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Esortazione Apostolica del Santo Padre Francesco

GAUDETE ET EXSULTATE
sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo

Radici – Obiettivo – Struttura – Significato

LE RADICI.

Il 19 marzo scorso il Santo Padre Francesco ci ha fatto dono del suo quinto grande documento magisteriale.
Si tratta della sua terza “Esortazione Apostolica” (un tipo di documento che a differenza delle encicliche è rivolto
in modo particolare ai cattolici), dal titolo «Rallegratevi ed esultate» (Mt 5, 12), in latino Gaudete et exsultate, il
cui tema è specificato nel sottotitolo incentrato sulla gioia della chiamata alla santità nel mondo di oggi.
È da sempre nel cuore del Santo Padre il desiderio di “ricostruire” la Chiesa nel senso di una riforma
spirituale che abbia Dio al centro. Mediante l’Esortazione lancia un messaggio sull’essenziale della vita cristiana,
su ciò che davvero conta, sulla scia di Sant’Ignazio di Loyola: «cercare e trovare Dio in tutte le cose». «Dio ci
vuole santi e non si aspetta che ci accontentiamo di una esistenza mediocre, annacquata, inconsistente. Il Signore
chiede tutto e quello che offre è la vera vita, la felicità per la quale siamo stati creati» (GE 1).

L’OBIETTIVO.

Si tratta di un «umile obiettivo» (GE 2) specifica il Papa, quello cioè di «far risuonare ancora una volta la
chiamata alla santità, cercando di incarnarla nel contesto attuale, con i suoi rischi, le sue sfide e le sue opportunità»
(GE 2). Sottolinea con forza la chiamata alla santità che il Signore fà a ciascuno di noi; a ciascuno infatti Egli si
rivolge dicendo: «Siate santi, perché Io sono Santo» (GE 10). E per questo spera che le sue «pagine siano utili
perché tutta la Chiesa si dedichi a promuovere il desiderio della santità» (GE 177).
Un desiderio ha nel discernimento il suo nucleo centrale.

LA STRUTTURA.

L’Esortazione si compone di 177 numeri ordinati in cinque capitoli:

Capitolo I Il punto di partenza è la chiamata alla santità rivolta a tutti.


LA CHIAMATA ALLA SANTITÀ (3-34)

Capitolo II Da qui si passa alla chiara individuazione di due sottili nemici che
DUE SOTTILI NEMICI DELLA SANTITÀ tendono a chiudere la santità in forme intellettuli e volontaristiche
(35-62)

Capitolo III Si considerano le beatitudini evangeliche come modello positivo di una


ALLA LUCE DEL MAESTRO (63-109) santità che consiste nel seguire la via alla luce del Maestro e non una
vaga ideologia religiosa.

Capitolo IV Si descrivono alcune caratteristiche della santità nel mondo attuale:


ALCUNE CARATTERISTICHE DELLA • sopportazione, pazienza e mitezza,
SANTITÀ NEL MONDO ATTUALE • gioia e umorismo,
(110-157) • audacia e fervore,
• vita comunitaria
• preghiera costante.

Capitolo V Si conclude con un capitolo dedicato alla vita spirituale trattando i temi
COMBATTIMENTO, VIGILANZA E del combattimento, vigilanza e discernimento.
DISCERNIMENTO (159-177)
IL SIGNIFICATO.

Capitolo I – LA CHIAMATA ALLA SANTITA.


