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VENETO

ROMANICO
A cura di
Fulvio Zuliani
Introduzione di Giovanna Valenzano
Schede di:
Ettore Napione
Gianpaolo Trevisan
Giovanna Valenzano
Fulvio Zuliani

2008
Editoriale Jaca Book SpA, Milano
tutti i diritti riservati

INDICE

Prima edizione italiana


Settembre 2008
Copertina e grafica
Ufficio grafico Jaca Book

Introduzione, di Giovanna Valenzano


In copertina:
Murano, Ss. Maria e Donato,
esterno, veduta absidale
Sul retro:
Verona, San Zeno, portale.
La campagna fotografica di BAMS photo
stata realizzata da Basilio Rodella e Matteo Rodella
con le seguenti eccezioni:
Archivio fotografico di Storia dellarte medievale, Universit di Verona,
Dip. di discipline storiche, artistiche, archeologiche e geografiche,
per gentile concessione della prof.ssa Tiziana Franco: 314;
Marta Boscolo: 264;
Gianpaolo Trevisan: X-XIII, XVII, XX, XXII, XXVI, 33, 51, 56, 72, 104, 105, 133, 134, 136, 139-140, 142-144, 152, 184, 206,
213-214, 218-219, 239-240, 257, 259-260, 261 alto, 296, 303-305, 313, 336-339, 343-345,
Fulvio Zuliani: XIV, XXIV.
Referenze delle piante: Bartoli 1987: 119; Benini 1995a: 292, 293, 301, 302; Benini 1995b: 165, 309, 311, 325, 334;
Da Lisca 1924: 177; Da Lisca 1941: 186; Dani 1997: 272; Endrizzi 1996; 242; Garofano 1995: 318; Gerola 1910: 194;
La chiesa di San Procolo 1990: 300; Lorenzoni 2000: 211; Pellegrini, Barbiero 1997: 261; Previtali 2001: 273;
Sandrini 2002: 328; Suitner 1991: 74, 75, 96, 348; Tavano 1984: 220; Trevisan 2004a: 134, 140;
Valenzano 2000b: 110, 111; Zuliani 1995: 4, 13.

Composizione e fotolito
Fotochrom, Grottammare (AP)
Finito di stampare nel mese di ottobre 2008
da DAuria Industrie Grafiche, Ascoli Piceno

ISBN 978-88-16-60303-5
Per informazioni sulle opere pubblicate e in programma ci si pu rivolgere a:
Editoriale Jaca Book SpA - Servizio Lettori
Via Frua 11, 20146 Milano
tel. 02-48.56.15.20/48.56.15.29, fax 02-48.19.33.61
e-mail: serviziolettori@jacabook.it; internet: www.jacabook.it

Cartografia

Treviso e il territorio
IL DUOMO DI TREVISO
SAN VITO A TREVISO
SANTEUSTACHIO A NERVESA
DELLA BATTAGLIA

248

Il territorio bellunese
IL DUOMO E IL BATTISTERO DI FELTRE
SAN DANIELE A PEDESERVA

253
255

Il territorio padovano
SAN MICHELE ARCANGELO A POZZOVEGGIANI
SANTO STEFANO A DUE CARRARE
SANTA MARIA A CARCERI

257
261
265

Il Polesine
IL DUOMO DI ADRIA
SAN BASILIO AD ARIANO POLESINE

269
270

203
217

Vicenza e il territorio
LA CATTEDRALE DI VICENZA
SAN GIORGIO IN GOGNA A VICENZA
SAN SILVESTRO A VICENZA
SANTA MARIA ETIOPISSA A POLEGGE
SAN GIORGIO A VELO DASTICO

273
275
276
278
279

227
228
230
232
233
235
238

Verona e il territorio
SANTO STEFANO A VERONA
SANTI APOSTOLI A VERONA
SANTA MARIA ANTICA A VERONA
SANTISSIMA TRINIT A VERONA
LE CRIPTE DI SAN PROCOLO E SANTA MARIA
IN ORGANO A VERONA
LA CRIPTA DI SAN BENEDETTO A VERONA
MADONNA DELLA STR A BELFIORE
SANTA MARIA DELLA CHIUSARA A BONAVIGO

29
Schede maggiori

SAN MARCO A VENEZIA


SANTA MARIA ASSUNTA E SANTA FOSCA
A TORCELLO
SANTI MARIA E DONATO A MURANO
SANTO STEFANO A CAORLE
SANTA SOFIA A PADOVA
SANTI VITTORE E CORONA A FELTRE
SANTI FELICE E FORTUNATO A VICENZA
SAN ZENO A VERONA
IL DUOMO DI VERONA
SAN FERMO MAGGIORE A VERONA
SAN LORENZO A VERONA
SAN GIOVANNI IN VALLE A VERONA
SAN SEVERO A BARDOLINO
SAN GIORGIO A SAN GIORGIO
DI VALPOLICELLA
SANTA MARIA E SAN PIETRO IN VALLE
A GAZZO VERONESE
SANTANDREA A SOMMACAMPAGNA

35
67
91
101
107
113
121
129
147
159
169
175
185
195

Schede brevi
Venezia, le lagune e la terraferma
SAN NICOL DI LIDO A VENEZIA
SAN ZACCARIA A VENEZIA
SAN GIACOMO DI RIALTO A VENEZIA
IL CAMPANILE DI SANTELENA A TESSERA
SANTA MARIA DI JESOLO
IL BATTISTERO DI CONCORDIA SAGITTARIA
SANTA MARIA A SUMMAGA

243
247

283
287
290
292
295
298
300
303

INDICE

SAN ZENO A CASTELLETTO DI BRENZONE


SAN ZENO A CEREA
SANTA MARIA A CISANO DEL GARDA
LA BASTIA A ISOLA DELLA SCALA
SAN SALVARO A SAN PIETRO DI LEGNAGO
SAN SALVATORE A MONTECCHIA DI CROSARA
SAN LORENZO A PESCANTINA
SAN FLORIANO A SAN FLORIANO
DI VALPOLICELLA

306
308
311
315
317
319
321

SANTI FILIPPO E GIACOMO A SCARDEVARA


E SANTAMBROGIO A TOMBAZOSANA
DI RONCO ALLADIGE
SAN PIETRO A VILLANOVA DI SAN BONIFACIO

324
328

Bibliografia generale

335

322

Bibliografia specifica per monumenti

342

AUTORI DELLE SCHEDE


Ettore Napione (E.N.):
Santi Felice e Fortunato a Vicenza; San Giovanni in Valle a Verona; San Severo a Bardolino; San Giorgio di Valpolicella;
Santa Maria e San Pietro in Valle a Gazzo Veronese; SantAndrea a Sommacampagna; La cattedrale di Vicenza; San Giorgio in Gogna a Vicenza; San Silvestro a Vicenza; Santa Maria Etiopissa a Polegge; San Giorgio a Velo dAstico; Santi Apostoli a Verona; Santa Maria Antica a Verona; Santissima Trinit a Verona; Madonna della Str a Belfiore; Santa Maria della Chiusara a Bonavigo; San Zeno a Castelletto di Brenzone; San Zeno a Cerea; Santa Maria a Cisano del Garda; La Bastia
a Isola della Scala; San Salvaro a San Pietro di Legnago; San Salvatore a Montecchia di Crosara; San Lorenzo a Pescantina; San Floriano a San Floriano di Valpolicella; San Pietro a Villanova di San Bonifacio; Santi Filippo e Giacomo a Scardevara e SantAmbrogio a Tombazosana di Ronco allAdige.
Gianpaolo Trevisan (G.T.):
Santa Maria Assunta e Santa Fosca a Torcello; Santi Maria e Donato a Murano; Santo Stefano a Caorle; Santa Sofia a Padova; Santi Vittore e Corona a Feltre; San Fermo Maggiore a Verona; San Lorenzo a Verona; San Nicol di Lido a Venezia; San Zaccaria a Venezia; San Giacomo di Rialto a Venezia; Il campanile di SantElena a Tessera; Santa Maria di Jesolo;
Il battistero di Concordia Sagittaria; Santa Maria a Summaga; Il duomo di Treviso; San Vito a Treviso; SantEustachio a
Nervesa della Battaglia; Il duomo e il battistero di Feltre; San Daniele a Pedeserva; San Michele a Pozzoveggiani; Santo
Stefano a Due Carrare; Santa Maria a Carceri; Il duomo di Adria; San Basilio ad Ariano Polesine; Le cripte di San Procolo e Santa Maria in Organo a Giovanna Valenzano
Giovanna Valenzano (G.V.):
San Zeno a Verona; Il duomo di Verona; Santo Stefano a Verona; La cripta di San Benedetto a Verona.
Fulvio Zuliani (F.Z.):
San Marco a Venezia.
8

INDICE

SAN MARCO A VENEZIA

Sono soltanto due secoli che la basilica di San Marco


la cattedrale di Venezia: la sede del vescovo veneziano era
la chiesa di San Pietro, che si trova tuttora nellarea denominata in origine Olivolo e poi Castello, periferica rispetto
ai centri del potere e delle attivit mercantili, e dove peraltro il vescovo si era gi insediato nellVIII secolo. nel
1807, pochi anni dopo il crollo della Repubblica, in piena
et napoleonica, che il vescovo, che da tempo aveva acquisito il titolo patriarcale, si trasfer in San Marco. NellOccidente medievale, il caso veneziano si presenta dunque in
tutta la sua singolarit: mentre ovunque, altrove, la cattedrale il luogo deputato in cui le comunit cittadine, in una
con lautorit religiosa del vescovo, trovano la propria
identit, e celebrano la loro prosperit e la loro crescita
culturale, contribuendo alla realizzazione di monumenti
sempre pi prestigiosi, a Venezia, dove la Chiesa stata
sempre relegata in un ruolo marginale rispetto alla gestione della cosa pubblica, San Marco, che nasce come cappella annessa al palazzo ducale per conservare il corpo dellEvangelista, ma che rapidamente viene ad assumere le
funzioni di chiesa di Stato, a divenire il luogo privilegiato
dellautocelebrazione e dellautorappresentazione della
comunit. Lanalisi delledificio, in tutte le fasi della sua
storia, non pu prescindere da questa specificit, che condiziona lassetto interno ed esterno, e la funzione e il significato delle immagini, dipinte (a mosaico, naturalmente) e
scolpite, che via via lo rivestiranno fino a donargli la veste
che oggi vediamo.
San Marco ci pervenuta in condizioni che rispecchiano sostanzialmente, nella struttura e nella decorazione,
limmagine che aveva raggiunto verso la fine del XV secolo,
nel momento, tra laltro, in cui maggiore era la potenza e il
prestigio dello Stato veneziano. Nei secoli successivi, fino
alla caduta della Repubblica, a parte poche integrazioni allarredo (altari, sculture ecc.) gli interventi furono di manutenzione, di restauro e di conservazione: ci si dedic al

consolidamento delle strutture architettoniche, che fin


dallinizio avevano mostrato notevoli problemi, e al restauro-rifacimento delle superfici, soprattutto musive, ove si
erano deteriorate. Cos, mentre in tanti altri edifici di origine medievale che ci sono rimasti (in Occidente, almeno:
non cos nellOriente ortodosso), le successive innovazioni della liturgia (basti pensare a quelle della Riforma
protestante e a quelle della Riforma cattolica), introducevano radicali riorganizzazioni dellassetto spaziale interno,
e profonde alterazioni del corredo di immagini originarie
(quando non inducevano a complete, o parziali ricostruzioni delledificio), San Marco, in cui i tempi e i modi della liturgia erano scanditi dal cerimoniale statale e dalla presenza del doge, rest praticamente intatta, non solo nella
sua veste architettonica, ma anche nel suo assetto interno.
E la trasformazione in cattedrale (agli inizi dell800, come
ho gi ricordato) giunse troppo tardi perch si potesse
pensare di alterarla: ormai stava diventando una delle immagini cardine del nuovo interesse e del nuovo gusto per il
Medioevo e le sue manifestazioni artistiche. Basti pensare
alle accesissime polemiche che da allora fino ai nostri giorni hanno accompagnato tutti gli interventi, anche minimi,
che lhanno riguardata, a partire dalle reprimende ottocentesche di John Ruskin e di Alvise Zorzi ai tempi della
sostituzione delle lastre marmoree esterne da parte dellarchitetto Meduna.
E ancora: rispetto a tanti altri monumenti medievali,
San Marco ha un corredo di documenti e di carte darchivio, accuratamente pubblicato gi alla fine del XIX secolo,
particolarmente ricco, e apparentemente non equivoco,
per quel che riguarda le fasi della sua costruzione e della
sua decorazione.
Tutte queste condizioni fanno s che sulla basilica esista
una letteratura sterminata, in cui praticamente impossibile mettere ordine, relativa a tutti gli aspetti delledificio,
e che si arricchisce anno dopo anno. Nondimeno, qui si in-

