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Gioved santo

Bose, 5 aprile 2012 Omelia di ENZO BIANCHI Gv 13, 1-15 Cari fratelli e sorelle, amici e ospiti, siamo allinizio del triduo, dei tre giorni pasquali, giorni in cui celebreremo tanti misteri: i misteri della vita di Ges Cristo, la sua passione, morte e resurrezione. Ricordiamo degli eventi, delle azioni vissute da Ges, e nel ricordarle le celebriamo e le presentifichiamo in modo da essere coinvolti in esse, in modo da essere resi partecipi del mistero. Questa la dinamica liturgica, sacramentale che fonda le nostre liturgie pasquali. Eccoci allora, in questa sera, tutti insieme, perch sta scritto: Tutta la comunit dIsraele celebrer la Pasqua (Es 12,47).Tutta lassemblea della comunit dIsraele immoler lagnello al tramonto (Es 12,6). Celebriamo il mistero che ci costituisce comunit del Signore, appartenente a lui, il mistero che origina la nostra comunione: per questo siamo tutti insieme, radunati nello stesso luogo, convenientes in unum (cf. 1Cor 11,20). In obbedienza al ritmo che nel gioved santo mi porta a commentare alternativamente lepistola (1Cor 11,23-32) e il vangelo (Gv 13,1-15), questanno soster soprattutto sul racconto della lavanda dei piedi, laltro mistero di Cristo che celebriamo oltre a quello eucaristico. Questo per nella consapevolezza che i due segni, le due azioni di Ges sono state anticipazione di un solo evento: il dono della sua vita al Padre e a noi uomini, la sua morte. Questa volta vorrei compiere la lettura del vangelo cercando il vero protagonista della lavanda dei piedi, azione che ci scandalizza e, nello stesso tempo, dovrebbe consolarci. Per Ges venuta lora di passare da questo mondo al Padre (Gv 13,1), e Ges sa che il Padre gli ha dato tutto nelle mani, che egli venuto da Dio e a Dio ritorna (Gv 13,3). Il quarto vangelo inizia il racconto della passione di Ges ponendo il Padre come il termine senza il quale tutto ci che Ges e, fa e dice non ha consistenza: il Padre, questo termine che siamo costretti a usare perch non abbiamo unaltra parola che, per analogia, sia capace di esprimere lorigine, colui che origina e genera Ma questa sera vorrei chiamare il Padre con un altro termine analogico: lAmante, colui che ama, colui dal quale scaturisce lAmore. Non lo invento, ma lo deduco dalle parole di Ges: Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa (Gv 3,35). Ecco chi il Padre: innanzitutto lo scaturire dellAmore, colui che nel suo Amore ha generato il Figlio, colui che ama Ges uomo, quelluomo che solo lui poteva darci, quelluomo che lumanit non avrebbe mai potuto generare, produrre. questo Amore che sta dietro a Ges e di cui Ges si fa esegeta tra gli uomini (exeghsato: Gv 1,18), perch lincarnazione, il farsi carne, srx, della Parola di Dio, del lgos to theo (cf. Gv 1,14), in vista della conoscenza, della narrazione dellAmore. LAmore generante ha inviato il Figlio nel mondo (cf. Gv 3,17.34; 4,34; 5,23.24.30.36.37.38; 6,29.38.39.44.57; 7,16.18.28.29.33; 8,16.18.26.29.42; 9,4; 10,36; 11,42; 12,44.45.49; 13,20; 14,24; 15,21; 16,5; 17,3.8.18.21.23.25; 20,21), e Ges consapevole di questo Amore che egli deve raccontare, testimoniare fino alla fine, per poi, attraverso il grido: compiuto (Gv 19,30), tutto ho realizzato!, fare ritorno allAmore. Ecco perch, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li am fino allestremo ( eis tlos) (Gv 13,1), fino alla fine dei suoi giorni nel mondo, fino alla morte.

