Sei sulla pagina 1di 478

Le avventure del giovane Tano degli Ubaldini tra ideali cavallereschi, amori contrastati, feroci battaglie e intrighi di potere.

Lo scontro tra guelfi e ghibellini per il controllo della Toscana. Il cruento assedio del castello di Montaccianico e la strenua difesa dei Signori dell'Appennino sotto la regia occulta del potentissimo Cardinale Ottaviano. Le drammatiche vicende del contado mugellano devastato dalla guerra. Un affresco a tutto tondo della societ del Duecento in cui gli avvenimenti, gli ambienti e la vita materiale sono rappresentati con rigorosa fedelt storica. E dove, in un clima di violenza diffusa, si muovono i personaggi del romanzo - in gran parte reali - con la loro umanit, le passioni, i drammi e le meschine debolezze che sono proprie di ogni epoca. Un romanzo ricco d'azione, che avvince dalla prima all'ultima pagina grazie allo stile gradevole e al ritmo incalzante.

RICCARDO BELLANDI I SIGNORI DELL'APPENNINO

Amori e battaglie nella Toscana del Duecento

MAURO PAGLIAI EDITORE

In copertina: LORENZO BOSAMASSA, Cavalieri in bianco 2010, olio su tela, cm 50x40, particolare Ringraziamenti Ringrazio tutti gli amici che hanno letto il manoscritto nelle molteplici versioni che hanno preceduto quella definitiva. Le loro indicazioni, critiche e suggerimenti sono stati preziosi. Un ringraziamento particolare a mia moglie Barbara, a mio padre Filippo e agli amici Enrico e Lorenzo. www.mauropagliai.it Biblioteca di Letteratura / nuova serie 2010 EDIZIONI POLISTAMPA Via Livorno, 8/32 - 50142 Firenze Tel. 055 737871 (15 linee) info@polistampa.com - www.polistampa.com ISBN 978-88-564-0101-1

a Corrado

Prologo
GLI UBALDINI Ouis Dominatur Appennini? Alma Domus Ubaldini! G B Ubaldini. Istoria della Casa de gli Ubaldini. e de ' falli alcuni di quella Famiglia. Firenze. 1588

Rocca di Cerbaia. Piviere di San Michele a Montecuccoli Fine giugno, 1212 Con un tocco morbido scost le ciocche di capelli che le ricoprivano il volto, disteso in un sonno profondo e sereno. I grilli stridevano attorno a loro, nei campi mietuti; e poco pi lontano, nei boschi bui e impenetrabili, urlavano i rapaci notturni. Con gli occhi accarezz le forme perfette del corpo senza veli della giovane, un insieme di curve, linee. avvallamenti che la luna stagliava in un bianco pallido dalla massa oscura e informe del pagliaio. Distesa su un fianco in mezzo alla paglia, risplendente di una soave e compiuta bellezza, sembrava un angelo sceso dal cielo, un angelo inviato appositamente da Dio in quella notte d'estate per renderlo felice. L'odore dolciastro della paglia, sospinto dalla brezza della notte, impregnava le narici e inebriava. L'aveva posseduta e ne era fiero. La figlia del castellano di Cerbaia lo aveva stregato sin dal loro primo incontro. Quel giorno, un freddo e piovoso pomeriggio dell'inverno appena trascorso, non era riuscito a staccarle gli occhi di dosso per tutta la durata della cerimonia. Di quella giornata non ricordava altro che la ragazza e il tempo terribile. Il luogo della celebrazione e gli invitati erano svaniti senza lasciare traccia nei ricordi. Lo stesso motivo dei festeggiamenti gli sfuggiva: poteva trattarsi di un matrimonio, uno sponsale, un'alleanza, un'investitura. La sua mente si era focalizzata su di lei e aveva cancellato tutto il resto. Il volto delicato, gli occhi azzurri, i capelli color paglia, le forme sinuose e perfette del corpo di quella ragazza della valle del Bisenzio si erano impressi a fuoco nel suo cuore e da quel pomeriggio lo avevano tormentato giorno e notte. Non era pi riuscito a darsi pace. La voleva a ogni costo e per questo aveva profuso tutte le sue energie. Le palpebre della giovane tremolarono e dalla bocca socchiusa usci un mugolio, assieme a un sottile filo di saliva che le col lungo il collo, e che il giovane prontamente asciug con le dita. Gli occhi della ragazza, ormai aperti, brillarono ai raggi della luna e lo fissarono intensamente. Lui prese quel viso caldo, morbido e accogliente tra le mani, e la baci con passione per l'ennesima volta, mentre lo stomaco fremeva dall'emozione e il desiderio riprendeva nuovamente vigore. Ma la ragazza si stacc bruscamente e si copr il volto con le mani; sicch, mutando repentinamente stato d'animo, prese a piangere e singhiozzare. Bianca. Che fai? Perch piangi? domand il giovane, carezzandole le braccia. Piango di gioia singhiozz lei. perch ti amo. Ma anche di tristezza per essermi concessa a te, prima del matrimonio... senza certezze. Anch'io ti amo, e chieder la tua mano! Non basta che tu mi voglia come moglie. Sai bene che le nostre famiglie devono approvare. Quindi distolse lo sguardo dal suo amante e gett un'occhiata furtiva verso la sagoma della rocca di Cerbaia che incombeva minacciosa sopra di loro. Se mio padre venisse a sapere ci che ho fatto mi ucciderebbe! Ma io ti amo! Mio padre si accorto delle tue attenzioni e mi ha messo in guardia: "non potr prenderti come moglie, i suoi non daranno mai il consenso".

