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Valerio Romitelli

Etnografia del pensiero


ipotesi e ricerche

























Contributi di
Marta Alaimo, Mirco Degli Esposti, Anna Laura Diaco, Anne
Duhin, Laura Filippini, Sebastiano Miele, Erika Peruzzi, Franca
Tarozzi
Dato che questo testo si rivolge anche a neofiti delle ricerche sociali c... http://66.71.178.156/Materiali didattici/Romitelli/IPOTESI[1].htm
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INDICE

Valerio Romitelli, Etnografia del pensiero

I. QUATTRO IPOTESI
II. TRE DOMANDE: a) b) c)
III. LE RISPOSTE PI RICORRENTI
IV. RISPOSTE CLASSICHE
1. Il classismo
a)
b)
c)
2. Levoluzionismo
a)
b)
c)
3. Definire, per conoscere quale sociale?
a)
b)
c)
4. Lideale dei tipi ideali
a)
b)
c)
5. Il funzionalismo e i suoi paradossi
a)
b)
c)
6. Letnografia statunitense
a)
b)
c)
V. RISPOSTE RECENTI
a)
1.Il linguaggio come strumento
1.1 anche Stalin sulla linguistica
1.2 linterazionismo simbolico
1.3 letnometodologia
2.Il linguaggio strutturante
2.1 lEdipo
2.2 equivocit del tempo
3.Il linguaggio come risorsa
3.1 linguaggio e pensiero
3.2 performance o prescrizione?
4.Segni ovunque
4.1 la semiotica alla moda
4.2 Il ritorno del sistema
5.Dalla comunicazione alle comunit
5.1 Doni non richiesti
5.2 Identit o soggettivit?
b)
1. I Partiti, il linguaggio, la guerra
2 Scienze sociali e regimi politici
3 Il Sessantotto e le sue conseguenze
c)
Questioni di metodo: discorsi o parole?
VI. LE NOSTRE RISPOSTE
1 Il dualismo delle scienze sociali
2 Prescrizioni per la ricerca
2.1 Ricerche sociologiche sui governanti
2.2 Ricerche etnografiche tra i governati
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Ricerche

Valerio Romitelli, Pi possibilit di vivere. Gli utenti dello sportello Cgil per lavoratori stranieri

Marta Alaimo, Valerio Romitelli, Un scuola diversa dalle solite. I ragazzi del Nuovo Obbligo Formativo

Mirco Degli Esposti, Una fabbrica da rifare e La qualit del lavoro. Gli operai della Bredamenarinibus e della B.T. Cesab di
Bologna

Anne Duhin, Anche al lavoro pensare, dire quello che si pensa. Gli operai della Bonfiglioli di Bologna
Annesso: Da operaio a operaio di V. R.

Laura Filippini, Una benevola forma di egoismo. I volontari della Casa dei Risvegli

Marta Alaimo, Franca Tarozzi, Il senso della fabbrica. Gli operai della Marcegaglia di Ravenna

Anna Laura Diaco, Sebastiano Miele, Erika Peruzzi, Sarebbe il lavoro del futuro. Uninchiesta tra i lavoratori della cooperativa
sociale Cadiai
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I. QUATTRO IPOTESI

Le ricerche qui raccolte sono state compiute nellarco degli ultimi cinque anni. Esse non solo si sono svolte in luoghi, tra
popolazioni e con soggetti tra loro diversi, ma sono anche avvenute seguendo impostazioni problematiche nonch metodologiche tra
loro non del tutto omogenee. Tuttavia, il leit motif c ed stato ben certo fin dal loro inizio, anche se si venuto chiarendo e
precisando strada facendo. Con la pubblicazione di questa raccolta i loro autori hanno anche deciso che fosse venuto il momento di
provare ad esplicitare quali siano le convinzioni comuni che hanno ispirato le loro inchieste. A me che, bene o male, ho seguito da
vicino ciascuno di questi lavori spettato il compito di introdurli per provare a fare il punto sul senso da essi condiviso. A tal scopo
propongo delle ipotesi metodologiche che rispondono ad alcune delle pi importanti questioni presenti tra le scienze sociali.
Dichiarando subito che la loro ispirazione viene dallantropologia di Sylvain Lazarus e dal Gram (Groupe de Recherche de
lAnthropologie de la Modernit)
[1]
da lui diretto,
riassumo tali ipotesi in questi quattro enunciati:
I- chiunque pu pensare;
II- per conoscere la realt sociale occorre pensare il pensiero altrui;
III- occorre sempre distinguere due realt sociali: quella che governata da un qualche potere e quella che resa possibile
da chi potere non ha
[2]
;
IV- per conoscere questultima realt la ricerca sociale pu evitare ogni linguaggio da specialisti ovvero ogni
metalinguaggio.

Questi enunciati saranno in seguito pi estesamente spiegati. Ora, un breve commento di ciascuno.

I Dire che chiunque pu pensare significa escludere che il pensiero sia appannaggio di chi pu rivendicare titoli di sapere o di
potere, da esperto o da responsabile autorizzato. Chiunque qui vuol dire anche chi non nessuno, chi non ha alcuna qualifica o
competenza per prendere decisioni riguardo alla propria condizione. Che anche in tale condizione di soggezione si possa sempre
pensare, che ci effettivamente avvenga e che ci costituisca unabbondantissima fetta della realt sociale: tutti questi mi paiono dati
incontestabili di cui molte ricerche sociali ancora non tengono in debito conto.

II Dire che per conoscere la realt sociale occorre pensare il pensiero altrui significa escludere che la realt sociale sia sempre
da ricercarsi dietro ci che gli altri pensano, come una causa oggettiva o forza naturale che spingerebbe dalle spalle ogni altro e
che unicamente io ricercatore sociale sarei in grado di vedere. Ogni ricercatore sociale sempre inevitabilmente un io, un
soggetto cartesiano, un soggetto di scienza, come lo chiamava Jacques Lacan
[3]
. Ma proprio per essere degno di questo nome non
pu non ammettere, come del resto faceva a suo modo George Mead, riconosciuto padre dellinterazionismo simbolico, che non c
realt sociale che non risulti dal rapporto col pensiero altrui.

III Questo terzo enunciato significa ammettere che in ogni realt sociale (come ad esempio una fabbrica
[4]
o un servizio sociale
[5]
)
c sempre chi la governa (manager o funzionari, ad esempio) e chi governato (operai o operatori sociali, ad esempio), ma
significa anche che le questioni di governo non esauriscono tutto ci che si pu conoscere di tale realt. Di pi, che questultima
del tutto diversa per chi non la governa e invece ne fa esperienza senza disporre di alcun potere n sapere come averne
[6]
(come
appunto operai o operatori sociali). Se per conoscere la realt sociale da governare occorre conoscere anzitutto le necessit di chi
ha potere e sapere (politici, manager o funzionari), per conoscere la realt di chi non ha potere n sapere (che il compito
principale delle nostre ricerche), occorre anzitutto pensare il pensiero di chi (operai o operatori sociali) si rende possibile tale
realt. Tutto ci implica, per esempio, assumere in modo assai particolare lobbiettivo sempre pi spesso fatto proprio dalle scienze
sociali di fornire consigli per buone prassi di politica sociale. Come si vedr, anche in alcune delle nostre inchieste ci si posto il
problema di fornire tali consigli, ma non mettendosi dal punto di vista della governabilit della situazione in cui linchiesta stata
condotta; bens cercando anzitutto di fare parlare il pensiero di chi governato e lasciando a chi governa la responsabilit di trarne
le proprie conseguenze. Proprio perci, al posto dei consigli, che servono se rivolti a chi ha il potere di applicarli, preferiamo
parlare di prescrizioni
[7]
, che valgono per chiunque.

IV proprio per potere pensare e far parlare il pensiero di altri, senza potere, n sapere, che viene proposto il quarto enunciato.
Rinunciare a qualsiasi linguaggio da esperto infatti condizione necessaria per porsi sullo stesso piano di chiunque. Molte scienze
sociali non ammettono questa possibilit. Sostengono che ogni ricercatore sociale degno di questo nome un esperto, e quindi non
pu non parlare e pensare secondo un suo linguaggio diverso da quelli che incontra, specie se senza alcuna specifica qualifica.
Rispetto a ci, io non dico che il ricercatore sociale debba rimuovere il suo sapere, dico invece che pu evitare di fissare questo suo
sapere in definizioni, discorsi, modelli che rendono il suo linguaggio un linguaggio tecnico, da esperti, ossia un metalinguaggio: un
linguaggio che traduce, decodifica quello degli altri. Il pregiudizio secondo il quale ci non sarebbe possibile si fonda sullidea che
tra il linguaggio scientifico e quello comune la differenza sia insormontabile. Il che certamente e necessariamente vero nella
maggioranza degli ambiti della conoscenza scientifica (soprattutto in tutti quelli matematizzati come ad esempio la fisica, la chimica
e finanche la linguistica, leconomia politica o la sociologia fondata sulla statistica), ma pu non esserlo nelle ricerche sociali di
tipo etnografico riguardanti ci che chiamiamo il pensiero altrui. Qui sta una delle maggiori singolarit del nostro metodo: che si
possa far scienza, cio che si possa raggiungere una conoscenza sistematica, infinitamente trasmissibile, ripetibile in altre esperienze
di ricerca, pur mantenendosi in un linguaggio comune. Basilare a questo proposito tenere conto di un assunto gi altrimenti noto, ma
che nel Novecento gli studi sul linguaggio, non ultimi quelli della grammatica generativa di Noam Chomsky
[8]
, hanno quanto mai
confermato: che linfinita variet dei linguaggi non esclude una loro omogeneit fondamentale; in altre parole, che il linguaggio per
quanto sia complesso e differenziato a seconda dei suoi usi nelle diverse lingue, societ ed esperienze possibili (da quelle pi
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comuni a quelle artistiche, da quelle scientifiche a quelle politiche, e cos via) pu sempre essere pensato come un unico linguaggio.
questa una delle considerazioni essenziali contenute in un saggio di Clifford Geertz di una trentina di anni fa
[9]
; un saggio, il quale
arriva alla conclusione che sia possibile unetnografia del pensiero: del pensiero ovunque, comunque e da chiunque possa essere
elaborato
[10]
.
Questo saggio mantiene lidea che letnografia in quanto scienza debba interpretare e tradurre a suo modo pensiero e linguaggio
altrui. Io mi spingo invece fino a sostenere che letnografo possa pensare e parlare come chiunque, restando allinterno delle
diversit e delle somiglianze che chiunque ha rispetto a chiunque altro, senza per questo dovere per forza derogare al suo compito di
far scienza. Per spiegare come ci sia possibile non trovo nulla di meglio che anticipare alcuni risultati delle nostre inchieste. Essi
consistono soprattutto nel far brillare di luce propria le parole dei nostri interpellati, ad esempio, operai/e e operatori/trici sociali.
Ebbene cosa dicono questi soggetti?
Cito giusto una frase degli operai della Marcegaglia, fabbrica metalsiderurgica ravennate in un impetuoso sviluppo in
controtendenza, ma tormentata da continui incidenti, al punto dal provocare uninchiesta della magistratura che ha finito per far
saltare la direzione aziendale precedente allattuale. La frase di questi operai che qui porto ad esempio la sicurezza siamo noi!.
, questo, un enunciato che per me merita gi di essere presentato come un enunciato di portata scientifica. Per comprendere
compiutamente in che senso basta leggere il rapporto dinchiesta pi sotto riportato. Ma per quel che ora pi interessa sufficiente
anticipare alcune delle ampie e complesse implicazioni di tale enunciato. Anzitutto, dicendo la sicurezza siamo noi gli operai
della Marcegaglia dicono che lantidoto fondamentale contro gli incidenti non sta n in una maggior o migliore formazione, n nel
puro e semplice rispetto delle norme di sicurezza, n negli interventi dellIspettorato del lavoro e neanche nel timore di inchieste
giudiziarie. Tutti questi aspetti, che pur gli operai ritengono importanti, a loro avviso, non sono decisivi quanto loro stessi: quanto il
fatto di essere loro stessi i primi depositari delle conoscenze che permettono di contenere gli incidenti. Il che, contrariamente a
quanto potrebbe apparire ad un primo sguardo superficiale, non affatto scontato, n privo di inedite conseguenze pratiche e
teoriche. In effetti, la situazione quale risulta dalle parole degli operai intervistati appare inviluppata in una sorta di circolo vizioso:
tanto pi la fabbrica si espande rapidamente e recluta mano dopera giovane ed inesperta, quanto pi questultima esposta ai rischi
dincidente e quindi indotta a lasciare rapidamente il posto di lavoro: risultato: ininterrotte emorragie tra gli operai delle
conoscenze dirette, di prima mano proprio il caso di dire, dei macchinari e dei loro pericoli. Ecco quindi limportanza e la
difficolt di far fronte a tali emorragie: limportanza di assumere la frase la sicurezza siamo noi come una prescrizione a cercare
dei modi di far accumulare tra gli operai tali conoscenze di prima mano. Come organizzare nuovi corsi di formazione o nuove
modalit di affiancamento, come rendere trasmissibili e tramandabili i consigli da operaio ad operaio per far fronte al pericolo di
incidenti sul lavoro: questi, alcuni dei fronti della sperimentazione scientifica, etnografica, e non certo privi di effetti pragmatici e
politici, aperti dallenunciato la sicurezza siamo noi. N si pu certo dubitare che tali fronti siano del tutto privi del valore di
universalit, di applicabilit in altri contesti, che valore scientifico imprescindibile.
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II. TRE DOMANDE

Pensare, parlare, scrivere come chiunque, facendo rientrare lintento della conoscenza scientifica tra le differenze che chiunque ha
rispetto a chiunque altro: questa dunque lipotesi di fondo che letnografia del pensiero qui presentata sottopone a sperimentazione.
A decidere dello stile di questo come dei successivi testi stato dunque il pensiero di coloro ai quali ci rivolgiamo. Li si possono
suddividere in quattro categorie.
Gli esperti in scienze sociali che si deve supporre ne sappiano infinitamente pi di noi.
I responsabili del governo dei luoghi dove, grazie al loro stesso aiuto, abbiamo condotto le nostre inchieste.
I soggetti che sono stati da noi interpellati come gente senza potere e senza sapere, per quanto da qualche parte essi ne abbiano
sicuramente, e che ci hanno in vario modo confermato la nostra ipotesi di potere conoscere la realt sociale attraverso il loro
pensiero.
Infine, i soggetti che sono supposti saperne meno di noi e quindi volere apprendere da noi: tutti gli interessati, studenti universitari
compresi, a intraprendere ricerche sociali.
Ma non si tratta, o non si tratta solo, di quattro settori di un possibile pubblico per il nostro libro (di quelli che risultano per esempio
dai sondaggi dopinione e dalle loro medie). Si tratta piuttosto dei quattro tipi di soggetti al cui centro sta per me il cuore della realt
sociale. Una realt che, come spiegher meglio pi oltre, sta sempre allincrocio di tre dimensioni: quella del sapere, acquisito e da
acquisire, quella del potere, del potere di governo, e quella di chi non pu e non sa, ma che rende possibile il rinnovarsi del
sociale stesso. Un incrocio, che, come sempre si deve, per non creare scontri, richiede di essere sgombro da intralci, libero per i
diversi attraversamenti, in questo caso, del pensiero. Per cui qui non si propone alcuna dottrina generale, alcun discorso, logica o
dialettica per la composizione, la sintesi o, peggio, lo scontro di queste diverse dimensioni, ma si tratta di alcune possibilit per
farle confrontare lasciando ad ognuna la propria autonomia di movimento.
A tal scopo, la prima questione che mi sono posto come spiegare quanto si sa o si deve sapere delle scienze sociali per capire in
che rapporto rispetto ad esse si pongono le nostre ipotesi. In altri termini, quali sono gli antecedenti, tra sociologi, antropologi ed
etnografi, che il nostro approccio pu rivendicare o respingere; quali le sue prossimit, quali le sue distanze, rispetto ai metodi
della ricerca sociale gi acquisti; quali i debiti di conoscenza che sono qui da dichiarare, quali i crediti che sono da richiedere per
nostro conto.
Per esporre tutto ci in modo stringato e accessibile a qualunque lettore di buona volont mi sono risolto a passare in rassegna alcuni
dei pi noti approcci delle scienze sociali quasi fossero dei soggetti da intervistare.
Li ho dunque affrontati tramite una sorta di miniquestionario: ponendo loro tre domande con le quali chiunque si interessi al sociale,
da esperto o da non esperto, prima o poi, non pu non confrontarsi.

a) cos la societ?
b) a che scopo conoscerla?
c) come conoscerla?

Con questo dispositivo a tre domande andr ad interpellare alcuni dei maggiori nomi, discorsi e passaggi che hanno punteggiato la
storia delle scienze sociali. Mia precisa intenzione contrastare lopinione, ad un tempo accademica e triviale, che queste discipline
si sviluppino da loro stesse, come per partenogenesi, come se i loro pulpiti siano sempre fissi in un mondo che gira loro attorno,
mentre le diverse generazioni e le diverse comunit di scienziati sociali vi si alternano. Al contrario, prover a mostrare che
sotto il nome di scienze sociali ne sono successe di tutti i colori, sono circolate le pi disparate risposte su cos la societ, come e
perch studiarla. Il che non esime affatto dal cercare di sapere di quali e quanti colori si trattato. Ma obbliga anche ad ammettere,
proprio per rispetto alla scienza che non se non sperimentale
[11]
, che il modo migliore di apprezzarli sta nellusarli per nuove
sperimentazioni. Per ci, tutte le risposte di cui tratter qui di seguito saranno direttamente commisurate alle nostre ipotesi di
ricerca.

Prima delle risposte, qualche chiarimento sul senso di questi tre interrogativi.

La prima domanda (a) riguarda loggettivit del sociale: ci che ci si trova innanzi ogni volta che ci si pone una questione sociale.
Ma chiaro che questa domanda ha senso solo se chi se la pone si chiama fuori dal sociale. Si tratta quindi di un punto di vista che
si giustifica in nome di qualcosa che sociale non : quindi o in nome della natura o in nome di uno spirito pi o meno eterno, sia che
lo si voglia intendere in senso filosofico che in senso religioso. In effetti, per quasi tutto lOttocento la conoscenza del sociale stata
condizionata o da filosofie della storia, come quelle di Comte, Marx o Spencer, o da scoperte delle scienze naturali, come la teoria
dellevoluzione di Darwin. Filosofie e scienze che definivano cosa la societ, a priori, ancora prima di studiarla dallinterno. La
storia e levoluzione sono state cos presentate come i sinonimi stessi di tutta realt conoscibile: in loro nome si sono costruiti
discorsi capaci di organizzare un linguaggio da specialisti, un metalinguaggio il cui senso comprendeva e spiegava tanto la natura,
tanto lo spirito, quanto il sociale. Marx, ad esempio, pur rifiutando di fare il filosofo
[12]
, costruisce un discorso, una dialettica che
permette di trattare di leggi, tanto della storia quanto della natura. Il Novecento per mal tollerer simili metalinguaggi a portata
universalistica. Ci soprattutto in ragione delle scienze sociali che proliferano per conto loro, studiando dallinterno una variet
praticamente infinita di realt sociali, una diversa dallaltra. La domanda su cosa la societ quindi divenuta sempre meno
rilevante (al di fuori della filosofia, che giustamente deve pretendersi eternamente alle prese con questioni ricorrenti in ogni
tempo
[13]
). Tant che oggi nessun serio ricercatore sociale se la sente di dare una sua precisa risposta alla domanda cos la
societ?, proprio allo stesso modo in cui nessun serio magistrato pu volere rispondere a tono alla domanda cos la giustizia?.
Resta che essa del tutto pertinente per farsi unidea di quel che le scienze sociali sono state nelle origini ottocentesche e di come
sono cambiate nel corso del Novecento; e ci soprattutto nel senso di un ridimensionamento della questione delloggettivit del
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sociale.

La seconda domanda (b) riguarda invece essenzialmente il rapporto tra la conoscenza sociale e la politica. Le risposte vengono in
parte dallesterno e in parte dallinterno delle scienze sociali. Queste sono solitamente sempre state interpellate dalle istituzioni a
fornire consigli sulle buone prassi, come si dice oggi, da seguire nelle politiche sociali. Ma anche le stesse scienze sociali si
sviluppano tramite loro scelte politiche, ad esempio, sulle priorit delle questioni sociali da studiare. Un aspetto, questo, della
politica scientifica delle ricerche sociali, che divenuto sempre pi importante nel corso del Novecento, quanto meno queste stesse
ricerche si sono attenute a definizioni oggettive, a priori, di origine ottocentesca, del sociale.
In effetti, oggi trovo del tutto decisivo per la conoscenza sociale che i ricercatori sociali rispondano direttamente e chiaramente degli
scopi del loro ricercare. In questa direzione c un nodo da sciogliere: quello della soggettivit della ricerca sociale.
DallOttocento fin verso la fine del Novecento il fatto che tale ricerca non potesse prescindere dalla soggettivit sempre stato
considerato un limite, una nota di demerito rispetto alle scienze naturali, il cui supposto oggettivismo faceva da modello. Pi
recentemente invece si assistito ad una sorta di rivalutazione della dimensione soggettiva del ricercatore sociale, che ha attenuato i
confini epistemologici da sempre esistenti tra la sua attivit e quelle artistico-letterarie. Di qui, ad esempio, il diffondersi di saggi
antropologici o etnografici redatti con stile del tutto personale. Inalterato, o quasi, rimasto infatti il presupposto che la soggettivit
non possa essere che una qualifica personale attribuibile esclusivamente ad un individuo. Diversamente, del tutto proficuo pensare
che la categoria della soggettivit non sia solo sinonimo dellindividualit personale, ma possa applicarsi a dimensioni collettive,
quali, appunto, quella dei ricercatori sociali. Chiedersi quale sia la loro soggettivit allora significa chiedersi quali siano i modi e le
condizioni intellettuali tramite cui essi scelgono di studiare questo o quel problema sociale piuttosto che altri, come e perch alla
loro ricerca diano un obiettivo piuttosto che un altro. In una parola, quali siano le possibilit soggettive da essi aperte nellambito
della conoscenza.

La terza domanda (c) infine riguarda evidentemente il rapporto tra le risposte che vengono alle due precedenti domande. Il come
studiare la societ dipende infatti da cosa si convinti che sia e dagli scopi che ci si propone nello studiarla. Se la prima domanda
una domanda sulloggettivit del sociale, la seconda sulla soggettivit del ricercatore sociale, questultima una domanda sul
metodo della ricerca. Fino a che, dallOttocento in poi, la risposta alla prima domanda stata la pi importante, le risposte
metodologiche hanno sempre prescritto che la soggettivit del ricercatore sociale dovesse ridursi il pi possibile a semplice
riflesso, a pura rappresentazione delloggetto della sua ricerca. Di qui lenfasi sul tema dellobiettivit come qualit prima del
ricercatore sociale: obiettivit, che vuol dire una soggettivit soggetta, sottomessa ad una oggettivit.
La maggiore attenzione che la questione della soggettivit del ricercatore ha riscosso nella seconda parte del Novecento ha
apportato parecchie novit metodologiche. Ma non su un punto decisivo. Quello di mantenere sempre che ogni ricerca debba essere
anzitutto rispondente, adeguata alloggettivit del sociale. La maggior parte delle risposte metodologiche hanno cos a tuttoggi un
carattere che potremmo chiamare dialettico, in quanto mantengono al loro centro la dialettica tra la soggettivit e loggettivit:
loggettivit del sociale come termine di verifica essenziale della soggettivit della ricerca.
Una delle maggiori novit metodologiche qui proposte star invece proprio nellevitare ogni dialettica e di ripensare le questioni di
oggettivit sociale come questioni interne a quelle della soggettivit della ricerca. Il che per altro implica unaltra novit: una netta
dissociazione tra le risposte da dare alla prima domanda e quelle da dare alla seconda. Stante infatti il tradizionale obbligo del
ricercatore di riflettere la realt oggettiva ne conseguiva anche lobbligo di analizzare le soggettivit del sociale come riflesso esse
stesse di condizioni oggettive, mentre qui si proporranno due distinte problematiche, una volta allanalisi delloggettivit, laltra
volta alla soggettivit. Ed proprio allinterno di questultima che si situano le nostre ricerche. quindi ad essa che dedicher la
maggiore attenzione, la quale anche dovuta alle notevoli difficolt tuttoggi esistenti ad ammetterla sia tra esperti sia tra neofiti
delle scienze sociali. Tant che niente sembra meno plausibile di una conoscenza razionale, positiva che riguardi la soggettivit
sociale in quanto tale, come possibilit effettiva, reale, ma senza riscontri oggettivi. Eppure, come cercher di mostrare, proprio
cos che il presente di ogni realt sociale pu essere conosciuto, se se ne vuole avere una sua conoscenza effettiva, in presa
diretta: non a posteriori, non come rappresentazione oggettiva di un presente gi dato o, al contrario, a priori, come anticipazione di
un qualche futuro pi o meno prevedibile, ma nel suo stesso presentarsi, come si dice, in tempo reale, o, meglio, in
contemporaneit rispetto a chi la studia.



III. RISPOSTE RICORRENTI

Veniamo ora ad alcune delle risposte pi ricorrenti tra le scienze sociali.
Ma prima di tutto opportuna una qualche spiegazione delle ragioni per cui qui lorigine di queste scienze viene fatta a risalire a
non prima della seconda met dellOttocento.
Molto spesso, quando si tratta della storia delle scienze sociali, le si fa risalire anche a ben prima dellOttocento, a Rousseau,
Montesquieu, Vico
[14]
, se non addirittura a Platone. La mia idea qui invece che le questioni sociali di cui oggi si parla abbiano
una qualche parentela diretta solo con quanto accaduto in Europa dopo il Quarantotto. questo grande sommovimento di met
Ottocento che sancisce infatti quella che una singolarit anche della realt sociale del nostro tempo: la polarizzazione della (gi
esistente, ma antecedentemente pi confusa e segmentata) separazione tra le popolazioni che hanno potere e sapere e quelle che
non li hanno. Spopolamento delle campagne, affollamento delle citt, esplosione demografica, industrializzazione, espansione
finanziaria, guerre coloniali, guerre mondiali, alfabetizzazione generalizzata, proliferazione delle universit, sviluppi tecnologici,
impoverimento di intere zone del pianeta e tanti altri macroscopici fenomeni dellultimo secolo e mezzo si pu dire che abbiano a
che fare con questa separazione. Ne sono dunque venuti infiniti mali, ma anche enormi perfezionamenti del potere e del sapere. E
con essi alcuni indiscutibili vantaggi, come quello raggiunto negli anni Sessanta del Novecento, di riscattare lumanit dal suo pi
pressante problema dal Neolitico in avanti: dovere lavorare per nutrirsi. A partire da quegli anni, in alcuni dei paesi pi ricchi, per
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raggiungere questo scopo, infatti, pi che sufficiente lattivit del 3% della popolazione
[15]
. Ma questo risultato restato e resta
appannaggio solo di un numero esiguo di paesi, mentre nel resto del mondo il problema della fame cresce e si complica quanto mai
prima.
Da esso risulta evidente che la questione di fondo per le scienze sociali sta sempre nella separazione tra chi pu e sa e chi no, quale
si configurata a partire dalla met dellOttocento.
Mio intento non di offrire un sunto pi o meno enciclopedico di queste ultime, come avviene nella maggior parte dei manuali ad
esse dedicate, ma di chiarire le distanze e le prossimit delle nostre scelte metodologiche da quelle gi pi affermate nelle scienze
sociali. La variet delle risposte che sono venute da queste ultime alle tre domande poste pi sopra ovviamente infinita. Tuttavia vi
si pu individuare per cos dire un minimo comune multiplo. Ovvero un insieme di risposte con cui ci si deve tuttoggi confrontare se
non si vogliono dare delle risposte poco o nulla credibili. Ad esempio, se alla prima domanda rispondiamo che la societ
influenzata da fattori astrologici, sicuramente non troveremo molti disposti a prenderci sul serio. Che il sociale sia composto
anzitutto da sagittari, pesci, gemelli e gli altri segni zodiacali non infatti mai stata una risposta utilizzata per la ricerca sociale. Cos
pure che la risposta secondo la quale la societ sia composta anzitutto da razze, malgrado sia stato parecchio discussa tra Otto e
Novecento, oramai, specie dopo luso che ne hanno fatto i nazisti contro gli ebrei, ha perduto ogni credibilit.
Insomma, lobiettivit nelle scienze sociali dipende essenzialmente dalla credibilit delle questioni che si pongono e dalle risposte
che si danno. Questa credibilit varia nel tempo, ma non pu non essere in una qualche continuit con ci che precedentemente gi
stato creduto come obiettivo. Di qui la nostra esigenza, avanzando nuove ipotesi, di compararle con dei precedenti, senza per
pretendere di esserne n semplice continuazione, n rottura completa.

Le risposte alle tre domande pi sopra poste possono essere raggruppate secondo diversi generi. Tra di essi distinguo quelli pi
tradizionali, classici, la cui origine risale tra Otto e Novecento, e quelli pi recenti.
Tra i generi pi classici, ne individuo cinque che chiamo rispettivamente classista, evoluzionista, definitorio, idealtipico e
funzionalistico.
Quelli pi recenti li riassumo sotto lunica etichetta che chiamo la svolta linguistica nelle scienze sociali.
Vediamo dunque che generi di risposte alle nostre tre domande si possono ricavare da questi diversi orientamenti delle scienze
sociali. Sottoponendo loro questa sorta di miniquestionario, chiaramente si semplificheranno allosso i risultati che potrebbero
essere infinitamente pi complessi. Ogni opera, ogni saggio, ogni ricerca sociale degni di questo nome meritano unattenzione tale da
rivelare uninfinit dimplicazioni ben pi ricche di quelle che si possono ricavare ponendo loro delle domande rudimentali.
Ponendole, non cerco altro che delle risposte paradigmatiche, utili a delineare uno sfondo di riferimenti a tinte forti, in rapporto al
quale risulti pi netto possibile il profilo di quelle che saranno le nostre risposte. un po come rovistare alla svelta in un
contenitore di attrezzi vecchi e nuovi senza badare molto alle loro fattezze e per vedere cosa non ci serve e cosa invece si pu
utilizzare al momento.

IV. RISPOSTE CLASSICHE

1. Il classismo

a)
Alla prima domanda, cosa la societ?, il classismo (di cui Marx, per sua stessa ammissione, non lunico, ma uno dei massimi
teorici) d una risposta in nome della storia, della storia con la esse maiuscola, della storia universale. Storia che intesa come
destino di tutta lumanit il cui presente sempre da pensarsi come un passaggio e una lotta tra il passato e il futuro. Nel classismo,
infatti, la societ composta da pi classi sociali fondate su diversi interessi economici, ma la loro divisione fondamentale tra
quelle che sono arroccate sul passato e quelle che dischiudono lavvenire. E il passato essenzialmente la millenaria tradizione
dello sfruttamento del lavoro altrui, lavvenire invece la possibilit di riscatto del lavoro da ogni sfruttamento.
I proletari del capitalismo moderno si trovano allora in una situazione paradossale. A differenza degli schiavi e dei servi daltri
tempi, godono di libert di diritto, tra le quali quella di vendere la propria forza lavoro come qualunque altra merce. Ma in fabbrica,
dove contano esclusivamente per le loro braccia, si ritrovano ad essere sfruttati come schiavi e servi. Di qui, la necessit della presa
di coscienza del loro essere storico: tanto schiacciati dal peso di un passato di sfruttamento che non passa, quanto portatori di un
futuro sociale senza precedenti, quel socialismo e/o comunismo dove non ci dovrebbero essere pi sfruttati o sfruttatori.
Oggi il classismo superato, non esiste pi, o almeno non esiste pi nelle sue forme originarie. Nella sua tradizione, che oggi
sopravvive anche nelle ricerche sociali oltre che tra qualche partito, sindacato e movimenti no o new global, gli obiettivi del
socialismo e del comunismo sono oramai del tutto declinati. Ad essi si sono sostituiti quelli delle rivendicazioni e delle conquiste
democratiche o dell antagonismo sociale: le prime che sarebbero garantite dai successi elettorali delle sinistre, il secondo dalle
pi svariate manifestazioni di disobbedienza civile. Resta per sempre invariata, o quasi, la prospettiva storicista, di un divenire
storico universale, cui non si potrebbero opporre altri se non conservatori, reazionari o quegli individualisti pi o meno sovversivi
o potenti, contrari alloggettiva necessit del progresso umano.

b)
La risposta classista alla nostra seconda domanda, a che scopo studiare la societ?, evidentemente: per conoscere le condizioni
storiche del progresso storico. Ma quale lo scopo politico di questo scopo cognitivo? Qui possiamo distinguere due o tre tipi di
classismo che si sono manifestati in modo pi o meno discontinuo dalla met dellOttocento in poi, a volte contaminandosi, a volte
combattendosi tra loro.
Uno governativo, che si incarica di dar consigli sui conflitti sociali e le questioni del lavoro a chi governa centri di potere, quali i
ministeri, i tribunali, i sindacati o i partiti. Temi privilegiati sono allora o la pianificazione o le riforme, a seconda che il partito
marxista sia al governo o allopposizione. Si tratta, in ogni caso, di progetti per riadattare le forme del potere ai cambiamenti del
tempo che sono supposti sempre andare nel senso del progresso storico.
Un altro, accademico, che punta ad applicarsi e confermarsi come scienza pi nel ristretto di ambiti universitari, contribuendo alla
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diffusione e alla difesa nelle universit di approcci materialisti, democratici e progressisti, incentrati soprattutto sulle questioni del
lavoro e dei conflitti sociali.
Ma c anche una terza specie di classismo, che in parte riconducibile ai primi due e che in parte se ne distingue. Si tratta della sua
dimensione pi militante, di base, che viene applicato da quadri politici, sindacali o di movimenti rivendicativi in rapporto diretto
ai lavoratori o, pi in generale, a gente con poco o nessun potere. La questione cruciale qui quella della coscienza, del suo
elevamento. In effetti, dal momento che si suppone inevitabilmente necessario il progresso storico, lunico vero ostacolo pu stare
nel fatto che la classe predestinata ad esserne protagonista non ne abbia ancora una coscienza adeguata. Di qui, lobiettivo politico
del militante classista sempre stato leducazione della soggettivit dei proletari per elevarla fino a farla corrispondere
dialetticamente alle necessit oggettive del progresso storico. E le cose non cambiano se, come oggi, al posto dei proletari si pensa
stia il semplice elettore o la moltitudine, antagonista e disobbediente. Il problema, al fondo, resta pi o meno sempre quello
del marxismo ottocentesco, di vincere lignoranza con la scienza. Coscienza proprio questo che vuol dire: con-scienza. Avere una
coscienza democratica o antagonista significa in effetti avere dei comportamenti soggettivi, elettorali o conflittuali, conformi a ci
che una conoscenza scientifica stabilisce come oggettivit necessaria. Ed questo lobiettivo politico principale di cui ogni militante
della tradizione classista, e oggi post-classista, si fatto propagandista tra le masse supposte con scarsa o nulla coscienza.
Fatto sta che a fornire la conoscenza oggettiva del processo storico non possono provvedere che le altre due specie di classismo (o
di post-classismo), quello governativo e/o quello accademico, in quanto sono in contatto, luno con la realt del potere da
trasformare, laltro con le possibilit di ottenere conoscenze scientifiche. Al classismo (o post-classismo) militante cos non resta
che la funzione di volgarizzare la politica e/o la teoria cui aderiscono, ossia tradurle in formule didattiche accessibili anche alle
masse ritenute pi o meno ignoranti e inconsapevoli. Il che a sua volta comporta che leducazione delle coscienze cos ottenuta
sempre poco politica, poco teorica, e invece molto spesso fideistica, tutta dedita a dar una fiducia incondizionata al partito o ai
sindacati o ai dirigenti dei movimenti.
Resta, per altro, che, come ogni buon educatore, anche il militante classista o post-classista, ha sempre saputo che la prima cosa da
fare cercare di partire dalle opinioni dei propri allievi, volenti o nolenti. Cos, in questa tradizione si sempre dovuto fare i conti
anche con quel che i proletari, gli elettori di sinistra o la moltitudine pensano. Anche se lobiettivo stato e resta quello di
elevare il grado della loro coscienza, si dovuto e si deve ipotizzare, magari anche implicitamente, che chiunque tra di essi sia
dotato di sua capacit a pensare: che chiunque abbia una propria capacit intellettuale. Ora, questo il punto che qui pi interessa e
che pi avvicina le nostre ricerche al classismo e al post-classismo.
Ad essi va in effetti riconosciuto il merito non trascurabile di avere dato e mantenuto unimportanza a s stante al problema di
conoscere la soggettivit, il pensiero di una popolazione senza potere n sapere, come i proletari, i semplici elettori o la moltitudine.
da qui che venuto quel grande patrimonio che tuttora rappresentano per le scienze sociali le inchieste tra gli operai di
fabbrica
[16]
.
Un patrimonio comunque gi condannato allobsolescenza se non viene ripreso in un senso del tutto diverso da quello dello stesso
classismo, nonch delle diverse varianti post-classiste.
Come si accennato e come si preciser ulteriormente, punto di demarcazione e di svolta decisiva la distinzione tra la categoria
di pensiero e la categoria di coscienza con tutte le sue implicazioni dialettiche.


c)
La dialettica in effetti la risposta del classismo alla nostra terza domanda: questo il modo in cui il classismo in tutte le sue
varianti studia e conosce la societ.
Dialettica tra la base economica e la sovrastruttura istituzionale, politica e ideologica; dialettica tra situazione sociale locale e
divenire storico globale; dialettica tra le diverse classi su cui si concentrano tutte queste determinazioni, economiche,
sovrastrutturali, locali e globali; dialettica tra lessere sociale delle classi e il grado di coscienza di ogni loro appartenente; in una
sola formula, dialettica tra loggettivo e il soggettivo: cos che il classismo inquadra la societ su cui fa ricerca. E quandanche
si dedichi ad uno di questi ambiti, suppone sempre che sia in dialettica col divenire della totalit degli altri ambiti. lidea stessa di
storia universale, di un divenire unico per tutta lumanit, che obbliga a conoscere per via dialettica, collegando tra loro il maggior
numero di ambiti problematici distinti. Di qui lambizione sempre insoddisfatta di arrivare ad una conoscenza completa della
societ. E di qui anche la pretesa nefasta, nei paesi socialisti dove il classismo diventato dottrina di Stato, di escludere e
reprimere ogni altro modo di far ricerca sociale. Col risultato di tagliare fuori questi paesi da tutti gli svariati sviluppi novecenteschi
delle scienze sociali.




