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La Falconeria nel Rinascimento


La pratica della falconeria si registra
nei popoli delle terre doccidente gi
dal IV secolo, ma lorigine, molto
probabilmente orientale, data ad un
tempo ancora pi lontano. Nel primo
medioevo essa era operata senza
distinzioni di casta; leditto di Rotari
diede una prima regolamentazione
alla materia, statuendo che chiunque
riuscisse ad appropriarsi di un falco
potesse cacciare liberamente al di
fuori dei boschi regi. Con il trascorrere dei secoli la falconeria
crebbe in prestigio ed agli occhi dei
potenti incarn significati politici, di
arte venatoria e fu un notevole
mezzo di esaltazione del potere.
Contrariamente a quanto statuito da
Rotari, nel tardo medioevo la cattura
Immagine medioevale
o il furto di un rapace non venne
interpretato come un danno allaltrui propriet, ma come un vero e
proprio attentato ad un privilegio di classe. La falconeria, attraverso una
fitta rete di simbolismi guerriero-rapace esprimeva forti componenti di
supremazia: il guerriero dominava i vinti come il rapace regnava sugli uccelli. Relativamente ai predatori venne anche stabilita una particolare
scala di valori ed abbinamenti speculare alla gerarchia dei titoli nobiliari,
cos laquila fu associata allimperatore; il girifalco al re; il falco pellegrino
al conte; lastore al proprietario di campagna; lo sparviero
allecclesiastico, ecc.
Fu con Federico Il di Svevia e il suo De arte venandi cum avibus, il pi
completo trattato di falconeria di tutti i tempi, che la caccia con il falco
raggiunse il suo massimo splendore.
Nel Trecento italiano la quasi totalit delle famiglie nobili a capo delle
principali citt italiane si dilettava grazie alla falconeria. Il principe si sa-

ziava di piacere osservando gli splendidi predatori roteare nel cielo e


colpire la preda. A ci era necessario, oltre a disporre di elementi selezionati, un periodo di addestramento che avrebbe preparato per la
caccia luccello in allevamento. Abbiamo notizia di numerose falconiere a
Rovere, Marmirolo, Gonzaga dove falconieri e strozzieri passavano le loro
giornate ad addestrare i falconi tanto cari al loro signore.
Quali doti bisognava possedere per diventare falconieri?
Dai numerosi documenti pervenutici si pu facilmente desumere che i
falconieri fossero scelti
con cura e disponessero oltre che di competenza specifica in campo
cinegetico, di buona cultura come dimostra un notevole uso del latino
nella redazione delle frequenti note informative inviate al signore per
informarlo sulla condizione dei suoi uccelli.
Da una di queste lettere, scritta da tale Mazone, falconiere di Francesco Il
Gonzaga, apprendiamo che vi era una forte specializzazione: ogni addetto
aveva in custodia ed era responsabile di determinati rapaci,
accuratamente suddivisi per specie al fine di ottenere i migliori risultati
venatori possibili.
La qualit del cibo e le condizioni dei rapaci erano al centro delle
attenzioni del principe al quale, come testimoniano le numerose lettere al
riguardo, gli uomini delle falconiere si rivolgevano per ogni necessit che
avesse attinenza con la vita dei predatori.
Il falcone incarnava veramente per i potentes un ruolo primario ed un
simbolismo sconfinato:
facilmente comprensibile come un esercito di predatori di grandi qualit
esprimesse maggiore prestigio e carisma del signore.
Dellapparato coreografico e scenografico che stava alla base della vita
curtense il falco era il protagonista principale: non ci difficile immaginare quale fierezza e compiacimento si potessero leggere sul volto del
principe che accingendosi alla caccia, sfilava sul suo cavallo bardato a
festa per loccasione tra due ali di folla festante, con il suo girifalco pi
bello e maestoso sul pugno. Avrebbe stupito la Corte per il candore delle
proprie piume e la forza dello
sguardo
penetrante
ed
atteggiamento
altero
ed
arrogante; avrebbe espresso a
pieno il carisma di Signore
degli Uccelli, come colui che lo
teneva appollaiato sul guanto
lo esprimeva di Signore di
Popoli.
Anche lestetica era quindi
molto importante: un falco
armato con sonagli, geti e
cappuccio fatti a regola darte
Francesco del Cossa, Gli sparvieri, Salone dei
e proponenti insegne araldiche
Mesi. Particolare dellaffresco del mese di Maggio,
seolo XV, Ferrara, Palazzo Schifanoia

ed emblemi della casata destava certamente una migliore impressione.


