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MARTED 24 MAGGIO 2005

LA REPUBBLICA 41

DIARIO
DI DI

NOVANTANNI FA IL PAESE ENTRAVA IN GUERRA

Repubblica Nazionale 41 24/05/2005

ella guerra cominciata il 24 maggio del 1915, gli italiani chiamati alle armi furono quasi sei milioni, quelli che vestirono effettivamente luniforme circa cinque milioni, quelli che si avvicendarono al fronte oltre quattro milioni e duecentomila, provenienti per circa il 48 per cento dal Nord, il 23 dal Centro, il 17 dal Sud, il 10 dalle isole. Le classi mobilitate andavano dai nati nel 1874 ai nati nel 1900, ossia pi o meno dai quarantenni ai diciassettenni. Durante i tre anni e mezzo di guerra, i morti furono complessivamente seicentocinquantamila (di cui centomila in prigionia), i prigionieri seicentomila, i feriti presuntivamente un milione, gli invalidi riconosciuti quasi mezzo milione. Tra i soli giovanissimi (17 e 18 anni) si contarono ben 7500 morti. Sul numero delle vedove come su quello degli orfani non si hanno dati certi, ma le prime dovettero aggirarsi intorno alle duecentomila, i secondi intorno ai quattrocentomila. Basterebbero queste cifre a misurare limpatto dellevento sulla collettivit nazionale. Mai nulla di simile era accaduto nella storia precedente dellItalia unita. Mai tanti abitanti del Regno provenienti da tutte le regioni del paese, dalla citt e dalla campagna (qualcuno anche dallestero), erano stati coinvolti tutti insieme, per amore o per forza, in un compito comune cos drammatico, nel quale era messa in gioco, secondo la parola dordine ufficiale, la sopravvivenza nazionale, certo era messa a rischio (con unincidenza percentuale intorno al 15 per cento di quelli che andarono al fronte) la sopravvivenza individuale. Se vero come ha scritto uno storico che lidentit nazionale pu consistere nella consapevolezza di grandi cose fatte insieme o patite insieme, si pu ben dire che mai gli italiani avevano fatto e soprattutto patito insieme cose cos grandi. Gli elenchi dei caduti

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QuandolItaliadiventNazione
ANTONIO GIBELLI
comparsi ben presto nella pi vasta campagna monumentale che mai si fosse conosciuta, nome per nome, comune per comune, meticolosi e inesorabili, erano e restano la prova che allimpresa e allecatombe tutti avevano preso parte e pagato un prezzo. Sul fronte interno, migliaia di operai furono militarizzati per ragioni di ordine pubblico e per assicurare la produzione nei settori vitali delleconomia di guerra. Donne e ragazzi furono impiegati nellindustria pesante per garantirne lespansione, e nei lavori ausiliari come la fabbricazione di indumenti militari. Molte donne furono chiamate a coprire i vuoti lasciati dagli arruolamenti, in lavori tradizionalmente maschili come la conduzione di tram o la nettezza urbana. Persino i bambini furono considerati essenziali alla nazione in armi, e divennero perci destinatari e strumenti di mobilitazione, usati per suscitare sentimenti di protezione e di tenerezza, indicati come posta in gioco dello sforzo comune. La guerra a oltranza non poteva rinunciare a nessuna energia materiale, morale e immaginaria, e aveva bisogno di tutti, senza distinzione di professione, di genere, di et. La vastit del rimescolamento rese gli italiani pi simili tra loro e pi vicini agli altri europei. Contadini meridionali che non avevano mai messo piede al Nord (anche se potevano aver conosciuto lAmerica) si trovarono per la prima volta tra le montagne del Trentino. Montanari e pastori fecero conoscenza delle tecnologie e dellorganizzazione industriale incarnate nelle artiglierie, nei lavori del genio militare, nelle protesi che surrogavano gli arti mutilati, nelle applicazioni belliche dellelettricit come i riflettori: i bagliori delle esplosioni e i fasci di luce che fendevano il buio trasformavano le notti in giorni, segnando il primato dellelemento artificiale su quello naturale. I combattenti familiarizzavano per la prima volta col grammofono e col cinematografo nelle Case del soldato. Gi immersi in contesti comunitari nei quali dominava la comunicazione orale, dovevano fare i conti con la scrittura per trasmettere a distanza segnali di vita: le loro lettere costituiscono oggi la pi copiosa, formidabile testimonianza dellesperienza collettiva allora compiuta. Partiti per la guerra semiletterati, imparavano a leggere giornali e comunicati dai quali potevano dipendere informazio-

