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PARTE I

CELEBRARE CRISTO SIGNORE RISORTO


NELLA SUA DIVINA PAROLA

INTRODUZION
E LA
"LITURGIA"

Non sar opera inutile anzitutto riflettere ancora sul concetto di "liturgia". Il recupero integrale del suo complesso significato, e delle
realt decisive che offre da adempiere, dovrebbe superare la concezione vecchia e prevalente, data per scontata, che vede la "liturgia" esclusivamente, o quasi, sotto la visuale culturale e rituale.
All'origine, come indicano i buoni dizionari greci, leitourgia era un
termine composto dall'aggettivo liton (li'ton), derivato da las, popolo, e da rgon, opera. Esso indicava un'"opera popolare", nel senso
per che interessava il popolo di unaplis, una citt. Costruire e mettere a disposizione della citt una flotta a proprie spese, equipaggiandola
in tempo di guerra; approntare spettacoli teatrali e giochi che erano
molto costosi anche allora; dotare la citt di acquedotti, giardini e portici,
fabbricare edifici pubblici, donare elargizioni alla plebe, e cos via: tutto
questo era "liturgia", ossia "opera per //popolo", infavore del popolo.
Opera assai pesante per l'esecutore, ed essenzialmente gratuita per i
beneficati.
L'antica e venerabile traduzione greca della Santa Scrittura dall'ebraico, che va sotto il nome "dei Settanta" (LXX), a partire dal sec. 3
a.C, in ambiente alessandrino, us leitourgia, leitourgs, liturgia, liturgo, per esprimere il modo del farsi di quell'"opera per il popolo d'Israele", che il Disegno divino aveva disposto lungo la storia, e che aveva
affidato da compiere ai suoi servi, i "liturghi" in favore del popolo
santo. Tra questi, Mos, Giosu, i sacerdoti dell'antica alleanza. Ma anche gli Angeli di Dio sono i suoi "liturghi" (cf. Sai 102,21). E perfino
lo sono i fenomeni naturali come il vento (cf. Sai 103,4).
Il N.T. completa tale prospettiva. Adesso l'opera per il popolo riassume e adempie anche l'A.T. Essa una realt triadica, poich la Liturgia
per il popolo della nuova alleanza svolta per intero dal Padre mediante il
Figlio Liturgo consacrato dalla santit dello Spirito onnipotente.
Infatti alla Teofania triadica del Battesimo al Giordano il Padre con
lo Spirito Santo in quanto Sapienza divina increata eterna, consacra il
Figlio nella sua Umanit per l'Evangelo.
Con lo Spirito Santo in quanto Potenza irresistibile di Carit preeterna, consacra questo suo Figlio alle opere del Regno, o della divina
Carit.
Con lo Spirito Santo in quanto Santit trascendente immacolata, Lo
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CELEBRARE CRISTO NELLA SUA PAROLA

consacra al culto terreno che deve diventare eterno, riportando ad esso


tutti gli uomini.
Tale il "programma battesimale" del Signore, di cui sar poi trattato di continuo nel commento ai testi. Infatti l'annuncio dell'Evangelo
con la sua dottrina "liturgia". Cos lo sono i prodigi in favore dei poveri, malati, affamati, morti, peccatori, e qui lo l'opera suprema, la
Croce redentrice. E lo ovviamente il culto totale sacrificale oblativo
al Padre nello Spirito Santo, e tutto lo sforzo per portarvi ed inserirvi
gli uomini redenti e santificati.
Con la gloriosa Resurrezione, l'indicibile Ascensione e glorificazione, con la divinizzante intronizzazione alla destra del Padre, Cristo Signore quale unico e sommo Liturgo Sacerdote del Padre, prosegue queta Liturgia, diventata adesso eterna, cosmica, a cui ammette le schiere
degli Angeli, dei giusti dell'A.T., della Chiesa dei redenti.
Ma insieme, prosegue la sua Liturgia sulla terra per la mediazione
necessaria degli uomini fedeli, il cui nucleo sono "i Santi", gli Apostoli.
Con la Pentecoste dello Spirito Santo Egli li consacra ed abilita alla
liturgia, che ha inizio con l'invio a tutte le nazioni della terra. Cos l'Opera trinitaria "liturgica" per gli uomini prosegue nei secoli, e il N.T. ne
offre anche un chiaro schema:
a) l'annuncio dell'Evangelo, seguito dalla sua dottrina esplicitante, li
turgia. Il testo esemplare qui di Paolo, in Rom 15,16:
... per la grazia donata a me da Dio, al fine di essere io liturgo
del Cristo Ges tra le nazioni, operando sacerdotalmente
(hierourgonta) l'Evangelo di Dio, affinch avvenga l'offerta
(prosphor) delle nazioni accetta, santificata dallo Spirito
Santo,
che ha anche immensa portata triadica;
b) le "opere del Regno" o della carit, sono liturgia. Baster qui richia
mare il contesto delle "collette" per i "Santi" della Chiesa di Gerusa
lemme e della Palestina, organizzate da Paolo tra le sue Comunit, e
chiamate leitourgia. Cf. qui 2 Cor 9,12: "la diaconia (servizio) di que
sta liturgia", chiamata anche "opera di carit" (2 Cor 8,4.6.7.19); an
drebbe qui tenuto presente l'intera trattazione di 2 Cor 8,1 - 9,15, con i
suoi sviluppi: la comunicazione con i fratelli, e il rendimento di grazie
che le "collette" suscitano verso Dio; cf. At 24,17; 1 Cor 16,1-3; Rom
15,25-28; etc.;
e) il culto di adorazione al Padre mediante Cristo Signore nello Spirito
Santo liturgia.
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INTRODUZIONE - LA "LITURGIA"

In questo recupero, si evidenzia anzitutto la forte spinta missionaria


che il significato di "liturgia opera per il popolo" di popoli suppone ed
esige. Inoltre, fondata qui ed motivata la spinta della carit verso
tutti, come preciso inderogabile dovere svolto "al posto di Dio" per i
fratelli, figli di Lui, poich il Signore Ges vuole proseguire la "sua"
Liturgia mediante le nostre persone. E qui la Santa Scrittura ci insegna
come va compreso il nostro dovere di carit come liturgia, da testi come Mt 25,31-46 (vedi la Domenica di Carnevale).
H culto liturgico si pone qui come inesauribile fonte di grazia per attuare questa Liturgia plenaria nel mondo, e come punto di confluenza per
la verifica ed il "sigillo" di quanto "liturgicamente" abbiamo operato.
Il commento alle Letture bibliche della Divina Liturgia bizantina
che adesso segue stato concepito nella prospettiva qui presentata anche se ovviamente si considera prevalentemente l'aspetto celebrativo.
E qui risalta in modo mirabile la celebrazione che parte dall'Evangelo solennemente proclamato, il quale porta il contenuto reale ogni
volta, in quanto il culto fatto storico reale che si fonda sul Fatto storico reale della Parola divina preziosamente custodita, venerata, annunciata, spiegata dottrinalmente, predicata dalla Chiesa.
Sar sufficiente partire da un momento decisivo della celebrazione
della Divina Liturgia, che in genere passa quasi inosservato dal popolo
che sta cantando la gioia dell'Alleluia che accoglie l'Evangelo. Al momento della proclamazione del "santo Evangelo", il celebrante "stando
davanti la santa Mensa", recita questa preghiera in "mistico" raccoglimento, detta "Preghiera prima dell'Evangelo":
Sfolgora nei cuori nostri, Sovrano che ami gli uomini,
la Luce immacolata della tua divina conoscenza,
ed apri gli occhi della mente nostra
per la comprensione dei tuoi Krygmata evangelici.
Fa penetrare in noi il timore dei tuoi beati Precetti,
affinch, conculcando le concupiscenze carnali,
noi ci trasferiamo nella Cittadinanza dello Spirito
sia pensando, sia operando tutto secondo il tuo Gradimento,
poich Tu sei l'Illuminazione, Cristo Dio,
delle anime nostre e dei corpi nostri,
perci noi innalziamo la gloria a Te
insieme al Padre tuo l'Imprincipiato
ed al Tuttosanto e Buono e Vivificante Spirito tuo,
ora e sempre e per i secoli dei secoli. Amen.
Allora si accosta a lui il diacono. Questo si inchina all'Evangeliario,
lo prende dal celebrante che lo ha sollevato dalla santa Mensa dove ri29

CELEBRARE CRISTO NELLA SUA PAROLA

posa permanentemente, lo porta processionalmente esibendolo in alto,


accompagnato dalle lampade, va all'ambone e lo proclama al popolo.
Dopo lo riconsegna al celebrante, che lo bacia e con esso benedice il
popolo tracciando con esso il segno della Croce santa, e lo ripone sulla
santa Mensa. Quindi per regola immemorabile procede all'omelia mistagogica celebrativa tracciata a partire dall'Evangelo ascoltato da tutti.
La Preghiera prima dell'Evangelo la premessa. L'Evangelo sono "i
Krygmata" di Cristo, il primo annuncio sempre medesimo, attraverso
il quale il Signore comunica la Conoscenza divina interpersonale che in
eterno possiede del Padre, di se stesso e dello Spirito Santo. Solo tale
conoscenza del Mistero al di l d'ogni comprensione umana diventa
per i fedeli il Phtisms ricevuto ed accettato, l'Illuminazione senza
pi alcuna ombra (del male, delle passioni). Essa donata nell'iniziazione ai Misteri divini. Essa ci trasferisce nella Politela, la Cittadinanza
dello Spirito Santo (cf. FU 3,20, per con poleuma), dove si operano
solo le opere del Regno, quelle "volute ed eseguite da Dio secondo la
sua Compiacenza in noi" (cf. FU 2,13). Nel parlare attraverso l'Evangelo dunque avviene ancora una volta Y llampsls, lo sfolgorio iniziale
della creazione nuova che il Padre produce nel nostro cuore, la "conoscenza della Gloria" sua che rifulge solo dal Volto del Figlio ad opera
dello Spirito Santo (cf. 2 Cor 3,18 - 4,6).
Tutte le Liturgie orientali circondano la proclamazione dell'Evangelo
con formule cos ricche, ed in alcuni Riti perfino pi fastose (Rito
etiopico).
Sembrer a qualcuno, abituato ad un linguaggio povero, che quanto
seguir sia un parlare eccentrico. Il Libro liturgico centrale dei divini
Misteri, l'Evangeliario, che porta tutti i contenuti del giorno (il resto
della Santa Scrittura ne sono l'esuberante illustrazione, e i testi liturgici
composti dalla Chiesa nei secoli ne sono la gioiosa accoglienza e contemplazione), F "icona spaziale e temporale della Resurrezione" del
Signore nostro nello Spirito Santo per la gloria del Padre e la nostra
salvezza e divinizzazione.

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CAP. 1 LA TEOLOGIA
SIMBOLICA
La divina Liturgia comprende come suo contenuto prezioso la Santa
Scrittura, e al suo centro l'Evangelo della Resurrezione, Evangelo della
Grazia, Evangelo del Regno. Tutta la celebrazione un immenso "segno" misterico, che nelle sue parti compone l'immenso "universo simbolico" della Rivelazione biblica che si attua "qui per noi oggi", attraverso una serie di "segni" o simboli cos numerosi, densi e pressati, che
riesce perfino difficile da enumerare. Cos che in genere queste realt si
percepiscono piuttosto come un'atmosfera sacra in cui si immersi, ma
su cui non si esercita immediatamente una riflessione discorsiva.
Cos avviene al frequentatore abituale di una chiesa bizantina, e
quasi cos all'occasionale visitatore di essa, nei casi in cui non si abbia
una lucida informazione, ed una continua formazione.
Quell'atmosfera, quella percezione derivano da un preciso modo di
riflettere e di esprimere le Realt sante, che si pu chiamare con un'espressione comprensiva: la teologia simbolica.
La chiesa bizantina frutto di questa teologia simbolica. La quale ha
molte componenti, naturali e induttive, di riflessione e di "gusto" spirituale, di sensibilit del reale e del desiderio di possedere i contenuti
della fede anche in "segni" o simboli che la riflettono sul fruitore di essi.
Se si va a fondo del discorso, si trova che la teologia simbolica la
forma principale di espressione della Rivelazione biblica; la forma
caratteristica del pensiero dei Padri che approfondiscono le Sante Scritture e le predicano e le spiegano al popolo, e scrivono opere preziose;
la forma addirittura costitutiva della santa Liturgia della Chiesa; l'espressione privilegiata e spesso irradiante dei grandi Santi mistici e autori spirituali della Chiesa.
Premettere dunque alcune note sulla teologia simbolica aiuter in
qualche modo la comprensione del fatto centrale della vita della Chiesa: celebrare Cristo Signore Risorto a partire della sua divina Parola,
come qui l'assunto di tutto quello che segue.
1. Il "pensiero simbolico"
Ed anzitutto va rilevato, che quello che si pu chiamare genericamente "simbolismo" non un fenomeno di generazioni passate, n di
alcune determinate culture, come non un fatto evolutivo del pensiero
umano n del desiderio o gusto di "criptare" un pensiero, un'azione, un
gesto, un oggetto.
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CELEBRARE CRISTO NELLA SUA PAROLA

II "pensiero simbolico" il fatto universale, di ogni tempo e cultura,


di ogni uomo o popolo, dove eventualmente varieranno solo i modi di
rendere il simbolo.
Infatti proprio oggi gli specialisti della scienza pi avanzata in questo campo, dall'etnologia alla storia delle religioni alla storia delle culture all'antropologia culturale, riscoprono e danno le prove senza appello, che da quando si pu dire che T"uomo" come uomo esista, egli
esiste anzitutto come homo religiosus, in modo indelebile, anche nell'ateismo e nell'antiteismo pi irrazionale e sfrenato (e per s questi
due tristi atteggiamenti umani sono proprio cos). Ora l'uomo che per
sua natura "religioso", per la medesima sua natura anche homo symbolicus, si esprime invariabilmente sempre e solo per simboli. Senza
mai dimenticare che anche il pensiero razionale procede per simboli,
che la parola simbolo e che la scrittura simbolo.
Per cos dire, gli uomini, "religiosi e dunque simbolici", si trovano
come condizione creaturale ad essere come immersi e consegnati ad un
vero e proprio "universo simbolico", dove altri amano parlare di "foresta di simboli". In tale universo, gli uomini sono gi a loro volta "simboli di se stessi", e "simboli a se stessi". L'attitudine reale degli uomini,
come spiegano incontestabilmente gli specialisti sopra richiamati, di
pensare per simboli, di comunicare per simboli, di attendersi, anche in
via non riflessa, simboli e poi simboli.
E qui l'eccezionale frequenza e pullulio di segni-simboli comporta
la precisa singolarit: che nessun segno-simbolo si trova mai isolato,
sia nel pensiero, sia nell'uso della comunicazione come espressione del
pensiero, n lo potrebbe. Viceversa, ciascun segno-simbolo sempre
reperibile, e di fatto puntualmente reperto, accanto ad altri segni-simboli, in reciproca correlazione funzionale interagente e coerente. S che
se si vuole interpretare nel suo multisignifcato, ciascuno e tutti i segnisimboli debbono restare nell'inseparabilit di ciascuno di essi dagli altri, nell'infinita interreciprocit.
Certo pensiero scientifico moderno crede di poter opporsi al pensiero
simbolico in nome del progresso della ragione. Ora, a parte che le
scienze moderne fanno un uso pieno del simbolismo, senza cui neppure
potrebbero obicttivarsi (la geometria euclidea e non-euclidea tutto un
simbolo, la matematica di simboli, l'algebra un sistema di simboli...), esse non riconoscono la legittimit dell'essenza dell'uomo, che
"simbolico" anche se non lo volesse. Dunque salutare ed urgente che
le scienze esatte si aggiornino finalmente aprendo il chiuso del loro
grande ma limitato mondo, ed urgente riconoscere d'altra parte la pienezza e meravigliosa ricchezza del pensiero simbolico.
Negli ultimi decenni il mondo delle scienze umane a sua volta ha
studiato a fondo il senso del simbolo, e ne ha fissato, bench non feli32

TAVOLA

3 - Esaltazione della S. Croce - Cattedrale di S. Demetrio, Piana degli


Albanesi; di Paps G. Manousaki, sec. 20.

TAVOLA

4 - La Nascita del Signore - Parrocchia di S. Nicolo di Mira, Mezzojuso; di


LeoMoschos, sec. 17, particolare dell'icona "Epischirei".

CAP. 1 - LA TEOLOGIA SIMBOLICA

cernente, la terminologia. Insieme ad altre precisazioni (semiologiche,


linguistiche, strutturaliste) che qui non interessano direttamente, si
convenuto di distinguere il "simbolico" in diversi gradi di significanza
e profondit, e dunque di approccio. E cos si hanno:
a) il segno "indice", o indice, o indizio: che indica solo la presenza del
l'assente, con il quale connesso da un legame naturale. L'esempio
classico qui il fumo, che "indica" il fuoco;
b) il "segno", che un elemento "terzo", che nell'assenza di un ele
mento "secondo", rende presente, sostituisce, rappresenta l'elemento
"primo". Se a "primo" si da il nome d'una realt da "rendere presente",
ed a "secondo" si da il nome di un'idea, ecco la spiegazione: il "se
gno", sempre di carattere fisico, o almeno sensorio, in assenza dell'idea
cerca di rappresentare la realt. Il "segno" cos almeno un tentativo di
presenza, e come tale un "linguaggio", ossia un'azione totale di rap
presentazione, d'espressione e di comunicazione;
e) il "simbolo" un fatto arbitrario, e si ha se quanto detto qui sopra al
punto b), avviene nella sua totalit. L'arbitrariet sta in questo, che nel
simbolo il "terzo" indipendente dal "primo", i due enti non formano
un'unit in s, n hanno un termine specifico che li comprenda, e nonostante questo il simbolo la forma pi alta e completa di rappresentazione, espressione e comunicazione.
Va ribadito anche qui che raramente indici, segni e simboli si trovano, o pongono se stessi, per cos dire puri, a. s stanti, isolati. In genere,
essi si trovano in "complessi" talvolta molto complicati, per i quali allora si ha una tipologia simbolica che va debitamente interpretata.
Si deve dire qui che le opzioni terminologiche presentate sopra, anche accettando le spiegazioni mai facili che se ne danno, sono del tutto
convenzionali ed arbitrarie, essendo prodotto di un dato genere di cultura di tipo neoplatonico che permea la societ occidentale, con la sua
datazione cronica e la sua regionalit topica.
E si deve aggiungere che solo per evitare altre confusioni si pu tenere tale terminologia, bench essa per alcuni campi, come quelli per
noi decisivi della Santa Scrittura, della teologia, della Liturgia, ma non
meno per la filosofa, vada spiegata di volta in volta. E quindi, basta tenere presente in pratica che:
- quando si dice "simbolo", esso nel nostro campo corrisponde sensi
bilmente al "segno" (anche se non del tutto);
- e viceversa.
Cos, si dice "segno del Mistero", e anche "simbolo del Mistero".
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CELEBRARE CRISTO NELLA SUA PAROLA

Ci posto, si pu seguire qualche approfondimento moderno del


"simbolo" come sopra presentato.
stato affermato che il simbolo chiamato forma "opaca" d'espressione, e tuttavia "pieno di linguaggio", ossia di modo di significare,
di esprimere ed esprimersi:
"II simbolo un segno, in quanto come ogni segno guarda al di l di
qualche realt, e vale al posto di essa; ma non ogni segno simbolo;
il simbolo nella sua visuale contiene una duplice intenzionalit: anzitutto l'intenzionalit prima, o letterale, che come ogni intenzionalit significante suppone il trionfo del segno convenzionale sul segno naturale..., ma su questa intenzionalit prima si edifica una intenzionalit seconda, che attraverso il compito materiale, la deviazione nello spazio, la esperienza del contenuto, guarda ad una certa
situazione dell'uomo nel sacro.
A differenza di un paragone che noi consideriamo dall'esterno, il
simbolo il movimento stesso del senso primario che ci fa partecipare al senso latente, e cos ci assimila al simboleggiato, senza che
noi possiamo dominare intellettualmente la similitudine" (P. RICOEUR, II problema della demitizzazione, Roma 1961, p. 53).
Come sta dunque riscoprendo la scienza pi avanzata, il simbolo inteso (convenzionalmente) come sopra indica la pi profonda ricchezza
espressiva dell'uomo e per l'uomo. Mentre una "scienza" ed una "filosofia" sono intesi, e di fatto si danno, come sistemi costitutivamente
chiusi, non di rado anche totalizzanti e talvolta intolleranti sotto la legge inderogabile della razionalit e della fattivit moderne. Invece sotto
i principi dell'identit, della non contraddizione il simbolo nell'interiorit profonda dell'uomo, ma con ogni specialit del bambino, del santo,
dell'artista forma un "universo simbolico", che per sua stessa natura
aperto all'infinito e ricco all'infinito. Anzi, propriamente l'unico modo
di pensare aperto all'infinito, e nella gioia della crescita verso l'infinito.
Qui ci si trova di fronte a situazioni ineludibili:
a) ed anzitutto, mai davanti alla "natura" per cos dire, come postula
certa filosofia, "allo stato puro", come se, riguardando sia gli uomini,
sia il mondo dove essi vivono, tale "natura" fosse avulsa da loro, dalla
loro storia e dalla loro cultura, una "natura come ens a se", che esiste
solo mentalmente;
b) inoltre, il simbolo cos inteso un' "informazione", il che nel senso
plenario che oggi si attribuisce a tale termine, implica coestensivamente:
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CAP. 1 -LA TEOLOGIA SIMBOLICA

- una preesistenza di esso rispetto alla persona umana, un'esistenza


obiettiva rispetto alla persona umana, e questa pu solo apprenderlo,
accettarlo, farlo proprio, usarlo come mezzo privilegiato. Si accen
nato sopra che allora si parla di simbolo e segno naturale;
- una convenzione stabilita dagli uomini nelle culture storiche genera
zionali, dove con i simboli tutti si ritrovano in un'intelligenza comu
ne. Si detto poco fa che allora si parla di segno o simbolo "conven
zionale", che di per s prevale sul primo;
e) davanti al simbolo ammesso che sia accettato oggi in quanto tale,
dato il fatto che oggi l'"uomo moderno" della tecnologia mostra di rifiutarlo, proprio quando ne sta creando di continuo e sempre pi artificiosi e rozzi; si pensi qui ai segnali stradali o di un aereoporto , gli
uomini svolgono una vera e propria attivit simbolizzante, che consiste
in operazioni complesse:
- interpretare i simboli naturali, "decodificandoli", per usufruirne;
- creare nuovi simboli convenzionali, e decodificare i medesimi rice
vuti; si pensi qui alla logica simbolica, all'informatica, e cos via;
- riconoscere la validit di tutto ci, prenderne atto, farne uso;
d) esiste dunque una vera "ermeneutica del simbolo (segno)". La quale
di per s lavora sia per induzione, ossia a partire anzitutto dai dati
obiettivi, sia per "deduzione" (parola aborrita non si sa perch, forse
perch dietro si vede una malintesa "preconcezione", o ideologia), la
quale non reminiscenza platonica, ma serbatoio aristotelico di dati
elaborati ai diversi livelli mentali, dunque anche una precomprensio
ne necessaria, culturale, flosofica, religiosa, psicologica, e cos via. Si
pensi anche all'attitudine che la "deformazione professionale", per
cui tutto si vede dal proprio "punto di vista", del resto legittimo se non
esclusivo ed intollerante. Anche di questo va preso atto;
e) ed esiste una vera organizzazione di simboli, in specie quelli naturali
ma anche convenzionali, che si pu appunto chiamare "universo sim
bolico", ad esempio di una cultura data (preistorica, babilonese, egizia
na, cananea, hind, cinese...), di una religione, di un gruppo umano
(una setta, e cos via), di una persona umana (un filosofo, un politico,
uno scienziato, un artista e cos via). Si deve precisare: si tratta sempre
di culture come termine globale, non inficiate dal nominalismo, dagli
idealismi neoplatonici, dallo scientismo, dal materialismo. Ancora una
volta si pu rimandare ali'"universo simbolico" della purezza vissuta:
del bambino, dell'artista, del Santo, dell'Angelo;
f) finalmente, si pu entrare nell'"universo simbolico della Rivelazione
divina".
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CELEBRARE CRISTO NELLA SUA PAROLA

