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Si può guardare ad ogni tentativo di comprendere il

cyberspazio e la cybercultura come a delle storie che


noi raccontiamo a proposito di questi fenomeni.
(DAVIDBELL)

Un dato di ricerca: rappresentazione vs uso

«(Beh, io prima, vedendo sui giornali e in Tv mi ero fatto un 'idea sempli-


ce, poi quando l'ho preso ho capito che è un'altra cosa... in Tv te lo fanno
vedere che ti metti lì, schiacci e vai».
((Forse danno un'immagine iniziale ma per capirlo fino in fondo devi
provarlo tu stessa».

Si tratta di passaggi delle interviste di due ragazzi, il primo di 16 anni, la


seconda di 15. Sono stralciati da una ricerca sul rapporto tra Internet e i
preadolescenti (Rivoltella, 2001b)1 che cercava di profilare su un campione

La ricerca è stata condotta su un campione di ragazzi di età compresa tra gli II e i 17 anni
(corrispondente, nella tradizione di scuola del mondo francofono, alla frequenza del Lycee) da
un'equipe internazionale di cui facevano parte, oltre all'ltalia, il Canada (l'idea della ricerca nasce
nelle università di Montreal e Sherbrooke), la Francia, il Belgio, la Svizzera, la Spagna e il Portogallo.
Tutta la documentazione (strumenti metodologici, dati grezzi, trascrizioni delle interviste) è consultabile
in Internet, URL: httR:/ /ceRad.unicatt.it/ragazziweb/. Una sintetica presentazione dell'impianto e
dei risultati è fornita, sempre in Internet, all'URL: htt : www.form r .rickson.it archivio iu-
gno/lstoria.html eh www.formare. ric n.it r hivi iu n 2risultati.html.
16 COSTRU7TlVISMO E PRAGMATlCA DELLA COMUNICAZIONE ON L/NE

decisamente qualitativ02 le modalità attraverso le quali i preadolescenti rappre-


sentano, usano e si appropriano della Rete.
Questi ragazzi hanno risposto a una delle domande che il ricercatore ha
posto loro nel contesto di una intervista in profondità (la ricerca la prevedeva
come seconda fase dopo che in una prima fase all'intero campione era stato
somministrato un questionario). La domanda era: «II modo in cui i giornali e gli
altri media parlano di Internet ne facilita la comprensione?». La risposta è molto
interessante, perche prefigura un dato che poi sarebbe stato ampiamente confer-
mato da altri punti della ricerca e cioè che tra l'uso reale e le rappresentazioni
circolanti della Rete c'è una consistente differenza. I ragazzi sottolineano
soprattutto due aspetti: lo scarto tra es erienza diretta e mediata, tra quello che
la Rete è e quello che si p n Issa a CIOc e se ne dice «<percapirlo
fino in fondo devi provarlo tu stessa») e ~il ruoln rho ; moQ;~ ~iir~~lIa
costruzione dell'immagine sociale di Internet, in particolare la differenza che
pass~~~ la Iaclllla a us~ aa essl mostrata ~ complessità sperimentata invece di
persona «<quando l'ho preso ho capito che è un'altra cosa»). Cerchiamo di
approfondire l'analisi con il supporto dei dati.
Lo scarto tra esperienza diretta ed esperienza mediata di Internet viene
innanzi tutto indicato dalla presenza di una rappresentazione per 10 più comu-
nicativa della Rete nella parte del campione che non ne fa uso (o che dichiara di
aver visto navigare qualcuno una volta) e, invece, di una rappresentazione
conoscitiva in coloro che si dichiarano utilizzatori frequenti o abituali. Su 401
definizioni di Internet fornite, i140% circa (38% del campione maschile, 41% del
campione femminile) sono riconducibili alla dimensione comunicativa; attorno al
20%, invece, si attestano la dimensione conoscitiva (18% del campione maschile,
19% di quello femminile) e quella ludica (20% del campione maschile, 21% di
quello femminile) .Se però si vanno ad analizzare nello specifico gli usi reali che
i ragazzi fanno della Rete, ci si accorge che, eccettuato l'uso strumentale della
posta elettronica, prevalgono le attività di tipo fruitivo:
Oggi la Rete sembra essere utilizzata maggiormente come una sorta di
centro dispensatoredi servizi:lì, quando ce n' è la necessitào la voglia, i ragazzi
vanno a cercare ciò che qualcun altro ha messo,secondo un'idea che--ricorda
più il supermercatoche non la piazzao la comunità. (Rivoltella,2oolb, p. 65)

Le attività preferenziali sono di due tipi: conoscitivo (in particolare l'uso dei
motori di ricerca) e ludico (scaricamento di file audio e video, navigazione di siti
per videogiocare). Le risposte di chi usa regolarmente Internet rovesciano quanto