SAN MARCO

35

SANTA MARIA ASSUNTA


E SANTA FOSCA A TORCELLO

SANTA MARIA ASSUNTA


Unepigrafe marmorea rinvenuta in stato frammentario
nel 1895 durante gli scavi effettuati nella cripta della basilica torcellana da Cesare Augusto Levi, attesta che nel 639
per volere dellesarca Isacio facta est ecclesia Sancte Marie
Dei Genitricis, che essa fabricata est a fundamentis dal magister militum Maurizio e che venne consacrata da Mauro
vescovo della chiesa stessa. Lanno prima il longobardo
Rotari aveva espugnato e distrutto Oderzo, sede del magister militum bizantino, causando di conseguenza il trasferimento della popolazione e delle rispettive istituzioni civili, militari ed ecclesiastiche in luoghi pi sicuri. A Torcello,
nella nuova chiesa, si rifugi il vescovo di Altino e tale rimase giuridicamente per lungo tempo: la prima menzione
di un episcopus Torcellanus compare nei documenti del secolo IX riguardanti la nota controversia canonica tra la
Santa Sede e il dogado veneziano, ma i vescovi torcellani
continuavano a intitolarsi dallantica sede altinate ancora
allinizio del secolo XI, nonostante cinque secoli di residenza sullisola.
Le fonti e le indagini archeologiche attestano per Torcello un importante sviluppo economico-commerciale nel
periodo alto medievale con un fiorente mercato nei secoli
VIII-IX; successivamente la lenta perdita del carattere commerciale dellisola a favore di Rialto segn il passaggio a
centro prevalentemente religioso. Tra la fine del secolo X e
linizio dellXI larea presso la cattedrale e la vicina chiesa
di Santa Fosca, molto probabilmente eretta in questo periodo, fu destinata a uso cimiteriale e il complesso episcopale venne interamente rinnovato assumendo laspetto che
tuttoggi conserva. Lattuale basilica di Santa Maria Assunta infatti la chiesa che il diacono Giovanni, contemporaneo agli avvenimenti, ricorda essere stata ricostruita assieme al palazzo vescovile con le sovvenzioni del doge Pietro II Orseolo, quando suo figlio Orso venne consacrato

vescovo di Altino nel 1008: Pietro totum Sanctae Mariae


domum et ecclesiam iam pene vetustate consumptam recreare studiosissime fecit. Un caposaldo cronologico, il 1008,
da intendere quale inizio di un rinnovamento architettonico proseguito nei primi decenni del secolo XI sotto il pontificato di Vitale Orseolo, fratello e successore di Orso divenuto nel frattempo patriarca di Grado (1018-1045),
mentre il fratello Ottone Pietro era succeduto al padre nel
dogado (1008-1029). Ma questo non ancora un dato pacificamente acquisito.
Al centro di un annoso dibattito, non ancora sopito, circa le vicende costruttive e la cronologia della cattedrale
torcellana sono stati i problemi delle eventuali relazioni tra
la chiesa odierna e quella ricordata nellepigrafe del 639 e
della sopravvivenza o meno allinterno delledificio attuale
di parti risalenti al secolo VII, come pure lindividuazione
degli interventi al tempo dei vescovi Deusdedit I (692-724)
e Deusdedit II (864-867), ricordati dalle fonti storiche. Basandosi sui medesimi dati gli studiosi sono giunti a esiti diversi, con considerevoli oscillazioni nei risultati e sconcertanti ripensamenti, che hanno prodotto una trama quasi
inestricabile dipotesi contrapposte intorno alle quali la discussione prosegue da pi di mezzo secolo.
La valutazione della chiesa di Santa Maria indubbiamente condizionata dallo stato in cui ci giunto il monumento, alterato da scellerati restauri ottocenteschi e afflitto da una lunga serie dinterventi manutentivi e traumatiche interpolazioni, che per buona parte ne hanno compromesso la leggibilit. Una difficolt resa pi evidente
dalla recente analisi degli elevati (Gorini 2000; Girardi
2002), la quale, nonostante lo sforzo compiuto, non ha
prodotto risultati sufficienti a dipanare la cronologia delle
vicende edilizie. Tuttavia, come vedremo, vi sono una serie
di dati di fatto convergenti che portano a ritenere lattuale
edificio di Santa Maria quello iniziato nel 1008 dal duca
Pietro e dal vescovo Orso Orseolo: i problemi semmai ri-

SANTA MARIA ASSUNTA E SANTA FOSCA

67

39. Torcello, S. Maria, interno, pulpito, pergula e plutei


della recinzione presbiteriale.
40-41. Torcello, S. Maria, interno, plutei bizantini
della recinzione presbiteriale.

76

TORCELLO

42. Torcello, S. Maria, interno, capitello composito della navata a


foglie dacanto finemente dentellate e con palmette tra le volute.
43. Torcello, S. Maria, interno, capitello composito della pergula
presbiteriale con palmette tra le volute.

SANTA MARIA ASSUNTA E SANTA FOSCA

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SANTI MARIA E DONATO


A MURANO

La promissione di fede prestata nellatto di assumere


lincarico da Michele Monetario plebanus basilice Sancte
Marie plebis Murianensis a Valerio vescovo di Torcello
(990-1008), risalente al febbraio 999, costituisce il primo
documento scritto che menziona la basilica di Santa Maria
a Murano. Ledificio citato nel documento per non quello odierno, ma uno precedente, poich la chiesa venne interamente ricostruita nei primi decenni del secolo XII e terminata entro il 1141, come sancisce liscrizione al centro del
pavimento musivo. Probabilmente la riedificazione prese
avvio nel 1125 con il trasporto nella chiesa delle spoglie di
san Donato, un dono del doge Domenico Michiel su proposta del clero veneziano. Tuttavia non da escludere che i
lavori fossero iniziati qualche anno prima, per la necessit o
volont di rinnovare un edificio fatiscente o solo antiquato,
e che giunti a buon punto nel 1125 si procedesse alla solenne consacrazione del santuario con la collocazione delle reliquie del santo, a maggior lustro e prestigio della nuova basilica muranese. Pi precisamente Hans Buchwald ritiene
che la chiesa sia stata iniziata alla fine del secolo XI e conclusa entro il primo terzo del secolo XII, per via della stretta
correlazione tra le sculture ornamentali dei Santi Maria e
Donato e quelle della basilica di San Marco (Buchwald
1962-1963). Secondo altra ipotesi, la ricostruzione si sarebbe resa necessaria a seguito dei danni prodotti dal terremoto del 1117 (Polacco 1993). Mancano tuttavia elementi sufficienti per attribuire allevento sismico un rinnovamento
edilizio che pi probabilmente rientra nel generale clima di
sviluppo economico delle aree urbane, e che a Murano trova testimonianza nelle numerose fondazioni ecclesiastiche
dei secoli XI e XII. Dopo la traslazione del corpo di san Donato, la chiesa non guadagn la doppia intitolazione odierna: negli atti ufficiali compare quale ecclesie collegiate Sancte Marie alias Sancti Donati solo nel 1536.
Nel 1692 il vescovo di Torcello Marco Giustiniani trasfer la sede episcopale a Murano, e fece eseguire radicali

cambiamenti allarredo e alla struttura della chiesa. Tutta


la chiesa venne rimodernata secondo il gusto barocco dellepoca. Possiamo valutare lentit dellintervento grazie
alle notizie riportate nelle visite pastorali in particolare
quella datata 6 giugno 1683 che danno importanti informazioni sullinterno della chiesa prima dei mutamenti, e
grazie ai documenti dellarchivio parrocchiale, dove vengono annotati i lavori attuati a partire dal 1694: le arcate
nella navata ebbero un rivestimento ligneo decorato a intaglio e dorato; le basi delle colonne furono scalpellate e rivestite anchesse; si chiusero le finestre del secolo XII e si
sostituirono con finestre semicircolari; volte fittizie celarono il soffitto a carena di nave rovescia del secolo XIV o XV
(poi in gran parte rifatto nellOttocento), cosa che comport leliminazione del mosaico sullarco trionfale raffigurante lAnnunciazione, analogo, per esempio, a quello
ancora visibile nella cattedrale di Torcello. Nel 1695 la zona del coro sub un pesante stravolgimento. La nuova sistemazione determin lo smantellamento della struttura
marmorea del coro (forse quattrocentesca, forse pi antica), posta a chiudere la zona pi sacra della chiesa a partire dal transetto; i due pulpiti antichi furono eliminati, e
uno nuovo venne costruito nel luogo dove possiamo vederlo attualmente, reimpiegando uno dei parapetti, la cui
fattura rimanda a opere del secolo VI sul tipo dei pulpiti
con scale da entrambi i lati; il presbiterio fu rialzato di tre
gradini e dotato di un nuovo altare, demolendo lantico
con il suo ciborio (probabilmente non quello di secolo IX
di cui si dir). Poi, nel 1700, davanti allaltare fu preparata
la tomba a camera del vescovo Giustiniani dietro suo stesso ordine (mor nel 1735), distruggendo definitivamente il
pavimento musivo del presbiterio che era stato staccato e
ricollocato dopo il rialzo. La pala dargento dellaltare
principale venne venduta nel 1699, e si salv solamente la
pala feriale. Ulteriori interventi, tuttavia meno rilevanti,
furono laddossamento di edifici adibiti a sacrestia lungo il

SANTI MARIA E DONATO

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SANTA SOFIA
A PADOVA

Il primo e pi importante documento sulla chiesa di


Santa Sofia un atto del 19 febbraio 1123 con il quale il
vescovo di Padova Sinibaldo, daccordo con i canonici
della cattedrale padovana, dona ai chierici di Santa Sofia le
decime dovute alla chiesa cattedrale dagli abitanti del borgo. Il presule ricordava che dum circa tempus quo episcopalem susceperem consecrationem, viderem ecclesiam
sancte Sophye in paupertatis exuri camino, que tunc in suburbio civitatis Padue in nove molis erigebatur fabricam,
dignum duxi, ut manus ei consolacionis porrigerem et saltim de decimis sancte Marie maioris ecclesie porciunculam
sibi karitative impenderem. Dunque al tempo della consacrazione episcopale di Sinibaldo, nel 1106, la nuova
chiesa di Santa Sofia era in costruzione, ma poich giaceva
in una situazione economica per nulla florida, il vescovo
riteneva opportuno destinare a essa almeno una piccola
parte delle decime della chiesa cattedrale di Santa Maria.
La donazione fu esplicitamente vincolata al sostentamento
dei chierici e al proseguimento della fabbrica, conclusa la
quale i chierici di Santa Sofia dovevano istituire entro un
quadriennio una canonica regolare e iniziare a condurre
vita comunitaria; la mancata osservanza di questultima
clausola sarebbe stata lunico motivo di revoca della concessione delle decime, eccetto la quarta parte spettante in
ogni caso alle chiese cittadine. Il documento fa riferimento
anche alla presenza gi consolidata di un gruppo di chierici di Santa Sofia, tuttavia al di sotto delledificio romanico
non sono emerse tracce archeologiche di una eventuale
chiesa pi antica, che pertanto doveva trovarsi in unarea
diversa da quella su cui insiste la chiesa attuale.
Edificata lungo lantica via Emilia-Altinate, che conduceva ad Aquileia, la chiesa di Santa Sofia una basilica a
tre navate conclusa a oriente con un insolito imponente
emiciclo che abbraccia lintera larghezza delledificio. Tale
straordinaria mole architettonica non racchiude un deambulatorio intorno al santuario con laltare principale co-

me ci si aspetterebbe poich labside maggiore, comunicante direttamente con il falso deambulatorio tramite
una serie di arcate, slitta verso il fondo e si adagia tangente
a una cella triconca emergente dallemiciclo, annullando il
percorso semianulare. Dunque, un edificio affatto singolare nel panorama dellarchitettura regionale, tanto pi che,
come si dir, fu realizzato a cavaliere dei secoli XI e XII da
maestranze formatesi nei cantieri delle grandi architetture
della laguna veneta.
Lodierna fisionomia, al pari della maggior parte delle
chiese medievali, il risultato di una serie di restauri
compiuti tra Otto e Novecento che hanno eliminato le cosiddette superfetazioni fino a restituire il presunto aspetto originario. Tra i vari interventi il pi consistente, e in
sostanza definitivo, per laspetto attuale della chiesa il restauro iniziato nel 1941, parzialmente protrattosi durante
la guerra e concluso nel 1951-1958 con il sensazionale ritrovamento di una cripta sottostante larea presbiteriale,
prima ignota. La storiografia ha ricostruito le vicende e
lentit di tali lavori, fornendo gli strumenti per discernere
in parte quanto frutto dellinterpretazione e interpolazione dei restauratori da quanto pertiene alloriginaria
costruzione di Santa Sofia e alle modifiche introdotte in
epoche antiche (Porter 1917; Forlati 1941; Fontana 1982;
Coden 2005).
In origine la suddivisione interna in navate era attuata
secondo una successione modulare di due pilastri e una
colonna; la serie ora alterata nella seconda met della
chiesa dove le colonne furono mutate in pilastri e i pilastri
originali manomessi. Nella prima parte della chiesa, invece, laspetto dei sostegni verosimilmente quello primitivo, anche se parzialmente di ripristino: le coppie di pilastri
presentano a mezza altezza una nicchia con colonnette ottagonali (alcune rifatte nei restauri del 1852) e piccoli capitelli a spigoli smussati, e le arcate fra pilastro e pilastro si
appoggiano su colonne con capitelli imposta fittamente

