikn
Della Domenica.
3. Tropari
1)Apolytikion anastsimon, del Tono occorrente.
2)Apolytikion del Santo titolare della chiesa.
3)Kontkion: Prostasia tn christiann.
4. Apstolos
a) Prokimenon: Sai 11,8.2, "Supplica comunitaria".
Vedi Domenica 6" di Pasqua; 6ae 14a
b)Gal 6,11-18
La pericope costituisce l'epilogo dell'Epistola, e ne anche un magnifico coronamento, al modo paolino.
Anzitutto viene la commovente affermazione dell'Apostolo: "Guardate con quali grafie io scrissi di mia mano!" (v. 11). Egli infatti un
operaio, meglio, un artigiano, fabbricante di tende con materiale grezzo
(spesso, con lana caprina, assai ruvida), si mantiene con le sue mani per
non gravare sulle sue Comunit, ed ha dunque la pelle callosa, poco
adatta alle esercitazioni letterarie. Pur con la sua molteplice cultura,
ebraica e greca, con il suo inarrivabile genio. Perci usava dettare i suoi
scritti a discepoli segretari fedeli. Tuttavia quando pu vuole porre un
segno della sua autografia, di certo con caratteri grossolani, come
quando si assiste alla firma di documenti da parte di contadini ed operai, per i quali una specie di fatica (" meglio la zappa della penna",
spesso si sente dire da loro). Paolo con questo non cerca l'ammirazione. Egli ha gi rinviato tutti i fedeli a "lavorare con le loro mani" (1
Tess 4,11, la prima Epistola scritta da lui), a "non mangiare se non si
vuole lavorare" (2 Tess 3,10), a non restare in ozio ma a guadagnarsi il
pane lavorando in pace (2 Tess 3,11-12), senza mai cessare (Efes 4,28).
Mentre egli stesso opera proprio cos (2 Tess 3,8), notte e giorno (ivi; e
1 Tess 2,9-10). Con la sola eccezione della fedelissima e diletta Comu669

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

nit dei Filippesi, ai quali riconosce che sono gli unici su cui ha contato
dagli inizi della sua missione in territorio europeo, per le necessit materiali del suo apostolato (FU 4,10-16, in occasione di un ennesimo aiuto pecuniario), bench Paolo mai cerchi "il dono", ma il frutto della
Grazia che ridondi a beneficio dei suoi (FU 4,17). Per l'anno e mezzo
in cui Paolo a Corinto fabbricava tende insieme ad Aquila e Priscilla,
cf. At 8,1-3.
Per i saluti autografi di Paolo, vedi ancora 1 Cor 16,21; in 2 Tess
3,17 vi aggiunge: "questo il segno in ogni epistola, cos io scrivo"; in
Rom 16,22 si inserisce l'amanuense: "Vi saluto io, Terzio, che scrissi
l'epistola nel Signore"; finalmente, in Col 4,18, "il saluto di mia mano,
di me Paolo". Si pu appena immaginare l'emozione delle Comunit
nel ricevere simili attestati di affetto.
In Gai 6,12 poi Paolo riprende l'argomentazione di 5,11. Quelli che
hanno portato lo sconcerto presso i Galati, inducendoli a passare ad un
"altro evangelo" (cf. Gai 1,6-12; e YApstolos della Domenica 3a 1
Luca), sono dunque i "giudaizzanti", ossia cristiani provenienti dall'ebraismo, i quali ritenevano che occorresse anche per i pagani la pratica
puntuale della Legge antica nella sua totalit; in primo luogo, la circoncisione, che nel mondo ellenistico romano era un motivo di repulsione.
Ora, questi fratelli troppo zelanti, ma poco illuminati sulla metodologia
dell'apostolato "alle nazioni" pagane, desiderano assecondare, compiacere una pratica carnale, e cos costringono i Galati alla circoncisione.
E questo, secondo la grave accusa di Paolo, solo al fine poco nobile di
non subire la persecuzione (dik) per la Croce di Cristo (v. 13a). L'accusa torna per altri fratelli in FU 3,18, dove Paolo li chiama "nemici
della Croce di Cristo", la quale va assunta con tutte le conseguenze,
fosse anche la persecuzione. Ma, e questo altrettanto grave, quei falsi
fratelli bench circoncisi neppure essi "custodiscono", ossia praticano
per intero, la santa Legge; vogliono che i Galati si sottopongano alla
circoncisione per spirito proselitistico e ristretto, per "gloriarsi nella
carne" dei Galati, non per il loro progresso nell'Evangelo (v. 13b).
E qui l'Apostolo riprende il motivo del cap. 2 (cf. YApstolos della
Domenica precedente), dove al v. 19-21 aveva manifestato con forza la
sua morte alla Legge, la sua con-crocifissione con Cristo, la vita di Cristo in lui. Qui prosegue questo motivo: a lui non resta se non di menare
vanto, di gloriarsi (kauchdomai) "nella Croce del Signore nostro Ges
Cristo", presentando cos il Signore come il Dio dell'alleanza ("no stro") e con i titoli plenari della sua Divinit e della sua Umanit (v.
14a). E come aveva affermato in Gai 2,19 e 21, bench in altri termini,
mediante Cristo crocifisso fu "crocifsso il mondo", ossia mor una volta per sempre il mondo per quanto riguarda Paolo, e reciprocamente
anche la con-crocifissione di lui con Cristo lo fece morire per sempre al
670

DOMENICA 5" DI LUCA

mondo (v. 14b). Qui ksmos, il mondo, compreso nella sua accezione
negativa, di tutta la realt di peccato che si oppone a Dio, che "nemica della Croce di Cristo", circa nel senso che il termine ha nella teologia giovannea, almeno di frequente.
La conseguenza della "crocifissione del mondo e al mondo" che
ormai tutte le realt sono come relativizzate, in specie le osservanze
esterne che non siano accompagnate dal senso che ormai, dopo la Croce, stanno qui presenti i "tempi ultimi". Dunque sia chi circonciso, sia
chi non lo , nella loro condizione non possono trovare un vero valore.
L'unico valore la "nuova creazione" (v. 15). L'accenno fuggevole a
questo immenso tema salvifico sar esplicitato l'anno 57, quando da Filippi l'Apostolo scrive ai Corinzi per la seconda volta, e spiega:
La carit di Cristo stringe noi,
avendo giudicato questo, che Uno mor in favore di tutti,
e allora tutti morirono,
e in favore di tutti mor,
affinch i viventi non pi per se stessi vivano,
bens per Colui che in favore di essi
mor e fu risvegliato...
Cos che se uno (sussiste) in Cristo,
() nuova creazione:
le realt antiche passarono,
ecco, vennero le nuove (2 Cor 5,14-15.17).
Il testo enorme. La "nuova creazione", td kain, le realt nuove,
sono promesse dall'antico: Is 43,18; 65,17, e sono ripresentate da Paolo
pi volte, oltre che qui, in Rom 8,1.10; 6,4; Col 3,9-10; Efes 2,10.15.
Esse sono rilanciate dalla tradizione giovannea, in Ap 21,5, nella Parola
finale di Dio al mondo dei redenti.
Anche la spiegazione dell'espressione chiede una certa cura. Se esiste una ktisis antica, la creazione primordiale, questa destinata dal Disegno divino a subire una trasformazione radicale. Infatti, anche se qui
non si deve affatto generalizzare, il N.T. esprime la "novit" con due
termini, nos e kains. Con nos si direbbe circa questo: la prosecuzione di una realt, sempre la medesima, per adesso "rinnovata". Con
kains invece si direbbe una realt sostituita da un'altra. Cos si dice
kain diathk, alleanza nuova, che risuona gi in Ger 31,31 -34, testo
base di ogni esplorazione teologica per il N.T. Per non si dice mai nel
N.T. las nos, tanto meno las kains, popolo "rinnovato", o "nuovoaltro", come se il Signore nella sua divina Disposizione avesse prima
creato "il popolo sud", poi lo avesse rigettato sostituendolo con un "popolo nuovo-altro", quello del N.T. Fa sconforto che autori moderni pur
671

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

celebrati parlino questo linguaggio che non ha base nel N.T. In realt,
il popolo di Dio unico, come si disse gi, in due poli vitali, uno che
osserva la Legge antica, ed uno che aderisce al Figlio di Dio l'unico
popolo, l'unica Sposa. Anche 1'"alleanza nuova" in fondo non totalmente "altra", poich essa fa parte anzitutto della categoria "alleanza", e non di un'altra categoria. Poi perch il Signore dispone di un
vero e proprio sistema di alleanze: con Abramo, con No, con Abramo
Isacco Giacobbe Giuda, con Pinhas il sacerdote fedele (cf. Num 25,117, ai vv. 10-13 l'"alleanza di pace" tra Dio e Pinhas e la discendenza
di questo), con David e la sua discendenza regale, con il Servo sofferente. L'Alleanza del Padre con il Figlio, sancita dalla Croce e dalla
Resurrezione, riassume e rende nella loro pienezza del tutto esplicitate
le antiche alleanze.
La creazione antica dunque era destinata alla sostituzione, poich
dal peccato d'Adamo fu resa "vuota, inutile, senza senso" (cf. qui Rom
8,17-25). Essa comincia ad essere kain, nuova, altra, con l'Incarnazione
storica, quella che culmina nella Resurrezione. Per i fedeli del Risorto
comincia con il battesimo. Essa opera della Potenza dello Spirito
Creatore e Ri-Creatore. In senso cosmico, "deli e terra nuova" (cf. Ap
21,1, che rimanda a Is 65,17; 66,22, e che ha il precedente di 2 Pt 3,13)
un tema decisivo, sul quale resta, e forse rester fino alla realizzazione,
il segreto divino pi totale.
Paolo perci prosegue al v. 16 avvertendo che occorre "mettersi in
linea ordinata (stoich) con questo kanr\ misura o regola di fede.
Chi procede cos, avr su di s "pace e misericordia", e cos si avr anche per l'"Israele di Dio" (v. 16). L'ultima espressione pu intendersi in
due modi: sia quella parte scelta d'Israele che aveva accettato il suo
Messia divino, Cristo Ges, il "Diacono della circoncisione" per sua
scelta volontaria (Rom 15,8), dunque la Chiesa Madre dei giudeo-cristiani, di Gerusalemme; oppure l'Israele storico.
Nella finale di ogni epistola Paolo ha continui movimenti di pensieri, che si intervallano, si ripetono, si sovrappongono. Al v. 17 infatti rilancia una raccomandazione, che come il compendio della sua autobiografia come la present ai Galati: "del resto", finalmente, insomma,
chiede che nessuno gli procuri "fatiche" moleste (kpoi) in pi di quelle cos gravose del suo apostolato tanto tribolato. Infatti egli caricato
e "trasporta" (bastz) i "segni" terribili, indelebili, gli stigmata che
erano impressi a fuoco dai Greci e Romani agli schiavi fuggitivi, in
modo che fossero riconosciuti da tutti; dagli orientali in genere, erano
impressi a tutti gli schiavi. Paolo "lo schiavo di Cristo", come dir all'inizio dell'Epistola ai Romani (Rom 1,1). Per sempre. Porta i "segni"
di Lui sulla carne. Gli esegeti parlano qui sia di stigmate di tipo mistico, come la "transverberazione" alle mani, al costato; sia pi probabil"672

TAVOLA

19 - Sinassi della Soprasanta Theotkos - La Theotkos e S. Giuseppe


-Museo delle Suore Collegine presso il Santuario urbano di Maria SS.ma
Odighitria, Piana degli Albanesi, sec. 17.

TAVOLA

20 - 2 Luglio, Maria Vergine la Platytera e Trono della Sapienza - Iconostasi


della chiesa di S. Nicola, Piana degli Albanesi; scuola cretese, sec. 17.

DOMENICA 5" DI LUCA

mente delle cicatrici che l'Apostolo aveva riportato dalle flagellazioni


a cui era stato sottoposto. Nella sua profonda umilt, consapevole del
dono terribile ricevuto, si vanter in 2 Cor ll,23b-25a cos: "(pi che
altri apostoli non amici suoi) molto di pi sotto le battiture... Cinque
volte dai Giudei ricevetti 40 colpi meno 1, tre volte fui colpito da bastoni..." Tutto per il suo Signore e Sovrano.
E finalmente il v. 18 contiene la solita clausola che sigilla, in forme
diverse ma nel medesimo spirito, ogni Epistola paolina: la Grazia del
Signore nostro Ges Cristo sta ormai per sempre con lo spirito dei Galati, suoi amati fedeli, chiamati qui "fratelli", dolcissimo nome di piena
riconciliazione con una Comunit che aveva dato tanto dolore al loro
meraviglioso Fondatore. la Grazia del Kyrios, il Signore Risorto,
Grazia della Resurrezione, lo Spirito Santo. E Paolo non pu che pronunciare la formula asseverativa: Amen, ossia "con fedelt e verit e
stabilit". Tale clausola sar poi ampliata alle Persone divine in 2 Cor
13,13, e diventer la straordinaria, struggente invocazione del celebrante
che da inizio alla santa Anafora dei Divini Misteri.
5. EVANGELO
a)

Alleluia: Sai 88,2.3, "Salmo regale"


Vedi l'Alleluia della Domenica 6a di Pasqua; 14a

. Matteo

b)

Le 16,19-31
Nello schema di Luca (vedi nella Parte I), la pericope si colloca verso la fine della "salita a Gerusalemme" (Le 9,51 - 19,28), dove si doveva "compiere il suo esodo", come si parla nel colloquio con Mos ed
Elia al momento della divina Trasfigurazione {Le 9,31). la salita verso la Croce.
Ges sta moltiplicando in modo inesauribile il suo insegnamento.
Che fondamentalmente la spiegazione dell'Evangelo per il quale, insieme con le opere del Regno, stato consacrato dal Padre con il Battesimo dello Spirito Santo. Nella "salita a Gerusalemme" Egli in specie
intensifica il suo insegnamento tipico, quello in parabole, e ne espone
una serie impressionante, non meno di 20.
Adesso viene la volta di una delle parabole pi intense di significato, e pi suggestive per le risonanze, quella del Lazzaro povero e
dell'"epulone" ricco. La scena anzi aperta proprio con la descrizione
dell'operato del ricco, come chiusa dalla sorte del medesimo, mentre
Lazzaro occupa il centro sia nella singolare maest della sua miseria
terrena, sia nello splendore della vita beata.
Cos, la condizione del ricco annotata subito con pochi tratti, sufficienti a denotare la sua miseria morale. Non va dimenticato che Luca
673

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

raccoglie le parole tra le pi severe del Signore contro i ricchi, tra le


quali quella che il vocabolario cristiano non conosce da troppi secolk
"ricco scemo, plosios phrn" (Le 12,20). Inoltre, Luca organizza
molte parole del Signore sotto forma di insistente "catechesi sulla povert", che sempre anche contro la ricchezza (vedi schema di Luca,
nella Parte I). La ricchezza uno dei massimi impedimenti contro la divina Misericordia, come la parabola di Lazzaro mostra.
Il ricco vive una condizione spensierata, di vacuit, nelle sue vesti di
lusso estremo, costosissime, di porpora, sempre cos rara che era praticamente accessibile solo ai regnanti e magnati, e di bisso. Perci il ricco
potrebbe essere proprio uno di quei personaggi inaccessibili, come i
monarchi che in Oriente si facevano adorare come di, e che si mostravano solo da lontano per accrescere intorno a se stessi un alone di sacralit (cf. qui ad esempio Est 8,15; 1 Macc 10,20; Prov 31,22). Una
parvenza di porpora fu imposta a Ges per schernirlo precisamente come un finto monarca (cf. Gv 19,2.4).
Come adornava il suo corpo in modo lussureggiante, nei dettami degli stilisti di moda, cos il ricco nutriva il suo corpo in modo raffinato. Il
testo dice: "rallegrantesi (euphrdin) ogni giorno in modo splendido
(lamprs)" (v. 19b), espressione che gi era usata proprio per il "ricco
scemo" di 12,19. Con ci si indica sia i lussuosi banchetti dati per gli
amici altrettanto facoltosi, o a cui si invitati per contraccambio; sia le
feste che terminano con banchetti ma sono "allietate" da danze e giochi
e mimi; sia altri svaghi il cui sugo gusta solo chi ha ridotto la sua vita al
continuo e sempre pi estenuato godimento. Non per nulla l'apostolo
Giacomo fulmina con espressioni rabbiose la "rabbia profetica"
simile genere di viziosi, oggi sempre pi diffuso perfino tra chi non pu
permetterselo, terminando cos la rampogna terribile: E perfino avete
ecceduto, uccideste il giusto! Egli non oppose resistenza a voi (Gc 5,56); ma il testo aveva cominciato: "Su, adesso, o ricchi, piangete urlando
sulle miserie vostre che sopravvengono!" (Gc 5,1, e cf. i vv. 1-6). In un
banchetto simile fu decisa la morte del Battista (Me 6,17-29).
Insomma, la succinta descrizione del ricco mostra come egli si sforzasse di riempire di fatuit (le vesti) e di eccessi dannosi (i banchetti e
il resto) la sua vuota esistenza, collaborando in questo a riempirla anche per gli altrettanto inutili suoi anfitrioni. Si ha come un tempo sospeso, senza mta diretta, nella spensieratezza dei crapuloni che si illudono di una loro esistenza illimite.
Per la severa, quasi implacabile esigenza morale che deriva dall'alleanza, e che astringe i fedeli del Signore Santo e Misericordioso alla
sua imitazione per quanto possano le forze umane aiutate dalla Grazia
dell'alleanza stessa, che sempre molto larga ed effluente, il comportamento dell'innominato "epulone" bollato a morte.
674

DOMENICA 5" DI LUCA

Esso infatti il "peccato di Sodoma".


In una pagina orrida, per bocca del profeta Ezechiele il Signore irrompe sopra il residuo del suo popolo, il regno meridionale, Giuda, e
gli contesta l'abisso del suo peccato, la sua esistenza che peccato. Tale
processo senza possibilit di difesa, perch non esiste difesa n attenuante alcuna, si estende per i cap. 16; 20; 23 di Ezechiele. Non si esagera se si afferma che sono i testi pi urlanti dell'A.T. In essi il Signore
fa risuonare quasi il suo pianto sconsolato, per l'amore infinito donato
al suo popolo, visto come "la Sposa" diletta. Amore calpestato, disprezzato, rigettato. La Sposa ha voluto farsi prostituta delle nazioni pagane,
"fornicando" insaziabilmente con esse. "Fornicare" linguaggio nuziale
e religioso: significa rigettare lo Sposo Santo e divino, per darsi agli
idoli, la cui adorazione comportava pratiche di prostituzione sacra, maschile oltre che femminile; si praticavano riti che mimavano e propiziavano la fecondit delle divinit per la terra, gli animali e gli uomini.
Qui Sodoma si pone come esemplare di ogni vizio.
Ma la "rabbia divina profetica" non bolla il vizio, la corruzione, la
vita facile in s e per s. Il Signore ha creato tutto buono (Gen 1,31), e
tutto per l'uomo (ivi), anzi lo ha benedetto (ivi). In s allora il cibo, le
feste, la gioia, il sesso, sono realt sane. Lo anche la vita che gode
quel poco che pu nel segmento di tempo riservatogli.
Per, in che veramente Sodoma "il peccato" come esemplarit nella sua terrificante ripugnanza?
Nella mancanza totale di carit.
Ezechiele parla cos a Giuda, il popolo dell'alleanza:
Vivo Io! parla il Signore , se ha agito
Sodoma, la sorella tua, essa e le sorelle di lei
(le citt dipendenti) nel modo onde agisti tu e
le sorelle tue! Ben oltre, l'iniquit di Sodoma,
la sorella tua, (fu) la superbia!
Nell'abbondanza dei pani e in abbondanza di vino,
vivevano nella mollezza essa e le sorelle sue, questo
vigeva per essa e per le sorelle sue, e la mono al
povero e all'indigente non afferrarono. E si
glorificarono, ed operarono iniquit davanti a Me, e Io
le tolsi via, come ebbi a vederlo. E Samaria non pecc
la met dei peccati tuoi! (Ez 16,48-51; LXX).
A partire dalla fine, Giuda pecc il doppio di Sodoma e di Samaria
(con i suoi due vitelli idololatrici). A Sodoma la contestazione porta sul
675

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

fatto che non volle soccorrere i poveri. Ma fu condotta a questo dall'indurimento del cuore causato dalla vita dissoluta. La non carit prodotta dalla vita dissoluta, la vita dissoluta causata dalla perdita della
carit. Il circuito si chiude: la vita dissoluta causata originariamente
dall'avere rigettato il Signore dalla propria esistenza, vivendo "come se
Dio non esistesse". Chi vive cos, a sua volta abbandonato da Lui alla
vita ignominiosa, e la spirale si avvita verso il basso, nella mancanza di
carit (cf. anche Rom 1,18-32; Sap 13).
In Ez 16,49 il verbo che causa l'irrimediabile condanna divina "non
afferrare la mano" del povero; qui si ha antilambnomai, un medio che
significa: attaccarsi a qualcuno, prendere parte in favore di qualcuno, aiutare, soccorrere, sostenere, prendere su di s. far propria la causa del
povero. Nel N.T. antilambnetai usato solo 3 volte, significative tutte:
1) nel Megalynei hepsyche mou della Vergine: il Signore, Misericordioso
sempre, disperse i superbi, rovesci i potenti, respinse i ricchi, ma esalt
gli umili, sazi gli affamati, e "prese parte in favore (antilambnomai)
d'Israele suo servo" (Le 1,54), il povero tra i poveri nei popoli della terra;
2) Paolo congedandosi dai Presbiteri (Vescovi) di Efeso, a Mileto, parla a
lungo (At 20,18-34), e conclude cos: "Io tutto mostrai a voi, che cos af
faticandosi si deve (di, secondo il Disegno divino!) soccorrere (anti
lambnomai) i deboli, e fare memoria delle Parole del Signore Ges, poi
ch Egli disse: ' beato pi donare che ricevere'" (v. 35); 3) in 1 Tim 6,2
Paolo prescrive agli stessi schiavi cristiani di continuare a servire i loro
padroni credenti, perch sono diletti di Dio, bench ricchi, quelli ai quali
gli schiavi sovvengono (antilambnomai) con i loro servigi.
Anche se la condanna sembrer esagerata ed inaccettabile, per la Rivelazione biblica Sodoma, superbia, corruzione morale, mancanza di
carit formano l'ambiente alienato da Dio e dal prossimo, che Dio non
pu tollerare a lungo, che far sparire con la violenza delfuoco. Fuoco
a Sodoma, fuoco per il "ricco epulone".
Un de, invece, contrappone adesso la descrizione "di un certo povero", ptchs, termine greco che in genere nei LXX traduce l'ebraico
'ani, o 'nav, plurale 'nvtm. Con questa semantica si vuole indicare
prevalentemente quello che esprime il verbo di partenza, ptss: uno
intimorito dalle sofferenze, dalle privazioni, uno che va a testa bassa,
timidamente mendicando. Ora, questo "povero di Dio", che si attende
tutto dal suo Signore come i 'navim dell'A.T. , rassegnato solo
davanti a Lui, identificato dal nome, al contrario del ricco lasciato
anonimo. Si chiama Lzaros. Qui la facile etimologia ebraica la radice
'zar, "aiutare", con il nome teoforico 'El- 'zar, "Dio aiut" (nome
simile 'Azar-Jh, "Aiut il Signore"). Cos si indica gi la prospettiva
finale: dove nessun uomo fratello interviene, certamente il Signore interverr a tempo ed a luogo.
676

DOMENICA 5" DI LUCA

Lazzaro "stava gettato", prostrato (un pi che perfetto da ballo) da


tempo fuori della porta "di quello", del ricco, dunque escluso da qualunque piccola porzione di cibo (v. 20), reso oltre tutto repellente dalla
malattia, era "piagato" e quindi anche escluso dalla partecipazione all'assemblea liturgica del popolo. Egli era invano desideroso di saziarsi
da quanto cadeva dalla tavola imbandita del ricco (v. 2la), le briciole e
gli avanzi che poi si gettano all'immondizia o ai cani, piuttosto che ai
poveri. lo spreco immondo che si vede ancora nei banchetti dispendiosi che ancora oggi si danno per feste e ricorrenze anche sacre, come
i matrimoni; baster visitare i saloni poco dopo che sono stati abbandonati dagli invitati sazi al di l del lecito, per vedere piatti, cibi, frutta,
dolci, vini che saranno gettati all'immondizia. I ricchi o chi si sente tale, sono sempre avari e scostanti. Non a caso, antichi manoscritti del
sec. 2 aggiungono qui, appunto, che "nessuno gliene dava alcunch".
Non solo, venivano a leccargli le ulcere i cani pietosi, gli unici esseri
creati che avessero tenerezza (v. 21b). Il tratto delle briciole ed avanzi,
e dei cani, richiama da lontano l'episodio della Donna cananea (cf.
Domenica 17a di Matted), che reclamaa tltol & cagnolini" , in cui si
riconosce insieme con la figlia straziata, di saziarsi delle briciole che
cadono dalla mensa "dei figli" del Regno (cf. Mt 15,21-28).
L'episodio della parabola adesso riguarda ancora Lazzaro e il suo
destino. Avviene secondo la sorte di tutti, che il povero muore. Allora
gli "Angeli del servizio" divino (cf. qui Le 15,10; Mt 18,10; At 12,15;
Ebr 1,13-14) lo trasportano in corteo (apophr) verso l'alto, fino nel
"Seno d'Abramo" (v. 22a). questa la splendida metafora per indicare
anzitutto la paternit d'Abramo, che raccoglie alla fine tutti i figli suoi,
figli dell'alleanza divina, della Promessa e della Benedizione ottenuta
da Cristo con la sua Croce, e che il Dono dello Spirito Santo (cf. Gai
3,13-14). In quel Seno tutti i santi e giusti e buoni godono la gioia in
eterno. Il Seno del Padre Abramo richiama ovviamente, per simboli,
anche il Seno del Padre, verso cui sta in rapporto il Dio Monogenito
(cf. Gv l,18).
Una secca nota aggiunge che ovviamente mor anche il ricco innominato, e che fu sepolto (v. 22b).
Qui si consuma la tragedia finale del ricco. La sua sepoltura di fatto
l'Ade, gli inferi, nell'abisso senza uscita e senza speranza. Qui il ricco ha il sussulto della sopravvivenza, pur stando nella situazione eguale
e contraria a quella di Lazzaro: a ciascuno, come visse sulla terra, nel
bene se nel bene, nel male se nel male. Il ricco sta nei tormenti infiniti,
bens meritati, e nella sua disperazione alza i suoi occhi verso l'alto, ma
troppo tardi. Troppo da lontano vede l'irraggiungibile Abramo, che
stringe amorevolmente Lazzaro nel suo Seno paterno (v. 23), l'unico
Seno per s capace di contenere tutti i figli di Dio. Il ricco, come si ve677

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

dr, conosceva la Scrittura, e di certo vi aveva letto che la Sapienza


aveva annunciato e minacciato i tormenti mortali per gli iniqui, ma
quello non se ne era curato. Crede che adesso sia ancora possibile
un'eccezione.
Perci grida l'urlo dell'aiuto, quell'aiuto contenuto nel nome di
Lazzaro (vedi sopra), ma nel quale quando era ora non aveva posto
mente: "Padre Abramo, sii misericordioso verso me!" Anche se per la
prima volta chiama Abramo "padre", tuttavia ancora capace di indovinare la direzione e il verbo della supplica, ele, avere misericordia, agire secondo Yleos, l'impegno di bont che il Signore ha preso
quando ha contratto l'alleanza con il suo popolo. Forse qui si ha l'unica supplica mai formulata dal ricco. La richiesta che invii la vecchia e volutamente ignorata conoscenza, Lazzaro, figlio d'Abramo,
dunque suo fratello, con un minimo di soccorso: che intinga l'estremit del dito suo in acqua, chiede una minima stilla con cui Lazzaro
dia refrigerio (katapsych) alla sua lingua. Questo verbo passato poi
in tutte le lingue liturgiche per indicare il "refrigerio" che i fedeli viventi implorano dal Signore per i loro defunti. Ora, il ricco motiva:
soffre dolori orribili (odynmai) "in questa fiamma", il fuoco inestinguibile che distrugge qualsiasi elemento creaturale (cf. Vapolsai, annullare, nel testo terrificante di Mt 10,28); egli non si ricorda che i
Profeti hanno parlato e messo in guardia contro la "fiamma inestinguibile" e divorante i malvagi (cf. Is 66,24; Zacc 14,12; e anche Mt
25,41, vedi la Domenica e\YApkreos o di Carnevale). Il ricco crede
forse ancora di trovare qualche scampo (v. 24).
Abramo il Padre sempre pieno di pazienza, e perci si degna anche di rispondere. Anzitutto in ricambio interpella con il nome di "figlio" il ricco ormai sopraffatto dalla sofferenza. Poi lo esorta a fare memoria dei troppi beni goduti (cf. Le 6,4; Giob 21,13; Sai 16,14): "tu ricevesti i beni tuoi nella vita tua" (v. 25a). Egli visse la vita "sua", incurante della vita degli "altri", e si ebbe i beni mondani "suoi", egoisticamente non spartiti con altri, e perci ormai la sua vicenda conclusa ed
esaurita per sempre, si talmente concentrata in se stessa da essere
"implosa". Invece avviene per Lazzaro il fatto eguale (homis) ma
contrario, poich ebbe solo mali (v. 25b). Questo, "allora". E per finalmente venuto il nyn, adesso: la situazione compensata perfettamente, poich Lazzaro "qui", nel Seno d'Abramo, riceve la consolazione promessa dal Signore per i suoi fedeli (parakal), il ricco invece
semplicemente sta nella pi crudele sofferenza (odynmai) (v. 25c).
La risposta qui sarebbe terminata. Ma Abramo in eterno il Padre,
che si rivolge pur sempre ad un suo "figlio", che non cessa di essere tale
bench adesso sia perduto. E spiega che un chsma mga, il caos ingente, il "vuoto" impenetrabile si pone quale diaframma inesorabile "in
678

DOMENICA 5" DI LUCA

tutto questo", ossia tra la consolazione eterna e la pena del fuoco, "tra
noi e voi". E tale caos fu reso stabile (striz) dalla divina Disposizione, al fine che perfino se lo volesse uno non pu discendere dalla beatitudine verso la rovina finale. Tanto meno un dannato pu risalire verso
la Comunione stabilita tra i beati (v. 26). In realt, il defluire della Grazia divina dall'alto verso gli uomini avvenne sempre, nell'esistenza degli uomini, e tra questi avrebbe dovuto stabilirsi lo scambio fraterno
che avrebbe avuto conseguenze salvifiche (v. 26). Abramo, che la figura del Signore Sovrano, il Padre, qui vuole insegnarci proprio questo: che ilptchs, il 'ani, si attende come "povero di Dio" tutto e solo
da Dio, ma Dio precisamente dona il "povero" al "ricco" affinch questi veda in quello il "figlio d'Abramo", e si senta egli stesso "figlio
d'Abramo", e comunichi nella carit (vedi Mt 25,31-46, Domenica della
Apkreos).
Il ricco soffre troppo, per. E non si rassegna al suo destino segnato
per sempre. Ha ancora un ultimo moto umano, ancora animato dall'amore fraterno. Di nuovo invoca Abramo come "Padre", e gli rivolge un'invocazione suprema: "ti chiedo allora", comprendendo che per
lui finita. E l'oggetto in fondo molto bello: che Lazzaro sia inviato
alla "casa del padre suo", espressione semitica, che vuoi dire la casata
estesa, ai parenti (v. 27). In questa casa stanno cinque fratelli, tutti ricchi come lo fu lui, tutti dissipati come lo fu lui, tutti inconsapevoli come lo fu lui. Lazzaro dovrebbe rendere testimonianza a questi "cinque", il numero simbolico che indica pienezza e totalit (alludendo
dunque a tutti gli uomini, figli di un "padre" altro, che non si riconoscono nel Padre Abramo fino in fondo). E quelli, vedendo uno spirito,
un fantasma, un risorto come Lazzaro, il povero che forse avevano visto affamato e piagato anche presso le porte delle loro case ma ignorandolo, smettano la loro vita perduta, si spaventino, "non vengano in
questo luogo di tortura" (v. 28).
La risposta del Padre Abramo il centro di tutta YOikonomia divina
della salvezza:
Essi possiedono Mos ed i Profeti,
ascoltino loro! (v. 29).
Noi possediamo le Sante Scritture, Mos (il Pentateuco, la Trh-Legge), i "Profeti" (tutto il resto dell'A.T.). Vedi qui Le 24,27.44. Dobbiamo "ascoltare, ako", ossia, secondo il senso biblico, obbedire, mettere in pratica. Ora, proprio in Mos sta il precetto: "Amerai il prossimo
tuo come te stesso", di Lev 19,18. E proprio nei Profeti infinite volte si
riproclama e si rilancia e si esplicita questo precetto d'oro, perch salvifico, e qui baster citare un grande testo, emblematico:
679

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

Rompete le catene della malvagit,


sciogliete le corde del giogo,
rimandate liberi gli oppressi
e frantumate ogni giogo!
Spezza il pane tuo all'affamato,
e i poveri raminghi conduci a casa tua,
quando vedi uno nudo, rivestilo,
e non ritrarti da chi la carne tua!
Allora eromper quale alba la luce tua,
e la tua guarigione verr all'istante,
ti preceder la tua giustizia/carit
e la Gloria del Signore ti investir!
Allora tu chiamerai, ed il Signore ti risponder:
tu griderai, ed Egli parler:
Eccomi!
Prodiga te stesso all'affamato e sazia chi ha fame...
e tu sarai come un giardino irrigato,
come una fonte d'acqua perenne! (Is 58,6b-9a.l0a.llb).
Ma il ricco non ha fiducia nella potenza della Parola divina, n nella
fede che sorge dall'ascolto, dunque non si fida di Dio n degli uomini,
e torna a chiedere per la terza volta, insistendo: "No, Padre Abramo!"
Gli resta la speranza nella paternit divina, quella che non volle conoscere nella vita terrena. La richiesta bissa quella di prima: i viventi certo
"si convertiranno", faranno penitenza, si pentiranno, vorranno riparare
(metano ha questi significati, ed altri simili), se avranno la visita
concreta, visibile e palpabile, di "uno (proveniente) dai morti". Uno
che non sia "dei morti", n dei mortali, ma sia un vivente ormai immortale, del mondo dei salvati e beati (v. 30).
La risposta ultima d'Abramo va strettamente unita a quella del v. 29,
e cos il v. 31, che conclude la parabola, deve essere prospettato insieme con quello:
Essi possiedono Mos ed i Profeti.
Ascoltino loro! (v. 29).
Se Mos ed i Profeti non ascoltano,
neppure se uno risorge dai morti saranno convinti! (v. 31).
Nessun prodigio, nessun miracolo, nessun'"altra" rivelazione, nessuna apparizione, nessun messaggio. Invece l'et moderna sembra piena
solo di questo cascame di vita spirituale del tutto aliena dalla Tradizione. Nessun fatto come questi mai, sulla via della metnoia, della
conversione del cuore a se stessi, al prossimo, al mondo creato, a Dio,
680

DOMENICA 5' DI LUCA

potr sostituire la Santa Scrittura di Mos e dei Profeti. Occorre anzitutto e soprattutto, e forse solo, ascoltare e mettere in pratica la Volont
divina. E qui, in questa parabola, quello che la Volont del Padre nostro
vuole da noi per i "Lazzari fratelli nostri". Chi sono questi Lazzari?
Forse, chi meno crediamo, forse proprio i "ricchi scemi" di ogni giorno, a cui non arrivano Mos ed i Profeti, dunque i "poverissimi tra i poveri", come aveva ben compreso la Chiesa degli Apostoli che and con
l'Evangelo, il Pane che cura ogni ulcera, dai pi poveri, i pagani. E cos
la Chiesa missionaria nei secoli. Oggi la missione apostolica sta anche
dentro casa, presso i "fratelli" atei ed ateisti militanti, proprio mentre
ancora esistono le "nazioni" a cui l'Evangelo non giunge.
Se si ascoltano Mos ed i Profeti, non occorre scomodare Lazzaro,
poich tra breve tempo tutti staremo con lui nel Seno del Padre.
Non occorre invocare che "venga uno dai morti".
Non occorre, Dio ne salvi!, invocare che addirittura ci appaia Cristo
Signore Risorto per convincerci ad "ascoltare le Sante Scritture". Noi
Lo vogliamo, ma intanto ascoltiamo le sue Scritture. E Lo invochiamo:
"Vieni, Signore!" spinti dallo Spirito Santo (cf. Ap 22,17). Ed Egli risponde: "S! Vengo presto!" (Ap 22,20) per stare con noi, non per convincerci a leggere le Scritture, che gi dobbiamo conoscere. E gli Apostoli stessi che Lo videro risorto, ebbero subito fede in Lui, e si convertirono? Non sembra. Dovette prima venire lo Spirito di Pentecoste, e
cos compresero le Scritture.
Ecco perch il Signore Risorto invit una volta per sempre a leggere
Mos e i Profeti: Le 24,25-27 e 44-49. Ed a pregare i Salmi: Le 24,44c.
L si svolge la Grazia della conversione, di l parte l'amore verso i fratelli, i figli dell'Unico Padre nostro che noi amiamo pi di noi stessi.
folgorante, qui, il nesso indissolubile con la "Parola della semina"
della Domenica precedente.
6.Megalinario
Della Domenica.
7.Koindnikn
Della Domenica.

681

DOMENICA 23a DOPO PENTECOSTE 6a


di Luca
"Su colui che conteneva la legione"
Le rubriche avvertono che l'Evangelo di questa Domenica si proclama solo se essa cade tra il 30 ottobre ed il 5 novembre. Se cade tra il 23
e il 26 ottobre, sostituito dall'Evangelo della Domenica 7\ e la Domenica che segue questa, dunque tra il 30 ottobre e il 2 novembre, si
legge quello di questa Domenica 6a.
Se questa Domenica cade trail 20 e il 22 ottobre, silegge l'Evangelo della Domenica 7a> domenica seguente, tra il 21-29 dtfobre, si legge
l'Evangelo della Domenica 8a, e la Domenica ancora seguente tra il 3 e
il 5 novembre si legge l'Evangelo di questa 6a Domenica.
1. Antifone
Della Domenica, o i Typikd e i Makarismi.
2. Eisodikn
Della Domenica.
3. Tropari
1)Apolytikion anastdsimon, del Tono occorrente.
2)Apolytikion del Santo titolare della chiesa.
3)Kontkion: Prostasia tn christiann.
4. Apstolos
a) Prokimenon: Sai 27,9.1, "Supplicaindividuale".
Vedi Domenica T di Pasqua e 1T
b)Efes 2,4-10
In questo cap. 2 Paolo espone il grande argomento della salvezza divina gratuita, tracciando la "teologia della storia" che comincia la sua
attuazione positiva a partire dall'iniziazione battesimale. Il suo schema
di una semplicit sconcertante, basandosi su due particelle temporali:
pot, una volta, nyn, adesso. Nei vv. 1-3 infatti l'Apostolo espone anzitutto come "una volta" erano gli Efesini, ossia i pagani, che nella ripresa
dei vv. 11-12, con note molto negative, definisce "senza Cristo", senza
speranza, "atei in questo mondo", unica volta che la Scrittura riporta il
terribile termine theoi.
La pericope segue il v. 3 che terminava con l'altra celebre definizione dei pagani, delle "nazioni": "voi eravate per natura figli dell'ira" di682

DOMENICA 6 DI LUCA

vina. La terminologia viene dall'A.T., e non indica affatto un Dio irritabile e dunque furiosamente adirato, tanto da creare i figli suoi, la sua
"immagine e somiglianz", come "figli dell'ira" distruttiva. In realt,
Dio l'immensamente sconfinatamente perdutamente Misericordioso.
Ma gli uomini con il loro atteggiamento indurito dal peccato antico ed
attuale, si pongono in situazione tale da meritarsi la punizione. E questa, va insistito, non viene affatto dal Dio Buono, bens se la procurano
con ogni mezzo gli uomini stessi. Essi quindi fattisi punizione a se stessi, essi, rovina a se stessi.
Ma proprio qui Paolo interviene, ribadendo quello che proclama dall'A.T. al N.T., dalla Genesi ali'Apocalisse, la Santa Scrittura: in realt
Dio proprio Colui che sussiste (ho ri) come il Ricco di leos, la Misericordia, che ormai il comportamento costante di Lui dopo l'alleanza; torna il motivo al v. 7; gi in Rom 2,4; di nuovo in Tit 3,5. Anzi,
Egli si mostra come Colui che "am" (agap, in aoristo, che indica
l'avvenuto una volta per sempre, in modo fedele ed irreversibile) gli
uomini con amore, agape, molto, eccessivo, e non per i meriti di essi
(v. 4). Anzi, proprio quando erano morti per le loro prevaricazioni.
Questo l'"allora", il tempo perduto per gli uomini, ma non per Dio.
Perch Egli "adesso", e senza possibilit di merito o acquisto o guadagno umano, per pura Grazia di salvezza, li "con-vivific"
(synzopoi) con Cristo (v. 5), e li "con-resuscit (synegir)", e li
"co-intronizz (synkathiz)" nei cieli altissimi "nel Cristo Ges" (v. 6).
Sopra, per Y Apstolos della Domenica 4a di Luca, si mostrato il si-gnificato
straordinario dei verbi paolini composti con la particella syn, "insieme
con", e se ne dato un quadro operativo e teologico. straordinario il
senso di tutti questi verbi, e qui tutti e tre quelli usati indicano la vita e
la gloria donate dal Padre agli uomini "con, in" e perci mediante il
Figlio: dal Figlio infatti tutta l'opera cos difficile, dolorosa, sempre
drammatica per colpa degli uomini, avviene a partire dalla Carit divina
del Padre, che esiste non "adesso", ma dall'eternit del suo Disegno.
Essa opera in atto continuo nel Figlio, e si conclude con il Dono
inconsumabile dello Spirito Santo. Il quale vivific e resuscit Cristo,
Lo glorific, Lo intronizz alla Destra del Padre. Cos Paolo esplicita
anche da questa parte la grande legge della salvezza, che aveva
enunciato pi volte: "quanto il Padre oper per il Figlio, il medesimo
con il medesimo Spirito opera anche per gli uomini": Rom 8,11; e gi
1 Cor 6,14; 2 Cor 4,14, e di nuovo in Rom 6,5.8. Da quest'ultima
citazione, che vale come interpretazione del tema, si evince che tale
opera "per noi uomini e per la nostra salvezza" avviene sempre a partire
dal fatto dell'iniziazione battesimale.
Al v. 7 Paolo ne da la motivazione ed il fine. Tutta 1'"eccessiva carit" divina vuole infatti mostrare (endiknymi, qui in congiuntivo aori683

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

sto medio) per le et sopravvenienti 1'"eccessiva ricchezza" (hyperbdllon plotos, dove il verbo hyperbdll, come in 1,19, indica la trascendenza, l'eminenza, l'eccellenza al di l di ogni considerazione umana)
della Grazia sua, la chdris. Questo termine nell'A.T. traduce per lo pi
il sostantivo hn, che viene dalla radice hnan, "favorire secondo clemenza", avere tenera compassione, donare largamente la clemenza,
"graziare" qualcuno non meritevole o colpevole. Nel N.T. il hen-chdris
si colora di una sfumatura decisiva: chdris il dono della clemenza,
che resta in colui che l'esperimenta da Dio, e ne riceve un'"impronta",
una forma, un'esistenza nuova. A guardare da vicino, una comunicazione divina, in un certo senso Dio imprime la sua propria forma nell'uomo "graziato", lo trasfigura arricchendolo all'infinito. E questo comunicarsi divino lo Spirito Santo, che come Grazia increata procede
dal Padre ma acquisita per gli uomini dal Figlio morto e risorto. Si
pensi qui alla nuova "forma" assunta dalla Theotkos, che neVaspasms di Gabriele Arcangelo invitto, "la kecharitomn". Questo perfetto passivo un participio "permansivo", che indica una qualit che
non passa pi, da charit. imbarazzante tradurlo con un unico termine, poich significa insieme: Colei che consegu da adesso e per
sempre (da adesso come notificazione, ma dall'eternit secondo il Disegno divino) la "Grazia", il tenero amore divino; Colei ormai ornata di
Grazia cumulata su Lei dall'Amore speciale e singolare del Padre; Colei che contrassegnata dalla bellezza e dalla gioia Chdire, Gioisci!,
precisamente Yaspasms (Le 1,28) della divina Grazia trasformante; Colei che la diletta adornata di ogni Dono divino. In una parola:
Colei che (il perfetto greco) dal primo istante della sua nascita santa
gi stata riempita di Spirito Santo.
Il filo del discorso paolino corre cos: l'esagerata Ricchezza della
Grazia dello Spirito sui fedeli si configura come la "Bont su noi". Essa dal Padre mediante Cristo, ma perennemente "in Cristo Ges", sta su
noi. Anche il termine chrestts raggiunge il suo senso vero, lo Spirito
Santo, Spirito Tuttosanto e Buono e Vivificante, Spirito del Padre e del
Figlio, ma finalmente, adesso, "Spirito anche tutto nostro" (v. 7).
Il v. 8 ripete e ribadisce l'assoluto Gratuito divino gi annunciato al
v. 5: per sola Grazia i fedeli gi sono stati salvati (sz, al participio
perfetto), ma con lo strumento indispensabile, la fede. Questa l'adesione a Cristo, la quale apre al Dono. Il che non pu mai avvenire "ex
hymn", da voi, con le vostre sole forze. Il Dono di Dio non viene da
"opere" che possano meritare, opere che non esistono. E qui Paolo
duro: cos che nessuno possa vantarsi di salvarsi da solo (v. 9). Le opere,
come gi si detto, dovranno doverosamente seguire la fede, per
renderla effettiva, "operante in forza della carit" ricevuta (cf. gi Gai
5,6, diverse volte richiamato).
684