2 438 unità in tutto, cui si devono aggiungere le 148 del campione di controllo.
MITOLOGIEDELLARETE 17

emerso, invece, dalle risposte di chi, non facendone un uso significativo, affida le
sue rappresentazioni più all'immaginazione che alla pratica in contesto.
Questo rovesciamento viene confermato dall'attendibilità che i ragazzi rico-
noscono alle informazioni reperite in Internet {i161 % le ritiene attendibili, solo il
17% avanza dei dubbi, gli altri non rispondono). Le interviste ad alcuni di loro
consentono di capire meglio questo tipo di risposta:
l/Devono essere giuste, come ad esempio il libro delle ricerche di storia. ..
non te le danno sbagliate... altrimenti te ne accorgeresti»;
I/Perche comunque sono basate su fonti vere e comunque non penso che
sia una cosa non vera. ..che siano stati lì a scrivere tutte quelle cose. ..mi fido
abbastanza».

La fiducia è fondata su argomentazioni molto deboli, riconducibili in sostan-


za a quello che gli studiosi di comunicazioni di massa chiamano effetto di autorità
{«Se 1'ha detto il telegiornale "deve" essere vero») e ~ una concezione molto
tradizionale della pubblicazione, per cui nel momento in CUIconsenti ao altn 01-
O'1~~~~I~4uellu cIle pen:;l, lIIlirre-cn:nprincipio non dovresti dire cose non vere. Una
visione abbastanza ingenua, sostanziata dal senso comune, bilanciata da chi,
utilizzatore frequente, solleva eccezioni:
«In generale, sì, possiamo fidarci. Per esempio, dei siti famosi, io mi fido
delle informazioni che trovo. Però ci sono dei siti, dei sottositi, che sono fatti
praticamente in casa e di cui è meglio non fidarsi».

Qui il criterio è un altro. Il ragazzo coglie perfettamente il significato assolu-


tamente particolare della pubblicazione sul Web rispetto alla pubblicazione nel
mercato editoriale cartaceo. In Internet chiunque è editore: basta salvare un
documento in formato html e appenderlo in un sito attraverso un programma di
ftp. Non vi è nessun tipo di controllo su ciò che viene pubblicato: in questo caso
10 statuto di autore non viene riconosciuto dall'industria libraria, ma rivendicato
direttamente da chiunque possegga una homepage nel Web. Ora, è vero che il
mercato ragiona in termini di copie vendute e non di qualità e quindi spesso
consacra come autore chi vende di più, ma sicuramente istituisce uno spazio
pubblic03 e vincola I' accesso a questo spazio attraverso una forma di controllo

3 Senza entrare nel merito di una questione molto complessa, è sufficiente sottolineare che si fa
riferimento a un significato del termine in cui «pubblico" significa «aperto", «accessibile a tutti". Ciò
che è pubblico in questo senso è ciò che è visibile o osservabile, ciò che si esegue alla presenza di
spettatori, ciò di cui tutti o molti possono venire a conoscenza o vedere in prima persona. [ ...J Un
atto pubblico è un atto visibile, eseguito apertamente in modo che tutti lo possano vedere; viceversa,
un atto privato è invisibile, un atto eseguito in segretezza e a porte chiuse" (rhompson, 1995, pp.
173-174). Sul concetto di spazio pubblico si possono vedere Habermas (1962) e Bobbio (1985).
18 COSTRUTT/VISMO E PRAGMATICA DELLA COMUNICAZIONE ON L/NE

(curriculum di chi scrive, vaglio di un comitato redazionale, giudizio di un collegio


di referees, ecc.). Proprio questo controllo viene «aggirato» in Internet ponendo
il problema dell'autorevolezza dell'autore: la visibilità, cioè la possibilità di appa-
rire con le proprie produzioni nello spazio pubblico, non è più garanzia oggi di
questa autorevolezza. Ma solo gli utilizzatori 10possono comprendere: per gli altri
Internet è come la televisione; in quanto spazio pubblico deve in qualche modo
recare in se qualche garanzia di autorevolezza per i suoi materiali.
Quest'idea di facile accessibilità alimenta una delle rappresentazioni più
consistenti della Rete in cui il campione ha dimostrato di riconoscersi: quella che
pone l'equazione tra Internet e la democrazia. Qualche battuta tratta dalle inter-
viste consente di comprenderlo:
I/È un mondo aperto a tutti».
l/Tutti sono in Internet, non esistono ricchi e poveri»,