ERNEST HEMINGWAY

Sei milioni furono gli italiani chiamati alle armi Fu un evento per lintera collettivit

IL FRONTE occidentale non pareva andasse altrettanto bene. Pareva che la guerra dovesse continuare un pezzo. Ora eravamo in guerra ma pensavo che ci volesse un anno per preparare un esercito numeroso e addestrarlo al combattimento. Lanno successivo sarebbe stata una cattiva annata, o forse una buona annata. Gli italiani stavano logorando una quantit incredibile di uomini. Non vedevo come potesse continuare. Anche se prendevano la Bainsizza e il monte San Gabriele, cerano moltissime montagne al di l di queste per gli austriaci. Le avevo viste. Tutte le montagne pi alte erano dallaltra parte. Sul Carso stavano avanzando, ma dalla parte del mare cerano paludi e acquitrini. Napoleone avrebbe combattuto gli austriaci sulle pianure. Non li avrebbe mai combattuti sulle montagna. Li avrebbe lasciati scendere e li avrebbe battuti intorno a Verona. Per il momento nessuno stava battendo qualcuno sul fronte occidentale. Forse le guerre non si vincevano pi. Forse continuavano sempre. Forse era unaltra guerra dei cento anni.

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ni essenziali per la propria salvezza come quelle riguardanti licenze ed esoneri. Abituati per lo pi a esprimersi in dialetto, per intendersi dovettero elaborare una sorta di lingua comune che i linguisti hanno chiamato italiano popolare. La popolazione nel suo insieme fu investita da un corso forzoso di italianizzazione destinato a lasciare unimpronta durevole anche per essere avvenuto in condizioni di eccezionale emergenza emotiva e con pesanti esiti luttuosi. Ampiezza dei processi di mobilitazione e profondit delle trasformazioni antropologiche e culturali non sfociarono per in un aumento della coesione nazionale n del sentimento di appartenenza. A differenza degli altri maggiori paesi europei, lItalia affront la guerra in preda a profonde divisioni politiche e sociali che non si attenuarono, anzi crebbero nel corso del conflitto. La decisione dellintervento fu il frutto di una forzatura, di una radicalizzazione senza ritorno della lotta politica e dellimposizione di una minoranza agguerrita sulla maggioranza della popolazione. Fu un azzardo, non tanto in relazione alla consistenza dei mezzi economici e militari, che in definita ressero alla prova, quanto alla solidit delle istituzioni politiche e civili. Anche per questo la seduzione totalitaria presente nella guerra e i fenomeni di brutalizzazione che essa aveva innescato non furono contenuti e rielaborati ma sfociarono nel tracollo dello stato liberale e nella sovversione fascista: e questo bench lItalia fosse uscita vincitrice dal conflitto, a differenza della Germania, traumatizzata da una sconfitta che agli occhi dei tedeschi appariva inspiegabile e quindi inaccettabile, e dellimpero russo, dove il disastroso esito dello scontro port allo sfaldamento dellantico regime prima che il conflitto avesse termine.