La santità è tanto diversa quanto l’umanità stessa. Vi sono santi riconosciuti dalla Chiesa, consacrati e laici,
persone comuni ed anche santi sconosciuti, non menzionati nei libri di storia ma che ugualmente hanno avuto un
ruolo decisivo nella trasformazione di una o più realtà umane. La vita dei santi può risultare non sempre perfetta,
anche questi hanno vissuto imperfezioni e cadute. Perché non si tratta di una «santità di tintoria, tutta bella e ben
fatta» (Omelia S. Marta 14 ottobre 2013) o una «finta della santità» (5 marzo 2015). Né bisogna cercare vite
perfette senza errori (cfr. GE 22), ma contemplare l’insieme globale della vita dei santi che riflette qualcosa di
Gesù Cristo (GE 22). La particolarità risiede nel fatto che questi «hanno continuato ad andare avanti e sono piaciuti
al Signore» (GE 3).
La santità non è frutto dell’isolamento ma vive nel corpo vivo del popolo di Dio: «Nessuno si salva da solo
come individuo isolato, ma Dio ci attrae tenendo conto della complessa trama di relazioni interpersonali che si
stabiliscono nella comunità umana» (GE 6). È bello vedere la santità nel popolo di Dio paziente: spesso si tratta
della «‘santità della porta accanto’ (dizione ripresa dallo scrittore francese Joseph Malégue 1876-1940), di quelli
che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio, o per usare un’altra espressione, sono ‘la classe
media della santità’» (GE 7).

La santità è il volto più bello della Chiesa. Lo Spirito Santo suscita in essa come anche in altri ambiti, i segni
della sua presenza che aiutano anche i discepoli di Cristo (GE 9). Non possiamo dimenticare i testimoni il cui
martirio è tipico dei nostri giorni; testimonianze divenute patrimonio comune di cattolici, ortodossi, anglicani e
protestanti. Papa Francesco ricorda le parole di G. Paolo II alla commemorazione ecumenica nel Giubileo del 2000
quando indicava i martiri come «una eredità che parla con una voce più alta dei fattori di divisione».

La santità è anche legata alla singola persona: «Ognuno per la sua via» (GE 11). Senza per questo cadere nello
scoraggiamento quando si contemplano modelli di santità che appaiono irragiungibili. Piuttosto discernere la
propria strada facendo emergere il meglio di sé, cioè quanto di personale Dio ha posto in ciascuno, senza che si
esaurisca cercando di imitare qualcosa che non è stato pensato per lui. Particolare attenzione và al genio femminile
con stili femminili di santità; lo Spirito Santo ha suscitato sante il cui fascino ha provocato nuovi dinamismi
spirituali e importanti riforme nella Chiesa (S. Brigida, S. Teresa di Lisieux, S. Teresa d’Avila, S. Caterina da
Siena).

Ciascuno offra la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno, lì dove si trova (GE 14). La santità
và cercata nella vita ordinaria e tra le persone a noi vicine, e non in modelli astratti, ideali. «Il cammino della
santità è un cammino semplice. Non tornare indietro ma sempre andare avanti e con fortezza (S. Marta 24 maggio
2016)». Non si tratta di mantenere le distanze dalle occupazioni ordinarie. Ma lasciare che tutto sia aperto a Dio e
scegliere Dio sempre di nuovo, ogni giorno. Oltre alle grandi sfide, la santità cresce attraverso piccoli gesti:
rifiutarsi di spettegolare, ascoltare con pazienza e amore, dire una parola gentile a un povero.

«Ogni santo è una ‘missione’, un ‘progetto’ di Dio, per riflettere e incarnare, in un momento determinato della
storia, un aspetto del Vangelo. (…) È vivere la propria vocazione e missione sulla terra» (GE 19). Ciò è possibile
grazie all’azione plasmante dello Spirito Santo: Dio plasma il mistero personale di ciascuno perché possa riflettere
Gesù Cristo nel mondo di oggi (GE 23).

Anzitutto cercare il Regno di Dio e la sua giustizia. La tua identificazione con Cristo e i suoi desideri implica
l’impegno a costruire con Lui questo Regno di amore, giustizia e pace per tutti. Cristo stesso vuole viverlo con te
(GE 25).

