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Humana.Mente - Il Pensario della Biblioteca Filosofica


REDAZIONE - Via del Parione 7, Firenze, presso Biblioteca Filosoca - Facolt di Scienze della Formazione, Universit degli Studi di Firenze

Capo Redattore: Duccio Manetti. Redattori: Scilla Bellucci, Laura Beritelli, Alberto Binazzi, Matteo Borri, Giovanni Casini, Chiara Erbosi, Riccardo Furi, Tommaso Geri, Matteo Leoni, Stefano Liccioli, Umberto Maionchi, Francesco Mariotti, Giovanni Pancani, Daniele Romano, Emilio Troia, Fabio Vannini, Silvano Zipoli.
COMITATO SCIENTIFICO. Alberto Peruzzi, Gaspare Polizzi, Chiara Cantelli, Fabrizio Desideri, Ubaldo Fadini, Rosa Martiniello, Marco Solinas. Biblioteca Filosoca 2007 - Humana.mente, Periodico trimestrale di Filosoa, edito dalla Biblioteca Filosoca - Sezione Fiorentina della Societ Filosoca Italiana, con sede in via del Parione 7, 50123 Firenze (c/o la Facolt di Scienze della Formazione dell'Universit degli Studi di Firenze) - Pubblicazione regolarmente iscritta al Registro Stampa Periodica del Tribunale di Firenze con numero 5585 dal 18/6/2007. Notiziario trimestrale Aprile 2007 - Anno I Vol. 1 La Societ Filosoca Italiana

Intervista a Alberto Peruzzi Il neo presidente della Biblioteca Filosoca illustra i progetti della associazione e parla della nascita della rivista. Pag. 2-3

Storia della sezione orentina della SFI dalle origini no al 1998. Pag. 3-4

Papers Neuroni Specchio Complessit Pag. 5

Conferenze Gabinetto Vieusseux Leggere per non dimenticare Dip. Filosoa Pag. 24

Interviste Adorno Ginsborg Pollastri Pag. 34

Recensioni Searle Arendt Bobbio Pollastri Givone Stegmann Pag. 44

humana.mente@libero.it

www.uni.it/bibl/humana.mente
impegnarsi nel difficile compito di raccordare ricerca, informazione e didattica con un prodotto nuovo nellambiente filosofico italiano. La filosofia italiana ed in particolare quella fiorentina vantano una genealogia illustre, cui questa rivista vuole esplicitamente rifarsi: in particolare prender spunto per riconsiderare la lezione di studiosi come Eugenio Garin e Giulio Preti, entrambi docenti dellAteneo Fiorentino. Cercheremo anche di smuovere le acque, mettendo a frutto linsegnamento delle figure del passato e di quelle che ci hanno avuto come studenti e ci sosterranno in questa avventura. La filosofia per non disciplina letteraria n storica e, sebbene in questo paese sia accademicamente legata alle lettere e alla storia, ci pare che allapertura del terzo millennio possa e debba far rivivere lo spirito delle sue origini, quando era indagatrice della natura e non si contrapponeva a quella che oggi chiamiamo scienza.

Il primo numero
Nasce Humana.mente, il Pensario della Biblioteca Filosofica. La Biblioteca Fiorentina, sezione provinciale della Societ Filosofica Italiana, con la nuova presidenza affidata al Prof. Alberto Peruzzi, Ordinario di Filosofia Teoretica allUniversit di Firenze, ha deciso di rinverdire la propria attivit e di affidare ad un gruppo di giovani laureati, dottorandi e ricercatori - filosofi in erba - un notiziario che inizialmente comparir online allindirizzo del sito web della Biblioteca, per tramutarsi lauspicio - in una futura edizione cartacea. Pensario perch luogo di riflessioni filosofiche. Humana.mente perch in questo luogo si metteranno in risalto i temi salienti dellodierna ricerca filosofica sulla mente umana e non solo. Ogni numero del Pensario ospiter in prima pagina unintervista o un reportage/inchiesta, mentre nelle pagine interne (visitabili online tramite link) verr dato ampio spazio a recensioni, resoconti di eventi ed iniziative di rilevanza filosofica. Il Pensario sar il luogo in cui far conoscere i primi lavori (anche se in forma di sintesi) a opera di giovani studiosi, oltre ad ospitare una rubrica sulla filosofia italiana e una periodica finestra sul dibattito filosofico intorno a temi specifici. Se intento del notiziario quello di promuovere le iniziative e i progetti della Biblioteca Filosofica Fiorentina, un altro quello di far nascere a Firenze un laboratorio di pensiero filosofico, in cui affrontare i temi pi avvincenti della filosofia contemporanea, italiana e straniera. Il notiziario realizzato da una redazione di 15 giovani neolaureati, aperta per a nuovi collaboratori, iscritti alla Biblioteca Filosofica. La Redazione vuole ringraziare il Direttivo della Biblioteca Filosofica per il sostegno dato ad un gruppo di giovani, offrendo loro la possibilit di

In questo stesso numero pubblichiamo uninchiesta sulla nascita, le origini e la storia della Biblioteca Filosofica Fiorentina: una storia di grande prestigio. Alcuni tra i maggiori filosofi italiani sono passati proprio dallesperienza fiorentina e hanno dato impulso allo sviluppo di questa associazione. A questi precedenti guardiamo con riconoscenza, ma anche con la consapevolezza che non siamo pi nellalveo culturale del Novecento. Abbiamo la consapevolezza che la filosofia debba tornare a confrontarsi con le scienze dure fornendo una cornice teoretica allesperienza scientifica, ma debba anche prepararsi ad offrire uno spazio epistemologico pi ampio. Guardiamo quindi con atteggiamento critico il modo carente di insegnare filosofia nelle scuole secondarie del nostro paese. Linsegnamento della filosofia nelle scuole superiori italiane ed anche alluniversit, soffre di uno sguardo eccessivamente storico, e non anche tematico, che Humana.Mente Anno I Vol 1 - ISSN 1972-1293 1

penalizza unimpostazione problematica, che di per s non esclude la considerazione storica. Humana.mente sar la voce di giovani studiosi che non vogliono confinare la filosofia ad un ruolo marginale nella societ, nella scuola e nellUniversit, ma vogliono farla vivere anche fuori dai circuiti tradizionali dellaccademia. Il periodico verr pubblicato ogni tre mesi online. La Redazione

reati sta dando vita con grande entusiasmo. Lo si pu scaricare (il notiziario, non ancora lentusiasmo) da questo stesso sito.

Pu spiegarci perch la sezione filosofica fiorentina propone un ciclo di incontri intitolato Pensare il presente delle scienze e non magari una serie di conferenze come quelle che si possono trovare nei Festival Filosofici a giro per lItalia durante lestate sul futuro del mondo e la sua complessit? Che significato ha questa diversa prospettiva? Piaccia o non piaccia, la scienza una componente fondamentale del

Intervista ad Alberto Peruzzi


Presidente della Biblioteca Filosofica Fiorentina
Che cos la Biblioteca Filosofica? La Biblioteca Filosofica la sezione fiorentina della SFI. La Biblioteca Filosofica nacque indipendentemente, come autonoma associazione, allinizio del Novecento. Limpronta originaria era abbastanza diversa da quella che ha oggi. Dopo varie peripezie si ricostituita come luogo di promozione del dialogo fra chi insegna filosofia, chi fa ricerca in campo filosofico e chi, pur operando in altri settori disciplinari, interessato alla discussione di temi filosofici, anche se lo scopo primario resta quello di sviluppare iniziative che aiutino gli insegnanti.

discorso filosofico. Fare i conti con gli apporti della ricerca scientifica attuale alla impostazione, chiarificazione e possibilmente soluzione, di pi o meno classici problemi filosofici ci sembrato ineludibile. Nei prossimi anni, altri potranno essere i temi di questo ciclo, i cui incontri sono ospitati nella sede di Palazzo Strozzi, grazie alla disponibilit del Gabinetto Vieusseux. Il tono delliniziativa non quello di un festival, vero. Cerchiamo di richiamare lattenzione del pubblico sulle questioni che si pongono e sulle differenti risposte, spesso in accesa competizione luna con laltra, mettendo a confronto una prospettiva filosofica e una prospettiva scientifica. Il successo di pubblico che finora toccato alliniziativa ci rincuora: le persone non ne possono pi di scienza in pillole e di filosofia arcana.

Come giudica liniziativa di costituire una rivista della Biblioteca Fiorentina, gestita da giovani leve? Spero che dia i suoi frutti, offrendo lopportunit a molti giovani di far conoscere le loro prime ricerche e di documentare in modo chiaro eventi e pubblicazioni dinteresse filosofico. Spero poi che ci sia utile a tutti coloro che a Firenze (e altrove) si interessano di filosofia per orientare la loro attenzione verso i temi della ricerca attuale.

Quale contributo pu offrire alla comunit filosofica lattivit Che cos la SFI? La SFI la Societ Filosofica Italiana, fondata nel 1906 e rifondata nel secondo dopoguerra. Si pu trovare una descrizione delle attivit della SFI sul sito internet: http://www.sfi.it/ della Biblioteca ed in particolare come si inserisce la SFI fiorentina nel tessuto sociale cittadino? E possibile che la Filosofia esca dallAccademia e circoli e viva nelle piazze? Le piazze odierne sono principalmente quelle offerte dalla rete. Se riusciamo a raccordare questa dimensione con quella relativa al territorio, Quali sono i progetti in corso per rilanciare lattivit della Biblioteca? Ci sono diversi progetti. Uno quello di realizzare questanno a Firenze un convegno sul linguaggio come oggetto dindagine filosofica. La filosofia del Novecento stata in gran parte filosofia del linguaggio. Di qui lopportunit di fare i conti con leredit delle diverse linee di ricerca filosofiche che trovano nel linguaggio un punto comune di incontro. Poi c lavvio di un seminario con gli insegnanti, orientato alla lettura di classici, e c la nascita di un forum articolato tematicamente su questioni dinteresse didattico, su questo stesso sito: il forum vivr grazie alla discussione, quindi importante che gli iscritti allassociazione comincino a partecipare. Infine, c il notiziario periodico, che in futuro potrebbe diventare una piccola rivista, cui un gruppo di giovani neolauHumana.Mente Anno I Vol 1 - ISSN 1972-1293 2 ne pu scaturire una miscela di formati comunicativi che riesce dove altri progetti sono falliti o per eccesso di localismo o per una presuntuosa universalit, svincolata dal contesto sociale nel quale chi fa filosofia si trova a operare. C un bisogno di filosofia diffuso e a Firenze cerchiamo di fare qualcosa per rispondere a questo bisogno, senza chiuderci in una dimensione cittadina. Dopotutto, le tante belle cose che hanno fatto di questa citt quel che ci sono perch pensate nello stesso senso. Proviamo a fare, nel nostro piccolo, qualcosa che serva alla scuola e pi in generale alla cultura della citt, senza fare troppe concessioni alla contestualit e senza pompa magna. Come vede la sua Presidenza nel futuro e come si pone rispetto alla tradizione idealistica ed hegeliana in cui nata la Biblioteca Filosofica Fiorentina?

Nel 1909 la S.F.I. ha nel suo organo ufficiale la Rivista Filosofica, Non le so dire circa il futuro. Incarichi come questo (e altri consimili che mi ritrovo) sottraggono molto tempo alla ricerca se davvero si vuole che lincarico serva a qualcosa: doveroso non tirarsi indietro, ma resto un ricercatore e non posso cambiar pelle. C un pregresso atteggiamento di chiusura dei filosofi nostrani che si tratta di superare e c, malgrado il bisogno di filosofia, un atteggiamento di sospetto verso i filosofi di professione. Al termine del mio mandato come presidente vorrei aver fatto qualcosa per favorire il dialogo tra filosofia e scienza, ma anche tra la filosofia e le altre componenti della nostra cultura, in modo da avvicinare in maniera efficace il mondo della scuola e quello della ricerca, rendendo meno sfilacciata la consapevolezza del ruolo della filosofia nel tessuto civile. Tuttavia, ha senso che qualcosa si apra se si fa chiarezza sui termini in cui aprirsi. Se no, solo velleit. La tradizione poi quella che . Non c bisogno di ossequio e neanche di enfasi su una qualche rottura. La filosofia italiana e in particolare quella che nella seconda met del Novecento ha trovato ospitalit a Firenze ha caratteri alquanto diversi rispetto allambiente di idee che ha visto la nascita della Biblioteca Filosofica, bench tali caratteri siano non certo unitari. Questa la citt in cui hanno lavorato Eugenio Garin e Giulio Preti: sarebbe bene che la lezione di entrambi non fosse dimenticata, se non altro per farci i conti in maniera attenta. In particolare, gli insegnanti di filosofia si sentono isolati e abbandonati a s, schiacciati fra programmi mal pensati e una manualistica di dubbio supporto. La Biblioteca Filosofica pu diventare un luogo in cui discutere apertamente dei problemi relativi e individuare proposte da sviluppare in sede nazionale. Bisogna crescere di numero, per. Quindi, per chiudere con un appello: iscrivetevi, o amanti di sofia. Duccio Manetti La Biblioteca Filosofica. La Biblioteca Filosofica di Firenze venne fondata da un gruppo di studiosi grazie al contributo generoso dellamericana Julia H. Scott studiosa di teosofia. Fin dallinizio lo spirito della societ era improntato alla difesa della libert di pensiero e despressione e non si caratterizz mai come unassociazione di studi esclusivamente teosofici. Nonostante alcuni elementi esoterici del primo periodo lassociazione riusc a comprendere al suo costituita in sezioni denominate dalle regioni dappartenenza (ad es. Sezione Lombarda, Sezione Toscana, ecc.) e annovera tra le sue fila figure importanti per la vita politica del paese. Rimane memorabile, come esempio della rilevanza dei temi trattati, il VI congresso dellassociazione, organizzato a Milano nel 1926 con la partecipazione di Bonaiuti e il rifiuto di Gentile ad intervenire, prevedendo il tono dei discorsi di Martinetti e De Sarlo in difesa della libert di pensiero. Il congresso venne sciolto dal sindaco di Milano Mangiagalli prima dellintervento di Bonaiuti e sciolta venne anche la S.F.I., fino al 31, quando sar ricostituita sempre su base associativa ma supervisionata dallautorit governativa che ne eleggeva gli organi direttivi. Lassociazione ha subito alcune metamorfosi, sia nellorganizzazione sia nelle linee guida, nel periodo che va dal 39 al 52: diventa Associazione Filosofica Italiana e viene assorbita dallIstituto di Studi Filosofici ma solo dopo la guerra pu contare sul lavoro di tutte le sezioni e nel 52, durante un convegno organizzato dalla sezione lombarda, si ricostituisce come associazione indipendente. Il 14 marzo del 1953 torna in attivit anche la sezione fiorentina. Fondata sulle ceneri delloriginaria sezione Toscana, la nuova sezione fiorentina eredita la vivacit intellettuale e limpronta filosofica di unaltra grande associazione culturale di Firenze: la Biblioteca Filosofica.

La Societ Filosoca Italiana.


La sezione fiorentina e la Biblioteca filosofica.
SS.F.I. lacronimo di Societ Filosofica Italiana, ma questo non indica solo la sigla di unassociazione culturale di stampo filosofico. Nel suo contesto storico la Societ Filosofica Italiana, S.F.I. appunto, una testimonianza dello sviluppo politico e culturale di pi di un secolo di vita italiana. La Societ Filosofica Italiana nata a Bologna nel 1905 e con non poche difficolt ha superato i momenti significativi e pi drammatici del nostro paese come i conflitti mondiali, il Fascismo o la contestazione del 68; talvolta stata protagonista influente o neutrale luogo di disputa, altre portavoce scomodo dei cambiamenti culturali del paese.

interno iniziative e linee di pensiero diverse: dai corsi di filosofia indiana alle lezioni di pragmatismo del Papini, dagli interventi di Calderoni e Vailati fino ai contributi neoidealistici di Prezzolini, ospitando pure lezioni o interventi di Croce, Gentile e Levasti. Quasi contemporaneamente anche a Palermo venne fondata una Biblioteca Filosofica dimpronta accademica con poco in comune con la gemella fiorentina; nel paragonare le due Gentile descriveva la prima, quella palermitana, come un frutto di forma estremamente bella ma un p insipida mentre laltra con la buccia brutta e spinosa e una polpa molto saporita. Nel 1908 la Biblioteca Filosofica divenne un vero circolo di filosofia facilitando gli incontri di studiosi, gli stessi che frequentavano anche la S.F.I. e pubblicavano su varie riviste filosofiche come Leonardo o la Rivista di Filosofia. Dopo il primo periodo pragmatista, promosso da Vailati Calderoni e Papini, che speculavano sulle tesi di James e Peirce, nel 1913 lassociazione accentu linteresse per la psicologia e i temi sociali perdendo poco alla volta la sua impostazione antiaccademica. Riusc a superare a Humana.Mente Anno I Vol 1 - ISSN 1972-1293 3

fatica la prima guerra mondiale e durante il fascismo perse la sua indipendenza, come la S.F.I. e molte altre associazioni, assorbita dallIstituto di Studi Filosofici del quale rappresentava la sezione fiorentina. Finita la guerra, la Biblioteca non riusc a ritornare in attivit, assorbita dalla Biblioteca di Lettere dellUniversit di Firenze. Cos il 14 marzo 1953 la rinata sezione fiorentina della S.F.I. divenne erede della tradizione intellettuale della Biblioteca Filosofica. Ne facevano parte Chiavacci, che ne era il presidente, Cesare Luporini, Eugenio Garin, Francesco Adorno, Vito Fazio-Allmayer, Giulio Preti e altri studiosi di grande levatura. Lattivit del 53/54 molto vivace, con importanti cicli di lezioni e conferenze, ma nel 55, con la morte dellallora presidente Fazio-Allmayer, lattivit sinterruppe per ricostituirsi ben dieci anni dopo, nel 1965, acquisendo, oltre allidentit culturale anche il nome di Bilblioteca Filosofica, un riconoscimento fortemente voluto dal presidente della sezione Andrea Vasa con i segretari Francesco Adorno e Maria Grazia Sandrini.

Limpegno della sezione fiorentina rimarr forte e costante guidato dallentusiasmo di Vasa (plurieletto presidente) e risentir della sua scomparsa, avvenuta nel 1980, per tutto il decennio successivo. Il desiderio di Vasa di fare della sezione un centro di studi filosofici aperto alla citt non si era realizzato.

Le difficolt degli anni 80. Alla morte di Vasa divenne presidente ad interim della sezione Aldo Zanardo. Nonostante limpegno profuso non si riusc a mantenere lalto profilo dei quindici anni precedenti. I problemi della sezione fiorentina e parzialmente di tutta la S.F.I. riguardavano in primo luogo la frammentazione della filosofia in rami di ricerca estremamente specializzati; la disciplina andava scomponendosi in ambiti altamente variati che in alcuni casi interagivano rendendo la struttura pi dinamica e duttile. Differenziazione e integrazione: la filosofia stava al passo con i tempi, la S.F.I. no, impegnata a concepire un sistema dinsegnamento unitario da divulgare nella scuola secondaria.

Dal 65 all80: gli anni doro della Biblioteca. Lentusiasmo per la rinata Biblioteca Filosofica ha coinvolto, oltre i suddetti presidente e segretari, anche nuovi associati quali Paolo Rossi, Paola Zambelli, Carlo Monti e Sergio Landucci. Gli eventi organizzati potevano vantare la partecipazione di Oppenheim (68), Szab (70), Gadamer (71). La sezione era molto attiva nella preparazione dei congressi nazionali: Luomo e la macchina (Pisa,67), Il problema del dialogo nella societ contemporanea (Padova,69), Bilancio dellempirismo contemporaneo (LAquila,73). A questultimo parteciparono Andrea Vasa con la relazione Bilancio dellempirismo: spazio logico e verificazione razionale, Ettore Casari con Alcuni temi fondamentali di filosofia della matematica, oltre interventi di Maria Grazia Sandrini, Maria Luisa Dalla Chiara, Paolo Parrini e Srgio Bernini. La direzione nazionale, nel 71, individu come tema di lavoro Il posto della filosofia nellopinione pubblica e nella societ contemporanea e la riforma dellinsegnamento, sollevando un problema profondo, quale lidentit della filosofia tra scienze umane, logica e metodologia scientifica. La sezione vi si dedic con un ampio progetto che vide la partecipazione anche degli enti amministrativi e finanziari locali e nel 77 venne avviato un dibattito sui progetti di riforma della scuola secondaria superiore in relazione allinsegnamento della filosofia. Scriveva Vasa: Questa sezione intende appoggiare lazione che la Societ Filosofica gi svolge in sede nazionale per una presenza pi qualificante della filosofia nellarea delle materie comuni previste dal progetto di riforma della scuola secondaria che il Governo ha appena presentato al Parlamento. Sembra a noi abbastanza strano che la filosofia debba associarsi in modo esclusivo allindirizzo sociologico e politico ed essere privata di ogni sua interferenza con la storia delle scienze matematiche e naturali, o con la critica letteraria o artistica. Contribuirono al programma Vittorio Mathieu e Enrico Bellone intervenendo su Filosofia e fisica nel recente volume di G.Toraldo di Francia Indagine del mondo fisico e Andrea Vasa, Paolo Parrini e Antonio Santucci con Storia dellempirismo contemporaneo. Humana.Mente Anno I Vol 1 - ISSN 1972-1293 4

Oltre a questo problema legato a unaccentrazione, esclusivamente didattico, ne esisteva un altro organizzativo: la sede. Lattivit della sezione si era svolta principalmente tra Piazza S. Marco, la Facolt di lettere, lAccademia della Colombaria in via S. Egidio e a Palazzo Medici Riccardi, tutti tra loro molto vicini e collegati. Il centro di Firenze non era per pi lo stesso, laffollamento ed il ritmo accelerato della citt diminu la facilit di accesso alla sede per chi non abitava in centro, mentre il Dipartimento di Filosofia in via Bolognese si trovava topograficamente escluso dalla vita del centro. Anche i soci cominciavano a diminuire e le attivit congiunte con gli enti istituzionali locali si facevano pi sporadiche; al contrario aumentavano le offerte alternative dincontri culturali. Il 20 marzo del 1986 la presidente Maria Grazia Sandrini e il segretario Amedeo Marinotti si assunsero il compito di riorganizzare la sezione insieme ad altri volenterosi come Luciano Handjaras, Maria Moneti, Paolo Rossi, Sergio Landucci e Marzio Vacatello. Grazie a questo sforzo si poterono organizzare ancora alcuni incontri: con Franco Chiereghin su La fenomenologia ello spirito di Hegel nella interpretazione di Heideger (86), Brian McGuinness su Wittgenstein e la filosofia della scienza (87); Paolo Rossi su: Il paradigma della riemergenza del passato, Sergio Landucci su Il fondamento delletica nella Critica della ragion pratica di Kant, ancora Chiereghin con La libert dellimmaginazione in Kant e Marzio Vacatello Versioni del relativismo etico (90); Karl Otto Apel E possibile una fondazione ultima non metafisica? (91). Nel 1990/91, dietro invito della segreteria nazionale la sezione collabor con il CIDI (Centro di Iniziativa Democratica degli Insegnanti) di Firenze nellorganizzazione di un corso daggiornamento dei docenti di filosofia della scuola media superiore. Lattivit della sezione fiorentina, la Biblioteca Filosofica, continu ad organizzare eventi, seppur con meno costanza, per tutto il 93/94 fino al 98, anno della presidenza Moneti. Riccardo Furi

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Papers
I Neuroni Specchio nella Comprensione dellAzione: unInterpretazione Deazionistica.
In questo articolo proponiamo alcune riflessioni sul possibile ruolo dei neuroni specchio (mirror neurons) nella comprensione dellazione motoria: in particolare suggeriamo una interpretazione alternativa del ruolo dei neuroni specchio, deflazionistica rispetto ad altri approcci e ipotesi esplicative che esamineremo in questa sede. Mostreremo successivamente le implicazioni che tale interpretazione ha nel campo della filosofia della mente, e le relazioni tra le propriet sintattiche del movimento da noi ipotizzate e la hand-state hypothesis formulata da Oztop e Arbib (2002) e proposta nel loro modello MNS1. niamo deflazionistica la nostra interpretazione in quanto esplicitamente elimina dalla spiegazione qualsiasi elemento di carattere intenzionale, riducendone s la portata esplicativa, ma rimanendo pi ancorata alle effettive evidenze sperimentali.

PROBLEMI GENERALI Allinterno delle interpretazioni funzionali dellattivit dei neuroni specchio, compaiono pi volte termini e concetti filosoficamente rilevanti: basti pensare a parole come rappresentazione, azione finalizzata, comprensione. Il pi delle volte questi termini non sono messi in discussione e il loro significato viene assunto come univoco. Si tratta invece di un lessico che rimanda inevitabilmente a tematiche di carattere filosofico su cui tuttora si dibatte. Il primo (e pi difficile) termine da considerare sarebbe certamente quello di rappresentazione, ma in questa sede ci concentreremo su altre due questioni: quella della distinzione tra azioni finalizzate e semplici eventi motori senza scopo, e quella della comprensione-riconoscimento dellazione. In molti articoli riguardanti i Neuroni specchio la suddetta distinzione tra azioni finalizzate e non, data spesso per scontata. Gallese ha tentato di chiarire questo punto -seppur passando dal concetto di comprensione dellazione- fornendo unipotesi sulla base fisiologica del

INTRODUZIONE I neuroni specchio, o mirror neurons, sono neuroni presenti nellarea F5 del cervello della scimmia (macaca nemestrina) che si attivano in modo isomorfo durante lesecuzione di unazione diretta ad uno scopo e durante losservazione della stessa azione eseguita da un altro individuo . Attraverso le connessioni con le aree parietali PF e AIP2, i neuroni specchio formano un circuito neurale deputato al riconoscimento dellazione motoria: il funzionamento di questo circuito, chiamato Mirror System (MSys dora in poi), basato sul matching osservativo-esecutivo delle regioni cerebrali di attivazione. L'ipotesi per cui un simile sistema esisterebbe anche nelluomo stata oggetto di svariati esperimenti condotti con le pi avanzate tecniche di brain mapping e brain imaging . Le interpretazioni funzionali dellattivit del MSys sono molteplici; nella maggior parte dei casi introduzcono concetti intenzionali allinterno della spiegazione. Alcuni autori sostengono che il funzionamento del MSys sia fondamentale per la comprensione e la rappresentazione dellazione; altri focalizzano lattenzione sul possibile legame tra levoluzione del MSys e quella del linguaggio7; altri ancora ipotizzano un ruolo del MSys nellevoluzione delle abilit di mind reading , ovvero la capacit di ascrivere ad altri stati mentali e intenzioni. Scopo di questo articolo mettere in luce la problematicit, spesso non considerata dagli autori, legata allintroduzione, in tali interpretazioni, di concetti intenzionali come scopo e comprensione dellazione. Forniremo una differente e deflazionistica interpretazione dellattivit svolta dai neuroni specchio durante losservazione-esecuzione dellazione. Defi
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possesso di uno scopo (embodied goal)9. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, questa distinzione assunta come auto-evidente. Non lo pi se, considerando il concetto di scopo, cerchiamo di capire se e come sia effettivamente possibile distinguere questi due tipi di eventi motori. Nella letteratura scientifica riguardante i Neuroni specchio, quando gli autori parlando di azioni finalizzate, generalmente si riferiscono a movimenti di prensione di vario genere, che dunque mettono in relazione il corpo (la mano) del soggetto con un oggetto tridimensionale; spesso si tratta di cibo, ma non necessario ai fini della sperimentazione, se non come rinforzo nelle fasi di addestramento. Le azioni finalizzate vengono distinte dai semplici eventi motori senza scopo: per esemplificare movimenti di questo tipo si potrebbe pensare ai movimenti riflessi, ma non questo lesempio che pi comunemente viene riportato. Il pi delle volte infatti si parla di azioni senza scopo riferendosi a semplici movimenti che non prevedono linterazione con alcun oggetto e non sembrano necessari a fare alcunch di diverso dal movimento stesso (alzare un braccio, aprire e chiudere una mano, ecc.). La distinzione sembra palese sennonch, ad un esame pi attento, risulta artificiosa. In che senso unazione ha o meno un determinato scopo? Non lazione, bens lagente a possedere uno scopo. Questo un punto fondamentale che merita un chiarimento. Pagine importanti sono state scritte da Hans Jonas su questo argomento, nel suo scritto critico sulla cibernetica10. Per quanto possa essere intelligente una bomba, lintenzione sta in chi decide di lanciarla e non nel suo meccanismo retroattivo di guida. La critica di Jonas si pu ricollegare, per certi aspetHumana.Mente Anno I Vol 1 - ISSN 1972-1293 5

ti a quella di Richard Taylor11 (sempre nei confronti della cibernetica). Taylor sottolinea limpossibilit di dedurre lo scopo di unazione dalla pura osservazione esterna, ma le argomentazioni di Taylor non si applicano bene alle interpretazioni funzionali dei Neuroni specchio: se infatti la maggior parte degli articoli tralascia la problematica della distinzione di uno scopo solo in base allosservazione di unazione, quando questa viene invece affrontata (vedi Gallese 2001) emerge che non solo losservazione che determina la comprensione dello scopo di unazione. Gallese per esempio ipotizza qualcosaltro: per ottenere la comprensione dello scopo dellazione osservata, agente e osservatore dovrebbero condividere qualcosa di fisico, cio il pattern neurale dello schema motorio di quella azione. Losservatore, secondo Gallese, riconosce lazione, e quindi comprende lo scopo, perch in grado di simularne mentalmente lesecuzione. Che si sia daccordo o meno con questa ipotesi, resta il fatto che non possibile opporvi obiezioni sul modello di quelle che Taylor ha portato al modello cibernetico di Rosenblueth, Weiner e Bigelow12. Tenendo dunque presente che il soggetto, e non lazione, a possedere uno scopo, torniamo alla distinzione assunta tra azione finalizzata e non. Secondo questa distinzione ci sarebbero dunque azioni che un agente esegue con uno scopo e azioni che esegue senza scopo. Quali azioni dunque sarebbero senza scopo? Se pensiamo ad un agente che si muove in un ambiente difficile immaginarlo compiere azioni senza scopo. Certo potrebbe inciampare, e cadere senza averne lintenzione: ma in questo caso la sua intenzione sarebbe stata semplicemente unaltra, quella di continuare a camminare. Avere uno scopo non implica necessariamente conseguirlo. Si potrebbe allora pensare ai movimenti riflessi, come abbiamo suggerito prima, ma nella letteratura relativa ai Neuroni specchio questi non vengono mai presi in considerazione. In tale letteratura, come esempio di movimento senza scopo si considera solitamente un movimento volontario dello sperimentatore che non comporti linterazione con un oggetto. Nel caso dello sperimentatore, corretto dire che quando semplicemente alza un braccio la sua azione non ha scopo? Lesecuzione dellesperimento certamente uno dei suoi scopi: ma qui entra in gioco lo spinoso problema dellintenzionalit, che affronteremo tra breve. Prendiamo allora solo in considerazione levento osservazione dellazione, evento che inizia al tempo t e finisce al tempo t : considerando anche solo questa porzione di tempo, cosa vuol dire che afferrare un oggetto unazione finalizzata, mentre alzare un braccio no? Vuol dire che nel caso dellazione di prensione lo scopo, inteso come uno stato finale a cui il soggetto tende (avere in mano loggetto), ricade nellintervallo temporale preso in considerazione. Nel caso invece dello sperimentatore che alza un braccio, si pu ipotizzare uno scopo, come la riuscita dellesperimento, che per non ricade allinterno del segmento temporale tt . Dunque, in questo senso particolare, possiamo distinguere le due azioni luna come avente uno scopo, laltra come non avente uno scopo. Ma se lo scopo (appunto) delle sperimentazioni che abbiamo precedentemente analizzato quello di capire il funzionamento di certi processi cognitivi, non si dovrebbe fare ricorso ad una tale distinzione artificiosa, Humana.Mente Anno I Vol 1 - ISSN 1972-1293 6
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valida solo allinterno del contesto sperimentale. Si dovrebbe cio cercare di ricreare una situazione sperimentale che non alteri in questo modo il contesto in cui normalmente si svolge il processo cognitivo che si sta indagando. Per semplificare la questione si potrebbe rinunciare al concetto di scopo, e si potrebbe pensare allattivit dei neuroni specchio semplicemente come correlata allesecuzione e allosservazione di azioni che coinvolgano un oggetto. Ma il concetto di scopo e quello di comprensione dello scopo sono concetti chiave per tutte le successive speculazioni sulla nascita della comunicazione intenzionale a partire dallattivit di un MSys nelluomo. Alla luce di queste considerazioni, che cosa possiamo dire riguardo alla comprensione dellazione che dovrebbe scaturire dallattivit dei Neuroni specchio? Di che tipo di comprensione si tratta? In molti casi gli autori preferiscono parlare di meccanismo di riconoscimento dellazione, ma spesso, nelle discussioni conclusive degli articoli, sostengono che questo meccanismo sia alla base della comprensione motoria. Nel caso dei neuroni specchio il soggetto comprenderebbe lazione e la sua intenzionalit simulando lesecuzione di unazione simile a quella osservata. Si pu dire questo, secondo gli autori, perch i neuroni specchio si attivano, oltre che durante losservazione, anche durante lesecuzione dellazione simile. E sufficiente questo per parlare di comprensione dellazione? Dipende da cosa si intende per comprensione. Si pu dire allora che la scimmia che osserva lazione dello sperimentatore individua lintenzionalit dellagente? A questa domanda non facile rispondere affermativamente. Ma anche una risposta negativa sarebbe troppo severa. In sostanza, chi pu dirlo? A un certo livello si pu dire che, se lo sperimentatore muove la sua mano verso un oggetto e lo prende, la sua intenzione quella di prendere loggetto. Le pi diverse intenzioni possono portare a muovere quella mano (compiere lesperimento, fare il proprio lavoro, scegliere loggetto pi vicino, pi colorato, meno pesante, ecc.). Ma per uninterpretazione cos profonda, come abbiamo gi detto, anche un essere umano avrebbe bisogno di pi informazioni che quelle derivanti dalla sola osservazione. Concentriamoci allora ancora una volta solo sullevento osservazione dellazione: comprendere lazione significa allora capire che il movimento della mano verso loggetto non casuale, come non lo la conformazione dellapertura delle dita della mano in quel momento, come non lo la chiusura della mano attorno alloggetto. Capire unazione significherebbe dunque in questo caso distinguere un certo insieme (relativamente piccolo) di azioni rispetto a un insieme (molto pi grande) di sequenze motorie effettivamente non finalizzate. Quindi, come giustamente osservano gli autori, in questo caso comprendere significa riconoscere. Ma laccezione di comprensione come riconoscimento solo un caso particolare dei significati che questa parola pu avere. Dedurre che una certa attivit neurale responsabile della comprensione dellazione, in questa particolare accezione, possa essere alla base della comprensione degli eventi motori finalizzati, in toto, sembra essere eccessivamente speculativo. I diversi significati che noi riuniamo sotto il termine comprensione potrebbero essere correlati ad attivit neurali completamente diverse.