SANTA SOFIA

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SANTI VITTORE E CORONA


A FELTRE

La chiesa dei Santi Vittore e Corona situata presso la


localit di Anz a circa tre chilometri da Feltre, isolata in
cima a un colle del monte Miesna in posizione dominante
sulla strada che dalla destra Piave risale il fiume Sonna e
porta alla citt. Nel Medioevo il sito era di determinante
importanza strategica per la difesa di Feltre: la strada medievale aveva altra direzione dallattuale e non costeggiava
il letto del fiume, bens transitava in un passaggio detto La
Chiusa evidente riferimento allo sbarramento di confine
di cui sono emersi chiari avanzi murari tra la base del
colle con la chiesa e una pi piccola altura dirimpetto, sulla quale era stata eretta una torre il cui uso accertato dalla fine del secolo XI. Recentemente si appurato che almeno dal periodo bassomedievale era fortificata anche larea
accanto alla chiesa oggi occupata dallala est del chiostro
(resti di un edificio demolito sono stati trovati anche davanti al portone del convento, a tre metri di profondit), e
un secondo fortilizio, chiamato rochetta nelle carte del secolo XIII, era ubicato pi in alto sulle pendici del monte
Miesna, a conclusione di un robusto sistema difensivo per
il controllo dellaccesso a Feltre di cui ormai restano poche
tracce archeologiche. Si comprende quindi come la chiesa,
che custodiva il sacro corpo del martire soldato Vittore,
potesse trovare la sua sede in un luogo impervio e lontano
dal centro cittadino, e tuttavia perfetto affinch il santo
esercitasse il ruolo di protettore di cui era stato investito.
Lorigine del santuario si deve a un altro soldato, Iohannes de Vidor, pi volte nominato in diplomi di Enrico IV
tra i fideles o milites nostri al seguito dellimperatore, e definito fundator aulae nellepitaffio della sua sontuosa tomba allestita nel 1096 dal figlio Arpone vescovo di Feltre: la
posizione privilegiata del sarcofago a ridosso dellabside
che custodisce i martiri non lascia dubbi sul ruolo avuto
da Giovanni. Secondo il testo trascritto nellepigrafe di secolo XIV sulla cassa dei martiri al centro del santuario, il 14
maggio 1101, dies natalis dei santi Vittore e Corona, Arpo-

ne dedic la chiesa alla presenza dellimperatore Enrico IV,


e ripose nellarca molte reliquie, elencate nominalmente,
nonch i corpi dei due martiri in onore dei quali era stata
costruita la chiesa. tuttavia possibile che la chiesa romanica sia stata preceduta da un altro edificio di culto, come
lascerebbe supporre il ritrovamento in luogo di alcuni pezzi scolpiti appartenuti ad arredi presbiteriali altomedievali.
Tuttavia di questa fase altomedievale non sono state rinvenute murature, ed perci auspicabile uno scavo archeologico allinterno della chiesa odierna per dirimere la questione. Presente o meno che fosse un edificio precedente,
stato plausibilmente suggerito che limportanza di Giovanni da Vidor nella fondazione della chiesa sia da porre
in relazione soprattutto con larrivo a Feltre dei sacri corpi
di san Vittore e santa Corona, e non solo, o non necessariamente, essere connessa con linizio della costruzione attuale (Coden 2000).
Lodierno aspetto del complesso cultuale feltrino per
la maggior parte susseguente agli interventi edilizi promossi dai frati Fiesolani di San Girolamo, che lo ebbero in
custodia dal 1494 al 1668. Lanno successivo al loro insediamento i Fiesolani iniziarono a costruire il chiostro e gli
altri edifici conventuali che si sviluppano a meridione della chiesa, mentre nellangolo nord-occidentale, accanto alla facciata, edificarono il campanile. Fu durante questa serie dinterventi che la chiesa venne coperta dal tetto a due
falde che d alla costruzione unapparente compattezza e
uniformit, e cela al visitatore la fisionomia primitiva delledificio. Ai Fiesolani subentrarono i padri Somaschi nel
periodo dal 1669 al 1771, ma a essi non pare si possano attribuire interventi strutturali di rilievo (forse alcune parti
dellala est del chiostro); durante il loro soggiorno, per,
linterno della chiesa ricevette sul finire del secolo XVII un
rivestimento di stucchi in stile barocco. Dal 1852 al 1878
la chiesa fu retta dai frati Francescani, i quali attuarono un
programma dadeguamento alle proprie esigenze delle

SANTI VITTORE E CORONA

113

lonnette coronate da capitelli, forse un arcosolio addossato alla parete absidale a protezione del sarcofago tipico di
molte altre tombe medievali. Come gi accennato tale
struttura venne eliminata per la costruzione del coro francescano: le colonnette sono state recuperate e poste nella
medesima sacrestia ai lati della porta dentrata; della coppia di capitellini un esemplare potrebbe essere quello erratico reso noto da Alpago Novello, lavorato a mastice
nero e simile a quelli della galleria, ma pi piccolo e con
collarino. inoltre probabile che il sarcofago di Giovanni
da Vidor sia lattuale arca dei martiri Vittore e Corona, ivi
riutilizzato nel 1440.
In conclusione, la particolare architettura e decorazione
dei Santi Vittore e Corona ne fanno un monumento unico
e imperdibile, ma allo stesso tempo limitano le possibili
comparazioni a singoli aspetti o elementi non tutti facilmente inquadrabili in una trama di riferimenti unitaria.
per evidente che tutta la costruzione segue un preciso indirizzo culturale e di gusto che difficilmente troverebbe
collocazione dopo linizio del secolo XII, e in un momento
diverso dal periodo del vescovo imperiale Arpone da Vidor. Ad Arpone spetta certamente un ruolo di primaria
importanza nella costruzione del martyrium dei santi legati alla propria famiglia, e la responsabilit della peculiare
fisionomia tra Oriente e Occidente impressa alledificio sacro, con tutta probabilit frutto delle esigenze funzionali e
di monumentalit dettate dal committente. Le due epigrafi del 1096 e del 1101 ricordate allinizio hanno dunque un

SANTI VITTORE E CORONA

119

Pagine precedenti:
85. Feltre, Ss. Vittore e Corona, interno, veduta delle navate verso occidente.
86. Feltre, Ss. Vittore e Corona, interno, veduta verso settentrione.
87. Feltre, Ss. Vittore e Corona, interno, veduta delle navate verso labside.
88. Feltre, Ss. Vittore e Corona, interno, capitello-imposta del loggiato absidale
con decorazionea riempimento di mastice.

89. Feltre, Ss. Vittore e Corona, interno,


lastra del monumento funebre
di Giovanni da Vidor con epigrafe del 1096.
90. Capitello con foglie dacanto mosse dal vento.

SANTI FELICE E FORTUNATO


A VICENZA

notevole peso storico, ma devono essere riferite allarchitettura con alcune cautele: lanno 1096 ricorda la data di
morte di Giovanni da Vidor, e potrebbe essere linizio della costruzione attuale; non per plausibile correlare la
deposizione delle reliquie del 1101 alla conclusione della
chiesa, bens pi probabilmente alla consacrazione del solo santuario. Come stato osservato i caratteri architettonici delledificio convengono a un periodo pi avanzato, e
tuttavia ledificazione della chiesa dei Santi Vittore e Corona strettamente ancorata agli interessi dei da Vidor e va
collocata negli anni del pontificato di Arpone, del quale
abbiamo notizie fino al 1117, mentre il suo successore Gilberto documentato solo dal 1134: verosimile dunque
che il cantiere si sia concluso entro il secondo o terzo decennio del secolo XII.

120

FELTRE

Nel IV secolo, la prima comunit cristiana organizzata


di Vicenza costru una basilica nel luogo di un antico cimitero romano, dove secondo la tradizione erano state accolte le reliquie del martire Felice. Il santo fu decapitato ad
Aquileia al tempo dellimperatore Diocleziano, assieme al
fratello Fortunato, le cui spoglie rimasero nella cittadina
del martirio.
Il cimitero era esterno alla citt, presso la via Postumia,
in direzione di Verona. Il santuario mantenne questa posizione extraurbana lungo tutto il Medioevo e la sua distanza dalle mura ancora percepibile per chi giunge da porta
Castello. Ledificio attuale una struttura basilicale di laterizi, a tre navate, con unica abside semicircolare e un sistema alternato dei sostegni (pilastri quadrangolari e colonne). Il presbiterio sormonta una piccola cripta compresa
nella curva absidale. Nel pavimento della basilica sono
contenuti due successivi lacerti a mosaico, rimasti a vista
dopo il loro ritrovamento alla fine del XIX secolo: il primo
(un litostrato con iscrizioni votive posto sotto la navata
principale) corrisponde alla quota di una primitiva basilica
quadrangolare ad aula, il secondo, invece, riferibile ad
una chiesa a tre navate del V secolo (i mosaici a ridosso della parete meridionale), che terminava ad oriente in unabside quadrata. Giovanni Mantese pensava che la basilica
fosse stata anche la prima cattedrale di Vicenza, per lidentificazione nel 1933 delle fondazioni di un edificio ottagonale a nord della chiesa, interpretato come un battistero.
In realt, la destinazione originaria di queste vestigia archeologiche rimane molto dubbia ed, in ogni caso, lesistenza di un battistero poteva prescindere dalla funzione
episcopale. Nel VI secolo, a sud-est della basilica, fu costruito il sacello martiriale ancora esistente, intitolato a
Santa Maria Mater Domini, per volont di un dignitario
cittadino, tale Gregorio referendarius. Questa cappella a
croce greca, edificata in laterizi (soprattutto riusando mattoni di epoca romana) e con volta a cupola su pennacchi

ornati da mosaici (rimane visibile, tra i vari frammenti, la


figura del leone, simbolo di San Marco) rivedeva lo schema delloratorio di San Prosdocimo annesso, nella stessa
posizione, alla basilica di Santa Giustina a Padova, e, in ge-

SANTI FELICE E FORTUNATO

121

IL DUOMO DI VERONA

I resti archeologici pi antichi del complesso episcopale


di Verona sono stati datati entro la prima met del IV secolo (Lusuardi Siena, 1987). Di un primo edificio di culto,
denominato convenzionalmente chiesa A, sono state ritrovate consistenti tracce da scavi archeologici nelle adiacenze e sotto il pavimento della chiesa di SantElena, struttura, questultima, di grandissimo interesse, nelle cui murature, vero e proprio palinsesto, si leggono ancora consistenti tratti della costruzione altomedievale, identificabile
con la chiesa canonicale di San Giorgio, il cui altare maggiore fu ridedicato dal patriarca di Aquileia nel 1140, come attesta ancora oggi lepigrafe. Intorno alla met del V
secolo, ma mancano prove sicure al riguardo, fu accorciata
la chiesa A, inglobando parte dellarea nella costruzione di
una nuova grande basilica (circa 2000 mq), la cosiddetta
chiesa B, suddivisa in tre navate, di cui sono visibili molti
tratti di mosaici pavimentali nellarea del chiostro canonicale messi in luce negli scavi effettuati sotto limpulso di
monsignor Vignola alla fine dellOttocento, e le colonne e
i capitelli rimontati che ancora si vedono. Gli edifici sono
denominati con le lettere dellalfabeto, indicando la sequenza stratigrafica e cronologica, perch non esistono
fonti documentarie che tramandino lesatta titolazione.
La prima menzione scritta a Santa Maria risale all820 e
dovrebbe riferirsi a unaltra chiesa, probabilmente posta
ad affiancare la chiesa B, nellarea dellattuale cattedrale,
secondo luso consolidato delle cattedrali doppie, accertato per gli altri centri padani. Nell837 menzionato per la
prima volta il battistero di San Giovanni. Un battistero doveva comunque esistere fin dallepiscopato di Zeno (362372 o 380 ca.), vescovo poi assunto quale santo patrono
della citt. In alcuni Sermoni del presule veronese si descrive infatti il rito del battesimo per completa immersione, compreso il capo, che presuppone strutture idriche
complesse. Ancora controversa la ricostruzione del complesso episcopale in et carolingia e ottoniana.