Non aver paura della santità e di puntare in alto: nella misura in cui si santifica, ogni cristiano diventa più
fecondo nel mondo (GE 33-34).
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La santità ti mantiene fedele al tuo sé più profondo, libero da ogni forma di schiavitù. Non rende meno umani,
poiché è un incontro tra la tua debolezza e il potere della grazia di Dio. Perciò occorrono momenti di solitudine e
silenzio per affrontare il nostro vero sé e lasciare entrare il Signore.

Capitolo II – DUE SOTTILI NEMICI DELLA SANTITÁ.


In questo capitolo il papa identifica due «falsificazioni della santità» che ci portano fuori strada, cioè
gnosticismo e pelagianesimo, quelle eresie sorte agli albori della storia della Chiesa ma ancora attuali e presenti
nel popolo di Dio. Molti Cristiani si lasciano sedurre da queste proposte ingannevoli. In esse si esprime: «un
immanentismo antropocentrico travestito da verità cattolica» puntando sulla perfezione umana senza la grazia. In
entrambi i casi né Gesù Cristo né gli altri interessano veramente (GE 35).

a) Lo gnosticismo attuale. Attribuisce potere all’intelligenza umana esaltando indebitamente la


conoscenza o un’esperienza che considera come perfezione. Questa proposta ingannevole: «suppone una fede
rinchiusa nel soggettivismo (…) il soggetto rimane rinchiuso all’interno della sua propria ragione o sentimenti»
(GE 36). Si tratta di una mente senza Dio e senza la carne (…) un movimento superficiale della mente, ma non si
muove né si commuove la profondità del pensiero (GE 37-38). Mentre la perfezione delle persone è misurata dal
grado della carità e non dalla quantità di dati e conoscenze. Esaltando l’intelletto riducono l’insegnamento di Gesù
a una logica fredda che cerca di dominare tutto. Ma la dottrina: «non è un sistema chiuso, privo di dinamiche
capaci di generare domande, dubbi, interrogativi». E l’esperienza cristiana non è un insieme di esercizi intellettuali.
La vera saggezza cristiana non può essere separata dalla misericordia verso il prossimo. Dio ci supera infinitamente
ed è sempre una sorpresa. È: «misteriosamente presente nella vita di ciascuno e non possiamo negarlo con le nostre
presunte certezze» (GE 42). «Quello che crediamo di sapere dovrebbe sempre costituire una motivazione per
meglio rispondere all’amore di Dio perché si impara per vivere: teologia e santità sono un binomio inscindibile»
(GE 45).

b) Il pelagianesimo invece attribuiva potere alla volontà umana e allo sforzo personale (GE 48). Questo
perché quando si iniziò a capire che la conoscenza non rendeva migliori o più santi, si cominciava a puntare sulla
vita che si conduceva. E così se gli gnostici attribuivano potere all’intelligenza, questi altri lo attribuivano alla
volontà umana mediante lo sforzo personale, dimenticando che tutto dipende non dalla volontà né dagli sforzi
dell’uomo ma da Dio che ha misericordia (GE 47-48). Quanti rispondono a questa mentalità, benché parlino con
discorsi edulcorati della grazia di Dio, si affidano in realtà unicamente alle proprie forze sentendosi superiori agli
altri perché osservano determinate norme. Ma la mancanza di un riconoscimento dei nostri limiti è ciò che
impedisce alla grazia di agire meglio in noi. La Chiesa ha insegnato che non siamo giustificati dai nostri sforzi ma
dalla grazia del Signore che prende l’iniziativa. Nessuno può esigere, comprare o meritare il dono della grazia in
quanto dono della medesima (GE 49-56).

Per questo occorre discernere davanti a Dio (GE 57-62). Quando alcuni Cristiani sopravvalutano la volontà
umana e le proprie capacità ciò si traduce in autocompiacimento che si manifesta in atteggiamenti quali:
l’ossessione per la legge; vantaggi sociali e politici; una preoccupazione puntigliosa per la liturgia, per la dottrina
e per il prestigio della Chiesa; a una vanagloria legata alla capacità di gestione di questioni pratiche e a un eccessivo
interesse per programmi di auto-aiuto e realizzazione personale di natura autoreferenziale, così come per certe
regole, usi e modi di agire. Tutto questo sottomette la vita della grazia a certe strutture umane, e riguarda gruppi,
movimenti, comunità, che iniziano con una bella vita nello Spirito e finiscono fossilizzati, o peggio, corrotti.