2. Levoluzionismo

a)
Al momento di far uscire il primo volume de Il Capitale Marx lo voleva dedicare a Darwin, massimo teorico dellevoluzionismo:
colui cui si doveva la scoperta secondo la quale la specie umana, anzich avere origini misteriose e divine, deriva da una specie
evolutivamente meno sviluppata, quella delle scimmie. La sua conclusione pi nota, cui era giunto a seguito di vaste ricerche
zoologiche e biologiche, che gli organismi naturali siano destinati a passare da forme pi semplici a forme pi complesse e che
questo passaggio avvenga tramite una selezione dovuta alla lotta di ciascun organismo per la propria sopravvivenza
[17]
. In ci Marx
vedeva una teoria del tutto compatibile con la sua classista: la storia delle classi sociali cos come laveva concepita lui stesso gli
pareva del tutto accostabile allevoluzione delle specie degli organismi biologici di cui parlava Darwin. Questi per rifiut che Il
Capitale gli fosse dedicato: la sua idea di specie di organismi biologi non coincideva con quella di classe sociale cos come la sua
idea di lotta per la sopravvivenza non coincideva con quella di lotta di classe.
Ciononostante, tra lo storicismo classista dimpronta marxista e levoluzionismo di derivazione darwiniana le contaminazioni sono
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state assidue. In generale, si pu dire che esse si sono imposte soprattutto quando (come a cavallo tra Otto e Novecento, al tempo dei
primi partiti socialisti, o al tempo dei partiti comunisti e socialisti nel Secondo Dopoguerra) il primo si associato ad una politica
riformista, volta cio a condizionare il potere di governo in favore delle questioni del lavoro. Mentre le distanze sono state maggiori
ogni volta che il marxismo ha fatto venire fuori la sua anima rivoluzionaria, insurrezionalista (come al tempo della Rivoluzione
bolscevica del 1917 o della Rivoluzione Culturale maoista).
In ogni caso, la differenza tra lotta tra le classi sociali e lotta per la sopravvivenza degli organismi delle specie biologiche,
semplificando allestremo, pu essere chiarita cos: mentre le classi si costituiscono nella lotta, gli organismi la precedono; mentre
le prime non esistono che separandosi, dividendosi tra loro, i secondi esistono trasformandosi per reazione difensiva nei confronti
degli altri. Nella seconda met degli anni Sessanta, in Cina un dibattito simile venne tematizzato dallopposizione di due detti di
sapore taoista: luno si divide in due contro il due si fonde in uno
[18]
. Ove questultimo veniva attribuito ai reazionari, mentre il
primo era rivendicato dai rivoluzionari. Una rivendicazione, questa, quanto mai radicale, che mina la stessa idea di storia universale
su cui il classismo si regge. Non a caso dibattiti simili sono avvenuti nel corso di una rivoluzione che ha mandato allaria tutto lo
Stato-partito cinese di quel tempo
[19]
.
Si pu dire che la risposta dellevoluzionismo alla nostra prima domanda cosa la societ? sta nel sostenere che essa funziona e
si sviluppa come un organismo vitale, seguendo fasi e leggi simili, e similmente lottando per la propria sopravvivenza.
Cos la biologia si conquistata unegemonia per lungo tempo quasi incontrastata tra i modelli ispiratori delle scienze sociali, le
quali hanno assunto levoluzione come sinonimo del divenire della realt sociale. A prescindere dalla stessa socio-biologia
[20]
,
molta parte delle scienze sociali anche nel corso del Novecento mutua i suoi modi di pensare e di dire dalla biologia. La stessa
parola cultura, tanto abusata in queste scienze
[21]
, nel suo etimo, che evoca il coltivare, ha un fondamento biologico. Cos
laltrettanto spesso utilizzata distinzione tra natura e cultura altro non significa che la societ una seconda natura: un modo
dessere umano senza soluzione di continuit rispetto al modo dessere animale. Il che dimostra la misura nella quale le scienze
sociali hanno faticato e faticano per trovare un loro modo di pensare e di dire, senza prenderli in prestito da altri ambiti scientifici.
Resta che proprio sotto il segno dellevoluzionismo che lantropologia acquista un suo statuto scientifico. Lapertura di questo
orizzonte dovuto anzitutto a due figure maggiori che fanno le loro ricerche pi importanti nella seconda parte dell Ottocento. Si
tratta anzitutto di Tylor
[22]
e Morgan
[23]
. Essi sono tra i primi a trattare le popolazioni primitive o selvagge non pi come
oggetto di curiosit esotiche, ma come custodi di una semplicit originaria capace di far luce anche sui misteri delle societ pi
evolute e complesse.
Il primo, in effetti, che insegner ad Oxford tra il 1896 e il 1906, introduce non poche novit che segneranno il destino delle scienze
sociali: la ricerca sul campo (in America centrale e sugli Anahuac del Messico), la comparazione su dati statistici (in particolare,
tra vari modi primitivi di organizzazione famigliare), nonch la teorizzazione della cultura come categoria chiave per lanalisi
delle sopravvivenze, allinterno di una realt sociale, di stadi evolutivi precedenti in quelli successivi. Lopera Alle origini della
cultura scritta da Tylor nel 1871 viene considerata addirittura la data di inizio dellantropologia.
Morgan, dal canto suo, studiando in quegli stessi anni gli irochesi abitanti negli Usa arriva a teorizzare che tra i segni distintivi dei
primi stadi dello sviluppo umano vi fossero matriarcato, allevamento in comune della prole e gestione comune della trib. Il che gli
ha attirato le simpatie di Friedrich Engels e di tutti i marxisti, i quali hanno trovato cos argomenti per suffragare la loro idee sul fatto
che famiglia, propriet privata e Stato fossero solo istituzioni passeggere da superare al pi presto per riorganizzare la moderna
societ industriale in nome di originari e rinnovati principi comunisti
[24]
. Ma, oltre a ci, Morgan da ricordare e da studiare
soprattutto come importante padre fondatore dellantropologia scientifica. La sua opera infatti rappresent a suo tempo
uninnovazione senza precedenti. La comparazione tra le nomenclature famigliari di centinaia di trib dellAmerica settentrionale e
dellAsia meridionale, che ne costituisce uno dei suoi maggiori contributi, ha lobiettivo oggi non pi difendibile di dimostrare una
preistorica migrazione tra questi due continenti. Ma si tratta di uno dei primi esempi danalisi antropologica condotta non su
semplici congetture, ma fondata su dati empirici e verificabili
[25]
.



b)
Levoluzionismo non ha prescritto alcuno scopo politico alla conoscenza del sociale. Se, come si appena visto, anche il classismo
ne ha talvolta condiviso limpostazione di fondo, anche i paladini della libert personale a tutti i costi non hanno stentato a
riconoscere nellindividuo il primo organismo sociale e nella concorrenza di mercato la lotta per la sopravvivenza sociale.
In effetti, gi nella prima parte dellOttocento, ancor prima di Darwin, parlare di sociale implicava parlare dellevoluzione
biologica dellumanit. Da questo punto di vista lunica vera discriminante era tra poligenisti e monogenisti: tra chi cio sosteneva
che lumanit avesse origini diverse, e dunque razze diverse, e chi invece, come nella seconda met del secolo Tylor e Morgan,
sosteneva ununica origine
[26]
, contrariando cos ogni presupposto razzista.
Da varie parti
[27]
si critica lantropologia evoluzionista di essere al servizio di quel colonialismo e di quellimperialismo che tra
Otto e Novecento si sono spartiti tra le loro rispettive zone di sfruttamento quasi tutti i paesi pi poveri ed economicamente
sottosviluppati. Nelle sue versioni pi semplici questo tipo di critica trascura un fatto decisivo: che tale antropologia riuscita a
dare dignit scientifica alla conoscenza di popolazioni senza potere e senza sapere, ovvero senza poteri e conoscenze paragonabili a
quelli dei paesi pi ricchi e potenti. Anzi, occorre riconoscere che saranno proprio le ricerche volte a rendere comparabile questa
evidente incomparabilit uno dei temi cruciali dellantropologia detta culturale ossia evoluzionista. Linfinit di studi che sono stati
dedicati ad esempio alla comparazione tra scienza moderna e magia
[28]
o tra le forme statali del potere e le sue forme tribali
(Durkheim
[29]
, Mauss
[30]
, Radcliffe-Brown
[31]
e Evans-Pritchard
[32]
, tra gli esempi classici pi importanti) stata resa
possibile grazie al presupposto essenzialmente evoluzionista secondo cui le societ pi sviluppate e quelle pi arretrate sono solo
diversi stadi dello stesso sviluppo.
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Lo scopo principale dellevoluzionismo nelle scienze sociali si pu dire sia stato la promozione di queste stesse scienze accanto alle
altre: il fatto che queste tra Otto e Novecento fossero riconosciute e accettate dagli Stati pi ricchi e potenti, e che, dunque, tanto le
ricerche quanto il loro insegnamento fossero ammesse nelle universit. Lemulazione della biologia per le scienze sociali ha avuto
quindi anche lo scopo di fare loro guadagnare una legittimit pubblica pari a quella gi ottenuta da altre scienze, della natura,
appunto.
anche per il fatto che questa legittimit oramai da tempo fuori discussione che levoluzionismo oggi risulta antiquato.

c)
Il metodo di studio privilegiato dai presupposti evoluzionisti la comparazione. La comparazione tra i diversi stadi dellevoluzione
cui pi societ o pi aspetti della stessa realt sono assegnabili.
Ma questo metodo verso la fine dellOttocento mostrava gi i suoi limiti. A chiarirlo in modo convincente provvide quellaltro
grande maestro dellantropologia che Franz Boas, tedesco dorigine, ma dal 1896 al 1936 figura di spicco della Columbia
University di New York. Egli, infatti, nello stesso 1896, pubblica un testo proprio col titolo I limiti del metodo comparativo in
antropologia
[33]
. Ad essere qui contestata direttamente unidea che in fondo reggeva anche la teoria di Tylor sulle
sopravvivenze: lidea che le culture primitive di popolazioni ancora esistenti potessero essere considerate sullo stesso piano delle
culture preistoriche e primordiali. Per Boas invece della massima importanza distinguere i due diversi piani problematici. Se sul
secondo, quello preistorico e primordiale, possono sempre essere utili le conoscenze indirette, dedotte da materiali archeologici o
da resoconti di missionari ed esploratori, sul primo, invece, che riguarda popolazioni viventi, le conoscenze pi importanti sono
quelle indotte dallosservazione sul campo. Di qui, limportanza dello studio delle lingue usate nella realt sociale su cui si fa
ricerca, tant che Boas ha anche il merito di avere provveduto a compilare le prime grammatiche delle lingue americane in via
destinzione
[34]
. Ma egli anche tra i primi a prescrivere alletnologo di provare a mettersi dal punto di vista del nativo,
escludendo, ad esempio, che lo stesso elemento culturale riscontrato in due diverse popolazioni debba avere per forza lo stesso
significato
[35]
.
Anche se arriver a negare lutilit della distinzione generale tra culture primitive e civilizzate, egli la mantiene relativamente ad
ogni singolo tratto culturale, intendendo con
ci delle unit minime di cultura, dei canoni minimi dellesistenza, come le modalit della caccia o delle decorazioni artistiche.
Tali tratti, infatti, per lui sono da ritenersi effettivamente primitivi se miseri di aspetto e contenuto, nonch intellettualmente deboli
[36]
. Se vero che la distinzione tra primitivo e civilizzato un principio tipicamente evoluzionista, qui risulta chiaramente che la
critica di Boas allevoluzionismo non cos frontale e completa, come molti sottolineano
[37]
. In un passo quanto mai chiaro a
questo proposito egli ammette lesistenza di leggi generali legate alla crescita culturale, aggiungendo tuttavia che qualunque
possano essere, saranno, per in ogni singolo caso, sopraffatte da una massa di fatti casuali probabilmente molto pi determinanti,
negli accadimenti reali, di quanto non lo siano le leggi generali
[38]
.
Il caso, dunque, la singolarit del singolo caso, come ci che decide dellimportanza delle determinazioni generali, obiettivamente
rilevabili, in quanto riscontrabili per comparazione con altri casi. per simili assunti e per la loro messa in pratica nella ricerca
che Boas viene considerato, e non di rado criticato, caposcuola di quel relativismo che avrebbe portato alla disseminazione delle
scienze sociali in una molteplicit di casi di studio mai riconducibili ad un pensiero unico, e pi precisamente a quella visione
unitaria del divenire umano che per tutto lOttocento era stata imposta dallegemonia intellettuale congiunta di evoluzionismo e
storicismo classista.
Questo punto interessa direttamente le nostre stesse ipotesi.
Che nella realt sociale ci sia del necessario, delloggettivo, ma che esso vada analizzato a partire dalla casualit delle scelte
soggettive: questo, lo si gi detto e lo si ridir, rientra a pieno titolo tra le nostre ipotesi. La loro messa in pratica pu dunque
sicuramente imparare dal relativismo inaugurato da Boas. Se c invece un aspetto in cui questo insegnamento pare datato, sta
proprio nel suo evoluzionismo residuo, nel fatto di mantenersi spesso sul limite dei problemi e dei metodi evoluzionisti, senza
distaccarsene del tutto.


3. Definire, per conoscere quale sociale?

a)
Per Durkheim, padre fondatore della sociologia in Francia, la societ quel che la scienza ne pu definire
[39]
.
Gi in questa disposizione della risposta alla nostra prima domanda su cos la societ si pu cogliere una relativizzazione
delloggettivit della realt sociale. Essa non risulta pi qualcosa che ci sta innanzi come una montagna o qualcosaltro di esistente
del tutto al di fuori del nostro pensiero, ma risulta una realt sotto condizione di una nostra operazione intellettuale, la quale ci
fa vedere questa realt secondo una certa ottica e che ce ne fa parlare secondo un certo discorso. Il discorso della scienza, della
scienza con la esse maiuscola, dice appunto Durkheim.
Ma di quale scienza si tratta? La sociologia, ossia la sua sociologia, si vuole diretta applicazione al sociale del modello di scienza
dominante nel suo tempo, quel tornante tra Otto e Novecento che anche in Francia sempre segnato dallegemonia sul sapere
dellevoluzionismo e dunque della biologia. La scienza sociologica in Francia si costituisce come unestensione e un adattamento
specifico di un modo di pensare e di conoscere mutuato dalla biologia.
La specificit del campo della sociologia sta essenzialmente nel fatto di studiare tutto ci che si impone come una cosa agli
individui. Cos, con questa semplice demarcazione, sono definiti i confini del sociale, tanto rispetto alla stessa biologia, che ha al
centro della sua problematica la vita osservabile allinterno di forme individuali umane, animali e vegetali, quanto rispetto alla
psicologia che studia la mente di cui ogni individuo dotato.
Definire mettere in cornice, stabilire un dentro e un fuori. Per Durkheim, la sociologia pu conoscere solo a condizione di operare
preliminarmente questa selezione tra i fatti che dipendono dallindividuo e i fatti che lindividuo subisce, per dedicarsi
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esclusivamente a questi ultimi. Quindi anche la sociologia pu pretendere di essere scienza solo se riesce a mettere a distanza ogni
prenozione che dipenda dal desiderio dellindividuo di darsi spiegazioni di tutto ci che lo circonda e dunque anche di quello che
esclusivamente una scienza ad hoc pu spiegare.
Ma vi anche una conseguenza maggiore del porre che la societ esclusivamente ci che la scienza pu conoscerne. In diretta
polemica contro il modo univoco di pensare e conoscere la societ tipico dello storicismo classista Durkheim sosterr infatti che la
societ non esiste, ma esistono solo delle societ
[40]
. Sarebbe a dire le societ o i fatti sociali che la scienza, nel suo procedere,
arriva a conoscere e che quindi non pu mai identificare a priori. Daltra parte, che il sociale si imponga a pi individui
unitariamente obbliga a riconoscere che esso abbia una sua unit, sia pur relativa e fondata su una solidariet delle sue parti. Di
qui la nota distinzione tra la solidariet meccanica, che caratterizzerebbe le societ pi arcaiche, in cui le componenti (ad esempio
campagne e citt) coesistono luna distinta dallaltra, e quella organica, che caratterizzerebbe invece le societ moderne,
industriali, dove ogni aspetto finisce per condizionare gli altri
[41]
.
Una simile sociologia, il cui insegnamento universitario sar una conquista personale di Durkheim, avr un seguito di allievi, a loro
volta capiscuola, quali M. Mauss
[42]
e M. Halbwachs
[43]
, nonch degli echi di lunga e ampia durata
[44]
, anche fuori della Francia
e anche in discipline limitrofe, nel corso di buona parte del Novecento.
Essa rappresenta sicuramente uno dei tentativi pi oggettivisti di definire il sociale. La dimensione soggettiva , infatti,
completamente abolita, sia dalloggetto sociale, sia dalla figura stessa del sociologo, al quale prescritto di abbandonare ogni
prenozione ottenuta in quanto individuo, fuori dalla sua missione di ricercatore.

Come vedremo, pur non optando per questo genere di ricerche oggettivistiche, le nostre non le escludono, a condizione di includerle
e rettificarle in un campo problematico pi vasto, dove la soggettivit ha un suo spazio di tutto rilievo. Che i fatti sociali abbiano una
realt, delle necessit ben definibili come oggettive e che lindividuo o gli individui vi contino poco o nulla: questi due assunti, in
particolare, saranno qui ripresi, sia pur ai margini delle nostre prospettive.

b)
Lo scopo primo di questa sociologia definitoria di contribuire a quello sviluppo dello spirito scientifico, che dallilluminismo fino
al positivismo di Comte (non per nulla uno dei primi a fare della sociologia un concetto) una tradizione di origini tutte francesi.
Come detto, Durkheim colui che per primo realizza nel suo paese lobiettivo di fare ammettere una cattedra di sociologia
nelluniversit. Tutto il rigore della sua dottrina sicuramente risponde allesigenza di un riconoscimento pubblico. Questo scopo era
accompagnato e sostenuto da un altro: quello di offrire allo Stato, considerato centro della razionalit sociale
[45]
, un sapere
adeguato ai tempi. Religione e socialismo sono i due concorrenti coi quali questa sociologia deve fare i conti. Si ricordi che siamo a
cavallo tra Otto e Novecento, in unepoca successiva al II Impero di Napoleone III e alla catastrofe della Comune, in quella III
Repubblica Francese, dove i cattolici sono maggioritari e il partito socialista uno dei pi importanti della Seconda Internazionale.
Lidea di Durkheim che per far fronte ai nuovi problemi sociali non bastino n gli individui per quanto potenti e illuminati possano
essere, n le Chiese, n i partiti, ma neanche lo Stato stesso, in quanto tale. Per lui la soluzione pu venire solo se ogni dimensione
sociale produttiva si organizzi al suo interno e nei rapporti con le altre, sotto la supervisione dello Stato. Per questo crede in un
avvenire delle corporazioni e che la sociologia e la corporazione dei sociologi lo possano favorire
[46]
. Inoltre, egli, di famiglia
rabbinica, ateo. Crede che Dio non sia altro che limmagine della societ venuta fuori da individui tanto profani da non cogliere la
realt sociale che si cela nel sacro..
Corporativista, antindividualista, antisocialista, oltre che razionalista ed ateo: tanto bastato per far passare Durkheim per
autoritario, se non addirittura totalitario
[47]
. Ma basta leggere il suo appassionato intervento a favore di quelli che, allora per la
prima volta, vennero chiamati gli intellettuali, riuniti attorno al Jaccuse! di Zola e contro il razzismo scatenato dall affaire
Dreyfuss
[48]
: vi si pu trovare tutto quanto rende insostenibili simili critiche
[49]
.
Del resto, con i suoi studi, come Le forme elementari della vita religiosa
[50]
, ha contribuito a strutturare linteresse delle scienze
sociali per popolazioni senza potere n sapere, in via destinzione e ai margini del mondo pi ricco e potente.
In definitiva, si pu dunque dire che la sociologia di Durkheim prescrive la conoscenza di tre cose dalle evidenti implicazioni
politiche:
le oggettive necessit dello Stato, al di l di quel che dicono individui pi o meno potenti ed illuminati, i partiti o le chiese;
il sociale soprattutto laddove il potere dello Stato non giunge;
la religione e il socialismo come fatti sociali.
Il tutto senza evitare di scendere in campo contro il razzismo nel momento in cui diviene una politica.
Nessuno di questi obiettivi affatto criticabile. Semmai, sono oggi da distinguere pi in dettaglio e da disporre in uno spazio
problematico diverso da quello del discorso evoluzionista che li riunisce.

c)
Allevoluzionismo sono sicuramente improntate tutte le regole che Durkheim ha tenuto a definire per il suo metodo di ricerca. Suo
strumento decisivo la comparazione di ogni fatto sociale rispetto ad altri simili, e metro di paragone proprio lipotesi di
ununica evoluzione comprendente un spettro infinitamente precisabile di diversi stadi di sviluppo, di complessit crescente.
Lobiettivo giungere a definire un tipo medio di fatti sociali per ogni gradazione dello spettro evolutivo. Ed sulla base di
questo tipo medio che si giunge a distinguere tra la normalit e la patologia sociale, altra distinzione decisiva per le regole del
metodo di Durkheim. Cos, di fatti come criminalit e suicidio, che gli individui sono portati a considerare comunque patologici, la
sociologia stabilisce lassoluta normalit, in determinate condizioni di sviluppo, spingendosi addirittura a vedere nel caso
delleccessivo abbassarsi de loro tasso rispetto alla media lindice di un altro problema sociale da scoprire. Anche se i dati che lo
comprovano appaiono oggi poco credibili, il suo studio su Il Suicidio ha definitivamente sancito luso sistematico delle statistiche
da parte della sociologia. Tali metodi sono in effetti una necessaria conseguenza dellobbligo di definire un fatto sociale
differenziandolo rispetto a ci che dipende dagli individui o dalla natura.
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Tuttaltre sono le ipotesi metodologiche delle nostre ricerche. Esse evitano il pi possibile ogni forma di definizione. Anzich
stabilire cosa e cosa non una realt sociale, per poterla in seguito indagare, le nostre ricerche puntano fin dal loro inizio a entrare
dentro la stessa dinamica soggettiva della realt sociale, e proprio per questo laffrontano evitando di darne alcuna definizione
preliminare. Il che non significa respingere del tutto il metodo di Durkheim, ma accoglierlo e ripensarlo in un campo pi vasto di
possibilit metodologiche, non pi sottomesso allegemonia del modello biologico evoluzionista. Oggi, infatti, le scienze sociali si
sono sviluppate al punto che non occorre riferirsi ad altre scienze. E ci che meglio caratterizza la loro singolarit il loro essersi
sviluppate in rapporto diretto con le popolazioni su cui sono state condotte una molteplicit infinita di ricerche.
Da questo punto di vista, ogni definizione preliminare che ponga il ricercatore in una posizione di esteriorit o peggio di superiorit
poco proficua. Per entrare nel merito dei problemi della gente, quando di gente qualunque, di puro sociale si tratta, sempre
consigliabile adottare delle ipotesi abbastanza ampie e sfumate da potere in seguito essere rettificate dallandamento stesso della
ricerca, quando leffettiva realt sociale comincia ad essere conosciuta.
Diversa questione si pone qualora ad essere interpellata non gente qualunque, non il sociale in quanto tale, ma una realt sociale
quale risulta a chi ha potere e/o competenze in grado di governarla. Qui, partire dal loro sapere inevitabile. La ricerca
innanzitutto ricerca sulle conoscenze che sono utilizzate per governare quella determinata realt sociale. E il primo obiettivo dovr
essere definire il pi scientificamente possibile le oggettive necessit di tale governo. La comparazione con altri casi pi o meno
simili e la messa a distanza delle prenozioni utilizzate dagli individui preposti a governare, insomma tutte le regole di metodo
consigliate da Durkheim si rivelano allora ancora assai preziose. Il tutto, eventualmente, per arrivare alla conclusione o che chi
governa il sociale non ne sa abbastanza o che nelle sue decisioni non utilizza le conoscenze disponibili. Conclusioni cui lo stesso
Durkheim a suo tempo era giunto.






4. Lideale dei tipi ideali

a)
Weber il massimo teorico di quella che chiamo sociologia idealtipica. Tra lui e il suo contemporaneo Durkheim sembra svolgersi,
sia pur a distanza, ch mai si conobbero, una vera e propria battaglia. Al pari di quelle che svolsero realmente tra Germania e
Francia nel corso della Prima Guerra Mondiale e che videro entrambi i sociologi decisamente schierati a favore del proprio paese
contro laltro
[51]
. Ma la battaglia di cui qui parlo a colpi di categorie del discorso. Di quei discorsi con i quali entrambi fecero
prendere il volo alla sociologia tra le alte sfere universitarie dei rispettivi Stati. Ove Durkheim esclude lindividuo e il soggetto da
ci che costituisce il fatto sociale da definirsi in nome di una scienza del tutto oggettiva e apparentata con quella biologica, Weber fa
invece mosse praticamente opposte: ad interessarlo sono anzitutto le azioni degli individui che si raggruppano e di cui egli punta ad
interpretare le intenzioni soggettive in base al senso che essi stessi condividono. Di pi: se per il primo da definire anzitutto il
tipo medio dei fatti sociali, per il secondo ogni azione sociale va interpretata a partire da un tipo ideale. Lalternativa sembra
davvero secca, eppure simmetrica: il sociale come fatto compiuto, oggettivo, oppure come azione in corso, soggettiva? Che si
impone necessariamente sugli individui oppure che reso possibile da gruppi di individui? Che va definito nel suo tipo medio
oppure interpretato a partire da un tipo ideale?
Talcott Parsons, di cui si dir in seguito, pi o meno mezzo secolo dopo, negli Usa, ha costruito un sistema di risposte per soddisfare
entrambi questi due generi di domande. Cos come se si fosse provato a far pace tra i due orientamenti, quello durkheimiano e
quello weberiano, tra loro incompatibili.
Non questa la via qui perseguita. Sostengo invece che le scienze sociali hanno una duplicit problematica irriducibile a qualsiasi
discorso univoco, a qualsiasi dialettica. E ci, come gi detto, per il semplice fatto che la societ ha sempre una doppia realt, le cui
parti sono contigue, si toccano, stridono tra loro, ma non comunicano o quanto meno non lo fanno normalmente, naturalmente. Che
due padri fondatori delle scienze sociali come Durkheim e Weber siano cos lun contro laltro armati, pur quasi senza saperlo,
questo per me un sintomo vago, ma significativo di tale duplicit sociale irriducibile. Ma di essa tratter pi oltre, ora vanno
menzionate le differenze dei contesti storici nazionali di questi padri fondatori della sociologia.
Tra Otto e Novecento, in effetti, la Germania intellettuale segue delle vie quasi eguali e contrarie a quelle francesi. Vi primeggia un
ritorno a Kant, a vario titolo proposto da filosofi quali Dilthey
[52]
e Windelband
[53]
, il quale in particolare, prescrive di tenere
ben distinte scienze della natura e scienze dello spirito, altrimenti dette scienze nomotetiche e ideografiche, queste ultime
comprendenti anche discipline come la storiografia e la sociologia. Allinterno di queste ultime primeggia la categoria
dellindividualit, in pi o meno larvata polemica col materialismo storico. Se lindividuo, torna infatti ad essere considerato il vero
protagonista della societ, invece delle classi, nella storia viene rivalutata limportanza dellevento unico, rispetto alle grandi
tendenze oggettive.
Weber, in origine brillante economista, poi convertitosi alle scienze sociali, condivide queste scelte problematiche. Il sociologo per
lui non ha alcun pulpito scientifico che lo pone al di sopra degli altri individui, non pu non interpretare come chiunque e come
chiunque non pu sottrarsi ai rischi dellarbitrio che tutti corrono interpretando. La sua sociologia sar dunque interpretante
[54]
.
Essa si guarda bene dal provare a spiegare la societ in base a cause del tutto oggettive (come in Durkheim), n completamente
determinanti (come nel classismo o nellevoluzionismo), ma non per questo rinuncia a comprendere le cause dellagire sociale. Alla
domanda cos la societ? qui si risponde con un altra domanda su cosa v di razionale, di razionalmente interpretabile nella
societ, considerata di per s ben poco razionale e ben poco conoscibile. Poich al servizio dello Stato, e come ogni altro
intellettuale di professione, il sociologo non deve farsi condizionare da qualche gruppo sociale particolare o partito politico: deve
puntare a svuotare la propria interpretazione da ogni valore, per renderla la pi avalutativa, la pi obbiettiva possibile
[55]
. Per
Dato che questo testo si rivolge anche a neofiti delle ricerche sociali c... http://66.71.178.156/Materiali didattici/Romitelli/IPOTESI[1].htm
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questo non deve rinunciare a trovare le cause dellagire sociale, ma non deve pretendere di trovarne di pi di quelle sufficienti a
comprendere il senso di questo agire di per s sempre anche insensato. Dal momento che per Weber la realt sociale resta sempre in
parte insensata, inconoscibile, la sua domanda cruciale come se ne possa conoscere o meglio riconoscere (qui sta un punto
decisivo, come vedremo) il senso razionale, separandolo dallirrazionalit.
I tipi ideali non sono allora che diverse ipotesi per distinguere questa razionalit e interpretarla a seconda dei concreti casi sociali
da studiare. Lesempio pi noto di questa impostazione Letica protestante e lo spirito del capitalismo
[56]
. Tale etica come
tale spirito, infatti, anche se questopera non lo dichiara espressamente, sono da intendersi come due tipi ideali. Weber, infatti,
esaminando le diverse versioni della religione protestante (luteranesimo, calvinismo, pietismo, metodismo, sette battiste, mennoniti,
quaccheri) arriva a selezionarne i caratteri etici che per lui hanno pi affinit elettive con i caratteri spirituali del capitalismo,
anchessi ricavati selezionando tra diversi modi dintendere il capitalismo e soprattutto in opposizione alla visione tutta materialista
delleconomia. Lobiettivo dimostrare che questa corrispondenza tra due tipi ideali riesce a dare una spiegazione razionale di
alcuni aspetti quanto mai complessi della realt storica e sociale: ad esempio, il fatto che il capitalismo si sia sviluppato di pi in
paesi protestanti che in paesi cattolici. La polemica col determinismo economico propugnato dal marxismo in auge in questa
Germania inizio secolo frontale. Contrariamente a questa visione classista secondo cui tutta la storia delle societ moderne
sarebbe da spiegare in base alle necessit del capitalismo e alla sua forza distruttrice di ogni fede, se non nel denaro, Weber
propone tutta unaltra visione sociale e storica, scandita dagli incontri resi possibili da diversi tipi soggettivit: il capitalista e il
protestante pi convinti, lungi dal combattersi lun laltro, appaiono in sinergia. Gli ideali della razionalit economica e della
religiosit puritana in questa visione hanno cos la meglio sulle semplici necessit materiali, tra cui i socialisti vedevano sorgere
lavvenire del riscatto proletario.
La distinzione maggiore tra i diversi tipi ideali qui avviene dunque tra la razionalit rispetto allo scopo (ad esempio, quella tutto
calcolo e orientata unicamente a far profitto per il profitto, perseguita dal capitalista) e la razionalit rispetto al valore (ad
esempio, quella etica orientata da valori eterni e ultraterreni come quelli religiosi). Il tipo ideale di questo ideale di razionalit
dato dalla prima, dalla razionalit rispetto allo scopo. Quella rispetto al valore ne una variabile derivata, come pure quella
ulteriore, nel rispetto della tradizione ne una variabile degradata.
Lideale di razionalit per Weber sta dunque in unazione i cui mezzi sono adeguati ai fini. Il che significa che non ci siano
contraddizioni nella sua logica. La figura empirica che incarna questa logica chiaramente limprenditore capitalista, il suo tipico
modo di fare calcoli e di agire in rapporto a delle previsioni e alle sue realizzazioni. Il comportamento che qui fa da modello
infatti il soggetto in grado di calcolare preventivamente il profitto che pu ricavare dai suoi investimenti e che eventualmente li
cambia se la previsione non si realizza.
Prima conclusione: Weber non ha mai dimenticato i suoi studi da economista, ma anzi li ha sempre rinnovati, ergendo quello che per
lui il tipo ideale della razionalit capitalistica a ideale di tutti gli altri tipi ideali. Ma ad attenersi a questa conclusione si
arriverebbe a dedurne che la sociologia idealtipica una sociologia da capitalisti. E cos non si farebbe che confermare le critiche
che sono venute da tutti i suoi commentatori classisti, pi o meno ispirati dal marxismo
[57]
. Trovo invece ci sia anche unaltra
conclusione da trarne.
Lo faccio trattando il prossimo punto.

b)
In modo seccamente empiristico, Weber sostiene che ogni disciplina scientifica in generale tende allevidenza. Viene da chiedersi
come in tal modo sia concepibile anche la pi clamorosa delle scoperte scientifiche, quale quella copernicana che ha contraddetto
levidenza della piattezza della terra per affermare invece la sua rotondit, in tempi in cui era letteralmente inimmaginabile.
Levidenza non altro che una delle categorie utilizzate, e non sempre, dalle scienze. Cos pure il senso comune, che sullevidenza si
basa, rientra certo tra i temi che le scienze sociali devono studiare (Geertz, ad esempio, dedica analisi del tutto interessanti al suo
variare in diverse realt sociali
[58]
) ma non lunico, n tanto meno il decisivo. Lo stesso pu dirsi in logica del principio di non
contraddizione cui si rif Weber per fondare il suo ideale di razionalit sulla non contraddizione tra mezzi e fini. Fin da Platone, che
non per nulla fondava la sua filosofia sul concetto di Idee al plurale, la logica non mai stata pensata a senso unico come unica e
obbligatoriamente non contraddittoria. Del resto, come ha dimostrato il grande filosofo tedesco Heidegger
[59]
, anche nella formula
pi canonica del principio di non contraddizione, A=A, risalente ad Aristotele, il fatto stesso che il simbolo A debba essere ripetuto
evoca una contraddittoriet irriducibile tra il primo e il secondo A. Quel che diceva Durkheim della societ, che non esiste, perch
al posto suo esistono solo delle societ, pu dirsi parimenti della logica, e dunque della razionalit, specie quella che si cerca nella
realt sociale: che non esiste, perch al posto suo esistono pi logiche, ossia pi razionalit tra loro essenzialmente diverse.
Ma anche da un punto di vista strettamente empirico, basato su ricerche sociali (ad esempio le nostre), del tutto evidente che
esistono delle azioni sociali per le quali il senso comune non vale, n hanno alcuna razionalit rispetto allo scopo, al valore o alla
tradizione, senza per questo dovere essere considerate irrazionali. Si tratta, ad esempio, di quel che accade in luoghi dove il lavoro
dal punto di vista del senso comune impossibile e i lavoratori per renderlo possibile non hanno altra risorsa che il loro pensiero;
pensiero, che ha una sua propria razionalit irriducibile a qualsiasi scopo, valore, tradizione.
In definitiva, il primato che Weber assegna allevidenza di una logica non contraddittoria giustificato dallintenzione dello stesso
Weber di fare del senso comune la matrice ideale della razionalit in campo sociale. Lintento polemico chiaramente verso quei
gruppi sociali le cui intenzioni non rispettano il senso comune. Mentre ad essere favoriti sono i gruppi sociali che lo rispettano, quali
che siano i loro scopi, i valori e le tradizioni. Se dunque lideale quello puramente calcolatore della razionalit capitalista, esso,
secondo Weber, pu far da ideale anche per altri gruppi sociali, quali quelli di tipo religioso e agrario, nonch la stessa burocrazia
statale.
Conclusione: non che la sociologia idealtipica sia semplicemente al servizio del capitalismo, essa sostiene piuttosto una
razionalizzazione di tutti i gruppi sociali per accrescere il potere di chi gi ne ha.
Per spiegare questa conclusione consideriamo la definizione che d Weber del fondamento del potere: lobbedienza: ha potere chi
ottiene obbedienza da altri
[60]
. Anche qui, coerentemente, questione di rapporti soggettivi tra individui e di non contraddizione:
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obbedire significa non contraddire. Per avere potere, dice Weber, non basta far subire il proprio potere ad un altro che vi soggiace
passivamente, occorre che questi risponda attivamente al comando. Ma perch ci avvenga occorre che lobbedienza sia fondata
sulla condivisione del senso del comando. Qui di nuovo la questione del senso comune, tra chi comanda e chi obbedisce. Questione
che viene posta in termini di legittimazione: dei diversi tipi di legittimazione (razionale, tradizionale, carismatico) di cui il potere
pu godere
[61]
. Ma lessenziale resta che il potere sia fondato sul consenso, e ci fino al punto di riscuotere obbedienza.
Ecco, dunque, di che si pone al servizio la sociologia idealtipica: di un potere e di una razionalizzazione sociale cos concepiti, che
si misura sul consenso, ma che si impone con comandi che richiedono obbedienza. E ci evidentemente per escludere realt sociali
senza potere, senza comandi e/o obbedienza, e per ci stesso ritenuti irrazionali.
A parte ogni altra considerazione sullintensa attivit scientifica, politologica e politica di Weber qui importa ricordare la sua
convinzione che uno Stato come quello tedesco del suo tempo non potesse non essere una potenza imperalistica. Convinzione, questa,
che lo ha portato anche a sostenere fino in fondo lo scatenamento di quella Prima Guerra Mondiale tramite la quale la Germania ha
tentato per la prima volta di succedere alla declinante egemonia mondiale inglese.

c)
Che nel potere la cosa pi interessante da analizzare sia come si legittimi, come trovi consenso e obbedienza, questa indicazione di
metodo proposta da Weber ha riscosso un successo straordinario tra le scienze sociali. Tuttoggi sono infiniti gli studi orientati in
questo senso. Ma si pu anche notare come un movimento alternativo tra i pi noti abbia scelto di chiamarsi dei disobbedienti,
formula in cui risuona un eco sia pur invertito del metodo weberiano. Sono possibili per altri modi di porsi rispetto a questo
metodo. Anche se non la problematica del potere e del governo ad essere al centro delle nostre ipotesi, esse la contemplano ai
confini dei loro campi di ricerca. da questa angolatura che propongo qualche considerazione su ci che trovo pi criticabile in
Weber, per poi invece sottolineare in che c sempre da imparare.
Criticabile , anzitutto, che il suo ideale di razionalit sociale (come razionalit del potere) si voglia unico e senza contraddizioni,
come unico e senza contraddizioni si vuole il senso comune su cui si fonda la logica di questa razionalit. Cos infatti si condanna
allirrazionalit ogni realt sociale senza potere e fuori dal senso comune.
Criticabile , in secondo luogo, il fatto di considerare il potere unicamente in base al tipo di legittimit fondata sul consenso di cui
pu godere. Cos infatti si fa del potere una questione puramente soggettiva, di comando ed obbedienza, senza considerare le sue
condizioni oggettive: ossia le condizioni che rendono possibile qualsiasi potere, come la ricchezza o le posizioni istituzionali
privilegiate, e che esistono indipendentemente da consenso, comandi e obbedienza. Daltra parte, essere governato significa subire
un potere, ma ci non significa necessariamente obbedire, n lunica alternativa disobbedire. Anzi, ci che pi interessante per le
ricerche sociali sulle attivit esecutive, governate da altri, proprio analizzare come esse si rendono possibili da loro stesse,
applicando a loro modo i comandi ricevuti, sottraendosi ad essi o anche trovando soluzioni impreviste. Tutte eventualit, queste, che
sono del tutto ammissibili, una volta ammesso che il potere su una qualsiasi attivit non esaurisce la molteplicit di possibilit
connesse a tale attivit.
Criticabile infine il fatto che a considerare solo come un potere si legittima si trascura la cosa che pi conta quando si studia il
potere: il sapere sui cui si basa il suo esercizio. Se si vogliono analizzare le decisioni di chi ha potere sugli altri, infatti, non c
altro modo di valutarle se non chiedendosi in base a quali conoscenze delle condizioni oggettive tali decisioni sono prese. Ci non
viene considerato se ad interessare solo come un potere riesce a condizionare la soggettivit su cui si esercita. Per dirlo pi
seccamente: la storia piena di esempi di governi del tutto legittimati, che godono del massimo di obbedienza e di consensi, e che
ciononostante prendono decisioni rovinose.
Daltra parte, il metodo della sociologia idealtipica di Weber ha ancora da insegnarci
almeno quattro cose, le quali, tra laltro, vanno in tuttaltra direzione rispetto agli insegnamenti di Durkheim:
che la soggettivit conta nel sociale, che anzi ne pu essere una dimensione decisiva e che non dunque da intendersi
semplicemente come una figura di assoggettamento a sovrastanti determinazioni storiche e collettive;
che per soggetto sociale non si debba intendere necessariamente o lindividuo o al contrario le classi: diversamente
dallinterpretazione tutta individualistica
[62]
di Weber trovo che il suo concetto di gruppo contempli che la soggettivit sociale,
a seconda dei diversi casi, a volte possa concentrarsi in un individuo, a volte risulti come effetto di pi individui che come tali
perdono ogni rilevanza;
che per studiare la soggettivit non si deve guardare dietro di essa, nellintento di scoprire da quali cause oggettive sia
necessariamente determinata, ma si deve osservare dentro di essa, dentro le sue stesse intenzioni e ci che queste intenzioni rendono
possibile;
che il ricercatore sociale, in quanto egli stesso interprete della societ come chiunque altro, non ha da supporre alcuna superiorit
sui soggetti che la sua ricerca interpella.
Quattro cose preziose, queste, perch rischiarano la strada alle ricerche sociali sulla problematica delle possibilit soggettive
irriducibili a qualsiasi necessit oggettiva.
Ma quattro cose che, per brillare in tal modo, hanno bisogno di essere scrostate. In effetti, Weber le presenta sempre avvolte da una
ganga dialettica che le offusca. La soggettivit nel suo discorso infatti sempre una soggettivit assoggettata al senso comune, il
quale categoria in fin dei conti oggettiva, in quanto risulta dalla media al ribasso di pi soggettivit. Inoltre, questa media non
neanche, come in Durkheim, il semplice risultato di una comparazione, ma selezionata alla luce di un tipo ideale, il cui ideale ,
come gi criticato, il dogma della non contraddizione, dellidentit senza resti. Cosicch in Weber alla fin fine di vera soggettivit
sociale ce ne solo una, quella della razionalit avente a ideale la non contraddizione.