DOMENICA 6" DI LUCA

Ed ecco la conseguenza: noi siamo "la fattura (pima)", la creazione del Padre, il Creatore Buono, che ci cre (ktiz) "nel Cristo Ges"
(cf. 1 Cor 1,29) in vista precisamente delle "opere bune". Per esse noi
siamo stati "pre-preparati (proetoimaz, si noti che hetoimz gi da
solo indica "preparare", e qui si aggiunge la particellapro- che rende il
verbo pi pregnante) da Dio stesso, al fine che Egli rivel: in esse noi
dobbiamo "procedere" (peripat), comportarci, da adesso e per sempre (v. 10).
La "teologia della storia" completa: una volta gli uomini erano rovinati e perduti; adesso hanno ricevuto la Grazia dello Spirito Santo, e
nella fede debbono svolgere l'intera loro esistenza redenta e santificata
nella carit verso se stessi, verso il prossimo, verso Dio.
5. EVANGELO
a) Alleluia: Sai 90,1.2, "Salmo didattico sapienziale".
Vedi l'Alleluia della Domenica T e 15"diMatteo.
b) Le 8,26-39
La pericope narra nella redazione lucana la guarigione dell'indemoniato di Gerasa, che la sinossi evangelica presenta cos: Mt 8,28-34; Le
8,26-39; Me 5,1-20. Il testo matteano fu commentato nella Domenica 5 a
di Matteo, al quale si rimanda. Della redazione lucana si evidenziano
qui alcuni elementi assenti in Matteo.
L'episodio sta tra due "segni" potenti del Signore, due grandi "opere
del Regno", ossia la tempesta sedata {Le 8,22-25), e la resurrezione
della figlia di Giairo, il capo della sinagoga: in ci si intervalla la guarigione della donna emorroissa {Le 8,40-56).
Battezzato dallo Spirito Santo al Giordano, il Signore sta dunque
sempre attuando il suo divino Programma per gli uomini, annunciando
l'Evangelo con la sua dottrina, e operando le "opere del Regno", che
strappa al "regno del Male" personificato, del Maligno, guarendo i malati, liberando dai demoni, resuscitando i morti, moltiplicando il cibo
(cf. Le 9,12-17), placando la creazione che si presenta spesso ostile agli
uomini (la tempesta sedata). Ma qui proprio uno dei "segni" miracolosi
del Signore Battezzato la liberazione degli uomini dalla tirannia di satana, che anche la restituzione dei guariti al consorzio umano, e soprattutto all'assemblea liturgica del popolo di Dio.
Il Signore (vedi lo schema di Luca, Parte I) approda sulla riva orientale
Geraseni (vedi nella Don e l la regioned e
"che sta di fronte alla Galilea" (v. 26). Nello sbarcare a terra, si fa incontro un uomo "della citt", non precisata. Egli "possiede i demoni".
685

del lago di Gennesaret, nella regione dei Geraseni (vedi nella Do-
o di Matteo la discussione per questo nome); la precisazione e

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

Da tempo vive nudo. E non in una casa, bens nei sepolcri vuoti (v. 27).
Tre note terribili, di cui la prima, la possessione diabolica, la peggiore;
ma le altre due che la precisano danno un colore sinistro alla situazione.
Infatti la nudit per un Ebreo la massima vergogna. E si pensi qui che
Ges sulla Croce santa fu posto nella completa nudit dei condannati,
privi di ogni diritto e di ogni dignit umana. Nell'A.T. "scoprire le
vergogne" di un'altra persona, uomo o donna, una delle massime
abiezioni, condannate drasticamente (cf. qui solo Lev 18,6-19). E il Signore quando preannuncia la condanna di un popolo, fosse pure il
"suo" popolo, simbolicamente minaccia che "scoprir le sue vergogne"
in faccia a tutto il mondo; baster qui qualche esempio; la minaccia per
Ninive, il terribile nemico assiro (Nah 3,5); per il pi terribile tra tutti i
nemici, Babilonia (Is 47,2); per la stessa Sposa diletta che fu adultera, il
popolo di Dio (Ez 16,37). Quanto al vivere tra i sepolcri, a contatto con
la corruzione della morte, con le ossa dei morti che sono causa di massima impurit levitica, significa addirittura escludersi dal popolo santo,
anticipare la propria morte; la legislazione era severa, come si vede in
Lev 21,1, la proibizione generale di toccare un cadavere; 22,4, in specie
per un sacerdote; Num 5,2 e 31,19 comminano che l'impuro stia fuori
dell'accampamento; 19,3 prescrive la recisione dal popolo; 9,6, l'impuro
non pu celebrare la pasqua; 19,11, l'impuro rester 7 giorni fuori dal
consorzio umano, poi dovr purificarsi.
Si rilegga in tale contesto il Tropario della Resurrezione, che canta:
"Cristo resuscit dai morti, con la Morte diede morte alla morte, e a
quanti stavano nei sepolcri (en tis mnmasi, espressione tratta proprio
da Le 8,2) don la Vita". Dunque la Vita divina investe i peccatori, che
giacciono nel massimo grado di impurit, quella della morte meritata.
Va appena richiamato che ogni genere di impurit il fatale diaframma che separa dal Dio Vita, il Santo, e che tale diaframma distrutto solo dall'operazione divina.
L'indemoniato scorge Ges, grida disperatamente, si getta ai suoi
piedi e con urla potenti lo mette in guardia: "Che tra me e Te, Ges, Figlio di Dio l'Altissimo?" L'espressione significa circa questo: tra me e
Te non esiste, o ancora non esiste materia di contesa. E prosegue: "Ti
prego, non mi tormentare!" (v. 28). Chi parla mediante la povera bocca
dell'uomo posseduto la potenza maligna. La quale intelligente, sa
che Ges, il Figlio di Dio, l'Altissimo, venuto proprio a combatterlo
ed a depredarlo di ogni suo potere, quindi cerca di conciliarselo, in fondo con un inganno ingenuo, poich Ges aveva gi lanciato il suo esorcismo infallibile: Esci via da quest'uomo! (v. 29a).
Segue la descrizione della terrificante situazione del povero ossesso.
I parenti avevano cercato di aiutarlo e tutelarlo, anche per di proteggersi con catene alle mani ed ai piedi di lui, ma questo infrangeva ogni
686

DOMENICA 6" DI LUCA

vincolo, e spinto dal demonio fuggiva per luoghi deserti (v. 29b). E si
sa che i demoni amano spesso perseguitare chi abita o passa per il deserto. Ges ne fu la vittima pi illustre (cf. Le 4,1-13), ma anche l'Unico Vittorioso. La vita dei Padri monastici qui istruttiva.
Viene una scena che non priva di umorismo. Ges conosce tutto. E
naturalmente i demoni, con cui si era incontrato sia nel deserto, sia per
liberarne gli uomini. E fa fnta di chiedergli il nome. La risposta singolare "legione", ossia un numero alto in s, ma quadrato, potente, aggressivo e spregiudicato, proprio come erano le legioni romane. Tutta
questa legione ha invaso quel povero uomo tormentato (v. 30).
Adesso i demoni smentiscono quel "Che tra me e Te?", e terrorizzati
10implorano "invocandolo" (parakalo) di non essere costretti dal suo
comando potente a risprofondarsi nell'abisso. questo il luogo della
massima lontananza dall'"Altissimo". il luogo della tenebra impene
trabile, quando al contrario Dio "la Luce". Il luogo della morte, men
tre Dio "la Vita" (v. 31).
Ges gioca con essi, che gli chiedono di invadere una mandra numerosa di porci che pascolavano sulla montagna. La zona dunque, bench
parte della Palestina, non abitata da Ebrei osservanti, per i quali il
porco uno degli animali impuri, e quindi proibiti (cf. Lev 11,7). I demoni sono impuri per definizione. Essi amano l'impurit. il loro regno. Se ne pascono, e la usano per portare gli uomini alla rovina. Ges
11 accontenta (v. 32).
Il gioco che Ges contestualmente libera il povero indemoniato, e
fa s che la mandra dei porci, assalita da quella folla di demoni terrorizzati, precipiti proprio dove questi non volevano, nel "mare", simbolo
dell'abisso di morte, anche per i poveri animali innocenti (v. 33).
I porcari assistono impotenti alla scena, senza comprenderla, e non
possono che scappare a riferire il fatto "alla citt e nelle campagne" (v.
34). Di qui accorrono le folle. Vedono Ges e il malato ormai recuperato,
ossia "vestito e rinsavito", non solo, ma che ai piedi di Ges Lo
ascoltava. Le folle ne hanno paura (v. 35), perch altri testimoni avevano riferito i fatti: la salvezza dell'indemoniato (v. 36). Perci i buoni cittadini e i villici dell'intera zona dei Geraseni, invasi dal terrore, pregano
Ges di andare via da loro. Ges non replica, risale sulla nave e torna
alla riva occidentale del lago, per continuare la sua missione (v. 37).
La conclusione dell'episodio significativa. Il guarito chiede di restare con Ges, di seguirlo, di farsi suo discepolo, affascinato sia dal
fatto accadutogli, sia dalla sua parola. Ma Ges lo rinvia (v. 38), incaricandolo di una missione importante: tornare a casa, dai suoi, e largamente narrare (digomai) l'operato di Dio. E quello docilmente obbedisce, non solo verso la casa sua, ma.per tutta la citt, "predicando"
(kryss, verbo tecnico dell'E vangelo) l'operato di Ges (v. 39). Egli
687

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

dunque ha compreso che il Regno di Dio, che si avanza via via che i
demoni sono espulsi, opera di Ges. E infatti non molto dopo Ges
stesso spiegher a gente tenacemente inconvincibile:
Ma se Io espello i demoni con // Dito di Dio,
dunque giunse ormai tra voi il Regno di Dio (Le 11,20).
Ora, il parallelo di Mt 12,20 dice:
Ma se nello Spirito di Dio Io espello i demoni,
allora giunse su voi il Regno di Dio.
La grazia della guarigione aveva aperto gli occhi del cuore al povero
indemoniato sanato. Cos questo percorre la regione procurando che
chi ascolta le opere di Ges glorifichi Dio nel suo Regno.
La Chiesa dona la medesima grazia con il santo e trasformante rito
dell'iniziazione battesimale. I fedeli "illuminati" (phtizmenoi, phtistntes) debbono tenere gli occhi aperti sulla loro condizione di liberazione dai demoni, e quindi sulla gloria del Regno.
L'episodio deve aiutarci anche a riconsiderare oggi la gravissima
esplosione (improvvisa, o preparata da molto tempo?) del satanismo,
dei culti terrificanti resi al Maligno, nella sola curiosit relativa, folcloristica, dell'opinione pubblica, che non si rende conto del danno immane prodotto nelle anime.
7.Megalinario
Della Domenica.
8.Koinnikn
Della Domenica.

DOMENICA 24a DOPO PENTECOSTE


Tdi Luca "Sulla figlia del capo della
sinagoga"
1. Antifone
Della Domenica, o i Typik e i Makarismi.
2. Eisodikn
Della Domenica.
3. Tropari
1) Apolytikion anastdsimon, del Tono occorrente.
2) Apolytikion del Santo titolare della Chiesa.
3) Kontkion: Prostasia tn christiann.
4. Apstolos
a) Prokimenon: Sai 28,11.1 "Inno di lode" di .
il Prokimenon della Domenica 8a e 16a
b)Efes 2,14-22
In stretta sequela e connessione con VApstolos della Domenica
precedente, Paolo prosegue tracciando ancora la "teologia della storia",
con il pot, "una volta", allora, un tempo che non esiste pi, e con il
nyni, "adesso", il tempo attuale che scorre sicuro e pieno di doni. Infatti
i suoi fedeli "allora" erano lontani da Cristo Signore, "nazioni secondo
la carne" nel senso peccaminoso di un'esistenza bassa, fuori del popolo
di Dio, Israele, con la sua santa alleanza, estranei a questa alleanza con
le sue promesse, "non aventi speranza" e dunque fuori di ogni prospettiva di vivere, e finalmente "atei", senza il Dio Vivente e Vero (vv. 1112; cf. anche 1 Tess 1,9-10). I medesimi fedeli "adesso" sono diventati
vicini a Dio in forza del Sangue di Cristo (v. 13).
Si richiama qui quanto detto a proposito del valore e della funzione del tutto singolare che il "sangue" della vittima occupa nella vi suale teologica biblica. Infatti globalmente si pu schematizzare il
materiale almeno secondo i dinamismi che seguono: a) funzione catartica, o purificatrice (peccati, colpe, etc.); b) funzione apotropaica,
o protettiva dal male o dai nemici; e) funzione zoopoietica, o vitalizzante; d) funzione ilastica, o propiziante il favore; e) funzione katallagmatica, o riconciliatrice; f) funzione koinopoietica, o di porre in
comunione con Dio.
689

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

Al v. 13 la frase di chiusura dice: "adesso, nyni, in Cristo Ges voi


quelli che allora, pot, sussistevate lontano diveniste vicino nel/con il
Sangue di Cristo".
Adesso pu procedere l'argomentazione, con la prima affermazione:
"Egli Cristo la pace nostra". La realt portata dal termine ern,
pace, molto pi ampia del concetto negativo di "assenza di guerra",
poich risale grosso modo allo slm biblico dell'A.T. La definizione di
quest'ultimo termine deve partire dal generale e scendere al particolare:
la condizione gratuitamente donata dal Signore, per cui "a tutti donato
tutto, tutti hanno tutto, a nessuno alcunch manca". Di passaggio, si pu
applicare questo al Regno, alla vita eterna e beata. Nel particolare, la "pace" cos indica anche l'aspetto terreno. Dove nella quiete e nel riposo il
fedele vive nel suo gruppo naturale, anzitutto la famiglia, poi la "grande
famiglia", che la parentela pi estesa, poi il gruppo delle "grandi famiglie", poi i gruppi di queste che formano la sotto-trib, quindi nella propria trib, e finalmente come complesso delle 12 trib, il popolo santo. In
tale contesto, ciascuno e tutti sviluppano le loro doti, e si realizzano nella
pienezza, nella prosperit, nella bont. Qui interviene per il Disegno divino, che pone il popolo santo come propagatore di "questa" pace tra i
popoli. la "missione permanente" tra le nazioni.
In termini di attuazione del N.T., Cristo "Pace nostra" si mostra in
opera la sera stessa della Resurrezione, quando viene ai suoi e proclama su essi il "Pace a voi", soffiando contestualmente su essi lo Spirito
Santo, ed inviandoli in missione a portare la "remissione dei peccati",
che la Pace ed lo Spirito Santo (cf. Gv 20,19-23; e la Domenica delVAntipscha, o di S. Tommaso). Si ha qui la realizzazione messianica
della promessa di pace, che il Signore dispone sia portata dal suo Re
consacrato: Sai 71,1. Da un'altra direzione concorda la Profezia, quando il Dominatore d'Israele, nato a Betlemme, atteso dai secoli eterni,
raduner il popolo del suo Signore, lo pascer nella Potenza divina e
nel Nome divino, "e sar Egli la Pace" (Mich 5,5, ma cf. vv. 1-5).
E per il testo principale, emblematico tra tanti dell'A.T., qui l'immensa profezia, che determiner perfino il linguaggio del N.T. in quello
che il significato ultimo di Euagglion, Is 52,7, che vale la pena di
riportare ancora una volta, in una traduzione molto letterale prima dall'ebraico e poi dal greco:
Come belli sui monti i passi dell'evangelizzatore (mbassr),
che fa udire (santa ') lo slm,
evangelizzante (mbassr) il bene (tpb),
che fa udire (sma ') la salvezza (js 'ah),
parlando:
"Regn il Dio tuo!",
690

DOMENICA 7" DI LUCA

Quale bellezza sui monti!


Come i passi dell'evangelizzante (euaggelizmenos) l'ascolto (ako)
di Pace (eirn),
come l'evangelizzante (euaggelizmenos) i Beni (agath), poich Io
render ascoltatale (akoust) la Salvezza (seteria) tua, parlando a
Sion: "Regner il Dio tuo ! "
Isaia pone per sempre il vocabolario meraviglioso: l'ascolto (ako),
l'evangelizzatore (euaggelizmenos) la Pace (eirn), i Beni messianici
(td agath), la Salvezza (stria). Il N.T. user solo questo linguaggio.
La Pace, eirn, che Cristo, insieme i Beni, la Salvezza, "l'Evangelo" che si dovr ascoltare, termine che riassume tutto nella realt
divina che il Regno. Cristo il Regno con lo Spirito Santo (Mt 12,28;
Le 11,20). Egli l'"Inizio dell'Evangelo" (Me 1,1). Egli dunque la
Pace del Regno, che porta i Beni e la Salvezza, Opera e Tesoro dello
Spirito Santo.
Era necessario ripresentare questo lungo preambolo per far comprendere, ai fini della pericope da commentare, che straordinaria l'inserzione dell'eirn, "la pace", tra le realt salvifiche gi riccamente e
generosamente promesse nell'A.T., e finalmente attuate in Cristo Signore nostro. La "pace" anche "riconciliazione", termine che verr in
seguito, e proviene in via diretta dalla potenza operante del Sangue di
Cristo (cf. ancora il v. 13).
Di qui, Paolo prosegue la sua argomentazione nei vv. 14-16. un
periodo prettamente paolino, ossia "denso e pressato", al modo semitico, con un inseguirsi di frasi che sollecitano l'una l'altra, quasi senza
respirare, si richiamano, si riprendono e si esplicitano; qui il gioco dei
verbi singolare, con soli 3 verbi "finiti" e ben 5 verbi "infiniti" (participi, di cui 4 all'aoristo puntuale storico). Si deve dunque avere qui sotto gli occhi una traduzione letterale:
14. Egli infatti la pace (eirn) nostra,
Egli avendo fatto di ambe le realt l'unica
e il muro mediano dell'ostruzione avendo sciolto,
l'inimicizia, nella carne sua,
15. la legge dei precetti nei decreti avendo reso inoperante,
affinch i due fondasse in se stesso,
nell'unico Nuovo Uomo,
facendo la pace (eirn),
16. e riconciliasse ambedue nell'unico corpo con Dio
mediante la Croce,
avendo ucciso l'inimicizia in se stesso.
691

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

La "pace" nel Sangue della Croce va letta dunque nella visuale della
purificazione, della protezione, della vitalizzazione, della funzione propiziatrice, della riconciliazione, del porre in comunione sia con Dio, sia
tra gli uomini, come si vide sopra. In questo senso Cristo Signore "nostro" "la Pace nostra", ed anche questo si vide sopra. L'opera con cui
si pone ormai solo Lui come "la Pace", mostrata da quanto segue.
La situazione degli uomini alla Venuta del Figlio di Dio era tragica,
essendo quelli divisi in due frazioni, hoi ampliatemi, alienati, separati,
ostili, viventi Ychthra, l'inimicizia mortale. Si pensi alla lotta delle
nazioni: Egiziani, Cananei, Filistei, Assiri, Babilonesi, Persiani, Siroellenisti, Romani ed altri contro il popolo di Dio, sempre tentato di restituire la medesima inimicizia. Il segno di questo era la parete di separazione che nel tempio di Gerusalemme divideva, sotto pena di morte
per i violatori, 1'"atrio dei pagani" dall'interno del santuario, misura riconosciuta perfino dai pesanti dominatori che erano i Romani. Tale
muro stato ormai "sciolto", ly (al participio aoristo puntuale), ossia
distrutto sul piano che conta, quello spirituale. I commentatori in genere
qui pensano al "velo del tempio" squarciato alla morte del Signore
(cf. Mt 27,51, e par.), per cui la divina Presenza ormai pu estendersi
anche fuori del santuario. Tra Israele e le nazioni pagane in Cristo deve
regnare "la pace". Le due "parti", t amphtera, diventano "unica
realt", neutro hn. Paolo torna su questo motivo molte volte, come gi
in Gai 5,6; 6,15; Col 1,21 con il tipico "una volta... adesso"; e vi unisce
l'effetto della Croce {Gai 3,28; Col 2,14).
Egli per riconduce tutto all'inizio della vita di fede, che il battesimo, in testi come quelli che seguono, nella loro successione cronologica:
Tutti infatti siete figli di Dio
mediante la fede in Cristo Ges:
quanti infatti in Cristo foste battezzati,
di Cristo vi rivestiste.
Non esiste Ebreo n Greco,
non esiste schiavo n libero,
non esiste maschio n femmina:
tutti infatti voi "unico (uomo)" siete in Cristo Ges.
Se poi voi di Cristo (siete),
allora seme d'Abramo siete,
secondo la Promessa eredi (siete) {Gai 3,26-29);
Parla infatti la Scrittura:
"Ognuno credente in Lui, non sar confuso" {Is 28,16). Non
esiste perci distinzione di Ebreo e di Greco, infatti il
Medesimo il Signore di tutti,
692

DOMENICA 7" DI LUCA

ricco in tutti quelli che Lo invocano:


"Ognuno perci che invocher il Nome del Signore,
sar salvato" (Gioel 3,5) (Rom 10,11-13);
Non mentitevi reciprocamente,
essendovi spogliati del vecchio uomo con le sue operazioni,
ed essendovi rivestiti di quello nuovo, quello rinnovato
per la cognizione secondo l'icona del Creatore di lui (l'uomo),
dove non esiste Greco n Ebreo,
circoncisione n prepuzio,
barbaro, Scita,
schiavo, libero,
ma (ormai esiste) il tutto,
ed in tutti Cristo (Col 3,9-11).
H malefico muro divisorio e discriminatorio abbattuto in ogni direzione: religiosa (Ebreo, Greco; circoncisione, prepuzio), sociale (schiavo, libero), di sessi (maschio, femmina), culturale (barbaro, Scita). Esiste ormai la realt nuova: l'eredit d'Abramo che la Promessa, lo Spirito Santo (Gai 3,13-14); l'"unico uomo", quello nuovo, rinnovato dal
battesimo; l'unico culto nell'invocazione salvifica del Nome che accoglie tutti; l'unico battesimo senza pi segni esterni; l'unico "popolo di
popoli". Ecco il quadro: "l'accoglienza reciproca nella carit, lo zelo di
conservare l'unit dello Spirito nel vincolo della pace: l'unico corpo e
l'Unico Spirito, come chiamati nell'unica speranza della vocazione,
l'Unico Signore, l'unica fede, l'unico battesimo, l'Unico Dio e Padre di
tutti, il quale sta sopra tutto e attraverso tutti ed in tutti" (cf. Efes 4,3-6).
Al fine di ottenere questo, il Signore distrusse Ychthra, l'inimicizia, "nella carne sua", e questo il denso nucleo dell'Incarnazione indicibile. Poich il Figlio di Dio, "nato dal seme di David secondo la carne" (cf. Rom 1,3-4), secondo la medesima carne si assunse "il peccato
del mondo" quale autentico Servo sofferente per distruggerlo. E quindi
non rifiut, stante la "debolezza della carne" che rendeva la Legge impotente, di accettare dal Padre suo di venire "nella somiglianz della
carne di peccato" (Rom 8,3), in condizione di Adamo schiavo della
morte. Egli che non conobbe affatto il peccato accett di essere "fatto
peccato" dal Padre a favore nostro (2 Cor 5,21), di "farsi maledizione
(katra) in favore nostro" per acquisirci lo Spirito Santo, che la Benedizioine e la Promessa d'Abramo, e questo con la Croce (Gai 3,13-14).
Cos Efes 2,14 carico di senso.
Il v. 15 esplicitante. Cristo Signore con il suo Sangue, avendo portato la Pace sua, ha anche esautorato le minute osservanze della Legge,
non in quanto tale che divina ed santa, ma in quanto "credute e de693

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

cretate" dalle tradizioni particolari come capaci di acquistare i meriti


della salvezza. La fede salva, le opere sono doverose, ma debbono attivare la fede, come si gi visto tante volte (cf. Gai 5,6). Solo nell'unificazione dell'unica fede (vedi qui sopra), il Signore in se stesso,
l'Adamo Ultimo e Nuovo (cf. Rom 5,12-21, dove articolata questa
teologia), dunque l'Adam-Uomo nuovo, "unico", ossia nucleo intorno
a cui si raduna ormai l'intera specie dell'umanit redenta, poteva "fondare (kti'z, ancora participio aoristo) i due", gli alienati, i divisi ed
ostili, Israele e le nazioni, ma anche le altre contrapposizioni sopra descritte. Fondare vuoi dire dare nuova esistenza, redenta e santificata,
riconciliata e pacificata, della Pace "che fa Lui", ossia che perennemente "fa" per noi.
Il v. 16 verte principalmente sul sma, il corpo. la principale dottrina ecclesiologica di Paolo, fondata su una salda e determinata cristologia. Il rapporto qui di Testa-Kephal che cerca e trova il suo somacorpo, cos che la Testa sia la Vita divina che discende nel corpo (cf.
Efes 1,10, il "ri-capitolare, ana-kephalai, in Cristo").
La creazione di questo corpo per la sua Testa avviene dalla Croce.
Paolo ne aveva gi trattato in Col 1,19. La dottrina di questo corpo invece era stata da lui trattata in specie nella 1 Corinzi:
La Coppa della benedizione che benediciamo,
non comunione del Sangue di Cristo?
Il Pane che spezziamo,
non comunione del Corpo di Cristo?
Poich unico pane, unico corpo, i molti siamo.
Infatti tutti dell'unico Pane partecipiamo (1 Cor 11,16-17),
dove la lettera di "unico pane... siamo" deve essere strettamente mantenuta, da spiegare cos: Noi bench molti, tuttavia siamo l'unico pane,
l'unico corpo;
Come infatti il corpo unico ,
e membra molte possiede,
ma tutte le membra del corpo,
pur essendo molte, sono l'unico corpo,
cos anche Cristo:
infatti nell'Unico Spirito noi tutti
nell'unico corpo fummo battezzati...
e tutti dell'Unico Spirito fummo dissetati (1 Cor 12,12-13),
dove si adombra l'integrit dell'iniziazione battesimale dovuta allo
Spirito Santo, il Formatore dell'unico corpo, Cristo Testa e la Chiesa
(Col 1,19), Corpo nuziale, l'unica Icona secondo il Disegno originario.
694

DOMENICA TDI LUCA

La katallag (da katallss) la riconciliazione. Essa suppone che


prima esista un'inimicizia contro Dio, dovuta alla lontananza da Lui
(cf.Efes 2,1-3.11-13), alla "dispersione", come quella tipologica della
Torre di Babele (cf. Gen 11,1-9). E Cristo secondo la tradizione giovannea doveva morire proprio per raccogliere i dispersi figli di Dio (cf.
Gv 11,52). I Padri lo avevano ben compreso, come quando Origene
plasticamente spiega: Ivi sta il peccato, dove sta la moltitudine, la disunione, l'opposizione. La Croce l'istanza finale dell'unit dei redenti,
della riconciliazione con Dio e tra essi che ormai formano l'unico "corpo" santificato dallo Spirito Santo. Sulla Croce, con l'Offerta unica e
indicibile del Figlio al Padre, tutti furono offerti (cf. Ebr 10,10-14), vero corpo di sacrificio spirituale perenne (cf. Ebr 10,5-14; Rom 12,1; FU
3,3; Giud 20; 1 Pt 2,1-10). Aderendo a Cristo, ogni inimicizia cessa.
Il v. 17 riprende la prospettiva profetica, da Isaia, che preannuncia
la Venuta del Figlio di Dio per "evangelizzare la pace" (Is 52,7, cf.
sopra; testo fondamentale), ma non solo ad Israele, bens anche "a
voi", gli Efesini, i vecchi pagani immeritevoli, poich il Signore parla
queste realt:
10 che creai la lode delle labbra sue (d'Israele):
"Pace, pace a chi lontano (pagani),
ed a chi vicino (Israele) !
parl il Signore!
Ed Io lo guarir! (Is 57,19).
La pace divina dunque guarigione sia per Israele, sia per i "lontani",
non rigettati mai.
"Io lo guarir", detto di Israele, ma anche da Israele al genere
umano nuovo. Cos questo ormai disposto da Cristo Signore all'ultima operazione della salvezza trasformante. Il v. 18 un formidabile testo trinitario:
Poich mediante Lui (Cristo)
possediamo l'accesso (prosagg) ambedue (Israele e i pagani)
nell'Unico Spirito
al Padre.
11 Padre il Termine eterno, come il Principio eterno, ed il Cen
tro eterno: tutto da Lui, tutto in Lui, tutto verso Lui. E tutto "mediante
il Figlio nello Spirito Santo".
Ora, Israele gi possedeva mediante i sacerdoti laprosagg terrena,
l'accesso alla divina Presenza nel santuario del deserto, poi nel tempio
in Sion. I pagani restavano del tutto "lontano", senza speranza.
695

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

La Croce di Cristo ed il Sangue prezioso hanno aperto sia per Israele,


sia per le nazioni, questa entrata, prosagg, definitiva a Dio, dove alla
lettera occorre intendere: "prs, verso, e ago, condurre". il "grande
ingresso" guidato da Cristo Sommo Sacerdote, come spiegher a lungo
l'Epistola agli Ebrei, verso l'Aula celeste. Ingresso triplice: liturgico, di
adoratori; giudiziario, di chi si attende l'assoluzione dal Giudice Buono;
regale, per rendere omaggio al Sovrano divino in etemo. Ap 7,1-17 lo
descrive sotto la forma fastosa e festale dei Tabernacoli etemi, festa
guidata dall'Agnello che cos conduce le 12 trib, il popolo di popoli
verso il Padre.
Lo Spirito Santo Colui "nel quale" solo avviene tutto questo.
Paolo adesso comincia con una solenne assicurazione: "E dunque,
ara onV Per tutto questo, gli Efesini non sono pi "ospiti e pellegrini"
errabondi nel mondo e senza meta. Al contrario, essi sono ormai sympolitai, concittadini dei Santi, e familiari di Dio (v. 19). un altro grande tema che tratter anche l'Epistola agli Ebrei (cf. Ebr 12,22-26). I
"Santi" sono i redenti santificati divinizzati, dell'A.T. e del N.T. I nuovi
fedeli appartengono alla medesima Citt, con i medesimi diritti e la
medesima partecipazione alla Festa etema che vi si celebra nella gioia
nuziale. Essi hanno libera confidenza con il Padre, la vicinanza di
oikioi, familiari, ossia figli e devoti servitori. La Famiglia di Dio
quell'"unica realt, hn" che Cristo ha creato.
La figura che segue, al v. 20, viene dall'edilizia. L'Edificio divino, il
Tempio di Dio e dello Spirito Santo (cf. 1 Cor 3,16; 6,19), mirabile
per armonia: fondamenta irremovibili, eteme, Apostoli e Profeti (questi, del N.T., chi spiega le Scritture durante la celebrazione del Signore). L'edificio come tale, sono i fedeli. Ma coronamento unico, e gloria
universale dell'Edificio, Pietra ultima-prima, la "chiave di volta" che
regge tutto, Cristo Ges. Solo "in Lui" la costruzione cresce articolata
mirabilmente (synarmologomai) come Tempio santo nel Signore-Risorto, dove si offrono nello Spirito Santo i sacrifici spirituali perenni al
Padre mediante Cristo Sommo Sacerdote. "In Lui" tutti sono "con-edificati" come struttura compatta, unitaria, la quale ormai l'Abitazione
di Dio nello Spirito Santo con gli uomini (v. 21).
La Promessa antica, secondo cui Dio avrebbe posto la sua abitazione perenne in mezzo al suo popolo, realizzata. Vedi qui testi come
Lev 26,11-12; 1 Pt 2,5; Ap 21,22, dove Dio stesso "il Tempio" per il
suo popolo, la Casa divina fedele.
6. EVANGELO
a) Alleluia: Sai 91,1.2, "Azione di grazie c
Vedi l'Alleluia della Domenica 6a e 16a
696

DOMENICA 7' DI LUCA

b) Le 8,41-56
Luca narra di seguito 4 miracoli del Signore, "segni" potenti della
sua missione messianica tra gli uomini, e conseguenza della sua consacrazione battesimale da parte del Padre e ad opera dello Spirito Santo.
Cos dopo la tempesta sedata (Le 8,22-25), la liberazione dell'indemoniato di Gerasa (8,26-39), guarisce la donna emorroissa e resuscita la
figlia di Giairo (8,40-56), quindi invia in missione i discepoli (9,1-6).
Ora, questa missione non altro che prosecuzione di quella del Signore: annunciare l'Evangelo, operare le opere potenti del Regno; un primo saggio, poich la missione degli Apostoli pu avvenire finalmente
solo dopo il loro battesimo con il Fuoco di Pentecoste.
Ges dopo il fatto dell'indemoniato di Gerasa aveva traversato il lago verso la sponda occidentale. accolto dalla folla festante, nella gioia
di averlo ritrovato, poich l'aspettativa di tutti ha come unico oggetto
quell'Uomo soave e forte, sapiente e misericordioso. La folla sa bene
che Egli non rifiuta il soccorso solo se invitato (v. 40). Si stacca dalla
folla uno, di nome Giairo, in ebraico J 'ir(-Jh), "il Signore illumina",
uno stupendo nome teoforico, circa come proclama il Salmista, quando
acclama: "II Signore Luce mia e Salvezza mia!" (Sai 26,1).
Egli il capo della sinagoga locale, a Cafarnao. Quest'ufficio, quando
al ritorno dall'esilio si riorganizzarono le assise civili e religiose dei
reduci, sotto la guida assennata di grandi fedeli come Esra e Nehemia,
era affidato in genere a laici preparati. Le sinagoghe, in ebraico il termine era bet ha-midras, "casa della ricerca", dello studio, avevano diversi compiti. Anzitutto il dews, la "ricerca", o studio della Trh, la
Legge, ed il resto delle Sante Scritture dell'A.T., per i volenterosi;
quindi la formazione dei giovani a questo lavoro, considerato dai rabbini
successivi come la prima di tutte le opere della Legge; il culto sabatico
era cos assicurato dal personale pronto, e dunque le letture della Trh
e dei Profeti, con il canto dei Salmi e di altre preghiere; la sinagoga
poteva anche ospitare i pellegrini sia in visita, sia di passaggio verso
Gerusalemme. A tutto questo sovrintendeva Y archisynaggs, ebraico
hazzn, che era molto rispettato per la carica prestigiosa che ricopriva,
in specie nei piccoli centri.
Anche Giairo era tra i prosdokntes, quelli che attendevano Ges.
Non a caso Giovanni il Battista per convincere i suoi li invia da Ges
con la precisa domanda: "Tu sei 'il Veniente', o un altro attendiamo
(prosdokmenfC (Le 7,19-20). 'Il Veniente', 'Colui-che-viene', greco
ho Erchmenos, ebraico Ha-B\ l'Inviato dal Signore, come cantava
da secoli il Sal 117,26a: " benedetto dal Nome del Signore Colui-cheviene!", e come ancora tutte le Chiese della Tradizione cantano con il
Trisgion. Perci Giairo sa che Colui-che-viene venuto. Gli si getta ai
piedi, come si usa con un sovrano o con una persona venerata, e lo "in697

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

voca" (parakale) acche entri in casa sua (v. 41). implorare cos la
Grazia della Venuta divina, di ottenere la Presenza divina mediata da
Ges e ormai sentita come una possibile "familiarit". La motivazione
straziante: Giairo ha un'unica (monogens) figlia, di dodici anni e
perci ancora bambina, "ed ella moriva", stava morendo. Si deve sempre immaginare la sofferenza mortale di quei padri e di quelle madri
che hanno implorato Ges come la Salvezza che viene, e mai per loro,
bens sempre per i loro figli. Anche il figlio della vedova di Nairn era
unico, e la madre come vedova e sola, era orbata dunque di tutta lavita
che le restava (cf. Le 7,11-17; vedi Domenica 3a^ ^ca'; cos la figlia della
Siro-fenicia (Mt 15,21-28; e Domenica 17a di Matteo).
Qui Luca costretto da Ges a spezzare la narrazione, con l'intrusione inaspettata di un episodio diverso, l'incontro con una malata grave, la donna emorroissa. Costretto, in quanto nella narrazione sinottica
unanime sembra qui come se Ges volesse perdere qualche tempo, come avvenne per Lazzaro "malato" (cf. Gv 11,1-11). Ma allora, come
per Lazzaro, Ges vuole che la bambina che "stava morendo", muoia
davvero, per esibire ai genitori e alle folle, come a Marta e Maria e a
quelle altre folle, un miracolo "pi grande" di una guarigione, una resurrezione? Non sembra. Tra la notizia di Lazzaro malato e la sua morte,
corsero pochi momenti, cos che quando Ges arriva, lo trova nel
terrificante fetore della corruzione di morte, avvenuta 4 giorni prima
(Gv 11,39). Cos Giairo si reca da Ges sulla riva del lago, mentre approda, e cos Lo interpella. Ges si incammina, forse per qualche chilometro, e la bambina moribonda intanto sta spirando. E allora, non solo
Ges non si esibisce in imprese mirabolanti davanti agli occhi dei presenti, degli uomini di ogni tempo, ma, come si avuto occasione di dire, davanti alla morte addirittura trema e piange (vedi ancora Evangelo
della Domenica T Luc<*>- ^S1* ama Ta ^^ Polcne e la Vita. H motivo
che Ges si cura di tutti, ed a tutti dona se stesso.
L'incontro dei vv. 42b-48, con una povera donna anonima. La
Chiesa antica ne aveva molta venerazione, poich sembra che ancora al
tempo di Eusebio di Cesarea (prima met del sec. 4) si conservasse a
Bania una statua di Ges fatta eseguire da lei guarita. Perci Ges procede, circondato e pressato dalla folla (v. 42b), tra la quale si era inserita la donna senza nome. Il v. 43 descrive sobriamente il male da cui era
afflitta senza rimedio: "en rhysei himatos", viveva con perdite di sangue che le rovinavano l'esistenza; non sono dati altri particolari di
identificazione patologica, e dunque inutile ipotizzare, anche a partire
dal fatto che era donna. Invece dobbiamo pensare alla sua realt attuale: da dodici anni era afflitta dal male, aveva speso "tutta la sua vita,
bios", ossia ogni sua sostanza per parcelle mediche, ma senza alcuna
vera "cura" (therapu), tanto meno dunque guarigione (v. 43). Il qua698

DOMENICA 7" DI LUCA

dro clinico sobrio, e con una punta di umorismo, per mostrare che talvolta i medici sono inefficaci, e talvolta sono "senza forza, ouk ischy",
impotenti davanti al male, gi grave. Per la donna ebrea, ed il suo
male tra quelli che una casistica minuziosa condannano come causa
di esclusione dall'assemblea liturgica (Lev 15,25-33). Per un Ebreo,
stare al margine del culto significa insieme la morte civile e religiosa, e
il dolore pi irrimediabile. Il Salmista, un levita lontano dal santuario
per ben altre cause, si lamenta con il suo Signore: "Come cerva anela ai
rivi d'acqua... L'anima mia ha sete del Dio Vivente quando potr
comparire alla presenza di Dio?" (Sai 41,2a.3).
Si pu leggere dentro l'anima esulcerata della donna malata, dal suo
atteggiamento verso Ges, mentre assume forse la fede e la fiducia del
medesimo Salmista: "Spera in Dio, poich ancora potr lodarlo, Egli
salvezza del mio volto, e Dio mio", della mia alleanza (Sai41,12cd).
Dunque si fa ardita, bench vergognosa, e da dietro tocca l'orlo della veste del Signore. L'annotazione dell'Evangelista istantanea: "e
immediatamente ristette il flusso del sangue di lei" (v. 44). Quando sopra si parlato della funzione plurima del "sangue", si intendeva sempre "della vittima sacrificale offerta" sull'altare, mentre era versato intorno all'altare, e con esso si ungevano i corni dell'altare stesso. Ma
esisteva la proibizione severa di fare altro uso del sangue, sia in forme
idololatriche di culti vari (come era ampiamente costume nelle religioni
antiche), sia come cibo (Lev 17). Del sangue esisteva un orrore ben
giustificato, in specie di quello del fratello che qualcuno versava imitando Caino (Gen 9,1-6). Perci il sangue umano non doveva essere affatto materia di qualsiasi uso, pena l'esclusione dalla comunit o la
morte in caso d'omicidio. Quando la donna che ha versamenti di sangue guarita, rientra nella pienezza della vita, nella purit di essa, nelle
norme di partecipazione al culto del suo popolo (Lev 25,28-30). H parallelo di Me 5, che molto pi lungo e completo, annota che la donna
"conobbe con il corpo che era guarita dalla piaga" (Me 5,29). Il prodigio, insomma, istantaneo (v. 44).
La reazione di Ges complessa, se vista in Me 5,30-32: Ges sente
che quando la donna tocca l'orlo della sua veste, una dynamis, ossia
una forza potente, esce da lui, e mentre interroga i discepoli si guarda
intorno "per vedere quella che questo aveva fatto" (Me 5,32), ossia
aveva compreso che si trattava non di uno nella folla, ma di una donna.
In Le 8,45, che rapido, Ges domanda solo: "Chi il toccante Me?".
Tutti negano tale azione, ed il solito Pietro cerca di spiegare: le folle lo
stringono, e lui cerca uno solo? Ma Ges lo sa bene, poich quella forza
guaritrice uscita da Lui, e perci qualcuno deve averla sollecitata
toccandolo (v. 46). La donna guarita qui si comprende da Marco:
Ges cercava tra le donne "quella" vede che non si pu nascondere.
699

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

Prima si era posta dietro Ges, adesso tremando bens, si prostra a Lui
e gli spiega per quale causa abbia sporto la mano verso la sua veste,
mentre tutto il popolo ascolta e cos apprende della guarigione immediata (v. 47).
Ges attendeva proprio questo, e dunque le dice: Figlia, la tua fede
ti ha salvata, procedi in pace. Tre parole importanti (v. 48) che terminano
l'episodio. La donna anzitutto "figlia" amata, il Padre mostra la sua
carit inviandole insieme la fede ed il Figlio suo, e con ci la salvezza
nell'apertura della fede. E finalmente, la donna ha il dono della pace,
eirn, quella che viene dall'Alto e che ricrea l'esistenza.
Ancora una volta, come ci si deve aspettare, il miracolo segue la fede preesistente, non produce la fede se non in chi vi assiste. Il beneficiato deve porre il Signore in grado di intervenire, e questo pu avvenire solo con la pistis, la fede che salva. Il dono principale la fede divina, inizio certo della salvezza. Il "miracolo" che Ges opera in vista
di strappare al Male nelle sue pompai, le sue intromissioni contro gli
uomini innocenti, l'impero tirannico che immobilizza l'uomo in tante
forme. Qui sta la vera malattia. Qui opera il Male.
Riprende adesso l'episodio della figlia di Giairo. Come si potuto
vedere, sembra che la donna emorroissa ora guarita abbia fatto perdere
tempo prezioso a Ges, che se fosse corso dalla bambina morente, forse l'avrebbe fatta sopravvivere. Infatti viene qualcuno da Giairo, che di
certo fremendo sta ancora con Ges e forse lo sollecita con lo sguardo;
il messo impietoso, come lo furono allora i cortigiani con David,
quando interroga: "Mor il bambino?" avuto dalla relazione con Betsabea, e quelli che rispondono: "Mor" (2 Re (= 2 Sani) 12,19). L'uomo
dunque dice: "Mor la figlia tua", e le crude parole sono quasi inchiodate dalla sentenza successiva: "Non dare fastidio al Maestro" (v. 49).
Non serve pi. Il Maestro pu curare una donna malata, non pu resuscitare una bambina morta.
Il Maestro meraviglioso. Non si offende, non si turba, non si inquieta per l'offesa di essere considerato ormai inutile. Invece si rivolge
al padre disperato, e mentre gli chiede due fatti, gliene assicura un
altro: la bambina sar salvata. Per il padre deve non avere terrore di
essere abbandonato da Ges, e deve "solo credere" (v. 50). Rimosso
il terrore, ecco la fiducia; rimosso ogni altro sentimento, ecco "solo la
fede". In un certo senso, la bambina salvata dalla fede del padre, il
quale cos si trova ad averla generata due volte, quando fu concepita,
e adesso.
Finalmente Ges entra nella casa in lutto, e prende con s solo Pietro e Giovanni e Giacomo suo fratello.Sono i primi chiamati dal Signore (cf. Le 5,1-11; e Domenica l a di Luca), in certo modo il suo gruppo
dirigente; li prender con s ancora alla Trasfigurazione, nel
700