2. L'"universo simbolico della Rivelazione divina"


Certa cultura moderna, e perfino cristiani oggi, affermano che il linguaggio che porta le realt della Rivelazione divina consegnata nelle
Sante Scritture, "la Bibbia", fa parte di un mondo superato, primitivo e
quasi prelogico, ricolmo quindi di credenze, ingenuit e grossolanit, di
cui la razionalizzazione evolutiva del pensiero hanno fatto giustizia,
"demitizzando" tutto.
Si deve rispondere con fredda calma: la Rivelazione porta realt storiche inoppugnabili, come l'esodo d'Israele, la Morte del Signore "sotto Ponzio Pilato", l'esistenza d'Israele, l'esistenza della Chiesa degli
Apostoli, David, Pietro e Paolo. Non solo, essa un "universo simbolico", che visto da vicino offre sempre le sue "ultradimensioni", il plus,
il "di pi" del Gratuito divino.
Incontestabilmente, nella Rivelazione divina "tutto simbolo, tutto
avviene per simboli", come hanno compreso cos bene i Padri, e fin
dall'inizio, in opere illuminanti.
In una pagina singolare (ma in lui, tutto singolare), S. Ireneo parla
del contesto biblico, costituito dapprima dalle prefigurazioni simbolismo! che il Signore, il Dio Vivente, operava mediante i suoi Patriarchi lungo V Oikonomia dell'umana salvezza che fluisce dalla Promessa e Benedizione dell'A.T. fino al Plrma del Verbo Dio incarnato:
"... che allora mediante i suoi Patriarchi e Profeti prefigurando e
preannunciando le realt future, preesercitando la sua parte ereditaria con le Disposizioni (deY Oikonomia) di Dio, e abituando la sua
Eredit ad obbedire a Dio, ed a pellegrinare nel mondo, ed a seguire
il Verbo di Lui, ed a presignificare le realt future: nulla infatti vuoto,
n senza segno, presso Lui" {Adversus haereses 4,21,3).
Approfondendo, S. Ireneo spiega:
"Gi con l'erezione del tabernacolo, con la costruzione del tempio,
con la scelta dei leviti, con i sacrifici e le offerte, con le purificazioni
e tutto il resto del culto... il Verbo educava il popolo, incline a ritornare agli idoli. Li (gli Israeliti) disponeva, attraverso molte prestazioni, a perseverare al servizio di Dio, li chiamava dalle realt secondarie a quelle principali, ossia con lefigurazioni alle Realt vere,
dalle temporali alle eterne, dalle carnali alle spirituali, dalle terrene
alle celesti" {Adv. haer. 4,14,3).
Questo trasportare verso il plus del Gratuito divino, mostrato ed
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CAP. 1 -LA TEOLOGIA SIMBOLICA

offerto dalla Rivelazione biblica ad esempio attraverso tre dati fondamentali:


a) la Parola sapienziale divina che lo Spirito di Dio opera mediante i
Profeti nella storia Parola storica profetica sapienziale , come
visibile dalla creazione dello spazio-tempo fino alla consumazione di
tale realt;
b) la manifestazione continua, teofania, della Triade personale divina,
che il Dio Unico personale;
e) l'Incarnazione storica del Figlio di Dio per il concorso dello Spirito
Santo secondo il Disegno preeterno del Padre, fino alla Croce, alla Resurrezione e glorificazione, alla Pentecoste, alla Chiesa dei redenti, alla
Parousia gloriosa, alla divinizzazione degli uomini.
Questo "universo simbolico" della divina Rivelazione, patrimonio
perenne ed inalienabile d'Israele e della Chiesa, risponde alle 3 categorie sopra richiamate:
a) preesistente agli uomini, "obiettivo" rispetto ad essi, che cos
debbono accettarlo, farlo proprio, per organizzare da esso ed in esso la
propria esistenza;
b) perci esso ordinato e coordinato dagli uomini attraverso la loro
comprensione, la quale far quel che potr, al meglio possibile, non es
sendo mai in grado di abbracciare insieme tutta la sua esuberante ric
chezza. Tuttavia tale universo sempre anche oggetto di visione globa
le, anche a costo di perderne alcuni particolari, poich tale visione e
contemplazione promessa per l'eternit; vi si torner dopo;
e) dunque la comprensione del "Tutto" di tale globalit che l'uni verso simbolico della divina Rivelazione, postula anche la regolata
ordinata paziente comprensione delle "Parti", mentre ciascuna "Parte" esige che si tenga sempre presente il "Tutto"; anche su questo si
dovr tornare.
Si pu qui parlare, e dovutamente, del Dono di infinita ricchezza
che gli uomini ricevono. Il N.T. parla di Tesori. Tutti donati. Insieme,
tutti da conseguire sempre e per intero. In questo sta il destino singolare degli uomini, e la loro capacit infinita di ricevere tali Tesori, se essi
per si rendono "recipienti" aperti senza condizioni.
Adesso si pu entrare in qualche specificazione.
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CELEBRARE CRISTO NELLA SUA PAROLA

Se si parte ad esempio dal termine greco eikn dei LXX, ebraico


selem, si entra dall'inizio della Santa Scrittura (Gen 1,26-27) nella
rappresentazione sensibile, visibile, figurata, immediatamente accessibile e partecipabile. Si ha qui nella creatura "uomo icona" il "segno" primario della manifestazione, della visione, della rivelazione,
dell'impressione, tuttavia questo esige rigorosamente una "lettura"
profonda, intelligente, una riflessione mentale anche solo rapida, discorsiva. Ossia quello che si chiama interpretazione del "segno" visto-ascoltato.
Sul simbolico, d'altra parte, sempre necessario stabilire previamente il significato per quanto possibile inequivoco della sua terminologia, che se ricca e varia e talvolta sfuggente, sfumata, gi per la sua
complessit, resa equivoca dal possibile uso non retto, di cui oggi si
avvertono i sintomi.
La Santa Scrittura parla quasi esclusivamente di "segno" e "segni",
ebraico 't, 'tt (ma con altri numerosi vocaboli affini), in greco
smion, smia (caratteristica in Giovanni; Paolo ha qui altro ricco
vocabolario).
Invece la cultura greca ellenistica, dietro una lunga e precisa riflessione filosofica, era orientata piuttosto verso la semantica del symbolon, symbola, con proprio vocabolario ermeneutico e descrittivo.
La riflessione cristiana dei primi secoli, in specie di ambiente greco,
ha oscillato alquanto, conferendo al "segno" piuttosto il senso di efficacia, di sensibilit, di concretezza storica, seguendo cos la Santa Scrittura; conferendo invece al "simbolo" piuttosto il significato pi ampio
di indicatore di realt nascoste e cos rese presenti. E perci questo dai
Padri entrato anche nella Liturgia, quindi nella riflessione teologica e
e dottrinale, anche se quest'ultima almeno in Occidente dopo la scolastica decadente (sec. 14) ha rinunciato alla teologia simbolica per
quella raziocinante, ed oggi si rifiuta di recuperare l'immane valore
della simbolica, oppure stenta.
Si richiama adesso qui la nozione di "segno" biblico, tenendo conto
che in pratica segno e simbolo possono essere intercambiabili senza
creare difficolt:
a) il segno una realt sensibile, creaturale, naturale, storica, istituzio
nale. Dunque, realt visibile-ascoltabile, della creazione oggettiva, un
elemento che si trova in natura, un evento della storia, una persona,
un'istituzione in seno al popolo di Dio, come sono il vento ed il fuoco,
la vittoria del Signore al passaggio del Mar Rosso, Melkisedeq, il sacri
fcio;
b) il quale segno nell'"assenza" (non percepibilit: non vedere, non
ascoltare), di una realt data,
38

CAP. 1 -LA TEOLOGIA SIMBOLICA

c) per in se stesso, in quanto "segno", opera la manifestazione attuale


di quella realt, e
d) in se stesso, e non fuori da se stesso, la rende "presenza",
e) cos che allora, e solo allora, la presenza attuale del "segno" diventa
la presenza attuale gi nel "segno" di quella realt "assente", cos e so
lo cos resa "presente".
Si ricollochi per di nuovo "un segno" nell'"universo di segni", o
"universo simbolico", e se ne riconsideri funzione ed efficacia.
E si pensi qui alle sante Offerte: al Pane ed alla Coppa, precisamente
"i santi Segni", alla loro funzione ed efficacia, al loro comportare l'intero "universo simbolico" divino.
Si pu adesso riflettere sul tema dell'"icona", determinante nella
Santa Scrittura, che ha cos intensamente impressionato ed interessato
la riflessione dei Padri greci, ed cos decisiva nella santa Liturgia in
ogni suo aspetto: a) battesimale-crismale: l'iniziato l'icona di Dio recuperata nella sua integrit; b) sacerdotale: il Vescovo e presbitero e
diacono sono "icone" di Cristo Episkopos, Hierus, Dikonos; e) nuziale: la Chiesa icona dello Sposo, gli sposi battezzati crismati "piccola
Chiesa domestica di istituzione divina", icone della Sposa del Signore;
d) penitenziale: il "confessante" icona di Cristo divino Penitente per
noi, di nuovo capace come icona battesimale di operare le opere del
Regno; e) unzione dei malati: l'unto dall'Olio della preghiera, icona di
Cristo unto per il sepolcro (cf. Mt 26,12).
La partenza qui sar da Cristo Icona perfetta del Padre nello Spirito
Santo (Col 1,15). Egli l'Icona del Dio Invisibile per definizione, e nella cooperazione onnipotente dello Spirito Santo svolge incessantemente
per gli uomini la manifestazione sensibile, la visione concreta, la "lettura" profonda e l'interpretazione veridica del Padre e per sempre a
partire dalla sua Persona divina di Dio Verbo incarnato, dunque nella
sua Umanit concreta, storica, visibile, ascoltabile, palpabile (cf. qui 1
Gv 1,1-4). E questo pi specificamente nel supremo Simbolo, il Volto
umano della sua Persona divina, cos che questo Volto sia "l'unico Volto
dell'unica divina Bont del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo".
Rivelazione immediata, "simbolica" nel suo genere, che avviene dunque ed opera efficacemente e immediatamente nello Spirito da cui stato creato nella storia degli uomini il Volto umano (simbolo dell'intera
Umanit) del Figlio di Dio dalla Semprevergine Maria. Cf. qui Rom
1,3-4, da leggere con Le 1,25, in quest'ordine, ed in modo chiastico.
E qui la Santa Scrittura ci insegna che esiste l'inderogabile legge suprema del processo rivelatorio, nel N.T., sulla Persona di Cristo Signo39

CELEBRARE CRISTO NELLA SUA PAROLA

re, il quale progressiva introduzione, per la Grazia dello Spirito, dentro 1'"universo simbolico" divino, e che si pu schematizzare, sia pure
ad ampi tratti, circa cos:
a) S. Paolo, probabilmente secondo la cronologia il primo degli scritto
ri del N.T., esplicita la visuale teologica di Cristo quale Sapienza e Po
tenza di Dio (cf. 1 Cor 1,30), e Icona del Dio Invisibile {Col 1,15; 2
Cor 3,18 - 4,6; Rom 8,28-30; FU 2,6-11, sia pure con altri termini);
b) l'Autore dell'epistola agli Ebrei si spinge su questa base iconologica
fino a contemplare Cristo Signore quale "Icona della Bont" divina, e
dunque Splendore della Gloria e Impronta della Sussistenza del Padre
(Ebr 1,1-4, che rilegge a fondo Sap 7,26), e si spinge fino a sfiorare la
"teologia del Verbo" in 1,3: "il quale regge tutto con la Parola della Po
tenza di Lui", che lo Spirito Santo;
e) Giovanni finalmente, ma su questa base che conosce bene, travalica
ogni prospettiva, e giunge a contemplare che il Dio Monogenito (Gv
1,18), il Figlio Unico di Dio, anche e specificamente il Verbo Dio
sussistente presso Dio, e Luce (manifestazione iconica), Vita, Creatore
ma la cui esistenza sulla terra tutta finalizzata a "fare esegesi" del
Padre (1,18) a partire dalla sua Umanit assunta (1,14), vera Icona perfetta del Padre, cos che chi vede Lui, l'Uomo qui presente e parlante e
visibile, vede il Padre suo (14,9). Ultima teofania;
d) il resto del N.T. porta a questo utili e necessari complementi. Occorre
qui ad esempio esaminare tutti i verbi della "visione", riferiti sia ai
discepoli, sia a Cristo Signore stesso.
Va qui riconsiderata la santit biblica che abbraccia realt altrimenti
opposte (cos dagli antichi Greci): "L'orecchio ascolta, l'occhio vede
-del Signore opere sono ambedue" (Prov 20,12). Siamo rinviati sinteticamente all'oceano interiore provocato dallo sguardo profondo, ed all'universo del Tesoro che si percepisce dall'ascolto. Ascoltare-vedere
sono i due verbi principali della fede biblica.
Esiste dunque nell'intero N.T. la consapevolezza acquisita per Grazia divina coadiuvata dalla riflessione, che il Figlio di Dio, il Verbo
Dio, la Sapienza eterna incarnata, Ges Cristo, "Unica Realt (hn)"
con il Padre suo (Gv 10,30), che sussiste nel Padre come il Padre in Lui
(Gv 10,38), che l'Unico Nome con il Padre e con lo Spirito Santo (Mt
28,19), Egli "l'Icona" unica, rivelatoria e comunicante del Padre nello
Spirito Santo (cf. qui anche 2 Cor 13,13). E lo in tre modi diversi e
per coestensivi:
40

CAP. 1 - LA TEOLOGIA SIMBOLICA

a) quale Figlio di Dio Monogenito del Padre (Gv 1,18), il Verbo Dio
coeterno con il Padre (Gv 1,1-3) e con lo Spirito Santo (Mt 28,19);
b) quale Verbo Monogenito del Padre, incarnato nell' Oikonomia storica
ad opera dello Spirito Santo, Y Oikonomia che ha per culmine la Croce,
la Resurrezione e il Dono inconsumabile dello Spirito Santo, la Pente
coste del Fuoco divino che si estende nella Pentecoste permanente su
gli uomini;
e) quale Umanit del Verbo Dio innalzata a sussistere in eterno nell'indicibile "unione secondo l'Ipostasi" divina, ossia l'Uomo Ges Cristo, nato
dallo Spirito Santo e dalla Semprevergine Maria, nel quale e dal quale si
manifesta che il Figlio preesistente e coeterno con il Padre si fece umile e
docile e fedele "Angelo del Grande Consiglio" (cf. Is 9,6, LXX), il Disegno divino triadico presecolare (S. Massimo il Confessore), che venne a
rendere ascoltabile e visibile tra gli uomini; vedi qui la teologia giovannea. Divenendo cos il Messia divino d'Israele, e poi delle nazioni pagane.
Si annota qui che la "teologia dell'Icona" quale simbolo supremo
porta insieme sulla vita triadica del Dio Unico, e su\V Oikonomia divina
conseguente in vista della nostra salvezza.
Si pone dunque la primaria necessit di esplicitare il senso secondo
cui il Figlio di Dio, l'Icona perfetta del Padre nello Spirito Santo, oggetto privilegiato della "Teologia simbolica", con tutti i riflessi per la
vita fedele, e in special modo per la santa Liturgia.
Sopra si era posta la domanda: perch il simbolismo. Domanda legittima, a cui dovere dare una legittima risposta. Essa verte sul motivo dell'"Economia dei segni" o simboli.
La risposta facile: la comunicazione simbolica la pi facile, la
percezione simbolica la pi ricca. Infatti:
a) 1'"Economia dei segni" come si accenn, rievoca anche in un unico
segno l'intero "universo simbolico". Si veda ancora, qui, la connessione
necessaria di un "segno" decisivo nella narrazione biblica, la Luce: che
significa vita conoscenza illuminazione intcriore sapienza esperienza
vitale rinascita trasformazione purezza dileguamento delle tenebremorte e per contrasto orribile: Tenebre, che significano morte ignoranza ottenebramento intcriore stoltezza esperienza rovinosa precipitazione nella rovina trasformazione nel nulla impurit accrescimento della
cecit totale. E Pane: Parola cibo fame saziet Convito Nozze Sigillo
divino dello Spirito Santo Cielo discesa dal Cielo Vita Corpo di Cristo
Carne Convito della Sapienza, Convito nuziale Convito eterno festa
gioia Comunit, vita indivisa;
41

CELEBRARE CRISTO NELLA SUA PAROLA

b) 1'"Economia dei segni" non esclude mai, anzi suppone sempre: essa
si muove ed opera ed efficace nell'ambito non dell'ouch-ouch, "nono", non dQV-, "o-o", bens del ki-ki, "sia-sia", "sia questo-sia
quello". E cos Cristo Ges Dio e Uomo nella "verit" di ambe le
condizioni di natura; la Parola divina del tutto da Dio e del tutto dagli
uomini; la Chiesa celeste e terrena; l'icona di Dio, l'uomo creato,
corpo e anima e spirito; corpo animato ed anima incorporata; i divini
Misteri sono Pane celeste e vengono dal pane di grano buono; e si pu
proseguire.
L'unico "o... oppure" sta nella categoria: "o con Dio, oppure contro
Lui", senza terza soluzione; "o per il Bene sommo, oppure per il Male
abissale", il Nemico di Dio e dell'uomo;
e) 1'"Economia dei segni" non cerca "idee chiare e distinte". Poich
non si dirige primariamente verso idee platonico-cartesiane-idealiste,
per quanto buone, e utili, e simpatiche, e belle, bens verso la realt storica, buona o cattiva che sia, accettabile e no che sia;
d) ma essa neppure respinge le "idee" come tali se portano la dovuta ed
utile e rispettosa illustrazione dei "segni", se vogliono essere intelligenza dei "segni". Ma allora qui, come per tutto il resto, vale solo la filosofia realista, dell'essere in quanto essere, con il suo metodo realista, e
dunque prezioso per la ricerca. Poich in ogni campo, e non meno in
quello della Rivelazione biblica, come i Padri insegnano, la ricerca deve sempre passare per il laminatoio crocifiggente della filosofia realista, per avere evidenza di visuali e non meno di linguaggio. Queste
esattezze furono la prerogativa del genio immenso della Chiesa greca,
meno di Chiese di altre tradizioni.
Al contrario, e ad evidenza, la percezione discorsiva, per raziocinio
deduttivo, pi povera per sua natura rispetto al pensiero simbolico:
a) essa vuole infatti, ed anzitutto e per definizione, precisare e defini
re, termini assai indicativi in quanto indicano il "tagliare via", il "rita
gliare", il porre un confine netto, respingendo dunque tutto quello che
non si adatta al "filo" sottile del ragionamento. E perci cos negando
ogni aspetto ricco, esuberante, qual' il pensiero simbolico, che porta
ed usa sentimenti, poesia, arte, immaginazione, figure, parabole, quin
di la pi gran parte delle facolt umane e quotidiane nel loro naturale
esprimersi;
b) se conserva ed accetta solo il raziocinio "logico", l'uomo si costrin
ge dentro leggi ferree, dove domina incontrastato l'"o - oppure" logico,
dove esasperato il principio di non contraddizione e del terzo escluso.
42

CAP. 1 - LA TEOLOGIA SIMBOLICA

Insomma, si consegna al nominalismo, allo spietato e abbnitente "rasoio di Ockham". Come avvenne al pensiero moderno, dove "l'uomo
caduto dentro l'uomo", ossia nel vuoto, poich ridotto di volta in volta
alla sola "res cogitans" (gli idealismi), alla sola coscienza (gli psicologismi, gli esistenzialisti), o si schiantata, fragile barchetta, sulla scogliera delle indagini sterili solo sul linguaggio, alla cui fine sta la scrittura e la parola "grado zero", la "morte di Dio", "l'uomo grado zero",
la morte dell'uomo.
Invece si deve insistere. Le due forme della conoscenza, quella primaria e spontanea, il pensiero simbolico, vero pensiero, e quella derivata ed ausiliare, il pensiero razionale non che il primo non sia esso
stesso di altissima razionalit! , non debbono essere surrettiziamente
posti in opposizione frontale di reciproca esclusione. Al contrario vanno pacatamente, pacificamente assommati con giudizio, per la reciproca utilit. La prima universale, realmente umana perch fondata in
modo irremovibile sul divino, anzi sul Divino personale e personalizzante. Essa postula per s una continua validazione e spiegazione, e
queste le derivano solo dall'uso delle analisi e dalla precisione del linguaggio proprie della filosofia realista.
La seconda anche di tutti, pur se sviluppata in forme sistematiche
da pochi specialisti, i filosofi. E per oggi, nell'attuale civilt tecnologica scientista, si delineato da parte degli scienziati e tecnologi, con
poche eccezioni tra i primi, il rifiuto anche della filosofia; si assiste con
tristezza alla negazione delle cause (dei "perch?") per timore delle temute cause finali e dunque della Causa finale, con il previo rifiuto
dell'"ipotesi metafsica", terminologia ed atteggiamento quasi comici,
che mascherano l'abbandono della religione, e la paura del soprannaturale. La filosofia sempre necessaria, e senza di essa le scienze sono
solo ideologia di dominio intellettuale e tecnologico. La tecnocrazia
sembra avere vinto ben prima di Hiroshima e Nagasaki.
La riconciliazione tra pensiero simbolico e pensiero filosofico e
scientifico pu avvenire solo con l'appello agli specialisti per il lavoro
interdisciplinare, con il metodo della "tavola rotonda", dove ciascuno
specialista, ascoltando il collega, opera secondo la "correzione" dei
propri dati e visuali, e secondo 1'"acquisizione" di quanto ancora scopre che gli manca. Ma questo un lavoro ingrato, ancora tutto da impostare, organizzare e svolgere. Se oggi sembra che ogni specialista si
creda competente in tutto, si scopre invece che il suo campo si fa sempre pi ristretto e la sua competenza sempre meno valida. L'intercomunicabilit tra colleghi difficile anche nella stessa materia. Ma si deve
tentare per il bene di tutti.
43

