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Francesco Lamendola

Eluana, ultimo atto


Si ha ritegno a parlare di Eluana, ora che tutti ne parlano e gridano il suo nome, sovente impugnandolo come una bandiera o addirittura come un'arma da brandire contro gli avversari della propria ideologia. Si ha ritegno, anche perch solo quanti sono coinvolti da vicino in una vicenda del genere possono sapere cosa significhi, in realt, doversi confrontare con il mistero della malattia, della solitudine, della perdita di speranza. Pure, la piega che hanno preso gli avvenimenti ci induce a rompere quel riserbo e a dire una parola in merito; con tutto il rispetto per il dramma dei parenti, e anche con il bagaglio di esperienza di chi si trovato a vivere una situazione analoga. Non staremo tanto a girarci intorno e diremo subito, con tono sommesso ma anche chiaro e inequivocabile, che non comprendiamo, n mai potremo comprendere l'atteggiamento di quella famiglia; perch, per quanto tragica e straziante sia la situazione che essa sta vivendo, dovrebbe bastare anche il solo legittimo sospetto che Eluana non sia morta diciassette anni fa, come alcuni dicono, ma che sia ancora viva, sia pure in uno stato di coma vegetativo, per inibire qualunque tentazione di sospenderne l'alimentazione e l'idratazione artificiale. Bisogna essere molto chiari su questo. I casi sono due: o la vita nostra, oppure non lo . Se nostra, allora essa ha un valore fino a tanto che preservi e garantisca alcune condizioni minime di benessere o, quanto meno, di coscienza; venute meno quelle condizioni, staccare la spina un atto perfettamente logico, se non addirittura doveroso. Al contrario, se la vita non nostra, allora noi non abbiamo il diritto di lasciarla andare, cos come non abbiamo il potere di darcela da noi stessi. In questa prospettiva, la vita non ha un valore, ma un valore: un valore altissimo, in s e per s. Non il valore supremo: infatti, essa pu essere legittimamente sacrificata in vista di un valore ancora pi grande, quale - ad esempio - la difesa della vita di altri esseri umani. Masimiliano Kolbe, che spontaneamente d la sua vita per salvare quella di un altro prigioniero, padre di famiglia, ne un esempio. La vita, pertanto, nella prospettiva spiritualistica, non il valore supremo, ma pur sempre un valore in se stessa: ed tale in virt del mistero da cui discende, e che a noi non dato penetrare sino in fondo. Noi non conosciamo le ragioni ultime del nostro vivere: possiamo ricercarle e perfino intravederle; ma il progetto complessivo in cui essa s'inscrive, rimane per noi sostanzialmente misterioso; cos come misteriosa la presenza del male, della sofferenza, della stessa morte. Ne abbiamo gi parlato in un precedente articolo (Di chi la mia vita?, consultabile sempre sul sito di Arianna Editrice); vogliamo qui ricordare il punto centrale della nostra riflessione di allora. Il problema che qui discutiamo il valore da attribuirsi alla vita umana quando essa sia stata gravemente menomata, fisicamente o anche psichicamente, ad esempio in seguito a un grave incidente o a una malattia degenerativa. Senza pretendere di possedere il segreto miracoloso di individuare la giusta strategia negli svariati casi concreti che si possono presentare, ci sentiamo per di enunciare una indicazione di massima: che il valore intrinseco della vita non si pu misurare in base a criteri oggettivi di qualit della stessa. Infatti, la qualit della vita dipende in larga misura da parametri soggettivi: per qualcuno essa pu essere elevata pur in presenza di gravi menomazioni e di sofferenze continue, se per sia illuminata da una determinata fede (non necessariamente di tipo trascendente); mentre pu essere percepita
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come inadeguata da altri che, secondo le apparenze, non avrebbero motivo di lamentarsi troppo. Cade perci la pretesa di sostenere che una vita perde la sua dignit e diventa un dis-valore in base a una misurazione oggettivistica della sua qualit. Ancora pi spinoso il problema che si pone allorch ci si trova davanti a una vita che abbia perduto il bene dell'autocoscienza, una vita ridotta al puro stato vegetativo. Come la si deve considerare; quali strategie mediche si devono adottare; quale il suo vero bene, a giudizio dei medici e dei parenti: prolungarsi o finire? Si tratta di un mistero abissale, di quelli - direbbe Dante - che fanno tremar le vene e i polsi. Anche qui, non pretendiamo certo di avere la formula magica per rispondere sempre e comunque; possediamo per un orientamento di massima: nessun accanimento terapeutico, quando l'evidenza mostra che la vita non e non sar mai pi in grado di svolgersi autonomamente sul piano biologico e quando non vi sia alcuna speranza di ritorno alla coscienza; ma, al tempo stesso, nessuna somministrazione