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Gioved santo

Bose, 28 marzo 2013 Omelia di ENZO BIANCHI Gv 13, 1-15 Il Signore ci ha parlato, noi siamo restati in ascolto: si tratta ora semplicemente di accogliere la sua Parola, di aprire i nostri cuori perch la Parola del Signore possa trovare dimora nelle nostre vite. Le tre letture ci testimoniano la celebrazione della Pasqua nellantica alleanza (Es 12,1 14), la celebrazione della Pasqua nella comunit della nuova alleanza (1Cor 11,23-32) e la celebrazione della Pasqua operata da Ges nellora del suo esodo da questo mondo al Padre (Gv 13,1-15). La Pasqua il mistero centrale della fede per il popolo di Israele e per la chiesa cristiana; la Pasqua questa festa, celebrazione, memoriale dellazione di liberazione di Dio nella storia, liberazione degli uomini. La Pasqua il rinnovamento dellalleanza fedele tra Dio e la sua comunit, e attraverso la sua comunit alleanza anche con tutta lumanit, tutta chiamata alla salvezza. il Signore stesso che vuole che la sua Parola raggiunga la comunit di Israele e determini il modo di celebrare quel memoriale pasquale. E il testo dellEsodo che abbiamo ascoltato ci dice che tutta la comunit, tutta la chiesa (kol edah: Es 12,3; kol qahal: Es 12,6) dovr celebrare la Pasqua, dovr immolarla al tramonto del quattordici di Nisan. Tutta la comunit, tutta la chiesa soggetto celebrante, e si precisa anche che nessun incirconciso potr mangiare la Pasqua, ma solo tutta la comunit di Israele (cf. Es 12,48). E con una consapevolezza che deve essere assolutamente rinnovata di generazione in generazione si celebrer la Pasqua: per questo tutti i testi di istituzione della Pasqua, i tre testi dellEsodo oltre al nostro (cf. Es 13,3-10; 23,14-19; 34,18-26), chiedono che nella trasmissione della festa pasquale si istruisca la nuova generazione, si dica che cosa significa questo atto cultuale. Anzi, diventa un dovere per i giovani chiedere: Perch celebriamo cos questa festa, che cosa significa? (cf. Es 12,26). Nella seconda lettura c la tradizione della volont del Signore circa la celebrazione eucaristica. tutta la comunit, di nuovo, che la celebra: Quando voi vi radunate quando voi mangiate il pane e bevete il vino (cf. 1Cor 11,20.26). Ancora una volta tutta lassemblea il soggetto celebrante, ma proprio perch tutta lassemblea, linsistenza cade sulla consapevolezza, sul capire, sul comprendere; non solo sapendo ci che si fa in obbedienza ai gesti e alle parole di Ges sul pane e sul vino, ma ci dice anche Paolo discernendo, comprendendo ci che pu svuotare le azioni del Signore, ci che pu svuotare la cena del Signore: cena della comunit, pasto comune, che pu diventare cena privata, non pi cena del Signore. Lammonimento di Paolo a compiere questo discernimento un ammonimento minaccioso: Se voi non capite il significato profondo delleucaristia, voi mangiate e bevete la vostra condanna (cf. 1Cor 11,29). E Paolo la vedeva gi in atto quella condanna nella comunit di Corinto, perch molti nella comunit di Corinto erano frustrati e ammalati, e Paolo, che ha un carisma profetico, legge questo come il risultato di una patologia nella prassi eucaristica (cf. 1Cor 11,30). Nel quarto vangelo, il vangelo altro, noi abbiamo laltro segno rispetto alla frazione del pane, il segno della lavanda. Un segno che la chiesa ahim! ha dimenticato sovente, per secoli; molte chiese non la praticano pi, e quando la lavanda praticata, lo in assetti da corte imperiale che svuotano tutto il suo significato. Eppure la lavanda nel vangelo, nella

volont di Ges un sacramento, come affermavano i padri e come affermava addirittura san Bernardo, dicendo che la lavanda dei piedi un sacramento quanto il battesimo e leucaristia. C unazione di Ges, che la comunit deve accogliere e che poi tutti i membri della comunit dovranno ripetere come memoriale per vivere concretamente la lavanda, cio per entrare nel servizio luno dellaltro (cf. G 13,14-15). Certo, sopratutto chi primo, chi presiede, deve lavare i piedi dellultimo, deve lavare i piedi per mostrare che se primo, se presiede, solo per un servizio. Ma questo segno lo abbiamo ascoltato Pietro non lo capisce, e Ges lo avverte: la comprensione di questo sacramento decisivo, chi non lo comprende non pu avere comunione con il Signore. Se tu non ti lasci lavare, non avrai parte con me (cf. Gv 13,6-8). Ma, di nuovo, vi qui la stessa preoccupazione che abbiamo trovato nelle prime due letture, la preoccupazione della comprensione. Ges chiede: Avete capito ci che ho fatto? (Gv 13,12). Avete capito che ho lavato i piedi a tutti voi, anche a Pietro che non capisce e anche a Giuda il traditore, colui che era pi lontano a Ges quella sera? Eppure Ges ha lavato i piedi a Giuda, come a Pietro, come agli altri senza distinzione, senza ammonizione, semplicemente facendo il servizio che dobbiamo farci gli uni verso altri nella nostra vita. Abbiamo dunque tre racconti di alleanza, tre racconti di comunione tra credenti e di comunione tra la comunit e il Signore, ma anche tre richieste di consapevolezza e un unico messaggio narrato e fatto memoriale: il Signore al servizio delluomo, della sua comunit, Israele, della sua comunit, la chiesa. Ogni anno io mi soffermo soprattutto su una lettura, e siccome lo scorso anno ho