sola esecuzione dellazione senza dover ricorrere al problematico conUNINTREPRETAZIONE DEFLAZIONISTICA Tenteremo adesso di fornire uninterpretazione diversa dellattivit dei Neuroni specchio, e del MSys in generale, deflazionistica rispetto alle interpretazioni presentate finora. In particolare tenteremo di escludere dalla nostra interpretazione concetti problematici come quello di intenzionalit. Ripartiamo dagli esperimenti: quali sono i dati grezzi da interpretare? Possiamo fare un elenco dei principali risultati sperimentali ottenuti sulle scimmie e sulluomo: - Nel cervello di scimmia esistono dei neuroni, nellarea F5, che godono sia di propriet visive che motorie. - Alcuni di questi neuroni sono sensibili allosservazione di certi tipi di azioni, eseguite da altri individui, che coinvolgano un oggetto. Si attivano inoltre durante lesecuzione dello stesso tipo di azione da parte del soggetto. - Studi eseguiti con tecniche di misurazione elettrofisiologica e di brain imaging sulluomo hanno suggerito che un meccanismo di osservazione/esecuzione, del tipo osservato nel cervello di scimmia, possa esistere anche nelluomo. - I risultati degli esperimenti condotti sulluomo hanno mostrato unattivazione, relativa a questo meccanismo, in varie aree cerebrali tra cui larea 44, di cui fa parte anche larea di Broca; viste le propriet linguistiche comunemente ascritte a questa area, stato ipotizzato un legame tra osservazione/esecuzione dellazione e linguaggio. Nellambito interpretativo di questi risultati, comunemente vengono inseriti concetti come riconoscimento, scopo e intenzionalit dellazione. Questo apre la strada allintroduzione di concetti ancora pi problematici come quello di comprensione, prima dellazione, poi dellespressione comunicativa gestuale, infine dellespressione linguistica. Sembra allora di intravedere un ponte evolutivo che nellattivit dei Neuroni specchio individua in potenza il fondamento stesso della possibilit di comprendere, di riempire di significato azioni ed espressioni e di condividerlo con altri individui. Abbiamo gi cercato di chiarire la differenza che intercorre tra scopo posseduto da un agente e scopo attribuito ad unazione. In realt solo nel caso dellagente ha senso parlare di scopo, mentre riteniamo pi corretto, nel caso dellazione, parlare di funzione. Concordiamo pienamente con la posizione di Stamenov
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cetto di rappresentazione. Ma come spiegare allora lattivit del MSys durante la sola osservazione dellazione eseguita da terzi? Come possiamo eliminare dallinterpretazione di tale attivit concetti come comprensione e intenzionalit. Riteniamo possibile far questo pensando al MSys come ad un meccanismo deputato al riconoscimento di particolari aspetti del movimento, che non hanno a che fare con lintenzionalit dellagente. Riteniamo che un possibile fraintendimento delle interpretazioni dellattivit del MSys, che arrivano ad ipotizzare un suo ruolo nella comprensione del significato, prima delle azioni, e poi delle espressioni linguistiche, sia causato dallo spostamento semantico che il termine scopo assume nelle argomentazioni: c un progressivo scivolamento del significato da scopo dellazione a intenzione dellagente senza una precisa spiegazione di come questo passaggio possa avvenire. Linterpretazione che proponiamo in questa sede si basa sullidea che il MSys sia sensibile solo a certi aspetti del movimento. Quali? Possiamo distinguere nellazione due tipi fondamentali di propriet, che chiameremo semantiche e sintattiche. Il paragone linguistico puramente funzionale alla spiegazione e non vuole suggerire alcuna facile omologia tra struttura dellazione e struttura dellespressione linguistica. Ci che intendiamo per propriet semantiche dellazione pu essere identificato con lo scopo dellagente, la sua intenzionalit, il perch esegue una determinata azione, il significato che egli attribuisce al suo movimento. Per propriet sintattiche dellazione intendiamo invece quelle propriet strutturali che permettono di classificare un certo movimento allinterno di un ristretto insieme di azioni funzionalmente caratterizzato. Possiamo pensare al rapporto che intercorre tra questo insieme e il resto dei movimenti possibili come proporzionale al rapporto che intercorre, in logica proposizionale, tra linsieme delle formule ben formate (fbf) e il resto delle stringhe formate da connettori, variabili e quantificatori disposti casualmente, in modo non ordinato. Cerchiamo di chiarire meglio questa analogia. Lo sviluppo motorio del bambino passa attraverso varie fasi di cui possibile individuare la direzione14: i gradi di libert motoria del neonato sono considerevolmente maggiori rispetto a quelli di un adulto; in compenso il neonato paga questa alta libert motoria in termini di scarso controllo del movimento. Laffinamento del controllo del movimento a livello neurale avviene selettivamente15 e implica una proriguardo alla gressiva diminuzione dei gradi di libert, compensata dalla specializzazione di certe aree cerebrali al controllo di determinate modalit di movimento. Se consideriamo linsieme dei movimenti possibili del neonato e lo paragoniamo con quello delladulto, troveremo che il primo molto pi esteso e molto meno specializzato: troveremo in questo insieme molti movimenti che si riveleranno inutili allinterazione con lambiente, e che quindi saranno scartati dal processo selettivo. I movimenti possibili delladulto sono invece minori in numero, ma pi efficaci e adatti allinterazione con lambiente: inoltre, dallosservazione della loro struttura, sar possibile enucleare regole che permettano di identificare un movimento come appartenente o meno alla classe delle azioni funzionali, ovvero, secondo la nomenclatura utilizzata da Rizzolatti e dai suoi colleghi, delle azioni dotate di scopo. Analogamente linsieme delle fbf Humana.Mente Anno I Vol 1 - ISSN 1972-1293 7

cecit del MSys rispetto allidentificazione dellagente: dunque se si vuol parlare di comprensione dellazione come comprensione del suo scopo, crediamo sia corretto farlo eludendo dallo scopo posseduto dallagente e riferendosi esclusivamente alla funzione che lazione osservata possiede. Dato che il MSys si attiva sia durante lesecuzione che durante losservazione di uno stesso tipo di azione, la posizione dellosservatore irrilevante: non importa che lazione osservata sia eseguita dallosservatore stesso o da un altro individuo. Concordiamo inoltre con lipotesi di Gallese riguardo alla possibilit che il MSys si sia sviluppato da un precedente meccanismo deputato al miglioramento del controllo dellazione; una tale interpretazione sarebbe sufficiente per rendere conto dellattivit di questo meccanismo durante la

della logica infinitamente pi piccolo rispetto a quello formato da tutte le possibili sequenze di simboli logici; in compenso costituito da formule utilizzabili in deduzioni e dimostrazioni, ed esistono regole per stabilire se una determinata espressione sia o meno un elemento dellinsieme delle fbf. Supponiamo dunque, in continuit con le principali interpretazioni, che il MSys sia un meccanismo di riconoscimento dellazione: a quali aspetti del movimento sar sensibile? Che cosa permette lidentificazione di un determinato movimento come elemento di una specifica classe di azioni? Proponiamo di pensare al MSys come ad un meccanismo deputato al riconoscimento delle fbf del movimento (probabilmente di un sottoinsieme delle fbf del movimento). Pensiamo al suo funzionamento durante losservazione di unazione di prensione: abbiamo detto che il MSys cieco rispetto allidentificazione dellagente; cos sar allora anche per lintenzione dellagente, per lo scopo che muove lazione. Non possibile dunque che sia questo aspetto del movimento, quello semantico, a causare lattivazione del MSys. Altra la questione se si parla dello scopo dellazione, inteso come la sua funzione o struttura. Un movimento di prensione specifico, per esempio la presa di precisione, necessita di una sequenza determinata di movimenti (avvicinamento della mano alloggetto, apertura di pollice e indice, etc.) senza la quale il movimento non adempirebbe alla sua funzione, cio la prensione delloggetto in questa particolare modalit: per adempiere alla funzione dunque necessaria una particolare costruzione dellazione, intesa come schema della sequenza corretta di movimenti da eseguire. In questo senso abbiamo equiparato prima il termine funzione a quello di struttura: sono due facce della stessa medaglia. Per adempiere ad una determinata funzione lazione deve avere una precisa costruzione e, viceversa, una specifica struttura sar riconosciuta tale dal sistema se determiner una particolare funzione. Torniamo adesso alla distinzione tra propriet semantiche e sintattiche dellazione: questa differenza non coincide con quella postulata, nelle pi comuni teorie del linguaggio, tra forma e significato. Proponiamo invece che esistano due accezioni diverse del termine significato: la prima, prettamente intenzionale, si identifica con ci che il soggetto agente o parlante attribuisce alla forma (attiva o comunicativa) che sta utilizzando; la seconda analoga al concetto di significato che alcune recenti teorie linguistiche
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Una possibile obiezione a questa interpretazione potrebbe basarsi sul fatto che il Msys si rilevato sensibile allosservazione di soli movimenti biologici: sembra dunque incoerente con questo dato la supposizione che le uniche propriet motorie a cui il MSys sarebbe sensibile siano gli aspetti funzionali dellazione. Se la funzione ci che conta per il MSys, perch losservazione di azioni eseguite da mani virtuali non attiva il sistema17? Questa obiezione fraintende che cosa denotiamo in questa sede con il termine funzione. Quando abbiamo introdotto nella discussione gli aspetti funzionali dellazione, volutamente abbiamo introdotto, equiparandoli, anche gli aspetti costruttivi. Lintento era quello di spostare lattenzione da ci che pu essere considerato lo scopo funzionale dellazione alla struttura specifica che consente allazione di conseguire quello scopo. Il fatto che il MSys sia sensibile agli aspetti costruttivi dellazione (alla sua struttura, a come sono collegati tra loro gli elementi della sequenza motoria) non implica che questa costruzione non abbia una funzione. Anzi, sosteniamo proprio il contrario, e cio che gli aspetti costruttivi dellazione siano portatori di significato1. Comunemente quando si parla di propriet funzionali si d per scontata lipotesi della realizzabilit multipla, ovvero la possibilit per sistemi fisicamente differenti di implementare la stessa funzione18. Ma funzione e realizzabilit multipla sono due concetti distinti. Quando parlo di aspetti funzionali riferendomi allazione, intendo gli aspetti fisici specifici che costituiscono quellazione: intendo le varie sequenze di contrazione e rilassamento muscolare che consentono lesecuzione corretta di quellazione, che la fanno funzionare. Questi aspetti funzionali sono dunque strettamente legati alla biologia del movimento. Il fatto che si possa raggiungere lo stesso risultato eseguendo unazione manualmente o per mezzo di un utensile, non implica che le due azioni siano costruite nello stesso modo: le sequenze motorie da applicare nei due casi sono estremamente diverse. Riassumendo, se per funzione di unazione si intende non solo il risultato dellesecuzione, ma anche linsieme degli aspetti costruttivi di tale azione, allora linterpretazione deflazionistica del MSys che abbiamo fornito non sembra pi inconsistente rispetto alla dimostrata sensibilit del MSys esclusivamente verso il movimento di natura biologica.

IMPLICAZIONI FILOSOFICHE I Neuroni specchio hanno qualcosa da dire riguardo al dibattito tra simulazionisti e teorici della Teoria, tuttora in atto, nellambito delle teorie della mente. Generalizzando, possiamo dire che mentre i primi sostengono che labilit di ascrivere ad altri stati mentali, come desideri e credenze, si basa sulla capacit di mettersi nei panni mentali degli altri (cio di compiere una simulazione, di pensare come se si fosse un altro), i secondi sostengono che tale abilit non sia altro che il frutto dellapplicazione, ai dati provenienti dallosservazione, di conoscenze di tipo teorico. Tra le varie interpretazioni fornite del meccanismo osservativo/esecutivo dei Neuroni specchio, stato ipotizzato che una sua funzione possa essere quella di abilitare un organismo allindividuazione di certi stati mentali, di individui conspecifici, tramite losservazione del loro compor-

attribuiscono a propriet strutturali del lin-

guaggio. Chiameremo significato1 il significato funzionale/strutturale e significato2 quello intenzionale. Significato1 e significato2 rimandano a propriet diverse di unespressione linguistica, ma entrambe contribuiscono alla sua comprensione. Se manteniamo questa distinzione nellambito delle azioni, possiamo dire che dalla sola struttura di unazione possibile dedurre la sua funzione, il suo significato1. Struttura e significato1 sono ci che abbiamo definito come propriet sintattiche del movimento; il significato2 resta invece relegato alle propriet semantiche del movimento, essendo dipendente da aspetti intenzionali e soggettivi. Riteniamo dunque plausibile che il MSys sia coinvolto nella capacit cognitiva di comprensione del significato1 dellazione, quello legato ai soli aspetti strutturali, costruttivi di essa. Humana.Mente Anno I Vol 1 - ISSN 1972-1293 8

tamento, o perlomeno che contribuisca al meccanismo sotteso a questa abilit. I primi ad ipotizzare per i Neuroni specchio il ruolo di precursori di una pi generale abilit di mind-reading, sono stati Vittorio Gallese e Alvin Goldman in un noto articolo del 1998 . Che cosa centra il meccanismo di riconoscimento dellazione, ipotizzato essere la funzione fondamentale del MSys, con una qualche capacit di mind-reading? Per spiegare questo Gallese e Goldman partono da un esempio concreto di attivazione dei Neuroni specchio. Gallese e Goldman assumono che unattivazione dei Neuroni specchio da parte di una fonte interna equivalga, in senso stretto, a un piano per eseguire una determinata azione. A che cosa equivale lattivazione dei Neuroni specchio se invece la fonte esterna? Che cosa accade, cio, quando lattivazione dovuta allosservazione, da parte del soggetto, di un individuo che sta compiendo unazione rivolta ad uno scopo? Secondo i due autori, il soggetto compirebbe una simulazione mentale dellazione osservata, tentando cos di comprendere lo scopo di tale azione. Lipotesi avanzata dai due autori che i Neuroni specchio siano una parte del folk psychologizing mechanism , ovvero di quel meccanismo che consente a tutti gli uomini di rappresentare gli stati mentali altrui, come percezioni, desideri, credenze, aspettative, etc. Lattivit dei Neuroni specchio sembra riflettere, seppure in una versione primitiva, un uso retrodittivo della simulazione mentale: con la sua euristica simulativa, anche se non pu costituire il completo correlato fisico del processo simulativo del mind reading, pu a buon diritto essere considerata il suo possibile precursore filogenetico. Lesistenza dei Neuroni specchio dunque sembra essere decisamente un punto a favore per i sostenitori della Simulation Theory of mind (ST dora in poi). E nostra opinione tuttavia che entrambe le formulazioni delle teorie della mente, ST e Theory theory of mind (TT dora in poi), nelle loro versioni radicali, siano incompatibili con una spiegazione esaustiva della nostra capacit di attribuire stati mentali agli altri. Le formulazioni radicali di queste due teorie implicano una falsificazione completa della teoria avversaria: da un lato la ST radicale considera la folk psychology nientaltro che unabilit e nega che la sua ontologia sia legata ad un qualunque tipo di teoria scientifica o popolare; dallaltro la TT radicale considera labilit di ascrivere stati mentali agli altri solo il risultato dellapplicazione di regole psicofisiche basate su di una conoscenza degli altri, ottenuta come ogni altro tipo di conoscenza relativa al mondo. Nelle formulazioni radicali, cio, le due teorie disegnano un modello di cognizione degli stati mentali altrui totalmente improntato o alla simulazione o allinferenza teoretica. Questa opposizione tra le due teorie basata su un falsa dicotomia. Riteniamo infatti che ci siano alcuni specifici compiti cognitivi, legati allattribuzione di stati mentali, che sono pi facilmente spiegabili se si parte dallapproccio teoretico, mentre altri lo sono se si parte dalla simulazione. E un problema di distribuzione e utilizzo delle risorse cognitive: un punto interessante della questione potrebbe essere quello di cercare di capire il criterio con cui decidiamo di applicare luna o laltra strategia quando interagiamo con gli altri. Queste considerazioni trovano riscontro in evidenze empiriche: in un recente studio fMRI21, Vogeley ha indagato labilit di attribuire stati mentali agli altri nelle due differenti modalit cognitive , ovvero
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applicando una teoria della mente, o assumendo una prospettiva in prima persona: lintento era quello di chiarire se le due modalit impiegassero lo stesso o un diverso meccanismo neurale. Il non del tutto sorprendente risultato che esse utilizzano meccanismi neurali sia comuni che differenti. Se i meccanismi neurali sottesi alle due modalit fossero due insiemi matematici distinti, avrebbero una vasta intersezione comune, ma parti delle loro aree resterebbero vicendevolmente estranee le une alle altre. Questi risultati hanno un peso importante allinterno del dibattito tra ST e TT. Se la ST nella sua versione radicale fosse vera, allora questo esperimento avrebbe dovuto produrre risultati differenti: avrebbe dovuto evidenziare cio lattivazione delle stesse aree associate alla prospettiva in prima persona anche durante ogni compito di attribuzione di stati mentali. Al contrario, i risultati mostrano una ulteriore attivazione specifica osservabile durante i compiti associati alla prospettiva in prima persona e non durante quelli associati allattribuzione di stati mentali. Daltra parte, la formulazione radicale della TT prevedrebbe, contrariamente ai risultati, che le due modalit non condividessero alcun meccanismo neurale. I risultati di questo esperimento smentiscono dunque le versioni radicali di entrambe le teorie. Sembra dunque necessario ridimensionare linterpretazione del ruolo dei Neuroni specchio allinterno del dibattito ST vs. TT fornita da Gallese e Goldman. Assumendo come valida linterpretazione deflazionistica dellattivit dei MSys che abbiamo precedentemente fornito, tale ridimensionamento aumenterebbe ulteriormente. Se durante losservazione dellazione la comprensione del significato di tale movimento avviene solo in relazione a ci che abbiamo definito il significato1, allora tutto ci che riguarda lintenzionalit resta al di fuori della competenza di questo meccanismo. Gallese e Goldman stessi ammettono che leuristica simulativa del Msys s un processo retrodittivo, ma, a differenza della simulazione postulata dalla ST, non si risale ad un stato mentale, intenzionale: si risale solo allo schema motorio dellazione osservata. Questo un punto cruciale: le caratteristiche individuate dal MSys nellazione osservata appartengono allinsieme degli aspetti sintattici, costruttivi del movimento. Esse sono s portatrici di significato, ma solo inteso in senso funzionale/strutturale (significato1), e non in senso intenzionale (significato2). Eliminando la componente intenzionale dallattivit del MSys, si esclude anche la possibilit che lo studio di tale attivit abbia un ruolo fondamentale allinterno del dibattito ST vs. TT che potremmo parafrasare come il dibattito sulla percezione dellintenzionalit.

HAND-STATES E PROPRIETA SINTATTICHE DEL MOVIMENTO Il modello MNS1 di Oztop e Arbib22 unestensione di un modello precedente chiamato FARS23: questo un modello computazionale del

sistema di controllo della prensione nel primate, basato sulle scoperte di Rizzolatti e Sakata riguardo allarea AIP e alle sue proiezioni corticocorticali verso larea F5. E stato progettato allo scopo di mostrare come F5 e AIP possano agire come parte del circuito di trasformazione visuomotoria che permette, a partire dalla percezione visiva di un oggetto, di selezionare il tipo di movimento adeguato alla sua prensione. Le scoperte di Sakata riguardo ad AIP e di Rizzolatti su F5 sono state interpretate Humana.Mente Anno I Vol 1 - ISSN 1972-1293 9

da Arbib e Fagg in termini di elicitazioni (affordances) gibsoniane24: pi precisamente, i due autori hanno cercato di mostrare, da un lato, la capacit di AIP di rappresentare i movimenti di prensione elicitati dalla percezione visiva delloggetto e, dallaltro, la capacit di F5 di selezionare e guidare lesecuzione del movimento di prensione adeguato alloggetto. Il modello FARS suggerisce inoltre come F5 potrebbe usare informazioni riguardanti, direttamente o indirettamente, i compiti da eseguire come vincoli per guidare la scelta in caso di elicitazioni multiple. Il modello FARS in realt molto complesso e un suo esame approfondito richiederebbe troppo tempo: qui ci concentreremo invece sul modello MNS1 progettato da Oztop e Arbib, che da FARS direttamente deriva, o meglio, ne unestensione. Lidea fondamentale del modello MNS1 che il cervello amplia le prestazioni del meccanismo modellato da FARS (ovvero il meccanismo deputato al riconoscimento delle elicitazioni di prensione di un oggetto e alla loro trasformazione in un programma motorio adeguato) affiancando a questo un meccanismo che riconosce unazione in base alla conformazione della mano (hand-state) e alla relazione tra la traiettoria dapertura della mano e le elicitazioni di un oggetto. Il concetto chiave alla base del modello MNS1 dunque quello di hand-state, in qualit di informazione necessaria a determinare, per estrapolazione, se una certa pre-apertura della mano, associata ad una certa traiettoria di movimento, culminer o meno in unazione di prensione adeguata alle affordances delloggetto osservato. Lo hand-state volutamente definito come una relazione mano e oggetto; dunque un concetto neutro rispetto alla prospettiva dellosservatore. Questo concetto ci rimanda alle nostre considerazioni sulla cecit del MSys rispetto allidentit dellagente. Riteniamo che proprio, grazie a questa neutralit, il concetto di hand-state diventi un buon candidato al ruolo di elemento che consente la generalizzazione mano del soggettomano altrui. A prescindere dalle ipotesi sopravvenientistiche della genesi di questa generalizzazione, fornite dai due autori, crediamo che il concetto di hand-state, e anche il ruolo che a questo concetto viene affidato nel modello, siano compatibili con il concetto, e relativo ruolo, che abbiamo individuato nelle propriet sintattiche dellazione. Coerentemente con la definizione che abbiamo dato di propriet sintattiche, gli hand-states forniscono informazioni relative alla struttura, alla costruzione dellazione, che potrebbero consentire una sua classificazione in base a criteri funzionali. Alla luce di queste analogie, crediamo di poter affermare correttamente che linterpretazione deflazionistica del MSys da noi fornita sia compatibile e coerente con la struttura del modello MNS1 di Oztop e Arbib.

modi: dallipotesi che il MSys si sia evoluto da un semplice meccanismo di controllo dellazione, si arrivati fino a speculazioni riguardanti comprensione dello scopo, intenzionalit, genesi evolutiva delle capacit linguistiche e teorie della mente. In questo articolo abbiamo analizzato i problemi relativi alluso di termini intenzionali non univoci come scopo e comprensione allinterno delle interpretazioni della funzione del MSys. Abbiamo proposto unalternativa e deflazionistica interpretazione della sua attivit, che ha eliminato il concetto di intenzionalit dalla spiegazione. Non si tratta di una semplice riformulazione terminologica che elude il problema con un gioco linguistico. E invece uninterpretazione sostanzialmente differente da quelle proposte dagli altri autori, che si limita a considerare lattivit dei Neuroni specchio, e del MSys in generale, come espressione di un meccanismo di riconoscimento delle formule ben formate (fbf) del movimento (o di un loro sottoinsieme). Abbiamo introdotto una distinzione tra gli aspetti semantici e sintattici del movimento (utilizzando la metafora linguistica puramente a scopo illustrativo), identificando nei primi lintenzionalit dellagente che compie lazione, nei secondi gli aspetti costruttivi, strutturali dellazione eseguita (conformazione della mano, traiettoria del movimento, successione di sequenze motorie utilizate, muscoli attivati, etc.). Abbiamo definito fbf del movimento quelle sequenze motorie che rispondono a determinati principi funzionali e costruttivi. Abbiamo inoltre distinto tra significato1 e significato 2 dellazione, riferendoci al primo come al significato funzionale/costruttivo dellazione, ovvero relativo ai suoi aspetti sintattici; al secondo come al significato intenzionale, ovvero relativo agli aspetti semantici. Sosteniamo dunque che il MSys sia effettivamente sensibile allo scopo, al significato dellazione eseguita/osservata, ma solo se per significato intendiamo il termine nella sua accezione funzionale-costruttiva, ovvero se stiamo parlando del significato1. Linterpretazione deflazionistica da noi fornita ha comportato alcune conseguenze sulle implicazioni filosofiche attribuite al MSys: eliminando infatti il concetto di intenzionalit dalla funzione cognitiva del MSys, si riduce linteresse che per la sua scoperta pu nutrire il dibattito sulla teoria della mente. Il nostro lavoro non mette in discussione la possibile correttezza delle interpretazioni del MSys sul modello fornito da Gallese e colleghi, ma vuole distinguere gli aspetti pi fondati, pi saldamente ancorati ai dati effettivi, di tali interpretazioni, da quelli pi speculativi, rimandando la discussione di questi ultimi in attesa di future conferme. Per quanto differente dalle interpretazioni fornite dagli altri autori, quella che proponiamo qui compatibile con la maggior parte di esse. Una

CONCLUSIONI La caratteristica modalit di attivazione neuroni specchio poteva sembrare solo unanomalia del sistema percettivo: fin dalla loro scoperta invece, stata considerata espressione di un meccanismo neurale il cui studio avrebbe potuto chiarire molti aspetti della cognizione umana. Lattivazione isomorfa dei Neuroni specchio durante lesecuzione di unazione finalizzata, e durante losservazione della stessa azione compiuta da terzi, stata interpretata dagli studiosi dellargomento in vari Humana.Mente Anno I Vol 1 - ISSN 1972-1293 10

certa coerenza stata riscontrata anche con il modello funzionale MNS1 di Oztop e Arbib. Gli hand-states postulati dal loro modello sembrerebbero coincidere, funzionalmente, con gli aspetti costruttivi dellazione che abbiamo identificato. Francesco Mariotti NOTE 1. Di Pellegrino, G., Fadiga, L., Fogassi, L., Gallese, V., Rizzolatti, G. Understanding Motor Events: a Neurophysiological Study in Exp.Brain Res., 91 (1992), 176-80.

2. Gallese, V. et al. Deficit of hand preshaping after muscimol injection in monkey parietal cortex, in NeuroReport, , 5 (1994), 1525-9. 3. Rizzolatti, G., Fadiga, L, Gallese, V., Fogassi, L., Premotor cortex and the recognition of motor actions in Cog. Brain Res., 3 (1996), 131-41. 4. Fadiga, L. et al. Motor facilitation during action observation: a magnetic stimulation study in Journal of Neurophys., 73 (1995), 2608-11. Iacoboni, M. et al. Cortical Mechanisms of Human Imitation in Science, 286 (1999), 2526-28. Buccino, G. et al. Action observation activates premotor and parietal areas in a somatotopic manner: an fMRI study in Europ.J.Neurosc., 13 (2001), 400-4. Maeda, F. et al. Experience-dependent modulation of cortico-spinal excitability durino action observation in Exp.Brain Res., 11 (2001), 62835. Maeda, F. et al. Motor Facilitation While Observing Hand Actions: Specificity of the Effect and Role of Observer's Orientation in J.Neurophysiol., 87 (2002), 1329 35. Kohler, E. et al. Hearing Sounds, Understanding Actions: Action Representation in Mirror Neurons in Science, 297 (2002), 846-8. Aziz-Zadeh, L. et al. Lateralization of the Human Mirror Neuron System in Jour.Neurosci. 26, 11 (2006), 2964-70. Molnar-Szakacs, I. et al. Observing complex action sequences: The role of the fronto-parietal mirror neuron system in NeuroImage, 33 (2006), 923-35. 5. Cfr. n. 3. Rizzolatti, G. et al. The Mirror System in Humans in Stamenov, M.I. & Gallese, V. (Eds.) Mirror Neurons and the evolution of brain and language, John Benjamins Pub., Amsetrdam / Philadelphia (2002), 37-59. 6. Fadiga, L. et al. Visuomotor neurons: ambiguity of the discharge or motor perception? in International Journal of Psychophysiology, 35 (2000), 165-77. 7. Rizzolatti, G. & Arbib, M.A., Language within our grasp in Trends in Neuroscience, 21, 5 (1998), 188-94. 8. Gallese, V. & Goldman, A. Mirror neurons and the simulation theory of mind-reading, in Trends in Cog. Sci., 2, 12 (1998), 493-501. Gallese, V. The SharedManifold Hypothesis in Thompson,E. Between Ourselves: Second-person issues in the study of consciousness, Imprintic Academic Ed. (2001), 33-50. Gallese, V. La molteplice natura delle relazioni interpersonali: la ricerca di un commune meccanismo reurofisiologico in Networks, 1 (2004), 24-47. 9. Gallese, V. (2001), vedi nota 8. 10. Jonas, H., La cibernetica e lo scopo: una critica, Ed. ETS, Pisa (1999). 11. Taylor, R., "Comments on a Mechanistic Conception of Purposefulness," in Philosophy of Science, 17 (1950), 310-317. Su Richard Taylor cfr. Tamburrini, G. I matematici e le macchine intelligenti, Ed. Bruno Mondatori, Matematica e dintorni (2002), 5-28. 12. Rosenblueth, A., Wiener, N., Bigelow,J. "Behavior, Purpose and Teleology" in Philosophy of Science, 10 (1943), 18-24. 13. Stamenov, M.I. Some features that make mirror neurons and human language faculty unique in Stamenov, M.I. & Gallese, V. (Eds) Mirror Neurons and the evolution of brain and language, John Benjamins Pub., Amsetrdam / Philadelphia (2002), 249-271. 14. Il problema dello sviluppo del controllo motorio rimane un dibattito aperto. La generalizzazione della direzione di questo sviluppo che qui proponiamo non vuole negare la possibilit di un adattamento non lineare del controllo motorio, attraverso alternanze di bloccaggio e sbloccaggio di gradi di libert. Qui si vuole solo estrapolare uno schizzo del disegno generale, e soprattutto della direzione, verso cui tende questo sviluppo. Su questo argomento cfr.:

-Bernstein, N. The coordination and regulation of movements New York: Pergamon (1967); -Taga, G.Freezing and freeing degrees of freedom in a model neuro-musculo skeletal systems for the development of locomotion in Proc. of the 16th Int. Society of Biomechanics Congress, (1997), 47. 15. Edelman, G. Neural Darwinism. The Theory of Neuronal Group Selection, Basic Books, New York (1987). 16. Ci riferiamo alle varie formulazioni della Construction Grammar di cui qui possiamo riassumere cos lidea fondamentale: le costruzioni sono corrispondenze forma-significato che esistono indipendentemente dal significato degli elementi lessicali che le riempiono; le costruzioni stesse sono portatrici di significato indipendentemente dalle parole contenute nella frase. Su questo argomento cfr.: -Fillmore, C.J. The Case of Case in Bach, E., Harms, R.T. ,Universals and Linguistic Theory, Rinehart and Winston (1966), 01-88. -Fillmore, C.J. Frames and the Semantics of Understanding in V. Raskin (ed.) Round Table Discussion on Frame/Script Semantics Part I, Quaderni di Semantica VI: 2 (1985), 222-54. -Fillmore, C.J. et al. Regularity and idiomacity in grammatical constructions ; The case of {\it let alone} in Language, 64 (1988), 501-38. Goldberg, A.E. Constructions: A Construction Grammar Approach to Argument Structure, Chicago (1995), The University Press of Chicago.

