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Lo stile pittorico di Sallustio e Livio

Francesca Razzetti

Premessa Nelle monografie sallustiane e nella storiografia di Livio compaiono vari ritratti, pi o meno riusciti, pi o meno stereotipi: si pensi soltanto all'immagine sallustiana di Mario (Bellum Iugurthinum, 63 ss.) o di Silla (ibidem, 95 ss.), oppure alla figura di Camillo (Liv. V 27 ss.), o ancora, per citare due esempi femminili, all'affascinante e dissoluta Sempronia (Cat. 25), o all'integerrima Lucrezia (Liv. I 57-58); di seguito si traccer un confronto tra le figure di due grandi personaggi storici, Catilina e Annibale, secondo la descrizione dei due altrettanto grandi scrittori di storia romana, rispettivamente Sallustio e Livio.

Avvertenza Per comodit di lettura, il confronto procede presentando l'analisi delle due figure, parallelamente condotta sul testo originale, che viene riprodotto, con o senza la traduzione italiana, secondo le parti ritenute pi significative e in ogni caso utili all'esame; il testo integrale di entrambi i passi, corredato dalla traduzione, comunque riportato alla fine, qualora si volesse leggere o utilizzare in una visione d'insieme. Questo lavoro pu essere letto e compreso anche senza una conoscenza approfondita dei due passi in questione; tuttavia, si consiglia comunque, per una migliore e pi completa esegesi, la lettura propedeutica dei due singoli testi, con note e commento (cfr., in questa stessa sezione, Il ritratto di Annibale. Livio XXI 4; Il ritratto di Catilina. Sallustio, De coniuratione Catilinae V 18).

Cronologia Sallustio (86-35 a.C.); Livio (59 a.C.-17 d.C.). Catilina (I secolo a.C.); Annibale (III secolo a.C.).

Catilina in Sallustio e Annibale in Livio: due suggestivi ritratti al chiaroscuro Il ritratto liviano si apre con l'invio del giovane figlio di Amilcare Barca, Annibale, in Spagna, dove inizialmente presta servizio militare alle dipendenze del cognato Asdrubale, per poi assumere, dopo la morte di quest'ultimo, il comando dell'esercito cartaginese l stanziato. Dunque, Annibale non si pu distinguere subito per le sue doti di capo: non ancora, infatti, propriamente il dux dell'esercito; tuttavia, Livio lo presenta immediatamente come un individuo particolare, eccezionale: pur non essendo ancora capo a tutti gli effetti, egli mostra un innegabile carisma, che gli fa guadagnare "da subito, fin dal suo primo arrivo" (primo statim adventu, 2) la stima dei commilitoni. La rapidit con cui Annibale cattura le simpatie dell'esercito dovuta, in parte, anche al fatto che i soldati sono veterani di suo padre e vedono quindi il vecchio comandante redivivo nel figlio giovinetto: infatti, essi riconoscono nel giovane le medesime caratteristiche di Amilcare e sono chiaramente influenzati (in positivo) nel giudicarlo. Pi in particolare, Livio menziona quattro dettagli: "il medesimo vigore nel volto, la stessa energia negli occhi, la stessa espressione e i lineamenti del viso" (eundem vigorem in vultu vimque in oculis, habitum oris lineamentaque, 2); leggendo con pi attenzione, si nota che gli elementi propriamente somatici menzionati per il figlio sono due, gli occhi e il volto (solo quest'ultimo somigliante al padre), ma lo storico sottolinea con insistenza piuttosto un altro aspetto, quello della forza intrinseca (espressa con due sostantivi, vigor e vis ) che emana tanto dal padre quanto dal figlio e che si mostra palesemente solo guardandoli nel viso o negli occhi. Questa prima e gi positivamente connotata impressione, chiaramente duplice perch riferita sia ai soldati che conobbero allora Annibale, sia ai lettori, che ne fanno la indiretta conoscenza nell'opera liviana, viene dapprima suggerita dalla scelta di verbi opportuni (credere e intueri, cio "avevano l'impressione" e "notavano") ed poi comunque confermata dalla somiglianza col padre. Ben presto, per, Annibale si emancipa dalla pesante eredit paterna e diviene, gi alla fine del paragrafo 2, una figura a tutto tondo, padrona di s e capace di suscitare ammirazione a prescindere dal confronto col pur grande genitore: dein brevi effecit ut pater in se minimum momentum ad favorem conciliandum esset, cio comincia a contare poco la stirpe dei Barca, ma acquistano sempre pi importanza le doti personali di Annibale. A questo proposito, l'avverbio dein un correlativo funzionale a orientare il lettore nel passaggio dal precedente primo ... adventu, riferito alla "prima (positiva) impressione", a questo "poi", che precisa l'effettivo inizio della folgorante carriera di Annibale ed quindi carico di aspettative, in attesa di proseguire nella conoscenza delle caratteristiche peculiari del personaggio.