sostato sulla lavanda dei piedi nel quarto vangelo, questanno sosto sul testo della prima lettera ai Corinzi. Lo conosciamo bene, anche se, come tutte le pagine del Nuovo Testamento, ci appare sempre inesauribile nella ricchezza del messaggio: basta che passi un anno e lo comprendiamo gi in modo diverso, semplicemente perch abbiamo vissuto e, vivendo, se abbiamo vissuto umanizzandoci, capiamo di pi anche il Signore. C una comunit fondata dallApostolo, con tante fatiche, la comunit di Corinto, la pi amata da Paolo, che per a pochi anni dalla sua fondazione, in assenza di Paolo mostra di essere una comunit gi spiritualmente malata. Lessere collocati nella marea del mondo pagano, in cui lidolatria era dominante, il vivere uneconomia liturgica che si faceva sempre di pi garanzia di salvezza, un soggettivismo nella comunit di Corinto, che aveva mostrato molti doni non c nessuna comunit nel Nuovo Testamento cos ricca di soggettivit e di carismi come quella di Corinto ma quel soggettivismo che la rendeva cos feconda e ricca era diventato un individualismo che voleva far precipitare la chiesa in una situazione di non-chiesa. Di questa situazione patologica per Paolo unepifania la celebrazione delleucaristia, come leucaristia vissuta nella comunit. Paolo costretto a denunciare: Quando vi radunate insieme, il vostro non pi un mangiare la cena del Signore (1Cor 11,20). Per questo il primo dovere dellApostolo ricordare il Vangelo: egli ricorda il Vangelo, la buona notizia, la tradizione, che lui aveva ricevuto dal Signore e che aveva trasmesso alla sua comunit. Vi ho trasmesso quello che io ho ricevuto (cf. 1Cor 11,23), non qualcosa di proprio o di suo, perch Paolo lApostolo senza interessi personali. Paolo dice: Il Signore Ges, nella notte in cui fu tradito, prese il pane, lo spezz e disse: Questo il mio corpo che per voi sottolineo la forma paolina delle parole di Ges: Il mio corpo che per voi . Fate questo in memoria di me. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese il calice dicendo: Questo calice la nuova alleanza nel mio sangue. Ogni volta che ne bevete, fate questo in memoria di me (1Cor 11,23-25). Cos Paolo dice si annuncia la morte del Signore (cf. 1Cor 11,26), cio si fa della morte del Signore una buona notizia, si vede nella morte di Ges la morte del Servo del signore profetizzata da Isaia (cf. soprattutto Is 52,13-53,12), quella

morte in cui, proprio nellatto estremo del dono di s fino al dono del sangue, stata stipulata unalleanza nuova tra Dio e il suo popolo. e questa la tradizione lasciata dallApostolo ai Corinzi, la comunit per sembra non comprenderla pi. E noi ci chiediamo: i Corinzi non comprendevano pi leucaristia a quale livello? Non comprendevano cosa leucaristia narrava di Cristo? I Corinzi non erano forse pi di grado di mantenere lortodossia, o in verit non comprendevano pi nelle sue esigenze e nelle sue conseguenze il pasto eucaristico? Non comprendevano pi la verit totale, integrale che chiede ai discepoli non solo un pensiero, una teologia delleucaristia, una sua comprensione intellettuale, ma anche una concreta prassi che coinvolga tutto lessere del cristiano, la realt del suo corpo, perch il corpo che il cammino di Cristo? La comunit di Corinto non sa trarre le conseguenze dalla celebrazione eucaristica, e questa omissione diventa misconoscimento del dono grande delleucaristia. Paolo dice: Ognuno infatti consuma la propria cena (t dion depnon) (1Cor 11,21), sicch la cena non pi koinn depnon, non pi cena comune, di comunione. Come possibile? Se uno solo il pane, se uno solo il corpo del Signore ripete Paolo (cf. 1Cor 10,16-17) come possibile che ci siano nella comunit della comunioni private, individuali con il Signore? forse possibile essere in comunione con il Signore senza essere in comunione con quelli con cui si vive? possibile, perch si pu andare alla cena e si pu mangiare il pane, si pu andare alla cena e bere al calice, ma in modo indegno, anaxos (1Cor 11,27), indegno, e cos si diventa colpevoli e degni di condanna. Ma che cos questa indegnit? Siamo indegni delleucaristia forse perch abbiamo dei peccati? Forse perch siamo responsabili di colpe in cui cadiamo ogni giorno e in cui continuiamo a ricadere? Cadiamo e ci rialziamo, cadiamo e ci rialziamo, come dice quel detto tradizionale attribuito ai padri del deserto. No, perch leucaristia un sacramento per i malati, una tavola offerta per i peccatori, non qualcosa che per i giusti; eventualmente sono gli uomini di chiesa che trasformano leucaristia in un banchetto per i giusti, ma Ges lha voluta per i peccatori. Quando andiamo alleucaristia, siamo come dei mendicanti. Per questo quando andiamo alleucaristia, anche con il nostro corpo, prima di ricevere il pane e il vino ci inchiniamo, inchiniamo il nostro corpo e poi apriamo la mano. il gesto del mendicante: il mendicante che vi chiede lelemosina vi fa un inchino e stende la mano, e noi facciamo lo stesso con il Signore. E non a caso la sapienza della liturgia latina ci fa dire: Signore, io non sono degno che tu faccia di me la tua dimora, non sono degno di accoglierti nella mia casa che il mio corpo, che tutto il mio essere, ma confido in una sola parola, nella parola del Signore, e allora sar fatto degno. Dunque vedete questa indegnit