Si tratta di un tema noto. Lo si può far risalire alla presidenza Clinton e in


particolare alla vicepresidenza Gore negli Stati Uniti. Fu, infatti, proprio AI Gore
a lanciare il programma della cablatura totale del mondo come garanzia di
sviluppo e civiltà per tutti: le autostrade informatiche, in questo tipo di visione,
divenivano allo stesso tempo un agente di globalizzazione (tutto circola dappertut-
to) e un fattore di accesso ai servizi e alle informazioni (tutto è disponibile per tutti).
Contemporaneamente all'affermarsi di questo tipo di lettura ha iniziato a essere
sostenuta anche l'ipotesi contraria, quella del digital divide: Internet non garan-
tirebbe un accesso a chiunque agendo da fattore di integrazione e perequazione,
al contrario favorirebbe la riproduzione del gap sociale e culturale tra i ricchi e i
poveri, dal momento che per accedere alla Rete occorre avere una connessione
e poterla sostenere dal punto di vista finanziario (economical divide) e disporre
di un capitale culturale sufficiente, fatto di competenze alfabetiche e di socializza-
zione tecnologica (knowledge divide). Un aspetto, questo, perfettamente colto
da un ragazzo di 14 anni che di Internet dice:
I/È un modo per comunicare con tutto il mondo destinato però a pochi.
Può essere paragonato a un giornale di informazione globale che solo i pochi
abbonati possono leggere».

Come si può intuire, i ragazzi della ricerca riproducono nelle loro afferma-
zioni la stessa dialettica che a livello di politica internazionale si può cogliere tra
gli entusiasti del mercato e della globalizzazione e i no global. Si trova conferma
di questo dispositivo anche nelle affermazioni relative all'altra rappresentazione
condivisa della Rete, quella che la rende oggetto di un'attesa quasi messianica:
Internet «è la strada che ci guida per la nostra vita» dice una ragazzina di 14 anni;
«È un viaggio nel futuro» ribadisce una dodicenne; «Penso che Internet sia il futuro)
MITOLOGIE DELLA RETE 19

conferma un ragazzo di 13 anni. II tema, in questo caso, non è più quello


dell'accesso e della democratizzazione, ma quello di una tecnologia in grado di
agire in termini salvifici sulla nostra società. Attorno a Internet si organizza, in
sostanza, un nuovo culto i cui precetti sono la necessità di separarsi per entrare
in comunione e l'importanza del comunicare. Seguendo le acute analisi di Breton
(2001), su cui torneremo ampiamente, si possono trovare per questa nuova
forma di religiosità mediatica dei padri fondatori (da Saint-Simon a Wiener), dei
profeti (come Nick Negroponte, Bili Gates o Pierre Levy) e un'utopia fondatrice:
quella di una società completamente trasparente che proprio attraverso questa
trasparenza e I' eliminazione del contatto fisico riesce a risolvere il problema della
violenza, garantendosi la sopravvivenza. AI tema dell'autostrada verso la demo-
crazia risponde quello della strada verso il domani, allo sguardo orizzontale e laico
di un'utopia immanente, quello verticale e intriso di religiosità New Age di
un'utopia quasi-trascendente.
.Evidentemente non è plausibile che un preadolescente abbia letto il discorso
di AI Gore al G7 di Bruxelles del 1995, o che conosca Levy e Negroponte.
L'allineamento dei temi (e dei toni), quindi, deve trovare giustificazione altrove.
L 'ipotesi che avanziamo è che i media -soprattutto la carta stampata e la
televisione -agiscano da mediatori di queste rappresentazioni, favorendone la
circolazione e I'appropriazione sociale. Alla domanda: «II modo in cui i giornali e
gli altri media parlano di Internet ne facilita la comprensione?», i ragazzi del
campione replicano secondo due tipologie di risposta:
l/Secondo me no, perche ne parlano però non spiegano come si usa e
cosa si può trovare oltre determinate cose... e quando poi vai a vedere, c'è
qualcosa di più di quel che dicono» (1);
l/Fa capire bene... specialmente il telegiornale» (2)

La risposta di tipo (1) è quella propria degli utilizzatori regolari, quella di tipo
(2) di chi non ha mai utilizzato Internet o l'ha solo vista usare qualche volta da
qualcuno. Ancora una volta l'esperienza diretta si contrappone all'esperienza
mediata, la rappresentazione è smentita dall'uso. Come dire che è molto facile
che la rappresentazione di chi non ha esperienza diretta del mezzo venga mediata
(dai media, come dai discorsi della società scientifica o della società adulta),
mentre tale mediazione può essere proficuamente messa alla prova dei fatti dagli
utilizzatori abituali.
Se le cose stessero in questi termini il problema sarebbe tutto sommato di
lieve entità: sarebbe sufficiente promuovere l'uso di Internet o aspettare che la sua
penetrazione sociale faccia il suo corso per vedere lentamente scomparire le sue
rappresentazioni discorsivizzate dai media in favore di quelle più «reali»promosse