volontaria della morte. In ogni caso, la rinuncia all'accanimento terapeutico non potr mai sconfinare nella pratica intenzionale della morte; si tratta di due cose ben diverse. Le ragioni per adottare un atteggiamento di estrema cautela, di pensoso rispetto e di riconoscimento di un limite alla nostra capacit di comprendere e di agire, comunque, non derivano solo dalla soggettivit della percezione della qualit della vita, di cui abbiamo gi detto; ma anche dal fatto che, se la vita di ciascuno strettamente correlata a una rete di relazioni universale, ne consegue che il suo valore non pu essere misurato solo osservandola come un fenomeno del corpo. La nostra vita, proprio perch non nostra, non si riduce alle funzioni del nostro organismo e neanche a quelle del nostro sistema nervoso centrale. Essa una parola rivolta a tutti gli altri esseri e, pertanto, quel che ha da dire trascende l'ambito circoscritto del suo corpo, del suo letto d'ospedale, della sua situazione biografica e contingente. In altre parole, essa ha, sempre e comunque, una portata universale che significa qualcosa per tutti gli altri esseri viventi, umani e non umani. Per esempio, se ammettiamo che l'amore sia un valore superiore alla vita stessa, non si dovrebbe pensare all'eutanasia come gesto di amore verso una vita mutilata e sofferente; forse, in realt, non si tratta tanto di amore, quanto di piet; ma quella vita, pur cos mutilata e sofferente, forse ci sta dicendo qualcosa, e quel qualcosa amore. Amore che ci sfida, che c'interroga, che ci provoca, che ci sconvolge: il mistero dell'amore che segue strade tutte sue per giungere alla nostra coscienza e che non parla il linguaggio auto-evidente della salute, del benessere, della felicit. Si dir che, in ogni caso, la decisione se conservare una vita gravemente e irrimediabilmente compromessa sfugge alla decisione del diretto interessato e che la sua vita, a quel punto, chiaramente nelle mani di altri. Il punto essenziale, per, non questo. Il punto essenziale che se la nostra vita un discorso, chi siamo noi per pensare che tale discorso non interesser pi nessuno e diverr privo di significato, qualora un incidente o una grave malattia dovessero ridurre quel discorso a un soffio o, magari, ad un rantolo? Tutto grazia, diceva Bernanos. Anche un soffio, anche un rantolo solo un discorso carico di significato, per chi lo sa ascoltare. Anche attraverso di essi parlano i valori supremi, e si servono del valore della vita - sia pure mutilata - per comunicare qualcosa a qualcuno. Ribadiamo il concetto: questo non un valore negoziabile. La posta in gioco non un principio astratto, ma una realt concreta: il diritto alla vita e alla morte degli esseri umani. Si pu mediare su tutto, ma non su questo. Perci, il vero problema non quello di sapere se davvero Eluana abbia espresso quella volont, prima di subire l'incidente che l'ha portata in coma (per quanto sia anche questa una questione non certo irrilevante: chi potr garantire, in futuro, che i parenti interpretino veramente le volont del congiunto in coma?); ma di stabilire se un essere umano pu decidere di non vivere pi, mediante un intervento medico.

Si dir che l'intervento era proprio quello che teneva in vita Eluana e tanti altri come lei. vero, ma come vero che milioni e milioni di persone possono continuare a vivere grazie ai farmaci che assumono, pur non trovandosi in condizioni paragonabili a quella di Eluana. La verit, dunque, che la medicina in quanto tale artificiale (tranne, appunto, la medicina naturale), e che non si pu stabilire un confine netto tra i vari gradi di questa artificialit. Certo, l'accanimento terapeutico sbagliato, perch pretende di prolungare una vita in modo del tutto artificiale. Non il caso di Eluana: ella non assume farmaci, viene solo alimentata. Le sue funzioni vitali sono integre, mestruazioni comprese. Staccare la spina una forma esplicita di eutanasia, checch se ne dica: bisogna chiamare le cose con il loro nome. L'eutanasia l'espressione della mentalit laicista, radicale, materialista, secondo la quale la vita soltanto nostra, e possiamo farne quel che vogliamo. Dietro il dramma di Eluana e della sua famiglia c' la longa manus dei radicali, il cui scopo dichiarato quello di sovvertire completamente i fondamenti morali della societ attuale, per sostituirli con dei nuovi. Essi agiscono sempre cos: agitano davanti all'opinione pubblica un caso umano particolarmente pietoso, per far passare - a titolo di eccezione - una nuova legislazione che poi, invece, diventa la porta d'ingresso di una quantit impressionante di casi ben diversi, sempre pi lontani dalle circostanze iniziali. Fecero cos anche per la legge sull'aborto. Lo presentarono come il male minore rispetto a dei singoli casi particolarmente toccanti; poi, la nuova legge spalanc le porte a una nuova