DOMENICA 7* DI LUCA

medesimo ordine (Le 9,28), e finalmente al Getsemani (qui, vedi Me


14,33). Sono i futuri principali testimoni della Vita del Signore, e la loro
testimonianza sar depositata nella predicazione di Pietro a Roma
(Evangelo di Marco) e Giovanni ad Efeso (Evangelo di Giovanni). Ma
cos il Signore mostra che essi da soli non sono sufficienti, la testimonianza viene dall'intero Collegio apostolico, ossia anche da un apostolo
come Matteo, da un discepolo di Apostoli (di Paolo) come Luca; da un
altro Apostolo chiamato in modo folgorante, Paolo, e dallo stesso Pietro (Epistole) e da un discepolo non dei Dodici, Giacomo fratello del
Signore, e dall'altro fratello, Giuda. Insomma, dall'intera Chiesa degli
Apostoli (cf. di nuovo 1 Cor 15,3-8).
Ges fa entrare con i tre discepoli solo i genitori della bambina (v.
51). Il gesto che sta per compiere non da mago e ciarlatano da fiera,
che con l'imbonitore chiama la folla. lo scontro con la Morte, l'ultima Nemica, manovrata dal Maligno, l'ultimo Nemico. Davanti alla
Morte, sembra che lo stesso Dio Vivente ed Onnipotente se non paura,
almeno mostri pensierosa considerazione, una specie di perplessit, visibile in tanti testi. Nei quali Egli riafferma la vita, ma per ci stesso invita gli uomini a riflettere sulla morte, sulla pochezza della vita se vista
come una serie di fatti quotidiani privi di scopo, sull'immensa dignit
deH"'anima", dell'esistenza creata, dell'icona di Dio.
Ges entra allora verso la morte, dove "tutti piangevano" e gemevano per la fanciulla morta (v. 52a). In Oriente, ma anche in molti paesi
mediterranei, esisteva l'usanza stupenda di stringersi intorno a chi aveva
un lutto, per portare consolazione, intanto partecipando al dolore
della famiglia; si sa che la commozione afferra tutto il gruppo, ed il
pianto facile. Ma la religiosit grande degli antichi portava anche a
pregare, e poi a cantare mestamente le lodi del defunto ed a "commiserare" il dolore dei superstiti, in specie quando il defunto era primogenito, o addirittura unico figlio. Come qui. Ges trova questa scena, dove
le amiche della famiglia avevano un ruolo speciale. Si sa anche che le
famiglie facoltose della grecita e della romanit pagavano alcune donne
specializzate non tanto "a piangere", quanto a "compiangere", ossia alla
"lamentazione" cantata (vedi i termini thrnos, lamento funebre;
epikdion, canto sul caduto, e cos via). Che poteva essere seguita da
giochi sempre a spese dei familiari. Una "liturgia" dunque.
Ges sa che questo, qui, non serve affatto, e parla con molta benevolenza: "Non piangete non mor, bens dorme" (v. 52b). un gioco di
parole importanti: la morte un "dormire" (koimd), i morti sono "dormienti" (kekoimmnoi), per cui non possono pi svegliarsi (egir).
Qui per Ges usa il verbo kathud, dormire, poich sa che questa
morte reale (apothnskomai, all'aoristo) sar un vero risveglio. Invece i
presenti lo deridono, poich sono quasi "cartesiani", hanno constatato
701

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

scientificamente, perci possono "dimostrare" che la fanciulla mor del


tutto, sul serio, indubitatamente, per sempre (v. 53). Ma questo, non
rende forse il miracolo di Ges "dimostrato"?
Egli non si cura della derisione. Anche Paolo fu deriso sull'Areopago quando parl di Resurrezione (At 17,32). E non ne ride certa cultura
moderna, tutta ragione e scienza e solidi principi evidenti, visibili e dimostrabili? Ges prende la mano della fanciulla, e con voce chiara
iphn) le parla: "Bambina, svegliati!" (v. 54). Luca qui traduce l'originale aramaico di Me 5,42: "Talith, qmfi)!"; tlith' il femminile
di tlj ', che indica sia il ragazzo piccolo, sia il servitore fedele. Luca
pone pdis, precisamente in questo significato, di una fanciulla. L'imperativo di geir il termine tecnico principale, con anistn, per indicare lo "svegliarsi" dal "sonno della morte". In un'occasione simile,
l'apostolo Pietro ripete le medesime parole del Signore, a Lidda, sulla
giovane fedele morta improvvisamente nel rimpianto della Comunit:
"Tabita (=gazzella, gentile nome orientale), rimettiti in piedi (ansthti)\", in aramaico, Tbtt, qm(i)!, perfetta assonanza con l'indirizzo
alla bambina di Cafarnao (At 9,40).
La Parola onnipotente del Signore, come sempre, va spiegata. Essa
rivolta alla materia morta. Come al principio, quando il Signore plasm
dall'argilla della terra "un uomo", un'icona ancora senza vita, e su
quella forma vuota soffia in direzione del volto "il Soffio della Vita":
"e divent l'uomo anima vivente, psyche zoscT (Gen 2,7). La Parola di
Cristo porta lo Spirito della Vita, cos che la bambina morta riceve di
nuovo (epistrph) lo spirito vitale "suo", ed immediatamente "risorse"
(onste). I due verbi, egir e anistn, si congiungono nell'unico effetto: la resurrezione dalla morte.
Qui la Scrittura Santa ci insegna l'incalcolabile grandezza dell'amore di Ges per i suoi fratelli, in specie i pi piccoli. Con un tratto tenero, di Fratello che ama i fratelli, di Dio che ama le sue creature a sua
immagine e somiglianz, Ges per primo fatto ordina "a quelli", anzitutto dunque ai genitori, di "dare da mangiare" alla bambina ormai vivissima (v. 55). Tra la malattia, forse lunga, con l'ingresso nella morte,
la piccola resuscitata di certo senza nutrimento. Il pensiero costante di
Ges Signore nostro il bene dell'uomo nella sua integrit, spirito e
corpo. Se la bambina mangia, star bene anche il suo spirito, e se il suo
spirito "tornato" nel suo corpo, questo star bene due volte: per la vita, e per il cibo buono.
Si deve qui, di rigore, pensare ai fedeli cristiani. Essi prima del battesimo erano morti. Hanno dovuto "con-morire" di nuovo con Cristo
per "con-risorgere" finalmente con Lui, opera continua dello Spirito del
Padre e del Figlio. Ma dopo la conresurrezione battesimale, lo Spirito
Santo inabita nei loro cuori come Unzione divina, abilitante al sguito
702

DOMENICA TDI LUCA

della vita nuova. E questo sguito comincia dalla santa Mensa, nel Cibo nuovo, nella Bevanda nuova. Anzi, la santa Mensa della Parola e di
questi trasformanti Misteri scandir da adesso in poi la loro esistenza.
Ne sagger la sanit con la sua frequenza. O la malattia nella sua inappetenza, che viene dalla sordit alla divina Parola.
La reazione dei presenti non narrata. Solo i genitori comprendono
di trovarsi davanti al terribile Divino, e "uscirono fuori" di s, alla lettera (existmi, la stessa radice di kstasis). la meraviglia che apre alle
opere potenti del Signore, che investe il cuore laudante e rendente grazie (v. 56a).
Ges ordina ad essi di non parlare affatto dell'accaduto (v. 5b).
Verr poi il tempo, quando l'Evangelo lo far risuonare sotto il cielo in
tutta la terra.
7. Megalinario Della
Domenica.
8.Koinnikon Della
Domenica.

703

DOMENICA 25a DOPO PENTECOSTE oa


di Luca
"Sul dottore della Legge interrogante Ges"
1. Antifone
Della Domenica, o i Typik e i Makarismi.
2. Eisodikn
Della Domenica.
3. Tropari
1) Apolytikion anastsimon, del Tono occorrente.
2) Apolytikion del Santo titolare della chiesa.
3) Kontkion: Prostasia tn christiann.
4. Apstolos
a) Prokimenon: Sai 75,12.2,"Cantico di Sion".
Vedi Domenica T e 16a

b)Efes 4,1-8

La lettura di Efesini prosegue. Secondo lo schema generale dell'epistola, il cap. 1 canta (cf. l'"inno" di 1,3-14) ed espone il Disegno del
Padre nella benedizione salvifica dello Spirito Santo conseguita dai fedeli ad opera di Cristo Signore, che occupa il centro ed il primato in
tutta quest'opera, riempiendo i cieli con la gloria della sua Umanit risorto. Il cap. 2 passa a spiegare questa salvezza "per sola Grazia" divina, nella riconciliazione di Ebrei e pagani con Dio e tra essi. Il cap. 3
afferma che Paolo l'apostolo del Mistero di Cristo tra i pagani, ministro umile di tale Mistero. Finalmente, il cap. 4 traccia il programma
severo che i redenti debbono attuare secondo la loro vocazione superna, nella vita nuova in Cristo; ci si prolunga fino a 5,20. Poi da 5,21 a
6.9 il programma specificato nelle tre principali condizioni dell'esi
stenza cristiana: gli sposi, i figli ed i padri, gli schiavi ed i padroni. Da
6.10 a 20 Paolo riassume tutto: prepararsi sempre al terribile combatti
mento "nello Spirito Santo". I saluti vengono a 6,21-24.
Con il cap. 4 si raggiunge dunque il centro "pratico", per cos dire,
della vita fedele. Esso raggiunge punte di grande intensit, poich Paolo si rivolge solo per scritto, non di persona, ai suoi amati Efesini, una
Comunit che fond, anzi, su cui provoc la Pentecoste, la 5 a dagli
Atti (cf. At 19,1-7). Egli prigioniero a Cesarea, per la prima vol704

DOMENICA 8a DILUCA

ta (a. 59-60?), in attesa del processo, che per quella volta port alla sua
assoluzione.
Dalle sue catene perci l'apostolo Paolo invia la sua esortazione (verbo
parakal), fondandosi sul titolo di "legato nel Signore", che Cristo
Risorto, dove il termine dsmos (da d, legare, incatenare, ammanettare), indica non solo la prigionia materiale, ma anche l'impedimento alla
missione, ed infine anche l'accettazione della sua condizione secondo
quanto il Signore dispone. L'esortazione simile a quella che dalla stessa
condizione, alla stessa epoca, Paolo aveva rivolto ai Colossesi {Col
1,10): procedere in avanti sulle vie di Dio, in modo degno della vocazione
a cui i fedeli furono chiamati (kal, all'aoristo passivo v. 1). Il che
implica una serie di "munizioni da strada", come si dice in gergo militare. A sorpresa, Paolo non pone la forza o il coraggio, bens l'umilt (tapeinophrosyn), poi la mansuetudine (prauts) e la magnanimit (makrothymia), poich queste furono le visibili ed efficaci doti di Cristo sotto
la persecuzione degli uomini. Non solo, ma sono le qualit con cui Egli
cerca di attirare a s gli "affaticati e stanchi", poich Egli "mite (praus)
e umile (tapeins) di cuore" (cf. Mt 11,28, nel "giubilo messianico" dei
vv. 25-30, termini omessi dal parallelo Le 10,21-24).
Con questi sentimenti, l'esortazione ad accogliersi reciprocamente
nella carit (v. 2), il fatto pi difficile nella vita comunitaria, come
evidente fino ad oggi. E questo avviene se si tende con zelo e tensione
a "custodire l'unit dello Spirito", la comunione che opera lo Spirito
Santo, accettando "il vincolo (syndesmos) della pace" (v. 3). chiaro il
riferimento: Paolo nei vincoli della prigionia materiale (dsmios), fa
comprendere che essere nei vincoli spirituali della pace operatrice di
bene, una condizione di essere "legati" per la causa del Signore.
Il testo che segue enorme per il contenuto e per la portata. Esso
segna anche come avvenga l'approccio delle Ipostasi divine della
Triade beata con gli uomini fedeli. la "via d&Y Oikonomia", che i
Padri, che l'approfondirono sempre, formularono cos: lo Spirito Santo
viene per primo per rivelare Cristo, il quale in se stesso come Icona
rivela il Padre, e nello Spirito Santo riporta al Padre (S. Basilio). Cos
nei vv. 4.5.6, con le conseguenze al v. 7, e il sigillo dell'Evento di
Cristo al v. 8.
Ed anzitutto considerata l'opera dello Spirito Santo, che crea "l'unico corpo" di Cristo nell'unit richiamata (hents) e goduta, essendo
"l'Unico Spirito". Questa la misura generale primaria: all'unico corpo
dall'Unico Spirito i fedeli furono chiamati all'unica speranza (elpis) che
sia donata e sia possibile agli uomini, che ha la base irremovibile nella
klsis, la vocazione divina. Chi chiamato riceve lo Spirito Santo nell'iniziazione battesimale, ma chi accetta l'iniziazione battesimale ha il
"segno" della vocazione divina operata dallo Spirito Santo (v. 4).
705

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

Lo Spirito Santo concorpora con Cristo nell'unico "corpo" che la


Chiesa (cf. Col 1,19). Ma questo, perch esiste ed opera l'Unico Signore, Cristo Risorto, l'unico adorato, non come i kyrioi, i signori terreni
che sono sempre tiranni violenti e superbi autodivinizzatori (lo aveva
affermato in 1 Cor 8,5-6). Il Signore rivela che esiste l'unica fede, pistis, che l'unica adesione a Lui per formare con lui "l'unico Spirito"
(1 Cor 6,17, anche questo, testo battesimale), e l'unica adesione e concorporazione anche 1'"unico battesimo" (v. 5). Con l'espressione bptisma sia il N.T., sia poi i Padri, vogliono sempre significare l'iniziazione
ai Misteri nella sua completezza, che giunge attraverso l'abilitazione
sacerdotale della confermazione a partecipare alla santa Mensa. Ma il
"battesimo" anche e soprattutto adesione nuziale del "corpo della
Sposa" a Cristo Signore e Sposo.
La salita, cominciata dallo Spirito Santo, mediata da Cristo, giunge
al suo unico Termine naturale. Al culmine, ed in attesa di tutti i suoi figli santificati, introdotti dal Figlio con lo Spirito Santo, sussiste "l'Unico
Dio", quello al quale il Figlio vuole riportare l'universalit degli uomini
e l'intero universo redento. Egli anche "l'Unico Padre", di Cristo e
degli uomini, sia pure a due titoli radicalmente diversi. il Padre di
tutti, che ama tutti i figli suoi nel Figlio (cf. Rom 8, 28-30). Egli sussiste
dall'eternit e poi dalla creazione "sopra tutti", sopra tutte le realt
create dalla sua Bont divina, e vuole stare "mediante tutti", ed ancora
"in tutti voi", i redenti, santificati e sulla via della divinizzazione per
pura Grazia (v. 6; e 1 Cor 15,28).
Il Dio Unico adorato con un unico atto d'amore nelle Ipostasi del
Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, non un Ente impersonale per
una massa impersonale di uomini creati. Egli il Dio Ipostatico nella
realt massima dell'espressione, e come tale Colui che "fa" le ipostasi o persone create, le "personalizza" ad una ad una. Perci il Padre
nel suo mirabile Disegno per tutte le sue creature, dona a ciascuno la
Grazia, che lo Spirito Santo. Distribuisce la Grazia indivisibile e inquantificabile. Che non dunque una "cosa", come si vede nelle scene
dei soccorsi prestati in un disastro naturale, dove i tempestivi soccorritori gettano dai loro carri viveri e vestiti e coperte ai primi che vengono e cos di seguito. Al contrario. Ciascun fedele individuato dal
"tu" che il Padre rivolge a questo figlio suo. La Grazia donata "secondo la misura (mtros) del Dono di Cristo" (v. 7). LaDre, il Dono
divino, anche da questa parte lo Spirito Santo (cf. At 2,38), distribuito
ma non diviso, ed accettato secondo il grado dell'adesione a Cristo. La
parabola dei talenti, che qui si pu richiamare, parla di distribuzione
"secondo la forza (dynamis) di ciascuno" (cf. Mt 25,15). Tale misura
deve essere per incommensurabile, poich dipende dall'infinita
generosit di Cristo.
706

DOMENICA 8" DI LUCA

Non si tratta semplicemente di Cristo nella sua vita terrena. Ma di


Cristo Signore glorificato, visto secondo quanto cantava il Salmista
(Sai 67,19, un'"Azione di grazie comunitaria"): "Ascese verso l'alto, e
fece prigioniera (=rese inoffensiva) la prigionia, don doni agli uomini". Dunque nella sua glorificazione il Signore schiant la potenza della
Morte e dell'Avarizia diabolica, che privava gli uomini dei doni del
Regno, e cos pot distribuire largamente i Doni divini, i Beni messianici, lo Spirito Santo (v. 8).
Gli Efesini, e i fedeli nei secoli, hanno qui materia abbondante per
comprendere quale sia "il procedere degnamente secondo la vocazione
a cui furono vocati".
6. EVANGELO
a) Alleluia: Sai 94,1.2, "Esortazione profetic a". Vedi
l'Alleluia della Domenica 9a e 17a
b)Le 10,25-37
Da Le 9,51, da dopo la Trasfigurazione (9,28-36), la quale a sua volta
sta tra il 1 ed il 2 annuncio della Passione e Resurrezione (Le 9,22, e
9,43b-45), il Signore comincia la sua "salita a Gerusalemme", dove si
deve consumare il "suo esodo" (Le 9,31) al Padre attraverso la Croce.
Nel Battesimo dello Spirito Santo ha ricevuto la consacrazione messianica per la sua missione, che svolge annunciando l'Evangelo e operando le opere del Regno. Questo stato insistito finora, e lo dovr essere fino alla fine, poich materia di storia della salvezza, e dunque
contenuto pregnante e strettamente obbligatorio, doveroso, di predicazione. Come si spiegher per la divina Trasfigurazione (cf. il 6 Agosto), la missione di Ges umanamente fallita. Resta solo con Dodici
discepoli. Israele, che sperava di trascinare nella missione, si arrestato,
dopo promettenti inizi. Sulla fede dei Dodici per, poich ne ha bisogno per il futuro, pu proseguire. Nella Trasfigurazione riceve dal
Padre la sua "confermazione" (bebisis, dicono i Padri), che la Nube
della Gloria divina, lo Spirito Santo. Ma prima il folgorare della Luce
increata divina, che emana dalla profondit della sua Umanit che la
contiene. La Nube Lo "adombra" e, come quella dell'esodo antico, Lo
porta verso Gerusalemme.
La lunga "salita" (Le 9,51 - 19,28) ha molto materiale originale di
Luca, non comune quindi con gli altri Evangelisti. In esso sta il presente
episodio, per il quale si pu rimandare a testi indiretti come Mt
22,35-40 e Me 12,28-34, per limitatamente all'interrogazione sul da
farsi in vista della Vita eterna. Anche qui occorre rifarsi allo schema di
Luca, nella Parte I.
707

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

Ges aveva "giubilato" di gioia dello Spirito ed aveva celebrato il


Padre suo (il "giubilo messianico", 10,21-24), manifestando di essere
l'unico Rivelatore del Padre. Adesso visitato da un uomo ed interrogato sul centro della vita fedele che conduce a Dio.
Un nomiks, da Nmos, la Legge, ossia un conoscitore, esperto e
forse maestro, si alza per mettere alla prova la conoscenza che della
Legge ha Ges. L'interroga sull'azione prima ed ultima della vita del
credente, consapevole che la sua sorte deve essere la Vita eterna, bench questa vada "ereditata" (klronom), ossia conseguita. L'uomo
usa questo verbo che per s indica il trovarsi un'eredit, che sempre
gratuita, e d'altra parte dice: "che cosa avendo io fatto, posso ereditare?", e cos sa che occorre anche attivarsi (v. 25).
Per Ges, come per ogni buon Ebreo fino ad oggi, occorre sempre
rifarsi alla storia della salvezza narrata nella "Legge", la Trh di Mos, il Pentateuco. probabile che troppi cristiani ignorano questa norma, e sottovalutino queste Sante Scritture, a cui Cristo stesso, dopo la
Resurrezione, costringe i suoi discepoli di allora e di sempre a fare costante ricorso, poich parlano di Lui; cf. Le 24,25-27: "cominciando
da Mos e da tutti i Profeti" (v. 27a); Le 24,44: "si deve adempiere tutto
quello che fu scritto di Me nella Legge di Mos, nei Profeti e nei
Salmi". Anche Paolo sta su questa linea: l'A.T. il Preevangelo che
parla del Figlio di Dio (Rom 1,1-4). Perci la risposta di Ges il preciso rinvio: "Nella Legge (la Trh) che stato scritto" da Dio? E aggiunge: "Tu, come leggi?", dove anaginsk ancora oggi nella Liturgia il verbo tecnico per indicare la "lettura" della Parola divina, lettura celebrativa, che deve essere preceduta e seguita dalla "lettura" di
studio e di preghiera. Lo studioso della Legge lo sa, anzi lo fa da una
vita (v. 26). La sua risposta sicura. Poich di certo tale fede e concezione religiosa dovevano essere la convinzione della stragrande maggioranza d'Israele, se non la sua unanimit, al tempo di Ges. Il centro
della vita d'Israele infatti erano due comandamenti, il primo e principale, ed il secondo anche principale, nel senso che l'uno supponeva
l'altro, e nessuno dei due era valido in assoluto senza l'altro (vedi l'Evangelo della Domenica 15a 1 Matted).
Il primo comandamento dunque viene dal celebre testo di Dt 6,4-5,
la cui traduzione letterale dal testo greco dei LXX :
Ascolta, Israele!
Il Signore Dio nostro il Signore Unico !
E amerai il Signore Dio tuo con l'intero il cuore tuo
e con l'intera anima tua
e con l'intera la forza (dynamis) tua (vv. 4b-5),
708

DOMENICA 8' DI LUCA

mentre Luca riporta cos:


Amerai il Signore Dio tuo con l'intero cuore tuo
e con l'intera anima tua
e con l'intera forza (ischys) tua
e con l'intera mente (dianoia) tua.
Il testo ebraico di Dt 6,4-9; 11,13-21; Num 15,37-41, forma la preghiera dello Sema', "Ascolta!", che l'Ebreo fedele recita almeno due
volte al giorno ancora oggi. un testo che permea la sua esistenza pia,
giorno dopo giorno. Il grande Rabbi Aqibah mor straziato dai pettini
di ferro dei torturatori romani, che avevano soffocato la ribellione
ebraica sotto Adriano (a. 132 d.C), mentre pronunciava l'ultima delle
parole supreme dello Sema ': "II Signore Dio tuo Signore Unico", e su
questa rese lo spirito al suo Signore.
La professione di fede nel Dio Unico centrale anche nella vita di
Ges, che a sua volta si trova interrogato Lui stesso sul "primo di tutti i
comandamenti", e risponde con il precetto dello Sma', e con l'altro
sull'amore verso il prossimo (cf. Mt 22,34-40). Il Dio Unico a cui tutto
riporta con lo Spirito Santo, il Padre suo, e nel Padre Egli e lo Spirito
sono la Monade triadica, la Triade monadica. Ma il Figlio nel suo infinito amore filiale, preserva in ogni modo la Monarchia del Padre.
L'A.T. insegna al mondo intero ad amare il Signore Unico, e anche
come si ama il Signore Dio Unico. Sia la Trh, sia i Profeti, sia i libri
sapienziali, riletti liturgicamente dai Salmi, insistono ad ogni passo che
il Signore vuole certo essere amato, ma nell'unico modo che giovi all'uomo fedele. Dunque non un amore a parole, ma un amore molto fattivo: attuando la sua santa Volont per il suo popolo, e tale attuazione
osservare con tutto il cuore e l'anima e le forze i precetti in cui quella
Volont si manifesta. stato detto sopra che se si osservano le prescrizioni bibliche a partire dalle Due Tavole della santa Legge, la I con 3
precetti che riguardano il Signore, la II con i 7 precetti che riguardano
il prossimo, salta subito agli occhi che quasi invariabilmente il Signore
mediante i suoi Profeti avverte che si deve osservare anzitutto, se non
esclusivamente, la Tavola II, non la I, come pure sarebbe suo inalienabile, indiscutibile diritto. Il che significa che la via d'accesso alla Presenza del Signore, come fanno intendere i Salmi del genere letterario
"Liturgie", ossia i Sai 14 e 23, "salire al Monte santo", "restare davanti
al suo Volto", avere osservato i comandamenti verso il prossimo.
Quanto fosse radicata questa convinzione e questa pratica dei precetti verso il prossimo, che aprono l'accesso al Signore, aiuta a comprenderlo un testo profetico del sec. 6 a.C;, che vide la luce nel medesimo ambiente in cui fu redatto il Levitico, e dunque in specie i due te709

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

sti qui a lungo richiamati, Lev 19,18, sul precetto della carit verso il
prossimo, e Lev 18,5, sul "faquesto e vivrai", che sar visto tra poco. Il
grande testo profetico Ez 18,5-9, che vale sempre la pena riportare
per una lettura comparativa:
E se un uomo sar stato giusto,
ed avr operato diritto e giustizia,
sulle alture (idololatriche) non avr mangiato
e gli occhi suoi non avr alzato agli idoli della casa d'Israele,
e la sposa del prossimo suo non avr violato,
e alla donna nel suo tempo non si sar accostato,
ed un uomo non avr contristato,
il pegno al debitore avr restituito,
con violenza nulla avr rapinato,
il pane suo all'affamato avr donato,
e il nudo avr ricoperto di vesti,
ad usura non avr prestato,
e il di pi non avr preso,
dall'iniquit avr allontanato la mano sua,
e giudizio equo avr dato tra uomo ed uomo,
nei precetti miei avr camminato,
e i giudizi miei avr custodito per fare la verit:
questi giusto, di vita vivr
parla il Signore Dio!
una specie di "somma" di comportamento, che in fondo la "morale dell'alleanza" alla quale il Signore astringe tutti suoi fedeli. A questa i fedeli del Signore si debbono sempre rifare per "fare la verit", ossia vivere nella fedelt divina. Se la morale dell'alleanza divina sar
esattamente adempiuta con il cuore e con la mano, ogni fedele del Signore sar dichiarato "giusto", ossia misericordioso, e da questo ricever il dono supremo: "di vita vivr", espressione semitica che significa "realmente vivr", secondo la Parola del Signore che mai esce invano
dalla sua bocca divina (cf. qui Is 55,10-11).
Non facile per un cristiano moderno affondare la sua sensibilit,
derivata in genere dal solo N.T., in tanta ricchezza, la quale non solo
preparatoria, programmatica, ma anche una vita in atto. Certo, non da
tutti i fedeli d'Israele, se Ezechiele stesso ai vv. 10-13 dir parole di
fuoco sul contrario che avveniva normalmente nel quotidiano.
Si anche detto che il N.T. segue esattamente questa linea, e si pu
vedere questo con evidenza sbalorditiva in Mt 25,31-46, quando nel
Giudizio finale tutti gli uomini saranno chiamati a rispondere sulle opere
di carit esercitate, o no, verso il prossimo (vedi Domenica delVApkreos).
710

DOMENICA 8 DI LUCA

La questione che sta dietro chiara: il Signore Dio Unico nell'A.T.,


e Cristo Signore nel N.T., rivendicano come operata ad essi la carit
verso il prossimo, o la non-carit verso il prossimo.
E qui noi cristiani dobbiamo essere pi giusti. Il legisperito conosce
bene la santa Legge, la Trah di Mos. Da bambino l'ha ascoltata in sinagoga in braccio alla madre. A 12 anni, con una tipica cerimonia
stato ammesso al minjan, il numero legale di 10 per aversi un'assemblea
valida. Poi sar stato notato da un anziano legisperito per la sua vivacit
intellettuale, e chiamato a formarsi al dros, la "ricerca", lo studio
assiduo e minuzioso della lettera della Trh, dei suoi innumerevoli
significati. Davanti a Ges, se omettiamo per un istante queWekpeirzn autri, "tentando Lui", sta un competente, un buon fedele, che
conosce la Parola divina. Dunque in perfetta naturalezza termina la sua
risposta a Ges con "e amerai il prossimo tuo come te stesso" (v. 27). E
questa frase breve alla lettera Lev 19,18. Altro non sarebbe possibile
aggiungere di pi perfetto. San Paolo lo sa bene, e rilancia la prescrizione del Signore, quando afferma ai suoi fedeli: "L'amore (carit,
agape) non nuoce al prossimo, l'adempimento della Legge dunque
l'amore" (Rom 13,10). la clausola asseverativa di quanto aveva affermato poco prima: "I comandamenti (e li enumera) si compendiano in
queste parole: "Amerai il prossimo tuo come te stesso"" (Rom 13,9).
H Signore, si pu credere, contento di poter rispondere davanti a
tanta ricchezza spirituale, con due parole, una sua, di approvazione, e
una della Santa Scrittura, di esortazione: "Rettamente rispondesti", dove
l'avverbio orths, "rettamente", richiama al nostro orecchio l'ortodossia
dottrinale e pratica. E poi: "Questo fa, e vivrai", ossia: fa quanto hai
enunciato, al fine che tu abbia la vita (v. 28). Ora quest'ultima frase la
citazione in rilettura di Lev 18,5:
E voi custodirete tutti i miei decreti,
e tutti i giudizi miei
e li praticherete (=affmch li pratichiate):
quanto avr praticato,
l'uomo vivr in esso
Io, il Signore Dio vostro!
Come si vede, il dialogo a colpi di citazione di Scrittura, un fatto
meraviglioso. Ges cos ha vinto anche le terrificanti tentazioni di satana nel deserto, cf. Le 4,1-13. E cos, pregando per intero diversi Salmi,
vincer anche le tre tentazioni che gli si rivolgono sotto la Croce (cf. Le
23,33-43). Ma la citazione di Lev 18,5 come un rimando a riconsiderare il precetto della vita, che risuona lungo tutto l'A.T., nei libri storici
(ad esempio, Neh 9,29), nei libri sapienziali (ad esempio, Eccli 45,6),
nei libri profetici (ad esempio, Is 48,18; Ez 20,11.13.21).
711

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

II N.T. ne terr conto, se Giovanni riporta una parola simile di Ges


(ad esempio, in Gv 5,24), con una severa ammonizione proprio sullo
studio della Scrittura per avere la vita (Gv 5,39-40). Anche Paolo riporta
dal canto suo il testo di Lev 18,5, richiamando per alla giustificazione
prodotta dalla fede (Rom 10,5-6). Gi aveva riportato Lev 18,5 in Gai
3,12, richiamando per che la Benedizione e la Promessa consegnate
ad Abramo, e che sono lo Spirito Santo, l'acquisizione suprema della
Croce del Signore (Gai 3,13-14).
Qui il "biblista" di allora si sente chiamato in colpa. Era andato per
tentare, aveva trovato piena rispondenza alla santa Legge. Vuole uscirne
con una parola dubitativa: "Chi il prossimo mio?" (v. 29). Realmente,
il termine greco plsion, un neutro invariabile, usabile al maschile o al
femminile, pu tradurre l'ebraico ra' di Lev 19,18. Ora, l'ebraico
direbbe questo fatto: la Legge dono del Signore al suo popolo, nel
deserto, a fedeli che vivono nelle tende accampate in ordine; esistono i
vicini di tenda, i pi vicini, con cui occorre stabilire leggi di buon
vicinato, altrimenti liti e querele si sprecano. Allora occorre cominciare
intanto con l'amare i "pi vicini", con cui si vincolati anche dalla parentela (le famiglie parenti si accampavano insieme). L'esperto della
Legge pone una domanda che pu essere insidiosa, ma cos da modo a
Ges di dare una straordinaria spiegazione.
Ed anzitutto "comincia" col non rispondere direttamente, bens con
una parabola, comeuso orientale. La parabola (vedi sopra, Domenica
4a di Luca, Evangelo) pericolosa, poich il suo linguaggio semplice
pu trarre in inganno i complicati. Ma chi "ha orecchie da comprendere, ascolti, dunque!", frase che qui nella conclusione assume questa forma: "Va, e anche tu fa similmente" (v. 37).
La parabola detta del "buon Samaritano" comincia con "un uomo",
che pu essere uno qualsiasi, ma qui si suppone che sia un Ebreo. Egli
"discende" da Gerusalemme verso la ricca pianura di Gerico, la citt delle palme, dei giardini e delle fonti termali. Come nella cronaca nera, forse
il tramonto, la regione accidentata, semidesertica, frequentata solo da
viaggiatori frettolosi, e dai fuorilegge. Cos l'uomo cade nell'agguato dei
ladroni di strada, i quali lo spogliano di tutto, e forse per intimorirlo in
modo che non ricorra alle autorit, lo ricoprono di colpi. Poi come
succede a tutti i delinquenti, che non sono mai coraggiosi e "uomini d'onore" come invece si professano, scappano via (v. 30). L'uomo resta
"tramortito", mezzo morto, ferito grave, abbandonato alla sua sorte.
A questa prima scena segue un'altra per certi versi molto simile.
Non si tratta di una polemica "anticlericale", poich il Signore lungo
tutto il suo ministero ha mostrato irreprensibile rispetto verso le autorit politiche, quelle religiose e quelle spirituali, cos che riguardo a
712

DOMENICA 8' DI LUCA

scribi e farisei dice il celebre "Fate quanto insegnano, non quanto praticano, e custoditelo" (Mt 23,3). Il Signore sceglie qui come esempi un
sacerdote ed un levita per diversi motivi. Il sacerdote passa "per caso"
lungo quella via, discendendo, certo proveniente da Gerusalemme, vede il ferito "semi-morto", procede via (v. 31). Viene sul luogo anche un
levita, vede e passa via (v. 32).
Qual' la colpa dei due, poich sono revocati come colpevoli dal Signore? Di certo, niente affatto per la loro semplice condizione ereditaria, che li fa sacerdote e levita secondo la Legge. Ma come sacerdote, il
primo custode, proclamatore, spiegatore, applicante la Legge santa
nella sua letteralit. E per la Legge santa precisamente, se si vuole
riassumere e condensare, proclama l'amore verso il Signore Dio Unico,
il Dio dell'alleanza, e l'amore verso il prossimo. E i due massimi precetti formano tale unit, da non aversi la pratica di uno senza la pratica
dell'altro. Il secondo, quale levita, era il dirigente delle sante liturgie
nel tempio, dove la Legge divina era proclamata, predicata, ed in specie era compito esclusivo dei leviti dirigere i canti dei Salmi durante i
sacrifici come acclamazione del Signore lodato ed a cui si rendono grazie. Essi perci pi e meglio e prima di tutti sanno che si pu amare il
Signore solo se si passa attraverso l'amore pi difficile, quello verso il
prossimo. E proprio qui sta la colpa: per troppo amore, il pi facile
verso il Signore, non vogliono contaminarsi con il sangue dell'uomo ferito, creduto morto, poich vogliono restare nella condizione di
purit legale, e non perdere la loro intattezza.
"Un Samaritano per, de" sta in viaggio (hoduri), capita vicino al
ferito, lo vede, ed ha "viscere di misericordia" (splagchnizomai, verbo
della divina Misericordia; cf. l'ebraico rham), verbo in genere dal
N.T. riservato a Ges stesso (v. 34). Egli un Samaritano, un estraneo
ad Israele, poich "non si trattano (sygchromai) Ebrei e Samaritani"
(Gv 4,9), dunque un nemico latente. Durante l'esilio, gli Ebrei restati in
patria si erano frammischiati con diverse popolazioni pagane deportate
in Samaria dagli Assiri (dopo il 721 a.C), e ne avevano assunto usi e
costumi anche religiosi; avrebbero voluto confluire con i reduci dell'esilio e riformare di nuovo il popolo di Dio, secondo l'alleanza dei Padri. I reduci vi si rifiutarono drasticamente, e le ostilit tra i due popoli
da allora furono frequenti. I Samaritani erano considerati semi-eretici, e
di condizione impura, perci non ammissibili nell'assemblea liturgica
d'Israele secondo la fede e le norme di purit dei Padri.
Eppure il Samaritano ha il moto di misericordia divina verso l'Ebreo
nemico. La grazia della carit lo ha visitato. Questo tratto in genere,
riconosciuto anche dai gelosi rabbini lungo i secoli, i quali, riflettendo
sui celebri versetti, abbastanza misteriosi, che sono Sai 117,19-20:
713

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

Aprite a me le porte della giustizia/carit,


10 voglio entrare e rendere grazie al Signore! (v. 19),
cos il fedele, a cui risponde il sacerdote:
Questa la porta del Signore,
i giusti/caritatevoli entreranno per essa! (v. 20), affermano che la
giustizia/carit si trova dappertuttto, anche fuori d'Israele. E poich il
Signore Sovrano di quella porta che immette alla sua Presenza, vi
far entrare da ogni parte del mondo chi vi avr trovato "giusto". Il
Samaritano della parabola avrebbe perci il diritto d'accesso a quella
porta.
Ed eccolo intervenire. Anzitutto si accosta, guarda, tocca, ed interviene subito con il "pronto soccorso" del tempo: tampona le piaghe del
povero ferito, vi versa olio e vino, il primo come lenimento, il secondo
come disinfettante, procede ad una fasciatura sommaria, e senza attardarsi carica l'uomo "sul proprio giumento" (ktnos, per s, indica una
propriet, poi la propriet per eccellenza, le pecore, e per traslato anche
una giumenta, asino in specie, ma anche mulo e cavallo), e cos fa la
strada a piedi per portarlo fino alla pi vicina locanda, e qui lo cura meglio (v. 34). Si tratta di azioni che si vedono spesso al cinema, in televisione, e purtroppo anche per strada. Ma nell'A.T. il Signore stesso
verr a fasciare le ferite dei dolenti del suo popolo bench ribelle (cf. Is
1,6; Ger 8,22; Ez 34,16). Ed Israele lo sa, e lo canta nei Salmi: Sai
146,3. Resta la domanda: si tratta di fatti "spirituali" solo? Non sembra.
Israele sa che il Signore Trascendente, l'Invisibile per definizione, opera
cos di continuo e di fatto. Come? molto chiaro: solo servendosi
delle mani pietose dei fratelli, quei "giusti/caritatevoli" che far entrare
a s per la "sua porta".
11 Samaritano probabile che non sappia bene tutto questo. Comun
que la notte veglia il ferito, e la mattina dopo, dovendo proseguire per
il suo viaggio d'affari, tira fuori 2 denari non molto, tutto quello
che gli resta , li versa all'oste e gli si raccomanda: "Curati di lui" al
posto suo, "e quanto spenderai in pi, nel mio ritornare ti restituir" (v.
35). Egli cos impegna un altro "fratello" nella sempre complessa ope
razione che la carit. La quale per il Samaritano disinteressata, anzi
a remissione. Ma anche delicata, da una parte non volendo egli priva
re l'oste del legittimo guadagno, e dall'altra operando sempre "da den
tro" la carit, l'oste potendo non assumersi il carico di assistere un ma
lato.
La parabola nella sua schematicit termina qui. Occorre trame la
lezione.
714

DOMENICA 8" DI LUCA

Ges conosce la rettitudine del legisperito. Perci sa che risponder bene, quando gli domanda: chi dei tre, il sacerdote, il levita, il
Samaritano, sembra a lui che sia "diventato il prssimo" di quello che
cadde tra i ladroni (v. 36). Se carit fa "diventare prossimo", allora
vincolante.
La risposta pi che ovvia: il legisperito non fa che affermare quanto la Legge ed i Profeti proclamano. Dunque: "chi esercit 'Vleos, la
misericordia' divina verso quello" (v. 37a). Il Signore promette in eterno
Yleos per i suoi fedeli, e per esige che essi esercitino il medesimo
leos verso i fratelli, e cos YElemn per eccellenza si acquista il popolo di elemones. Chi non elemon, sta di diritto automaticamente
fuori di questo popolo santo, bench non di fatto.
Cos quando Ges propone al legisperito: "Va, e anche tu agisci similmente" (v. 37b), offre al suo interlocutore "tentatore" di entrare pi
lucidamente, pi consapevolmente nella sfera cos illimitata, e purtroppo anche cos spopolata, della divina misericordia per i fratelli, per tutti
e per ciascuno dei fratelli. E riconosce anche la bont di fondo, che lo
render con la Grazia anche capace di essere elemon, misericordioso.
La "parabola del buon Samaritano" tra le pi famose. Nei secoli
stata anche tra le pi amate, approfondite e predicate. stata oggetto di
infinite riflessioni ed applicazioni. Si sono anche moltiplicate a dismisura le allegorie, ossia le ricerche minuziose dei singoli particolari isolati, dimenticando il complesso, e cos sono venute le applicazioni credute teologiche e morali senza base. Ges stesso sarebbe il buon Samaritano, che avrebbe rigettato sacerdozio e levitismo; i ladroni sarebbero
i peccati; i due denari la grazia, come l'olio e il vino; il ferito sarebbe
l'umanit, e cos via.
La parabola del Signore un insegnamento integrale, un tutto, nella
sua eventuale crudezza. Cristo Signore si "fatto prossimo" agli uomini
con l'Incarnazione e la Croce e la Resurrezione e la Pentecoste dello
Spirito Santo. Si "fatto prossimo" soprattutto di tutti quelli, di ogni
tempo e regione, che siano stati feriti dalla vita. Ma cos, anche ciascun
uomo pu essere il ferito, o il sacerdote e il levita, o il Samaritano.
Spetta a ciascuno dunque accettare nella sua coscienza di "andare ed
agire similmente" al buon Samaritano, non curandosi d'altro, che di
proseguire verso il "prossimo" individuato e perci amato, l'opera del
Grande Prossimo, VImmanuel, il "Con-noi-Dio".
7.Megalinario.
Della Domenica.
7.Koinnikn
Della Domenica.
715

DOMENICA 26a DOPO PENTECOSTE na


di Luca
"Sul ricco a cui la terra prosper"
1. Antifone
Della Domenica, o i Typik e i Makarsmi.
2. Eisodikn
Della Domenica.
3. Tropari
1) Apolytikion anastsimon, del Tono occorrente.
2) Apolytikion del Santo titolare della Chiesa.
3) Kontdkion: Prostasia tn christiann.
4. Apstolos
a) Prokimenon: Sai 38,22.1 "Inn odi l o de ".
Vedi Domenica 2a e IO
' 2a
b) Efes 5,8b-19
Prosegue la lettura dell'importante e difficile Epistola paolina, che
giunge ad uno dei suoi punti pi densi di dottrina. Nella Domenica precedente stato esposto il dinamismo dello scritto, attraverso uno schema, e si era detto che il lungo tratto che occupa il testo da 4,1 a 5,20
l'esposizione del programma di vita fedele, che i redenti e benedetti
debbono attuare per corrispondere al Padre, che anche, alla loro vocazione superna, vivendo la vita nuova in Cristo.
Il primo imperativo indirizzato ai fedeli di "procedere quali figli
della Luce" (v. 8b). La "luce" dominer l'intera pericope. Al v. 8a gi
Paolo aveva tracciato una lapidaria "teologia della storia": "eravate infatti una volta (pot) tenebra, adesso (nyn) luce in Cristo". L'allusione,
che torner come citazione diretta, aH'"illuminazione" battesimale, il
phtisms che rester come uno dei nomi prestigiosi dell'iniziazione ai
divini Misteri. Ora, la teologia simbolica insegna che dove si dice "tenebra" si dice morte, e dove "luce" si dice vita. Gli Efesini, una volta
pagani, erano immersi nella morte senza scampo, mentre adesso sono
immersi nella Vita divina, con la sconfinata speranza della loro esistenza, ormai redenta e santificata. Cos da "adesso" essi debbono procedere,
ossia debbono comportarsi nella situazione totalmente nuova. L'esortazione era gi profetica. Presentando il raduno messianico escatologico delle nazioni a Sion, nella pace universale procurata dal Signore, il
716