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S, Dio Amore (1Gv 4,8.16) e nessuno lha mai visto (Gv 1,18; cf. 1Gv 4,12) nella sua autenticit, nella sua pienezza, ma il Figlio ci ha raccontato, exeghsato, il Dio Amore. Questa la nostra fede, la particolarit che rende il cristianesimo altro, altro dallo stesso ebraismo veterotestamentario che ne la radice. In questottica noi possiamo leggere questa sera, dietro il racconto fornitoci da Ges, chi il nostro Dio, come agisce in noi il nostro Dio. Questa, del resto, lintenzione di tutto il quarto vangelo: leggere la vita e le azioni di Ges, ascoltare le sue parole come eco del Padre, come racconto di Dio. Questa dunque lepifania di Dio, dopo la quale i discepoli, se avessero fede, potrebbero dire: Abbiamo visto il Padre (cf. Gv 14,9). Ma i discepoli, come ancora noi oggi, fanno difficolt ad assumere questa visione, restano dei giudei seguaci di Ges, dei giudei cristianizzati, incapaci di dire a Ges: In te vediamo Dio!. Ges allora fa unazione precisa, anzi diverse azioni, espresse non a caso da sette verbi: si alza da tavola, depone le vesti, prende un asciugamano, se lo cinge attorno alla vita, versa dellacqua nel catino, lava i piedi dei discepoli e li asciuga (cf. Gv 13,4-5). Ecco cosa fa lAmore, cosa fa Dio verso di noi: un Dio inginocchiato ai nostri piedi che lava i nostri piedi sporchi. una liturgia della quale noi possiamo fare profezia, ma che avverr realmente quando nella nostra morte staremo davanti a Dio: Dio, lAmore che abbiamo tanto cercato e che abbiamo tentato di vivere, ci laver i piedi Per questo Ges afferma subito dopo: Avete capito questa azione? lazione del Krios, del Signore, lazione di Dio che io, quale didskalos che insegna, che fa segno a Dio, vi ho mostrato (cf. Gv 13,12-13). S, Dio talmente diversi dai nostri padri terreni, che questa parola non adeguata a definirlo neppure per analogia. Per tale ragione preferisco parlare di Dio come dellAmante, dellAmore infinito e radicalmente gratuito che non si deve mai meritare. Io, il Krios innanzitutto, poi anche il didskalos, vi ho lavato i piedi (cf. Gv 13,14), dice Ges. Ecco la grande rivelazione di Ges: Dio colui che ci ama fino a lavarci i piedi! Per questo noi dobbiamo lavarci i piedi gli uni gli altri: Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri (Gv 13,14). DallAmore di Dio, dallAmore che Dio scaturisce, dovrebbe scaturire, lamore tra di noi che confessiamo, aderiamo, crediamo al Dio di Ges Cristo. E qui, fratelli e sorelle, noi scopriamo la nostra miseria: non ci pieghiamo gli uni di fronte agli altri neanche con un inchino, tanto meno ci inginocchiamo di fronte allaltro, al fratello o alla sorella. Di conseguenza non laviamo i piedi dellaltro, ma guardiamo i suoi piedi per vederne la sporcizia, per giudicarlo. Non siamo nemmeno capaci di misericordia gli uni verso gli altri; anzi, se vediamo i piedi sporchi degli altri crediamo di avere noi i piedi puliti! E noi saremmo discepoli di Ges, del Ges che Vangelo e del Vangelo che Ges? Dio un termine troppo equivoco per gloriarcene, Ges pu essere molto amato da noi come maestro ideale, come il Santo di cui ci siamo fatti il modello: ma il Dio di Ges e Ges stesso sono solo e soltanto ci che c nel Vangelo, sono il Vangelo. I nostri piedi sono sporchi, e quanto pi si vissuto e camminato, tanto pi sono sporchi. Forse gli altri non ce li lavano e noi non li laviamo loro, ma Ges il Signore ci attende, nel nostro esodo da questo mondo allAmore, per lavarceli. Ecco ci che questa sera viviamo come mistero di Cristo, nel segno della lavanda che chi presiede fa ai fratelli e alle sorelle. solo un segno che dovrebbe essere memoria per il nostro vivere quotidiano. Vi confesso che lunica domanda che mi faccio alla sera : Oggi ho lavato i piedi a chi ho incontrato?, e non sempre posso rispondere affermativamente. Guardiamo insieme a questo segno, nella fede e nella speranza che il Signore, quando saremo davanti a lui, ci laver i piedi e ci introdurr con lui nellAmore senza fine.