Per aprire invece la problematica della soggettivit sociale in tutta la sua infinita vastit, mai riducibile ad una tipologia, tanto meno
se fondata su un unico ideale, le nostre ricerche considerano ogni soggettivit sociale nella sua singolarit contigua con altre
soggettivit: singolarit e contiguit che possono essere studiate solo se al loro centro si pone non il senso comune, ma il pensiero,
in quanto attivit intellettuale che rende possibili realt sociali altrimenti impossibili. Di qui anche il fatto che tra il ricercatore
sociale e i soggetti da lui interpellati il punto di incontro non da vedersi garantito dal fatto che entrambi ricorrono
allinterpretazione, allinterpretazione dello stesso senso comune, ma sempre da cercare e da trovare come faccia a faccia tra due
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pensieri diversi, luno volto a conoscere quella realt sociale di cui laltro fa esperienza diretta
[63]
.



5. Il funzionalismo e i suoi paradossi

a)
Quello funzionalista un approccio delle scienze sociali tipicamente anglossassone, che ha trionfato a partire dal primo Novecento
tra Oxford e Cambridge, ma che anche salito in cattedra in ogni continente, diffondendo insegnamenti e schiere di seguaci a
Chicago, Sindney, Cape Town, Al Cairo e in numerose altre importanti universit. Una folla pressoch infinita di ricerche e
ricercatori, tant che in area anglosassone quasi impossibile tuttoggi concepire le scienze sociali in un modo che da vicino o da
lontano non si apparenti con la tradizione funzionalista. Daltra parte, poich, tra le scienze sociali, quelle di lingua inglese
dominano quanto mai la scena mondiale, decisivo mettere bene a fuoco quale la risposta di questa tradizione alla domanda su
cos la societ. La sua risposta influenza ancora tutte le possibili risposte a questa domanda.
Nellimpostazione originaria di Malinowski, che uno dei padri fondatori del funzionalismo, ci si astiene dal chiedersi cosa la
societ in generale e si prende invece atto che la complessit di questultima tale da comportare dimensioni imponderabili
[64]
.
Ci ammesso, non resta dunque che procedere per induzione, tramite losservazione diretta del ricercatore che deve partecipare il
pi possibile alla realt delle popolazioni indagate. Lasciare che i fatti parlino da soli e afferrare il punto di vista
dellindigeno
[65]
diventano cos un unico obiettivo.
Lesserci, sul campo di ricerca, landare e addirittura labitare tra la gente che ci vive, cose di cui lo stesso Malinowski stato
pioniere e maestro, sono divenuti cos dei veri e propri strumenti essenziali per la sperimentazione delle scienze sociali, quasi
come il cannocchiale per la fisica galileiana o la provetta nella ricerca chimica.
La domanda decisiva qui dunque non riguarda cosa sia la societ ma come una societ funziona: dove e come si possono individuare
dei rapporti tra mezzi e fini che siano decisivi per le popolazioni indagate. Laddove mezzi e fini sono tra loro in un rapporto
funzionale, il funzionalismo riconosce unistituzione: unistituzione sociale, da intendersi come sistema organizzato di attivit
intenzionali
[66]
. Si noti la parola sistema, per cui al centro dellinteresse non posta la funzione in quanto tale, ma i rapporti
sistematici tra pi funzioni. Sono questi quindi al cuore della problematica funzionalista, la quale dunque alla fin fine una
problematica istituzionalista del sociale.
Ci significa dal nostro punto di vista che essa ha sempre da insegnare qualcosa quando si tratta di analizzare il sociale dallottica
delle popolazioni che hanno i mezzi, il potere e il sapere, e dunque anche le istituzioni utili a perseguire i propri fini e di
condizionare cos il resto della societ. Ma fuori tema quando si tratta di analizzare delle realt sociali costituite da popolazioni
prive di mezzi, senza il potere e il sapere necessari per decidere istituzionalmente delle proprie funzioni sociali. Il limite maggiore
del funzionalismo sta proprio nel fatto di non ammettere i limiti alla propria problematica, di relegare nellimponderabile la realt
sociale che non possa essere studiata in termini funzionali, di rapporto istituito tra fini e mezzi. Tutta lopera di Malinowski
segnata da questa unilateralit problematica che pur egli si sforza di aprire a nuovi orizzonti di ricerca. I suoi diari
[67]
, scritti
durante i soggiorni di ricerca tra le popolazioni delle isole Trobriand, e pubblicati postumi, a parte ogni risvolto scandalistico,
mostrano in modo del tutto significativo le contraddizioni e i tormenti di questo pioniere tanto della ricerca sul campo, tanto del
funzionalismo. La dimostrazione che popolazioni ritenute selvagge abbiano istituzioni funzionali non infatti unoperazione cos
evidente come egli cerca di far intendere. Essa ha due obiettivi almeno in parte contraddittori: da un lato, accogliere i costumi
trobriandesi ad un livello comparabile a quello civilizzato, ma, dallaltro, mantenere delle categorie danalisi del tutto estranee a
questi stessi costumi. Insomma, un riconoscimento che al tempo stesso un disconoscimento dal quale la cosa pi evidente che esce
la promozione del funzionalismo a codice di lettura universale, a pensiero unico per conoscere ogni realt sociale.
A tal scopo le funzioni sociali sono considerate delle risposte istituzionalizzate in rapporto a bisogni naturali. Cos si teorizza che
luso dei mezzi per perseguire i fini sociali, anzich dipendere dalle decisioni soggettive delle popolazioni che hanno potere su tali
mezzi, dipenda direttamente e completamente da necessit oggettive, esterne agli stessi rapporti sociali. Ogni distinzione tra l
alto e il basso del sociale, tra chi pu e sa far funzionare una societ e chi non pu e non sa, diventa superflua e ogni
manifestazione di soggettivit sociale viene ricondotta a pura funzione delloggettivit naturale. Il che significa vedere e pensare la
societ come una seconda natura, per capire la quale basta applicare con qualche rettifica le categorie valide per la prima. La
biologia e levoluzionismo, quindi, di nuovo, come verit ultime del sociale.
Un altro grande ricercatore e maestro di questa scuola di pensiero, Radcliffe-Brown, arriva in effetti a sostenere con ostinazione la
possibilit di un unica scienza naturale della societ. Essendo uno dei pi attivi propagandisti nel mondo dellantropologia
secondo il verbo funzionalista, accentuandone il carattere naturalistico cercava di mantenere un senso unitario alle svariate ricerche
da lui promosse in Africa, Australia, Stati Uniti e Europa
[68]
. A tal scopo secondo lui si sarebbe dovuto arrivare ad una
comparazione sistematica di un numero sufficiente di societ di tipo sufficientemente diverso. la tesi sostenuta in un ciclo di
conferenze tenute a Chicago nel 1937 da questo grande ricercatore che, suo malgrado, venne riconosciuto come padre dello
struttural-funzionalismo
[69]
.
Il che non impedisce che in Inghilterra il suo insegnamento abbia uno sviluppo del tutto divergente, grazie allopera originale di un
suo allievo eterodosso, Evans-Pritchard. Questi, assumendo in modo quanto mai rigoroso limperativo dellinduzione basata
sullosservazione diretta e su un preciso vaglio critico degli elementi di ricerca, contesta linevitabile approssimazione di ogni
comparazione fondata su presupposti naturalistici tra realt sociali diverse, contribuendo cos a orientare il funzionalismo su quel
relativismo delle scienze sociali di cui, come si visto, Boas fu precursore.

b)
Il paradosso del funzionalismo, gi notato nellopera di Malinowski, che, nonostante la sua visione istituzionalista del sociale, ha
ottenuto i suoi maggiori titoli di merito grazie a ricerche di tipo etnografico condotte tra popolazioni sperdute, in via destinzione, o,
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come vedremo tra poco, socialmente emarginate. Ma si tratta di un paradosso che spiegabile se si coglie un inequivocabile tratto
comune delle ricerche funzionaliste.
Si tratta della tradizione giuridica anglosassone del diritto consuetudinario
[70]
. Una tradizione che non ha mai rotto i ponti coi
principi della famosa Magna Charta dei primi del XIII secolo. In un tempo cio in cui era possibile che degli individui, quali i
padri fondatori di tale testo, avessero propriet tali, specie terriere, che, una volta accordatisi tra loro, potevano decidere in tutto e
per tutto del loro destino sociale. Da qui viene il mito tipicamente anglosassone di una societ di individui liberi tra pari, capace
di autoregolarsi. Autoregolazione, che per lessenziale si realizza nel non ammettere alcuna sopraffazione, n interna, da parte di un
individuo sugli altri, n esterna, da parte di ogni potere superiore, astratto e impersonale. Va da s allora che in questa ottica
appaiano quanto mai sospetti tutti quei poteri che vengono da istituzioni anonime e completamente collettive come le leggi scritte e
gli apparati amministrativi. Quelle leggi scritte e quegli apparati amministrativi che invece hanno primeggiato a diverso modo nelle
altre due tradizioni giuridiche prevalenti in Europa, quella francese e quella tedesca. Diversamente da queste ultime, dai destini
assai contrastati e controversi, la fedelt alla Magna Charta, che nella sua patria dorigine si mantenuta anche in tempi moderni,
ha dunque favorito delle continuit con un passato medioevale, altrove impensabili. Ad esempio, un parlamento con una Camera dei
Lords che rivendica a chiare lettere le sue origini nobiliari o il perpetuarsi di un potere giudiziario formato dalla corporazione di
giudici, custodi e arbitri di consuetudini anche non scritte, le quali formano il diritto detto appunto consuetudinario. Il mito di una
societ ristretta di individui che hanno il potere di autoregolarsi naturalmente ha cos trovato ogni sorta di conferme nella storia
inglese. Tra di esse, e non da ultima, va ricordato anche il fatto che la patria dellimmenso Impero Britannico nel corso del
Settecento diventata pure la culla del mercato capitalista. Un mercato che, per definizione, deve essere il pi libero possibile da
ogni ingerenza pubblica, legale e statale per potersi autoregolare.
Per relativizzare la pretesa di chiara incontestabilit che spesso vanta questa tradizione, basta rimarcarne semplicemente lorigine
evidentemente aristocratica. La societ di liberi tra pari che si autoregola infatti un mito medioevale che gli anglosassoni traggono
dalla concezione giuridica vigente nella Roma antica. Se in questultimo caso ad essere esclusa dalla societ di diritto era la
moltitudine infinita degli schiavi, nel Medioevo, come si apprende sui banchi di scuola, lo erano i servi detti della gleba, nonch i
poveri, anchessi in maggioranza assoluta nella popolazione del tempo. Del resto, quanto allargomento secondo il quale il libero
mercato capitalista darebbe lopportunit a chiunque di diventare libero tra pari, esso comunque lascia insoluto il problema della
stragrande maggioranza di chi non solo non ce la fa, ma neanche ha il potere di provarci. Dal punto di vista dellesclusione sociale
possono allora apparire sotto una nuova anche quei poteri superiori, astratti e impersonali, quali leggi scritte e apparati
amministrativi, tanto poco graditi alla prospettiva giuridica anglosassone pi tradizionale. Senza negare linfinit di problemi e di
mali comportati da tali poteri (che per altro si sono necessariamente imposti anche in tutti i paesi di lingua inglese), quanto meno
chiaro che essi, nel loro rivolgersi a chiunque, di qualunque condizione, hanno allargato la dimensione del sociale per dar spazio e
rilievo anche alle popolazioni che non hanno alcun potere di deciderne le funzioni.
Ma torniamo ai padri fondatori dellantropologia ed etnologia funzionaliste, quali Malinowski, Radcliffe-Brown e Evans-Pritchard,
tutti intellettualmente cresciuti nellInghilterra della prima parte del Novecento. La societ di individui liberi tra pari che si
autoregola naturalmente certo un leit motif delle loro indagini pionieristiche, rispettivamente tra popolazioni come quelle delle
Isole Trobiand, delle Isole Adamane o dellalto Nilo. E se essi lo trovano perch non cercavano altro: non cercavano altro, perch
tra i loro presupposti cera la tradizione giuridica anglosassone or ora rievocata. In altre parole, ci che voglio contestare il loro
presunto empirismo, la loro idea di lasciare che i fatti parlino da soli. I fatti non parlano mai se non tramite la voce o gli scritti di
qualcuno che, specie se ricercatore sociale, deve rendersi quanto mai responsabile del senso delle sue parole e del suo pensiero. La
pretesa di limitarsi alla semplice induzione e alla percezione della realt cos com sempre una pretesa da pensiero unico, che
aspira ad escludere ogni altro, quale appunto il funzionalismo anglosassone che in effetti ha finito per dominare le scienze sociali,
come appunto lImpero Britannico fino ai primi del Novecento aveva dominato il mondo, per venire in seguito rilevato da quello
statunitense
[71]
. Il che non toglie che ne siano venute delle conoscenze immense su simili popolazioni dai costumi tanto singolari,
quanto in via destinzione; conoscenze che hanno fatto scuola anche per ogni ricerca successiva sul campo. Ma credo si debba anche
convenire che per questi padri fondatori dellantropologia e delletnografia funzionaliste il fascino maggiore di popolazioni come
quelle trobiandesi, andamane e nuer, sia proprio consistito nel fatto che esse non conoscevano la separazione tutta moderna tra chi
pu e sa e chi non pu e non sa, tra i ricchi e i poveri. da qui che viene la vera passione di ricercatori come Malinowski,
Radcliffe-Brown e Evans Pritchard nello studiare organizzazioni sociali strutturate in clan familiari, tramite riti, magie e faide.
Leggendo questi studi, infatti non difficile cogliere in essi lintenzione di dimostrare lesistenza tutta reale e funzionante di societ
senza leggi scritte, n istituzioni burocratiche, ma anche dove nessuno pu ritrovarsi estraniato dalle decisioni riguardanti la gestione
del potere. Molto significativo a questo proposito il sottotitolo del saggio pubblicato nel 1940 di Evans-Pritchard sulla sua ricerca
sui Nuer: Unanarchia ordinata
[72]
. Ci che interessa di questa popolazione dunque il fatto che essa sia ordinata, che svolga le
sue funzioni, pur senza essere stratificata secondo gerarchie di potere. Cos, in fondo, questo allievo di Radcliffe-Brown non faceva
che portare alle estreme conseguenze quello che era stato un interesse di giovent del suo stesso maestro: Kropotkin, noto teorico
dellanarchismo
[73]
.
In effetti, lidea libertaria e anarchica pu facilmente coniugarsi con la tradizione liberale anglosassone. Medesimo il presupposto
secondo cui la vera societ non debba rispondere ai bisogni naturali degli individui. Medesimo il rifiuto della separazione
moderna tra le popolazioni che hanno il potere di decidere per il resto della societ e questo stesso resto della societ che il potere
lo pu esclusivamente subire.
La paradossalit del funzionalismo sta dunque tutta qui: nel sostenere che le funzioni sociali, quali sono analizzabili tra popolazioni
senza leggi , n Stato, nonch prive di profonde divisioni quanto alla gestione del potere, sono determinate da necessit naturali le
quali devono valere anche per societ modernizzate dove esistono leggi, Stato e profonde divisioni attorno al potere. La pretesa di
ununica scienza sociale funzionalista implica in effetti lipotesi quanto mai equivoca (libertaria? liberale? liberista?) secondo cui in
ogni societ le funzioni sociali in fondo si svolgano e si possano conoscere indipendentemente dal potere di governo che su di esse
si esercita.


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c)
Nellaltro grande paese di lingua inglese, gli Stati Uniti, il funzionalismo ha perfezionato due metodi di ricerche divergenti e
interessati pi ai fenomeni sociali metropolitani. Uno di questi due metodi, di cui tratto qui di seguito, predilige lo studio del sociale
dal punto di vista di chi ha il potere e il sapere di condizionarlo e che quindi risponde anche allesigenza di una prospettiva
dinsieme, dallalto, pi panoramica, pi teorica; laltra, cui sar dedicato il paragrafo successivo, studia invece il sociale dal punto
di vista di chi il potere di condizionare il resto della societ non ce lha, cosicch anche il suo sapere di dubbia utilit sociale. Di
comune vi il presupposto che della realt sociale si debba studiare soprattutto e anzitutto la funzionalit.
Il metodo di Talcott Parsons offre la massima sistemazione teorica delle tesi struttural-funzionaliste, nelle pi prestigiose
universit degli Stati Uniti, soprattutto dagli anni Trenta agli anni Settanta, nellepoca in cui questo paese si afferma come la potenza
egemone mondiale
[74]
. Il funzionalismo qui non si sperimenta pi tra foreste o savane con sperdute capanne di fango e paglia,
abitate da gente seminuda, ma si mette alla prova con la potenza e la ricchezza che hanno sede in grattacieli svettanti in mezzo al
caos metropolitano. I problemi di metodo diventano pi complicati.
La categoria della funzione sociale ad opera di Parsons si precisa allinterno di una sintesi che fa i conti col meglio della tradizione
sociologica della vecchia Europa: tanto con la lezione weberiana, quanto con quella durkheimiana. I rapporti tra le funzioni sono
strutturati in modo da dare luogo a fitte e dettagliate gabbie di status e di ruoli che possono essere riconosciute nelle societ da
analizzare. Ma, cosa pi interessante, anche la categoria dellazione sociale, pur pensata sempre in termini funzionali, viene
ulteriormente raffinata: da valutarne non pi la adeguatezza tra mezzi e fini, ma anche la differenza tra condizioni di partenza e di
arrivo
[75]
. Se questo scrive Parsons nel 1937, nel 1951 egli precisa ancora di pi: per analizzare ogni azione sociale occorre
analizzare la conoscenza di cui lattore dispone nel compiere la stessa azione
[76]
. E ci perch in ogni situazione ci sono sempre
pi possibilit di agire e la scelta dellattore dipende dalla conoscenza che ha dellampiezza di tali possibilit.
Cos viene ottenuto uno schema metodico di indubbio interesse. Esso sicuramente fa scuola per qualsiasi analisi tratti delle scelte
compiute da soggetti che hanno potere di agire nei confronti del resto della societ e dunque di condizionarla. Ognuno di questi
soggetti (sia uno staff dirigenziale o unquipe ministeriale, fino ad arrivare ad un comitato sindacale o unassemblea condominiale),
infatti, per esercitare il proprio potere non pu non usare un certo sapere, un sapere che riguarda quanto meno le condizioni stesse di
esistenza del proprio potere; ed dunque da questo stesso sapere che occorre partire se la ricerca sociale vuole analizzare come il
potere viene gestito, quali delle sue molteplici condizioni sono utilizzate come mezzi, quali invece sono tenute in riserbo, e con quali
giustificazioni, per esempio, pertinenti o evasive. Ma si pu anche rovesciare il discorso in senso oggettivo: fino al punto di
sostenere che ogni dato, ogni informazione, ogni nozione presente o passata riguardante il sociale si inscrive sempre in una qualche
azione concernente il potere, quanto meno quello universitario. Cosicch, per analizzare qualunque notizia sul sociale, la ricerca
deve analizzare anche la sua funzionalit rispetto alla gestione del potere, per riuscire a distinguere quanto tale notizia ampli o
restringa la gamma delle scelte di gestione. Detto pi sinteticamente, del tutto proficuo pensare che tra il potere e il sapere
disponibili in una realt sociale agisce sempre una doppia e reciproca funzionalit, per cui, se si vuole studiare tale realt, bisogna
ammettere che non c potere che non sia esercitato in funzione di un sapere e che non c sapere che non sia presentato in funzione
di un potere. E qui la lezione di Parsons sempre piena di stimoli.
Tale ammissione per non comporta affatto lobbligo di dire che ogni funzione si debba necessariamente conformare ad ununica
struttura che garantisce lintegrazione delle diverse funzioni, n tantomeno che al di l di tale struttura non si dia altro che devianza
o disgregazione sociale. Come ha a suo modo eccepito Robert K. Merton
[77]
, critico seguace di Parsons, pi opportuno prendere
atto che in ogni societ esistono sempre delle vaste realt che sono semplicemente non-funzionali e non integrate, senza essere
necessariamente disfunzionali o disintegranti. il caso ad esempio di quelle popolazioni in condizioni di precariet lavorativa,
abitativa e/o assistenziale, per le quali le questioni di funzionalit sociale non si pongono nemmeno; e ci non solo in quanto
subiscono le soluzioni funzionali prese da altri, ma anche perch devono rendere possibili delle condizioni di lavoro e di vita che di
per se stesse non funzionano.
A riguardo, lo struttural-funzionalismo ha in riserbo una ricetta, tutta stelle e strisce, ottimista e da nuova frontiera sempre da
oltrepassare: la prescrizione secondo cui ogni realt sociale prima o poi pu e deve arrivare a funzionare, cos come ogni individuo
emarginato deve e pu avere lopportunit di riscattarsi
[78]
. Il che per ha come implicazione meno edificante che, in caso
contrario, tali realt e tali individui non possono non essere considerati e trattati come devianti e disgreganti. I considerevoli tassi
delle popolazioni carcerate in Usa illustrano bene come simile concezione del sociale possa funzionare
[79]
.
Da un punto di vista del metodo si tratta allora piuttosto di chiedersi come possano coesistere una realt sociale pi o meno
funzionale con realt sociali non funzionanti. Una domanda questa che richiede anzitutto risposte politiche, contingenti o strategiche,
governative o non governative, concertate o conflittuali, comunque mai definibili tramite un metodo o una teoria sociale, meno che
mai funzionalisti. Concludo quindi su quella che in fondo la prescrizione pi evidente dello struttural-funzionalismo:
lintegrazione. Merito che pi spesso viene riconosciuto allopera di Parsons infatti di avere contribuito
[80]
a concepire quello
stato chiamato il pi importante e notevole esperimento dopo le invasioni barbariche
[81]
. Sarebbe a dire quellamalgama di
popolazioni diverse che gli Usa hanno reso possibile, specie nel momento del loro presentarsi al mondo come potenza egemone.
Lintegrazione in effetti oggi parola dordine obbligatoria dei governi di tutti i paesi pi ricchi nei confronti dellimmigrazione
[82]
.
Obbligo, questo, senza dubbio necessario, specie di fronte alle ricorrenti tentazioni puramente discriminatorie, ma sicuramente
insufficiente e non unico e tanto meno esclusivo. Lintegrazione delle nuove popolazioni nelle funzioni sociali esistenti non pu
comunque essere accompagnata dalla condanna come devianti o disgreganti di tutti e di tutto ci che nellintegrazione non rientra. Se
ci avviene, perch chi ha il potere sulle funzioni sociali le usa ignorando, deliberatamente o meno, le condizioni della vastissima
realt sociale che non rientra, n rientrer mai nellintegrazione. Unignoranza che nei punti pi equivoci dello struttural-
funzionalismo pu anche trovare i titoli per presentarsi come dotta. Per questo la ripresa e la critica di questo metodo sempre
importante anche per la sperimentazione delle nostre ipotesi che hanno altri campi dapplicazione.

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6. Letnografia statunitense

a)
Molto pi vicina ci la problematica etnografica
[83]
dedicata a realt sociali metropolitane, che ha avuto grande sviluppo sempre
negli Usa, a partire dagli anni Dieci e Venti del Novecento, con ricerche condotte presso la Scuola di Chicago, come quelle di
Thomas e Znaniecki, che promuovevano a fonte di studio dei problemi migratori la corrispondenza di un contadino polacco
[84]
, o di
Neils Anderson, mescolatosi a lavoratori senza fissa dimora
[85]
o ancora dei coniugi Lynd sui comportamenti della citt media
americana verificati nellarco dei dieci anni, tra il 1925 e il 1935, che abbracciano la grande crisi del Ventinove
[86]
. Tutto un ciclo
di grandi ricerche sul campo, questo che arriva fino ai primi anni Quaranta, segnati dalla ricerca di William Foore Whyte
[87]
tra
quartieri poveri con popolazioni dorigine italiana. Ma cogli anni Sessanta che letnografia conosce oltre che un nuovo sviluppo,
anche dei tentativi di teorizzazione spesso in polemica pi o meno esplicita con lo struttural-funzionalismo alla Parsons e Merton.
Tra gli autori pi citati a riguardo ci sono nomi come Howard S. Becker, Aaron W. Cicourel, Harold Garfinkel, Erving Goffman. Un
vastissimo insieme di contributi alle scienze sociali che in Italia ha in Alessandro Dal Lago uno dei suoi pi noti sostenitori. Come
egli stesso chiarisce, caratteristica peculiare di questo metodo etnografico sta soprattutto nellattenzione microsociologica per le
pratiche di ogni giorno: la vita quotidiana, opportunamente osservata al di l delle sue apparenze scontate, rivelerebbe un senso
pragmatico ben diverso da quello comune. Ad esempio, a diverso titolo, si dimostrato che le pratiche svolte quotidianamente dai
tribunali risultano funzionali ben pi a necessit di routine istituzionale che al valore della giustizia intesa secondo il senso comune
[88]
. Netta dunque lopposizione nei confronti del metodo di cui Parsons stato caposcuola e che abbiamo appena considerato. Se
il suo struttural-funzionalismo punta infatti ad offrire una teoria sistematica e macrosociologica focalizzata sullordine sociale inteso
come integrazione di strutture oggettive pi o meno costanti e tenute insieme dal senso comune condiviso dai pi, del tutto
diversamente letnografia osserva la realt sociale con unottica microsociologica, volta a cogliere le percezioni e i comportamenti
dei soggetti cos come agiscono quotidianamente allinterno della cornice simbolica che caratterizza ogni situazione concreta.
Questa opposizione di metodo pu essere intesa con diverse accentuazioni: in modo pi o meno conflittuale o invece ridotta a
semplice divisione di compiti accademici.
Negli Usa degli anni Sessanta e Settanta letnografo era per lo pi una figura di ricercatore impegnato a rivelare lassurdit della
sociologia dominante ispirata allo struttural-funzionalismo e a contestare le sue teorie dellordine sociale e del senso comune. Cos,
in Italia, anche assai recentemente, si ripresa questa accezione delletnografia in senso alternativo e conflittuale combinandola con
una rinnovata problematica dellantagonismo di genere classista. Ne conseguita la gi citata conricerca: un termine a suo tempo
coniato da Romano Alquati e che ha conosciuto un nuovo successo nellispirare delle inchieste condotte allinterno dei movimenti
dei no o new-global e pi in particolare dei disobbedienti.
Daltra parte, nelle scienze sociali si cercato di mantenere il dissidio nei termini del dibattito tra diverse scelte tra loro
compatibili. Si cos ammessa la legittimit della problematica etnografica sotto linsegna di una qualit da distinguere rispetto alla
quantit, che sarebbe lelemento privilegiato da teorie come quelle struttural-funzionaliste. Micro e macro; soggettivo e oggettivo;
qualit e quantit; pragmatico e strutturale; osservazione partecipante, sul campo, e teorie distaccate, sistematiche, fondate su dati
statistici: queste alcune delle coppie pi usate per riassumere lalternativa metodologica cruciale di tutte le scienze sociali.
Alternativa che non dimostra altro, se non la ricchezza delle scienze sociali, tanto varie, tanto produttive di infiniti modi di pensare e
conoscere il sociale da non potersi mai ridurre ad una sola. In effetti, si pu dire che lunico principio da tutte condiviso sta proprio
nel dovere sempre separare, in ogni questione sociale, quello che un problema sociologico da quelli che sono invece problemi
antropologici, etnologici o etnografici. E ci senza pretendere di risolvere entrambi: senza quella pretesa universalistica,
onnicomprensiva, di derivazione filosofica, che rispunta spesso tra gli stessi ricercatori sociali.
Degli esempi in questo senso li si possono trovare nelle maggiori critiche rivolte alletnologia
[89]
e che ne denunciano la incapacit
ad affrontare le questioni dinsieme di una societ e quindi a spiegare le sue trasformazioni progressive o regressive. Lidea cos
difesa evidentemente quella secondo cui il sociale soggiace ad ununica evoluzione storica di cui tutte le scienze sociali non
possono non tenere conto. Unidea dunque che sottopone queste ultime allimperativo di un pensiero unico, di un metodo unico. A
simili conclusioni pu del resto portare anche la stessa alternativa tra le gi citate coppie di quantit e qualit, macro e micro,
oggettivo e soggettivo, se intese in senso dialettico, ossia avente tra loro un ponte discorsivo che permette allo stesso ragionamento
di passare dalluna allaltra.
Il problema nuovo e cruciale posto dalletnografia, che cos contribuisce ulteriormente al relativismo delle scienze sociali, invece
proprio che la molteplicit della realt sociale impensabile e inconoscibile come ununica realt. Cos si afferma una delle pi
clamorose e difficili novit impostasi in modo pi o meno latente o manifesto a tutto il sapere del secondo Novecento:
lirrimediabile obsolescenza di qualsiasi principio, idea o categoria che sotto qualunque punto di vista pretenda di valere per tutto il
genere umano o per ogni societ.
Anche le nostre ricerche etnografiche presuppongono una simile constatazione, ma il loro metodo diverge su pi di un punto da
questa etnografia dispirazione anglosassone.
Se condividiamo la sua critica allo struttural-funzionalismo e al senso comune, nonch il suo interessarsi alle soggettivit in modo
pragmatico e microsociologico, qualitativo, tuttavia ci discostiamo da sue categorie fondamentali quali la vita quotidiana e
lordine funzionale che vi sarebbe empiricamente osservabile.

b)
Letnologo dispirazione nordamericana ha una precisa prescrizione per chi vuol seguirlo :scendi in strada e guardati intorno!
[90]
.
Imperativo pragmatico, questo, che andrebbe corredato da una mobilitazione di tutti i sensi (non solo il vedere, ma anche l
annusare!
[91]
), quanto da un robusto e svariato sapere. Cos il ricercatore, col suo sguardo sensorialmente dilatato nonch
sapiente, mescolandosi tra la gente, dovrebbe riuscire ad osservarla per quel che essa realmente fa. E, al di qua di tutte le teorie
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sulle opinioni manipolate, sul senso comune, sullordine sociale pi o meno ben strutturato, si dovrebbe vedere che gli attori sociali,
per ottenere gli scopi funzionali alla loro vita quotidiana, sanno organizzarsi in proprio.
Non difficile riconoscere qui allopera le convinzioni gi riscontrate nel funzionalismo anglosassone: quelle di un empirismo
sempre teso a confermare le possibilit di uno spontaneo autogoverno del sociale. Convinzioni, queste, che hanno delle immediate
implicazioni sulle scelte che orientano la politica della ricerca sociale. La categoria della vita quotidiana ha in effetti una chiara
portata polemica: in suo nome si mette a distanza ogni teoria sociale deduttiva, fatta a tavolino, dallalto, e non tra la gente, vicino
alle sue esperienze pi dirette; meno chiaro per come in nome della vita quotidiana si possa scegliere ci che vi
intellettualmente rilevante da ci che semplicemente banale e futile. Nellindecisione che cos si crea nulla impedisce che ad
imporsi allo sguardo siano proprio i fatti pi banali e futili. In effetti proprio quanto suggerisce la dialettica proposta da Dal lago:
trattare lovvio come se fosse strano e ci che appare strano come ovvio
[92]
. Unalternativa, questa, tra lo strano e lovvio,
che porta a fare della percezione la misura del lavoro intellettuale richiesto da ogni ricerca sociale. Conversazioni casalinghe o fatti
di costume, come tifoserie calcistiche, diventano casi di studio di grande importanza.
Ma, contrariamente alla sua parvenza evidente e intuitiva, lidea di dovere studiare il sociale nella sua dimensione quotidiana ha
come condizione il precoce imporsi negli Stati Uniti di quello che, dopo il film Orson Wells del 1941, stato stigmatizzato come
quarto potere. Sarebbe a dire quel potere che surrettiziamente si accompagna agli altri tre legittimamente pubblici (governo,
magistratura, parlamento) e che costituito dai quotidiani. Sarebbe a dire quelle testate della stampa a grande tiratura che, specie nel
corso della Seconda Guerra Mondiale, creano unopinione pubblica favorevole allascesa degli Stati Uniti a potenza mondiale e che
ha per protagonisti quei giornalisti che Nietzsche, un secolo prima, chiamava, con una delle sue espressioni violente, ma illuminanti,
schiavi cartacei del giorno. Insomma, la figura delletnologo nordamericano che, anzich passare il suo tempo tra costruzioni
teoriche e statistiche, va per strada e si mescola a gente qualunque, magari anche poco raccomandabile, cercando di capire come se
la passa giorno per giorno, non pu certo non risultare simpatica. Ma se essa si distanzia dalla mentalit universitaria pi
tradizionale, lo fa solo perch converge verso unaltra mentalit, sostenuta da un centro di potere, quello della stampa, che nella
seconda met del Novecento diventa concorrente con quello universitario. Resta che, mentre la ricerca sociale punta sempre ad
essere scientifica e dunque a confrontarsi col massimo del sapere gi acquisito, il giornalismo ha obiettivo non solo di dare delle
informazioni a chi non ne ha, ma anche di farlo dovendo cercare ogni giorno di colpire di pi un pubblico sempre sedotto anche da
altri giornali concorrenti. Cosicch, concepire la ricerca sociale come un reportage non pu comunque non abbassarne il livello
intellettuale.



c)
Quanto si distanzia dunque il metodo delle nostre ipotesi da questo approccio, posto che entrambi si vogliono pertinenti
alletnografia?
Certo che si tratta di andare tra la gente, senza considerarla del tutto manipolata o assoggettata al senso comune, per incontrarla
laddove essa fa esperienze decisive per la sua stessa vita, prendendo sul serio quel che dice e fa. Cose tutte queste su cui, grazie al
metodo delletnografia americana, sono state fatte infinite ricerche e prodotto un grandissimo patrimonio di conoscenze, come
appena accennato. Se non se ne vogliono seguire i canoni, dunque tutto da spiegare il perch. Ci ancora pi importante in quanto
le nostre ipotesi possono vantare dalla loro solo un modesto insieme di contributi. Tuttavia, come cerco ora di mostrare, c pi di
una buona ragione per cercare unalternativa a questo metodo etnografico e per rinnovare altrimenti le ricerche sul terreno.
Parto dunque da quella che si pu considerare la prescrizione pi nota che solitamente viene assunta da questo tipo di ricerche:
procedere ad un osservazione partecipante dei comportamenti e delle percezioni degli attori sociali nella loro vita
quotidiana.
Prescindo da tutte le argomentazioni filosofiche tra cui simili temi potrebbero far disperdere il discorso per mantenerlo nel
linguaggio pi semplice e naturale.
Chiediamoci quindi quale sia il piano su cui dovrebbe avvenire la partecipazione cui allude lespressione osservazione
partecipante. Si tratta in effetti di una domanda decisiva, poich con questa partecipazione il metodo che la rivendica punta a
superare, o quanto meno ad attenuare, quelle differenze rispetto alla gente comune, che di solito sono invece mantenute dai
ricercatori in scienze sociali. Differenze che possono essere ricondotte essenzialmente a tre: al fatto che il ricercatore solitamente
esterno ed estraneo alla realt sociale della gente; al fatto che il ricercatore, essendo un esperto in scienze sociali, in possesso di
un sapere sconosciuto alla gente; al fatto che, infine, avendo finalit scientifiche, il suo problema conoscere in termini trasmissibili
e riproducibili anche altrove, per altri ricercatori, quellesperienza che invece la gente vive e conosce direttamente.
Ora, la partecipazione allesperienza della gente, secondo questo metodo, possibile sul piano delle sensazioni, delle percezioni,
dei comportamenti o tuttal pi delluso di simboli. essenziale che queste sensazioni, percezioni, comportamenti o uso di simboli
siano rispondenti a necessit per cogliere le quali lo stesso ricercatore non deve fare affidamento sul suo bagaglio di conoscenze. Se
cos non fosse, anzich attenuare le differenze con la gente, le accentuerebbe, reintroducendo la sua superiorit di esperto. Decisiva
allora la categoria di vita quotidiana. Con essa si allude infatti allunit di tempo pi naturale, il volgere del sole, di cui ognuno,
esperto e non esperto, ha esperienza costante e diretta
[93]
. Il ricercatore pu cos partecipare delle sensazioni, delle percezioni,
delluso dei simboli della gente comune, nella misura in cui si pone e li interpella sul piano delle necessit della vita quotidiana.
Ora proprio qui che c il problema. O meglio: proprio qui che questo metodo rivela il suo aspetto equivoco, di proporre una
soluzione che non solo lascia aperto, ma nasconde un problema cruciale.
Il fatto che ogni ricerca sociale non mai un fatto spontaneo. I suoi tempi non sono mai quelli del quotidiano. La sua durata, i suoi
luoghi, le sue scadenze sono previste secondo un protocollo o un progetto per il quale il ricercatore non pu non avere lavorato
preventivamente e a cui deve lavorare anche a ricerca sul campo conclusa. Da questo punto di vista, l osservazione partecipante
risulta una formula troppo semplicista, se non equivoca, in quanto sottace o comunque trascura tutta una serie di operazioni decisive
per la ricerca sociale. Tra di esse, il fatto che il ricercatore, se vuol davvero a capire la gente che interpella, non pu limitarsi a
usare il suo sapere al ribasso, solo per lasciare spazio, dilatandoli o acuendoli, ai suoi sensi. Tutto al contrario, egli deve attivare il
pi possibile le sue conoscenze e le sue percezioni in funzione di una precisa attivit intellettuale. infatti solo tramite il
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pensiero, che ogni ricerca sul campo pu avventurarsi in quei campi altrimenti sconosciuti e inconoscibili, dai quali solamente viene
la sua legittimit scientifica.
Uno dei difetti maggiori del metodo etnologico dellosservazione partecipante sta dunque in questa omissione del pensiero,
dellintelligenza attiva da parte del ricercatore come condizione decisiva per la riuscita della ricerca stessa.
Ma suo difetto ancora maggiore che, interpellando i soggetti sociali sul terreno delle loro percezioni e comportamenti nella vita
quotidiana, non li interpella come esseri pensanti.
In effetti, secondo lo schema empiristico tipico della tradizione anglosassone, la dimensione intellettuale si giustifica sempre solo
come passiva e strumentale, solo in quanto riceve sensazioni e serve a scopi pratici. La possibilit che il pensiero, lattivit
intellettuale modifichi le sensazioni e gli scopi pratici uneventualit vista con sospetto, in quanto esposta al libero arbitrio e
quindi a rischio derrore. Ci perch si continua ritenere che lunico soggetto pensante possa essere lindividuo, cosicch pi pensa
a suo modo pi rischia di farsi idee personali diverse da quelle degli altri. Quegli altri, quella dimensione collettiva, che quindi
hanno senso positivo solo se considerati nel modo pi naturale, il pi vicino possibile alle necessit della vita quotidiana. Ove,
naturale deve suonare proprio come il contrario di intellettuale e il pi vicino possibile alla dimensione sensitiva, animale,
dellumanit.
Insomma, tutte le nostre ipotesi sul fatto che chiunque, dunque la gente come soggetto collettivo, pensi e che questo pensiero possa
essere fonte decisiva per conoscere la realt sociale sono decisamente escluse da questo metodo. Ma come ho cercato di mostrare
non gli mancano i difetti che giustificano la ricerca di alternative. Una, ma non la sola, appunto fare del pensiero il terreno su cui
il ricercatore sociale deve porsi allo stesso livello della gente, per incontrarla.
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V. Risposte pi recenti