Dagli inizi del XII secolo tutta larea fu oggetto di grandi


trasformazioni e ricostruzioni. La chiesa cattedrale odierna, per quanto radicalmente trasformata allinterno a partire dal Quattrocento, conserva consistenti parti della fabbrica romanica, ben leggibili soprattutto allesterno. Non
vi alcun appiglio documentario riguardo lavvio dei lavori: le uniche indicazioni sono fornite dagli eruditi rinascimentali e dellet dei Lumi. Canobbio ricorda che nel
1139 furono iniziati fondamenti del Domo nel modello
che oggi si vede. La data di consacrazione delledifico da
parte di papa Urbano III il 13 settembre del 1187, pi volte riportata dai diversi storici veronesi, non ha alcun significato per la determinazione cronologica delle fasi costruttive. Pi significativa invece la presenza accertata nel
1153 dellaltar maggiore, se in una piena dellAdige lacqua era giunta a lambirlo, sempre che sia attendibile la testimonianza del Canobbio, che attinse per la sua storia manoscritta a fonti oggi non pi esistenti e verificabili.
Verona sub consistenti danni dal terremoto del 1117,
che vennero spesso enfatizzati dalle cronache coeve e immediatamente successive. Del resto gli annali della Trinit,
ricordano danni ad altri edifici, tra cui il crollo di parte
dellultimo giro dellantico anfiteatro romano, larena, ma
non menzionano danni specifici agli edifici episcopali. La
consistenza delle murature perimetrali della chiesa altomedievale, dedicata prima a San Giorgio e poi a SantElena,
con andamento parallelo a quelle della cattedrale, parrebbe far escludere che possano essersi verificati gravi danni
alle strutture del duomo altomedievale.
Lanalisi della fabbrica attuale deve partire dalla zona
absidale, seguendo la progressione della costruzione. La
facciata fu infatti costruita per ultima e solo quando fu terminata lo scultore Nicholaus vi addoss la struttura del
protiro a due piani, lunico integralmente conservato tra
quelli realizzati dallartista per le cattedrali di Piacenza e di
Ferrara. Proprio alla costruzione del protiro potrebbe pi

IL DUOMO

147

SAN FERMO MAGGIORE


A VERONA

Larea sulla quale sorge il complesso monastico di San


Fermo Maggiore ebbe fin dallantichit una destinazione
funeraria. Qui, appena fuori dalla romana Porta Leoni,
che dal secolo VIII le fonti medievali chiamano Porta Sancti Firmi, in origine sorgeva una basilica cimiteriale rettangolare, i cui resti sono stati ritrovati appena sotto il pavimento dellodierna cripta di San Fermo in occasione dei
restauri del periodo 1905-1914, e sono databili su base tipologica al secolo V-VI. In questa basilica, come narra la
Translatio dei santi Fermo e Rustico, il vescovo di Verona
Annone (750-772 circa) depose i sacri corpi dei due martiri veronesi assieme ad altri quattro santi (esattamente il 27
marzo 765 secondo uniscrizione di controversa lettura incisa sulla cassa plumbea contenente le reliquie), trasformando e abbellendo il presbiterio per accogliere le sacre
spoglie. Di tale episodio di rinnovamento degli arredi liturgici, ricordato anche nel Versus de Verona un componimento poetico scritto tra il 796 e l805 che celebra le memorie religiose di Verona e delle sue reliquie, e in particolare di quelle dei santi Fermo e Rustico , sono state recentemente messe in luce le tracce materiali con uno scavo
archeologico nel presbiterio della cripta: allinterno dellaula paleocristiana era stato costruito un santuario semicircolare con un grande ciborio o forse una pergula sorretta da quattro colonne, delle quali restano le impronte; al
centro del santuario vi era probabilmente larca saxea con
le reliquie dei martiri menzionata nelle fonti, ovvero laltare. Durante lalto Medioevo la basilica divenne stazione
del circuito liturgico della Chiesa veronese in due giorni
del calendario liturgico, il dies natalis dei Santi titolari (9
agosto) e la sua vigilia, mentre la liturgia quotidiana veniva
assicurata da presbiteri propri. Ledificio paleocristiano,
con il santuario allestito dal presule Annone, rimase in uso
fino al secolo XI quando, nellambito di un riassetto della
vita ecclesiastica cittadina attuato dai vescovi veronesi, nella custodia dei santi martiri al clero secolare subentrarono

i monaci benedettini e la chiesa venne interamente ricostruita dalle fondamenta.


La pi importante e unica testimonianza scritta sulla nuova chiesa lepigrafe scolpita nel pilastro maggiore
destro del presbiterio della cripta, che ricorda il 1065 come lanno in cui venne iniziata la costruzione: Millesimus
sexagesimus quintus fuit annus quo mansit latum principiumque sacrum. Una seconda epigrafe, riutilizzata come
materiale da costruzione nella trecentesca facciata attuale,
ricorda un opus fatto dal murarius Anno e compiuto nel
1143, data che viene tradizionalmente interpretata come il
termine conclusivo della fabbrica di San Fermo, ma il cui
valore come vedremo assai relativo.
La chiesa del secolo XI, che era a tre navate, venne
profondamente ristrutturata assumendo lodierno aspetto
tra la fine del secolo XIII e linizio del XIV, dopo che nel
1259 i francescani presero il posto dei monaci benedettini;
tuttavia ledificio benedettino costituisce lossatura portante della chiesa che oggi possiamo ammirare. Per comprendere come fosse San Fermo Maggiore in origine, occorre seguirne i resti murari allinterno e allesterno della
chiesa odierna, immaginando un edificio costituito da tre
ambienti principali: una cripta semi-interrata, che si estende per lintera superficie della chiesa soprastante, la chiesa
vera e propria, e un avancorpo a essa antistante oggi quasi
non pi percepibile. Allesterno il complesso absidale col
campanile e i coronamenti del tetto rivelano immediatamente fasi costruttive diverse, mentre pi difficile cogliere le stratificazioni architettoniche nel corpo longitudinale
della chiesa, la cui leggibilit per buona parte preclusa da
cappelle laterali e dal chiostro aggiunti. Allinterno delledificio poi non troveremo nulla che faccia sospettare di essere in una chiesa la cui costruzione risale al secolo XI: invece lampia navata attuale, i bracci laterali del transetto e
il capocroce si sviluppano su murature della precedente
costruzione. Per poter compiere il percorso di ricomposi-

SAN FERMO MAGGIORE

159

144. Verona, S. Lorenzo, interno, navata maggiore verso labside.

SAN LORENZO
A VERONA

La chiesa di San Lorenzo sorgeva in unarea extraurbana a ovest della citt lungo la romana Via Postumia, oggi
Corso Cavour, che dalluscita della citt alla zona cimiteriale di San Zeno era fiancheggiata da monumenti sepolcrali. Tralasciando le congetture favolistiche che volevano
lodierna costruzione addirittura di epoca costantiniana o
giustinianea, e cos pure la testimonianza circa la fondazione o restauro della chiesa da parte dellarcidiacono veronese Pacifico nel secolo IX, contenuta nel suo epitaffio rivelatosi uninvenzione della prima met del secolo XII, la
prima notizia certa sulla chiesa nel Versus de Verona, un
componimento scritto tra il 796 e l805 che celebra le memorie religiose di Verona, cui segue la menzione in un atto
del 20 giugno 814. Ai documenti scritti si affiancano alcuni reperti scultorei appartenuti a un arredo presbiteriale
del secolo IX, ritrovati durante i lavori di ripristino del secolo XIX scavando nellarea davanti allaltare maggiore, e
fino a poco tempo fa raccolti vicino alla chiesa nel portico
della canonica in un vergognoso stato di abbandono. Manca per qualsiasi riscontro archeologico delledificio ecclesiastico precedente lattuale, che pure dovette esistere.
Lodierna San Lorenzo con tutta probabilit venne conclusa al principio del secolo XII, in un momento prossimo
alla data convenzionale del 1110 proposta da Luigi Simeoni, e suggerita da una lamina plumbea ritrovata nel 1894 in
un repositorio per reliquie nel pavimento dellabsidiola
meridionale del transetto. La lamina reca uniscrizione che
attesta la deposizione di reliquie di santIppolito effettuata
dal vescovo di Verona Zufeto, il cui pontificato si colloca
precisamente tra l1 dicembre 1107, ultimo atto conosciuto del predecessore Bertoldo, e il 21 febbraio 1111, primo
atto del successore Uberto.
La chiesa di San Lorenzo presenta uno schema planimetrico identico a quello di San Fermo Maggiore, ma svolge un elevato sorprendentemente diverso. San Lorenzo si
configura come una basilica a tre navate con transetto re-

168

VERONA

golare; allinterno pilastri compositi, di forma quadrata


con lesene e semicolonne addossate, si alternano a colonne
marmoree; sopra le navate laterali vi sono le gallerie, collegate fra loro da una tribuna occidentale a ridosso della
controfacciata ed estese ai bracci del transetto e alle cappelle laterali al santuario; le gallerie si aprono verso la navata centrale con doppie arcate che replicano, con unaltezza di poco inferiore, quelle al piano delle navate, mentre nel santuario vi sono due bifore per lato; per raggiungere il piano superiore furono edificate due torri scalari cilindriche in aderenza alla facciata.
Laspetto attuale della chiesa si deve a un radicale ripristino compiuto negli anni 1887-1898, com noto promosso e attuato dallallora rettore di San Lorenzo don Pietro
Scapini. Successivamente alcuni lavori provvisori vennero
effettuati in seguito ai danni causati da due incursioni aeree anglo-americane durante la seconda guerra mondiale,
e poi, a completamento delle riparazioni demergenza di
qualche anno prima, di nuovo sintervenne nel 1950-1952
con pi pesanti restauri che, al contrario del ripristino
ottocentesco, inserirono elementi estranei allarchitettura
originaria. Lanalisi di questi lavori, noti attraverso sommarie pubblicazioni contemporanee, il primo imprescindibile passo per affrontare lo studio architettonico della
chiesa, e non ancora stato del tutto compiuto. Qui non
sar possibile fornire tutti i dettagli che restituisce la copiosa documentazione darchivio, ma solo definirne le tappe pi importanti.
Prima che don Scapini iniziasse il ripristino della chiesa
essa si presentava in modo assai differente dallattuale.
Linterno aveva la navata principale coperta da una volta a
botte costruita per lascito testamentario del vescovo di Tripoli Matteo Canato commendatario della chiesa di San
Lorenzo, nella quale volle essere seppellito davanti allaltare maggiore e dunque realizzata dopo il 1478. Al vescovo
Matteo si deve anche la ricostruzione o forse costruzione

SAN LORENZO

169

SAN SEVERO
A BARDOLINO

La chiesa di San Severo a Bardolino, sulla riviera orientale del lago di Garda, contiene uno dei cicli pittorici ad
affresco pi integri della prima met del XII secolo, una
delle migliori approssimazioni sulla condizione figurativa
e decorativa di una chiesa del Veneto continentale in periodo romanico.
Ledificio odierno un impianto basilicale triabsidato,
suddiviso in tre navate da colonne, il cui aspetto dipende,
in parte, dalle modifiche apportate dai restauri effettuati tra il 1927 e il 1932. Questi lavori erano il punto di arrivo di un impegno di salvaguardia assunto da Carlo Cipolla
nel 1884, quando San Severo, ormai sconsacrata da tempo,
veniva utilizzata come teatro per le marionette (Archivio
di Stato di Verona, Prefettura, Commissione consultiva belle arti, busta 3, fasc. 55). Lo studioso intervenne bloccando degli adeguamenti strutturali che avrebbero distrutto
gli affreschi (allora, a quanto sintende, parzialmente a vista, dopo la caduta di un intonaco di et moderna), avviando delle indagini sullorigine di San Severo, sfociate
nel 1903 in uno scavo archeologico sotto il presbiterio. Alla conservazione della navata centrale e degli affreschi, i
restauri fecero corrispondere una ristrutturazione quasi
integrale del settore orientale e una revisione della parete
nord. Gli scavi, ripresi in parte nel 1927, misero in luce
una cripta a corridoio annessa ai perimetrali di una chiesa
ad aula con unica abside, impostata su di un asse spostato
a sud-ovest rispetto a quello delledificio odierno. Queste
scoperte favorirono il progetto di eliminare le trasformazioni settecentesche, per ridare alla struttura ununiformit di aspetto romanico (furono risparmiante le variazioni alla facciata, mantenendo, per esempio le due finestre con cornice inflessa, ai lati del portale). Labside quadrata, che nel 1750 aveva sostituito la terminazione medievale, fu demolita per rifare un catino semicircolare, comprensivo degli ornati del doppio coronamento esterno in
cotto, con cornice a denti di sega e ad archetti pensili.