Il conflitto sarebbe durato tre anni e mezzo e costato circa 650 mila vittime

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LE TAPPE DELLA GUERRA

LATTENTATO, 28 GIUGNO 1914 Lo studente bosniaco Gavrilo Princip uccide a Sarajevo larciduca Francesco Ferdinando. Il 28 luglio lAustria dichiara guerra alla Serbia. LEuropa trascinata nel conflitto. LItalia sceglie la neutralit

LITALIA, 24 MAGGIO 1915 Il 24 maggio lItalia entra in guerra contro lAustria. Il 26 aprile il governo Salandra aveva accettato, col solo avallo del re, le proposte dellIntesa firmando il Patto di Londra con Francia, Inghilterra e Russia

LA GUERRA DI TRINCEA, 1915 Lesercito italiano, comandato dal generale Luigi Cadorna, si blocca in una logorante guerra di posizione lungo lIsonzo e sul Carso. Alla fine dellanno si contano 250 mila tra morti e feriti

DELFINO BORRONI HA 106 ANNI, ERA UN BERSAGLIERE E OGGI RICORDA

QUEI MALEDETTI GIORNI CHE VISSI A CAPORETTO


PAOLO RUMIZ

I LIBRI
MARIO ISNENGHI GIORGIO ROCHAT La Grande Guerra 19141918 Sansoni 2004 JOHN KEEGAN La prima guerra mondiale Carocci 2004 MARIO ISNENGHI Il mito della Grande Guerra il Mulino 2002 ANTONIO GIBELLI Lofficina della guerra Bollati Boringhieri 1998 La grande guerra degli italiani Sansoni 1998 D. LEONI, C. ZADRA La grande guerra il Mulino 1986 FABIO CAFFARENA Lettere della Grande Guerra. Unicopli 2005 ANGELO VENTRONE La seduzione totalitaria Donzelli 2003 ERIC J. LEED Terra di nessuno il Mulino 2002 MARIO SILVESTRI Caporetto Mondadori 1984 PIERO MELOGRANI Storia politica della grande guerra Laterza 1969 ERIK GOLDSTEIN Gli accordi di pace dopo la Grande Guerra Il Mulino 2005

l ventinove luglio quando cera il grano / nata una bambina con una rosa in mano /... le ragazzette lamor non sanno fare / ma noi ragazzi glielo farem sentire / la sera dopo cena quando si va a dormire. Canta Delfino Borroni, classe 1898 da Turago Bordone (Pavia), bersagliere pi vecchio dItalia, uno dei trenta reduci rimasti della Grande Guerra. Canta a voce alta, cieco come Omero, sulla sedia a rotelle, la canzone del lungo treno che lo porta al confine, un giorno di fine maggio del 17. Fuori dalla casa di riposo San Giuseppe di Cstano Primo, tra Milano e Varese, piovono fiori di acacia, la giornata limpida, le Alpi lombarde sono l piene di neve, ma tu non vedi nulla perch il racconto del vecchio ti ha gi portato via, lontano. Dio che baccano su quella tradotta! Canta canta, che domani non canti pi, ridevano quelli che erano gi stati al fronte. Avevano ragione, il giorno dopo fu altra musica. Borroni, anni 106, non solo uno che ricorda. Borroni il ricordo. Lo sa Alessandro Vanni, che raccoglie con passione le ultime storie dei Cavalieri di Vittorio Veneto e considera questuomo, con un piede in tre secoli, lultima, grande memoria vivente della Prima Guerra Mondiale. Levento mitico lo abita, lo riempie, diventa metrica, odissea. Una macchina del tempo che ti rovescia addosso dettagli, nomi, date, odori, sapori, canzoni, rumori, maledizioni, pioggia, fango, fame, paura. Non fai a tempo ad annotare tutto, e lui gi oltre. Passa veloce dalla notte che pioveva sul Pasubio ai gas di Caporetto. Sul Monte Maio la trincea degli austriaci era cos vicina che sentivamo le voci. Allinizio, alcuni di loro uscivano di notte, si arrampicavano sugli alberi e ci sfottevano cantando chicchirich. Ma il Borroni, che era un tipo fiero, non gliela lasci correre, usc con il Giagnola e altri due, ne acchiapp uno per i piedi e gli diede un bel cazzotto, poi lo port di peso dietro le nostre linee. Si passavano le notti in piedi, e quando pioveva era dura, specie se ti mandavano di vedetta tra le due linee. Bisognava appiattirsi negli avvallamenti. Il sergente Mosconi Luigi, di Como, mandava sempre fuori me, perch ero come uno scoiattolo, diceva. Io protestavo: Mosconi, sempre a me mi tocca! Ma poi ubbidivo sempre. Erano turni di due ore. Ed era lunga, due ore. Cismn, Pasubio, Campo Muln, Valsugana. Il film scorre senza sbavature. Poi, un giorno dottobre, il treno per un