In filosofia espressione corrente, ma di rado la si sente usare tra le scienze sociali. Tuttavia, anche queste come quella sono state
interessate dal grande sommovimento che, specie nella seconda met del Novecento, ha segnato tutti campi del pensiero e della
conoscenza. Si tratta della svolta linguistica
[94]
. Il fatto, cio, che il linguaggio si sia imposto come questione prioritaria per ogni
forma di razionalit. Detto banalmente, come se, nel corso del XX secolo, ma soprattutto a Seconda Guerra Mondiale finita, tra i
paesi pi ricchi del mondo, nello stesso periodo in cui le differenze sociali e lanalfabetismo al loro interno si riducevano come
mai, avesse preso corpo e forza la convinzione che ogni cosa, ogni realt, ogni evento muti radicalmente a seconda di come se ne
parla; di pi: che pensare e conoscere anzitutto pensare e conoscere il linguaggio, in quanto elemento primo di ogni pensiero e di
ogni conoscenza.
La particolarit di tale questione per le scienze sociali sta nel fatto che essa impone al ricercatore un ripensamento sul suo stesso
linguaggio, non solo su quello che si trova davanti, quello parlato dalla popolazione su cui la ricerca condotta; ma soprattutto sul
rapporto tra il proprio linguaggio da esperto e quello di altri non esperti nel suo stesso sapere. Gi negli anni Dieci del Novecento
Malinoswki, ad esempio, notava quanto linteriorizzazione del linguaggio dei trobriandesi avesse mutato il senso delle sue ricerche.
E se uno dei capitoli pi importanti del suo Argonauti del Pacifico Occidentale intitolato il Kula, proprio perch il senso di
questo sistema di scambi intraducibile con qualsiasi espressione esistente nelle lingue indoeuropee. Il fatto stesso che per trattarne
Malinowski decida di nominare questo sistema con lespressione trobriandese mostra una prima decisa apertura del linguaggio delle
scienze sociali nei confronti del linguaggio naturale. Quel che chiamo la svolta linguistica, e che, come detto, si imporr in tutta la
sua ampiezza solo pi tardi, non far che portare alle estreme conseguenze tutte le questioni che i ricercatori sociali avevano gi
toccato sperimentando, al di l dei problemi di traduzione tra lingue diverse, quanto la loro scienza restasse sempre debitrice del pi
puro e semplice linguaggio, quale quello usato da popolazioni senza sapere scientifico.
Nel far valere limportanza universale di tale dimensione ha contribuito una scienza particolarmente sviluppatasi nel Novecento e
che appunto la scienza del linguaggio. Ad aprire questo percorso sta Il corso di linguistica generale, costituito da note prese da
allievi durante i corsi tenuti tra il 1906 e il 1911 e pubblicato postumo a Parigi nel 1916, ma divenuto noto anche fuori delle cerchie
dei linguisti solo negli anni Sessanta
[95]
. In tale testo, il suo autore, Ferdinand de Saussure, propone una grammatica comparativa
fondata su una teoria dei fonemi e dei rapporti tra il suono e la parola, tra il significante e il significato. Cos si arriva a
formalizzare la matrice del sanscrito fino al punto di potere produrre regole e parole prima del tutto sconosciute, ma con ogni
probabilit utilizzate dalle lingue indoeuropee di tempi oramai del tutto remoti e neanche storicamente situabili
[96]
. Unimpresa,
questa della scienza del linguaggio, fondata essenzialmente su ricerche grammaticali, che ha continuato ad avere svariati e proficui
sviluppi nel corso del secolo. Tra di essi, campeggia il progetto universalistico della grammatica generativa di Noam Chomsky,
nel corso degli anni Sessanta, il quale ha tentato di formalizzare ununica matrice di tutti linguaggi possibili, nellambiziosissimo, e
discutibile, intento di potere cos contribuire anche allo studio neuro-biologico delle funzioni cerebrali.
Senza entrare nel merito degli infiniti altri e straordinari sviluppi della linguistica novecentesca, c un punto che qui interessa
particolarmente. Il fatto che questi sviluppi hanno tratto le loro maggiori risorse non dalla semantica o dalla sintassi, ma dalla
grammatica in rapporto con la fonetica. Di pi: che le prime e pi importanti scoperte non hanno riguardato le regole dei rapporti
tra parole e i loro significati, bens la dimensione del fonema, ossia laddove la parola ancora a livello significante, prima di
divenire un significato tra i significati. In effetti, nelle ricerche sulle lingue indoeuropee, anche linnovazione decisiva, costituita
dallindividuazione di regole comuni a tali lingue, stata possibile solo grazie alla fissazione di corrispondenze fonetiche.
Intendendosi con ci quelle che, ad esempio, danno come risultato letimo indoeuropeo *pHater, il quale altro non che il prodotto
dalla comparazione tra il latino pater, il greco , il sancrito pitar- e il germanico Vater
[97]
. Decisivo capire che dietro
questo etimo, come qualsiasi altro, non sta nulla, se non la stessa operazione della grammatica comparativa che lo crea. In altri
termini, perch un padre viene chiamato padre? O un cavallo, cavallo? Sono domande destinate a restare comunque senza
risposta. Ci semplicemente perch il rapporto tra il significante e il significato di per s insondabile, puramente casuale o, come
dice lo stesso de Saussure, arbitrario. Il che comporta che tra fonetica e grammatica non si d alcuna regola, quale invece si d
nelle implicazioni sintattiche e semantiche della grammatica. Il significante, dunque, come pura possibilit di incontro tra il semplice
suono e il suono con funzione di linguaggio. Sar proprio da qui, da questa categoria del significante, che nellacme della svolta
linguistica, dagli anni Cinquanta agli anni Settanta, Jacques Lacan prender le mosse per rinnovare la problematica dellinconscio
della psicanalisi di Freud.
Nelle scienze sociali invece prevalso un orientamento opposto. Tale orientamento consistito nellaccogliere la svolta
linguistica come se essa ponesse anzitutto il problema di studiare la realt sociale cercando soprattutto di leggervi regole di tipo
sintattico e semantico
[98]
. Da questo punto di vista, si pu dire che la societ appare come un grande libro, proprio allo stesso
modo in cui si parla del grande libro della natura: luna come laltra da decodificare secondo le loro stesse regole. Questo
prevalere tra le scienze sociali di uninterpretazione in senso sintattico e semantico della svolta linguistica ha una sua spiegazione.
Si pu infatti dire che in tal modo esse hanno potuto restare anche nella seconda parte del Novecento in continuit col retaggio della
loro tradizione ottocentesca. Di quella tradizione e evoluzionista e storicista che ha sempre trattato la societ come una seconda
natura, condizionata dalle necessit della prima. Cos, la svolta linguistica tra le scienze sociali si potuta molto spesso ridurre ad
una sorta di conversione di ci che evoluzionismo e storicismo ponevano come leggi (dellevoluzione e della storia) in regole di
tipo sintattico e semantico, la cui origine viene ricondotta allesistenza di convenzioni sociali. Se nel primo caso le leggi venivano
giustificate in nome dei bisogni naturali della societ, nel secondo caso le regole sociali vengono giustificate in nome delle
convenzioni imposte dal senso comune. Insomma, dalle leggi alle regole, dai bisogni alle convenzioni, dalla natura al senso comune:
questi tra i maggiori spostamenti tematici nei quali si ridotto limpatto della svolta linguistica sulle scienze sociali. Ed grazie a
tale riduzione che la realt sociale ha continuato a venire presentata e studiata come intimamente determinata da vincoli oggettivi.
Tuttavia, questa idea oggi diffusa che la realt sociale, se non risponde a leggi, dellevoluzione o della storia, quanto meno
regolata da convenzioni, rappresenta un uso estensivo del tutto improprio del concetto grammaticale di regola, che resta il pi
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scientificamente fondato e da cui le stesse scienze sociali novecentesche hanno preso pi o meno direttamente ispirazione.
Per arrivare subito al nocciolo della questione, basti solo una brevissima riflessione sulle funzioni delle grammatiche. Tutte quelle
pi comunemente in uso hanno essenzialmente due ragioni dessere: da un lato, censire le molteplici possibilit di significanti che
sono le parole, per stabilirne gli usi prevalenti relativamente a un determinato tempo; usi, per altro sempre assai variabili, visto
lincessante afflusso di neologismi e laltrettanto incessante deflusso di arcaismi allinterno di ciascuna lingua. Dallaltro, stabilire
delle misure, ovvero delle regole allinterno dei rapporti mediamente utilizzati tra le parole.
Dal che si pu trarre la conseguenza che qui interessa pi direttamente. Che la grammatica, quandanche sia intesa come scienza, non
pu stabilire regole cogenti come leggi, ma solo regole come misure per un migliore utilizzo del linguaggio. Regole, il cui rispetto
resta sempre nellordine del possibile, ma non del necessario. Tant che nella societ ad un uso sgrammaticato del linguaggio in
genere non segue alcuna punizione, salvo quelle, per altro assai modeste, che sono inflitte laddove, come nella scuola, luso
scorretto della grammatica sanzionato. Cos, la scelta stessa di una parola piuttosto che unaltra resta sempre del tutto soggettiva,
dellordine del possibile, ma al tempo stesso decide di come chi lenuncia diventa soggetto denunciazione, ovvero decide della
realizzazione delle possibilit intrinseche alla potenza significante della parola.
Nulla dunque giustifica che la regola in senso linguistico, cio grammaticale, possa venire assunta come modello di riferimento per
individuare delle regole sociali. Se le scienze sociali devono tenere conto delle scoperte prodotte dalle scienze del linguaggio, non
affatto obbligatorio trarne lidea che la realt sociale sia da leggere come una sintassi, n tanto meno come una semantica vincolata.
Pi giustificato invece trarre insegnamenti dalla categoria del significante per cercare come e quale realt sociale venga resa
possibile dalluso soggettivo di certe parole piuttosto che di altre.
Tornando al senso che la svolta linguistica ha avuto per le scienze sociali, si pu concludere che esso stato assunto da esse in due
direzioni. Da un lato, quella dominante che, curandosi anzitutto di regole sintattiche e di conseguenze semantiche, ha assunto il
linguaggio come necessit del sociale, come una sua funzione pi o meno fondamentale. Dallaltro, quella che, pi attenta alle
effettive novit apportate a tale svolta, ha assunto il linguaggio come risorsa, come miniera inesauribile di possibilit significanti e
soggettive allinterno del sociale.
Questultima la direzione entro cui si situano le nostre stesse ipotesi.

Ritorniamo ora alle nostre tre domande: a) cos la societ? b) perch e (c) come studiarla? Se, pur nella loro rudimentale
semplicit, esse hanno una loro utilit per testare i paradigmi pi classici delle scienze sociali, non pi cos in riferimento alla
svolta linguistica. Per seguire, sia pur sempre a grandi linee schematiche, come le scienze sociali abbiano affrontato tale svolta dopo
la met del Novecento, occorre riformulare le domande. Invece di chiedere loro cos la societ, perch e come studiarla, pi
appropriato porre loro domande come: che effetti ha il linguaggio sulla societ? perch e come studiarli? Dovrebbe essere
evidente infatti che, dal momento in cui il linguaggio emerge come questione cruciale anche per il sociale, tutto quello che stato
detto e scritto a suo riguardo, tutto il linguaggio che lo ha riguardato, va rimesso in discussione. La questione diventa quindi come
ripensare le scienze del sociale, le loro finalit, i loro modi di ricercare, dopo la svolta linguistica. E lalternativa di fondo : o
riconfermare lessenziale di ci che se ne sapeva anche prima o cercare nuovi modi di sapere.

Come si vedr, la prima soluzione sta essenzialmente nel considerare il linguaggio in modo strumentale. Il che significa ritenere
che, per dar spazio alla svolta linguistica, le scienze sociali debbano s studiare con maggiore attenzione gli effetti propri del
linguaggio, ma che per farlo sia loro sufficiente considerarlo uno strumento rispondente a necessit e fini sociali gi noti e studiati.
Nel seguito di questo paragrafo a1 sar quindi illustrato in tre punti (a1.1, a1.2, a1.3 ) come proprio assumendo una visione
strumentale del linguaggio che le impostazioni, gi viste nel capitolo precedente, del classismo, del funzionalismo e dello
struttural-funzionalismo, ma anche, almeno in parte, delletnometodologia nordamericana, possono continuare a far ricerca pi o
meno sulle stesse rotte intraprese alle loro origini tra Otto e Novecento.
Della seconda soluzione che assume la svolta del linguaggio in senso pi innovativo verranno invece mostrati due orientamenti
maggiori.
Il paragrafo a2 dedicato al primo, corrispondente a ci che noto come lo strutturalismo francese tra gli anni Cinquanta e
Settanta del Novecento. A questo proposito saranno menzionate soprattutto le straordinarie e sofisticate ricerche volte ad analizzare
il sociale per trovarvi quali profondi e duraturi vincoli gli imponga il linguaggio. Annotazioni particolari saranno dedicate ai due
studi esemplari: sul mito di Edipo da parte di Lvi-Strauss (a2.1) e sulla categoria del Tempo in Edmund Leach (a2.2).
Il paragrafo a3 dedicato invece ad un secondo orientamento nel modo di recepire la svolta linguistica da parte delle scienze
sociali. Tale orientamento viene rintracciato trasversalmente a diverse impostazioni metodologiche, dallipotesi Sapir-Whorf e
dalletnometodologia di Harold Garfinkel e Roy Turner allantropologia interpretativa di Clifford Geertz e allantropologia del
Nome di Sylvain Lazarus. In questo svariato ed eterogeneo campo problematico verr individuato un tema decisivo anche per le
nostre ipotesi. Quello di assumere il linguaggio in quanto tale, il linguaggio naturale come risorsa di infinite possibilit di agire,
pensare e conoscere la realt sociale, cui le stesse scienze sociali possono aprirsi senza dovere sempre restare per forza trincerate
nei loro metalinguaggi da esperti (in a3.1). A chiarimento di questo punto si discuter dellalternativa tra la categoria dorigine
anglosassone di performance e quella dorigine francese di prescrizione (in a3.2).
Il paragrafo a.4 tratter della semiotica a partire dallopera di uno dei suoi maggiori epigoni, Roland Barthes. Se ne sottolineer (in
a4.1) il ruolo egemone ottenuto tra le scienze sociali a partire dagli anni Settanta del Novecento e ne verr criticata la tesi secondo
cui tutto segno, e quindi tutto linguaggio. Annotazioni particolari saranno quindi (in a4.2 ) dedicate alla categoria di
sistema, del sociale come sistema, quale la semiotica ha contribuito a rilanciare.
Infine, col paragrafo a5 sar esaminata la tematica tuttoggi dominante, quella delle identit comunitarie, in cui verr
polemicamente riconosciuto una propensione regressiva.
Nella seconda parte (b) di questo stesso capitolo V, si affronter la questione del perch, a quali condizioni e per quali scopi politici
le scienze sociali nel corso del Novecento abbiano prestato tanta attenzione alle questioni del linguaggio. Limportanza dei partiti e
dei regimi partitici sar particolarmente messa in evidenza, ma attribuendo anche una rilevanza epocale allevento Sessantotto nei
rapporti tra il linguaggio, il sociale e la politica.
Il capitolo si concluder con una terza parte (c) nella quale verranno esaminati i problemi di metodo che si pongono con lapertura
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delle scienze sociali verso il linguaggio naturale.

a1 Il linguaggio come strumento
In generale si pu dire che le scienze sociali hanno reagito alle nuove questioni poste dalla svolta linguistica rettificando ad hoc
risposte gi date: date cio quando il linguaggio nelle scienze sociali era semplicemente usato come uno strumento, senza metterlo in
discussione. Cos, il modo pi semplice di affrontare la svolta linguistica consistito nello studiare gli effetti del linguaggio sul
sociale, senza rimettere in discussione i modi gi acquisiti di conoscere il sociale.

a1.1 Anche Stalin sulla linguistica
Quanto mai paradigmatico ci che avviene a questo proposito, nellambito delle scuole di pensiero classiste, fondate cio
sullidea secondo cui il destino di ogni societ deciso dalla lotta di classe. Lo stesso leader del comunismo mondiale, Stalin, che
certo genio scientifico non era, nel 1950, in piena Guerra Fredda si sente di dire la sua a proposito delle nuove questioni del
linguaggio. Cos arriva a redigere un testo a diffusione universale, Marxismo e questioni linguistiche, in cui, pur riaffermando i
principi del materialismo storico e dialettico, si cura di metterli a confronto con le questioni poste dalle ricerche dei linguisti
sovietici. Le necessit storiche oggettive della lotta di classe e del suo esito comunista si trovano cos ad accompagnarsi, senza
sovrapporvisi, alle necessit storiche dello sviluppo delle lingue. Il linguaggio dunque come strumento rispondente a necessit
sociali diverse, ma non escludenti quelle della lotta di classe.

a1.2 Linterazionismo simbolico
Sia pur in tuttaltra temperie e con ben altre conseguenze, anche il funzionalismo e lo struttural-funzionalismo darea anglosassone
propendono per soluzioni meno diverse di quanto si pu credere. Il linguaggio viene infatti da essi considerato per lo pi alla
stregua di altre funzioni sociali: come esse, rispondente alle necessit oggettive e naturali di ciascun individuo. Per studiare gli
effetti del linguaggio sulla societ anche in questottica non occorre ripensare la stessa societ e il modo di farvi ricerca, basta
estendere e precisare le idee disponibili: quelle formulate prima che limportanza della questione del linguaggio si imponesse. Lo si
trova confermato anche nelle enciclopedie
[99]
che ad un certo punto, nel corso del secolo passato, tra le scienze sociali ci si
accorti che a far la differenza tra natura e cultura appunto il linguaggio. Ci vuol dire, da un punto di vista evoluzionista e
funzionalista, che la societ altro non che una seconda natura, diversa dalla prima, quella naturale, solo perch coltivata:
coltivazione di cui il linguaggio strumento. Insomma lumanit resterebbe essenzialmente eguale a se stessa, sia in natura che in
cultura, salvo il fatto che nella seconda userebbe strumenti di cui nella prima non sarebbe dotato. Cosicch ogni spiegazione, tanto
della societ quanto del linguaggio, sarebbe sempre da cercarsi tra i bisogni e le necessit naturali dellumano.
Il fatto che tra le scienze sociali darea anglosassone la questione del linguaggio si impone precocemente, senza riferimenti a
ricerche propriamente linguistiche, ma sotto linfluenza del pragmatismo filosofico di John Dewey, nonch della psicologia
evoluzionistica e fisiologica di Max W. Wundt. Questi, luno nordamericano, laltro tedesco, sono infatti due riferimenti decisivi per
lopera, Mente, s e societ, che esce postuma nel 1934
[100]
, raccolta delle lezioni tenute fin dai primi del secolo presso
luniversit di Chicago da George H. Mead, la cui impostazione della questione del linguaggio far scuola per ogni versione del
funzionalismo, fino praticamente ai nostri giorni. Nel 1937 Herbert Blumer, trattando di questa impostazione, le attribu unetichetta
che ha avuto grande fortuna: interazionismo simbolico. Esso, secondo la versione di questo autore si fonda in ultima analisi su
tre semplici premesse. La prima () quella secondo cui gli esseri umani agiscono nei confronti delle cose (oggetti fisici, altri
esseri umani, istituzioni o idee guida come la libert) sulla base dei significati che tali cose hanno per loro (). La seconda
premessa che il significato di tali cose derivato dallinterazione sociale che il singolo ha con i suoi simili o sorge da essa. La
terza premessa che questi significati sono elaborati e trasformati in un processo interpretativo messo in atto da una persona
nellaffrontare le cose in cui si imbatte
[101]
. Per quel che qui interessa, una delle novit maggiori dellinterazionismo simbolico
sta nel suo attribuire al linguaggio la capacit di creare la realt sociale. Il che parrebbe una vera e propria anticipazione della
svolta linguistica. Ma non esattamente cos. Infatti, in Mead laffermazione della creativit del linguaggio non si fonda su
unanalisi dello stesso linguaggio, n ad esso viene assegnato un rilievo problematico a s stante. Quel che interessa sono solo i suoi
effetti utili a confermare e arricchire una visione del sociale fisio-psicologica e pragmatica. Una visione cio per la quale ogni
possibilit di pensiero e dazione soggettiva conta solo se oggettivamente necessaria, funzionale a qualche finalit gi data e
conosciuta, quantomeno per il ricercatore. Al centro dellattenzione non sono gli effetti del linguaggio sul sociale, ma il linguaggio
pensato come strumento che rende le interazioni tra individui necessarie allo stesso modo di quelle naturali. Il punto di partenza di
tutto il ragionamento quanto mai biologistico, naturalistico: gli esseri umani sono considerati sullo stesso piano di qualsiasi altro
organismo. Lorigine del linguaggio ricondotta alle reazioni che ha un qualsiasi organismo, animale o umano poco conta, nei
confronti di qualsiasi altro. a questa reazione che viene attribuita la capacit di dar significato ai gesti: cos come la fuga di un
animale rispetto ad un altro implica che il primo d il significato di minaccia al secondo. Il linguaggio non sarebbe allora che un
insieme di significati resi necessari dallinterazione di ogni individuo con degli altri. Uninterazione che nel caso degli individui
pensanti pu anche essere indiretta, determinata dalle necessit psicologiche, e non solo semplicemente fisiologiche, in relazione
con gli altri. qui che diviene decisiva la categoria dei simboli. Essi sarebbero i significati del linguaggio utilizzati nellinterazione
di ogni individuo cosciente nei confronti degli altri. La societ stessa allora non sar che la realt creata dai simboli condivisi, dal
senso comune che lega necessariamente come un organismo naturale tutti gli individui che lo compongono.
Come giustamente osserva Izzo
[102]
, anche se in un senso del tutto divergente dal mio, possiamo qui riconoscere il tema del senso
comune, gi fondamentale per Max Weber, del resto quasi contemporaneo di G. H. Mead, ma anche per il successivo Parsons. In
effetti, questo tema obbligatorio ogni che volta che, diversamente dalle nostre ipotesi, si parte dalle questioni delle possibilit
soggettive solo per arrivare a stabilire quali sono le loro necessit oggettive; detto altrimenti, quando il soggettivo non interessa
che come assoggettamento alloggettivo. Di questo tipo di dialettica tra soggettivo e oggettivo, gi rintracciabile nelle origini
ottocentesche del classismo, dellevoluzionismo, come dello stesso funzionalismo, l interazionismo simbolico offre solo una
versione aggiornata. Una versione, che, come si appena visto, anticipa, gi negli anni Trenta, dei temi che nel giro di un ventennio
saranno propri della svolta linguistica, ma che, proprio perci, rester sempre in esteriorit alle questioni pi profonde aperte da
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questultima.

a1.3 Letnometodologia
Negli anni Sessanta, non mancano comunque diversi interessanti tentativi di un maggiore approfondimento in questo senso. Uno dei
pi importanti rappresentato dal programma di ricerche microsociologiche proposte da Harold Garfinkel sotto il nome dell
etnometodologia
[103]
. Pur mantenendosi in fondo fedele alle premesse dell interazionismo simbolico e delletnologia
anglosassone, egli lo porta alle estreme conseguenze nel sostenere e nel comprovare con ricerche sul campo la capacit del
linguaggio di creare realt sociale. Egli contesta infatti che tale realt possa essere ricondotta ai simboli del senso comune, e quindi
spiegata in base a necessit psicologiche, fisiologiche e macrostrutturali. Tesi centrale , detta in termini semplificati, che la realt
delle situazioni sociali organizzate quella di cui rende conto chi agisce in tale situazione
[104]
. Ogni situazione pensata come
frame, cio come cornice simbolica, di cui alcuni simboli hanno capacit indicali cio di essere indici di realt. Lanalisi di tali
indici pu avvenire solo laddove si realizzano pratiche di organizzazione - come ad esempio le procedure diagnostiche e
terapeutiche di ospedali psichiatrici alle quali sono state dedicate pioneristiche ricerche etnometodologiche. Luso corrente del
linguaggio, dove e come esso effettivamente utilizzato, diviene cos fonte privilegiata della conoscenza sociale. Cos pare ci si
orienti decisamente verso la ricerca degli effetti del linguaggio sul sociale. Ma non esattamente cos. Garfinkel, restando fedele
alla problematica della vita quotidiana, da essa che trae i suoi indici. Letnometodologia non sfugge infatti al difetto gi
riscontrato nelletnologia in genere e che consiste nel non distinguere tra i casi di studio di indubbio interesse, come appunto quelli
degli ospedali psichiatrici, e quelli decisamente frivoli rappresentati dalle pi banali conversazioni domestiche. Nel rivelarne i
paradossi impliciti, nel portare fino alle estreme conseguenze le loro inavvertite assurdit, Garfinkel e i suoi allievi erano convinti
di potere scoprire qualcosa di molto importante: che, una volta rivelata la loro insensatezza, i modi di dire del senso comune
rivelano degli indici reali delle situazioni sociali in cui sono utilizzati. Ma una tale convinzione in fondo riposa su un assunto
dellinterazionismo simbolico per nulla innovativo: quello secondo cui luso dei simboli risponda sempre a delle ben precise
necessit, pi che mai oggettive, quelle appunto della vita quotidiana.
Resta comunque interessante lidea di Garfinkel secondo cui la realt sociale conoscibile solo tramite indici, indici da trovare e
analizzare nel linguaggio. Per svilupparla al meglio, per trarre le sue conseguenze oltre la svolta linguistica, occorre rinunciare alla
convinzione oramai superata che al fondo della realt sociale ci sia un serbatoio di necessit naturali alle quali sono facilmente
riconducibili gli indici del linguaggio. Una rinuncia questa cui si deve accompagnare la sfida a pensare la realt sociale come posta
gioco e arena di diverse possibilit create nel linguaggio e indicate da esso. Come la ricerca pu procedere in questo senso lo si
vedr in seguito.

a2 Il linguaggio strutturante

Nellambito delle scienze sociali, al quale indiscutibilmente appartiene, la linguistica occupa tuttavia un posto eccezionale:
non una scienza sociale come le altre, ma quella che di gran lunga ha compiuto i maggiori progressi
[105]
.
E ancora: quando un evento di tale importanza ha luogo in una scienza delluomo i rappresentanti delle discipline limitrofe
non solo possono, ma debbono verificarne subito le conseguenze e la possibile applicazione a fatti daltro ordine
[106]
.
Queste le idee del padre dellantropologia strutturale. Si tratta di Claude Lvi-Strauss, che tra i suoi maestri annovera anche Franz
Boas, e che come questi stato uno straordinario ricercatore sul campo
[107]
. Essenziale per la sua impostazione problematica il
libro del 1958 da cui sono tratti i passi ora citati, dove sono anche riportati alcuni risultati dei seminari condotti a New York da
questo stesso antropologo assieme a Roman Jakobson, gi fondatore nel 1926 del famoso Circolo linguistico di Praga.
Qui scienze sociali e scienza del linguaggio si confrontano direttamente. Strutturalismo significa anzitutto questo. E la Francia tra gli
anni Cinquanta e Settanta ne sar la patria, sia pur con infiniti e duraturi echi planetari. In psicanalisi, come gi accennato, si
dovranno a Jacques Lacan ricerche in questo stesso senso, che approderanno a ripensare la problematica dellinconscio e dei
malesseri mentali nel solco aperto da Freud, ma sviluppato ulteriormente nei termini di una inedita logica del significante.
Per quanto riguarda le ricerche pi propriamente dedicate al sociale, va notato come lorientamento strutturalista vada in direzione
assai diversa da quella dellinterazionismo simbolico. Se questultimo obbliga a pensare il linguaggio come strumento i cui effetti
sono in un rapporto pi o meno diretto con la natura e gli organismi che interagiscono tra loro, tuttaltra limpostazione di
Lvi-Strauss. Ed importante sottolineare questa distanza di metodo proprio perch grandi antropologi contemporanei come Edmund
Leach
[108]
e Clifford Geertz
[109]
la superano senza dar conto di quanto in essa ci sia ancora da imparare.
Punto distintivo di un approccio strutturalista come quello di Lvi-Stauss lo studiare gli effetti sociali del linguaggio, prescindendo
da qualsiasi particolare situazione di interazione, per analizzarli al di l del tempo e dello spazio, o meglio in modo tale da
abbracciare sequenze temporali e zone geografiche dalle estensioni pressoch incommensurabili. Esemplare, da questo punto di
vista, come vedremo tra poco, lo studio di quelle singolari configurazioni narrative del linguaggio che sono i miti, specie quelli
tanto potenti, come lEdipo, da attraversare pi epoche e pi continenti lasciando una loro impronta in infiniti rapporti sociali. Ma
per fare ci lo studio del linguaggio deve esaminare anzitutto i significanti e il loro latente concatenarsi prima ancora di diventare
significati espliciti, fruibili come strumenti di comunicazione. La struttura che lo strutturalismo rivendica allude proprio ai contenuti
impliciti che il linguaggio cela condizionando il sociale sempre di pi e altrimenti rispetto a quanto risulta nellinterazione nonch
nella comunicazione. La grande novit degli approcci che sono riconducibili allo strutturalismo francese quindi consistita nel
fare un passo indietro rispetto al considerare il linguaggio anzitutto per i significati che esso assume in rapporto al sociale. La svolta
linguistica qui acquista il senso pi profondo di uno scendere nei recessi significanti del linguaggio per trovare i suoi
condizionamenti di lunga durata su vaste molteplicit di realt sociali.

a2.1 LEdipo
Quanto mai esemplare da questo punto di vista come Lvi-Strauss fa procedere la sua analisi del mito di Edipo. Al centro
dellattenzione non una qualche sua versione particolare, storicamente situabile, ma le parole, la frasi, i frammenti narrativi che lo
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evocano e che sono rintracciabili nella pi ampia gamma delle sue interpretazioni censibili, dallantichit addirittura fino ai giorni
nostri. La nostra proposta -dice chiaramente Lvi-Strauss- () definire ogni mito in base allinsieme di tutte le sue versioni.
Tant che, per studiare quello di Edipo, egli tiene conto dei pi svariati riferimenti: dalla versione originaria, dovuta alla tragedia
di Sofocle allinterpretazione da cui Freud ha ricavato uno dei concetti centrali della sua teoria dellinconscio
[110]
. La struttura
dunque come struttura di ci che nel linguaggio ritorna, si ripete, si d come concatenarsi ripetitivo di significanti. Cos risulta che
allinterno delle complesse e controverse versioni che sono state offerte del racconto del personaggio Edipo individuabile un va e
vieni del senso, unambiguit fondamentale dei significati. Unambiguit che si pu riassumere nella domanda :il medesimo nasce
dal medesimo o da altro?
[111]
. Un interrogativo che rivela al fondo la difficolt di capire come uno possa nascere da due: come
avviene che non abbiamo un solo genitore, ma una madre pi un padre
[112]
. La complessa argomentazione con cui Lvi-Strauss
giunge a questa conclusione ha due passaggi decisivi. Da un lato, egli ricorda la credenza diffusa nella Grecia del tempo di Sofocle
nellautoctonia delluomo, nel fatto cio che la sua origine venisse da madre Terra. Dallaltro, egli nota che il nome Edipo, come
quello di suo padre e di suo nonno, evocano tutti un rapporto irrisolto con la terra, ovvero una difficolt a reggersi in piedi (Edipo =
piede gonfio; Laio, suo padre = sbilenco; Labdaco, suo nonno = zoppo). Dal che si ricava che tutte le peripezie di questi personaggi,
tra cui stermini, amori, uccisioni di mostri, enigmi, autoaccecamento, nonch, e non da ultimo, lincesto, ruotano attorno al dilemma
sulle possibilit o meno dei soggetti umani di separarsi, di differenziarsi dalle necessit imposte dal destino naturale. Detto
altrimenti, Edipo come emblema del fatto che la differenza tra lumano e il bestiale non mai decisa una volta per tutte.
Dal che sono da trarre almeno quattro considerazioni decisive per le nostre stesse ipotesi di ricerca etnografica.
In primo luogo, che occorre riconoscere che nei pressi del suono delle parole, degli enunciati, dei frammenti dei discorsi c
sempre una riserva significante, delle possibilit a significare, le quali si ripetono, ritornano, indipendentemente dal significato loro
attribuito da qualsiasi discorso, narrazione o interazione comunicativa, per quanto siano ben formate, corrette, convincenti,
convenzionalmente accettate: insomma, occorre assumere fino in fondo lidea che le parole spesso contano pi dei discorsi, lo si
voglia o no.
In secondo luogo, ammettere lesistenza nel sociale di strutture significanti ripetitive, le quali comunque non si piegano facilmente
ad ogni loro uso discorsivo, narrativo o comunicativo, non equivale affatto al sostenere che tali strutture facciano ostacolo alle
decisioni soggettive, ad un uso singolare del linguaggio; tutto al contrario, la lezione di Lvi-Strauss appena citata dimostra proprio
lambiguit costitutiva di ogni struttura significante, la sua sempre costante apertura polisemica a diverse interpretazioni. Come dire,
con una battuta: se tutti abbiamo a che fare con l Edipo, ognuno ce lha a suo modo.
In terzo luogo, soppesiamo una differenza cruciale tra lapproccio strutturalista e lapproccio funzionalista alla questione degli effetti
sociali del linguaggio. Questultimo approccio, come si accennato, ammette certo che il linguaggio pu creare una realt sociale,
ma questa stessa viene concepita come una variante della realt oggettiva, esistente indipendentemente dal linguaggio stesso. Ad
esempio letnologia allamericana sostiene s che le pratiche sociali pi ordinarie producano la realt della vita quotidiana in cui
svolgono, ma ci ha senso solo se si suppone che la realt sociale, indipendentemente da quel che se ne dice, sia oggettivamente la
realt della vita quotidiana. Sono quindi le necessit di questa vita a verificare ci che il linguaggio realizza; ovvero la sua
funzionalit; ovvero il suo essere strumento adeguato a scopi reali. Insomma, il fine oggettivo (la vita quotidiana) che giustifica il
mezzo soggettivo (il linguaggio). Lo strutturalismo dispone la questione in tuttaltro modo. Esso postula che esiste una potenzialit
del linguaggio, come ad esempio quella evocata dal mito di Edipo, che persiste, che si ripete, indipendentemente dagli usi che se ne
fanno. Soggetti e fini qui sono esclusi. Concepire i processi storici e sociali senza soggetto n fine(i) esattamente una prescrizione
di Althusser
[113]
, il quale deve la sua grandezza proprio allavere tentato di combinare marxismo e strutturalismo. Si tratta dunque
di un oggettivismo estremo, ma tutto incentrato sul linguaggio. Un linguaggio concepito s come necessit inaggirabile, ma dal senso
costituzionalmente ambiguo, polisemico, mai univoco, sempre da decidere in ogni situazione concreta.
proprio qui che lo strutturalismo raggiunge i suoi limiti. Ci per cui lo strutturalismo stato criticato, anche per vie interne
[114]
,
fino ad esaurirne le capacit propositive, stato proprio il fatto di non confrontarsi mai con le possibili realizzazioni concrete,
soggettive, delle potenzialit del linguaggio. Non forse solo per caso che la Parigi, gi culla dello strutturalismo, lo sia anche stata
di un Sessantotto particolarmente intenso, il fatidico e infuocato Maggio. In ogni caso, tutto lo scatenamento di energie soggettive
innescate da questo evento ha come fatto esplodere lo stesso strutturalismo. Dopo di che venuta la gran fama a livello dopinione,
ma anche scarse innovazioni a livello di ricerca
[115]
. Leredit lasciata per persiste tuttoggi. E sta nella rottura con ogni
dialettica tra oggettivit e soggettivit, nellavere aperto una prospettiva per la quale non c oggettivit sociale, prima, dopo o
comunque fuori del linguaggio.
Il che vuol dire, tanto per riprendere un esempio gi evocato, che oggi la realt della fame nel mondo non dipende da necessit
naturali, quali le carenze globali di cibo o limpossibilit materiale di fornire mezzi per sviluppare le economie arretrate, ma da quel
che detto di questo fenomeno: basterebbe infatti che i paesi ricchi proclamassero misure pertinenti perch il problema fosse
risolto; e con quali misure potrebbero esserlo sempre questione da discutere, quali che siano gli interessi difesi. A questo
proposito lo strutturalismo insegna a non supporre alcuna evidenza di tali interessi e a fare attenzione a quale linguaggio, a quali
parole sono presentate a loro difesa. E questo nella convinzione che non si possano distinguere i buoni e i cattivi interessi, se non a
partire da quel che si dice in loro nome. Se, ad ulteriore esempio, linteresse che si dice di difendere quello dellintera umanit,
non si pu non tenere conto di tutte le critiche che gli strutturalisti hanno rivolto allequivocit naturalistica di ogni terminologia
umanistica
[116]
.