Ancora, lo storico sottolinea con due strategie la velocit fulminea dell'ascesa annibalica: da un lato con la scelta mirata degli avverbi o locuzioni temporali (primo statim adventu, dein, brevi), dall'altro con l'utilizzo efficace dei gi notati infiniti storici credere e intueri. Il lettore, a questo punto, abilmente coinvolto in una fitta trama di elementi che lo inducono a considerare gi fin d'ora eccezionale il giovane uomo tratteggiato per il momento solo in poche righe, ma che si suppone descritto nel prosieguo con dovizia di particolari.

Diversamente, il ritratto di Catilina si apre con il breve cenno alla nobilt di stirpe (nobili genere natus, 1), peraltro non pi approfondito n meglio precisato: non compare qui, infatti, il confronto con qualche avo; anzi, viene omesso persino il nomen gentilicium (Sergius), di cui la conoscenza viene evidentemente data per scontata: il protagonista si staglia quindi solitario in questo paragrafo iniziale ed emerge subito in tutta la sua complessit. Tuttavia, l'elemento-chiave non sta tanto nella mancanza di riferimenti genealogici, ma risiede piuttosto nella presentazione di un personaggio che appare immediatamente come contraddittorio: di grande forza psico-fisica, vero, ma pur sempre di natura malvagia e perversa. Un'immagine al chiaroscuro, dunque, fin dall'inizio: una straordinaria energia (particolare significativo l'uso sallustiano di vis, che sar ripreso da Livio e che accomuna i due ritratti: si tratta in effetti di due personaggi dotati di indiscutibile carica), calata peraltro in un'indole totalmente negativa, ben enfatizzata dalla dittologia quasi sinonimica dell'aggettivazione (ingenio malo pravoque). Catilina immediatamente svelato come individuo in cui si mescolano pregi grandi e difetti altrettanto grandi; Annibale, invece, viene presentato come un giovane miles ricco di qualit, peraltro non ancora esaminate nella pratica della vita militare; in entrambi gli uomini viene notata positivamente una grande energia, che evidentemente sar un segno distintivo comune ai due e un aspetto significativo nello sviluppo delle rispettive descrizioni. Nel paragrafo 2 Sallustio analizza retrospettivamente la giovinezza del personaggio, di cui mette in luce pi compiutamente i tratti foschi, tanto pi enfatizzati dalla loro collocazione in et giovanile: Huic ab adulescentia bella intestina, caedes, rapinae, discordia civilis grata fuere ibique iuventutem suam exercuit , "A costui furono care, fin dalla giovane et, le guerre civili, le stragi, le ruberie, la discordia civile, e in ci trascorse la sua giovent". Il protagonista viene quindi dipinto coi tratti di un losco figuro, che fin da piccolo trascorre il tempo immergendosi nelle turpi attivit che la crisi romana allora offriva a piene mani: prima la guerra civile tra Mario e Silla (bella intestina), poi le stragi sillane (caedes) e le conseguenti ruberie (rapinae) a danno dei mariani.