Possiamo immaginare come il falconiere o lo strozziere avessero a cuore
non solo la bravura, ma anche laspetto dei rapaci loro affidati. Dunque
non desta meraviglia la richiesta di cappucci adeguati o fornimenti che
fossero in linea con la bravura e il pregio dei loro campioni. I fornimenti
comprendevano oltre allo stretto necessario per armare il falcone anche lo
scudetto con le insegne del principe e in alcune occasioni venivano
pincti e minlati.
La borsa del signore si apriva volentieri solo quando cerano di mezzo
donne, cavalli e falconi. I Gonzaga acquistavano girifalchi, astori, sparvieri
e falchi in ogni luogo e terra ove essi si trovassero. Inoltre, ogni sistema
era buono per catturare quelli selvatici nei boschi o sulle montagne; a ci
erano adibiti uccellatori molto abili, che avevano la fiducia del principe.
I falchi venivano catturati con lacci e reti oltre che con vere e proprie
trappole costruite dalluccellatore, il quale era considerato abile non solo
se riusciva a catturare molti rapaci, ma se li catturava illesi. In
numerosissime occasioni venne richiesto, oppure autorizzato, lesborso di
denaro per lacquisto dei rapaci; si ha notizia di un magnifico astore
acquistato da Galeazzo Visconti per lincredibile somma di cento ducati
doro.
I falconi pi richiesti sul mercato erano senza dubbio quelli di piumaggio
bianco; lo stesso Federico Il di Svevia parlando del valore del piumaggio
di un rapace, definisce quello bianco come vertice massimo di bellezza.
Le follie che il principe era disposto a fare ribadiscono quale era il ruolo
del falcone nel contesto del suo prestigio e dello stupore che avrebbe
provocato presso la Corte un uccello di grande bellezza. Certo labilit
venatoria era importante, ma il principe non disdegnava avere qualche
girifalco bianco, dallo sguardo severo, da portare semplicemente al pugno
per stupire parenti ed amici.
Il momento pi atteso dal signore era per quello della caccia vera e
propria, sul campo. Essa era vissuta come un vero e proprio rito da tutti i
cortigiani, inebriati dalle evoluzioni dei falchi che magistralmente
catturavano aironi, stame, fagiani e quantaltra selvaggina si trovasse
nelle campagne e nei boschi che facevano parte delle sue riserve di
caccia.
Una fitta rete di uccellatori era disseminata nei territori del feudo e
riferiva puntualmente a palazzo sui movimenti delle prede, per garantire
al principe di fare bella figura agli occhi dei potenti che avesse invitato.
La caccia era infatti nel medioevo e soprattutto nellet della signoria il
canale privilegiato attraverso il quale si svolgeva la diplomazia con le altre
casate: accordi di pace, alleanze militari, strategie politiche venivano
conclusi a margine delle battute e frequentemente suggellati da uno
scambio di doni che spesso avevano ad oggetto i migliori falconi del
signore.
Dai testi consultati apprendiamo che nel 1531 Gregorio Casale,
ambasciatore inglese presso la Corte papale, ringraziava Federico Il

Gonzaga, da pochi anni innalzato alla dignit di duca, per il dono di falconi
inviati alla Maest del re.
[] Da soi falconeri Vostra excellentia Haver inteso quanto li soi falconi
habino satisfato a questa Regia Maest, et quanto gli resti obligata [].
Le relazioni con il re di Francia, dopo la battaglia di Fornovo sul Taro (6
luglio 1495), furono riallacciate da Francesco Il Gonzaga nel settembre
1499 con un dono di falchi a Luigi XII. [...] post scripta. Farai intendere
alla Maest Christianissima che li falconi che sono in tanta perfectione, et
de quali te dessimo commissione li parlassi, tutta volta segueno in bene
mutandossi; sich per tempo seranno in ordine et aparechiati, et a noi
una hora pare uno anno potergeli mandare, aci che la ni possi pigliare
recreatione, come desyderamo in questo et in ogni altra cosa che sii de
contento di essa Maest [...].
Lo scambio di doni tra potentes aveva quindi una sua specifica ragion
dessere, per lassunto che vuole il principe rimirare se stesso nel falcone,
nel campione bello, fortissimo, agguerrito e vincitore.
Donare un bellesemplare significava partecipare un poco della forza
carismatica del principe e dimostrare la sua liberalit, concedendo al piacere altrui rapaci che mai, per la loro bellezza e bravura, avrebbero
dovuto n potuto per altri termini lasciare le falconiere di casa.
Tanto lesemplare donato esprimeva i requisiti di perfezione, tanto il
donatore ne veniva esaltato e gratificato.
Questo non accadeva tuttavia per la gente comune, per i funzionari, per
gli ambasciatori, per i notabili, per coloro che non erano da considerarsi
alla stregua di duchi, re, papi ed imperatori.
Le richieste di quelli che si potrebbero definire dei postulanti fioccavano a
decine, a centinaia. A tale insistenza il principe non poteva sempre
rispondere affermativamente.
Ecco allora le scuse pi inverosimili, o quelle pi penose, o ancora quelle
che chiaramente sottintendevano un rifiuto che non aveva alcuna ragione
per non essere tale.
Ma anche questo faceva parte del gioco delle Corti, di una piaggeria
portata spesso alleccesso o dellinfima considerazione da sottolinearsi con
un palese diniego.
Insomma, chiedere uccelli da preda al principe rientrava nella normalit;
ma proprio attraverso la risposta affermativa o meno del principe che si
potrebbe stilare una graduatoria dei personaggi graditi o meno alla Corte;
quelli ai quali si dava importanza; quelli che veramente non ne avevano;
coloro ai quali non veniva nemmeno concesso il piacere della risposta;
quelli, infine, cui si concedeva una risposta che, nei termini, era peggio
deI rifiuto o dellindifferenza. Naturalmente anche il testo della lettera di
richiesta era radicalmente diverso a seconda della differenza di ceto
sociale tra il postulante e il principe.
Da quanto detto risulta chiaramente che la falconeria ebbe durante il
Rinascimento uninfluenza sociale di non poco momento poich consentiva

al signore che sapesse sfruttarne appieno le potenzialit di radicare


intorno a s il consenso sociale dei suoi sudditi, ma anche dei potenti,
crescendo ai loro occhi in fama e prestigio.
Carlo Roncoroni
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