a2.2 Lequivocit del Tempo
Altra questione cruciale aperta nelle scienze sociali dallapproccio strutturalista riguarda la categoria del tempo. Una delle critiche
pi insistenti che stata rivolta a questo approccio gli ha imputato di negare la storia
[117]
, e con essa il principio stesso
dellevoluzione e quindi ogni distinzione tra progresso e regresso. In effetti, la struttura per lo strutturalismo analizzabile facendo il
pi possibile astrazione da ogni variazione dei rapporti tra linguaggio e societ, e concentrandosi invece su ci che comunque si
ripete, che ritorna. Del resto, come si appena visto, anche a proposito dellEdipo la domanda che Lvi-Strauss finiva per porsi non
era forse se il Medesimo nasce da s o da Altro? Ebbene, lo strutturalismo non solo chiude con ogni storicismo, ma addirittura
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rimette radicalmente in discussione la categoria stessa del tempo. E lo fa a suo modo, attraverso lanalisi del mito. Mi riferisco a
due saggi del 1953 di Edmund Leach
[118]
. Anche qui il punto di partenza la constatazione di unambiguit essenziale: quella
intrinseca alla categoria del tempo. Con essa infatti viene designata la ripetitivit dellalternarsi del giorno e della notte o del tic-tac
del pendolo; ma viene anche designata lirreversibilit, ovvero il fatto che ad esempio tutti invecchiamo e siamo destinati a morire.
La ripetitivit risulta quando ogni tic-tac viene comparato agli altri tic-tac che precedono o seguono; lirreversibilit risulta invece
quando, concentrandosi su un singolo tic-tac, ci si rende conto che esso pu scandire il tempo solo perch ha un inizio e una fine
entrambi irreversibili.
Ora, la tesi di Leach che il mito di Kronos contiene gi questa duplice dimensione e che proprio qui sta la ragione, altrimenti poco
comprensibile, per la quale questa divinit, fin dagli albori della cultura occidentale, abbia rappresentato il mito del tempo.
Il simbolo chiave la falce con cui questa antica divinit greca appare sempre raffigurata. Il suo movimento oscillante (il quale tra
laltro ricorda ai moderni quello del pendolo) evoca esplicitamente il gesto della mietitura che si ripete ogni anno nella stagione del
raccolto. Ma evoca anche un taglio quantaltro mai irreversibile e creatore. Quello con cui Kronos castra il padre Urano, il Cielo: il
sangue cos sparso cade infatti nel mare fecondandolo e facendo nascere Afrodite, dea della fecondit universale. Solo allora
possono generarsi altre divinit ed in seguito anche gli uomini, fino a quel momento inesistenti. Il fatto che i genitori di Kronos non
sono i due elementi primordiali, G, la terra, e Urano, il Cielo. Tra loro copulavano, ma Urano ricacciava tutti i figli nel ventre di
G, finch essa, oberata di tanti feti, dota lultimo della falce con cui dare la terribile lezione al padre e liberare le sorelle e i fratelli
gi concepiti.
Crescendo Kronos, la storia si ripete, per poi subire una nuova repentina interruzione. Egli si accoppia con una sorella, ma divora i
figli, finch la stessa sorella, ingannandolo, gli fa ingoiare una pietra al posto di Zeus, ultimo nato, il quale pu cos divenire adulto.
Nel frattempo, il pesante boccone fa vomitare Kronos, che rigetta cos anche gli altri fratelli e sorelle di Zeus; questi allora coglie
loccasione per uccidere il padre.
La terza parte del mito, sempre come ce la presenta Leach, costituisce una specie di apoteosi di tutta la vicenda, in cui ripetizione e
irreversibilit si combinano, dando luogo ad una inversione generale del movimento. Il tema principale il contrasto tra le due
epoche, quella dominata da Kronos e quella dominata da Zeus. Nella prima regna labbondanza e la felicit: i campi danno i raccolti
senza essere coltivati, ogni sorta di conflitti assente e tra i mortali, che nascono dalla terra come piante, ci sono solo maschi. Nella
seconda, invece, le cose vanno in un modo che ci pi familiare: le donne esistono, i conflitti pure (le due cose nel mito sono
connesse), e i campi devono essere coltivati. Ma il punto pi interessante qui la profezia di un ritorno del regno Kronos, nel
frattempo relegato nei Campi Elisi, paese dei morti felici. Con tale ritorno tutto si ripete al contrario: gli uomini, invece di
invecchiare, ringiovaniscono, i morti rinascono dalle loro tombe e le donne (non servendo pi!) cominciano ad estinguersi.
Tutto il mito quindi contempla, oltre al prologo sulla coppia sterile formata da Cielo e Terra, tre fasi (quella di Kronos, quella di
Zeus e infine quella del ritorno di Kronos) con due interruzioni, di cui lultima porta alla ripetizione della prima fase, ma in senso
invertito. Il Tempo dunque come divinit dellinterruzione e del ritorno, dellirreversibile e del ripetitivo.
Mito degli antichi greci, questo, ma ancora nostro mito, che ritorna ancora oggi quando si parla del tempo, se vero che con questa
parola ci riferiamo sempre a due dimensioni irriducibili, quella della ripetizione e dellinterruzione irreversibile, senza distinguerle,
ed anzi alludendo alla loro coincidenza. Leach si dice convinto che questa confusione viene dalla paura dellirreversibilit, che in
fondo paura della morte. Ed proprio per lenire questa paura che, a suo avviso, le religioni introducono un terzo termine, oltre a
quelli che designano o la ripetizione o lirreversibilit: nel caso degli antichi greci, come si visto, il Tempo personificato nella
figura di Kronos. Figura, questa, che rivela tutta la sua oscurante soperchieria. Fa sempre notare Leach: anche in termini sessisti, il
suo mito ha infatti tratti inequivocabilmente maschilisti.
Non pi storia, n tempo, n dialettica tra il ripetersi necessario e il possibile irreversibile: questa, in sintesi, la prospettiva qui
aperta allo studio degli effetti sociali del linguaggio.
Secondo le nostre ipotesi, ci significa che le necessit sociali non esauriscono il campo di ricerche sulla realt sociale: che il
ripetersi sincronico e diacronico di queste necessit comunque soggetto a interruzioni. Se esse vanno dunque studiate a partire da
ci che se ne dice e se ne pu dire, c anche un altro dire che va interpellato e pu essere rintracciato solo oltre linterruzione del
necessario: laddove si trovano i soggetti sociali che non possono decidere delle necessit del resto della societ.



a3 Il linguaggio come risorsa

Pensare il linguaggio come una risorsa diverso dal pensarlo sia come uno strumento, sia come una struttura. Ora considero infatti
una terza possibilit nellaffrontare la svolta linguistica rispetto alle due appena esposte.
Quando si parla di una risorsa, si parla in effetti di una materia prima, non per analizzarla anzitutto nella sua struttura interna e
neanche in funzione di un suo uso, ma per considerarne le potenzialit, la molteplicit dei suoi usi possibili. Considerare il
linguaggio come risorsa significa in effetti considerarne la molteplicit degli usi possibili. Da questo punto di vista, sostenere che il
sociale costituito anzitutto in termini linguistici significa sostenere che la sua realt costituita anzitutto dalle molteplici possibilit
reali che si presentano nel linguaggio. Ed esattamente questo il terreno di ricerca assunto dalle nostre ipotesi. Qui infatti ci si
spinge oltre la svolta linguistica delle scienze sociali, laddove queste si liberano da ogni vincolo naturalistico. Quel vincolo che
ancora restava in modo quanto mai coercitivo nellapproccio funzionalistico, strumentale, del linguaggio e che ancora si faceva
sentire pure nellapproccio strutturalista.
Per vedere il tutto in altra ottica, ripensiamo alla tradizionale distinzione dispirazione evoluzionistica tra natura e cultura: tra di
esse, si dice, sta il linguaggio che, facendo da interfaccia, che, mediando, tra la prima e la seconda, d forma alla societ. Tutto sta
allora nel modo in cui si concepisce questa supposta mediazione, questo suo essere interfaccia del linguaggio rispetto a natura e
cultura.
Per il funzionalismo si tratta anzitutto di una mediazione passiva, di un filtro minimo. Si pu allora pensare che la natura agisca sulla
cultura e quindi sulla societ tramite il linguaggio. Questultimo non sarebbe insomma che lo strumento grazie al quale la natura
farebbe valere le sue necessit nella societ. Il linguaggio, detto altrimenti, non farebbe che tradurre le cause, gli impulsi, i bisogni
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naturali in cause, impulsi, bisogni sociali. La societ non sarebbe insomma che una seconda natura, causata, determinata, necessitata
come la prima: la prima natura che resterebbe la vera chiave di lettura della seconda. Un po come dire che gli uomini restano
sempre al fondo scimmie, anche se parlano e si organizzano soprattutto parlando, cio usando il linguaggio. Letologia e la
sociobiologia in effetti restano per lo pi tuttoggi ancorate a questa visione naturalistica del sociale che riduce al minimo lo spazio
problematico del linguaggio.
Per lo strutturalismo, invece, la mediazione, il filtro che opera il linguaggio tra natura e cultura attivo e massimale. Che il
linguaggio abbia una propria struttura vuol dire proprio che esso ri-presenta la natura a modo tutto suo, con simboli, immagini, miti
che hanno anzitutto cause, necessit, determinazioni, condizionamenti reciproci, tutti loro. In questa ottica, la riscoperta del rapporto
tra il linguaggio e la natura quanto mai difficile, dubbia e problematica. Preliminare a tale riscoperta lanalisi minuziosa, quanto
mai dettagliata, delle strutture linguistiche. Si ricorder il pi sopra riportato studio di Lvi-Strauss sul mito di Edipo. Le sue
conclusioni non portano affatto a scoprire qualche causa naturale. Laddove un funzionalista molto probabilmente non esiterebbe a
concludere che tale mito ha la funzione di vietare lincesto e dunque di arricchire il sangue della specie umana, lo strutturalista
francese scopriva invece il dubbio sul mistero tutto intellettuale e in fondo linguistico di come uno possa nascere da due. Sarebbe
troppo comunque non riconoscere il permanere di qualche presupposto naturalistico anche nello strutturalismo, o quanto meno in
quello di Lvi-Strauss. E questo permanere per me riconoscibile soprattutto nel fatto che il linguaggio visto come struttura finisce
per essere coercitivo, vincolante, oggettivamente necessitante, infinitamente ripetitivo, esattamente come la natura. In effetti, come a
suo modo ha dimostrato lontologia di Alain Badiou
[119]
, per naturale solitamente si intende tutto ci le cui possibilit devono
dimostrarsi necessarie, tutto ci in cui non c novit se non come variazione di una ricorrenza, tutto ci per cui non c soggetto che
non sia interamente condizionato da una oggettivit. Da questo punto di vista si pu dire che la struttura del linguaggio anche per lo
strutturalismo molto spesso concepita come una seconda natura, con termini e modi tutti suoi, ma che si presenta secondo una
logica naturale.
Ora si pu forse capire meglio quale portata innovativa possa avere il pensare il linguaggio come risorsa e dunque come
molteplicit di infinite possibilit sociali. Cos la distanza col naturale definitiva, tutto si gioca nel linguaggio, allinterno delle sue
possibilit di incidere sul reale. Come si diceva, ad esempio, oggi nel mondo nessuna popolazione muore pi di fame per cause
naturali, perch manchi il cibo o le capacit di distribuirlo in qualunque luogo, ma ci pu accadere solo perch nessuno che ne
avrebbe il potere giunge a prendere le risoluzioni, a dire le parole adeguate a contrastare simili catastrofi. Il che ovviamente non
esclude che dietro a tali impossibilit vi siano dei vincoli, delle necessit, ma sono sempre delle necessit, dei vincoli che si
decidono a livello del dire. Ad esempio, non c certo alcuna necessit naturale nel fatto che i paesi pi ricchi del mondo non
concedano poco pi o poco meno dello 0,3 % (gli Usa solo qualcosa di pi dello 0,1 %!) del loro Prodotto Interno Lordo in aiuti a
paesi poveri
[120]
. Quasi tutti sanno che solo aumentando di pochissimo queste cifre il destino di molti paesi poveri potrebbe
svoltare al meglio. Tuttavia, se ci non avviene, perch nessuno sa come convincere i governi dei paesi ricchi. In essi dunque c
un ostacolo, una necessit ben reale nelleludere le questioni degli aiuti. Leconomia politica ci pu spiegare fino a che punto tale
elusione sia giustificata per ragioni di mercato, concorrenziali, e fino a che punto sia invece solo frutto di scelte politiche ispirate a
pregiudizi o paure ingiustificate. Lo strutturalismo pu spiegare da quali miti, discorsi, immagini o simboli vengano simili paure e
pregiudizi, nonch come si sono riprodotti. Ma solo assumendo il linguaggio come risorsa che si pu pensare di prestare
seriamente attenzione ai pi direttamente interessati: a quegli stessi poveri che non hanno alcun potere nellottenere aiuti, n
sicuramente sanno come riuscirci, eppure si rendono possibile unesistenza che dallesterno, dal punto di vista delle popolazioni pi
ricche e potenti, sembra talmente impossibile da non essere neanche degna di alcuna attenzione, se non filantropica. Le loro parole,
il loro pensiero, se opportunamente interpellati, possono rivelare invece delle realt sociali altrimenti sconosciute. E conoscerle
tramite queste stesse parole e questo stesso pensiero pu avere anche un uso, una funzione pragmatica, politica, ad esempio,
precisando le richieste di aiuti.
In definitiva, studiare il linguaggio come risorsa significa studiare la realt sociale come un campo sul quale si affrontano, si
scontrano ed eventualmente si confrontano diverse possibilit soggettive identificabili a partire da quel che detto e pensato a
proposito di tale realt. Ad imporsi in modo evidente di solito sono gli enunciati di chi ha il potere di governo e che organizza un
consenso, una circolazione di opinioni favorevoli a questi stessi enunciati. Qui lanalisi deve allora valutare in che misura il sapere
disponibile su tale realt giustifica o meno le scelte dichiarate di chi governa e quindi anche il consenso creato attorno ad esse. Ma
occorre ammettere che in ogni realt sociale esistono anche le altre risorse del linguaggio: quelle costituite da chi non ha potere di
governo, n conoscenze disponibili, e che rende possibile quanto meno una parte di tale realt. Di solito, le popolazioni che non
hanno parte n nel potere, n nel sapere, sono chiamate popolazioni emarginate, proprio perch non decidono nulla rispetto al resto
della societ. Ma anche le loro parole e i loro modi di pensare possono essere considerati delle risorse e la loro marginalit trattata
come una zona di frontiera per nuove possibilit di tutto il sociale. Questo in effetti lobiettivo primo delle nostre ipotesi e delle
nostre ricerche. E per questo ci collochiamo sicuramente nella scia di chi considera che le scienze sociali debbano assumere il
linguaggio, non tanto e non solo come uno strumento, non tanto e non solo come una struttura, ma anzitutto come risorsa.

a3.1 Linguaggio e pensiero
Lespressione il linguaggio come risorsa lho trovata in Roy Turner
[121]
, che ha contribuito alla discussione della filosofia di
John Austin tra le scienze sociali. Ma prima di tutti, nella promozione di questo orientamento, da citare quella che stata chiamata
lipotesi Sapir-Whorf. di queste due questioni che ora tratter brevemente per meglio chiarire come le nostre ipotesi si situino
rispetto a questi antecedenti, per poi concludere con un richiamo a Clifford Geertz, da cui trae ispirazione lidea stessa di
unetnografia del pensiero.
Anzitutto, lipotesi Sapir-Whorf, questione quanto mai controversa nelle scienze sociali le quali le hanno appunto riservato il nome
singolare di ipotesi, come se mai fosse dimostrata o dimostrabile fino in fondo. anche in omaggio a questo singolare e
controverso riconoscimento che pure le nostre tengono a chiamarsi ipotesi.
Ma anche laccoppiamento di due nomi (Sapir e Whorf) gi abbastanza strano e risponde al fatto che il primo
[122]
, accademico
quanto mai riconosciuto al suo tempo si tratta degli anni Trenta e Quaranta negli Usa -, abbia fatto sue e sviluppate le ipotesi del
secondo, che potremmo dire accademico quasi solo per caso. Whorf infatti arriv alle scienze sociali dopo avere studiato da
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ingegnere di una compagnia di assicurazione le casistiche degli incendi, nonch per coltivare un amore quanto mai appassionato per
le lingue dei nativi messicani e del Nordamerica. Tant che egli arriva a riconoscere delle qualit scientifiche, oltre che estetiche e
defficacia, alle lingue algonchine, parlate da gente molto semplice, Indiani (dAmerica) dediti alla caccia e alla pesca e del tutto
sconosciute alle lingue e alle mentalit indoeuropee
[123]
.
Lesempio riportato a sostegno di questo apprezzamento riguarda possibilit dei nativi dAmeriche di usare una frase come il padre
disse al figlio di portargli il suo arco. Una frase, che impossibile per una lingua indoeuropea, dal momento che in questo suo
non si capisce se viene indicato il padre o il figlio, cosicch si costretti o in tediose ripetizioni o in altrettanto tediosi giri di
parole. La questione invece del tutto elegantemente e concisamente risolta nelle lingue ammirate da Whorf, dal momento che esse
contemplano lesistenza di due terze persone pronominali, cosicch nellesempio citato ci sono due modi diversi di dire suo a
seconda che si riferisca al padre o al figlio.
Dal che se ne deve concludere anche che, in un simile caso, un nativo dAmerica, potendo risparmiare le parole rispetto ad uno che
parla con una lingua indoeuropea, ragiona meglio e pi velocemente di questultimo? Se cos fosse, che dei selvaggi hanno
unintelligenza pi agile ed efficace dei civilizzati, non si dovrebbero forse rimettere in discussione tutti gli stessi principi
dellevoluzionismo?
per il fatto di non avere mai risolto tali dubbi che lipotesi Whorf legittimata da Sapir ha goduto fama di essere sovversiva e
provocatoria.
[124]
Il contenuto pi preciso di tale ipotesi sta in ogni caso nel sostenere che il pensiero dipende dalle categorie elaborate dal
linguaggio. Dal che Siamo () indotti a un nuovo principio di relativit, secondo cui differenti osservatori non sono condotti
dagli stessi fatti fisici alla stessa immagine delluniverso, a meno che i loro retroterra linguistici non siano simili
[125]
. Per
capire il senso di questo nuovo principio di relativit, che si richiama evidentemente a quello gi fatto valere da Einstein in fisica,
opportuno precisare rispetto a quale principio assoluto prenda le distanze. Ebbene si tratta proprio della pretesa di qualsiasi
linguaggio di valere in assoluto, a priori, tanto per la natura tutta quanto per la molteplicit dei linguaggi
[126]
. Contestare questa
pretesa universalistica tradizionale non significa per escludere che tra i diversi linguaggi e i modi di pensare da essi condizionati
ci possano essere dei nuovi incontri. Anzi, proprio a questo che le ricerche di Whorf si sono dedicate. Il limite di relativit che
esse pongono di non supporre che tutto sia sempre pensabile in unico modo e quindi con unico linguaggio. Tutto il nuovo problema
sta dunque nel trovare come, con quali approcci, su quali terreni problematici, far incontrare linguaggi e modi di pensare diversi,
tenendo conto del fatto che ci si trova sempre allinterno di un pensiero e di un linguaggio, in rapporto ad altri pensieri e
linguaggi
[127]
.
Cos intesa, questa ipotesi non che unanticipazione quanto mai radicale di quella che ho chiamato la svolta linguistica. In effetti, se
si postula il contrario dellipotesi suddetta
[128]
, cio che il linguaggio a dipendere dal pensiero, significa che si continua a trattare
il linguaggio come uno strumento; che si continua cio a ridurlo entro i limiti dellimpostazione evoluzionistica, la quale, come si
visto, considera minimo il filtro che il linguaggio pone tra natura e cultura; per cui sempre alla prima che andranno ricondotte le
necessit pi profonde della seconda e quindi anche di ogni forma di pensiero e di qualsiasi societ.
Tuttaltre sono invece le conseguenze che si possono trarre dallipotesi secondo cui dal linguaggio che dipende ogni pensiero. Una
di queste conseguenze , ad esempio, che quando un ricercatore sociale intende studiare una popolazione deve partire dal linguaggio
di questa stessa popolazione, senza anteporre pregiudizi sulle sue capacit a pensare, ma supponendo solo che ogni parlare implica
sempre un pensare. Si pone quindi il problema di come sia possibile un incontro scientificamente proficuo tra il ricercatore e la
popolazione da lui interpellata. Whorf da linguista lo cercava anzitutto sul piano della grammatica. Per chi cerca di conoscere la
realt sociale le cose devono quindi andare altrimenti. Se il ricercatore resta fedele allassunto che il pensiero dipende dal
linguaggio, egli deve misurarsi con la difficolt di fare una ricerca a partire da un altro linguaggio che non il suo. La soluzione pi
adottata allora quella dellinterpretazione ai fini della traduzione: della traduzione del linguaggio della popolazione studiata in
quello del ricercatore che la studia. Questa comunque la soluzione anti-anti-relativistica proposta e praticata dallantropologia
detta appunto interpretativa di Clifford Geertz
[129]
.
Ma qui pu insorgere unobiezione. Il linguaggio che viene tradotto si pu dire infatti che venga ridotto ad un linguaggio oggetto da
parte del linguaggio in cui viene tradotto e che in logica, quella Tarski
[130]
, ma anche in teoria linguistica, quella di Louis
Hjelmslev
[131]
, viene detto metalinguaggio. Dal che insorgono tutti i legittimi dubbi su quanto di un linguaggio ridotto ad oggetto
possa restare nel metalinguaggio in cui tradotto. Geertz nel saggio in cui postula possibilit di unetnografia del pensiero
[132]
coglie perfettamente il problema. E ne cerca una soluzione nel pensiero stesso, nonch nelle ricerche novecentesche di un suo nucleo
fondamentale originario (la psicanalisi inaugurata da Freud e la grammatica generativa di Chomsky sono portati ad esempio).
dunque da questa facolt essenziale del pensare che dipenderebbe la possibilit di incontro, di interpretazione e di traduzione tra
linguaggi diversi, proprio come avviene quando, anche tra gli individui pi diversi, ci si riesce comunque ad intendere. Il paragone
chiaramente ironico con cui Geertz pone diverse comunit scientifiche sullo stesso piano di villaggi tribali ha proprio questo senso:
di ridimensionare il linguaggio da esperti delle scienze sociali, la loro presunta superiorit metalinguistica banalizzandola e
abbassandola allo stesso livello di dialetti e convenzioni tradizionali.
Resta che in tal modo si rischia di ritornare a quella tradizionale idea dellanteriorit del pensiero rispetto al linguaggio che viene
superata dallipotesi Sapir-Whorf, se assunta nelle sue conseguenze pi radicali. In effetti, ricondurre, come fa Geertz, la questione
dellincontro tra diversit di linguaggio e di pensiero a questione di traduzione e interpretazione, pi che apportare chiarimenti, non
fa che aprire altre questioni, dordine filosofico ed ermeneutico, come il libero arbitrio e limpossibilit dellindividuo devitare
lerrore
[133]
. La domanda dove il ricercatore sociale possa trovare le risorse per pensare un pensiero diverso dal suo e per
parlare di un linguaggio diverso dal suo necessita di risposte pi operative. E in ci che dice Whorf, per quanto in modo ellittico
ed allusivo, c di che trovarne. Si rifletta ad esempio sulla sua sentenza secondo cui la parola quanto di meglio luomo sappia
fare
[134]
. La parola qui chiaramente intesa come vera potenza del linguaggio. Tutto sta allora nel decidere a quale aspetto del
linguaggio si d la priorit: se alla potenza significante delle parole o invece alle regole discorsive che esistono tra i significati
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delle parole. Solo in questultimo caso le questioni di interpretazione come traduzione diventano cruciali, perch solo in questo caso
per indagare la realt sociale di una popolazione bisogna anzitutto tradurne il linguaggio nel metalinguaggio di chi fa lindagine.
Nellaltro caso, in cui tutto affidato alla potenza delle parole e delle loro concatenazioni significanti, non vi alcuna differenza
insormontabile tra il linguaggio di chi fa lindagine e quello di chi interpellato dallindagine.
Qui pu valere a chiarimento una categoria proposta dallAntropologia del Nome, di Sylvain Lazarus: quella di molteplicit
omogenea. Il linguaggio dunque come molteplicit differenziata, infinitamente differenziata, ma fondamentalmente omogenea:
originata e attivata dalla stessa risorsa, quella delle parole, della capacit significante delle parole. Quanto possa essere potente
questa capacit lo si pu cogliere pensando allesempio della poesia: pi precisamente, al caso in cui una poesia cos intensa che
non perde il proprio contenuto artistico, pur passando tra lingue diverse. Ci evidentemente pu avvenire solo a condizione che il
traduttore sappia intercettare lispirazione del poeta, se ne faccia trasportare e si prenda le sue responsabilit nel renderla anche
forzando, eventualmente, i rapporti tra i significati letterali delle parole. E non si tratta di un esempio del tutto a caso. In effetti, ai
fini della ricerca etnografica come la intendo, per conoscere la realt sociale racchiusa in ci che dicono i soggetti incontrati molto
pi opportuno leggere e pensare i loro enunciati come un testo poetico, ben pi che come una narrazione. Da cercare infatti non la
logica discorsiva, che tiene insieme i significati delle parole, non la coerenza o meno del rapporto tra presupposti e conclusioni, tra
inizio e fine, ma quanto danno da pensare le parole stesse, le frasi o i frammenti di discorsi, presi in quanto tali, nella loro potenza
significante. E come nel caso delle poesie, le quali per essere apprezzate fino in fondo devono essere imparate a memoria, lo stesso
o quasi consigliabile fare con i testi raccolti dalle interviste etnografiche: ripeterli e ripensarli, fino a che alcuni di loro possono
tornare alla mente senza essere letti. Quando si tenta cos di pensare un pensiero allo scopo di incontrare la realt che sta tra le sue
parole, la traduzione come linterpretazione risultano per quello che sono: questioni accessorie, pressoch tecniche
[135]
.

a3.2 Performance o prescrizione?
Un semplice s e le nozze sono fatte, cambiando la realt, anche sociale, di lei e di lui, dal momento in cui diventano moglie e
marito. Il matrimonio un classico esempio di performance. Termine che, come insegna Victor Turner, viene dal francese arcaico
parfournir e significa concludere, portare a termine
[136]
. John Austin famoso per avere eretto atti simili a temi filosofici e
logici di prima importanza, contribuendo a suo modo a quella che ho chiamato la svolta linguistica. Le sue categorie chiave sono
appunto gli enunciati constativi e gli enunciati performatici. Questi ultimi essendo appunto in grado di fare, di portare a
termine, di realizzare cose (un matrimonio ad esempio), mentre gli altri, i constativi, no. Roy Turner
[137]
, per trattare del linguaggio
come di una risorsa, proprio a queste idee di Austin che si riferisce. Qui linguaggio e realt tendono a confondersi, sia pur
occasionalmente. In fondo, si sostiene che non sempre il dire fare, ma talvolta, quando la performance riesce, ovvero felice,
secondo un termine caro ad Austin, s. Ma ci che decide di questa eventualit non tanto lenunciato, quel che si dice, quanto
rispetto a che lo si dice, rispetto a quale contesto, rispetto a quali convenzioni preesistenti. La realt, dunque, sempre anzitutto una
realt convenzionale a cui, dicendo, si pu aggiungere o togliere qualcosa. Il linguaggio come risorsa cos certo esaltata, fino al
punto di attribuirle capacit dagire realmente, ma le sue possibilit di azione restano comunque quanto mai modeste, sempre entro
una cornice di convenzioni da rispettare, pena linfelicit, degli enunciati, sintende. Ne consegue che la realt sociale diventa
quella che si pu conoscere tramite ogni sorta di conversazione, purch colta allinterno della vita quotidiana. Tanto le chiacchiere
domestiche pi banali (ad esempio, quelle telefoniche) quanto le discussioni pi sofferte e problematiche (ad esempio che decidono
le attivit di un ospedale psichiatrico o di un tribunale) sono messe tutte allo stesso livello di interesse primario da questo tipo di
approccio, che pu essere ricondotto all etnometodologia. Sui pregi e i difetti che questa impostazione ha dal punto di vista delle
nostre ipotesi ho gi scritto pi sopra.
Ora mi interessa piuttosto mettere a confronto questa categoria degli enunciati performativi con un'altra, daltra impostazione e che
pur riguarda sempre le possibilit del linguaggio di dar luogo ad effetti reali.
Si tratta degli enunciati prescrittivi cos come sono presentati da Sylvain Lazarus
[138]
. La questione dunque che differenza fa
per la ricerca sociale analizzare il linguaggio come performance o analizzarlo invece come prescrizione.
Anzitutto, se inteso come performance, il linguaggio porta a termine, conclude, esaurisce una realt (lo si visto nellesempio delle
nozze concluse), mentre non cos dal punto di vista della prescrizione. Da questo punto di vista infatti la realt resta sempre
distinta dal linguaggio. Ma ci non per lasciare aperto lo spazio ad altri tipi di problematiche del reale (riguardanti per esempio i
bisogni naturali, gli interessi economici, di classe o la psicologia dei soggetti parlanti), bens perch la realt stessa concepita
come campo in cui coesistono sempre pi prescrizioni, di cui nessuna pu mai essere completamente realizzata. Cos, da questo
punto di vista, dal punto di vista prescrittivo, tutto risulta possibile, nellordine del possibile, aperto su un ventaglio di possibilit
pi o meno limitato. Per analizzare questa molteplicit di possibili, la prima distinzione da operare quella tra le possibilit
prescritte da chi ha potere di governo sulla realt sociale e invece le possibilit prescritte da chi, pur aderendo a tale realt, non vi
ha alcun potere di decisione.
Ecco allora che anche le realt sociali che pi interessano le ricerche sul linguaggio come prescrizione sono diverse da quelle che lo
considerano come performance. Se in questultimo caso la realt sociale anzitutto quella dei frammenti della vita quotidiana, non
cos nel primo caso. Quando si va alla ricerca, non di performance, ma di prescrizioni, ad interessare sono anzitutto le realt sociali
dove risulta pi netta e pi problematica la distinzione tra chi ha potere e chi no: tra chi, prescrivendo, decide del governo di una
molteplicit indistinta ed eterogenea di altra gente e chi invece pu prescrivere solo per s e solo eventualmente con altri governati
come lui
[139]
.
Lesempio pi evidente, ma non lunico, n quello eminente, allora rappresentato dalla realt della fabbrica. E ci perch la
polarizzazione delle prescrizioni solitamente massimale. Da un lato, infatti, chi ha il potere di governare unimpresa, con le sue
prescrizioni non condiziona solo la stessa impresa a tutti i diversi livelli del lavoro, da quelli pi intellettuali o tecnici a quelli pi
duramente manuali, ma condiziona anche il consumo, e quindi il mercato, anche finanziario, con tutte le sue ricadute sulleconomia
globale. Dallaltro lato, invece, quello del prestatore di mano dopera, ossia delloperaio, non si pu quasi mai nulla, n si sa come
potere qualcosa, per quanto ci siano sindacalisti che bene o male lo sanno e lo fanno, con prescrizioni che spesso pretendono di
essere le uniche varianti rispetto a quelle della direzione. Ma, confidando nel linguaggio come risorsa inesauribile, anche tra gli
stessi operai, se la ricerca sociale li interpella come esseri parlanti e pensanti, si trovano parole, enunciati e frammenti di discorsi
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che possono essere presentati come ulteriori prescrizioni sulla stessa realt della fabbrica.
Questa dunque da intendersi come luogo di coesistenza di molteplici prescrizioni, allinterno del quale la ricerca deve scegliere su
quali di esse concentrarsi. La scelta di parte, della parte della popolazione della quale individuare le prescrizioni, decisiva. Per
trattare tutte le prescrizioni presenti in una realt sociale, occorrerebbe infatti identificarsi in un metalinguaggio che supponga di
ridurre a linguaggio oggetto ogni tipo di prescrizione. Ma poich secondo le nostre ipotesi nella ricerca si deve evitare ogni
metalinguaggio, per conoscere la realt non resta che provare ad individuare un insieme di prescrizioni tenendolo distinto dagli
altri. Nel nostro esempio: quelle della direzione, quelle dei sindacati o quelle degli operai. Ognuna infatti ha una problematica
diversa. Per studiare quelle della direzione, ma anche quelle dei sindacati, sicuramente occorre analizzare quanto esse siano
giustificate o meno rispetto al sapere disponibile sui diversi piani, economico, finanziario, giuridico, di relazioni aziendali e cos
via. Mentre, per studiare quelle degli operai, occorrer analizzare il contenuto di quello che dicono una volta interpellati
dallinchiesta. Ma non a partire dalle regole di coerenza del discorso, n per la coscienza che essi dimostrano di avere a proposito
di ci che il ricercatore stesso presume di sapere e neanche per quanto aggiungono o tolgono alle convezioni esistenti nella loro vita
quotidiana. Ci che interessa piuttosto la lettera delle loro stesse parole, dei loro frammenti di discorso, la loro risorsa
significante. Nel loro ricorrere o, viceversa, nel loro spezzarsi in un detto singolare, nelle loro associazioni e dissociazioni previste
o impreviste, nei loro silenzi, non meno che nei loro equivoci, questi pezzi sparsi di linguaggio, se combinati e scombinati, se letti e
riletti, danno sempre da pensare al ricercatore che voglia davvero conoscere questa realt. Egli pu allora scoprire cosa per gli
operai va e cosa non va, cosa fuori discussione e cosa invece pu migliorare: tutte cose che molto probabilmente risultano ben
diverse da quello che direzione, sindacati e altri tipi di ricerche sociali si immaginano.
Ma non sono certo solo le fabbriche le realt sociali che rispondono al requisito di essere al centro di pi prescrizioni tra loro
diverse. Come dimostrano i rapporti dinchiesta riuniti in questo libro, le nostre ipotesi si possono applicare anche a centri di
servizi sociali, scuole o associazioni del volontariato. Lessenziale che si tratti di realt sociali ben localizzabili, dei luoghi in cui
sono riunite delle molteplicit di soggetti che lavorano sotto il governo di un qualche potere pubblico o privato.
In definitiva, si pu quindi concludere che secondo le nostre ipotesi per studiare la risorsa del linguaggio in rapporto alla realt
sociale opportuno studiarne i luoghi dove si presentano pi prescrizioni, allinterno delle quali si pu distinguere quanto meno
quelle provenienti dalla soggettivit costituita da chi governa e quelle provenienti dalla soggettivit costituita da chi governato,
tenendo presente comunque che ogni soggettivit capace di prescrizioni merita un approccio diverso.

a4 Segni ovunque

a4.1 La semiotica alla moda
Una sottolineatura di quanto appena scritto: se escludo la possibilit di far ricerca con gli stessi metodi e approcci su chi ha potere
nella societ e chi no, perch ritengo che il linguaggio, e dunque il pensiero, non possano mai abbracciare tutta la realt e meno che
mai quella sociale. Cos bisogna ammettere che le scienze sociali non possono mai pretendere di conoscere una qualsiasi realt
sociale nella sua interezza, ma solo per pezzi o frammenti e solo concentrando le loro ricerche su uno di essi, senza volere contenerli
tutti allinterno di un'unica problematica. Mantengo dunque uno scarto, una differenza fondamentale tra linguaggio e realt,
intendendo questultimo termine come sinonimo di ci di cui non c nulla da dire, proprio perch altro rispetto linguaggio stesso.
Un indicibile, un impensabile, un incognito, un indeterminato
[140]
, che, occorre ammetterlo, rappresenta il limite di ogni ricerca.
Contemplare questo limite significa prendere una distanza decisiva rispetto alla gi considerata teoria della performance, la quale,
come si gi visto, porta a confondere il dire col fare, il linguaggio e la realt. Ma cos ci si discosta anche da unaltra grande
galassia del cosmo sociologico e antropologico. Intendo quelle impostazioni problematiche che hanno cominciato a circolare nel
corso degli anni Sessanta del Novecento e che si sono imposte sostenendo slogan come tutto segno, ovvero lidea secondo cui
ogni societ si fonda sullo scambio sistematico di segni.
Ad avvalorare queste ipotesi, nellItalia di Umberto Eco
[141]
, forse il pi famoso cultore di questa materia nel mondo, c chi ha
parlato di svolta semiotica
[142]
anzich di svolta linguistica. In questottica, la grande novit novecentesca per le scienze
sociali starebbe nellassumere limportanza non del linguaggio in quanto tale, ma dei segni in genere (inclusivi ad esempio anche del
far segno come gesto manuale), tra cui quelli linguistici non sarebbero che una componente pi o meno decisiva. Lobiettivo
cognitivo cos raggiunto sarebbe quello di poter sfruttare le maggiori scoperte in campo linguistico per altri campi scientifici, come
quello appunto delle ricerche sociali, ad esso esteriori. Il tutto, per altro, in conformit a quanto auspicato dallo stesso padre della
linguistica novecentesca. In effetti, lo stesso de Saussure si era augurato che la fondazione a venire di una semiologia avrebbe potuto
accogliere e completare i risultati che le ricerche linguistiche del suo tempo stavano ottenendo.
Se i maggiori successi stavano arrivando dal separare, in ogni parola, significante (fonologico) e significato (semantico), per aprire
cos un nuovo spazio alla perlustrazione grammaticale, la speranza era che un giorno si sarebbe giunti a ricomporre significanti e
significati come le due facce di uno stesso segno, cui la parola stessa avrebbe dovuto essere ricondotta.
Ma cos non stato. Cosicch fino ad oggi la semiologia non ha avuto contenuto che non sia stato preso in prestito dalla linguistica
[143]
. Studiare la societ dal punto di vista dello scambio dei segni equivale dunque non solo a studiare la societ come se fosse
riducibile ad un linguaggio, ma anche a considerare il linguaggio come se fosse fatto di segni e dunque in un modo in buona parte
estraneo ad ogni nuova scoperta linguistica. Cos, con una sola mossa, la semiotica si pone al di sopra tanto delle scienze sociali
quanto delle scienze del linguaggio.
Del resto, chiaro che lipotesi secondo cui tutto segno, tutto linguaggio, ha forza solo se intesa in senso polemico: solo come
contestazione dellevidenza banale, ma ben difficilmente confutabile, secondo la quale non tutto segno e/o linguaggio. Tale
contestazione, almeno ai suoi inizi, negli anni Sessanta, ha avuto lindiscutibile merito di innalzare il livello di attenzione tenuto
dalle scienze sociali rispetto alla questione del linguaggio e alle novit delle ricerche linguistiche. Pi discutibili sono invece gli
effettivi contributi apportati dalla semiologia alla conoscenza della realt sociale. Quanto mai significativo a questo proposito il
percorso delle ricerche di uno dei suoi padri fondatori, Roland Barthes. Se egli nel 1964 d infatti a questa sua disciplina un
programma scientifico quanto mai ambizioso, quello di sviluppare unanalisi generale dellintelligibile umano
[144]
, che viene
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realizzato negli Elementi di semiologia,
[145]
dopo tre anni, nel 1967, egli arriva a fare della moda una questione intellettuale di
prima grandezza. Addirittura la teorizza come sistema
[146]
. E ci in un epoca, quella degli anni Sessanta, in cui, quando la parola
sistema veniva usata, lo era quasi solo per alludere, oltre che a quelli matematici, a quello capitalista e a quello socialista. Una
vera e propria provocazione, dunque, quella di mettere la dimensione dellhaute couture sullo stesso piano dei due modelli socio-
politico-economici che si dividevano il mondo. Cos anche in Francia, una delle patrie pi importanti delle scienze sociali, si ha il
fenomeno per cui temi sociali solitamente ritenuti superficiali vengono promossi allo stesso rango intellettuale di quelli ritenuti pi
profondi. Qualcosa di simile a quello che in area anglosassone accaduto, praticamente negli stessi anni, ergendo la vita quotidiana
a dimensione sociale decisiva. Del resto, sono questi i tempi in cui i ceti medi dei paesi pi ricchi celebrano il loro trionfo grazie a
politiche di distribuzione del reddito che ne favoriscono la crescita, come mai era avvenuto prima della met degli anni Quaranta e
come mai pi avverr dopo la met degli anni Settanta
[147]
. Oggi che tempi simili sono passati anche la semiotica non ha pi quel
primato tra le scienze sociali che aveva a suo tempo conquistato. Resta comunque la sua eredit, fatta dellenorme massa di ricerche
sociali dedicate a fenomeni come la moda. Senza nulla togliere alla loro legittimit, per altro unanimemente riconosciuta, resta da
discutere come mai siano proprio esse ad essere privilegiate da questa impostazione semiologica la quale si vuole dorientamento
generale sia per le scienze sociali sia per le scienze linguistiche.
Il punto che, dal momento in cui si considera che il segno tutto, il problema principale diventa necessariamente lo scambio tra i
segni dal punto di vista il pi ampio possibile. Ecco dunque che la linfa di ogni societ viene trovata nella comunicazione di
massa. Non per nulla, lo stesso Barthes aveva promosso un pionieristico Centro studi delle comunicazioni di massa
[148]
. Se
quindi sono le comunicazioni di massa a rivelare quel che pi conta della realt sociale, chiaro che ad essere privilegiato
qualunque fatto su cui le opinioni, anche quelle pi banali, sono attratte e polarizzate. Moda, gossip, cronache, specie se relative a
personaggi ricchi e potenti, qualsiasi scandalo o curiosit, dal momento in cui sono configurabili come decisivi entro un sistema di
scambio e circolazione dei segni, sono visti anche come socialmente decisivi. Cos, il ricercatore sociale diventa il compagno di
strada del giornalista per dar un tono pi scientifico alle inchieste dopinione. In effetti, sociologi, antropologi e psicologi da talk
show sono divenuti oggi personaggi quanto mai famigliari.

a4.2 Il ritorno del Sistema
Ma vi sono anche altri tipi di esperti del sociale pi o meno influenzati dalla corrente semiologica oggi declinante. La sua crescente
influenza a partire dalla fine degli anni Sessanta stata infatti tale da attraversare praticamente ogni ambito delle scienze sociali. Tra
i suoi altri svariati effetti uno mi pare qui degno di nota. Si tratta del rilancio alla grande della categoria di Sistema. Vecchia
categoria filosofica, questa, celebrata dalla filosofia hegeliana. A far di tutto un sistema, in questo caso, lo Spirito Assoluto per
cui, secondo la nota formula, quel che reale razionale, quel che razionale reale. Insomma, poich si suppone che ovunque
aleggi uno Spirito Assoluto che costituisce lunit del Tutto, limportante per la ragione sapere riconoscere la sua presenza in
modo sistematico, poich solo cos pu avere unefficacia reale. In tal senso, Hegel finiva per esaltare lo Stato costituzionale
tedesco, che al suo tempo faceva i primi passi, come incarnazione dello Spirito Assoluto tale da rendere la societ civile un sistema
reale e razionale. da qui che poi Marx, e in seguito tutti i marxisti, prendono le mosse per definire il loro nemico, sempre usando
la parola sistema: il sistema capitalista, che forse si pu dire rappresenti luso della parola sistema di maggior successo tra le
scienze sociali. Invece dello Spirito Assoluto, qui a costituire lunit del sistema l equivalente generale, il denaro, di cui il
comunismo si supponeva avrebbe saputo fare a meno. Barthes, quando, negli anni Sessanta, tir fuori lidea di considerare la moda
come un sistema, sapeva certo di riutilizzare in un modo nuovo e un po ironico quella stessa parola che i comunisti usavano per
criticare la societ capitalista. Lunit del sistema semiotico ovviamente data dal segno in quanto tale, il quale, come lo Spirito
Assoluto per Hegel o il Denaro per Marx, ovunque, cosicch solo la sua conoscenza sistematica permette di conoscere la realt
sociale. Sistema stato quindi usato quasi come sinonimo di questultima, senza dovere riferirsi allhegelismo o al marxismo.
Unopera di passaggio assai significativa La societ dello spettacolo
[149]
di Guy Debord, che nel 1971 coniuga una ripresa della
visione hegelo-marxista coi temi emergenti della semiotica, cos da riutilizzare tutte le categorie della vecchia critica del
capitalismo per denunciarne gli ultimi sviluppi come spettacolarizzazione della societ. Ma a lato della scia semiologica sono
state possibili anche nuove teorizzazioni della realt sociale come sistema. Una delle pi note, anche in Italia, quella di Niklas
Luhmann
[150]
, che ha impresso una svolta alla tradizione tedesca hegelo-marxista mantenuta viva dalla scuola di Francoforte e da
notevoli figure del secondo dopoguerra come Herbert Marcuse
[151]
o Jrgen Habermas
[152]
. Una svolta, che, per lessenziale, si
realizzata tramite un ripensamento della classica categoria di sistema in rapporto allambiente, il tutto con forti richiami alla
biologia, la quale si cos ritrovata a svolgere quel ruolo di scienza modello gi svolto tra Otto e Novecento, quando
levoluzionismo dettava legge.
Inaggirabile vincolo posto dalla semiologia resta comunque che il centro focale di ogni studio dei sistemi sociali stia in ci che
viene pi spesso definito sistema delle comunicazioni di massa. Da esso viene fatto dipendere tanto il consenso di cui necessita la
politica, a sua volta da intendersi come sistema, come sistema politico, quanto lopinione pubblica, ossia ci che pi conta di quel
che chiunque pensa. Da qui lesaltazione del potere detenuto da parte del sistema delle comunicazioni di massa nel manipolare ogni
forma di consenso e opinione. In effetti, una volta ammesso che tutto segno, chiaro che si indotti a riconoscere una potenza
enorme ai mezzi che legano, che mettono i segni in comunicazione tra loro: i tanto celebrati mass media. Cosicch, chi accetta di
far suo luniverso semiologico diviene molto facilmente propenso a riconoscere nella realt sociale una sorta di quarto potere
allennesima potenza, al cui vertice possono comparire figure come quella del Grande Fratello, quale se lo immaginava Orwell.
Insomma, la semiologia, per quanto critica voglia essere, con lenfasi che pone sul potere dei media, finisce per accrescerne il
seguito. Facendo un brusco tuffo nellattualit pi prossima, trovo del tutto sostenibile che in una figura come quella di un
Berlusconi al governo ci sia anche da vedere una sorta avveramento pi o meno involontario di profezie semiotiche sul ruolo
crescente dei media nel manipolare le masse ignoranti.