modalit di contraccezione: l'uccisione del feto per via chirurgica e legale. Cos, quella che doveva essere una legislazione d'eccezione, volta a tutelare i pi deboli e i pi sfortunati, divenuta una pratica largamente diffusa, che la coscienza collettiva ha accettato al punto che rimetterla in discussione parrebbe un intollerabile rigurgito reazionario. E cos avverr con l'eutanasia: diverr una pratica talmente normale che riaprire il dibattito sulla sua liceit verr percepito come un attentato alla sacrosanta libert di morire in pace e senza dolore. Libert, libert: ecco la parola magica, lo specchietto per le allodole, cinicamente strumentalizzato da gruppi di pressione potenti, e dei quali a noi dato vedere solo una minima parte. Ma che cosa c' dietro di essi? Dobbiamo pensare a una regia occulta, a un consapevole disegno complessivo per strappare l'anima della nostra societ, estirpando i valori etici fondamentali? Ma lasciamo stare la politica, anche se ora fanno tutti a gara per cavalcare la tigre delle passioni viscerali e per assicurarsi il pieno di voti per la prossima campagna elettorale; e torniamo alla sostanza del problema, che squisitamente morale. Le suore di Lecco avevano chiesto, avevano supplicato di poter continuare a tenere presso di s Eluana: la sua famiglia non sarebbe rimasta sola a dover gestire quella difficilissima situazione. Il suo rifiuto di una tale proposta appare difficile da comprendere. La cultura giuridica e morale dell'Europa, a differenza di quella degli Stati Uniti, non pone al primo posto il fattore economico (muori, se non puoi pagarti le cure), ma la persona: e dovrebbe essere un legittimo motivo di vanto da parte del Vecchio Continente. Nessun medico aveva fretta di staccare la spina; stata la famiglia a chiederlo, percorrendo tutti i gradi della giustizia, fino alla sentenza della Corte d'appello di Milano e della Corte di Cassazione. La verit che la medicina sa molte meno cose di quello che comunemente si pensa, e i medici migliori e pi intellettualmente onesti sono quelli che ne convengono con franchezza. La medicina non sa quale sia il preciso confine tra la vita e la morte: nemmeno dopo diciassette anni di osservazione. Alcuni dicono che la morte sopraggiunge quando il cuore smette di funzionare; altri, quando cessa la respirazione; altri ancora, quando l'elettroencefalogramma diventa piatto. La realt che non lo sanno; e tanto meno lo pu decidere una scienza puramente materialistica, la quale nel fenomeno vita non vede null'altro che un complesso di organi al lavoro, di vene ed arterie che pompano il sangue, di fenomeni metabolici, di impulsi elettrici del cervello. Noi, per, siamo qualcosa di pi della somma dei nostri organi, qualche cosa di pi del nostro corpo. C' un mistero, in noi e intorno a noi, di cui la vita una straordinaria manifestazione.

Davanti a un tale mistero, dovremmo imparare a parlare a bassa voce e a camminare in punta di piedi. Il mistero , per definizione, qualcosa di pi grande di noi. Dunque, noi non abbiamo il diritto di staccare la spina, perch colui che pi piccolo non pu arrogarsi il potere di decidere il destino di ci che lo sovrasta. un mistero che, talvolta, ci sconvolge e ci fruga sino al fondo all'anima, per vedere fino a che punto siamo capaci di farci piccoli e accoglienti: cio fino a che punto siamo capaci di amare. Amore accoglienza, apertura, condivisione e compassione; non pu essere rifiuto od allontanamento, e sia pure per una forma di piet. Chi siamo noi per giudicare il mistero della vita e della morte, se non riusciamo neppure a penetrare il mistero del mondo intorno a noi? stato detto che, se delle creature aliene molto pi evolute di noi stessero interagendo, in questo preciso momento, con la Terra, noi non ce ne accorgeremmo pi di quanto uno sciame di formiche si accorgerebbe del ragazzo che, per gioco, ha rovesciato la pietra sotto la quale aveva costruito il proprio formicaio; n riconoscerebbe il piede dell'intruso che ha fatto rotolare quel sasso: tanto piccolo l'essere umano. Oppure si pensi a un uccello che drizza le ali verso il cielo: gli baster salire di poche centinaia di metri per non udire pi alcun suono della presenza umana sulla terra: uno dopo l'altro tacerebbero tutti i rumori, da quello delle voci, a quello delle automobili, a quello delle fabbriche; non sentirebbe pi nulla: tanto flebile l'essere umano. come se il mistero della vita e della morte fossero scritti in giganteschi caratteri davanti a noi; ma noi non riusciremmo mai a comprendere quel messaggio, perch non saremmo in grado nemmeno di vedere le lettere che lo compongono. Dunque, prudenza; prudenza e tanta umilt. meglio eccedere in cautela, che correre un rischio: il rischio di lasciar andare una vita umana, senza nemmeno essere stati capaci di udire la parola ch'essa ci sta rivolgendo.