non lindegnit dei nostri peccati. E allora che cos questa indegnit in cui si mangia e si beve la propria condanna? Paolo la spiega subito dopo: il non discernere, il non capire, il non riconoscere il corpo e il sangue del Signore (cf. 1Cor 11,29). Questa davvero lindegnit. E allora capiamo perch c questa preoccupazione di capire, di conoscere. Certo, Paolo vuole dire che non riconoscere che quel pane il corpo di Cristo, che quel calice il calice del sangue di Cristo, indubbiamente un disprezzare il Signore stesso e non accogliere la sua parola, perch la sua parola che ci dice che quel pane che ci viene dato e quel vino che ci viene offerto sono il suo corpo e il suo sangue. Ma Paolo intende anche unaltra cosa: non riconoscere il corpo che la chiesa. In tutto il contesto di questo capitolo laccento non cade sugli elementi delleucaristia ma sul corpo che la chiesa. E proprio perch i Corinzi non hanno il discernimento della chiesa, mangiano ognuno la propria cena, non aspettano gli altri, non condividono con i poveri quella cena: ecco perch disprezzano il corpo del Signore. Paolo lha detto appena prima: Perch venite a disprezzare il corpo del Signore?. Nella comunit di

Corinto si poteva essere cristiani e non rendersi conto adeguatamente del corpo di Cristo che la comunit, che la chiesa. Perch un tale misconoscimento? Come pu avvenire?, si chiede Paolo. Ma potremmo dire, se pensiamo a noi oggi, perch ci avviene ancora dopo tanti secoli di teologia eucaristica, e soprattutto oggi, in un tempo cui i cristiani possono beneficiare di una ricchezza teologica, spirituale, liturgica sulleucaristia che forse non c mai stata in tutta la storia della chiesa? Pensiamo solo, noi che viviamo in questa generazione, allecclesiologia di comunione: ebbene, noi che abbiamo unecclesiologia di comunione, che abbiamo sentito la comunione con una forza che le altre generazioni prima nella chiesa cattolica non hanno mai sentito, siamo in realt quelli che pi misconoscono la comunione del corpo del Signore. Questa la verit. Di nuovo, certamente c una dominante di individualismo. Ma perch la chiesa non pi amata dalle nuove generazioni? Si pu solo dare la colpa, eventualmente, alla gerarchia o a quanti danno scandalo? O non c forse un ammanco, grave, che consiste nel non discernere pi che la chiesa il corpo del Signore? Interessarsi alla vita della chiesa interessarsi al corpo del Signore! Noi dobbiamo interrogarci seriamente, perch si fa presto a pensare che noi andiamo alleucaristia a posto, tuttal pi se ci siamo confessati prima, riducendo il nostro peccato semplicemente alle colpe quotidiane. No, c una questione di discernimento del corpo del Signore: non solo il pane e il vino il corpo e il sangue del Signore, ma la chiesa, la comunit, e poi certamente il povero, il bisognoso, lultimo questo Ges ce lo ha insegnato sono corpo del Signore. Noi dobbiamo chiederci se siamo capaci di discernere il corpo di cui facciamo parte, il corpo comunitario, il corpo di coloro che vivono accanto a noi, il corpo degli ultimi, dei bisognosi, dei peccatori. Noi certamente ripetiamo leucaristia, la celebriamo con attenzione e cura, ci esercitiamo alla necessaria ars celebrandi, ma poi non vediamo il corpo reale di Cristo: affamati, prigionieri, nudi, malati, stranieri, perseguitati, dimenticati (cf. Mt 25,3146). Insomma, peccatori non dimentichiamo questo peccatori, in modo diverso sempre bisognosi. Se Ges ha detto lo abbiamo sentito consegnando il pane: Il mio corpo per voi (hypr hymn) (1Cor 11,24), noi dovremmo saper dire lo stesso: Il mio corpo, tutta la mia esistenza per voi. Dovremmo dire al fratello: Il mio corpo, la mia esistenza per te, perch il mio corpo la mia vita. Ecco, il corpo che la via di Dio, non ci sono altre di vie n per noi per andare a Dio, n per Dio per venire a noi. E quando dico che il corpo la via di Dio, intendo il mio corpo, il corpo dellaltro, il corpo che la c hiesa: tutta questa realt il corpo di Cristo. Il culto spirituale, laloghik latrea (Rm 12,1), secondo lApostolo, un culto nel corpo e per il corpo: il mio corpo per il corpo degli altri, come il corpo di Cristo per il nostro corpo. Ricordate 1Cor 6,13: Il corpo per il Signore, ma anche il Signore per il corpo. Il Signore a servizio del corpo, corpo che la chiesa, corpo che sono io, corpo del fratello. Essere cristiani significa proprio capire che Dio ha potuto dirci in Ges: Il mio co rpo per voi, il mio corpo per voi. Ecco che cosa significa riconoscere il corpo di Cristo per mangiare degnamente il pane che il suo corpo. La liturgia cristiana si realizza non nella celebrazione e non si esaurisce nella celebrazione. La celebrazione non mai il fine, il culmine del nostro culto a Dio. Il culto spirituale (loghik latrea) o il sacrificio spirituale (pneumatik thysa: cf. 1Pt 2,5) si vivono e si realizzano nella vita quotidiana, nel nostro rapporto quotidiano con gli altri: questa la consapevolezza, una vera comprensione non intellettuale, non gnostica delleucaristia. Il Signore ci attende dunque alleucaristia. E qui dobbiamo dirlo: il Signore attende tutti i battezzati. Lo ripeto, tutti i battezzati che sanno discernere il corpo e il sangue di Cristo possono andare e, inchinati, stendere la mano: c il Signore che ci d il suo corpo.