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Venerd santo
Bose, 6 aprile 2012 Omelia di ENZO BIANCHI per la Liturgia della croce Gv 18,1-19,37 Cari fratelli e sorelle, care sorelle di Cumiana, amici e ospiti, abbiamo ascoltato il racconto della passione di Ges, una passione gloriosa secondo il vangelo di Giovanni (Gv 18,1-19,37), perch in essa, a differenza di quella narrata dai sinottici, riusciamo a vedere al di l di ci che avvenuto mondanamente, riusciamo a vedere ci che Dio ha operato, la sua gloria quale kavod, peso, splendore, potenza che si impone. una gloria non analogica a quella che noi uomini immaginiamo, progettiamo o proiettiamo su Dio e su Ges Cristo. Nel racconto della passione secondo Giovanni lo sappiamo bene Ges manifesta pi ancora che nella sua vita e nelle sue azioni, pi ancora che nei segni da lui operati, l eg eim, lio sono (Gv 18,5.6.8) proprio del Signore vivente. Sicch, quando Pilato lo flagella, Ges appare come luomo per eccellenza (Ecce homo!: Gv 19,5), luomo coronato di gloria e splendore del Salmo 8 (v. 6); quando i soldati lo disprezzano e lo deridono, appare come colui che li attira e li fa inginocchiare davanti a s; quando sta di fronte a Pilato per essere condannato, appare come il giudice escatologico che siede sul trono del giudizio nel LitstrotoGabbat (cf. Gv 19,13); quando sta in croce, appare come collocato su un trono da cui regna; quando viene scritta la sua condanna, in verit confessato con un titolo, Ges il Nazareno, il re dei giudei (Gv 19,19), che esprime la sua identit messianica autentica. E al vertice di tutto questo, quando Ges spira, muore, secondo il quarto vangelo consegna lo Spirito (Gv 19,30), effonde cio lo Spirito santo sullintera creazione. La passione di sofferenza e di morte diventa gloria della passione, gloria dellamare, dellamore di Ges fino alla fine ( eis tlos: Gv 13,1). Ma nel leggere la passione secondo Giovanni noi ci interroghiamo questanno come abbiamo fatto ieri sera per la lavanda dei piedi sulla presenza di Dio, su Dio quale protagonista dellevento della passione. Perch proprio nel quarto vangelo si dice con chiarezza che la passione la consegna da parte del Padre di suo Figlio Ges: Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio, lunigenito (Gv 3,16). Anche Paolo proclama: Dio non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato (verbo paraddomi) per tutti noi (Rm 8,32); e lo stesso Giovanni nella sua Prima lettera scrive: Dio ha mandato suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati (1Gv 4,10). S, nelle Scritture del Nuovo Testamento e anche nel quarto canto del Servo di Isaia che abbiamo ascoltato (cf. Is 52,13-53,12) vi sono espressioni che dicono la consegna del Figlio da parte del Padre a noi uomini, nelle mani di noi peccatori. Dunque nella passione il Padre consegna il Figlio, Ges il consegnato e Ges consegna poi a sua volta lo Spirito al Padre. Eppure a me sembra che una tale lettura non sveli davvero Dio, non lo spieghi, non sia fedele allexeghsato(Gv 1,18) che Giovanni proclama come azione di Ges che narra Dio. Questo terreno non facile, e dobbiamo avere molto timore nellincamminarci su di esso per cercare di entrare nel mistero e poterlo ridire con parole nostre. Ciononostante nostro dovere farlo, perch altrimenti si potrebbe essere indotti da tali espressioni a leggere un Dio che ha bisogno del sacrificio del Figlio e, di conseguenza, lo ordina. Anche Joseph Ratzinger ha scritto: Ci si allontana con orrore da un Dio che reclama la morte del Figlio. Quanto questa immagine diffusa, tanto falsa. Ora, resta vero che nel secondo millennio cos si compresa la passione e la croce; che Lutero ha parlato dellabbandono di Ges da parte del Padre; che Calvino diceva