Ti giuro sul mio onore di... Voci concitate. Latrati di cani. Baleni di torce. Infransero la pace di quella notte d'estate. Violarono l'intimit dei due giovani. Sono qui per noi! esclam tutta tremante Bianca, accovacciandosi tra la paglia quasi a volersi nascondere. Non temere farfugli il giovane drizzandosi a sedere, ti protegger io. Eccoli l! tuon una voce nasale. Quindi il fascio di luce di una torcia li invest. Il ragazzo gett d'istinto la sua tunica sul corpo nudo di Bianca, paralizzata dal terrore, e si alz in piedi brandendo il coltello che portava appeso alla cintola. Era solo e mal'armato. ma umiliato e furente. Quell'odiosa intrusione nella loro intimit lo aveva mandato in bestia: li avrebbe affrontati in combattimento, senza udire ragioni. Voleva soddisfazione. In pochi attimi lo circondarono puntandogli sul viso quattro torce fumanti. Un levriero, a malapena trattenuto per il collare da un uomo avvolto nell'ombra, digrignava i denti pronto a scagliarsi su di lui. Gli occhi della bestia, piccoli e vicini, dardeggiavano rossi ai riflessi delle torce. Furono l'ultima cosa che il giovane vide. Mi auguro tu non abbia esagerato! esclam uno degli uomini accucciandosi sul ragazzo, riverso a terra e privo di sensi. Una bastonata leggera... si giustific Ruggero. So chi , e ci tengo alla mia pelle! Era armato e malintenzionato esclam un altro, e tu conosci il suo carattere. Ruggero ha fatto la cosa giusta. Dai su! esclam il tipo che si era accucciato. Voi due aiutate la ragazza a rivestirsi e accompagnatela al carro. E tenete le mani a posto se non volete perderle sul ceppo. Ruggero, tu invece aiutami a prendere questo diavolo asserpentato. Mi sa che siamo arrivati tardi... il signore sar furente sogghign quello che teneva il levriero, senza distogliere gli occhi dalla giovane. Per lo comprendo! sospir poi. grattandosi una gota. Mai visto un corpo simile. Non roba per te! lo rimbrott il capo, e stai attento a come parli! Rocca di Tirli, Piviere di San Giovanni a Camaggiore Inverno, 1233 Le grida del neonato rimbombarono nella stanza acute e stridule, sovrastando i brontoli del temporale che penetravano le spesse mura di pietra. Le due levatrici si scambiarono un'occhiata d'intesa e la tensione scolpita nei loro volti sudati si sciolse in un sorriso di compiacimento: il parto era stato lungo e travagliato, ma alla fine era filato tutto liscio. Con mani esperte recisero il cordone ombelicale. Immersero il piccolo cristiano grinzoso in una bacinella di acqua tiepida e con un panno lo ripulirono dal sangue e dai viscidi resti della placenta. Lo asciugarono energicamente e l'avvolsero in un telo di lino bianco. L'operazione richiese pochi attimi. La pi anziana afferr il fagottino e con soddisfazione lo porse alla madre, distesa in mezzo a un grande letto a baldacchino, con le gambe e la tunica ancora macchiate di sangue. Donna Bianca, un bel maschio!

Dio v'ha assistita. Messer Greccio ne sar orgoglioso. La giovane donna appariva esausta. Le palpebre semichiuse. Il volto ancora contratto in una smorfia di dolore e bagnato di sudore. Al principio sembr non capire, ma appena dischiuse gli occhi, rossi e lucidi, e vide la piccola creatura fasciata nel panno di lino bianco, si rianim. Sbarr le palpebre e allung le mani con il palmo aperto contro la levatrice che le porgeva il figlio. Via! Non lo voglio! grid. Portatelo via! Non voglio vederlo! L'anziana fantesca rimase interdetta, con gli occhi e la bocca spalancati. Farfugli qualcosa di incomprensibile e fece un passo indietro portandosi il neonato al petto per sottrarlo al furioso scatto d'ira della madre. Ma signora vostro figlio... un dono di Dio! intervenne l'altra levatrice, la pi giovane. Lasciatemi sola! Andate via! sbrait Bianca gesticolando in maniera convulsa. Si era alzata a sedere sul letto. Gli occhi azzurri e lucidi sembravano uscire dalle orbite e fili di bava le colavano dagli angoli della bocca carnosa e sensuale. Quindi prese ad arraffare ogni cosa le capitasse a tiro - tegami, bacinelle, candelabri - per scagliarlo contro le levatrici e il neonato. Le due donne lasciarono terrorizzate la stanza e chiusero la porta dietro di loro. Si incamminarono a passo svelto lungo il buio corridoio del castello, mentre le urla strazianti della madre si erano trasformate in un disperato lamento che si perdeva in lontananza, smorzalo dal brontolio del temporale. La pi anziana avvolse il fagottino col suo mantello per proteggerlo dal freddo vento misto a pioggia che penetrava dalle feritoie. La corsa delle levatrici fu breve e termin di fronte a una massiccia porta di faggio rinforzata da lamine di ferro e illuminata da due torce affisse al muro. Davanti alla soglia erano accucciati due grandi levrieri che. destati dall'arrivo delle donne, avevano drizzato le orecchie e alzato lo sguardo. Appena le riconobbero emisero un fiacco guaito e sprofondarono di nuovo il muso tra la paglia sparsa sul pavimento, consentendo alla pi giovane di bussare. Dopo alcuni interminabili attimi la porta si apr dall'interno e fece capolino un giovane uomo completamente nudo, con un mantello tirato malamente sopra le spalle. Questi le squadr con una faccia assonnata e interrogativa. Messer Greccio, la signora ha partorito un bellissimo maschio... disse velocemente la pi anziana con un forte accento romagnolo. Sicch apri il mantello e mostr il fagottino. Il parto stato duro e lungo, abbiamo rischiato di perdere entrambi... ma l'intervento dell'Onnipotente ha rimesso le cose a posto. stato un vero miracolo! Bene, mi fa piacere, ma che bisogno c'era di svegliarmi nel mezzo della notte! rispose Greccio. L'avrei visto domani... il parto un affare da donne! Le due levatrici si scambiarono un fugace sguardo d'imbarazzo, poi la pi anziana prese l'iniziativa. Donna Bianca, quando ha ripreso conoscenza e ha visto il neonato come impazzita. Lo ha rifiutato e gli ha lanciato contro ogni cosa aveva a portata di mano.

Sembrava indemoniata! aggiunse l'aititi con gli occhi sgranati, forse dovremo chiamare l'ostiario della pieve di san Giovanni, dicono che sia un abile esorcista... No. no, lasciate stare! le interruppe l'uomo alzando le mani. Quindi usc dalla stanza e si sporse verso il bambino: Fate vedere. sano e di forte costituzione, mio signore fece soddisfatta la levatrice anziana, porgendo il bimbo al cavaliere. Vostro figlio ha molte probabilit di superare l'allattamento! L'uomo sorrise e si port il fagottino al petto. Il mantello gli scivol dietro le spalle, mostrando in tutta la sua interezza un corpo vigoroso e giovanile, ma appesantilo da un prominente stomaco. Il neonato aveva la faccia tutta rossa e grinzosa, e dormiva placidamente nonostante il trambusto e gli sballottamenti. Lo contempl per un po', quindi si rivolse alle due donne. Avr fame. Ci vuole una balia. Procuratemene una al pi presto! E per la signora... disse timidamente la pi giovane. Me ne occuper a tempo debito, ma ora non perdete altro tempo, andate! Il bimbo lo terr io. Si gir e con il piede richiuse la porta alle sue spalle. Muovendosi a tastoni nel fitto buio, raggiunse il suo giaciglio e vi pose il fagottino. Accese un lumino a olio per avere un po' di luce. Liber quindi il bambino dalle strette fasce che lo avvolgevano dalla testa ai piedi. I movimenti bruschi e impacciati dell'uomo, avvezzo ad altro genere di attivit, svegliarono il neonato che prese a piangere e dimenarsi. Greccio constat che era sano, lo prese in braccio e si avvicin alla feritoia. Scost il pesante panno che la copriva e una fredda folata di vento misto a pioggia lo colp sul volto e sul torace. Le urla del bimbo erano sempre pi disperate. Il cielo era nero come la pece, e l'acqua veniva gi fitta e incessante. Un lampo in lontananza squarci l'orizzonte e per un attimo illumin a giorno un lungo tratto della valle sottostante. Segu un tuono tenebroso che fece tremare le solide mura della rocca di Tirli, costruita su uno sperone roccioso a strapiombo sull'impetuoso fiume Santerno. L'uomo incurante della pioggia si sporse fuori dalla stretta finestra aperta nel muro e alz il bimbo verso il cielo impregnato d'acqua, mentre un altro fulmine squarciava la notte. Guarda Ottaviano: l'aspra valle che vedi, il fiume che l'attraversa e i monti che la sovrastano ti appartengono! La nostra stirpe di nobili toscani per volere di Dio e dell'Imperatore destinata a governare queste montagne che dividono la Toscana dalla Romagna. Quis Dominatur Appennini? Alma Domus Ubaldini! Che il nostro motto di battaglia ti rimanga impresso nella mente. Lo riport dentro e lo avvolse con fare protettivo nel suo mantello blu con ricamato in filo d'argento il cranio e le corna di un cervo. Poi, in tono pi dolce, si rivolse di nuovo al neonato. La tua venuta al mondo ha scatenato drammi e sentimenti di odio e amore intensi. I cieli sconvolti ne sono la testimonianza. La tua infanzia sar dura e piena di ostacoli, ma sono certo che vivrai. Le sofferenze e le asprezze ti forgeranno forte come un cinghiale, spietato come un falco e saggio come un lupo. Diventerai un glorioso cavaliere che metter la sua spada al servizio di Dio. dell'Imperatore e della nostra nobile casata! Io, Greccio degli Ubaldini da Tirli.