DOMENICA 9" DI LUCA

Profeta proclama: "Casa di Giacobbe, su, procediamo nella Luce del


Signore" (Is 2,5), che la Gloria che viene. Paolo ripete il tema, quando
ai Filippesi invia l'esortazione: "Fate tutto senza mormorare, e senza
discutere, affinch siate irreprensibili e mondi, figli di Dio immacolati,
in mezzo ad una generazione ribelle e perversa, nella quale voi risplendete come astri nel mondo, possedendo l Parola di Vita" (FU
2,14-16a). Per questo non ci si deve illudere, occorre attivarsi. Ges
stesso nella parabola del servo infedele aveva avvertito: il fattore iniquo fu lodato dal padrone truffato ed ammirato, poich aveva agito con
astuzia, "i figli di questo secolo (di tenebra) sono infatti pi sapienti dei
figli della luce" (Le 16,8).
"Adesso, luce nel Signore" Risorto (v. 8a) indica una serie di fatti. I
fedeli sono luce essi stessi. E non solo la luce in qualche modo la loro
origine, la loro appartenenza, la loro situazione vitale, il luogo ed ambiente in cui si muovono, procedono ed operano. La loro caratteristica
essenziale Tessere "luce nel Signore", come canta il Salmista:
Poich presso Te sta la Fonte della Luce,
e nella Luce tua noi vediamo la Luce (Sai 35,10),
testo magnifico che appartiene anche alla Doxologia megl che unisce
le Lodi alla Divina Liturgia della Domenica e delle Feste.
Ora, "nel Signore" si diventa in qualche modo della sostanza del Signore, qui, la Luce. uno dei grandi temi della divinizzazione. La quale comincia gi qui, a partire dalla fede e dall'"illuminazione battesimale": si diventa figli veri di Dio, "figli della Luce", "figli della Luce e
del Giorno" che Cristo Signore:
Ges Cristo (nostro) Ieri e (nostro) Oggi, il
Medesimo per il secolo! (Ebr 13,8).
"Nella Luce" si vede la Luce, si diventa Luce. L'espressione "figli
della luce" semitica, e indica l'essenza ricevuta dall'Operazione superna della filiazione divina. In altro contesto, Ges dice: "Voi siete sale
della terra e luce del mondo", assimilando cos i discepoli a se stesso
(cf. Mt 5,13-14), essendo Egli "la Luce del mondo" (Gv 8,12) in quanto
Dio Verbo del Padre e Luce e Vita (cf. Gv 1,1-4), e senza Lui Luce non
si pu procedere verso la Vita eterna (cf. Gv 12,35.46). Nel fedele la
Luce produce l'effetto dell'investitura totale, poich l'occhio la luce
del corpo, e quando esso luce, anche il corpo luce e dunque vita (cf.
Le 11,33-34). Ed occorre guardarsi che la Luce ricevuta divinamente
sia sostituita in noi dalla tenebra. Occorre farsi completamente travolgere e trasformare dalla Luce (Le 11,35-36).
717

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

La Luce divina negli uomini che accettano di farsi fare luce, produce "il frutto". Un testo parallelo parla del "Frutto dello Spirito" Santo:
carit gioia pace,
magnanimit benignit bont {agathsyn),
fede mitezza continenza (Gai 5,22-23a).
dunque 3 triplette analoghe. Anche in Efes 5,9 viene "il frutto della Luce", con una tripletta: bont {agathsyn) e giustizia e verit. Il nesso
Spirito Santo - Luce evidente. la Grazia che deve produrre il suo
frutto secondo il suo scopo.
In questa condizione, i fedeli dovranno sempre provare (cf. Rom
2,2; 1 Tess 4,3), attraverso giudiziosa esperienza, che cosa sia gradito
(eureston) al Signore, ossia che si deve operare per adempiere la sua
Volont per noi (v. 10). Paolo gi lo ha indicato in un testo celebre di
Rom 12,1, che un'esortazione "per la Misericordia di Dio", ossia secondo la Bont divina per noi:
Io vi esorto (parakal), perci, fratelli per le
Misericordie (oiktirmi) di Dio, a presentare
i corpi vostri quale vittima vivente santa
gradita a Dio, lo spirituale culto vostro,
dove "spirituale" traduce rigorosamente logik (latria), sapendo che tra
logiks epneumatiks esiste identit, ed interscambio: quanto opera il
Lgos, pneumatiks, e quanto il Pnuma, logiks. Vedi anche FU 3,3.
In Rom 12,2 Paolo si raccomanda di non "conformarsi a questo secolo" che malvagio. In Efes 5,11, testo analogo, egli esorta a non "avere
con-comunione" (alla lettera, synkoinn) alle opere della tenebra che
sono dannosamente sterili, "senza frutto" di vita. Tali opere vanno confutate sempre (elgchein) (v. 11). Ora, "la tenebra" (sktos), non una realt
impersonale, si tratta purtroppo di uomini, e spesso di con-fratelli. Questi
operano nascostamente, tanto pi insidiosamente e rovinosamente, ma anche inquinando le coscienze e lo stesso linguaggio, cos che quelle azioni
sono vergognose, ed vergognoso perfino parlarne tra i fedeli (v. 12).
Questi a loro volta debbono operare una chiusura radicale, talvolta imbarazzante, ma necessaria. Debbono esercitare una netta confutazione (di
nuovo elgch) proprio in quanto sono "luce", e cos debbono far s che
quelle opere si manifestino: in tutto il loro orrore, per essere respinte. Che
se poi si trattasse di opere buone, si manifesteranno come "luce" (v. 13).
Paolo conferma la sua argomentazione citando la Scrittura, con la
formula poco frequente: "Perci parla (la Scrittura)" (cf. Efes 4,8). Il
718

DOMENICA 9" DI LUCA

testo ha la forma poetica di un inizio o di una parte di un inno, e alla


lettera dice:
Svegliati, o dormiente,
e risorgi dai morti,
e splender su te Cristo! (v. 14).
Si cercato nei secoli patristici il luogo biblico da dove sarebbe
tratto questo passo. I Padri stessi convenivano che nessun libro biblico dell'A.T. lo contiene, e alcuni di essi molto acutamente ritennero che si trattasse di una parte di un "inno battesimale". Tra i moderni si cercato almeno il luogo d'ispirazione, avendo Paolo ap portato eventuali adattamenti, e cos si rimandava aIs 26,19, il celebre testo della resurrezione; 60,1; 51,17 in varia combinazione; altri
pensavano ad un apocrifo. prevalsa adesso l'opinione dei Padri
sull'"inno battesimale", e Clemente Alessandrino, che in Protreptiks 9,84,2 (ed. Sthlin, p. 63, 17ss) lo cita, vi aggiunge anche la
continuazione.
Il v. 8 gi allude al battesimo. Il v. 14 ne offre una parte del rituale
antichissimo. Il catecumeno era esortato a risvegliarsi dal sonno della
morte, a tornare alla vita dal soggiorno dei morti, che la tenebra "di
allora", di quando era pagano. Cos, se si pone in una disposizione positiva, verr a sfolgorare su lui la Luce divina increata e creante, Cristo
Signore. Egli far di lui un "figlio della Luce" a partire daH'"illuminazione" battesimale operata dallo Spirito Santo.
Presentata questa situazione radiosa, Paolo fa seguire una serie di
esortazioni per la risposta degna a tanta Grazia. Anzitutto mette in
guardia, rimanda a "guardare esattamente" il modo di procedere dei figli della luce. Non come stolti, avvolti ancora nelle brume del secolo
cos ingrato e nemico, bens come sapienti, sophi, quelli che sono stati
visitati dalla divina Sapienza incarnata, Cristo, e dalla Sapienza increata, lo Spirito Santo (v. 15). Come prima operazione, occorre allora "riscattare", redimere il tempo presente (kairs), domarlo, ridurlo ad essere utile, a sfruttarlo fino in fondo senza timore, ma anche consapevolmente: "poich i giorni sono malvagi" (v. 16). I giorni significa i tempi
totalmente occupati dalla malvagit umana. Se non si opera attivamente ed accortamente, essi lavorano contro la fede e la carit. Qui i fedeli
non debbono tornare alla luce incerta, all'insipienza (phrones, poco
intelligenti).
Perci debbono sempre pi, sempre meglio, sempre pi volenterosamente comprendere la Volont del Signore (v. 17). Ai Filippesi Paolo
in modo lucido, e come sempre lapidario, aveva mostrato il fatto assolutamente fondante:
719

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

Dio infatti l'Operante (energr) in voi sia il


volere (thleir) sia l'operare (energin) per
VEudokia (Fil2,13),
e VEudokia il divino Compiacimento, che si abbassa fino ad aiutare
sostanzialmente l'intelletto, la volont, l'opera dei fedeli. Per questo,
ovvio, occorre molto pregare.
Nella situazione di Efeso, un ambiente colto e raffinato, ma anche
immerso nel pi crasso paganesimo, Paolo si raccomanda adesso che i
suoi fedeli si comportino con assoluta drasticit rispetto al culto idololatrico. L'imperativo netto a "non ubriacarsi di vino" (v. 18a). Il tratto
viene da Prov 23,30-31; cf. 9,1-6.13-18. il vino delle libazioni sacrificali, che nel convito che seguiva scorreva a fiumi, e preparava programmaticamente ad orge senza nome. Paolo avverte: nel vino sta Vastia, termine che indica un fatto, una persona "senza possibilit di salvezza", per traslato l'incontinenza lussuriosa e spendacciona, la disposizione al turpe ed al vizio; il Figlio prodigo viveva asts, in modo
dissipato, dissoluto (Le 15,13). Altri dati sul vino, infra, Appendice I.
L'esortazione eguale e contraria invece a "farsi riempire dallo Spirito". L'esegesi dei Padri, e la migliore esegesi moderna, vedono bene
qui l'opposizione inconciliabile che esiste tra vino-ebriet-idololatrialussuria da una parte, e "pienezza dello Spirito" Santo che proviene dal
Vino della Coppa eucaristica. Da qui i Padri parlano della "sobria
ebriet dello Spirito" a proposito della santa Coppa, e come effusione
nella vita di fede; formule che richiamano Efes 5,18b si trovano nelle
epiclesi delle Liturgie orientali, oltre che nelle opere spirituali dei Padri.
La conseguenza di questo una densa ma ordinata vita liturgica. I
fedeli in santa assemblea "si parlano reciprocamente" con le Scritture,
e perci si edificano reciprocamente all'unisono, nel canto di Salmi ed
inni e cantici dello Spirito Santo. conosciuta la tendenza della Chiesa
apostolica, che anche in questo seguiva la norma sinagogale, di usare i
Salmi come canto che accoglie e saluta le Sante Scritture, ed inoltre di
"rispondere" alle medesime Scritture con "inni" e "cantici" a cui spinge
lo Spirito Santo, se non direttamente li ispira. Quest'ultimo uso, in s
meraviglioso, resta per fortuna nella Chiesa dei sec. 2 e 3, nei quali,
come dimostrato, nella Liturgia non si usarono pi i Salmi ma solo
l'innodia; l'uso dei Salmi riprese con il 4 secolo. Il N.T. letteralmente
costellato di tali "inni" e "cantici", e qui baster citare il Megalynei he
psyche mou tn Kyrion della Madre di Dio (Le 1,46-55), e YEulogts Kyrios ho Thes to Israel di Zaccaria (Le 1,68-79); gli "inni"
diFU 2,6-11; Col 1,15-20; Efes 1,3-14; inoltre, 1 Tim 3,16; e i numerosi
"cantici" delVApocalisse. Paolo vuole che i fedeli cantino e salmodiino
"con il cuore", ossia con tutta la loro persona, intelletto e volont,
720

DOMENICA 9" DI LUCA

al Signore (v. 19). questa la fonte della vita spirituale: la santa Liturgia, come conferma il v. 20 (fuori della presente pericope), dove Paolo
vuole che gli Efesini "rendano grazie, eucharistontes" a Dio e Padre,
sempre e per tutto, nel Nome del Signore nostro Ges Cristo. Il termine
tecnico eucharist qui indica la celebrazione della Cena del Signore.
6. EVANGELO
a) Alleluia: Sai 17,48.51, "Salmo regale". di
Vedi l'Alleluia della Domenica 2a e 10adi Matteo; la

di Luca

b)Le 12,16-21
II contesto della presente parabola la "salita a Gerusalemme" (cf.
Le 9,51 - 19,28; e lo schema di Luca, nella Parte I). Il Signore battezzato dallo Spirito Santo, trasfigurato dalla Luce increata nella sua Umanit, preso sotto la protezione della Nube della Gloria che lo Spirito
Santo, si appresta a terminare il "suo esodo che doveva avvenire in Gerusalemme" {Le 9,31), verso il Padre, e che si consuma sulla Croce.
Egli prosegue il suo Programma messianico battesimale e trasfigurazionale, che sono l'Evangelo, le opere del Regno, il culto al Padre.
La parabola si pone come esplicitazione dell'Evangelo del Regno,
come enunciato e sua dottrina. In 12,13-34 il Signore propone una vera
"catechesi sulla rinuncia e sulla povert", e cos ai vv. 13-15 contro l'avidit o avarizia, radice di ogni male; ai vv. 16-21 narra la "parabola
del ricco scemo", alla lettera; ai vv. 22-31 rimanda alla fiducia solo in
Dio, che provvede sempre a tutti; il v. 32 l'esortazione al "piccolo
gregge" che mai deve temere; i vv. 33-34 infine presentano il "Tesoro
nei deli". Una catechesi impressionante, di cui i cristiani nei secoli non
sempre sono stati fedeli ascoltatori ed applicatoli, con conseguenze
gravissime anche per la vita sociale e politica, in cui il "lievito" spesso
venuto a mancare.
Egli narra "ad essi", alla folla del v. 13, una parabola, insegnamento
privilegiato del Regno e sul Regno. L'inizio come una conclusione: la
"regione, chr", ossia le tenute di un certo uomo ricco, ebbero un'annata che "port molto" frutto {euphor). Non solo, quella stagione
fortunata promette altrettanto anche per un lungo periodo (cf. v. 16; e
Sai 48,17-20; Eccli 11,18.19-24.27; 31,38). L'uomo gi facoltoso,
adesso lo di pi. Pu confidare nel futuro. E pu cominciare a programmare la sua economia su altra base, in modo pi razionale. Di tali
progetti sono piene le pagine finanziarie dei giornali, e ricevono presentazioni sempre lusinghiere nei giornali specializzati in operazioni finanziarie, ma se ne occupa anche la stampa politica. Cos il ricco comincia a rimuginare dentro di s {dialogizomai) su come procedere,
721

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

perch al momento ha scarsi magazzini di deposito. Il prodotto ingente, si deve provvedere subito alle infrastnitture del secondario, ed anzitutto ai provvidi silos (v. 17).
Ed allora decide per un progetto razionale e costruttivo: abbattere i
silos vecchi e soprattutto angusti, operazione, come si sa, oggi molto
incidente sulla progettazione e finanziamento, pi costosa della stessa
costruzione. Egli vuole costruire magazzini pi capaci, con locali ampi
e funzionali. L ammasser tutto, incurante dell'altra operazione costosa, il trasporto (v. 18). Vi ammasser sia i nuovi prodotti granali, sia il
resto dei suoi beni. Dietro il progetto per sta una finalizzazione ultima, uno scopo unico, ossia il consumismo egoistico e sfrenato, ma soprattutto egoistico solitario. Il ricco adesso si scatena, e parla con se
stesso, l'interlocutore segreto, nascondendo le sue intenzioni a chiunque altro: "Anima mia!", ormai tu possiedi "molti beni" depositati per
molti anni. Si tratta di prodotto, di capitale, di frutto corrente, e di una
previsione lusinghiera. Adesso puoi riposarti, in tranquillo godimento,
puoi "mangiare, bere, dare festini" (v. 19). proprio questo uno dei temi pi aborriti dalla Santa Scrittura, la saziet torpida, oggetto di riflessioni sapienziali (cf. qui Eccli 2,24; 11,9; Tob 7,9). E di amare riflessioni
di Paolo, che lo vedeva in atto in tutto il mondo del suo tempo (1
Cor 15,32, citazione del resto di Is 22,13). Egli in altro contesto parla
di gente per cui "il proprio dio il ventre" (FU 3,19). Proprio come oggi, sembra come sempre. In antico il tema era diventato proverbiale per
i Cretesi (cf. Tit 1,12), che in fondo non erano affatto peggiori di altre
popolazioni dell'impero.
Paolo avverte severamente che il cibo per il ventre, ossia per la nutrizione normale, ed il ventre per il cibo. Questo non se non organo
della nutrizione normale, bench in fondo sia per gli uomini solo un
aspetto infimo, destinato alla distruzione finale (cf. 1 Cor 6,13). Oggi,
sar sufficiente vedere nel cinema e alla televisione, come i gesti pi
comuni e purtroppo sottilmente (o anche scopertamente) suadenti sono
il mangiare, il bere, il fumare, la tensione al denaro, il vizio in tutte le
sue pieghe perverse, e tutto sempre in monotona continuazione.
Fin qui ha parlato solo il ricco. Come quelli che detengono un monopolio, reti finanziarie, catene di mercati, catene di giornali e di reti
televisive. Essi non hanno veri interlocutori, anche se cos, ottusamente, se lo credono.
Adesso interviene Dio, e parla come sempre la Parola del giudizio
primo ed ultimo, senza contraddittorio e senza appello. Una sentenza di
condanna.
E l'interpello : "Scemo, phrn\" Possiamo addolcire, sfumare
quanto si vuole, e sempre indebitamente, come si fa nelle traduzioni
correnti, con il poco usato e molto meno pregnante "stolto". Ma il ter722

DOMENICA 9' DI LUCA

mine phrn, che viene dalla letteratura sapienziale dell'A.T., indica


proprio la mancanza congenita di qualsiasi intelligenza della vita. Il Signore chiama questo, "ricco scemo". Ma cos, tutti quelli come lui, ieri
come oggi, e purtroppo come domani, sono per il Signore "ricchi
scemi". E cos debbono essere anche per tutti noi, nella reazione della
coscienza cristiana, resa vigile dalla divina Parola. E se tutti i ricchi sono scemi, tutti gli scemi di regola non sono ricchi.
Ges quando usa questa parola forte e giusta, pu richiamarsi ad una
serie enorme di testi sui "ricchi scemi", come all'invettiva dettata dalla
"rabbia profetica":
Guai a quelli che aggiungono casa a casa
e avvicinano campo a campo,
finch non ci sia pi posto per il prossimo!
Non abiterete soli sulla terra!
Fu ascoltato infatti dalle orecchie del Signore Sebaot questo:
se anche esistano case numerose (dei ricchi),
saranno un deserto le grandi e belle,
e non vi saranno gli abitanti di esse! (Is 5,8-9; LXX).
Con eguale "rabbia profetica", e con altrettanta meditazione sulla
stupida malvagit dei ricchi, il Salmista dice:
Passa l'uomo, come un fantasma,
apparenza il suo agitarsi,
ammassa, e non sa chi raccolga (Sai 38,7),
e poi:
Perch debbo temere nei giorni di sventura,
quando mi circonda l'iniquit dei miei insidiatori?
Essi che confidano nella loro potenza,
e si gloriano nell'abbondanza delle loro ricchezze?
L'uomo, mai potr redimere se stesso,
n pagare a Dio il suo riscatto,
anche se alto il prezzo della vita sua,
sar sempre insufficiente
a farlo vivere per sempre
e a non vedere il suo sepolcro.
Vedr che muoiono i sapienti,
come l'insensato e lo stolto vengono meno,
e lasciano ad altri la loro ricchezza.
La loro tomba la loro casa per sempre,
723

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

la loro abitazione di generazione in generazione.


Perfino pongono i propri nomi alla loro propriet!
L'uomo nel suo splendore non dura, simile agli
animali che periscono (Sai 48,6-13).
E si potrebbe continuare a lungo.
Il Signore perci investe il "ricco scemo": Questa notte stessa richiederanno da te la tua anima. Il plurale apaitosin, richiedere, indica la diretta azione divina (un plurale anonimo per non nominare il Nome divino). la condanna. Poi viene la domanda senza risposta, ossia che contiene la risposta in se stessa: "I beni che preparasti, di chi saranno?" (v.
20). chiaro, di "altri" che verranno. Che forse, il ricco non avrebbe
mai designato come destinatali per testamento. I quali si troveranno a
godere quanto non lavorarono. All'eternit per il ricco "senza mente"
si presenta solo con la sua scemenza di ricco. Il suo destino a causa e
per colpa delle sue ricchezze male accumulate, segnato. Esse furono il
diaframma impenetrabile, fatale, frapposto maleficamente tra lui ed il
resto dell'umanit, e quindi con Dio. Egli viveva e parlava solo con se
stesso. Dove stavano, nella sua "non mente", i fratelli ai quali maleficamente ha sottratto da vivere? Si rilegga qui la parabola di Lazzaro e del
ricco epulone, molto analoga (Domenica 5 adi uca>- a n quih anno scritto
pagine straordinarie. Una frase per tutti: la grande propriet un furto
(S. Basilio il Grande). Non il motto: "la propriet un furto",
grossolana imitazione ideologica marxista di una frase di uno dei pi
grandi uomini dell'antichit cristiana.
Che tutti i pedissequi imitatori del "ricco scemo" siano tutti "ricchi
scemi", e che come a quello avverr a questi, avvertito e sanzionato
dalla parola che chiude la parabola, che alla lettera statuisce: "Cos
(avviene per) il tesaurizzante in proprio favore, e non arricchentesi in
Dio" (v. 21).
Ges ha detto: "Tesaurizzate per voi, in favore vostro, tesori nel eieIo" (Mt 6,20a). In sostanza, occorre far precedere nel cielo la "dote", e
non lasciare la medesima sulla terra. In realt i beni terreni per ogni uomo sono una trappola quasi fatale, poich essi sono trasformanti: "Infatti, dove sta il tesoro vostro, ivi sta anche il cuore vostro" (Le 12,34; Mt
6,21, qui al singolare: tuo), dove cuore significa l'integralit della persona. Se il tesoro sta nel cielo, si attratti verso le Realt superne, e cos
si indotti ad operare il bene ai fratelli sulla terra; dove il tesoro sta in
basso, ci si perde l'anima, l'esistenza, la vita eterna.
Ges, poich era povero, e con la sua povert da ricco che era volle
arricchire gli uomini (cf. 2 Cor 8,9, nel contesto delle "collette" per i
"santi", i poveri di Gerusalemme), era troppo severo verso i ricchi? E
se cos, era anche ingiusto? Il ricco moderno oggi si giustifica dicendo
724

DOMENICA 9" DI LUCA

che in fondo da lavoro a migliaia di operai, che, "senza di lui" (! Ossia


si crede provvidenziale ed insostituibile), "resterebbero a spasso". Ma,
in dipendenza dei suoi capricci, resi di fatto "schiavi moderni". Cos
per tanti fatti. Come per la tendenza ormai a far lavorare anche nel
"Giorno del Signore" per pura fame di "produzione", che solo "guadagno", abolendo il "segno" della civilt biblica e cristiana, il "segno"
sacramentale del riposo, destinato anche al culto divino.
Non sembra che Ges sia troppo severo e ingiusto. Anzi, sembra
vero proprio il contrario. Poich Egli venne per tutti indistintamente,
per "salvare il mondo", che sono i buoni ed i cattivi, i poveri ed i ricchi. Il ricco scemo della parabola di Lazzaro non aveva ricevuto come
salvaguardia Mos ed i Profeti? (cf. Le 16, 29-31). Perch non li
"ascolt"? La dottrina tagliente della Scrittura e di Cristo Signore tende
solo a scuotere i ricchi dalla loro scemenza. Da scemi tende a farli
sapienti e ragionanti, in grado di comprendere che la via della salvezza
non passa affatto per "il solo io e nessun altro", bens per il prossimo
in vista di Dio.
Ma d'altra parte, anche i poveri qui sono investiti. Essi sono coinvolti nell'opera della comune salvezza, affinch la loro innocenza e la
loro mitezza disarmata e disarmante, attraverso l'esempio della vita e
molta preghiera, possa raggiungere e toccare il cuore dei sazi e sempre
insensibili, e coinvolgerli a loro volta nell'opera della propria ed altrui
salvezza. Avviene questo? Non universalmente n sempre. L'esempio
dei grandi Santi dell' A.T. e del N.T. sta a dimostrare per che possibile, e che perci molti altri fedeli debbono seguire questa via regale.
"Dove sta il Tesoro vostro, sta il vostro cuore" per i Padri, una
delle formule splendide della divinizzazione: il Tesoro divino divinizzante.
7. Megalinario Della
Domenica.
8.Koinnikn Della
Domenica.

725

DOMENICA 2T DOPO PENTECOSTE


10a di Luca
"Sulla donna con lo spirito di debolezza"
L'Evangelo di questa Domenica IO dl Luca {Le 13,10-17) si procla-ma
solo se la detta Domenica cade tra il 4 e il 10 dicembre.
Se invece cade tra il 24 ed il 26 novembre, in questa Domenica si
proclama l'Evangelo della Domenica 13* dlW Mora ' ^bonienica che segue,
tra il 1 e il 3 dicembre, si proclama l' Evangelo della domenica 14a Luca, e la Domenica successiva, tra 18 e il10 dicembre,
si proclama quello della Domenica 10a di Luca ^ nella settimana, gli Evangeli
della 13asettimana).
Se questa Domenica 10a di Luca cade *a d 27 ed il30 novembre, a
proclama l'Evangelo della Domenica 13a di Luca. Ma la Domenica che
segue tra il 4 ed il 7 dicembre, si proclama I 0a di
Luca (e nella settimana, gli Evangeli della
1. Antifone
Della Domenica, o i Typik e i Makarismi.
2. Eisodikn
Della Domenica.
3. Tropari
1 )Apolytikion anastsimon, del Tono occorrente.
2)Apolytikion del Santo titolare della Chiesa.
3)Kontkion: Prostasia tn christiann.
4. Apstolos
a) Prokimenon: Sai 117,14.18 "Azio $f<g^e
Vedi la Domenica 3a di Fasclua' 11
'
b)Efes 6,10-17
L'epistola secondo il suo schema si avvia alla sua conclusione. Come si ebbe a dire, da 5,21, testo che regge il seguito e che perci va
sempre tenuto presente, Paolo invia esortazioni di vita cristiana piena
alle tre principali categorie sociologiche, gli sposi, i figli ed i padri, i
servi e padroni (vv. 5,22-23; 6,1-4; 6,5-9). Segue in 6,10-20 le istruzioni
di tipo militare per il "combattimento spirituale"; i vv. 21-24 sono i
saluti e gli auguri finali.
726

DOMENICA 10" DI LUCA

Tutti i fedeli, di ogni categoria, sono impegnati nella lotta terribi le, incessante, insidiosa e pericolosa che il cristiano deve sostenere.
Da essa non pu essere esentato nessuno, e per qualsiasi motivo.
Paolo stesso un campione di questa lotta, e qui parla molto chiaramente come riflesso della sua propria esperienza ormai lunga di
Apostolo dell'Evangelo, contro cui si appuntano i colpi peggiori del
Nemico comune.
Paolo da inizio alle istruzioni ed esortazioni per questo combattimento con un imperativo e altri due sostantivi, la cui semantica indica
"forza", resistenza, tenacia: "Siate forti" (endynam, dove dynamis
indica potenza, robustezza), per "nel Signore", che nel contesto indica
Dio Padre (cf. vv. 7.8.9), in quanto solo Lui in Pantodynamos, l'Onnipotente. E da Lui discendono ai fedeli le manifestazioni della sua potenza irresistibile: "Siate forti nel Signore e nella potest (krdtos), della
sua forza (ischys)" (v. 10). Il krdtos (da krat), indica circa questo
concetto: quanto al verbo, avere potest su qualche cosa o persona, essere padrone o dominatore, dominare, superare tutto e tutti, possedere
come dominio tutto, prendere possesso. Da questo punto di vista, Cristo Signore appare nelle sante icone: mosaici delle absidi, affreschi, tavole, con V epigraph necessaria: Isos Christs ho Pantokrtr, ho
n, ossia: "Ges Cristo l'Onnitenente, il Sussistente (come Dio)" (cf.
sempre Es 3,14). Quanto al sostantivo, krdtos indica forza, impeto, potenza, veemenza, da cui il potere dominante esercitato su tutto, il dominio e l'imperio, la vittoria conseguita e sottomettitrice di tutto e tutti. A
sua volta, ischys (da ischy), indica: come verbo, avere salute e robustezza, sanit corporale, godere di molta forza ed efficacia, dunque valere, poter fare, avere possibilit fisica mentale materiale, valere in
campo giuridico, avere importanza; come sostantivo, forza, potenza,
facolt valida.
L'accumulo di omonimi, tutti retti dall"'en Kyri, nel Signore", tipico di Paolo, che con ridondanze simili porta l'espressione alla sua
massima efficacia: la forza ricevuta dall'Alto deve essere ben posseduta
dai fedeli, e posta in azione. Essi allora saranno invincibili nella lotta.
Dietro questo, per sta il fatto che lo Spirito Santo l'autentica
Dynamis to Theo, la Potenza invincibile di Dio, che si fa Presenza
agli uomini fedeli a partire dalla loro iniziazione battesimale.
Costituiti cos come militi perfettamente idonei, i fedeli ricevono dal
loro capo militare, l'Apostolo, le istruzioni per il combattimento. Ed
anzitutto, l'uso dell'equipaggiamento, che comincia l'elenco di molti
termini "bellici", in realt del solo "riarmo morale". Occorre dunque rivestirsi deH'"armatura", panoplia di Dio, ossia l'intero apparato che
ciascun soldato nel suo ordine e nella sua missione deve possedere
sempre e al completo. Il "rivestirsi" non un indossare per una volta,
727

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

per depositare dopo le operazioni belliche. Si tratta della veste abituale,


che non si pu mai depositare come inutile dopo un periodo di lotta. La
lotta perenne, fino all'ultimo respiro. Infatti Paolo indica anche il fine: "per resistere con forza davanti le dolose insidie del diavolo" (v.
11). Sta qui il sostantivo methodiai, dal verbo methodu, che significa
in origine "seguire, fare strada presso", per traslato trattare, fare, agire
con ordine, con "metodo", e perfino esigere e rastrellare le tasse;
quindi, usare astuzie, tranelli, insidie, ingannare, sedurre, sempre "da
presso, meta". Aiuta a comprendere la preoccupazione militare di Paolo un testo quasi parallelo dell'Apostolo fratello, Pietro, il quale da parte
sua pone le sue Comunit all'erta:
Siate sobrii, vigilate,
l'Avversario vostro, il diavolo, come leone ruggente,
circola cercando chi ingoiare!
Al quale voi resistete saldi nella fede! (1 Pt5,8-9a).
dove il "resistete, antistite", corrisponde al paolino stnai di Efes 5,11,
e antistnai di Efes 5,13.
Ora, il diavolo ha la tattica della guerriglia asfissiante, quella che
mette a terra anche eserciti agguerriti (il dramma americano del Vietnam insegni). H nemico invisibile, ma si sente vicino. Incute timore.
Colpisce senza preavviso, crea una tensione innaturale, piomba all'improvviso e fugge. Se non vince mai la battaglia campale, per pu vincere la scaramuccia. la tattica del Tentatore con Ges stesso, il quale
nel deserto esce come "il Vittorioso" per s e per noi, nella Potenza dello
Spirito Santo battesimale, e tuttavia Luca annota un dato terrificante: "e
consumata ogni tentazione, il diavolo si allontan da Lui fino al
kairs" (Le 4,13), ossia fino al tempo stabilito. Da chi? Da Dio? S, ma
anche dal diavolo per permissione di Dio. Il kairs principale la Croce, con le 3 tentazioni escatologiche (cf. ancora Le 23,38-43). Ma frattanto il diavolo sceglie altri kairi. E si serve perfino dei parenti di Ges
(cf. Me 3,21: dicevano "Exst, fuori di s", per difenderlo dalle
eventuali accuse). Dei principali discepoli, di Pietro (Me 8,33: "Va dietro
da me, satana, perch tu ragioni non secondo Dio, ma secondo gli
uomini!"). Della folla che Lo vuole eleggere re messianico (cf. Gv
6,15). Ancora dei discepoli che vogliono il regno terreno (At 1,6). Dunque Paolo e Pietro parlano dalla loro profonda, e dolorosa esperienza.
Le "insidie dolose" del diavolo fondano la lotta (pale) non contro
"carne e sangue", ossia le strutture umane, le quali sono deboli e vincibili, bens quella che deve essere condotta incessantemente contro potenze tanto pi temibili in quanto sono invisibili: principati, potest,
"tenitori del mondo" avverso a Dio ed agli uomini; signori della tene728

DOMENICA 10" DI LUCA

bra, di "questa" tenebra di morte che il peccato; contro le "realt spirituali", ossia incorporee, che si agitano "nei cieli alti", ossia tra il Cielo, che il Signore Santo, e la terra degli uomini (v. 12). L'enumerazione non fa parte del simbolico immaginario, della mitologia degli spiriti
ultraterreni, del leggendario, del non visibile.
Si tratta invece di uno dei capitoli pi importanti, ma anche pi ermetici della teologia paolina e dell'intero N.T., se poi se ne trovano
manifestazioni simboliche ed insieme reali nell'Apocalisse.
In realt, la teologia di Paolo come in salita. All'inizio la sua
preoccupazione l'Evangelo della Resurrezione e dell'ultima Venuta
del Signore (1 e 2 Tessalonicesi), per passare a presentare i grandi temi
della redenzione nel sangue della Croce e della vita cristiana che ne
consegue, "vita in Cristo vita nello Spirito" (GalaA; 1 e 2 Corinzi; Romani), nella grande costruzione che YEkklsia frutto del Mistero (Colossesi, Efesini), Mistero di Dio che "svuot" se stesso (Filippesi), da
cui la giusta conduzione pastorale delle Chiese di Dio (1 e 2 Timoteo;
Tito). E la "lettura Omega", dall'escatologia provocata dalla Resurrezione, alla pastorale nella Chiesa. Ma in Efesini si ha uno squarcio sul
mistero della Chiesa, che resta molto problematico per l'interpretazione
antica fino ad oggi. Paolo afferma in Efes 3 di essere stato scelto quale
ministro del Mistero di Cristo tra le nazioni, in modo da fondare tra esse
la Chiesa. La quale deve rivelare la Sapienza di Dio "ai principati ed alle
potest nei cieli", secondo il Disegno irrevocabile divino: Efes 3,1-13.
Tale sarebbe anche il fine ultimo, grandioso, inimmaginabile e di fatto
poco immaginato, dell'intera storia della salvezza.
Si darebbe cos questa situazione. La redenzione decretata dal Disegno divino preeterno, questa "Liturgia - opera per il popolo" triadica,
adempiuta ormai in Cristo Risorto con il Dono dello Spirito Santo. Essa
annunciata con l'Evangelo della Grazia ad Israele ed alle nazioni
pagane. Ad essa hanno cooperato volenterosamente e gioiosamente,
adorando Dio con l'eterno "Santo Santo Santo", le potenze angeliche
fedeli, guidate dal glorioso invincibile Michele Arcangelo, insieme con
i Sinarcistrateghi Gabriele e Raffaele. Essa invece stata avversata, e
di fatto ancora avversata fino all'ultimo dei tempi, dalle "potenze delle
tenebre", e Paolo ne sta trattando qui. Ora, tali potenze sono definite in
qualche modo come essenze che si agitano disperate "nei cieli", dei
quali il cielo meteorologico (l'atmosfera terrestre) e quelli astronomici
sono il simbolo, trattandosi in realt di una sfera d'esistenza n divina
n terrena, ma a met distanza per cos dire. Ora, qui si data questa situazione: gli Angeli fedeli hanno combattuto in favore di Dio e degli
uomini, sono gli "Angeli liturghi" della divina Volont. Gli angeli ribelli hanno combattuto per odio contro Dio, e per invidia contro gli uomini, e sono stati sconfitti dalle milizie celesti sante. Per restano se
729

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

si comprende bene l'accenno oscuro di Efesini, ma, si deve qui confessare, senza esserne troppo sicuri un numero probabilmente molto ingente di angeli, i quali restano neutrali per un imprecisato motivo, dunque n lealmente dalla parte di Dio e perci anche degli uomini, n decisamente dalla parte degli angeli tenebrosi. Essi ancora restano sospesi, come in attesa.
Ufficio finale della Chiesa sarebbe quindi evangelizzare quegli angeli in attesa. E qui il Mistero avrebbe il suo compimento ultimo.
Con gli Angeli di Dio non c' da scherzare, come pare si permetta di
fare certa pessima teologia di moda. Occorre acquisirne conoscenza.
Paolo invita severamente la sua generazione a questa conoscenza. E lo
fa con le metafore terribili del combattimento.
E cos al v. 13 prosegue: "Per questo", ossia per quanto esposto appena sopra, esorta ancora a "sollevare" e indossare la "panoplia di
Dio" citata al v. 11, per poter resistere (al v. 11 : per poter stare saldi in
attesa dell'attacco; cf. di nuovo 1 Pt 5,9a, sopra) nel momento che viene "il giorno malvagio", quello ultimo ed anonimo e sconosciuto, improvviso, che decide del destino di tutte le creature. Allora occorre tanto
pi "avere superato tutto" (panta katergasmenoi), e cos prevalere
stando saldamente (di nuovo il verbo stnai del v. 11).
Questo "stare a piede fermo", torna come imperativo aoristo puntuale di histamai: "stte dunque!", che come il riassunto degli ordini di
battaglia e delle prescrizioni per l'equipaggiamento; la panoplia di Dio
descritta nelle singole armi, con i loro effetti splendidi, in crescendo,
dalle armi diciamo cos passive fino all'ultima, terribile arma efficace
ed onnivittoriosa. Le armi allora sono 6.
Anzitutto la cintura che stringe la veste di combattimento: "cinti i
lombi con la verit" (v. 14a). La citazione viene daI s 59,17, testo riletto
dal grande squarcio di Sap 5, che guida qui tutto il testo che segue, e
che bene rileggere per avere la visione pi piena, ma anche per mostrare come Paolo rilegga di continuo la Santa Scrittura dell'A.T.:
I giusti per il secolo vivranno,
e nel Signore la ricompensa loro,
e la loro cura sta presso l'Altissimo.
Per questo riceveranno il dominio della magnificenza,
e il diadema della bellezza dalla Mano del Signore,
poich con la Destra (Egli) li protegger,
e con il Braccio far scudo di essi.
Assumer (il Signore) come panoplia la sua gelosia,
ed armer la creazione per respingere i nemici,
indosser la corazza della Giustizia
e si cinger l'elmo come Giudizio sincero,
730

DOMENICA 10aDILUCA

prender come scudo invitto la Santit,


affiler la sua aspra Ira come spada,
combatter con Lui il cosmo contro gli insensati,
partiranno aggiustate frecce di folgori,
e come da ben teso arco di nubi scoccheranno verso il bersaglio,
e dalla fionda piene dell'Ira saranno sparate grandini,
si infurier contro essi (gli iniqui) l'acqua del mare,
i fiumi anche strariperanno erti:
li scontrer lo Spirito della Potenza
e come tempesta li disperder quale pula,
e render deserta l'intera terra l'iniquit,
e la malvagit abbatter i troni dei potenti (Sap 5,15-23).
Inoltre, i fedeli indosseranno la "corazza della Giustizia", come il
loro Alleato divino (v. 14b). E calzeranno i loro "piedi con la preparazione dell'Evangelo della pace" (v. 15), citazione di quel testo di Is
52,7 tante volte richiamato sopra.
I militi in tutto il combattimento saranno protetti dallo scudo della
fede, la quale sola rende idonei a spegnere e rendere innocui tutti i
proiettili incendiarii del Malvagio (v. 16; cf. anche 1 Pt 5,9; 1 Gv 5,4:
la vittoria che vince il mondo, la fede).
Finalmente, la super-arma duplice, l'elmetto della salvezza, di cui il
Signore stesso si cinse per la vittoria del suo popolo (Is 59,17), e la
Spada dello Spirito, la quale "la Parola di Dio" (v. 17).
Si apre qui un immenso capitolo, che si pu schematizzare in 4
punti.
a) La Parola-Spada un grande tema profetico, assai frequente nell'A.T., per indicare la violenza immane, irresistibile, tagliente e mortale
del Signore, che tutto compie con irrisoria facilit quando parla con la
sua Bocca divina, dalla creazione alla fine della storia. Poich se con la
Parola, la Sapienza e lo Spirito crea l'universo a partire dalla luce creata (cf. Gen 1,1-3), con la medesima Parola dirige il corso della storia,
ed elimina tutti gli ostacoli, tutti i nemici, come con una spada (qui,
mchaira, ma anche xifos, e rhomphia) immane, il cui taglio fatale
per chiunque osi contrastare il Disegno divino. Cos il Signore doter
di questa Spada il Re messianico su cui riposa lo Spirito di Dio (Is
11,4, ma cf. i vv. 1-10). E con essa armer il suo Servo, rendendo la sua
bocca come una Spada inesorabile (Is 49,2). Come si vide sopra, Egli
stesso armato di tutto punto interverr nella battaglia per il suo popolo
(Is 59,16-20), e sulla bocca stessa di Sion, la sua Citt diletta, porr la
sua Parola, e su essa effonder il suo Spirito per sempre (59,21). Il Signore poi, di fronte all'ostinazione del suo popolo, lo fece a pezzi con
731

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

la Spada della Parola posta sulla bocca dei suoi profeti (Os 6,5), antifigura di quanto fece agli Egiziani nella notte dell'esodo, quando
nel silenzio terribile della notte la sua Parola discese quale inflessi bile guerriero, recando la spada affilata che il Decreto eterno (Sap
18,14-16). Il tema rievocato da Paolo gi nella sua prima Epistola
(1 Tess 5,S).
b) D'altra parte, esiste un nesso stretto e funzionale tra la Spada della
Parola, e lo Spirito di Dio. Oltre Gen 1,1-3, si pu vedere qui il classico
Sai 32,6.3, dove il nesso sta in opera dalla creazione in poi; il testo fu
molto approfondito dai Padri della Chiesa. Sopra si cit /s i i,4, a cui si
pu aggiungere Is 61,1-9, specialmente il v. 1: lo Spirito del Signore sta
ormai sul suo Unto, inviato anzitutto "ad evangelizzare i poveri", testo
proclamato dal Signore nella Sinagoga di Nazaret all'inizio della sua
missione (cf. Le 4,18-19).
e) Nel N.T., lo Spirito e la Parola, con la Sapienza, sono l'Operazione
divina in atto nell''Oikonomia dell'adempimento. Una "teologia" vera e
propria, qui, si ha in Ebr 5,11 - 6,8, che anche un grande testo triadico, dove in 6,4 in funzione lo Spirito in nesso con la Parola, nell'irreversibilit del Dono che se si disattende porta alla rovina.
d) Ges stesso, che il Verbo Dio, la Parola del Padre tutta pronunciata
e tutta operante, inviato con la pienezza dello Spirito Santo: Gv 3,34,
e proclama che le Parole sue in cui parla del Padre rivelandolo
"sono Spirito e sono Vita" eterna (Gv 6,63). Nella visione escatologica
si manifesta come "il Lgos di Dio", "il Re dei re e Signore dei signori", e "dalla Bocca di Lui esce la Spada acuta bifilare" con cui "il Vittorioso" (Ap 19,13.16.15, ma vedi ivv. 11-16).
Nella riflessione apostolica, la migliore presentazione di questo tema immane la Pentecoste. Qui, ripetutamente, poich come si disse
Luca narra di 5 Pentecosti dello Spirito Santo (At 2,1-4; 4,31; 8,15-17;
10,44-46, con gli stessi fenomeni della prima Pentecoste; 19,5-7, idem,
ed in pi, si trattava di dodici persone!), il Dono inconsumabile dello
Spirito del Risorto provoca come primo fatto l'annuncio della Parola
della Resurrezione, il Krygma apostolico.
In Efes 6,17, "la Parola di Dio", connessa con lo Spirito, questa Spada inesorabile sempre posta sulla testa del popolo di Dio, precisamente il Krygma, l'Evangelo che salva. Cf. qui Rom 10,8, e 1 Pt 1,25:
"questo la Parola (rhma, come in Efes 6,17) evangelizzata a voi".
Realt perenne nella Chiesa, che fonda di continuo la Chiesa di Dio
nel suo esodo verso il Padre mediante Cristo nello Spirito Santo.
732