In ultima analisi, Catilina viene presentato come degno figlio del sovvertimento socio-politico e morale dell'et sillana, di un disordine generale che impera nell'urbs (discordia civilis) e in cui egli si trova perfettamente a suo agio: il bellum intestinum gli consente di acquisire pratica militare, nelle caedes placa la sua inquietudine, nelle rapinae rimpolpa le sue finanze ormai ridotte ai minimi termini, con la discordia civilis egli pu contare sull'impunit per qualunque misfatto. La degenerazione dell'individuo procede di pari passo con quella della societ; e fin da questo paragrafo, il lettore comprende che da questa "palestra" (Sallustio utilizza significativamente il verbo exercere), in cui si allenano avventurieri senza scrupoli, nascer e maturer un progetto terribile, quello mirante a sovvertire le strutture dello stato. Il personaggio di Catilina gi tutto qui; non c' bisogno di ulteriori precisazioni, perch gli elementi fondamentali per intuire il giudizio dello storico (e per formarsi il proprio) sono palesati immediatamente.

Come Sallustio ha messo in rilievo le contraddizioni di Catilina, cos anche Livio, procedendo con l'enumerazione delle qualit di Annibale, sottolinea una particolarit del cartaginese, il fatto che fosse naturalmente predisposto a compiere due azioni contrarie, cio a comandare e ad obbedire (Numquam ingenium idem ad res diversissimas, parendum atque imperandum, habilius fuit, 3: "Giammai una medesima natura fu pi adatta a cose diversissime fra loro, come l'obbedire e il comandare"). Tuttavia, questo aspetto, pur se realmente contraddittorio, lungi dal funestare l'immagine di presentazione del personaggio, contribuisce invece ad accentuarne la positivit: dunque un ulteriore elemento di distinzione dagli altri e un modo per sottolineare e spiegare al contempo la benevolenza sia dei soldati sia di Asdrubale nei suoi confronti (Itaque haud facile discerneres utrum imperatori an exercitui carior esset: "Perci non avresti potuto facilmente distinguere se fosse pi caro al comandante o all'esercito", 3). Non solo: Annibale veniva scelto da Asdrubale come capo di eventuali missioni in cui occorrevano forza e valore (neque Hasdrubal alium quemquam praeficere malle ubi quid fortiter ac strenue agendum esset, 4: "n Asdrubale preferiva mettere a capo qualcun altro, quando vi fosse da compiere qualche impresa con forza e valore") e i suoi compagni d'armi, con lui come guida, davano il massimo di s stessi (neque milites alio duce plus confidere aut audere, 4: "n i soldati avevano pi fiducia od osavano di pi sotto un'altra guida"). Annibale, dunque, fino ad ora esente da vizi e caratterizzato solo da grandi qualit, in netto anticipo rispetto ai tempi: pur non essendo ancora il capo, possiede gi le doti per diventarlo e di questo si accorgono non solo i commilitoni, ma anche l'imperator Asdrubale; proprio per questo lo stesso suo superiore a qualificarlo come guida nelle imprese pi delicate. Si noti che in questi paragrafi Livio insiste pi volte nell'uso di termini indicanti la gestione militare, in

riferimento ad Annibale: pur essendo Asdrubale l'effettivo comandante in capo (imperator, 3), Annibale abile a comandare (habilius imperandum: lo stesso verbo imperare!), sta a capo dell'esercito (praeficere) in caso di necessit, cio se si deve agere quid fortiter ac strenue, infine sa trarre dai compagni il meglio, come non potrebbe fare un alius dux. Sembrerebbe quasi che Livio volesse proiettare su Annibale giovinetto le qualit che il cartaginese avrebbe mostrato solo successivamente, nell'incontro-scontro coi Romani.