POSIZIONI

Sul Monte Maio la trincea degli austriaci era cos vicina che sentivamo le voci. Loro ci sfottevano cantando chicchirich

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LA MOSTRA
Le immagini di questo Diario sono tratte dal catalogo della mostra Arte e Memoria a 90 anni dalla Grande Guerra, aperta alla Gate Termini Art gallery della Stazione Termini di Roma fino al 31 luglio. Oggi, in occasione della ricorrenza del 24 maggio, lingresso sar gratuito

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luogo che si chiama Caporetto, da raggiungere in fretta, sullIsonzo. Borroni ricorda tutto: il torrente, la collinetta davanti al paese, la Vallazza, la Val Polenta, il Monte Nero con la sua ombra immensa. Arrivano la notte del 23 a tappe forzate, ciascuno con quattro caricatori, due gallette e due scatole di carne da

tenere bene in conto, perch non detto che i rifornimenti arrivino. Piove, tira vento gelato, il battaglione occupa due casette sulla collina. Sono piene di castagne, i soldati accendono un fuoco, le arrostiscono. Io ne mangiai troppe, dovetti andare in mezzo alle frasche a scaricarmi. E proprio in quel

momento sentii gridare il comandante: dov il quarto plotone? C il nemico!!! Fatevi sotto che gliela facciamo vedere. Invece, fino allalba, fu il silenzio. Poi, nella bruma, vedemmo un formicaio di truppe, una nuvola di uomini in grigio, i tedeschi che arrivano da Caporetto. L a 150 metri. Mo-

LA GUERRA
A sinistra, Sulla strada di Giavera durante il bombardamen to di Giulio Aristide Sartorio (1918)

EMILIO LUSSU

ERICH MARIA REMARQUE

La guerra era, per me, una dura necessit, terribile certo, ma alla quale ubbidivo. Pertanto facevo la guerra e avevo il comando di soldati
Un anno sullAltipiano 1938

La prima granata ci ha colpiti al cuore; esclusi ormai dallattivit, dal lavoro, dal progresso, non crediamo pi a nulla. Crediamo alla guerra
Niente di nuovo sul fronte occidentale, 1929

FEDERICO CHABOD

VITTORIO FOA

Quella guerra era la prima grande prova armata, il primo grande sforzo militare dellItalia. LItalia era allora uno Stato giovanissimo
LItalia contemporanea 1961

LItalia entr in guerra dopo un duro conflitto politico tra neutralisti e interventisti tra chi voleva stare fuori della guerra e chi voleva invece che vi entrasse
Questo Novecento 1996

sconi capisce, loro non si sono accorti di nulla, sibila: a l da metterli in tasca!. Il capitano ordina: fateli avanzare, poi quando fischio scaricate la fucileria e li assalite dallalto. Pochi attimi. Poi lurlo: Sottooo!. Siamo partiti come leoni... Non ha unidea il baccano che si fatto... Abbiamo preso ottanta prigionieri... eravamo a cento metri dalle case di Caporetto. Abbiamo trovato una trincea italiana del 1915, ci siamo buttati dentro. Verso mezzogiorno del 24 il sergente di ferro manda nuovamente Borroni di vedetta. una missione pericolosissima, la posizione circondata. Delfino protesta: Mosconi, mandi a morire proprio me? Almeno gli altri hanno vissuto ventanni di pi!, ma obbedisce. Non mi sono mai rifiutato. Esce, si acquatta tra due tedeschi morti, intuisce ombre in movimento, vede due tedeschi anziani, con barba non fatta e il sottogola. Mormoro ai miei: stanno arrivando! Ma dalla trincea mi rispondono: comeee? Glielo ripeto, stavolta senza risposta. In silenzio vedo i tedeschi che passano strisciando uno sullaltro. Fu l che arriv lurlo del nostro comandante: si salvi chi pu! Cominci la fuga, sotto le mitragliatrici. Ormai la storia non pi film, vita, tempo presente, ti scatena un jet lag, il mondo di ieri l di fronte. Continua Borroni: Scappo sotto il fuoco incrociato, un proiettile mi becca al tallone destro, cado, e la caduta mi salva dalla scarica successiva, lo capir solo dopo. Mi rialzo, corro zoppo tra due fuochi, mi