DOMENICA 10" DI LUCA

6. EVANGELO
a) Alleluia: Sai 19,1.10, "Salmo regale"
Vedi l'Alleluia della Domenica 3a di Pasqua, 2a

di Luca

b)Le 13,10-17
II contesto la "salita a Gerusalemme" (Le 9,51 - 19,28), pi volte
rievocata, durante la quale il Signore, battezzato dallo Spirito Santo e
trasfigurato dalla Luce increata e di nuovo assunto dalla Nube della
Gloria dello Spirito, come "confermazione" del suo Battesimo, per salire
alla Croce, passa annunciando l'Evangelo e la sua dottrina, operando i
grandi "segni" che sono le opere del Regno, e riportando gli uomini
all'adorazione del Dio Vivente.
Nel contesto immediato (sempre rifarsi allo schema generale di Luca, vedi Parte I), il Signore aveva insegnato a lungo la vigilanza escatologica, poich il "momento" in modo perenne una realt imminente
(Le 12,41-59), con ci avvertendo che necessario convertirsi (Le
13,1-5), altrimenti si fa la fine del fico sterile (parabola dei vv. 6-9).
Adesso opera un altro grande "segno", un miracolo, un'opera del Regno, opera della divina Misericordia.
Il momento un sabato, giorno sacro per eccellenza, la principale festa e celebrazione dell'anno liturgico ebraico. Il luogo una sinagoga,
dove piamente si raccoglie l'assemblea liturgica per ascoltare la Trh
santa, e la sua spiegazione edificante e normativa. La sinagoga per sua
destinazione la bet ha-midras, "casa dell'insegnamento". E uno spazio
privilegiato, dove gli ascoltatori sono disposti ad accogliere nel cuore la
divina Dottrina. Ges proprio questo adesso sta insegnando (v. 10).
"Ed ecco", l'espressione che comincia il v. 11. Tale espressione
molte volte, per non dire quasi sempre, gi esprime in via diretta un
prodigio divino che si prepara. Come quando il Profeta annuncia: "Ecco, la Vergine concepisce e partorisce il Figlio" (Is 7,14), con la divina
Conferma dell'Angelo di Dio alla Vergine di Nazaret: "Ecco, tu concepirai nel seno e partorirai il Figlio, e chiamerai il Nome di Lui "Ges"
(Le 1,31). E ad Emmaus, "ecco due di essi", i disperati e fuggitivi raggiunti mirabilmente dal Signore che li riconduce nella sua Casa per
ospitarli (Le 24,13). Gli esempi sono una miriade.
"Ed ecco una donna", dunque ecco il prodigio divino che sta per
mettersi all'opera. Dal contesto, questa donna stava all'esterno della sinagoga, contentandosi di ascoltare da fuori le ricchezze che sentiva
proclamare nell'assemblea dei pii confratelli. Ella era afflitta da "uno
spirito di debolezza", di malattia, che le rovinava l'esistenza. Forse non
era pi tanto giovane, se da ben 18 anni era afflitta da questo flagello,
per cui le sue ossa si erano contorte, e la sua persona si era incurvata al
733

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

punto di non potere affatto guardare in alto; perci parlava con le persone come obliquamente (v. 11). Ges, che di certo, chiamato a parlare
nell'aula della sinagoga, stava sul palco apposito, vedeva i presenti in
faccia, ma vedeva anche la porta e chi vi faceva capannello. E cos
scorge la povera donna, una fedele del suo popolo amato Israele, e da
lontano la chiama, la fa accostare. Si possono immaginare la timidezza
e la ritrosia della donna, quando tutti i presenti si saranno voltati a
guardare, tra la compassione, il ribrezzo e il disprezzo che i sani hanno
verso i malati. Infatti lo spettacolo della malattia incute nei sani la cattiva
coscienza del loro stato, li rende tristi, spesso li irrita. Quasi sempre essi
in qualche modo debbono "rimuovere" la malattia e la morte. E qui il
mezzo principale non guardare, non sapere, non intervenire. Ges
guarda, poich sa, e sta l proprio e solo per intervenire. I presenti non
se ne rendono conto.
Le parole di Ges sono immediate, un ordine netto, dato con un verbo
coniugato con un tempo strano: "Donna, sei stata gi sciolta dalla tua infermit!" (v. 12). H vocativo gynai in bocca a Ges per lo pi un titolo
d'onore, come dire: "signora". Cos, infatti, si rivolge alla Madre sua, ad
esempio a Cana (Gv 2,4), quando con la strana espressione semitica "che
sta tra me e te?" indica che nessun contrasto di fatto esiste; e cos alla
Croce: "Gynai, Signora-Regina, ecco il Figlio tuo!" (Gv 19,26), chiamandola cos ad essere la prima e perenne Testimone della Redenzione,
"il Figlio" di Maria essendo solo Ges. Il gynai rivolto alla donna incurvata dal male, dunque l'ennesima manifestazione della speciale soavit, tenerezza, cura e stima che il Signore ha per le donne, come in specie da resoconto Luca. Le donne nell'antichit, nel medio evo, nell'et
moderna, nel futuro, finch continua la durezza del cuore dei maschi, sono oggetto insieme di desiderio e di noia, di utili servizi e di ingombrante presenza. Di esaltazione, ad esempio dei poeti, degli artisti, dei musicisti, ma anche qui la donna 1'"oggetto" o meglio il pretesto per alte
imprese liriche. Infine, oggetto di disprezzo, per la supposta inferiorit
misurata con il metro della condizione maschile. Ges spazza via una
volta per sempre tali malvagit, meschinit, stupidit, ubbie. Egli "nato
dalla Donna". Egli viene per conquistarsi "la Donna, la Sposa" con il
suo sangue. Egli proclama che ogni discepolo deve "farsi donna-madre
di Lui" per entrare nel Regno, e questo concependolo e partorendolo
senza separarsene mai: "Madre mia, e fratelli miei, sono quelli che
ascoltano la Parola-Lgos di Dio, e la praticano!" (Le 8,21).
Insomma, questa donna privilegiata per essere incontrata dal Signore, che la chiama a s. La sua malattia "gi stata sciolta", dimessa,
sparita, non esiste pi. Non solo, con un gesto del tutto clamoroso, e
riprensibile per tutti, il Signore la tocca: le impone le Mani immacolate
e sante (v. 13a). L'imposizione della mano, o delle mani, un gesto sa734

DOMENICA 10' DI LUCA

ero, sacerdotale, di complesso significato. Indica anzitutto che tra la


mano e l'oggetto toccato esiste comunione ed appartenenza, e cos il
sacerdote nel sacrificio anzitutto deve imporre la mano sulla vittima,
indicando ai presenti, ed al Signore che il destinatario dell'offerta e
che la deve accettare, che "questa" vittima in un certo modo raffigura
se stesso, se stesso con tutti quelli che rappresenta. L'imposizione
delle mani per sempre accompagnata da una formula di preghiera, e
questa non pu essere che un'epiclesi: invocazione al Signore che accetti l'offerta, inviando sopra l'offerente con i suoi, e sulla vittima, la
sua benedizione, che anche il segno dell'accettazione.
Qui nostro Signore con il "segno" dell'imposizione della mani sta
significando sacerdotalmente, regalmente, profeticamente, nuzialmente
che la donna cos malata, ormai guarita, appartiene in proprio a Lui
quale Sacerdote e Re e Profeta e Sposo. Fa parte di nuovo dell'assemblea liturgica del suo popolo. membro del Regno che viene. destinataria della Parola della salvezza. investita dalla sua divina benedizione. Entra da adesso alle Nozze escatologiche, che saranno sancite
dalla Croce, dalla Resurrezione e dalla Pentecoste, come Convito eterno. Inoltre, il Signore contestualmente implora dal Padre la sua Benedizione divina su questa sua serva risanata, e tale Benedizione lo Spirito Santo. Cristo Medico delle anime e dei corpi risana infatti per la Potenza dello Spirito battesimale.
Sobria la descrizione delle conseguenze di questi fatti: la donna
"subito si raddrizz, e glorific Dio" (v. 13a). L'immediatezza della
guarigione il segno incontestabile, sul piano medico, che qui avvenuto un miracolo. La creazione e la creatura sono state docili alla Parola
divina del Sovrano del mondo. La malattia che turbava l'armonia intesa
da Dio, mentre scompare, denuncia con ci stesso che le potenze
avverse all'uomo sono qui dominate, il "regno di satana" ha perduto
un'altra posizione strategica, conquistata dal Regno di Dio. Poich, come tante volte si insistito, Cristo battezzato riconquista nello Spirito
Santo il Regno al Padre, strappandolo al Male in tutte le sue manifestazioni che tiranneggiano e tengono prigionieri gli uomini.
La donna pubblicamente "glorific Dio, edxasen tn Then". Ogni
pio Ebreo davanti a qualsiasi fatto, qualsiasi evento, qualsiasi oggetto,
dal risveglio del mattino fino all'addormentarsi, reagisce sempre con la
brkah, la eulogia, poich sa che sta senza interruzione di fronte alla
manifestazione della divina Misericordia. Questo, per lo stesso risveglio mattutino, per un frutto, un cibo, un profumo, la visita di un amico,
la nascita di un figlio, l'inaugurazione di una casa e di un campo, per il
raccolto... Tanto pi, di fronte alla manifestazione divina avvolgente che
la propria guarigione. La donna infatti sa che con le sue forze non pu
guarire; di certo avr cercato la cura di medici; nessuno mai l'ha soccor735

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

sa. Ecco la Mano benedetta. Ed ecco la bocca del cuore riconoscente,


adorante, di una figlia di Dio nel pieno possesso delle sue forze. Adesso
pu proseguire la sua pubblica glorificazione divina anche dentro l'assemblea liturgica del suo popolo, fino alla fine della sua esistenza.
Allo scopo della celebrazione di Cristo Risorto nel suo Evangelo,
per s, il discorso sarebbe finito qui. I fedeli oggi sono, possono essere
come quella donna; sanno che possono essere chiamati dal fondo della
chiesa, e guariti istantaneamente. Di fatto il celebrante invia il suo diacono a proclamare: "Con timore, e fede, nella carit, avanzatevi" verso
la santa Tavola, da cui i divini Misteri sono la guarigione totale.
Ma Luca ha ritenuto, seguito come quasi sempre da Marco, di presentare un seguito fastidioso del meraviglioso episodio: la reazione di
alcuni presenti.
Il capo della sinagoga si irrita perch Ges guarisce di sabato, essendo il sabato giorno del "riposo" da dedicare anzitutto al Signore. Nessuna "opera" permessa, in specie se da essa si trae qualche vantaggio,
come cucinare e accendere la luce, tanto pi lavorare e commerciare e
cos via. Per la stessa severa tradizione ebraica, che aveva minutamente emanato prescrizioni sul riposo sabbatico, ammetteva come seconda istanza che questo giorno, il pi solenne di tutti, pi di ogni altra
festa, fosse dedicato non solo a Dio, ma anche ai fratelli, agli amici, alla
carit. Per s, Ges stava perfettamente nelle norme.
L'archisinagogo forse un perfezionista. Oggi si direbbe un "tuziorista". Ossia, poneva il limite il pi lontano possibile per concedere il
meno possibile che si infrangessero le norme sabatiche. Cos, "risponde
alla folla" presente, di certo stupefatta di quanto avvenuto, e di certo
ammirata e contenta, richiamando il fatto che per 6 giorni si pu "lavorare" (ergzomai), ed in questi chiunque pu "venire" a Ges e farsi
curare e guarire, per mai di sabato (v. 14). Va annotato qui che una
guarigione assimilata ad un "lavoro" medico, il quale per sua definizione un atto da cui qualcuno comunque trae vantaggio. Ora, la donna senza dubbio ha tratto un vantaggio. Ma se la guarigione in genere
opera medica, la quale per sua natura retribuita, la gratuit della guarigione, qui, pi che palese. Essa dunque non un "lavoro".
Ges risponde con un tono in apparenza altrettanto irritato, se non
altro che per l'appellativo iniziale: "Ipocriti!". Si noti per che usa il
plurale. Cos non investe n offende in modo diretto lo sgarbato e non
giusto archisinagogo. Conserva sempre la carit. Il termine hypokrits
ha una storia strana. Per s, viene da hypo-knnomai, che significa rispondere; poi per traslato, il declamare dell'attore in teatro, ossia il fingere di essere un altro "personaggio"; ed infine, per applicazione generale, simulare, fingere, essere "ipocrita" nel senso moderno. Dunque
l'accusa di Ges a quelli che all'esterno sono severi nel giudicare mo736

DOMENICA 10JDILUCA

Talmente gli altri, ma se serve sono poi molto concessivi con se stessi
senza mostrarlo. Per questo, di una povera donna la guarigione prodigiosa non riconosciuta, essa un "lavoro" proibito, come di ambulatorio medico. Ges mostra qui come certi abbiano un duplice piano
mentale, il proprio, e quello che riguarda gli altri. Ora, tutti i sani di
mente, se non vogliono danneggiare il bove o l'asino, anche di sabato
va alla stalla, li scioglie e li conduce all'abbeveratoio (v. 15). Questo
detto come domanda: s o no? La risposta senza eccezione : s.
Adesso Ges procede al tipico ragionamento rabbinico, chiamato
"dal minore al maggiore", ossia: se nel piccolo cos, nel grande quanto deve essere di pi. E porta la comparazione: se di sabato cos con gli
animali, per una donna allora tanto di pi.
Ella era malata, ma non semplicemente. una figlia d'Abramo, e
pertanto erede di diritto della Benedizione e della Promessa del Padre
del suo popolo e di tanti popoli, e la Benedizione e la Promessa d'Abramo, ottenute dalla Croce del Signore, lo Spirito Santo (Gai 3,1314). La donna un membro d'Israele con tutti i diritti e doveri.
"Figlia d'Abramo" per ricorda anche un fatto da non dimenticare
mai, la funzione delle donne in seno al popolo di Dio. Da quando esiste Israele, un suo membro sar considerato "Ebreo" a titolo plenario
solo se nasce da una donna ebrea. Ges Signore vero Ebreo perch
nato da Madre Ebrea, la Semprevergine Maria. Le donne ebree sono le
vere portatrici della genealogia del popolo di Dio, anche se quella legale corre per la linea maschile, che piuttosto anagrafica. Come per
Ges stesso, Figlio di Maria, e solo legalmente anche "Figlio di Giuseppe". E quando in tempi calamitosi, dopo l'esilio, la misura dell'appartenenza al popolo santo ricostituito assumer aspetti drastici, al limite del disumano come ricostituire la genealogia materna, da una
parte, e legale, dall'altra, dopo la catastrofe dell'esilio? , e si ingiunse di sciogliere nuclei familiari, di rinviare spose e figli, un Autore
ispirato con Rut mostrer che per un "figlio d'Abramo" vero, come
David, discendeva da una Moabita pagana, pur convertita al Dio d'Abramo, ed accolta quasi come "figlia d'Abramo". Era un appello a mitigare la durezza.
Ges quando si trova davanti questa "figlia d'Abramo", conosce bene tali questioni. La dignit di questa sofferente e dolente, la sua idoneit, la sua autenticit erano state sospese per ben 18 anni; 6 il numero dell'incompletezza, dell'attesa, dell'imperfezione, e cos i suoi
multipli, in specie 18 e 42. La tattica di satana isolare un membro del
popolo di Dio, rendendolo vulnerabile, e su questa donna si accanito
in modo insidioso, non uccidendola, ma peggio, tenendola "legata",
impotente, non pi donna attiva e dinamica.
H ragionamento di Ges conseguente. Si sciolgono gli animali dal737

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

la mangiatoia per nutrirli ed abbeverarli di sabato. Tanto pi questa


donna doveva essere sciolta dal tremendo vincolo, "questo", di satana,
anche se fosse di sabato. La legge sugli animali nel giorno di sabato
viene dalla normale ragione umana che interpreta saggiamente la Legge cos severa, ma non fino al punto di far morire un bene prezioso. La
guarigione della donna viene dall'interpretazione dell'unica Norma divina che sta sopra la Legge e ne guida l'applicazione: la divina Misericordia, quella che dice di amare il prossimo come se stessi {Lev 19,18).
Ges ha applicato rettamente e la Legge, e la Misericordia, Egli, il Sovrano del sabato, Egli, il Polyleos, il Multimisericorde. Quando in altro contesto aveva detto: "II Figlio dell'uomo sovrano anche del sabato" (cf. Le 6,5; Mt 12,8; Me 2,28), aveva premesso: "il sabato a causa
dell'uomo (in suo favore) fu fatto, non l'uomo a causa del sabato" {Me
2,27). Infatti il Signore prima cre l'uomo {Gen 1,26-27), poi dispose il
sabato per il Riposo divino, a cui ammise anche l'uomo. Anzi benedisse il sabato perch era la festa pi gioiosa per l'uomo. Non solo, altres
per gli animali e per la terra, che insieme all'uomo debbono riposarsi
anche essi {Gen 2,l-4a).
La conclusione dell'episodio ha due note: la vergogna "di tutti i
suoi avversali", gli "ipocriti" non chiamati per nome; e la gioia di tutta
la folla a causa di tutti i "fatti gloriosi che erano avvenuti ad opera di
Lui" (v. 17). Fatti risplendenti di Misericordia, che la principale Gloria divina. E fatti che portano a dare gloria al Signore di tutte le misericordie.
7. Megalinario.
Della Domenica.
8.Koinnikn Della
Domenica.

738

DOMENICA 28a DOPO PENTECOSTE t.


adi Luca

"Sui convocati alla Cena"


L'Evangelo di oggi si proclama solo la Domenica che cade tra 1' 11 e
il 17 dicembre, detta "Domenica degli Antenati". Esso va proclamato
sempre e comunque dopo l'Evangelo della 10a Domenica di Luca.
1. Antifone
Della Domenica, o i Typikd e i Makarismi.
2. Eisodikn
Della Domenica.
3. Tropari
1)Apolytikion anastsimon, del Tono occorrente.
2)Apolytikion del Santo titolare della chiesa.
3)Kontkion: rifarsi al Typikn.
4.Apstolos
a) Prokimenon: Sai 46
J2
r>nmpnica
Vedi Domenica 4a di Pasqua, Domenica ^
Luca.

di Matteo e

b) Col 1,12-19
Colossi era stata distrutta dal terremoto nell'anno 60 d.C. Perci la
data dell'Epistola a quella Comunit cristiana il 58-59. Paolo la scrisse
nella prigionia di Cesarea (a. 58-60), con una pesante preoccupazione
teologica, spirituale e pastorale. La grave questione per cui l'Apostolo
si mosse ad intervenire con decisione, era simile a quella che agitava i
Galati, quella dell'infiltrazione tra i fedeli di elementi dottrinali spurii
rispetto ali'Evangelo immacolato. A Colossi infatti, predicatori
importuni avevano introdotto strane idee sincretistiche, analoghe a
quelle che poi sfoceranno nella gnosi falsa, e centrate in una forma pericolosa di religiosit. Il nucleo di questo era una speculazione cosmica
sull'antropologia redentrice. Cristo era assimilato a 6 "angeli" creatori.
A questi era tributato un culto, in cui era associato a pari titolo Cristo
stesso. Semplificando molto, anche per le scarse fonti a disposizione,
dietro tali ideologie stava una certa propaganda giudeo-cristiana non
ortodossa. Gli autori parlano qui di "eresia di Colossi".
739

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

II piano dell'Epistola che Paolo dalla prigionia si premura di inviare ai


Colossesi circa questo: dopo l'esordio, diviso in indirizzo (Col 1,1-2) e
in rendimento di grazie (1,3-14), il testo passa subito a trattare della supereminente dignit e del primato di Cristo Signore (1,15-23); quindi Paolo
espone la sua preoccupazione pastorale e dottrinale, e mette in guardia i
suoi fedeli dai falsi dottori che vanno circolando (1,24 - 2,23); seguono le
istruzioni della vita secondo Cristo, che vita nuova (3,1-17), da cui conseguono i doveri verso il prossimo, nelle categorie principali della vita associata gi visti in Efes 5-6 (vedi sopra; Efesini di fatto rielabora questo
tratto dei Colossesi), ossia gli sposi (3,18-19), i figli e i genitori (3,20-21),
i servi e i padroni (3,22 - 4,1); alcune esortazioni per la vita comunitaria
terminano il trattato dell'Epistola (4,2-9), che chiusa dai saluti (4,10-18).
La pericope 1,12-14 connette la fine del rendimento di grazie dell'Apostolo a causa dei Colossesi, con l'immenso "inno" del primato
universale di Cristo, che si estende ai vv. 15-20.
Paolo comincia con il "rendere grazie" (eucharist) al Padre; bench il verbo possa esprimere una generica preghiera di azione di grazie,
tuttavia esiste sempre in Paolo l'insistenza del rimando alla grande preghiera che come Apostolo di continuo innalza al Padre, e questo avviene nella celebrazione comune del Convito del Signore. H motivo che
il Padre si degn nella sua Bont di rendere idonei (ikan) sia Paolo,
sia i suoi fedeli, di prendere parte all'eredit (klros) propria dei "santi",
eredit gratuita, che discende dalla Grazia divina. Tra i molti significati
che riveste il termine hgioi, santi, Paolo usa spesso quello di "Apostoli
della Chiesa di Gerusalemme", la Chiesa Madre di lingua aramaica, con
le loro Comunit; l'altro significato quello comune, egualmente
splendido, di fedeli "santi" perch tali sono resi dallo Spirito Santo a
partire dall'iniziazione battesimale, come in 1 Cor 6,1; Rom 16,2; Efes
5,3, e naturalmente qui. Ma "santi nella luce, en tophtf(v. 12). La
Luce l'essenza divina che visita gli uomini dall'Alto, per restare con
essi e trasformarli in "figli della Luce", ossia in qualche modo diventati
essi stessi luce (cf. Apstolos della Domenica 9a
diLuca).
L'idoneit ad ereditare con i santi nella Luce donata e perfezionata
dal Padre, il quale scamp (rhyomai) gli uomini dalla terribile potest
(exousia) tirannica della tenebra. Si visto come valga l'equazione Luce-Vita, contrapposta violentemente a quella tenebra-morte. Ora, Paolo
qui parla dei due Regni, quello della Luce, dell'eredit dei santi, e quello orrido, pauroso della tenebra di morte, regno che si personifica nel
Male, nella Morte, nell'Inferno, nel Nemico, nel Maligno. Esso dopo la
Croce conosce la progressiva sconfitta, che ne segna anche la scomparsa ontologica finale (cf. 1 Cor 15,26;Ap 20,14; 21,4).
Rhyomai significa scampare, sottrarre, portare via, liberare, sempre
da un pericolo, da un male che minaccia. Simbolicamente, rinvia qui ad
740

DOMENICA 11- DI LUCA

una "trasposizione", un trasferimento operato dal Padre (mettetemi), il


cui termine stabile precisamente "il Regno", basilia. Biblicamente,
gi neh" A.T. il termine malkt, basilia, riferito alla sfera divina della
Sovranit eterna che discende ed irrompe nel tempo per annettersi gli
uomini redenti e santificati. Esso indica una condizione stabile, inattaccabile, di vita indivisa con Dio, con il quale si chiamati a "con-regnare"; una delle semantiche della divinizzazione. Ora, questo Regno da
una parte il Figlio con lo Spirito Santo (cf. Mt 12,28; Le 11,20), "il
Regno di Dio", il Regno del Padre, il Regno dei Cieli (= Dio); dall'altra, anche il dominio sovrano che il Padre stabilisce dall'eternit per
il Figlio anche in quanto Uomo senza l'Incarnazione indicibile, senza l'Unione indicibile delle due nature nell'Ipostasi divina del Figlio, la
sostanza del Regno divino in un certo senso per gli uomini sfumerebbe
solo nella trascendenza.
Il Padre dunque trasferisce gli uomini che ha fatto eredi, nel "Regno
del Figlio della sua agape", del suo Amore di carit infinito e paterno.
La dichiarazione di questo Amore avviene in tutto il N.T. solo 3 volte,
ma in 3 teofanie di inimmaginabile portata:
a) al Battesimo del Giordano: "Tu sei il Figlio mio il Diletto, ho
agapts in te Io gi Mi compiacqui!" (Le 3,22). il Figlio che nel
la sua Umanit ricevette l'Unzione dello Spirito Santo, per cui al Gior
dano si contempla la Teofania triadica;
b) alla Trasfigurazione sull'alto monte: "Questi il Figlio mio - il Di
letto, ho agapts Ascoltate Lui!" (Le 9,35). il Figlio battezzato,
che nella sua Umanit fu trasfigurato dalla sua Luce increata, e che ri
ceve come protezione sovrana la Nube della Gloria, lo Spirito Santo.
Anche la Trasfigurazione una Teofania triadica;
e) alla Resurrezione gloriosa. Paolo nella sinagoga di Antiochia di Pisidia, di sabato, proclama il krygma apostolico, e come affermazione
centrale predica cos (testo gi citato tante volte):
E noi a voi evangelizziamo la Promessa fatta ai Padri,
poich essa Dio ha adempiuto per i figli di quelli,
noi (gli Ebrei),
avendo risvegliato Ges,
come anche stato scritto (da Dio) nel Salmo secondo:
"Figlio mio sei tu,
Io oggi ho generato te"! (At 13,32-33),
con la citazione di Sai 2,7.
741

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

Sono le Tre Parole del Padre, per s le uniche rivolte al Figlio


nel N.T. (vi si potrebbe aggiungere Gv 12,28, sulla glorificazione
del Figlio).
A questo Figlio Monogenito, come si pu vedere dalla parabola
evangelica di oggi, Le 14,16-24, riletta con il suo prezioso parallelo, Mt
22,1-14, il Padre Re prepar dall'eternit il Convito del Regno. questo il "segno" dell'Amore paterno duplice, verso il Figlio esclusivo, e
verso "i figli nel Figlio", i convitati, amati senza alcun loro merito, per
Grazia, per il Gratuito divino gratificante, amati solo per 1'"eccessivo
Amore" verso il Figlio. E questo costituire il Regno paterno, che
coestensivamente filiale (Col 1,13).
Il v. 14 spiega come gli uomini siano ammessi al Regno dell'Amore
paterno il cui oggetto il Figlio: poich solo nel Figlio essi ricevono e
possiedono (ch) la "redenzione" (apolytrsis) (cf. Efes 1,7). La quale
consiste in un riscatto mediante un "prezzo", che fu il Sangue del Figlio (cf. poi 1,20!), dunque "Sangue prezioso". Lo stato ottenuto la finale "phesis ton hamartin, la remissione dei peccati", ossia l'abbono
generale totale finale giubilare di ogni colpa. Paolo e Giovanni in altri
contesti mostrano che questa l'opera dello Spirito Santo in azione
dalla Croce e dalla Resurrezione (cf. Gv 19,30.34; 20,19-23, con l'invio dei discepoli a portare la Pace, lo Spirito Santo, la remissione dei
peccati; vedi la Domenica di S. Tommaso).
E qui Paolo, ai vv. 15-20, apre l'immane squarcio sul primato universale del Figlio dell'Amore del Padre. il celebre "inno dei Colossesi", una composizione che la critica moderna con buone ragioni attribuisce alla Comunit prepaolina; l'Apostolo, assumendolo come proprio per inserirlo nel dettato della sua epistola, probabilmente ha operato una piccola ma ingente modifica al v. 20, evidenziando con il "sangue della Croce" la definitivit del primato di Cristo Signore.
Qui si raggiunge uno dei culmini della teologia di Paolo. Occorre tener presente che la cristologia del N.T. in realt formata da una incredibilmente magnifica serie di cristologie. E pi da vicino, Paolo stesso
non ebbe una sola visuale statica del Signore suo, ma attraverso faticosi,
e di certo dolorosi avanzamenti nella riflessione, perfeziona sempre pi
la contemplazione del Mistero con il suo centro, il Figlio di Dio. Da
questo punto di vista, sempre molto semplificando e disponendo le Epistole in un presuntivo ordine cronologico, possiamo passare in rassegna
i principali strati della cristologia, o anche delle cristologie di Paolo,
che profluiscono impetuosamente a formare una straordinaria e stupenda compattezza.
All'inizio, dunque dalla visione sulla via di Damasco, il pensiero di
Paolo si fissa sul Signore Risorto, e sulla sua Venuta prossima. Pi da
vicino, egli comprende che Ges Cristo, quest'Uomo che il Messia
742

DOMENICA 11" DI LUCA

divino d'Israele, il Signore-/yrios-IHVH,il Dio preesistente (Rom 1,14), anche la Potenza e Sapienza incarnata del Padre (1 Cor 1,24 e 30).
Del Padre l'unica rivelazione totale e finale, quindi l'Icona del Dio
Invisibile (Col 1,15). Dio eterno, fattosi anche il Servo, che per lo
svuotamento (ken) della sua divinit e per la sua obbedienza filiale
nella morte, "ma morte di Croce!", superesaltato dal Padre (FU 2,611). Egli perci detiene il primato in ogni ordine delle realt, divine come create (Col 1,15-20). Egli il Ricapitolatore (anakephalai) di
ogni realt dispersa dal peccato (Efes 1,10), che Egli recupera per "riconsegnare il Regno al Padre" (1 Cor 15,24), "al fine che Dio sia del
tutto (t pdnta,avverbio) in tutti" (1 Cor 15,28).
Il quadro delle cristologie va completato. Paolo non deve andare oltre, poich riservato ad altri autori di contemplare il Mistero, non pi
in alto, come la Tradizione con una certa esagerazione romantica ha creduto, ma per maggiore compiutezza dell'indicibile Rivelazione divina.
Perci un discepolo (probabile) di Paolo giunge a comprendere che
questo Figlio Splendore della Gloria del Padre, Impronta della sua
Sussistenza: l'Icona perfetta (Ebr 1,3, che cita Sap 7,26: "l'Icona della
Bont" del Padre!), e di tutto il Reggente con la Parola (rhmd) della
sua Potenza (lo Spirito Santo) (ancora Ebr 1,3).
Finalmente, Giovanni ha l'accecante riflessione che il Figlio, il Dio
Monogenito, l'unico Esegeta del Padre (Gv 1,18), il Verbo-Principio
(arche), Verbo Dio, Verbo presso Dio, Verbo Dio da Dio, Luce, Vita
preesistente nel Seno del Padre (Gv 1,1-4 e 18). E manifestante tutto
questo nel suo "diventare anche carne e porre le sue tende tra" gli uomini (1,14). Come dice ripetutamente S. Cirillo d'Alessandria, cos il
Verbo si fece la sua stessa carne, per cui la carne del Verbo il Verbo,
ed il Verbo anche la sua carne.
ovvio che per completezza occorre tenere presente la cristologia dei
singoli Sinottici, degli Atti ( qui molto arcaica, presto dimenticata dalle
Chiese), delle Epistole cattoliche (in specie di Pietro), dell'Apocalisse. H
quadro, come mostra la storia della Tradizione, e la stessa teologia biblica moderna, praticamente inesauribile, di fatto mai esaurito. E la riprova che la bibliografa su Col 1,15-20 negli ultimi decenni cos estesa,
che gli stessi specialisti difficilmente la padroneggiano.
Anche sugli aspetti letterali del testo esistono molti pareri discordi;
la sola tripartizione fa un certo accordo, ma sul taglio delle tre strofe, e
quindi sulla logica interna, vi sono esitazioni.
Qui interessa piuttosto l'aspetto teologico e spirituale, mistagogico ed omiletico, perci si cercher di cogliere almeno i maggiori
punti tematici.
Il soggetto del v. 15, espresso grammaticamente dal relativo "hs, il
quale", "il Figlio dell'Amore" del Padre del v. 13. Ora, la connessio743

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

ne "naturale", la comunanza della natura divina (l'homoosios di Nicea


I) tra il Padre che ama ed il Figlio che il Diletto, porta quale conseguenza che il Figlio sia YEikn, l'Icona, la manifestazione, la rivelazione visibile del Padre, che il Dio Invisibile per definizione. Qui il N.T.
sta rigorosamente sulla linea dei Padri dell'A.T., per i quali il Signore
Unico, Dio personale, e resta in eterno trascendente, fuori della portata della visione, dell'ascolto, della presa umani. E proprio come tale,
invece interviene per gli uomini nella realt sperimentabile delle sue
molteplici manifestazioni per "segni" e simboli ed eventi ed istituzioni
ed elementi creaturali, in specie per mediante le persone dei suoi servi
come Mos ed i Profeti.
Per, sempre nell'insuperabile differenza della natura divina rispetto
alla natura creata. Certo, ogni uomo creato "icona di Dio", ma non
partecipa affatto alla Vita divina nascosta nel Signore.
Con il N.T. avviene una rottura in questa legge. Dio resta "l'Invisibile", Colui che nessuno vide mai (Gv 1,18), che nessuno vedr mai in
quanto Dio Trascendente. E tuttavia in qualche modo Dio stesso si rende finalmente visibile, nel Figlio Unico, che i Padri del sec. 2 definirono "il Visibile dell'Invisibile Dio". E cos il Figlio, che l'Icona eterna
del Padre nel Padre e nello Spirito Santo cos che, in un certo senso,
il Padre se vuole contemplare se stesso deve rivolgersi alla sua Icona,
divino indicibile indescrivibile Specchio ipostatico vivente della sua
Gloria , adesso svolge questa funzione anche verso gli uomini, per
sovrana Condiscendenza. Chi vuole contemplare il Padre, deve rivolgersi al Figlio nello Spirito, e solo nello Spirito al Figlio. Al Figlio nella
"visibilit, ascoltabilit, palpabilit" (cf. 1 Gv 1,1-4) della sua natura
umana assunta "secondo l'Ipostasi" a vivere la stessa Vita divina. Con
Paolo concorda qui Giovanni: "chi vede Me, vede il Padre" (Gv 14,9),
dice il Signore ai discepoli (Filippo) che gli chiedono di portarli alla visione divina. Perci il Figlio laperfetta Icona del Padre.
Paolo qui comincia la riflessione, che Giovanni perfezioner: l'Icona
del Padre non solo "visione" concreta, bens, essendo anche per essenza il Verbo del Padre, anche "ascolto" concreto, sicch, come bene i Padri seppero esporre, e la Sinodo Ecumenica di Nicea II (a. 787) finalmente codificare e sanzionare contro gli iconoclasmi di ogni tempo, "quanto
il Verbo parla, l'Icona manifesta". Questo deve essere applicato ali'Evangelo ed alla santa icona del Signore Risorto, il Pantokrtr.
L'Icona " il Primogenito dell'intera creatura" (o creazione). L'affermazione potrebbe suonare: il primo delle creature. In realt, va intesa
al modo paolino: l'Icona il Primogenito, come tale Concreatore,
insieme con il Padre e con lo Spirito Santo, dell'intero universo, e il titolo indica la dignit divina trascendente del Primate su ogni ordine
della creazione, visibile ed invisibile (v. 15). Egli la Sapienza divina
744

DOMENICA 11" DI LUCA

creatrice (allusione a Prov 8,22-30), tenendo conto che nella Santa


Scrittura gli autori sacri usano il verbo "creare" (ebraico bara') solo in
riferimento a Dio.
Inoltre, Primogenito titolo complesso. In Sai 88,38 lo il Re messia atteso; in Giob 18,13 indica Colui che ha il dominio sulla morte:
"Primogenito della morte "; inAp 1,5, "il Primogenito dei morti" indica
Colui che per suo divino e sovrano potere l'Unico ad avere vinto la
potenza terrificante della Morte personalizzata; i riflessi vengono anche
da Eccli 24,5, dove la divina Sapienza la Primogenita che esiste dall'eternit. E dove Le 2,7 dice che la Vergine "partor il Figlio suo, il Primogenito", chiaro che questo immediatamente il Primo-Ultimo Figlio di Lei, ed anche coestensivamente il Monogenito del Padre.
La spiegazione viene al v. 16: "Poich", ossia come conseguenza
delle affermazioni del v. 15, "in Lui", che l'Immenso, tutto fu creato.
Per significare questo si indicano diverse "estremit distali", ossia
realt radicalmente diverse che racchiudendo con due termini significano la totalit: cielo e terra, realt visibili ed invisibili, e tra queste gli
"ordini" degli "spiriti incorporei", in una terminologia che rester classica e che servir per formare le gerarchie (in genere, 9), ossia troni,
dominazioni, principati, potest. La totalit riassunta con il gioco delle
particelle, importanti quanto mai: "in Lui", ma anche "mediante
Lui", e "finalizzate a Lui". Qui si deve contemplare anche l'opera concreante del Padre, che si serve del Figlio creatore quale mediatore universale sommamente efficace, e indirizza e finalizza tutto a Lui.
Cos che la descrizione prosegue riaffermando che rispetto alle creature provenienti dalla sua onnipotenza, il Figlio sussiste "prima di tutte" esse. Non solo, ma che la ragione immediata (causale, formale, finale) della sussistenza di tutte le realt create; il verbo qui synistmi.
Giovanni dir circa il medesimo del Verbo, per cui "tutto mediante Lui
(dal Padre) fu fatto, e senza Lui realt fu fatta neppure una quanto fu
fatto, in Lui era vita" (Gv 1,3, secondo la retta punteggiatura).
Il Primato universale del Figlio affermato solennemente cos: "ed
Egli la Testa, kephal, del corpo, sma". Il corpo definito cos: "la
Chiesa". Ora, "testa" dice dell'organismo vivente l'organo principale,
vitalizzante, poich contiene l'intelletto, la volont, la decisionalit, la
sensibilit; inoltre, possiede la vista, l'udito, l'odorato, il tatto, il gusto
e la nutrizione. E possiede la parola che in un certo senso la vita
espressiva, relazionale della testa e del corpo. Paolo evoca qui la legge
creaturale per cui la testa senza il corpo un non senso; non esiste un
organismo "tuttotesta". Per anche il corpo senza testa un tronco
morto; non esiste un organismo "tuttocorpo" ed acefalo. La connessione
testa-corpo "la vita". Ma Cristo Signore la Testa e il Capo che
sussiste dall'eternit, e che venuto precisamente nel tempo a cercarsi
745

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

un "corpo". Egli, l'Autosufficiente, si rende quasi manchevole per poter comunicare la sua Vita di "Testa" divina ed umana a questo corpo.
Il senso che il "corpo" era formato di membra disperse ed alienate a
causa del peccato. Egli le riunisce e compagina ed organizza e rende
viventi. Il parallelo Efes 1,10 parla di Cristo quale "Ri-capitolatore",
anakephalai, dove chiaro il senso: and, di nuovo e dall'alto in basso, e kephal, testa, ossia ricostituire la compagine dispersa in organismo vitale. Cos, di questa mirabile ricapitolazione, il grande tema dei
Padri del sec. 2 (S. Ireneo), il capolavoro YEkklsia. Ma qui il tema
si amplia: Testa-corpo dicono Sposo-Sposa, poich lo Sposo non pu
stare senza la Sposa, ma la Sposa neppure esiste senza lo Sposo.
Cos, questa Testa-Capo anche "il Principio", arche, come il Verbo
in Gv 1,1. Il rimando diretto a Prov 8, 22-27, sulla Sapienza divina
eterna come Arche divina. la dichiarazione del Primato assoluto del
Figlio Icona, nella trascendenza divina. Per cui se "il Principio", anche "il Fine", l'Alfa e l'Omega, come verr poi ad essere esplicitato in
Ap 1,17, ed in altri testi afferenti.
Il Primato nella trascendenza divina nell'amore del Padre
coniugato a quello sugli uomini. Il Figlio il Primogenito dai morti, il
che indica insieme sia il dominio sopra richiamato sulla Morte in ogni
suo orrido aspetto, sia la Vittoria del medesimo Figlio Icona in quanto
Uomo Resuscitato per primo. Questo suppone ed esige che vengano
dopo Lui anche "altri" resuscitati. Tale Primato finalizzato all'universalit: "affinchEgli in tutto diventi Primeggiante" (v. 18). Il "tutto"
chiaro, ma deve essere spiegato ancora di pi, e per questo occorre attendere la fine dell'"inno".
Come Primate, ed esercitante di fatto il Primato divino ed umano
universale, il Figlio porta qui il titolo funzionale massimo: "in Lui si
compiacque di inabitare l'intero Plrma" (v. 19). Un'aggiunta preziosa
ed esplicitante viene poi al v. 2,9: "poich in Lui (Cristo, v. 8) abita per
intero il Plrma della Divinit corporalmente". Ora, in Dio il suo
Plrma, l'infinita "Pienezza" della Divinit, ossia della Vita, della
Gloria, della Maest, dell'Infinit, della Sapienza, della Potenza, dell'Amore, della Bont... lo Spirito Santo.
UEudokia, che sempre fontalmente del Padre, volle che abitasse
nel Figlio, e per cos dire, Lo permeasse integralmente, lo Spirito Santo, al duplice titolo di Dio da Dio che eternamente vive la Vita dello
Spirito che la stessa Vita del Padre; e di Uomo Risorto e glorioso, diventato unica Fonte dello Spirito Santo (cf. ancora At 2,32-33). Cos, il
senso di plrma chiaro nella sua duplicit: Cristo "pieno" di Spirito
Santo per essenza divina coeterna, ed "riempito" di Spirito Santo in
quanto Uomo Risorto. Se in 2,9 si dice che tale Pienezza "corporalmente" abitante in Lui, si indica la Chiesa "corpo di Cristo". Qui la
746

DOMENICA 11' DI LUCA

divina Pienezza dello Spirito recepita "passivamente", e tuttavia la


Chiesa "il luogo della Pienezza", da dove questa dovr essere diffusa
in supereffluenza infinita nel mondo, ad opera di Dio ma per umana
cooperazione.
Occorre adesso leggere anche il v. 20, che essenziale, ma tagliato
fuori della pericope di oggi.
Il Padre che si "compiacque" di far inabitare lo Spirito Santo nel Figlio Icona, si compiacque anche di riconciliare "mediante Lui" tutte le
realt esistenti. Riconciliazione dice raccostamento ed amicizia nuova
tra due realt prima lontane e nemiche. Qui, Dio, e gli uomini colpevoli. Le due realt trovano un "medio" che le riunisce e le rende amiche.
Tuttavia il movimento parte dal Padre, che fa s che tutte le realt create
accorrano "verso Lui", il Figlio. Ancora una volta Giovanni spiegher
che solo Dio mediante il Figlio raccoglier tutti i figli dispersi, finalmente riuniti in uno: Gv 11,52.
Questo avviene nella "pacificazione" attiva operata da Cristo con "il
sangue della Croce" inserzione paolina , per cui la mediazione di
Lui, di 'auto, universale, nel cielo e nella terra.
L'"inno" mirabile. Solo per cogliere il grande tema del Primato divino ed umano, sempre universale, di Cristo, sar bene qui dare uno
schema. Tale Primato infatti si esercita in ogni ordine della realt esistente in cielo ed in terra:
a) nell'ordine trascendente: Primato nell'Amore del Padre;
b) nell'ordine creato:
- Primato nella creazione spirituale (angeli, etc.) e materiale;
- Primato nell'ordine della redenzione: Croce, Vittoria sulla Morte;
- Primato nell'ordine della Comunione: Testa e corpo della Chiesa;
-Primato nell'ordine dell'escatologia: tutte le realt riconciliate, riuni
te rappacificate con Dio;
- Primato nell'ordine del Dono inconsumabile del Plrma dello Spirito Santo: Plrma posseduto, Plrma comunicato alla Chiesa. Dalla
Chiesa, al mondo degli uomini.
5. EVANGELO
a) Alleluia: Sai 90,1.2, "
Vedi Domenica 7a e 15a

' 6a

b) Le 14,16-24
"La Cena grande" la parabola straordinaria per significato, che
Ges insegna lungo la sua "salita a Gerusalemme", dove, come Battez747

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

zato e Trasfigurato, dovr adempiere l'ultima parte della sua missione,


la Croce. La parabola a sua volta fa parte della "dottrina" del Regno,
che consegue alla proclamazione dell'Evangelo, e che correlativa alle
opere del Regno, i grandi "segni" prodigiosi.
Va qui anzitutto osservato il contesto immediato della parabola. In Le
14,7-14 Ges insegna una grande catechesi di umilt, assumendo come
pretesto la voglia umana di prevalere che si nota ad esempio a proposito
dei conviti festivi. Al v. 15 uno dei convitati, mentre Ges stava presente,
invitato anche Lui, ammirato, grida la sua emozione: "Beato chi mangia
il pane nel Regno di Dio!" Il tratto viene dall'attesa ebraica del Messia e
del suo Convito escatologico, quello promesso dagli antichi Profeti (cf. Is
25,6-12), che avrebbe segnato la vittoria del Regno di Dio atteso. Pur se
molti Ebrei del tempo di Ges attendevano un potente regno terreno, in
realt moltissimi altri attendevano invece un Regno spirituale, anche se
non avrebbero saputo darne una descrizione precisa. "Mangiate il pane",
inoltre, indica insieme un punto di partenza, il Convito a cui tutto Israele
avrebbe preso parte, ed una condizione permanente. Poich "mangiare il
pane" significava anche condurre una vita indivisa nel Regno, nella beatitudine della divina consolazione gi sulla terra. In altri termini, uno stato
permanente, gravido di conseguenze spirituali. L'intuizione dell'uomo
perci stupenda, volendo dire circa cos: Beato chi con Te, Ges, star
sempre nel Convito del Regno. La parabola vuole essere anche un'esplicitazione di quest'attesa, ed una sua migliore interpretazione e correzione.
Ma occorre osservare, come si diceva, che 14,25-35 un testo programmatico: partecipare al Convito significa anche "seguire" Ges, ed
allora le condizioni poste da Ges stesso sono severe: "accettare su di
s la propria croce" (v. 27). Il Convito passa per la Croce.
Le 14,16-24 deve essere letto tenendo conto del suo parallelo parabolico, Mt 22,1-14; le due narrazioni si integrano opportunamente. Vedi perci la Domenica w*atteo.
"Un uomo", "un Uomo Regale" (Mt 22,2), fece la "Grande Cena", il
Dipnon, come rester per sempre nella terminologia della Chiesa. Allora pone in atto per intero la sua volont: anzitutto "chiam", kal.
Ma chiam "molti". Non si pu qui parlare di quantit limitata, bench
ingente, poich l'espressione "molti" vuoi dire in ebraico "tutti". In
realt, l'ebraico non ha l'aggettivo "tutti", n tale sostantivo. Se vuole
dire "tutti", si esprime cos: o con un collettivo, "tutto l'uomo", ossia
l'intera umanit; oppure con un sostantivo generico, rabbm, "i molti".
La riprova inconfutabile di questo viene da due esempi straordinari, oltre tutto connessi in modo stretto e funzionale:
a) il "4 cantico del Servo sofferente", Is 52,13 - 53,12. Il Servo con le
sue sofferenze, che lo resero irriconoscibile e disprezzato, "meravigli i
748

DOMENICA 11- DI LUCA

molti = tutti" (52,14), "la moltitudine delle nazioni = tutti i pagani".