CELEBRARE CRISTO NELLA SUA PAROLA

3. La teologia simbolica
La teologia simbolica perci l'applicazione del pensiero simbolico, ma, come si disse qui sopra, sostenuto anche da quello filosofico,
alla considerazione ed alla contemplazione dell'"universo simbolico
della divina Rivelazione".
Essa si muove tra le coordinate che si scoprono nel farsi doiVOikonomia divina nella storia. Dove tutto avviene:
a) nel tempo-spazio creati per la salvezza: il cosmo e la storia, il mondo
intero e l'epoca nuova che corre dall'A.T. alla Resurrezione alla Pente
coste alla Chiesa alla Parousia, fino ai "deli nuovi e terra nuova" del
l'eternit;
b) nello "stile dell'uomo", poich il Dio Trascendente Eterno con indi
cibile ed eccessiva sygkatdbasis, la Condiscendenza misericordiosa
verso gli uomini, "si adatta", per cos dire, alle necessit creaturali e
contingenti dell'uomo, "si fa linguaggio" per gli uomini, cos che il
Verbo Dio, la Parola eterna del Padre, si fa Uomo vero, e cos Dio
"parla a noi in un Figlio" (cf. Ebr 1,2). Parla dunque con parola anche
autenticamente umana, di una cultura storica (ebraico, aramaico) e poi
di un'altra cultura storica (greco), veicoli del Parlare divino del Padre
che si fa sentire ad opera dello Spirito Santo. E Parlare divino tutto
svolto, tutto comunicato ed esplicitato, che il Figlio di Dio, il Verbo
incarnato dallo Spirito Santo e da Maria Vergine. Ora l'uomo lgos
creato, ossia parola creata, capace di parola e di dilogos con se stesso,
con il prossimo, con il mondo, con il Dio suo Creatore; ma come tale
l'uomo, creaturalit per sua natura limitata, percepisce tutto solo attra
verso simboli, essendo costituito come uomo religioso, e quindi uomo
simbolico (vedi sopra). Dio parla a lui nell'"universo simbolico";
e) nel "regime di segni" o simboli, dove tutto significante, dunque
tutto parla e vuole comunicare, come ben compresero i Padri (cf. sopra,
i testi di S. Ireneo); dove l'"universo simbolico" della Rivelazione
dono, e dono sono ciascuno dei segni che lo costituiscono.
Gi gli autori biblici parlano per teologia simbolica. Se si assumono
dal solo N.T., in specie dagli Evangeli, alcuni verbi di rivelazione, si ha
una serie di connotazioni "simboliche", come:
- Cristo "manifesta",phaner, la sua Dxa, Gloria, a Cana (Gv 2,12),
nel smion del Vino messianico, il 1 del complesso dei 7 "segni"
giovannei della Resurrezione (se ne parler commentando l'Evangelo di Cana, vedi l'Appendice I);
44

CAP. 1 - LA TEOLOGIA SIMBOLICA

- Egli anche "mostra", diknymi, realt grandi e significanti;


- ed "opera segni" (smiapoiin);
- e "testimonia" con la parola e le opere (martyr);
- ed "insegna" (didsk) fatti reali attraverso le narrazioni simboliche
che sono le parabole (cf. Mt 13,1-23, e par.).
In tutto questo Egli rende manifeste e presenti gi nella sua Persona
(segno-simbolo), poi nella sua Parola (segno-simbolo), le Realt del
Padre e dello Spirito Santo, le medesime che rende presenti anche nei
"segni" efficaci, le opere che compie. Se ne pu portare un altro esempio:
- il Signore dopo l'Ascensione, quanto alla sua Presenza personale
ossia la Divinit sua che rende visibile ed ascoltabile nel suo corpo e
nella sua anima, adesso divinizzati dallo Spirito Santo in eterno si
trova rispetto ai discepoli ed agli uomini in condizione di apousia, di
assenza;
- Egli tuttavia dona lo Spirito Santo, lo Spirito del Padre e suo, che lo
rende presente in tre realt e fatti e concretezze che sono la triplice
forma che dalla Pentecoste alla Parousia assume il suo Corpo: I) il
Corpo della sua Parola, che si mangia ascoltando (cf. Mt 4, 4; Le 4,4,
che citano Di 8,3); II) i divini Misteri della santa Mensa; III) il Corpo
nuziale che la Chiesa sua Sposa. Egli esige che per aderire a Lui e
formare con Lui "unico Spirito" (cf. 1 Cor 6,17), si debba comunica
re coestensivamente ai "tre Corpi", senza ometterne qualcuno;
- per restare al solo "segno" della Parola, che in seguito interesser di
pi il discorso qui da svolgere, essa opera per la Potenza dello Spirito
(cf. Gv 6,63), ed anzitutto attraverso questo "segno" simbolo il Risor
to si manifesta e si rende presente ai suoi fedeli;
- per il Risorto "si fa presente" gi nella Parola-segno; dunque non
presente agli uomini solo "la parola", che allora sarebbe "vuota".
La teologia simbolica cos si occupa dell'immenso, impressionante
complesso di fatti salvifici, mostrando come siano segni-simboli nel
senso pi pieno ed efficace di quanto portano. E qui deve essere bandito
un certo "nominalismo" che anche senza volere ci portiamo sempre
dentro.
Qui sar da riconsiderare la teologia simbolica dei Padri.
Per essi, il segno-simbolo realt unificante. Infatti per il suo etimo:
syn-bll, da cui syn-bolon, in greco significa "gettare insieme", "comporre insieme", dunque comporre "qui", in questo "segno", qualche cosa di invisibile e di inascoltato rendendolo visibile e ascoltabile nel suo
senso profondo. Dal pensiero patristico qui si pu assumere la defini45

CAP. 1 - LA TEOLOGIA SIMBOLICA

- Egli anche "mostra", diknymi, realt grandi e significanti;


- ed "opera segni" (smia poiin);
- e "testimonia" con la parola e le opere (martyr);
- ed "insegna" (didsk) fatti reali attraverso le narrazioni simboliche
che sono le parabole (cf. Mt 13,1-23, e par.).
In tutto questo Egli rende manifeste e presenti gi nella sua Persona
(segno-simbolo), poi nella sua Parola (segno-simbolo), le Realt del
Padre e dello Spirito Santo, le medesime che rende presenti anche nei
"segni" efficaci, le opere che compie. Se ne pu portare un altro esempio:
- il Signore dopo l'Ascensione, quanto alla sua Presenza personale
ossia la Divinit sua che rende visibile ed ascoltabile nel suo corpo e
nella sua anima, adesso divinizzati dallo Spirito Santo in eterno si
trova rispetto ai discepoli ed agli uomini in condizione di apousia, di
assenza;
- Egli tuttavia dona lo Spirito Santo, lo Spirito del Padre e suo, che lo
rende presente in tre realt e fatti e concretezze che sono la triplice
forma che dalla Pentecoste alla Parnasia assume il suo Corpo: I) il
Corpo della sua Parola, che si mangia ascoltando (cf. Mt 4, 4; Le 4,4,
che citano Dt 8,3); II) i divini Misteri della santa Mensa; III) il Corpo
nuziale che la Chiesa sua Sposa. Egli esige che per aderire a Lui e
formare con Lui "unico Spirito" (cf. 1 Cor 6,17), si debba comunica
re coestensivamente ai "tre Corpi", senza ometterne qualcuno;
- per restare al solo "segno" della Parola, che in seguito interesser di
pi il discorso qui da svolgere, essa opera per la Potenza dello Spirito
(cf. Gv 6,63), ed anzitutto attraverso questo "segno" simbolo il Risor
to si manifesta e si rende presente ai suoi fedeli;
- per il Risorto "si fa presente" gi nella Parola-segno; dunque non
presente agli uomini solo "la parola", che allora sarebbe "vuota".
La teologia simbolica cos si occupa dell'immenso, impressionante
complesso di fatti salvifici, mostrando come siano segni-simboli nel
senso pi pieno ed efficace di quanto portano. E qui deve essere bandito un certo "nominalismo" che anche senza volere ci portiamo sempre
dentro.
Qui sar da riconsiderare la teologia simbolica dei Padri.
Per essi, il segno-simbolo realt unificante. Infatti per il suo etimo:
syn-bll, da cui syn-bolon, in greco significa "gettare insieme", "comporre insieme", dunque comporre "qui", in questo "segno", qualche cosa di invisibile e di inascoltato rendendolo visibile e ascoltabile nel suo
senso profondo. Dal pensiero patristico qui si pu assumere la defni45

CELEBRARE CRISTO NELLA SUA PAROLA

zione classica di ORIGENE , In Romanos commentarius 4,2, in PG


14,968 A, il quale afferma che Cristo Signore gi nella sua Vita storica
era il "Segno a cui si contraddice", poich
alius in eo videbatur, et aliud intelligebatur,
caro cernebatur, etDeus credebatur,
ossia in Lui si vedeva solo Lui, ma si comprendeva un' "altra realt",
poich di Lui si vedeva la carne, l'esistenza umana, e tuttavia Egli era
oggetto di fede come il Dio adesso compreso, "visto".
Quindi il segno simbolo si ha quando una realt vista ed ascoltata,
quindi constatata, e coestensivamente, perci in modo non escludente,
un' "altra realt" nella prima e dalla prima finalmente compresa dalla
mente umana. Perci S. GIOVANNI CRISOSTOMO, In 1 Con 1-2, Horn.
7,1, in PG 61,55 (cf. 53 D - 57 D) afferma con sicurezza che il Mistero
divino presente ed efficace qui adesso,
non quando crediamo quello che vediamo,
bens quando vediamo una realt e ne
crediamo un'altra.
Il che va compreso anche a partire da un'ennesima precisazione.
Nella Rivelazione biblica costitutivamente la "parola" e 1'"icona" formano un'unit di comprensione e di funzione molto stretta e densa.
Non affatto per caso che il Figlio di Dio sia Eikn e sia Logos, Icona
in quanto Verbo, e Verbo in quanto Icona, per noi a partire dall'Incarnazione.
Ora, la Parola divina esige l'ascolto qualificato, quello di conversione e di fede trasformante. L'Icona postula la visione qualificata, di conversione e di fede trasformante. Poich gi nella Rivelazione, come poi
sulla base dei Padri ribad il Concilio di Nicea II (a. 787), quanto la Parola divina operante nello Spirito Santo annuncia e rivela, l'Icona divina riconosciuta nello Spirito Santo manifesta e mostra.
La Parola-Icona, Lgos-Eikn, dunque la rappresentazione suprema dell'"universo simbolico divino", nella sua fedele espressione, e ne
la comunicazione gratuita plenaria agli uomini. Essa costituisce il supremo e gratificante "Linguaggio di Dio", ossia il modo di esprimersi
di Dio agli uomini. E cos si pu completare l'intuizione di Origene circa in questo modo:
In Lui si vedeva e si ascoltava Lui,
e ad "altra" Realt si rimandava restando in Lui
e questa si comprendeva restando in Lui,
46

CAP. 1 -LA TEOLOGIA SIMBOLICA

Ossia, si vede e si ascolta l'Uomo Ges, ma solo restando fissi in


Lui si vede e si comprende che il Verbo Dio incarnato rivela il Padre
poich rivelato a sua volta dallo Spirito Santo.
Anche diversi autori moderni giungono a conclusioni analoghe, come quando ad esempio trattano deH"'immagine", e ne scoprono la funzione molteplice di segno simbolo:
- iconica: dunque pone alla vista,
- rivelante: dunque testimonia una certa assenza;
- archeologica: dunque fa fare anamnesi storica;
- teologica: dunque apre l'accesso all'Assoluto.
La teologia simbolica perci insegnamento che il segno simbolo
sintesi immediata e percepibile nel segno simbolo stesso, non fuori di
esso, e ci anche sul piano pi propriamente epistemologico. E per
teologicamente si deve procedere ad accurate distinzioni di piani, come
acutamente mostra P. PIRET, Le Christ et la Trinit selon Maxime le
Confesseur, Paris 1983, pp. 51-52. Secondo questo autore, il simbolo
ha questi significati:
1) integrazione di significati diversi sotto un'unica denominazione.
Cos hypstasis "sussistenza" personale, realt oggettiva ed insieme
principio soggettivo di un esistente personale, come quando si dice: la
Hypstasis divina del Dio Verbo; mentre hypokimenon "il soggia
cente", l'iniziativa soggettiva di un esistente; qui il simbolismo meno
carico;
2) quello che significa l'identit alla realt stessa che vuole manife
stare quale conferma dell'identit di tale realt con essa stessa. Cos ousia "essenza", se si dice doiVOusia divina, la Synousia del Padre
con il Figlio e con lo Spirito Santo e reciprocamente; allora indica sen
za mediazione che Dio Dio, non dunque un termine medio tra le Tre
Persone divine. Se ousia umana, pu indicare Cristo in quanto "Uo
mo" vero, ma anche tutti gli uomini veri; allora indica senza mediazio
ne che l'uomo uomo, non un termine medio tra Cristo Uomo da una
parte, e dall'altra tutti gli altri uomini;
e) Symbolon anche la "confessione di fede" della Chiesa, che introduce all'uso ecclesiale e liturgico dei termini "simbolici" come
ousia, e homoosios nel loro significato visto qui sopra, che cos
sono assunti nel linguaggio ultimo della Chiesa sulla Triade divina e
sulla Chiesa stessa. "Ultimo" qui significa che l'intera Chiesa ed ogni
fedele nel loro "Simbolo della fede" riaffermano le realt che quei
termini "simbolici" portano ed affermano. Di qui discende un altro significato;
47

CELEBRARE CRISTO NELLA SUA PAROLA

d) Origene usa dire spesso che "Cristo symbolon di se stesso". Questo


viene dalla Santa Scrittura per via diretta, e qui baster portare degli
esempi. Cos esplicito che il Verbo Dio incarnato (Gv 1,1-3.14) per
ci stesso sia l'unico Esegeta (Gv 1,18), sia l'unica Esegesi {Le 24,2527.32.44-45, con altri verbi) del Padre e di tutto quello che, parlato nell'A.T., adesso parla Lui. E per quanto Egli parla ha come unico contenuto il Padre suo, ed "le Scritture". E queste parlavano di Lui: Rom
1,1-4. Spiegandole, spiega anche se stesso. E perci anche l'Alfa e
l'Omega unico di quanto opera, e queste sono le "opere del Padre"
(teologia giovannea).
Tenuto presente tutto questo, nonostante le difficolt numerose che
si sono rivelate qua e l, si deve spingere il discorso della teologia simbolica verso qualche complemento, e rimuovendo anche qualche sorpresa che possa insorgere.
Non deve meravigliare se la Rivelazione biblica, che parla il linguaggio del segno-simbolo, mostri che sono "simboli" nel senso pi
pieno e nell'efficacia pi valida che tale termine ha presso i Padri:
- la Triade santa consustanziale indivisibile. E di fatto si usa il simbolo
numerico 1 e quello 3 per significare rispettivamente la realt dell'u
nit monousiaca indivisibile, e la Triade triipostatica inconfusa inse
parabile. Si usa il simbolo &Y arthms, il "numero", e la simboliz
zazione deW arithmsis, la "numerazione", o synarithmsis, connu
merazione delle Tre Ipostasi nelP"eguaglianza coessenziale". Ma
proprio i numeri sono una delle forme pi perfette di simbolismo;
- il Verbo Dio simbolo, come in parte si visto. Infatti il Lgos nella
sua Ipostasi, la seconda della Triade divina consustanziale, per ci
stesso rivela e manifesta la Parola vivente del Padre suo, ossia il Parlare del Padre a partire dal suo Pensiero, e Parlare che anche rappresentarsi, esprimere e comunicare, e questo "generare dall'eternit per l'eternit", e questo Parlare generato la Persona divina del
Figlio. Se si ordina questo, con il Lgos si raggiunge il simbolismo
complesso della Rappresentazione divina che il Pensiero, il Padre,
dell'Espressione divina che la Parola sussistente, il Figlio, e della
Comunicazione divina che la Sapienza, lo Spirito Santo, "nel quale" sussistono in eterno Rappresentazione ed Espressione. Siamo addirittura al centro del linguaggio simbolico divino, nell'Oceano senza
rive dell'"universo simbolico divino", dove la lingua, non pi sorretta dal pensiero, deve tacere, e solo dare al cuore espressione di amore
e di adorazione fedele;
- il Verbo Dio incarnato simbolo. Ed il centro dell'"universo simbolico" e del linguaggio simbolico, e della teologia simbolica. Essendo
48

CAP. 1 -LA TEOLOGIA SIMBOLICA

Colui in cui e mediante cui "la Theologia si fa anche Oikonomia"


(theologitai e oikonomitai, S. Massimo il Confessore), l'Umanit
santa da Lui assunta dalla Semprevergine Maria per l'indicibile
"unione secondo l'Ipostasi" divina, il "segno" pi vero concreto
reale immediato della sua stessa Divinit beata: nell'Umanit sua,
che il "segno-simbolo", la sua Divinit invisibile diventa Presenza
adorabile;
10 Spirito Santo simbolo. E qui si riapre tutto il discorso appassio
nante. Poich precisamente l'Ipostasi divina dello Spirito del Padre e
del Figlio si fa conoscere come Sapienza divina e Dio da Dio e "Fuo
co procedente da Fuoco" solo ed attraverso tutta una serie di simboli
come il vento, l'acqua, il fuoco, l'amore, la banedizione, la comunio
ne... Significando cos la Vita la Potenza la Gloria la Maest la Ma
gnificenza anzitutto del Figlio, il quale rivela il Padre ed a Lui riporta
tutti gli uomini;
la Parola della divina Rivelazione simbolo. Infatti gi la "parola"
umana come tale segno simbolo di rappresentazione espressione
comunicazione, e il parlare concreto per s declinazione e coniugazione di simboli, vocabolario grammatica e sintassi di simboli. Ma
la Parola divina nel "pi" di Dio porta sotto quelle forme umane di
cui si detto, e si dovr ancora dire, i simboli del Mistero, 1'"universo simbolico del Mistero", l'efficacia onnipotente del Mistero; l'A.T.
simbolo. Composto di infiniti simboli, esso anche per globalmente
il grande ed insostituibile "simbolo del N.T.", pi propriamente dell'
Oikonomia di Cristo;
11 N.T. simbolo. Anche esso contessuto di segni-simboli, e riassu
mente ed attuante il simbolo-A.T. nella sua totale rilettura tipologica,
il N.T. simbolo anche della vita futura ed eterna;
il cosmo creato simbolo. il "libro creaturale", le "impronte di
Dio", segno della Potenza divina del Signore Dio Sovrano Creatore,
che va letto con il suo simbolo analogo, il "Libro della Scrittura". Il
primo libro donato a tutti per salire al Dio Vivente (cf. qui Rom 1 ;
Sap 13), il secondo dato per grazia imperscrutabile ad alcuni affinch alla sua luce sappiano leggere anche il primo, per essi e per gli
altri;
l'uomo simbolo. infatti il principale simbolo vivente di Dio, creato
come da Lui "ad immagine e somiglianz" di Lui, simbolo che si
riferisce al suo Prototipo divino; si veda qui quanto detto sopra sull'Umanit del Verbo, Icona del Dio invisibile; la Chiesa simbolo.
la Sposa del Dio Verbo incarnato, Icona nuziale di Lui, corpo dello
Sposo-Testa sua, e con lo Sposo divino riforma secondo il Disegno
divino originario l'"Uomo icona perfetta di Dio", cf. qui Efes 5,18-33,
e la rilettura qui di Gen 2,18-24;
49

CELEBRARE CRISTO NELLA SUA PAROLA

- la santa Liturgia della Chiesa simbolo. l'immane "segno" misterico delle Realt divine celebrate nell'abilitazione donata dalla consacrazione dello Spirito Santo, e nell'ammissione per grazia al Sacerdozio eterno di Cristo Risorto;
- i Misteri celebrati sono simbolo. Ciascuno dei 6 altri Misteri (sacra
menti) infatti da parte sua "segno" efficace e reale delle Realt che
significa e dona la Grazia che significa, lo Spirito Santo;
- i divini trasformanti divinizzanti Misteri della santa Mensa sono sim
bolo. il linguaggio abituale dei Padri (oggi poco sopportabile per il
nominalismo del linguaggio, essendo in genere "simbolo", "simboli
co" espressioni molto attenuate, come quando si dice "valore simbo
lico"). I divini e tremendi Misteri sono l'infinito simbolo della Realt
infinita che si celebra, che si riceve dalla santa Mensa, che si offre
sull'Altare spirituale celeste... Anche qui "taccia tutta la carne".
E si potrebbe ancora proseguire con gli altri simboli: gli eventi biblici della salvezza come typo delle Realt venture, le istituzioni bibliche
come significazioni attuali delle Realt che vengono; gli elementi creaturali con cui Dio significa i fatti mirabili della salvezza: acqua, olio,
incenso, aromi, carne, pane, vino...; gli oggetti della narrazione biblica:
l'altare, l'arca, i Serafini, il candelabro a 7 bracci, il pane della preposizione, le vesti sacerdotali, il fuoco, i frutti offerti...
Tutto questo discorso in atto, essendo inesauribile. La continua
contemplazione delle Sante Scritture nella Chiesa ne offre l'occasione
e il sublime materiale per le generazioni.
4.1 Padri e la teologia simbolica
Dopo quanto detto, si pu aggiungere solo che occorre soprattutto
guardare alle opere in cui i Padri istruiscono i catecumeni in vista della
loro iniziazione ai Misteri divini (catechesi) e poi fanno mistagogia agli
iniziati, ossia alle opere omiletiche. Si pensi solo alla ricchezza dell'omiletica di due tra i pi grandi predicatori della Chiesa, S. Giovanni
Crisostomo e S. Agostino. Il popolo battezzato di continuo posto davanti ai simboli della salvezza, che debbono fare propri e viverne.
Nelle opere "esterne", di difesa della fede, in genere i Padri procedono piuttosto con esegesi letterale e argomenti razionali.
Inoltre, occorre qui guardare le opere "spirituali" dei Padri, come
quelle di S. Gregorio Nisseno, e via via lungo la Tradizione ininterrotta, fino alla fine del medio evo, fino all'irradiamento di S. Gregorio Palamas. Il simbolismo qui rifulge splendidamente.
Infine, una categoria oggi rivalutata, le "catechesi mistagogiche" dopo il sec. 6, opere scritte per il clero ed i monaci, in genere, non predicate al popolo, fanno uso esuberante della teologia simbolica.
50

CAP. 1 - LA TEOLOGIA SIMBOLICA

5.1 Santi mistici e spirituali


Anche se molti di questi fanno ancora parte dell'epoca dei Padri
(che si usa chiudere convenzionalmente in Oriente con S. Giovanni Damasceno, + e. 749), gli altri si spingono lungo le generazioni fino a noi,
in parte conosciuti ed amati, in parte ancora da scoprire.
Si pu dire qui in breve che questi autori, importanti interpreti autentici della fede vissuta dalla Chiesa nel nascosto della santit, non
hanno trovato migliore espressione della piena della Grazia divina nel
loro cuore se non nella teologia simbolica, vero tramite tra le Realt
contemplate e la loro comprensione, e tra questa e la loro espressione,
quando hanno potuto o voluto che discepoli e altri privilegiati partecipassero ai tesori della loro esperienza.
Oggi le edizioni dei Padri e degli spirituali si moltiplicano e si
diffondono senza sosta. Nell'aridit che consuma, si ha necessit delle
fonti antiche e sempre attive della Dottrina immacolata.
6. La santa Liturgia della Chiesa
Se come accennato, e come si dovr a lungo ancora parlare, la santa
Liturgia "simbolo" e insieme "universo di simboli", il suo parlare le
lodi e le azioni di grazie e le suppliche e le epiclesi si pu esprimere solo con la teologia simbolica.
Se poi si entra in una chiesa e il Signore ci perdoni mentre si
celebrano le azioni sacre si fa attenzione agli svolgimenti, si annotano
ambiente, oggetti, gesti, canti, parole, e se ne fa un elenco ordinato e
ragionato, si ha come un' "enciclopedia simbolica".
La sola Veglia del Sabato santo e grande cumulo di segni-simboli,
dal Vespro all'Omelia di S. Giovanni Crisostomo che chiude "simbolicamente" la Veglia: e per qui le annotazioni diventano cos numerose
che si fanno difficili.
"Tutto simbolo". La santa Liturgia tutto un simbolo. L'attenzione
nostra si concentrer poi nel commento all'immenso Simbolo-Segno
della Parola divina, in specie dell'Evangelo, dove di volta in volta si richiamer, forse senza ottenere un "ordine" coerente, quel segno e quell'altro.
Ma tutto unificato mirabilmente in Cristo Risorto, l'unico divino Ricapitolatore che dona coerenza a tutto.