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che il Padre ha mandato Ges allinferno, dove c condanna e dannazione; che la predicazione della controriforma cattolica indugiava sul Padre il quale, vedendo Ges patire e morire, si sentiva soddisfatto perch la giustizia era ristabilita. S, questi sono secoli in cui lo dobbiamo dire senza giudicare su Dio sono state riversate immagini terribili, che sono allorigine di tante negazioni di Dio da parte degli uomini. Ebbene, senza fare finta che ci non sia avvenuto, non fermiamoci solo sulla passione di Ges di Nazaret ma poniamoci la domanda: Qual il protagonismo di Dio, la sua azione nella passione di Ges?. Il Padre, infatti, presente pi che mai nella passione, anzi narrato pi che in altre ore della vita di Ges. Ges in croce pi che mai limmagine del Dio invisibile (Col 1,15). sulla croce che egli grida pi che mai: Chi ha visto me, ha visto il Padre (Gv 14,9). Origene ha potuto affermare: sulla croce che Ges stato rassomigliante in modo pieno al Padre che ci ama fino allestremo, eis tlos. Lorigine dellAmore, lAmante, va adorato nudo sulla croce, per parafrasare le parole di Guigo I il Certosino. Il Padre non ha consegnato suo Figlio per essere soddisfatto, ma ha mostrato attraverso suo Figlio che lui voleva, vuole la comunione con gli uomini, che ama la sua vigna allestremo, per ricorrere allimmagine usata da Ges in una parabola (cf. Mc 12,1-12 e par.; Is 5,1-7). Mander mio Figlio: avranno rispetto almeno di lui? (cf. Mc 12,6 e par.). Ecco lamore del Padre per la vigna, per la sua comunit, per lumanit. Dio quel Padre che ama e aspetta sempre il figlio che si allontanato ed perduto (cf. Lc 15,11-32). Tante volte, come il padre della parabola, Dio uscito per pregare noi di entrare nel banchetto di vita (cf. Lc 15,28.31-32): lui che prega noi, mentre pensiamo sempre di essere noi a pregare lui LAmante, il Padre, colui che dice: Come potrei abbandonarti, Efraim, come consegnarti ai nemici, Israele? Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo brucia di compassione (Os 11,8). Questo Padre avrebbe dunque abbandonato suo Figlio? Lavrebbe abbandonato sulla croce? Lui che ha seguito i deportati a Babilonia, accompagnandoli con la sua Shekinah (cf. Ez 10,1822; 11,22-25), dovera nella morte di Ges? Era in lui, era accanto a lui, e Ges lo raccontava fedelmente! Nel Credo diciamo di Ges che passus est sub Pontio Pilato ma potremmo dire, con i Concili della chiesa antica: Deus passus est. Il Padre non impassibile, ma soffre la passione dellamore (Pater ipse patitur:Omelie su Ezechiele 6,6; PG 13,714-715), scriveva ancora Origene. Dio ha sofferto, ha sofferto come si soffre nellamore. Non c solo il dolore fisico o solo quello psicologico, ma c un dolore, una sofferenza pi profonda che ognuno di noi conosce come ferita che brucia: soffrire per amore. Anzi, non c amore senza sofferenza, questo noi uomini lo sappiamo bene. Ecco allora Dio, lAmante nella passione di Ges. Egli soffre per amore perch soffre per il male che noi ci facciamo: il male inflitto a Ges vittima, infatti, licona dei mali, delle sofferenze che infliggiamo agli altri, della mancanza di amore con cui li facciamo soffrire. E si faccia attenzione: non siamo noi che abbiamo amato Dio, ma lui che ha amato noi (1Gv 4,10); dalla croce di suo Figlio Dio ci chiede di credere allamore (cf. 1Gv 4,16), ci attira tutti alla croce perch vuole che tutti siamo salvati (cf. 1Tm 2,4). Dio ci aspetta e ci ama mentre noi siamo suoi nemici, Dio ci perdona mentre noi crocifiggiamo suo Figlio e dunque rifiutiamo lui, uccidiamo lui, il Padre, lAmante, lorigine dellAmore (cf. Rm 5,6-11). Ges narra cos Dio, lAmante, conformandosi in tutto al pensare di Dio, facendo sempre la sua volont, fino allestremo. Ecco dunque sulla croce non un Dio soddisfatto della morte del Figlio, non un Dio che vuole il sacrificio del Figlio, ma un Dio che mostra come il sacrificio, il dare la vita per gli altri presente in s come esito del suo essere lAmante, colui che ama da se stesso e si offre allaltro, allamato. Non c' amante che non porti la croce inscritta nella sua carne, non posso non pensare qui alla porta di Mitoraj a Roma, dove quel Cristo amante ha la croce che gli attravera le carni. Dolore e sofferenza in s non hanno nessuna capacit di redenzione: solo lamore, che richiede sempre un soffrire per amore, salva.