Ma, propriamente, quali erano le qualit di Annibale? Abbiamo or ora appreso che era abile, forte, valoroso e possedeva le qualit innate adatte a farlo emergere come capo (parr. 3-4); ma nella prassi come si comportava? I paragrafi 5-8 rispondono a questa domanda con dovizia di particolari, facendo emergere una figura leggendaria, affascinante perch complessa, in quanto caratterizzata da grandi qualit, qualche volta anche contraddittorie, ma soltanto in apparenza. Vediamo in dettaglio l'analisi di questi paragrafi: 5. Plurimum audaciae ad pericula capessenda, plurimum consilii inter ipsa pericula erat. 5. "Aveva grandissima audacia nell'affrontare i pericoli, grandissima prudenza in mezzo ai pericoli stessi". Un Annibale audace, dunque, ma non temerario: non c' contraddizione, poich egli non solo sapeva affrontare il pericolo, ma era poi anche in grado di gestirlo assennatamente, da perfetto capo militare; possedeva quindi la rara dote della misura, che gli impediva di compiere mosse troppo azzardate. 6. Nullo labore aut corpus fatigari aut animus vinci poterat. Caloris ac frigoris patientia par; cibi potionisque desiderio naturali, non voluptate modus finitus; vigiliarum somnique nec die nec nocte discriminata tempora; 7. id quod gerendis rebus superesset quieti datum; ea neque molli strato neque silentio accersita; multi saepe militari sagulo opertum humi iacentem inter custodias stationesque militum conspexerunt. 6. "Da nessuna fatica il suo corpo poteva essere oppresso o il suo animo piegato. Tollerava parimenti il caldo e il freddo; la misura del mangiare e del bere veniva determinata dal bisogno naturale, non dall'ingordigia; i tempi della veglia e del sonno non erano distinti n dal giorno n dalla notte: 7. quello che gli avanzava dalle attivit da sbrigare lo dedicava al riposo; e quel riposo non era cercato n grazie a un morbido letto n col silenzio; molti spesso lo videro che giaceva a terra coperto dal mantello militare, tra le sentinelle e i corpi di guardia". Annibale viene qui dipinto come un uomo dalla straordinaria prestanza fisica: resistente alle fatiche (sia fisiche sia psicologiche) e alle intemperie, parco e temperante nel regime alimentare e nella gestione del riposo.

8. Vestitus nihil inter aequales excellens: arma atque equi conspiciebantur. Equitum peditumque idem longe primus erat; princeps in proelium ibat, ultimus conserto proelio excedebat. 8. "L'abito in nulla si distingueva fra i suoi commilitoni; si distinguevano (invece) le armi e i cavalli. Era di gran lunga il primo, ugualmente fra i cavalieri come tra i fanti, per primo andava in battaglia, per ultimo si ritirava a battaglia finita". Non amava in generale le manifestazioni di superiorit, soprattutto in quegli mbiti poco consoni a un soldato, come per esempio l'abbigliamento; preferiva invece dotarsi di armi e di cavalli d'eccezione, pi che altro per le possibili applicazioni pratiche delle une e degli altri. Nell'azione militare, infine, era il primo a iniziare e ovviamente l'ultimo ad andarsene. Le spie linguistiche che Livio dissemina nel testo sono molte: l'uso iniziale dei superlativi (plurimum, plurimum a 5) contribuisce a creare l'idea della grandezza del personaggio, mentre l'insistenza finale sul primato (longe primus, princeps e ultimus a 8) enfatizza l'unicit di questo comandante; i parallelismi nella costruzione dei brevi periodi sono funzionali a calibrare con attenzione e precisione di dettagli le doti riferite a diversi settori della pratica militare: Annibale possiede audacia e consilium, entrambi in sommo grado (par. 5); non si lascia fiaccare da alcunch, n nel corpus, n nell'animus (par. 6); nell'alimentazione si lascia guidare dalla natura, non dalla voluptas (par. 6) e si riposa quando, dove e come pu (par. 7). Una lunga e particolareggiata enumerazione delle virt annibaliche, dunque, senza la bench minima allusione ad alcun vizio: si potrebbe quasi parlare di "agiografia" del personaggio in questione. In questi paragrafi, infine, vengono impiegati molti artifici retorico-stilistici e Livio utilizza una scrittura efficace e concisa al contempo: si evidenziano in particolare l'anafora, la variatio, l'allitterazione, l'ellissi, l'endiadi, l'asindeto (si veda il commento puntuale al passo liviano).

Sallustio dedica alla descrizione particolareggiata di Catilina i paragrafi 3, 4 e 5: 3. Corpus patiens inediae, algoris, vigiliae supra quam cuiquam credibile est. 4. Animus audax, subdolus, varius, cuius rei lubet simulator ac dissimulator, alieni adpetens, sui profusus, ardens in cupiditatibus; satis eloquentiae, sapientiae parum. 5. Vastus animus inmoderata, incredibilia, nimis alta semper cupiebat. 3. "Il suo corpo era capace di sopportare il digiuno, il freddo, la veglia, pi di quanto sia credibile ad alcuno. 4. Il suo animo fu temerario, subdolo, mutevole, simulatore e dissimulatore di qualunque cosa, bramoso dei beni altrui, prodigo dei propri, infuocato nelle passioni; aveva