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Capitolo III – ALLA LUCE DEL MAESTRO.

Possono esserci molte teorie su cosa sia la santità, abbondanti spiegazioni e distinzioni. Ma raccogliamo
le parole di Gesù che ha spiegato cosa vuol dire essere santi nella vita quotidiana quando ci ha lasciato le
Beatitudini, la carta d’identità del cristiano (GE 63). In questo caso, “felice” e “beato” diventano sinonimi di
“santo”. Se il mondo ci porta verso un altro stile di vita, noi non dobbiamo aver paura di andare controcorrente:
guadagnamo autentica felicità dalla pratica fedele delle Beatitudini e possiamo esprimerle solo se lo Spirito Santo
ci pervade con la sua potenza e ci libera dalla fragilità, dall’egoismo, dalla pigrizia e dall’orgoglio (GE 65).
Papa Francesco descrive ciascuna delle Beatitudini e il loro invito, concludendo così ogni sezione:

Beati i poveri in spirito, perché di essi è ilRiconoscere la verità del nostro cuore per vedere dove riponiamo
Regno dei cieli la sicurezza della nostra vita. Le ricchezze non assicurano nulla,
«Essere poveri nel cuore, questo è santità» (GE mentre chi ha il cuore povero fà entrare il Signore con la sua
70) costante novità (GE 67-68; 70).
Beati i miti perché avranno in eredità la terra La mitezza è un’altra espressione della povertà interiore, di chi
«Reagire con umile mitezza, questo è santità»
ripone la propria fiducia solamente in Dio e non nelle logiche
(GE 74). mondane (GE 74).
Il mondo propone divertimento, godimento, distrazione, svago,
Beati quelli che sono nel pianto perché facendoli passare per vita buona e si gira dall’altra parte in
saranno consolati situazioni di sofferenza, malattia, dolore. Chi invece guarda la
«Saper piangere con gli altri, questo è santità» realtà per ciò che è si lascia trafiggere il cuore ed è capace di
(GE 76). raggiungere le profondità della vita ed essere veramente felice (GE
75-76).
Beati quelli che hanno fame e sete della La giustizia di Dio non è quella del mondo, macchiata da interessi.
giustizia perché saranno saziati O quella di chi rimane ad osservare gli altri mentre si spartiscono
«Cercare la giustizia con fame e sete, questo è la torta della vita. Vera giustizia è quando si è giusti nelle proprie
santità» (GE 79). decisioni e la si ricerca per i poveri e i deboli (GE 78-79).

Beati i misericordiosi perché troveranno La misericordia ha due aspetti: è dare, aiutare, servire gli altri e
misericordia perdonare, comprendere. Dare e perdonare è tentare di produrre
«Guardare e agire con misericordia, questo è nella nostra vita un piccolo riflesso della perfezione di Dio che
santità» (GE 82). dona e perdona in modo sovrabbondante (GE 80-81).
Si tratta del cuore semplice. Nella Bibbia il cuore sono le nostre
Beati i puri di cuore perché vedranno Dio vere intenzioni, ciò che realmente cerchiamo e desideriamo. Nulla
«Mantenere il cuore pulito da tutto ciò che
di macchiato dalla falsità ha valore reale per il Signore. Il cuore
sporca l’amore, questo è santità» (GE 86). puro si tiene lontano dai discorsi insensati. Il Padre che vede nel
segreto riconosce ciò che non è pulito (GE 83-84).
La gente critica e distrugge, non costruisce la pace. Mentre i
Beati gli operatori di pace perché saranno
chiamati figli di Dio pacifici costruiscono pace e amicizia sociale. Se vi sono dubbi su
cosa fare nella comunità, cerchiamo ciò che porta alla pace perché
«Seminare pace intorno a noi, questo è santità» l’unità e superiore al conflitto. Costruire la pace è un’arte che
(GE 89).
richiede serenità, creatività, sensibilità e destrezza (GE 87-89).