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CAPORETTO, 1917 Papa Benedetto XV si appella ai governi contro la inutile strage. Il 24 ottobre unarmata austro-tedesca sfonda le linee italiane nei pressi di Caporetto: 300 mila prigionieri

IL PIAVE, SETTEMBRE 1918 Gli italiani lanciano unoffensiva sul fronte del Piave. Gli austriaci sono sconfitti a Vittorio Veneto, gli italiani entrano a Trento e il 3 novembre a Villa Giusti lAustria firma larmistizio

LA FINE DELLA GUERRA, 1918 La guerra termina con la vittoria dellIntesa, favorita dalla dissoluzione dellAustria-Ungheria e dalla rivoluzione in Germania. Conferenza di pace il 18 gennaio a Versailles

PARLA GIAN ENRICO RUSCONI: ERAVAMO IMPREPARATI

ALTRO CHE PIAVE FU UN AZZARDO


SIMONETTA FIORI
o limpressione che ci sia molta distrazione intorno a questo anniversario, dice Gian Enrico Rusconi, professore di Scienza politica allUniversit di Torino e autore di saggi su nazione, resistenza e postfascismo, patria e repubblica che hanno avuto il merito di anticipare alcuni temi incandescenti del dibattito pubblico. Neo direttore dellIstituto storico italo-germanico di Trento, sta organizzando per il 30 maggio un convegno sulla Grande Guerra, uno dei pochi dedicati allevento, rimarca polemicamente. Anche lultimo suo lavoro, appena uscito dal Mulino, si misura con le ragioni del conflitto, non rinunciando fin dal titolo a una lettura provocatoria: Lazzardo del 1915 (sottotitolo, Come lItalia decide la sua guerra, pagg. 200, euro 12). Apparentemente la prima guerra mondiale rappresenta una pagina conciliata, nel senso che in Italia nessuno riapre il dibattito sulle reali colpe o sulla spericolatezza diplomatica che diede avvio al nostro intervento. E questo accade perch negli ultimi trentanni la dimensione politica che poi quella che divide stata messa in ombra dallimmagine condivisa della gigantesca catastrofe in cui fu versato il sangue di tutti gli italiani: mito fondativo della nostra identit. Troppo spesso si dimentica che al principio ci fu un azzardo: politico, diplomatico e militare. Azzardo, lei dice. Non le pare unespressione un po forte? No, non mi viene nessunaltra parola. Per un precedente saggio, sullorigine della Grande Guerra, scelsi il titolo Rischio 1914. Ma lintervento italiano va oltre un rischio calcolato: una scelta azzardata da tutti i punti di vista. Il nostro governo manda allaria un trentennale accordo con Austria e Germania, la Triplice Alleanza, per lanciarsi in una sfida militare alla quale non assolutamente preparato: tutto questo dopo una finta trattativa per una neutralit compensata da ampi risarcimenti territoriali. E le ragioni ideali dellirredentismo? Si combatt contro lAustria per Trento e Trieste. Cos ce la siamo raccontata per troppi anni, riprendendo gli argomenti dellinterventismo democratico. vero che novantanni fa il Piave mormor, ma altrettanto innegabile che il gesto iniziale prese di contropiede tutti. Sono sicuro che, anche nelle attuali celebrazioni, le alte cariche non rinunceranno al politicamente corretto del patriottismo italiano. In realt le motivazioni irredentiste ebbero un ruolo secondario rispetto a quello che era il progetto principale. Quale? Volevamo diventare una grande potenza, specie nellarea adriatico-balcanica, e per raggiungere lobiettivo approfittammo del conflitto esploso nellagosto del 1914. Ci che nella primavera del 1915 spinse alla guerra il governo nazional-liberale di Salandra e Sonnino non fu solo il desiderio di liberare le terre irreden-