17. Decety, J. et al. Mapping motor representations with positron emission tomography in Nature, 371 (1994), 600-2. 18. Il concetto di Multiple Realizability stato introdotto in filosofia della mente da Hilary Putnam. Cfr.: Putnam, H. Mind, Language, and Reality: Philosophical Papers, vol. 2., Cambridge (1975), Cambridge University Press. Per una discussione di questo concetto cfr.: Fodor, J. Representations, cap. 4, Cambridge MA (1981): MIT Press. 19. Gallese, V. & Goldman, A. Mirror neurons and the simulation theory of mind-reading, in Trends in Cog. Sci., 2, 12 (1998), 493-501. 20. Davies, M. & Stone, T. (Eds.) Mental Simulation Readings in Mind & Language, Oxford U.K. (1995), Blackwell Publishers. Greenwood, J.D. (Ed.) The future of folk psychology, Cambridge University Press (1991). 21. Vogeley, K. et al. Mind Reading: Neural Mechanisms of Theory of Mind and Self-Perspective in NeuroImage, 14 (2001), 170-181. 22. Oztop, E. & Arbib, M.A. Schema desing and implementation of the grasp-related mirror neuron system in Biol. Cybern., 87 (2002), 116140. Oztop, E. et al. Mirror neurons and imitation: A computationallyguided review in Neural Networks, 19 (2006), 254-71. 23. Fagg, A.H. & Arbib, M.A. Modelling parietal-premotor interactions in primate control of grasping in Neural Networks, 11 (1998), 1277303. 24. Il termine elicitazione (affordance), ripreso da quello di Gibson, si riferisce a quei parametri per linterazione motoria che sono segnalati da cues sensoriali senza bisogno di coinvolgere processi di alto livello di riconoscimento dellazione. Cfr.: Gibson, J.J. The senses considerated as perceptual systems Houghton Mifflin, Boston (1966).

BIBLIOGRAFIA Aziz-Zadeh, L. et al. Lateralization of the Human Mirror Neuron System in Jour.Neurosci. 26, 11 (2006), 2964-70. Bernstein, N. The coordination and regulation of movements New York: Pergamon (1967).

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Buccino, G. et al. Action observation activates premotor and parietal areas in a somatotopic manner: an fMRI study in Europ.J.Neurosc., 13 (2001), 400-4. Davies, M. & Stone, T. (Eds.) Mental Simulation Readings in Mind & Language, Oxford U.K. (1995), Blackwell Publishers. Decety, J. et al. Mapping motor representations with positron emission tomography in Nature, 371 (1994), 600-2. Di Pellegrino, G., Fadiga, L., Fogassi, L., Gallese, V., Rizzolatti, G. Understanding Motor Events: a Neurophysiological Study in Exp.Brain Res., 91 (1992), 176-80. Edelman, G. Neural Darwinism. The Theory of Neuronal Group Selection, Basic Books, New York (1987). Fadiga, L. et al. Motor facilitation during action observation: a magnetic stimulation study in Journal of Neurophys., 73 (1995), 2608-11. Fadiga, L. et al. Visuomotor neurons: ambiguity of the discharge or motor perception? in International Journal of Psychophysiology, 35 (2000), 165-77. Fagg, A.H. & Arbib, M.A. Modelling parietal-premotor interactions in primate control of grasping in Neural Networks, 11 (1998), 1277-303. Fillmore, C.J. Frames and the Semantics of Understanding in V. Raskin (ed.) Round Table Discussion on Frame/Script Semantics Part I, Quaderni di Semantica VI: 2 (1985), 222-54. Fillmore, C.J. The Case of Case in Bach, E., Harms, R.T. ,Universals and Linguistic Theory, Rinehart and Winston (1966), 01-88. Fillmore, C.J. et al. Regularity and idiomacity in grammatical constructions ; The case of {\it let alone} in Language, 64 (1988), 501-38. Fodor, J. Representations, cap. 4, Cambridge MA (1981): MIT Press. Gallese, V. & Goldman, A. Mirror neurons and the simulation theory of mind-reading, in Trends in Cog. Sci., 2, 12 (1998), 493-501. Gallese, V. & Goldman, A. Mirror neurons and the simulation theory of mind-reading, in Trends in Cog. Sci., 2, 12 (1998), 493-501. Gallese, V. La molteplice natura delle relazioni interpersonali: la ricerca di un commune meccanismo reurofisiologico in Networks, 1 (2004), 24-47. Gallese, V. The SharedManifold Hypothesis in Thompson,E. Between Ourselves: Second-person issues in the study of consciousness, Imprintic Academic Ed. (2001), 33-50. Gallese, V. et al. Deficit of hand preshaping after muscimol injection in monkey parietal cortex, in NeuroReport, , 5 (1994), 1525-9. Gibson, J.J. The senses considerated as perceptual systems Houghton Mifflin, Boston (1966). Goldberg, A.E. Constructions: A Construction Grammar Approach to Argument Structure, Chicago (1995), The University Press of Chicago. Greenwood, J.D. (Ed.) The future of folk psychology, Cambridge University Press (1991). Iacoboni, M. et al. Cortical Mechanisms of Human Imitation in Science, 286 (1999), 2526-28. Jonas, H., La cibernetica e lo scopo: una critica, Ed. ETS, Pisa (1999). Kohler, E. et al. Hearing Sounds, Understanding Actions: Action Representation in Mirror Neurons in Science, 297 (2002), 846-8.

Maeda, F. et al. Experience-dependent modulation of cortico-spinal excitability durino action observation in Exp.Brain Res., 11 (2001), 62835. Maeda, F. et al. Motor Facilitation While Observing Hand Actions: Specificity of the Effect and Role of Observer's Orientation in J.Neurophysiol., 87 (2002), 1329 35. Molnar-Szakacs, I. et al. Observing complex action sequences: The role of the fronto-parietal mirror neuron system in NeuroImage, 33 (2006), 923-35. Oztop, E. & Arbib, M.A. Schema desing and implementation of the grasp-related mirror neuron system in Biol. Cybern., 87 (2002), 116140. Oztop, E. et al. Mirror neurons and imitation: A computationallyguided review in Neural Networks, 19 (2006), 254-71. Putnam, H. Mind, Language, and Reality: Philosophical Papers, vol. 2., Cambridge (1975), Cambridge University Press. Rizzolatti, G. & Arbib, M.A., Language within our grasp in Trends in Neuroscience, 21, 5 (1998), 188-94. Rizzolatti, G. et al. The Mirror System in Humans in Stamenov, M.I. & Gallese, V. (Eds.) Mirror Neurons and the evolution of brain and language, John Benjamins Pub., Amsetrdam / Philadelphia (2002), 37-59. Rizzolatti, G., Fadiga, L, Gallese, V., Fogassi, L., Premotor cortex and the recognition of motor actions in Cog. Brain Res., 3 (1996), 13141. Rosenblueth, A., Wiener, N., Bigelow,J. "Behavior, Purpose and Teleology" in Philosophy of Science, 10 (1943), 18-24. Stamenov, M.I. Some features that make mirror neurons and human language faculty unique in Stamenov, M.I. & Gallese, V. (2002), 249-271. Stamenov, M.I. & Gallese, V. (Eds) Mirror Neurons and the evolution of brain and language, John Benjamins Pub., Amsetrdam / Philadelphia (2002), 249-271. Taga, G. Freezing and freeing degrees of freedom in a model neuro-musculo skeletal systems for the development of locomotion in Proc. of the 16th Int. Society of Biomechanics Congress, (1997), 47. Tamburrini, G. I matematici e le macchine intelligenti, Ed. Bruno Mondatori, Matematica e dintorni (2002), Taylor, R., "Comments on a Mechanistic Conception of Purposefulness," in Philosophy of Science, 17 (1950), 310-317. Vogeley, K. et al. Mind Reading: Neural Mechanisms of Theory of Mind and Self-Perspective in NeuroImage, 14 (2001), 170-181.

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Spiegare la Complessit
I. Affrontare la complessit: un problema per le metodologie scientifiche tradizionali Lo studio dei sistemi complessi un ambito di ricerca oggi in pieno sviluppo. Lo studio matematico di questo tipo di sistemi nasce soprattutto per rispondere a due esigenze: da un lato i difficili tentativi di matematizzazione allinterno di molte scienze cosiddette speciali, quali leconomia, la sociologia e la biologia, e dallaltro la nascente attenzione, in fisica, allo studio di sistemi aperti con attrattori. Negli anni 50-60 tent di venire incontro a queste esigenze la cosiddetta Teoria Generale dei Sistemi, orizzonte di ricerca dal programma fortemente interdisciplinare (e probabilmente anche fortemente dispersivo) . Limpostazione della Teoria Generale dei Sistemi stata ereditata quasi immutata dalla teoria dei sistemi complessi, caratterizzata per anche da un uso massiccio del computer e da una particolare attenzione rivolta ai sistemi caotici ed ai sistemi auto-organizzanti. La fisica di stampo classico sempre stata legata ad unimpostazione di tipo analitico/lineare, che basa lo studio di un sistema su una scomposizione dello stesso in elementi analizzabili indipendentemente e sullesame del suo comportamento in relazione a poche variabili rilevanti, considerando il resto dei dati come condizioni al contorno.
[...] la fisica [...] ha potuto scoprire leggi di natura. Questa scoperta stata resa possibile da esperimenti reali o di pensiero nei quali vengono mutati soltanto pochi parametri (o soltanto un parametro): ad esempio laltezza o il peso negli esperimenti di Galileo sulla caduta dei gravi. A questa metodologia associata una tendenza egualmente importante: la ricerca di elementi semplici attraverso la scomposizione dei sistemi nelle loro parti.2
1

Un approccio del genere per risultato fallimentare nel momento in cui la scienza si dovuta confrontare con lo studio di sistemi altamente complessi. Non vi una definizione universalmente accettata di sistema complesso, ma in generale possiamo dire che un sistema considerato complesso se costituito da un alto numero di parti interconnesse, tale che non possibile spiegare il suo comportamento senza prendere in considerazione il livello organizzativo; questo livello di analisi pu essere definito come lo studio delle interazioni fra le varie componenti di un sistema, finalizzato al riconoscimento dei vincoli a cui sottoposto il comportamento di ogni elemento in relazione al comportamento degli altri elementi, andando quindi ad identificare allinterno del sistema particolari strutture, come gruppi e gerarchie, la cui presenza risulta rilevante per la caratterizzazione del comportamento del sistema. 5 Lattenzione che deve essere rivolta al livello organizzativo diviene un forte ostacolo al programma riduzionista poich diviene necessaria lanalisi della topologia del sistema: almeno parte della spiegazione non quindi riducibile allo studio dei sotto-sistemi isolati, ma corrisponde allinterazione fra essi.

[] di fronte a tale organizzazione, le spiegazioni che fanno uso solo di informazioni ottenute investigando a livelli inferiori falliscono, e spiegazioni adeguate necessitano di una esposizione di come lorganizzazione nel sistema generi il fenomeno.6

Nella sua accezione pi forte, la nozione di sistema complesso fortemente olistica e limpostazione sistemica focalizzata sullo studio delle interazioni fra le parti, astraendo il pi possibile dalla specifica natura fisica di queste (perlomeno tralasciando tutte le caratteristiche che non influiscono sulla natura delle interazioni). Il livello di complessit di un sistema si pone quindi allinterno di un continuum che va da sistemi altamente modulari, con sotto-sistemi dai comportamenti distinti, a sistemi in cui le uniche propriet rilevanti sono di carattere topologico globale ed i cui componenti sono interscambiabili fra di loro;7 la maggior parte dei sistemi che i ricercatori si trovano di fronte si pongono per ad un livello intermedio, in cui le parti presentano comportamenti distinti, ma che vengono vincolati dal tipo di interazioni che esse intrattengono.

Unimpostazione del genere quindi legata ad un approccio che punta alla modularizzazione delloggetto di studio e allanalisi di ogni componente indipendentemente; a sua volta ogni componente pu essere sottoposta a una nuova modularizzazione, procedendo quindi attraverso una gerarchia di sistemi descritti in maniera sempre pi

particolareggiata.3 Questa impostazione andata avanti di pari passo con un approccio riduzionista, secondo cui una spiegazione ad un qualunque livello di descrizione pu essere ridotta, almeno in linea di principio, ad una spiegazione di livello inferiore, fino a ridursi a spiegazioni al livello micro-fisico.

Ad un estremo abbiamo sistemi che esibiscono particolari propriet semplicemente perch essa posseduta dalle parti del sistema. [...] Allaltro capo di questo continuum incontriamo sistemi il cui comportamento imputabile quasi esclusivamente al modo in cui le parti sono messe insieme. Nei casi pi estremi, le componenti sono funzionalmente identiche, e quindi intercambiabili. [...] Nel mezzo troviamo sistemi le cui parti forniscono contributi caratteristici, ma la maniera in cui queste sono aggregate impone interessanti vincoli allazione delle singole parti e conduce a comportamenti inattesi del sistema considerato integralmente.8

Cercando di spiegare un sistema in riferimento alle sue parti, procedimento comune assumere sia che tale sistema sia fortemente modulare, sia che abbia una struttura gerarchica.
[...] Nella pratica scientifica, lassunzione che i sistemi abbiano una struttura modulare e gerarchica tende a favorire programmi di tipo riduzionistico. [...] Poca attenzione viene rivolta allorganizzazione, dato che questa viene considerata lineare e relativamente poco importante. La maggior parte della ricerca viene rivolta alla comprensione delle parti.4

Il livello organizzativo quindi centrale nello studio della complessit e difatti la tassonomia dei sistemi si basa generalmente sulla natura delle interazioni fra le componenti e sullevoluzione che queste interazioni hanno nel tempo. Prima di tutto possiamo differenziare i sistemi in statici e dinamici. In questi ultimi almeno parte delle interazioni fra le componenti mutano nel tempo, mentre nei primi le interazioni rimanHumana.Mente Anno I Vol 1 - ISSN 1972-1293 13

gono fisse (ad esempio in un cristallo, ma anche la maggior parte dei processi interni di un organismo adulto); la staticit del sistema legata al tipo di analisi che siamo interessati a svolgere, alle variabili che riteniamo rilevanti, visto che ognuno di questi sistemi, ad un diverso livello di osservazione, si presta ad essere considerato dinamico (ad esempio, nellorganismo adulto i molti processi interni che possono essere considerati stabili, perch caratterizzati da equilibri biochimici che si mantengono costanti, si rivelano ovviamente dinamici nel momento in cui andiamo a studiare i processi metabolici che sottostanno a tali equilibri). Un sistema dinamico pu essere organizzato o disordinato: nel sistema organizzato le dinamiche di ogni componente sono vincolate dalle interazioni che intrattiene con le altre componenti (come in un flusso di liquido, in cui il movimento di una particella non libero, ma vincolato in velocit e direzione a quello delle altre particelle), mentre nel sistema disordinato il comportamento di ogni elemento libero, cio non vincolato da quello delle altre parti (ad esempio un volume di gas ideale in uno stato di equilibrio, in cui per ogni particella ogni direzione di movimento ugualmente probabile). Lanalisi dei sistemi organizzati tratta quindi lorganizzazione per mezzo di insiemi di variabili mutuamente dipendenti. Un sistema si distingue in aperto o chiuso a seconda che abbia o meno un interscambio di materia o energia con lambiente attorno. La fisica classica ha principalmente studiato sistemi chiusi, come il volume di gas ideale isolabile dallambiente esterno tipico della termodinamica classica. Per questi sistemi vale la seconda legge della termodinamica, secondo cui un sistema tende sempre verso uno stato di equilibrio, caratterizzato dal maggiore disordine (aumento dellentropia). Quando parliamo di sistema chiuso, come pure di sistema assolutamente disordinato (nel senso visto sopra di assoluta mancanza di reciproci vincoli fra gli elementi), stiamo ovviamente facendo delle idealizzazioni: ad esempio i sistemi chiusi di gas ideale della termodinamica classica sono un modello teorico di riferimento, utile per descrivere il comportamento dei reali sistemi gassosi utilizzati nelle procedure sperimentali. Tali sistemi reali sono quasi chiusi e costituiti da elementi con un comportamento quasi libero, nel senso che le interazioni del sistema con lambiente e fra le particelle sono talmente poco rilevanti da permettere di sviluppare modelli che non le considerano. Per quanto riguarda invece i sistemi aperti, un classico esempio un qualunque organismo vivente, che per il proprio mantenimento deve assumere energia dallambiente, restituendo materiali energeticamente degradati. Pi precisamente in questo caso stiamo parlando di sistemi dissipativi, cio sistemi organizzati in maniera tale da poter utilizzare un flusso di energia in ingresso per mantenere o evolvere la propria struttura, senza permetterle di cadere in uno stato disordinato. Molte scienze non fisiche (ad es. biologia, sociologia, economia, psicologia) ed anche nuovi campi della fisica (come lo studio dei sistemi caotici) hanno a che fare con sistemi per definizione aperti, che possono essere analizzati come sistemi dissipativi.

Un caso particolare di sistema dissipativo rappresentato dai sistemi auto-organizzanti, cio sistemi aperti che tendono autonomamente verso il raggiungimento ed il mantenimento di uno stato ordinato. Un sistema si definisce auto-organizzato quando esibisce una struttura interna organizzata, la cui generazione e mantenimento il risultato delle interazioni collettive fra gli elementi del sistema. In tali sistemi, il passaggio ad uno stato ordinato viene s indotto da variazioni ambientali, visto che stiamo parlando di sistemi dissipativi (che quindi necessitano di particolari scambi di energia e/o materia con lambiente), ma lemergere di tale comportamento ordinato non pu essere spiegato facendo riferimento a forme di controllo esterne al sistema o presenti in esso in forma centralizzata; non abbiamo altra possibilit che vederlo come un risultato del comportamento locale dei singoli elementi. Facciamo un esempio classico e molto semplice: le celle di Bnard. Prendiamo una quantit dacqua a temperatura ambiente: essa sar un sistema disordinato (non si tratta di un gas ideale e il movimento di ogni particella sar moderatamente vincolato dal movimento delle particelle vicine, ma in maniera cos poco rilevante per i nostri interessi che possiamo permetterci di parlare di movimento casuale). Scaldiamo lacqua dal basso, mantenendo la superficie superiore a temperatura ambiente: il liquido in basso, riscaldato, risulter di peso specifico minore di quello in alto e tenter di salire, mentre il liquido in alto, pi pesante, tender a muoversi verso il basso. Al raggiungimento di una temperatura critica, il movimento dellacqua si organizzer nelle celle di Bnard, cio in una serie di flussi ciclici paralleli che vincolano il movimento dellacqua nel sistema.

Figura 1: movimento casuale delle molecole di un liquido (sinistra) e movimento organizzato nelle celle di Brnard (destra)

Il fenomeno di Bnard un esempio di sistema auto-organizzato: in risposta ad una particolare condizione ambientale le dinamiche degli elementi del sistema si coordinano spontaneamente in una forma organizzata e stabile, finch le condizioni ambientali non mutano in maniera rilevante. Si tratta quindi di un sistema aperto che, in risposta a certe condizioni ambientali, passa autonomamente da uno stato disordinato ad uno organizzato e lo mantiene finch le condizioni ambientali lo permettono.

Humana.Mente Anno I Vol 1 - ISSN 1972-1293 14

Nonostante lapproccio sistemico sia fortemente olistico, un approccio modulare allanalisi del sistema non gli comunque estraneo, e quando possibile loggetto di studio viene strutturato in una gerarchia organizzativa: ambiente, sistemi e sottosistemi. Questa gerarchia risulta per ben pi complessa che nellapproccio analitico. Il problema non tanto nellidentificare le componenti del sistema, che possono essere individuate tramite metodi sperimentali; il problema reale capire se il comportamento di tali componenti possa essere studiato indipendentemente dal resto del sistema. Affinch il sistema sia distinguibile dal suo ambiente, o che una porzione di un sistema sia definibile come sottosistema, necessario che il grado di interdipendenza fra le sue componenti risulti considerevolmente pi elevato del grado di interazione con lesterno. Un sistema deve essere quindi chiaramente distinto dal suo ambiente, ma al contempo aperto a certi tipi di interazioni con lesterno legate alla propria gestione energetica (linterazione del sistema con lesterno deve essere selettiva, come ad esempio la permeabilit di una membrana cellulare). Un buon discriminante per la demarcazione di un sistema organizzato, per quanto sempre con un alto grado di arbitrariet nella sua applicazione, la sua stabilit in relazione ai mutamenti esterni, definita come chiusura organizzativa: un sistema chiuso organizzativamente rispetto al proprio ambiente se al suo interno completamente definita una struttura fondata su feed-back negativi che rende il comportamento del sistema relativamente stabile in rapporto alle dinamiche ambientali. Un sistema dissipativo deve quindi per definizione essere termodinamicamente aperto, ma organizzativamente chiuso verso lesterno.
9

delle propriet B differiscano per la propriet A. Il fatto che loggetto soddisfi linsieme di propriet B implica che loggetto soddisfi anche la propriet A, ed non possibile una variazione relativa alla propriet A se non vi una corrispondente variazione nellinsieme di propriet B.11

- Le strutture emergenti non sono aggregati, cio non sono risultati prevedibili dalla somma delle propriet delle parti.

- Le propriet emergenti possono avere effetti causali sulle propriet di livello pi basso (causalit verso il basso).12

La nozione di emergenza si pone quindi come avversario diretto della nozione di riduzione, sottolineando come nei sistemi complessi vi siano alcune propriet la cui natura non sia esaminabile tramite un approccio rigidamente analitico, riducendole a propriet delle parti componenti del sistema.

Questa breve presentazione delle caratteristiche pi distintive dei sistemi complessi e dellimpostazione sistemica ha voluto mettere in rilievo come in questo ambito divenga fondamentale lo studio della maniera in cui le varie componenti del sistema interagiscono fra di loro e, nel caso dei sistemi auto-organizzanti, anche di come queste interazioni evolvano nel tempo. Questa linea di ricerca si contrappone alla classica impostazione analitica, e, di conseguenza, lo studio della complessit porta con s un forte cambiamento nellapproccio metodologico e in alcuni concetti ad esso correlati, come quello di riduzione. Questi cambiamenti, oltretutto, hanno un carattere fortemente interdisciplinare, visto che i sistemi

Unimportante nozione legata allo studio dei sistemi organizzati quella di emergenza: una propriet emergente se non deducibile dalle propriet delle singole parti, ma il risultato del comportamento del sistema nella sua totalit, cio dalla natura delle parti e dal particolare modo in cui interagiscono.

complessi sono oggetto di studio in molti ambiti.

II. Gli strumenti formali per lo studio dei sistemi complessi Andiamo ora a vedere alcuni degli strumenti che pi tipicamente vengono usati per lanalisi dei sistemi complessi.

Una propriet F di un sistema S , costituito dalle componenti in una certa relazione R fra di loro, emergente se e solo se (a) vi una legge che abbia per effetto che tutti i sistemi con quella stessa struttura soddisfino F, e se (b) nonostante ci, a partire dalle leggi generali della scienza naturale, che si applicano a tutti i tipi di oggetti e non solo ad oggetti come in una certa relazione R fra di loro, non possibile provare che sistemi che abbiano la stessa struttura di S abbiano tutte le caratteristiche (o esibiscano esattamente quel comportamento) che sono proprie della propriet F.10

Come gi accennato, si soliti formalizzare lorganizzazione di un sistema per mezzo di un insieme di variabili mutuamente dipendenti. Lo stato di un sistema viene quindi definito dal valore di una serie di variabili, che si muovono allinterno di un intervallo finito o infinito, discreto o continuo, e che inizialmente assumiamo possano variare indipendentemente luna dallaltra. Quindi, scelte le variabili rilevanti e specificata la loro natura, lo stato s di un sistema a n variabili viene definito da una stringa di valori . Col termine spazio degli stati si intende linsieme di tutte le possibili configurazioni del sistema con le relative transizioni di stato, e possiamo darne una rappresentazione geometrica attribuendo ad ogni variabile del sistema una dimensione. Lo spazio degli stati uno strumento tipico della fisica13 e utile soprattutto per lo studio dellevoluzione dei sistemi dinamici.14 Prendiamo ad esempio il caso di un gas ideale: il sistema composto da N particelle (in genere parliamo di cifre dellordine del numero di Avogadro, ) e lo stato di ogni particella definito da 6 variabili (3 per la posizione della particella nello spazio e 3 per il suo momento); in linea Humana.Mente Anno I Vol 1 - ISSN 1972-1293 15

Anche la nozione di propriet emergente quindi legata al livello organizzativo del sistema, visto che si tratta di propriet che non dipendono solo dalle componenti del sistema, ma soprattutto da come queste sono organizzate. Tre aspetti sono fondamentali per la nozione di emergenza:

- Sopravvenienza: la propriet emergente non esiste pi se il livello inferiore viene rimosso (non c divisione mistica fra i due livelli); in particolare una propriet A sopravviene su un insieme di propriet B se e solo se non possibile che due oggetti identici in relazione allinsieme

di principio il comportamento del sistema potrebbe essere quindi descritto in uno spazio di stati a 6N dimensioni. Nella maggior parte dei casi lo spazio degli stati rimane unastrazione teorica inutilizzabile nella pratica sperimentale: la maggior parte dei sistemi complessi in natura hanno, come nel caso precedente, un numero di variabili intrattabile, il cui valore solitamente anche impossibile da determinare tramite osservazione. I processi di auto-organizzazione vengono formalizzati nello spazio degli stati attraverso la teoria degli attrattori. I processi dinamici di un sistema si traducono in una traiettoria allinterno dello spazio degli stati, in cui ogni punto corrisponde allo stato del sistema in un dato momento. Per attrattore si definisce un sottoinsieme dello spazio degli stati tale che la traiettoria del sistema tende a entrare al suo interno ed a rimanervi, anche partendo da stati iniziali che differiscono fra loro in maniera rilevante. Esistono molte forme di attrattore: i pi semplici sono quello puntuale (il sistema raggiunge uno stato di equilibrio) e quello ciclico (il sistema rimane intrappolato in un comportamento periodico, di cui un esempio sono le celle di Bnard viste sopra). Esistono comunque vari altri tipi di attrattori: cicli antilimite, attrattori toroidali, fino agli attrattori dei sistemi caotici, le. Ad ogni attrattore legato un bacino di attrazione; questo un sottoinsieme dello spazio degli stati che circonda un attrattore e i cui elementi corrispondono a tutti gli stati del sistema che evolvono necessariamente in tale attrattore. Quindi, mentre nei sistemi chiusi una variazione nelle condizioni iniziali porta ad una variazione nelle condizioni finali, nei sistemi aperti invece possibile che uno stesso stato finale sia raggiungibile a partire da diverse condizioni iniziali. Lo studio degli attrattori ha cos introdotto in fisica due concetti inaspettati e strettamente legati fra di loro: lequifinalit (pi stati possono tendere verso uno stesso comportamento) e lirreversibilit (se il comportamento di un sistema si trova allinterno dellattrattore non possibile ricostruire la storia passata del sistema). Gli studi dei sistemi caotici
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portamento del sistema, non quindi una funzione fissa, ma varia la sua natura in relazione allo stato del sistema, definito da x.

Unaltra tipologia di strumento per lo studio della complessit rappresentata da insiemi di unit a stati discreti interconnesse: reti neurali, reti booleane e automi cellulari. In tutti e tre i casi si tratta di unit a stati discreti (attivo (1) o inattivo (0)) a n ingressi ed una uscita, in cui ad ogni istante ogni unit aggiorna il proprio stato in base agli input ricevuti allistante precedente. Queste reti manifestano spesso un comportamento auto-organizzante, poich, data una configurazione iniziale, il sistema tende a congelarsi in una particolare configurazione di attivazione dei nodi (attrattore puntuale) o ad attraversare periodicamente cicli pi o meno brevi di attivazione (attrattore ciclico). Il loro comportamento dipende in massima parte dallo stato di attivazione iniziale della rete e dalle sue caratteristiche topologiche (lorganizzazione della rete, cio la mappa delle interconnessioni fra i vari nodi). Le reti neurali17 sono usate principalmente nelle neuroscienze e le loro capacit auto-organizzanti vengono usate principalmente per studi sulla memorizzazione e il riconoscimento degli input percettivi. Le reti booleane (fondamentalmente una versione semplificata delle reti neurali)18 e gli automi cellulari19 sono stati usati principalmente in biologia, praticamente a tutti i livelli, a partire dallanalisi dellattivit cellulare in biologia molecolare fino allo studio degli ecosistemi. Fra le metodologie per descrivere i sistemi complessi, non infine da sottovalutare limportanza delluso di raffigurazioni grafiche finalizzate alla descrizione delle interazioni fra le parti del sistema. La maggior parte dei testi di biologia o di fisica propongono alcune immagini che descrivono graficamente la struttura dei processi descritti. Finch lorganizzazione dei processi del sistema osservato di tipo sequenziale, o comunque poco complessa, il cuore della spiegazione resta nel testo e limmagine ha una funzione esplicativa secondaria, semplicemente per rendere pi immediata la comprensione della struttura. Se la topologia delle componenti del sistema, per, diviene assai complessa, limmagine diviene parte integrante ed ineliminabile della spiegazione, poich diviene assai difficoltoso affidarsi solo ad una descrizione verbale. A titolo esemplificativo mostriamo unimmagine che descrive lorganizzazione
Figura 2: rappresentazione del processo di fermentazione dell'acido

caratterizzati da una dimensione non intera, fratta-

e dei sistemi auto-organizzanti si centra

fondamentalmente sulla ricostruzione dellattrattore allinterno spazio degli stati in base ai dati e sulla formalizzazione delle sue caratteristiche attraverso equazioni differenziali.

Le equazioni differenziali sono lo strumento matematico principale per lo studio dei sistemi complessi. La forma pi generale di questo tipo di equazioni

lattico (da W. Bechtel, R. C. Richardson, Emergent Phenomena and Complex Systems, p.273)

F ( x, y, y, y '' ,..., y ( n ) ) = 0
in cui x la variabile di ingresso del sistema (nei sistemi che stiamo trattando corrisponder alla stringa di variabili che definisce un punto nello spazio degli stati), mentre y la funzione, ignota, che definisce il comportamento del sistema, cio che associa lo stato x del sistema al tempo t con lo stato x del sistema al tempo t+1. la funzione F mette in relazione x con la funzione y e le sue derivate di ordine da 1 a n, tutte trattate come variabili indipendenti. La funzione y, che definisce il comHumana.Mente Anno I Vol 1 - ISSN 1972-1293 16

del processo di fermentazione dellacido lattico, ma aprendo un qualunque testo di biologia molecolare potremo trovare molte figure che descrivono sistemi di reazioni chimiche altrettanto o pi complessi.

tificazione di singole storie causali, ma la ricerca delle regolarit, delle generalizzazione legiformi che stanno dietro tali storie. I risultati che otteniamo nellanalisi dei sistemi complessi mal si adattano, per, allidentificazione di regolarit causali. La difficolt di trattare il comportamento dei sistemi complessi allinterno di una cornice causale

III. I problemi per la spiegazione di tipo causale e la spiegazione teoretica Per quanto riguarda il tema della spiegazione, la filosofia della scienza classica ha il suo punto di riferimento nel modello nomologico-deduttivo di Hempel e Oppenheim. Esso si basa su una struttura logica di tipo deduttivo che pone come premesse dellinferenza delle espressioni generali che abbiano almeno una validit locale (leggi) e le condizioni iniziali o al contorno; da queste premesse deriveremo il fenomeno che vogliamo spiegare.

viene gi messa in rilievo da von Bertalanffy, che sottolinea come una delle differenze fondamentali fra lapproccio sistemico e il tradizionale approccio analitico della fisica classica sia limpossibilit del primo di fornire modelli caratterizzati da singole catene causali isolate.