tuo padre, prego Iddio che l'anno dell'incarnazione 1233 possa essere ricordato per la tua nascita.

Parte Prima
MONTACCIANICO ... 'l castello di Monte Accenico in Mugello (...) era dei signori Ubaldini. e era molto bello e ricco, e fortissimo di sito e di doppie mura, per che Il'avea loro fatto edificare con grande spendio e diligenza il cardinale Ottaviano loro consorto... Giovanni Villani Nuova Cronica Firenze. XIV sec.

1
Crinale, Appennino tosco-romagnolo Ottobre. 1250 Qualcosa lo tocc dietro la schiena. Si volt di scatto con gli occhi sbarrati. Sono io, padre. Ma che li succede? Niente, niente... Marco. che questo posto mi rende nervoso. Il giovane si guard attorno, ma non vide niente di strano. Dietro di loro, i cinque garzoni coi muli per la cavezza. Davanti, il viottolo fangoso che si inerpicava a ritto chino sulla montagna. Ai lati una barriera impenetrabile di faggi avvolti in una fitta coltre di nebbia. Pos di nuovo gli occhi sul padre. Cos' che ti inquieta? Basterebbero cinque o sei armigeri di scorta disse il padre, ansimando per lo sforzo. Ma quell'avido di tuo zio Rinuccio non vuole spendere denaro. Dice che i valichi sono sicuri... lo dice lui che se ne sta comodo in bottega a contare le monete d'argento! Sput a terra in mezzo al viottolo, e sprofond il catarro nel fango pestandolo con lo stivale di feltro. Dai, non fare cos! stato molto generoso con noi. Vuole molto bene alla mamma. Se va bene quest'affare, avremo abbastanza soldi per menerei in proprio... I lupi? domand Marco continuando a scrutare l'impenetrabile foresta di faggi che. monotona e silenziosa, accompagnava il loro cammino ormai da un bel pezzo. Il padre lo guard perplesso. Sono i lupi che ti spaventano? No. no. Ben altro... Esit. Forse dovevamo fermarci all'ospitale di Sant'Agata e ripartire domattina, senza questa maledetta nebbia. L'umidit di queste montagne mi penetra sino alle ossa. Non ho pi l'et per questi viaggi. Abbiamo ancora un'ora di luce e il passo vicino. All'ospitale di Fonte Man/ina troveremo il tepore di un focolare, zuppa calda e comodi pagliericci dove passare la notte. Un sibilo improvviso tagli l'aria di quell'umido e nebbioso pomeriggio d'autunno. Segui un tonfo sordo.

Il piccolo convoglio di mercanti piomb nel caos. Gli uomini sguainarono i coltelli, alzarono i bastoni e si strinsero spalla contro spalla, mentre le bestie da soma si allontanavano tra nervosi nitriti, sino a oltrepassare il mulo riverso a terra con una freccia conficcata nel collo. La faggeta che costeggiava il sentiero era talmente fitta che i sette fiorentini non riuscivano a capacitarsi della provenienza del pericolo. La nebbia, in banchi irregolari e densi, avvolgeva ogni cosa spuntasse dal terreno e ne smorzava forme e colori. Il fruscio delle foglie mosse dal tramontano sibilava sinistro nelle loro orecchie, come fosse la voce stessa della foresta, annunciatrice di morte e sventura. Paura e tensione erano palpabili negli occhi, rapiti da un paesaggio spettrale e sconosciuto, e nelle facce, contratte e solcate da rivoli di sudore. Si strinsero l'uno contro l'altro come un gregge di pecore accerchiato dai lupi. Usurai fiorentini! proruppe dal profondo della foresta una voce giovanile, forte e sprezzante. Deponete immediatamente le armi. Un solo accenno di resistenza e verrete fatti a pezzi. Non avete scampo, siete circondati. Mi chiamo Vanni Vinciguerra e non sono un usuraio, ma un mercante onesto e timorato di Dio... e questi con me sono i miei garzoni balbett dopo un attimo di esitazione il padre di Marco. Si presentava come un uomo sulla cinquantina, ben vestito, con folti capelli grigi e una barba corta e ben curata. Siamo diretti a Venezia con le nostre mercanzie. Abbiamo gi pagato il pedaggio e siamo cittadini di Firenze, sotto la protezione... La protezione di chi? Di Firenze, del Capitano del popolo... Qui siamo in Mugello, nelle terre degli Ubaldini e la protezione del tuo comune ti servir a poco. Per noi non ha nessun valore. L'unica autorit che riconosciamo quella dell'Imperatore! Ma come, non capisco. Abbiamo gi pagato il pedaggio dovuto... Ora basta vecchio, non ho tempo da perdere. Fai deporre subito le armi ai tuoi uomini, e non avrete niente da temere. In caso contrario, raccomandate l'anima a Dio... Marco fece per scagliarsi verso la ceppa di faggio da cui sembrava provenire la voce, ma il padre lo afferr per un braccio e lo tir a s. Quindi fece cenno agli altri garzoni di avvicinarsi. I sette parlottarono brevemente tra loro, poi gettarono i bastoni e i pugnali a terra. Con i palmi delle mani aperte Vanni si avvicin al costone sopra il viottolo da cui proveniva la voce dell'assalitore. Ci arrendiamo. Ci rimettiamo alla magnanimit del tuo signore. Siamo buoni cristiani timorati di Dio. In mezzo a una ceppa di faggio, tra la nebbia, si materializz un'ombra. Il Fiorentino sgran gli occhi sbalordito. La voce che tanto lo aveva intimorito era quella di un ragazzo di qualche anno pi giovane di suo figlio. Il viso ancora da fanciullo, con un impercettibile accenno di peluria, ma con uno sguardo profondo e fiero. Dietro il giovane uscirono dallo scuro della boscaglia altri quattro ragazzi, suoi coetanei. Imbracciavano lunghi archi di tasso e dalla loro cintola pendevano coltellacci e asce da bosco. Il pi grande del gruppo, un ragazzone alto e robusto dai capelli