Interroghiamoci anche su questo, come mai sia possibile che si vada alleucaristia senza discernimento, e poi altri che andrebbero magari con discernimento, solo perch abbiamo messo delle barriere confessionali, non vi possono andare. Come se semplicemente il recitare le verit di fede bastasse senza una reale prassi. Chi pi vicino, fratello, sorella, madre di Cristo? Lo ha detto Ges: chi fa la volont di Dio (cf. Mt 12,50). Ecco, leucaristia l: come mendicanti dobbiamo andare con grande discernimento del corpo di Cristo. E faccio un invito: il corpo di Cristo lo si discerne al di l della nostra confessione, non per far sparire le barriere che la storia ha innalzato e che indubbiamente sono barriere in cui Dio ne ha sofferto, ma perch il nostro occhio deve essere capace di vedere, al di l della barriera, quelli che discernono il corpo e il sangue del Signore e che in una prassi sono pi fedeli di quanti magari vanno alla stessa eucaristia e non hanno questa capacit n di discernimento n di farne memoria. Il Signore davvero ci porge leucaristia, accogliamo questo gesto straordinario. Io spero che la chiesa conservi questo gesto in cui leucaristia si riceve e non si prende: la si riceve, dopo aver assunto latteggiamento del mendicante, con il carico dei nostri peccati, perch leucaristia un viatico per i peccatori, per quelli che si sentono tali. E quanti si sentono giusti, vadano o non vadano alleucaristia, per loro non cambia nulla, anche se in realt mangiano e bevono la propria condanna. ENZO BIANCHI http://www.monasterodibose.it/content/view/4946/29/lang,it/ (01.04.2013)

Venerd santo
Bose, 29 marzo 2013 Omelia di ENZO BIANCHI per la Liturgia della croce Gv 18,1-19,37 Anche oggi Dio ci ha parlato e noi abbiamo ascoltato la sua Parola. Si tratta ora semplicemente di ruminare in noi questa parola, di considerarla, in modo da prolungare la nostra assiduit con la Parola che ci d la vita. In questa liturgia lunit delle tre letture evidente. Nel profeta Isaia (cf. Is 52,1353,12) viene presentato dal Signore il suo Servo, un Servo che ha successo, un Servo che trova consenso, un Servo che viene esaltato, potremmo dire un Servo la cui missione veramente compiuta. Ma ecco che improvvisamente questo Servo cos glorificato, cos esaltato, diremmo cos accolto da tutti, viene presentato come un Servo che non ha bellezza n splendore, un Servo che in realt non attira, un Servo che non ha un parola, che diventato afono e muto: se aveva una parola, lha persa, se aveva un volto che poteva richiamare gli sguardi a lui, ora ha un volto dal quale ci si allontana con lo sguardo. il volto di qualcuno che ha perso la sua forma, non neanche pi un volto. Girolamo, con la sua intelligenza spirituale, finisce per tradurre, non certo fedelmente allebraico: Nos putavimus eum quasi leprosum, lo abbiamo ritenuto come un lebbroso (Is 53,4 Vulg.), il lebbroso che fa ribrezzo, il lebbroso la cui vista insostenibile. Ma come possibile, come possibile tutto questo? E alla presentazione che il Signore fa del suo Servo, ecco che intervengono le moltitudini, le quali sommessamente cominciano a interrogare se stesse: come possibile? Come possibile? E mentre leggono i segni di questo rigetto, di questa passione del Servo, cominciano a comprendere che in realt sono proprio loro, le moltitudini, che hanno causato questo al Servo: Noi lo credevamo castigato da Dio, ma eravamo noi in realt che abbiamo dato colpi a questo Servo, che lo abbiamo sfigurato. Nella seconda lettura (Eb 4,14-5,10) c un sommo sacerdote, meglio, un sacerdote dei sacerdoti, il quale avendo partecipato in tutto alla nostra umanit, quando deve entrare nel Santo dei santi per portare i peccati del popolo, vi entra una volta per sempre, definitivamente, e in un santuario che Dio stesso. Nella passione secondo Giovanni che abbiamo ascoltato (Gv 18,1-19,37), questo Servo di Isaia e questo sacerdote dei sacerdoti della Lettera agli Ebrei, semplicemente Ges di Nazaret che nella sua passione ha realizzato pienamente sia la figura del Servo, sia la figura del sacerdote dei sacerdoti. Ma noi ci soffermiamo, come tutti gli anni, soprattutto sul racconto della passione secondo Giovanni, questo lungo racconto che si snoda dallarresto al di l del torrente Cedron fino alla sepoltura nel giardino, dove Ges, ormai morto, viene deposto da alcuni tra i suoi amici. Il racconto lungo, non possiamo commentarlo per intero: sostiamo questanno sullincontro tra Ges e Pilato, il procuratore romano che a Gerusalemme rappresentava limperatore e dunque rappresentava il potere totalitario imperiale in quella Giudea che ormai da un secolo era stata conquistata e continuamente vessata e dominata da Roma. Nel quarto vangelo, il vangelo altro, la passione non tanto una cronaca teologica degli eventi, ma soprattutto un racconto della gloria di Ges, una lettura che possibile fare solo nella fede, un racconto di esaltazione e di glorificazione, anche quando Giovanni oggettivamente racconta un rigetto, una passione, degli scherni. un racconto della gloria, gloria dellamore, e nella passione secondo Giovanni c un crescendo di manifestazione, c un susseguirsi di