FRATTURE

Il nostro governo mand allaria un trentennale accordo con Austria e Germania. I motivi irredentisti furono secondari

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butto nel torrente, vedo il caporal maggiore Giagnola che mi fa gesti da unaltura, non ha ancora capito quanto vicini sono i nemici, io corro in salita sul colle, mi butto tra i miei. Mosconi non crede ai suoi occhi, dice: solo tu potevi salvarti in quellinferno, ho ragione quando dico che sei tutto sale e pepe!.

GLI AUTORI
Il Sillabario di Ernest Hemingway tratto da Addio alle armi (Mondadori, 1965). Antonio Gibelli insegna Storia contemporanea allUniversit di Genova. Gian Enrico Rusconi docente di Scienza politica a Torino.

I DIARI ONLINE
Tutti i numeri del Diario di Repubblica sono consultabili in Rete sul sito www.repubblica.it nella sezione Spettacoli e cultura. I lettori troveranno le pagine comprensive di tutte le illustrazioni.

La sera del 25 arriva il maggiore a cavallo, piove ancora, ci ordina di tenere lultimo crocevia prima di Cividale, ormai i tedeschi dilagano, c una tremenda sparatoria, i tedeschi non usano fucili n granata, ma solo mitragliatrici. l che il nostro capitano ci lascia la pelle, Rosana signor Umberto si chiamava, di Roma era. Un sardo, Cicolella, che mi aveva fatto una sgarberia e con cui non parlavo da settimane, viene ferito alle gambe. Mi tende una mano, mi dice perdonami, io lo carico in spalle, ma i tedeschi sono dappertutto, mi fatto prigioniero. Sono disarmato, uno urla, non sa se spararmi o infilzarmi, ma un altro, pi calmo, lo calma e mi accompagna tra i platani, con altri italiani. Da allora, la fame. Non c da mangiare dietro alle vittoriose linee tedesche. Cercavo sempre di scappare, era meglio morire di una fucilata e che di fame. Mi riprendevano e scappavo di nuovo. Finch trovai un contadino che passava per i campi con una carriola di letame, gli chiesi pane, lui disse non posso. Ma poi usc la moglie, gid: puteo! E mi diede un bel pezzo di polenta con un mezzo un buco pieno di sugo rosso con fagioli. Le dissi: con questa ci campo quindici giorni! E lei: povareto, iera el manco che se podeva. Ormai era lottobre del 18, il fronte era a pezzi, la cavalleria italiana sbucava in silenzio dappertutto. Urlai che ero italiano, che non sparassero. Intorno, le ultime sacche di resistenza sparavano poi alzavano bandiera bianca. Era finita. Sembrava impossibile.

OBIETTIVI

Volevamo diventare una grande potenza e per questo approfittammo del conflitto che era esploso nellagosto del 1914
te, completando lopera risorgimentale, ma fu soprattutto la volont di conquistare per lItalia lo status di grande potenza. Possiamo tornare a usarla questa parola?. Avverto come un accenno polemico verso una storiografia che ha espunto questo termine. No, nessuna polemica. Dico solo: ormai siamo adulti, possiamo riproporre una categoria quella di potenza che era stata sfigurata dal nazionalismo fascista. E, soprattutto, torniamo alla politica! Dopo un trentennio in cui abbiamo scritto storie dellumanit offesa, storia delle identit traumatizzate, storia delle culture e delle memorie, vorrei tornare a parlare dello scacchiere diplomatico in cui si muovevano grandi e tragiche figure quali Son-