chiari come spighe di grano maturo, faceva roteare sopra di s una fionda con ampi movimenti del braccio. Il pi piccolo, poco pi che un bambino, impugnava una lunga asta con attaccato un panno blu. scolorito e sgualcito. Al centro della stoffa si intravedevano il cranio e due corna stilizzate di cervo, di color bianco. Sotto le chiome dei faggi che rivestivano il crinale e che l'incedere dell'inverno non aveva ancora privato delle foglie, i mercanti e i giovani valligiani si fronteggiarono in silenzio, per pochi interminabili attimi che parvero un'eternit. 11 contrasto tra i due gruppi non poteva essere pi stridente. I Fiorentini indossavano abiti dai colori sgargianti, luminosi, con eleganti copricapo di panno: ai piedi nuovi calzari di pelle. Gli altri avevano sudice e stinte calzamaglie. grezze tuniche di lana e logori colpetti di pelle. I capelli. lunghi e unti, uscivano fuori da vecchie cervelliere di cuoio. Solo il giovane che aveva parlato, il loro capo, si distingueva per la qualit degli indumenti. Sopra il corpetto indossava un usbergo di maglia di ferro e in testa calzava un elmo pi sofisticato: sempre a semisfera, ma in ferro e rinforzato con tre bandelle incrociate, con quella frontale prolungata a formare il nasale. Ma sono dei ragazzi! esclam d'un tratto Marco. Sicch. avuto un breve sguardo d'intesa con gli altri garzoni, si precipit a raccogliere il pugnale lanciato poco prima a terra. Gli altri fecero altrettanto. Vanni, sulle prime, cerc di fermarli, ma poi, resosi conto che ormai era troppo tardi, raccolse lui stesso il bastone e lo brand minaccioso verso i banditi. I giovani mugellani esitarono di fronte alla reazione dei Fiorentini, come non si attendessero alcuna resistenza. Fu il loro capo a prendere l'iniziativa. Scagli la freccia gi incoccata e colp ai lombi Vanni, che perse l'equilibrio e si aggrapp rantolando al tronco di un faggio. Il ragazzo dai capelli color grano segu l'esempio: moll una delle due strisce di cuoio della fionda e fece partire un proiettile verso la testa di un garzone che aveva appena raccolto il suo pugnale da tetra. La vicinanza tra i due era tale che l'impatto della pietra fu devastante. Il giovane si afflosci a tetra senza emettere un suono: il cranio sfondato. Nel frattempo Marco e gli altri garzoni erano riusciti a recuperare le armi e si apprestarono a dar battaglia. Lo scontro fu cruento ma breve. Gli assalitori abbandonarono gli archi, ormai inservibili per gli spazi ristretti, e dal costone sovrastante il viottolo si lanciarono sui mercanti tra urla animalesche. I Fiorentini, bench gi uomini fatti, non erano usi alle armi e nel tempo di un Pater noster vennero fatti a pezzi. Al volgere della mischia, un garzone riusc a balzare in sella a un cavallo per darsi alla fuga. Uno degli assalitori se ne rese conto: estrasse una freccia dal sacco che portava alla cinta, la incocc e senza neanche prendere la mira la scagli verso il fuggitivo, ormai a cinquanta passi. Il dardo lo raggiunse alla scapola destra, ma ci non gli imped di proseguire la corsa e scomparire dentro la foresta che ricopriva Montalto, afflosciato sul collo del cavallo. Un cupo e imbarazzato silenzio cadde sulla scena dello scontro. I valligiani, con gli occhi dilatati e i muscoli ancora tesi, si guardavano tra loro incapaci di proferire parola. Erano completamente imbrattati del

sangue dei vinti. Il loro respiro affannoso si sovrapponeva al placido ruminare dei muli, che a poche decine di passi, avanti lungo il viottolo, rovistavano indifferenti tra gli arbusti. Ai piedi i cadaveri dilaniati dei Fiorentini, immersi nel fango del sentiero. Gli sguardi si posarono sul loro capo. Era ancora sopra uno dei garzoni, intento a tempestarlo al volto coi pugni nudi. Il ragazzo che aveva scagliato la freccia lo raggiunse e gli pos una mano sulla spalla. L'altro si gir di scatto come una molla, pronto a colpire. Lo sguardo allucinato, le narici dilatate, il respiro ansimante. Dai pugni serrati scorreva sangue fresco e le nocche erano completamente rovinate. Tano, penso sia gi morto... disse il primo con un filo di voce, intimidito dall'espressione alterata del compagno. Se vai avanti ti spaccherai le mani prosegu, mascherando il disagio dietro un sorriso forzalo. Il giovane capo, ancora in preda al selvaggio furore della lolla, si gir verso il Fiorentino a terra, Marco. Solo allora si rese conto che la sua faccia era diventata una maschera di sangue, completamente tumefatta e sformata: neanche la madre lo avrebbe riconosciuto. Allent i pugni e distese i muscoli. Sicch distolse Io sguardo dal cadavere martoriato e si volse verso il compagno che lo aveva interrotto. S, Gianni. Hai ragione disse. Si alz in piedi facendo cigolare la cotta di maglia e guard i compagni, che lo fissavano attoniti, con facce spaurite e tese. Tano. e ora che facciamo? disse il ragazzone armato di fionda. Se la sono cercata! disse brusco quello che portava l'asta con il panno blu e le corna di cervo bianche. Aveva una capigliatura crespa e chiara, che sembrava fare un tutt'uno col corpetto di montone. Mi sa che ci siamo ficcati in un bel guaio... disse Gianni, che si distingueva dagli altri per i capelli rasati e il naso aquilino. Ma se ci sbarazziamo dei corpi, nessuno verr a sapere cos' accaduto! continu il fromboliere sgranando due occhi grandi e sinceri. Stordito! lo rimbrott Gianni. Usa il cervello. Quello che se n' andato a cavallo a quest'ora avr gi raggiunto le prime abitazioni a valle. Senza contare che la comitiva di mercanti stata vista partire dall'ospitale di Sant'Agata e mai giunta a quello di Fonte Manzina. A una prima indagine ci scopriranno subito! E i Fiorentini vorranno sicuramente spiegazioni sulla scomparsa di sette loro concittadini... Gianni ha ragione disse Tano, come a stroncare la discussione. Non possiamo evitare che l'imboscata diventi di pubblica fama. Informer subito Ubaldino e mi assumer tutta la responsabilit. I quattro ragazzi lo guardarono con occhi sconsolati. Non temete, Dio ci assister prosegu il giovane capo in tono rassicurante, e tutti noi ne ricaveremo un bel gruzzolo. Ma ora non perdiamo altro tempo in chiacchiere; dobbiamo ancora finire il lavoro: spogliate i cadaveri e gettateli dietro la curva, gi nel burrone... a loro ci penseranno i lupi e gli orsi! Quindi rivolgendosi al fromboliere: Tu Ghino pensa a radunare i muli con la mercanzia. I quattro ragazzi ubbidirono senza discutere. Nel frattempo Tano si avvicin al mercante Vanni, accasciato ai piedi d'un faggio, con la freccia