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Nellultima cena Ges inginocchiato che lava i piedi ai discepoli narra un Dio inginocchiato davanti a noi, che ci lava i piedi per togliere la nostra sporcizia. Sulla croce, quando Ges vive la sua passione e morte, Dio ci racconta in Ges il suo amore e la sua sofferenza per la nostra lontananza. Sempre Dio ci attira a s, ci prega di rientrare nella sua comunione, perch egli ci ama e non pu cessare di amarci.Pasqua

del Signore
Bose, 8 aprile 2012 Omelia per la Veglia Pasquale di ENZO BIANCHI

Mc 16, 1-8 Cari fratelli e sorelle, care sorelle di Cumiana, amici e ospiti, con parole, azioni, segni e soprattutto con la materialit della nostra condizione, con il nostro corpo e i suoi sensi, ma anche con il fuoco, lacqua, il pane e il vino noi celebriamo la resurrezione di Ges, la vittoria della vita eterna sulla morte, sulla nostra morte di umani deboli, fragili, mortali appunto. Cristo risorto! veramente risorto!: questo il nostro grido, la nostra fede, la nostra speranza e lo scaturire della nostra carit. S, come dice lApostolo, se Cristo non risorto, vana la nostra fede e noi possiamo essere considerati tra i pi miserabili della terra (1Cor 15,17.19). Dopo avere ascoltato nelle letture di questa veglia tutta la nostra storia come storia della salvezza operata da Dio per noi, storia che trova lapice, il tlos nella resurrezione di Ges, in questa notte cerchiamo di pensare anche a questo evento leggendovi lazione di Dio Padre. Perch proprio guardando ai primi annunci della resurrezione di Ges fatti da Pietro, Stefano e Paolo negli Atti degli apostoli e le loro omelie sono certamente un riflesso delle prime catechesi pasquali , ci rendiamo conto che sempre attribuita al Padre liniziativa, lazione del far risorgere, del rialzare dai morti Ges, il Figlio: Dio lo ha risuscitato dai morti (At 3,15; 4,10; 13,30). Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Ges, che voi avete ucciso appendendolo a una croce (At 5,30). Dio lo ha risuscitato il terzo giorno (At 10,40). Espressioni analoghe si trovano poi nella lettera ai Romani, nelle lettere ai Corinti e nelle altre lettere del Nuovo Testamento. Cristo stato risuscitato da Dio, il primo annuncio pasquale della chiesa apostolica. Solo pi tardi, dopo avere anche specificato che questa azione di Dio Padre stata compiuta attraverso la potenza dello Spirito santo (cf. Rm 8,11), si giunti alla formula che troviamo nel Credo: Resurrexit tertia die, il terzo giorno risuscitato, ponendo Ges come soggetto della resurrezione. Daltronde, non poteva essere altrimenti: il Padre, lAmante, lorigine e lo scaturire dellAmore, solo lui poteva vincere la morte, cio poteva come dice Paolo in At 13,32-33 citando il Sal 2,7 compiere la promessa, chiamare alla vita, generare alla vita il Figlio Ges entrato nella morte. Quando Ges morto in croce, rimettendo nelle mani del Padre il suo spirito (cf. Lc 23,46; Sal 31,6), facendo della sua morte un atto puntuale, di vera obbedienza filiale della creatura al Creatore, dopo una vita di obbedienza fino alla morte e alla morte di croce (Fil 2,8), dopo una vita in cui sempre apparsa in lui lagpe, lamore gratuito, incondizionato e senza fine, il Padre si riconosciuto in lui, dicendogli: Tu sei mio Figlio, io oggi ti ho generato, dunque io ti esalto, ti glorifico, ti faccio rialzare dalla morte. La morte stata una vera separazione, in cui Ges ha vissuto labbandono, lessere senza Dio ( chors theo: Eb 2,9), perch la morte questo! Ma Ges ha vissuto tutto ci invocando Dio, confessandolo mio Dio (Mc 15,34; Mt 27,46; Sal 22,2), ponendo sempre la sua speranza in lui.