Beati i perseguitati per la giustizia perché di Si può essere perseguitati per aver lottato per la giustizia, per aver
essi è il Regno dei cieli vissuto i propri impegni con Dio e con gli altri. In una società che
«Accettare ogni giorno la via del Vangelo
ostacola l’autentico sviluppo umano e sociale, vivere le
nonostante ci procuri problemi, questo è santità Beatitudini diventa difficile e può essere malvisto, facendoci
(GE 94). passare per persone ridicole (GE 90- 94).

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La grande regola di comportamento è in Mt 25, 31-46 ove Gesù si sofferma sulla beatitudine della misericordia,
in base alla quale saremo giudicati. Quando riconosciamo Cristo nel povero e nel sofferente, è lì che si rivela il
cuore stesso di Cristo, i suoi sentimenti e le sue scelte cui il santo cerca di conformarsi: «Il Signore ci ha lasciato
ben chiaro che la santità non si può capire né vivere prescindendo da queste sue esigenze», non può prescindere
dal riconoscimento vivo della dignità di ogni essere umano (GE 95-98).

Le ideologie portano e due errori nocivi: separare le esigenze del Vangelo dalla propria relazione personale con
il Signore, facendo scadere il Cristianesimo in una ONG. Oppure diffidare dell’impegno sociale degli altri. La
difesa dell’innocente che non è nato, per esempio, deve essere chiara, ferma e appassionata, perché lì è in gioco la
dignità della vita umana, sempre sacra, e lo esige l’amore per ogni persona al di là del suo sviluppo. Ma
«ugualmente sacra» è la vita dei poveri, degli esclusi, dei diseredati, degli abbandonati; nell’eutanasia nascosta dei
malati e degli anziani; delle vittime di tratta e delle nuove forme di schiavitù. Tanto meno la situazione dei migranti
può essere ritenuto un tema secondario rispetto ai temi “seri” della bioetica. Ad un cristiano «si addice solo
l’atteggiamento di mettersi nei panni di quel fratello che rischia la vita per dare un futuro ai suoi figli» (GE 100-
101).

Il modo migliore per discernere se il nostro cammino di preghiera è autentico sarà osservare in che misura la
nostra vita si và trasformando alla luce della misericordia. Questo è il criterio per capire chi sono i veri figli del
Padre. Chi dà gloria a Dio è chiamato a tormentarsi, spendersi, e stancarsi cercando di vivere le opere di
misericordia (GE 105; 107).

Capitolo IV – ALCUNE CARATTERISTICHE DELLA SANTITÁ NEL MONDO ATTUALE

La santità nella forma di cinque manifestazioni dell’amore per Dio e per il prossimo:

1) Sopportazione, pazienza e mitezza. Si tratta della fermezza interiore che è opera della grazia per cui restiamo
saldi in Dio che ci ama e ci sostiene. Ci preserva dal lasciarci trascinare dalla violenza sociale smorzando le vanità
e rendendo mite il cuore (GE 112; 116). Liberarsi da un Io troppo grande da cui scaturisce aggressività e non
cercare la sicurezza interiore nei successi, nei piaceri, nel dominio ma in Cristo nostra pace. (GE 121). Non farsi
giustizia da sé e non lasciarsi vincere dal male, ma vincere il male con il bene (GE 113). Stare in guardia contro le
cattive inclinazioni paragonabili a vere e proprie forme di violenza. Perché anche i Cristiani possono distruggere
la dignità della persona. Si pretende giudicarla spietatamente e poi continuare a dare lezioni. Oppure cedere a reti
di violenza verbale attraverso i media e nei diversi ambiti di comunicazione digitale. Persino in quelli cattolici si
possono eccedere i limiti con diffamazione e calunnia passando sopra l’ottavo comandamento: «Non dire falsa
testimonianza». La via della santità significa sopportare umiliazioni quotidiane e ingiustizie per offrirle al Signore.
(GE 121).