Lunico scopo della scienza risultava essere di tipo analitico, e cio tale da consistere nella suddivisione della realt in unit sempre pi piccole e nellisolamento di singoli treni causali. In tal modo la realt fisica veniva frantumata in masse puntiformi e in atomi, lorganismo vivente in cellule, il comportamento in riflessi, la percezione in sensazioni puntuali, ecc. Corrispondentemente, la causalit era, in sostanza, a senso unico:

Resoconto delle condizioni antecedenti

un certo sole attrae un certo pianeta nellambito della meccanica newtoniana, un certo gene nellovulo fertilizzato produce questa o quella

Explanans Leggi generali ____________________________________________________ E Descrizione del fenomeno empirico che deve Essere spiegato Explanandum

malattia, gli elementi mentali sono allineati, come i grani in una collana di perle, mediante le leggi di associazione. [] Possiamo affermare, come caratteristico della scienza moderna, che questo schema in termini di unit isolabili si rivelato insufficiente.20

Perch il modello analitico con treni causali isolati si rivela insufficiente per i sistemi complessi? Abbiamo detto che un sistema complesso tale

Figura 3: struttura logica della spiegazione nomologico-deduttiva

in quanto i comportamenti delle varie parti si vincolano tra di loro in maniera tale da non poter analizzare il comportamento di una parte

Negli anni stato ripetutamente evidenziato come questo modello non fornisca una caratterizzazione soddisfacente della spiegazione scientifica, e la struttura di molti tipi di spiegazione che la scienza produce e accetta si discosta sensibilmente dallo schema di Hempel e Oppen-

senza considerare il tipo di interazione che essa intrattiene con le altre. Al livello dellorganizzazione del sistema questo si traduce generalmente in complesse sequenze di processi, altamente ramificate e solitamente con molti processi di retroazione.21 Uno schema come quello della fig. 2 esemplificativo della non isolabilit di sequenze lineari di processi allinterno di un sistema complesso. Ci si traduce in una chiara difficolt nellidentificare il ruolo causale che il comportamento di una parte ha in relazione al comportamento di unaltra.22

heim; ciononostante tale schema rimane un punto di riferimento da cui partire per caratterizzare una particolare tipologia di spiegazione, evidenziando come questa si discosti da esso e per quali motivi. Limpianto nomologico-deduttivo ha manifestato molti problemi proprio nella caratterizzazione delle spiegazioni di tipo causale, ma, se ci affidiamo ad un nozione di causalit di tipo regolarista, che cio indica come una propriet essenziale della nozione di causa la regolarit della connessione (considerando quindi le singole connessioni causali come istanze di leggi causali che regolano il nostro mondo), la struttura nomologica-deduttiva della spiegazione si presenta come una possibile condizione necessaria, ma non sufficiente, per la caratterizzazione di tali spiegazioni: spiegare un fenomeno significa inserirlo allinterno di una sequenza temporale di eventi che, coperti dalle regolarit espresse da leggi di tipo causale, sono legati logicamente fra di loro. Anche se ci affidiamo ad un approccio singolarista, che non lega la nozione di causa a generalizzazioni legiformi, prima di tutto resta il fatto che i processi causali vengono spiegati per mezzo di sequenze lineari di eventi, singole catene causali, ed inoltre non possiamo comunque negare che nella maggior parte dei casi il fine dello scienziato non sia liden-

[] vi possono essere feedback significanti da stadi successivi a stadi precedenti. In questultimo caso non pi chiaro cosa funzionalmente dipendente. Linterazione fra i componenti diviene critica. Meccanismi di questultimo tipo sono sistemi complessi, o addirittura sistemi integrati. In tali casi, tentare di comprendere il comportamento dellintera macchina seguendo semplicemente le attivit in ogni componente risulter inutile.23

Lo stesso problema, come ha messo in rilievo Wagner24, pu essere evidenziato anche analizzando la formalizzazione matematica che viene pi usata nellanalisi dei sistemi complessi, praticamente in ogni disciplina, cio le equazioni differenziali. Il modello matematico di un sistema fornisce relazioni funzionali fra le variabili di stato, associando cio uno stato del sistema (cio una seHumana.Mente Anno I Vol 1 - ISSN 1972-1293 17

quenza di valori di variabili) al tempo t ad un altro stato al tempo t+t. Ogni variazione nel valore di una variabile nello stato iniziale viene considerata una causa, mentre leffetto corrisponde al valore delle variabili negli istanti seguenti. La configurazione completa dello stato iniziale verr considerata quindi la causa dellevoluzione seguente del sistema, ma, come detto sopra, linteresse dello scienziato non quello di identificare cause singolari, ma cause regolari, cio generalizzazioni sulle istanze causa-effetto. Al fine di ottenere tali generalizzazioni lo scienziato agisce sperimentalmente per poter valutare quanto il valore di ogni variabile pesi nellevoluzione del sistema: la tecnica di base consiste nelleseguire esperimenti in cui lo stato iniziale del sistema presenti valori differenti per quanto riguarda una variabile, mantenendo costanti i valori delle altre variabili (che vengono quindi considerati come condizioni di contorno). Alla variabile presa in considerazione verr attribuito un ruolo causale nella determinazione del comportamento del sistema proporzionale al peso che la sua variazione ha avuto nellevoluzione del sistema. Nel caso di sistemi il cui comportamento viene descritto da equazioni differenziali questo procedimento non porta per a niente: per la stessa natura di tali equazioni la funzione che descrive il comportamento del sistema non definita, ma varia ad ogni istante a seconda dello stato del sistema, cio del valore di ogni variabile. Il peso che una variabile ha nelle dinamiche del sistema muta quindi ad ogni istante a seconda del valore delle altre variabili: in questo tipo di formalizzazione la distinzione fra condizioni di contorno ed evento causante collassa. Uno stesso tipo di osservazione sembrerebbe argomentabile anche per quanto riguarda le reti neurali. Le reti neurali si stanno dimostrando sempre pi potenti ed efficaci, ma il loro punto debole che la conoscenza immagazzinata in esse non ha forma esplicita e non controllabile. Negli ultimi anni molti tentativi sono stati fatti per elaborare metodi di estrazione di regole da reti neurali, cio per descrivere il comportamento di una rete neurale per mezzo di un insieme di regole di produzione di tipo , cio un input di tipo A causa una risposta della rete di tipo B. Queste ricerche si sono dimostrate poco efficaci, limitandosi soltanto a produrre generalizzazioni approssimative e poco soddisfacenti sulle istanze input-output delle reti.
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macro-stati del sistema, ognuno dei quali corrisponde ad un insieme di micro-stati. Un approccio di tipo statistico, astraendo dalle particolari propriet di ogni componente del sistema, applicabile in sistemi disordinati come i gas ideali, in cui il comportamento di un componente non influisce su quello degli altri. Non invece applicabile nel caso dei sistemi complessi. Nelle dinamiche di un sistema complesso il particolare conta: nellanalisi di molti sistemi tralasciare anche una singola interazione fra le componenti pu significare distorcere completamente il tipo di comportamento che questi manifestano. La gestione delle variabili nellanalisi di un sistema complesso risulta difficoltosa da vari punti di vista: prima di tutto, per le stesse argomentazioni presentate poco sopra per la nozione di causa, identificare quali variabili siano rilevanti per lo studio del sistema pu essere molto problematico, poich non chiaro quale sia il loro peso nellevoluzione del sistema; spesso, inoltre, la misurazione di queste variabili pu risultare impossibile con i mezzi odierni; infine il numero di variabili e di loro possibili valori pu risultare in uno spazio degli stati computazionalmente intrattabile. Per quanto riguarda invece la dimensione organizzativa, essa stata sempre considerata dalla fisica classica come una condizione al contorno, un tipo di dato da porre fra le premesse particolari alla spiegazione (allinterno dellinsieme di premesse nella spiegazione nomologico-deduttiva, v. Fig. 3) e che non doveva essere trattato allinterno della dimensione nomologica. Questo, come fa notare Kppers26, perch nei sistemi semplici della fisica classica, tipicamente di natura disordinata, la dimensione organizzativa non rilevante ed i valori delle variabili non sono fra loro vincolati, e sono trattati come contingenti. Poich con i sistemi complessi linterazione fra le componenti, e quindi i vincoli fra le variabili, divengono essenziali alla comprensione del sistema, essi escono dalla dimensione della contingenza, inserendosi allinterno dellexplanandum e pretendendo quindi un trattamento a livello nomologico. Questa unesigenza che si fa sentire con forza maggiore nello studio dei sistemi dissipativi (in particolare quelli auto-organizzanti e caotici), nei quali la questione centrale proprio come il sistema riesca a sviluppare e mantenere lorganizzazione interna che ne determina il comportamento.

Lo studio dei sistemi complessi si trova di fronte a due principali limiti per poter fornire spiegazioni di tipo causale: un alto numero di variabili (impossibili da misurare o comunque non trattabili dal punto di vista computazionale) e limportanza assunta dal livello organizzativo del sistema. Entrambe queste caratteristiche sono legate allimpossibilit di affrontare lo studio di questi sistemi con un approccio analitico, modularizzando il sistema in pi parti analizzabili separatamente. Nellapproccio scientifico tradizionale, nel caso di sistemi non modularizzabili, un alto numero di variabili pu essere gestito tramite un approccio statistico, come nel caso dello studio di una mole di gas ideale in termodinamica: in questo caso le misurazioni vengono fatte su propriet come temperatura e pressione, i cui valori vengono interpretati come I sistemi complessi possono essere definiti come sistemi che dipendono molto sensibilmente dalle condizioni al contorno. [...] Le condizioni al contorno di semplici sistemi fisici, come la posizione ed il momento di una particella in un particolare istante, sono quantit contingenti. In questo contesto contingente significa che le condizioni al contorno possono essere scelte arbitrariamente. Sono quelle quantit a margine che in un esperimento possono essere scelte liberamente ed i cui valori sono vincolati solo dallestensione della validit delle leggi naturali in questione. Le condizioni al contorno di sistemi complessi, daltro canto, sono quantit non contingenti, visto che ogni alterazione significativa in tali condi-

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zioni al contorno modificherebbe significativamente anche le dinamiche del sistema, e quindi le sue propriet. [...] Ora [...] le condizioni al contorno di fenomeni complessi non vengono pi considerate come quantit contingenti, ma come non-contingenti, tali che necessitano anchesse di essere spiegate; esse si spostano quindi al centro della spiegazione. [...] La contingenza dei processi naturali, precedentemente fondata saldamente sulla contingenza delle condizioni al contorno di un fenomeno naturale, ora diviene essa stessa loggetto della spiegazione scientifica.
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sta dietro le vicissitudini del particolare tentativo e del particolare fallimento. E. Supponiamo di scoprire che, in una particolare citt e su un periodo di cento anni, il rapporto fra i due sessi alla nascita, calcolato su tutti gli ospedali, risulta molto vicino ad 1,04 su 1, con i maschi in lieve maggioranza. Vi una storia completamente causale che sottost a tale fatto: essa chiama in causa un enorme numero di dettagli relativi alla produzione di sperma ed uova, circostanze di accoppiamento, eventi intra-uterini e cos via. Ciononostante, nello spiegare il rapporto fra i sessi, noi non vogliamo alcune di queste informazioni; al contrario, sufficiente mostrare che vi sono pressioni selettive sugli individui di Homo Sapiens

Affrontando la complessit i fisici hanno fin dallinizio sperato di trovare leggi che regolassero le dinamiche dei sistemi dissipativi o che, addirittura, potessero spiegare ogni transizione di fase;
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che danno come risultato il raggiungimento approssimativo di un rapporto fra i sessi 1:1 in et riproduttiva, e che una maggiore mortalit maschile fra la nascita e la riproduzione necessita di un rapporto fra i sessi alla nascita di 1,04 ad 1. Ottenere un rapporto fra i sessi 1:1 in et riproduttiva un equilibrio evolutivo per specie come la nostra, e noi spieghiamo I dati demografici da unampia popolazione locale mostrando come questi approssimano lequilibrio evolutivo. In entrambi i casi, lapproccio causale sembra sbagliare, ignorando il fatto che il particolare fenomeno che deve essere spiegato un esempio appartenente ad una classe, tale che tutti i suoi membri esemplificano una regolarit generale. [...] Negli esempi D ed E, lidentificazione della regolarit un ingrediente della spiegazione. [...] Il risultato negativo di questi esempi che la caratterizzazione della singola spiegazione necessita di essere corretta in modo da permettere che per le spiegazioni non sia necessario, e delle volte nemmeno auspicabile, fornire informazioni riguardo la storia causale di una particolare occorrenza. Il risultato positivo riguarda il fatto che le spiegazioni singole vengono penetrate da spiegazioni teoriche. Saremmo tentati di credere che le spiegazioni di singole proposizioni potrebbero essere studiate autonomamente senza preoccuparsi della dimensione teorica della spie-

la sinergetica, ad

esempio, una disciplina nata con lo scopo di spiegare proprio questo tipo di fenomeni.
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Per ora le speranze sono state vane e le aspettative

vanno sempre pi diminuendo. Finora sui sistemi dissipativi sono state possibili solo generalizzazioni di tipo molto locale in base alla natura degli attrattori. La mancanza di leggi forti riguardanti il livello organizzativo risulta sicuramente un forte handicap per poter spiegare il comportamento dei sistemi complessi. Si tratta comunque di una mancanza che niente impedisce di pensare come risolvibile in futuro; non si pu dire altrettanto per quanto riguarda la trattabilit delle variabili rilevanti allo studio del sistema. Abbiamo quindi visto come i sistemi complessi non si prestino ad essere trattati con spiegazioni di tipo causale. Si pone quindi il problema di capire di che tipo siano le spiegazioni che ci vengono fornite riguardo le dinamiche di questo tipo di sistemi. Kitcher si posto il problema se in certi casi siano utili tipi di spiegazione diversi da quello di tipo causale. Citiamo qui un suo passo, un po lungo, ma molto utile alla nostra discussione.

[] Ciononostante, anche quando sono disponibili storie causali, esse potrebbero non essere ci che la spiegazione richiede. Due esempi illustreranno la morale. D. Esiste uno scherzo in cui una persona annoda un cavo telefonico attorno ad un paio di forbici. In realt non viene creato nessun reale nodo, e le forbici possono essere rimosse facilmente (ed il cavo riportato alla suo configurazione normale) se allinizio la vittima compie una mossa particolare e non ovvia. Quelli che non compiono la giusta mossa iniziale possono impegnarsi per ore senza arrivare a niente. Cosa spiega il loro fallimento? In ognuno di questi casi potremmo senza dubbio fornire I dettagli causali, mostrando come le azioni eseguita abbiano condotto a configurazioni ancora pi ingarbugliate. Tutto ci, per, ometterebbe ci che dovrebbe stare al centro della spiegazione, e cio il fatto che le caratteristiche topologiche della situazione permettono solo quelle soluzioni che soddisfano una specifica condizione, in modo tale che le sequenze di azioni che non soddisfano tale condizione sono condannate al fallimento. Abbiamo bisogno di conoscere la struttura topologica che

gazione. Esempi D ed E intendono mostrare che questa unillusione.30

Kitcher qui non si occupa del problema della spiegazione in relazione ai sistemi complessi, ma gli esempi che propone sono particolarmente significativi per il nostro problema. Lesempio D, relativo allo scherzo del nodo, indica come una descrizione delle caratteristiche topologiche del nodo vada a spiegare la ragione dei fallimenti delle vittime in maniera molto migliore di una complessa descrizione di tutti i movimenti che questi hanno compiuto. Lesempio E prende invece in considerazione la questione del rapporto fra i sessi, che risulta pari a 1:1 nelle popolazioni di molti animali: una spiegazione di tipo causale sarebbe, oltre che inaffrontabile, poco chiarificatrice. Il rapporto 1:1 fra i sessi stato invece spiegato nel 1931 da Fischer attraverso il riferimento a pressioni selettive. Kitcher considera queste due spiegazioni come esempi di spiegazioni teoriche, cio di spiegazioni che non inseriscono il fenomeno studiato allinterno di una catena causale, ma si limitano a dire che esso apparHumana.Mente Anno I Vol 1 - ISSN 1972-1293 19

tiene ad una certa classe di fenomeni, i quali manifestano certe regolarit. Per dirla in maniera semplice con le parole di Richardson:

Per questo la filosofia della scienza ha lavorato per restituire dignit scientifica alle spiegazioni con caratteri finalistici e funzionali. Questa riabilitazione stata possibile solo accettando la spiegazione

[] i dettagli delle spiegazioni causali non sono necessari alla spiegazione del risultato. Ladeguatezza di una spiegazione dipende interamente sul fatto che essa catturi o no gli schemi del cambiamento, e come unistanza specifica sia inseribile allinterno di questi schemi pi astratti.
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teleologica nel caso in cui sia riducibile ad una spiegazione di tipo causale. Seguendo Salmon34, la formulazione di riferimento per la spiegazione teleologica quella fornita da Wright nel 1976. Lidea di base quella che un certo comportamento sia analizzabile come finalizzato al raggiungimento di un certo scopo solo se stato selezionato perch nel

Lesempio D analogo al problema della spiegazione nei sistemi complessi statici, come quello descritto nella fig. 2: fondamentale per la comprensione del fenomeno la descrizione del livello organizzativo del sistema, della sua conformazione interna; ci sufficiente per comprendere le caratteristiche generali del comportamento del sistema. Lesempio E richiama invece le spiegazioni fornite in fisica per il comportamento dei sistemi dissipativi: il riferimento al rapporto 1:1 come allo stato stabile verso cui il sistema si muove e a cui ritorna in caso di perturbazioni analogo al ruolo degli attrattori nella spiegazione del comportamento dei sistemi dissipativi, nonostante nel loro caso non ci siano pressioni esterne come la selezione a spiegare lesistenza di questo stato stabile.32 Per i sistemi complessi lunico tipo di spiegazione che riusciamo a fornire sembrerebbe quindi quella di tipo teorico, la cui funzione quella di indicare certe caratteristiche e regolarit del comportamento di un sistema.

passato stato causalmente efficace nel raggiungimento di tale scopo. Quindi un sistema S manifesta il comportamento B al fine di ottenere G se e solo se: - B porta allottenimento di G. - B presente perch nel passato aveva portato allottenimento di G.

Secondo lanalisi di Wright i comportamenti qualificabili come teleologici sono dunque quelli che vengono realizzati perch nel passato avevano manifestato la capacit di portare allottenimento di un preciso scopo. In questa tipologia rientrano quindi i comportamenti manifestati da sistemi intenzionali, quelli risultanti dallopera della selezione naturale, quelli manifestati dai congegni a retroazione della cibernetica (per i quali la selezione del comportamento in base alla sua efficacia per il raggiungimento di uno scopo viene effettuata dai progettisti) e, aggiungiamo noi, quelli manifestati dai sistemi dellintelligenza artificiale in grado di mostrare delle forme di apprendimento. La dimensione teleologica quindi introducibile per quanto riguarda le

IV. La dimensione teleologica nei sistemi complessi Abbiamo visto come sia difficoltoso spiegare i sistemi complessi allinterno del modello causale della spiegazione e che le spiegazioni che riusciamo a fornire siano di carattere teorico. importante vedere anche quanto la dimensione teleologica pesi allinterno di queste spiegazioni. Una dimensione finalistica nel comportamento dei sistemi complessi sicuramente presente, come sottolinea con forza von Bertalanffy.
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spiegazioni dei sistemi complessi in biologia (a partire dal livello biochimico fino allo studio degli ecosistemi) e non ci dovrebbero essere problemi anche per quanto riguarda lanalisi dei sistemi in altre scienze speciali quali leconomia, la sociologia e lantropologia, per le quali presumibile poter spiegare la presenza di strutture con una certa funzione e comportamenti con un certo scopo sulla base di pressioni selettive o di selezioni di tipo intenzionale. Questo per quanto riguarda le scienze speciali; i problemi si pongono per lo studio dei sistemi dinamici auto-organizzanti o dei sistemi caotici in fisica. Anche in questo caso la presenza di una dimensione teleologica nella spiegazione del loro comportamento innegabile: in questi casi lanalisi del comportamento totalmente basata sullanalisi dellattrattore, cio il comportamento stabile verso cui il sistema tende autonomamente. Il problema che il tendere del sistema verso lattrattore non pu assolutamente essere spiegato in base ad un processo selettivo: la presenza dellattrattore un dato di fatto, una propriet di tipo fisico del sistema, estranea quindi a processi selettivi od intenzionali. Il problema quello che abbiamo evidenziato precedentemente: la mancanza di leggi in fisica riguardanti il livello organizzativo dei sistemi. In futuro auspicabile che avremo una spiegazione della presenza degli attrattori sulla base di questo tipo di leggi. Per ora, per, questa spiegazione non c: non c per il comportamento auto-organizzante e per il

Il

riferimento ad uno stato verso cui il sistema tende presente nella descrizione dei sistemi dissipativi in genere, visto che il comportamento del sistema finalizzato al mantenimento della propria struttura; ad esempio in biologia si usa frequentemente la nozione di omeostasi quando analizziamo il comportamento del sistema in base al suo tendere verso uno stato dequilibrio stabile. Nei sistemi complessi della fisica la dimensione teleologica forse ancora pi forte, visto che lanalisi del comportamento del sistema centrata totalmente sullo studio dellattrattore. La spiegazione teleologica ha sempre per comportato problemi, soprattutto per il fatto che lintroduzione della nozione di scopo nellanalisi del comportamento di un sistema fisico si presta allaccusa di applicare una dimensione antropomorfa allinterno delle spiegazioni scientifiche. Ciononostante la spiegazione teleologica, insieme a quella funzionale, parte integrante di molte scienze speciali, prima fra tutte la biologia.

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comportamento caotico, come in generale non c per ogni tipo di passaggio di fase. Una dimensione teleologica nelle spiegazioni dei sistemi complessi quindi presente e in generale non d problemi. Lunica anomalia rappresentata dalle spiegazioni centrate sulla nozione di attrattore, che pongono il problema di sistemi che regolano il proprio comportamento in relazione al raggiungimento ed al mantenimento di uno stato finale, senza che questo sia spiegabile sulla base della presenza di forze di tipo causale. Giovanni Casini

stato di equilibrio. Difatti, a causare il comportamento regolare delle molecole un qualche tipo di causazione verso il basso, o macrodeterminazione. B. O. Kppers, Understanding Complexity, in Emergence or reduction?, ed. by A. Beckermann, H. Flohr, J. Kim, Walter de Gruyter, New York 1992, p. 245. 11. Ciononostante la teoria dei sistemi auto-organizzanti e dei sistemi caotici sta raccogliendo moltissimo interesse in discipline come leconomia, la sociologia e la biologia (in particolare per il progetto dellArtificial Life, v. S. A. Kauffman, The Origins of Order, Self-Organization and Selection in Evolution, Oxford University Press, New York 1993, S. A. Kauffman, Investigations, Oxford University Press, New York 2000, C. Taylor, D. Jefferson, Artificial Life as a Tool for Biological Inquiry, in Artificial Life: an overview, ed. by C. G. Langton, MIT Press, Cambridge 1995, pp. 1-14), tutti campi in cui presente da molto tempo, a livello qualitativo, una nozione di organizzazione spontanea. 12. In biologia molecolare viene spesso usato uno strumento formalmente analogo: lo spazio delle sequenze. Esso non viene usato per lo studio delle dinamiche di un sistema, ma per lo studio di possibili sequenze molecolari, ad esempio per prendere in considerazione tutte le possibili sequenze proteiche o di DNA di una data lunghezza n. 13. Un sistema considerato caotico se, dati due stati di partenza arbitrariamente vicini, le traiettorie del sistema nello spazio degli stati divergono in maniera esponenziale. Il sistema quindi estremamente sensibile alle condizioni iniziali. da notare come il comportamento di un sistema caotico non sia predicibile in linea di principio, se non a breve termine: anche se avessimo delle equazioni corrette riguardo levoluzione del sistema, le misurazioni dello stato di partenza porterebbero necessariamente in s un errore sufficiente a vanificare ogni predizione. 14. v. in particolare J. Koperski, Models, confirmation, and Chaos, Philosophy of Science, 65, 1999, pp. 624-648. 15. Per una introduzione alle reti neurali v. I. Alexander, H. Morton, An Introduction to Neural Computing, Chapman & Hall, London 1990. 16. v. S. A. Kauffman, The Origins of Order, Self-Organization and Selection in Evolution, Oxford University Press, New York 1993, pp. 188191. 17. v. C. G. Langton (ed.), Artificial Life: an overview, MIT Press, Cambridge 1995, pp. 65-66. 18. L. von Bertalanffy, Teoria Generale dei Sistemi, Mondadori, Milano 1983, p. 83. 19. Lidentificazione di molti processi a retroazione una costante nellanalisi dei sistemi dissipativi, generalmente caratterizzati da un buon livello di stabilit in relazione alle variazioni ambientali. Limportanza di una nozione come quella di omeostasi in biologia ne un esempio. 20. A livello di sperimentazione lidentificazione del ruolo causale che una parte A del sistema ha su una parte B si traduce nella misurazione di quanto una variazione nel comportamento di A influisce sul comportamento di B. In biologia, ad esempio, questo procedimento viene spesso portato avanti con la lesione o la sovra-stimolazione di una certa parte dellorganismo per andare poi a vedere come ci vada ad influire sul comportamento dellintero organismo o di altre parti di esso. In fisica e chimica, invece, generalmente si tende a variare un certo valore allinterno del sistema (ad esempio lintensit di una forza o la concentrazione di un certo reagente), mantenendo tutti gli altri valori inalterati (e identificandoli quindi come condizioni di contorno), per andare poi a vedere come tale variazione ha influito sullo stato del sistema. Fondamentalmente si tratta del metodo delle variazioni concomitanti descritto da J. S. Mill nel XIX secolo. 21. W. Bechtel, R. C. Richardson, Discovering Complexity, Decomposition and Localization as Strategies in Scientific Research, Princeton University Press, Princeton 1993, p. 18. 22. A. Wagner, Causality in Complex Systems, Biology and Philosophy, 14, 1999, pp. 83-101.

NOTE 1. Il testo pi classico per la presentazione dellapproccio sistemico L. von Bertalanffy, Teoria Generale dei Sistemi, Mondadori, Milano 1983. 2. H. Haken, Lapproccio della sinergetica al problema dei sistemi complessi, in La sfida della complessit, a cura di G. Bocchi, M. Ceruti, Feltrinelli, Milano 1985, p. 194. Il punto di riferimento per la descrizione di questa metodologia di ricerca universalmente considerato H. E. Simon, The Science of Artificial, The MIT Press, Cambridge 1969 (v. anche T. W. Zawidzki, Competing Models of Stability in Complex, Evolving Systems: Kauffman vs. Simon, Biology and Philosophy, 13, 1998, pp. 541-554. 3. W. Bechtel, R. C. Richardson, Emergent Phenomena and Complex Systems, in Emergence or reduction?, ed. by A. Beckermann, J. Kim, Walter de Gruyter, New York 1992, p. 264-265. 4. Generalmente si ritiene che lo studio del livello organizzativo diviene necessario quando la natura delle interazioni fra le componenti di tipo non-lineare. [...] riteniamo che le propriet vadano considerate emergenti quando la forma dellorganizzazione risulta non essere lineare, poich quando lineare generalmente possiamo predire prontamente come si comporter lintero sistema. Ivi, p. 266. 5. Ivi, p. 279. 6. Tali casi sono estremamente rari: fra i sistemi artificiali vi sono le reti neurali, in fisica potremmo indicare lo studio della dinamica dei flussi. 7. Ivi, p. 266. 8. [] gli scienziati spesso identificano le parti di un sistemi per mezzo di processi sperimentali che effettuano sul sistema. Ci potrebbe richiedere luso di tecniche di visualizzazione, come il microscopio, o procedure sperimentali, come la centrifugazione. In entrambi i casi, [] lidentificazione delle parti in parte un risultato di tale esperienza procedurale.Lidentificazione delle parti solo unattivit preliminare alleffettiva costruzione della spiegazione di come il sistema operi. Ivi, p. 262. 9. A. Beckermann, Reductive and Nonreductive Physicalism, in Eme gence or reduction?, ed. by A. Beckermann, J. Kim, Walter de Gruyter, New York 1992, p. 17. 10.Un insieme A di propriet sopravviene su un insieme B di propriet se e solo se ogni coppia di oggetti indistinguibili in relazione alle propriet di tipo B sono indistinguibili anche in relazione alle loro propriet di tipo A; cio, se ogni coppia di oggetti che differisce rispetto a qualche propriet di tipo A differisce anche rispetto ad almeno una propriet di tipo B. Ivi, pp. 11-12. Possiamo dire che ci troviamo di fronte a casi di causazione verso il basso quando le caratteristiche organizzative interne al sistema impongono dei vincoli sul comportamento delle parti. Un esempio molto semplice quello fornito da Kppers: Consideriamo due reagenti in equilibrio chimico. Nessuna delle molecole di tale sistema sa di trovarsi in un equilibrio chimico e che deve manifestare un certo comportamento dinamico, in modo da preservare tale equilibrio. Ciononostante, il sistema si mantiene stabilmente in uno

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23. R. Andrews, J. Diederich, A. B. Tickle, Survey and critique of techniques for extracting rules from trained artificial neural networks, Knowledge-based systems, 8, 1995, pp. 373-389. 24. B. O. Kppers, op. cit. 25. B. O. Kppers, Ivi, p. 251. 26. Ecco un bel problema per i fisici teorici: dimostrare che, se si aumenta o si diminuisce la temperatura dellacqua, ci saranno cambiamenti di fase che daranno vapore o ghiaccio. Un bel problema s ma troppo difficile per noi! Noi siamo troppo lontani dal poter fornire la dimostrazione richiesta. In effetti non c un solo tipo di atomo o di molecola per cui si possa fornire la dimostrazione richiesta. In effetti non c un solo tipo di atomo o di molecola per cui si possa dimostrare che, a basse temperature, si verificher la cristallizzazione. Questi sono problemi troppo difficili per noi. D. Ruelle, Caso e Caos, Bollati Boringhieri, Torino 1992, p. 136. 27. H. Haken, op. cit., p. 251. 28. P. Kitcher, Explanatory Unification and the Causal Structure of the World, in Scientific Explanation, Minnesota Studies in the Philosophy of Science, vol. XIII, ed. by P. Kitcher, W. C. Salmon, University of Minnesota Press, Minneapolis 1989, pp. 426-427. 29. R. C. Richardson, Complexity, Self-Organization and Selection, Biology and Philosophy, 16, 2001, p. 666. 30. Lesempio della spiegazione del rapporto 1:1 fra i sessi era stato anche precedentemente usato in Sober E. (1983), articolo in cui lautore critica la pretesa che lunica vera spiegazione scientifica sia quella di tipo causale ed offre la spiegazione elaborata da Fisher come un esempio di spiegazione di equilibrio. La descrizione che d di questo tipo di spiegazione rientra senza problemi nella categoria della spiegazione teorica proposta da Kitcher (La spiegazione causale si focalizza esclusivamente sullattuale traiettoria della popolazione; la spiegazione di equilibrio posiziona tale traiettoria attuale allinterno di una struttura pi ampia. In tal maniera le spiegazioni di equilibrio possono risultare pi esplicativa delle spiegazioni causali, nonostante le prime forniscano meno informazioni riguardo le reali cause del fatto. E. Sober, Equilibrium Explanation, Philosophical Studies, 43, 1983, p.207). 31. L. von Bertalanffy, op. cit., pp. 124-130. 32. W. C. Salmon, Four Decades of Scientific Explanation, in Scientific Explanation, Minnesota Studies in the Philosophy of Science, vol. XIII, ed. by P. Kitcher, W. C. Salmon, University of Minnesota Press, Minneapolis 1989, pp. 111-116.