51

CAP.2 LA PAROLA
DIVINA DIVINIZZANTE
Ed invece dobbiamo usare senza reticenze, con fierezza, tutto quel
linguaggio, tutte quelle immagini simboliche, tutti quei Testi divini, per
il semplice motivo duplice: che sono tutte realt "significanti" quello
che esprimono ed indicano e simbolizzano; e che principalmente la Parola divina divinizzante.
Le parole umane per s sole sono comunicazione e trasmissione di
idee e fatti, positivi e negativi e neutri. Esse certo fanno vivere gli uomini
in societ, anzi rendono possibile che esista una societ di uomini. Sono
anche determinanti per ben individuate realt, le quali per non trascendono mai lo statuto dell'uomo, non lo portano al di l di se stesso. Anche
la forma pi alta della parola umana, la poesia, quando detta suscita immagini, sentimenti, reazioni, entusiasmi, malinconie, pessimismi, e cos
via. Quando ne termina il flusso, tutto torna nel silenzio. Non solo.
Ormai molti, preoccupati, annotano che il linguaggio corrente, in
specie quello della comunicazione sociale quotidiana, si fatto sempre
pi, e forse senza prevedibile ritorno, banale e banalizzante, cosificante
ed alienante. La morte della lingua (si pensi alle decine di migliaia di
termini che riporta un buon vocabolario, a quanti di essi non si usano
pi e sono la sterminata maggioranza, ai neologismi che vengono solo
dalle tecniche) morte anche della mente, dell'anima, incapace di
esprimere se stessa e la realt. D'altra parte, certi ambienti che si collocano nel "pensatoio" aristofanesco, usano linguaggi oscuri, involuti al
fine di mascherare il nulla dei contenuti vivibili ormai perduti; e questo
perfino nel campo delle scienze teologiche, invase da scienze "altre"
che sono insidiosamente totalizzanti.
Ebbene, proprio qui e adesso noi cristiani dobbiamo recuperare da
vivere tutto il Tesoro della Parola divina e della Tradizione divina apostolica che nei secoli seguita ed esplicitarla. Dobbiamo dunque maggiormente far nostri il vocabolario, la grammatica e la sintassi della Rivelazione biblica nella Tradizione fino a noi, i quali ci appartengono
per donazione divina irreversibile, e quindi per diritto divino.
Questa operazione deve impegnare le generazioni che verranno. Occorrer anche un coraggio temerario, senza curarsi se da sopra non vengono stimoli specifici, e da sotto, almento a primo approccio, si tenuti
per sorpassati dagli eventi, per gente fuori del mondo. E via via che il
Tesoro sempre meglio posseduto e vissuto, si deve trasmetterlo pi
utilizzabile nell'esperienza della fede, ossia pi vivo e vivibile. Vera
catena di trasmissione della Tradizione che non muore. E vita che nella
Chiesa e come Chiesa vuole sussistere e crescere.
52

CAP. 2 - LA PAROLA DIVINA DIVINIZZANTE

Si dovr qui pensare con fermezza e con profondit e con seriet che
la divina Dottrina per Grazia gratuita ed una volta per sempre ha rivelato
che il Verbo di Dio, il Dio Verbo Vita Luce Creatore, la Sapienza
personale del Padre ma incarnata, la Parola del Padre per intero espressa e comunicata, nello Spirito Santo filialmente ci divinizza. Cos che
l'immagine e somiglianz di Dio creata sia recuperata nella sua santit
prevista dal Disegno divino, sia riammessa al dialogo plenario con Dio,
sia luogo del mirabile scambio d'amore con Lui.
Al di l della banalizzazione che andata dilagando, della "promozione umana" (solo umana?), della "realizzazione di se stessi", di
emancipazione nel solo campo intramondano del sociale e dell'economico, sta qui in gioco drammatico, se non tragico, il destino eterno di
ciascun uomo e di tutti gli uomini. Poich l'uomo per suo statuto costitutivo 1'"immagine e somiglianz di Dio", ciascuno in modo preziosamente irripetibile, e solo dalla Parola divina conosce il suo destino e
statuto proprio: essere innalzato vertiginosamente ed "essere dio per
grazia" dalla Grazia divina del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo,
il Dio Unico. E dalla medesima Parola, che Grazia divina, l'immagine
e somiglianz avviata a conseguire la sua divinizzazione per l'eternit
beata.
un "gioco divino drammatico", dove va per anzitutto considerato
a fondo un lgion, un detto del Signore, che si presenta compatto e duro nelle sue non poche difficolt di interpretazione, ma soprattutto di
comprensione e di accettazione. Esso riportato con varianti dai 3 Sinottici. La redazione matteana suona cos: il Signore indica i discepoli,
e poi parla:
"Ecco la Madre mia ed i fratelli miei:
chi infatti far la Volont del Padre mio nei cieli,
questi mio fratello e mia sorella e mia Madre" (Mt 12,49b-50).
Luca esplicita il termine thlma, volont come lgos:
"Madre mia e fratelli miei questi sono, quelli
che la Parola (lgos) di Dio ascoltano e la
fanno" (Le 8,21).
Perci, contro ogni incertezza, la Volont-Parola di Dio va anzitutto
ascoltata. Il che implica l'accettazione che si ha nella conversione del
cuore e nella fede di adesione, e nella conseguente obbedienza docile.
E va "fatta" svolgendone tutte le virtualit attuanti.
Di pi. Si tratta di Volont-Parola di Dio trasformante. Infatti per la
Grazia dello Spirito chi "ascolta e fa" diventa per ci stesso "madre e
53

CELEBRARE CRISTO NELLA SUA PAROLA

fratello" del Figlio di Dio. cos reso anzitutto capace di generare il


Verbo-Parola. Poich Questo, dopo la Madre sua santa ed immacolata,
la Semprevergine Maria, vuole ancora essere generato "farsi carne"
ancora, diventare della medesima carne, cf. Gv 1,14 dai suoi fedeli.
E poi chi "ascolta e fa" reso anche capace, coestensivamente, di essere
generato dal Padre quale "figlio nel Figlio Unico", affinch il Figlio sia
"il Primogenito di molti fratelli" (Rom 8,28-30).
Con un termine sintetico meraviglioso, per questo, l'Apostolo parla
di fedeli ormai diventati syssmoi, "con-corporali" con Cristo (Efes
3,6). Al suo seguito, i Padri sviluppano questo tema con magnifica, benedetta audacia, fino ad affermare che gli iniziati al Mistero di Cristo,
dunque battezzati, confermati ed ammessi al Convito nuziale del Regno, sono synaimoi, "consaguinei" con Cristo (ad es. S. GRILLO DI GERUSALEMME, Catechesi mistagogica 4,1,3; 4,3,5; in Sources Chrtiennes 126, Paris 1966, pp. 134 e 136, dove si ripete prima il paolino syssmoi, e 136, dove si dice prima syssmoi e poi synaimoi). E se cos,
argomentano ancora, essi dunque conseguono l'eccellenza della somiglianz, e la syggenia, la "parentela" vera con l'Umanit del Verbo
unita ipostaticamente alla sua Divinit, e sono innalzati a vivere la Vita
trinitaria (ad es. S. GIOVANNI CRISOSTOMO, In Gen. Horn. 42,9, in PG
54,446).
Concorporeit, consanguineit, parentela, rapporto stretto, ormai
non pi risolvibile. Con conseguenze determinanti per la vita dei fedeli
del "popolo della Parola", la Chiesa Sposa, resa divinamente "Madre
del Verbo", a titolo che se di certo diverso, tuttavia non meno reale
di quello della Tuttasanta Theotkos, la Semprevergine Madre di Dio
Maria.
I Padri qui proseguono un filone biblico regale, il quale impetuosa
mente procede attraverso il medio evo orientale ed occidentale nei
grandi autori spirituali, fino a noi. Vale sempre la pena di prenderne co
scienza, e pur limitandoci ai sec. 2 e 3, se ne danno qui alcuni ap
procci.
II lgion difficile e quindi autentico del Signore, sulla maternit di
vina per Grazia, di chi "ascolta e pratica la Volont-Parola del Padre",
ulteriormente ripreso ed ampliato dagli Apostoli, che ne sviluppano la
dottrina, esplicitandone gli aspetti pi impressionanti. Qui si possono
indicare come tre nuclei di sviluppo.
a) La Parola dona la Vita ad opera dello Spirito Santo, ma Vita che lo
Spirito Santo:
Le Parole che Io parlo a voi
sono Spirito e sono Vita (Gv 6,63b; cf. Sai 32,6).
54

CAP. 2 - LA PAROLA DIVINA DIVINIZZANTE

Lo Spirito 'il Vivificante' (t zopoion, Gv 6,63a).


b) La Volont del Padre con la sua Parola ci dona la Vita divina, in termini biblici analoghi, ci genera alla Vita:
Ogni Donazione ottima ed ogni Dono perfetto (cf. Gv 3,27; 1 Cor
4,7)
viene dall'Alto,
discendente dal Padre delle Luci (cf. 1 Gv 1,5),
presso il Quale non esiste mutazione
n oscuramento di rivolgimento.
Avendolo voluto, Egli ci partor (apoky) con la Parola della Verit,
affinch noi siamo una primizia delle creature sue (cf. Ap 14,4; Rom
8,23) (Giac 1,17-18).
E se "Padre" invocate il Giudicante senza accezione di persone secondo l'opera di ciascuno,
gestite il tempo nel timore che (viene) dalla dimora (di esilio) vostra,
sapendo bene che non con corruttibili argento e oro foste redenti
dalla vana vostra gestione di vita trasmessavi dai padri,
bens dal prezioso Sangue dell'Agnello immacolato ed incontaminato, Cristo,
precognito da prima della fondazione del mondo,
ma manifestato alla fine dei tempi per voi,
che mediante Lui siete credenti in Dio.
Il Quale Lo resuscit dai morti e don a Lui la Gloria,
cos che la fede vostra e la speranza siano da Dio.
Avendo santificato le anime vostre nell'obbedienza della Verit
al fine dell'amore fraterno semplice,
con cuore puro amatevi gli uni gli altri di continuo,
essendo stati rigenerati non da seme corruttibile (cf. Gv 1,13),
bens da quello Incorruttibile,
mediante la Parola del Dio Vivente e Permanente (cf. Is 40,6-7) (1
PM ,17-23).
e) La Volont del Padre con la sua Parola, il Verbo personale che dona
lo Spirito Santo, infine, ci divinizza:
A quanti ricevettero Lui (il Verbo),
(questi) don il potere di diventare figli di Dio (cf. 1 Gv 3,1-2; 5,1),
essi che credono nel Nome di Lui (cf. 1 Gv 5,13)
55

CELEBRARE CRISTO NELLA SUA PAROLA

essi che non da sangui (cf. Eccl 28,31), n da volont di carne (cf.
Rom 9,8; 1 Pf 1,23), n da volont di maschio, ma da
Dio nacquero (cf. Giac 1,18; 1 Pt 1,3) (Gv 1,12-13).
Inoltre, con un testo che fu molto amato ed approfondito dai Padri
teofori, il discorso torna sullo Spirito Santo:
Amen amen Io parlo a te:
se uno non nasce dall'acqua e dallo Spirito,
non pu entrare nel Regno di Dio.
Il nato dalla carne, carne,
ed il nato dallo Spirito, spirito.
Non meravigliarti che Io dissi a te:
Si deve che voi rinasciate dall'Alto.
Lo Spirito dove vuole spira,
e la voce sua ascolti,
ma tu non sai donde viene e dove vada.
Cos di chiunque il nato dallo Spirito (Gv 3,5-8).
Si pu anche abbozzare una sintesi, sempre sulla dottrina biblica
esplicita.
a) II Verbo Dio, Verbo di Dio, il Dio Verbo incarnato:
- Arche, Principio imprincipiato, Phs, Luce increata eterna, Zd, Vi
ta sussistente e creatrice (Gv 1,1 -4), Sophia che venne a porre le ten
de tra gli uomini facendosi carne (Gv 1,14);
- il Dio Monogenito nel Seno del Padre, dal quale del Padre l'Uni
co Esegeta ed al quale riporta (Gv 1,18);
- dal suo Plrma, la Pienezza della Divinit che lo Spirito Santo (cf.
Col 1,19; 2,9), tutti ricevemmo (Gv 1,16-17);
- la Parola della Vita (Gv 5,24);
- la Parola della Vita eterna (Gv 6,68);
- le sue divine Parole sono Spirito e sono Vita (Gv 6,63);
- la Parola con lo Spirito Santo (1 Tess 1,5-6); con la Gioia che lo
Spirito Santo (Gai 5,22-23);
- la Potenza della Parola in opera (Ebr 1,3);
b) La Parola di Dio:
- la Spada dello Spirito Santo (Efes 6,17);
- il Fuoco divino dello Spirito Santo (At 2,1-4; Ger 20,9);
e) La Parola il Seme divino divinizzante:
- per la nascita a Dio (1 Pt 1,23);
- la Parola con cui Dio "ci partorisce" (Giac 1,18);
56

CAP. 2 - LA PAROLA DIVINA DIVINIZZANTE

d)La Parola della Resurrezione:


- Cristo "Spirito vivificante" perch Risorto (1 Cor 15,45);
- con il suo Evangelo ai morti, li resuscita (1 Pt 4,6);
e) La Parola divina fa "concepire Cristo":
- fa diventare "Madri di Ges" (Le 8,21);
- "finch sia formato (= concepito e gestito) Cristo" nei fedeli (Gai
4,19);
f) la Parola divinizzante:
"Sta scritto nella Legge:
"Io parlai a voi: voi siete di" (Sai 81,6).
Ora se "di" (Dio) chiam quelli ai quali venne la Parola di Dio
e la Scrittura non pu essere annullata! ,
a Colui che il Padre consacr ed invi al mondo,
voi dite: "Tu bestemmi",
poich Io dissi: Sono figlio di Dio?" (Gv 10,34-36).
Sono testi biblici decisivi. Dove si parla sempre della santa e divina
Triade, della Volont del Padre, dell'opera del Verbo del Padre incarnatosi tra noi, dell'adempimento attuato dallo Spirito Santo, della Vita,
della Gloria, della nascita e della rinascita nostra, e finalmente del nostro stesso "essere madri e fratelli" del Signore "ascoltando e facendo
la Volont-Parola del Padre" nello Spirito Santo. I Padri seppero trame
mirabili tesori dottrinali, in specie quando rileggevano la Parola in funzione della celebrazione comunitaria dei divini e vivificanti Misteri, e
quindi in funzione della perfezione cristiana. Essi con lavorio ininterrotto, intelligente e fedele, scoprivano sempre di pi e sempre meglio, e
questo gi nei sec. 2-3, la funzione materna generante della Chiesa, e
coestensivamente di ogni fedele unito a lei, l'una e gli altri "luogo" privilegiato di questa generazione passiva vivificante ricevuta dall'Alto, e
di questa generazione attiva il cui oggetto l'Alto stesso, postosi a disposizione per cos dire "paterna" ed infine "filiale" della Chiesa e dei
fedeli. I Padri vedevano acutamente, dottrina quasi del tutto scomparsa
dalla nostra visuale, e del tutto nella predicazione corrente cos immiserita, che la Chiesa in realt la diletta Figlia di Dio, ed insieme "la
Madre, sempre nel parto" (testo del sec. 3). Significa che vedevano la
Chiesa anzitutto in rapporto inscindibile con la Triade santa del Dio
Unico: prima del parto; poi nel rapporto inscindibile con i figli suoi,
secondo l'aspetto singolare di non partorire i figli e lasciarli come fossero autonomi da lei, bens di stare di continuo a partorirli lungo tutta
la vita sua e di essi, tutti e uno per uno; infine, dopo il parto, e senza
contraddizione, nel senso che questi figli amati a loro volta, essendo essi "la Chiesa", tutti insieme ed anche come singoli fedeli, debbono an57

CELEBRARE CRISTO NELLA SUA PAROLA

cora ed ancora concepire e partorire il Verbo Dio. Un testo o l'altro,


scegliendo dai primi secoli, ci aiuter a comprendere questi fatti abissali,
determinanti.
S. Ippolito di Roma (+ e. 236), alla scuola spirituale di S. Ireneo, insieme con questo e con Origene forma la triade dei primi veri "teologi"
della Chiesa antica; inoltre risulta finora come il primo Padre che abbia
commentato interi libri della Scrittura Santa. Sul tema che qui ci interessa ha una serie di testi illuminanti.
Che dunque "la Chiesa"? la santa Radunanza di quanti vivono
nella giustizia. La concordia, che la via dei santi verso la comunit, ecco la Chiesa. Giardino spirituale di Dio, piantato su Cristo
come all'Oriente (Gen 2,8), dove si contempla ogni specie di alberi
(Gen 2,9): il filare dei Patriarchi morti allora, le opere dei Profeti
compiutesi secondo la Legge, il coro degli Apostoli che avevano la
Sapienza dal Verbo, il coro dei Martiri salvati dal Sangue di Cristo,
la processione delle vergini santificate dall'Acqua (Ap 14,1-5), il coro dei Dottori, l'ordine dei Vescovi, dei Presbiteri e dei Leviti. In ordine perfetto, tutti questi santi fioriscono in seno alla Chiesa (= Madre), e non possono appassirsi. Se raccogliamo i loro frutti, noi otteniamo la giusta contemplazione delle realt, mangiando le portate
spirituali e celesti che provengono da essi. Poich i beati Patriarchi
ci trasmisero gli ordini di Dio, quale un Albero piantato nel Giardino
e producente sempre il Frutto buono, affinch noi riconosciamo
oggi il soave Frutto di Cristo preannunciato da essi, il Frutto della
Vita che ci donato. Scorre da questo Giardino un Fiume d'Acqua
inesauribile. Quattro Fiumi ne derivano, irrigando tutta la terra (Gen
2,10). Cos avviene per la Chiesa. Cristo, che il Fiume (Gen 2,10;
Gv 7,37-39; 19,30.34), annunciato nel mondo intero (Me 16,15)
dal Quadruplice Evangelo. Questo irriga la terra (Gen 2,10) intera, e
santifica quanti credono in esso, secondo la Parola del Profeta: Fiumi scorrono dal corpo di Lui (Gv 7,38). Nel paradiso si trovavano
l'albero della conoscenza e l'Albero della Vita (Gen 2,9). Anche oggi
due Alberi sono piantati nella Chiesa: la Legge e il Verbo. Poich
dalla Legge viene la conoscenza del peccato (Rom 3,20), ma dal
Verbo donata la Vita (Gv 1,4.16-17) ed accordato il perdono dei
peccati (Col 1, 14; Efes 1,7). Una volta Adamo avendo disobbedito
a Dio e gustato dell'albero della conoscenza (Gen 3,6-7), fu espulso
dal paradiso (Gen 3,22-24). Tratto dalla terra (Gen 2,7), alla terra ritorn (Gen 3,19). Cos il credente che non osserva i comandamenti
privato dello Spirito Santo, poich espulso dalla Chiesa. Egli non
appartiene pi a Dio, ma ridiventa terra (Gen 3,19), e ritorna al
"vecchio uomo" che era (cfr. Col 3,9; Efes 4,22) (S. IPPOLITO DI RO58

CAP. 2 - LA PAROLA DIVINA DIVINIZZANTE

MA, Commentaire sur Daniel 1,17, in Sources Chrtiennes [SChr]


14, Paris 1947, pp. 85-87).
Da questa splendida teologia simbolica, la Chiesa in sostanza descritta come il Paradiso terrestre nuovo, anticipatore di quello eterno,
datrice dunque di frutti materni della Grazia. E questi provengono dal
Padre solo mediante Cristo, il Fiume perenne dell'Acqua Viva, la quale
lo Spirito Santo ma lo Spirito Santo invariabilmente opera neh"fivangelo predicato dappertutto nel mondo.
S. Ireneo di Smirne (e. 180) nel libro 3 della sua grande opera contro le eresie gnostiche, Adversus haereses, tratta della retta dottrina della Chiesa; nella parte I espone la Tradizione apostolica, ed afferma:
Gli Apostoli depositarono in una ricca dispensa tutto quello che appartiene alla Verit, affinch chiunque ne abbia volont trovi qui la
Bevanda della Vita (Ap 22,17). Solo di qui si entra nella Vita (S.
IRENEO, Adversus haereses 3,4,1, in PG 7,855 A).
Ancora Ippolito di Roma viene a parlare della "Comunit dei santi
della Chiesa", con questa descrizione:
Poich i bambini (i figli) si dissetano del Latte delle mammelle sue
(della Madre Chiesa, cf. 1 Pt 2,1-2), e cos ciascuno, dissetandosi alla Legge dei comandamenti dell'Evangelo, riceve il Cibo dell'eternit. I Due Testamenti sono la Fonte (divina) di questo Latte dei comandamenti. Tu, cerca alla Fonte questo Latte della Parola, al fine
di diventare discepolo perfetto (S. IPPOLITO DI ROMA, Commentarius
ad Canticum Canticorum, Fragmentum slavonicum II, Griechische
christliche Schriftsteller [GCS], Hyppolitus 1,1,344,2-8).
Per lui, questo significa diventare, ciascuno, figlio della Chiesa, egli
stesso divenuto Chiesa Madre, la cui funzione materna precisamente,
una volta appresa la predicazione della Parola divina dell'A.T. e del
N.T., trasmetterla ad altri "bambini-figli", da farne a loro volta Chiesa
Madre, e cos all'infinito.
Occorre allora "lasciarsi trasformare in Madre Chiesa"; questo tuttavia pu avvenire solo ad opera del Verbo, lo Sposo divino, dalle cui
Nozze la Chiesa resa effluente di Latte divino. Ma il Verbo Dio si
incarnato storicamente anche al fine di restare sempre pronto ad incarnarsi ancora e sempre nelle persone dei fedeli suoi e della sua Sposa:
La Bocca del Padre gener la Parola pura (Sai 32,6, con lo Spirito,
l'Alito divino della Bocca del Padre). Questa Parola appare per la
59

CELEBRARE CRISTO NELLA SUA PAROLA

seconda volta, nata dai santi. Generando perennemente i santi, Essa


stessa coestensivamente generata di nuovo dai santi (S. IPPOLITO DI
ROMA, Commentaire surDaniel 1,9, cit., p. 78).
Il tema ha un immenso sviluppo gi nella prima patristica. Con speciale insistenza in Clemente Alesandrino:
O meraviglia divina! Non ebbe latte solo questa Madre (la Chie sa), perch solo Lei non divent donna. Vergine Ella ed insieme
Madre, intatta come Vergine, amorevole come Madre, e chiamati i
bambini suoi, li allatta con il Latte santo, il Verbo adattatosi ai
bambini. Perci Ella non ebbe latte, poich il Latte era questo
Bambino bello e familiare, il Corpo di Cristo, nutrendo Ella del
Verbo il popolo giovane, che il Signore stesso partor nel dolore
della carne, e che il Signore stesso infasci di Sangue prezioso
(cfr. 1 Pt 1,19). O santi parti, o sante fasce! Il Verbo tutto per il
bambino, e Padre e Madre e Pedagogo e Nutritore: "Mangiate
parl la Carne mia, e bevete il Sangue mio" (Gv 6,53). Tali a
noi adatti Nutrimenti il Signore conduce per noi, e la Carne porge,
ed il Sangue versa: e nulla per la crescita manca ai bambini" (CLEMENTE ALESSANDRINO, Paidaggs 1,6,42,1-3, in SChr 70, Paris
1960, pp. 186 e 188).
E poco prima aveva splendidamente spiegato come dalla Madre attraverso la Parola del Padre nello Spirito Santo noi riceviamo la giovinezza eterna, che non conosce cio declino di decrepitezza:
E noi possediamo la mammella (othar) dell'et, essa stessa giovent senza vecchiaia, nella quale permanentemente noi stiamo al
culmine della nostra mente, sempre giovani e sempre miti e sempre
nuovi. Poich necessario che nuovi siano quanti ricevettero il Verbo Nuovo. Colui che partecipa all'eternit gode di essere assimilato
all'Incorruttibile, come per noi il titolo dell'et infantile primavera
dell'intero vivere, a causa del non invecchiamento della Verit che
sta in noi, e dalla Verit irrigato il nostro modo (di esistere). La Sapienza sempre giovane (Prov 8,22-36; Eccli 24,1-23), sempre secondo se stessa (Sap 7,7-21.22-30), e come tale sussistente, e mai
mutevole. "I loro bambini parla sulle spalle saranno portati, e
sulle ginocchia consolati: come uno che la madre consoler, cos
anche Io consoler voi" (Is 66,12-13). La Madre attira i bambini, e
noi cerchiamo la Madre, la Chiesa... Come i padri e le madri vedono con piacere... il bambino, cos anche il Padre di tutti accoglie
quanti si rifugiano in Lui. Rigeneratili con lo Spirito per farne i fi60