Queste decorazioni furono riprese da un frammento di


cornice che si era conservato a lato dellabsidiola settentrionale, generando un ottimo camuffamento in stile, a cui
le stesse absidiole furono uniformate. Il diametro dellabside principale era stato impostato sulla base dei reperti murari rinvenuti nel sottosuolo, tuttora in parte confusamente annessi alle pareti della cripta. Non abbiamo una precisa documentazione risalente agli anni del ripristino. In
questo senso i lavori del primo Novecento restituirono un
edificio paradossale, molto conservato e, allo stesso tempo, manomesso al punto da complicare i tentativi di interpretazione architettonica e archeologica.
I presupposti di questa difficolt stanno, tuttavia, ab
origine in quello che Arslan definiva impianto indeterminato ed empirico, realizzato soprattutto di conci lapidei irregolarmente squadrati (una tecnica scarsamente referenziale in senso cronologico) e caratterizzato da marcate asimmetrie: leccessiva maggior lunghezza della navata

20 m

SAN SEVERO

185

SAN GIORGIO
DI VALPOLICELLA

Il 31 maggio 1187, larciprete della pieve di San Giorgio


di Valpolicella, Martino, vendeva alla Congregazione veronese una casa in contrada San Giacomo a Verona per 150
lire, dichiarando di avere impegnato questo denaro nellacquisto di un bosco. La permuta si era svolta a San
Giorgio (definito castrum) in una abitazione episcopale
(domus episcopi), alla presenza del vescovo Adelardo e con
il consenso dei dodici fratres della pieve: cinque preti, un
diacono, due magistri e quattro chierici.
La chiesa (e forse la comunit di presbiteri) aveva avuto
origine nellalto Medioevo, quando fu realizzato il ciborio
ad archetti posizionato dietro laltare maggiore, uno dei
reperti di scultura pi noti della tarda et longobarda (su
cui ci soffermeremo in seguito). San Giorgio restituisce
buona parte del contesto in cui i fratres e larciprete svolgevano la loro vita comunitaria alla fine del XII secolo: il
santuario, il chiostro e un ambiente della canonica. Gli
spazi annessi dovevano essere altri, mentre non sappiamo
dove fosse la casa del vescovo nominata nel 1187 (definita
pi sontuosamente pallatio domini episcopi in una carta del
1220), n se fosse stata affidata alla gestione dei canonici
locali (sebbene sia probabile).
La chiesa odierna un impianto basilicale a tre navate,
con unabside sul fronte ovest che si contrappone al tradizionale organismo triabsidato a oriente. Questo schema,
che le tassonomie architettoniche definiscono a doppia abside, fu realizzato probabilmente alla fine del secolo XI,
quando la comunit di canonici risultava gi numerosa (un
documento del 1078 nomina i fratres della scola de plebe
Sancti Georgii). Linterno della chiesa, assecondando la polarit delle absidi, propone una netta divisione tra un settore ovest, impostato su pilastri quadrangolari (quattro
per parte) e un settore est, rialzato di un gradino e caratterizzato da un sistema disomogeneo di colonne riutilizzate,
a formare tre arcate per lato, con lintrusione di un pilastro

nella sequenza sul lato settentrionale. Questa partizione


interna verosimilmente assecondava lesigenza di uno spazio ecclesiale per i laici (a ovest) distinto da quello dei canonici, molto probabilmente rimarcata in origine da un
apparato di transenne. Linserimento nel XIX secolo di un
portale in stile neogotico nellabside ovest ha maldestramente restituito alla chiesa lingresso da una sorta di facciata tradizionale, ma ledificio originario era stato progettato per essere accessibile soltanto dal fianco meridionale.
Questo lato richiama in esterno la partizione degli spazi interni: il campanile edificato a ridosso della prima campatella del settore presbiteriale e separa la parete esterna della navata plebana dal chiostro quadrangolare, che raccor-

SAN GIORGIO

195

184. San Giorgio di Valpolicella, S. Giorgio,


veduta del chiostro.
185. San Giorgio di Valpolicella, S. Giorgio,
capitello del chiostro.

Pagina a fianco:
186. Gazzo Veronese, S. Maria, pianta.

SANTA MARIA E SAN PIETRO


IN VALLE A GAZZO VERONESE

SANTA MARIA

lare. Lofficina impegnata nella loro esecuzione, non riconoscibile in altri contesti veronesi, intaglia su questa nutrita variet di sagome (che in qualche caso si pu sospettare,
tuttavia, siano derivate da sostituzioni operate nel tempo),
animali o protomi zoomorfe e umane con scarsa propensione naturalistica, divertendosi piuttosto a contrastare
forme triangolari a forme curve, spazi pieni e spazi vuoti.
Linsistenza nella creazione di alveoli ricorda i capitelli alto-medievali ed singolare che uno dei capitelli pseudocorinzi (dove i caulicoli angolari diventano lati di un triangolo rovesciato, con una sorta di stanghetta mediana che
scende dallabaco) abbia una similitudine locale in un capitello reimpiegato a Villa Monga di San Pietro Incariano,
considerato di epoca carolingia (Arslan 1943, fig. 30).
Sullintonaco della parete orientale del chiostro sono
ancora visibili disegni di creature mostruose, quasi sinopie, forse del XII secolo. Questa parete coincide con il muro esterno della sala dei canonici, caratterizzata allinterno
da interessanti decorazioni ad affresco risalenti al XIV secolo, fatte di tondi e di meandri in cui abitano iscrizioni votive (Et Verbum caro factum est, Via Veritas et Vita).
(E.N.)

202

VALPOLICELLA

La chiesa parrocchiale di Santa Maria a Gazzo Veronese sorge in prossimit del fiume Tartaro, ai confini con il
territorio mantovano, dove fu fondata nel primo Medioevo come cappella di un monastero benedettino. La struttura odierna il risultato di un compromesso tra quanto
sopravvive della chiesa medievale e i restauri effettuati nel
Novecento (labsidiola sud, in particolare, come diremo,
fu interamente rifatta tra il 1938 e il 1940). Santa Maria
presenta lo schema basilicale a tre navate chiuse da absidi
semicircolari, impostato nel XII secolo costruendo la struttura quasi interamente di laterizi. Furono realizzate in cotto anche le colonne a partizione delle navate e i capitelli a
cubo scantonato. Il campanile visibile a nord-est fu edificato nel secolo XV, obliterando la sporgenza dellabside
settentrionale, nellambito di un rinnovamento quattrocentesco delledificio, di cui sono testimonianza evidente
le finestre gotiche della parete sud.
Gli scavi aperti sotto la navata dallingegner Alessandro
Da Lisca, negli anni Trenta del XX secolo sulla base di alcuni reperti gi noti, portarono alla scoperta di un pavimento ornato da mosaici, riferibile a una chiesa dellVIII-IX
secolo, i cui lacerti sono ancora osservabili da alcune finestre a botola aperte nel pavimento. Questo litostrato rimanda alle origini di Santa Maria. Nellanno 864, un diploma dellimperatore Ludovico II confermava al monastero benedettino di Gazzo le dotazioni (illas res et mancipia) gi attribuite dai sovrani Liutprando e Ildeprando
nel secolo VIII (Fainelli 1940, n. 228, p. 344). Romualdo, il
superiore del cenobio, era abate anche di Santa Maria in
Organo a Verona: nel Medioevo le due sedi furono collegate, in una condizione variabile di parit e di dipendenza.
La campagna di scavo condotta tra il 1938 e il 1940 mise in
luce componenti strutturali e frammenti decorativi riferi-

bili al periodo compreso tra il tempo delle elargizioni dei


sovrani longobardi e lepoca di Romualdo. Le osservazioni
di Da Lisca sono ancora fondamentali, assieme ai pochi
dati di due successive ricognizioni: uno sbancamento lungo il perimetro esterno del santuario, avvenuto nel 1962
(per costruire unintercapedine coperta da un marciapiede) e alcuni sondaggi condotti nella navata, a seguito dei
restauri del 1977 (su cui torneremo in seguito).
Gazzo, con le frazioni di Pradelle e di San Pietro in Valle, si trova in una zona interfluviale, storicamente soggetta
allimpaludamento (acquitrini e canneti erano ancora visibili nella prima met del XX secolo). Si ritiene che i benedettini fossero intervenuti per riconquistare il territorio al
bosco e alla palude in unarea abbandonata molto tempo
prima, dopo una lunga continuit insediativa, dallet del
ferro al periodo tardoromano. Non sappiamo se le dona-

SANTA MARIA E SAN PIETRO IN VALLE

203

SANTANDREA
A SOMMACAMPAGNA

La chiesa di SantAndrea di Sommacampagna fu sede


pievana fino al Cinquecento, quando il trasferimento delle
funzioni parrocchiali alla pi centrale Santa Maria determin la sua marginalizzazione, con un ruolo pi o meno
corrispondente a quello odierno di cappella del cimitero.
Ledificio una basilica a tre navate, separate da tozze colonne, con absidi sporgenti semicircolari, realizzato tra XI
e XII secolo, sulla cui interpretazione valgono ancora le
questioni dibattute negli anni Quaranta del XX secolo.
Nel 1940, durante i restauri alla chiesa, Ferdinando
Forlati aveva ritrovato sotto lintonaco dellabside maggiore due figure di santi, probabili superstiti di un affresco
raffigurante i dodici apostoli. I corpi allungati, la sottile
asprezza delle forme e il senso arcaico dello stile inducevano lo studioso a datare lopera al secolo XI e a rivendicare
la loro presenza come termine ante quem per lintera fabbrica. Attraverso questa scoperta Forlati biasimava le
deduzioni di Arslan, che nel 1939 aveva considerato la
chiesa del terzo decennio del XII secolo, sospettando che la
fattura grossolana della struttura fosse opera di maestranze ritardatarie. Nel 1943, Arslan conveniva sulla datazione
dellaffresco (fine XI secolo), ma considerava il suo valore
cronologico limitato alla parte inferiore dellabside e della
navata. Questa vecchia polemica tra studiosi ha il suo presupposto nella difficolt di interpretare una fabbrica
sprovvista, per la modestia della tecnica costruttiva e dei
materiali, di indizi architettonici in grado di garantire
qualche sicurezza cronologica. I costruttori di SantAndrea realizzarono limpianto basilicale in murature di ciottoli, assecondando la disponibilit pi immediata di sassi e
sabbia dal greto del fiume Adige. I ciottoli sono posati in
abbondanti letti di malta, talora con inserti frammentari di
laterizio, secondo una tecnica senza tempo. Se ne ha una
prova osservando le due absidiole: in mancanza della documentazione di restauro, chi sospetterebbe che furono

interamente rifatte nel 1940? Ma la genericit di questa


tecnica costruttiva provocata anche dallassenza di caratterizzazioni di ornato architettonico. Lesterno mostra archetti pensili nellabside maggiore (ma sono autentici?) e
una nicchia cieca in facciata, sopra lingresso, probabilmente non originaria. Due o tre frammenti di un fregio a
denti di sega sono inseriti sopra labside nord e nel fianco
contermine della parete settentrionale (ovvero in un punto
ricostruito nel XX secolo). Sono reperti di una cornice parietale di modesta esecuzione, troppo estemporanei e troppo comuni.
Mancano, in sostanza, elementi decorativi e scultorei
collegati allarchitettura, anche di riuso e la situazione non
cambia allinterno della chiesa. Le navate sono divise da
quattro sostegni per lato, bassi e tozzi, tutti rigorosamente
in muratura, a esclusione del primo a sinistra, realizzato
sovrapponendo due cippi di et romana. Piloni circolari,
allargati allapice a formare capitelli scantonati, si combinano a due pilastri quadrangolari posti davanti al presbiterio (uno dei quali usa come base unara di et romano-repubblicana). Questo senso grossolano del fare murario e
questa indiscutibile sobriet architettonica sono stati appunto intesi come prove di antecedenza alla grande stagione costruttiva veronese del XII secolo, anche sulla base di
una prima documentazione della pieve nel 1035. Arslan si
era in parte allineato, ma immaginando una chiesa edificata in due fasi, da riconoscere nelle supposte differenze del
paramento murario absidale, che egli stesso, in precedenza, aveva guardato con sospetto. Pubblic a questo proposito una fotografia del muro inferiore, dove i ciottoli sono
pi amalgamati, e una di quello superiore dal fare pi trasandato e, perci, forse, pi recente. Fu facile per Forlati
dimostrare che queste differenze erano dovute a sistemazioni recenti (erano state tolte delle lapidi funerarie) e che
variazioni murarie analoghe si trovano in altre parti della

SANTANDREA

217

Occhiello delle Schede brevi:


Due Carrare, S. Stefano, interno,
particolare del mosaico pavimentale
adiacente la parete nord.

207. Venezia, S. Nicol di Lido, antica parete della navata centrale:


si distinguono il colonnato con i capitelli pulvinati, le arcate e,
in alto al centro, una monofora.
208. Pianta e assonometria delle strutture
esistenti e originarie (Guiotto 1947).
209. Capitello corinzio a palmette.