ancora conficcata dietro la schiena. Il Fiorentino si contorceva, mugolava e fissava con occhi atterriti il suo carnefice incedere verso di lui. Te la sei cercata! lo apostrof il giovane. Quindi facendo leva col piede gli estrasse la freccia, che ripul sfregandola a un cespuglio d'erba e ripose nella faretra. Vanni svenne dal dolore. Tano improvvisamente accus la tensione dello scontro. Sent mancarsi le gambe e per non cadere si gett a sedere su un vecchio tronco secco ai margini del sentiero. Tolse l'elmo e la cuffia imbottita. Si pass un panno sulla faccia e sopra i capelli intrisi di sudore. Si port poi la mano al collo e tir fuori da sotto il camiciotto una stringa di cuoio con appesa una zanna di cinghiale. Mentre accarezzava il suo amuleto, chiuse gli occhi e rivisse nella mente le fasi pi concitate della battaglia. Non era la prima volta, rimugin, che lui e i suoi compagni assalivano un convoglio di mercanti. La via di collegamento tra Bologna e Firenze era molto trafficata e nell'aura versa re gli Appennini il loro territorio era una tappa obbligata- Il percorso era ripido, stretto e costeggiato da impenetrabili faggete e cerrete: un luogo ideale per gli agguati. E loro conoscevano a menadito ogni anfratto, bosco, ruscello e pista di quelle montagne. I mercanti assaliti si erano sempre arresi senza opporre resistenza: non erano guerrieri, e tenevano molto alla vita. Consegnavano una parte delle merci senza tante storie - soprattutto se non avevano pagato il pedaggio - e proseguivano felici di aver salvato la pelle. Questa volta invece avevano reagito. Sapeva che poteva succedere, ma oggi proprio non se l'aspettava; da quella gente poi! Li avevano seguiti e osservati per quasi un miglio, prima di arrivare al luogo giusto per l'imboscata. Anche se erano in sette e ben armati avevano facce spaurite e inermi. Solo allora Tano realizz di aver ucciso con le sue mani due dei mercanti, ma la cosa lo lasciava del tutto indifferente: non era la prima volta. Sin da piccolo era stato istruito a combattere e uccidere. Nello scontro si era mosso, aveva schivato, parato i colpi degli avversari e a sua volta colpito con grande naturalezza, come in addestramento. In passato i suoi avversari erano stati solo poveri diavoli, villani condannati a morte da Ubaldino della Pila: ladri, stupratori, banditi, bracconieri e assassini. Bench fossero passati quasi tre anni, ricordava in ogni minimo dettaglio, come fosse oggi, il giorno del suo primo combattimento mortale. Era un caldo e soleggiato pomeriggio di maggio, e lui e gli altri giovani cadetti della consorteria si stavano addestrando al palo con vecchie spadacce spuntate e senza filo, sotto l'occhio esperto del maestro d'armi Eriberto. Era fioco meno di un'ora che si addestravano, quando furono raggiunti da quindici cavalieri con un carro trainato da buoi. In testa alla comitiva cavalcava Ubaldino della Pila e dietro la sua guardia personale. Ubaldino senza degnare di uno sguardo i ragazzi, aveva chiamalo in disparte Eriberto. Mentre i due parlottavano, alcuni degli armigeri avevano gettato ai piedi dei giovani un fascio di spade fiammanti, con la lama ben affilata e la punta acuminata. Altri, con calci e spintoni, avevano fatto scendere dal carro sei uomini incatenati l'uno all'altro. I loro visi erano sporchi e incavati. le vesti logore e strappate. I corpi smagriti emanavano

un lezzo terrificante, come fossero appena usciti da un letamaio. Lui e i suoi compagni, una decina, si guardavano smarriti e inquieti, consapevoli che stava per succedere qualcosa d'importante, ma ignari di cosa. Raramente Ubaldino assisteva ai loro addestramenti e quando lo faceva era sempre per un motivo speciale. Fu ordinato loro di mettersi in fila, uno a fianco dell'altro. Ubaldino si era tirato dietro le spalle il mantello blu bordalo con fili d'argento e fermato da una preziosa fibbia a forma di falco. Mentre si lisciava la barba li aveva squadrati severamente, uno ad uno, da capo a piedi, con un ghigno di soddisfazione stampato sul volto che non lasciava presagire niente di buono. Anche Eriberto, parzialmente coperto dalla mole di Ubaldino, li osservava, con un volto impassibile e impenetrabile. Gli armigeri del seguito invece ammiccavano loro, sghignazzando. Era accaduto tutto in pochi, terribili e indimenticabili attimi. Gli uomini che aveva ucciso oggi, per, non erano dei sudici villani condannati a morte, ma uomini liberi, cittadini di un potente comune, e mercanti danarosi. 1 chierici dicevano che uccidere cristiani innocenti e indifesi era un peccato mortale..., ma al diavolo le ammonizioni della Chiesa! Quei mercanti se l'erano cercata. Erano armati, avevano scelto di battersi ed erano caduti in un leale combattimento. E come non bastasse erano fiorentini, e lui odiava profondamente quei maledetti arroganti: con le loro merci pretendevano di passare indisturbati e senza pagare dazio sulla terre della sua famiglia, come fossero i padroni del mondo. Quella di oggi era la quarta aggressione che lui e i quattro compagni avevano portato a segno. Non poteva farne a meno: aveva disperalo bisogno di denaro, e il saccheggio dei mercanti di passaggio, anche se rischioso, era la via pi veloce per incrementare i suoi averi. La prossima primavera sarebbe stato armato cavaliere, e a ogni costo doveva racimolare i soldi necessari per comprarsi un buon destriero da guerra, un'armatura degna di questo nome e ingaggiare dei masnadieri. Aveva pi volte fatto i conti: gli occorrevano almeno cento lire pisane, un vero capitale, considerato che una casa di pietra dentro le mura di Firenze ne valeva almeno cinquanta. Anche se portava il nome dei nobili Ubaldini, la sua famiglia apparteneva a un ramo minore della casata e non aveva le risorse necessarie per aiutarlo. Al solo pensiero di trovarsi tra pochi mesi nella condizione di cavaliere senza cavallo, armi e uomini, costretto a dover elemosinare a Ubaldino della Pila un ingaggio come castellano in qualche sperduta rocca della valle del Santerno, gli venne una fitta allo stomaco. Non avrebbe fatto la fine di suo padre Greccio! Meglio la morte! Lui era fatto di altra tempra e lo avrebbe dimostrato. Una volta diventalo cavaliere avrebbe messo la spada al servizio del miglior offerente e avrebbe conquistalo onore, fama e ricchezze. Gli occorrevano solo un buon destriero, armi adeguate e qualche masnadiero al fianco. Questa volta l'imboscata, anche se finita in modo tragico. aveva fruttalo un bottino veramente consistente: i muli erano carichi di pregiati tessuti di lana per i mercati d'Oriente; chiss quanti soldi avrebbe ricavato... forse gli sarebbero bastati per procurarsi tutto ci che gli serviva. Dio onnipotente aveva esaudito le sue preghiere. L'unica preoccupazione era la reazione di Ubaldino: uccidere cittadini fiorentini in