CAP. 2 - LA PAROLA DIVINA DIVINIZZANTE

gli suoi, li conosce come miti, ed ama solo questi, e li aiuta, e combatte per essi, e per questo li chiama (ciascuno) "figlio" (CLEMENTE
ALESSANDRINO, Paidaggs 1,5,20,3-21,2, in SChr 70, cit., pp. 146
e 148).
Questo invito a vivere per intero della Parola predicata dalla Chiesa,
nella Chiesa e come Chiesa, quale eco mirabile di tutto l'annuncio del
N.T., ribadito con forza contro i tempi difficili delle eresie della falsa
gnosi (tempi cos simili ai nostri, immersi nell'ondata impura e demoralizzante e demotivante delle ideologie moderne, tutte gnostiche, tutte
false) da S. Ireneo:
Noi abbiamo dimostrato la costante identit della predicazione della
Chiesa nel mondo intero, della dottrina che testimoniano i Profeti,
gli Apostoli e tutti i discepoli, attraverso gli inizi, la mta ed il fine,
attraverso l'intera Economia disposta da Dio; e che la quotidiana
realizzazione della nostra salvezza consiste nella nostra fede. Questa
dottrina ricevuta dalla Chiesa noi custodiamo nella fedelt. Ed essa,
quale prezioso liquore posto in un buon vaso, di continuo ringiovanisce ad opera dello Spirito di Dio, e fa ringiovanire il vaso in cui
sta. Essa il Dono di Dio affidato alla Chiesa, come l'Alito della Vita
inspirato nell'argilla che (Dio) aveva plasmata (Gen 2,7) e contiene il
Dono di Cristo, ossia lo Spirito Santo, la Caparra dell'incorruzione,
la Confermazione della nostra fede e la Scala per salire a Dio.
"Poich nella Chiesa Dio costitu Apostoli e Profeti e Dottori" (1
Cor 12,28), ed oper tutti gli effetti dello Spirito, ai quali non partecipano quanti non accorrono alla Chiesa, e che invece con la loro
dottrina errata e la pessima condotta della vita si privano da se stessi
della Vita. Dove sta la Chiesa, ivi sta lo Spirito di Dio, e dove sta lo
Spirito di Dio, ivi sta la Chiesa e tutta la Grazia. E lo Spirito la Verit. Perci quanti non Lo possiedono, non si nutrono dalle mammelle della madre per la vita, e nulla ricevono dal Fonte purissimo
che procede dal Corpo di Cristo (Gv 7,37-39; 19,30.34; Ap 22,1-3;
cf. Ez 47,2), bens "si scavano da soli cisterne screpolate" (Ger
2,13), e bevono dalla terra l'acqua inquinata di stereo, poich fuggono la Chiesa al fine di non essere convinti che errano, e respingono
lo Spirito al fine di non essere istruiti (S. IRENEO, Adversus haereses
3,24,1, in PG 7,966 A - 967 A).
Con tanti altri, questi tratti vanno insistentemente richiamati, in specie quando si debbono commentare i testi liturgici, che presentano molto
materiale analogo se non identico. Ma dovrebbero tornare anche ad essere dottrina comune nella predicazione, nella formazione mistagogica e
61

CELEBRARE CRISTO NELLA SUA PAROLA

nella pastorale, che siano fondate finalmente sulla Parola divina letta
nella Tradizione, e non su metodi privi di contenuti, come ancora si fa.
Tuttavia, ai diretti responsabili della "mistagogia", ossia "condurre
gli iniziati" nelle profondit vivificanti del Mistero trasformante, ai responsabili della predicazione della Parola salvifica, ed a quanti collaborano con essi nella pastorale concreta, va rivolto questo sommesso
ma fermo avvertimento. Se la Parola produce frutto copioso del 100 e
60 e 30 rispetto al seme che si deve seminare (cf. qui Mt 13,8.23), la
Parola medesima quale Seme divino cresce in noi e ci fa crescere unicamente se essa poi sempre donata agli altri fratelli che la attendono,
stabilendo dunque con essi la forma primordiale ed essenziale della
"comunione" che la Chiesa.
Se tuttavia il Tesoro resta egoisticamente, o inoperosamente in noi,
non solo noi stessi non cresciamo, ma non facciamo neppure crescere i
fratelli affidati a noi. E dalla mancata o manchevole o inesistente predicazione della Parola di Dio vengono le pi drammatiche responsabilit:
se ne deve rendere conto direttamente al Signore della Gloria, al Giudice
regale e divino. Colui che parla cos adesso come allora: "Io avevo
fame e sete della Parola. E voi non mi saziaste n mi dissetaste
della Parola!" (cf. Mt 25,42).
NOTA SULLA PAROLA CIBO
La Santa Scrittura proviene dalla Vita divina stessa come dalla Fonte
di infinita e inesauribile supereffluenza, e vuole portare gli uomini a
vivere la Pienezza divinizzante. La condizione accettare il Signore
Ges Cristo che lo Spirito del Padre rende presente con la sua Parola,
vera indicibile Parousia permanente se accettata.
1. Parola Cibo, realt decisiva
"Nulla era senza simbolo presso Dio" (S. Ireneo). Della Vita divina i
simboli efficaci sono diversi, ciascuno con la sua dinamica: la Luce, la
Sapienza, lo Spirito, il Fuoco, l'Acqua, il Sangue, il Cibo, la Parola.
La Parola-Cibo, sotto il simbolo del "pane", della carne, dell'acqua
e del vino, del miele, occupa un grande spazio. Resta poi una trattazione preponderante presso i Padri della Chiesa, per diversi aspetti pi importante perfino di quella sui divini vivificanti Misteri, ma in connessione funzionale strettissima con questi.
Il "cibo" sotto le sue varie forme accennate sopra, indica la necessit
vitale primaria: il nutrimento e la sua assimilazione. In specie, la Parola-Cibo indica la comunione assimilante, dove il fedele in un certo sen62

CAP. 2 - NOTA SULLA PAROLA CIBO

so con l'"ascolto-manducazione" ovviamente resta se stesso, e tuttavia


consumato, perfezionato, diventa quanto assume.
Il punto di orientamento generale qui potrebbe essere il lgion difficile di Le 8,21. H Signore Ges proclama infatti che chi ascolta e pone
in pratica il suo lgos, la Parola, diventa addirittura "madre sua e fratelli
suoi", e questo in un senso non secondario ed accomodatizio, ma primario e reale (vedi sopra).
Il tema della Parola Cibo visto da vicino traversa l'intera Santa
Scrittura, dall'A.T. al N.T., dalla Genesi ali''Apocalisse.
Esso si pone al centro stesso della Vita del Signore nostro tra gli uomini da redimere e santificare e divinizzare. Infatti Egli dichiara, in
modo misterioso per quanti lo ascoltarono senza comprenderlo per allora: "Mio Cibo che Io faccia la Volont dell'Inviante Me (il Padre), e
che compia l'Opera di Lui" (Gv 3,34). Il suo Nutrimento divino
quanto ascolt e vide presso il Padre suo.
Qui di seguito si passer in rassegna questo tema, nei testi pi indicativi.
2. L'A.T.
Il tema qui fittamente presentato nei diversi contesti letterali e teologici.
a) Libri storici
II testo guida qui va letto a partire dalla drastica risposta del Signore, tentato vanamente da satana nel deserto (cf. Mt 4,1-11; Le 4,1-13).
Ora, la prima delle tre tentazioni il suggerimento subdolo di trasformare le pietre in pane, con un gesto miracolistico che si esaurirebbe in
se stesso: Ges dopo 40 giorni, come Mos, avendo digiunato contemplando il Disegno del Padre su Lui e su noi, ha fame, farebbe un miracolo facile e soddisferebbe il suo appetito {Mt 4,3; Le 4,3). Ma il Signore vede la malizia assoluta della tentazione. Se facesse il miracolo
adesso, poi potrebbe donare i discepoli, alle folle, solo il pane materiale, non quello epiosios, il solo primo vero frutto della divina Carit, che insieme il pane del corpo, ma insieme il Pane della Parola
ed il Pane del Mistero sacrificale del suo Corpo, che proviene solo
dalla Croce, dalla Resurrezione, dal Dono inconsumabile dello Spirito
Santo.
Cos la risposta tagliente di Mt 4,4; Le 4,4, elimina anche l'insinuazione del dubbio: "Se sei Figlio di Dio...", che va contro la Parola divina della Teofania del Giordano. La risposta va riletta nel contesto, che
il cap. 8 del Deuteronomio. Qui il Signore ammonisce Israele che non
deve confidare affatto nella sua ischys, la forza, nel krtos ts cheirs,
63

CELEBRARE CRISTO NELLA SUA PAROLA

nella forza della mano, nel poiin, il "fare" la sua dynamis, la potenza
superba ed autonoma (Dt 8,17). Israele deve arrendersi al suo Signore.
Deve stare alla sua sola disposizione provvidente, tenere la sua fede e
manifestare la sua fiducia in Lui, solo in Lui. Ecco l'esordio di questo
grande, irreperibile capitolo 8:
1. Tutti i precetti che Io vi precetto oggi,
custoditeli per attuarli
affinch viviate e vi moltiplichiate
ed entriate e possediate la terra
che il Signore Dio vostro giur ai Padri vostri.
2. E ti ricorderai dell'intera via
per cui ti guid il Signore Dio tuo nel deserto per
affliggerti e per tentarti, e cos Egli conoscesse
quanto avevi nel cuore tuo, se custodivi i precetti di
Lui, o no.
3. E poi ti afflisse e ti sfin di fame,
e ti nutr con la manna
che non conobbero i Padri tuoi,
al fine che ti annunciasse che:
non di pane solo vivr l'uomo,
bens di ogni Parola procedente dalla Bocca di Dio
vivr l'uomo.
La sequela deserto, afflizione, tentazione, manna, Parola dalla Divina Bocca singolare e determinante. La manna cibo, ed anche simbolo della divina Parola che dona la vita. Ora, occorre notare due fatti:
a) cibo biblicamente si dice in genere "pane", che significa anche car
ne, termine che si trover ancora; b) secondo gli studi pi recenti, il
"pane" che si chiede con il Padre nostro va comunque connesso con la
"manna", simbolo comprensivo della vita davanti al Signore, della di
pendenza stretta da Lui per avere la vita, e dello strumento epiosios,
ossia che "giorno dopo giorno" porta alla Vita eterna; e) perci la divi
na Manna la Parola e la Carne-Corpo del Mistero sacrificale.
In sostanza, satana chiede a Ges di scavalcare, per cos dire, l'Economia divina della Parola e del Sacrificio.
Non per caso le tre tentazioni nel deserto si ripetono sotto la Croce,
nell'identica finalit.
b) Libri profetici
II Deuteronomio esercit un influsso decisivo sui Profeti (e reciprocamente, almeno per alcuni di questi). Il tema della Parola Cibo emerge
64

CAP. 2 - NOTA SULLA PAROLA CIBO

gi nei primi Profeti "scrittori", quelli del sec. 8 a.C. In un ordine cronologico presuntivo si presenta questo materiale principale.
8,11-12
In un oracolo che grida la "rabbia profetica" contro gli oppressori
dei poveri, il Profeta inserisce una condanna, con la solita formula iniziale: "Ido, Ecco", che indica l'intervento divino prodigioso (e come
tale va sempre segnalato):
Ecco, giorni vengono parla il Signore! ,
ed Io invier fame sulla terra,
non fame di pane, n sete d'acqua,
bens fame di ascoltare la Parola (lgos) del Signore!
E si sconvolgeranno le acque fino al mare,
e dal settentrione all'oriente essi correranno
cercando la Parola (lgos) del Signore,
e non la troveranno.
"Giorni vengono" il preannuncio di tempi decisivi, ultimi, nei quali
il Signore si manifester con la tremenda punizione per chi ebbe la
permanente possibilit di ascoltare e praticare la sua Parola vivente, ma
non vi si dispose, e perse l'occasione di obbedire ai Profeti del Signore:
"Se non ascoltano Mos ed i Profeti, non crederanno neppure se uno
resuscitasse dai morti!" (Le 16,31). Il "troppo tardi" una realt per il
popolo di Dio, da temere.
-Ger 15,16
La situazione del Profeta grave. A causa della sua divina missione
egli investito e travolto da nemici spietati che lo assediano (15,1521). Il solo testo ebraico narra questo evento nella vita tribolata di Geremia:
Furono trovate le Parole tue, *
10 le mangiai,
allora fu la Parola tua per me gioia ed
esultanza nel cuore mio, poich fu
invocato il Nome tuo su me, Signore Dio
dei turni adoranti (sb 't).
11 Profeta fedele ha dunque come Cibo sostanziale la realt prima ed
ultima della sua esistenza, la Parola divina che nutre, procurando la
gioia unica, quella che unica vale.
65

CELEBRARE CRISTO NELLA SUA PAROLA

-Ez 2,8 -3,4


Discepolo spirituale di Geremia, il profeta Ezechiele investito della
medesima missione al popolo ribelle. Dopo la "visione della Gloria"
divina trasportata dal carro dei Cherubini (cap. 1), egli adesso riceve la
"visione del rotolo" della Parola divina, il quale contiene e conferisce
la missione e l'investitura per il Profeta. Il simbolismo del testo che segue, come del resto in tutto il libro, semplicemente straordinario:
E tu, figlio dell'uomo, ascolta il Parlante a te,
non essere esacerbato come la casa (d'Israele) esacerbata.
Apri la bocca tua, e mangia quanto Io dono a te.
Ed io guardai, ed ecco la Mano tesa a me,
ed in essa il rotolo di un libro.
Ed essa lo svolse davanti a me,
ed in esso stava scritto dietro e davanti,
e stavano scritti in esso lamenti e nenie funebri e guai.
Ed Egli parl a me:
Figlio dell'uomo, mangia questo rotolo,
poi va, e parla ai figli d'Israele.
Ed apr la mia bocca, e mi cib con il rotolo.
Ed Egli parl a me:
Figlio dell'uomo, la bocca tua mangia,
ed il ventro tuo sar riempito di questo rotolo,
che donato a te.
Ed io mangiai,
ed esso fu nella bocca mia come miele dolcificante.
Ed Egli parl a me:
Figlio dell'uomo, procedi, entra alla casa d'Israele,
e parla le Parole (lgoi) mie ad essi...
Il testo esemplare: anzitutto il predicatore deve nutrirsi della Parola
divina, che sar per lui nutrimento dolcissimo, da assimilare come
sua stessa sostanza. Solo allora potr parlare al popolo di Dio.
-7* 55,1-11
II Deutero Isaia (Is 40,1 - 55,13) si chiude con la promessa dell'alleanza eterna, donata con amore, e tuttavia condizionata sempre dall'ascolto e dall'attuazione della divina Parola nell'esistenza del popolo.
La divina Parola qui assume ancora una volta la forma altamente simbolica, significante, del cibo e della bevanda donati:
Voi assetati, andate all'acqua,
e quanti non possedete denaro, procedete,
66

CAP. 2 - NOTA SULLA PAROLA CIBO

comprate e bevete senza denaro


n prezzo di vino e di cibo pingue.
Perch spendere denaro ed il vostro sforzo (di lavoro)
non per la saziet?
Ascoltate Me, e mangerete buoni prodotti,
e gioir di buoni prodotti l'anima vostra!
Porgete i vostri orecchi e seguite le Vie mie,
ascoltate Me,
e vivr di buoni prodotti l'anima vostra!
Allora Io stabilir per voi l'alleanza eterna,
realt sante di David, e fedeli...
Cercate Dio, e trovandolo, invocatelo,
poich Egli si avviciner a voi...
Non sono di fatto i Consigli miei come i consigli vostri,
n come le vie vostre le Vie mie
parla il Signore! .
Ma come dista il cielo dalla terra,
cos dista la Via mia dalle vie vostre,
ed i Pensieri miei dalle menti vostre.
Come infatti se viene gi la pioggia o neve dal cielo
e non torna finch non inebrii la terra,
e questa partorisce e germina,
e dona seme al seminatore e pane per il cibo,
cos sar la Parola (rhma) mia,
quella che esce dalla Bocca mia:
essa non ritorner,
se non adempie quanto Io volli,
ed Io far ben procedere le vie tue
edi Precetti miei!
E un testo assoluto, che richiama all'Assoluto del Signore, nel quale
solo consiste l'esistenza redenta e santificata dei fedeli.
e) Libri sapienziali
Anche qui si procede secondo una cronologia presuntiva, che si indica senza turbare la sequenza dei testi.
-Prov 9,1-6
indetto il celebre "convito della Sapienza" divina, che spesso ricorre nella Liturgia delle Ore sante, in specie con applicazione mariologica. Il testo viene alla fine di una "collezione" di proverbi ritenuta pi
recente (cap. 1-9), tanto pi preziosa perci in quanto tiene conto di
67

CELEBRARE CRISTO NELLA SUA PAROLA

esperienze gi vissute, ed anche letterariamente si colloca in modo opportuno come un culmine mirato. introdotta a parlare la divina Sapienza stessa, che prepara il Cibo del suo insegnamento vivificante:
La Sapienza costru per se stessa la casa,
e vi stabil sette colonne,
macell le sue proprie vittime,
mesc nel cratere il suo proprio vino
e prepar la sua propria tavola (trpeza).
Invi i suoi proprii servi,
convitando con altissimi annunci al cratere,
parlando:
Chi stolto, si diriga a Me!
Ed a chi manca di comprensione, parl:
Venite, mangiate (phgete) i miei proprii pani,
e bevete (piete) il vino che Io mescei per voi!
Lasciate la stoltezza, e vivrete,
e cercate l'intelligenza affinch viviate,
e rendete retta con la conoscenza la comprensione!
Il Signore Ges, indicibile Sapienza divina preeterna, realizza questo Convito, invia i discepoli e chiama al Cibo superno. Si notino la Tavola, la Carne sacrificale, il Vino, il Pane, il "Venite, mangiate e bevete"
della Cena del Signore. E il "vivere" che ne deriva, come torna poi
nella teologia del "discorso eucaristico" di Gv 6,22-69. Il grande tema
qui : l'Insegnamento sapienziale divino Cibo vivificante, la conoscenza della divina Dottrina la Vita divina stessa.
- Prov 16,24
L'antica collezione dei "proverbi di Salomone" (10,1 - 22,16; non
senza reminiscenze della "sapienza" orientale, come quella egiziana)
contiene preziosi insegnamenti sulla Parola. Qui se ne riporta uno:
Favi di miele le parole (lgoi) buone, e le
loro dolcezze sono cura dell'anima.
Si tratta bens di "parole" di uomini, e per parole di "sapienza", che
perci provengono dall'Alto, e non solo "nutrono", ma sono cibo che
sostiene l'anima.
-Prov 22,17-19
II testo sta nella prima delle due collezioni delle "Parole dei sapienti" (22,17 - 24,22, e 24,23-34), ed offre altre gemme preziose:
68

CAP. 2 - NOTA SULLA PAROLA CIBO

Alle parole (lgoi) dei sapienti, tu presta il tuo orecchio,


ed ascolta la mia parola (lgos),
il tuo cuore applica(vi),
affinch tu conosca che sono buone (come cibo),
e se le sistemi nel tuo cuore,
ti allieteranno insieme sulle tue labbra,
affinch di te stia nel Signore la speranza,
ed Egli ti far conoscere le sue Vie.
Prov 24,13-14 Ritorna il simbolismo della Parola come Cibo
di miele:
Mangia il miele, figlio,
buono infatti il favo,
affinch sia resa dolce la tua gola:
cos sentirai (aisthnomai) la Sapienza con la tua anima.
Se infatti (La) troverai, sar buona la tua sorte,
e la speranza non ti abbandoner.
L'insegnamento della divina Sapienza nutre come cibo soave, e produce frutti copiosi di favore, e la speranza che sorregge l'esistenza.
-Eccli 15,1-3
L'invito pressante dirige verso la divina Sapienza:
II timorato del Signore operer questo,
e chi possiede la Legge, La (Sapienza) posseder (in Sposa).
Ella gli si far incontro quale Madre,
e quale Sposa di verginit lo accoglier (nuzialmente):
10 nutrir con il pane della comprensione,
e l'acqua della Sapienza lo disseter.
11 Cibo divino viene allora dalla costanza nuziale, dalla vita ormai
familiare con la Sapienza insieme Madre generante e Sposa di amore,
dalla quale deriva l'intera esistenza santificata per il popolo.
- Eccli 23,37
Qui il testo pi antico proviene dalla Vulgata latina:
Sperimenteranno i derelitti
che nulla meglio del timore di Dio,
e nulla (cibo) pi dolce
che contemplare i precetti del Signore.
69

CELEBRARE CRISTO NELLA SUA PAROLA

I "derelitti" sono i piccoli del Regno, i poveri di Dio, quelli che si


attendono tutto solo dal loro Signore.
- Eccli 24,23-30
Anche qui il testo pi attendibile della Vulgata latina (nei LXX, cf.
vv. 17-22):
Io (la Sapienza) quale Vite, feci germogliare la Grazia,
ed i fiori miei (produssero) frutto di Gloria e di ricchezza.
Accostatevi a Me, quanti Mi desiderate,
e dai miei prodotti riempitevi.
Io, la Madre del Buon Amore,
e del timore e della conoscenza e della santa speranza.
In Me la Grazia di ogni via e verit,
in Me ogni speranza di vita e di forza.
Venite a Me, voi tutti che Mi desiderate,
e dai miei prodotti riempitevi.
Poich lo Spirito mio pi dolce del miele,
e l'Eredit mia pi del miele e del favo.
L'anamnesi di Me, nelle generazioni dei secoli.
Quanti mangiano Me, ancora hanno fame,
e quanti bevono Me, ancora hanno sete.
Quanti ascoltano Me, non saranno confusi,
e quanti opereranno con Me, non peccheranno...
appena qui il caso di accennare qui alle fitte reminiscenze al N.T.,
a Cristo Signore, all'invito a "fare anamnesi" di Lui, mangiando e bevento di Lui nella Cena, alla Vita che da Lui si riceve ma a partire
dall'ascolto della sua Parola vivificante, la Dottrina della Vita, la "Grazia su Grazia".
-Sap 16,26
II libro della Sapienza di Salomone tardivo (intorno al 50-30 a.C,
secondo alcuni critici), e, va ripetuto, come tale tanto pi prezioso in
quanto la "rilettura" dell'intero A.T. Il contesto la rievocazione teo
logica e spirituale degli eventi dell'esodo dall'Egitto. Al v. 12 presen
tata la Parola divina che fu medicina salutare per i morsi dei serpenti
(cf. Num 21,4-9). Al v. 20 comincia un tratto suggestivo: la manna fu
"cibo degli Angeli", "pane dal cielo gi preparato"; era la dolcezza
stessa del Signore (v. 21), che nutriva i giusti che obbediscono al loro
Signore (v. 22): la Benevolenza del Signore infatti tale che "tutto nu
tre" in specie quelli che pregano (v. 25):
70