Per, posto da Dio come Vittima santa ed innocente, Egli assuntosi volontariamente e mitemente questa missione, "giustificher i molti = tutti" (53,11), il Signore "tra i molti = tra tutti, gli conferisce il possesso",
ossia il Dominio salvifico (53,12a). Egli infatti "port i peccati dei
molti = tutti, intercedendo per i prevaricatori" (53,12e). il vero
Agnello di Dio immacolato e mansueto, perseguitato e muto (53,7),
quello additato da Giovanni il Battista ai discepoli che debbono seguirlo: Gv 1,29 e 36;
b) Paolo nel suo greco flessibile, proclama che "tutti (pntes) stanno
sotto il peccato" (Rom 3,9), che "tutti peccarono e sono privi della giustizia di Dio testimoniata dalla Legge e dai Profeti" (Rom 3,20), che
"tutti (pntes) peccarono e sono privi della Gloria di Dio" (Rom 3,23).
Poi passa a spiegare la tipologia di Adamo e di Cristo Adamo Ultimo.
E qui, da buon Ebreo, lascia passare ogni tanto i suoi semitismi riconoscibili, alternati al buon greco:
- Adamo travolse nella morte "tutti" (pntes), e quindi "tutti (pntes)
peccarono" a partire s dall'unico, ma agirono lo stesso volontaria
mente e colpevolmente: Rom 5,12;
- dalla caduta di uno solo, "molti (polli) morirono": Rom 5,15a;
- a maggior ragione, dall'Uno, Cristo, vennero Dono e Grazia divini in
abbondanza su "molti" (polli). Ossia: tutti morirono, tutti per da
Cristo furono rivivificati: Rom 5,15b;
- cos l'opera della Giustizia divina di Uno solo port alla vita "tutti"
(pntes): Rom 5,18b;
- per la disobbedienza di uno solo, "molti (polli)" ossia: tutti!
furono costituiti peccatori: Rom 5,19a, e tuttavia
- dall'obbedienza filiale dell'Unico Ges Cristo "molti" (polli) saran
no costituiti giusti: Rom 5,19b.
In una parola, sia la costanza di Isaia nell'usare "molti" per "tutti"
-il Servo sofferente opera la redenzione di tutti! , sia l'alternanza
paolina dei "molti" e dei "tutti" Adamo fece precipitare tutti, senza
eccezione, e l'Adamo Ultimo Cristo redense tutti, senza eccezione!
indicano che si tratta dell'universalit del genere umano.
La vocazione alla Cena grande dunque per tutti gli uomini (v. 16).
L'Ospite magnanimo e generoso alla hra, al tempo stabilito per la
Cena, invia (apostllo, il verbo di "apostolo") il servo suo, per proclamare ai "chiamati" (kal): "Venite, poich tutto pronto" (v. 17). H
"venite" indica comunicazione, desiderio di comunione. il medesimo
appello del diacono che durante la Divina Liturgia chiama i fedeli alla
comunione. La preparazione della Cena, a puntino, per tutti, indicata
con l'aggettivo htoima. Ora, da una parte esiste la hetoimasia, la pre749

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

parazione a cui tutti gli uomini sono tenuti davanti al Signore che
chiama e che viene nella chiamata stessa. La hetomasia raffigurata
in genere nei catini delle absidi delle chiese antiche da un mosaico,
dove sta un trono su cui riposa aperto l'Evangelo che annuncia la hra, sul quale pu aleggiare sotto il simbolo della colomba lo Spirito
Santo. Dall'altra parte sta il fatto che i fedeli debbono essere htoimoi, pronti sempre, come le 5 vergini della parabola, che si fecero
trovare dallo Sposo con le lampade accese, ed entrarono nel Convito
nuziale: Mt 25,10. La "preparazione", in s, deriva dall'imperativo:
Vigilate, non dormite! (cf. Mt 25,13), poich ignota la hra, ma viene
inevitabilmente.
Per comprendere sia l'importanza decisiva del Convito e della vocazione ad esso, sia l'atteggiamento degli invitati nel seguito della parabola, occorre rifarsi all'altro celebre fatto, il Convito della divina Sapienza, con il suo invito:
La Sapienza costru a se stessa la casa,
e innalz sette colonne,
uccise le proprie vittime,
mischi nel cratere il suo proprio vino
e prepar la sua propria tavola,
invi (apostll) i propri servi (doloi),
convocandoli (sygkalosa) con altissimo annuncio dal costone,
parlando:
Chi stolto, si diriga a me!
E a chi manca d'intelligenza, parl:
Venite, mangiate dei miei pani
e bevete il vino che mescei per voi.
Cacciate la stoltezza e vivrete,
e cercate l'intelligenza affinch viviate,
e raddrizzate con la conoscenza l'intelligenza! (Prov 9,1-6).
Vanno notati l'accuratezza premurosa della preparazione del convito:
un'aula sacra posta su salde colonne; la carne e il vino, il pane, tutta materia del sacrificio; la tavola ospitale, l'invito convocante dei servi (doloi;
nella parabola, uno solo, dolos), "con annuncio ad alta voce". La premura per i poveri di intelligenza delle realt divine della Sapienza.
Anche e soprattutto notevoli sono i verbi della convocazione: venite,
elthte (imperativo aoristo, che indica il tempo puntuale ed irreversibile); mangiate, phdgete; bevete, piete. Tutti verbi che si ritrovano nella
celebrazione dei Divini Misteri.
Infine, il Convito ha lo scopo di donare il Cibo che negli uomini
"stolti", ossia immeritevoli perch peccatori e oscurati dalle colpe,
750

DOMENICA 11" DI LUCA

causa il dono dell'intelligenza: la Sapienza divina Amore, Amore


nuziale unitivo, e si sa bene che "la Sapienza diventa Amore" negli
uomini a causa dello Spirito Santo (S. Gregorio Nisseno), e che "si
conosce solo se si ama".
Per gli invitati, la convocazione partita irreversibilmente, ed un'unica volta, poi, mai pi. I "molti-tutti", gli stolti, ossia anche noi oggi
qui, debbono sapere che questa hra della vocazione, ormai sta qui,
con il suo imperativo esigente: Venite!
Avviene per il dramma. Unanimemente, come se si fossero dati la
parola, "tutti" cominciano a declinare l'invito, a "scusarsi" (paraitomai), con formule cortesi, ben motivate, nette. Sono descritte tre situazioni universali che fanno rifiutare la divina vocazione.
Per paradossale che possa sembrare, esse vengono direttamente dalla
Santa Scrittura. Il cap. 20 del Deuteronomio infatti dava norme per
comportarsi in situazioni determinate durante una guerra. Anzitutto il
Signore assicura la sua presenza e la sua assistenza potente (Dt 20,1-4).
Poi agli ufficiali demandato l'ordine di fare la rassegna delle truppe,
discriminando alcuni casi, per cui alcuni in casi previsti sono esentati
almeno per quella volta di esporsi alla morte. Quelli che qui interessano sono: chi ha costruito da poco una casa, deve andare ad inaugurarla
(Dt 20,5); chi ha piantato una vigna che dia frutto per la prima volta,
deve andare a lavorarvi (20,6); chi si fidanzato, vada a sposare la ragazza, affinch questa non tocchi in sorte ad altri (20,7); infine, chi
un vigliacco come i mafiosi, torni a casa perch non deve demoralizzare gli altri (20,8). Sono norme altamente umanitarie, e comprensibili
solo in Israele, poich altre nazioni non conoscevano queste misure.
Cos il primo invitato si scusa: l'acquisto di un campo (una vigna?),
lo costringe ad andare a prenderne visione, e dunque possesso e successivo lavoro. E invia a dire all'Ospite: "Ti prego", e questa cortesia, "abbimi (come) scusato", e questa educazione e decenza (v. 18).
Talvolta con chi sta sopra si usa questa forma, sperando nella rispettiva cortesia.
Il secondo spiega che ha comprato ben 5 paia di bovi da lavoro, e
subito deve provarli sul campo. Se sono idonei, va bene, altrimenti potrebbe restituirli con la clausola compromissoria. Si tratta di "affari"
economici, inderogabili. L'Ospite lo sa, perci pregato anche da questa parte di scusare. Anche qui cortesia ed educazione (v. 19).
Il terzo invitato, come il primo, e forse il secondo che applica
1'"analogia", conosce bene la Legge santa, forte del suo diritto. Ma ha
torto, poich il Convito non la guerra. Perci dice secco: Che vuoi tu
da me? Ho sposato, "e per questo non posso venire!" (v. 20). Forse non
gli balenato in mente il pensiero che la vocazione per il marito vale
anche per la moglie. S. Paolo assicura che il marito cristiano, senza
751

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

contrarre nuove nozze, santifica la sposa pagana, e cos la sposa cristiana santifica il marito pagano. Non serve qui nessuna forma ignobile di
divorzio (cf. 1 Cor 7,12-14a), perch oltre tutto in ogni caso i figli che
nascono sono santificati, quindi anche essi vocati al Convito, alla Cena

grande (1 Cori,Uh).

Non sono narrate le reazioni meravigliate e addolorate del servo inviato. Egli riappare presso il Signore suo, per annunciargli questi fatti incresciosi. Il Signore "Padrone della casa", Ospite divino, Lui s si irrita
(orgiz). Mentre nella parabola parallela di Matteo, invia le sue truppe a
punire gli invitati ricusanti il suddito non ha diritto di essere scortese
ed irritante verso il suo sovrano (cf. Mt 22,7), in quella di Luca, l'Ospite pi pacifico. E parla concitatamente al servo suo. La Sapienza divina non rinuncia mai al suo Convito. L'ordine di uscire "in fretta", velocemente, perlustrando piazze e vie della citt, e di "portare qui", da
Lui, tutta la massa di indigenti che si trova: poveri, infermi, ciechi e zoppi (v. 21). Di che si tratta? Proprio di tutti quelli che erano esclusi sia dai
festini dei ricchi, sia dall'assemblea liturgica del popolo santo.
Ci si pu chiedere: ma che tipo questo potente e ricco Ospite, che
pu invitare tutta la citt dall'inizio, ed invece limita dall'inizio gli inviti
ai borghesi, possidenti, benestanti, agiati? La risposta viene dalla misura
della capienza della Casa dell'Ospite. Essa deve essere riempita ordinatamente, a ondate successive, poich appunto c' spazio per "tutti", non
per pochi ricchi vignaioli, agiati bovari e sposini freschi. Significa che
questi per un motivo dovevano essere invitati prima, vantando qualche
diritto nel rapporto con l'Ospite. chiaro, essi lavorano per lui ai suoi
campi ed alle sue vigne, e hanno diritto di precedenza, sono sotto contratto, sotto "alleanza". Non si faccia qui l'applicazione facile, banale, ingenerosa e non fondata: i primi invitati sono gli Ebrei, i secondi i pagani.
Invitati sono tutti. Gli Ebrei, caso mai, per il titolo dell'alleanza divina fedele, hanno diritto di essere i primi beneficiari del Convito. Paolo ha
sempre annunciato l'Evangelo anzitutto agli Ebrei, poi ai pagani. Ma gli
Ebrei rifiutarono l'invito? Zaccaria, Elisabetta, Giovanni il Battista, Simeone, Anna, la Madre di Dio, i Dodici Apostoli, i 120 discepoli, i 500
fratelli, Paolo... erano Ebrei. La "grande folla di sacerdoti che obbediva
alla fede" di At 6,7, erano Ebrei. I farisei presenti alla Sinodo di Gerusalemme dell'anno 50, "avevano creduto" (At 15,5), ed anche "le decine di
migliaia di quelli che tra gli Ebrei credettero, e sono tutti zelanti nella
Legge" (At 21,20), erano tutti Ebrei. Anche le autorit che numerose credettero in Ges, bench per paura non Lo confessassero per allora (Gv
12,42), erano Ebrei. E gli imprecisati milioni di Ebrei che in tutto l'impero,
ed anche in quello persiano, accettarono la predicazione dell'Evange-lo e
costituirono da Gerusalemme a Roma le prime Comunit cristiane, tutte
a loro volta missionarie, erano tutti Ebrei.
752

DOMENICA 11" DI LUCA

Se molti Ebrei non accettarono il Convito del Figlio, restando fedeli


a quello del Padre, un fatto che deve certo impressionare, e far pregare molto. Ma ieri ed oggi, e forse domani, quante immani folle di cristiani non accettarono per intero la vocazione alla Cena grande, e perfino dopo avervi partecipato se ne andarono a far parte dei nemici della
Croce? Anche qui si deve pregare molto, e non arrogarsi di sostituirsi
al Giudice, che anche il Misericordioso.
Il povero servo questa volta torna contento: "Signore, avvenne
quanto ordinasti", ossia la meraviglia dell'afflusso in massa dei poveri
di Dio. "E c' ancora posto!" (v. 22). La generosit dell'ospite, come
si anticipato, ha preparato un'Aula sconfinata, che pu contenere tutta l'umanit, solo che questa lo comprenda convito della Sapienza
per gli stolti! , e lo voglia, rimuovendo i pretesti inconsistenti dei primi tre invitati.
Il Cuore paterno dell'Ospite per la terza volta invia il servo fedele,
umile, obbediente e infaticabile: "Esci" ancora. Adesso lungo le vie extracittadine, e i viottoli di campagna delimitati dalle siepi, fino a percorrere tutto il territorio, nessuno deve essere tralasciato. E viene lo
strano ordine, che ha fatto scrivere molte pagine curiose di fantafilosofia e di fantateologia sulla "violenza religiosa": "E costringili ad entrare,
affinch sia riempita la Casa mia!" (v. 23).
"Costringili ad entrare". Il verbo anagkz dice appunto costrizione
esterna, violenza, sopraffazione. Ma che ospitalit questa, che non lascia la "libert" agli invitati? Perch i primi non furono "costretti", e gli
altri, i "molti", i "tutti", s?
Chi conosce appena poco l'Oriente non dai libri e dal cinematografo
e televisione, ma per esservi vissuti almeno qualche tempo, sa bene che
cosa voleva dire l'Ospite con quell'angkason eiselthin. Intanto gli invitati primi sapevano della Cena perch stavano in rapporto con il loro
Sovrano, e non avevano necessit di essere costretti, il rapporto era libero. Gli altri invece debbono essere circondati di premure soffocanti,
come quando l'ospite orientale ti costringe ad assaggiare pi volte ciascuno dei 30 e 40 piatti e piattini del pasto, e ripetuti bicchierini di liquore e tazzine di caff, e dolci, e frutta secca, e sigarette... Guai a chi
si rifiuta: ti si "costringe". Come dire no, a costo poi di sentirsi sazi per
qualche giorno. meraviglioso! Specie in confronto con i pranzi ufficiali con tanto di lista delle pietanze, e perfino con immensa grossolanit con la marca dei vini, esibiti sempre come i migliori, pranzi
che offrono piattini piccoli e sofisticati e dai nomi ridicoli e dai sapori
di cuochi alchimisti che a parte si cucinano le pietanze vere.
L'Ospite dunque vuole tutti. Vuole la sua Casa riempita. Vuole
soprattutto riempire i suoi ospiti graditi, desiderati, di ogni Bene
messianico.
753

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

La parabola sta tutta qui, nella sua incredibile semplicit, ma nella


sua immane meraviglia.
La finale, forse, la parte che altrettanto interessa: nessuno dei primi
invitati, "vocati" (keklmnoi), guster quella Cena. H Signore Ges qui
parla in prima persona, rivelando cos che l'Ospite il Padre. Ma anche
Lui, come ad Emmaus. Egli il Servo che chiama. Egli anche lo Sposo. I vocati che accettano sono la Sposa. E perci "suo" a titolo esclusivo
il Dipnon, Per dice: "nessuno di quelli assagger", dove il verbo
gu risuona ancora oggi nella santa Liturgia: "gustate, gusasthe, e vedete che Buono il Signore!" (Sai 33,9). E si pensi al Koinnikn che si
canta nella celebrazione del Mattino santo della Resurrezione: "Sma
Christo metalbete, Pgs athandtou gusasthe, Allloia\, Del Corpo
di Cristo partecipate, della Fonte immortale gustate, Alleluia!".
Assagger, guster, il verbo sta al futuro. Ecco dove si trova la soluzione degli invitati primi e secondi. La Cena grande convocata perennemente, gi adesso occorre rispondere, e guai a rifiutare. Poich "questa" sulla terra vera Cena e realmente grande, per come dice la Scrittura Santa, si deve anche considerare che "lungo la via", e porta a
quella eterna. Rifiutare questa adesso qui, significa escludersi a quella
futura, eterna, nella Casa infinita. Il rifiuto avvenne, avviene, e purtroppo avverr. L'accettazione anche, e questa deve essere permanente,
continua, assidua, volenterosa, amata, desiderata, fatta crescere sempre.
Solo allora "si guster" la Delizia delle Mani del Padre dello Sposo, come canta il Salmista in continue riprese:
Tu mi additasti le vie della vita,
mi riempirai di gioia con il Volto tuo,
delizie stanno nella Destra tua fino al fine (Sai 15,11);
Mangeranno i poveri e saranno riempiti,
e loderanno il Signore quanti Lo cercano,
vivranno i loro cuori nel secolo del secolo!
Faranno memoriale e si convertiranno al Signore
tutti i confini della terra,
e adoreranno davanti a Lui
tutte le famiglie dei popoli,
poich del Signore il Regno,
ed Egli domina le nazioni (Sai 21,27-29);
Tu preparasti davanti a me la Mensa
contro i miei tribolatori,
ungesti d'olio la mia testa,
e la Coppa mia inebriante quanto gloriosa! (Sai 22,5);
754

DOMENICA 1 laDILUCA

Solo questo chiesi al Signore, questo cercher,


di abitare nella Casa del Signore tutti i giorni della mia vita,
per vedere la delizia del Signore
e visitare il suo Santuario,
poich mi nascose nella sua Tenda nel giorno dei miei mali,
mi protesse nell'adito della Tenda sua,
sulla rupe mi innalz,
e ora ecco, esalt la mia testa contro i miei nemici.
Io girai in processione,
ed immolai nella sua Tenda la vittima dell'acclamazione.
10 voglio cantare e salmodiare al Signore (Sai 26,4-6);
Quanto ingente la quantit della Bont tua, Signore,
che Tu tenesti nascosta per i timorati tuoi,
Tu concludesti per quanti sperano in Te,
davanti ai figli degli uomini.
Tu li nasconderai nell'adito del Volto tuo dall'assalto degli uomini,
11 proteggerai nella Tenda tua dall'attacco delle lingue.
Benedetto il Signore,
poich rese mirabile per me
la sua Misericordia nella Citt fortificata! (Sai 30,20-22);
Gustate e vedete che soave il Signore,
beato l'uomo che spera in Lui.
Temete il Signore tutti voi santi suoi,
poich non esiste indigenza per i timorati di Lui (Sai 33,9-10);
Signore, nel cielo sta la Misericordia tua
e la Fedelt tua fino alle nubi !
La Giustizia tua come i monti di Dio,
i Giudizi tuoi sono abisso ingente.
Uomini ed animali salverai, Signore.
Quanto moltiplicasti la Misericordia tua, Dio!
I figli degli uomini spereranno nella protezione delle Ali tue,
si inebrieranno per l'abbondanza della Casa tua,
e dal torrente della Delizia tua li disseterai,
poich presso Te sta la Fonte della Vita,
nella Luce tua noi vedremo la Luce.
Estendi la Misericordia tua a quanti Ti conoscono,
e la Giustizia tua ai retti di cuore! (Sai 35,6-11);
Dio, Dio mio, per Te io anticipo l'alba.
Ebbe sete di Te l'anima mia!
755

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

Quanto per Te la carne mia


in terra deserta e impraticabile e arida?
Cos nel santuario mi mostrai a Te
per vedere la Potenza tua e la Gloria tua,
poich meglio la Misericordia tua di tante vite.
Le labbra mie loderanno Te.
Cos io voglio benedire Te nella mia esistenza,
nel Nome tuo voglio innalzare le mie mani.
Come d'adipe e di pinguedine sia riempita l'anima mia,
e con labbra d'esultanza loder la bocca mia (Sai 62,2-6).
Beato quello che scegliesti ed assumesti,
abiter negli atrii tuoi.
Saremo colmati dei Beni della Casa tua.
Santo il Tempio tuo, mirabile per la Giustizia.
Esaudisci noi, Dio, Salvatore nostro,
la Speranza di tutti gli estremi della terra
e del mare lontano.
Tu benedirai la corona dell'Anno della tua Bont,
ed i tuoi campi saranno riempiti di pinguedine (Sai 64,4-6.12);
Gli occhi di tutti in Te sperano,
e Tu doni il cibo loro al tempo giusto,
Tu apri la Mano tua,
e riempi ogni vivente di compiacimento (Sai 144,15-16);
Egli custodisce la Fedelt nel secolo,
emette il Giudizio per chi subisce l'ingiustizia,
dona cibo agli affamati (Sai 145,6c-7b).
6. Megalinario
Della Domenica.
6. Koinnikn
Della Domenica.

756

DOMENICA 29a DOPO PENTECOSTE ^


di Luca
"Sui dieci lebbrosi"
L'Evangelo di oggi si proclama comunque fuori della serie in cui
collocato.
Se la Pasqua cade tra l'8 e il 25 aprile, si proclama alla Domenica
che cade tra il 14 ed il 20 gennaio.
Se la Pasqua cade l'8 aprile, si omette.
1. Antifone
Della Domenica, o i Typik e i Makarismi.
2. Eisodikn
Della Domenica.
3. Tropari
1 )Apolytikion anastdsimon, del Tono occorrente.
2)Apolytikion del Santo titolare della chiesa.
3)Kontkion: rifarsi al Typikn.
4. Apstolos
a)

Prokimenon: Sai 103,24.1, "Innodi lode".


Vedi Domenica 5a di Pasqua; 13a Matteo; 4a

di Luca.

a) Col 3,4-11
Paolo con la sua Epistola alla Comunit di Colossi, in Asia minore,
mette in guardia quei fedeli dalle infiltrazioni eterodosse. Quella che si
usa chiamare 1'"eresia di Colossi" era un misto di sincretismo e di idee
promiscue, di varia provenienza (ebraica, ellenistica, misterica, di culti
orientali), che soprattutto confluir nello gnosticismo dei sec. 2 e 3,
dalla Chiesa considerato un pericolo mortale. Il sincretismo consisteva
neirassociare a Cristo Signore 6 angeli considerati concreatori del cosmo, ciascuno in una sfera. Cos l'Apostolo nel cap. 1 della presente
Epistola riafferma il sovrano ed ineguagliabile Primato divino ed umano di Cristo (vedi Apstolos della Domenica precedente), mentre nel
cap. 2 tratta piuttosto di come guardarsi dalle dottrine eterogenee che si
sovrappongono ali'Evangelo, comportando anche pratiche di ascetismo
abnorme intorno al "culto degli angeli" (nominato in 2,18). Nel cap. 3
Paolo passa a delineare la "vita nuova in Cristo".
757

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

In 3,1-3 l'esordio grandioso: i fedeli, resuscitati con Cristo, debbono ormai "cercare le realt dell'Alto", t ano. Tale espressione ancora
oggi risuona nel Dialogo tra celebrante ed assemblea dei fedeli, che da
inizio alla santa Anafora: Ano schmen ts kardias - Echomenprs tn
Kyrion Poich negli altissimi cieli Cristo Risorto sta intronizzato alla
Destra di Dio (3,1, che cita Sai 109,1). Debbono, i medesimi fedeli,
pensare e cercare e desiderare t ano, le realt dell'Alto, non pi quelle
terrene (v. 2). Essi infatti sono "morti" al terreno ed al vecchio, e restando la loro vita ancora nascosta con Cristo in Dio (v. 3), mentre
pronto Cristo a manifestarsi come "Vita nostra", e i fedeli con Lui
"nella Gloria" divina eterna (v. 4). questo "essere manifestati" (phaner) con Cristo dalla stessa Gloria divina che lo Spirito Santo. Insieme, trasfigurazione, e divinizzazione, nella perfetta assimilazione a
Cristo glorioso.
Di qui discendono conseguenze ineludibili di autentica vita fedele.
Ed anzitutto, i cristiani debbono "far morire" inekro) le loro membra
che ancora aderiscono alla terra, alla vita solo terrena, avulsa e come
contraria alla Vita nostra Cristo, e vita bassa nelle sue pi repugnanti e
malefiche espressioni. L'elenco che viene diviso in due mandate. Al v.
5 sono bollate le passioni terrene rovinose, che distraggono il cuore dalla
Realt dell'Alto. E cos anzitutto la fornicazione e l'impudicizia, la
"passione" carnale di vario genere; poi V epithymia kak, la concupiscenza malvagia, termine con cui si indica in genere ogni smodato desiderio tendente al male facile, e fonte di ogni altra passione abbnitente
l'anima degli uomini. H primo elenco comprende anche uno dei peccati
pi gravi, lapleonexia, bollata come autentica idololatria (v. 5). Anche
Cristo Signore richiama alla rovina della pleonexia, la brama insaziabile
di possedere tutto a scapito di ogni altro simile (Me 4,19). Si tratta dunque del pi grave di tutti i diaframmi che ogni uomo pu interporre tra il
suo cuore e il prossimo, e Dio stesso, ma anche tra il suo cuore e se stesso, sbilanciando la propria esistenza con il ricadere in se stessi; oggi un
fatto simile si chiama successo, guadagno, potere, brame che laceravano
profondamente la societ di ieri, ed oggi come mai.
Per colpa di queste passioni e vizi, si abbatte l'ira di Dio sopra "i figli dell'incredulit" (apeithia), che significa rifiutare di farsi convincere e conquistare dall'amore di Dio (v. 6). L'"ira di Dio", come al solito
nella Santa Scrittura dei Due Testamenti, non un "movimento passionale" ed irrefrenabile che "nasca" in Dio e poi si manifesti rabbiosamente sugli uomini e sul creato. invece un modo simbolico per indicare come gli uomini colpevoli, quelli che non vogliono sentire di Dio,
i "figli dell'incredulit", con la loro impenitenza, si pongono nella condizione disperata di non essere pi capaci di ricevere l'aiuto divino proveniente, concomitante e conseguente. Essi cos si inoltrano nella "ten758

DOMENICA 12" DI LUCA

tazione" finale, quella alla quale non si pu pi resistere per questo


si chiede al Padre: "...e non farci avanzare nella tentazione, bens liberaci Tu dal Maligno" (Mt 6,13) , dunque alla rovina. Ma tutto questo
altro non se non la punizione procurata da se stessi, "come se" gli autopuniti fossero stati colpiti dall'"ira divina".
Paolo qui traccia una volta di pi la "teologia della storia", con la
formula "allora...adesso". Anche i Colossesi una volta, infatti, procedevano insieme con i "figli dell'ira" in tutto quel cumulo di peccati rovinosi, tipici della paganit di allora e di adesso, poich in tali realt "vivevano" (v. 7). Al contrario, adesso, nyni, non pi l'allora,pot: quei
fedeli debbono deporre (apotithm) tutte quelle vergogne. Viene quindi
la seconda enumerazione dei vizi antichi e perenni degli uomini: l'ira
(orge); il furore (thyms); la malvagit (kakia); la maldicenza (blasphmia), che diretta contro il prossimo, ma non di rado anche contro
Dio, e diventa bestemmia; il "turpiloquio" (aschrologia), con cui si intende quel discorrere compiaciuto delle passioni pi vergognose degli
uomini, che viene dalla bocca umana. Si tratta dell'espressione interna
dell'intimo convincimento, e di desideri pi o meno repressi, ma il pi
delle volte incontenibili (v. 8).
A questo occorre dare un taglio, ed operare una svolta. Dunque i fedeli dovranno essere incapaci di mentirsi a vicenda, poich nella Comunit di fede la trasparenza e la lealt sono le condizioni per vivere
l'alleanza divina. Questo deve conseguire dal fatto irreversibile, che
nella loro iniziazione al Mistero i fedeli si spogliarono una volta per
sempre del "vecchio uomo", l'uomo del peccato, l'uomo della decrepitezza mortale della vita inutile, e con esso si disfecero delle azioni di
quell'uomo ormai morto, il vecchio "Adamo" con tutte le sue colpe (v.
9). Al contrario, essi, inseriti nella Vita di Cristo, si rivestirono
dell'"uomo nuovo". Non un "altro" uomo, altrimenti nessuno sarebbe
salvato, perch al posto del peccatore ne sarebbe stato creato uno diverso. l'uomo "rinnovato" (anakain), nel duplice movimento di "lui
ri-fatto nuovo", e "di lui rinnovato dall'alto", come permette di leggere
la particella and.
Non si tratta per di un rinnovamento che procede da un fatto naturale, come una cura di ringiovanimento, bens di un processo assai preciso e identificato: il rinnovamento avviene in vista dlYepignsis, della conoscenza profonda, sperimentale, delle realt divine. E questo a
sua volta avviene cos, che si conosce nella misura in cui tale "conoscenza" superiore avviene a partire dal Creatore dell'uomo. Qui l'espressione "secondo l'icona del Creatore di lui", che rimanda a Gen
\,26-21.Il cristiano che rinunci alla vita passata, che accett la vita
nuova, deve lasciarsi plasmare docilmente quale "icona", immagine e
somiglianz fedele del suo Signore e Sovrano, il quale la Sapienza di759

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

vina, Conoscenza infinita, adesso partecipata alla creatura amata.


questa per l'uomo redento la conoscenza trasformante, che avviene in
un modo indicibile. La Condiscendenza divina infatti si degna prima di
"preconoscere" la sua creatura. Dio opera cos:
Noi sappiamo che per quanti amano Dio,
tutto coopera per il bene,
quelli che secondo il Decreto esistono come vocati.
Poich quanti preconobbe (progn)
anche predestin come conformi dell'Icona del Figlio suo,
per essere Lui Primogenito tra molti fratelli.
Ma quanti predestin, questi anche chiam,
e quanti chiam, questi anche giustific,
e per quanti giustific, questi anche glorific (Rom 8,28-30).
Dio "preconosce" anche il popolo suo, Israele (Rom 11,2). E porta
tutti i suoi fedeli ali "'esperienza conoscitiva", Yepignsis, dono dello
Spirito Santo (cf. qui Efes 1,15-23).
Conformati secondo l'Icona che il Figlio (Col 3,10), gli uomini
battezzati e redenti vedono sparire le differenze religiose, Ebrei e Greci; rituali, circoncisione e prepuzio; culturali, barbari e Sciti; sociali,
schiavi e liberi. E finalmente tutti diventano "il tutto" compatto, ed in
tutti sussiste ormai Cristo. Per questo, vedi anche YApstolos della Domenica T &Luca.
5. EVANGELO
a) Alleluia: Sai 44,5.8, "Salmo regale"
Vedi l'Alleluia della Domenica 5a m Pasqua, 15a
ca.

di .
diMatteo,5a

di

Lu

b) Le 17,12-19
La prima fase dell'Evangelo della Vita pubblica del Signore secondo Luca si estende dal Battesimo al Giordano fino alla Trasfigurazione,
la quale fa anche da "cerniera" verso la seconda parte. Questa descritta da Luca come la lunga "salita a Gerusalemme" (Le 9,51 - 19,28), dove si consuma la terza fase, la Croce e la Resurrezione. Ma la "salita"
del Signore in quanto battezzato e trasfigurato-confermato, che passa
annunciando TEvangelo ed operando le opere del Regno, ossia attuando il Programma battesimale e trasfigurazionale nella Potenza dello
Spirito del Padre.
La "salita a Gerusalemme" contiene molto materiale proprio solo di
Luca, come la presente guarigione dei 10 lebbrosi. Ma si deve notare
760

DOMENICA 12" DI LUCA

che il quadro geografico della "salita" non vuole essere un itinerario


preciso, poich Luca, con la sua straordinaria abilit di scrittore, lo assume come un grande motivo di operativit e di dottrina del Signore.
Cos la lunga e splendida sezione che descrive tale viaggio una specie
di contenitore, dove Luca vuole fare opera di teologo, riportando solo
lui preziosi insegnamenti e stupendi atti prodigiosi del Signore.
Cos, avendo davanti una cartina della Palestina, si vede a colpo
d'occhio che il Signore, partito dall'alto monte della Trasfigurazione,
in fondo sta ancora traversando quasi a zig-zag "la Samaria e la Galilea". Questo per s significa che Egli sta facendo una puntata verso il
meridione, per poi risalire in Galilea, quando invece in 9,51, il momento del suo cominciare a "salire", aveva gi traversato la Galilea. In una
parola, si deve stare alla descrizione di Luca, senza cercare di aggiustare
quello che non fu scritto per essere precisato (v. 11).
Ges entra in un villaggio (km), in un piccolo paese di campagna.
E Lo incrociano, andandogli incontro, dieci uomini lebbrosi. Ma restano a debita distanza, e si fermano (v. 12). Dalla severa legge della purit levitica, che cercava di formare una specie di "cordone sanitario"
per quanti avevano malattie altamente infettanti, trasmissibili per contatto, questi erano obbligati a non frequentare la comunit degli uomini
sani. Erano dunque del tutto emarginati. A noi potr sembrare del tutto
esagerato che ben 2 capitoli del Levitico, 13 e 14, per un complesso
enorme di versetti, 59 + 57, ossia 116, fossero dedicati al problema gravissimo per gli antichi, la lebbra, distinta in lebbra delle persone (Lev
13,1-46), delle vesti (13,47-59), delle case (14,33-57), oggetti di minuziose prescrizioni per la purificazione delle persone (14,1-32) e delle
case ed oggetti. Ma gli antichi non conoscevano della lebbra una vera
cura specifica, e allora attendevano o la guarigione naturale, o la fine
letale. In attesa, non potevano che dettare norme di isolamento. Le
principali delle quali prescrivevano che il lebbroso andasse con le vesti
sdrucite, con il capo scoperto, e perci visibile da tutti sotto sole o
pioggia, con il labbro superiore coperto (e dunque con la bocca che non
alitasse su altri), e quando si muovesse, avvertisse la gente gridando
davanti a s: "Contaminato, contaminato!". Egli era dichiarato pubblicamente "impuro". Doveva essere segregato dal consorzio civile, tanto
pi dall'assemblea liturgica, e doveva dimorare fuori dell'accampamento nel deserto, e fuori dell'abitato in Palestina. Cos Lev 13,45-46;
cf. anche Lam 4,15.
I dieci lebbrosi che incontrano Ges, da lontano non gridano "Contaminato, contaminato!", bens: "Ges, sovrintendente, abbi misericordia di noi!" (v. 13). Con il titolo di epistts, capo amministrativo, proprio quasi solo di Luca, e del resto abbastanza improprio infatti
Matteo, ad esempio, in questi casi usa il titolo diddskalos, maestro ,
761

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

essi riconoscono a Ges una certa autorit. Mentre rispettano le norme


levitiche da lontano, ritengono che Ges sia "sovrintendente" anche in
questa materia. Soprattutto, per hanno conosciuto la fama della bont
soave e forte di Ges, Yleos, la misericordia propria di Dio, e propria
a Dio in quanto si impegnato ad essa nella sua divina alleanza con il
suo popolo. E cos gli inviano questo grido implorante, e straziante. Se
la lebbra era un problema immane nell'antichit, e fino a qualche secolo fa anche in Occidente, la sua paura era tale che il termine restato
per indicare qualche cosa che si attacca senza rimedio, che contamina e
conduce alla rovina. Cos si dice plasticamente che il peccato la lebbra dell'anima. Nel mondo moderno, la lebbra, nonostante ogni progresso medico, scientifico e tecnologico, non ancora debellata, e se
restano intere regioni (Africa, Asia) a rischio, con vaste aree di diffusione, esistono sacche perfino ed ancora in terre che si credono civili; e
per fare un esempio, in Italia esistono, discretamente nascosti, istituti
medici per i lebbrosi, e tre lebbrosari.
Ges guarda. Non un semplice sguardo. I discepoli presenti ne
danno la spiegazione. Cos anzitutto Matteo, quando Ges guarisce la
suocera di Pietro, annota che poi guar indemoniati e malati, tutti, affinch s'adempisse la profezia antica:
Egli le nostre infermit assunse,
e le malattie si caric (Is 53,4; LXX, in Mt 8,17),
dove il rimando diretto al Servo sofferente, il Redentore universale, il
Medico delle anime e dei corpi. Poi, anche Pietro, altro testimone oculare, annota:
Egli stesso i peccati nostri si assunse nel corpo suo
sul Legno,
affinch ai peccati nostri morti,
nella giustizia vivessimo,
dalle cui lividure foste guariti (1 Pt 2,24),
dove le citazioni sono da Is 53,9 e 6, e nel contesto di un "inno battesimale" (2,22-25, il 2 dei 4 inni battesimali dell'Epistola).
Ges guarda con l'amore con cui il Servo, il Messia divino d'Israele, guarda a tutto il popolo suo, ed ai singoli membri di esso. Poich
venuto per caricarsi di tutti i mali, e distruggerli sul Legno della Croce.
Cos che la guarigione resta sempre con l'Evangelo il "segno" del ministero messianico del Signore (Mt 9,35), mentre la Misericordia resta
il movente di ogni azione di Lui (Mt 9,36). Non solo, ma i discepoli
debbono esemplarmente prolungare la medesima missione messianica
762

DOMENICA 12' DI LUCA

per cui il loro Signore fu battezzato dal Padre con lo Spirito Santo. Perci tra le prescrizioni per l'invio dei discepoli nel ministero primordiale, preparatorio a quello dopo la Resurrezione e la Pentecoste, stanno
questi punti:
...predicate, dicendo:
II Regno dei cieli si avvicin!
Guarite i malati, resuscitate i morti,
mondate i lebbrosi, espellete i demoni,
gratuitamente riceveste, gratis donate (Mt 10,7-8).
Cos che quando Giovanni il Battista dal carcere invia i suoi discepoli
ad interrogare Ges: "Sei tu "Colui-che-viene' (ho-Erchmenos), o ne
attendiamo un altro?" (Le 7,18-20), il Signore non risponde direttamente, ma invita alla testimonianza:
Andate, riferite a Giovanni quanto vedeste e udiste:
i ciechi ci vedono, gli zoppi camminano,
/ lebbrosi sono mondati, i sordi odono,
i morti risorgono,
i poveri sono evangelizzati (Le 7,22).
La guarigione della lebbra si pone come uno dei grandi "segni"
messianici, una delle grandi "opere battesimali del Regno", e questo sia
per il Signore, sia per i suoi discepoli, fino ad oggi. Anche se a questo
oggi quasi nessuno presta pi attenzione.
La Misericordia di Ges, Yleos divino salvifico, si pone allora in
azione. Egli non compie qui un gesto di guarigione, n parla una parola
che alluda alla guarigione. Spesso Ges risponde di traverso, come si
visto poco sopra per i discepoli di Giovanni il Battista. il suo modo
sapiente ed efficace. Perci parla ai dieci lebbrosi e dice ad essi semplicemente: "Partiti (da qui), mostrate voi stessi ai sacerdoti" (v. 14a). Da
questo si vede come Ges deferente verso la Legge. Questa prescrive
che unico giudice competente nel caso della lebbra il sacerdote. Il
quale deve operare il primo accertamento e prescrivere l'isolamento,
poi fare il controllo nel caso di guarigione o di non guarigione, dimettendo, nel primo caso, e di nuovo isolando nel secondo. La parola di
Ges richiama Lev 13,49; 14,2-3, ma si pu vedere anche Lev
13,32.45-46.1 sacerdoti restano i gelosi custodi della salute anche fisica
del popolo, condizione previa per seguitare a far parte dell'assemblea
liturgica, come si accenn sopra.
Luca annota sobriamente: avviene che nel loro andare obbedienti,
secondo il consiglio del Signore, "furono purificati" (v. 14b). In fondo,
763

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

tutti quelli pongono nell'andare una grande fiducia, altrimenti avrebbero replicato di voler essere guariti subito, o avrebbero obiettato
qualche cosa.
Per avviene quel fatto che si verifica spesso in un gruppo, partito
compatto e poi ritrovatosi disunito per qualche questione. Un unico di
quel gruppo quando constata che stato guarito, immediatamente cambia itinerario, torna indietro, alza la voce con la preghiera del povero,
che gridare concitatamente la propria emozione al Signore, e glorifica
Dio (v. 15). Si sa che questo avviene spesso ai guariti da Ges (cf. 7,16;
13,13). Non solo, ma il lebbroso guarito finalmente pu prostrarsi ai
piedi di Ges, con la faccia a terra, segno di venerazione e di riconoscenza, di soggezione e di dedizione fiduciosa, e rende grazie a Ges. Il
verbo qui eucharist. Glorificare e rendere grazie. Il primo verbo va
a Dio in se stesso, per i suoi titoli magnifici, per le sue opere potenti. Il
secondo va a Ges come celebrazione dell'Autore di prodigi. Se alla
prima invocazione dei dieci lebbrosi, si unisce la supplica, si ha la
gamma completa della preghiera biblica. L'invocazione fu esaudita,
poich Dio magnifico in potenza, ed opera mediante Ges, che dunque va celebrato. Cos l'azione di grazie non un "rito di congedo", un
"grazie e arnvederci". una celebrazione, che suppone la comunione
tra il Fattore di opere ed il beneficato. Proprio la lode e l'azione di grazie sono i mezzi con cui l'implorante, adesso guarito, vuole entrare in
comunione con Dio e con Ges, a cui riconosce l'autorit sacerdotale.
Qui Luca annota rapidamente, e tanto pi efficacemente: "E questo
era Samaritano". Si conosce, quasi proverbiale l'inimicizia e l'incompatibilit (cf. Gv 4,9) tra Ebrei e Samaritani, e la loro reciproca gelosia
per la venerazione dei disputati luoghi dei Patriarchi, e l'astio samaritano
per non essere stati accolti nell'assemblea cultuale d'Israele dopo il
ritorno degli Israeliti esiliati (vedi Domenica della Samaritana). Ma co me nel caso del "buon Samaritano" (vedi sopra, Domenica 8 a 1
Matted), chi fa l'eccezione, in fondo, proprio Ges. Che nell'inviare i
discepoli per la prima missione, prescrive esplicitamente di non andare
dai Samaritani (Mt 10,5; il "discorso di missione", Mt 9,35-38, prologo,
e 10,1 - 11, 1 , svolgimento). E Luca stesso annota, forse con una punta
d'umorismo, che proprio all'inizio della "salita verso Gerusalemme", i
Samaritani non lo accolsero "perch era con un viso come chi si reca a
Gerusalemme" (Le 9,51-53), tanto che i focosi Giacomo e Giovanni
addirittura vorrebbero che un fuoco dal cielo distruggesse i Samaritani.
Ges li disattende e li rimprovera (9,54-55). Vedi qui il 16 Agosto. Il
Disegno di Dio comprende anche i Samaritani. Pur se solo dopo la Pentecoste, quando Barnaba, seguito da Pietro e da Giovanni, a Samaria
raccolgono quella ricca messe di fedeli visitati dallo Spirito Santo (cf.
At 8,5-17; e la Domenica 3aPentecoste), che Ges stess dal pozzo diraccol
764

