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Rallegratevi ed esultate, perch grande la vostra ricompensa nei

cieli
mons. Vincenzo Paglia
Tutti i Santi (01/11/2014)
Vangelo: Mt 5,1-12a
La Chiesa, davvero madre e maestra, che opera in ogni modo per
spingere i suoi figli alla santit, ci viene incontro presentandoci oggi la grande
schiera dei santi comuni. Potremmo dire che i santi di cui si fa oggi memoria
sono la moltitudine di coloro che, come il pubblicano, hanno ammesso il loro
peccato, hanno rinunciato ad accampare scuse e privilegi e si sono affidati alla
misericordia di Dio (Lc 18,10-14). Non sono degli eroi, quasi dei superman della
vita spirituale, da ammirare ma impossibili da imitare. Essi sono uomini e
donne comuni, una moltitudine composta di discepoli di ogni tempo che hanno
cercato di ascoltare il Vangelo e composta anche di persone non credenti ma di
buona volont che si sono impegnate a vivere non solo per se stesse.
L'Apocalisse, che ascoltiamo nella prima lettura, schiude a Giovanni un
incredibile scenario: "Apparve una moltitudine immensa, che nessuno poteva
contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al
trono e davanti all'Agnello, avvolti in vesti candide, e portavano palme nelle
mani" (7,9). Nessuno, a qualunque popolo e cultura appartenga, escluso,
purch lo voglia, dal partecipare alla vita dei santi. Quella moltitudine
composta da tutti i "figli di Dio": la famiglia dei santi. Essi non sono gli uomini
"importanti" e valorosi, ma i chiamati da Dio a far parte del suo popolo: "Siete
stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore
Ges Cristo e nello Spirito del nostro Dio!" (l Cor 6,11). Si tratta di un popolo di
deboli, di malati, di bisognosi; di gente che sta davanti a Dio non in piedi ma in
ginocchio; non a fronte alta ma con il capo inchinato; non con atteggiamenti di
rivendicazione, ma con le mani stese per mendicare aiuto.
Si santi, pertanto, non dopo la morte, ma gi da ora, da quando cio
entriamo a far parte della familia Dei, da quando siamo "separati" (questo vuoi
dire "santo") dal destino triste di questo mondo. Giovanni, nella sua prima
lettera, lo dice con chiarezza: "Quale grande amore ci ha dato il Padre per
essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!...Carissimi, noi fin d'ora
siamo figli di Dio, ma ci che saremo non stato ancora rivelato" (1 Gv 3,1.2).
La santit (deve essere) l'impegno decisivo della vita di ogni credente;
l'orizzonte nel quale iscrivere i pensieri, le azioni, le scelte, i progetti sia
personali che collettivi. La santit non un fatto intimistico avulso dalla
concretezza della vicenda umana, cos come non una parentesi della propria
vita la figliolanza di Dio e l'appartenenza alla sua famiglia.
Si tratta in verit di una dimensione che rivoluziona la vita degli uomini.
In termini evangelici la santit , descritta dalle beatitudini (Mt 5,1-12), da
qualcuno definite acutamente "la carta costituzionale" dell'uomo del Duemila.
Esse possono aiutare gli uomini a uscire dalla condizione triste in cui si trovano.
La concezione della felicit evangelica, rovesciata rispetto a quella della cultura
dominante, in realt un'indicazione preziosa. vero che possiamo chiederci:
Come si pu essere felici quando si poveri, afflitti, miti, misericordiosi?
Eppure, se guardiamo pi attentamente le cause dell'amarezza della vita, le
scorgiamo
nell'insaziabilit,
nell'arroganza,
nella
prevaricazione,
nell'indifferenza degli uomini. La via della santit non , allora, una via