VENEZIA, LE LAGUNE
E LA TERRAFERMA

SAN NICOL DI LIDO

Chiostro del Cinquecento

Strutture del sec. XI


Fondazione del sec. XI

Strutture del sec. XI


Murature moderne
Ricostruzioni ideali

10 m

226

SCHEDE BREVI

10 m

Si conservano soltanto pochi resti del complesso monastico di San Nicol, vestigia di un passato lontano ma importante, sede di uno dei pi celebri luoghi di culto veneziani, luogo di sepoltura veneratissimo di un patrono della
Citt, e teatro di solenni cerimonie religiose nella celebrazione dello Stato veneziano. Nella chiesa infatti veniva custodito il vero corpo di san Nicol vescovo di Mira, quivi deposto nel 1100 circa dopo essere stato recuperato
dai veneziani assieme ai corpi di san Nicol, zio omonimo
del vescovo, e san Teodoro, nel corso di una missione di
supporto durante la prima crociata come narra la Translatio sancti Nicolai, scritta da un monaco dellabbazia al
principio del secolo XII . Da lungo tempo tuttavia la figura del santo godeva di particolare venerazione in laguna
(era patrono dei marinai e dei mercanti), in particolare il
suo culto era assurto a maggiore fortuna quando la chiesa
di San Nicol di Lido, fin dalla sua fondazione, era divenuta parte integrante del solenne percorso cerimoniale che
accompagnava la celebrazione dello Sposalizio del Mare.
Un atto di donazione stilato verosimilmente nel 1053
dai fondatori e principali patrocinatori del monastero benedettino, il doge Domenico Contarini (1043-1070), il fratello Domenico vescovo di Olivolo (cio di Castello-Venezia), e Domenico patriarca di Grado, ci fornisce le coordinate cronologiche per la costruzione della chiesa originaria, a quel tempo quasi giunta a conclusione (Fabbiani
1989), o pi probabilmente gi terminata: il documento fu
Datum in ecclesia dicti monasteri.
Il luogo di edificazione della chiesa si trova allestremit
nord dellisola di Lido, unarea di grande importanza strategica per la difesa dellaccesso pi vicino al porto di Venezia, tanto che in obbedienza alle esigenze del presidio militare il monastero, fortificato gi dal secolo XIV, venne cinto

da imponenti strutture difensive nel 1570-1580; dopo la


soppressione gli edifici monastici furono adibiti a caserma.
Per quanto riguarda la chiesa romanica, essa venne prima
parzialmente inglobata nella ristrutturazione cinquecentesca del chiostro, e poi, negli anni 1627-1628, venne smontata assieme al campanile per recuperare il materiale da costruzione necessario alledificazione della nuova chiesa di
San Nicol, lattuale chiesa del convento francescano.
Fino agli anni Quaranta del secolo scorso si pensava
non fosse rimasto nulla della chiesa originaria, ma le ricerche intraprese nel 1942, poi nel 1957 e di nuovo nel 1982,
hanno permesso di recuperare almeno la fisionomia strutturale delledificio. San Nicol, riallacciandosi a una tipologia diffusa in area lagunare (SantIlario presso Fusina,
San Giovanni Evangelista a Torcello), era una basilica a tre
navate divise da colonnati, conclusa da tre absidi semicircolari sporgenti, con un atrio o portico lungo il lato anteriore. Delledificio restano la navata laterale sinistra, con la
sua parete perimetrale, la fila di cinque colonne con capitelli che dava verso la navata centrale, e la parete a queste
soprastante con parte della finestratura originaria. Le murature dambito erano collegate da catene lignee, utili,
queste, per la stabilit della struttura e di cui rimangono le
buche per linnesto delle travi. Solo labside meridionale e
parte di quella centrale sono ancora visibili, peraltro quasi
soltanto a livello di fondazioni. Labside centrale era decorata a mosaico (le fonti descrivono il Cristo fra gli arcangeli Michele e Gabriele, forse come nellabside del Santissimo Sacramento nella cattedrale di Torcello), di cui si sono
trovati alcuni piccoli lacerti con tessere vitree di vari colori durante gli scavi del 1982. Grazie allo studio delle fonti
scritte stata documentata lesistenza di una cripta, probabilmente del tipo a oratorio con cinque colonne e ora
completamente scomparsa, edificata nellabside maggiore
dopo larrivo delle spoglie di san Nicol, di san Nicol zio,
e di san Teodoro. Rimane anche il tratto di facciata corri-

VENEZIA, LE LAGUNE E LA TERRAFERMA

227

220. Concordia Sagittaria, battistero, pianta.

218. Jesolo, S. Maria, veduta delle rovine da nord-ovest.


219. Jesolo, S. Maria, restituzione assonometrica della chiesa
originaria dei secoli XI-XII (da Artico 1977, con modifiche).

Rahtgens, tali caratteristiche architettoniche pongono Santa Maria di Equilo in quel gruppo di chiese seguite al cantiere marciano ed erette tra i secoli XI e XII, quali Santo
Stefano a Caorle, Santa Sofia a Padova, Santi Maria e Donato a Murano: anzi, con tutta probabilit la cattedrale di
Equilo fu limmediata emanazione di quel cantiere.
La restituzione della struttura portante incontra delle
difficolt oggettive non sempre superabili. Per certo un sistema di arconi trasversali impostato sui pilastri collegava
su due livelli le pareti della navata centrale ai muri perimetrali: il primo intermedio, il secondo alla sommit della parete dambito a sostegno della copertura lignea. La spinta
delle arcate trasversali era neutralizzata dal sistema di catene lignee tipico delle architetture medievali del territorio
veneto, che a Equilo si articolava su entrambi i livelli degli
arconi con una trave in corrispondenza di ogni colonna,
travi doppie per ogni arcata trasversale e forse anche una
trave allinterno della muratura dellarcata stessa. Del tutto
probabile la soluzione proposta recentemente da Dorigo
di nave maggiore e crociera prive di archi trasversi, come
per esempio la chiesa dei Santi Maria e Donato a Murano (Dorigo 1994). Per quanto riguarda invece larticolazione delle pareti centrali della chiesa, piuttosto che le improbabili superfici piene immaginate da Dorigo, ragionevole ipotizzare la presenza di gallerie con pavimentazione lignea che si aprivano verso la navata mediana tramite
ampie arcate, secondo la precedente ipotesi della Artico
(Artico 1977; Richardson 1997) nella logica di una coerenza interna dellarticolazione spaziale che vedeva come
detto la presenza di tribune nella zona presbiteriale, e
nelladesione a un modello consolidato e prestigioso qual
era appunto la basilica marciana. Tuttavia poich dalle
vecchie fotografie non si traggono prove inequivocabili
dellesistenza del solaio, rimane aperta anche la possibilit
di una soluzione a falsi matronei, la quale prevede pareti con arcate come a San Marco ma esclude limpalcato.
Lapparato ornamentale sopravvissuto, dalle cornici

234

SCHEDE BREVI

marcapiano ai frammenti di opus sectile del pavimento, accomuna Santa Maria alle grandi chiese lagunari dei secoli
XI e XII sopra ricordate. Assai interessanti, a Equilo, sono
un paio di cornici lapidee decorate a riempimento di mastice a semipalmette correnti, e a palmette verticali di
sette lobi molto stilizzate non presenti n a San Marco n
in altre costruzioni del gruppo, sebbene la tecnica a mastice non si trovi in ambito veneto prima della terza basilica
marciana e quindi risulti necessariamente una derivazione
di quel cantiere.
La cattedrale di Equilo, in conclusione, malgrado non
esista quasi pi, assume un rilievo particolare sia quale originale variante architettonica di San Marco nella sua redazione contariniana (1063-1071), sia come testimonianza
monumentale della diffusione regionale dello stile contariniano in sinergia con tradizioni costruttive altoadriatiche. La rinuncia alla copertura voltata per quella lignea e
laggiunta di una campata occidentale, che ne enfatizza lo
sviluppo longitudinale, evidenzia una certa autonomia
progettuale nelladattamento dellimpianto centrale cruciforme con la basilica a navate della tradizione locale.
Inoltre, non si pu escludere che lo schema icnografico risultante, pi vicino a chiese derivate dallApostoleion costantinopolitano come il San Giovanni Evangelista di Efeso, non abbia un riferimento diretto a modelli bizantini.
stato infatti proposto di leggere larchitettura della basilica
equilense non solo come limmediato prodotto delle maestranze provenienti dal cantiere marciano, ma anche come
espressione di conoscenze dirette e autonome dellarchitettura e decorazione bizantine.
(G.T.)

IL BATTISTERO
DI CONCORDIA SAGITTARIA
Grazie allimportante annotazione contenuta nel Liber
anniversariorum del Capitolo cattedrale di Concordia
Reginpotus episcopus Item fecit facere ecclesiam Sancti
Iohannis Baptiste et dotavit abbiamo memoria del fondatore del battistero: il vescovo Reginpoto. Il suo nome
viene ricordato anche nellepigrafe tombale ora posta
nellatrio delledificio, la quale, con linvito a pregare San
Giovanni Battista per la pace eterna del presule, attesta
quasi sicuramente la volont del vescovo di essere sepolto presso il battistero da lui fatto costruire. Date precise
sul pontificato di Reginpoto non ve ne sono; tuttavia egli
sottoscrisse un documento non meglio databile prima del
1089 e risulta gi deceduto nel 1106, quando nella documentazione troviamo quale vescovo di Concordia Riwinus, riferimenti che permettono di definire con sufficiente approssimazione larco cronologico in cui il battistero
venne realizzato.
Il complesso episcopale concordiese offre la rara opportunit di fruire letteralmente di uno spaccato lungo
milleseicento anni di storia dellarchitettura e dellarte cristiane. Ma tale sorprendente stratigrafia, arricchita da recenti indagini archeologiche che hanno prodotto risultati
di notevole interesse anche per le poco documentate fasi
medievali, afflitta da una grave lacuna al momento irrisolta: non vi sono sufficienti indizi relativi allipotetica cattedrale romanica per la quale Reginpoto fece costruire il
battistero.
Com noto gli edifici religiosi nacquero a ridosso di
unimportante area cimiteriale preesistente verso la fine
del secolo IV quando Concordia divenne sede vescovile.
Tra i secoli VIII e IX alla basilica paleocristiana, perduta in
seguito a un incendio e sepolta sotto un susseguirsi di strati alluvionali, si sostitu una chiesa triabsidata (forse con
pianta a T, forse ad aula, alla quale dovettero appartenere lambone allinterno della chiesa, i plutei e gli altri elementi di recinzione presbiteriale conservati al Museo Civico o murati nelle adiacenze del battistero, tutti reperti
ascrivibili al secolo IX), mentre rimaneva in uso la cella trichora adiacente la cattedrale e probabile repositorio delle
preziose reliquie degli Apostoli ai quali originariamente
era dedicata la basilica. Al tempo di Reginpoto la chiesa altomedievale e anche la trichora pare non fossero pi utilizzate dato che la quota del terreno sul quale simposta ledificio battesimale di circa 1,5 m superiore alledificio del
secolo VIII-IX e qualche decennio dopo, nel corso del secolo XII, labside meridionale della chiesa altomedievale venne parzialmente distrutta dalle fondazioni del campanile
antistante il battistero. E poich le parti pi antiche dellodierna cattedrale di Santo Stefano sono scarsissime e di
difficile datazione, il problema della cattedrale romanica rimane ancora del tutto aperto, forse risolvibile con future indagini archeologiche.

Pagina seguente:
221. Concordia Sagittaria, battistero, interno, abside principale.
222. Concordia Sagittaria, battistero, interno,
levangelista Marco dipinto nel pennacchio di sud-est della cupola.