DOMENICA 12" DI LUCA

Sichar aveva annunciato come gi biancheggiante (cf. Gv 4,35-38; erano i Samaritani che vestiti sempre di bianco scendevano incontro a Ges: Gv 4,39-43) (vedi Domenica della Samaritana).
Ges fa eccezione, prima presentando l'esempio mirabile del Samaritano soccorrevole dove avevano mancato le persone pi impegnate
verso il popolo (sacerdote e levita); poi facendo in modo che qui il Samaritano lebbroso, ma guarito, dimostri la sua lode e la sua azione di
grazie. E accoglie il guarito con strane parole. Anzitutto, gli "risponde", come se il Samaritano gli avesse rivolto una domanda; ma la
presa di posizione di Ges, qui necessaria. Poi Ges stesso, invece di
fargli le felicitazioni come si usa nei casi di guarigione, e poi cos prodigiosa, gli chiede: "Non i dieci furono purificati?", e cos restituiti alla
vita civile normale e alla vita liturgica. "E i nove, dove?" (v. 17). evidente, dopo il controllo sacerdotale, hanno fatto ritorno alla vita normale, come tutti gli altri, scomparendo nella massa anonima.
Al v. 18 prosegue la domanda di Ges, che si fa amara: non furono
trovati i 9 mentre ritornavano indietro, da Ges stesso, ma solo per "dare gloria a Dio", con l'eccezione di "questo straniero", il Samaritano.
un enorme elogio per quest'uomo straniero. Il quale solo, di tutti, ha
compreso che per accettare veramente il dono, e non per esprimere un
"grazie" cortese, si deve celebrare pubblicamente il Donante divino.
Ma ha compreso anche, lucidamente, che il punto unico di raccordo
con il Dio da glorificare questo Ges supplicato.
A sua volta, Ges sa bene che se i nove non tornarono indietro fino
a Lui, allora non dettero neppure gloria a Dio. I nove erano del popolo
santo, bens, partiti nella fiducia, egoisticamente, compresero solo di
essere stati guariti. Solo il Samaritano era partito, oltre che nella fiducia, con la fede, sulla spinta della quale torna ad abbracciare i piedi del
suo Guaritore. Lo straniero finalmente tornato nella vera Patria, la comunione con un Ebreo, poich "la salvezza viene dagli Ebrei" (Gv
4,23, Ges alla Samaritana di Sichar). E mediante l'Ebreo Ges, la comunione anche con il Signore Dio degli Ebrei, il Medesimo per Signore e Dio anche degli altri figli, i Samaritani.
La piena del cuore del Samaritano sta nel suo "glorificare con voce
grande" e nel suo "rendere grazie" e nel suo abbracciare i piedi di Ges.
La piena del cuore del Signore sta nelle parole stupende con cui saluta il Samaritano poco prima elogiato: "Risorto, va, la fede tua ti ha
salvato!" (v. 19). Questa formula comune ai Sinottici (cf. Le 7,50;
8,48; 18,42; Mt 9,22; Me 5,34; 10,52; etc.). Essa indica una teologia
difficile. Come "la fede, pistis", pu salvare se un fatto che sorge dal
cuore, che l'intelletto e la volont dell'uomo?
La risposta semplice e complicata. semplice: la fede dono gratuito divino, che l'uomo non pu darsi mai, ma che pu, anzi deve, solo
765

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

accettare. La fede adesione d'amore a Cristo. Essa la condizione per


cui il Signore possa operare per chi ha fede. In assenza di fede, quando
esiste solo curiosit, Ges non pu compiere miracoli. Con la fede, trova la porta aperta per operare prodigi, e di fatto li opera. Nei dieci lebbrosi trov la fiducia, una fede incipiente, e oper il grande miracolo
della guarigione istantanea della lebbra. Tutto resta per l, poich una
guarigione non la salvezza. Il Samaritano torna per aderire al Signore,
dunque ha la fede piena. Il Signore al di l del miracolo pur necessario,
gli dona gratuitamente la "salvezza", la totalit della vita che non tramonta pi. Il Samaritano fedele diventa qui l'esemplare di ogni fedele,
di continuo lebbroso per il peccato, di continuo guarito e cos anche
salvato per la fede.
E per, a riflettere bene, se la fede condizione per il verificarsi del
miracolo, qui fede vera posseduta solo dal Samaritano. Ma il Signore
ha guarito dieci lebbrosi, nove ebrei e uno samaritano, sulla fede solo
di questo Samaritano. Allora il Samaritano credente anche il mediatore della salvezza dei nove lebbrosi ebrei. Il Signore accetta la preghiera
e la fede sincere di ogni uomo, e su questa base amplia la salvezza anche agli altri uomini per s non meritevoli.
Ma dove sta il difficile? Non sta qui il difficile, bens il difficilissimo da razionalizzare e da comprendere. Infatti i dieci hanno implorato la Misericordia divina. Questa, che attendeva dall'eternit, si mossa in quel "momento opportuno". stata
donata ed stata efficace per tutti e dieci. E ecco il difficilissimo, nella
domanda terribile di Ges: "ma perch non si fecero trovare nella fede mentre tornavano da Me per dare gloria a Dio?" (testo parafrasato
del v. 18). Perch tutti ebbero da Lui, e per solo uno si trov ad avere la
fede? Tutti ebbero il Dono iniziale, dove la Libert divina si ferma divinamente rispettosa della libert umana creata. Di l spetta all'uomo gratificato, di cooperare in sinergia con la Grazia. Perch nove non collaborarono? il pi fitto mistero che esista: il cuore dell'uomo.
Al difficilissimo nessuno tenuto ad interloquire. Tanto meno a dare
risposte astratte, parlando ad esempio di predestinazione, e dunque monotonamente, anche se ingenuamente, dando la colpa del male degli
uomini al Dio Misericordioso.
"Tu, fatti trovare nel numero di quelli che hanno la fede, e basta" (i
Padri).
6. Megalinario
Della Domenica.
7. Koinnikn
Della Domenica.
766

DOMENICA 30a DOPO PENTECOSTE


I 3a di Luca
"Sul ricco interrogante Ges"
L'Evangelo di oggi deve essere sempre proclamato primadi quello
della Domenica 10a Luca, nella Domenica che cade tra il 24 e il30
novembre.
1. Antifone
Della Domenica, o i Typik e i Makarismi.
2. Eisodikn
Della Domenica.
3. Tropari
1) Apolytikion anastsimon, del Tono occorrente.
2) Apolytikion del Santo titolare della chiesa.
3) Kontkion: Prostasia tn christiann.
4. Apstolos
a)
Prokimenon: Sai 11,8.2, "Supplica comunitaria"
Vedi la Domenica 6a di Pasqua; 6a 14a Matteo; 5a
b)

Col 3,12-16
Prosegue la lettura dell'Epistola ai Colossesi. La presente pericope
si salda con quella della Domenica precedente, a cui si rimanda anche
per il contesto letterario e teologico. Tale contesto vuole tracciare la fisionomia della vita nuova secondo Cristo, e non pi secondo il secolo,
a partire dall'iniziazione battesimale al Mistero divino. Qui avviene
che scompaia nel nulla "tutto il vecchio uomo con le sue azioni" (v. 9),
ossia con il suo modo, inveterato nella sua immoralit, di comportarsi.
L'"uomo nuovo-rinnovato" dal Mistero battesimale ormai ha acquisito
il modo di essere e di pensare della sua Icona, che anche il suo Creatore e Ri-Creatore, Cristo Signore (v. 10). In Lui scompaiono anche tutte
le differenze per s naturali e normali e perfino buone, di tipo religioso
e cultuale, culturale, sociale, poich ormai "sussiste tutto restaurato
ed in tutto, Cristo" (v. 11 ).
L'iniziazione al Mistero divino, se uno spogliamente del vecchio e
decrepito, segno evidente del peccato antico e nuovo (v. 9), per al
contrario anche un "rivestirsi" (gi al v. 10) di realt nuove. Qui la veste l'immagine simbolica che significa qualche cosa come la pelle,
che si porta per natura e che non si pu dismettere, anzi si deve debita767

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

mente curare, con essa essendo nati. Nella teologia degli atti umani si
usa parlare di "abito della virt", ossia dell'attitudine ormai agevole a
voler vivere la Grazia, come agevole e pratico ed elegante indossare
un bel vestito; da abito viene anche "abitudine", che per assume un
senso non univoco, pu essere abitudine buona, ma per lo pi indifferente o non buona (ed allora si chiama vizio).
Di che veste parla qui Paolo? Di quella degli "eletti di Dio", dove il
termine eklekti (da eklgomai, "scelgo per me"), indica l'indicibile
Grazia della vocazione divina che raggiunge il suo effetto negli uomini
fedeli e che corrispondono ad essa. Ora, chi "scelto" da Dio, da Lui
anche dotato di tutto il necessario, poich Veklog, la scelta-elezione
precedente all'uomo, lo accompagna sempre, lo segue fino allo scopo
inteso dal Disegno divino. Per questo gli "eletti" sono stati santificati, e
di fatto sono hagioi, santi, e furono dall'eternit gapmnoi, amati.
La dote, il Signore con infinita generosit l'elargisce agli eletti suoi,
che dunque debbono accettarla, possederla, viverla, attuarla nella loro
esistenza redenta e santificata. Essa (v. 12) consiste anzitutto nella qualit
principale con la quale Dio stesso si presenta nella storia del suo popolo
(ed ovviamente, di tutti gli uomini), gli spldgchna oiktirmo, le "viscere
di tenerezza", quelle materne, ossia la misericordia verso il prossimo. In
secondo luogo, per sul medesimo piano, la chrstts, la bont (chrsts, buono) benigna sempre. Poi la tapeinophrosyn, l'umilt, base universale dei rapporti di ciascun fedele con se stesso, con il prossimo, con
Dio. Segue laprauts, la mitezza e mansuetudine dei "poveri di Dio" gi
nell'A.T., e poi di Cristo stesso (cf. Mt 11,29). Infine, additato come
componente indispensabile dell'"abito" indossato per sempre la makrothymia, la magnanimit longanime, paziente, generosa (v. 12). Ora
Paolo non nuovo ad enumerazioni come questa. Quella che pi sembra
avvicinarvisi nell'identit, e che a sua volta fondamentale, chiamata
da lui "il Frutto unico dello Spirito Santo" in Gai 5,22, e che adesso si
pu utilmente comparare con la lista di Col 3,12:
Col 3,12
- viscere di misericordia,
splgchna oiktirmo
- bont benigna, chrstts
- umilt, tapeinophrosyn
- mansuetudine, prauts
- magnanimit, makrothymia

768

Gai 5,22-23
- carit agape
- gioia, char
- pace; g^n
- magnanimit, makrothymia
- bont benigna, chrstts
- bont d'animo, agathsyn
- fede, pistis
- mansuetudine, prauts
- dominio di s, egkrteia.

DOMENICA 13' DI LUCA

In Gai 5,22-23 Paolo organizza queste doti che sono "il Frutto" che
lo Spirito Santo fa produrre nei cristiani, in 3 triplette; in Col 3,12 invece in modo circolare, dalla misericordia alla magnanimit.
E qui egli prosegue nell'applicazione dei doni. Ed anzitutto, i fedeli
debbono accettarsi (anchomai) reciprocamente, e sopportarsi se serve, e
nell'atteggiamento conquidente del donarsi (charizomai). Questo implica
anche il condono benevolo e generoso nel caso che qualcuno, come inevitabilmente accade quando gli uomini si trovano in una qualsiasi comunit, abbia da fare giusti reclami (momph). un obbligo, questo, non un
lusso dello spirito che si pu concedere (oppure no). Esso proviene dal
fatto scatenante che il Signore, Dio Padre, nel Figlio "fece grazia" (charizomai) di ogni sua giusta e terribile momph, contestazione motivata
contro gli uomini: che se cos Lui, anche i suoi figli debbono agire in
eguai modo. Qui pu soccorrere la memoria talvolta pigra dei cristiani il
"Padre nostro": "condona a noi i debiti come noi gi li ebbimo condonati
ai debitori nostri" (Mt 6,12), dove il nostro condono dei debiti altrui,
sempre minimi rispetto a quelli che ci condona il Padre e che sono mostruosamente grandi e mortali, condizione per ricevere il perdono gi
accordato prima del nostro peccato (cf. qui Mt 6,8, e Is 65,24; Gv 16,26;
1 Gv 4,19). Vi insiste la parabola del Re e del condono del debito di
10.000 talenti (Mt 18,23-35), che termina: "Cos il padre mio Celeste
agir con voi come contro il debitore condonato ma spietato verso il
suo debitore di soli 300 denari , se non avrete rimesso il debito ciascuno al fratello suo dai cuori vostri" (MT18,35),ossia a partire da tutto il
cuore (vedi Domenica \v& latteo). Paolo 1 ottimottiscepoTo (Tei Signore, anche quando il Signore narra le parabole (v. 13). E perci ripeter
questo instancabilmente: Efes 4,2.32; 5,2; Gai 5,14, etc.
La "norma d'oro" viene qui a scandire il ritmo della vita cristiana, e
si pone come indelebile iscrizione che fonda la vita: Sopra ogni altra
realt, Vagape, l'amore di carit! gi detto in 2,13; lo aveva affermato
in Rom 13,8-9; lo ripeter in Efes 4,3-4. E motiva: la carit il vincolo,
il legame infrangibile, che conduce verso la perfezione della vita fedele
(v. 14).
In questo, sotto forma di augurio e di esortazione, Paolo ricorda che
la pace di Cristo deve essere l'arbitra della gara, che decreta anche il
premio, brabu, insediata come deve essere nei cuori dei fedeli, ossia
nella profondit personale pi decisiva della loro esistenza. Il cuore,
quella pace deve guidare, dirigere, moderare, indirizzare, esortare, ed
infine sanzionare con l'approvazione. Poich a quella medesima eirn
tutti i fedeli sono vocati per formare il "corpo" (sma) di Cristo, unico
ed unitario.
E questo gruppo di norme preziose termina con l'imperativo autori769

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

tario: "E fatevi, diventate, siate 'grati'" (v. 15). Il termine euchdristoi
composto da eu- e charizomai, e indica le persone che sono gradite, accettate da qualcuno, ma anche quelli che si comportano con animo grato, ben disposto perch memore dei benefici ricevuti, e dunque generosi, larghi, "liberali" verso gli altri. Tali significati qui si compattano, e
non se ne deve scegliere uno solo. I fedeli, gi accettati dal Padre perch radunati nel "corpo di Cristo", debbono celebrare questo con azioni
di grazie (nei Divini Misteri, nella preghiera continua), e memori dei
benefici di cui furono gratificati largamente, debbono disporsi ad operare altrettanto verso i fratelli.
H v. 16 sar poi ripreso e rielaborato in Efes 5,18-20 (vedi YApstolos della Domenica 9* & Luca). Ll lTcenti0 la Coppa eucaristica che trabocca
dell'ebriet totale dello Spirito Santo. Qui il centro il corrispettivo: la
Parola di Cristo (ossia Cristo come Parola, Verbo del Padre, anche se
non espresso cos se non in Giovanni) deve inabitare riccamente nei
fedeli e tra i fedeli (en hymin ha il doppio significato ebraico, qui
presentato). Essa comporta con s la sophia, l'intera sapienza della
Sapienza divina, alla cui luce i fedeli debbono essere gli uni insegnanti
(didask) degli altri, e correttori (nouthet) gli uni degli altri, in modo
da far crescere una Comunit formata ed equilibrata. All'interno della
Comunit, inoltre, essi debbono condurre una vita liturgica attiva, permeata dai Salmi, da inni e cantici, tutti spinti e guidati dallo Spirito
Santo che dona la Grazia. Solo cos il canto pu erompere dal cuore
adorante verso Dio che lo accoglie (v. 17; e Domenica 9a 1 uca>5. EVANGELO
a) Alleluia: Sai 88,2.3, "Salmo regale"
Vedi l'Alleluia della Domenica 6a di Pasqua; Ha

di Matteo
' 5a

di Luca

'

b)Le 18,18-28
esto evangelico il parallelo di Mt 19, 16-26, vedi la
II .t Domenica
12adi Matteo; per il suo senso generale, si rimanda
di
a quel commento.
Qui si cercher di stringere da vicino le specificit lucane.
Il contesto la "salita a Gerusalemme" del Signore, la quale ormai
volge al suo termine. Lungo tale itinerario il Signore battezzato e trasfigurato ha moltiplicato la predicazione dell'Evangelo con l'insegnamento
della dottrina che ne deriva, ed i "segni" miracolosi con cui attua le
opere del Regno. Sempre nella Potenza dello Spirito Santo e secondo il
Disegno del Padre, ed in vista della futura missione dei discepoli, che
nel mondo, tra le nazioni, dovranno a loro volta compiere "opere pi
grandi" (cf. Gv 14,12) di quelle del Signore stesso.
770

DOMENICA 13" DI LUCA

Luca come autore sacro sta molto attento a raccogliere in particolare, tra gli immensi tesori delle parole pronunciate dal Signore, il suo insegnamento sulla povert, che si pu definire una vera e propria "catechesi sulla povert" (rifarsi allo schema di Luca, nella Parte I). Ora,
l'incontro con uno, che Lo interroga, da modo al Signore di definire
sempre pi da vicino che la ricchezza, che la povert, che la rinuncia e la sequela di Lui.
Ecco dunque uno di alta dignit, archn, si rivolge a Ges. Quel titolo pu significare una presidenza di qualche ufficio, indicando l'essere
"primo, principe" (cf. il verbo rch), ossia una magistratura, un incarico importante. Solo da Mt 19,22 chiamato "/io neaniskos, il giovane", per cui si dice in genere che questa pericope "del giovane ricco". Egli chiede a Ges che occorre "aver compiuto (poisas) per ereditare da parte di Dio la vita eterna". Per lo interpella con l'appellativo, in fondo molto lusinghiero: "Maestro buono" (v. 18). Nel parallelo
di Mt 19,16 la domanda : "Maestro, che di buono...", e cos il centro
della richiesta spostato verso il moralismo. Marco e Luca hanno invece "Maestro buono". Ges non gradisce questo indirizzo alla sua persona. E non perch Egli non sia "buono". Tutta la prima parte dei tre Sinottici, fino alla Trasfigurazione, presenta precisamente Ges come il
Messia mansueto, soave, mite, premuroso del bene dei suoi fratelli, misericordioso, disinteressato; la sua fama si era diffusa largamente, e
proprio per la sua bont eccezionale accorrono da lui poveri malati infelici, anche scribi e farisei, e peccatori e pubblicani...e uomini ricchi
che hanno dentro il cuore il malessere della loro esistenza agiata, come
qui. Ma allora, perch Ges non accetta che Lo abbiano riconosciuto
per quello che , "il Buono" che viene dal Dio Buono?
Per devozione filiale al Padre suo, non per modestia ipocrita. Nella
sua coscienza filiale sa bene, vivendolo, di provenire dal Padre Buono,
di essere "Una Realt unica" con Lui (cf. Gv 10,30), e poich "in Dio
tutto uno, tutto comune", salvo la diversit delle Ipostasi, la Bont
di Dio in Dio del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. E per a
Ges Signore sta sommamente a cuore di riportare tutto al Padre. Come qui si ripetuto insistentemente (e il benevolo lettore lo sopporti,
poich si ripeter fino alla fine), Cristo battezzato al Giordano dal Padre con lo Spirito Santo deve passare tra gli uomini quale Messia divino d'Israele per il triplice ufficio messianico, di annunciare l'Evangelo
del Regno, di operare le opere del Regno, di riportare tutto nel Regno
al culto del Padre suo.
A guardare bene, allora, in questa pericope il Signore sta insegnando
la dottrina del Regno "conseguire la Vita eterna" , e riportando
tutto e tutti al culto verso il Dio Unico e Padre suo e nostro. Manca an771

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

cora il prodigio, un miracolo vero, forse il pi difficile, di mutare il


cuore di questo "capo, archn" che adesso Lo interpella sull'essenziale
dell'intera esistenza degli uomini. Ma qui la Potenza divina si arresta
nel rispetto mirabile, immane, della libert umana.
E perci la prima risposta : Non chiamare me "buono", bens dirigi
tutta l'attenzione della tua esistenza verso "l'Unico Dio (his ho
Thes)", l'Unico Dio Buono (v. 19). Da Lui ogni grazia, a Lui ogni
adorazione. Noi cristiani fedeli sappiamo che "nel Padre", con unico
atto d'amore, adoriamo anche il Figlio e lo Spirito Santo, il Dio Unico.
Intanto per Ges richiama per nostra somma fortuna al monoteismo
stretto dell'A.T.
E Ges prosegue senza indugio nel richiamare l'uomo ricco al realismo della vita fedele, secondo la Legge santa in cui, vivendola, si consegue la vita (cf. ancora Lev 18,5; vedi Domenica 8 a di Luca). E ancora una
volta, come allora con il giurisperito a cui insegner anche la parabola
del buon Samaritano (Le 10,25-37; e Domenica qui richiamata),
l'orientamento e la concentrazione a cui il Signore spinge sulla Tavola
II del Decalogo, quella che dal 4 al 10 comandamento divino riguarda i rapporti verso il prossimo. E il v. 20, in un ordine diverso, enumera come doveri da compiere per la Vita senza tramonto, i comandamenti essenziali, indispensabili, i primi ed assoluti: il 6 sull'adulterio,
il 5 sull'omicidio, il 7 sul furto, l'8 sulla falsa testimonianza, il 4
sull'onore ai genitori. Ora, tenendo conto che il 6 comandamento trae
con s il 9, che sempre presupposto (e reciprocamente, il 9 suppone
il 6), ed il 7 fa lo stesso con il 10, si ha qui al completo e sostanzialmente l'intera Tavola II del Decalogo. Nel commento per la Domenica
oa di Luca si e spiegato che la Tavola II impone le condizioni da assolvere per accedere alla divina Presenza nel santuario, dunque per assolvere anche alla Tavola I. E si mostrato come questa presentazione
della vita fedele sia propria dell'A.T., e perci non meno del N.T. E cos
accedere alla divina Presenza, iniziare a conseguire la Vita eterna,
come il personaggio che sta interrogando Ges desidera anzitutto. Per,
ad una condizione che risulter tra poco.
Egli ascolta Ges, e si ritrova alle sue parole, e pu affermare senza
timore e senza falsa modestia: Cos ho agito sempre (v. 21). L'espressione ebraica: "custodii", phylss, traduce l'ebr. smar, termine tecnico della Legge, dove la "custodia" (in greco, anche tr) indica l'esatto e puntuale adempimento di essa.
Ges ha posto in chiaro come il Fine, la Vita, debba essere conseguito. Qui il parallelo di Me 10,21 (precisato rispetto ai precedenti Luca e
Matte) indicativo nella sua completezza: "Ges lo guarda (emblp)
e lo am (agapa)". Ha scoperto dunque un uomo magnifico per qua772

DOMENICA 13' DI LUCA

lit morali, uno che sarebbe stato un degno discepolo per il futuro annuncio dell'Evangelo. E, come si sa, in un certo senso "Dio ha bisogno
degli uomini", in vista dell'Evangelo del Regno: del loro cuore per accettare il Signore e seguirlo, della loro bocca per la predicazione, dei loro piedi per raggiungere i confini del mondo, delle loro mani per operare le opere del Regno, di tutta la loro esistenza per riportare i figli dispersi all'adorazione del Padre. Perci subito lancia il messaggio della
vocazione anche a questo possibile discepolo. Ges lo ascolta attentamente, e poi gli parla: "Ancora un unico fatto a te resta", dove il verbo
lip indica quanto deve essere adempiuto. L'altro parallelo, Mt 19,21
interpreta mirabilmente: "Se vuoi essere tleios, perfetto", poich Ges
nel "discorso della montagna" aveva proclamato: Siate tleioi, perfetti,
come lo il Padre (Mt5,48, che rinvia a Lev 19,2: "siate santi!").
Ges adesso martella gli imperativi dell'adempimento, che sono ben
4: "tutto quello che possiedi, vendi (pl), "e distribuisci (diadidmi)
ai poveri", al fine di possedere il tesoro depositato ormai stabilmente
"nei Cieli", ossia presso Dio; poi "vieni (dur), segui (akolouth)
Me!"(v. 22).
prescritta l'espoliazione totale dei beni terreni. Questi non sono da
disprezzare, da abbandonare, da disperdere, ma da tesaurizzare nel modo pi vero e conveniente al fedele, ossia ridistribuendoli ai poveri, realizzandone la vendita ragionevole. Non il pauperismo, tanto temuto
dalle teorie neocapitaliste, che hanno paura proprio qui della Chiesa e
della sua predicazione di giustizia urgente nella bont, e perci hanno
paura di Cristo Signore, che pure dicono di stimare molto. Una paura
immediata, che inconsciamente forse si rifa al reale di Cristo, il quale
da Dio Ricco che era, volle farsi povero per arricchire tutti gli uomini
non della sua "ricchezza", bens proprio di questa sua povert, come
proclama, con frase al limite del paradosso, Paolo Apostolo (2 Cor 8,9).
Come potr la finanza mondiale, concentrata nelle mani di pochi "ricchi
scemi", arricchire di soli beni di produzione gli uomini, senza il "Tesoro
nel cielo"? La storia mostra gli orribili fallimenti dell'economia "pura"
che si susseguono, addirittura affamando interi continenti, ma sempre
con la conclamata fiducia ottimistica nella tecnica e nella produzione.
Ges allora vuole "un ricco di meno"? No, vuole un discepolo in
pi: "Vieni, seguimi!" Sempre, dappertutto, fino alla Croce e dopo.
questo un "consiglio evangelico", che nelle teorie "spirituali" dei secoli
sarebbe riservato ai pochi privilegiati, quelli che nella menzogna involontaria, ma convenzionale ed accettata, "seguono Cristo pi da vicino"? La Chiesa avrebbe una minoranza di aristocratici dello Spirito
Santo, i perfetti ma questa era una precisa categoria dello gnosticismo eretico! , ed una massa inerme di tanti fedeli, a cui lasciare solo
773

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

pochi comandamenti essenziali, tanto per il resto non possono elevarsi


verso il Tesoro? Ma Ges ha detto a quell'uomo ricco: "Vedi, signore,
va tutto bene come fai, per, ecco, io forse ti vorrei dire qualche cosa
"in pi", ma senza esagerare, ecco io ti consiglierei per migliorare alquanto la tua condizione che ti porta alla Vita eterna, certo, questa gi
la possiedi, sei cos bravo nei comandamenti divini, ecco forse tu dovresti, se puoi, beninteso, vendere, dare, venire, sempre se puoi...?
No. Gli ha sbattuto in faccia 4 imperativi, preceduti da "tutto quello
che possiedi". Imperativi, non "consigli", dunque un ordine da eseguire
tutto e subito, senza remore, senza condizioni, senza rimpianti.
Tali imperativi sono per pochi nella Chiesa, la Parola tagliente deve
tagliare solo pochi nella Chiesa, per gli altri la Spada deve passare lontano, e far sentire da lontano il terribile fischio del fendente che lacera
l'aria, o la Parola Spada Imperativo deve tagliare in mezzo tutti? E se
tutti, come far la massa dei fedeli ad andare, vendere tutto, distribuire,
seguire il Signore? Si pu provare intanto a rovesciare l'ordine: l'essenziale, seguire il Signore. Occorre molto camminare, in salita ripida
sempre, sotto il clima ostile sempre, senza riposo mai. Occorre il bagaglio leggero dei soldati. E nella battaglia, il bagaglio va lasciato in custodia, e forse ripreso dopo, se si sopravvive. Ma va previsto di alleggerirsi. E l'alleggerimento pu avvenire anche in un modo ancora pi
efficace: invece di abbandonare, e rimpiangere per tutta la vita, con la
tentazione di tornare a "pentole di carne e cipolle e meloni d'Egitto",
come nell'esodo antico (cf. Es 16,3), anzi, ad una lista pi completa:
"pesce a prezzi stracciati, cocomeri, meloni, porri, cipolle ed agli"
(Num 11,5), si pu "vendere e distribuire" sotto forma dell'usare come
non possedendo, per il solo bene degli altri, con amore, nella giustizia
senza ritorno e senza resto. la questione drammatica, agitata malamente da estremisti "spiritualisti" nei secoli, sui "beni della Chiesa". La
Chiesa per la sua diakonia ai poveri possiede dei beni, certo non come
gli stati moderni occhiuti, esproprianti, possidenti, e neppure come le
multinazionali. Di quei beni deve operare un'amministrazione oculata,
"del buon padre di famiglia" (gi cos il diritto romano), poich non sono "beni della Chiesa", ma "beni dei poveri" della Chiesa e di quelli
fuori della Chiesa. Povert assoluta, nella nudit, e povert condizionata
dai poveri anche possedendo, sono due facce dell'unica perfezione.
La reazione dell'uomo ricco a questa Parola Spada Imperativo del
Signore squallida, sconcertante, deludente. Il ricco "capo" si era recato
dal Maestro buono per "ascoltare" (ako) l'insegnamento, eventualmente seguirlo, ma pi come "consiglio" che come imperativo. Egli
dunque "avendo ascoltato" educatamente, "divent triste", greco
perilypos, dove la radice lyp, tristezza (lyp in Me 10,22); per con
774

DOMENICA 13" DI LUCA

abilit letteraria Luca sceglie quel peri-, "intorno", che indica come
l'uomo fosse "preso e circondato dalla pi cupa tristezza". Me 10,22
dice che se ne and cos, Luca blocca solo sulla motivazione: era infatti
ricco moltissimo" (v. 23); per Marco, "possedente beni ingenti".
Il tratto non ignoto alla Scrittura. Ezechiele narra come, mentre
Gerusalemme sta per essere abbattuta dai Babilonesi, la folla corre dal
Profeta per ascoltare il responso divino, e questo precisamente di operare il bene verso tutto il prossimo (Ez 33,22-29). Perci tutti vi si rifiutano "perch il loro cuore corre dietro il guadagno" iniquo (vv. 30-31).
Farsi triste rifiutare. La tristezza davanti a se stessi, al prossimo e al
Signore Beato, grave peccato. Nel Signore sussiste solo Gioia, che
lo Spirito Santo, ma questa Gioia gloriosa, che Gloria gioiosa, comunicata agli uomini per la loro gioia infinita. Rifiutare la gioia dell'invito di Cristo, farsi triste. Accettare la vocazione, perfetta gioia dovunque essa porti e comunque essa conduca. Che ha impedito all'uomo
ricco di accettare questa gioia? Il diaframma in fondo esile, esiguo, banale, cosificante, inutile, squallido, rovinoso, malefico, che si chiama
mammona, ricchezza, guadagno, possesso, godimento, disposizione,
avidit, avarizia, egoismo, aridit di cuore, inimicizia e sospetto verso
tutti. Questo sono "i beni molti". L'essenza : "ricco moltissimo". scisma dal proprio cuore, diviso tra la chiamata, che si "sente" come santa,
vera, salvifica, e questo peso mortale che inchioda a terra, il possesso,
l'avida contemplazione di terreni e bestiame e case e cumuli di denari e
titoli di credito e industrie e investimenti... Su questo, rivedere la parabola del "ricco scemo" di Le 12,15-21, alla Domenica 9a di Luca.
Oggi la scienza psicoterapeutica dice che chi si stringe freneticamente addosso le sue ricchezze, un bambino non cresciuto, dunque
malato gravemente di nevrosi d'angoscia. Ges parla di peccato, e non
fa giri di parole anche vere, ma inutili.
Invece, Ges si preoccupa. Guarda il giovane, lo vede triste. Per
non pu fare nulla con parole o azioni. Pu solo ribadire i fatti ad uso
dei discepoli di allora e di sempre: "Come difficile", per non dire impossibile, che i possidenti di beni entrino nel Regno di Dio (v. 24). Le
ricchezze glielo impediscono? No, affatto, glielo impedisce il loro cuore
alienato da se stessi, dal prossimo e da Dio, divenuto avido, e sempre
pi avaro, dunque duro e scontroso, negatore del bene dei fratelli,
malvagio, peccaminoso come condizione permanente. Si usa dire che
occorre inviare nel Regno, prima che si giunga in esso, il proprio accreditamento bancario, la propria assicurazione "sulla Vita" eterna, che sono le opere dell'amore di carit fraterna. Questo richiede sempre lo
spossessamento del beni-impedimento dal proprio cuore. Il non spossessamento rende dyskls (avverbio), "difficilmentepossibile" il possesso del Regno donato da Dio.
775

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

Ges aggiunge qui la celeberrima comparazione: con irrisoria facilit un cammello sguscia attraverso una cruna d'ago, rispetto alla difficolt ostativa del ricco che si sforza di entrare nel Regno (v. 25).
E qui tutto finito. La sentenza giudiziaria fu pronunciata, e non conoscer appello.
Ma interviene la paura e l'insicurezza dei discepoli presenti ai fatti,
che hanno ascoltato nella crescente meraviglia tutte le parole
scambiatesi tra il Signore e il "capo" ricco. Ora, i discepoli non sono
ricchi, per seguire il Signore non seguirono pi i propri affari, anzi si
trovano nella condizione pietosa, e sempre pregiudizievole per l'onore maschile, di essere praticamente "mantenuti" dalle donne: Le
8,1-3; cf. 22 Luglio.
Ges lo accettava a viso aperto, i discepoli si nascondevano dietro a
Lui, tirando avanti come all'avventura, non sapendo dove il Maestro li
avrebbe portati. O forse speravano, come riportano Matteo (Mt 20,2028) e Marco (Me 10,35-45), bens non Luca, di diventare pezzi grossi
nel Regno messianico, ma terreno? Si preoccupano spaventati: se la ricchezza uccide, poich nega l'ingresso nel Regno, che la Vita eterna,
per allora chi non ha una ricchezza, anche minima? Dunque, chi "pu
salvarsi?" (v. 26). La domanda qui posta sulla dottrina dei meriti: chi
ha la ricchezza non pu conseguire meriti, perci non potr salvarsi.
Ges respinge tale morale spicciola, e angusta. E riafferma i diritti
di Dio: presso Dio anche quello che agli uomini non sar mai possibile,
invece perfettamente possibile (v. 27). Dio l'Onnipotente unico.
Non che possa o voglia o debba salvare il peccatore non convcrtito ed
impenitente, e per converso rovinare il santo e giusto ed umile e confidente in Lui. Le parole di Ges in realt rimano quasi alla lettera la medesima parola che l'Angelo di Dio rivolse alla Vergine figlia d'Abramo, a Nazaret, sulla sua parente sterile, Elisabetta, che per il divino
prodigio ha concepito Giovanni il Prodromo (Le 1,37), e gi prima
aveva rivolto ad Abramo stesso sulla sposa di lui, Sara, anch'ella sterile, a cui promesso divinamente un figlio (Gen 18,10), nonostante
l'apparente impossibilit fisica (Gen 18,14). Ora, il medesimo Signore
per il suo Disegno non trova davanti a s un "fatto impossibile". Tale
sar semmai agli occhi degli uomini. Dunque a Lui non sar impossibile far entrare nel Regno suo un ricco. Come? Convertendo il suo cuore
avaro, e trasformandolo in cuore donante.
Ma esistono di questo esempi? Si veda la vocazione del pubblicano
Levi (Le 5,27-31), con la conclusione: "Non venni a chiamare alla conversione (metanoia) i giusti, bens i peccatori (v. 32). E si veda 1'"affrettata discesa" che il Signore provoca nel pubblicano Zaccheo, che
confessa ed insieme sconfessa la sua ricchezza, facendone finalmente
776

DOMENICA 13" DI LUCA

lo strumento di carit (Le 19,1-10; e Domenica 15a


Si affrontano dunque il "difficile" per i ricchi, ed il "nulla impossibile" per Dio. I due termini restano in equilibrio, poich Dio come sempre non fa prepotenza sugli uomini. Resta ai ricchi accogliere la vocazione alla conversione verso il Regno.
Ma resta ai poveri pregare ed operare affinch anche i ricchi diventino strumenti del Regno, e vi entrino con tutti i fratelli.
6. Megalinario
Della Domenica.
7. Koinnikn
Della Domenica.

777

DOMENICA 31aDOPO PENTECOSTE


I 4 a di Luca

"Sul cieco"
L'Evangelo di questa Domenica si proclama talvolta prima di quello
della Domenica 10\ altrimenti si omette.
Si proclama la Domenica che cade tra il 21 ed il 24 gennaio se la
Pasqua cade tra il 22 ed il 25 aprile.
1. Antifone
Della Domenica, o i Typikd e i Makarismi.
2. Esodikn
Della Domenica.
3. Tropari
1)Apolytikion anastsimon, del Tono occorrente.
2)Apolytikion del Santo titolare della chiesa.
3)Kontkion: rifarsi al Typikn.
4. Apstolos
a) Pwkmenon: Sai 27,9.ldi'jfe$f!#cainSraHfiSle".
Vedi Domenica T e 15a
' 6a
b) 1 Tim 1,15-17
Paolo era stato prosciolto durante la sua prima prigionia a Cesarea
nell'anno 58, ed aveva potuto recuperare la sua libert d'azione apostolica. Verso la met del medesimo anno si trova probabilmente in Macedonia, e di qui dirige istruzioni, tra le ultime che si abbiano, ai suoi fedeli
e fidati discepoli, Timoteo e Tito. L'Apostolo adesso stanco e provato
da tutte le traversie cominciate sulla via di Damasco. Sa che non gli
resta molto da vivere con gli uomini, e del resto il suo cuore fin dall'inizio posto in alto, come dir uno o due anni dopo ai Colossesi (Col 3,14), presso il suo Signore, nel quale anela di consumarsi. E tuttavia Paolo
non mai domo. La sua somma preoccupazione sono tutte le Chiese (lo
afferma in 2 Cor 1 1,28), e dunque tutti i fedeli di esse, e non meno i capi
che lo Spirito Santo pone a presiederle (cf. quanto dice agli Anziani di
Efeso, At 20,28; vedi Domenica T di Pasqu
Timoteo gli particolarmente caro. Nell'indirizzo dell'epistola lo
chiama "autentico figlio mio nella fede" (1 Tim 1,2), un figlio che diventa a sua volta padre di innumerevoli altri figli nella fede, per le ge778

DOMENICA 14' DI LUCA

nerazioni di Dio lungo i tempi della salvezza. Paolo nel 2 viaggio missionario (anni 50-52) aveva toccato Listri, e qui aveva incontrato un
"discepolo" fedele, Timoteo, di padre pagano ma di madre ebrea, Eunice, la quale con sua madre e dunque nonna di Timoteo, Loide, aveva
trasmesso la fede al figlio (2 Tim 1,3-5). Paolo, anche dietro la buona
testimonianza dei cristiani di Listri e di Iconio, si era preso Timoteo,
l'aveva fatto circoncidere e l'aveva associato alla sua missione; cos Timoteo si ritrova oltre che nel 2 viaggio missionario di Paolo, anche nel
3 (anni 54-57; cf. At 17,14-15; 18,5; 19,22; 20,4). L'Apostolo l'aveva
anche distaccato per delicate missioni a Tessalonica (1 Tess 3,2-6); in
Macedonia (At 19,22); presso la comunit cos irrequieta di Corinto (1
Cor 4,17; 16,10; 2 Cor 1,19).
Il fedele Timoteo aveva seguito Paolo a Roma nella sua prima prigionia (anno 58; Col 1,1; FU 1,1), mentre nella seconda prigionia (anno
61), Paolo gli scrive per chiamarlo vicino per i momenti supremi, stando con lui solo Luca (2 Tim 4,21 e l l ) .
L'Apostolo aveva distaccato Timoteo, per le sue capacit singolari,
come capo della Comunit di Efeso (1 Tim 1,3), e lo segue anche da
lontano, pregando incessantemente per lui e per la sua delicata posizione nel ministero apostolico (2 Tim 1,3-5).
Timoteo fu molto venerato dall'antichit cristiana. Le sue sacre reliquie, considerate autentiche dagli specialisti, furono ritrovate inaspettatamente nella cattedrale di Termoli, in Abruzzo-Molise, nel 1945 (vedi
22 Gennaio).
La 1 e 2 Timoteo e Tito sono chiamate "pastorali" (ma solo in Occidente, e solo dal sec. 18). Su esse si accese il dibattito a proposito dell'autenticit paolina, con argomenti solo filologici (muterebbe il linguaggio) ed ipercritici. Oggi la critica molto pi cauta, ed ammette che
Paolo nell'ultima fase della sua epopea apostolica, dopo i grandi viaggi
ed in vista del soggiorno a Roma, assunse nuove tematiche e nuovi contenuti (e cos molti "latinismi"), con un linguaggio diverso.
Teologicamente si deve per ripresentare fortemente l'argomento
principale contro ogni negazione moderna: la Chiesa considera Parola
ispirata anche le "pastorali", e le legge nella santa Sinassi, davanti alla
quale le piccole dispute di scuole "datate" non hanno eco. Alla critica
eccessiva si deve rispondere con paziente anticritica.
Le Epistole "pastorali" sono tali solo in parte. Esse sono fortemente
dottrinali, poich insistono a fondo sul punto che da quegli anni tormentati, con il serpeggiare delle prime dottrine eretiche o almeno eterodosse, tra le Comunit dell'intero impero romano, si era trovato ad essere cruciale: l'immacolata santa Dottrina divina, che la Santa Scrittura nella sua integrit ma nell'interpretazione degli Apostoli, e dunque
la Tradizione divina apostolica ormai in atto.
779

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

A Timoteo Paolo in effetti parla anzitutto delle dottrine eterodosse


(1 Tim 1,3-11), rivendicando la santaparathk, il divino Deposito agito
dallo Spirito Santo, trasmesso con l'imposizione delle mani apostoli-che.
Per questo Paolo invia norme al fine che la Comunit viva ordinatamente, in consonanza con il suo Capo, il Vescovo (3,1-7), i presbiteri
(5,17-25); il diacono (3,8-13; e si noti la vicinanza di disposizioni sul
diacono con quelle sul Vescovo); le vedove come un grande stato di
consacrazione nella Chiesa (5,1-16).
La raccomandazione di pregare per le autorit anche pagane dell'impero, come per tutti (2,1-7) sono finalizzate al bene comune, al giusto ordine politico e sociale, dentro cui la Chiesa possa prosperare per
attendere al suo ministero missionario e salvifico.
In 1 Tim 1,12-17 Paolo rende conto della sua missione. Di essa si dichiara del tutto immeritevole quale antico persecutore, tuttavia convertito dalla divina grazia per pura Misericordia, "per la carit di Cristo
Ges", e di questo rende grazie di continuo (vv. 12-14).
La motivazione una proclamazione gloriosa: "Fedele il Lgos" divino, la Parola che contiene l'intero Evangelo della Grazia, ed in se
stesso, per sua sola virt e potenza, "degno di intera recezione" (apodoch), ossia che gli uomini lo accolgano nel loro cuore con tutta la fede,
con fiducia, con speranza. H suo contenuto il krygma apostolico: il Cristo Ges, il Messia regale risorto, venne da parte di Dio nel mondo. Giovanni riporta la medesima visuale teologica: cos eccessivamente Dio Padre am il mondo, da donare il Figlio suo Monogenito, affinch chi crede
non perisca, bens consegua la Vita eterna (Gv 3,16). La "venuta", rchomai, un grande tema cristologico, cos che nei Sinottici ed in Giovanni
uno dei grandi titoli del Messia Ho Erchmenos, "Colui-che-viene". Tale
Venuta secondo il Disegno divino presecolare, di cui tante volte Paolo
ha parlato alle sue Comunit (cf. lo splendido testo di Rom 1,1-4; e
16,25-27): salvare i peccatori dalla rovina che il peccato induce in essi, e
che la morte. Paolo si professa "primo tra i peccatori", e non per un'apparente modestia che in realt si porrebbe al centro della visuale perfino
nel male, ma perch mai davanti alle sue Comunit ha nascosto che un
tempo fu persecutore della Chiesa, visitato al momento opportuno dalla
Grazia divina, dall'incontro con il Salvatore dei peccatori (v. 15). La misericordia che qui egli ricevette divinamente, e per nessun suo diritto o
merito, e che lo rese "misericordizzato" (ele, qui all'aoristo passivo),
serviva al Disegno divino per renderlo primo schermo proiettivo, per cos
dire, su cui Ges Cristo potesse manifestare l'intera sua magnanimit
(makmthymia) ai futuri fedeli, quelli che verranno alla fede per la predicazione e l'esemplarit di Paolo stesso, che cos ne saranno "impressionati" (hypotypsis) e condotti sulla via della Vita eterna (v. 16).
780

DOMENICA 14 DI LUCA

La pericope chiusa da un'imponente, splendida dossologia, una


gemma preziosa:
Al Re dei secoli Incorruttibile,
Invisibile, all'Unico Sapiente Dio,
onore e gloria peri secoli dei secoli.
Amen!
L'espressione "il Re dei secoli" significa che Dio Sovrano dell'intera creazione, poich il greco ain, che traduce qui l'ebraico 'lm, significa sia "il mondo", e al plurale "il mondo qui e il mondo che
verr"; sia l'epoca temporale, anche qui duplice, quella presente e quella
senza pi scorrimento, l'eternit. Termini circa identici provengono da
testi come Sai 9,37.1 due aggettivi phthartos, incorruttibile, e aratos, invisibile, sono molto rari nell'A.T. dei LXX (cf. Sap 12,1; 18,4
per il primo, e Is 45,3 per il secondo); e in genere vengono dal linguaggio sapienziale; essi erano invece molto frequenti nella cultura filosofica e religiosa dell'ellenismo.
L'Unico Dio, la Sapienza eterna, tema centrale della Rivelazione.
Il marchio paolino si vede dal parallelismo con Rom 16,27, altra dossologia; ed ancora da Giud 25, essa pure dossologia.
Con questa acclamazione Paolo vuole salutare il Dio Unico, memorando cos la Misericordia sua usata per l'Apostolo, ma anche per i fedeli ai quali fu provvidenzialmente inviato. Quei fedeli leggevano con
enorme attesa ed interesse le Epistole del loro Fondatore; in questo caso Timoteo le fece di certo risuonare nelle sante assemblee. Cos le formule dossologiche entrarono nell'uso cristiano. La loro derivazione
dall'A.T. ma anche dalla creativit apostolica, garantisce che il Signore
Dio e Sovrano nostro cos salutato secondo le parole ispirate, ennesima indicibile grazia per il popolo fedele.
5. EVANGELO
a)