abbastanza eloquenza, poca sapienza. 5. Il suo animo insaziabile era avido di cose smodate, incredibili, sempre troppo alte". In questi paragrafi viene sostanzialmente confermata la linea-guida dell'analisi sopra condotta: ancora una volta, infatti, di Catilina emergono capacit straordinarie (come quelle di sopportazione della fame, del freddo e del sonno, che risultano incredibili a chiunque, par. 3), ora peraltro circoscritte all'ambito puramente fisico, ma subito seguite dalla pesante enumerazione di terribili, macroscopici difetti, tutti relativi alla sfera dell'animus (parr. 4-5) e quindi tanto pi gravi. Catilina infatti temerario (Sallustio dice audax, aggettivo usato anche da Livio, ma da quest'ultimo precisato nel suo significato specifico di "audace", non "temerario"), subdolo, volubile, finge il falso, nasconde il vero, al contempo avido di ricchezze altrui e scialacquatore delle proprie, si lascia prendere dalle passioni ed pi eloquente che assennato (mentre Annibale dotato, ricordiamolo, di plurimum consilii). Il ruolo determinante nella definitiva degenerazione di Catilina rivestito dal contesto in cui egli si trova ad operare: la dittatura sillana, infatti, costituisce per lui un grandioso esempio e lo rende smanioso di raggiungere il potere assoluto, ovviamente senza alcuno scrupolo per i mezzi impiegati. La sua situazione personale di difficolt economica e di consapevolezza dei crimini compiuti, insieme alla contraddittoria situazione in cui versa Roma, afflitta da mali opposti come il lusso e l'avidit, causano il precipitare degli avvenimenti e, in ultima analisi, costituiscono l'avvio della congiura (parr. 6-8).

Quella che in Sallustio apparsa come la cifra del ritratto, cio la presenza del chiaroscuro di virt e vizi fin dall'inizio, in Livio appare soltanto alla fine della descrizione: solo al paragrafo 9, infatti, l' e)gkw/mion di Annibale si trasforma in un autentico yo/gov. 9. Has tantas viri virtutes ingentia vitia aequabant, inhumana crudelitas, perfidia plus quam Punica, nihil veri, nihil sancti, nullus deum metus, nullum ius iurandum, nulla religio. 10. Cum hac indole virtutum atque vitiorum triennio sub Hasdrubale imperatore meruit, nulla re quae agenda videndaque magno futuro duci esset praetermissa. 9. "Queste tanto grandi virt dell'uomo erano eguagliate da grandi vizi: una crudelt disumana, una perfidia pi che cartaginese, nessun rispetto per il vero, per il sacro, nessun timore per gli di, nessun riguardo per i giuramenti, nessuno scrupolo religioso. 10. Con questo complesso di virt e di vizi per tre anni milit sotto il comando di Asdrubale, non avendo tralasciato alcuna cosa da compiere e da considerare da parte di un futuro grande generale".

Livio intende dichiaratamente mostrare, ora, il "rovescio della medaglia": all'inizio di entrambi i paragrafi, infatti, ripete il binomio virtus-vitium, quasi a indicare con pi enfasi il chiaroscuro. pur vero che le virt sono diffuse lungo 7 paragrafi (2-8), mentre i vizi sono concentrati in uno (il 9); altrettanto vero che le virt sono rappresentate in opera ed esemplificate nei vari aspetti, mentre i vizi sono solo elencati, ma restano sganciati da precisi episodi biografici e non hanno alcun legame col tirocinio militare in Spagna. Resta comunque il fatto che l'enumerazione in asindeto del paragrafo 9 smantella l'immagine dell'optimus dux rivelandone i terribili vitia, cio quelli opposti alle pi tipiche virtutes Romanae, come la pietas, la fides, la iustitia: egli infatti crudele e inumano, sleale, senza scrupoli n religiosi n morali (si veda a questo proposito lo schema degli opposti nel commento a conclusione del ritratto di Annibale in Livio). In conclusione, Annibale nega, pur se in maniera convenzionale, le pi importanti virt della tradizione dei Romani: per questo incarna fin d'ora l'acerrimo nemico e per questo stesso motivo, sembra suggerire Livio, anche destinato a soccombere, pur se dopo aver inflitto pesanti perdite ai Romani. Nel ritratto di Livio, Annibale emerge come perfetto capo militare (parr. 2-8), ma tratteggiato a tinte fosche come uomo (par. 9): lo storico ha voluto quindi enfatizzare gli aspetti del dux legati al conflitto con Roma e insieme condannare i gravi comportamenti del vir contrari all'etica romana; nel suo modo di concepire la storia, infatti, i viri e i mores stanno sempre in primo piano, allacciandosi al resoconto delle res, di cui sono spesso la causa ma anche l'effetto.