Dal punto di vista delle nostre ipotesi, le cose stanno del tutto diversamente. Non che sia da negare il potere della comunicazione, da
negare piuttosto che lunico modo per conoscerlo stia nel pensarlo come sistema autosufficiente o, secondo un termine pi
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sofisticato, caro a Luhmann, autopoietico. Unaltra possibilit sta nel pensare che tutto il potere della comunicazione risieda pi
semplicemente in una ripetizione di alcune opinioni selezionate, le quali tanto pi sono diffuse e amplificate quanto pi si
degradano, perdono di senso, come gi nel Secondo Dopoguerra notavano Lazarfeld e Merton
[153]
. Cos, si tratta di capire che ogni
potere di governo comporta certo una qualche forma di consenso e di capacit di manipolarlo, ma sempre solo entro un pi o meno
lungo lasso di tempo, scaduto il quale, si pone comunque la questione di come rinnovare il consenso. Una questione, questa, che si
pone anche per chiunque abbia un grande potere sui mezzi di comunicazione. Sia pur solo per essere mantenuto, questo potere
richiede dunque delle decisioni periodiche. Ed proprio in queste decisioni che sta la cosa pi interessante da studiare nella
gestione del consenso e dei mezzi di comunicazione. Chiedersi perch una campagna dopinione piuttosto che unaltra, perch si
propaga questo messaggio pubblico piuttosto che quellaltro, a volte pu infatti rivelare svolte altrimenti impercettibili nei giochi di
potere. E per capire il senso di queste eventuali svolte, a nulla serve considerale nella loro funzionalit sistematica, come se non
servissero ad altro che ad oliare sempre lo stesso meccanismo. Da analizzare sono invece anzitutto quali siano le conoscenze che
hanno spinto alla decisione chi la ha presa. Solo cos infatti tale decisione potr venire analizzata, distinguendo in che misura essa
sia stata, al peggio, arbitraria e menzognera, o, al meglio, razionale ed intelligibile ai pi, e quindi democratica. Insomma, occorre
sempre distinguere tra consenso e consenso, tra comunicazione e comunicazione, tra svolta e svolta nella loro gestione. E trattarli in
blocco, come sistemi di segni o effetti sistematici della potenza di mass media, non giova certo a tali distinzioni.
Daltra parte, lapproccio semiotico, col suo assunto secondo cui tutto segno, risulta decisamente incompatibile con le ipotesi
stesse delle nostre inchieste. La prima di queste ipotesi, infatti, lo ricordo ancora una volta, sostiene che chiunque, anche senza
sapere e senza potere, pu pensare, nonch che questo pensiero pu rientrare tra i temi pi importanti delle ricerche sociali.
Possibilit, queste, che sono invece prive di ogni interesse per chi vede tutto ruotare attorno alle comunicazioni di massa e al potere
di manipolare le opinioni. Le ricerche possibili nei confronti delle popolazioni che non hanno questo potere sono allora solo quelle
che le interpellano come campioni dai quali trarre indici di gradimento o di ascolto o rozze dicotomie tra favorevoli e
contrari. Le loro parole insomma non contano nulla, se non come ripetizione, conferma o diniego di discorsi elaborati da altri, pi
potenti in materia di comunicazione.
Ora chiaro che anche nelle nostre inchieste si tiene conto della ripetizione delle opinioni, del consenso pi o meno manipolato,
degli effetti della comunicazione di massa, fenomeni tutti sempre ben presenti nelle parole e nel pensiero di chiunque, e dunque, a
maggior ragione, di chi ha pochi mezzi propri o non ne ha affatto. Ne teniamo conto, ma con due distinguo. Anzitutto, che il pensiero
dei nostri intervistati va cercato proprio laddove le loro parole dicono di pi o di meno rispetto ai discorsi e alle opinioni
consensuali che circolano tra loro come nel resto della societ; il che significa fare attenzione anche ai lapsus, alle forzature, agli
equivoci, alle stranezze, alle scorrettezze, che sono riscontrabili in quanto i nostri interpellati dicono anche quando ripetono il gi
sentito. Laltro distinguo riguarda il fatto che, anche quando una popolazione pare particolarmente passiva nel ripetere luoghi
comuni, ci non significa che la si debba ritenere completamente manipolata; ad essere rilevante, in un caso simile, analizzare in
dettaglio quali siano i luoghi comuni ripetuti, come sono ripetuti, perch proprio quelli anzich altri. Decisiva per orientare su tutte
queste questioni la categoria di luogo, cui si gi accennato e che considereremo meglio in seguito. Decisivo infatti che ogni
popolazione sia interpellata in riferimento al luogo in cui vive, lavora, apprende, a seconda del caso che interessa la ricerca.
La realt sociale, per le nostre ipotesi di ricerca, non che la realt di luoghi, per conoscere i quali non ci fidiamo in fondo che
delle parole di chi vi governato.
Per concludere, alle categorie semiologiche di segno, sistema e comunicazione le nostre ipotesi oppongono parola, luogo e
pensiero.

a5 Dalla comunicazione alle comunit

a5.1 Doni non richiesti
La semiologia sul finire del XX secolo ha perso non poco del suo fascino, un tempo quasi irresistibile
[154]
. Le sue teorizzazioni si
sono oggi tanto pi ridotte quanto pi diffusi e disparati sono stati i suoi successi tra le scienze sociali. Lespansione insomma si
realizzata in effetti che ora si stanno combinando in nuove configurazioni problematiche. Ma, col nuovo secolo, a diventare egemone
tra le scienze sociali, pi che una problematica o una metodologia, piuttosto un tema: il tema comunitario.
Sia chiaro, si tratta di un tema vecchio e ben noto. Tra i suoi teorici il pi famoso risale allOttocento. Si tratta di F. Tnnies con la
sua opera Comunit e Societ
[155]
del 1887, dalla quale, si pu dire, non c ricercatore sociale che non abbia attinto. Tant che
molto spesso societ e comunit compaiono come sinonimi, o accomunati in espressioni come comunit sociale. Ma degno di
nota che Tnnies stesso facesse dellopposizione tra questi due termini il centro stesso del suo discorso; un discorso, per altro,
pervaso dal rimpianto per unautentica dimensione comunitaria, resa sempre meno possibile dallinesorabile e progressivo imporsi
della societ. Lidea che la comunit corrisponda alla condizione pi originaria e naturale dellumanit. La famiglia, il legame di
sangue tra famigliari fanno qui da riferimenti sostanziali. Il modello di riferimento costituito dal patriarcato e dalleconomia
domestica, quali quelli con cui solitamente si caratterizza il Medioevo. Per comunit si intende dunque uno stato in cui vige la pi
naturale unit delle volont e dei sentimenti di coloro che la compongono. Con limporsi della societ, invece, i rapporti tra
individui si ridurrebbero a rapporti essenzialmente contrattuali, a scapito della naturalezza e dei sentimenti sostituiti da concorrenza,
egoismo, individualismo, il tutto dominato dal denaro. Qui il modello di riferimento la societ borghese, pi o meno quale Marx,
citato da Tnnies, laveva presentata.
Ora chiaro che questa una visione tipica di una certa tradizione tedesca romantica e storicista. Che al suo centro stia ancora un
riferimento alle necessit naturali, di cui si lamenta proprio lo svanire nel presente, ci fa chiaramente intendere che si tratta di un
discorso da fine Ottocento, mezzo secolo prima del culmine della svolta linguistica.
Come ha dimostrato Roberto Esposito
[156]
, la parola stessa comunit contiene gi nel suo stesso etimo latino lidea di un legame
passivo, causato da un dato precedente ed esterno, che chi ne subisce gli effetti non pu mutare. Communitas significa infatti
cum-munus, con dono, lessere accomunati da un dono ricevuto. Ad esempio, nella tradizione biblica, si tratta del dono della grazia;
un dono, di cui lumanit stessa - a seguito della storia della mela, altro dono, questo diabolico, accettato da Eva - non si
dimostrata degna; da qui il peccato originale che ciascuno in vita si porta addosso, avendo come unica scappatoia di arrivare alla
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morte senza avere troppo aggravato la propria condizione di peccatore congenito. Il effetti, il dono che accomuna in comunit un
dono che nessuno ha voluto e di cui tutti devono sentirsi debitori insolventi. Questo, dunque, detto in due parole, il senso pi
profondo e quanto mai coercitivo della categoria comunit. Essa suppone la figura di un donatore originario, sempre in credito, come
una immutabile ipoteca su ogni possibilit soggettiva.
Nella tradizione biblica si tratta chiaramente di Dio, lEnte da cui tutto dipende e che sta prima di ogni cosa, lUno. Ma un Uno, dato
una volta per tutte e che di tutto d la misura, sempre obbligatorio quando si parla di comunit. A differenza di quel che si intende
normalmente per societ e che evoca comunque delle diversit di condizione tra chi ne fa parte, comunit significa una popolazione
unita attorno ad una identit. Identit che vuol dire appunto Uno, ovvero il contrario di qualsiasi differenza. Lidentit di ogni
comunit viene quindi sempre da un atto di fede, da un principio fideistico che esclude ogni sua messa in discussione.
Ora, del tutto incontestabile che dagli ultimi due decenni del secolo scorso fino ad oggi il comunitario abbia ripreso quota. Nella
realt sociale in effetti circolano sempre pi rivendicazioni di identit comunitaria. Al posto di un donatore divino, si mette la
natura, cos ecco che lidentit rivendicata pu essere sessuale, etnica o peggio razziale, oltre che religiosa. I principi attorno cui le
comunit prendono corpo sono in ogni caso sempre naturalistici, mitici o mistici, e si realizzano solo grazie ad atti di fede.
Victor Turner di questa grande svolta antropologica intervenuta col declinare del XX secolo parla in questi termini: Nelle
coscienze moderne, cognizione, idea, razionalit erano dominanti. Con la svolta post-moderna, la cognizione non viene
detronizzata, ma si colloca piuttosto sullo stesso piano della volizione e dellaffetto
[157]
. Sarebbe dunque su questo piano
intermedio tra il razionale e laffettivo che ritornerebbe in auge il comunitario. Resta che alle scienze sociali spetta sempre di fare
ricerche razionali. E se la loro razionalit non mai una, e deve sempre rinnovarsi, in ogni caso discutibile che la via migliore sia
quella post-moderna proposta da Turner. In effetti, il suo obiettivo di giungere ad un antropologia liberata
[158]
lo porta a cercare
nellarte, anzich nella scienza, un modello di riferimento. Cos dal teatro che egli
[159]
trae espliciti orientamenti per trattare le
realt sociali come drammi e performance. Ma il fatto che in tale ottica teatrale del sociale le identit comunitarie finiscono
per avere una parte del tutto reale.
Un altro modo di assumere, sia pur in modo critico, i temi delle identit comunitarie lo si pu trovare in Geertz. Egli infatti introduce
il concetto di politiche di identit. Queste consisterebbero nelle operazioni di inclusione ed esclusione con cui in molte parti
del mondo si starebbe ridisegnando la vecchia geografia basata su distinzioni nazionali oramai superate. Per spiegare tali politiche
egli fa ricorso ad un altro concetto, quello di lealt primordiali, che sarebbero forme di attaccamento a fatti come sangue, lingua,
costume, fede, residenza, famiglia, sembianza fisica e cos via. Fatti, questi, che sarebbero percepiti dagli attori sociali come dotati
di una forza coercitiva ineffabile e schiaccianti in s e per s
[160]
. Egli tiene, per, a sottolineare che la ricerca sociale non deve
assumere queste percezioni come dati del tutto affidabili, ma deve contestualizzarli e relativizzarli nello spazio e nel tempo. Come
dire che lidentit derivante dallattaccamento al proprio essere musulmano, cristiano o ebreo, serbo o croato, hutu o tutsi e cos
via, muta radicalmente col mutare delle circostanze e delle situazioni. Geertz per non spiega fino a che punto. Fino a che punto tale
variabilit delle lealt primordiali non sia tale da fare dubitare che abbiano una consistenza propria. Viene in mente la critica, pi
sopra citata, che Boas rivolgeva ad ogni determinismo: si ammetta pure lesistenza di leggi che determinano levoluzione in
generale, ma nello studio di ogni situazione particolare si trovano tante casualit singolari che sono esse a decidere del senso e
dellincidenza di queste determinazioni. In altre parole, si ammettano pure lealt primordiali, ma si deve anche ammettere che esse
non hanno senso se non quello che loro dato dalla situazione contingente, singolare. proprio quanto dice un proverbio arabo
amato dal grande storico francese Marc Bloch, secondo il quale ognuno figlio pi del proprio tempo che del proprio padre. Se
dunque legittimo dubitare che queste cosiddette lealt primordiali abbiano una consistenza propria, non si capisce cosa possano
spiegare della politica. E viene allora da chiedersi se non sia piuttosto il caso di ammettere che sono invece le scelte politiche a
spiegare quando, quanto e come miti o fedi comunitarie si scatenino. Cos, ad esempio, la maggior parte dei conflitti che hanno
dilaniato la ex Jugoslavia, anzich essere considerati come scontro tra diverse identit etniche o religiose, sono ben pi
razionalmente analizzabili come effetti perversi della decomposizione del socialismo di Tito e dei conflitti tra spezzoni
dellesercito, nonch delle manovre della diplomazia internazionale in questa zona geopolitica. Dal che ne esce del tutto discutibile
letichettare queste politiche che si sviluppano nel decomporsi dei quadri nazionali come politiche didentit. Ci proprio perch
non sono le cosiddette lealt primordiali a poterle spiegare.
Anzich rovistare col concetto comunque rigido e dogmatico, oltre che fideistico, di identit, qui come altrove, le nostre ipotesi
consigliano luso della categoria delle prescrizioni. E quindi di fare delle diverse prescrizioni e dei conflitti tra di esse la prima
chiave di lettura della politica, in generale. Ove, per prescrizione - il caso di insistere - si deve intendere apertura di possibilit
singolare, da analizzare, se avanzata nellesercizio di un potere - ad esempio, nel caso citato, militare -, in base al sapere da cui
orientata.
Nel caso delle immani catastrofi come quella delle pulizie etniche nella ex-Jugoslavia o degli stermini in Ruanda, chiaro che
nelle decisioni politiche che li hanno resi possibili di sapere ce ne era poco o nulla. Ma solo qui, in quel minimo di razionalit che
ogni prescrizione politica contiene, fosse anche nella forma delle pi avventate astuzie o del pi cinico e criminale calcolo
dinteressi, che la ricerca sociale pu trovare un appiglio per condurre lanalisi sullunico piano che conta per la scienza, quello
razionale.
Tra i ricercatori sociali sono per rari gli esempi di chi
[161]
si oppone decisamente allassunzione delle identit comunitarie come
indici credibili della realt sociale. Si pu forse dire che questo tipo di tematica, delle identit comunitarie, ha preso nelle scienze
sociali il posto egemone gi detenuto dalla semiologia. Dal prevalere dei problemi della comunicazione al prevalere di quelli delle
comunit, dunque. Ma se questo passaggio stato possibile, perch tra queste due tematiche c qualcosa di profondamente
omologo. Il fatto di essere, entrambi, due tipi di pensiero unico, di metodi e di problematiche a una dimensione. Sia la categoria
semiotica di segno, sia quella comunitaria dellidentit non fanno infatti che rimettere insieme, rimescolare ci che la ricerca
scientifica aveva gi distinto e separato, aprendo nuovi e diversi orizzonti al pensiero e alla conoscenza. Nel primo caso, il segno
inteso semiologicamente, come si gi detto, rappresenta un ritorno a quanto stava prima di quella distinzione tra significante e
significato, distinzione dalla quale hanno preso le mosse tra le pi importanti scoperte linguistiche del Novecento. Nel secondo caso,
la ripresa attuale dellarcaica categoria della comunit rappresenta un ritorno a quella unit tra natura, cultura e societ (alla
Tnnies) che la svolta linguistica nelle scienze sociali aveva gi da decenni e decenni mandato definitivamente in frantumi.
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a5.2 Identit o soggettivit?
Insomma, che da qualche decennio nelle scienze sociali ci sia stagnazione, se non riflusso per me constatazione obbligatoria, anche
riflettendo sul successo semiologico seguito da quello comunitario. come se fosse in corso una sorta delinguistizzazione delle
problematiche sociali a profitto di una loro rinaturalizzazione. Invece di discutere delle differenze tra chi ha potere e chi no, delle
responsabilit dei primi e delle condizioni al limite dellimpossibile dei secondi, lopinione dominante, insistendo sui temi comuni
della natura, finisce anche per privilegiare le immagini pi naturali o tradizionali dei conflitti, i quali oramai sembrano avere perso
ogni carattere sociale, per apparire invece quasi solo in vesti etniche o religiose. Con lunica prospettiva di esasperarsi allestremo.
Un simile spirito del tempo mette a rischio labc stesso delle scienze sociali, ma anche offre loro un campo di ricerca pi che mai
vasto e tendenzialmente pi omogeneo. Se infatti la polarit tra ricchi e poveri aumenta, grazie al rapido sviluppo di grandissimi
paesi gi sottosviluppati, come Russia, India e soprattutto Cina, diminuisce invece la polarit tra paesi ricchi e poveri
[162]
. La
globalizzazione vuol dire anche questo: un mondo ovunque pi socialmente e pi similmente diversificato. A ci si connette la
tendenza oramai pluridecennale che spinge quasi tutti i governi alla riduzione degli impegni sociali. Le scienze sociali possono
temere dunque di vedere calare linteresse statale nei loro confronti, ma possono anche risollevarsi riprendendo la svolta linguistica
nelle sue conseguenze ultime, quelle che portano a ridurre luso di metalinguaggi da specialisti per far proprio il linguaggio che gi
di chiunque.
Il successo in tali scienze dei temi identitari e comunitari significa gi una rinuncia ad impostazioni sofisticate, ma solo per dar
spazio alle opinioni pi circolanti.
Da questo punto di vista, a poco valgono tutti i tentativi di rendere meno univoco e totalizzante il tema comunitario parlando di
identit multiple. Fatto sta che questa tematica delle identit multiple in molte ricerche sociali ha finito per accompagnare, se non
soppiantare, quella precedentemente pi usuale delle differenze sociali. In termini puramente accademici tutto pu risolversi
riconoscendo una diversit di ambiti della ricerca. Il tema delle differenze sociali pu infatti apparire di competenza pi della
sociologia quantitativa, mentre il tema delle identit collettive tirerebbe in ballo aspetti pi soggettivi, per i quali sarebbero pi
adatte sociologia qualitativa, antropologia e etnografia. Ma al fondo c un problema quanto mai delicato che riguarda il modo
stesso in cui le scienze sociali accettano di aprirsi alle questioni della soggettivit. Tali questioni infatti scontano una lunga
quarantena tra queste scienze. Si pu dire che tutti i loro approcci pi importanti, tanto nellOttocento, quanto nel Novecento, hanno
sempre considerato i soggetti sociali solo come accessori di questioni oggettive: la soggettivit, cio, sempre o quasi intesa come
puro assoggettamento a vincoli oggettivi, ai quali poco o nulla aggiunge o toglie. Ma a seguito della svolta linguistica, come si
visto, tale noncuranza non pi ammissibile. Dal momento che al dire si riconosce la possibilit di produrre effetti sociali del tutto
reali, infatti, la questione di chi parla, di quali sono le condizioni soggettive del suo dire non pu pi essere elusa. Come pensare e
conoscere chi parla a partire dal suo stesso parlare e nel rapporto che questo parlare ha con la realt sociale? Questa
sicuramente una domanda di fondo e di frontiera per le scienze sociali doggi. Le risposte che qui tentiamo si fondano sulla gi pi
volte menzionata distinzione fondamentale: quella tra chi pu e chi non pu sulla stessa realt sociale; tra chi ha mezzi e capacit per
condizionare lavoro, vita, esperienze di uninfinit daltri e chi invece no. in base a questa distinzione che si pu procedere ad
analisi differenziate sui diversi rapporti soggettivi tra linguaggio e realt. In altri termini, cos si fa diventare unipotesi di ricerca
lassunto di per s ben intuitivo del diverso peso che le parole hanno nel sociale a seconda del potere che ha chi le pronuncia.
Procedendo da questo assunto di partenza, si ha il vantaggio di mantenere la questione della soggettivit sociale entro la prospettiva
aperta dalla svolta linguistica tra le scienze sociali. In senso del tutto opposto va invece la soluzione delle questioni soggettive in
termini di identit. Per quanto allinterno di una stessa soggettivit collettiva se ne possano riconoscere di infinitamente molteplici,
tra loro differenziate o, se si preferisce, meticciate, ibridate, secondo la greve terminologia di moda, per quanto si insista sui
loro intrecci sessuali, etnici, religiosi, tradizionali o quantaltro, tali identit hanno senso solo se ciascuna di esse si suppone fondata
su degli elementi originari tanto uniti da non potere mai essere distinti al loro interno, dunque senza contraddizioni: insomma, su
delle sostanze naturali o mistiche, che possono certo attirare limmaginazione e la fede di chiunque, ma non del ricercatore sociale
edotto dalla svolta linguistica.



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b Scienze sociali e politica nel Novecento

In un libro recentemente uscito ho sostenuto che il Novecento dal punto di vista della storia della politica non sia riducibile allo
scontro tra democrazia e totalitarismo, come molti sostengono, e che invece da considerarsi, specie a partire dal Primo
Dopoguerra, il secolo dei partiti
[163]
. Sarebbe a dire dei regimi in cui i rapporti tra Stato e societ sono stati organizzati, decisi e
governati anzitutto dalla figura dei partiti. Sarebbe dunque il loro formarsi, la loro espansione e, infine, il loro declino ad avere
segnato il destino degli Stati e delle societ pi ricche. E non viceversa.
Questa tesi riguarda anche le scienze sociali e la loro svolta linguistica. E ci in ragione della promessa senza precedenti che ogni
partito del Novecento ha fatto: quella di essere la soluzione esplicita, dichiarata, di ogni profonda disparit sociale.

b1 I Partiti, il linguaggio, il sociale, la guerra
In effetti, fascisti, nazisti, comunisti, socialisti, liberal-democratici, tutti, tra dirigenti, militanti e simpatizzanti, coi loro immensi
seguiti, hanno avuto un tratto di fede comune: quella nel potere di risolvere il perenne dualismo di ogni societ. Intendo la divisione
tra ricchi e poveri, tra potenti e non potenti, tra governati e governati, tra chi ha i mezzi di decidere dei destini del resto della societ
e chi invece ha sempre da inventarsi come rendere possibile il proprio. Comunismo, socialismo, impero ariano, pari
opportunit per ciascun individuo: queste le maggiori promesse con cui i partiti, da quello sovietico a quelli socialisti, da quelli
fascisti e nazisti a quelli statunitensi e inglesi, con tutte le loro numerose imitazioni locali disseminate nel mondo, si sono proposti
come organizzazioni capaci di realizzare la riduzione di tutte le diversit sociali. Per comunisti e socialisti, infatti, il mondo
dellavvenire non avrebbe pi avuto n sfruttati n sfruttatori; per i nazisti avrebbero dovuto cadere sotto il dominio degli ariani
(tra cui i fascisti speravano di far passare anche un po di stirpe italica); per i liberal-democratici, con la loro incrollabile, ed in
fondo arcaica, fede nella indissolubile potenza dellindividuo, il futuro avrebbe dovuto essere migliore per i pi meritevoli.
Le realizzazioni sono state comunque enormi. Nei paesi pi ricchi si infatti formato quel ceto medio che ha dato agli Stati di
questo secolo uno zoccolo duro e resistente contro ogni possibile divisione sociale interna. In compenso, quando attorno agli anni
Trenta si trattato di contendersi il mondo tutti questi Stati mono o pluri-partitici, non si sono fermati di fronte a nessun orrore.
Da un punto di vista propriamente politico, dobbligo far precise differenze. Stante che nessun regime pu essere considerato
pacifista, bisogna sapere distinguere quali sono i diversi di tipi di guerra (di difesa o dattacco, esterna o interna) che vengono
assunti come modello dalle diverse politiche. Se la guerra in difesa dello Stato contro i nemici interni stato il motivo ispiratore
delle leggi fascistissime del 1925 in Italia, per il nazismo lo stato la guerra dassalto contro il mondo intero, mentre per il
comunismo lideale cui tendere sempre stato il riscatto dei proletari e la difesa della Patria socialista, in nome dei quali non si
sono comunque risparmiate guerre, gulag e deportazioni. Daltra parte, i regimi pluralisti anglosassoni non hanno mai voluto
rispondere dei crimini contro lumanit da essi perpetrati con la tecnica a basso rischio per chi la usa dei bombardamenti a
tappeto e delle bombe atomiche.
Da un punto di vista antropologico, la Seconda Guerra Mondiale, con tutti i suoi strascichi freddi, pu essere considerata quasi
come una guerra di religione, non pi tra nazioni, sia pur con dimensioni imperialistiche, come nella Prima, ma tra i vari modelli di
partiti(o) al comando degli Stati. I(l) partiti(o) Stato(i) del XX secolo, dunque, come vere proprie chiese laiche: non dichiaratamente
religiose, ma rette su fedi univoche o pluraliste che possono essere paragonate alle tradizioni monoteiste o pagane. In effetti, non si
fa alcuna fatica a riconoscere nella vita di ognuno di questi partiti, culti, riti e sacramenti vari.
Tutto ci non deve far dimenticare che, sempre tramite la figura dei partiti-Stato, nel Novecento sono avvenute due svolte epocali
senza precedenti. Da un lato, lassunzione e lorganizzazione sistematica da parte degli Stati di quellassistenza al sociale pi
emarginato che precedentemente riceveva attenzione praticamente solo dalle chiese. Dallaltro, il fatto che la gestione del potere di
Stato ha finito per perdere gran parte della sua tradizionale aura mistica ed oscura, per accettare invece sempre pi il vincolo di
esplicitarsi, di dichiararsi, di configurarsi in una dimensione linguistica, leggibile, trasparente per chiunque se ne interessasse.
Programmi, propaganda, campagne per la conquista dei consensi, che sono stati la risorsa prima dei partiti-Stato, sono stati tutti
fattori che hanno portato, come mai prima, il potere a legittimarsi anzitutto tramite parole: parole che ognuno pu comprendere ed
eventualmente controbattere. I partiti-Stato, dunque, come indiscutibili portatori di democrazia, intendendo con ci soprattutto il
manifestarsi pubblico, il dirsi, da parte di chi ha potere.
Qui sta dunque una delle condizioni politiche essenziali che hanno sospinto le scienze sociali ad assumere il linguaggio come
questione decisiva. In quanto scienze per lo pi sovvenzionate dallo Stato, non potevano essere estranee alla figura del partito che ne
gestiva o viceversa ne contestava il potere soprattutto tramite parole. solo grazie alle parole dei partiti, alle loro prescrizioni, che
si sono realizzate politiche capaci di portare i loro paesi a quella grande vittoria sulla natura, qui gi ricordata, per cui per nutrire
tutta una popolazione pu bastare solo il lavoro di una sua infima parte.



b.2 Scienze sociali e regimi politici
Per seguire lo sviluppo novecentesco delle scienze sociali, nulla pi fuorviante del pensarlo al di sopra o estraneo alla storia
politica di questo secolo. I tipi di regime in cui si sono trovate ad operare le hanno infatti condizionate in modo decisivo.
Laddove i regimi sono stati monopartitici, queste scienze o hanno accettato di svilirsi in apologia di regime o sono state
semplicemente tacitate, represse, perseguitate, esiliate come, o anche pi, di altre attivit intellettuali. Dal che il panorama dinsieme
di tali scienze, tra gli anni Venti e Trenta, finisce per ridursi ad unica prospettiva, quella di lingua anglosassone, con lunica
eccezione francese.
In particolare, la situazione delle scienze sociali in Italia ha uno sviluppo con suoi tratti singolari. Se tra Otto e Novecento essa
appariva punteggiata da opere di notevole portata (da quelle sociologiche, psicologiche, pedagogiche di Roberto Ardig
[164]
a
quelle marxiste di Antonio Labriola
[165]
, a quelle di politologi come Mosca
[166]
, Pareto
[167]
e Michels
[168]
), col trionfo della
filosofia neo-idealista di Croce e Gentile si ha un punto di arresto che il monopartitismo fascista rende irreversibile. Un qualche
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interesse per le ricerche sociali sembra sopravvivere tramite le varie dottrine pi o meno corporativistiche del regime o vaste
operazioni di raccolta del consenso intellettuale, quali quelle attivate dallo stesso Gentile con la redazione dellenciclopedia
Treccani
[169]
. Ma il regime, monopolizzando una gi ridotta ricerca sociale, ne ha scoraggiato ogni possibilit di rinnovamento
problematico e metodologico.
Una condizione di depressione, questa, che non si pu dire venga completamente riscattata con la fondazione della
Repubblica
[170]
. Le scienze sociali del nostro paese, infatti, pur sempre aggiornate su ricerche e dibatti di altri paesi, non hanno
mai prodotto studi che abbiano lasciato segni indelebili, tranne leccezionale Ernesto De Martino, negli studi di etnografia del
folklore
[171]
, e la gi citata corrente delloperaismo con tutti suoi diversi aggiornamenti
[172]
. Il fatto che lItalia dal monopolio
del partito Fascista passa infatti al quasi duopolio della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista Italiano, che per molto tempo
sono stati i pi sostenuti e foraggiati dalle rispettive superpotenze di riferimento, Stati Uniti e Unione Sovietica. Contrariamente alla
visione tutta nazionalpopolare della storia repubblicana del nostro paese, anche parlando dello sviluppo delle scienze sociali, sono
ancora quasi tutti da censire gli enormi condizionamenti internazionali subiti da questa penisola, geopoliticamente tanto decisiva per
tutto il lunghissimo Secondo Dopoguerra. Una sequenza storica, questa, che in fondo si conclusa solo attorno allOttantanove con
la caduta del muro di Berlino.
Il fatto che entrambi i due partiti egemoni
[173]
(nelloccupazione del potere la Dc, e nel campo del sapere il Pci) hanno da sempre
avuto una loro dottrina del sociale, cristiana la prima, marxista la seconda. Due dottrine, che per tradizione non hanno mai avuto
come luogo privilegiato di insegnamento, dorganizzazione e di sperimentazione quello pubblico delluniversit, ma quelli, come
sezioni o parrocchie, pi decisamente controllati dal partito o dalla Chiesa. Cos non si pu certo dire che nel gestire i rapporti tra
societ e Stato questi due maggiori partiti abbiano particolarmente stimolato le scienze sociali a darsi delle politiche di ricerca
indipendenti, orientate da pure e semplici esigenze della conoscenza. E si deve invece dire che tali scienze in Italia non hanno mai
goduto, n tuttoggi godono di un grande prestigio o di notevoli mezzi.
Per chiedersene il perch, oltre che tra le appena accennate caratteristiche dei maggiori partiti, occorrerebbe probabilmente cercare
anche tra le altre svariate ragioni che hanno contribuito a far s che la Prima Repubblica di questo paese abbia sempre dimostrato
poco entusiasmo per la conoscenza scientifica del sociale. Si dovrebbe allora analizzare quanto e come altre figure abbiano tenuto
il posto e svolto le funzioni che altrimenti avrebbero dovuto spettare a ricercatori sociali. Particolare attenzione andrebbe alla
tradizionale opera caritatevole del clero cattolico, al quale lo Stato ha affiancato un esercito di tutori dellordine pubblico che (tra
poliziotti, carabinieri, finanzieri e guardie municipali), rispetto al totale della popolazione del nostro paese, tra i pi folti del
mondo e forse anche tra i meglio informati in materia sociale. Senza dimenticare per altro la presenza sociale dei sindacati, i quali
anchessi, almeno dagli anni Settanta del Novecento, hanno costituito unistituzione particolarmente diffusa e incisiva nel nostro
paese. Ma non si dovrebbe neanche trascurare la tradizionale funzione sociale svolta dalla famiglia, che per lungo tempo ha
assorbito e risolto a suo modo problemi economici cruciali come la disoccupazione giovanile, specie nel Meridione
[174]
. In primo
piano dovrebbe comunque risultare labituale propensione governativa a delegare alle figure fin qui menzionate gli interventi sociali,
trascurando per altro dimensioni e luoghi che per le loro caratteristiche decisamente anonime e collettive, come la grande industria
(oggi oramai quasi scomparsa
[175]
), richiedono strategie politiche e sociali di vasta prospettiva.
Insomma, se in Italia le informazioni sul sociale sono pi o meno sempre venute da una considerevole massa di addetti, quali
militanti di partito, preti, tutori dellordine pubblico, sindacalisti, famigliari, e se, daltra parte, i governi non hanno mai avuto
estrema necessit di ulteriori informazioni, si pu ben capire perch in questo paese gli investimenti intellettuali, oltre che finanziari,
nei confronti di ricercatori sociali non siano mai stati troppo generosi. Ma cos si pu capire anche perch le conoscenze rigorose,
scientifiche, del sociale non vi abbiano mai abbondato, con tutte le conseguenze, anche politiche, del caso.