questo periodo turbolento poteva avere conseguenze imprevedibili. Lo avrebbe affrontato appena giunto al castello, e strinse i pugni per darsi coraggio. Grumi di sangue rappreso gli uscirono tra le dita e le nocche scorticate e doloranti: solo allora percep la presenza ossessiva del sangue attorno a lui. Lo vedeva rosso in grandi chiazze sopra i corpi dei compagni, sull'erba, sui faggi, sui cadaveri dei Fiorentini; se lo sentiva appiccicoso sulla faccia, sulle mani e sulle braccia; l'odore forte gli aveva impregnato le narici sino al cervello. Il suo pensiero corse istintivamente alle orge di sangue, fango e violenza con cui terminavano le battute di caccia al cinghiale, delle vere e proprie battaglie. Ehi Tano, qui ce un garzone che respira ancora, ma messo male. Ha lo stomaco squarciato, le budella di fuori e il sangue cola come una sorgente in primavera! Il grido di Bettino, il pi giovane della comitiva incaricalo di portare il loro vessillo, lo ridest dai suoi pensieri. Rientr rapidamente nel pieno delle facolt. Non vale la pena adoperarsi pi di tanto rispose, di umili origini e nessuno sar in grado di pagare un riscatto per lui. Qualcuno lo finisca. Uno dei quattro giovani, quello dalla voluminosa chioma. bionda e riccioluta, che dalla fine dello scontro non aveva ancora parlato, sguain dalla cintola un coltellaccio ancora macchialo di sangue, e si diresse a lunghi passi verso il garzone superstite, facendo ondeggiare la pelliccia di lupo che indossava. Gli altri lo osservarono incantati: tra fitti banchi di nebbia, che ne smorzavano e ne coprivano parzialmente la figura, sembrava l'Arcangelo Michele, splendido e implacabile. Lupolo, un uomo senza coscienza! Un vero lupo... disse Gianni. ... e senza timore di Dio! sopraggiunse cupo Ghino. I cinque giovani, liberatisi dei cadaveri, radunarono i muli, caricarono il mercante sopravvissuto sul cavallo rimasto e presero a discendere il sentiero in direzione di Monte Linari. Dopo alcune decine di passi, lasciarono la strada principale e deviarono a oriente, verso il torrente COITI occhio. Proseguirono in fila indiana, ognuno tirando un mulo per la cavezza. Bettino fu il primo a rompere il silenzio. Era un ragazzo dai capelli castani chiari, di bassa statura e di piccola corporatura. Il suo corpo per, ben visibile per i molti strappi delle calzebrache e della pelliccia di pecora che gli calzava due volte, appariva abbronzato e muscoloso. Tipico della gente di montagna, temprata dai lavori pesanti all'aria aperta. Ehi Tano, perch non hai ucciso anche quel vecchio con la barbetta? Che ce lo portiamo a fare fino al castello? Si vede proprio che sei un boscaiolo ignorante come una capra rispose ridendo Tano. Quel tipo sul cavallo deve avere un pozzo di soldi e i suoi familiari pagheranno un bel riscatto per riaverlo! Non hai visto la qualit dei panni di lana che aveva con s? Sono bellissimi disse Ghino sgranando gli occhi e nell'ultimo mulo ci sono anche due anfore piene di olio d'oliva! Con tutto quel bendiddio potremo avere le torce accese nel castello per molli mesi e un po' ne potremo donare anche alla pieve di Sant'Agata, per farci perdonare dei

nostri peccati. Non pensare di cavartela con cos poco! lo incalz Gianni, aprendo la bocca in un largo sorriso che lasci trasparire una dentatura fitta e imponente come la palizzata di un castello. Dopo ci che hai fatto oggi le porte del regno dei Cieli ti saranno sbarrate, e all'inferno avranno gi trovato un posticino per te! Neanche un pellegrinaggio armato a Gerusalemme ti salver... Ghino gli lanci un'occhiata preoccupata, quindi si rabbui e si chiuse in un ostile silenzio. Ti ho gi detto di non scherzare su questi argomenti! disse Tano. La salute dell'anima una questione seria per tutti noi cristiani. Si volt poi verso Ghino e gli altri. Oggi non abbiamo commesso nessun peccato: stato un combattimento leale. Siamo stati costretti a ucciderli... comunque domani ognuno di noi potr andare in chiesa per confessarsi. Gianni tir su le spalle. Che fine avr fatto quello che riuscito a scappare? Sicuramente la freccia non lo ha ucciso rispose subito Tano. Scommetto che ha trovato rifugio da quei bastardi dei d'Ascianello! Nessuno port avanti la discussione e il muto frusciare delle foglie riprese ad accompagnare il loro cammino. Tano si sofferm ad osservare i compagni. Erano insolitamente silenziosi, con i volti tesi e gli occhi bassi; ognuno immerso nei propri pensieri. Solo allora si rese conto che per loro era la prima volta: mai prima avevano ucciso un cristiano. L'unico a suo agio appariva Lupolo: taciturno e sornione come sempre, fischiettava allegramente masticando un ramoscello come se nulla fosse accaduto. Il piccolo convoglio stava faticosamente discendendo il ripido costone di Montalto, in direzione del torrente Cornocchio. Il percorso, non molto trafficato, era scosceso e stretto per il fitto fogliame ancora ben saldo sugli alberi. Ci costrinse i giovani ad aiutare i muli in difficolt. Il sole stava calando e nel bosco la luce cominciava a scarseggiare. Tano spron i compagni ad accelerare il passo per raggiungere il castello prima di buio. Non era conveniente trovarsi nel bosco, anche se conosciuto, dopo il calare del sole. Branchi di lupi affamati, orsi e bande di briganti senza scrupoli popolavano densamente quella parte d'Appennino. Non appena ebbero guadato il torrente, scorsero le Isole, un piccolo insediamento di capanne circondato da campi e orti ben curati. Vi abitavano alcune famiglie di coloni, per lo pi carbonai e boscaioli. Mamma! Mamma! url Bettino appena raggiunsero le prime capanne. Da una delle casupole di castagno, basse e con il tetto ricoperto di lastre di pietra, si apr un portoncino. Si senti tossire, poi emerse la figura di una donna, con due bambine che si aggrappavano impaurite alla sua veste. Indossava una gonnella lunga e grigia e sopra uno scialle logoro, che fungeva anche da copricapo. La faccia sporca di caligine, contrastava con due occhi vivi e luminosi. Difficile darle un'et. Accompagno ser Tano sino al castello prosegui Bettino. Ritorno domani, appena fa giorno! La donna annu abbassando il capo e con un timido sorriso si rivolse a Tano: Ho appena preparato una minestra di farro.