Il battistero di Concordia si presenta come un edificio a


pianta centrale costituito da un corpo principale rettangolare sopra il quale sinnalza una cupola su base quasi quadrata e attorno al quale sono aggregate tre absidi semicircolari e un vano rettangolare a ovest con funzione di atrio
dingresso. Al centro delledificio, sotto la cupola, vi era
probabilmente la vasca battesimale di cui si sono cercate
senza risultato le tracce durante i restauri ottocenteschi (il
terreno per risultava gi smosso in epoca anteriore per un
diametro di circa due metri). Tutta la costruzione realizzata in laterizio, priva di profili o cornici decorativi in
pietra ed eccezionalmente ben conservata (solo latrio ha
subito un rifacimento nei restauri di fine Ottocento). Allinterno la massa muraria di ogni abside movimentata da
quattro nicchie semicircolari profilate a doppia ghiera, e la
cupola, raccordata alla base da pennacchi, rialzata da un
tamburo articolato con sedici arcatelle su colonnine nei
cui settori si aprono otto finestre; completavano la struttura le consuete catene lignee di rinforzo allimposta degli
archi di cui restano solo gli alloggiamenti. Le dilatate volumetrie interne creano allesterno masse architettoniche
estremamente semplici e armoniose; i motivi ornamentali
sono parte della superficie muraria e si limitano alla serie
di arcate cieche a doppia ghiera che incorniciano le finestre del tamburo e a strette nicchie semicircolari simili a
quelle interne che si aprono nelle pareti ai lati dellabside
orientale e dellingresso (rifatto).
Come evidenzi gi Hugo Rahtgens il lessico architettonico esibito dalle maestranze che eressero il battistero di
Concordia, quali le nicchie semicircolari o il tipo di partitura muraria con arcate cieche a doppia ghiera, frutto
delle esperienze maturate nel cantiere della cosiddetta terza basilica di San Marco a Venezia (1063-1071), la nuova
chiesa ducale promossa dal doge Domenico Contarini.
Inoltre anche a Concordia le nicchie semicircolari mostrano la calotta realizzata con mattoni disposti a spinapesce,
un motivo-firma appartenente alle maestranze contarinia-

VENEZIA, LE LAGUNE E LA TERRAFERMA

235

231. Treviso, cattedrale, cripta.


232. Treviso, cattedrale, fianco nord, murature del XII secolo (restaurate).
233. F. Dominici, Processione di ringraziamento della Scuola dell'Annunziata (1571, sagrestia dei canonici del duomo),
sopra il portico si notano gli elementi della facciata del XII secolo.

TREVISO
E IL TERRITORIO

IL DUOMO DI TREVISO
Il duomo di San Pietro a Treviso ebbe a subire in due distinte epoche radicali trasformazioni architettoniche che
sostituirono quasi completamente le strutture delledificio
medievale: tra il 1481 e il 1523 si rinnov interamente larea
orientale demolendo le tre absidi antiche, prolungando la
chiesa verso est e realizzando le tre nuove cappelle e il coro
coperti dalle cupole che tuttoggi vediamo, mentre in facciata si apr un rosone. In un secondo tempo, tra il 1759 e il
1816, si mise mano al restante corpo della chiesa abbattendo le tre navate romaniche per costruire limpianto presente fino alla facciata, e successivamente, tra il 1836 e il 1848,
si realizz il pronao neoclassico. La sola struttura preminente del duomo romanico la vasta cripta a oratorio
sottostante lintero presbiterio, il quale, di conseguenza, risulta sopraelevato rispetto al piano delle navate; non meno
importanti per qualsiasi resto dellantica chiesa rappresenta una preziosa fonte di informazioni sono il tratto di
unarcata di comunicazione tra il coro e la navata laterale
sud, visibile dalla cappella dellAnnunziata, e un tratto della parete laterale nord corrispondente al presbiterio, articolata in una serie di alte e ampie arcate cieche binate a doppia ghiera e visibile dallesterno presso il campanile.
Ledificio a cui la cripta apparteneva venne edificato ex
novo dalle fondamenta, evidentemente sostituendo una
precedente chiesa (com noto lesistenza del vescovo di
Treviso certa dal secolo VI) alla quale forse appartenevano alcuni capitelli databili al secolo IX reimpiegati proprio
nella cripta. Tuttavia di questa chiesa precedente, come di
altre eventuali fasi architettoniche antiche, nullaltro ci
dato sapere, tanto che non nemmeno certo se insistesse
nello stesso luogo dellattuale duomo. Sembrerebbe infatti, ma non sono state reperite sicure prove documentarie,
che la cattedrale sia stata costruita su terreni donati intor-

242

SCHEDE BREVI

no al 1021 da Giovanni nipote del conte di Treviso Rambaldo II, terreni che in tal caso lecito presupporre non
fossero occupati da edifici della chiesa trevigiana. Forse
uno scavo archeologico nel sito della cattedrale e nelle aree
adiacenti potrebbe risolvere la questione.
Nellincerto quadro cronologico dellarchitettura medievale, il duomo di Treviso rappresenta uno dei pochi
fortunati casi in cui la sopravvivenza di un preciso riferimento temporale semplifica ma non risolve le problematiche connesse alla datazione delledificio. La costruzione infatti pu considerarsi completata nellanno 1141, come testimoniava la data apposta nelliscrizione scoperta
nel 1739 lungo tre lati del presbiterio e appartenuta al pavimento musivo dellantica chiesa; oltre alla data liscrizione menzionava il vescovo di Treviso Gregorio de Carbonaria (1129-1148) e il vicedomino Valperto, nonch lartefice
del pavimento Uberto. Ciononostante le questioni relative
alla cronologia della fabbrica rimangono ancora da chiarire: infatti una donazione da parte del medesimo vescovo
Gregorio in favore del monastero di SantElena di Tessera
datata maggio 1130 apre nuove prospettive dinterpretazione. Latto venne rogato in ecclesia episcopatus ante altari
Sancti Petri e se il documento si riferisse alledificio in questione, appare evidente che nel 1130, dunque pi di dieci
anni prima dellesecuzione della pavimentazione musiva,
la costruzione del duomo doveva essere, se non completata, per lo meno arrivata a un punto tale da consentirne la
frequentazione del santuario. Tale ipotesi appare la pi
plausibile nella misura in cui i riferimenti formali degli elementi architettonici e ornamentali del duomo possono essere datati ai primi decenni del XII secolo.
Recenti e accurate indagini sulle fonti scritte e grafiche,
e sui pochi resti murari dellantica costruzione sopra ricordati, hanno consentito di restituire con buona precisione
la fisionomia della chiesa cattedrale trevigiana prima delle
trasformazioni di epoca moderna. Innanzitutto, a prescin-

TREVISO E IL TERRITORIO

243

243. Feltre, duomo, veduta della cripta verso ovest.

Pagina a fianco:
244. Feltre, duomo, sezione longitudinale della cripta
(Alpago Novello 1939).

IL TERRITORIO
BELLUNESE

IL DUOMO E IL BATTISTERO
DI FELTRE
La distruzione della citt di Feltre compiuta dalle truppe austriache dellimperatore Massimiliano I nel 1510
colp anche la cattedrale di San Pietro, che venne pertanto
ricostruita dalle fondamenta a partire dallanno 1514, conservando delledificio precedente solo la zona orientale
con il presbiterio e labside poligonale realizzata nel 14711474. Purtroppo non conosciamo nulla della precedente
fisionomia della cattedrale (si auspicano ricerche archeologiche in merito), tuttavia sotto al presbiterio ne rimane
lampia cripta, del tipo a oratorio, riscoperta casualmente nel 1900 e infine riportata completamente alla luce e restaurata nel 1937-1938. Due file di sei sostegni dividono la
cripta in tre navate di otto campate lottava fu in parte
obliterata dal rifacimento cinquecentesco coperte da volte a crociera con archi lunati longitudinali e trasversali, che

252

SCHEDE BREVI

lungo le pareti ricadono su paraste; colonne e pilastri, basi


e capitelli sono eterogenei e quasi tutti di reimpiego (taluni capitelli sono in realt basi rovesciate). probabile che
a oriente la cripta fosse chiusa da una parete rettilinea, oggi aperta in una triplice arcata che comunica con larea
dellabside quattrocentesca. Le attuali scalinate dingresso
scendono nella quarta campata della cripta, a met del suo
sviluppo primitivo: in origine laccesso avveniva tramite
due scale aperte nella fronte occidentale della cripta stessa
che immettevano nelle due navate laterali. La struttura primitiva, non molto diversamente da oggi, sopraelevava il
presbiterio rispetto al piano della chiesa, ma si presentava
maggiormente estesa nella navata, sopravanzando di circa
un metro lattuale scalinata di salita allaltare. Limpianto
della cripta feltrina un tipo abbastanza frequente in area
regionale (vedi gli esempi veronesi) e viene tradizionalmente datato alla seconda met del secolo XI, ma le caratteristiche architettoniche generali sembrano piuttosto suggerire una datazione posticipata alla prima met del secolo
successivo.

IL TERRITORIO BELLUNESE

253

IL TERRITORIO
PADOVANO

SAN MICHELE ARCANGELO


A POZZOVEGGIANI
Pozzoveggiani una localit presso Salboro raggiungibile uscendo da Padova in direzione sud lungo la provinciale
per Bovolenta dopo circa cinque chilometri. La chiesa di
San Michele una delle pi antiche rimaste nel territorio
padovano e tra le pochissime di cui si conservino ancora
estese superfici affrescate, motivi che la rendono di estremo
interesse non solo in ambito locale e per la storia artistica di
Padova, dove molto poco resta del pieno Medioevo, ma anche pi in generale per la cultura artistica di una pi vasta
area padana tra Veneto, Lombardia ed Emilia.
La capella Sancti Michaelis menzionata per la prima
volta in un documento del 18 giugno 1130, quando il vescovo di Padova Bellino riconosce e conferma al capitolo
della cattedrale cittadina gli antichi privilegi che essi avevano in localit Putheo Vitaliani. La localit era gi da lungo
tempo in possesso dei canonici patavini e compare in una
serie ininterrotta di documenti a partire dal diploma di Berengario del 918, quivi indicata come Pobliciano. nella
bolla di papa Callisto II dell1 aprile 1123 che compare per
la prima volta il toponimo Putheus Vitaliani, da cui lodierno Pozzoveggiani, una denominazione che evidentemente
si era affermata tra i secoli XI e XII. Questo cambiamento
toponomastico stato correlato alle influenze che la Passio
di santa Giustina, un testo agiografico composto assai verosimilmente nel secolo XI, pot esercitare a livello locale: il
culto della santa uno dei pi antichi e dei pi importanti
di Padova e del Veneto e nellimmaginario medievale potrebbe facilmente aver condotto allidentificazione con Pobliciano del predium quod Vitalianum vocabulo nuncupatur,
la residenza di campagna fuori Padova da cui la santa fece

ritorno in citt prima dellarresto e del martirio (secondo la


tradizione avvenuto il 5 ottobre 304); unidentificazione
agevolata e giustificata dalla presenza a Pozzoveggiani di
epigrafi (secolo I d.C.) e altri manufatti architettonici romani sopra i quali la chiesa venne edificata.
La chiesa si presenta nelle sue forme architettoniche pi
antiche in seguito a lavori di restauro compiuti negli anni
1974-1978, tanto importanti e radicali quanto purtroppo poco documentati. Nella sua fase odierna ledificio
costituito dalla navata centrale di quella che un tempo era
una piccola basilica a tre navate absidate separate da sostegni circolari in laterizi, navata preceduta da un corpo quadrato che di fatto ne prolunga lo sviluppo verso occidente
e sul cui angolo di sud-ovest simposta un campanile. Anche in origine la chiesa era coperta da un tetto con struttura lignea come oggi. Sappiamo dalle visite pastorali che le
navate laterali vennero abbattute tra il 1585 e il 1619 a
causa della loro fatiscenza: restano parte dellelevato della
navata settentrionale (adibita a sacrestia), brani murari
delle absidi laterali e tracce evidenti della loro struttura
originaria a livello di fondazione.
Il vano quadrato che sembra un prolungamento della
nave mediana in origine pare fosse laula di un piccolo oratorio con abside verso occidente: infatti nellattuale facciata della chiesa sono chiaramente visibili le tracce dellinnesto di unabside della quale sono state trovate anche le fondamenta semicircolari, mentre gli scavi archeologici allinterno hanno accertato che in corrispondenza dellinizio
della basilica trinavata correva trasversalmente un muro
con spessore pari a quello dei laterali (un secondo muro
trasversale in corrispondenza della prima coppia di sostegni circolari, anchesso rinvenuto a livello di fondazione e
che proseguiva nella navata nord, non dovrebbe appartenere al portico dellaula antica come ipotizzato da Siviero
1974, ma pi probabile fosse correlato a esigenze liturgi-

IL TERRITORIO PADOVANO

257

266. Polegge, S. Maria Etiopissa, veduta da est.

VICENZA
E IL TERRITORIO

LA CATTEDRALE DI VICENZA
Nel 1944, un bombardamento colpiva la cattedrale di
Santa Maria Annunciata a Vicenza, squarciando la copertura delledificio quattrocentesco e distruggendo parte
dellinterno. I danni causati al pavimento e i lavori di rimozione delle macerie contribuirono a evidenziare sotto la
navata le tracce di costruzioni precedenti. Al termine della
guerra, quando il sottosuolo fu indagato da Bruna Forlati
Tamaro, vennero alla luce i resti di una chiesa romanica
a cinque navate, suddivisa da pilastri in mattoni, che fu demolita per costruire la cattedrale gotica. Queste preesistenze erano fondate su vestigia di epoca romana e paleocristiana, in particolare sopra una basilica del IV-V secolo,
dotata di un atrio e forse, di un battistero assiale, in coerenza allapplicazione di un modello ecclesiale di origine
ambrosiana (secondo la recente e suggestiva proposta di
Gianfranco Fiaccadori).
Le porzioni di pilastro, ancora visibili sotto la navata
odierna, sono resecate quasi alla stessa altezza (circa due
metri oltre le fondazioni) e parallele alle murature laterali
esistenti, in forte dislivello rispetto al piano della chiesa
successiva, simili a piloni di un atrio sotterraneo. I pilastri
delle corsie centrali sono cruciformi, mentre quelli esterni
hanno forma a T, con lesena addossata verso linterno.
Forlati Tamaro pens che i sostegni cruciformi fossero riferibili allesistenza di una basilica a tre navate del IX-X secolo, con tetto a capriate, allargata tra X e XI secolo, attraverso la costruzione dei pilastri a T. Il nuovo assetto a
cinque navate avrebbe sostenuto una copertura a volte. La
giustificazione delle due fasi consisteva in una presunta
differenza del paramento in laterizio dei piloni centrali,
pi trasandato rispetto a quello degli esterni (e, perci, secondo larcheologa, pi antico).
Le osservazioni della studiosa sono state riviste da Ful-