2) Gioia e senso dell’umorismo. Il santo senza perdere il realismo illumina gli altri con uno spirito positivo e
ricco di speranza. Il malumore non è un segno di santità. Individualismo e consumismo non possono offrire una
reale gioia perché appesantiscono il cuore. La gioia soprannaturale nasce dalla certezza personale di essere
infinitamente amati al di là di tutto (GE 122-128).

3) Audacia e fervore. «La santità è parresia: è audacia, è slancio evangelizzatore che lascia un segno in questo
mondo» (GE 129). L’audacia e il coraggio apostolico sono costitutivi della missione, e la mancanza di fervore è
tanto più grave perché nasce dal di dentro, riprendendo le parole di Paolo VI. La Chiesa ha bisogno di missionari
appassionati ed entusiasti di comunicare la vera vita. I santi sorprendono e mettono in crisi perché la loro vita
chiama a uscire dalla mediocrità. «La parresia è sigillo dello Spirito Santo» (GE 132)E ci permette di contemplare
la storia nella prospettiva di Gesù risorto. In tal modo la Chiesa non rimarrà immobile ma potrà andare avanti
accogliendo le sorprese del Signore.

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4) In comunità. La santificazione è un cammino da vivere in comunità. Vivere e lavorare con altri è senza dubbio
una via di crescita spirituale (GE 141). Condividere la Parola e celebrare insieme l’Eucaristia ci rende fratelli e ci
trasforma in comunità santa e missionaria. Gesù ha chiesto ai discepoli di fare attenzione ai dettagli dell’amore: il
vino che si andava esaurendo durante una festa, una pecora mancante, le due monetine di una vedova, l’olio di
riserva per le lampade se lo sposo ritarda. A volte, in mezzo a questi piccoli particolari ci vengono regalate
consolanti esperienze di Dio (GE 144).

5) In preghiera costante. La preghiera fiduciosa è l’atteggiamento del cuore che si apre all’incontro con Dio, lì è
possibile ascoltare la sua voce soave. Nel silenzio è possibile discernere le vie di santità che il Signore ci propone.
È indispensabile stare con il Maestro, ascoltarlo e imparare da Lui. Ciascuno guardi la propria storia personale
quando prega e in essa troverà tanta misericordia. La supplica, poi, è espressione del cuore che confida in Dio, che
sà che non può farcela da solo. La preghiera ci rasserena il cuore e ci aiuta ad andare avanti con speranza. La
supplica di intercessione è un atto di fiducia in Dio e insieme un’espressione di amore per il prossimo.
Nell’Eucaristia la Parola raggiunge la sua massima efficacia, perché è presenza reale di Colui che è Parola vivente
(GE 148-157).

Capitolo V – COMBATTIMENTO, VIGILANZA, DISCERNIMENTO

«La vita cristiana è un combattimento permanente contro la mentalità mondana e contro il Maligno, che è
presente sin dalle prime battute delle Scritture. Non dovremmo ridurre il diavolo a un mito, una figura simbolica
o un’idea, per non abbassare la guardia e finire più vulnerabili. Quando Gesù ci ha lasciato il ‘Padre nostro’ ha
voluto che terminiamo chiedendo al Padre che ci liberi dal Maligno. L’espressione che lì si utilizza non si riferisce
al male in astratto e la sua traduzione più precisa è ‘il Maligno’. Tuttavia, si tratta di una lotta molto bella perché
ci permette di fare festa ogni volta che il Signore vince nella nostra vita» (GE 158-161).
Per questo il Signore ci ha equipaggiato con armi potenti: la preghiera, la Parola di Dio, la celebrazione della
Messa, l’Adorazione Eucaristica, la Riconciliazione sacramentale, le opere di carità, ecc. (GE 162).