epifanie dellamore, fino al culmine, quando Ges consegna il suo Spirito nellora della croce (cf. Gv 19,30). Ges uscito con i suoi discepoli, andato al di l del torrente Cedron precisa Giovanni sapendo tutto quello che gli doveva accadere (Gv 18,4). Siamo di fronte a unespressione analoga a quella trovata ieri sera, allinizio del racconto della cena: Ges, sapendo (Gv 13,1.3). E Ges si badi bene ha una conoscenza umana, secondo Giovanni, umanissima; non la conoscenza del superuomo e neanche di una persona divina. la conoscenza di un uomo esercitato come una sentinella allattenzione, allascolto, di giorno e di notte. Ges ha letto e compreso bene la vicenda del suo rabbi, Giovanni il Battezzatore, e di tutti i profeti che lo hanno preceduto: ne aveva visto la fine, non poteva essere altrimenti anche per lui. Ha vissuto ormai mormorazioni, diffidenze, ostilit, calunnie, ma Ges sa che deve anche subire il rigetto e la condanna: queste sono davvero vicine. E quando arrivano ad arrestarlo, Ges che si presenta, lui che va verso le guardie, lui che domina la scena e pone la domanda: Chi cercate? (Gv 18,4.7), con una forza che non divina ma semplicemente umana, una forza che viene dalla sua convinzione, una convinzione nutrita per tutta una vita dallaver ben osservato, ben ascoltato e dallessersi esercitato in quelladesione alla realt. Lunica preoccupazione che Ges ha quella degli altri: i discepoli siano lasciati andare via E cos trascinato da Anna e poi da Caifa, sommo sacerdote o sacerdote dei sacerdoti in quellanno. Davanti a colui che aveva profetizzato: Conviene, una cosa buona che un uomo solo muoia per tutto il popolo (Gv 11,50; 18,14), Ges al suo posto, con la postura di chi, pur fatto oggetto, fatto cosa, mantiene la sua convinzione e la sua forza. Ed significativo che questo interrogatorio di Ges da parte del sacerdote capo sia un interrogatorio molto breve; molto pi descritto, eventualmente, linterrogatorio di Pietro. Pietro interrogato tre volte, Ges una sola volta. Pietro interrogato tre volte, e per tre volte nega di essere stato un uomo coinvolto nella vita di Ges, di essere stato un suo discepolo. Paura, superficialit, intontimento spirituale? Certo, Pietro non sa cosa dire e non capisce neanche quello che stava succedendo: non era n una sentinella, n un profeta, n a questo si era esercitato. Ges invece nellinterrogatorio brevissimo una sola domanda in realt non risponde, ma dice: Io ho parlato apertamente al mondo (eg parrhesa lelleka t ksmo: Gv 18,20), ho parlato con parrhesa, non ho niente da dire a te, sacerdote dei sacerdoti. Non solo, gli dice: Interroga loro, interroga i discepoli (cf. Gv 18,21), quelli che lo avevano ascoltato. Ma i discepoli significativamente non ci sono; c soltanto Pietro che, proprio a questa interrogazione che gli viene fatta, e neanche nel contesto solenne, da parte del sommo sacerdote, ma semplicemente da parte di alcuni personaggi minori, per tre volte nega la sua appartenenza a Ges. Ges dice: Non ho mai parlato di nascosto, perch era un uomo di una sola parola, e quando aveva emesso una parola non la ritirava e non la nascondeva. Ma il confronto diventa ancora pi chiaro tra Pilato e Ges, tra il potere romano totalitario e il profeta di Nazaret. C unaccusa? Costui un malfattore, o meglio, una persona che diventata nociva alla comunit di Israele. Questa era laccusa con cui la comunit religiosa, rappresentata dai sommi sacerdoti, aveva consegnato Ges ai pagani. Tutto il processo di Ges di fronte a Pilato narrato solo con lo scopo di rendere chiara linnocenza, la giustizia di Ges, il suo non aver mai violato il diritto romano. Pilato interroga Ges, ma deve poi dire a quei giudei che glielo hanno consegnato: Io non trovo in lui nessuna colpa (Gv 18,38). E tre volte, tre volte Pilato esce verso la folla e i sacerdoti per dichiarare la non colpevolezza di Ges. Ges riconosciuto giusto dal procuratore stesso, non colpevole di violazione della legge. Pilato per tre volte lo dichiara in modo aperto,

pubblico, dopo aver invitato a fare accuse contro Ges, dopo averlo interrogato, addirittura dopo averlo fatto flagellare presentandolo alla folla come uomo sfigurato dalle torture, se mai la folla si convincesse ad avere piet di un uomo senza volto, di un uomo talmente disarmato da essere facilmente ridotto a vittima, senza resistenza. Pilato arriva addirittura al punto di volerlo liberare, lo avete ascoltato: Pilato cercava di liberalo (Gv 19,12), cercava, ma la folla, quella folla presente grida: Crocifiggilo! (Gv 19,15), e i sacerdoti capi accusano Ges di essere un concorrente del potere di Cesare, fino a dire la bestemmia pi grande, cio che loro preferiscono avere come re Cesare, che non vogliono un altro re. la bestemmia pi grande per dei giudei, per i quali soltanto Dio era il re, come cantano numerosi Salmi (cf. Sal 9,8; 47,8; 93,1, ecc.). E cos anche Pilato, pur sapendo che Ges era giusto, a quel punto lo consegna perch lo crocifiggessero. Ma come stato possibile questo? Come possibile la soppressione e il martirio di un giusto, di un uomo per altro mitissimo, disarmato, senza nessuna pretesa, di un uomo che si difeso solo con la parola limpida e sincera? Noi a volte andiamo a cercare quando appare il male assoluto in questo mondo, ma il racconto, il racconto della passione ci mostra il male assoluto, il male assoluto secondo lespressione di Hannah Arendt , il male insensato, il male che viene ad abbattersi senza che ci sia una ragione. Non a caso dice il quarto vangelo si compiva in Ges la profezia del salmo: Mi hanno odiato senza una ragione (Gv 15,25; Sal 69,5). Ges giunto dunque allora della croce in questo modo, il male si scatenato su di lui fino alla morte violenta, fino alla tortura, ma in un modo che noi diremmo banalissimo. come se si fossero concentrati nellora della croce una serie di atteggiamenti che, presi uno per uno, sono gli atteggiamenti quotidiani e banali che noi assumiamo nella vita, atteggiamenti ordinari che producono labominio. Noi pensiamo che il male assoluto, labominio, venga da grandi disegni, venga eventualmente da poteri altissimi, distanti da noi: non vero, il male assoluto viene da noi, da ciascuno di noi. Come stata possibile la condanna e la morte di Ges? Questa morte non era per Ges un destino, tanto meno la volont del Padre, il quale nel suo silenzio muto, unica possibilit di rispetto dellagire dellumanit, restato come nascosto, assente, pur soffrendo