CAP. 2 - NOTA SULLA PAROLA CIBO

... affinch conoscessero i figli tuoi,


che Tu amasti, Signore,
che non le germinazioni dei frutti alimentano gli uomini,
bens la Parola tua,
che conserva quelli che credettero in Te.
d) Salmi
Oltre i numerosi testi che parlano della dolcezza del Cibo che i fedeli ricevono rifugiandosi nel santuario divino (vedi poi la Domenii iadi Luca), l^Salterio insiste suITatto del Signore che nutre 1 pveri e li sazia (Sai 21,27), ma cos opera anche con gli opulenti della
terra (21,30), perci convcrtiti. Anzi, il Signore il magnifico So vrano che nutre anche gli animali della terra (Sai 103,14ab), ed in
specie tutti gli uomini con pane e vino, donando l'olio dell'esultanza
(103,14c-15).
Il Salmista per conosce il tema squisito del Cibo dei cibi, la divina
Parola.
-Sa/18,10b-ll
il secondo "Inno di lode" del Salterio. Letterariamente, esso stato composto con due poemi: i vv. 2-7, che sono la lode al Signore, tributatagli come Creatore universale gi dalle stesse "opere delle Mani"
di Lui, ossia dalla mirabile creazione; questa da sola il "linguaggio"
che traversa tempo e spazio, ed investe con il suo risaltante splendore
tutti gli uomini della terra; i vv. 8-15 sono poi un "elogio della Parola".
Essa qui riceve molti appellativi: nmos, Legge; martyria, testimonianza; dikaimata, giustificazioni; entol, precetto; phbos, timore (del Signore); krmata, giudizi. L'Orante descrive successivamente gli effetti:
la Parola preziosa, va custodita, procura molta ricompensa, purificante, proteggente. In cambio, l'Orante al v. 15, concludendo, chiede
al Signore che gli siano graditi le parole ed i pensieri suoi. Qui interessano i vv. 10b-ll:
I giudizi del Signore sono fedeli, giustificati con ci stesso: pi
desiderabili dell'oro e di pietra molto preziosa, e pi dolci del
miele e del favo.
La Parola divina perci il bene pi desiderabile prezioso, ed il
Cibo tra tutti il pi soave per i fedeli.
-Sai 118,103
Con i suoi 176 versetti, questo il Salmo pi esteso del Salterio, e
costituisce un poema favoloso. Fu molto amato dai Padri, per la ricchezza del suo contenuto offerto alla meditazione; in genere deprezzato,
71

CELEBRARE CRISTO NELLA SUA PAROLA

invece, dalla critica moderna, con varie motivazioni, sia perch vi vede
in atto un ipotetico "procedimento antologico" (ossia: una tardiva raccolta di spunti promiscui, che formano una specie di mosaico poco originale), sia perch la ripetizione, con variazioni senza fine che ha per
oggetto la Parola divina, ritenuta incolore e noiosa, sia perch per alcuni vi sarebbe una sopravvalutazione della Parola, che sarebbe prospettata gi come quasi-ipostatica quale Legge (come poi sarebbe per gli
Ebrei fino ad oggi, la Trh eterna). In realt, il Salmista usando abilmente le 22 lettere dell'alfabeto ebraico, vuole esprimere circa questo:
Signore, la mia parola del tutto limitata ed insufficiente. Io non so
troppo parlare. Tuttavia oso farlo davanti a Te, ripresentandoti le infinite
ricchezze della "tua" Parola, nel segno simbolico delle infinite virtualit dell'alfabeto. Ogni lettera occupa una "stanza" di 8 versetti, in cui le
risonanze della Parola ricevono diverse definizioni: nmos, Legge;
martyna, testimonianza; hods, via; entol, precetto; dikdima, giustificazione; krimata, giudizi; lgos, parola; lgion, parlare, con i loro plurali
e con i loro composti (ad esempio, hods tn martyrin, via (= comportamento) delle testimonianze (divine)). Il Salmista lavora su diversi
registri: l'opera divina; l'efficacia della Parola divina; il comportamento
recettivo del Salmista di fronte a tanti doni divini che riceve; il comportamento malvagio di chi invece disprezza e rifiuta la Parola divina. Al v.
103 l'Orante riconosce ed afferma:
Come dolci alla mia gola le Parole (lgia) tue,
pi del miele e del favo per la mia bocca!
Questo Cibo diuturno, quotidiano, nutre e ristora e delizia l'Orante, che lo riceve e lo contempla lungo la sua esistenza santificata.
3.IlN.T.
La linea del N.T. in questo tema, che grande realt, consiste nel ritenere il contenuto dell'A.T., nel proseguirlo, ed insieme nell'approfondirlo, esplicitandolo fino alle conseguenze ultime: la Parola divina
Cibo anzitutto per il Signore Ges, come gi premesso, e quindi da Lui
per tutti i suoi fedeli discepoli.
a) Parola Cibo del Signore Ges
Come si anticip sopra, si pu assumere come partenza il testo citato di Gv 4,34: Cibo del Signore fare la Volont del Padre che Lo invi
nel mondo degli uomini, in modo da adempiere l'Opera secondo il Disegno paterno. A questo tratto immane vanno riportate le ripetute affermazioni del Signore, che quel Cibo-Volont-Disegno-Opera del Padre
72

CAP. 2 - NOTA SULLA PAROLA CIBO

per Lui, Egli dal Padre vide e presso il Padre ascolt. Cf. qui testi come
Gv 5,30; 6,38; 14,31, etc.
Capitale qui la dura opposizione alla tentazione miracolistica di
satana nel deserto, come sopra prospettato. Rilanciando e sancendo per
sempre il testo fondante il Dt 8,3, il Signore si comporta cos:
Egli per rispose:
stato scritto (da Dio):
Non di pane solo vivr l'uomo,
bens di ogni Parola (rhma)
che procede dalla Bocca di Dio.
cos presentato lo statuto immutabile per ogni uomo che voglia, il
quale "vivr" solo del Pane della Parola divina, da raccogliere preziosamente dalla Fonte inesauribile, la Bocca stessa del Signore, simbolo plastico della sua Persona e della sua presenza personale. Cf. Mt 4,4; Le 4,4.
b) Cristo Verbo Dio, Cibo donato dal Padre
II N.T. conserva tale insegnamento, in specie per Giovanni, fedele
alle parole del Signore. Il tratto concentrato nel cap. 6, che per i vv.
22-59 si usa chiamare genericamente "discorso eucaristico". Pi propriamente per si dovrebbe chiamare "discorso sul Pane duplice, della
Parola e della Carne e Sangue del Signore".
Al v. 27 viene l'affermazione capitale: Cristo Signore che parla il
Cibo della Vita eterna, donato dal Padre, ma con il Sigillo divino e definitivo dello Spirito Santo, che ne "segna" l'unicit. Il testo ha anche
una discreta allusione a Is 55,2 (vedi sopra).
Al v. 29 il Signore prescrive che si deve credere a Lui che parla,
quale unico Inviato dal Padre, perci unico divino Profeta di Dio.
Al v. 32 Egli afferma che solo Dio dona questo Pane vivente disceso
anche di sua iniziativa, come "Angelo del Grande Consiglio" di Is
9,6 (LXX) dal cielo, da parte del Padre, quale suo Verbo vivente.
Anche qui il rimando ad Is 55,6-11.
Al v. 33 questo Pane caratterizzato cos: esso dona la Vita divina al
mondo, se accettato. Poi nei vv. 48.50.5la, la medesima affermazione
vale anche per il Cibo della Carne e del Sangue del Signore.
Al v. 35 il Signore afferma di nuovo, in modo circolare ed avvolgente, di essere il Pane della Vita, al quale si deve "andare" per ascoltarlo, e il quale si deve "credere" per nutrirsene.
Al v. 40 viene l'altra affermazione capitale: il Padre stesso vuole ed
esige che il Figlio sia conosciuto e creduto per quanto parla. Cos dalla
sua Resurrezione doner la Vita.
73

CELEBRARE CRISTO NELLA SUA PAROLA

II v. 45 centrale: "I Profeti", ossia in genere l'A.T., affermano: "saranno tutti insegnati da Dio" con la Parola. La citazione complessa.
Per s alla lettera Is 54,13, testo che a sua volta ha una lunga storia
precedente e seguente. Il Deutero Isaia (circa 550 a.C, data presuntiva)
qui ripete la parola del suo grande ed antico maestro spirituale, Geremia. Questi nel contesto dell'"alleanza nuova", espressione che viene
per la prima volta nell'A.T. {Ger 31,31-34), riporta i "segni" supremi di
questo evento ultimo, che sono due:
1) allora solo il Signore sar il divino Maestro di tutti (v. 34a);
2) Egli si dimenticher (= annuller) i peccati (v. 34b).
Nel N.T. Ger 31,31-34 citato in Ebr 8,10-11. Ma Giovanni insiste.
In 1 Gv 2,20 ricorda alle sue comunit che i fedeli ricevono "l'Unzione" divina, che lo Spirito Santo, la Sapienza divina, l'unico Docente.
Il quale resta in essi, s che non abbiano pi necessit di "altri" maestri
umani, come viene in 1 Gv 2,27.
Da parte sua, Paolo riprende il tratto diverse volte, come quando ricorda il rispetto che ha per la fede che i suoi fedeli ricevettero dal Signore una volta per sempre (cf. 2 Cor 1,24; 2,5). Circa lo stesso ripete
l'Apostolo Pietro (1 Pt 5,3).
Ma il tratto viene dal Signore stesso, che anche in altro contesto ribadisce che unico divino Diddskalos, "il Maestro", e divino Kathgts,
"il Cattedratico", Lui, "il Kyrios", e nessun altro mai {Mt 23,8.10).
e) La Parola Cibo
Per il N.T., qui occorrerebbe tenere conto di altri gruppi di testi, ai
quali si pu solo rinviare per l'approfondimento.
Anzitutto il "Padre nostro", specialmente Mt 6,11 a; Le 11,3, nell'epiclesi per il "Pane", da interpretare (con i Padri) come il pane del corpo, il Pane della Parola, il Pane del Mistero celebrato.
Poi la prima di tutte le parabole, quella del Seminatore (cf. Me 4,13:
"Non comprendete questa parabola? E come allora comprenderete tutte
le altre?"), in questa consapevolezza: Parola-Seme, Parola-Pane buono;
cf. qui in specie Mt 13,1-23.
Viene anche la Parola come il "pane dei figli" che non va gettato ai
piccoli cani, nell'episodio della Cananea (vedi Domenica 17" 1
Matteo). E per la Cananea ottiene con la sua fede proprio quella Parola
onnipotente, che guarisce la sua povera figlia {Mt 15,21-28, e par.).
La riprova viene dalla parola stessa, la predicazione e dottrina dei
farisei e sadducei, che "cibo altro", "il lievito" non buono, del quale
non ci si deve nutrire {Mt 16,5-12, e par.).
74

CAP. 2 - NOTA SULLA PAROLA CIBO

Infine, uno splendido testo viene da Ap 10,8-11, che rimanda e riassume Ez 2,8 - 3,4 visto sopra, e dunque richiama anche tutti gli altri testi affini gi richiamati sulla Parola-Cibo soave, il "miele". Dopo la 6 a
tromba del Giudizio, l'Angelo del Signore che Cristo stesso ordina al veggente Giovanni di sigillare nel libro le visioni ricevute, finch il Mistero sia compiuto. Segue allora un'azione simbolica misterica. Una voce parla dal cielo a Giovanni:
... Va, prendi il Libro aperto dalle mani dell'Angelo
che sta in piedi sul mare e sulla terra.
Ed io mi accostai all'Angelo,
dicendogli di consegnarmi il Libro.
Ed Egli parla a me:
Prendi, e mangialo,
e ti amaregger il ventre,
ma nella bocca sar dolce come miele.
Ed io presi il Libro dalla mano dell'Angelo,
e lo mangiai,
ed esso era nella bocca mia dolce come miele,
e quando lo mangiai, amareggi il mio ventre.
E parlano a me:
Tu devi di nuovo profetizzare
su popoli e nazioni e lingue e re molti.
Si pu concludere con una considerazione di peso.
La divina Parola Cibo supersostanziale, e soave. Ed insieme il
Cibo pikrs, amaro ed amareggiante. Poich "il profeta" che chiamato
dal Signore ad annunciare la divina Parola, deve sapere bene che
questa non sar sempre accolta e "mangiata" per la Vita eterna. E perci segner tragicamente l'esistenza di "popoli... e re molti".
Ieri come oggi.
la precisa esperienza del Signore Ges. Dei suoi divini Apostoli
come Paolo. Dei missionari nei secoli. Dei predicatori dell'Evangelo,
anche in futuro.
Ma esperienza esaltante, che va vissuta fino in fondo. Fino alla Parola della Croce.
4. Un rinvio ai Padri
ovvio che qui non si possa dare conto dei testi sulla Parola-Cibo,
che in numero incalcolabile, impressionante, ricoprono alla lettera l'opera esegetica, omiletica e pastorale dei Padri teofori. Tali testi in gran
parte sono dimenticati, o disattesi da chi dovrebbe invece rilanciarli di
75

CELEBRARE CRISTO NELLA SUA PAROLA

continuo; le eccezioni qui sono rare, bench auree, in studiosi moderni,


che per non incidono sulla teologia e sulla spiritualit.
Forse siamo svantaggiati dallo squilibrio, venutosi ad imporre dal
medio evo, a vantaggio dei divini Misteri ma a svantaggio della Parola,
due forme indicibili dell'unico Cibo supersostanziale.
Ristabilire tale equilibrio, vorrebbe dire scandalizzare qualcuno, ma
non i fedeli, i semplici, che questo ascoltavano dai loro maestri e pastori, i Padri, ed oggi non pi, e forse lo vorrebbero.
In breve, i Padri sottolineavano incessantemente il primato logico e
temporale della divina Parola sui Misteri celebrati. Non dunque un primato per cos dire "quantitativo", che non esiste. Infatti i Padri insegnano rettamente che dalla Parola "questa parabola... tutte le altre...",
come detto qui sopra deriva ogni realt di Cristo e della Redenzione: l'ascolto, la conversione del cuore, la fede, la speranza, la carit,
l'idoneit ai Misteri celebrati a partire dal santo battesimo.
Si hanno cos due "manducazioni", per comunicare efficacemente,
effettivamente al triplice Corpo di Cristo: la Parola che si mangia, i Misteri dell'altare che si mangiano e si bevono, e la Chiesa Sposa. Tre forme della koinnia che lo Spirito Santo dona del Corpo di Cristo. Per,
la manducazione dei Misteri dell'altare vista come strumentale nel
senso che disposta divinamente, non in senso grossolano! per poter operare la manducazione della Parola, attraverso la quale compiutamente si percepiscono le Realt divine del Lgos, il Verbo Dio che in
essa parla e si rivela e viene e si comunica alla sua Sposa diletta.
Se questo pu sembrare esagerazione oltranzista, "spiritualista", ma
nel pensiero dei Padri non lo era, pu essere verificato dal semplice fatto constatabile, e su cui i pastori sono chiamati a riflettere: se la "comunione eucaristica", anche molto pia, non sia intesa piuttosto come dono
di grazia "antropologica", in un certo senso fine a se stessa, alla generica "santificazione" personale del fedele, e non come "violenta", totalizzante, trasformante salita all'unione nuziale consumante con Lui, il Signore nostro, lo Sposo d'amore.
Ma con tutte le sue Realt divine. Precisamente quelle portate solo
dalla Parola con cui dall'origine e per sempre vuole che Lo conosciamo
ed amiamo nel Padre con lo Spirito Santo. Questo intendevano esprimere i Padri.

76

CAP.3
LA SANTA SCRITTURA NELLA SANTA LITURGIA
II segno-simbolo che la santa Liturgia e resta il cuore della vita
della Chiesa. Al suo mirabile centro sta la maest della santa Trpeza,
l'Altare dell'Evangelo e dei Misteri, l'unica Mensa divina del Pane Vivente disceso dal cielo, la Sapienza e Verbo incarnato venuto a donare
lo Spirito Santo del Padre e suo, lo Spirito Vivificante, il Divinizzatore.
In specie, preso dall'Altare dove perennemente riposa nella venerazione, TE vangelo della Grazia acclamato, portato con solennit regale all'ambone, proclamato dopo le altre Scritture lette. Cos accolto dai fedeli che gli si fanno incontro. mistagogicamente spiegato
nell'omelia. celebrato come il Pane spezzato della Parola, vero Corpo di Cristo donato da gustare quale primo Cibo nutriente della Cena
mistica, quale Pregusto efficace dei divini vivificanti Misteri.
Santa Scrittura e Divini Misteri formano il contesto unitario ed unificante della "lettura liturgica" della Parola di Dio.
Essa la "lettura" primaria, che di continuo fonda la Comunit, dono vero della "profezia" apostolica.
la "lettura" per eccellenza della Parola divina.
la "lettura" pi frequente ed intensa che possa condurre la Chiesa.
la "lettura" normale della Parola divina da parte della Chiesa.
la Tradizione divina nel suo vero culmine, che prosegue efficacemente nella vita dei fedeli, iniziati a cos grandi Misteri.
Tutto il resto della vita della Chiesa la missione al mondo, le
opere evangeliche della carit le subordinato, da essa deriva, e rispetto ad essa in qualche aspetto anche secondario ed eventuale.
Questo Dono divino, infatti, proviene dal Padre mediante il Figlio
nello Spirito Santo, e nello Spirito Santo mediante il Figlio riporta al
Padre che tutti attende divina indicibile Parddosis, Tradizione,
realt prima ed ultima, realt suprema.
1. Tradizione: uno schema necessario
II termine Pardosis, Tradizione, va completato con il termine necessariamente connesso di Pardlpsis, Recezione. Essi sono gli anelli
della preziosa catena che Dio non interrompe mai; se vi sar interruzione dannosa, sar tutta e solo colpa degli uomini.
La catena Tradizione-Recezione parte da Dio Padre e porta a Dio
Padre. I suoi divini Operatori sono il Figlio e lo Spirito Santo.
Gli uomini ne sono i "portatori", a loro volta eletti quali "recettoritradenti" in ininterrotta successione, nello spazio-tempo della divina
salvezza, dair'Arche, il Principio, al Tlos, il Fine.
77

CELEBRARE CRISTO NELLA SUA PAROLA

La Tradizione la dinamica necessaria della divina Okonomia tra


gli uomini, che comprende 3 aspetti che tutto significano e tutto riassumono: A) il Padre; B) Cristo e lo Spirito con la Chiesa; C) il Padre.
Di questo si pu dare una descrizione grafica, che non ha la pretesa
di essere esauriente ma solo indicativa, con la sua dovuta spiegazione.

Realt trasmesse
PADRE

CRISTO

SPIRITO
SANTO

Divine

paralambn

Ricapitolazione

paradidmi

Spirito Santo
Evangelo - opere - culto

Vescovi

paralambn

Evangelo - interpretazione

paradidmi

Parathk, deposito
Diadoch, Successione
Unit, fedelt Dottrina,
disciplina

78

paradidmi

SPIRITO SANTO

REGNO
CRISTO

paradidmi:
PADRE

"Dio del tutto


in tutti"

CAP. 3 - LA SCRITTURA NELLA LITURGIA

II complesso schema chiede una spiegazione sommaria, che rinvia


alle realt della Rivelazione divina presa globalmente.
a) II Padre dona, didmi, il Tutto divino al Figlio ed allo Spirito Santo,
nell'indicibile Theologia. Ma il medesimo si versa nell'Oikonomia tra
gli uomini. la precisa insistente visuale giovannea, e sotto altra forma
anche paolina, di Ebrei, dei Sinottici, dell 'Apocalisse. Qui si compren
de anche la Preparazione, l'A.T.
b)II Figlio e lo Spirito Santo ricevono-accettano, lambn, il Tutto per
essi stessi, e poi per gli uomini. Il verbo lambn proprio qui di Gio
vanni, ma i Padri ne fanno un pilone fondamentale della loro riflessio
ne, e qui baster citare un testo singolare e sintomatico:
Quando quelli che festeggiavano la Pasqua con Lui stavano per
mangiare, Ges prese il Pane da parte del Padre, e rese grazie, lo
spezz e lo don ai discepoli suoi secondo quanto ciascuno poteva
riceverne. Lo don ad essi parlando: Accettate e mangiate. Con ci
mostrava che questo Pane che li nutriva era il suo proprio Corpo,
poich il Lgos stesso che ci indispensabile, sia adesso, sia dopo,
quando Egli sar pervenuto al compimento nel Regno di Dio (ORICENE, InMt. Ser. 86,inGCS 11, 198-199).
e) Cristo Signore Risorto, divino Ricapitolatore (cf. Efes 1,10), dona,
paradidmi, lo Spirito Santo alla sua Chiesa, agli Apostoli, i quali Lo
ricevono, paralambn. Si noti la particellapara- quando si tratta delle
realt degli uomini.
d)Lo Spirito Santo dunque l'Oggetto-Soggetto della Tradizione di
vina. In un certo senso Egli la Tradizione divina, nel suo indicibile
riceversi (lambn) dal Padre per donarsi per intero (didmi) agli uo
mini.
e)Dallo Spirito Santo comincia la Catena della Tradizione-Recezione
divina apostolica, nell'ininterrotto "trasmettere, paradidmi" a causa
dell'"avere ricevuto, paralambn".
f) I contenuti donati dallo Spirito Santo sono anzitutto la Parola divina
ispirata, con al centro l'Evangelo: vedi 1 Cor 15,3-8. Poi le opere della
carit ai fratelli: vedi Rom 5,5; 2 Cor 8-9. Al culmine, la celebrazione
dei Misteri: vedi 1 Cor 11,23-26.
g)Gli Apostoli nella Chiesa sono gli immediati "recettori", e dunque i
primi "tradenti" o trasmissori, poich annunciano l'Evangelo, operano
79

CELEBRARE CRISTO NELLA SUA PAROLA

le "opere del Regno" (vedi Pietro e Paolo negli Atti), e celebrano il Signore Risorto (cf. At 2,41-47; 20,7-11, di Domenica).
h) Gli Apostoli ai Vescovi, loro Successori legittimi, trasmettono (paradidmi) lo Spirito Santo, che i Vescovi ricevono (paralambno); e
con ci stesso affidano ad essi la divina Parathk, il Deposito della fede, in forza della cheirotonia, l'imposizione delle mani consacrante ed
abilitante (1 Tim 6,20; 2 Tim 1,12.14); qui il verbo fondamentale
phylss, custodire il Deposito quale Propriet divina dello Spirito
Santo, ed in forza dello Spirito Santo (2 Tim 1,14).
i) Lo Spirito Santo il Hodgs divino della Chiesa, e cos anche il Custode di essa, che assiste i Vescovi della Chiesa in tale ufficio apostolico
fondante.
1) I Vescovi in quanto Successori degli Apostoli per la medesima cheirotonia trasmettono lo Spirito Santo ad altri che saranno Vescovi come
loro, ai presbiteri e ai diaconi, e con questo trasmettono ad essi l'intera
realt fin qui presentata. Senza mai dimenticare che compito primario
dei Vescovi donare lo Spirito Santo all'intera Chiesa ad essi affidata.
m) Quando i Vescovi donano lo Spirito Santo alle Chiese, le vincolano
con ci stesso alla Tradizione-Recezione.
n) Lo Spirito Santo donante e donato ispira e suscita anche la necessaria Unit, la Fedelt delle Chiese. Egli il divino Custode e Garante
quale primario Testimone di Cristo: Gv 15,26, in quanto lo Spirito Santo procede dal Padre della Dottrina immacolata nei santi dogmi, e
della disciplina comunitaria nella carit, dove il "diritto" posto "affinch in tutto sia glorificato il Nome nella Triade santa del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo".
o) Cos avviene lungo le generazioni nei secoli contemplati dal Divino
Disegno.
p) In vista del Tlos, il Fine che la Fine: Cristo con lo Spirito Santo
il Regno di Dio (Mt 12,28; Le 11,20!), che contiene ormai le realt
umane recuperate dal "regno di satana" che deve scomparire. Cristo allora "riconsegna,paradidmi, il Regno al Padre": 1 Cor 15,24. Si noti
qui il verbo finale.
q) Da Lui, il Padre lo riceve, lambn, "al fine che Dio stia del tutto in
tutti": 1 Cor 15,28.
80