R. M. Burian, Comments on Complexity and Experimentation in Biology, Philosophy of Science, 64 (Proceedings), 1997, pp. S279-S291 H. Haken, Lapproccio della sinergetica al problema dei sistemi complessi, in La sfida della complessit, a cura di G. Bocchi, M. Ceruti, Feltrinelli, Milano 1985, pp.194-206 F. Heylighen, The Science of Self-Organization and Adaptivity, Encyclopedia of Life Support Systems, http://pespmc1.vub.ac.be/Papers/EOLSS-Self-Organiz.pdf , 1999 S. A. Kauffman, The Origins of Order, Self-Organization and Selection in Evolution, Oxford University Press, New York 1993 S. A. Kauffman, Investigations, Oxford University Press, New York 2000 P. Kitcher, Explanatory Unification and the Causal Structure of the World, in Scientific Explanation, Minnesota Studies in the Philosophy of Science, vol. XIII, ed. by P. Kitcher, W. C. Salmon, University of Minnesota Press, Minneapolis 1989, pp. 410-505 J. Koperski, Models, confirmation, and Chaos, Philosophy of Science, 65, 1999, pp. 624-648 B. O. Kppers, Understanding Complexity, in Emergence or reduction?, ed. by A. Beckermann, H. Flohr, J. Kim, Walter de Gruyter, New York 1992, pp.241-256 C. G. Langton (ed.), Artificial Life: an overview, MIT Press, Cambridge 1995 C. Lucas, The Self-Organizing Systems FAQ, http://www.carlesco.org/sos/sosfaq.htm, 1997 C. Lucas, Complexity Philosophy as a Computing Paradigm, http://www.carlesco.org/lucas/compute.htm, 1999 I. Prigogine, Lesplorazione della complessit, , in La sfida della complessit, a cura di G. Bocchi, M. Ceruti, Feltrinelli, Milano 1985, pp.179-193 H. J. Reinbergher, Experimental Complexity in Biology: Some Epistemological and Historical Remarks, Philosophy of Science, 64 (Proceedings), 1997, pp. S245-S254 R. C. Richardson, Natural and Artificial Complexity, Philosophy of Science, 64 (Proceedings), 1997, pp. S255-S267 R. C. Richardson, Complexity, Self-Organization and Selection, Biology and Philosophy, 16, 2001, pp.655-683

BIBLIOGRAFIA I. Alexander, H. Morton, An Introduction to Neural Computing, Chapman & Hall, London 1990 R. Andrews, J. Diederich, A. B. Tickle, Survey and critique of techniques for extracting rules from trained artificial neural networks, Knowledge-based systems, 8, 1995, pp.373-389 W. Bechtel, R. C. Richardson, Emergent Phenomena and Complex Systems, in Emergence or reduction?, ed. by A. Beckermann, J. Kim, Walter de Gruyter, New York 1992, pp.257-288 W. Bechtel, R. C. Richardson, Discovering Complexity, Decomposition and Localization as Strategies in Scientific Research, Princeton University Press, Princeton 1993 A. Beckermann, Reductive and Nonreductive Physicalism, in Emergence or reduction?, ed. by A. Beckermann, J. Kim, Walter de Gruyter, New York 1992, pp.1-21 L. von Bertalanffy, General System Theory, G. Braziller , New York 1969 [trad. it.: L. von Bertalanffy, Teoria Generale dei Sistemi, Mondadori, Milano 1983] Humana.Mente Anno I Vol 1 - ISSN 1972-1293 22

D. Ruelle, Hasard et chaos, ditions Odile Jacob, Paris 1991 [trad. it. : D. Ruelle, Caso e Caos, Bollati Boringhieri, Torino 1992] W. C. Salmon, Four Decades of Scientific Explanation, in Scientific Explanation, Minnesota Studies in the Philosophy of Science, vol. XIII, ed. by P. Kitcher, W. C. Salmon, University of Minnesota Press, Minneapolis 1989, pp. 3-219 H. E. Simon, The Science of Artificial, The MIT Press, Cambridge 1969 E. Sober, Equilibrium Explanation, Philosophical Studies, 43, 1983, pp. 201-210 C. Taylor, D. Jefferson, Artificial Life as a Tool for Biological Inquiry, in Artificial Life: an overview, ed. by C. G. Langton, MIT Press, Cambridge 1995, pp. 1-14 A. Wagner, Causality in Complex Systems, Biology and Philosophy, 14, 1999, pp.83-101

E. Winsberg, Simulations, Models, and Theories: Complex Physical Systems and Their Representations, Philosophy of Science, 68 (Proceedings), 2001, pp. S442-S454 E. Winsberg, Simulated Experiments: Methodology for a Virtual World, Philosophy of Science, 70, 2003, pp. 105-125 T. W. Zawidzki, Competing Models of Stability in Complex, Evolving Systems: Kauffman vs. Simon, Biology and Philosophy, 13, 1998, pp.541-554

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N O T I Z I E

D I

F I L O S O F I A

E V E N T I

C U L T U R A L I

L A B O R A T O R I O

D I

I D E E

Conferenze
Pensare il presente delle scienze
Ciclo di conferenze al Gabinetto Viesseux Mente e Cervello
Relatori: Edoardo Boncinelli e Corrado Sinigallia
Ha avuto luogo il 10 Marzo presso il Gabinetto Vieusseux la conferenza dal titolo, Mente e Cervello, un interessante dibattito, tra scienza e filosofia, in merito al ruolo del cervello nella determinazione e nella definizione del concetto di mente. Il crescente interessamento delle discipline neurofisiologiche apre sempre nuovi interrogativi riguardo alle prospettive ed ai limiti della categoria degli oggetti mentali. Cosa possiamo aspettarci da un tipo di indagine ispirata da parametri di tipo fisiologicoorganico nella ricerca dellorigine del pensiero? Gli stimoli e le provocazioni offerte dalle neuroscienze, da una parte hanno indotto i filosofi a rivedere alcune idee e concezioni relative ad aspetti fondanti della vita cosciente, d'altra parte hanno portato molti ad accrescere la portata dellindagine filosofica, conducendola oltre il regno delle funzioni, per indagare con rigore e precisione, in termini analitici, loggetto che sembra essere portatore di queste funzioni: il cervello. Il neuroscienziato Edoardo Boncinelli e il filosofo Corrado Sinigaglia si sono confrontati sui confini di queste prospettive. Boncinelli ha dato il via al seminario con un breve excursus introduttivo sul sistema nervoso, chiedendosi qual sia il ruolo che pu avere oggi la biologia nella determinazione dellontologia del mentale e in che misura si possa considerare la mente come prodotto del cervello. Alcuni autori del passato ricorda Boncinelli - ci hanno donato altre visioni; Omero, ad esempio era (almeno sembra) persuaso che la mente non fosse nemmeno dentro di noi, e che avesse una struttura frammentaria; una concezione ben lontana dalle nostre ipotesi, anche da quelle del senso comune. Come dobbiamo muoverci, su un terreno cos scivoloso, per favorire lappressamento di scienza e filosofia? Boncinelli suggerisce di cominciare da ci che pi ci noto; cos il cervello lo sappiamo, entro certi limiti. Sappiamo che un organo tangibile, fatto di tantissime cellule, cento miliardi circa, le quali sono connesse le une con le altre tramite dei collegamenti detti sinapsi, nellordine di diecimila per ogni corpo cellulare, per un totale di un milione di miliardi di collegamenti. Questo di per s un dato impressionante, ma non esaurisce la complessit della centralina della vita intelligente; le relazioni cellulari tendono a consolidarsi in nuclei che funzionano come circuiti unici: la corteccia frontale anteriore, ad esempio, quasi un circuito unico, che si programma di nuovo ogni giorno sulla base di elaborazioni istantanee. Ci significa che ogni atto percettivo comporta un allargamento e un rinnovamento, seppur minimo, delle architetture neurali. Questo della versione a circuito unico rappresenta soltanto un aspetto dellorganizzazione cerebrale ricorda il neuroscienziato - in realt esiste anche una notevole componente integrativa tra le varie aree, o circuiti, che rende il cervello un organo la cui complessit non deriva tanto dal numero delle cellule, o dai nuclei isolati che queste compongono, quanto dallinterazione ricorsiva ed ininterrotta, tra tutte le regioni dellencefalo. Ad esempio, quando si pronuncia una frase qualunque, non vengono coinvolti solo i centri della parola. Latto linguistico richiede una collaborazione circolare tra le aree del linguaggio, quelle associative che rinviano ad ogni oggetto il fonema corrispondente, e quelle motorie, il cui corretto coinvolgimento indispensabile per articolare i suoni in maniera precisa. Una volta appurato che il cervello questo complesso intreccio di neuroni, distribuiti in molteplici aree specifiche, ma altamente integrate ed interagenti, ci si domanda come questo inestricabile reticolo venga a formarsi e quale sia lorigine di questa struttura. Come si stabiliscono le connessioni? In prima istanza, la genesi del sistema nervoso, veicolata dal patrimonio genetico, ed in questo senso potremmo attribuirgli un certo grado di predeterminazione; altres evidente che il contributo dello schema genico, necessario ma non sufficiente a giustificare, pi che la formazione, la continua evoluzione e lassestamento del reticolo neurale. Questo lo si pu indurre da aspetti quotidiani della vita, come lapprendimento del linguaggio. Lemisfero del linguaggio influenzato dallambiente, dagli incontri e da episodi accidentali e per questo deve essere provvisto, come le altre regioni, di una notevole plasticit che esula dai rigidi schemi genetici; queste influenze ecologiche si possono chiamare contributo biografico. Per cinquanta anni si dibattuto su quale fonte avesse maggior peso, quella genetica, o quella biografica. I numeri come riporta Boncinelli non hanno mostrato alcuna prevalenza. Da questo fatto si fatta derivare lipotesi che dovesse esserci una terza forza determinante a completare lopera; visto che ogni cervello diverso da qualunque altro, lultima parte in causa stata individuata come puramente prodotta dal caso; e sembra che nessuna abbia pi portanza delle altre, ma ciascuna influisca per un terzo. A questo punto torniamo al quesito iniziale della conferenza: la mente il cervello? O meglio, la mente tutto quello che fa il cervello? Per Boncinelli in alcune circostanze lessere umano non mostra difficolt ad imputare al cervello la produzione di certe attivit: come per esempio quando si segue la traiettoria di una palla da tennis; quando per ci troviamo davanti alle cosiddette attivit superiori (la memoria, la perHumana.Mente Anno I Vol 1 - ISSN 1972-1293 24

cezione, il ragionamento, gli stimoli emotivi), allora subentra un certo pudore, o reticenza a considerarle unicamente il frutto, sia pur complesso, di attivit organiche e biologiche. E qui che la controversia si fa complicata: nessuno infatti si oppone alla diretta dipendenza dal cervello, di atti di coscienza quali levitare una pallonata; quando entrano in gioco per elaborati psichici, comincia a diventare difficile, soprattutto per il senso comune, imputarli ad attivazioni neurali. Il senso di s e la consapevolezza che questi vissuti mentali siano dotati di una componente personale e biografica, e sopra ad ogni cosa, limpressione di poterli osservare nella loro forma semantica e individuale, non favoriscono talvolta nemmeno il beneficio del dubbio sulla loro origine e natura: non possono essere soltanto stati fisici! La circostanza che crea una sfumatura, si individua nel fatto che noi abbiamo un duplice accesso alla mente. Da una parte possiamo osservare il comportamento degli altri da cui si inferiscono stati mentali vissuti ecc.., e possiamo studiare i cervelli come organi qualunque; dallaltra possiamo conoscere il nostro cervello attraverso lesperienza indiretta. Per secoli ci si rivolti allindagine della coscienza, supponendo come oggetto di analisi la propria, senza considerare che ci che la produce per lauto osservazione, inaccessibile, e fondamentalmente che questa, e tutto ci che la riguarda, si trovano al di fuori della mente. Boncinelli ricorda che possiamo individuare una coscienza immediata, relativa a dove siamo e a cosa stiamo facendo, soltanto da fuori. I filosofi, hanno avuto infine il merito di mostrare rileva Boncinelli -, che debba esserci anche una coscienza fenomenica, in grado di dare una coloritura emotiva quando si vivono certe esperienze; questa terza forma di consapevolezza meno certo che la si possa ridurre in termini cellulari. Per il resto si pu per Boncinelli - cercare di impegnarci a fondo, per trovare un correlato biologico, il pi completo possibile per unificare le due grandi met delluomo. Nella seconda parte della conferenza intervenuto il Prof. Sinigaglia, che ha completato la discussione, assumendo da subito le vesti proprie del filosofo:

per, che talvolta pi difficile attribuire a questo un corrispettivo mentale.

Il filosofo Sinigaglia ammette che quindi difficile se non impossibile, fare filosofia della mente senza conoscere il cervello. Va per aggiunto, a suo modo di vedere il problema, che per completare il quadro illustrato dal Prof. Boncinelli, sarebbe doveroso introdurre unaltra forma di coscienza, quella intenzionale, ovvero quella consapevolezza che rende evidente che ogni coscienza sempre coscienza di qualcosa, che ogni desiderio, volont o altro sempre intenzionato da e per qualcosa. Questa aggiunta appesantisce di domande il lavoro del neuroscienziato: come agisce causalmente la coscienza intenzionale sul sistema nervoso? Quali gruppi neuronali sono attivi quando compio atti mentali? La scoperta dei neuroni specchio di cui proprio Sinigaglia stato attivo interprete e teorico (avendo pubblicato di recente insieme a Giacomo Rizzolatti, il neuroscienziato autore di questa scoperta, il testo So quel che fai, il cervello che agisce e i neuroni a specchio, Raffaelle Cortina Editore, Milano 2006) impone una rivisitazione completa del concetto di mente, e dei rapporti mente cervello. I neuroni specchio sono un tipo particolare di neuroni che si attivano sia quando compio unazione, sia quando la osservo compiere. Una scoperta del genere ha una portata rivoluzionaria anche in chiave epistemologica. Potrebbe trattarsi lo accenna soltanto Sinigaglia - non solo dei meccanismi alla base dellapprendimento, ma perfino delle origini biologiche dellempatia. Mentre ti osservo soffrire ho attivi gli stessi gruppi neurali tuoi; non quelli somatosensoriali, altrimenti proverei lo stesso dolore, bens quelli motori (tendo a riprodurre le stesse smorfie di dolore) e quelli dellinsula, (ho un sentimento di angoscia simile a chi soffre). Molti filosofi della mente hanno ipotizzato che queste funzioni neurali si accompagnassero alla presenza del linguaggio, senza il quale si sostenuto spesso che non si possono sviluppare funzioni mentali. Una scoperta del genere mette tuttavia in discussione il concetto di mente, come correlato necessario del linguaggio, e costringe ad ipotizzare anche che, compiere inferenze, comprendere e riconoscere

Si deve discutere del rapporto tra filosofia e scienza; a questo proposito, ci sono due modi per affrontare il mind/body problem: o lo si fa da filosofi della mente (magari in maniera funzionale) o lo si fa da filosofi della scienza, i quali se scoprono che il cervello funziona diversamente da come ipotizzato, sono soliti cambiarne la struttura.

unemozione non sia pi soltanto prerogativa umana, ma se non altro anche delle scimmie makaki, che posseggono come noi questa funzione mirror in alcuni neuroni. Fabio Vannini

Qualcuno sostiene che non ci sia bisogno di studiare il cervello, ma che basti indagare le strutture funzionali della mente e che dove implementata, poco importa; comunque vero che non possibile fare a meno di una teoria del mentale o dellesperienza, propone qualcun altro, perch anche quando si ipotizza di potervi rinunciare, poi in realt la si introduce surrettiziamente, in quanto il vero problema non riguarda strettamente la coniugazione di mente e cervello, ma sulla base di quale teoria, della mente o dellesperienza, ci sia possibile. Per Sinigaglia si dovrebbe affrontare la questione, riflettendo su cosa sia ad esempio un fatto percettivo dal punto di vista neurale, considerando

La sica ha bisogno della losoa?


Relatori: Carlo Bernardini e Paolo Parrini
Carlo Bernardini: fisico, una delle figure pi attive nellambiente scientifico italiano degli ultimi 50anni. Ha collaborato con Enrico Persico, stato ordinario di Metodi matematici per la fisica presso l'Universit La Sapienza, ha pubblicato manuali di fisica e di storia della scienza.

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Pur riconoscendo che la fisica nasce nella tradizione occidentale come philosophia naturalis, oggi il giudizio dei fisici sui filosofi molto critico. Tale giudizio si pu riassumere attraverso le parole di Goethe, il quale, nel Faust, fa dire al personaggio di Mefistofele:

In queste due frasi di Einstein risuona un aspetto fondamentale del suo modo di concepire il rapporto tra fisica e filosofia, quello che viene spesso chiamato opportunismo metodologico. C' nel filosofo, e nell'epistemologo in particolare, un'esigenza di compattezza, di arrivare a una concezione esaustiva, il cui pericolo proprio quello denunciato nel

La fabbrica delle idee funziona come il telaio del tessitore, dove un pedale muove mille fili, le spole volano su e gi, i fili scorrono invisibili, un colpo allaccia mille vincoli. Entra il filosofo, e vi dimostra che deve essere cos per forza: se cos sono Primo e Secondo, cos saranno il Terzo e il Quarto; se non ci fossero il Primo e il Secondo non ci sarebbero il Terzo e il Quarto. Gli allievi vanno ovunque in visibilio, ma nessuno diventa tessitore.
Nel passo di Goethe possiamo sicuramente riconoscere un certo tipo di filosofia e forse, pi in generale, anche una tendenza diffusa nella filosofia del Novecento; tuttavia se vogliamo interrogarci seriamente sui rapporti tra fisica e filosofia dobbiamo, secondo Bernardini, portare la discussione sul piano del linguaggio e, in particolare, sulla specificit del linguaggio delle scienze contemporanee, proprio laddove oggi la filosofia sembra arrancare. L'opera cui fa riferimento Manuale di critica scientifica e filosofica di R. V. Mises, fisico e matematico, appartenente al circolo di Vienna, secondo il quale la particolarit dei linguaggi scientifici rappresenta un mondo a parte, intraducibile attraverso il linguaggio proposizionale. Un esperimento condotto in Francia sulle attivit del neonato i primi mesi di vita, mostrava come quest'ultimo costruisse delle rappresentazioni mentali, della madre per esempio, che, ovviamente, non passavano per il linguaggio convenzionale, ma attraverso quello che Russell chiamava linguaggio dell'inferenza fisiologica e Stephen Pinker chiama mentalese. Questo linguaggio estremamente operativo dell'induzione se ne va con l'arrivo del linguaggio proposizionale che prepara il bambino alla chiacchera e alla giustificazione, diminuendo fino a scomparire, durante l'arco degli studi scolastici, l'elaborazione induttiva del soggetto. Le grandi invenzioni scientifiche passano attraverso rappresentazioni mentali non traducibili nel linguaggio comune, per questo motivo necessario che il ricercatore riattivi in lui il mentalese assopito. Un esempio famoso di come opera questo tipo di linguaggio ci viene da Einstein; lavorando sullo spazio e sul tempo, dunque non nominando la materia, egli giunge alla formulazione E=mc che non era nelle premesse. La chiave di volta dunque la struttura linguistica delle scienze contemporanee: interrogarsi sul perch della straordinaria efficacia delle rappresentazioni mentali prodotte utilizzando questo tipo di forma linguistica, proprio ai filosofi viene rivolto, dai fisici, questo perch. Paolo Parrini: professore ordinario di filosofia teoretica presso l'Universit di Firenze, allievo di Giulio Preti, si occupato di filosofia della conoscenza, filosofia della scienza, storia della filosofia. La scienza senza l'epistemologia seppur la si pu immaginare primitiva e informe, d'altra parte un'epistemologia senza scienza sarebbe una cosa vuota. Io, come scienziato, non posso seguire l'epistemologo in tutto il suo percorso. Humana.Mente Anno I Vol 1 - ISSN 1972-1293 26

passo di Goethe citato da Bernardini: tutto trova il suo posto nella spiegazione. Come scienziato, Einstein non pu seguire questo cammino, i vincoli che l'esperienza gli pone lo portano a questo opportunismo metodologico, che platonico o empirista o idealista trascendentale, a seconda dell'aspetto del suo lavoro che intende sottolineare. I filosofi sono filosofi, perseguono i propri obbiettivi come li perseguono i fisici, dunque necessario secondo Parrini che, affrontando la questione del rapporto tra filosofia e scienza, si eviti qualsiasi forma di normativismo, ovvero l'idea che ci possa essere qualcosa di prescrittivo. Lasciando dunque ad ognuno le proprie competenze, la questione che si pone : nel perseguimento autonomo di questi obbiettivi quali possono essere i punti d'incontro? Escludendo i problemi etici, mai basati solo su premesse normative, ma anche conoscitive, dunque, riprendendo il pensiero di Preti, gli sviluppi della scienza possono facilmente far vacillare le fondamenta che reggono un qualsiasi sistema di etica, possiamo distinguere tre ordini di problemi: I. La fisica, non pi provincia della filosofia, ma disciplina autonoma, giunta a risultati talmente importanti da influenzare la riflessione filosofica stessa; tuttavia permangono resistenze da entrambe le parti. Un esempio ci viene dalle neuroscienze poste davanti al problema mentecorpo: filosofi di tendenza wittgensteiniana lo ritengono un problema di categorie generali, per il quale l'analisi filosofica autosufficiente; in antitesi si pensa invece che le scienze cognitive possano risolvere tale questione filosofica (Churchland & Churchland). Altri esempi ci illustrano come la filosofia abitui ad atteggiamenti critici molto funzionali alle scienze, liberandoci da concezioni dominanti e permettendo ai ricercatori di uscire da schemi prestabiliti; Einstein afferma che non sarebbe potuto arrivare alla teoria della relativit se non fosse stato influenzato profondamente da analisi critiche filosofiche come quelle di Hume sulla causalit, grazie alle quali si potuto estraniare dalla nozione tradizionale di simultaneit. II Ordine di problemi. Quello che Kuhn considera una sorta di irrazionalit del mutamento scientifico diminuisce se si considera che l'affermarsi di una nuova teoria spesso accompagnato da un dibattito filosofico attento alle scienze; dunque la filosofia apre alla possibilit di portare un chiarimento di quelle innovazioni concettuali che spesso rappresentano l'ostacolo principale per accettare nuove teorie scientifiche. In questo caso la funzione della filosofia un'attivit a posteriori che tenta una comprensione del perch di una nuova formula, che cerca di ricostruire un tessuto di continuit nella dinamica delle scoperte scientifiche. III Ordine di problemi. Ci viene posto da Sellars e riguarda il nostro convivere con due immagini del mondo, quella scientifica e quella manifesta (del senso comune). Cercare di capire il rapporto tra queste due immagini ci porta su quel terreno scivoloso di cui parlava Einstein

nella frase sopra citata. L'epistemologo potrebbe voler rendere pi armoniosa la visione del mondo ricercando una forma di unit, non per forza incorrendo nella derisione di Goethe; nonostante tutto, il problema della coerenza non posto solo dal filosofo allo scienziato, ma anche dai suoi colleghi scienziati, come quando fu rimproverato ad Einstein di non voler accettare una nuova teoria che poggiava sulle stesse basi epistemiche della relativit generale, egli si difese dicendo: un bel gioco non deve essere ripetuto pi di una volta.... Tommaso Geri

I due studiosi, pur con orientamenti diversi (fenomenologico e neuroscientifico), sembrano essere daccordo su una cosa: la non completa riducibilit della coscienza ad oggetto di indagine (e comprensione) neurofisiologica. In altri termini, la coscienza, al momento attuale, sfugge ad una completa spiegazione da parte delle neuroscienze. Possiamo domandarci allora: Perch sfugge? Probabilmente perch, come sosteneva William James, ogni pensiero tende a fare parte di una coscienza personale che sempre in movimento. La coscienza allora, interessata (come latto di pensiero) ad alcuni oggetti ad esclusione di altri e sceglie, insomma, tra essi. Roberta Lanfredini ha trattato il fenomeno della coscienza da un punto

Che cos la coscienza?


Relatori: Roberta Lanfredini e Arnaldo Benini
La coscienza consiste in una serie di stati e processi soggettivi. Essi sono stati di consapevolezza di s, interiori, qualitativi e individuali. La coscienza allora quella cosa che comincia ad apparire al mattino, quando dallo stato di sogno e di sonno passiamo allo stato di veglia e permane per tutta la durata del giorno fino alla sera, quando, tornando a dormire, diventiamo incoscienti. Questo per me il significato del termine coscienza. John R. Searle, in Cervelli che parlano: il dibattito su mente, coscienza e intelligenza artificiale Mondadori, Milano, 2003, p.185.

di vista teorico-descrittivo, concependolo come fenomeno intenzionale e allo stesso tempo non intenzionale (la natura sensoriale della coscienza), come dimensione e come autocoscienza, mettendo in risalto il punto di vista del soggetto cosciente. Il flusso di vissuti si situa in una temporalit diversa da quella fisica e la coscienza si caratterizza per la sua dimensione intenzionale: essa direzionale e orientata spazialmente. Come sostenuto da Husserl, infatti, la coscienza sempre coscienza di e lintenzionalit rappresenta la struttura fondamentale del rapporto con il mondo. Viene allora naturale domandarci se sia possibile concepire la coscienza indipendentemente da unpunto di vista: siamo pi o meno tutti dac-

In occasione della manifestazione Pensare il presente delle scienze, filosofi e scienziati a confronto, organizzata dalla SFI sezione di Firenze, si tenuto il 15 febbraio 2007, nella sala conferenze del Gabinetto Scientifico Letterario G.P. Vieusseux di Firenze, un incontro dal titolo: Che cos la coscienza? Relatori della conferenza-incontro sono stati Roberta Lanfredini, professore ordinario di Gnoseologia alla Facolt di Lettere e Filosofia dellUniversit di Firenze e Arnaldo Benini, primario di Neurochirurgia alla Facolt di Medicina di Zurigo. Il tema della coscienza da sempre affascina studiosi di diversi orientamenti e fino a pochi anni fa era di pertinenza esclusiva di filosofi e psicologi teorici. Oggi per, grazie allutilizzo di nuovi strumenti dindagine scientifica come la PET, la risonanza magnetica funzionale e le cosiddette tecniche di neuroimmagine, possibile fornire risposte dettagliate su base sperimentale a domande che appena cinquantanni fa erano considerate di puro interesse filosofico. Che cosa c, infatti, di pi umano che interrogarci sulla nostra capacit di percepire noi stessi come un tutto unico e coerente? possibile descrivere in termini neuroscientifici (potenziali evocati, correlati neurali, sincronizzazione neuronale ecc.) che cosa accade dentro le nostre scatole craniche, mentre pensiamo a tali quesiti? In che senso (fenomenologicamente) possiamo definirci esseri dotati di intenzionalit e autocoscienza? ipotizzabile una strategia riduzionista che possa risolvere queste questioni? Esiste un luogo (cerebrale) della coscienza?

cordo infatti, che esiste un oggetto della coscienza che il soggetto e allo stesso tempo loggetto della percezione da parte del soggetto, infatti, lecito chiederci: Cosa stai percependo?. Ma anche: Chi prova la sensazione di dolore?. Questa ambiguit, lessere una volta sfondo, una volta figura da parte della coscienza, la rende simile ad una figura percettivamente impossibile, della quale per naturale immaginare due suoi stati contemporaneamente (si pensi al cubo di Necker: limpossibilit sta nel non potere, in un senso neurale, percepire la figura nei due modi contemporaneamente ). Tutti gli stati di coscienza sono intenzionali? La risposta sembra negativa: infatti, gli attacchi di panico, gli stati di ansia generalizzata, o di angoscia, sono esempi di stati di coscienza non intenzionali, essi cio sono sensoriali e allapparenza non mediati da contenuto interno (nel quadro di unanalisi fenomenologica): essi vengono allora esperiti in un senso pre-intenzionale e sono per cos dire, la spia di una chiusura nei confronti del mondo. La concezione kantiana dellIo, che unifica i vissuti con il significato intenzionale della soggettivit, superando i limiti cartesiani di una coscienza disincarnata e astratta, rende legittima la definizione di Io come il mioflusso di coscienza; ma se noi possiamo farne esperienza, la coscienza sembra escludere lIo stesso; infatti, se essa pu essere vissuta , non pu allo stesso tempo essere intenzionata, tanto da dubitare che la soggettivit stessa possa essere oggetto di qualche cosa. Arnaldo Benini ammette che allo stato attuale noi non sappiamo che cosa sia la coscienza. Questo per non significa che non sia possibile darne alcune definizioni: LIo cos caro ai filosofi, lio che pensa, si materializzato e sta nel Humana.Mente Anno I Vol 1 - ISSN 1972-1293 27

cervello, e se luomo il suo cervello, allora la coscienza un insieme di stati qualitativi (memoria, percezione, riflessione, ecc.) suscettibili di misurazione. Da un punto di vista neuroscientifico, infatti, non solo gli stati di coscienza di cui parlano i filosofi della mente esistono, (in un senso fisico), ma possibile darne una descrizione scientifica dettagliata: in questo senso, per esempio, il sapore del gelato sarebbe uno stato qualitativoben definito (ben esperito, si potrebbe dire) che il fisiologo in grado di descrivere con precisione. Ora, dice Benini, gli stati di coscienza sono talmente reali, e non oggetti cartesiani delliperuranio, che sono suscettibili di alterazione chimica, e che possibile descrivere con indici neurocomportamentali. Infatti, per un medico, lo stato di vigilanza di base, la consapevolezza dellidentit corporea e la coscienza autobiografica, per esempio, sono stati di coscienza ben osservabili. Uno stato di coscienza alterato non rappresentaqualche cosa, ma un sintomo di qualche cosa; inoltre oggi possiamo definire i costrutti classici della psicologia e della filosofia della mente, in termini di correlati neurali corticali (NCC) (si fa lipotesi che le funzioni superiori dipendano in gran parte dallattivit della corteccia cerebrale, anche se oggi sappiamo, in realt, che sono implicate anche alcune regioni subcorticali) e attraverso le tecniche di neuroimmagine possibile osservare in vivo lattivit metabolica dei nostri sistemi nervosi alle prese con i compiti pi disparati. Allora, cosa possiamo dire del fenomeno della coscienza dal punto di vista del neuroscienziato? Gli studi pioneristici di Roger Sperry indicavano la coscienza come una capacit dellemisfero sinistro: questo sembra possedere, come poi evidenzato dal neurofisiologo Michel Gazzaniga, uninnata natura interpretativa e logogena che lemisfero destro non possiede (il sinistro considerato lemisfero del linguaggio e sembra che alterazioni nella comprensione del linguaggio si accompagnino spesso a compromissioni delle funzioni cognitive superiori, tra cui lintenzionalit, per esempio). Oppure, ricordando Damasio, la coscienza rappresenterebbe lequilibrio neurale tra i centri prefrontali (filogeneticamente recenti e sede, sembra, dei comportamenti cognitivi complessi come il ragionamento, la memoria di lavoro, lattenzione) e le regioni profonde (amigdala, ippocampo, nuclei subcorticali) alla base dei meccanismi coinvolti nei processi mnemonici e nellelaborazione degli stati emotivi. Noi non siamo altro che lequilibrio tra le aree frontali e i centri dellaf-

fettivit, e sono questultimi che ci fanno diversi luno dallaltro, sostiene Benini; infatti, il numero delle fibre nervose che vanno dai centri profondi a quelli anteriori, il doppio delle fibre che fanno il percorso inverso. Benini concorda con Lanfredini sulla natura non intenzionale di ogni contenuto di coscienza; in altre parole non tutto quello che riguarda la coscienza intenzionale: pazienti con tumore maligno dei lobi temporali sono colpiti da attacchi di ansia incontrollabili senza cause reali apparenti. Di che cosa si preoccupa allora il paziente? interessante osservare che il paziente di fatto non lo sa, dato che gli attacchi in questione gli accadono e basta. Qui lelemento di chiusura nei confronti del mondo degli stati di coscienza alterati, appare in tutta la sua drammaticit, sostiene Lanfredini. Benini cita inoltre la scoperta dei neuroni specchio e il ruolo giocato dallintenzionallit motoriain funzione dellacquisizione del pensiero, la funzione della formazione reticolare attivante nella regolazione delle funzioni degli organi interni e nel mantenimento dello stato di vigilanza (il tutto senza che emerga ad un livello di coscienza) e dei nuclei talamici che costituiscono la principale stazione di ritrasmissione del cervello (dal talamo le informazioni sensoriali vengono trasmesse alla corteccia dove avvengono elaborazioni pi raffinate degli stimoli). Alcuni problemi per rimangono aperti: la natura della causazione mentale e il problema della chiusura cognitiva (il cervello non sembra in grado di oggettivare completamente se stesso), la questione del libero arbitrio, la natura del pensiero (o i formati del pensiero), i qualia e il rapporto mente-corpo. Indipendentemente dal fatto se sia lecito dire io ho un cervello o io sono un cervello, Benini, un po sorprendentemente, conclude che la coscienza non verr mai spiegata completamente. Potrebbe essere anche vero, ma non capiamo la necessit di quel completamente. La comprensione di un problema scientifico complesso come la coscienza, sar probabilmente incompleta ancora per un po, ma ben altra cosa dire che questa rester una specie di mistero o un fenomeno incomprensibile per sempre.