con Ges e in Ges, suo Figlio, nellora della croce. Quando Ges catturato, il racconto ci dice che i discepoli hanno preso paura e sono fuggiti. Poveri discepoli, hanno preso paura: la paura, voi sapete Come avevano abbandonato tutto per seguire Ges dice il vangelo secondo Marco cos hanno abbandonato Ges per fuggire tutti (cf. Mc 1,18.20; 14,50). Pietro, che Ges aveva eletto come colui che tra i fratelli confessa sempre la fede in lui, per tre volte ha negato di conoscere Ges. I giudei, fratelli nella fede di Ges, appartenenti alla comunit dei credenti, appartenenti alla chiesa di Ges, allassemblea santa in cui Ges era anche lui un figlio di Israele, non gli riconoscono nessuna giustizia e lo consegnano ai romani. Pilato, che conosce che Ges non colpevole, che ha capito che semplicemente era conveniente in politica assecondare la maggioranza di quella folla scatenata, permette la condanna. Non si pu neanche dire che nel vangelo secondo Giovanni ci sia una condanna da parte di Pilato. No! E anche questo ha il suo senso: Pilato ha permesso che lo uccidessero Ecco, va riconosciuto che qui c il concentrato di ci che ha permesso la morte in croce di Ges: ignoranza, pigrizia, servilismo, indifferenza, paura. Se voi attribuite ciascuna di queste debolezze a una persona, fate s che ognuno di noi si riconosca l e non vada a cercare altrove, ognuno di noi. Perch questi sono gli atteggiamenti di uomini e donne in cui si accumulano mediocrit, paura, rozzezza, intontimento, e soprattutto le piccole menzogne quotidiane. Se prendiamo una per una le persone che erano l, erano certamente persone giudicate buone, normali, ma poi, tutte insieme, ognuna ha dato il suo contributo affinch il

male si instaurasse e regnasse, magari solo con latteggiamento di chi non vuole entrare nel problema, di chi lascia scivolare via il problema, di chi non vigila. Sicch tutto questo nella nostra vita non pensiamo di essere intrigati di fronte alla scena della condanna a morte di Ges , nella nostra vita questo che cos? lindifferenza verso il vicino, lo zelo della gelosia, il desiderio di non sapere, la paura di parlare, la mancanza di franchezza, sono le piccole menzogne, gli arrangiamenti della propria coscienza e magari anche buone ragioni per scusare, perch tutto sapete si arrangia, si aggiusta Nella passione di Ges c stato laccumulo di tutti questi atteggiamenti: ecco la banalit del male, come dice Hannah Arendt, banale in questo modo il male. Vogliamo anche subito sentire le scuse: i discepoli, poverini; Pietro, poi, stava a vedere come andava; hanno sofferto anche loro Ecco che cosa produce il male. Questa insensatezza del male la responsabilit di ciascuno di noi e la responsabilit comune. Ges sa, perch si esercitato a vedere, si esercitato ad ascoltare, si esercitato a uscire da se stesso e dal proprio io minimo e ingessato per raggiungere laltro. questo che pu rendere eventualmente un cristiano profeta, non i doni intellettuali che sono un ingombro, perch quelli portano il profeta a sedurre, non a convertire; non i discorsi sapienti, ma un esercizio, un esercizio di vista, di ascolto, di uscita da se stesso ai bordi, ai confini, giorno e notte. Che straordinario in questi giorni almeno in questa ora lo devo dire per comunione linvito continuo che papa Francesco sta facendo a uscire da se stessi come uscito Dio: la chiesa deve uscire, il cristiano deve uscire da se stesso! inutile dire perch dunque i discepoli, Pietro, quelle persone presenti al processo di Ges non sapevano. Questa lettura del male che si scatena su Ges ci convince di essere noi, ciascuno di noi colpevole della sua morte, che riassume la morte, il pianto, la sofferenza di tanti uomini che sono accanto a noi e che noi facciamo solo soffrire perch magari non siamo cattivi, ma siamo semplicemente mediocri, appiattiti da una cultura che ci vuole tutti omologati e non ispirati da ci che umanizza, bens da ci che obbedisce agli idoli sempre presenti. E qui, va detto, proprio su questo male banale, assoluto che Ges ha detto la sua ultima parola, che non semplicemente di perdono: stiamo attenti, stiamo attenti! Ges non ha detto semplicemente: Padre, perdona loro perch hanno fatto del male. Sarebbe gi un grande gesto, ma quello siamo capaci anche noi di farlo. Ges ha detto qualcosa di pi: Padre, perdona loro perch non sanno n quello che dicono n quello che fanno (cf. Lc 23,34). Questa la nostra realt: non sappiamo n quello che diciamo n quello che facciamo. Certo, questo perdono che il Signore ci d attraverso la misericordia di Dio non pu essere per noi auto-giustificazione, ma un appello a sapere quello che facciamo, a sapere quello che viviamo, a sapere quello che sentiamo. Venerare la croce, adorare il mistero della passione e morte del Signore ci deve far giungere a unassunzione di responsabilit, a una resistenza al non sapere; in caso contrario, anche la celebrazione della passione un esercizio estetico, patetico, una rappresentazione teatrale religiosa che ogni anno si rinnova nella settimana santa e nella quale investiamo anche dei sentimenti di dolore e di sofferenza. No, Dio ci d il perdono, ce lo d in Ges Cristo, ma noi dobbiamo percepire che il Cristo che sta davanti a noi come destinatario del male che quotidianamente facciamo colui che noi incontriamo, il nostro prossimo, lui in croce: il malato, laffamato, il perseguitato, lo straniero, luomo bisognoso (cf. Mt 25,31-46), il peccatore, quello che la piccola vittima del nostro vivere quotidiano senza gli altri e contro gli altri. Occorre sapere, occorre conoscere in questo modo, e saremo preservati da quello che papa Francesco chiama la pretesa gnostica ecclesiastica, una pretesa di conoscere tutto a livello ecclesiastico e di non discernere invece la realt di Cristo nella vita degli altri.