Grazie Anna, ma siamo di fretta e vorrei raggiungere il castello prima di buio rispose il giovane. Sar per un'altra volta. Allora vi auguro buon viaggio e una buona nottata. Che Iddio Onnipotente vi benedica! Cos dicendo lanci un bacio al figlio. Poi con un lieve inchino rientr nella capanna, e si trascin dietro le due bimbe, che salutavano festosamente il fratello gridandone il nome. Come sta tua madre? domand Tano al giovane boscaiolo delle Isole. Non si pi ripresa dalla morte del babbo rispose quello dopo un lungo sospiro. Parla poco, piange spesso e prega troppo. Pi che altro sono preoccupato per le mie sorelline. Io ormai sono un uomo in grado di portare avanti il lavoro di mio padre. Ma loro sono ancora piccole. Hanno bisogno di lei. Tano si incup. Voleva molto bene a quei quattro ragazzi. Anche se appartenevano a umili famiglie, erano cresciuti assieme. Fin dalla tenera et lo avevano accompagnato, prima nei giochi, poi in imprese di caccia sempre pi ardite e pericolose, sino ad avventure di combattimento come quella appena trascorsa. Li considerava come amici e di loro si fidava di pi che dei suoi familiari. Del resto ci teneva che lo vedessero come capo, non per la nobile origine, ma per il valore e l'abilit che si sforzava di dimostrare in ogni occasione. Immerso nei suoi pensieri, non si accorse subito che due coloni avevano interrotto il lavoro nei campi lungo la strada e lo salutavano festosamente, mentre un vecchio cane abbaiava fioco. Rispose alzando il braccio. Passato il villaggio di Bettino, la strada saliva dolcemente verso meridione in mezzo a una maestosa selva di castagni che ormai da alcune generazioni, per mano dell'uomo, aveva preso il posto delle querce e dei carpini. Ogni tanto, nei terrazzamenti meno scoscesi e meglio esposti al sole, apparivano lunghi e stretti fazzoletti di terra coltivata, delimitati da muretti a secco e da siepi. Erano stati vangati di recente, in attesa della semina autunnale. Il sole era ormai tramontato e la fioca luce che filtrava ancora dalle folte chiome dei castagni consentiva appena di distinguere le ombre. Qualcosa si mosso dietro quei castagni lass! disse all'improvviso Lupolo indicando con il braccio il costone sovrastante il viottolo. Tutti si ripresero dal torpore e dalla rilassatezza in cui erano caduti con l'avvicinarsi delle mura del castello. Ghino si apprest subito a caricare la fionda. Tano estrasse una freccia e la incocc nell'arco a cui prudentemente non aveva ancora tolto la corda. Gli altri misero mano ai coltelli e alle asce. Tutti fissavano trattenendo il fiato il punto indicato da Lupolo e stringevano gli occhi per vincere l'oscurit e la nebbia. Le indicazioni di Lupolo non venivano mai prese alla leggera. Era il pi abile di tutti a muoversi nella foresta, a riconoscere le impronte e gli escrementi delle bestie, a percepirne la presenza dall'odore o dai rumori nel sottobosco. Aveva il fiuto di una volpe e la vista di un falco. Era nato e cresciuto in una famiglia di cacciatori e lupari: e fin da piccolo aveva seguito il padre nel bosco a caccia di lupi e cinghiali. fino ad assimilarne le abitudini e le capacit. Dopo alcuni attimi di attesa, ombre umane spuntarono dietro gli alberi di castagno.

Chi siete? Fatevi riconoscere! grid Tano. Signore, siamo Pepo. Dodo e Bracciocorto risposero le ombre ormai a poche decine di passi. Torniamo dal castagneto! Erano coloni di Casali, l'ultimo villaggio prima del castello. Signore, possiamo unirci a voi sino al nostro villaggio? Tano fece un cenno di assenso con il volto. Come stanno i nostri castagni? domand poi. Bene signore, le piante sono salde e quest'anno ci sar abbondanza di frutti! Eravamo a pulire il sottobosco in vista della raccolta si affrett a rispondere il pi anziano con un breve piegamento della testa. Gli altri stavano muti con gli occhi che guardavano in basso. Nessuno dei tre os fare domande sulle prede fatte dai cinque giovani. La comitiva prosegui in silenzio sino allo sparuto villaggio di Casali. L i tre boscaioli raggiunsero le famiglie all'interno delle casupole in legno e canne. Dalle finestre, gi sprangate per paura dei lupi e degli spiriti notturni, fuoriuscivano i bagliori del focolare.

2
Tano e i compagni oltrepassarono un'altura boscosa a sud del villaggio di Casali e scorsero la familiare sagoma del castello di Montaccianico, un imponente massiccio bianco che si ergeva nella nebbia. La capitale dei nobili Ubaldini. Il simbolo della loro potenza in Toscana e Romagna. La fortezza occupava la sommit di un contrafforte che si staccava dal crinale degli Appennini e si protendeva verso la vallata del Mugello lungo i torrenti Cornocchio e Levisone. Appariva superba e maestosa da qualunque parte la si ammirasse, dalla cresta dei monti o dal fondovalle. soprattutto per il cassero e la torre signorile, le moderne strutture centrali in muratura che svettavano bianche e luminose nel cielo. Dal castello gli Ubaldini esercitavano la loro signoria sull'alta valle del Santerno e su gran parte del Mugello, e grazie alla sua posizione strategica, come falchi appollaiati su una guglia rocciosa in attesa della preda, presidiavano i principali valichi appenninici che collegavano Firenze a Bologna. La sola immagine della fortezza inorgogliva e rassicurava i membri della consorteria, quanto incuteva timore e rispetto in tutti gli altri; e lo stesso Tano ogni volta che la sagoma del castello riempiva il suo sguardo, soprattutto se di ritorno da qualche viaggio, si emozionava: gli occhi brillavano e il cuore palpitava. La comitiva fu subito avvistata dalle sentinelle di guardia alla palizzata. Il castello era strutturato su pi livelli di tonifica/ione che seguivano la conformazione del terreno. La sommit del contrafforte, un'ellissi irregolare lunga circa centocinquanta passi e larga una cinquantina, era racchiusa da una cinta in muratura. La parte settentrionale di tale piano, su un gradone pi alto a forma di "L", era interamente occupata dal cassero e dall'annessa torre signorile; mentre nella punta meridionale dell'ellisse, proprio dirimpetto al cassero, si ergeva un'altra torre. II complesso murato era poi circondato da una robusta palizzata in legno, collocata su un gradone pi basso e anch'essa con forma di ellisse irregolare per assecondare le forme del colle. Lungo la palizzata correva