272

SCHEDE BREVI

vio Zuliani, che ha considerato i pilastri organicamente riconducibili a ununica chiesa a cinque navate, in una cronologia del XII secolo. I sostegni, infatti, hanno varianti costruttive marginali e la loro forma, nelle due versioni,
troppo matura per una datazione in et carolingia-ottoniana. Questa cattedrale probabilmente aveva una copertura
lignea, forse con archi-diaframma.
Lo scavo ha restituito diversi capitelli quadrangolari riferibili ai pilastri, con ornamentazioni fitomorfe e zoomorfe, (lampiezza delle lesene di circa 80 cm quanto la larghezza dei capitelli pi integri). La sagoma, le foglie carnose, le protomi angolari a forma di leone, sono opera di una
maestranza locale di pieno XII secolo, molto probabilmente la stessa che realizz i capitelli della basilica dei Santi
Felice e Fortunato (il rilievo a doppia serie di foglie sostanzialmente identico). Il ritrovamento, invece, di un capitello con base semicircolare coevo a quelli quadrangolari e di proporzioni analoghe, potrebbe indicare una variazione nel sistema dei sostegni, forse a ridosso delle pareti
di facciata o di quelle absidali, di cui, tuttavia, non rimangono evidenze leggibili.
Forlati Tamaro riteneva che i muri perimetrali della
chiesa romanica coincidessero con quelli odierni, fidandosi del loro allineamento con la serie dei pilastri (non riferisce, per, di controlli esterni al perimetro della navata
gotica). Lo scavo del dopoguerra ed una successiva indagine del 1971 di Aristide Dani, che avevano operato senza
cognizione del metodo stratigrafico, lasciarono sul terreno
molte incertezze. Una delle questioni rimaste aperte riguardava il rapporto tra il considerevole numero di mobilia liturgica altomedievale frammentaria (recinzioni, cibori, pergulae, amboni) e la coeva evoluzione della struttura
architettonica, priva, invece, di evidenze sicure. Forlati Tamaro, fraintendendo la cronologia dei pilastri romanici,
aveva fornito una soluzione errata al problema, mentre
Dani, che pure scrisse di aver trovato reperti di et caro-

VICENZA E IL TERRITORIO

273

278. Verona, S. Stefano, interno,


abside e braccio nord del transetto.

VERONA
E IL TERRITORIO

SANTO STEFANO A VERONA


La chiesa dedicata a santo Stefano, ai piedi del versante
nord del colle che sovrasta la citt, fu innalzata nel V secolo. Vi sono custodite le spoglie del vescovo Petronio, e
quelle del terzo vescovo veronese Simplicio. stata avanzata con cautela lipotesi che proprio a Petronio si possa
far risalire la fondazione della chiesa intitolata al martire,
le cui reliquie furono scoperte presso Gerusalemme nel
415 (Lusuardi Siena 1978). Lerezione della chiesa fu assegnata al V secolo da Da Lisca (Da Lisca 1936) e da Verzone (Verzone 1942). Ledificio comunque citato dallAnonimo Valesiano nel 520. Tale struttura ancora ben leggibile, al di l delle trasformazioni posteriori, nellimpianto a
croce latina nelle murature esterne perimetrali e nelle ampie finestre successivamente accecate, per ricavarvi le
strette monofore strombate, quando, forse nel X secolo,
ledificio fu profondamente ristrutturato con la suddivisione in tre navate e la ristrutturazione della zona absidale
con la creazione di un doppio ambulacro, il cui piano inferiore costituisce una delle pi importanti testimonianze in
ambito europeo di cripta anulare, dal livello pavimentale
in origine non interrato, ma allo stesso livello delle navate.
Il piano superiore si affacciava al naos con ampie aperture
aperte tra il muro semicircolare, riccamente decorato come provano ancora gli estesi lacerti di pitture che fingono
preziose stoffe con aquile e leoni entro clipei incorniciati
da perle e pietre preziose dipinte (Lorenzoni 1994), conservatesi soprattutto nella zona inferiore, accecata dalla
costruzione della nuova matura cripta a sala, realizzata forse nellultimo quarto del XII secolo, quando fu eliminato
latrio inglobato nellallungamento delle navate con la costruzione dellattuale facciata e fu eretto lodierno tiburio
ottagonale (Arslan 1939). Tale decorazione dipinta databile intorno al Mille, probabilmente coeva ad altri lacerti

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SCHEDE BREVI

pittorici, ancora conservati, come la grande cornice a


meandro prospettico sullintradosso dellarco dincrocio
della navata centrale.
La chiesa, che per lungo tempo fu, erroneamente, creduta la cattedrale di Verona in et altomedievale, finch gli
scavi, condotti alla fine degli anni 60 del Novecento, accertarono definitivamente lesistenza del complesso episcopale nellarea dellattuale duomo, fu considerata un
edificio di grandissima importanza nel quadro europeo
della nascita dellarchitettura romanica. Fu infatti attentamente analizzata da De Dartein, da Roberto Cattaneo nel
1888, da Rivoira ne Le origine dellarchitettura lombarda e
delle sue principali derivazioni nei paesi doltralpe, del
1901. Questi studi pionieristici coglievano nella fabbrica
di Santo Stefano i primordi dellarchitettura romanica, individuati proprio nel doppio ambulacro, dove erano ravvisati i primi sistemi di volte a botte e a crociera costruiti in
Europa. Rivoira inoltre era incline a pensare che questa
chiesa potesse forse essere la prima basilica cristiana latina
con navate laterali sormontate da matronei, coperti da volte, costruita completamente ex novo alla fine del X secolo.
Va ricordato che lo studioso osservava una fabbrica completamente occultata dagli intonaci, sia allinterno sia allesterno. Sono infatti del 1934 i primi saggi condotti da Verzone e da Da Lisca. Lintonaco, coprendo le pareti e le pi
antiche aperture murate, impediva di far luce sulla genesi
della fabbrica e di comprenderne le principali fasi costruttive. Nel 1936 Alessandro Da Lisca pubblic un volumetto per chiarire la storia della chiesa, allo scopo di predisporne un progetto di restauro, in cui non mancano ipotesi azzardate. Pi convincente invece la rigorosa analisi
condotta da Verzone, autore di un progetto di restauro poi
eseguito da Da Lisca.
Lopera di entrambi gli autori, pur non denunciandolo,
sembra dipendere dalle osservazioni condotte da monsignor Vignola, che resse dal 1837 al 1887 la parrocchia,

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332

SCHEDE BREVI

Pagina a fianco:
351. Villanova di San Bonifacio, S. Pietro, interno, navata centrale.
352. Capitello corinzio antico.
353. Capitello con protomi animali.

354. Villanova di San Bonifacio, S. Pietro, interno,


capitello polilobato decorato a racemi dacanto.

partire dal 1927, da Alessandro Da Lisca. Le operazioni di


riapertura degli ingressi dalla navata misero in luce le tracce
di scale pi antiche, considerate del XII secolo, a cui si sovrapponevano scale di epoca moderna (secondo Da Lisca
cinquecentesche), che avevano modificato la quota di accesso e le proporzioni complessive del passaggio. Nella cripta i
muri furono rappezzati, il pavimento interamente rifatto, la
parete absidale ricomposta dopo la chiusura della porta e
delle finestre usate per la cantina. Fu ripreso il paramento
esterno pietra-mattone e fu ricostruita la finestra originaria attraverso deduzioni sulla sua altezza e sulla sua strombatura. Lintero paramento murario delle absidi ebbe probabilmente a subire una revisione. La cornice ad archetti
pensili dellabside nord, che in una fotografia edita da Porter nel 1917 risulta lacunosa e senza peducci, fu verosimilmente integrata, mentre non venne toccato il profilo ad archetti in laterizio dellabside sud, che pure, nellaspetto,
sembra frutto di una soluzione improvvisata e posticcia.
Lo studio del restauro di Da Lisca palesa, come spesso
accade per gli interventi di quel periodo, il problema delle
opzioni che guidarono il rapporto tra il tentativo di recuperare la fabbrica romanica e la presenza di modifiche apportate alledificio nel corso dei secoli (specialmente quelle intervenute con labate Guglielmo da Modena a inizio
Quattrocento e quelle verificatesi a seguito dellacquisizione dellabbazia da parte dei monaci Olivetani nel 1562).
Lesito del ripristino, in questo caso, fu moderato (almeno
rispetto ad altre situazioni, come la stessa San Michele di
Belfiore) e, cripta a parte, quasi ridotto allo scrostamento
degli intonaci e al recupero dei cicli ad affresco del Trecento (tra cui spiccano le Storie di San Benedetto sulla pa-

rete sud e in controfacciata). Ma anche successive necessit di rimaneggiamento, seguite ai danni conseguenti a
bombardamenti della seconda guerra mondiale o alle nuove velleit di recupero del tempio antico, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, ebbero un impatto temperato. I propositi di ripristinare la visibilit del tetto a capriate togliendo
il controsoffitto di volte a crociera (peraltro coordinato sul
lato meridionale con lapertura di finestre a lunetta) e di
sostituire la scalinata barocca sono rimasti tali. Il presbiterio rialzato della chiesa romanica probabilmente non aveva una scala centrale, ma solo due accessi laterali. La parete verticale che veniva a stagliarsi al centro della chiesa
svolgeva una funzione analoga a quella dei muri di tramezzo, per la netta separazione tra il clero e i laici.
Un tema soltanto dibattuto dai restauratori, fu quello
del riassetto della facciata. Il paramento in conci di pietra
usato per quasi due terzi della superficie dal basso, che
muta nella parte superiore alternando i conci a corsie di
tre o pi mattoni, dovrebbe in linea di massima rispecchiare quello del XII secolo, cos la partizione segnata dai due
contrafforti a sperone e gli archetti pensili lungo gli spioventi, combinati alla solita cornice a denti di sega. I contrafforti, tuttavia, furono adattati per diventare piedistallo
dello stemma degli Olivetani, mentre gli archetti lasciano
limpressione di essere stati ripresi, forse quando furono
posizionate le statue settecentesche ai vertici della facciata.
Loculo al centro del fronte, con cornice a dentelli, attribuibile al XV secolo, fu inserito avendo cura di ricomporre
il paramento circostante, mentre anche il portale considerato quattrocentesco. Era sormontato da uno pseudoprotiro, forse demolito nel Settecento per fare una finestra
quadrangolare, contemporanea delle due minori aperte in
corrispondenza delle navatelle. Le tracce di questa edicola, alta quasi fino alloculo superiore, sono ancora visibili
nella muratura e sembrano essere coeve al portale.
Rimangono, invece, da interpretare i dissesti che costrinsero a rifare la parete nord sopra la navata, nella met occidentale, in mattoni disposti a spina di pesce, fino allinnesto
con la facciata. Questo intervento viene datato al XV secolo,
perch considerato contemporaneo alla cornice in mattoni
del sottotetto, che tuttavia sappiamo essere stata spesso ripresa (la stessa prossimit al tetto, evidentemente rifatto dopo il Quattrocento, ne in qualche modo un segnale).
Non si hanno evidenze, invece, del monastero del XII secolo, n altri segnali sulla sua conformazione rispetto alla
chiesa. Quanto rimane a sud della basilica dovuto alla
trasformazione settecentesca del chiostro e degli ambienti
edificati nei primi due decenni del Quattrocento per iniziativa dellabate Guglielmo da Modena (di cui sono state
riportate a vista le arcate claustrali). La parete meridionale
mostra tracce riferibili a un ingresso e a una scalinata correlati alla sistemazione del XV secolo, che probabilmente
furono realizzati in seguito alla demolizione del cenobio
fondato da Uberto. Forse soltanto uno scavo archeologico
sotto il monastero quattrocentesco e nellarea intorno alla
chiesa potr portare qualche novit sullantica abbazia.
(E.N.)

VERONA E IL TERRITORIO

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