Passando in rassegna, in ultima analisi, le varie caratteristiche notate nei due ritratti, non possono non colpire le analogie: in effetti, l'Annibale tratteggiato da Livio sembra modellato sulla figura sallustiana di Catilina. In entrambi gli autori, infatti, i dettagli fisici non hanno valore di per s, ma in quanto spie del carattere e dell'animo dei personaggi descritti. Nei pochi tratti somatici di Annibale, del tutto simili a quelli del padre Amilcare, emergono comunque anche le qualit interiori; di Catilina, invece, si rammenta solo l'incredibile capacit di sopportazione (par. 3), caratteristica presente anche in Livio (par. 6): Catilina resisteva straordinariamente alla fame, al gelo, alle veglie (Corpus patiens inediae, algoris, vigiliae); Annibale tollerava ugualmente il freddo e il caldo (Caloris ac frigoris patientia par). I ritratti di Catilina e Annibale sono dipinti "al chiaroscuro": sono infatti un misto di virt e vizi e appaiono dotati di caratteristiche contraddittorie, apparentemente o effettivamente. Il romano ha grande vigore psico-fisico, ma natura prava, avaro e prodigo al contempo, perfetto figlio di una citt dilaniata dal lusso e dall'avidit; il cartaginese abile tanto a ubbidire quanto a comandare, caro contemporaneamente al comandante e all'esercito, audace e saggio insieme nell'approccio

ai pericoli. Catilina ha poche virt e innumerevoli vizi; Annibale invece ricco di virt, superate peraltro, se non in quantit, certamente in gravit, da macroscopici vizi, menzionati enfaticamente in clausola. I due individui sono presentati come nemici di Roma e dei Romani: Catilina in quanto sovvertitore dello stato con la congiura, Annibale come avversario eccellente; in entrambi spicca l'assenza di scrupoli morali: Catilina, assalito da un desiderio sfrenato di ottenere il potere assoluto, non si preoccupa minimamente dei mezzi con cui lo potr raggiungere (neque id quibus modis adsequeretur, dum sibi regnum pararet, quicquam pensi habebat); Annibale non ha nessun senso della verit e del sacro, n timore degli di o rispetto per i giuramenti, insomma nessuno scrupolo di coscienza (nihil veri, nihil sancti, nullus deum metus, nullum ius iurandum, nulla religio). Una netta differenza li separa: Annibale scaltro nel gestire le situazioni di pericolo, Catilina invece non dotato di grande sapientia. Eppure, quest'ultimo eloquentissimo: quindi, non solo nega l'ideale catoniano del vir bonus dicendi peritus (Praecepta ad Marcum filium), ma fa presagire al lettore la realizzazione di quei danni lamentati da Cicerone nel De inventione relativamente al binomio sapientia-eloquentia (sapientiam sine eloquentia parum prodesse civitatibus, eloquentiam vero sine sapientia nimium obesse plerumque, 1, 1). Se Sallustio nella descrizione Catilina applica quello che Antonio La Penna ha giustamente definito "ritratto paradossale" (RFIC 1976, 104 3, pp. 285 ss.), mi pare che i medesimi tratti si possano rintracciare anche nella figura liviana di Annibale, la cui indole dichiaratamente presentata dall'autore come mista virtutum atque vitiorum. In Catilina la corruzione sfocia nel delitto e anche le qualit e le capacit positive soggiacciono sempre a intenti criminali; parimenti, in Annibale le indiscutibili doti militari sono negate dalla malafede e dalla mancanza di scrupoli morali. Tutti e due sono influenzati dall'ambiente in cui vivono e ne accentuano se possibile la negativit: vero che Catilina trae da una societ deteriorata scellerati spunti per le sue attivit criminali, ma non tutti i nobili del suo tempo tramarono contro lo stato; anzi, molti furono da lui raccolti e allettati... Annibale s un cartaginese, eppure la sua perfidia definita addirittura plus quam Punica. Per concludere, dunque, Sallustio modello seguto non solo da Tacito (si pensi al magistrale ritratto di Petronio in Ann. XVI 18 o a quello "catilinario" di Seiano in Ann. IV 1 ss.), ma anche da Livio: e ci diviene palese se si pensa che, in effetti, tanto in Sallustio quanto in Livio viene segnalata come eccezionale l'energia dei personaggi descritti, ma il messaggio da leggere in filigrana che questa straordinaria carica umana non vale nulla senza la pietas, intesa come sommo e onnipresente rispetto dei valori fondamentali della persona (anche del nemico), della famiglia e dello stato.