CAP. 3 - LA SCRITTURA NELLA LITURGIA

Schema vertiginoso e realt che tramortisce a pensarci. il complesso dei megalia to Theo, i mirabili fatti divini operati.
ovvio che negli uomini deve esistere la medesima Volont divina:
di ricevere - trasmettere - ricevere - trasmettere, e cos all'infinito, in
totale fedelt e volenterosit.
Ma ricevere-trasmettere anche soprattutto vivere, e vivendo accrescere: il Deposito, in s perfetto ed immutabile, si accresce come approfondimento generazione dopo generazione.
La Tradizione divina apostolica definisce la Chiesa. I Padri lo ripetono ad ogni passo, e la santa Liturgia, come si vedr, ne il luogo privilegiato.
2. Tradizione: una relazione completa
Se si estrapola senza dividere, se non concettualmente, dallo schema
qui presentato il rapporto che interessa, tra Chiesa, Scrittura e Liturgia,
seguono altre considerazioni fondamentali.
Ed anzitutto: la Tradizione divina apostolica la massima realt.
Essa abbraccia, comprende e da senso sia alla Chiesa, sia alla Scrittura, sia alla Liturgia. Non solo, ma determina anche la Liturgia in
quanto vissuto della Chiesa che interpreta la Scrittura, l, nel modo autentico e pi completo. La Tradizione mostra infatti una serie spesso
non avvertita di realt.
a) Infatti "Tradizione" sia la Chiesa, sia la Scrittura, sia la sua interpretazione affidata alla Chiesa, sia la Liturgia come luogo privilegiato
di tutto questo.
b) Ed anzitutto, la Tradizione una realt biblica molto evidente.
L'A.T. "una Tradizione", divina, ed ispirata dallo Spirito di Dio.
Gli Ebrei ne hanno una viva coscienza, in specie dopo il ritorno dall'esilio babilonese (sec. 6 a.C, e seguenti), quando debbono ricomporre
le assise del popolo di Dio, l'assemblea santa. Cos raccolgono accuratamente le antiche "tradizioni": la Trh, i Profeti anteriori (libri storici, da Giosu a 4 Re (= 2 Re), i Profeti posteriori (i libri sapienziali), e
compongono altre memorie storielle: 1-2 Cronache con le "genealogie"
d'Israele ("coscienza storica"!); fissano le memorie del presente (Esra,
Nehemia); via via raccolgono altre tradizioni: Ester, in greco Giuditta,
Tobia; il Cantico; alcuni Profeti. E proseguono con la storia fino a 1-2
Maccabei. Raccolgono altro materiale sapienziale (Ecclesiaste, Sapienza). E completano la serie dei Salmi. Infine, determinano la "lettura
della storia" in senso profetico e sapienziale con Daniele, maestro di
"teologia della storia" (sec. 2 a.C.?).
81

CELEBRARE CRISTO NELLA SUA PAROLA

II N.T. si pone alla sequela storica, profetica e sapienziale dell'A.T,


le sue "Sante Scritture", la "tradizione dei padri antichi" (cf. Ebr 11).
Anche il N.T., sia pure nella sua singolarit assoluta, "una Tradizione", divina ed ispirata dallo Spirito Santo. Ges ne ha una coscienza viva, vedi testi come Mt 5,17-20, con la finale: "la giustizia maggiore di
quella dei farisei", che dunque reale, essi precedono, debbono essere
superati.
Ma soprattutto quando all'inizio del sec. 2 la Chiesa post-apostolica raccoglie insieme religiosamente gli scritti apostolici, e li unisce come "Nuovo Testamento", con un atto sovrano ed inaudito, alle "Sante
Scritture" dell'"Antico Testamento", per formare l'unico contesto che
il "Libro dei Due Testamenti", la Tradizione mostra la sua potenza. E
fissa anche il "canone delle Scritture ispirate", con il criterio invariato
(che il medesimo degli Ebrei): sono ispirati e "canonici" solo gli
Scritti che si leggono nella sinassi eucaristica; anche se qui si ebbero
oscillazioni nelle Chiese locali almeno fino al sec. 6. Si fa cos luce
che le Tradizioni divine delle Sante Scritture suppongono la Tradizione
divina apostolica pi ampia e comprensiva.
e) La situazione che si chiarifica pu essere richiamata con uno schema:
PADRE
FIGLIO
SPIRITO SANTO

Scritture

Comunit

Interpretazione

II

III

Liturgia
SPIRITO SANTO

Lo schema per analogia valido anche per l'A.T, poich prima nell'esodo creato Israele (Es 14-15), al quale donata la Trh al Sinai
(Es 19-24), da cui viene il culto, mentre intercorre la necessaria interpretazione che spetta a Mos ed ai sacerdoti.
Lo Spirito Santo alla Pentecoste crea la Chiesa, che inaugura il culto
avendo le Sante Scritture (ancora l'A.T), ed interpretandole alla luce di
Cristo Risorto.
82

CAP. 3 - NOTA SULL'INTERPRETAZIONE DONO

Dunque lo Spirito Santo dona la Dote nuziale alla Chiesa, che sono
le Scritture dell'A.T., cui seguono gli scritti del N.T., unica indivisibile
Dote come il medesimo Spirito dona alla Chiesa il Verbo incarnato,
il suo Sposo.
Come terzo momento, lo Spirito Santo creatore e Ispiratore, dona alla Chiesa anche la necessaria interpretazione autentica delle Scritture,
ma secondo il metodo sovrano di Cristo Risorto.
NOTA SULL'INTERPRETAZIONE DONO
Le scienze umane moderne si sono esemplate in genere intorno al
concetto e metodo della "ricerca" dei dati, che porta alla loro "interpretazione". In fondo le stesse scienze "esatte" o dei fenomeni naturali
procedono alla ricerca dei dati secondo ipotesi da controllare, per pi
alte e profonde interpretazioni. Gli antichi gi conoscevano queste necessit del pensiero umano, e non per caso il vocabolario dell'"interpretazione", con al centro il termine "ermeneutica", viene da essi.
La Santa Scrittura apre i suoi significati attraverso la sua interpretazione, che offre cos la conoscenza delle realt della salvezza. Anche
qui, il Maestro insostituibile Cristo Signore, da cui imparano gli Apostoli sotto la guida dello Spirito Santo. E anche qui il metodo collaudato
la "lettura Omega", dall'Evento adempiuto risalire a conoscere la
totalit. I testi che parlano di questo sono numerosi.
A. - II N.T.
1. H Signore Ges
- ad Emmaus, il Risorto a partire da se stesso in quanto Risorto, "l'O
mega", rinvia alle Scritture, 1'A.T., "l'Alfa": Le 24,25-27 e 44-47;
- e cos rinvia "a Mos ed ai Profeti" (Le 24,25-27), ed "interpretava
(diermenu) tutte le Scritture su Lui" (v. 27); ed "a Mos ed ai Pro
feti ed ai Salmi", dove tutto adempiuto (plr) riguardo a Lui (v.
44). Si noti anche l'adempimento liturgico dei Salmi;
- ma ai due di Emmaus anche "apriva (dianig) le Scritture" (v. 32),
ed "apriva gli occhi (dianig) nello 'spezzare il Pane'" (vv. 31.35);
e con ci "incendiava i cuori" quando lungo la via "apriva (dianig)
le Scritture" (v. 35);
- la sera stessa nel cenacolo ai discepoli "apriva (dianig) la mente
per comprendere le Scritture" (v. 45);
- si noti qui il "cuore" = intelletto; la mente; gli occhi; le Scritture, og
getto dell'"interpretazione", dell'"apertura" del significato. Lo scopo,
la conoscenza sperimentale, profonda, di Lui Risorto.
83

CELEBRARE CRISTO NELLA SUA PAROLA

2. Paolo
- ad Antiochia, Luca riferisce che Dio (Padre) aveva "aperto (anig)
la porta della fede ai pagani" (At 14,27) per la mediazione apostolica;
- a Lidia, la prima a Filippi che accolga Paolo e Timoteo, "il Signore
apr (dianig) il cuore per contenere le realt parlate da Paolo" (At
16,14);
- ai Corinzi Paolo mostra come Dio gi nell'A.T. promette a quanti Lo
amano realt indicibili (1 Cor 2,9), rivelate mediante il suo Spirito (v.
10), l'unico che scruti (eraun) le Realt abissali di Dio (v. 11), l'u
nico che faccia conoscere (id) quanto Dio don (v. 12), che inse
gna (didsk) infallibilmente le Realt divine (v. 13). Per questo "noi
possediamo il nos (mente, intelligenza) di Cristo" (v. 16);
- ai Filippesi l'Apostolo raccomanda di pensare (phron) esattamente
come Cristo (FU 2,5);
- gi aveva spiegato che in realt i fedeli sono theodidaktoi, "insegnati
da Dio" (1 Tess 4,9);
- poich Cristo stesso a tutti i suoi fedeli dona la synesis, la comprensione profonda (2 Tim 2,7).
3. Giovanni
- Gv 1,18 la "carta dell'ermeneutica" biblica: del Dio Invisibile, il
Dio Monogenito ma incarnato (v. 14) l'unico Esegeta, donando il
suo Spirito (vedi dopo);
- Egli annuncia e spiega quanto vide ed ascolt dal Padre, e lo testimonia nella verit (Gv 3,32);
- perci afferma che secondo i Profeti (qui, Is 54,13) "tutti saranno insegnati da Dio" (Gv 6,54). Isaia rileggeva Ger 31,31-34 per la nuova
alleanza, testo poi citato da Ebr 8,10-11;
- nella Cena, il Signore promette 5 volte (simboliche) lo Spirito Santo.
Anzitutto come Spirito della Verit (14,16-17) da rivelare come spie
gazione della predicazione di Ges;
- poi come lo Spirito che insegna e fa fare anamnesi (liturgica!) del
l'annuncio di Ges (14,26);
- poi lo Spirito della Verit che testimonia Cristo (15,26);
- poi come Spirito che rivelando contesta il mondo del peccato (16,7ii);
- infine, quale Spirito della Verit che insegna la Verit interna, condu
ce ad essa, rivela l'avvenire, glorifica Cristo, ed annuncer quanto
del Padre e del Figlio (16,13-15);
- Ges nel contesto chiama "amici suoi" i discepoli (15,14), perch or
mai li ammise a conoscere quanto Egli conobbe in eterno dal Padre
(15,15);
- in 1 Gv 2,20 torna l'insegnamento dei discepoli, ricevuto direttamen84

CAP. 3 - NOTA SULL'INTERPRETAZIONE DONO

te dal Padre in forza deH'"Unzione del Santo", lo Spirito Santo, per


cui comprendono bene la Verit;
- per cui ormai non hanno necessit di insegnamento umano di "altri",
in quanto l'Unzione divina ha fatto "dimora" in essi, insegna ad essi
tutto, e nessuno pu insegnare ad essi fuori di questa Dottrina (1 Gv
2,27);
- la stessa Triade santa la suprema Testimone della Verit annunciata
da Cristo Signore (1 Gv 5,7);
- infatti ormai "il Figlio di Dio venne, e don a noi la mente (dianoia)
per comprendere il Veridico" nel quale consistiamo (cf. Le 24,45),
Egli che il Vero Dio e la Vita eterna (1 Gv 5,20; cf. Gv 1,1 e 14,6);
- venendo, il Figlio di Dio manifesta di possedere "la chiave di David"
che apre ogni realt (Ap 3,7);
- le Chiese debbono ascoltare quanto lo Spirito di Dio parla ad esse
(Ap2-3);
- e parla dopo che l'Agnello, il Servo sofferente Risorto (cf. Is 53,7-8),
ricevuto il Libro dal Padre, unico ebbe l'autorit di aprire, anig, il
Libro (Ap 5,1-7, con la liturgia cosmica eterna per Lui, vv. 8-14).
4. Pietro
- agli stessi Profeti dell'A.T., lo Spirito Santo "pretestimoniava" le sof
ferenze del Figlio di Dio (1 m, 10-ll);
- dalla santa Trasfigurazione (2 Pt 1,16-18) gli Apostoli mantengono
"confermata" la Parola profetica, prima Luce nelle tenebre finch sia
levata nel giorno pieno la Stella mattutina, Cristo Signore (v. 19),
nella consapevolezza che la Scrittura non tollera "interpretazione
(epilysis, scioglimento) personale" (v. 20): bens solo lo Spirito San
to, non la volont umana, mosse la Profezia, e cos guidati, gli uomi
ni santi dell'A.T. parlarono di Dio (v. 21).
B.-L'A.T.
Che la Parola di Dio e la sua interpretazione provengano ambedue e
rigorosamente solo da Dio stesso, dottrina normale gi dell'A.T.
uno dei tratti "sapienziali" pi rilevanti dell'A.T.: Mos il trasmettitore
della Legge divina, e ne il principale interprete.
I sacerdoti del'A.T. detengono la Trh, e ne amministrano l'"oracolo", ossia l'interpretazione applicativa. Il tratto insistito nei libri sapienziali. Di seguito si riporta solo qualche testo indicativo e significante, oltre quelli citati sopra per Gv 6,45.
- "Ma lo Spirito sta nei mortali, e per il Soffio dell'Onnipotente
Maestro (didskT (Giob 32,8);
- al faraone, Giuseppe da l'interpretazione dei sogni (Gen 41,16), ma
85

CELEBRARE CRISTO NELLA SUA PAROLA

in realt perch in lui parla Dio (ivi), essendo egli ripieno dello Spirito
di Dio, Sapienza infinita (v. 38);
- in analogia, Daniele a Nubucodonosor rivela sia il sogno, sia la sua
interpretazione (aramaico pisr ', cf. ebraico pser), ma dopo l'epi
clesi "sapienziale" (Dan 2,18); cos avviene la rivelazione (v. 19), da
Dio che possiede Sapienza e Potenza (v. 20), al quale si innalza l'in
no di lode e d'azione di grazie perch rivela e spiega secondo la pre
ghiera (vv. 21-23). Egli solo capace di questo (vv. 28-30), Egli solo
fa conoscere la realt (v. 47);
- 1'"epiclesi sapienziale", ossia per ottenere la conoscenza della Pa
rola divina, il suo senso profondo, nota costante dell'A.T. e del
N.T. Qui si pu rimandare solo alla contemplazione del Sai 118,
"Salmo didattico sapienziale", che evoca questo tratto ai vv.
12.18.26.27.33. 34.64.68.73.102.104.108.124.125 (in specie)
.130.135.144.169.
Per interpretare le Sante Scritture occorre molto pregare per ottenere
lo Spirito Santo, il medesimo che le ispir, e senza il quale quei libri
sarebbero solo lettura umana.
d) L'interpretazione delle Scritture avviene sotto diverse forme conver
genti: l'annuncio kerygmatico comporta la necessaria dottrina cateche
tica preparatoria all'iniziazione battesimale; e la continua mistagogia ai
battezzati; e la formazione dottrinale e spirituale. Il culmine l'omelia
mistagogica celebrativa.
e) Vi sono altre forme necessarie, come le "definizioni" dottrinali che
pongono separazioni nette del dogma immacolato, al di l delle quali
viene meno la verit e la fede retta; si tratta in genere di forme negative
(vedi i 4 avverbi negativi di Calcedonia), mentre la parte positiva deve
essere insegnata dai Vescovi (con l'eventuale aiuto non vincolante dei
teologi).
Da queste note rapide ma essenziali appare che gi nell'A.T. la
Scrittura dunque vincolata essenzialmente ed irrevocabilmente alla
Comunit a cui affidata, ed insieme alla Liturgia della Comunit. Non
solo, a vedere bene la storia, la stessa Liturgia della Comunit postula e
sollecita la composizione e la raccolta delle Scritture, ad esempio, le
memorie permanenti dell'esodo come fatto fondante; ed insieme, la
composizione e la raccolta del meraviglioso accompagnamento orante
della lettura del Testo sacro che sono i Salmi e gli altri inni. Il N.T. prosegue almeno in gran parte quest'uso celebrativo della sinagoga, e sono
composte e raccolte le "memorie degli Apostoli" da leggere nella sinassi comunitaria e che sono materia della didach ton Apostln, la
86

CAP. 3 - LA SCRITTURA NELLA LITURGIA

santa Dottrina degli Apostoli (At 2,42; e 1 Cor 14), non senza gli "inni"
propri del N.T.
Questo vincolo divino, sovrano ed irrefragabile, mostra una serie di
fatti. Per quanto segue, stata molto utile la lettura di Anne Marie Pelletier, Lecture du Cantique des Cantiques - De l'nigme du sens auxfigures du lecteur, "Analecta Biblica" 121, Roma 1989, dalla quale sono
ricavate molte delle intelligenti osservazioni dell'Autrice.
La Scrittura, con la sua interpretazione, appare come una delle forme, quella scritta ed ispirata, dell'unica e pi ampia Tradizione divina
apostolica. La santa Liturgia, che come il cuore pulsante della Tradizione, si pone come la genesi, ossia come il luogo privilegiato della
produzione delle Sante Scritture (A.T. e N.T.), della raccolta di esse al
fine di tenerle vive anzitutto nell'assemblea sacra del popolo di Dio, e
della loro interpretazione autentica.
Da sempre i fedeli sanno che la Scrittura significante, e totalmente,
sia come Libro che impone rispetto e devozione, sia e soprattutto perch gli letto liturgicamente, e cos da essi ascoltato anzitutto liturgicamente, e perch gli anche spiegato liturgicamente. Essi sanno cos
che la Scrittura anche il referente della loro esistenza nella Chiesa,
perch contiene ed offre la Parola autentica del loro Signore Risorto.
Anche se non saprebbero tutti spiegare che le Scritture sono essenzialmente redatte, raccolte e conservate religiosamente per essere sempre
di nuovo usate, sanno che le ascoltano, le praticano, ne pongono in
opera i precetti, le vivono.
Si impone qui ancora una volta la realt vivente che la Tradizione.
Questa storia che si fece e viene "oggi" e prosegue. storia vera,
obiettiva, la storia della salvezza con le sue caratteristiche specifiche,
che deve essere ancora, "qui ed oggi", vissuta e proseguita; il vissuto
nella storia. Anche se a molti sfugge, la Tradizione, come si visto sopra, nella sua interezza, interviene in tutta la sua efficacia all'atto della
lettura delle Scritture e del loro ascolto di fede, siano lettura ed ascolto
anzitutto liturgici e comunitari, siano personali e contemplanti. Questo
dovrebbe essere anche negli studi scientifici, almeno quelli condotti da
credenti. Cos, si legge e si ascolta il tempo storico della Tradizione,
tempo "teologico", altamente qualificato, tempo della salvezza attuato.
La Tradizione stessa poi ha sempre visto nella Liturgia il luogo della
realizzazione primaria, principale e pi piena della Scrittura: l'annuncio evangelico porta alla conversione del cuore, alla fede, alla speranza,
alla carit, e dunque al battesimo ed al Dono dello Spirito Santo (At
2,38), e al Convito dei Misteri (ivi). Perci delle Scritture le proclamazioni sono infinitamente ricche nel loro essere annunciate celebrate
messe in opera sotto i "santi Segni"; nel loro essere commentate per
l'occasione ricorrente "oggi"; nel loro essere le medesime e tuttavia ri87

CELEBRARE CRISTO NELLA SUA PAROLA

petute, prolungate nella storia delle Comunit e dei fedeli, e cos attuate
nell'esistenza redenta di questi. Non a caso i Padri hanno prodotto le
loro opere principali soprattutto, ed in maggioranza assai evidente, per
l'ambito liturgico; e qui baster pensare alle catechesi, alla mistagogia,
all'omiletica, alla paraclesi, alla didascalia formativa. E per questo la
principale preoccupazione pastorale e mistagogica della Chiesa deve
essere la preparazione remota e prossima del popolo santo alla celebrazione del Signore Risorto nelle varie forme della Liturgia, in specie
per domenicale e delle Ore sante.
Qui la Tradizione raggiunge il suo scopo.
3. La Santa Scrittura nella santa Liturgia
Si pu entrare adesso in qualche particolare maggiore.
a) La Parola vivente
La Parola divina divinizzante per sua stessa natura, come si vide
sopra.
Per paradosso, tuttavia, si deve affermare come rigorosamente vero
che la Chiesa di Dio esisterebbe e svolgerebbe le funzioni per cui fu
creata dallo Spirito Santo, anche se non avesse le Scritture. Qui vale la
parola altrettanto paradossale e vera, detta in un momento di grave incomprensione della Chiesa occidentale, che, pressata dalle istanze della
riforma, tendeva almeno a sconsigliare la lettura della Scrittura. Una
grande Santa contemplativa aveva manifestato qui il suo sconforto per
questo fatto al suo Signore, il quale le rispose: "Sar lo la tua Bibbia!"
(S. Teresa d'Avila).
Il fatto di partenza qui che la Chiesa Orante non "parte dalla Scrittura". Semmai, di necessit "giunge alla Scrittura".
La Chiesa Orante parte solo dal suo Signore Risorto con lo Spirito
Santo, e lo fa con la Grazia dello Spirito Santo. Poich il Signore Risorto stesso quale Unico e Sommo Sacerdote nello Spirito Santo gi celebra la sua Liturgia eterna cosmica al Padre, a cui ha associato gli Angeli ed i Santi in eterno, ed a cui associa nel tempo fino alla Parousia la
sua Sposa, per pura Grazia.
Se la sua vita deriva dalla Celebrazione celeste, la Chiesa Orante
tuttavia sta all'origine cronologica della celebrazione terrena. Per questa essa riceve divinamente anche le Scritture la cui lettera sempre
lettera storicamente ricevuta, ed invariabile per sempre, nella Comunit
e da essa. E solo la Comunit perci la custode, la garante e la salvaguardia della trasmissione pardosis, Tradizione! delle Scritture.
Qui si nota che le Scritture nella loro lettera, non sono tuttavia solo
le parole che le compongono in un "libro" e nei singoli "libri". Esse so-

CAP. 3 - LA SCRITTURA NELLA LITURGIA

no anzitutto un mirabile universo, che un Tutto composto dalle sue


singole Parti, ma in modo tale che non si hanno giustapposizioni, bens
infinite relazioni costitutive. Esse vigono tra il Tutto, 1'"universo simbolico della divina Rivelazione", con le sue Parti, e di queste tutte tra
esse e con il Tutto. Tale realt ben visibile sia nelle "Scritture" come
integralit dei "Due Testamenti", sia negli stessi Due Testamenti assunti
separatamente, sia infine in ogni singolo "libro" delle Scritture. Cos si
deve dire che certo le Scritture sono queste parole divine-umane,
bens per cos dire aumentate da quanto lungo le generazioni ne hanno
fatto i lettori e gli ascoltatori.
Si rivela qui che esse non sono "un testo che resiste" al lettore ed all'ascoltatore, e che perci vada sempre "spiegato" dal competente di
turno, e basta. Tale l'ideologia di certa esegesi moderna.
Le Scritture precisamente nella celebrazione della Chiesa, diventano
"la Parola di Dio nella Liturgia", con le sue leggi esigenti ed anche
molto gelose. il Testo santo letto nel contesto degli altri testi santi,
quelli celebrativi della Chiesa. Tutta questa testualit va perci "letta"
ed "ascoltata" insieme, come contestualit bench senza confusione dei
ruoli, con sinergia reciproca.
Nella santa Liturgia perci non si hanno semplici suoni di parole bibliche, da ascoltare poi e da meditare in silenzio, e suoni di parole "liturgiche" a cui si partecipa maggiormente con il canto dell'assemblea.
La Liturgia che legge le Scritture fa riassumere in atto, ed in atti, "oggi
qui per noi", le Realt bibliche parlate e scritte, vissute ed operate, raccolte e tramandate nel passato salvifico lungo le generazioni. Quanto
proclamato "adesso" lo nella Liturgia, e lo di un "atto di parola" che
rimemora il "passato". E non semplicemente, poich non si tratta di
una "riattuazione" che oggi si chiama "ripresentazione" o "rievocazione". Bens il passato, quel passato, rimemorato solo in quanto vi si riconosce da sempre, ma in specie "oggi qui per noi", l'attualit e la
stretta pertinenza del "presente" della divina Grazia. Un esempio qui
pu essere la Domenica, che sempre "di Resurrezione", o una Festa
come il Natale. "Quel passato", e non altri, proclamato qui anzitutto
perch chi lo legge e chi lo ascolta vuole conoscere quanto contiene il
nostro "presente", e per vivere adesso la ripetizione nuova di quello
che gi divinamente dato una volta per sempre: la Resurrezione, il
Natale.
Quindi il Testo sacro "letto", cantato, spiegato, citato, alluso
non per essere primariamente commentato, bens per essere primariamente fatto incontrare da chi lo attende. E poich in tutto questo
opera la divina Grazia, si rienunciano le disposizioni e le condizioni
spirituali di allora, ma sempre vive ed attuali per la potenza dello
Spirito Santo.
89