Alberto Binazzi

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Leggere per non dimenticare


Ciclo di conferenze alla Biblioteca Comunale La forza del pudore e Storia dellindifferenza
Presentano gli autori A. Tagliapietra e S. Ghisu
Nellambito del ciclo dincontri Leggere per non dimenticare, a cura di Anna Benedetti, il 7 febbraio alla Biblioteca Comunale Centrale si tenuta una duplice presentazione: La forza del pudore (Rizzoli, Milano 2006) di Andrea Tagliapietra e Storia dellindifferenza (Besa, Lecce 2006) di Sebastiano Ghisu. Due libri che, a detta degli autori, descrivono entrambi un movimento che si inserisce nella medesima cornice, quella del ritirarsi, della distanza, dellallontanamento. Il pudore non da identificarsi con la vergogna o la paura, ma va inteso come il modo individuale di proteggersi, una sana reazione di allontanamento che consente di difendersi dalla pluralit dei ruoli imposti dalla societ odierna, e, in ultimo, di salvaguardare la propria libert. Allo stesso modo nel testo di Ghisu lindifferenza perde la connotazione negativa di senso comune, per assumere quella di un movimento di allontanamento coincidente in ultimo con la dinamica della razionalit occidentale. Per attuare un uso critico della ragione necessario non appartenere a ci che si giudica, ma altres imparare ad acquisire un punto decentrato da cui osservare e giudicare; Ghisu, attraverso figure mitologiche, quadri, narrazioni, illustra proprio la genealogia di questa acquisizione, che parte dallinizio della filosofia per arrivare sino a noi. I due autori concordano sul fatto che tanto la nozione di pudore quanto quella di indifferenza, rimandano a un movimento che quello eseguito dalla filosofia quando analizza le cose del mondo: una dinamica di distanziamento che esclude linteresse finalizzato, che si ritrae dalle cose e dal loro quotidiano e costante appello per meglio giudicarle. Matteo Leoni

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La mente e i fenomeni: losoa, neuroscienze, psicopatologia a confronto


Dipartimento di Filosoa dellUniversit di Firenze Problemi epistemologici sulla natura del mentale
Relatori: Roberta Lanfredini, Marco Salucci.
Niente mi sembra pi naturale che supporre che nel cervello non c alcun processo che abbia a che fare con lassociazione mentale o con il pensare, cos che sarebbe impossibile risalire dai processi del cervello ai processi del pensiero. [] Perch una qualunque cosa, di qualunque specie sia, dovrebbe essere immagazzinata in una qualche forma? Perch dovrebbe esservi stata lasciata una traccia? Perch non potrebbe esservi una regolarit psicologica cui non corrisponde alcuna regolarit fisiologica? Se ci sconvolge il nostro concetto di causalit, vuol dire che era tempo che fosse sconvolto.
L.Wittgenstein, Zettel, Basil Blackwell, Oxford 1967, par. 608-610. Astenendosi dal pronunciarsi su ci che reale o sulla natura della realt, essi affermano che se la tesi dellidentit non necessariamente falsa e non pu essere rifiutata per motivi logici, e se non nemmeno necessariamente vera e il negarla non d luogo a contraddizioni, allora la verit o la falsit della teoria deve essere accertata in sede di indagine empirica. Come argomentato in (PLACE, 1956), infatti, accettare la nozione di processo interiore non implica il dualismo e la tesi secondo la quale la coscienza un processo cerebrale non pu essere respinta con argomentazioni logiche. Quindi, dice Salucci, secondo i teorici della teoria dellidentit, se si riesce a mostrare che non ci sono motivi logici per rifiutare la teoria, allora essa potrebbe essere di fatto vera e quindi diventare unipotesi scientificamente praticabile. Per un teorico dellidentit, se uno stato mentale M ha una propriet P che lo individua come M, (laccesso privato, per esempio), allora P o di natura fisica o no lo ; ma questa propriet non pu che essere di natura fisica perch altrimenti, si violerebbe il criterio della chiusura causale (se qualcosa di fisico causa di qualcosa di fisico, questo deve essere di natura fisica). Non resta altro che spiegare, allora, come lemergenza di P non possa essere di natura diversa da M. Salucci argomenta che se M realizzato da F, e allo stesso tempo M In occasione del ciclo di incontri La mente e i fenomeni: filosofia, neuroscienze, psicopatologia a confronto, si tenuto, presso il Dipartimento di Filosofia dellUniversit di Firenze, un incontro dal tema: Problemi epistemologici della teoria dellidentit. I due relatori, Roberta Lanfredini ordinaria di Gnoseologia allUniversit di Firenze e Marco Salucci, professore a contratto di Storia della filosofia del linguaggio presso la Facolt di Psicologia di Firenze, hanno discusso i rapporti che la teoria dellidentit intrattiene con le neuroscienze da un lato, e con la riflessione fenomenologica dallaltro. Marco Salucci, come gi argomentato nel suo libro La teoria dellidentit, alle origini della filosofia della mente, (Le Monnier 2005), ha sostenuto che la teoria dellidentit si differenzia sia dal comportamentismo, sia dalle teorie precedenti al comportamentismo: infatti, per i sostenitori della teoria dellidentit, la tesi secondo cui gli stati mentali sono stati cerebrali, un ipotesi empiricae il compito dei sostenitori della teoria allora quello di mostrare come lidentit in questione sia coerente e non possa essere rifiutata con argomenti a priori. I teorici dellidentit psicofisica infatti, ammettono stati interni che causano i comportamenti, ma a differenza dei dualisti (che non sono tenuti a postularlo), assumono che gli stati interni siano stati fisici, cio stati del sistema nervoso centrale. Humana.Mente Anno I Vol 1 - ISSN 1972-1293 30 causa M1 (credenza che causa unaltra credenza), allora M sar realizzato da F e M1 sar realizzato da F1 (lo stato fisico corrispondente a M1). Ora, ipotizzando che F e F1 possano essere identificati con cervelli, (o microchip, o altro), M1 ha due cause M e F1. Allora, si domanda Salucci: Questa resta unipotesi sostenibile nel quadro di unontologia dei livelli ?

Tutto rappresentazione? Tutto ha bisogno di un portatore senza il quale non avrebbe consistenza? Io mi sono considerato portatore delle mie rappresentazioni, ma non sono per caso anchio una rappresentazione? Mi pare di stare su di un divano, di vedere le punte di un paio di stivali, il davanti di un paio di pantaloni, un gilet, dei bottoni, parti di una giacca, due mani, qualche pelo di barba, il profilo sfuocato del naso. E io sarei questa associazione di impressioni visibili, questa rappresentazione complessiva?
Gottlob Frege, Ricerche logiche, Guerini e Associati, Milano 1988, p. 64.

Il problema per un dualista, allora, rimane quello di provare, attraverso unanalisi logica, linsostenibilit della teoria dellidentit e stabilire che tipo di efficacia causale c tra uno stato mentale e un determinato comportamento.
Secondo Roberta Lanfredini, i teorici dellidentit sono antidualisti e antieliminativisti e il riduzionismo ontologico afferma, in realt, che gli stati mentali e gli stati cerebrali sono differenti tipologie di processi. Analizzare la teoria dellidentit allora, significa essenzialmente domandarci che tipo di identit sia quella di cui parlano questi teorici. Come argomentato in (PLACE, 1956) infatti, lopinione quasi universalmente accettata che unasserzione di identit tra coscienza e stati cerebrali possa essere respinta per ragioni puramente logiche, deriva dalla mancata distinzione fra ci che possiamo chiamare l per definizione e l per composizione: infatti, si domanda Roberta Lanfredini, un

enunciato come uno stato mentale uno stato cerebrale appare diverso se confrontato con una nuvola una massa di particelle in sospensione e il lampo un movimento di scariche elettriche. Ora il secondo un enunciato osservativo, mentre il terzo osservativo-teorico: ma il primo (uno stato mentale uno stato cerebrale) che tipo di enunciato ? Infatti secondo Roberta Lanfredini addirittura dubbio considerare uno stato cerebrale come unentit teorica: come mostrato da Kant e da Husserl, lo stato di coscienza non un oggetto di conoscenza, ma oggetto di riflessione. Noi infatti non siamo passivi nei confronti del mentale, e la differenza sostanziale tra stato mentale e cerebrale che lo stato mentale pu essere sia in prima che in terza persona mentre lo stato cerebrale soltanto in terza. Prendiamo per esempio lesempio fregeano di Venere : la stella della sera la stella del mattino; ora si chiede Roberta Lanfredini, qual lanalogo di Venere per stati mentali e stati cerebrali? Esiste? Pu esserci causa, senza oggetto fenomenico? Noi, in realt accediamo ad oggetti di tipo qualitativo diverso (e ricadiamo nel dualismo). Occorre allora distinguere in un ottica antirealista, tra lesperienza di un oggetto e loggetto esperito.

non ci siano caratteristiche speciali che ci permettono di identificare indipendentemente gli M-stati non saremo mai in condizione di scoprire la loro identit de facto con i C-processi.1
Quali sono allora due caratteristiche, che possiamo, con prudenza, attribuire agli eventi mentali? La propriet dellaccesso privato degli stati mentali e il rapporto di correlazione tra stati mentali e stati cerebrali; ma ad oggi non possiamo andare oltre alla correlazione, ammette Marco Salucci. Allora siamo in grado oggi di dare una descrizione esaustiva della nostra vita mentale? Una buona teoria deve soddisfare i seguenti criteri, afferma Salucci: realismo, efficacia causale, chiusura causale, realizzazione fisica. Deve dimostrare che gli stati mentali esistono in quanto stati mentali, che hanno un ruolo causale, (il credere che P causa il comportamento Q), assunto antiepifenomenista, che se gli stati mentali sono qualcosa di fisico, e se hanno un ruolo causale, questo deve essere a sua volta di natura fisica, e infine, che se gli stati mentali sono qualcosa di fisico, allora essi devono possedere una realizzazione fisica (il cervello). Al momento attuale, concordano Salucci e Lanfredini, noi non abbiamo una teoria del mentale che soddisfi tutti e quattro i criteri contemporaneamente. Alberto Binazzi

Perch allora, costituisce una fallacia dare legittimit ontologica a oggetti fenomenici? Perch le entit fenomeniche devono essere escluse dallassetto del mondo?
E inoltre: Pu esservi causazione tra enti di natura diversa? Possiamo ridurre ad oggetto di conoscenza scientifica la percezione della coscienza?. Come sostenuto in (ARMSTRONG, 1980) la coscienza non nientaltro se non la percezione o la consapevolezza degli stati della nostra mente. [] Kant, con unespressione efficace parlava di senso interno. Noi infatti, non siamo in grado di osservare direttamente la mente degli altri, ma possiamo percepire la nostra propria mente e di percepire ci che gli accade. Gi, ma come fa a rendere oggetto di conoscenza ci che gli accade? Come si fa a rendere oggetto di conoscenza lintrospezione? Come si fa, si domanda Roberta Lanfredini, a rendere oggetto di conoscenza il dolore? Certamente corretto dire che viviamo il dolore. Allora come fa una propriet di natura fisico-chimica a causare levento provare dolore? Inoltre se esiste correlazione, allora esistono due entit, dato che non si pu stabilire una correlazione di uno stato mentale con se stesso; infatti come sostenuto in (SMART, 1959), dire che sensazioni visive, uditive, tattili, dolori e sofferenze, sono correlati con processi cerebrali non ci aiuta, perch dire che sono correlati, equivale a dire che sono qualcosa di ulteriore. Dunque, sostiene Roberta Lanfredini, o si dualisti o si eliminativisti: non c spazio per lidentit. Come argomentato in (SHAFFER, 1961), 1. J.Shaffer, (1961), p.135

NOTE

BIBLIOGRAFIA Armstrong, D.M. The Nature of Mind, in The Nature of Mind and Other Essays, Cornell University Press, Ithaca-NewYork, 1980. Place, U.T. Is Consciousness a Brain Process?, The British Journal of Psyhology, 47, 1956. Salucci, M. La teoria dellidentit. Alle origini della filosofia della mente, Le Monnier, Firenze 2005. Shaffer, J. Could Mental State be Brain Process?, The Journal of Philosophy, 58, 1961.73-389.

Neuroni a specchio e intenzionalit motoria


Relatore: Corrado Sinigaglia.
Venerd 23 Febbraio, presso il Dipartimento di Filosofia dellUniversit degli Studi di Firenze, il Prof. Corrado Sinigaglia ha tenuto una lezione su Neuroni a specchio e intenzionalit motoria, nel ciclo di Incontri promossi dal Seminario di Epistemologia 2007. Sinigaglia, Professore di Filosofia della Scienza ed Epistemologia allUniversit Statale di Milano ha da poco pubblicato, insieme al neuroscienziato italiano Giacomo Rizzolatti, un testo divulgativo sui neuroni specchio, che sta riscuotendo un enorme successo e che sta facendo conoscere anche al grande pubblico questa scoperta. Il libro sintitola So quel che fai, il cervello che agisce e i neuroni specchio (Giorello Editore, 2006). Sinigaglia ha collaborato con lIstituto di Neuroscienze di Parma (dove Rizzolatti lavora) e ha potuto rielaborare teoricamente le scoperte Humana.Mente Anno I Vol 1 - ISSN 1972-1293 31

Gli M stati sono di fatto identici ai C processi? [] In generale senza speranza aspettarsi di riuscire a definire le propriet psichiche in termini di propriet fisiche e continuare a sostenere, come fanno i teorici dellidentit, che lidentit tra gli M-stati e i C-processi una scoperta empirica. A meno che

condotte da Rizzolatti e dal suo staff, composto da ricercatori di tutto il mondo. 15 anni fa - per la precisione nel 1992 - Rizzolatti fece conoscere i risultati delle sue prime ricerche sui neuroni a specchio realizzate con la tecnica del neuroimaging (risonanze magnetiche FMRI) sulle piccole scimmie makaki. Gli stessi neuroni che si attivano quando lanimale compie un gesto, si attivano quando lo stesso gesto compiuto dallo sperimentatore. Ci deve essere la visione di unazione o di uninterazione specifica e quindi congruenza nellattivarsi motorio, perch questi neuroni entrino in funzione. La prima ipotesi sul funzionamento di questi neuroni non canonici era che rispondessero ad una funzione e capacit imitativa. Ma, a dispetto di quello che si potrebbe comunemente pensare, i makaki non sono in grado di imitare. Scartata questa ipotesi, lidea che sta alla base ancora oggi dellinterpretazione teorica dei neuroni a specchio che ci sia una sorta di mappatura tra informazione motoria e informazione sensoriale. Il nostro apparato sensoriale codifica infatti prendendo significati dal dizionario motorio (come lo chiama Rizzolatti) di cui dovremmo disporre sulla base di queste scoperte. Sinigaglia ricorda che la scoperta dei neuroni a specchio ha conseguenze epistemologicamente rilevanti e sostiene che queste riportano in auge quella filosofia dellazione e della percezione, che vedeva per esempio in Merleau-Ponty (lillustre fenomenologo della percezione) un precursore. Merleau-Ponty diceva che il semplice gesto dellafferrare possiede in s una qualche forma di magia: la mano incontra loggetto senza essere guidata da alcuna rappresentazione. Criticava lidea che ogni comportamento dovesse essere riflesso o deliberativo-intenzionale. Lidea che lelemento intenzionale quello che causa e che il resto sia puro movimento fisico. Lidea che il processo motorio non sia altro che quella parte del nostro cervello che mette in atto decisioni prese altrove. Nella corteccia motoria uno stesso neurone governa anche atti motori antagonisti, come laprirsi o il chiudersi in opposizione di una mano. Loggetto viene catalogato dal sistema motorio in termini delle sue affordances motorie (quelle propriet funzionali di oggetti in interazione con l'osservatore; ad esempio uno sgabello suggerisce lidea della possibilit di sedercisi sopra), dai modi in cui pu essere preso un oggetto. Linformazione per agire sugli oggetti non data da una semantica che ci dice cos loggetto. Per esempio loggetto <tazzina> una modalit di prese che si consolidano rispetto ad altre. I neuroni nel cervello non scaricano se non c interazione specifica con loggetto. Scaricano quando la mano non si muove a caso, ma va diretta alla scopo. Come diceva Merleau-Ponty basta vedere loggetto per capirne gli usi. Soltanto la capacit visuomotoria del cervello - per Sinigaglia - spiega quindi i neuroni a specchio. C una combinazione diretta (cos sembrerebbe secondo questa ipotesi) tra informazione sensoriale e motoria. Lo stimolo visivo viene mappato dallinformazione motoria. Noi vediamo (o pi in generale percepiamo) Humana.Mente Anno I Vol 1 - ISSN 1972-1293 32

gli oggetti del mondo gi confezionati e carichi del significato che gli usi di quelloggetto potrebbero suggerire. Il pacchetto motorio ci fa vedere il mondo in direzioni gi definite. Linformazione visiva ad un certo punto pu anche venir meno, perch c una codificazione motoria. Anche i rumori stessi vengono classificati dalla corteccia parietale in base alla possibile azione, cui possono essere associati, anche se lazione legata al rumore non la sentiamo, ma la vediamo e basta. Sinigaglia ci dice: Il motorio d la chiave per comprendere il contenuto intenzionale dellazione . Il cervello codifica alla stessa maniera informazioni sensoriali diverse (vedere e sentire un rumore) perch associate ad una stessa affordance motoria (in un esperimento citato da Sinigaglia il semplice rumore dello strappo di un foglio). Il sistema motorio non organizza per singole catene di azioni, ma fluido e ha una fase di anticipazione efficiente dellazione; se la prefigura prima. I neuroni a specchio mettono in luce una forma di intentional understanding, un carattere predittivo delle risposte motorie. Per Sinigaglia questo tipo di attivazione mirror a livello neurale rappresenta a livello non neurale la nostra intenzionalit motoria. Il significato intenzionale quellinsieme che d e riconosce la specifica interazione con loggetto. C una fase di comprensione motoria altrui che non richiede per forza la mentalizzazione (un ricorso cio a stati proposizionali mentali del livello cognitivo). La capacit di agire quindi il motore della capacit di capire. Questo dicono i neuroni a specchio. La capacit di rappresentazione motoria innesta la comprensione di repertori dazione. Se questa come ci dice Sinigaglia - davvero la conseguenza epistemologica delle scoperte sui neuroni a specchio, erta sar la salita per parte della fenomenologia e filosofia della mente, che avevano fatto dei contenuti intenzionali degli stati mentali un dolmen indiscutibile.

Duccio Manetti

Psicopatolagia del senso comune


Relatore: Giovanni Stanghellini
La domanda che porta uno psichiatra a parlare del suo lavoro in unaula di filosofia quanto mai attuale perch si tratta di capire se un rapporto di reciprocit possa essere utile allo sviluppo di entrambi gli studi, in quale misura e secondo quali criteri. E innanzitutto doveroso rispettare la premessa fatta da Giovanni Stanghellini: che ogni domanda, ogni dubbio, ogni affermazione riguardo al tema trattato debbano considerare la reale, imprescindibile, esistenza delle persone a cui ci riferiamo. Ci risulter pi chiaro considerando che il tema su cui verter la lezione la schizofrenia.

La schizofrenia viene determinata dalla compresenza di due tipi fondamentali di disturbo. Il primo si qualifica come disturbo della coscienza fenomenica e disturbo della coscienza del s, il secondo come disturbo dellintersoggettivit. Essi si manifestano, rispettivamente, nella perdita dellimmediata percezione di se stessi e nellincapacit a relazionarsi con gli altri. La persona schizofrenica, per colmare la prima di queste assenze, attua dei meccanismi che portano ad un progressivo incremento di quella che viene chiamata coscienza iper-riflessiva (di contro alla coscienza pre-riflessiva, andata perduta), ovvero una costante osservazione di se stessi, percepiti non pi come soggetti, ma come oggetti dosservazione. Per supplire, invece, allaltra mancanza cerca di rappresentarsi una struttura di regole comportamentali secondo uno schema prevalentemente di tipo matematico. In sostanza, lindividuo non riesce pi a ritrovare un orizzonte di senso comune con gli altri e tenta di rispondere alla presenza di altre persone figurandosi una sorta di algebra dei rapporti interpersonali. In questo senso molto significativa una testimonianza, riportata dal relatore, in cui la forma di rappresentazione delle relazioni intersoggettive viene indicata dalla parola algoritmo. Entrambe le reazioni, nel corso del loro sviluppo, possono portare al manifestarsi di episodi psicotici e allucinazioni, soprattutto uditive. La mente schizofrenica, infatti, persegue un cammino di costante oggettivazione del mondo, sia interiore che esteriore, fino a perderne completamente la comune nozione. La formazione di neologismi e gli episodi di cenestopatia sono dimostrativi di questo aspetto. Questo non pu essere altro che un breve ed imperfetto accenno allargomento, tuttavia, in esso si possono scorgere le radici di molte domande che portano non solo vicino, ma dentro alla filosofia: Il riconoscimento di unanomalia laddove operano proprio quelle forze logiche e matematiche che possiamo riconoscere come il primo motore della nostra attuale societ. Limportanza di quella parte del percepire che non si pu localizzare, n verbalizzare secondo gli abiti dellesperienza sensibile. La complessit dolorosamente reale del rapporto tra la mente ed il corpo, tra la mente ed i corpi. Credo che questi interrogativi possano essere una traccia della possibilit, per questi due campi dindagine, di trarre profitto da una reciproca attenzione. In questa prospettiva ipotizzabile che possa esserci qualche sentiero percorribile di analisi nel cercare di comprendere quale statuto ontologico assumano gli oggetti che compongono la realt di un soggetto schizofrenico. Scilla Bellucci

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N O T I Z I E

D I

F I L O S O F I A

E V E N T I

C U L T U R A L I

L A B O R A T O R I O

D I

I D E E

Interviste
Francesco Adorno
E una piovosa mattina di Luned a Firenze quando mi reco in via S.Egidio dov situata lAccademia della Colombaria presieduta dal prof. Francesco Adorno con cui ho appuntamento per unintervista. Segretario della sezione fiorentina nel 65, il professor Adorno un personaggio significativo nella vicenda culturale di Firenze nella seconda met del novecento. Lo trovo seduto alla sua scrivania chino su appunti e documenti e a dispetto della sua et, noto subito, da come mi saluta che la sua curiosit intellettuale e il suo acume sono tuttora brillanti e vivissimi. Cosa intende per portolano della navigazione umana? Sarebbe auspicabile. Purtroppo ci sono evidenti limiti nelle persone che oggi lo possono fare, sia nella concezione di coloro che possono fruire della riflessione filosofica sia nellespressione terminologica e concettuale. Come ho scritto in un recente articolo apparso sulla rivista Il Portolano (numero 43/44-Luglio/Dicembre 2005. N.d.r.) abbiamo bisogno di un portolano della navigazione umana. E lo sarebbe ancora. Tornando al presente: la vita culturale del paese e della citt molto cambiata. Pensa che sia ancora pos sibile, nella societ attuale cos frenetica, linteresse per la riflessione filosofica? lepoca discutevano e raccoglievano cose rarissime. Ci sembr appropriata.

Professore, Lei stato segretario della Biblioteca filosofica nel 65 dopo gi svariati anni di militanza nella Societ Filosofica Italiana insieme a intellettuali del calibro di Fazio-Allmayer e Garin. Cosa ricorda della sua esperienza?

Vede, il portolano quel libro di navigazione contenente rotte e carte marine, valori della profondit del mare, indicazioni sulle maree, i particolari delle coste e dei porti. Oggi usato anche per le rotte aeree. Da un punto di vista fenomenologico, se vogliamo, non Le pare che ogni nostra indagine sulluomo e sul suo farsi corrisponde ad una navigazio-

Ero ancora un ragazzo quando ho conosciuto Garin. Me lo present Mario Rossi che allora era il mio professore di filosofia al liceo e a cui devo la mia comprensione di Kant. Era il 1938 quando strinsi la mano a Garin: lui era gi uno studioso affermato mentre io un promettente giovane studente di filosofia.

ne?

Dunque pensa che oggi sia necessario avere un punto di riferimento per la nostra navigazione?

Luomo va considerato complessivamente nel suo contesto storico. Mai Il Fascismo e poi la guerra non erano proprio congeniali per lo sviluppo culturale di Firenze. Come siete riusciti a mantenere limpegno filosofico con lassociazione? andare al prima con il nostro poi. Bisogna cercare per ogni epoca come si pensa e perch, il linguaggio che si usa e perch, da parte di chi e perch, storicamente. Oggi non sappiamo perch usiamo certe parole e da dove derivano e hanno origine, condizionati dai media o da altri che Con molta fatica e non pochi pericoli; io, Garin e Fazio-Allmayer eravamo i pi attivi ma il nostro sforzo non consisteva soltanto nella produzione intellettuale. Era assai importante anche la raccolta di testi e documenti storici e la loro conservazione. Mi ricordo che pi volte dovemmo cercare tra le macerie importanti opere di valoro storico e culturale ancora conservate qui alla Colombaria. non sanno pensare storicamente. Ecco perch abbiamo bisogno di un portolano dell esserci, del nostro pensare e parlare, per non incappare in quelle sabbie mobili di significati che di volta in volta propongono stupidi modi di credersi attuali. Usare termini o fare come coloro che comprano quel che viene loro detto di comprare, dai lavapiedi ai detersivi e via dicendo, correndo tutti ad un tempo da un evento allaltro, stupidamente, facendo manina manina alla televisione. Proprio lAccademia della Colombaria stata nel 53, anno di rifondazione della Biblioteca, una delle sedi della sezione. Abbiamo bisogno di un portolano della storia delluomo, comprendendo i modi di pensare attuali, rifacendosi alle tappe, ai porti, alle rotte seguite dalluomo nella sua storia per poter comprendere intelligentemente il Si. Laccademia si confaceva come luogo e per lo spirito che tramandava. F fondata dalla famiglia Pazzi nel 1735 dove vari intellettuali del presente e, senza uscire da s, costruire il futuro. In La politica come intelligenza (in Pensare storicamente: quarantanni di studi e ricerche pp. 263 e segg., Olschki, Firenze 1995. N.d.r.) ho scritto che oggi cafoneria oblig far mostra della propria individuale bravura gonfiando Humana.Mente Anno I Vol 1 - ISSN 1972-1293 34

in smisurate ipertrofie dellio il privato, in greco idiota, a scapito della dimensione pubblica, la politeia, per cui ci troviamo in una idiotocrazia.

sviluppare il discorso sulla democrazia. In pi sono stato coinvolto con Alberto Asor Rosa in una piccola avventura politica: abbiamo cercato di inventare un forum della sinistra italiana, La Camera di Consultazione,

Sono dunque i mutamenti della societ il male che ci ha allontanato dalla dimensione pubblica e collettiva?

con lidea di mettere insieme tutte le forze di sinistra in questo paese e superare la frantumazione presente. Sindacalisti, sinistra DS, Verdi, Comunisti Italiani, associazioni della societ civile; questo tentativo

No, niente di male se il diverso, come bene, muta correttamente. Il guaio quando, per insipienza e incapacit di ben pensare si usano termini che significano altro, o meglio, non dicono nulla. Aveva ragione Goethe quando sosteneva che male non lignoranza, male lignoranza attiva, ormai superattiva.

durato poco pi di un anno ed naufragato davanti alle diffidenze dei partitini della sinistra; c stata elaborazione teorica e politica, cera Luigi Ferraioli, Rossana Rossanda, e molti altri coinvolti. Avevo letto un paper sulla questione della democrazia ed stata in quella occasione che mi venuta in mente lidea di fare incontrare Mill e Marx.

Pensa che sia vano tentare di portare la riflessione filosofica ad una dimensione pubblica nella societ attuale?

Un cambiamento didentit del cittadino come soggetto di trasformazione democratica ed il tentativo di rinnovare il contenuto delle sue virt civiche: tutto questo attraverso una lettura

Certamente non si pu pretendere che ognuno rifletta storicamente su di s e sul suo ruolo nella societ ma un gruppo di persone sapendo ci dovrebbe proporre un portolano della navigazione umana. Ognuno nel suo campo dovrebbe saper fare il mestiere pi difficile che ci sia: il mestiere di uomo. Smettiamola con questi prestigiatori populisti che sanno muovere solo velocemente le dita e formare illusioni da dare in pasto alla gente. Tentiamo invece di essere uomini, ossia persone civili.

di John Stuart Mill. Ci pu spiegare di cosa si tratta?

Si, molto volentieri. Sono rimasto abbastanza sorpreso tornando a John Stuart Mill dopo molti anni; lo avevo studiato allUniversit, quando ero studente, ma poi andai abbastanza lontano dal suo pensiero. Tornandoci sopra ho scoperto, ma stata una scoperta solo per me, gli esperti su Mill lo sanno da molto tempo, che Mill aveva unidea dellindividuo e del cittadino molto particolare; stato interpretato soprattutto come il grande difensore della sfera privata dallo Stato ed stato utiliz-

Tenteremo professore, magari onorando la tradizione della Bibiloteca Filosofica di Firenze. La ringrazio molto del suo tempo.

zato, diciamo ideologicamente, come colui che parla della libert, in contrasto con i comunisti che invadono la libert individuali e costringono gli individui a conformarsi. Se per torniamo al suo lavoro, On liberty, e lo osserviamo attentamen-

Saluto cos uno dei pi grandi intellettuali di Firenze che ha collaborato con i grandi filosofi italiani, che ha conosciuto Sartre di persona e che con grande disponibilit mi ha mostrato il suo punto di vista sulla societ attuale. Imbonitori, politici imprenditori, calciatori e veline; e mi viene da pensare che un peccato che il pensiero critico non si venda al mercato, magari quello di S.Lorenzo. Daltra parte, se si vendesse non sarebbe pi ci che . Riccardo Furi

te, si vede che certamente c questa idea della necessit di proteggere lindividuo, ma uno dei temi pi forti la liberazione lindividuo dal conformismo della societ che lo circonda; lidea, che onestamente ha fatto il giro dItalia, dato il successo del libro, che i cittadini devono essere attivi e dissenzienti Mill la ha nei riguardi del conformismo soffocante della chiesa anglicana e della cultura vittoriana in generale. Come reazione a tutto questo Mill cerc un immagine di cittadinanza molto attiva, coinvolta nelle cose politiche; e soprattutto cre unidea di cittadino che pensasse autonomamente, per se stesso, non semplicemente che assorbisse gli impulsi pi forti che venivano dalla chiesa,

Paul Ginsborg
Com nata lidea di questo suo ultimo libro La Democrazia che non c?

dalla cultura e dalla politica, che proprio quello che avviene ora con la televisione e la pubblicit, che crea una sfera pubblica molto conformista ed un consumismo di massa. Dunque una rilettura di Mill, che per me era di unattualit scottante.

Lidea venuta alla casa editrice. Hanno inventato questa collana, Le Vele, e mi hanno invitato a scrivere un contributo, pubblicato con un prezzo molto accessibile. Ho pensato che sarebbe stata una bella idea sviluppare lultimo capitolo de Il tempo di cambiare perch non avevo tutto lo spazio in un capitolo solo per

Nellambito del sistema di connessioni da lei proposto le famiglie sono collegate alla societ civile dallassociazionismo (pg 59) Ma come si combinano queste ultime e la societ civile agli organi di governo? Quali sono queste nuove forme di democrazia che combinano rappresentanza e partecipazione?