straordinaria; piuttosto il cammino quotidiano di uomini e donne che cercano


di vivere alla luce del Vangelo.
Morte? No, grazie, vita eterna
padre Gian Franco Scarpitta
Commemorazione di Tutti i Fedeli Defunti (Messa II) (02/11/2014)
Vangelo: Mt 25,31-46
Penso che sia pacifico per tutti che una delle tendenze pi comuni alla
natura umana sia quella di attribuire un significato alla morte, essendo questa
un destino che ci accomuna tutti quanti. L'uomo cio si sempre domandato
perch a un certo punto si debba morire, per quale motivo avviene che dopo
aver attraversato il nostro tempo nello spazio vitale dei progetti e delle
iniziative si debba finire inevitabilmente i nostri giorni in mezzo alla polvere.
Addirittura il Libro del Quelet sembra in un certo suo periodare sembra
attribuire la medesima sorte all'uomo e all'animale: ad ambedue lo stesso
destino, confondersi con la terra senza distinzione n discriminazioni da parte
della natura. Ecco perch tutto vanit. Fortunatamente poi lo stesso Libro si
smentisce.
Ma ad ogni buon conto, l'uomo comunque ben differente da un animale
e la sua razionalit gli permette di valutare a fondo il senso pieno di tutti gli
eventi e delle cose e pertanto di interrogarsi sulla morte.
Pi che interrogarsi per meglio dire che l'uomo tenda a rinvenire la
soluzione definitiva al problema morte: mai possibile che io debba morire? E'
concepibile che dopo una lunga vita di ambizioni e di attivit il mio corpo debba
ad un certo punto trovarsi pietrificato, maleodorante, per poi ridursi in polvere?
Non c' un'alternativa alla morte, un qualsiasi elisir di lunga vita o un
espediente che sia in grado di garantirmi la prolungazione dell'esistenza sulla
terra?
La domanda richiama la ricerca antropologica sull'uomo, quella del
"senso" della vita e delle "cose ultime" e in tutti i casi sempre pertinente.
L'hanno affrontata filosofi, intellettuali, saggisti e anche il pensiero cristiano ha
avuto modo di esprimersi sull'argomento.
Si sempre espresso per a patire dalla Rivelazione, cio dal dato di fatto che
Dio comunica con l'uomo manifestando se stesso, la sua Parola accompagnata
dai suoi prodigi attraverso l'intera vicenda della "Storia della salvezza".
Soprattutto nell'evento Ges Cristo che la Rivelazione per eccellenza, il Dio
entrato nella storia dell'uomo per attraversarla e condividerla sotto tutti gli
aspetti, felici e avversi.
Ebbene, qual la risposta che Dio offre nella sua Parola al problema
assillante della morte?
La Scrittura risponde: non morte, ma vita eterna. Dio comunica in Isaia, in
Giobbe, nel Libro dei Maccabei, nel libro della Sapienza e ancora altrove di non
essere il Dio dei morti ma dei vivi e di volere per tutti il destino della vita che
trascende e supera l'aspetto angoscioso della morte." Nel solo Antico
Testamento Egli ci garantisce che al di l del nostro corpo mortale si trova la
comunione piena con Lui nella gioia senza fine e che a questo noi tutti siamo
destinati: "Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, nessun tormento le
toccher." Afferma anche che Dio attende a braccia aperte ogni suo fedele e lo
accoglie nella dimensione della gioia piena e senza fine ("Preziosa agli occhi del

Signore la morte dei suoi giusti") e che anche per noi non pu esservi che
motivo di allegria nell'anelito verso Dio a conclusione della nostra vita terrena,
se vero che Giobbe confida di vedere il Signore non appena sar consumata
la sua pelle mortale.
Ma soprattutto in Cristo che Dio ci d la garanzia della vita eterna. Nel
Verbo incarnato Dio non manca infatti di esperire sulla propria carne quello che
pi volte abbiamo menzionato come il comune destino degli uomini e degli
animali: la morte. Ne ha fatto esperienza in una condizione di espressiva
crudelt, nella solitudine e nell'abbandono da parte degli uomini e avvertendo
perfino di essere stato abbandonato dallo stesso Dio Padre; quindi pu ben
essere consapevole dei sentimenti dell'uomo intorno alla fine della vita, pu
ben condividere lo stato di angoscia e di depressione che ci sconvolge di fronte
alla prospettiva del trapasso, cos come si evince del resto dalla lettura attenta
dei Vangeli. Ma se Egli ha consapevolezza dello smarrimento causato dalla
morte, a maggior ragione pu affermare che "chiunque vive e crede in me
anche se muore vivr". Perch? Perch la morte non l'ultima parola nella vita
del fedele e del credente; per chi si associa a lui nella pienezza della vita di
fede e di comunione con il Verbo segue inevitabilmente lo stesso destino di
gloria che si chiama Resurrezione e che ha interessato lo stesso Signore. In
altre parole, Cristo morto ma anche risorto, pertanto il nostro avvenire
risiede proprio in questo evento che la sua Resurrezione per la quale
finalmente si trova la risposta definitiva alle vicende dell'uomo in merito alla
morte: siamo destinati a risorgere con lui. Quella che comunemente noi
chiamiamo la morte non che il passaggio ad una nuova dimensione gloriosa
per la quale ci troveremo a vivere una gloria invidiabile che spesso nella
Scrittura viene equiparata ad un banchetto lauto e sostanzioso, un pranzo
luculliano emblema di gioia e prosperit senza fine.
Ed eccoci allora alla motivazione che ci induce oggi a visitare i nostri
cimiteri che come non mai pulluleranno di gente emanando da tutti i vialetti
odori del polline fresco dei fiori: non sar una celebrazione luttuosa quella che
oggi riguarder il nostro contatto con i defunti, ma piuttosto una professione di
fede nel fatto che i nostri defunti vivono con Cristo e sono ora privi di ogni
tormento umano e terreno. Davanti alle lapidi rinnoveremo insomma la
speranza che essi non sono affatto scomparsi, ma appunto perch gratificati
dalla pace infinita e dalla gloria eterna del Signore continuano a presenziare
nella nostra vita realizzando la continua comunione con noi che li sentiamo
vicini nella preghiera e nella vita sacramentale per mezzo di numerose Messe
che per essi oggi saranno applicate.
Naturalmente la Rivelazione vuole il nostro consenso nelle parole della
fede. Non possiamo infatti affidarci alla verificabilit in un dato che appartiene
comunque alla sfera del mistero che Dio; occorre che vi aderiamo con le
risorse del cuore che si apre al Mistero stesso, cio che vi crediamo e vi
mostriamo fiducia con l'adesione spontanea sufficiente per trarne il vantaggio
della consolazione e del sollievo interiore. Crediamoci e affidiamoci insomma.
Se la Rivelazione la risposta al problema della morte, la fede la risorsa con
cui approdare al beneficio della Rivelazione.