Una delle cose straordinarie, che un tempo veniva percepita allinterno della chiesa, anche prima del Concilio, che il venerd santo per la gente semplice era semplicemente il giorno del perdono. Si chiamava cos: il giorno del perdono. Si andava ad adorare la croce per ottenere il perdono: non si diceva altro, eppure era lessenziale. Pi tardi ho scoperto che davvero il venerd santo lo Jom Kippur dellAntico Testamento e dellebraismo che prosegue nellIsraele fratello gemello, che sta accanto a noi. Giorno del perdono: chiediamo il perdono, ma assumiamo tutta la nostra responsabilit, perch siamo noi, ciascuno di noi, quelli che non sanno ci che fanno e non sanno ci che dicono. Bose, 29 marzo 2013 Omelia di ENZO BIANCHI http://www.monasterodibose.it/content/view/4949/29/lang,it/ (01.04.2013)

Pasqua di Resurrezione
Bose, 30 marzo 2013 Omelia per la Veglia Pasquale di ENZO BIANCHI Lc 24, 1-12 Siamo qui in assemblea santa perch crediamo che Cristo in mezzo a noi, il Vivente per sempre, il Vincitore della morte, quella morte che opera in ciascuno di noi ma che il Vincitore della morte ha sconfitto per sempre. Ci siamo detti lun laltro che Cristo risorto, non solo perch lo crediamo ma perch lo sperimentiamo, anche in questo rinnovato ricominciare nella sequela di Cristo. Ci siamo detti lun laltro che Cristo risorto, perch sentiamo che se c in noi lamore perch lui ce lo ha donato, perch lui ci insegna a viverlo gli uni con gli altri. Abbiamo ascoltato la Parola del Signore che ci ha rivelato perch questo mondo esiste, perch noi siamo stati creati e in questo mondo siamo nati e ora viviamo. Questa Parola ci ha anche rivelato come lui, Dio, ha insegnato a noi uomini, a partire da Abramo, ad avere fede e fiducia. Tutto lAntico Testamento soltanto una pedagogia alla fede, alla fiducia. Dalla Parola abbiamo anche ascoltato la rivelazione che lamore di Dio pi forte della morte (cf. Ct 8,6) e che nei tempi della pienezza Dio, per dirci questa verit, ha voluto diventare uno di noi: Dio si umanizzato e Ges di Nazaret questo uomo che come noi nato, cresciuto, vissuto, morto; ma questuomo era il Dio vivente e vero umanizzato nella storia. Cos noi questa sera facciamo memoria che la morte di Cristo non stata la sua ultima realt: stata solo lestremo della sua esistenza umana, quellesistenza che Dio ha voluto abitare per poter dare morte alla morte e aprire a noi uomini la sua vita stessa, la vita divina ed eterna. Ma sostiamo ora su questa buona notizia della resurrezione di cui Luca ci narra levento nel suo vangelo (Lc 24,1-12). Protagoniste del racconto sono le discepole: Maria di Magdala, Giovanna, Maria di Giacomo e altre donne di cui non conosciamo il nome, ma Luca nei versetti precedenti al nostro testo aveva precisato che erano venute a Gerusalemme con Ges dalla Galilea (Lc 23,55), che avevano seguito Ges, dunque erano sue discepole. Queste donne durante la passione di Ges avevano visto da lontano la sua crocifissione (cf. Lc 23,49), la sua morte, e poi si erano avvicinate al momento della sepoltura, seguendo il corpo di Ges deposto da quei suoi amici nel sepolcro. Queste donne erano tornate a casa la sera di quel venerd 7 aprile per preparare unguenti profumati in modo da poter ungere il corpo di Ges. Il sabato poi avevano riposato, osservando cos la Legge (cf. Lc 23,56). Ma al mattino presto del primo giorno della settimana, potremmo dire appena fu loro possibile, tornarono al sepolcro per fare quelle unzioni sul cadavere di colui che avevano seguito, amato e confessato come profeta. Ma ecco, vedono che la pietra che chiudeva il sepolcro era stata rotolata via, ed entrate non trovano pi il corpo di Ges. Questa la storia, questo il racconto che appartiene al nostro sapere, al nostro constatare, al vedere umano. La tomba in cui era stato deposto Ges nellalba di quel primo giorno della settimana era vuota, e il corpo di Ges non era pi l. Non solo le donne, ma poi Pietro e laltro discepolo che vanno al sepolcro, e cos tutti quelli che volevano rendersi conto, potevano vedere effettivamente un sepolcro vuoto. Luca dice che allora le donne restarono perplesse, en t aporesthai (Lc 23,4): sono in unaporia, sono in una situazione di sospensione, potremmo anche dire che sono in una situazione di epoch, in una situazione vuota che non chiusa e non conclude, una situazione che capace di attesa, attesa che qualcosa accada, attesa di capire, attesa soprattutto di una rivelazione, di qualcuno che alzi il velo. La traduzione italiana che avete ascoltato dice: Mentre si domandavano che senso avesse tutto

questo (Lc 23,4), ma una traduzione che va oltre, d gi una interpretazione. Luca ci testimonia in verit che c stato un vuoto, una sospensione. Le donne avevano visto Ges morto, avevano visto il suo cadavere deposto nel sepolcro: come possibile che non ci sia pi? C una sospensione, unepoch. Prendiamo sul serio questa sospensione tra levento della sepoltura e ci che accadr. E che cosa accadr di nuovo nella storia, di nuovo costatabile? La nascita di una comunit. Ma tra il cadavere di Ges morto e la nascita della chiesa c questa aporia, questa sospensione. Che cosa accadde in questa situazione, che Luca qui descrive come una situazione di pochi minuti in cui furono le donne, ma che noi dobbiamo pensare come unaporia esistenziale in tutta la comunit dei discepoli del Signore, unaporia che con ogni probabilit stata diversa da discepolo a discepolo, come ci testimoniano i vangeli? Potremmo dirci e sarebbe logico, lo fanno molti che vogliono interpretare la resurrezione che c stata forse una riflessione da parte delle donne, dei discepoli su quegli anni passati con Ges, su quella sua morte, per concludere che lopera di Ges non poteva finire cos, doveva quindi continuare. Ci sarebbe stato dunque un processo