Humana.Mente Anno I Vol 1 - ISSN 1972-1293 35

Questa una domanda molto vasta. Tutta la seconda parte del libro dedicata ad esplorare le forme di questa connessione. Posso dare qualche esempio, molto attuale, anche perch un altro tema forte di questo libro che o la democrazia rinasce a livello locale o non rinasce. Non si pu pensare che arriver da Bruxelles. E talmente ampio il deficit democratico nellUE che ci vuole un fortissimo impulso dal basso, e questo un altro dei fili rossi del libro. Detto questo, facciamo un esempio: parlavo ieri con il sindaco di San Piero a Sieve, dove hanno deciso di sperimentare questanno un bilancio partecipato, seguendo il modello di Porto Alegre; penso di poter dare per scontato per i vostri lettori la conoscenza dellesistenza di questo modello. Il sindaco mi ha spiegato che hanno deciso di mettere a disposizione della popolazione met del bilancio, al netto ovviamente degli stipendi, un milione di euro. Attraverso un processo partecipato i cittadini devono stabilire le priorit per il loro comune nel prossimo anno. Hanno cominciato con le assemblee di quartiere di quartiere, di frazione, per fare una scelta fra progetti per la spesa di questi soldi. I tecnici, gli amministratori, ma anche i membri del consiglio comunale erano costretti o fortemente incoraggiati a venire a queste assemblee cittadine e spiegare in modo trasparente e semplice virt e difetti di questi progetti. Queste hanno avuto una partecipazione limitata: una delle lezioni pi interessanti per me uscite da San Piero a Sieve che la cittadinanza non per niente abituata ad avere un ruolo, ed il grado di partecipazione non superava il 10%. La cittadinanza, e questo credo sia molto interessante a livello teorico, concepita adesso, nelle societ avanzate, soprattutto come una cittadinanza passiva. Addirittura parecchi cittadini hanno detto al sindaco: ma perch la abbiamo eletto? Spetta a lei prendere la decisione, non a noi. Questo proprio per dire: noi non vogliamo la partecipazione, non dovete scocciarci e questo interessante. Nonostante ci la sperimentazione andata avanti ed alla fine hanno fatto una scelta tra 5 progetti: stato chiesto alla cittadinanza tutta di esprimere una preferenza attraverso una scheda elettorale. Dunque erano coinvolti non solo coloro che partecipavano alle assemblee, un numero come si visto piuttosto limitato, ma tutti potevano votare per questi progetti. Molto interessante il fatto che il progetto vincitore stato quello per la riconversione ed il recupero di un vecchio cinema, trasformato in un centro culturale. E dalla scelta del sindaco, molto favorevole a questo tipo di partecipazione, che emersa questa scelta cos illuminata. Tutto il libro, come mi stato fatto notare pi volte, giocato fra la teoria e gli esempi reali: questo piccolo esempio, in un comune di 15.000 abitanti, interessante per spiegare meglio il sistema di connessioni e la difficolt a stabilirlo. A Porto Alegre, dopo un inizio con solo 3000 individui coinvolti su una popolazione di 1.300.000 si arrivati a 30.000: hanno decuplicato. Humana.Mente Anno I Vol 1 - ISSN 1972-1293 36

Questo a Porto Alegre. Bisogna vedere cosa succeder a San Piero a Sieve. Il sindaco, donna, determinato a continuare.

Che rapporto c secondo lei fra i deficit organizzativi delle liberaldemocrazia e la valutazione della societ civile fatta da Gramsci nei Quaderni del carcere? Nonostante le sue pecche ed il ruolo necessariamente onnicomprensivo del partito, non proprio Gramsci a teorizzare una lenta conquista del potere in Occidente attraverso la societ civile?

Questo ci porta su un terreno molto complicato. Non c dubbio che lidea di una guerra di posizione nella societ civile, un lento avanzamento attraverso un programma culturale e politico che permetta al Principe Moderno di conquistare sempre pi spazio nella societ civile, qualcosa di molto avanzato. Non per caso Togliatti ha utilizzato a modo suo questa idea dopo la Seconda Guerra Mondiale. E una cosa che corrisponde benissimo allidea di una democrazia basata sui diritti civili, politici, ed in parte sociali ed anche sulla democrazia rappresentativa. Bisogna per dire, e questo cerco di dirlo chiaramente nel libro, che questo ci porta dentro una controversia di non poco conto, cio la definizione di societ civile. Gramsci ha una definizione molto inclusiva e, se cos si pu dire, spaziale della societ civile, che include non leconomia, ma certamente tutte le associazioni che stanno fra la famiglia, su cui Gramsci non offre una riflessione, e lo Stato. Allora anche la Chiesa cattolica si rivela un elemento portante della societ civile. Nella discussione pi recente tra gli storici, e non oso dire nulla sui filosofi, emersa la proposta di Jurgen Kocka, dellUniversit di Berlino, che in un articolo recente definisce la societ civile come un progetto illuminista, un progetto che cambiato da quando stato per la prima volta utilizzato dallIlluminismo scozzese, da Ferguson, ed altri. Ovviamente i contenuti di questo progetto illuminista nel 1780 non sono gli stessi del progetto di Micnik e degli altri polacchi e cecoslovacchi negli anni Ottanta del Novecento, ma Kocka secondo me pone lo sguardo molto convincentemente sul fatto che non si pu definire la societ civile senza un elemento normativo. E Gramsci non fa questo passo: la parte normativa appartiene ad un solo soggetto, il Principe Moderno, cio il Partito Comunista, che assorbe e conquista tutto ci che st nella societ civile, mentre il progetto illuminista unaltra cosa, non vede questo ruolo di dominio del partito politico, anzi diffida abbastanza del partito politico.

Leggendo la seconda parte del suo libro si ha limpressione che la societ civile si trovi di fronte a grandi prospettive ma anche ad enormi ostacoli: necessit di autodisciplina, carattere fluido dellassociazionismo e necessit di un appoggio da parte della politica istituzionale (addirittura lei arriva ad affermare a pg 60 che non pu esistere societ civile senza il sostegno e lincoraggiamento attivo dello stato democratico). Com possibile

nel concreto attuare un cambiamento come quello che lei auspica allinterno della democrazia italiana?

dirlo, di essere un po festeggiati e messi in condizione di dare continuit: quelle condizioni per non sono venute fuori.

Penso che siamo arrivati ad un nodo non indifferente. Sono ancor pi convinto di questo punto di quando lho scritto nel libro: sempre pi andando avanti sono convinto che la societ civile, nel senso che abbiamo appena delineato, non ce la fa da sola. Questo soprattutto per la natura stessa della societ civile, perch i movimenti della societ civile vanno e vengono. Sono personalmente reduce da una bella esperienza, quella del Laboratorio per la Democrazia di Firenze, unesperienza che durata ben oltre 4 anni di intensa attivit di pressione sui partiti sia a livello locale, sia, come sappiamo, attraverso il Movimento dei Girotondi, a livello nazionale. Una pressione sui partiti per cambiare il modo di gestire la sfera politica, i modi di reclutamento, tutti quei valori della politica che per loro sono fortemente indirizzati in un certo senso. Questo era un forte movimento, ad un certo punto riuscito a mobilitare un milione di cittadini a Piazza San Giovanni a Roma nel settembre del 2002, ma di fronte ad una resistenza da muro di gomma da parte dei partiti, il movimento, a parte un grande eco internazionale, venuto meno. Questo movimento pur essendo bello e innovativo, come tutti i movimenti della societ civile non aveva regole precise; era terreno di scontri personali di non facile soluzione: nellassenza di regole c anche il pericolo della creazione di leader carismatici, di mancanza di chiarezza sulle regole del comportamento individuale in una collettivit. Quasi che ci voglia un catechismo della societ civile, o almeno una chiara condivisione sui modi di comportamento. Ma allo stesso tempo cerchiamo che la societ civile rimanga fluida, spontanea, che non si inaridisca Per terminare questo punto cruciale: la societ civile pu essere bella, innovativa, gioiosa, ma anche molto vulnerabile. Tocca alla sfera politica allora, e qui torno a livello locale, proteggere questi spazi, incoraggiarli nella loro autonomia, dare possibilit alle idee della societ civile di permeare il governo locale. Per tornare a San Piero a Sieve il sindaco ha affermato di aver voluto condividere il potere, ed unespressione molto felice. Nel libro elenco tutta una serie di misure che il governo locale, provinciale e regionale pu adottare per aiutare una continuit di azione nella societ civile in modo che crescano, ed questo il cuore di tutto, dei cerchi sempre pi grandi di cittadini attivi ed istruiti, perch questa la difesa della democrazia: se non c continuit, se c sperimentazione a San Piero per un anno e poi si lascia cadere tutto, se non si creano questi circoli attivi di cittadini istruiti e dissenzienti, per tornare a Mill, non si va da nessuna parte per quanto riguarda la democrazia partecipata. Da soli i cittadini non ce la fanno: tornano al privato dopo unesperienza come il Laboratorio per la Democrazia: noi avevamo bisogno, se posso

Ed in un contesto pi ampio, in relazione alla democrazia in Europa, cosa si sta muovendo secondo lei?

Non c dubbio che le sperimentazioni sulla partecipazione, o sulla democrazia deliberativa, se vogliamo usare il termine scientificamente pi adoperato, si contano a centinaia. Ci sono forme molto diverse: ci sono quelli come Luigi Bobbio che danno la priorit alle giurie popolari, agli electronic town meeting, a queste cose basate su un campione di cittadini che devono, informati di un caso e dopo la deliberazione, raggiungere delle conclusioni che formino la base di un consiglio al governo, a vari livelli. In Francia esiste per le grandi opere un altro esempio della stessa cosa: c tutta una struttura istituzionale, le dbat public, per cui i cittadini possono essere consultati. Io e Luigi Bobbio non la vediamo esattamente nello stesso modo, ma si potrebbe dire che questo tipo di esperienza, se non dato un elemento di continuit, appartiene ad uno spettro generale di consultazione dei cittadini pi che ad una partecipazione nel processo decisionale. Nel modello si San Piero a Sieve si vede chiaramente che una parte dei cittadini sono chiamati a decidere; nel modello della giuria popolare o nel town meeting invece un campione di cittadini sono semplicemente chiamati ad una consultazione, ma non c nulla che costringe i politici e gli amministratori di adoperare le scelte espresse. C una bella differenza. Sono per daccordo con quelli che affermano che bisogna sperimentare tutte queste forme per vedere cosa corrisponde a quale situazione: perch non vero che ci sia un modello che si applichi a tutte le situazioni. Cosa pu fare in concreto la societ civile per stimolare o per costringere il potere politico, anche locale, a creare forme partecipative? Bisogna, come intellettuali, come cittadini attivi, informare il pi possibile gli amministratori locali sulle vere possibilit di queste cose. Avevo detto in unintervista allUnit, con un vecchissimo slogan, di creare 1, 10, 100 San Piero a Sieve. Mi sembra che molte persone non agiscono per ignoranza, per mancanza di cultura. Molti politici invece sono molto titubanti perch hanno veramente paura di cedere una quota del loro potere. A volte queste stesse persone teorizzano questa paura dicendo che loro sono stati eletti per governare in un sistema rappresentativo e basta, che la storia si chiude l. Credo per che la democrazia rappresentativa non sia in buona salute, e moltissimi politologi di ogni estrazione sono daccordo con quest affermazione; il terreno per creare delle sperimentazioni integranti ed alternative molto vasto.

Humana.Mente Anno I Vol 1 - ISSN 1972-1293 37

Abbiamo lesperienza del movimento del Nuovo Municipio che cerca di informare gli operatori a livello locale di queste nuove esperienze. E un momento molto interessante per queste cose, anche perch si vede che la democrazia rappresentativa nella sua forma attuale non basta e che i cittadini sono molto lontani dalle istituzioni, in Svezia come in Italia.

stimento di capitali privati per la formazione della nuova figura professionale. E vano tuttavia discutere di potenzialit economiche (inclusa unormai insperata progettualit per la filosofia da parte del settore pubblico), fintanto che non si sar ascoltato con attenzione quello che la consulenza ha da dire e quindi si giudicher escludibile o meno dallambito della filosofia il suo operato. A tale riguardo, forse giusto chiarire

Giovanni Pancani

che allaccademia la pratica filosofica non chiede il riconoscimento in quanto professione, ma di essere conosciuta nella sua natura di vera e propria corrente di pensiero, che ha una sua storia - quella della philo-

Neri Pollastri
E il dodici febbraio quando incontro Neri Pollastri. Siamo a Firenze, la citt dove vive ed esercita il mestiere di consulente filosofico.

sophische praxis -, e una sua letteratura - che Neri Pollastri riconosce essere purtroppo dispersa. I dubbi e le resistenze sono daltronde legittimi: trovo infatti che non ci sia alcuna chiarezza o garanzia riguardo alla formazione dei consulenti e che ci si affidi alla formazione culturale personale. Il lasciar fare equivale a non prendersi responsabilit civile delluso di un ruolo, quello del filosofo, che da anni era rimasto piacevolmente innocuo. Inoltre, non esistendo n un organo di controllo n una deontologia professionale comunemente riconosciuta (tanto meno qualcosa come un albo professionale ), la pratica filosofica tende a disperdersi in troppe possibilit e a realizzarsi per lo pi in forme ibride. Ma, a maggior ragione, qualora si ritenesse illegittimo lesercizio di questa professione, si rivelerebbe necessario aprire un dibattito pubblico e conoscerne leffettivit.

Riceve i suoi consultanti cos che chiama coloro che gli si rivolgono - in uno studio privato, nella prima periferia cittadina. E disarmante come sia impossibile uninterlocuzione sintetica tra filosofi; la mia lista di domande ben circostanziate finisce repentinamente nel cestino e cominciamo a parlare di filosofia e di come sia possibile applicarne le specifiche competenze alla libera professione, senza scadere in un sottoprodotto della psicologia clinica, senza trasformare il filosofo in un professionista dellaiuto e senza, ultima questione ma non per questo minore, dar vita ad una costellazione di rapporti morbosi, ripetendo modelli pi o meno odiosi quale, un esempio valga qui per tutti, la guida spirituale. Abbiamo quindi discusso di psicologia, psicoterapia e psichiatria per capire luniverso concettuale che le differenzia dalla consulenza filosofica, dato che studio privato, colloquio a due e parcella richiamano il formulario di stratagemmi funzionali, studiati da ormai pi di un secolo ed impiegati in un solo tipo di rapporto, quello tra medico e paziente; ovvero rientrano non solo per limmaginario collettivo, ma a pieno titolo, tra gli strumenti di cui si servono quelle pratiche terapeutiche per rendere maggiormente controllabile lincontro. Discutiamo poi di cosa pu dare al mondo degli studi la pratica filosofica e viceversa come gli studi classici vengano reinterpretati dalla consulenza ( Pollastri , per altro, un hegeliano). Sono certa che i pensieri espressi da Pollastri nel corso dellintervista lasceranno in alcuni delle perplessit; altri si chiederanno soltanto se ci fosse bisogno di questa nuova figura professionale, ovvero se il suo sia un lavoro cos diverso da altri gi esistenti; ma non credo di sbagliare dicendo che il suo tentativo di portare tra le persone gli approcci, il modo di meditare sulle cose e la molteplicit di linguaggi di cui stata, ed ancora, capace la filosofia, non sia che unaffermazione vitale del suo amore per il pensiero. Oggi, in Italia, la consulenza filosofica ancora in cerca di un pieno riconoscimento, nonostante susciti linteresse di molti per le aspettative economiche, in senso ampio, che implica: a partire dalla possibile apertura del mercato del lavoro ai laureati in filosofia fino al possibile inveHumana.Mente Anno I Vol 1 - ISSN 1972-1293 38

Siamo in compagnia del Dottor Neri Pollastri, per parlare della consulenza filosofica. Poich le suggestioni che il nome di questa pratica evoca sono disparate e gli interrogativi di ordine molto diverso tra loro, muovendosi dal piano strettamente descrittivo di una consulenza-tipo a quello di un possibile orizzonte interpretativo della filosofia, cercheremo di toccare molti aspetti e di far emergere senza forzature le priorit concettuali che il discorso stesso reclama. A partire, direi, dal rapporto tra consulente filosofico e consultante. Di che tipo di relazione si tratta?

La maggioranza dei consulenti filosofici parla di relazione damicizia. Ho avuto recentemente occasione di sentire una bella frase di Giuseppe Ferraro, docente universitario a Napoli, che ha scritto cose interessanti sulle pratiche filosofiche, secondo cui la filosofia lunica disciplina che contenga un sentimento nella sua traduzione.

Questo aspetto storicamente condiviso da tutti i consulenti o appartiene solo ad alcune scuole di pratica filosofica?

Diciamo che un tema ripreso da tutti. Il primo a parlarne il pioniere delle pratiche filosofiche Matthew Lipman, che negli anni settanta dette vita a quella che oggi nota come philosophy for children. Lipman insiste molto sul fare filosofia per i bambini, poich in questo modo si crea una comunit di ricerca; e si tratta di una comunit proprio perch, grazie alla ricerca comune intorno alloggetto, nascono anche dei legami emotivi. Io ritengo che questo punto sia importante per capire la consu-

lenza filosofica, nel cui ambito la relazione non si fonda attraverso luso di strumenti psicologici di ascolto, attenzione, accoglienza e instaurazione della relazione stessa, ma scaturisce dal lavorare assieme attorno ad un oggetto comune. Siete tutti daccordo? Pu raccontarci del suo rapporto con altre scuole di pensiero sulla pratica filosofica e della posizione della consulenza filosofica nei loro confronti?

Il consulente come gestisce la domanda e il bisogno di affidamento del consultante? Esiste una questione deontologica, nonostante la professione non si avvalga di tecniche o protocolli dintervento?

Potrei esemplificare riferendomi a Romano Mdera, docente a Milano -e prima ancora a Venezia- che da anni si occupa di pratiche filosofiche in maniera molto diversa dalla mia, perch psicanalista junghiano, oltre che filosofo. Mdera, per la pratica filosofica, fa riferimento alle scuole ellenistiche, in particolare ad Epicuro. Nonostante il mio massimo rispet-

Qui bisognerebbe chiedersi prima se la consulenza filosofica si faccia carico del consultante o meno. Io penso di no, che non lo faccia e non lo debba fare. Laccoglienza nel nostro caso non sta nel sostenere laltro, ma nellessere interessato a quel che dice; sta nel qui ed ora di un: io sono interessato al tuo problema e adesso me ne occupo attivamente assieme a te .

to per tali scuole, e nonostante anchio possa talvolta riferirmi ad esse, credo tuttavia che restino una goccia nel mare della filosofia e che non si possa dire che siano il solo modello della pratica filosofica, quanto piuttosto uno dei suoi molteplici fenomeni.

E quale il suo rapporto con le tradizioni di pensiero? Come nel caso delle scuole ellenistiche, si riserva di prenderne a prestito

Dunque, nonostante laspetto emotivo emerso poco fa, il suo un approccio distaccato? Che ruolo gioca lempatia?

qualcosa?

Certamente. Ma allo stesso modo che per lellenismo, posso criticare Penso che nella consulenza filosofica lempatia possa essere messa sostanzialmente da parte. Certamente conta, ma non loggetto. Nella consulenza filosofica loggetto lintersoggettivit, poich attraverso la relazione intersoggettiva, incentrata sul logos, che costruiamo un discorso comune. Il che non significa per un vero e proprio distacco: in filosofia essenziale la philia, quindi un legame con laltro c sempre. tanta filosofia, ad esempio alcune sue espressioni del Novecento in cui si era eccessivamente parzializzata o altre forme da essa assunte, in cui risultava completamente accademica, senza pi una corrispondenza tra pensiero e realt. Achembach, in maniera forbita, le chiama scorie accademiche , o prodotti ad uso e consumo di chi li fa. Ma non per questo sono da buttare, sono da rivitalizzare

Da quel che capisco, si tratta di una condivisione e di una produzione di senso; si tratta di lavorare insieme alloggetto e forgiarlo.

Cosa intende per rivitalizzare?

Intendo rimettere in contatto lastrazione con la concretezza, il pensiero con la vita, guardando la realt con lattenzione, lo spirito critico, la

S, infatti il discorso comune proprio perch siamo insieme e costruiamo in accordo. Ad esempio, se il consultante mi dice che quel pezzo del discorso nella sua vita non ce lo pu proprio portare, io non insister, ma gli far anche notare quello che vuole metterci e che viceversa non pu starci. Con le mie competenze formali posso dire che in una teoria non ci possono stare contemporaneamente questo e quello e che, siccome un vuoto non possiamo lasciarlo, dobbiamo metterci qualcosaltro. Andremo poi insieme a cercare cosa

capacit di comprensione sistematica che conosciamo dalla frequentazione del pensiero filosofico. Le dottrine definitive vanno contro lo spirito della filosofia.

Per filosofia, quindi, intende un pensiero che pensa in libert?

Intendo il processo di pensiero che va in gioco nella storia del pensiero filosofico. Uno spirito critico che mette sempre in discussione i suoi stessi capisaldi. Se si dice che nel giardino non si poteva mettere in

Si accusa la psicoterapia di creare un legame talvolta difficile da sciogliere. Vale anche per la consulenza? Cosa intende per non prendersi carico ?

discussione la parola di Epicuro, allora ci che accadeva nel giardino non cade nellambito della filosofia, almeno per questo aspetto, che mi sembra capitale.

Credo che il non prendersi carico sia un elemento precipuo della consulenza filosofica rispetto alla terapia. La consulenza filosofica filosofia, e la filosofia non terapia, nonostante talune scuole del passato labbiano sostenuto. In filosofia non ci si occupa di sostenere emotivamente qualcuno, ma di comprendere la realt, di ricercare nessi di senso.

Dato che siamo entrati in argomento, proviamo a dire cosa significa per lei filosofico. Nellancor giovane ambito professionale in cui si muove, sembra costituire un problema terminologico fondamentale.

Humana.Mente Anno I Vol 1 - ISSN 1972-1293 39

Dobbiamo metterci daccordo, lo so. Oggi di solito si simula un unanime riconoscimento del significato dellaggettivo filosofico, senza spiegarlo nel dettaglio (cosa che spesso porterebbe a paradossi e contraddizioni), salvo poi utilizzarlo come unaccetta per dirti: questo non filosofico . Tale giudizio pu essere legittimo solo se si sia specificato cos filosofico e, con ci, dato spazio anche a chi lo specifichi in modo diverso. Ribadisco: per me filosofico quanto viene elaborato attraverso un processo di riflessione attenta e rigorosa, ma anche che conserva unapertura verso la sua stessa ridiscussione, potenzialmente al suo superamento e abbandono. La psicoterapia stata interpretata anche come una forma di controllo sociale, con il compito di conformare le menti. La conLei in quale tipo di pregiudizio o fraintendimento si imbattuto, portando avanti la pratica filosofica? sulenza filosofica lavora dichiaratamente in opposizione a questo, quando sottolinea la specificit degli individui e di ogni singolo piano esistenziale? Filosofico stato spesso inteso come da qualche parte si deve citare qualcuno o qualcosa che sta nella libreria e che difficile da capire ; poich ci che faccio non risponde a nessuna delle due definizioni, allora ci che faccio viene giudicato non filosofico. Si, alla sua nascita c stato questo e senzaltro anche adesso c una certa rivendicazione di un modo di occuparsi di s stessi diverso. Anche se a me non piace parlare di s stessi . Ad esempio, Rovatti, che foucaultiano, sottolinea proprio questo aspetto e parla molto della cura I suoi consultanti cosa ne pensano? di s . Nella nostra cultura il s un concetto che svolge indiscutibilmente un ruolo importante, per cui praticamente impossibile che esso Ho avuto pi di un caso di consultanti colti che, per esempio, hanno posto il problema della scelta e della mancanza di libert nella scelta, un discorso non lontano dallesser-gettato heideggeriano I consultanti in questione si costruivano delle splendide giustificazioni per non scegliere, il che sensato finch utile per vivere bene, ma non quando divenga lo strumento per vivere male. Il problema della scelta rimaneva l, drammatico, ed il lavorarci intorno sul piano esistenziale in termini di chiarificazione filosofica consisteva proprio nel riportarsi al dato reale. Inizialmente stato sentito dai consultanti come un involgarimento, ma solo per scoprire, la maggior parte delle volte, che il loro discorso non conseguiva. E Neri Pollastri in particolare come si rapporta alla psicoterapia? Dal logos, appunto. Prima c il discorso, poi chi, con la sua voce, lo emette. Per partire invece da cosa? non entri in un dialogo di consulenza; tuttavia, credo opportuno, sia a livello di introduzione del discorso consulenziale sia a livello di epistemologia della materia, non partire da qualcosa di cos strutturato. Sempre Achembach sosteneva che la psicologia cerca di rendere i suoi pazienti conformi alle proprie teorie, piuttosto che costruire teorie in base alla realt dei loro pazienti. Ma applicare un intero codice di leggi ad una persona non pu andar bene, essendo le persone molto complesse, sfumate, diverseil valore delle leggi di comportamento pu al limite essere considerato un dato statistico, che bene talvolta far loro presente.

C un altro aspetto interessante del rapporto col consultante: immagino che lei si arricchisca, ogni volta che fa consulenza.

Recentemente, sono stato ad un incontro cui partecipavano psicoterapeuti; uno di loro aveva censito i libri apparsi sulla consulenza filosofica e diceva che in tutti ci si confrontava con le psicoterapie e che questo

Se ti avvicini a una persona pensando che le vicissitudini che ti narrer saranno banali, non ci sar una relazione n filosofica, n proficua.

era segno di una parentela. Io gli ho risposto che il censimento era corretto e che io stesso avevo dedicato nel mio libro ampio spazio al confronto; ma che, proprio per questo, adesso avrei smesso. Era neces-

Dunque le capita anche di mettersi in questione, a partire da unesperienza di vita condivisa?

sario, perch tutti chiedono sempre che ci si pronunci su questo confronto, ma ora basta, altrimenti si finisce col trascurare la definizione in positivo della propria identit.

E unoccorrenza che serve a mettere a punto modelli. In consulenza si sta costruendo un nuovo oggetto, ma per farlo non possibile usare modalit standardizzate, dato che ogni situazione unica, perch unica ogni persona. Achembach lo mise in rilievo da subito come specificit della consulenza filosofica rispetto alla terapia. Nel mio Il pensiero e la vita ho dato ampio spazio alla problematicit Su questo versante, in cosa si differenziano consulenza e terapia psicologica? Humana.Mente Anno I Vol 1 - ISSN 1972-1293 40 della terapia. Introduco le tesi di unopera che allora non era tradotta e che oggi esce come Il nuovo conformismo, di Frank Furedi, sociologo Rispondendo a pur lecite domande, si finisce per non asserire mai, ed il discorso pu portarci lontanoIl suo percorso qual stato?

ungherese che vive e lavora in Inghilterra. La sua tesi che la stragrande maggioranza delle patologie psichiche siano in realt normali problemi materiali che, irrisolti, fanno star male le persone. La loro soluzione, perci, non sta nel curare le persone sofferenti, ma nel risolvere i problemi materiali, cosa che spetta alla comunit, sia nella sua forma sociale, sia in quella istituzionale e politica. Senza una socialit condivisa lindividuo isolato e costretto a rivolgersi ad ogni genere di specialista. E, in effetti, un altro caposaldo della differenza tra terapie e pratica filosofica. E che coincide con la specificit della filosofia stessa. La filosofia , assieme al gioco e allarte, qualcosa che si fa in modo gratuito, senzaltro fine del piacere di farlo. La ragione intrinseca allazione. E neppure indicare nella ' ricerca della verit ' il fine della filosofia ci riporta allagire tecnico-strumentale, giacch sappiamo bene che la ricerca della verit, pi che un fine, un orientamento, un ideale regolativo; e Esiste quindi un altro aspetto che la consulenza filosofica considera, quello sociale. Ma se accettiamo che questo il tempo di un disagio generalizzato, per prendere coscienza del quale e reagire pochi hanno i mezzi; che c dunque la tendenza a cercare soluzioni personali e che queste attingono a ci che il mercato di 'specialisti dellaiuto' offre; allora la consulenza filosofica non viene forse riconosciuta come una tra le suddette 'professioni dellaiuto', come un 'prodotto' del nostro tempo? Se non abbiamo fini non usiamo nemmeno strumenti, nellaccezione tecnica del termine. Il che non significa che i filosofi procedano a caso. Hanno a disposizione una grande pluralit di metodi e tecniche che, nella storia della filosofia, sono state messe a punto, adottate e risultate In parte soltanto. Io non credo che sia davvero cos, che siamo solo individui. Ad esempio, quando un uomo muore, qualcosa del suo senso, di ci che egli era per gli altri nella relazione intersoggettiva, resta e non si esaurisce con la morte. Sei morto come individuo, ma non come ci per cui non sei solo individuo. Noi siamo al tempo stesso 'individui' e 'pi che individui'. Infine, con buona pace di Furedi, secondo me professionisti che si occupino specificamente di situazioni personali sono necessari e lo saranno sempre. Una societ ideale che assolva a tutti i bisogni non pensabile. La consulenza filosofica non pu essere una disciplina scientifica come Su altre e pi gravi corde si svolto il discorso antipsichiatrico che cerc di intervenire su pratiche tristemente note per la loro inumanit. La consulenza filosofica ha tra i suoi stimoli il riconoscimento dellerrore e dellaspetto violento di tali pratiche? lo la psicologia, n esserlo nel senso delle scienze naturali o delle scienze umane, le quali fanno tutte riferimento alla modalit empirica. In filosofia lempiria non ha lo stesso ruolo di conferma che ha, ad esempio, in astrofisica. E, proprio perch non funziona cos, non si dota di strumenti pratici, come di un cannocchiale, n pu avere una tecnoIl problema della psichiatria sta nelle sue definizioni. Per essa, 'patologico' significa ' potenzialmente produttivo di pericolosit sociale '; in questa prospettiva, il manicomio ai dissidenti solo una conseguenza logica, non un abuso. Il dissidente socialmente pericoloso, mettendo a rischio la coesione sociale stessa. Ma ancora pi critica la definizione del 'normaloide', che significa ' colui che mantiene la patologia sotto soglia '. Per la psichiatria ogni persona potenzialmente un pericolo sociale - ed vero, nella misura in cui tutti una volta sono andati oltre il limite di velocit sui viali - e perci malato psichico - cosa della quale invece pare lecito dubitare. Ci rende il clima assai greve ed chiaro che, come filosofi, considerati questi principii e tratte le dovute conseguenze logiche, non possiamo che prendere posizioni critiche. Ma lavversione pu sfociare tanto nella critica azzerante quanto in una critica ancora filosofica, che guarda le cose con atteggiamento problematico, e attento. Psicologia e psicoterapia vanno distinte. La psicologia studia luomo e produce teorie su di esso. Si pu discutere la pretesa di scientificit della psicologia, ma questo un problema epistemologico che non ha a che vedere con la sua intenzione, che conoscitiva. Quando invece da questa scienza si traggono strumenti dintervento, una tecnologia, allora la si usa per intervenire causalmente nel sistema uomo e modificarlo. Questo quel che fa la psicoterapia. Ora, la filosofia non lo pu proprio fare, perch la conoscenza che produce non di tipo causale: la filosofia si occupa di ragioni, non di cause. Quel che posso produrre con la filosofia un cambiamento nel modo di pensare di una persona che ha un pensiero, ad esempio, governato da un sillogismo errato, che lo Tecnica e filosofia, un connubio che resta impossibile anche nella pratica filosofica? rende scorretto o deficiente di qualche passaggio; oppure che ha un conflitto tra valori e neppure se ne accorge. E ci vale per tutti noi. Humana.Mente Anno I Vol 1 - ISSN 1972-1293 41 Ma la psicologia nasce come discorso sulla psiche, piuttosto che come tecnologia o come logica di intervento logia. Dunque la consulenza filosofica non ha nemmeno pretese di scientificit, come la psicologia, proprio per il piano su cui si svolge? utili nella ricerca. In ogni caso, nessuno di questi 'strumenti' indispensabile, nessuno caratterizza in modo esclusivo la filosofia. Se ad esempio la fenomenologia fosse strumento esclusivo, sarebbe anche indispensabile, ed invece alcuni filosofi non la adottano. Quindi la consulenza filosofica non adotter metodi strumentali o tecnici, mantenendosi apertura, orizzonte? che la ricerca non ha fine.

Anche questo filosofico: il verificare continuamente che il proprio sistema di valori poggi davvero su un sapere intersoggettivo, piuttosto che sul proprio sapere parziale.

dilemma per una scelta apparentemente impossibile da compiere, perch comporta in ogni caso gravi conseguenze per una o pi persone, si comincer valutando il principio etico che determina tale situazione. Il lavoro consiste nel capire a fondo la priorit dei propri principi, una

Quando si affronta il problema epistemologico, come si pone il consulente filosofico in quanto rappresentante di un pensiero e di una vera e propria professione?

volta che questi siano stati enucleati e messi alla prova ' in vitro ', ovvero in esperimenti mentali paradigmatici. La ricaduta pragmatica solo la conseguenza del piano teoretico aderente alla questione e cui ci siamo attenuti. In filosofia, questo spesso non accade, perch si tende ad

Credo che sulla cosiddetta epistemologia della consulenza filosofica ci sia una confusione di fondo: come ho detto, questa attivit non poggia su una scienza specializzata, come accade per le professioni tecniche, ma sulla filosofia; perci, lepistemologia della consulenza filosofica coincide con lepistemologia della filosofia stessa! Stabilito questo, io credo che la consulenza filosofica abbia gi oggi unepistemologia tuttaltro che scadente, che si pu trovare nella letteratura del settore. La lacuna che ancora si sente riguarda non pi e non tanto la consulenza, ma la filosofia.

elaborare teorie universali e a divulgare quelle.