Alleluia: Sai 90,1.2, "Salmo didattico sapienziale". e


Vedi l'Alleluia della Domenica T e 15"
' 6a 1 l a

b)

Le 18,35-43
La "salita a Gerusalemme" sta ormai al suo termine (cf. Le 9,51
-19,28; e lo schema generale di Luca, Parte I). Il Signore battezzato dal
Padre con lo Spirito Santo, trasfigurato dalla Luce increata e assunto
dalla Nube della Gloria divina che lo Spirito Santo, ormai sta per
consumare il "suo esodo" (cf. Le 9,31), che ha come punto di arrivo necessario ma provvisorio la Croce, per l'Assunzione nella gloria della
781

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

Resurrezione. La Potenza dello Spirito Santo durante la sua Vita tra gli
uomini Lo guida ad annunciare l'Evangelo, insegnandone la dottrina,
ad operare le opere della carit del Regno, e a riportare tutto al culto al
Padre Celeste.
_ . ,
Il contesto della pericope di oggi si inquadra tra la 3 a p Croce e della
Resurrezione, l'ultima (Le 18,31-34; vedi la prima, 9,23, prima della
Trasfigurazione che si colloca a 9,28-36; la seconda, in 9,43b-45,
subito dopo la Trasfigurazione, la quale dunque va interpretata alla luce
di quelle predizioni) e la vocazione di Zaccheo (19,1-10), con l'ultimo
insegnamento, la parabola delle mine (19,11-28). Poi Ges fa ingresso a
Gerusalemme.
Come si vede, il moltiplicarsi dei miracoli e dell'insegnamento del
Signore si fa pi intenso alla fine della "salita". In fondo, se solo si
considerano i miracoli di Ges in Luca, si ha il primo (4,31-37) con la
guarigione dell'indemoniato di Cafarnao, e l'ultimo, il presente, con la
guarigione del cieco di Gerico. Due "segni" potenti abbastanza simili,
il primo come liberazione dalla Potenza malefica delle tenebre che attanaglia l'uomo impedendo cos l'espansione del Regno di Dio totalizzante, esigente tutti gli uomini integri e salvi; l'ultimo, come restituzione di un uomo afflitto da una delle pi terrificanti disgrazie dell'esistenza umana, la tenebra permanente della cecit. Di fatto, il Regno di
Dio anche visione e Luce eterna e contemplazione trasformante, e il
simbolismo della "visione", determinante per la fede, decisivo insieme con quello dell'"ascolto" di fede.
Luca narra qui come Ges si avvicinasse a Gerico, visitando cos il territorio e la citt stessa. Nella "salita a Gerusalemme", secondo una cartina
topografica, Ges sta in realt discendendo dal settentrione verso il meridione. Da Efraim, all'estremo confine della Samaria con la Giudea, giunge a Gerico, e successivamente si reca a Betania, da dove entra a Gerusalemme nel tripudio popolare. La "salita" per esiste, poich Gerico sta
sotto il livello del mare, e Gerusalemme la sovrasta di oltre 1000 metri.
Lungo la via per Gerico stava abbandonato a sedere un povero cieco,
chiedendo l'elemosina (v. 35). Questa scena sconsolatamente comune
sotto tutti i cieli, in tutte le culture, in tutte le "civilt economiche", ieri
come oggi, e purtroppo come domani. Il cieco mendicante particolare,
poich molto comune. Su lui esiste perfino una letteratura di barzellette, alcune simpatiche, ma per lo pi e comunque fuori luogo. I "vedenti"
dovrebbero aiutare validamente i ciechi, e non lasciare che si riducano a
mendicare, e d'altra parte dovrebbero provvedere a cure e ricerche
mediche per debellare questo male terrificante, "questa cappa buia dentro cui non esiste direzione". In Oriente, in particolare, imperversava il
tracoma, un'affezione curabile, ma talmente trascurata che un flagello
che si diffonde senza riparo; ieri, ma ancora oggi.
782

DOMENICA 14' DI LUCA

II cieco non vede. La provvida creazione per dispone che i suoi


sensi, mancandone uno, si acuiscano in altre dimensioni. I ciechi hanno
infatti un tatto eccezionale, per cui "leggono" con la punta delle dita sia
le monete, sia, oggi, i libri stampati con sistemi appositi (Braille, etc.);
e "sentono" palpando il volto di una persona, come , per cui possono
anche scolpire con singolare efficacia. Ma i ciechi hanno altres un udito fine, e al minimo rumore sanno triangolare la posizione della fonte
del rumore stesso, e cos le persone che si muovono.
H cieco di Gerico sta tutto il giorno in attesa. Sente passare la folla,
fatto insolito, e chiede alla cortesia di qualcuno: "Che questo?" (v.
36). Egli si attende dal Signore Dio qualche cosa, non troppo invece
dalla rara carit dei passanti. Uno di questi frettolosamente gli dice:
"Ges Nazareno sta passando" (v. 37)
,
.
, . . . , .
La Domenica la diLuca si commentata la vocazione dei primi discepoli, e"
si sono richiamati in proposito i vrbi della vocazione, che sono 3:
Ges passa, guarda, chiama. Il cieco di Gerico si inserisce dunque nella
divina vocazione, poich sta attento a "Ges che passa e guarda", e sa
che passa e lo guardava, ma poi non torna pi, e allora lui vuole
afferrarsi a Lui, Lo conosce da sempre, sa chi , sa che la sua vera ed
unica speranza, anzi certezza. Perci il cieco grida la sua fede totale:
"Ges figlio di David, abbi misericordia di me!" (v. 38). Ma come
accomunare un Nazareno, uno che viene da "Nazaret"? che da
Nazaret, che cosa di buono pu venire? la domanda di Natanaele in
Gv 1,46 con il "figlio di David", che deve venire da Betlemme secondo la Promessa antica?
E per va riconosciuto che il cieco di Gerico un buon teologo,
spinto dalla fede, ed anche dal suo estremo bisogno di "misericordia" divina, dato che gli uomini per lui nulla ormai possono fare.
Egli ragiona come ogni buon Ebreo, con un sillogismo impeccabile:
a) questo Ges di Nazaret compie straordinari miracoli (guarigioni,
resurrezioni, liberazioni di indemoniati...); b) per straordinari miracoli sono attesi dal Re Unto, il Messia divino d'Israele, il discendente di David promesso; e) dunque Ges di Nazaret "il Figlio di
David". E solo a Lui compete l'accoglimento del grido di intervento
misericordioso divino, Vele, attuare Yleos, la Misericordia dell'alleanza del Signore d'Israele con il suo popolo santo. Il grido
"elsonme!" risuona decine di volte nei Salmi, e molte altre nei libri biblici. Ormai Yleos divino sta presente nel Figlio di David Figlio di Dio.
Qui va chiesto: ma Ges se ne passava tranquillamente, forse aveva
visto il cieco distrattamente e tirava lungo, incurante del male? Se il
cieco non avesse gridato, non se ne sarebbe accorto, o almeno non sarebbe intervenuto? La risposta monotona: Ges interviene sempre,
783

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

ma occorre che prima si accetti la fede in Lui, e con l'invocazione di


salvezza si entri in comunione con Lui. Allora, la fede "salva".
Questo ignorato dalla testa del corteo intorno a Ges. Mentre il
cieco sente Ges che viene con la folla, i primi della folla per lo rimproverano, e gli intimano di tacere, sia per non disturbare il grande personaggio, sia perch per il cieco non c' da intervenire, nessuno ha mai
restituita la vista ad un cieco. Ma questo grida ancora pi forte: "Figlio
di David, misericordia di me!" (v. 39). Sa bene che Ges possiede la regalit salvifica. Come si disse pi volte, il Re messianico doveva venire
per restituire al martoriato popolo di Dio tutte le condizioni di vivibilit
del Regno di Dio, ossia la pace, la salute, la prosperit, la gioia di vivere. Il cieco sa molto pi di un indovino. Sa che tali condizioni sono immeritate dal popolo di peccatori, di cui egli sente di far parte, e perci
implora la Misericordia, non il diritto. Anche se i poveri "hanno diritto", in quanto il Signore ad essi lo concede sempre. Allora "grida", la
prima volta verbo bo, la seconda krdz. sempre il vocabolario della preghiera biblica (il secondo verbo, molto frequente in Isaia).
Ges che passa, anche Ges che si ferma a guardare con l'intensit
di tutta la sua Misericordia. Ed Ges che chiama. Infatti ordina di
condurgli il cieco. E quando questo gli si avvicina, di certo gli prende
la mano, gli posa l'altra sulla spalla, fatti che Luca non narra ma che
sono familiari negli Evangeli; e poi gli parla con calma per metterlo a
suo agio (v. 40): "Che vuoi ti faccia?" (v. 41a). Fare, non dire. Il dire
del cieco, ed "Figlio di David, misericordia di me!", e adesso: "Signore, che io ci riveda!" (v. 41b). la fede in Colui che come cre, cos
quando vuole pu ri-creare le realt rovinate.
Dietro la fede del cieco, Ges mentre opera deve dare la sua Parola:
"Vedici di nuovo!", e la sua spiegazione: Io ho operato solo perch hai
la fede, e mediante la fede che salva Io ti ho salvato (v. 42). Dove non
esiste fede, non esiste possibilit d'intervento divino, non esiste la salvezza che la fede produce.
La conclusione dossologica. Il cieco recupera subito la vista. E nel
moto incontenibile della sua gioia e della sua riconoscenza, si pone al
seguito (akolouth) di Ges, glorificando Dio. Non si sa se fu uno dei
120 discepoli (cf. At 1,15; 1 Cor 15,6, diventati ormai 500). N per
quanto seguisse Ges. Ma un Ebreo fedele quando glorifica il suo Signore, non tralascia ormai di farlo tutti i giorni, pi volte al giorno.
Il fatto partecipato dalla folla che vi assiste, e qui "tutto il popolo" testimone autoptico, come si dice, autentico e veridico. Che si mette a "dare lode" a Dio. Glorificazione e lode. il culto al Dio Vivente,
che con l'Evangelo e le opere, come questa qui, forma precisamente il
Programma battesimale del Signore, svolto nella Potenza operante dello
Spirito Santo.
784

DOMENICA 14- DI LUCA

La vista ai ciechi uno dei "segni" potenti del Re messianico su cui


riposa lo Spirito di Dio (Is 61,1-9; 11,1-10), e sar notato nelle cronache delle genti: Is 29,17-18. Testo citato, come gi visto, da Ges quando vanno ad interrogarlo i discepoli di Giovanni il Battista, se fosse Lui
"Colui-che-viene" (cf. Le 7,18-23; e Domenica 3a di Luca).
La luce negli occhi, che possono contemplare il volto dei fratelli e le
meraviglie del creato divino, il grande simbolo della Grazia divina e
della santit spirituale dell'uomo fedele (cf. Le 11,34-37, testo gi commentato). la "visione", dono battesimale.
Perci la Chiesa chiama l'iniziazione ai Misteri "il phtisms", l'illuminazione, che ripropone intatte davanti agli occhi le Realt divine
visibili ascoltabili partecipabili vivibili.
E gustabili, se dopo la comunione la divina Liturgia fa cantare: "Vedemmo la Luce vera". Quella che conduce alla contemplazione eterna
del Volto del Signore, che il cieco di Gerico guard come il primo Volto
da amare. Ma anche come l'ultimo, per l'eternit. Bench non l'unico,
poich quel Volto ama stare in mezzo ai volti di tutti i suoi fratelli, sui
quali effonde la Luce del Fuoco dello Spirito Santo.
6.Megalinario
Della Domenica.
7.Koinnikn
Della Domenica.

785

DOMENICA 32a DOPO PENTECOSTE


15a di Luca
"Su Zaccheo"
L'Evangelo di questa Domenica non si proclama prima della
Domenica che segue la Teofania del Battesimo al Giordano.
Si omette se Pasqua cade tra il 22 e il 31 marzo, poich allora la
Domenica che segue la Teofania del Battesimo del Signore da inizio al
Periodo del Tridion.
Se Pasqua occorre tra il 1 e il 7 aprile, questo Evangelo si proclama
la Domenica tra il 14 ed il 20 gennaio. Se tra 1'8 ed il 21 aprile, la
Domenica tra il 21 ed il 27 gennaio. Se tra il 22 e il 25 aprile, la
Domenica tra il 28 ed il 31 gennaio.
1. Antifone
Della Domenica, o i Typik e i Makarismi.
2. Eisodikn
Della Domenica.
3. Tropari
1)Apolytikion anastsimon, del Tono occorrente.
2)Apolytikion del Santo titolare della Chiesa.
3)Kontkion: rifarsi al Typikn.
4. Apstolos
a)Prokimenon: Sai 28,11.1 ,"Innodi
Vedi la Domenica 8a e 16a
' T
b)

Luca

'

1 Tim 4,9-15
Paolo, fortunatamente assolto nel processo della prima prigionia a
Cesarea (anno 58), ripresa l'attivit apostolica, dalla Macedonia invia a
Timoteo, posto a presiedere le Comunit di Efeso, un'Epistola dove abbondano insieme la dottrina e le esortazioni dell'anziano Apostolo al
giovane suo successore. Come si accennato (vedi Domenica precedente), tenendo conto delle date essenziali: la Resurrezione del Signore
il 9 aprile dell'anno 30, data certa; la Sinodo apostolica di
Gerusalemme l'anno 50 (potrebbe esservi un'oscillazione di 1 anno
prima o dopo), l'apostolato paolino ormai dura da oltre 20 anni. In sostanza, con le "pastorali", ossia 1 e 2 Timoteo e Tito, si assiste al transi786

DOMENICA 15" DI LUCA

to graduale tra la prima e la seconda generazione apostolica, anche se si


tratta di terminologia abbastanza impropria. Di questo consapevole
anche Luca, che appartiene a questa seconda generazione, di quelli che
non furono testimoni oculari ed auditivi del Signore (cf. Le 1,1-4), e
che tuttavia sono il supporto essenziale, non solo utile, degli Apostoli,
poich questi senza i loro successori e continuatori non avrebbero realmente consumato il loro ministero dell'Evangelo.
Si assiste, da altra visuale, al formarsi della Pardosis, la Tradizione
divina apostolica (Parte I, Cap. 3), questo "trasmettere-ricevere" da
bocca ad orecchio, da mano a mano, il contenuto salvifico, la
Rivelazione di Cristo, le sue "Parole e gesta" (cf. At 1,1) nello Spirito
Santo, che abbracciano anche l'intero A.T., e che vogliono giungere al
mondo lungo le generazioni. Nell'opera di "trasmissione", l'Operatore
divino sempre lo Spirito Santo. Il contenuto della "trasmissione", la
Parathk divina, o Deposito da custodire, esplicitare e tramandare,
ispirato, delimitato, diretto dallo Spirito Santo. E anche il fatto di darsi
un Successore da parte di un Apostolo, con l'imposizione delle mani,
di fatto la Pardosis divina, la Trasmissione divina dello Spirito Santo.
La cura gelosa dell'immacolatezza della Dottrina divina salvifica sta
sempre sotto l'opera indefettibile dello Spirito Santo. Il "magistero"
della Chiesa non opera di privati. Cos invece ritiene una parte della
cultura teologica attuale, che sta sotto il pesante gravame del rigetto
moderno dell'intera Tradizione divina apostolica; per non parlare del
pullulio satanico di stte e di "movimenti" pi o meno proclamanti
l'ortodossia dottrinale, ma che di fatto rigettano i Vescovi e la Chiesa di
Dio che la Chiesa locale. Il magistero della Chiesa opera faticosa,
proba, preoccupata del bene, che risale allo Spirito Santo.
Paolo vede di persona, e ne riceve anche informazione dai suoi collaboratori e dai suoi fedeli pi attenti, che ormai si insinuano nelle
Chiese di Dio predicatori comunque di un "altro evangelo", come ne
aveva severamente messo in guardia, gi all'inizio, i Galati (cf. Gai 1,
verso l'anno 56), e non cessa di allertare le altre sue Comunit, come i
Colossesi (anni 59-60). Ad Efeso, dove presiede il giovane Timoteo,
una regione particolarmente infestata, anche nei secoli seguenti, da
ideologie religiose, da attese apocalittiche, da culti entusiastici, la situazione non diversa, se non peggiore. Timoteo deve restarne avvertito, e sempre in guardia.
Paolo allora cerca di mostrare a Timoteo quale sia l'insuperabile, irremovibile, invincibile barriera, fonte e movente della fede salvifica:
"Fedele la Parola". La formula paolina, e ricorre nell'Epistola in
1,15 (cf. Apstolos della Domenica precedente); 3,1; 4,9, qui; poi in 2
Tim 2,11; Tit 8,8; l'insistenza ripetitiva indica l'importanza del tema.
La Parola divina "degna dell'integrale accettazione", come aveva gi
787

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

detto l'Apostolo in 1,15. Integrale accettazione (apodoch, da apodchomai, ricevere "da" fuori, da un altro) significa intangibilit senza resto, poich la Fonte solo divina (v. 9), e l'effetto solo salvifico, in
favore degli uomini fedeli ed accettanti.
La motivazione che segue mostra l'apostolato disinteressato nella
carit. Poich a questo solo scopo, trasmettere la Dottrina immacolata,
l'Apostolo "si affatica" (kopimen, plurale di modestia) ed anche "vituperato". Ma si sa il motivo, poich Paolo gi da tempo, e per sempre,
"ha sperato", ha riposto ogni sua speranza nel Dio Vivente, quello al
quale per tutta la sua esistenza apostolica ha portato i peccatori dei pagani affinch Gli dessero culto autentico e fossero salvati (cf. 1 Tess
1,9-10). Ed infatti il Dio Vivente l'unico Salvatore di tutti gli uomini,
senza Lui non esiste salvezza. Oggi questo revocato in dubbio, perfino
da missionari, con vari sofismi dovuti alle ideologie moderne ed al
nominalismo che da 8 secoli sta sgretolando le fondamenta perfino del
pensiero umano, della parola autentica, della vita autentica. Ma Egli il
Salvatore, il nostro Dio Vivente, in specie dei fedeli che si affidano solo
a Lui (v. 10).
A Timoteo qui Paolo indirizza due imperativi: annuncia ed insegna
questo, alla lettera: parggelle, denuncia, annuncia, da ordine, ammonisci, verbo che porta sul da farsi e sul non da farsi, e su questo poi didaske, dare spiegazioni, l'insegnamento paziente (v. 11).
Per tutto ci occorre 1'"autorit", il prestigio, che viene dall'et
avanzata, dalla personalit, dalla scienza, dall'abilit consumata di governo. Ora, Paolo sa bene che Timoteo giovane, troppo forse per un
mondo come quello ellenistico abituato a dare prestigio solo a personalit civili, militari, di cultura, che fossero fuori della gente normale.
Perci l'Apostolo ordina seccamente: Nessuno sottovaluti (kataphron) la tua giovent (nets, un'et che non superava i 30 anni).
Anzi il giovane successore dell'Apostolo si porr quale "tipo", o modello, dei fedeli che ha ricevuto in carico, a partire dalla "parola",
lgos, dove si pu comprendere cos: dalla Parola divina che diventa il
linguaggio abituale di Timoteo; il senso di lgos qui pu comprendere
le due soluzioni. E anche con la condotta della vita irreprensibile, anastroph, nella carit, agape, verso tutti, nello Spirito da donare a tutti,
nella fede, pistis, nella santit di costumi, agnia (v. 12). tracciato il
programma di quello che deve essere il Vescovo, e da lui il presbitero e
il diacono, nella Comunit ma anche verso l'esterno. La Chiesa antica,
si deve dire, in Oriente come in Occidente, ebbe una vera fioritura di
simili figure di santi Gerarchi.
Da lontano, Paolo seguita ancora a tracciare il programma di vita
per Timoteo, onde conferire a lui la fiducia, la fermezza, la stabilit nel
ministero. Cos, promette di visitare il discepolo amato, che per "in788

DOMENICA 15" DI LUCA

tanto" deve applicarsi assiduamente alla "lettura", angnsis, termine


che si riferisce alla Santa Scrittura. Questa deve essere "letta" ai fedeli e
quindi spiegata, ma deve essere anche oggetto di "lettura divina" continua, personale. Dalla Scrittura all'azione pastorale, e qui anzitutto
Timoteo deve applicarsi alla parklsis. Il termine importante, indicando una serie di realt. Il senso originale : chiamare accanto, invitare
vicino (la particella para da questa sfumatura), e questo si dice
dell'"avvocato" chiamato alla difesa; poi, l'esortazione, l'ammonizione,
la correzione data a qualcuno; quindi la richiesta, "invocare qui", la preghiera; infine, per traslato, confortare i deboli, esortare i tristi, consolare
gli afflitti. Paolo per Timoteo e la sua azione richiama tutto questo con
un termine. Il terzo punto la didaskalia, l'insegnamento della didach,
la dottrina apostolica. L'esempio viene dal Signore Ges, "il
Didskalos" per eccellenza, che cura per affinch tutti i suoi discepoli
insegnino (verbi come didsk e mathtu) per far giungere la Luce
della Verit nei cuori degli uomini. Paolo stato didskalos sempre, e
quindi esige che chi lo sostituisce e ne prolunga il ministero sia anch'egli bravo nell'insegnare, realt fondante la Chiesa. Non per nulla Paolo
pone l'insegnare, con vari nomi, tra i carismi principali, costitutivi: cf. 1
Cor 12,28; Rom 12,6-8; Efes 4,11. Tutti gli altri carismi, ammesso che
servano qualche volta, stanno in subordine a questi, che sono "apostolici". Le rivendicazioni "carismatiche" di ieri (e oggi?), pur ammettendo
la buona fede sempre, si pongono nettamente contro il quadro apostolico, detto per disprezzo "gerarchico", o istituzionale, della Chiesa.
Questi "movimenti", invariabilmente aclericali e anticlericali, nel loro
indiscriminato e molto indiscreto proselitismo, tendono a chiudersi nelle
conventicole dei "perfetti", che considerano gli "altri" come "profani".
Paolo gi li ha condannati (cf. tutto 1 Cor 12) (v. 13).
E qui prosegue proprio il tema dei charismata di cui stato dotato
Timoteo. L'esortazione a "non trascurare il carisma che sta in te".
Ora, come si detto pi volte, chrisma ha diversi significati: provenendo dal verbo chanzomai, indica anzitutto il dono benevolo conferito
a qualcuno in modo gratuito, e qui soprattutto il massimo dei charismata la Carit divina effusa nel cuore degli uomini e che lo Spirito
Santo (cf. Rom 5,5, testo esemplare); il carisma cos pu anche configurarsi come la Grazia divina dello Spirito Santo per l'intera esistenza
cristiana, come la salvezza eterna, l'opera globale dell'umana
Redenzione, l'aiuto in singoli momenti della vita di fede, la grazia matrimoniale, l'aiuto in momenti particolarmente difficili, la stessa Vita
eterna. Paolo qui indica la grazia donata gratuitamente a Timoteo, con
la cheirotonia, un antico e tipico rito biblico, gi dell'A.T., rinnovato e
confermato nel N.T. da Cristo stesso: l'imposizione delle mani sui discepoli all'Ascensione (Le 24,50).
789

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

Si tratta del charisma donato "mediante profezia", forse in occasione


della santa Liturgia in cui il "profeta" spiegava le Scritture, e dove
avvenne "l'imposizione delle mani del presbiterio". Questo v. 14 cos
importante, che tra i pi discussi dagli storici delle origini della
Chiesa, perch implica gi l'attuale struttura della Chiesa. Ossia, rispetto al tempo di Timoteo, la Chiesa che conserva intatta la
Tradizione divina apostolica, l'Episcopato con diaconato e presbiterato,
il complesso dei divini Misteri, sussiste ed agisce ancora in modo
immutato. Il gi costituito episkopos, che si pu chiamare per ancora
presbyteros i due termini oscilleranno ancora per molti decenni, indicando la medesima realt ecclesiale e ministeriale , stato posto
nel suo ufficio da chi questo ufficio gi possiede. Ad Efeso, verso il 60
dopo Cristo, esiste gi unpresbytrion, "il presbiterio", ossia il "collegio di presbiteri, o Vescovi", ovviamente di successione paolina. Qui
si pu rileggere il grande testo di At 20,17-38: Paolo convoca da
Mileto "ipresbyteroi dell'Ekklsia di Efeso" {At 20,17), quali suoi immediati collaboratori e corresponsabili; ad essi rivolge il "discorso di
commiato" (vv. 18b-35), il cui centro la frase: "Vegliate su voi stessi
e sull'intero gregge nel quale lo Spirito Santo pose voi come episkopoi
per pascere la Chiesa di Dio, che (il Padre) si acquis mediante il
Sangue proprio (del Figlio suo)" (v. 28) (vedi Domenica 7 a di Pasqua). Ora,
episkopos significa "visitatore" responsabile del buon andamento di
un'impresa, presbyteros significa "anziano" chiamato ad essere
"vescovo", visitatore, responsabile, pastore del gregge, dunque colui
che nutre il gregge con la Parola e con i Misteri, che dirige la
Comunit, che ordina la sua esistenza... che impone le mani ad altri
episkopoi-presbyteroi.
Il collegio presbiterale-episcopale di Efeso, su ovvia designazione di
Paolo, ha "imposto le mani", ha ordinato "secondo i canoni", si direbbe
oggi, Timoteo bench molto giovane. Paolo esige che Timoteo sia il capo della Comunit, bench giovane, tutti debbono rispettarlo... compresi
ipresbyteroi ordinanti. Si ha qui la nozione del primato del capo sul
collegio dei capi e sull'intera comunit. S. Ignazio il Grande,
d'Antiochia, martire a Roma, verso il 107, mostrer che il "Vescovo
monarchico", ossia unico, gi un dato di fatto in Oriente; in
Occidente per almeno 2 secoli esister il "collegio dei presbiteri" con
un capo onorifico (si vedano le tombe dei "Presbiteri" di Roma nelle
Catacombe di S. Callisto).
Come si disse, l'imposizione delle mani indica insieme comunione
dei due soggetti, l'imponente e l'imposto, indicazione ed accettazione
di una funzione, presentazione al Signore, e passaggio ed accettazione
dello Spirito Santo. sempre l'inizio pneumatico della Tradizione divina apostolica. Perci Paolo vi insiste (v. 14).
790

DOMENICA 15' DI LUCA

Ed insiste sulle raccomandazioni a Timoteo: "Di questo, abbi cura",


ossia occupazione assidua, considerazione, meditazione, come indica il
verbo melet. "A questo stai sopra", stabilmente, senza spostamenti,
come indica il verbo histmi. la condizione per cui tutti, il collegio dei
presbiteri ordinanti anzitutto, ma anche la Comunit e con un occhio
sempre rivolto anche agli estranei , avranno la concreta manifestazione del progresso ministeriale, e non meno personale nella santit, di
Timoteo. La phanerprokop, manifesto progresso, necessaria a
Timoteo, perch Paolo l'ha scelto e posto in quella Chiesa di Dio quale
"typos per i fedeli" (v. 12). Ora qui va detto che typos non indica solo
un "modello" esteriore, che, per quanto da secoli insista certa letteratura
religiosa, non potr mai essere "imitato". Al contrario, il typos indica
1' "impressione" visibile di una figura, di un segno, di qualche cosa che
resta: Timoteo dovr "imprimere" nei suoi fedeli la sua "icona sacerdotale" (Agatangelo di Bisanzio), che quella di Paolo, soprattutto che
quella dell'Unico Signore Ges Cristo, Sommo Sacerdote. Questo
l'Unico Modello che non solo si pu, bens si deve imitare (v. 15).
5. E VANGELO
a) Alleluia: Sai 91,1.2, "Azionedigrazie individuale".
Vedi la Domenica 8a e 16a
'T
b)Le 19,1-10
La narrazione evangelica del fatto di Zaccheo di Gerico (Le 19,110), seguita dalla parabola delle mine (Le 19,11-28), termina in pratica
la "salita di Gerusalemme" (Le 9,51 - 19,28), che Ges aveva iniziato
dopo la Trasfigurazione (Le 9,28-36). Si deve ancora insistere sui dati
reali. Cristo Signore battezzato dal Padre con lo Spirito Santo, e trasfigurato dalla Luce eterna increata per essere posto sotto la Nube della
divina Gloria che lo Spirito Santo, passa tra gli uomini attuando il
Programma battesimale, che sono l'Evangelo, i grandi miracoli come
opere del Regno, il culto al Padre. Il culmine di tale Programma la
Croce per ottenere con la Resurrezione il Dono dello Spirito Santo.
In particolare, Luca organizza letterariamente un "grande inciso",
ossia questa "salita" del Signore a Gerusalemme, verso la Croce, ed in
esso concentra molto materiale "proprio" a lui solo, molto originale e
denso. Si tratta di una parte della dottrina del Signore e altri "segni"
miracolosi, che formano un patrimonio prezioso ed insostituibile. Qui,
anche se un tratto non esclusivo di lui, tuttavia Luca raccoglie molto
materiale sulla "povert", sull'espoliazione di se stessi, sulla sequela
del Signore, per il motivo che il Signore ha gi espoliato se stesso, si
fatto povero, e chiede la sequela di discepoli assimilati a Lui. Come si
791

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

detto, lungo l'Anno liturgico, proprio a partire dalla celebrazione


dell'Esaltazione della S. Croce, le pericope evangeliche scelte e ordinate, provenienti da Luca, sono disposte su questa visuale: la totale umilt
povera del Signore sulla Croce era cominciata gi con la sua Nascita. E
come i discepoli di allora vollero imitare il Signore per seguirlo con pi
fedelt, cos proposto ai discepoli di ogni tempo.
Tuttavia, il cammino di Luca prosegue al di l del Natale del
Signore. Giunge fino all'altra contemplazione della Croce, che attraverso il digiuno, la preghiera e le opere di carit giunge alla Gloria della
Resurrezione. il tempo che tutte le Chiese dedicano alla santit del
ritorno a se stessi, al prossimo ed ai fratelli, e con ci stesso al Signore
Misericordioso che attende. Cos Luca introduce i fedeli fino alla
Tessarakost, ai Nestia, con l'abituale "preparazione" di Domeniche.
Qui Zaccheo il pubblicano avido ma umilmente convcrtito, posto
come una delle figure esemplari del fedele che "discende" per accettare
la Visita del Signore.
Gerico cos ancora il luogo di questi fatti. Localit gi in antico rinomata per la sua bellezza, come "citt delle palme", dal clima che non
conosce le asprezze dell'inverno palestinese, ma intensi traffici, con le
grandi ville dei ricchi e frequentati bagni termali, Gerico ebbe diversi
"siti", poich, essendo probabilmente, secondo gli archeologi, il primo
posto abitato come vera "citt" al mondo, fu pi volte distrutta e ricostruita, perci ebbe impianti distanti tra essi; questo un problema in
pi per gli studi biblici.
Come luogo di frequentazione e di passaggi anche commerciali,
Gerico era altres sede di dogane, e chi dice dogane dice taglieggiamenti sui prodotti importati e talvolta anche esportati. E i doganieri antichi non erano affatto migliori di quelli di oggi, mentre oltre tutto avevano dai Romani, irsuti occupanti, l'appalto per la percezione delle imposte. Doganieri ed agenti delle imposte, come si sa, non furono mai
amati da nessuno, ed essi lo sapevano, e tanto pi si approfittavano della loro situazione di assoluto privilegio ed arbitrio, dovendo percepire a
loro volta la "percentuale", ed avendo pressoch mano libera neh"imporre tasse e balzelli. Che questo non sia un quadro prevenuto, ma la
lettura dei fatti, testimoniato da un personaggio povero e spoglio, nullatenente e disinteressato, Giovanni il Prodromo, il quale preparando la
via al Signore amministrava il battesimo di conversione dopo una specie di dura catechesi a chi si recava da lui. Quando alcuni "pubblicani",
ossia questi agenti delle tasse per conto dei Romani, vanno da lui,
Giovanni ascolta la loro sottomissione: "Maestro, che dobbiamo fare?",
e risponde: "Non esigete (rapinate...) pi di quanto vi fu fissato!" {Le
3,12-13). Il che la dice lunga. I pubblicani erano i principali grassatori
del loro popolo ebraico, e oltre i tributi versati ai Romani, la loro tan792

DOMENICA 15" DI LUCA

gente strangolava la popolazione pi umile e meno facoltosa. Il loro


mestiere era considerato impuro, ed escludeva dall'assemblea liturgica.
Luca mostra che il pubblicano se ne stava lontano, nel tempio (Le
18,13; vedi Domenica prossima).
Ges a sua volta, secondo la morale corrente e le leggi di purit sacra, era accusato di frequentare, e perci di accogliere proprio i pubblicani, ritenuti i peggiori tra i peccatori, ed altre categorie di gente messa
al margine dalla morale. Con molto umorismo, ma ovviamente anche
con amarezza, se lo riconosce il Signore stesso, quando riassume tali
accuse in modo lapidario: "Voi dite: Ecco un mangione e bevone, amico
dei pubblicani e dei peccatori" (Le 7,34).
L'episodio di Zaccheo si colloca in questo pi ampio contesto, e non
a caso Luca lo pone alla fine della "salita a Gerusalemme", come il segno culminante della Vita terrena del Signore: accogliere i perduti e recuperarli al Regno di Dio che si avanza con Lui e con lo Spirito Santo
(cf. ancora Le 11,20, e Mt 12,28).
Ancora una volta per, qui si tratta anche di vocazione, con i 3 verbi
ormai spiegati diverse volte: Ges passa, guarda e chiama.
Dopo guarito il cieco forse all'entrata di Gerico (Le 18,35-43; vedi
Domenica precedente), nel traversare la citt (Le 19,1), "ed ecco un uomo". stato detto qui pi volte che in genere con "ecco" la Scrittura
segnala qualche prodigio. Come esempi furono portati Is 7,14, "Ecco la
Vergine", riscontrato con l'"ecco" dell'Angelo a Maria: "Ecco, tu concepirai nel tuo seno" di Le 1,31, se si vuole, confermato dall'"ecco,
Elisabetta tua parente concep" di Le 1,36. "Ecco" insomma segna l'intervento sempre imprevedibile del Divino che irrompe sull'umano.
L'uomo aveva nome Zaccheo. Questo nome la grecizzazione dell'ebraico Zakkaj (dal verbo zkah, essere puro, integro, giusto); conosciuto anche nell'A.T. (cf. Esr 2,9; Neh 3,20; 7,14). Si tratta di un nome
"teoforico" abbreviato, che suona cos: "II Signore puro". Anche se
non si vuole esagerare sui significati, si deve dire che da una parte
Zaccheo non faceva troppo onore al Signore ed alla qualit indicata da
questo nome, e dall'altra, che con l'incontro con Ges tale contrasto diventa pi forte, ma solo per essere sanato. E cos Luca aggiunge:
"Zaccheo, ed egli era architelns, e questi era ricco" (v. 2), perci la
nota ancora aggravata dall'essere quello un capo degli esattori delle
tasse e dogane, sfruttatori del popolo, e in conseguenza notoriamente,
ossia sfacciatamente ricco. Alla sua professione esosa aggiungeva anche la sua condizione odiosa di ricco contro la povert della massa del
popolo sfruttato.
E per Zaccheo mosso da dentro. Cerca di sapere qualche cosa su
questo Ges che passa, un povero da cui era impossibile esigere la minima tassa (Mt 17,24-27), ma la cui fama traversava le regioni. Cos
793

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

"cercava di vedere Ges", si contentava almeno di sbirciarlo da lontano, ma con la domanda intcriore: "Chi ?". Luca aggiunge qui un tratto
che in altri contesti appare comico. Zaccheo non un gigante, non ha
neppure la statura "media", basso, e la folla gli rende impossibile vedere Ges. La taglia bassa di Zaccheo funzionale alla narrazione (v.
3), poich cos il piccolo di statura e grande di ricchezza, Zaccheo, non
pu aggiungere un palmo a questa sua statura (cf. Le 12,25; e Mt 6,27),
e deve correre prima che giunga la folla, e salire su un sicomoro "al fine di vedere Lui", poich quella era la direzione presa da Ges per traversare la citt (v. 4). La scena ancora oggi si ripete in occasione di manifestazioni, di feste, soprattutto per lo sport, quando pali elettrici ed alberi sorreggono grappoli di giovani, anche alti, ma qui per risparmiarsi
il costo del prescritto biglietto.
Ges che passa Ges che guarda. Infatti Ges giunge sul posto
dove sta il sicomoro con Zaccheo, e guarda verso l'alto e lo vede.
Ges che passa e guarda Ges che chiama alla vocazione: "E parl
a lui: Zaccheo, affrettatoti, discendi" (v. 5a). Si tratta certo di situazione topografica, Zaccheo sull'albero sta in alto, Ges sulla via sta
in basso. Ma si pu qui riflettere pi a fondo. Ges dall'Alto della sua
Vita divina sta nel basso della vita comune degli uomini, gi " disceso". Mentre Zaccheo "salito" per la sua condizione di capo dei pubblicani e di ricco, una salita che per bassezza davanti a Dio e ai poveri, che deve essere vinta da questa "discesa" ordinata da Ges, per
stare al livello di Ges, per essere riportato da Ges verso l'Alto a cui
destinato.
Ges aggiunge la motivazione del suo imperativo, come sempre:
"Oggi, infatti, nella casa tua si deve che io rimanga" (v. 5b). Smeron,
oggi adesso, non ieri n domani. Sta nel Disegno divino, espresso qui
come spesso dal verbo greco di, "si deve" secondo quanto disposto
divinamente, e secondo quanto gioiosamente Cristo Signore attua.
Cos che avviene uno scambio paradossale: Egli "deve rimanere"
quale Ospite divino e Padrone, nella casa "di Zaccheo", che "deve"
perci farsi ospitare da Ges, aderendo a Lui, ponendo tutto in comune con Lui.
Zaccheo, che gi era mosso da dentro, e che si sarebbe contentato di
"vedere" Ges, e di sapere "chi ", si affretta ad obbedire, discende
dalla sua scomoda posizione sull'albero, in sospeso, viene sulla terra
sicura, e "accoglie nella gioia" Ges (v. 6), come spesso era accolto
Ges proprio dai pubblicani nella gioia di mangiare insieme. Questo
aveva provocato i mormoni di disapprovazione dei benpensanti, preoccupati che l'iniquit e l'impurit trovassero sostegno e giustificazione,
e soprattutto piet e comprensione da parte di uno del resto assai stimato come Ges (cf. Le 7,36-50).
794

DOMENICA 15' DI LUCA

Cos avviene anche adesso. Tutti conoscono il famigerato


Zaccheo, l'avido succhiatore di sangue umano, e tutti conoscono ormai la fama di Ges, tutti dunque "mormorano"; il verbo diagoggyz
usato nella Santa Scrittura sempre per stigmatizzare un grave peccato, quello di dubitare del Signore, della sua potenza, della sua
provvidenza, della sua cura per il suo popolo, in specie durante l'esodo nel deserto. Allora il Signore disponeva medicine sanatrici sotto
la specie di punizioni termporanee che riportavano il popolo alla ragionevolezza e alla piet religiosa. Ges preferisce stare ad ascoltare
il rimbrotto: "Presso un uomo peccatore peccatore notorio, si direbbe oggi entr per pernottare!" (v. 7). Il verbo usato qui,
kataly, al modo intransitivo, significa "sciogliere" ad esempio la soma di un cavallo o di un asino per far tappa durante un viaggio; di
una persona, indica lo scaricarsi dei bagagli e spogliarsi delle vesti
da viaggio per sistemarsi per la notte. Di qui viene il katlyma di Le
2,7, dove Giuseppe porta la sposa Maria, incinta di Ges; era la "stazione di servizio", con stalle per le bestie e cameroni per i viaggiatori,
dove si dava da mangiare agli uomini e fieno e paglia agli animali.
Luca annota plasticamente che Ges nasce dalla Vergine, avvolto
da fasce e deposto come dalla Croce! nel luogo dove gli animali mangiavano paglia e fieno, la phtn, "poich non c'era per essi
posto nel katlyma, nella locanda" (Le 2,7).
Ges pass guard chiam. Il vocato deve dimostrare la sua accettazione. Cos Zaccheo si pone in piedi davanti al Maestro ed alla folla, e
si rivolge a Ges, manifestando che il prodigio divino avvenuto:
"Ecco!" la prima parola. Si deve porre al livello di Ges umile e povero, ma soprattutto venuto a riparare i danni del peccato: "Ecco, la
met delle mie sostanze, Signore, io dono ai poveri". il testamento
spirituale per cominciare da l la sequela del Signore invocato adesso.
Adeguandosi ai fratelli poveri, Zaccheo si adegua a Ges, che va libero
da pesi verso la sua ultima parte della sua missione divina. "E se qualcuno defraudai, restituisco il quadruplo" (v. 8). Il verbo "defraudai"
lo strano verbo greco sykophant, che nei LXX traduce l'ebraico
'saq; per s viene dall'indegna speculazione sui fichi (syka), che avveniva la mattina presto al mercato di Atene (che avviene ancora su tutti
i prodotti ogni mattina nei mercati di ogni citt del mondo), quando
accaparratori fraudolenti requisivano tutto il prodotto per trame incredibili guadagni. Di qui il senso si fa traslato: accusare iniquamente e
falsamente per lucro, calunniare, denunciare bassamente, opprimere ingiustamente, defraudare, estorcere con bassi mezzi. Zaccheo sta in piedi
davanti al suo Giudice divino, e sta confessando i suoi reati, senza
quantificare, ma senza mezzi termini: voi sapete quanti ne frodai con
violenza. la conversione del cuore, che pentimento, penitenza salu795

COMMENTO - CORSO DELLE DOMENICHE

tare, desiderio di riparare, di restituire. Tutto secondo la Legge santa,


che questo esigeva, ad esempio Es 22,1 ; Num 5,6-7; 2 Re (= Sani) 12,6,
detto di David.
Il divino Giudice nella sua longanime pazienza ascolta. Ha gi la
sentenza pronta: "Smeron seteria t ik tot egnetoV Sono le parole che sigillano nella Divina Liturgia lo splendore del canto della
Doxologia megl, che unisce le Lodi divine alla Divina Liturgia. Solo
che da allora la Salvezza avviene t ksm, all'intero mondo creato,
poich adesso "noi cantiamo al Risorto dal sepolcro e Condottiero della
vita nostra". L'Oggi di Dio si compie sempre per vie misteriose.
Propriamente il smeron e la seteria non sono altro che Cristo, come
nella proclamazione di Ebr 13,8, gi richiamata:
Ges Cristo!
Ieri nostro e Oggi nostro!
Il Medesimo per il secolo!
Si detto che Cristo Signore motiva sempre i suoi atti, che restano
cos anche come divina Dottrina salutare: "in quanto anche lui figlio
d'Abramo" (v. 9).
Come figlio d'Abramo adesso reintegrato in quel popolo "che osserva la via del Signore, e agisce secondo diritto e giustizia, affinch il
Signore compia per Abramo quanto gli promise" (Gen 18,19, testo fondante). Cos Zaccheo perdonato e riammesso a pieno titolo nell'assemblea santa del popolo santo.
Come figlio d'bramo, per il titolo dell'alleanza divina fedele, per
Zaccheo ha diritto alla Benedizione ed alla Promessa che Cristo acquis
con il Legno della Croce, e che lo Spirito Santo (Gai 3,13-14, altro
testo fondante).
Allora questo che cos' se non quanto adesso spiega il Signore?
"Il Figlio dell'uomo venne a cercare": pass guard chiam. "Ed a
salvare": Io, Oggi di Dio e Salvezza di Dio. "In questa casa": "quanto
era il perduto", il rovinato senza rimedio (v. 10).
Infatti, secondo il divino Disegno, come ad esempio annunciato in
testi enormi come Ez 34,11-16, il Figlio dell'uomo, ossia Dio stesso,
viene adesso a recuperare al Regno divino quanto per il medesimo
Regno era "rovinato, perduto, annullato" (apllymi) a causa del peccato
(cf. qui anche Le 5,32; 15,4; eMt 10,6; Gv3,17; 1 Tim 1,15).
E per, per questo, il Figlio dell'uomo deve incarnarsi, essere battezzato, e nella Potenza dello Spirito Santo dolorosamente, faticosamente "cercare", e non sempre "trovare", poich alcuni, come il ricco
che lo interpella sulla vita eterna da conseguire (Le 18,18-27; e la
Domenica \yi"Lucal vi si rifiutano.
796

DOMENICA 15' DI LUCA

Questo "cercare-trovare" ha dunque singolari anticipi, come qui con


Zaccheo. Ma il cercare-trovare finale sar dalla Croce, nella
Redenzione finale. La medesima che ad altri Zacchei e peccatori dovranno poi portare i discepoli del Signore, fino a noi, e dopo noi, forse
anche con la collaborazione di noi, e di tanti altri fratelli del Signore.
6. Megalinario Della
Domenica.
7.Koinnikn Della
Domenica.

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