Il cammino verso la santità è dono dello Spirito Santo, ma occorre tenere le lampade sempre accese. Capire
se una cosa viene dallo Spirito Santo o dallo spirito del mondo o del diavolo è possibile mediante il discernimento
che distingue tra l’intelligenza e il senso comune. È un dono necessario perché il mondo contemporaneo propone
diverse possibilità di distrazione, tutte come ugualmente valide e buone (GE 166-167). Il discernimento è una
grazia che non riguarda solo le persone più intelligenti o istruite (GE 170). Non richiede abilità particolari ma la
disposizione all’ascolto. Pertanto abbiamo bisogno di silenzio e preghiera per percepire il linguaggio di Dio, e
interpretare il significato delle ispirazioni che pensiamo di aver ricevuto per calmare le ansie e ricomporre
l’insieme della propria esistenza alla luce di Dio. Tale atteggiamento di ascolto implica obbedienza al Vangelo e
al Magistero che lo custodisce, cercando di trovare nel tesoro della Chiesa ciò che può essere più fecondo per
l’oggi della salvezza (GE 173).

Il progresso nel discernimento è dato dall’educarsi alla pazienza di Dio e ai suoi tempi, che non sono i nostri. È
necessaria la generosità. Non si fà discernimento per scoprire cos’altro possiamo ricavare da questa vita ma per
comprendere come compiere la missione ricevuta nel Battesimo. Quando scutiamo davanti a Dio le strade della
vita e gli aspetti dell’esistenza in tutto Dio è presente con la sua grazia e sono un’opportunità per continuare a
crescere e ad offrire a Lui qualcosa di più anche in mezzo a forti difficoltà. Si tratta di uscire da se stessi verso il
mistero di Dio che vive con noi la nostra missione alla quale ci ha chiamati.

La vera felicità deriva da una logica misteriosa che non è di questo mondo che il mondo non potrà toglierci
e ci regala le migliori esperienze quando accettiamo il Signore e la logica del suo Regno, COME Maria che ha
vissuto come nessun altro le Beatitudini di Gesù. Conversare con Lei ci santifica (GE 174-176).

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CONCLUSIONE

Già nel 1987 il Santo Padre, in uno dei suoi scritti intitolato Riflessioni sulla vita Apostolica, aveva parlato
degli antenati che ci hanno preceduto nella speranza; di generazioni di uomini e donne come noi che hanno vissuto
le tante contrarietà della vita, le hanno sopportate e hanno saputo consegnare la torcia della speranza ed è così che
è giunta sino a noi. Sta a noi essere fecondi nel trasmetterla a nostra volta. La maggior parte di loro non hanno
scritto la storia: hanno semplicemente lavorato attraverso la vita accogliendo la salvezza nella speranza. E hanno
tramandato non soltanto una «dottrina» ma una testimonianza e lo hanno fatto con la semplicità con cui si danno
le cose di tutti i giorni (11).
La dimensione personale della santità che tutti ci riguarda da vicino è uno dei pilastri dell’Esortazione.
Così il Santo Padre si rivolge a ciascuno: «Voglia il Cielo che tu possa riconoscere qual è quella parola, quel
messaggio di Gesù che Dio desidera dire al mondo con la tua vita» (GE 24).

Faccio mio l’appello di san Giovanni Paolo II a riguardo della santità:

La chiamata alla santità è una chiamata unica, irripetibile e creativa, «fatta su misura» per te perché legata alla tua
personalità originale. Come pensi di realizzare questo dono del Signore nel tuo vissuto quotidiano e nello specifico
ambito ecclesiale?

Quale riflessione del Santo Padre ha catturato maggiormente il tuo interesse? Alla luce delle due falsificazioni
della santità delineate nell’Esortazione apostolica discerni la qualità della tua vita spirituale.