b3 Il Sessantotto e le sue conseguenze
Fatto sta che col XXI secolo si voltato pagina rispetto alla storia politica del XX secolo.
Tutti i partiti-Stato su scala planetaria non solo non godono pi del prestigio e della vitalit di un tempo, ma si pu dire che siano
entrati addirittura in una fase di decomposizione. I funerali dei loro decessi sono stati celebrati in vario modo: nei paesi comunisti,
dove il Partito era unico, il regime stesso clamorosamente crollato; in Italia, a spazzare via i partiti che occupavano lo Stato ha
provveduto linchiesta del 1992 nota come mani-pulite; negli Usa, la cosa avvenuta col pateracchio delle penultime elezioni che,
discreditando il sistema elettorale, hanno discreditato anche il bipartitismo che ne sempre stato emanazione, per cui ora la lobby
della guerra non ha rivali nel trovare consensi; in Inghilterra, poi, si sa che Blair socialista come la Teatcher; in Francia, infine,
Chirac, che ha potuto godere di una maggioranza schiacciante come mai, si pu dire sia leader di tutti i partiti e di nessuno in
particolare. La lista potrebbe continuare, ovviamente con le dovute eccezioni (quella cinese in testa), che non fanno tuttavia che
confermare la regola generale: quella del disfacimento avanzato di ogni organizzazione dei regimi di Partito, quale ha dominato
buona parte del XX secolo. Cos, oggi, nel XXI secolo, non pi questo il tipo di organizzazione che unisce e/o a divide tutti quelli
che siedono in governi o in parlamenti n meno che mai quelli che sono i loro seguiti pi o meno clientelari. Non ci sono pi n
basi, n vertici, n rapporti sistematici tra i due. Culti, riti, sacramenti, simboli, bandiere appaiono sempre pi solo come
anticaglie o rimasugli del passato. Il nome stesso partito quasi del tutto desueto e sempre meno gradito.
Un momento inizialmente scatenante di questo declino lo si pu rintracciare nel fatidico Sessantotto. Evento sul quale le
interpretazioni si sprecano e che qui non saranno commentate, per venire subito al punto. Tra i tanti nodi che vi vengono al pettine, ce
n uno che qui interessa in particolare. Si tratta della presa del potere della parola da parte di chiunque in qualunque luogo
sociale, di lavoro, di insegnamento. da ci, da questa esplosione del linguaggio, che i fondamenti dei regimi partitici sono stati
minati. Lintensit, la durata e i modi di questa esplosione sono stati diversi a seconda dei paesi in cui avvenuta. Ma la sua
contemporaneit praticamente universale indubbia. E al cuore c la radicale contestazione di ogni competenza a parlare, di ogni
qualifica e privilegio nel poter dire invece di e sugli altri. Per spiegarne le cause profonde si pu ricordare una cospicua serie di
condizioni storiche singolari che avevano cominciato a riunirsi in molti paesi ricchi e meno ricchi dal Secondo Dopoguerra: pi
scuola, pi universit, pi mobilit sociale, pi servizi sociali, ma anche, come si visto, pi importanza al linguaggio in quanto tale
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nelle ricerche sociali. Il tutto per sempre politicamente organizzato da regimi partitici che garantivano la gerarchia e la fitta rete dei
poteri di chi, nelle istituzioni e nelleconomia, dai livelli pi alti a quelli pi bassi, ma anche allinterno della famiglia, continuava a
decidere del destino altrui. dunque stato contro questa gerarchia e questa rete che il Sessantotto insorto, interpellando,
incoraggiando ognuno a dire la sua o ad urlare o protestare se non gliela si lasciava dire. Il potere della parola diventato dunque
alla portata di tutti, ovunque. E questa conquista restata e resta tuttoggi. Contro ogni teoria del riflusso che sarebbe seguito a
questa stagione e che lavrebbe del tutto estinta, va assolutamente difesa lidea che da allora non si mai pi tornati indietro, che
lessenziale rimasto. Anche chi non ha potere, n sa come ottenerne nel luogo dove lavora o apprende, il potere della parola ce
lo ha e lo esercita. questo che le nostre stesse inchieste verificano nella maggioranza dei casi. La paura di parlare, la reticenza a
dire, il desiderio di tacere o sorvolare non li si trovano quasi mai. La gente non solo pensa, parla anche, e liberamente. E ci viene
dal Sessantotto. Il prima e il dopo questo anno simbolico formano uno spartiacque epocale, ancora da ripensare e conoscere nelle
sue conseguenze. Il che non vuol dire che ne siano seguite solo meravigliose sorti e progressive. Anzi. Il potere della parola, alla
parola, appena conquistato, ha cominciato la sua corruzione. Non che si sia perduto, dunque, ma pi precisamente stato
contaminato dagli altri poteri pi tradizionali, quelli delle ricchezze private e dei potentati pubblici. Tutti questi, preso atto della
novit dei tempi, vi si sono adattati. Hanno allora cominciato come mai prima a lasciare parlare, a lasciare dire ad ognuno quello
che gli pareva, puntando sempre pi ad esercitarsi, tacendo, in silenzio, con mosse e decisioni meno esplicite, quasi mai dichiarate.
Si esauriva cos il tempo dei grandi programmi di partito, delle eclatanti dichiarazioni dei politici, delle accattivanti promesse di
benessere per tutti, delle leggi che scandivano con clamore la vita pubblica. Finiva questo tempo che era iniziato proprio coi partiti
novecenteschi e iniziava il tempo delle emergenze. Dei decreti e delle leggi deccezione. Decreti e leggi speciali, demergenza e
deccezione che vogliono proprio dire che chi le fa valere in uno stato di necessit tale da non potere perdere tempo a dichiarare, a
spiegare bene, a dare forma compiuta, universale, di legge, a quello che sta facendo. LItalia, con le leggi speciali in materia di
terrorismo, seguite allassassinio di Moro, nel 1978 - nelle quali si concentrava e si rilanciava la lunga tradizione dei normative
non normali, iniziata gi con lUnit, attorno al 1862, contro i briganti
[176]
, e, poi, nel Secondo Dopoguerra, contro mafia e pi
generale contro la criminalit organizzata - ha dato in questo senso un contributo universalmente riconosciuto da molti governi e
personaggi pubblici. E se questa propensione a non dire bene cosa si sta facendo ha preso piede tra le istituzioni statali, nel privato
non si voluto essere da meno. Tutte le grandi tendenze sociali ed economiche che caratterizzano passaggio dal XX al XXI secolo,
dalla globalizzazione al ridursi della sovranit degli Stati e dei loro impegni nel sociale, dalla flessibilizzazione e precarizzazione
del lavoro alla rimessa in discussione dei modi tradizionali di far scuola, sono quindi accompagnate da una grande libert
linguaggio, ovunque e per chiunque, ma che comprende anche la libert di dire poco o nulla di ci che si sta facendo da parte di chi
ha il potere di condizionare la vita di altri. Che da qualche anno la parola sia passata alle armi, alle armi dei terroristi e dei governi
che non trovano modo migliore di contrastarli se non facendo guerra, questo un fenomeno derivato anche dalle sorti del linguaggio.
Il fatto che tutti parlano di pi di chi ha il potere condiziona anche la diffusione dellopinione che tacita ogni discussione, mettendo
avanti i problemi di sicurezza contro la criminalit di qualunque genere.
Di qui limportanza del fatto che le scienze sociali assumano il linguaggio come questione decisiva proprio per dar voce e ascolto
alle parole di chi solitamente non conta, se non come esecutore e governato.


c Questioni di metodo: discorsi o parole?

Conoscere le lingue dei nativi per parlare con loro, come loro, per porsi dal loro punto di vista sempre stato un obbligo
inderogabile per tutti i maestri dellantropologia e delletnografia. Tale obbligo per diventa cruciale solo per le ricerche sociali
che portino alle estreme conseguenze la svolta linguistica. Una delle maggiori questioni di metodo che si pone in questa prospettiva
riguarda la rimessa in discussione della pretesa delle scienze sociali di avere un proprio linguaggio da esperti, un metalinguaggio
capace di includere e trattare il resto dei linguaggi come oggetti.
Ora, questa pretesa quasi scontata dal momento che le scienze sociali si vogliono scienze. In effetti, da Galileo in poi praticamente
non c scienza sperimentale che abbia rinunciato al linguaggio corrente per assumere invece dei metalinguaggi matematizzati. Il che
non vuol dire un semplice ricorso tecnico ai calcoli matematici, ma lassunzione delle matematiche come modelli di pensiero e
conoscenza. Cos, per scienze come la fisica o la chimica tutto ci che chiunque pu dire sulla natura pu essere accolto o respinto a
seconda che sia o meno traducibile nelle loro formule. Formule che a loro volta non sono traducibili in linguaggio comune, se non a
prezzo di volgarizzazioni molto impoverenti, se non fuorvianti. Ci perch i linguaggi scientifici come quelli della chimica o della
fisica hanno come destinazione di venire esposti ad esperimenti da laboratorio
[177]
, del tutto estranei al resto delle possibili
esperienze.
Ora, le somiglianze con le scienze sociali non mancano. Ad esempio, ognuna delle loro ricerche pu certo venire considerata come
un esperimento scientifico, da laboratorio. Ci che viene messo alla prova non infatti una realt sociale pura e semplice, ma un
suo frammento campionato, selezionato e isolato grazie a delle conoscenze del sociale che sono non da tutti, bens di competenza
solo di esperti.
Al di l di queste somiglianze esteriori con le altre scienze, occorre chiedersi anche da dove, da quali fonti, le scienze sociali
cercano di trarre le loro proprie nuove conoscenze sulla realt. Il punto , come pi volte sottolineato, che, se si prende sul serio la
svolta linguistica, chiaro che questa fonte non altro che il linguaggio stesso, il linguaggio in quanto tale, quello parlato da
chiunque, esperti e non esperti. Una delle possibilit pi proprie delle scienze sociali rispetto alle altre scienze risulta allora quella
di non fare del metalinguaggio un proprio obbligo assoluto. Assumere fino in fondo il fatto che la realt sociale si d anzitutto e
soprattutto attraverso il linguaggio significa che esso da assumere in quanto tale, senza distinzioni a priori, senza gerarchie
prestabilite tra linguaggi, lingue, gerghi o dialetti. Il fatto bruto, la dimensione puramente empirica, non diviene allora altro se non
quello che viene detto nel luogo che il ricercatore ha scelto come proprio campo di indagine. Le nostre inchieste hanno tutte al loro
cuore un insieme di interviste (su un unico questionario, ma del tutto aperto) rivolte ad un campione di popolazione incontrata sul
suo luogo di lavoro, di apprendimento o di utenza di un servizio. E nostro obiettivo principale conoscere il loro pensiero
attraverso le loro stesse enunciazioni, senza supporre a priori che tra queste enunciazioni ci debba essere alcun legame.
Questa questione del legame o meno tra gli enunciati decisiva.
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Nella maggioranza delle scienze sociali si opta per presupporre tale legame. Senza di esso pare proprio impossibile qualsiasi
conoscenza del linguaggio. Per la conoscenza linguistica del linguaggio, tale legame sta essenzialmente nella regola grammaticale. Il
rispetto o meno di questa regola nel parlare una delle questioni cruciali di ogni scienza del linguaggio. Cos tutte le scienze sociali
che vanno al seguito delle scienze del linguaggio possono affrontare la realt sociale solo se sono armate di una qualche regola di
tipo o di derivazione grammaticale.
Esiste anche tutto un campo di dottrine interdisciplinari che hanno tra i propri obiettivi proprio quello di amplificare il senso delle
regole grammaticali in una logica polifunzionale, direttamente assumibile, n pi, n meno, da ogni campo dello scibile, e quindi a
maggior ragione dalle scienze sociali. Tra di esse, ad esempio, gode ancora di buon credito unopera come quella di van Dijck, che
propone non solo una semantica formale, ma anche una pragmatica del discorso, universalmente applicabili tanto in psicologia
cognitiva, quanto in antropologia e sociologia, nonch in filosofia e poetica. Il tutto in nome di una teoria capace di ricostruire
gli enunciati del linguaggio naturale come sequenze di frasi, in cui ogni frase viene considerata in relazione a quelle delle altre
frasi della stessa sequenza. Detta sequenza, concepita come relazione, costituirebbe allora il contesto verbale da analizzare come
discorso, dalla cui coerenza o meno dipenderebbero le sue conseguenze pragmatiche
[178]
.
Al di l della portata logica e linguistica di questa teoria, le sue implicazioni per la conoscenza della realt sociale possono
riassumersi in una prescrizione con una sua chiara evidenza: quella di dovere analizzare tale realt a partire dalla coerenza o meno
dei discorsi che la riguardano. Il che quasi ovvio. Va da s che la coerenza o meno dei discorsi interessa le scienze sociali, oltre
ad avere diretti effetti sulla stessa realt sociale. Nessun sapere che si rispetti infatti pu essere pensato e presentato senza un
minimo di coerenza, cos come nessuno con responsabilit di governo nella societ dovrebbe sentirsi esonerato dalla responsabilit
di far discorsi con un minimo di coerenza. Ogni esercizio del sapere e del potere ha sempre le sue necessit e, per parlarne senza
troppe omissioni, occorre evitare il pi possibile di contraddirsi. Qui, dunque, sotto questo duplice aspetto, il rapporto tra
linguaggio e realt sociale non pu non essere analizzato senza considerare come e se il linguaggio si tenga insieme, abbia o meno
coerenza.
Il punto per che questo non il solo aspetto del rapporto tra linguaggio e realt sociale, n quello che pi interessa le nostre
ricerche. Ad essere interpellati da esse non sono esperti o governanti, ma gente che non pu nulla, n sa come ottenere potere, dal
momento che fa un lavoro duro, cio oggettivamente al limite del possibile. Nelle interviste a tali soggetti, la coerenza o meno dei
loro discorsi ha poca o nulla importanza. La loro realt sociale non la cerchiamo prendendo come regola, come misura, il legame o
meno tra le frasi che vengono come risposte. La cerchiamo direttamente tra le parole, tra le frasi, supponendo che questo tra non
designi nulla, se non una semplice possibilit significante, e dunque senza alcun intrinseco significato. Realt sociale dunque ci
verso cui parole e frasi degli intervistati tendono senza mai raggiungerla; il che non toglie, ma anzi precisa che le frasi e parole
degli intervistati sono lunica fonte per la conoscenza della realt sociale, in quanto luogo di una molteplicit di prescrizioni
diverse e a volte in conflitto tra loro. Insomma, nel dire degli intervistati il ricercatore non deve trovare alcuna necessit, ma solo
delle possibilit di prescrizione sulla realt sociale: possibilit, che sta allo stesso ricercatore presentare a suo modo, con tutte le
responsabilit del caso.
Il dubbio accademico che in tal modo non vi sia alcuna garanzia di obiettivit della ricerca in fondo un dubbio antisperimentale,
legittimista: che valuta la ricerca stessa a partire dalla sua legittimit rispetto a canoni accademici realistici, oggettivistici, i quali,
per quanto godano ancora di una qualche credibilit istituzionale, da un punto di vista sperimentale, sono praticamente scaduti,
desueti. In realt, ci che ha sempre deciso dellobiettivit di una ricerca non altro che la sua comparabilit col sapere esistente
delle scienze sociali, nonch la sua efficacia nelloffrire delle conoscenze utili alle decisioni politiche. Da questo punto di vista, far
ricerca su parole e frasi assunte in modo slegato e frammentario non meno giustificato del cercarvi una qualche coerenza o leggerle
tramite un qualche codice di lettura fissato a priori. Non altro che questione di scelta. A negare la possibilit di questa scelta
possono essere solo metodologie a una dimensione e con una propensione egemonica, cio meno che mai legittime nel nostro tempo.
Resta che le nostre ipotesi di fare ricerca sul rapporto tra linguaggio e realt sociale solamente localizzandolo, senza supporvi alcun
legame, sono eccentriche rispetto a quasi tutte le maggiori tradizioni delle scienze sociali. Tutte le categorie centrali di queste
tradizioni come lotta tra le classi, evoluzione, definizione , tipo ideale , funzione, struttura, sistema, vita
quotidiana, performance, discorso, non sono infatti che dei sinonimi della realt sociale che garantiscono a priori un legame tra
questultima e il linguaggio. Studiare il sociale ha significato quasi sempre applicare nei pi svariati modi queste categorie. Secondo
un marxista, essere obiettivo significava riconoscere in ogni societ le divisioni e le lotte delle classi; secondo un evoluzionista,
riconoscervi e compararvi i diversi gradi di sviluppo; secondo un durkheimiano, distinguervi, per poi studiarlo, cosa fosse
definibile come fatto sociale; secondo un weberiano, costruire un tipo ideale di agire sociale, per poi valutarne lapprossimazione
alla realt; secondo un funzionalista, riconoscervi la funzionalit e cos via. Sono stati questi sinonimi dellessenza della realt
sociale a costituire labc dei metalinguaggi delle scienze sociali: dei linguaggi da esperti, dei gerghi tecnici che hanno trattato il
linguaggio naturale, corrente, come un insieme di linguaggi oggetto. Ma del tutto degno di nota che le certezze su cui si fondavano
questi metalinguaggi erano comunque esogene, derivate da campi del sapere estranei alle stesse ricerche sociali. Lotta di classe
categoria derivata essenzialmente dalla militanza intellettuale e politica dei marxisti; evoluzione, funzione e sistema dalla
biologia; definizione dalla filosofia positivista e tipo ideale dalla filosofia neokantiana; struttura, discorso dalla linguistica;
performance, oltre che dalla filosofia del linguaggio, dal teatro.
Essere obiettivi, pur chiamandosi fuori da queste tradizioni, non significa altro che ottenere dei risultati comparabili a quelli ottenuti
da ricerche condotte in nome di queste categorie. E se i linguaggi da essi organizzati si sono presentati come linguaggi da esperti,
non detto che non si possa fare altrimenti. quanto prescrive la svolta linguistica assunta nelle sue ultime conseguenze. Ed
quanto le nostre ricerche tentano.

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VI. LE NOSTRE RISPOSTE


Prima di passare alle nostre risposte, faccio il punto, con laggiunta qualche commento ulteriore, di quanto finora sostenuto.

1 Il dualismo delle scienze sociali
La svolta linguistica quale avviene nelle scienze sociali nel corso del Novecento significa che non pi possibile pensare che nella
realt sociale vi siano decisivi condizionamenti naturali, ma che tutto o quasi dipende da quel che detto a proposito del
sociale
[179]
: anzitutto da quel che detto da chi vi ha potere di condizionare la vita altrui. Ora, il fatto che in questo secolo chi ha
avuto tale potere stato organizzato soprattutto da partiti che si sono presentati essenzialmente nella forma scritta, dichiarata,
discutibile, dei programmi, dei discorsi, delle parole dordine. Un linguaggio, questo, di cui i partiti sono vissuti, che stato
caratterizzato dalla promessa secondo la quale prima o poi non sarebbe pi esistito un sociale emarginato e che presto o tardi tutto il
sociale sarebbe stato integrato attorno allo stesso modello di umanit: comunista, fascista, ariano o liberal-democratico, per non
parlare di tutte le altre possibili variazioni e sfumature intermedie.
A partire dallesplosione del Sessantotto e dal disseminarsi illimitato del potere della parola, i partiti, con tutti i loro programmi e
leggi per ridurre la polarit tra governanti e governati, tra ricchi e poveri, tra chi ha potere e chi no, hanno esaurito il loro ciclo
desistenza. Tale polarit oggi, dunque, torna fuori pi che mai. Dei modi per nasconderla non mancano. Ad esempio, quello di
ritirare in ballo delle differenze naturali o religiose, come quelle evocate dalle identit comunitarie. Ma la natura di fronte alla
societ oramai solo ambiente, sfondo di una scena che decisa altrimenti: anzitutto da quel che si dice che sia possibile fare. Ed
quanto mai significativo che, quando lopinione mediatica tratta dambiente, lo faccia soprattutto in nome di una sua difesa: come
se si trattasse di fare il meno possibile, di lasciarlo al suo stato naturale, come se tutti, indipendentemente dai propri status e ruoli,
avessero pari responsabilit. Mentre chiaro che lo stato dellambiente naturale non altro che il risultato delle politiche di chi ha
il potere su industrie, trasporti, gestione dei rifiuti, ricerche scientifiche e altre attivit del genere, su cui la stragrande maggioranza
della popolazione non ha alcun minimo potere. La prescrizione della difesa dellambiente rischia dunque di fare da paravento alle
responsabilit di chi gestisce quelle che invece sono (come quella gi citata, sulla fame, raggiunta, sia pur relativamente da pochi
paesi, nel Secondo Dopoguerra) delle conquiste sulle necessit naturali: conquiste da allargare ed estendere per rimodellare
ulteriormente anche ci che della natura trasformata in ambiente si rivelato un residuo incompatibile con la vita sociale. Ma il fatto
stesso che ovunque si parli di natura solo come di unarmonia originaria che tutti indistintamente hanno lobbligo morale di
rispettare, il fatto che quasi mai sia messo in discussione il potere di chi la trasforma costantemente, tutto ci mostra chiaramente
solo una cosa che qui interessa. Che non tutte le parole hanno lo stesso peso, che non si tratta solo di segni che si scambiano, che
comunicano tra loro. E ci perch le parole di chi condiziona le sorti del sociale sono parole con unefficacia diversa da quelle di
chi fa tanto se riesce a rendersi possibile una propria realt sociale.
Alle scienze sociali sta dunque decidere dove indirizzare le proprie ricerche. Le nostre sono indirizzate in questultimo senso, verso
quei soggetti che sono senza potere dove lavorano o apprendono, ma hanno la capacit e la volont di dire cosa pensano e come
fanno a rendere possibile il sociale oltre ci che gi gli esperti conoscono. Ma non lunica direzione. C infatti quanto mai
bisogno di scienze sociali capaci anche di offrire proprie prescrizioni nei confronti di quelle politiche di chi, nel pubblico come nel
privato, ha potere e competenze di governo. Lessenziale che nei due casi, sia in quello delle ricerche tra i governati, sia in quello
delle ricerche tra i governanti non si pretenda di integrare anche laltra casistica svuotandola di contenuti propri. Nel triangolo tra
governati, governanti e scienze sociali nessuno deve pretendere di dettare legge, di trovare la soluzione che accontenti tutti. I
rapporti reali non possono che essere bilaterali e il terzo, come insegna la logica pi tradizionale, non pu che essere escluso.
Solo cos si pu rispettare la societ nelle sue divisioni per avvicinarle senza farle scontrare.
Limmagine delle scienze sociali che ne risulta pu apparire un po schizofrenica, intimamente e irrimediabilmente divisa tra le
ricerche al servizio di chi governa e le ricerche al sevizio dei governati. Ma questa divisione di fatto esiste gi fin dalle loro origini
di met Ottocento. Fin da quando, cio, a ricercatori come Tylor venne in mente di studiare dei selvaggi, quali gli Anahuac del
Messico, e non certo allo scopo di asservirli o gestirli, ma per dar loro la dignit di rappresentare una grande questione per
lantropologia nascente. Se dunque simili ricerche su popolazioni senza potere sono da sempre state un punto di forza delle scienze
sociali, esse si sono sempre accompagnate a ricerche del tutto funzionali alle esigenze dei governi pi potenti. Questa doppia
attitudine a guardare la realt dallalto o dal basso , da sempre esistente, nei fatti, tra sociologi, antropologi ed etnografi,
apparsa pi che mai composta nel Novecento, grazie anche alle diverse promesse partitiche convergenti nel far sperare in un mondo
in cui le differenze di condizione tra esseri umani si sarebbero in un modo o in un altro ridotte, se non addirittura estinte. Lattuale
venire meno di tali promesse richiederebbe per che questo dualismo delle scienze sociali, questo loro oscillare, di fatto, tra
popolazioni di governanti e popolazioni di governati, fosse finalmente riconosciuto anche di diritto. Il che per loro non
comporterebbe alcuna scissione metodologica o istituzionale, ma solo delle pi chiare assunzioni di responsabilit quanto alla
politica scientifica perseguita, se pi in favore dei governanti o pi in favore dei governati.

2 Prescrizioni per la ricerca

Le nostre risposte verranno esposte in forma di prescrizioni. Prescrizioni di come pu prendere lavvio e orientarsi una ricerca
ispirata dalle nostre ipotesi.
Supponiamo di essere qualcuno che ne sa qualcosa di scienze sociali (ovvero che ha gi letto le parti precedenti di questo testo e ha
preso visione di qualche libro segnalato in bibliografia) e che ha intenzione di fare una ricerca.
Anzitutto, si cerca di avere qualche informazione su quel che si dice nel presente a proposito del sociale. A tal scopo loperazione
pi semplice consiste nello sfogliare qualche giornale. In questi mezzi della comunicazione di massa si trova ovviamente una
miriade di opinioni circolanti sui fatti pi diversi.

2.1 Ricerche sociologiche sui governanti
[180]
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Tra queste opinioni circolanti, solitamente campeggiano quelle di coloro che hanno capacit e competenze di governo sulla vita
degli altri. Poco importa che siano imprenditori, sindacalisti, politici o funzionari, poco importa che siano o meno favorevolmente
commentati dai giornalisti, ancora meno se le loro parole godano di un consenso unanime, lessenziale soffermarsi su quello che
dicono a proposito di quello che stanno facendo: su ci che dichiarano a proposito di quello stanno rendendo possibile. Solitamente
queste dichiarazioni contengono delle giustificazioni del proprio operato. Chi ha potere per lo pi non si sottrae del tutto alla
responsabilit di dare qualche spiegazione del perch sta facendo quello che sta facendo. E gli argomenti per tale spiegazione non
possono non contenere un minimo di razionalit: cio, di coerenza logica rispetto ad un insieme di conoscenze riguardanti le
condizioni in cui si agisce. Insomma, i discorsi di chi ha potere tendono sempre o quasi a evocare le cognizioni di causa che
giustificano le loro scelte. Ora proprio questo, queste cognizioni di causa, la prima cosa che opportuno studiare se ad interessare
lanalisi di una decisione che ha conseguenze prescrittive sul resto della societ.

La prima domanda che ci si pu porre riguarda il metodo, la scuola di pensiero, con cui tali conoscenze sono state ottenute. E,
poich normalmente si tratta di conoscenze fondamentalmente economiche, giuridiche o militari, si tratter di capire da quale
indirizzo allinterno di queste dottrine venga tratto il sapere necessario a decidere. Qual insomma la formazione degli esperti, dei
consiglieri di chi spiega pubblicamente perch stata presa una decisione di governo piuttosto che unaltra. In tal modo si potr
capire se con tale decisione non si fa che applicare dogmaticamente un sapere gi acquisito oppure se ne rappresenta una variante
innovativa pi o meno giustificata. Ad esempio, una critica molto spesso rivolta al Fondo Monetario Internazionale stata quella di
seguire dogmaticamente un approccio economico neoliberista e monetarista. Invece, in Italia, ad un Ministro come Tremonti stata
imputata una finanza creativa, ironizzando sul fatto che le cifre addotte non giustificavano le decisioni prese in loro nome.

Una seconda domanda che ci si pu porre riguarda la coerenza tra le conseguenze sociali prevedibili della decisione presa e la sua
giustificazione. Per esempio, se lobiettivo di estirpare dal sociale ogni forma di terrorismo giustifichi, da un punto di vista militare,
la decisione di una guerra infinita ai cosiddetti Stati canaglia. Personalmente, altrove
[181]
, ho provato a dimostrare che, anche
alla luce della tradizionalissima e sempre rispettata dottrina bellica del generale prussiano del primo Ottocento, Carl von
Clausewitz, tale giustificazione introvabile.

La domanda pi impegnativa consiste nel chiedersi se, alla luce delle conoscenze disponibili intorno alle condizioni di una
decisione a rilevanza sociale, non fosse opportuno pensare unaltra decisione. Ogni problema sociale infatti ha sempre pi
soluzioni possibili. Possibilit, che aumentano tanto pi e meglio conosciuto il problema. E dato che nessun problema ha solo una
soluzione, ogni decisione di politica sociale tanto pi contestabile quanto pi si giustifica come lunica possibile. Tale
giustificazione infatti non fa semplicemente che nascondere quali siano i settori di popolazione che sono pi premiati e quelli che
sono pi penalizzati. Ogni soluzione di un problema sociale, in quanto attuata comunque col concorso di finanze pubbliche, implica
infatti una inevitabile redistribuzione del reddito, di cui sarebbe sempre opportuna una discussione pubblica, cui le scienze sociali
dovrebbero contribuire. La semplice deduzione della soluzione politica, tratta per via puramente logica dalla conoscenza del
problema, come si trattasse di unoperazione naturale e a costo zero, solo falsit, che le scienze sociali dovrebbero sempre
denunciare. Cos pure dovrebbero denunciare luso sempre pi frequente e sistematico tra i governanti di categorie giuridiche come
stato demergenza, leggi speciali e deccezione. Tale uso, che finito nellevidente perversione di rendere normale
leccezionale, non punta infatti che a tacitare sul nascere ogni discussione sullopportunit di altre decisioni
[182]
.

Ma c anche tuttun altro insieme di questioni che possono suscitare linteresse di ricerca. Specie in Italia si tratta di quelle che si
possono chiamare indecisioni o le decisioni del tutto implicite da parte di chi ha il potere: le famose disfunzioni o inefficienze dello
Stato, i conflitti di interessi. Ad esempio, lincapacit ad avere procedure omogenee e credibili nellaccoglimento dei lavoratori
stranieri, la delega spesso tacita alla famiglia o alla chiesa per risolvere questioni sociali che riguardano tutti i cittadini, con o senza
famiglia, credenti o non credenti, o, daltra parte, il fatto che il lavoro continui ad essere per met, o quasi, nero, cio non censito,
fuori di ogni conto e norma. Qui le domande da porsi riguardano tutte le decisioni che sono prese al posto di quelle che, alla luce
delle conoscenze economiche e giuridiche, parrebbero importanti.
Daltra parte, in qualsiasi problematica sociale del nostro paese occorre sempre tenere conto di un dato caratteristico della
situazione giuridica. Linflazione legislativa, il fatto che esistono troppe leggi, il fatto che, ad esempio, quando se ne fa una non si
abrogano le precedenti su analoga materia, insomma lesistenza su ogni questione di garbugli normativi che finiscono per lasciare
molto spazio discrezionale allautorit del caso: magistrati, tutori dellordine pubblico, clero, funzionari o grandi e piccoli
manager con prestigio e qualifiche pubbliche o semipubbliche. Di qui linteresse a studiare come, caso per caso, sulla base di quali
conoscenze tali governanti prendono le loro decisioni. Limportante per mantenere la ricerca a livello scientifico concentrare
lattenzione sulle conoscenze e sulla coerenza o meno delle decisioni che vengono prese. Diversamente, se lattenzione dedicata
soprattutto a stabilire gli intrecci personali pi o meno occulti che stanno dietro le decisioni, oppure a sollevare scandali per la loro
segretezza, in tali casi si scivola inevitabilmente nella cronaca. Non si deve mai dimenticare che ogni Stato, per definizione,
rivendica di avere dei segreti, e che questi coprono lessenziale di quella dimensione decisiva degli affari pubblici costituita dalla
tutela dellordine interno e dalle questioni militari. Insomma, la supposta trasparenza delle istituzioni pubbliche e democratiche
riguarda solo una parte di queste ultime. Le conoscenze delle ricerche sociali su chi ha potere possono contribuire ad estendere
questa trasparenza, ma solo puntualmente e relativamente.

Da notare bene che ovunque lopinione circoli, ovunque linformazione arrivi, c sempre un potere che decide o al quale si pu
comunque imputare lo stato del problema sociale che si incontra. Il ricercatore sociale non deve cio cedere alla tentazione di
credere a qualcosa come lautogoverno della societ. Credenza, questa, favorita dalluso di categorie quali quella della societ
civile o della cultura intesa come stadio evolutivo contiguo a quello naturale e quindi condivisa da tutti e da nessuno in
particolare. Ad esempio, tipico, da questo punto di vista, un certo tradizionale e sempre diffuso
[183]
modo di concepire il
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sottosviluppo del meridione italiano, attribuendone la causa o meglio la colpa ai difetti che caratterizzerebbero societ civile o
cultura da Roma in gi. Ma anche a proposito di fenomeni come le tifoserie calcistiche, la grande, la piccola criminalit o altri
fenomeni di rilevanza sociale generale, il focus della ricerca deve sempre puntare a individuare le sedi pubbliche o private,
manifeste od occulte, dove si concentra il potere di prendere decisioni sul destino di tali fenomeni. E anche qui lanalisi deve
concentrarsi sulle conoscenze in base alle quali tali decisioni sono prese e quindi sulla coerenza o meno di queste ultime rispetto a
quanto viene dichiarato per giustificarle.

In ogni caso, da evitare credere che il risultato ideale della ricerca dovrebbe consistere in pure e semplici descrizioni oggettive,
obiettive, di quel che la realt sociale . Dal momento in cui la svolta linguistica impone di ammettere che la realt sociale quello
che il linguaggio ne presenta, anche il ricercatore sociale non pu non sentirsi corresponsabile della sua presentazione. Cos le sue
ricerche non possono non avere una portata pragmatica, effettuale, quanto meno nello spingere in un senso piuttosto che in un altro la
circolazione delle opinioni.

Come si visto, tutto questo genere di ricerche sui governanti richiede comunque delle precise competenze e conoscenze in
materie da esperti: giuridiche, statistiche, economiche, urbanistiche, criminologiche, militari, e cos via. Senza padroneggiare
almeno uno di questi tipi di sapere, tali ricerche su come si esercita il governo del sociale non sono possibili. Se questi si possono
chiamare studi sociologici, quelli cui si dedica il nostro gruppo sono altri, che rientrano piuttosto tra gli studi che si chiamano
antropologici, etnologici o ancora pi precisamente, nel nostro caso, etnografici.




2.2 Ricerche etnografiche tra i governati
Per spiegare come orientarli, ritorniamo allo sfoglio dei giornali.
Pi spesso tra le righe, possiamo notare il riferimento a gente che semplicemente governata, che non ha alcun potere di decidere
i destini del resto del sociale, e che stenta a rendere possibile il proprio. Si tratta di popolazioni che fanno lavori duri,
obiettivamente al limite del possibile, o che sono senza lavoro e che si arrangiano come possono a sopravvivere. Un sociale che,
volendo, si pu chiamare marginale, ma intendendo cos che si tratta di una realt alla frontiera del possibile, che rende possibile
ci che per il resto della societ non lo . I margini che occupa questo genere di popolazione sono pi o meno grandi a seconda
della ricchezza e dello sviluppo economico del paese in cui si trova, ma sono comunque molto pi vasti di quanto la circolazione
delle opinioni solitamente ammetta. E ci, non perch queste sono manipolate dai mass media e da chi li comanda, ma perch questa
realt sociale, senza potere, non ha nulla da comunicare, n da far notizia. Cos, a livello dopinione, essa compare solo tramite i
discorsi di chi ne trae anche solo un minimo di potere, come i sindacati. Il recente disfacimento dei partiti, soprattutto di quelli che
tiravano avanti il movimento operaio, ha sicuramente fatto recedere, come mai prima, poveri, operai, lavoratori precari o senza
lavoro a semplici cifre statistiche. Ma, daltra parte, oggi nessuno pu pensare seriamente che queste siano delle popolazioni in pi
o meno rapida ascesa sociale o estinzione. Si allargano allargando sempre pi i margini del sociale rispetto ai suoi centri
decisionali.
Dunque, letnografo che oggi voglia studiare queste popolazioni dette marginali si trova in una posizione assai nuova e singolare. Da
un lato, la sua scelta di ricerca pu assomigliare a quella di quei primi etnografi che, contro lopinione pubblica del proprio tempo e
sfidando ogni sorta di rischi, si avventuravano tra capanne sperdute nelle foreste per ergere a grande questione scientifica il pensiero
di semplici selvaggi; dallaltro, anzich a remoti e sparuti villaggi, si trova di fronte a immense popolazioni ovunque in crescita,
come in crescita sono povert, lavoro precario e mancanza di assistenza.
Punto di partenza che tra queste popolazioni di governati comunque si parla e quindi si pensa. E lo si fa non diversamente da
come lo pu fare ogni ricercatore, non troppo scolastico, non troppo chiuso nella sua presunzione di essere uno scienziato o nella
smania di rispettare riti e corpi accademici. Primo passo da fare quindi scommettere che tra le parole e il pensiero di chi dalla
ricerca interpellato e le parole e il pensiero di chi la ricerca la fa ci possa essere incontro. Un incontro come tutti quelli che
chiunque pu fare, ma con qualcosa di un po speciale. Quel qualcosa che chi fa la ricerca deve riuscire a metterci, col suo sapere: il
fatto che lincontro non si riduca a semplice scambio di opinioni, a ulteriore mulinello nella circolazione delle comunicazioni. In
effetti, ammettere che un soggetto senza potere possa avere un suo pensiero non deve fare credere che tutto quel che esso dice sia
frutto di pensiero. Occorre invece ammettere che esso, come chiunque, possa parlare, anche semplicemente ripetendo quel che ha
sentito dire in giro. Anzi, chiaro che questo secondo caso sicuramente il pi probabile, mentre pi difficile il precedente,
quello in cui si d del pensiero in modo singolare. La scommessa che solo in questultimo, nella sua singolarit, si trovino le tracce
di quel che la realt sociale per chi governato. Presentarle come risultato scientifico, nonch come prescrizione per le politiche
sociali dunque tra i nostri obiettivi ultimi.
Ma la realt sociale di chi non pu deciderne nulla, in generale, identificabile solo se viene localizzata. Come il villaggio una
delle categorie delletnografia del pensiero selvaggio, cos la nostra etnografia del pensiero ha come prescrizione obbligatoria la
localizzazione della realt sociale. Fabbriche, centri di assistenza, scuole sono tra i luoghi principali delle nostre inchieste. Cosa sia
o non sia un luogo a volte problematico. Che un quartiere lo sia tutto da valutare. Cos come invece un solo reparto di una
fabbrica pu esserlo. Lessenziale capire se e fino a che punto il luogo luogo che d da pensare a chi ne fa esperienza diretta.
Decidere su questo punto importante perch proprio

a proposito di questi luoghi che interpelliamo il pensiero dei soggetti che ne
fanno esperienza diretta.
Importante anche conoscere tutto quel che si pu sapere a priori di questi luoghi. Qual la loro storia, come si situano rispetto al
complesso industriale, educativo, formativo o assistenziale in cui sono inseriti, quel che ne dicono le cronache, i dirigenti o le
opinioni circolanti intorno ad essi. Ma tutte queste conoscenze da esperti, da raccogliere prima dellincontro con gli intervistati, non
devono costituire gli argomenti cruciali dellincontro stesso. Ci accade, ad esempio, se interpelliamo i nostri soggetti cercando di
capire il grado della loro coscienza rispetto alle conoscenze che noi gi abbiamo. La distinzione tra coscienza e pensiero qui
decisiva. Ci cui puntiamo stimolare un pensiero, non verificare delle coscienze. E per stimolare il pensiero occorre supporre che
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esso ci possa dire qualcosa del tutto diverso da quel che si pu sapere altrimenti, per quanto scientifico possa essere. Per conoscere
la realt sociale di cui parla un pensiero occorre pensarlo, e per pensarlo occorre dargli spazio, lasciare che si dispieghi in un suo
spazio intellettuale. solo trovando uno spazio intellettuale proprio degli intervistati, ci di cui discutono, su cui si confrontano, di
cui parlano, che si pu pensare e conoscere il loro pensiero dallinterno. A tal scopo, tutte le conoscenze che ci si pu fare del
luogo dellincontro cogli intervistati, prima dellincontro stesso, devono servire solo come preliminari.
Tra i preliminari ci sono anche i contatti coi responsabili del governo del luogo, le direzioni. Decisivo infatti che le interviste si
svolgano sul luogo e durante lorario di lavoro. Per questo decisiva anche la collaborazione con le direzioni, alle quali si pu
assicurare che dai risultati della ricerca si potranno ricavare prescrizioni utili ad avvicinare il governo del luogo a quanto pensano i
governati. Per campionare il gruppo di soggetti con cui svolgere le interviste, a parte altri dettagli pi tecnici, il principio
solitamente seguito sta nel non cercare di costruire una media o un tipo ideale di interlocutore, il che supporrebbe una precisa
conoscenza preliminare di tutta la popolazione interpellata, quanto di evitare ogni eccesso di caratteristiche particolari (ad esempio,
di sesso, provenienza, et o mansioni). Poich lessenziale sta nella riuscita degli incontri, la formulazione del questionario o della
guida per le interviste che avvengono durante tali incontri, quanto mai delicata. Essa deve tenere presente questi limiti, ma
chiaramente varia completamente da luogo a luogo. Il tipo di domande di cui composto il questionario comunque il pi aperto, il
pi generico possibile, proprio per lasciare la massima libert di riflessione allintervistato, al quale per altro va garantito il pi
assoluto anonimato. Non va risparmiato alcuno sforzo perch metodo e intenti della ricerca siano il pi possibile chiari per tutti
quelli che sono da essa interpellati. Gli incontri sono interviste faccia a faccia tra uno o pi intervistatori e un intervistato. Il
questionario lo stesso per tutte le interviste, ma su ogni risposta lintervistatore legittimato a ogni sorta di rilancio per ottenere
risposte pi precise. Il magnetofono sconsigliato, per il clima da chiacchiera che permette, ma anche perch, registrando tutto,
registra anche gli enunciati che lintervistato non desidera. E contrariare un intervistato non giova allintervista cos come la
intendiamo. Viene preferita limmediata trascrizione su supporto cartaceo delle risposte, anche a costo di qualche malaugurata
perdita di enunciati. Si vuole infatti che lintervistato si senta del tutto responsabilizzato sulle le risposte che d, parola, per parola.
In alcune ricerche simili alle nostre, una volta raccolte le risposte, linchiesta pu ritenersi prossima alla conclusione. Nel nostro
caso, lanalisi del contenuto la parte pi complessa. Limportante che il ricercatore impari a pensare e conoscere il luogo dove la
ricerca avvenuta tramite gli enunciati stessi che vi ha raccolto. Iterazioni o singolarit, silenzi o malintesi, reticenze o logorree:
ogni carattere riscontrato in una o in tutte le interviste pu acquistare un aspetto diverso a seconda dell'inchiesta. L'importante non
cercare conferme o critiche dellopinione che circola dentro e fuori del luogo, ma cercare ci che viene pensato in quel luogo e in
quel luogo solamente. Problemi e soluzioni incontrati per rendere possibile un lavoro, unesperienza che dallesterno del luogo
poco o nulla immaginabile: queste le prime cose da conoscere e che spesso risultano ignote anche a chi governa quello stesso luogo,
nonch agli esperti che provano a conoscerlo seguendo modelli o definizioni universali.
Quanto al rapporto finale, esso deve essere pertinente ad almeno una questione gi discussa dalle scienze sociali, della quale
linchiesta stessa possa presentarsi come una sperimentazione. Il tutto comunque in un linguaggio accessibile anche a non esperti, in
quanto tra i suoi destinatari vi sono anche gli stessi intervistati, oltre agli esperti del tema trattato dallinchiesta e a chi esercita il
governo del luogo. Far confrontare queste tre soggettivit, senza confonderle o esasperarne i conflitti, va infatti sempre presentato
come uno dei primi obiettivi pragmatici perseguiti dalla nostra etnografia.