Il che, mi permetto, non molto diverso, perch attraverso la pubblicazione di quelle teorie si alimenta un logos Ed infatti questo ci in cui le due attivit sono uguali. Il filosofo elabora teorie universali e il consulente filosofico elabora un logos a partire da un punto preciso e ritornandoci. E elaborazione di un logos con modalit che sono affini, ma non uguali. Il filosofo che lavora con i consultanti non fa una teoria a priori, ma un lavoro ' a pendolo ', passando continuamente dallastratto al concreto.

Dunque la consulenza filosofica, riguardo alla questione epistemologica, propone un orizzonte interpretativo per la filosofia tutta? Lei chiama cos il suo modo di filosofare insieme ai consultanti, un pensiero 'pendolare'?

Fare pratica filosofica fare filosofia ed in questo settore che io credo debba essere calata la filosofia. Se vogliamo dire che la pratica filosofica deve avere una epistemologia diversa perch ' a due ', perch accade ' in studio ' o perch ' c una domanda a cui dare risposta ', io non posso che dire di no, e rispondere che la sua epistemologia quella stessa della filosofia; e che se ha unepistemologia particolare, ce lha nella misura in cui qualcosa di particolare e diverso tra loro hanno le epistemologie delle diverse filosofie nella storia, dai Greci ad Husserl: ogni prospettiva filosofica condivide con le altre qualcosa a livello epistemologico, ma nessuna condivide tutto.

S. Una collega di Pinerolo, Luisa Sesino, forse pi poetica di me, lha definito ' un movimento di sistole e diastole ', al cuore dellagire praticofilosofico; come i due momenti dello stesso movimento, quello della contrazione sul concreto e quello dellespansione sullastratto. E questo movimento continuo e i due momenti si arricchiscono luno laltro. A questo proposito, ho posizioni apparentemente diverse da quelle di un collega di Roma che stato mio 'discepolo'. Tuttavia, alla sua prima consulenza, quando gli stato chiesto qualcosa da leggere, proprio lui riuscito a trovare gli spunti giusti: non difficili, ma di contenuto.

Il caso di questo suo collega quindi un esempio di come lalE per lei cosa differenzia la consulenza dalle altre filosofie? lontanamento dalla problematizzazione generale non comporti necessariamente labbandono del modo tradizionale di fare Lorizzonte generale delle ' pratiche filosofiche ', che pi ampio della sola consulenza, si differenzia dalloperare filosofico tradizionale per due aspetti: si fa con non-filosofi e ha ad oggetto questioni particolari Esatto. La pratica non disdegna la letteratura filosofica, fa solo meno separazione tra i due aspetti, concreto e astratto. Credo che sia un E nessun consultante le ha posto problemi di ordine generale? modo interessante di rivitalizzare la filosofia. filosofia?

A me successo una volta che mi fosse chiesto di affrontare un problema di ordine puramente etico. Ma normalmente non cos, le persone vengono perch hanno un problema concreto - il che non significa che si risolva in maniera pragmatica

E cos che la consulenza pu ambire a portare la filosofia anche nelle aziende? E questo ' passaggio rivitalizzante ' che le consentirebbe di rientrare nel mondo?

Oggi si parla di ' morte della filosofia ': sempre meno persone si iscrivoVuol dire che non si suggeriscono comportamenti? no ai corsi di studi universitari in filosofia; i finanziamenti vanno cercati presso i privati, ma le aziende non investono nella filosofia perch ' non No, infatti. Pu capitare anche di farlo, come in un qualsiasi dialogo amichevole, ma si tratta di un aspetto residuale. Nel caso del classico Humana.Mente Anno I Vol 1 - ISSN 1972-1293 42 serve a niente ' - dove 'servire' inteso in termini tecnico-strumentali. In questo contesto, la filosofia ' non serve a niente ' nella misura in cui

produce oggetti che servono soltanto ai filosofi. C, a proposito, una frase di Achembach che cito spesso, secondo cui la filosofia di solito dice come la realt dovrebbe essere, in senso normativo, etico e di ordine di significati; poi accade che la realt non corrisponda allastratta normativit e che, di fronte a questo, la filosofia dica che la realt sbagliata.

Achembach lo chiama Lebensknnerschaft, ' capacit di saper vivere '. Significa andare avanti con un bagaglio di strumenti, comportamenti e principi, sapendo che prima di metterne in atto uno, devi ogni volta valutare se sia il caso o meno. La capacit di saper vivere consiste nel buttare via i tuoi principi ogni volta che non sono pi adeguati.

Una volta dati al consultante i mezzi per superare la propria C anche chi dice che non esiste empasse, come affronta la questione del distacco?

S, ma per lo pi dice che sbagliata e per retaggio di un concetto di verit platonico, che a noi arriva rafforzato dal cristianesimo. Il concetto il vero e sta fuori dalla mutevole realt, la quale di conseguenza falsa perch non corrisponde al vero. Inoltre, il fatto che il filosofo possa riservarsi di attingere al vero cos, se non un modo per non fare i conti con la complessit della realt? Nella consulenza filosofica, se un consultante argomenta con me fino alla fine che, viste le sue esigenze, condizioni, dolore e princpi, allora dovrebbe far questo, ma che ciononostante non gli riesce, ci non significa che lui o la sua realt siano sbagliati, ma che ci siamo persi un pezzo dellinterpretazione del reale. Un pezzo che gli psicanalisti chiamerebbero inconscio e che noi, invece, vogliamo e dobbiamo capire.

Pu capitare che il consultante abbia timore di perdere questa nuova prospettiva e che chieda quindi di continuare ad 'esercitare' il pensiero. E per venire incontro a questo genere di esigenza che Achembach ha organizzato dei seminari di gruppo.

Secondo lei questo significa qualcosa? Che quel che cercano i consultanti, al di l della consulenza, anche un osservatorio privilegiato sul mondo?

I non-filosofi vengono da noi e pagano: una forma palese, ma indiretta, di educazione degli adulti. Ed interessante anche per il filosofo che presiede e partecipa, perch le persone ti costringono a rielaborare le cose in maniera diversa; lobiezione 'volgare' proprio quella a cui devi

Anche linconscio uninvenzione per non riconoscere la complessit della realt?

essere in grado di dare una risposta coerente e persuasiva. Perch se non sai fare questo, allora non sei competente.

Linconscio - nel senso della vulgata, perch poi di concetti di inconscio ce ne sono molti e assai diversi tra loro - qualcosa che sta l, non si sa che cosa sia ma si sa che agisce causalmente. E lidea platonica che dalla volta celeste scesa nelle fogne.

La consulenza filosofica dunque anche prendersi il tempo necessario allo svolgimento di un tema, alla comprensione di un dubbio, alla possibile risoluzione di un interrogativo? E riconquistare un tempo 'inutile'?

Tornando al suo modo di lavorare nella consulenza, mi sembra possa ricordare lermeneutica filosofica, un lavoro interpretativo continuo e pulsante di chiarificazione

Le rispondo con un esempio. Mi capitato di ascoltare una trasmissione radiofonica che poneva la seguente questione: perch in Italia si legge poco? Era stato chiamato ad intervenire uno studioso, che non ha potuto spiegare niente, visto che il conduttore del programma lo interrom-

E un altro modo di dare un significato filosofico alla consulenza. Credo che il mio sia un lavoro ermeneutico nella misura in cui la reinterpretazione di una narrazione ho scritto anche un articolo a proposito. Il consultante viene da te e ti racconta una storia. Possiamo dire che quella la storia che sta scrivendo, non sulla carta ma nella realt: la sua vita. Il nostro lavoro consister allora nel ripensare insieme quei passi, ricollocarne il senso, fare una serie di valutazioni anche solo ipotetiche su cosa accadr dopo e sulla possibilit di conferire un senso diverso alla storia che c stata fino ad oggi. Questo un lavoro puramente ermeneutico. Con un linguaggio pi nelle mie corde, io parlo di muoversi momento per momento, valutare passo per passo le singole parole e le singole vicende.

peva di continuo, anticipando le conclusioni per due volte, oltretutto, sbagliandole - perch doveva passare la pubblicit. Un attento osservatore esterno avrebbe concluso che il motivo per cui in Italia non si legge che non ce ne prendiamo il tempo. Tuttavia questa, che per me unautoevidenza, lo diventa per altri solo quando imparano a guardare le cose da un punto di vista diverso. Ed questo, credo, ci in cui la filosofia si specializzata e che ha da offrire: punti di vista diversi.

Laura Beritelli

E come chiama questo ' muoversi passo per passo '?

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N O T I Z I E

D I

F I L O S O F I A

E V E N T I

C U L T U R A L I

L A B O R A T O R I O

D I

I D E E

Recensioni
Libert e neurobiologia. Riessioni sul libero arbitrio, il linguaggio e il potere politico
John Searle (Mondadori, Milano 2005).
La persistenza del problema del libero arbitrio, in filosofia, mi sembra costituisca una sorta di scandalo1. Con queste parole John Searle apre il suo saggio Libert e neurobiologia. Riflessioni sul libero arbitrio, il linguaggio e il potere politico. Lo scandalo di cui parla Searle costituito dalla difficolt di conciliare la realt naturale ed oggettiva con una mente soggettiva e individuale: devono essere allorigine del libero arbitrio5; e aggiunge: al livello del sistema abbiamo la coscienza, lintenzionalit, le decisioni e le intenzioni. Al microlivello abbiamo i neuroni, le sinapsi e i neurotrasmettitori. Il comportamento dei microelementi che compongono il sistema determina le caratteristiche del sistema6. Per spiegare meglio questo concetto, Searle ricorre allesempio di una ruota che scende da una collina. La ruota costituita solo ed esclusivamente di molecole, unite fra di loro da forze fisiche. La solidit condiziona il comportamento delle molecole, ma quando si sostiene che questa interviene causalmente nel comportamento delle molecole che compongono la ruota, non si intende affermare che qualcosa che si aggiunge alle molecole, ma che essa piuttosto una condizione nella quale le molecole si trovano7. Questa analogia, secondo Searle, pu essere applicata alla relazione che unisce la coscienza al cervello: allo stesso modo in cui il comportamento delle molecole causalmente costitutivo della solidit, il comportamento dei neuroni causalmente costitutivo

Da un lato abbiamo una credenza o un insieme di credenze alle quali riteniamo di non poter rinunciare, dallaltro abbiamo una credenza o un insieme di credenze che entrano in contraddizione con le precedenti, pur avendo tutta laria di essere ugualmente cogenti. [] Crediamo infatti che il corpo sia interamente composto da particelle materiali che si muovono entro campi di forza, ma crediamo anche che esista nel mondo un fenomeno immateriale: la coscienza. Per noi una difficolt, poich non sembriamo in grado di associare il materiale e limmateriale in una rappresentazione coerente dell universo2.

della coscienza. [] La coscienza una caratteristica del cervello allo stesso titolo in cui la solidit una caratteristica della ruota8. Searle per non esita a constatare che lanalogia appena proposta non esente da difficolt. In primo luogo, perch il comportamento della ruota assolutamente determinato, mentre se si presuppone il libero arbitrio, si deve assumere che i processi mentali non siano totalmente deterministici. In secondo luogo, perch, mentre la solidit della ruota ontologicamente riducibile al comportamento delle molecole, la coscienza, contrariamente alla solidit, non ontologicamente riducibile a

Costitutiva della coscienza sembra dunque essere lautonomia dai fenomeni naturali e dalle ferree leggi della natura che li regolano secondo nessi imprescindibili di causa-effetto. Per Searle estremamente difficoltoso rinunciare allidea secondo la quale luomo dispone di un libero arbitrio, alla convinzione che ad un agente che compie una determinata scelta sia data la possibilit di compiere azioni diverse da quella fatta. Dallaltra parte per tutti i nostri stati mentali sono causati da processi neurobiologici che si producono nel cervello3, cio non possono che essere il prodotto di attivit cerebrali regolate da leggi fisiche. Siamo dunque di fronte ad un conflitto tra lesperienza dellautonomia di scelta e il determinismo dei fenomeni fisici. dunque questo lo scandalo di cui parla Searle: la difficolt di conciliare il libero arbitrio con la visione scientifica del mondo. Ora, secondo Searle, la coscienza una caratteristica biologica superiore del cervello4, una sua propriet intrinseca. Se il libero arbitrio una caratteristica del mondo e non semplicemente unillusione, allora esso deve avere una realt neurobiologica: alcune caratteristiche del cervello

microstrutture fisiche9. Questo non perch la coscienza sia qualcosa che interviene sopra e al di sopra del comportamento neuronale10 ma perch possiede unontologia soggettiva. Emergono qui due punti importanti dellargomentazione di Searle. Il primo riguarda lipotesi che gli aspetti del cervello relativi allassunzione di una decisione volontaria non siano deterministici11. Searle osserva che le motivazioni che portano a prendere una determinata decisione non sono causalmente sufficienti per imporre quella particolare scelta e, allo stesso modo, che la decisione presa non causalmente sufficiente per costringere ad una certa azione:

nelle situazioni tipiche della deliberazione e dellazione c uno scarto o una serie di scarti, fra le cause che intervengono nelle diverse tappe della deliberazione, della decisione, dellazione, e in occasione delle tappe successive. [] Ad ogni tappa facciamo esperienza di stati coscienti che non ci sembrano sufficienti per imporre il successivo stato cosciente12.

Humana.Mente Anno I Vol 1 - ISSN 1972-1293 44

Searle ritorna pi volte su questo punto e infatti pi avanti nel saggio precisa ancora:

Alcune questioni di losoa morale


Hannah Arendt (Einaudi, Torino 2006).
Nel 2006 leditore Einaudi ha deciso di dare forma autonoma ad un saggio di Hannah Arendt intitolato Alcune questioni di filosofia morale, frutto di riflessioni che Arendt espose in una serie di lezioni tenute tra il 1965 ed il 1966 in due universit statunitensi: la New School for Social Research di New York e la Chicago Univer-

Tutte le caratteristiche del s cosciente, in qualunque momento, sono interamente determinate dallo stato, in questo istante, dei microelementi, dei neuroni, ecc. Le caratteristiche sistemiche sono interamente fissate dai microelementi, perch da un punto di vista causale non c nulla se non dei microelementi. Lo stato dei neuroni determina lo stato della coscienza. Tuttavia, ogni determinato stato dei neuroni/della coscienza non causalmente sufficiente per provocare lo stato successivo. [] In ogni istante, lo stato totale della coscienza fissato dal comportamento dei neuroni, ma da un istante allaltro, lo stato totale del sistema, non causalmente sufficiente a determinare lo stato successivo. Se davvero esiste, il libero arbitrio un fenomeno nel tempo13.

Searle lega dunque la possibilit di intervento di un agente libero allo spazio temporale che separa i vari stati del cervello che conducono ad una determinata decisione. Ogni stato infatti causalmente insufficiente per dare luogo alla fase successiva. Laltro aspetto importante che solo postulando un s relativamente autonomo dai fenomeni fisici e deterministici possibile parlare di libert di scelta e di decisione, quindi di libero arbitrio: per spiegare il nostro comportamento apparentemente libero dobbiamo postulare una nozione non riducibile del s14. Un s cosciente per Searle il presupposto fondamentale per lesercizio della libert, ma vero anche che ogni stato cosciente ha una precisa corrispondenza con ci che avviene a livello cerebrale. Per questo Searle afferma che il cervello causa e sostiene lesistenza di un s cosciente capace di prendere decisioni razionali e di tradurle in azioni15.

sity. In questo periodo erano ancora vive le polemiche suscitate da un altro libro della Arendt, La banalit del male. Eichmann a Gerusalemme (1963), che aveva contrariato molti ebrei e non solo, per alcune tesi ivi sostenute, come quella secondo cui il male, anche se si concretizza in un evento tragico come la Shoah, pu comunque avere un aspetto normale, ordinario, banale appunto. In Alcune questioni di filosofia morale Arendt sembra voler sviluppare il discorso avviato con La banalit del male, al fine di approfondire i problemi etici che la dittatura hitleriana ha sollevato. La societ nazista ha rappresentato a suo parere lesempio di una vera e propria rivoluzione morale: Hitler ed i suoi seguaci sono riusciti a sovvertire i valori, a cambiare improvvisamente i mores, gli usi e costumi, proprio come si possono mutare da un giorno allaltro le nostre abitudini a tavola. Invece

Chiara Erbosi

secondo lei non stato cos nellUnione Sovietica in cui i crimini staliniani sono rimasti giudicabili con i parametri della tradizione: i misfatti sono stati nascosti oppure giustificati in vista di una buona causa. Hannah Arendt sostiene che i casi rilevanti a livello filosofico sono rappresentati da quelle persone comuni che hanno compiuto azioni malvagie, solo perch hanno obbedito ad ordini esterni ed anche alla loro coscienza che aveva cambiato per standard morali. Questi casi pongono dei problemi: come giudicare questi individui? Cosa avrebbero dovuto fare? E cosa faremmo noi qualora ci trovassimo nelle loro condizioni? Davanti a questi interrogativi Arendt mette a confronto le analisi e le possibili soluzioni proposte da Socrate, secondo cui meglio patire il male che infliggerlo, e Nietzsche, passando per linsegnamento di Ges e Kant con il suo imperativo categorico. Da parte sua lautrice afferma che la morale riguarda lindividuo nella sua singolarit; in altre parole, una persona non pu fare certe cose perch facendole sa che non potrebbe vivere con se stessa: in questo essere in pace con se stessi consisterebbe la felicit. Nonostante ci Arendt osserva che davanti agli occhi di tutti il fatto che lesperienza quotidiana ci offra e ci offrir sempre persone da evitare, individui che preferiscono fare il male ed avere esempi morali negativi. Delle dense pagine di Alcune questioni di filosofia morale, importante mettere in risalto due considerazioni che lautrice fa, sempre con uno Humana.Mente Anno I Vol 1 45

NOTE 1. Searle, J. Libert e neurobiologia. Riflessioni sul libero arbitrio, il linguaggio e il potere politico, Bruno Mondadori, Milano 2005, p. 3 2. Ivi, p. 4 3. Ivi, p. 7 4. Ivi, p. 8 5. Ivi, p. 32 6. Ivi, p. 33 7. Ivi, p. 19 8. Ivi, p. 20 9. Ivi, p. 20 10. Ivi, p. 20 11. Ivi, p. 40 12. Ivi, p. 10-11 13. Ivi, p. 40-41 14. Ivi, p. 31 15. Ivi, p. 49

stile dialogico ed efficace. La prima sottolinea limportanza del ricordo nella condotta morale; ricordare significa mettere radici, che danno stabilit agli uomini e impediscono loro di compiere azioni negative senza nessun freno, di macchiarsi di orrori indicibili: il peggior male non il male radicale, ma un male senza radici. Laltra considerazione interessante il pericolo dellindifferenza sul piano politico e morale: la non-volont di scegliere i propri esempi etici e la propria compagnia nasconde lorrore e la banalit del male. Due considerazioni acute e valide per ogni tempo.

fascismo stesso. La seconda parte del volume, comprendente i successivi sei saggi, invece incentrata sulle singole personalit intellettualmente pi rilevanti dellarco storico considerato. I primi due saggi sono dedicati a Gentile e Croce, ovvero al massimo filosofo del fascismo ed al suo principale antagonista. Nel primo dei due saggi Bobbio, richiamandosi ad un suo scritto del 1955, Politica vecchia e cultura nuova, espone e precisa il suo giudizio, complessivamente negativo, su Gentile e lattualismo, distinguendo per luno dallaltro, come gi fece a suo tempo Gobetti. Di Croce, Bobbio ricorda invece i tratti che per la formazione morale e

Stefano Liccioli

civile della sua generazione furono pi importanti: Croce come maestro di libert negli anni della dittatura, lautore delle due storie dItalia e dEuropa e della Storia come pensiero e azione (pag 217)

Dal fascismo alla democrazia. I regimi, le ideologie, le gure e le culture politiche


Norberto Bobbio (a cura di Michelangelo Bovero, Baldini Castoldi editore, Milano 1997).
Il volume raccoglie dodici brevi saggi che Bobbio scrisse in un arco temporale che abbraccia oltre trentanni, essendo il primo degli scritti del 1960, lultimo del 1992. Nonostante la separazione cronologica dei diversi contributi gi pubblicati precedentemente in varie riviste o in opere collettanee lintreccio storico e teorico che Bobbio offre al lettore rende il volume omogeneo ed ordinato, rispondendo esclusivamente alla struttura del problema affrontato: quello, appunto, del rapporto tra fascismo e democrazia. Questo rapporto viene ricostruito attraverso i saggi seguendo un doppio ordine diacronico, corrispondente alle due parti di cui si compone lopera. Il volume si apre col saggio Il regime fascista, dove lautore ricostruisce la genesi e linstaurazione del fascismo; i successivi cinque saggi Lideologia del fascismo, Fascismo ed antifascismo, La caduta del fascismo, La resistenza: una guerra civile? , ed Origine e caratteri della costituzione concludono la prima parte del volume, in cui viene pi direttamente ed approfonditamente affrontato il rapporto storico e teorico tra fascismo e democrazia. Infatti in questa prima parte il fascismo considerato da Bobbio sia come fatto - da cui la possibile lettura del volume quasi fosse un testo storico - sia come problema - da cui laltrettanto valida, e forse ancor pi suggestiva possibile lettura del libro come un testo analitico, riguardante le origini ideali ed i caratteri ideologici delle diverse anime del Humana.Mente Anno I Vol 1 - ISSN 1972-1293 46

Il terzo saggio, il pi ampio e per certi aspetti il pi complesso del volume, dedicato a Luigi Einaudi: il pensiero politico delleconomista e uomo di stato esplorato come portatore di una visione liberale profondamente diversa sia da quella di Croce, che a maggior ragione, da quella di Gentile. Gli ultimi tre saggi sono dedicati rispettivamente al pensiero politico giuridico del giovane Aldo Moro, al contributo dato da Togliatti alla Costituente, ed infine alla figura di Piero Calamandrei. Di Aldo Moro sono analizzati i corsi universitari del 1943-45, in cui il giovanissimo docente di filosofia del diritto allora appena ventottenne manifesta gi chiaramente alcuni tratti della cultura politica dei cattolici democratici: in particolare Bobbio pone in rilievo limportanza attribuita da Moro alla dignit della persona umana. Palmiro Togliatti invece visto nel suo apporto alla creazione della Costituzione attraverso alcuni discorsi tenuti di fronte allAssemblea nel 1947. In questi discorsi, fra le altre cose, pienamente riconosciuta quella convergenza di visione e di idee tra socialismo e liberaldemocrazia di ispirazione cattolica sui temi della solidariet e dellestensione dei diritti civili. Il pensiero giuridico-politico di Piero Calamandrei - un nesso indissolubile secondo Bobbio - invece tratteggiato sia in relazione alle rivoluzionarie promesse contenute nella Costituzione, sia come animatore e mente del socialismo liberale, nelle differenze ed affinit con Aldo Capitini, Guido Calogero, Aldo Garosci e Carlo Rosselli.

Giovanni Pancani

Il pensiero e la vita
Neri Pollastri (Apogeo, Milano 2005).
Pu la filosofia assumere la forma della pratica filosofica ? La sua denominazione, letteralmente amore per il sapere, sembra distanziarla di principio da ogni contatto con la vita pratica. Attraverso il pensiero filosofico non possiamo agire direttamente sul mondo o sulluomo per indurvi modificazioni che si rivelino utili in vista del raggiungimento di un determinato fine. Soprattutto, mediante esso non possiamo risolvere problemi o fornire soluzioni pratiche. La filosofia semmai una forma di sapere teorico-speculativo che, lungi dallapprontare risposte, si caratterizza come indagine continua, incessante problematizzazione della realt che aggiunge domande a domande. Per Neri Pollastri, e in linea di principio per tutti coloro che praticano la consulenza filosofica, ci che non aiuta in alcun modo a padroneggiare il mondo esterno pu tuttavia rappresentare un percorso in grado di fare luce su incoerenze, contraddizioni, nodi irrisolti, che sono alla base dei disagi esistenziali covati dalluomo contemporaneo, troppo sovente catalogati come patologie. Chi manifesta un disagio esistenziale viene immediatamente considerato malato, e quindi trattato di conseguenza, ovvero sottoposto ad una serie di pratiche terapeutiche finalizzate a ricondurlo a ci che viene catalogato come normalit. Di contro alla patologizzazione eccessiva di tutto ci che disagio, Neri Pollastri ci presenta la possibilit di avviare un dialogo filosofico traconsulente econsultante: un dialogo che proprio grazie allassenza di metodologie scientifiche definite e finalisticamente orientate, pu contribuire ad operare una chiarificazione nel sistema di valori del consultante. Neri Pollastri pu essere considerato uno dei primi filosofi che hanno aperto in Italia uno studio di consulenza filosofica: socio fondatore e membro del consiglio direttivo di Phronesis, Associazione Italiana per la Consulenza Filosofica, dal 2003 offre un servizio gratuito di consulenza presso il quartiere 4 di Firenze, e dal 2005 insegna Teoria e Prassi della consulenza filosofica presso lUniversit Ca Foscari di Venezia. Il suo libro Il pensiero e la vita (Apogeo, Milano 2005) ripercorre la storia della consulenza filosofica e rappresenta uno strumento indispensabile a chiunque intenda iniziare a muoversi nel vasto e variegato panorama di una disciplina tanto interessante quanto ancora scarsamente nota nel nostro paese, uno strumento arricchito in molte delle sue parti dal contributo personale di chi pratica da tempo, e con seriet, la consulenza filosofica. Matteo Leoni

Dostoevskij e la losoa
Sergio Givone (Laterza, Roma-Bari 2006).
A ventidue anni dalla prima edizione

(1984), Laterza ripropone al pubblico Dostoevskij e la filosofia di Sergio Givone. Un testo sempre attuale, perch attuali sono gli interrogativi suscitati da Dostoevskij con i suoi romanzi: lautore russo ci mette di fronte alle grandi questioni riguardanti le cose ultime, il senso della vita, la libert, e cos facendo irrompe letteralmente nellambito della filosofia, bench, ci dice Givone, resti fondamentalmente estraneo ad essa. Givone afferma sin dallintroduzione che nellopera di Dostoevskij non v traccia di una formazione filosofica, cos come assente ogni confronto diretto con una qualsivoglia scuola di pensiero. Questo tuttavia non basta ad impedire che i suoi romanzi sprigionino una potenza critica che [] chiama direttamente in causa la filosofia. E la mette in questione: scuotendola nel suo stesso orizzonte, spingendola al punto di rottura. (Givone). Dostoevskij resta sempre uno scrittore, non un filosofo; non assolutamente possibile estrapolare dalla lettura dei suoi romanzi un sistema coerente di pensiero, poich esso, afferma Givone, non c. Allo stesso modo si opererebbe unindebita forzatura cercando di trasporre in un linguaggio filosofico la sua opera; ciononostante attraverso la lettura di Dostoevskij siamo pungolati, stimolati a porci un genere di questioni che sono poi quelle proprie della filosofia: domande su ci che ha senso e ci che non ha senso, e sul bene, il male, la libert. Il saggio di Sergio Givone rappresenta un importante tramite ed un prezioso strumento per accostarsi in maniera consapevole ad un autore tanto famoso quanto complesso. Matteo Leoni

Genetic Information as Instructional Content


Ulrich E. Stegmann (Philosophy of Science, 2005, pp 425-443).
Quando una metafora si impone come visione scientifica dominante, criticarla senza uscire dai suoi schemi di ragionamento il rischio pi grande a cui i filosofi della scienza possano andare incontro. Lidea di una informazione genetica stata importante per lo sviluppo della biologia genetica e dello sviluppo, non tanto per le pratiche investigatiHumana.Mente Anno I Vol 1 47

ve e sperimentali, quanto per la loro divulgazione. Stando a questa teoria, il DNA conterrebbe informazioni che, interpretate dalle strutture proteiche, permettono lo sviluppo dellorganismo e la definizione dei tratti somatici. Recenti sviluppi della disciplina hanno tuttavia mostrato che i geni ricoprono, in questi processi, un ruolo prioritario ma parziale. In questo articolo, Stegmann raccoglie due dei tentativi compiuti per salvare il concetto di informazione in biologia ed adeguarlo in rapporto a questi cambiamenti. Da una parte, troviamo il tentativo di Griffiths di estendere la sua applicabilit utilizzando la nozione causale dellinformazione, un concetto sottratto alla teoria della comunicazione, per la quale qualunque sistema in grado di trasmettere informazioni ad un altro sistema. In questottica anche lambiente esterno potrebbe fornire informazioni per lo sviluppo dellorganismo, cos come il DNA. Sul versante opposto, Stegmann stesso riprende le idee di Crick (1958), alle quali collega la propria proposta. Afferma che, sebbene risulti complesso e alle volte controverso parlare di informazione in processi articolati come lo sviluppo di un organismo, possibile individuare sistemi semplici e circoscritti che mostrano propriet semantiche, in particolare il DNA contiene informazioni relative solo ai suoi effetti pi immediati. Analizza dunque i processi di trascrizione e di duplicazione e mostra come questi rispondano alle tre caratteristiche fondamentali che un contenuto semantico deve mostrare: avere un contenuto intenzionale, rivolto verso unaltra entit (aboutness), contemplare la possibilit di un errore nel risultato ottenuto (error) e avere una struttura in grado di conservare tutte le informazioni (store). Conclude larticolo affermando che se si accetta che in un processo come quello di replicazione [] le tipologie e lordine delle interazioni chimiche determinino le tipologie e lordine lineare delle componenti prodotte, laddove tali interazioni sono specificate nel DNA, dobbiamo accettare che esse manifestino un contenuto semantico. In realt non cos facile accettare questa condizione. Nei processi presi in considerazione il DNA unentit che non agisce: sono gli enzimi, i complessi proteici, il contesto cellulare e quello intercellulare a determinare come e quando il DNA deve essere trascritto o duplicato; ne consegue che la scelta di prossimit dei processi effettuata da Stegmann , in questottica, del tutto arbitraria e poco indicativa. Per questi motivi, non si pu parlare di contenuto intenzionale nel DNA. Poco chiaro anche lo scopo di questa proposta. Il pregio principale della genetic information quello di fornire un criterio di spiegazione, seppure carente, valido su tutti i livelli di analisi, dalla sintesi di una proteina allo sviluppo dellorganismo nella sua interezza. Non ha senso interpretare semanticamente quei processi meglio ricostruibili come interazioni causali di ordine chimico-meccanico, se poi lautore afferma che, allontanandoci dal DNA, questa analisi diventa pi problematica. Concludendo, la metafora dellinformazione nella biologia poco efficace, anche quando il ruolo del DNA non viene decentrato. La maggior parte dei processi di eredit epigenetica, come il Chromatin Marking System (Jablonka, Lamb, 1995), si sviluppano proprio al livello di descrizione individuato da Stegmann; questi processi non rispettano le propriet semantiche di intenzionalit e di conservazione delle informazioni, Humana.Mente Anno I Vol 1 - ISSN 1972-1293 48

in quanto cause ed effetti sono solo parzialmente determinabili e non circoscrivibili, ma sono comunque il prodotto dei processi di trascrizione e di replicazione. Come si reinseriscono questi processi nella teoria di Stegmann? E se si possono trattare allo stesso modo, come possiamo parlare di informazione per il processo di trascrizione e per quello evolutivo, senza riuscire a fare altrettanto per tutti i livelli di analisi biologica intermedi, come lo sviluppo?

Daniele Romano

BIBLIOGRAFIA Griffiths, P. E. Genetic Information: A Metaphor in Search of a Theory, Philosophy of Science, 68, 2001, pp. 349-412. Jablonka, E. Lamb, M. Epigenetic Inheritance and Evolution: The Lamarkian Dimension, Oxford University Press, Oxford 1995. Keller, E. F. The Century of the Gene, Harward University press, Cambridge 2000.