Infine, esaminando brevemente lo stile dei due autori, in parallelo, si nota che la struttura del discorso in entrambi scandita da periodi concisi, pregnanti, spesso ellittici del verbo, ricchi di figure retoriche, fra cui spiccano il chiasmo, l'antitesi e, su tutte, la variatio. Se queste sono caratteristiche generalmente dominanti nello stile sallustiano, non sono altrettanto consuete, invece, in Livio: tanto pi dunque si dimostra l'influenza di Sallustio nel ritratto di Annibale.

Testi latini con traduzione CATILINA (Sallustio, De coniuratione Catilinae V 1-8) 1. L. Catilina, nobili genere natus, fuit magna vi et animi et corporis, sed ingenio malo pravoque. 2. Huic ab adulescentia bella intestina, caedes, rapinae, discordia civilis grata fuere ibique iuventutem suam exercuit. 3. Corpus patiens inediae, algoris, vigiliae supra quam cuiquam credibile est. 4. Animus audax, subdolus, varius, cuius rei lubet simulator ac dissimulator, alieni adpetens, sui profusus, ardens in cupiditatibus; satis eloquentiae, sapientiae parum. 5. Vastus animus inmoderata, incredibilia, nimis alta semper cupiebat. 6. Hunc post dominationem L. Sullae lubido maxuma invaserat rei publicae capiundae; neque id quibus modis adsequeretur, dum sibi regnum pararet, quicquam pensi habebat. 7. Agitabatur magis magisque in dies animus ferox inopia rei familiaris et conscientia scelerum, quae utraque iis artibus auxerat, quas supra memoravi. 8. Incitabant praeterea corrupti civitatis mores, quos pessuma ac divorsa inter se mala, luxuria atque avaritia, vexabant. 1. Lucio Catilina, nato da famiglia nobile, ebbe grande energia sia intellettuale sia fisica, ma natura malvagia e perversa. 2. A costui furono care, fin dalla giovane et, le guerre civili, le stragi, le ruberie, la discordia civile, e in ci trascorse la sua giovent. 3. Il suo corpo era capace di sopportare il digiuno, il freddo, la veglia, pi di quanto sia credibile ad alcuno. 4. Il suo animo fu temerario, subdolo, mutevole, simulatore e dissimulatore di qualunque cosa, bramoso dei beni altrui, prodigo dei propri, infuocato nelle passioni; aveva abbastanza eloquenza, poca sapienza. 5. Il suo animo insaziabile era avido di cose smodate, incredibili, sempre troppo alte. 6. Costui, dopo la dittatura di Silla, era stato preso da una sfrenata smania di impadronirsi dello stato, n pensava assolutamente con quali mezzi lo ottenesse, pur di procurarsi il potere assoluto.

7. Sempre di pi, di giorno in giorno, il suo animo feroce era agitato dalla ristrettezza del patrimonio e dal rimorso dei misfatti, cose, l'una e l'altra, che aveva aumentato con quei mezzi che ho ricordato sopra. 8. Lo incoraggiavano inoltre i costumi corrotti della citt, che due mali pessimi e opposti fra loro, il lusso e l'avidit, travagliavano.