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PROPAGANDA
Qui sopra, Fate tutti il vostro dovere, manifesto del 1917 di Achille Luciano Mauzan; al centro pagina, Gerardo Dottori, Bombardamento aereo, 1927

nino, San Giuliano, Salandra, anche Albertini. La storia ritorna nel Palazzo. E viene riconsegnata ai suoi protagonisti. vero che Giolitti non si muove nel vuoto, ma pur sempre Giolitti... . Se fosse stato Giolitti a condurre la negoziazione con Austria e Germania lei sostiene avremmo potuto ottenere il Trentino e uno statuto particolare per Trieste: senza spargimento di sangue. S, sono persuaso che Giolitti avrebbe avuto maggiori chances di successo. Il governo che gli succedette, lasse Salandra-Sonnino, coltivava obiettivi ben pi ambiziosi e dunque fin per minare i presupposti stessi della trattativa. Daltro canto la negoziazione portata avanti dallAustria non era immune da simulazione: trattavano con la riserva mentale di riprendersi indietro tutto. A sostegno della sua tesi ossia che di azzardo si tratt lei dimostra che la storia poteva andare diversamente. Addirittura recupera unipotesi solitamente liquidata dalla storiografia, ossia la possibilit per lItalia di marciare sul Reno a fianco di Germania e Austria. Guardi che non fu uneccentricit di alcuni frenetici nazionalisti. Anche un nazional-liberale come Sidney Sonnino futuro ministro degli Esteri che avrebbe portato lItalia alla guerra contro lAustria da principio era del parere che fosse meglio restare nella Triplice Alleanza. Perfino Cadorna, dopo il disastro di Caporetto, si sarebbe rammaricato di non aver combattuto dalla parte giusta. uno scenario verosimile? S, unipotesi non pi tanto assurda. Ho trovato un nuovo documento, un verbale riservatissimo dello Stato maggiore, datato 18 dicembre 1913, dal quale risulta che il progetto di inviare le truppe italiane in Germania era in realt molto pi serio di quel che comunemente si crede: da Alberto Pollio a Cadorna, erano tutti convinti di marciare sul Reno. Ma non le pare questa del 1915 una vicenda ormai definitivamente chiusa: il minuetto diplomatico, le logiche di potenza... Eppure lazzardo della Grande Guerra rivela tratti della politica italiana che arrivano fino a noi: non sappiamo mai bene come collocarci. Non questione di antropologia, ma la nostra posizione geopolitica che produce una sorta di incertezza nelle alleanze. Vale ancora la battuta di un vecchio diplomatico: noi abbiamo alleati, ma anche molti amici. rimasta nella memoria collettiva come la nostra guerra, quella che pi intimamente ha toccato le coscienze. Eppure lei dice nacque da un azzardo. Un tragico paradosso. Ed forse anche per questo che la memoria collettiva ha cancellato la spericolatezza delle origini per concentrarsi sulle trincee da cui rinacque lItalia.

I FILM
LA GRANDE GUERRA Due soldati che cercano di sottrarsi in ogni modo alla guerra e al combattimento finiscono loro malgrado per morire da eroi. Con Vittorio Gassman e Alberto Sordi, di Mario Monicelli, del 1959. UOMINI CONTRO La guerra sullaltipiano di Asiago, dove un generale manda a morire con una follia testarda centinaia di soldati. Di Francesco Rosi, con Gian Maria Volont, tratto da Un anno sull altipiano di Emilio Lussu. 1970 ADDIO ALLE ARMI Sul fronte italiano si svolge la drammatica storia damore tra un soldato americano e uninfermiera inglese. Due versioni con Gary Cooper nel 1932, regia di Frank Borzage. Con Rock Hudson nel 1957, regia di Charles Vidor. LA LEGGENDA DEL PIAVE Una moglie patriota trasforma in un eroe il marito profittatore di guerra. Di Riccardo Freda, con Gianna Maria Canale. 1951