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Per questo Dio si riconosciuto nel Figlio, perch Ges lo ha narrato ( exeghsato: Gv 1,18) fedelmente e totalmente. Dio amore (1Gv 4,8.16), e Ges ce lo ha detto e mostrato con la sua vita narrante. Lamore del Padre, lamore dellAmante accolto dallamato (Mc 1,11 e par.; 9,7; Mt 17,5) che ha amato i suoi (cf. Gv 13,1) dello stesso amore dellAmante, era degno di vincere la morte. Pietro del resto lo dice nella sua prima omelia pasquale: Dio ha risuscitato Ges, perch non era possibile che la morte lo tenesse in suo potere (At 2,24). Perch non era possibile? Perch lamore di Dio la sua onnipotenza; perch Dio pu tutto nellamore; perch lamore di Dio, entrato in duello con la morte, lha vinta per sempre. Ges, mandato come Parola di Dio e suo Figlio nel mondo, fattosi carne nellutero di una donna, ha vissuto lamore del Padre allestremo, eis tlos, si svuotato delle sue prerogative divine per essere uomo in tutto come noi (cf. Fil 2,6-8) e non ha commesso peccato (cf. Eb 4,15). La vita di Ges stata un cammino di umanit, umanizzante, possiamo dire usando il linguaggio del Vangelo, un cammino di obbedienza alla sua condizione umana e alla chiamata di Dio. Obbediente da Figlio e non da schiavo (cf. Gv 8,35), e Figlio perch obbediente, Ges ha lottato contro la morte, attraverso i patimenti ha imparato la sottomissione (Eb 5,8), diventato obbediente fino alla morte in croce (cf. Fil 2,8); e accettando la morte, questo nemico che ci attende tutti, che ci sta davanti, ha voluto esistere solo nellamore e per amore. Possiamo dire che Ges cresciuto nellamore non cercando ci che gli piaceva, ma cercando di dare la vita per gli amici (cf. Gv 15,13). cresciuto nellamore soprattutto pregando, esercitandosi ad ascoltare la voce: Tu sei mio Figlio da parte di Dio, lAmante. Nella morte ha saputo dire: Abba, Pap, nelle tue mani rimetto il mio respiro (cf. Lc 23,46), e il Padre gli ha risposto: Tu sei mio Figlio, perch hai compiuto tutto, la tua incarnazione stata totale, la tua umanizzazione piena. Ecco, nella morte Ges stato generato quale Figlio nella pienezza della divinit, come scrive Paolo allinizio della lettera ai Romani: Ges Cristo nostro Signore, [ stato] costituito Figlio di Dio con potenza, secondo lo Spirito di santit, in virt della resurrezione dei morti (Rm 1,4). La morte e la resurrezione per Ges uomo, creatura, sono un unico evento: Ges veramente il Figlio di Dio e quando noi lo guardiamo sulla croce, nella sua morte, possiamo simultaneamente confessarlo come vivente, risorto, Figlio di Dio. Nellazione di farlo risorgere, Dio rid a Ges le sue prerogative divine, lo glorifica al di sopra di tutte le creature, gli d il Nome di Krios, di Signore (cf. Fil 2,9-11). Anche nella resurrezione Ges narra lagire del Padre, il suo Amore sorgivo, fontale, perch il Padre pegh ts agpes, Sorgente dellAmore. Era il Figlio uscito dal seno del Padre, ora il Padre lo riaccoglie nella potenza dello Spirito: ununica vita, un unico Amore, un solo Dio! Scrive Agostino: Et illic igitur tria sunt: amans, et quod amatur, et amor ( De Trinitate VIII,10,14), lAmante, lAmato e lAmore. Ecco allora Tommaso che esclama davanti al Risorto: Mio Signore e mio Dio! (Gv 20,28), vedendo un corpo umano trafitto. Guarderanno a me, colui che hanno trafitto, profetizzava Zaccaria (12,10). Ges aveva esclamato prima di morire: Mio Dio, mio Dio, perch mi abbandoni alla morte, alle trafitture. Ma ora tutti guardano a Ges e dicono con Tommaso: Mio Krios e mio Dio!. S, la nostra fede pasquale non un mito, una favola, ma una storia di amore. la scoperta di un Amante, Dio, che possiede un Amore che vince la morte: ma questo Amore lo offre anche a noi, perch nella nostre vite possiamo essere amati e amanti. Guardiamo al Crocifisso risorto perch come affermava Riccardo di San Vittore ubi amor, ibi oculus (cf. Beniamin minor 13). I nostri occhi siano rivolti al Cristo risorto, lAmato che ci rivela una volta per sempre Dio come lAmante, la Sorgente dellAmore.

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