ANNIBALE (Livio XXI 4, 2-10) 2. Missus Hannibal in Hispaniam primo statim aduentu omnem exercitum in se conuertit; Hamilcarem iuuenem redditum sibi ueteres milites credere; eundem uigorem in uoltu uimque in oculis, habitum oris lineamentaque intueri. Dein breui effecit ut pater in se minimum momentum ad fauorem conciliandum esset. 3. Nunquam ingenium idem ad res diuersissimas, parendum atque imperandum, habilius fuit. Itaque haud facile discerneres utrum imperatori an exercitui carior esset; 4. neque Hasdrubal alium quemquam praeficere malle ubi quid fortiter ac strenue agendum esset, neque milites alio duce plus confidere aut audere. 5. Plurimum audaciae ad pericula capessenda, plurimum consilii inter ipsa pericula erat. 6. Nullo labore aut corpus fatigari aut animus uinci poterat. Caloris ac frigoris patientia par; cibi potionisque desiderio naturali, non uoluptate modus finitus; uigiliarum somnique nec die nec nocte discriminata tempora; 7. id quod gerendis rebus superesset quieti datum; ea neque molli strato neque silentio accersita; multi saepe militari sagulo opertum humi iacentem inter custodias stationesque militum conspexerunt. 8. Vestitus nihil inter aequales excellens: arma atque equi conspiciebantur. Equitum peditumque idem longe primus erat; princeps in proelium ibat, ultimus conserto proelio excedebat. 9. Has tantas uiri uirtutes ingentia uitia aequabant, inhumana crudelitas, perfidia plus quam Punica, nihil ueri, nihil sancti, nullus deum metus, nullum ius iurandum, nulla religio. 10. Cum hac indole uirtutum atque uitiorum triennio sub Hasdrubale imperatore meruit, nulla re quae agenda uidendaque magno futuro duci esset praetermissa. 2. Annibale, inviato in Spagna, da subito, fin dal suo primo arrivo, attir a s tutto l'esercito: i veterani ebbero l'impressione che fosse stato loro restituito Amilcare da giovane, notavano il medesimo vigore nel volto, la stessa energia negli occhi, la stessa espressione e i lineamenti del viso. Ed ecco che in breve (Annibale) fece s che il padre fosse nei suoi riguardi di poco peso per conquistarsi il favore (dei soldati).

3. Giammai una medesima natura fu pi adatta a cose diversissime fra loro, come l'obbedire e il comandare. Perci non avresti potuto facilmente distinguere se fosse pi caro al comandante o all'esercito; 4. n Asdrubale preferiva mettere a capo qualcun altro, quando vi fosse da compiere qualche impresa con forza e valore, n i soldati avevano pi fiducia od osavano di pi sotto un'altra guida. 5. Aveva grandissima audacia nell'affrontare i pericoli, grandissima prudenza in mezzo ai pericoli stessi. 6. Da nessuna fatica il suo corpo poteva essere oppresso o il suo animo piegato. Tollerava parimenti il caldo e il freddo; la misura del mangiare e del bere veniva determinata dal bisogno naturale, non dall'ingordigia; i tempi della veglia e del sonno non erano distinti n dal giorno n dalla notte: 7. quello che gli avanzava dalle attivit da sbrigare lo dedicava al riposo; e quel riposo non era cercato n grazie a un morbido letto n col silenzio; molti spesso lo videro che giaceva a terra coperto dal mantello militare, tra le sentinelle e i corpi di guardia. 8. L'abito in nulla si distingueva fra i suoi commilitoni; si distinguevano (invece) le armi e i cavalli. Era di gran lunga il primo, ugualmente fra i cavalieri come tra i fanti, per primo andava in battaglia, per ultimo si ritirava a battaglia finita. 9. Queste tanto grandi virt dell'uomo erano eguagliate da grandi vizi: una crudelt disumana, una perfidia pi che cartaginese, nessun rispetto per il vero, per il sacro, nessun timore per gli di, nessun riguardo per i giuramenti, nessuno scrupolo religioso. 10. Con questo complesso di virt e di vizi per tre anni milit sotto il comando di Asdrubale, non avendo tralasciato alcuna cosa da compiere e da considerare da parte di un futuro grande generale.