intellettuale che avrebbe portato alla fede nella resurrezione di Ges? Molti lo hanno pensato e lo dicono. No, ci dice il vangelo. Potremmo anche chiederci: c stata unelaborazione interiore della vicenda di Ges? Unelaborazione interiore che avrebbe generato la credenza che lui doveva essere vivo? Sarebbe unoperazione psicologica. No, non neanche unoperazione psicologica. Luca ci testimonia che c stata una Parola venuta da altrove, una Parola che non poteva essere nelluomo, un pensiero che non poteva venire da carne e sangue. Luomo, la carne, il sangue, il suo intelletto potevano solo restare in quellaporia, in quella sospensione. Ma ecco venire una Parola che poteva venire soltanto da Dio, e quella Parola detta da due uomini che si presentano improvvisamente alle donne. Luca li descrive come due uomini di luce, con vesti sfolgoranti, cio due uomini che erano dei messaggeri di Dio, portatori della Parola di Dio. Per questo le donne provano paura, phbos, e si chinano come abbagliate, guardando a terra (cf. Lc 23,5). Ma ecco le parole, le uniche importanti, non la tomba vuota che sarebbe stata insufficiente, non dei processi psicologici o intellettuali, ma una Parola che viene da Dio: Perch cercate tra i morti il vivente? Non qui, risorto (Lc 23,5-6). una parola che alza il velo, una ri-velazione su quella che era unaporia, una sospensione senza senso, una situazione in cui poteva solo permanere un velo. E poi un invito: Ricordatevi come vi parl, quando era ancora con voi (cf. Lc 23,6). Ecco la rivelazione completa. molto facile sapere chi sono questi due nella rivelazione di Luca: sono gli stessi che erano presenti nella trasfigurazione di Ges; Luca li aveva presentati: Ed ecco due uomini, apparsi nella gloria, specificando allora che erano Mos ed Elia (cf. Lc 9,30-31). Qui Luca non deve pi specificarlo, perch il lettore del vangelo giunto fin qui sa che due uomini splendenti, apparsi nella gloria, sono Mos ed Elia. Ecco che cosa trovano le donne nella tomba: trovano le sante Scritture, trovano la Legge e i Profeti che invitano per a essere riletti sulla vita e sulle parole di Ges. Neanche loro soltanto sarebbero bastati allannuncio pasquale. Sono loro che testimoniano e dicono: Ecco, rileggeteci, ma sulle parole e sui fatti di Ges!. Invito a una consapevolezza, a una vigilanza, a un custodire le parole e i fatti, a un ricordare, a non lasciare cadere nulla di ci che le donne avevano vissuto con Ges. E questo invito dellangelo non un invito a un esercizio intellettuale, tanto meno a un esercizio psichico, mnemonico: un invito a un esercizio di fede e di amore. Non si trattava di ricordare un insegnamento come facevano gli ebrei, tra i quali un rabbino ricordava linsegnamento del suo maestro, ma di un ricordare rivivendo. Ecco perch i Dodici dovranno imparare dallascolto di queste donne (cf. Lc 24,8-11); dovranno imparare dallazione di un viandante che in unosteria di Emmaus spezza il pane (cf. Lc 24,13-35); dovranno imparare

da un giardiniere che chiama per nome la Maddalena (cf. Gv 20,11-18), ma in un modo suo; dovranno imparare da come uno sconosciuto sulla riva del lago d loro da mangiare (cf. Gv 21,1-14). Tutto questo possibile se Dio alza il velo. Ma per raccogliere la rivelazione, occorre davvero essere coinvolti nella vita di Ges, occorre aver conosciuto il suo amore fino ad amare; e allora s, allora si conosce davvero Ges. E oserei dire di pi: si conosce allora la resurrezione. Mi ha sempre impressionato che nello straordinario affresco riguardante la resurrezione, che tutti voi conoscete, presente nella chiesa di san Salvatore in Chora a Costantinopoli, stia scritto: He anstasis Iesos Christs. Attenzione: non La resurrezione di Ges Cristo, ma Ges Cristo la resurrezione non c nessun genitivo , Ges Cristo la resurrezione. Per questo noi cristiani possiamo dire che, come Ges Cristo il Vangelo e il Vangelo Ges Cristo, cos la resurrezione per noi solo Ges Cristo e Ges Cristo la resurrezione. Ecco perch amare Ges amare la resurrezione, credere Ges credere la resurrezione, sperare Ges sperare la resurrezione. La resurrezione solo questione di accoglienza di una parola, accoglienza che avviene nellamore. Potremmo dire che la resurrezione solo una questione di amore: non risponde a nessun processo, neanche al processo esegetico, intellettuale di interpretazione delle Scritture. Nellantifona pasquale noi cantiamo: Surrexit sicut dixit! Alleluja!, risorto come ha detto! Alleluja!. Certamente questa uneco della parola dei due uomini, di Mos ed Elia: risorto, come aveva detto (cf. Lc 24,6). Ma in un manoscritto medioevale c una variante che straordinaria. Non sappiamo da dove derivi, pu anche darsi che questo amanuense che ricopiava abbia fatto addirittura un errore: o beata colpa, in questo caso! Perch lui ha trascritto: Surrexit sicut dilexit, Risuscit come am, non come disse (dixit). Si potrebbe dire: risorto come ha amato, o anche mi piace dire con Luca risorto perch ha amato, hti egpesen pol. Vi ricordate le parole dette da Ges alla donna: Le molto perdonato, perch molto ha amato (Lc 7,47). Ma potremmo dire che uno risorger hti egpesen pol, perch ha molto amato. La resurrezione per sempre inscritta nellamore, e non si pu pi dire la parola amore senza dire anche resurrezione. Gli antichi amavano dire ros-thnatos, amore e morte. Per noi cristiani solo possibile dire: amore e resurrezione, perch lamore pi forte della morte, e lamore per noi resurrezione. Questa la nostra fede cristiana: dipende da una rivelazione, da una Parola di Dio, che noi accogliamo ricambiando il Signore semplicemente con lamore. Se luisurrexit sicut dilexit, ognuno di noi risorger come ha amato. Bose, 30 marzo 2013 Omelia di ENZO BIANCHI http://www.monasterodibose.it/content/view/4952/29/lang,it/ (01.04.2013)