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Indice dei Nomi

Agamben G.
Alquati R.
Althusser L.
Anderson N.
Ardig R.
Arendt H.
Arrighi G.
Austin J.
Badiou A.
Barnard A.
Barthes R.
Becker H.S.
Bloch M.
Blumer H.
Boas F.
Bonin L.
Chomsky N.
Cicourel A.W.
Commager H.S.
Comte A.
Craveri P.
Crespi F.
Croce B.
DAttorre A.
Dal Lago A.
Darwin C.
De Biasi R.
De Martino E.
de Saussure F.
Dewey J.
Dilthey W.
Durkheim .
Eco U.
Engels F.
Esposito R.
Evans-Pritchard E.E.
Fabbri P.
Fioravanti M.
Fontana A.
Foucault M.
Frazer J.G.
Freud S.
Galilei G.
Galli G.
Gallino L.
Garfinkel H.
Geertz C.
Gentile G.
Giglioli P.P.
Ginzborg P.
Giraud P.N.
Gobo G.
Goffman E.
Guiducci R.
Habermas J.
Hardt M.
Harris M.
Hegel G.W.F.
Heidegger M.
Heisemberg W.
Hjelmslev L.
Husserl E.
Izzo A.
Jakobson R.
Krugman P.
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Labriola A.
Lacan J.
Lanaro S.
Lazarfeld P.F.
Lazarus S.
Leach E.
Leonardi f.
Leoprdi G.
Lvi-Strauss C.
Lvy-Bruhl L.
Livolsi M.
Luhmann N.
Lukacs G.
Lynd M.H.
Lynd R.S.
Machiavelli N.
Malinowski B.
Mangoni L.
Marazzi A.
Marcuse H.
Martucci R.
Marx K.
Mauss M.
Mead G.
Mereu I.
Merton R.G.
Michel N.
Michels R.
Milner J.C.
Mioni A.
Mommsen W.
Montesquieu C.L.
Morgan L.H.
Morrison S.E.
Mosca G.
Negri A.
Pancino C.
Pareto W.
Parsons T.
Pasquino p.
Piccardo C.
Pizzorno A.
Platone
Putnam R.D.
Radcliffe-Brown A.R.
Regalia I.
Regini M.
Remotti F.
Reyneri E.
Rorty R.
Rousseau J.J.
Sapir E.
Schutz A.
Silver B.
Silver M.
Simmel G.
Sofocle
Stalin J.
Tarski A.
Thomas W.I.
Tnnies F.
Toscano M.
Turi G.
Turner R.
Turner V.
Tylor E.B.
Valdevit G.
Van Dijk T.A.
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Webb B.
Webb S.J.
Weber M.
Wells O.
Whorf B.L.
Whyte W.F.
Wilson O.
Windelband W.
Wittgenstein L.
Wundt W.
Zincone G.
Znaniecki F.
Zola .
[1]
Chi voglia saperne di pi pu provare a leggere il certo non facile Anthropologie du nom, Paris, 1996 di questo autore e la raccolta di saggi da
lui curata per il n. 3 di thnographie franaise, Paris, 2001. Se qui di seguito non si troveranno richiami espliciti a riguardo perch di impliciti ve
ne sono tanti che la loro esposizione avrebbe tremendamente appesantito il testo. Ma anche perch, se c una cosa che ho imparato da questa
scuola, che ogni ricercatore deve cercare una propria via.
[2]
Riferimento decisivo da questo punto di vista tutta lopera di Michel Foucault, ma in un senso diametralmente opposto a quello prevalente
(ad esempio anche in Hardt, Negri, Impero, Milano 2002; Moltitudine, Milano, 2004) che privilegia la tematica della bio-politica. Che questioni
biologiche, politiche e anche quindi storiche e sociali possano essere trattate allo stesso modo, con un unico approccio, infatti un presupposto
tipico da pensiero unico, a una dimensione, per quanto si presenti moltitudinario. A proposito di Foucault, rimando al mio Potere senza corpo e
corpi senza potere: ricordando Foucault in Aa. Vv. (a cura di C.Pancino) Corpi, Padova, 2000.
[3]
Qui non tratter di alcuna problematica che abbia al centro la psiche, ma ogni riferimento ad esso sar sempre ispirato a questo grande maestro
di psicanalisi e a quanto ne ho appreso dai suoi allievi, quali Alain Badiou, Lessere e levento, Meditazione 37, Genova, 1995, Jean Claude
Milner, Priple structural, Paris, 2002 o Marc Silver, Letica della psicanalisi, Milano, 2003.
[4]
Si vedano le inchieste sugli operai della Bonfiglioli, della Manarini, della Cesab e della Marcegaglia qui riportate.
[5]
Si veda linchiesta sugli operatori della Cadiai qui riportata.
[6]
Questo detto senza potere, n sapere che ritorner pi volte nelle prossime pagine, si riferisce a popolazioni che non hanno i titoli istituzionali
o economici, ma neanche le competenze e le conoscenze, per decidere del destino altrui, Ci non toglie che ciascun individuo di queste
popolazioni possa avere un suo potere, ad esempio come capofamiglia, o un suo sapere su qualsiasi questione, tranne su quella di decidere per e
di altri.
Questa ipotesi pu contrariare lopinione pi diffusa della democrazia Secondo tale opinione infatti tra governati e governanti i regimi democratici
frappongono dei dispositivi di rappresentanza grazie ai quali i primi partecipano delle scelte dei secondi. Il rito fondamentale attorno cui gravita la
partecipazione democratica come noto lelezione. La sua efficacia ha in ogni caso non pochi limiti: di regola non riguarda tutte le situazioni
dove c una direzione ovvero un governo; avviene sempre solo in determinate scadenze; la sua ragione dessere principale, che consiste nella
possibilit di revoca degli eletti dimostratiti non meritevoli del mandato ottenuto, ben di rado si impone appropriatamente; tra le possibilit di scelta
che offre non rientra quella cruciale delle candidature, ma solo dei candidati; e cos via. Per quanto valore si dia alla partecipazione democratica, i
suoi limiti restano dunque tali da lasciare sempre aperto il divario sociale tra chi decide della sorte degli altri e chi no.
[7]
Si veda S. Lazarus, Anthropologie cit. e LEthnologiecit.
[8]
Per farsi unidea si veda di questo autore la voce Linguaggio dellEnciclopedia Einaudi, Torino, 1979
[9]
C. Geertz, Il modo in cui oggi pensiamo: verso un etnografia del pensiero moderno in Antropologia interpretativa, Bologna, 1988
[10]
Da qui viene lidea di ipotizzare unetnografia del pensiero
i
[11]
A rigore, esiste anche un altro genere di scienza, che in un paese come lItalia ha avuto sviluppi del tutto rilevanti. Si tratta della Scientia
Teologica medioevale, che si modernizzata soprattutto in occasione della Controriforma tridentina e specie tramite lelaborazione del pensiero
giuridico dellInquisizione. Lo scontro tra questo modo di pensare la scienza e quello sperimentale ha il suo momento pi famoso, e mai
abbastanza ricordato, nel processo e nella condanna di Galileo Galiei, il cui nome sinonimo appunto del metodo e della ricerca sperimentale.
Come tra gli altri ha magistralmente dimostrato Italo Mereu in Storia dellintolleranza in Europa, Milano, 1988, la Scienza dellInquisizione ha
influenzato tutta la storia del diritto penale europeo. Non esagerato riconoscere che questa influenza si sia estesa anche tra le scienze sociali e pi
in generale in tutte quelle chiamate storiche ed umanistiche. Primo sintomo ne la tendenza, tuttoggi riscontrabile nei saggi che le riguardano, a
ripetere le cose, le ricerche, le teorie gi conosciute, anzich di proporne esplicitamente di nuove; ovvero a presentare qualsiasi novit come
conseguenza necessaria di tradizioni gi acquisite e autorevoli. Questa visione legittimista e tradizionalista del sapere giustificata in conformit al
pensiero teologico che ritiene peccaminosa anche lambizione di scoprire qualcosa che non ricada sotto il Mistero Primo del Sommo Ente e quindi
si discosti da quello che hanno da sempre detto i suoi Ministri in terra. Ma questa visione timorata, al di fuori della cerchia dei suoi fedeli, pu
fare solo danni allo sviluppo delle conoscenze. Lobbligo stesso accademicamente inevitabile di dovere riportare il proprio pensiero come
conseguenza del pensiero daltri, non fa che torto ad entrambi. Un torto che tanto pi grande quanto pi la rassegna dei propri antecedenti
pretende di avvicinarsi allideale richiesto della completezza. Come se si ignorasse che lenciclopedia di ogni sapere infinita, quanto le possibilit
del pensare, le quali, quando si tratta di conoscere dellignoto, vanno, non vincolate, ma liberate. La Chiesa qualche tempo fa ha riscattato Galileo
dai torti inflittigli, lUniversit, specie quella italiana che si modernizzata sotto lInquisizione, non mai stata cos esplicita, meno che mai nel
campo delle scienze sociali..
[12]
Sullantifilosofia di Marx mi permetto di rimandare al mio Sulle origini e la fine della rivoluzione, Bologna, 1996
[13]
In proposito, quanto mai chiaro A. Badiou, Il manifesto per la filosofia, Milano, 1991
[14]
Cos ad esempio A. Izzo, Storia del pensiero sociologico, Bologna, 1991. Daltro canto. F. Crespi in Le vie della sociologia, Bologna, 1994
nota pp. 16/17: Se prendiamo (..) il termine socio-logia nel suo senso letterale pi generico, come Logos riguardante il sociale, ossia come
discorso sul sociale, (), che sviluppa una conoscenza logica ovvero razionale del sociale, allora potremmo dire che la sociologia, anche se
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in forme molto diverse tra loro, sempre esistita. Ma se consideriamo invece (), il termine sociologia nel significato specifico che gli
stato attribuito nellOttocento, allora tale termine indica la precisa volont di sviluppare una conoscenza scientifica dei fenomeni sociali.
Questa volont viene qui dunque distinta nettamente dal modo tradizionale, logico e discorsivo di intendere la razionalit. Questione cruciale
decidere qual il rapporto tra i due: di sviluppo, di essenziale continuit, di differenziazione dialettica oppure di rottura, di discontinuit, di
separazione. Come si vedr, questultimo il modo in cui si pongono le nostre ipotesi.
[15]
P.-N. Giraud, Lingalit du monde, Paris, 1996
[16]
Nella sterminata bibliografia su questo argomento, tra i riferimenti imprescindibili ricordo, per le origini, F. Engels, La situazione della classe
operaia in Inghilterra (1845), Roma, 1972; i coniugi Webb, Storia delle Unioni operaie in Inghilterra (1894), Torino, 1913, e per lItalia, in
tempi pi recenti, oltre alle inchieste dei Quaderni Rossi dei primi anni Sessanta, Pizzorno, Reyneri, Regini, Regalia, Lotte operaie e sindacato: il
ciclo 1968/72 in Italia, Bologna, 1978, nonch R. Alquati, Per fare conricerca, Torino, 1993, il n.2 della rivista Posse, Roma, 2001

[17]
C. Darwin, Lorigine delle specie (1859), Torino, 1967 e Lorigine delluomo e la selezione sessuale (1871), Roma, 1990
[18]
Cfr. anche A. Badiou, Le Sicle, Paris, 2004
[19]
A questo proposito si pu vedere, oltre al mio Sulle origini e la fine (cit.), A. Badiou, La Rvolution Culturelle: la dernire rvolution?,
Paris, 2002
[20]
E. O. Wilson, Lineamenti di sociobiologia, Bologna, 1983
[21]
Gustoso, da questo punto di vista, laneddoto narrato da C. Geertz (in Antroplogia e filosofia, Bologna, 2001, p.23) sulle 171 definizioni
di cultura che suoi colleghi di Harvard negli anni Cinquanta erano laboriosamente arrivati a censire.
[22]
E. B. Tylor, Alle origini della cultura (1871), Roma, 1985/89
[23]
L. H. Morgan, La societ antica. Le linee del progresso umano dallo stato selvaggio alla civilt (1877), Milano, 1977

[24]
F. Engels, Lorigine della famiglia, della propriet privata e dello Stato (1884), Roma, 1963
[25]
cfr. : E. Leach, Anthropos dellEnciclopedia Einaudi, Torino, 1977.
[26]
Vedi A. Barnard, Precursori della tradizione antropologica in Storia del pensiero antropologico, Bologna, 2000.
[27]
Ad esempio, M. Harris, Levoluzione del pensiero antropologico: una storia della teoria della cultura (1968), Bologna, 1971
[28]
Oltre al gi citato Tylor, non pu non essere menzionata la monumentale e celeberrima opera di J. G. Frazer, Il ramo doro. Studio sulla
magia e la religione (1922), Torino, 2003
[29]
. Durkheim, Le forme elementari della vita religiosa. Il sistema totemico in Australia (1912), Milano, 1963; Id., Le origini dei poteri
magici (1901), Torino, 1965
[30]
M. Mauss, Teoria generale della magia e altri saggi (1923), Torino, 1965
[31]
A. R. Radcliffe-Brown, Struttura e funzione nella societ primitiva (1952), Milano, 1968
[32]
E. E. Evans-Pritchard, Stregoneria, oracoli e magia fra gli Azande (1937), Milano, 1976; id., I Nuer, unanarchia ordinata(1940), Milano,
1976
[33]
F. Boas, Antropologia culturale. Testi e documenti (a cura di L. Bonin e A. Marazzi), Milano, 1970
[34]
Id., Introduzione alle lingue indiane dAmerica (1911), Torino, 1979
[35]
Id., Antropologia e vita moderna (1928), Perugia, 2002
[36]
Id.,Luomo primitivo (1938), Bari, 1997
[37]
ad esempio, A. Barnard, Storia del pensiero antropologico, Bologna, 2000, p.78
[38]
F. Boas, Antropologia e vita moderna (cit.) , p.127
[39]
tutto quel che segue, salvo indicazioni diverse, un commento di . Durkheim, Le regole del metodo sociologico (1895), Milano, 1996
[40]
Id., La concezione materialistica della storia (1897) in La scienza sociale e lazione, Milano, 1972, p.98
[41]
Id.,La divisione del lavoro sociale (1983), Milano, 1971
[42]
M. Mauss, Teoria generale della magia..., cit.
[43]
M. Halbawchs, La memoria collettiva (1950), Milano, 1987
[44]
e ci anche grazie alla rivista Lanne sociologique, cui lo stesso Dukheim dar i maggiori contributi durante i quindici anni in cui uscir, tra il
1898 e il 1913
[45]
. Durkheim, Dfinition de ltat in Leons de sociologie (1890/12), Paris, 1997
[46]
. Durkheim, Montesquieu et Rousseau, precurseurs de la sociologie (1892), Paris, 1953
[47]
ad esempio R. Guiducci, Linterpretazione del suicidio da Durkheim ad oggi in . Durkheim, Il suicidio (1897), Milano, 1994
[48]
Una delle analisi pi famose di questo affaire in H. Arendt, Le origini del totalitarismo (1951), Milano 1967
[49]
Lindividualismo e gli intellettuali (1898) in . Durkheim, La scienza sociale e lazione, Milano, 1996
[50]
del 1912, ed. it. a Milano, 1963
[51]
cfr. M. Toscano, Trittico sulla guerra, Roma Bari, 1995; W. Mommsen, Max Weber e la politica tedesca 1890/1920, Bologna, 1993
[52]
W. Dilthey, Critica della ragione storica (1905/10), Torino, 1954
[53]
W. Windelband, Preludi (1884), Milano, 1947
[54]
Salvo diverse indicazioni, dora in poi commento soprattutto M. Weber, Economia e societ (1922), Milano, 1974. In ogni caso, al di l di
ogni sua parvenza intuitiva, va ricordato che questa, come altre teorie dellinterpretazione, deriva dalla tradizione ermeneutica. E ricordato va
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anche che il problema originario di questa tradizione come sia possibile che un mortale possa comprendere il senso immortale di un testo sacro.
Di qui tutte le questioni dei limiti dellinterpretazione, del rischio del libero arbitrio, dellerrore soggettivo, di fronte alla saggezza infinita ed eterna
del divino. Che le scienze sociali abbiano assunto tali questioni indica solo la loro difficolt a costruire un proprio campo problematico distinto da
quello delle tradizioni religiose.
[55]
M. Weber, Il lavoro intellettuale come professione (1919),Torino, 1967
[56]
Id., Letica protestante e lo spirito del capitalismo (1904/05), Firenze, 1965
[57]
G. Lukcs, La distruzione della ragione (1954), Torino, 1959; H. Marcuse, Industrializzazione e capitalismo (1965) in Aa.Vv., Max Weber
e la sociologia, oggi, Milano, 1967
[58]
C. Geertz, Il senso comune come sistema culturale in Antropologia interpretante (1983), Bologna, 1988
[59]
M. Heidegger, Identit e differenza (1957) in Teoresi, 1966, pp. 3-22; 1967; pp. 215-235
[60]
M. Weber, Economia e societ (cit.), p.51
[61]
In direzione molto diversa da quella qui seguita si veda A. DAttorre, Le basi teoriche della sociologia del potere in Filosofia politica,
2/2000, Bologna
[62]
come F. Leonardi, Di che parla il sociologo? Problemi di epistemologia delle scienze sociali, Milano , 1986. Sullargomento si veda anche
A. Izzo, Storia del pensiero sociologico, Bologna, 1991, p.421.
[63]
Su tutto ci vedi, pi sotto, Va3 Il linguaggio come risorsa
[64]
B. Malinowski, Gli argonauti del Pacifico Occidentale (1922), Torino, 2004, p.27
[65]
ibi, p.29 e p.33
[66]
B. Malinowski, Teoria scientifica della cultura (1944), Milano, 1981, p.59
[67]
B. Malinowski,Giornale di un antropologo (1967), Roma, 1992, in proposito si veda C. Geertz, Dal punto di vista dei nativi: sulla
natura della comprensione antropologica, in Antropologia interpretativa, 1988.
[68]
A. Barnard, Storia del pensiero antropologico, cit., p.92.
[69]
A. R. Radcliffe-Brown, Struttura e funzione della societ primitiva (1952), Milano, 1968; Id., Il metodo dellantropologia sociale (1958),
Roma, 1973
[70]
cfr. a riguardo M. Fioravanti, Appunti di storia delle costituzioni europee, Torino, 1990
[71]
cfr. G.Arrighi,B.Silver, Caos e governo del mondo, Milano, 2003
[72]
E. E. Evans-Pritchard, I Nuer. Unanarchia ordinata, cit.
[73]
A. Barnard, cit., p.96
[74]
G, Valdevit, I volti della potenza. Gli Stati Uniti e la politica internazionale del Novecento, Roma, 2004
[75]
T. Parsons, La struttura dellazione sociale (1937), Bologna, 1962, p.66
[76]
Id., Il sistema sociale (1951), Milano, 1965, p.41
[77]
R. K. Merton. Teoria e struttura sociale (1949), Bologna, 1992
[78]
La categoria chiave di questo tipo di problematica quella di empowerment. Cfr. C. Piccardo,
Empowerment.Strategie di sviluppo organizzativo centrato sulle persone, Milano, 1995
[79]
cfr. P.N. Giraud, Quavons nous appris de cinq dcennies de dveloppement? In www.cerna.ensmp.fr
[80]
cfr. la raccolta di saggi di Parsons, Comunit societaria e pluralismo, Milano, 1994.
[81]
Morrison, Commager, Storia degli Stati Uniti (1950), Firenze, 1961, pp.238-9
[82]
Si vedano ad esempio il Primo e Secondo rapporto sullintegrazione degli immigrati in Italia (a cura di G. Zincone), Bologna, 2000/01.
[83]
Per trattazioni sistematiche di questa impostazione problematica in lingua italiana si vedano: Dal Lago, De Biasi, Un certo sguardo.
Introduzione alletnografia sociale, Roma/Bari, 2002; G. Gobo, Descrivere il mondo. Teoria e pratica del metodo etnografico in sociologia,
Roma, 2001
[84]
Thomas e Znaniecki, Il contadino polacco in Europa e in America (1920), Milano, 1968
[85]
Anderson N., Il vagabondo (1923), Roma, 1994
[86]
Lynd R.S, Lynd M.H., Middeltown (1929), Milano, 1970; Ritorno a Middel town (1937), Milano, 1974
[87]
Whyte W. F., Little Italy. Uno slum italo-americano (1945), Bari, 1968
[88]
Dal Lago, Introduzione a Un certo sguardo, cit , p.XXIV
[89]
A. Izzo, Storia del pensiero sociologico, cit., pp. 393-97
[90]
un motto della scuola di Chicago ripreso da Dal Lago, De Biasi, Introduzione a Un certo sguardo, cit.
[91]
secondo quanto diceva un autore come Georg Simmel, che, come altri sociologi tedeschi tra Otto e Novecento, pensava che le scienze dello
spirito dovessero provare a rivivere lesperienza dei soggetti da loro indagati. Lattuale etnografia dispirazione anglosassone riprende in effetti
anche questi temi accanto a quelli fenomenologici e oltre a quelli pi prettamente empiristi.
[92]
Dal Lago, De Biasi, , Introduzione a Un certo sguardo, cit
[93]
Su questo tema in campo filosofico sono imprescindibili W. Dilthey, Critica della ragione storica (1905/10), Torino, 1954 e E. Husserl, Per
la fenomenologia della coscienza interna del tempo (1893/1917). Milano, 1981, mentre pi in prossimit con le questioni proprie delle ricerche
sociali A. Schutz, La fenomenologia del mondo sociale (1932), Bologna, 1974 e E. Goffman, La vita quotidiana come rappresentazione (1959),
Bologna, 1988
[94]
Tra la fine degli anni Quaranta e lungo tutti gli anni Sessanta vedono la luce svariate opere filosofiche che fanno epoca e che hanno tutte al
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centro il tema del linguaggio: da Martin Heidegger (a partire dal 1947 con La lettera sullumaninismo, Torino, 1975), a Ludwig Wittgenstein
(Ricerche Logiche (1953), Torino, 1995), da John Austin (Come fare cose con le parole (1962), Genova, 1987) a Richard Rorty (La svolta
linguistica (1967), Milano, 1992 . Su tutto ci mio riferimento decisivo qui, come altrove, resta Alain Badiou, di cui cfr. Logique, hilosophie,
tournant langagier in Court trait dontologie transitoriore, Paris,1998.
[95]
J.C. Milner, Priplile.., cit. p- 16
[96]
Per tutte le questioni della scienza del linguaggio cfr. Jean Claude Milner, Introduction la science du language, Paris,1995.
[97]
J.C. Milner, Introduction la science du language, cit., p.102
[98]
Si veda, ad esempio, E. Leach, La comunicazione non verbale (1972), Torino 1974 e, in particolare, il modo in cui applica alle scienze
sociali la distinzione tra competenze e esecuzione proposta da Chomsky per lo studio sintattico delle lingue parlate in Saggi linguistici, I-II
(1965), Torino, 1970
[99]
vedi la voce Anthropos (di E.Leach) in Enciclopedia Einaudi, Torino, 1977
[100]
G. H. Mead, Mente, s e societ (1934), Firenze, 1966
[101]
H. Blumer, Symbolic ineractionnism (1969) , cit. in A. Izzo, Storia del pensiero.., cit. p.381
[102]
ivi, p. 259
[103]
A. Garfinkel, Cos letnometodologia? (1967) in Aa.Vv., (a cura di) Giglioli, Dal Lago, Etnometodologia, Bologna, 1987
[104]
Ibi, p. 55
[105]
ibi, p.45
[106]
ibi, p. 47
[107]
Non si pu non ricordare le sua opera imprescindibile C. Lvi-Stauss, Tristi tropici (1955), Milano, 1960
[108]
E. Leach, Comunicazione non verbale (cit.) e Id., Nuove vie dellantropologia (1961), Milano, 1973
[109]
Vedi ad es. C. Geertz, Antropologia e filosofia (2000), Bologna, 2001, pp. 85-105
[110]
C. Lvi-Strauss, Antropologia strutturale, cit., p. 243
[111]
Ibi, p. 242
[112]
Ibi, p. 243
[113]
L. Althusser, Umanesimo e stalinismo (1972), Bari, 1972. Sulla figura di Luis Althusser, cfr. Aa. Vv. (a cura di S. Lazarus), Politique et
philosophie dans loeuvre de Luis Althusser, Paris, 1993
[114]
Da questo punto di vista del tutto interessante notare come non pochi allievi di strutturalisti quali Althusser, Lacan e Lvi-Strauss, si siano
ritrovati protagonisti del Sessanttotto francese. Si veda N. Michel, jeunesse! vieillesse! Le mai mao, Paris, 2002.
[115]
J.C. Milner, Le Priple, cit., p.217
[116]
Stutturalisti maggiori come Althusser, Foucault e Lacan fecero dell Umanismo uno dei loro pi costanti bersagli polemici. Cfr. A.
Badiou, Letica. Saggio sulla coscienza del Male (1993), Parma, 1994
[117]
tra gli altri cfr. Alfred Schmidt, La negazione della storia. Strutturalismo e marxismo in Althusser e Lvi-Strauss (1969), Padova, 1972.
[118]
Due saggi sulla rappresentazione simbolica del tempo (1953) in Nuove vie dellantropologia, Milano, 1973
[119]
Si veda il capitolo La Natura non esiste in Lessere e levento, cit., di questo autore
[120]
P. Krugman, La deriva americana, Roma-Bari, 2004, p.301
[121]
cfr. il testo del 1970 Parole, enunciati e attivit in Aa.Vv.(a cura di Dal Lago e Giglioli), Etnometodologia, cit.
[122]
E. Sapir, Il linguaggio. Introduzione alla linguistica (1921), Torino 1969
[123]
B. L. Whorf, Linguaggio, pensiero e realt nella raccolta di testi con lo stesso titolo (1956), Torino, 1970, p.225
[124]
ibi, vedi lintroduzione di A. Mioni, Presenza e attualit di Whorf nella linguistica in B. L. Whorf, Linguaggio, pensiero, realt, cit.
[125]
Id., Scienza e linguistica, p. 169
[126]
In Whorf non estranea la prospettiva di una nuova visione cosmologica integrale. Nella gi citata conferenza e che avviene presso la
societ di teosofia per cui simpatizza egli parla di un nuovo avanzamento che lo spirito scientifico come totalit chiamato a fare, ma subito
aggiunge che esso comporta un completo allontanamento dalle tradizioni. E a tal scopo uno dei passi pi importanti che la scienza
occidentale deve compiere per lui sta nel riesame del retroterra linguistico del suo pensiero, ibi, p. 206
[127]
Che il confronto tra diversit sia una via obbligata ribadito spesso da Whorf in affermazioni come la seguente. Le strutture (del pensiero)
sono complesse sistemazioni non percepite del suo proprio linguaggio , che vengono prontamente in luce rilevabili con un confronto con altre
lingue, ibi, p. 211
[128]
Si veda il paragone dellimpostazione di Whorf con quella del contemporaneo Lvy-Bruhl proposta da A. Barnard, Storia del pensiero
antropologico, cit.
[129]
Non per nulla uno dei suoi testi maggiori si intitola proprio Antropologia interpretativa (cit.)
[130]
cfr. Aa. Vv. (a cura di A. Negri) Novecento filosofico e scientifico, vol. II, Milano, 1991
[131]
L. Hjelmslev, Essais linguistiques, Copenhagen, 1959
[132]
Il modo in cui oggi pensiamo: verso unetnografia del pensiero moderno in Antropologia interpretativa, cit.
[133]
vedi nota 54 al paragrafo IV4a
[134]
Linguaggio, pensiero e realt (1956), Torino, 1977, p.208.
[135]
Considerazioni non troppo distanti sia pur condotte in termini propriamente filosofici le si possono trovare in A. Badiou, Philosophie et
posie in Conditions, Paris 1992
Dato che questo testo si rivolge anche a neofiti delle ricerche sociali c... http://66.71.178.156/Materiali didattici/Romitelli/IPOTESI[1].htm
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[136]
V. Turner, Antropologia della performance (1986), Bologna, 1993
[137]
R. Turner, Parole, enunciati e attivit in Aa.Vv. (a cura di Dal Lago e Giglioli), Etnometodologia cit.
[138]
In Anthropologie du nom, cit.
[139]
In Antropologia della performance (1986), Milano, 1993, Victor Turner opera una distinzione tra processi di regolarizzazione e processi
di aggiustamento situazionale (pp. 155-56), la quale, sia pur alla lontana, pu essere accostabile alla nostra distinzione tra le prescrizioni che
hanno il potere di condizionare il resto della societ e quelle che invece non fanno che rendere possibile lesistenza sociale di popolazioni senza
potere. Inoltre, questo stesso autore insiste sul fatto che il contesto sociale post-moderno risulta sempre pi condizionato dal fattore
indeterminatezza e dunque irriducibile ad ogni processo di regolarizzazione e aggiustamento situazionale, secondo il suo lessico. Il che pu anche
apparire un autorevole antecedente dellidea qui esposta che la realt sociale irriducibile ad ogni prescrizione o insieme di prescrizioni, proprio
perch ne costituisce larena e la posta in gioco. Resta comunque almeno un punto in cui le divergenze tra le nostre ipotesi e quelle di Turner
risultano chiare. quando sostiene lesigenza post-moderna di una coscienza muliprospettica (p. 156). A parte luso discutibile della categoria di
post-moderno , ci che trovo non condivisibile proprio la possibilit di pensare e di conoscere la realt sociale da una prospettiva che,
volendosi pluralista, non si d limiti. Nostra idea infatti che ogni ricercatore, trovandosi sempre dentro una realt sociale, non pu che studiare
le prescrizioni di una popolazione rispetto alle altre presenti in quella stessa realt. E ci tenendo conto del fatto che la prima distinzione da
operare sempre tra le popolazioni che hanno potere sul resto della societ e quelle non lo hanno.
[140]
Anche se un po troppo citato e anche malamente evocato, perch il suo riferimento non dia adito a confusioni, il famoso principio di
indeterminatezza del Nobel della fisica W. Heisenberg (Lo sfondo filosofico della fisica moderna (1958), Palermo, 1999) non pu mancare di
essere annoverato tra le fonti ispiratrici delle nostre ipotesi.
[141]
U. Eco, Trattato di semiotica generale, Milano, 1975
[142]
Paolo Fabbri, La svolta semiotica, Roma/Bari, 1998
[143]
J.C. Milner, Introduction la science du language, cit., p.144
[144]
cit. in J.C. Milner, Le priple, cit., p.124
[145]
R. Barthes, Elementi di Semiologia (1964), Torino, 1966
[146]
J.C. Milner, Le priple..., cit., p. 125
[147]
P.-N. Giraud, Lingalit.., cit.
[148]
J.C. Milner, Le priple, cit. p. 124.
[149]
G. Debord, La societ dello spettacolo (1971), Bolsena (Vt), 2002
[150]
N. Luhmann, Sistemi sociali. Fondamenti di una teoria generale (1984), Bologna, 1990
[151]
H. Marcuse, Eros e civilt (1955), Torino 1964; Id., Ragione e rivoluzione (1941), Bologna, 1966; Id., Luomo a una dimensione (1964),
Torino, 1967
[152]
J. Habermas, Agire comunicativo e logica delle scienze sociali (1967), Bologna 1980; Id., Prassi politica e teoria critica della societ
(1963), Bologna 1971
[153]
Lazarfeld e Merton, Mezzi di comunicazioni di massa, gusti popolari e azione sociale organizzata in Aa.Vv. (a cura di M. Livolsi),
Comunicazioni e cultura di massa, Milano, 1969
[154]
sintomatico che Eco, nel 1984 (Semiotica e filosofia del linguaggio, Milano, 1984) tratti, sia pur non senza ironia, della morte del
segno
[155]
F. Tnnies, Comunit e societ (1887). Milano, 1963
[156]
R.Esposito, Communitas, Torino, 1998
[157]
V. Turner, Antropologia della performance, cit., p.157
[158]
ibi, p. 145
[159]
seguendo un orientamento cui E. Goffman ha dato uno dei maggiori contributi, specie con La vita quotidiana come rappresentazione
(1959), Bologna, 1971
[160]
C. Geertz, Mondo globale, mondi locali. Cultura e politica alla fine del ventesimo secolo, Bologna, 1999, p.86
[161]
Merito va dunque a F. Remotti, Contro lidentit, Roma/Bari, 2001
[162]
una delle tesi centrali di P.-N. Giraud, Lingalit du monde, cit.
[163]
Storie di politica e di potere, Napoli, 2004
[164]
R. Ardig, Sociologia, Padova, 1886; id., La scienza delleducazione (1893), Milano 1972
[165]
A. Labriola, Del materialismo storico (1896), Roma, 1974
[166]
G. Mosca, Teoria dei governi e governo parlamentare (1884), Milano, 1968
[167]
W. Pareto, Trattato di sociologia generale (1916), Milano, 1964
[168]
R. Michels, La sociologia del partito politico nella democrazia moderna (1911), Bologna, 1966
[169]
cfr. L. Mangoni, Linterventismo della cultura. Intellettuali e riviste del fascismo, Roma/Bari, 1979; G. Turi, Il fascismo e il consenso
degli intellettuali, Bologna, 1980
[170]
Nella vasta bibliografia storiografica sullargomento cfr. P. Ginzborg, Storia dItalia dal dopoguerra ad oggi, Torino 1989; S. Lanaro,
Storia dellItalia repubblicana, Venezia, 1992; P. Craveri, La Repubblica dal 1958 al 1992, Milano, 1996
[171]
E. De Martino, Il mondo magico (1948), Torino 1973; id., Sud e magia (1959),Milano, 1987; id., Magia e civilt (1962), Milano 1976
[172]
cfr.1c
[173]
cfr. G. Galli, I partiti politici italiani 1943-1991, Milano, 1991
Dato che questo testo si rivolge anche a neofiti delle ricerche sociali c... http://66.71.178.156/Materiali didattici/Romitelli/IPOTESI[1].htm
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[174]
E. Reyneri, Occupati e disoccupati in Italia, Bologna, 1997
[175]
L. Gallino, La scomparsa dellItalia industriale, Torino, 2003
[176]
R. Martucci, Emergenza e tutela dellordine pubblico nellItalia liberale, Bologna,1980
[177]
traduco con laboratorio ci che J.C. Milner chiama il dispositivo dellosservatorio, per ispirarmi alle sue considerazioni su scienze e
scienze umane e sociali in Lintroduction..., cit.
[178]
T. A. van Dijk, Testo e contesto, Bologna, 1980
[179]
Un terremoto devastante come quello di fine 2004 nel sud est asiatico dimostra quanto, contrariamente allimmagine darmonia perfetta e
rassicurante che ne offre lattuale opinione ecologista pi scadente, la natura possa sempre essere anche crudelissima matrigna, secondo la nota
espressione di Leopardi, il poeta. Giustamente subito ci si chiede come si potrebbero difendere da simili eventi le societ di quei territori costieri, le
quali ora sono non solo con popolazioni tragicamente falcidiate, ma addirittura strutturalmente disarticolate. Gi Machiavelli alla fine de Il
principe, prendendo ad esempio le alluvioni, sosteneva che quel che accade agli uomini attribuibile per met alla fortuna, su cui niente si pu,
e per met alla virt, che dipende tutta dagli uomini. Il che comporta di non accontentarsi di piangere la sfortuna dellalluvione, ma nel pensare
anche a quanto si poteva fare e non si fatto per prevenire e contenere gli effetti di tale evento naturale. Ragionamento, questo, in cui si pu
notare gi una chiara critica contro ogni ricorso a necessit naturali per spiegare questioni sociali che invece dipendono anzitutto dalle virt o
meno di chi vi ha potere.
[180]
opportuno segnalare che molte delle indicazioni di metodo che seguono sono indirettamente ispirate a P.N. Giraud, Lingalit du
monde.., cit , ma anche a M. Foucault, soprattutto ai suoi testi raccolti da Fontana e Pasquino in Microfisica del potere: interventi politici,
Torino, 1977
[181]
Storie di politica e di potere, Napoli, 2004
[182]
Cfr. G. Agamben, Lo stato deccezione. Homo sacer, Torino, 2003 sia pur in una direzione problematica diversa da qui
[183]
R. D. Putnam, La tradizione civica nelle regioni italiane, Milano, 1996
Dato che questo testo si rivolge anche a neofiti delle ricerche sociali c... http://66.71.178.156/Materiali didattici/Romitelli/IPOTESI[1].htm
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