CELEBRARE CRISTO NELLA SUA PAROLA

Cos la connessione necessaria ed originaria delle Scritture con i testi della Chiesa conferisce alla Parola divina nella Liturgia, ossia alla
"lettura liturgica delle Scritture", una tipica struttura dialogica che il sacro Testo gi contiene e che vuole che sia portata ad effetto. Per cui tutto quello che nella Liturgia "detto", ossia "fatto", ossia proclamato,
cantato, espresso con segni-simboli e tra questi con gli elementi da
consacrare (acqua olio pane vino), rende valide al massimo le responsabilit di chi "parla" e di chi "ascolta", eventualmente nella celebrazione anche a ruoli invertiti (come quando gli "ascoltatori" rispondono,
cantano). La "lettura liturgica" pone cos in funzione "fatti" ed "atti"
concreti, non idee astratte per quanto teologiche e buone e nobili. E
rende presente per i partecipanti quello che si parla e si opera nella loro
diversit, realt tutte che essi assumono come proprie nella loro esistenza fedele in quanto tutte derivano dall'unica Fonte divina.
b) La celebrazione difedeli
Quanto adesso segue, ma anche quanto precede, in particolar modo visibile nelle opere dei santi Padri teofori, nel loro vivo insegnamento basato sulla pratica della vita, dalla loro esperienza normale.
Ora, la "lettura liturgica" delle Scritture operata in relazione alla
Comunit di fede che si raccoglie per celebrare, nella Grazia dello Spirito Santo abilitante, il suo Signore Risorto per la Gloria del Padre. Nella sinassi liturgica, il tipico "noi" (ad esempio, quando si canta: "Se
hymnomen, s eulogomen, si eucharistomen, Te inneggiamo, Te
benediciamo, a Te rendiamo grazie"), o anche l'"io" (ad esempio,
quando si proclama "Pistu eis Hna Then, Patera Pantokrtora, Io
edo nellnico Dioil Padrennipotente"), no suscitier c re oi lta nvo,
sonoodellatiiorno pegiorno d tem euogo dle pso del pclamione litgica:
"oi qui noi". A.-M. Pelletier cita un testo illuminante del filosofo P.
Ricoeur, Temps et rcit, III, 262: "L'atto di lettura si include in una
comunit leggente, in condizioni favooni favonto adesso segue, ma
anche quanto precede, revoli, sviluppa la specie di normativit e
canonicit che riconosciamo alle grandi opere, quelle che non hanno
mai finito di decontestualizzarsi e di ricontestualizzarsi nelle
circostanze culturali pi varie". E come si sa, la Scrittura nella
letteratura mondiale di ogni tempo l'Opera che incomparabilmente
pi di ogni altra fu ed amata e letta e studiata e celebrata.
L'uso del Testo sacro perci anzitutto la sua "lettura" al fine di
portare, per quanto ciascuno pu, gli ascoltatori alle condizioni che legittimano l'ascolto di fede della Scrittura. Il che significa che li vuole
rendere il meglio possibile idonei ad entrare in dialogo con essa; sopra
si parlato di "struttura dialogica". E proprio qui, come si accenn, i
lettori e gli ascoltatori ampliano il senso del Testo sacro; il che d'altra
90

CAP. 3 - LA SCRITTURA NELLA LITURGIA

parte, e purtroppo, significa che essi, in condizioni non idonee, lo limitano, lo oscurano, lo rendono inutile.
Ne deriva che ogni spiegazione della Scrittura deve fondarsi sul previo, sul dato di un'esperienza spirituale, di vita vissuta, che gi prima
della lettura e dell'ascolto abbia fatto sperimentare quanto poi si legge
e si ascolta. Qui si entra nell'imponderabile delle anime, poich quel
previo e dato, mai di qualcuno prevedibile, e comunque mai a fondo
conoscibile. Comunque, nel positivo, ciascun fedele qui di necessit ha
indiscutibili risultati di fede, diversi da quelli di ogni altro suo fratello,
l'esperienza spirituale di uno essendo semplicemente non ripetibile tale
e quale da un altro.
Al contrario di quanto pensa certa esegesi moderna, la Scrittura per
tutto questo non ha una sua lettura per cos dire "nuda", anonima, impersonale, e tanto meno asettica, anodina, anarchica, isolata e gelosa di
se stessa, come fosse un qualsiasi testo stampato e a disposizione di
chiunque voglia introdurvi lo sguardo pi o meno interessato. Essa dalla
sua origine vincolata in modo costitutivo alla vita concreta della
Comunit di fede, e dunque anche all'esistenza dei singoli fedeli.
Come si detto, essa infatti sta per sempre associata per divina fondazione a spazi spirituali (luoghi, punti, tratti, posizioni, condizioni,
istanze), e con tutta specificit a quelli liturgici. Qui si pu parlare del
"soggettivizzarsi" della lettura e dell'ascolto all'interno della prospettiva
concreta che Vobiettivit del rito comune, posto dalle Autorit della
Tradizione come unico ed invariabile, sia pure diverso poi per epoche e
regioni. Ma "soggettivizzare" qui per la sua tipicit esclude sia
l'intimismo psicologico religioso, sia il pietismo e il devozionismo, e
lo stesso fondamentalismo, in quanto siano esperienze limitate al vissuto di un singolo fedele.
Ed esclude anche il "disporre", il "padroneggiare" le Sante Scritture.
Fu una preoccupazione della scolastica decadente e della riforma conseguente, motivata da incongrui atteggiamenti di canonisti, ma divenuta
istanza nervosa e sospettosa a tutt'oggi, di rivolgersi contro la Chiesa,
accusata di "stare sopra le Scritture", e quindi di "disporne" con tutta la
sua paurosa autorit magisteriale. Al contrario, proprio la lettura liturgica mostra come la Chiesa sia e stia soggetta al Testo divino, che venera
come tale riconoscendone la santit e il valore salvifico e divinizzante.
per una soggezione di intelligenza attiva. Il "detti e fatti" della Scrittura sono recepiti ed accettati come storici e fattori di storia. Cos che
interpretare il Testo sacro di pi e prima interpretare la storia della divina salvezza ieri come oggi come domani, nella prospettiva della Parousia del Signore, risalendo all'inizio e percorrendo lo svolgimento.
Questo avviene nella Liturgia considerando la Scrittura: a) come un
"corpo totale", ponendo in opera la "lettura Omega" (vedi dopo) che
91

CELEBRARE CRISTO NELLA SUA PAROLA

tiene conto della globalit a partire dalla fine, ed usa opportunamente


l'analogia tspistes, che proprio in rapporto al "carisma di profezia"
raccomandata da Paolo (Rom 12,6), ed indispensabile nell'interpretazione liturgica; b) in un "luogo ecclesiale", quale principio insostituibile di identit e di unit profonda. A.-M. Pelletier cita un testo singolare di F. Brton, che parla di Aristotele: "II discorso ha il suo senso ultimo nell'ascoltatore recipiente. Questi sembra passivo, ma possiede la
causalit per eccellenza, perch l'ascolto-lettura definisce l'essere stesso
di questa realt che il discorso orale o scritto". L'applicazione alla
Scrittura va da s.
Avviene l'incontro. Il lettore e l'ascoltatore si rendono presenti al
Testo, che destinato proprio ad essi in totalit quale via di comprensione degli atti liturgici posti "oggi qui da noi", degli eventi che essi celebrano, della loro identit, della loro situazione spirituale; e non meno
della loro situazione nel mondo tra gli uomini, con i conseguenti doveri
della santit e dalla carit evangelica. Essi perci sono non solo agenti
di lettura o agenti d'ascolto, bens sono la finalit stessa della lettura e
dell'ascolto. Sono essi il fine inteso, servito dall'atto di comprensione
del Testo, come ciascuno pu.
La sola condizione che si ponga dovutamente in funzione il Testo.
Infatti la lettura e la relativa ed eventuale spiegazione di esso non sono
finalizzati anzitutto a "comprendere" il Testo che sta parlando, bens
prima e al di l della "comprensione" si deve poter giungere e parlare
finalmente le parole del Testo, ed a sentirle parlare. Ma non da soli. La
concretezza dei fedeli come persone battezzate, nella loro storicit, porta a far sorgere prima di essi ed insieme ad essi l'accompagnamento armonico di infinite altre voci, senza le quali i fedeli "di oggi" sarebbero
essi stessi incomprensibili. A questo proposito, Ebr 12,1 parla della
Nube di Testimoni che ci circonda da ogni parte, e si riferisce ai Padri
dell'A.T. Ma Ebr 12,22-24 parla anche del nostro accostarci irreversibile alla Comunit celeste: la Sion, le miriadi di Angeli, la pangyris
gioiosa, la Chiesa dei primogeniti, le anime dei Giusti resi perfetti, tutti
quelli insomma che non ricusarono di "ascoltare" Mos che parlava
"oracoli sulla terra", e tanto pi di "ascoltare" Cristo Signore che ci
parla dai cieli (v. 25). E Ap 7,1-17 descrive la motitudine innumerevole
e festante, che inneggia all'Agnello Risorto nell'immenso esodo eterno
che con Lui fanno nel cielo verso l'infinit del Padre.
Questo leggere ed ascoltare la Scrittura per la vita. Perci con la
dovuta intelligenza. Dovuta perch viene dalla stessa costituzione degli
uomini quali "icone di Dio", dotate di lgos sapienziale creato, dunque
di parola e di scienza. Ora, la vita realt globale e riccamente composita, che comprende certo scienza ed intelligenza, ma conglobandole
92

CAP. 3 - LA SCRITTURA NELLA LITURGIA

con altre facolt, ampiamente le trascende. H che significa pur sempre


che deve tenere in dovuto conto anche tutte queste facolt.
4. Testo Liturgia commento comprensione
Queste note si dovranno poi richiamare a proposito dell'omelia che
per sua natura mistagogica, ossia deve condurre gli iniziati pi dentro
al Mistero, e celebrativa, e dunque deve avere la coscienza di tale atto.
a) II Testo sacro per la Liturgia
Gi la logica della disposizione di determinate parti della Scrittura
in un "Lezionario" come Libro liturgico "tipico" per s per, Apstolos ed Euagglion, e le altre parti bibliche; usiamo qui i termini correnti di comodo tale che non si presta ad un "commento moderno", che tratta ciascun testo come unit indipendente da altre unit. Invece i nessi tra i diversi testi biblici di una data celebrazione, uniti inoltre a quelli pi propriamente liturgici, richiedono una comprensione
particolare. Di questa si occupano ben pochi studiosi dei due campi,
che dovrebbero collaborare, ed invece la materia resta quasi come terra
di nessuno (da cui si evince che gli specialisti dei due campi tendono a
rimettere tale interesse all'altra parte).
Ora, la Scrittura quando assunta dalla Liturgia presenta tuttavia alcune sue esigenze rigorose.
Anzitutto essa non chiede a priori di essere commentata. Al contrario il Testo interpretante per eccellenza. Non chiede neppure di essere
interpellata, di essere interrogata, poich il Testo per eccellenza che
interpella ed interroga sovranamente ciascun lettore e ciascun ascoltatore. Cos, nella Liturgia la situazione spirituale di questi esplicita se
stessa risalendo al Testo sacro, il quale, dato in questa logica, non sta
"prima", bens "dopo". Poich ogni Domenica la Chiesa celebra il suo
Signore Risorto, il Testo sacro esplicita questa condizione attuale della
Chiesa, e non a caso VApolytikion anastsimon ed il Kontkion vengono prima della proclamazione dell'Apstolos e dell'Evangelo, e perci
prima dell'omelia che ne tiene il "commento". Quindi per cos dire la
Scrittura spiega essa stessa la situazione della Chiesa "qui adesso", prima di essere a sua volta spiegata.
Questo discorso che sembra complicato se non contorto, tende invece a riaffermare che la Scrittura necessaria, e sommamente.
Se prima si detto che la Chiesa Orante parte solo dal suo Signore
Risorto, e si detto che per puro paradosso esisterebbe e funzionerebbe
anche se non avesse le Scritture, adesso si deve completare. La realt
che il Signore volle donare alla sua Chiesa le Scritture, e la vincol ad
esse, e reciprocamente, donandole anche la loro interpretazione. Il Si93

CELEBRARE CRISTO NELLA SUA PAROLA

gnore costitu la Chiesa in modo tale, che la sua celebrazione ininterrotta


rivolta a Lui assuma i contenuti concreti della Vita di Lui sempre e solo
dalle Sante Scritture, in pratica dall'Evangelo, illustrato dal resto dei
Due Testamenti. Perci l'intera Chiesa, e qui in specie i lettori ed
ascoltatori durante la celebrazione, possono esprimere e vivere in modo
adeguato la loro esistenza di fede solo attraverso la Scrittura, intesa come contenuti divini ed umani, linguaggio divino ed umano, i suoi segni-simboli, le sue visuali salvifiche, le sue dinamiche che portano all'adempimento finale.
b) II "commento liturgico " delle Scritture
La Chiesa legge le Sante Scritture come l'unico "suo libro della fede", come il suo immane Tesoro detenuto "nel pacifico possesso della
fede". Il luogo fontale e nodale di questa lettura la Liturgia. anche il
luogo d'incontro di diverse esigenze convergenti: quelle del Testo sacro intangibile, quelle della Liturgia ineludibile, quelle dei fedeli in attesa. Sono queste le preoccupazioni (coscienti, ma per lo pi implicite)
della Comunit celebrante e perci leggente ed ascoltante.
Ora, questa Comunit sa anzitutto che non deve in primo luogo affrontare il Testo sacro come se fosse oscuro, difficile, resistente a priori
a farsi comprendere (questa la preoccupazione dei commentatori moderni). Ma in primo luogo accoglie il Testo come Cristo stesso presente
nella sinassi, perci lo saluta con acclamazioni dossologiche, lo accompagna con le luci, il celebrante lo bacia e con esso traccia sull'assemblea
il segno della croce. Questo il segno che il Testo porta con s sostanza,
gioia e luce. Si riveda qui la preghiera riportata sopra, che il celebrante
recita in rapporto al diacono che si prepara a proclamare l'Evangelo.
Il primo scopo dell'omelia (ma anche dei commenti liturgici scritti)
quindi non superare le eventuali difficolt del testo, senza per questo
negare che esistano. Ma entrare attraverso la celebrazione in gioiosa
"connaturalit" con esso; la "conoscenza per connaturalit" dei grandi
spirituali, frutto della Grazia accettata con sinergia docile di affinamento.
Tale sintonia profonda trova con gioia nel Testo letto ed ascoltato "il
pi" ogni volta, comparando l'ascolto di "oggi" con i significati ricavati
da ogni altro ascolto precedente, cos che ogni fedele possa completare
e confermare la sua visuale di fede, articolata come storia della
salvezza propria che giunge all'"oggi qui per noi", ma non vi si arresta.
Quello che si chiama la "comprensione del testo" in tale situazione
molto pi che un'intelligenza operata dall'intelletto, essa invece si
commisura con il vissuto di fede dei lettori e degli ascoltatori della
Scrittura.
Il Testo sacro stesso dichiara continuamente la sua funzione intenzionale e programmatica di farsi promozione e trasmissione di espe94

CAP. 3 - LA SCRITTURA NELLA LITURGIA

rienza salvifica. Per l'A.T. si potrebbero qui citare i grandi testi del
Deuteronomio, il quale istituisce una vera mistagogia trasmissiva dell'esperienza salvifica originaria: Dt 4,9-10; 11,18-20; 29,23-27, ed altri,
ma in modo singolare 6,4-5, sulla massima di tutte le esperienze umane
salvifiche, l'amore verso il Signore Unico. "Questa generazione" ha il
dovere di trasmettere ed "inculcare ai figli". E Mos insiste mistagogicamente sull'"oggi" come fatto generazionale: "Ed io non solo con voi
sancisco questa alleanza a questo giuramento, bens lo sancisco sia con
quello che oggi sta davanti al Signore Dio nostro, sia con quello che
oggi non sta qui con noi" (Dt 29,13-14). Gi l'esperienza della liberazione dell'esodo si dilata verso il futuro in una mistagogia tridimensionale: le generazioni future dovranno conoscere dai padri il senso del
sangue dell'agnello (Es 12,26-28), del pane azimo (Es 13,8-10), della
consacrazione dei primogeniti (Es 13,14-16). Questo per nel contesto
della liturgia, come prescrive infatti" il Sai 77,1-8, un "Salmo didattico
storico", dove l'Orante anche mistagogo ed omileta esortatore:
Attendete, popolo mio, alla Legge mia,
chinate gli orecchi vostri alle parole della bocca mia:
io aprir con parabole la bocca mia,
far risuonare enigmi dall'inizio:
quanto ascoltammo e lo conoscemmo
ed i padri nostri narrarono a noi,
non fu nascosto ai figli loro nella generazione altra,
annunciando essi le lodi del Signore
e i fatti mirabili di Lui, che comp.
E si lev una testimonianza in Giacobbe
e legge si pose in Israele:
quanto fu ordinato ai padri nostri
di informarne i figli loro,
affinch conosca la generazione altra,
i figli che sarebbero stati partoriti,
e si leveranno e lo annunceranno ai figli loro,
affinch pongano in Dio la loro speranza
e non si dimentichino le opere di Dio
e ricerchino i precetti di Lui,
affinch non diventino come i padri loro,
una generazione distorta ed irritante,
una generazione che non rese retto il suo cuore,
e il cui spirito non confid in Dio.
Nel N.T. il Signore stesso fa di questo il precetto cogente, il cui
adempimento esalta l'ascoltatore alla grandezza del Regno dei cieli (Mt
95

CELEBRARE CRISTO NELLA SUA PAROLA

5,19b), ma solo se lo avr anche insegnato. E come riassunto finale si


scolpiscono le parole del congedo che il Risorto consegna per sempre
ai discepoli di allora: insegnare ad osservare ai battezzati tutti i precetti
da Lui insegnati: Mt 28,20a, promettendo contestualmente la sua indefettibile Parousia: v. 20b.
e) La Liturgia "lgge "per eccellenza
Sui Testi biblici letti, come l'A.T. ed il N.T., o proclamati, verbo che
compete solo ai 4 Evangeli, si pu esercitare una forma di commento.
L'uso cos antico ed affermato, che risale alle tradizioni originarie
dell'A.T., come al Deuteronomio, che un'immensa mistagogia sui
"detti e fatti" del Signore; esso era normale nella liturgia del tempio,
secondo il prescritto di Dt 31,9-14; era la norma della sinagoga, Neh 810; Le 4,16-21. Nella Chiesa non poteva che essere uso recepito dal Signore, e se ne trova una precisa descrizione in S. Giustino Martire, 1
Apologia 61 (circa dell'anno 150).
Tale commento nella forma principale si trova nell'omelia mistagogica celebrativa. Gran parte dei commenti biblici dei Padri sono di questo genere letterario squisito, messi poi per scritto (anche dietro eleganze
di rielaborazione letteraria). Ora, il primo fatto qui, come gi accennato,
che il Testo sacro non si presenta come "oscuro", "difficile",
"resistente" all'immediata comprensione, e quindi non esige di essere
anzitutto "spiegato". Al contrario, se si guarda ad esempio come l'Evangelo "viene" con la "piccola isodos" al popolo, gi la sua solennit di apparizione apporta luce e gioia: l'Evangeliario l'icona spaziale temporale della Resurrezione, "segno" della venuta del Signore come Verbo incarnato tra gli uomini, ed il gioioso saluto alleluiatico prima e dossologico dopo segna l'incontro tra questa Parola vivente ed il
popolo che la attende. Si crea una sintonia ed una tensione.
La Comunit cos "oggi qui" accetta dal Testo sacro un "di pi",
assommato, va ancora insistito, a quanto l'esperienza spirituale ha gi
accumulato. In genere si usa parlare di "colore liturgico" che ciascuna
celebrazione conferisce al Testo sacro. E si dice che la Liturgia sia una
"monotonia magnifica", perch in apparenza sempre la medesima,
mentre in realt anno per anno la medesima celebrazione di una Domenica o di una Festa non la medesima dell'anno prima. Il Testo
modalizzato e relativizzato senza alcuna modificazione n adattamento deteriore, alla sua spiegazione in atto ed alla sua comprensione in
atto: l'omileta cos insiste su alcuni significati del Testo sacro insieme
con i testi liturgici, dunque Testo sacro mai isolato dalla contestualit
liturgica, e, anche se non lo sa, contribuisce a costruire altri significati
risultanti dalle realt storiche bibliche di "oggi" e dal sentire spirituale
"qui di noi".
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CAP. 3 - LA SCRITTURA NELLA LITURGIA

La Scrittura subisce sia la "lettura liturgica", sia la "lettura divina"


che ciascun fedele tenuto a condurre ogni giorno da solo o anche in
gruppo se vuole prolungare la grazia della celebrazione. Ora, il Testo
sacro con i suoi infiniti significati non tende a far cercare altre realt
prima sconosciute, ma vuole confluire il pi possibile nella comprensione del lettore e dell'ascoltatore, tanto pi in quanto essi siano spiritualmente avanzati.
Non sorprende allora che in fondo i veri lettori ed ascoltatori e commentatori (per se stessi e per i fratelli) delle Scritture sono unicamente i
santi spirituali delle Chiese. In essi i dati biblici si sommano con la loro avanzata condizione spirituale. Da essi questo avviene per quanto
possibile nei fedeli. Si pensi qui ancora una volta all'avanzamento che
si nota nei Padri tra le catechesi ai catecumeni, le catechesi mistagogiche ai battezzati, le omelie mistagogiche celebrative ai fedeli.
E cos avviene per l'accostamento di testi disparati di una celebrazione dei divini Misteri: le Antifone salmiche, YEisodikn, il Prokimenon e lo Stichos, YApstolos, l'Alleluia e lo Stichos, l' vangelo, il
Koinnikn, a cui si aggiungono le parole della Chiesa: quelle intervallate nelle Antifone, i Tropari, il Megalynrion, YAplysis. Agli specialisti di esegesi questo appare del tutto arbitrario. Ma il mezzo sovrano
per cui l'occasione liturgica fa confluire quel materiale, sovranamente e
genialmente disposto, con le condizioni della Comunit celebrante. Sono scelte maturate in secoli di esperienza orante, all'ascolto continuo
del Signore che parla al cuore nella sua Parola vivente, in ambienti come quello delle cattedrali e dei monasteri dove l'atmosfera spirituale
era densa e vissuta.
Certo, "da fuori", secondo scienze "obiettive", con opzioni culturali
non esenti da nominalismo e razionalismo rigettanti la teologia simbolica, tutto questo un mondo estraneo, quasi sempre non apprezzato.