infine un profondo e largo fossato costellato di acuminati pali di castagno. A seguito di una serie di grida gutturali delle sentinelle, il ponte levatoio della palizzata, gi alzato in vista della notte, fu abbassato di nuovo. I giovani attraversarono il fossato e si diressero subito verso il cassero per mettere al sicuro il bottino. Nel breve tragitto vennero per circondati da gran pane degli abitanti del castello che vivevano nelle modeste case in legno e paglia a ridosso della palizzata. Contadini. artigiani, carbonai, boscaioli, inservienti, garzoni, si accalcarono curiosi, con domande di ogni genere. Bench stremati dall'agguato, cercarono di soddisfare la curiosit della loro gente. Bettino e Lupolo si soffermarono. Gli altri proseguirono e raggiunsero la cerchia muraria. Guardie! Aprite, sono Tano! Dai merli a coda di rondine sovrastanti la porta sbuc una testa ricoperta da un elmo, irriconoscibile per l'oscurit ormai totale. I tre giovani furono per riconosciuti grazie alle torce poste ai lati dell'ingresso. Poco dopo udirono il familiare cigolio che preannunciava l'imminente abbassamento del ponte levatoio. Con un sordo schianto il ponte tocc terra, mentre la saracinesca in legno chiodato che sbarrava l'ingresso sopraelevato di alcuni metri dal terreno veniva faticosamente alzata da una carrucola posizionata all'interno. Tano ordin agli armigeri di guardia di scaricare il bottino e portarlo immediatamente nei magazzini all'interno del cassero. Un vecchio sergente con il viso sfigurato di nome Grifo osservava la scena con aria di scostante indifferenza. Alcuni inservienti addetti alle stalle, senza bisogno di indicazioni, presero in consegna i muli e il cavallo. Di questo che ne facciamo? domand senza tante formalit il pi anziano. Tano si era completamente dimenticato del mercante fiorentino. Nella prima parte del tragitto si lamentava, ma poi doveva essere svenuto nuovamente poich non si era pi fatto sentire. Ghino aiutami! disse avvicinandosi al cavallo. I due presero a barella il moribondo e si incamminarono verso il cassero, seguiti dai soldati con il bottino. Gianni nel frattempo si accomiat. Ormai era tardi per tornare alla sua casa nel borgo di Sant'Agata. Prefer fermarsi da un amico che viveva nel castello; con un po' di fortuna avrebbe trovato ancora una zuppa calda e un giaciglio per la notte. L'accesso al cassero, anch'esso sopraelevato e raggiungibile solo tramite un altro ponte levatoio, era ancora aperto. L'edificio, con mura alte quindici metri e alla base rafforzate da scarpate larghe pi di tre, costituiva il cuore del castello. Racchiudeva l'armeria, le segrete, il forno, la macina, i magazzini con le scorte di viveri, le cisterne per raccogliere l'acqua e gli alloggi degli uomini d'arme dei signori. Gli armigeri scomparvero dentro i magazzini per mettere sottochiave il bottino, mentre i due giovani col ferito in braccio si diressero verso le mura orientali dove si ergeva la torre signorile. Alta pi di venti metri e strutturata su ben sei piani, di cui uno nel sottosuolo, era la struttura pi alta della fortezza, e ne rappresentava l'ultimo e pi intimo baluardo: dimora dei signori del castello, dei loro pi stretti e fidati collaboratori, e dei tesori di famiglia.

Scesero nelle cucine, al pianterreno, e con fatica poggiarono il prigioniero su un tavolaccio di castagno ancora sporco di verdura. I cuochi e i servi si fecero da parte e li osservarono incuriositi. L'aria era calda e fumosa. Aleggiava un forte odore di carne arrostita e di cipolle bollite. Il Vinciguerra era ancora privo di sensi. Ghino si chin sul corpo del mercante con l'orecchio poggiato sul cuore, per accertarsi se fosse ancora nel mondo dei vivi. Allora? chiese Tano. Batte, anche se debolmente. Chiss se riuscir a passare la notte! A quest'ora il chirurgo sar gi a Sant'Agata mormor tra s Tano. La punta di freccia se non sbaglio l'hai gi tolta... e vedo che hai anche tamponato la ferita con una stoffa. Non ci resta che pulirla e rimettere una nuova fasciatura. Fatto questo, chirurgo o no, la sua vita nelle mani di Dio! Cos dicendo Ghino strapp gli indumenti intorno alla ferita e and a prendere una bacinella d'acqua. Tano si sfil la cinta e la cotta di maglia, si tir su le maniche e dopo un lungo sospiro inizi a rimuovere il sangue misto a terra intorno alla ferita. Sicch vi pos delle erbe secche, che tir fuori dalla saccoccia appesa in vita, e fasci accuratamente e con forza le membra lacerate dalla punta di freccia. Il mercante emise un gemito. Era la prima volta che medicava una ferita di tale gravit. Si limit a imitare ci che aveva visto fare molte volte ai chirurghi sui cavalieri feriti in occasione delle battute di caccia e dei tornei. Vedo con piacere che non c' pi bisogno di ser Roberto. Abbiamo un chirurgo al castello! proruppe una voce alle spalle dei due giovani, seguita da risa sguaiate. Tano. senza bisogno di girarsi, riconobbe l'inconfondibile risata di Ubaldino della Pila. Siamo gi tutti a tavola, manchi solo tu prosegu - stavolta in tono burbero - l'indiscusso reggente della consorteria degli Ubaldini e signore del castello, mentre rosicchiava rumorosamente una coscia di pollo. Penso avrai fame... e soprattutto molte cose da raccontare! Ho appena parlato con Grifo! Tano maled tra s quel vecchio spione deforme, ma non apr bocca. Con la coda dell'occhio si limit a osservare il signore di Montaccianico risalire lentamente le scale, attorniato dai suoi cinque levrieri. Appena Ubaldino scomparve dalla vista. Ghino si diresse verso la porta. meglio che mi avvii verso casa, forse non hanno ancora richiuso il pontelevatoio. Tano annu. Nell'uscire di' a Grifo che mandi due uomini a prendere il ferito. Lo possono stendere in un giaciglio della guarnigione del cassero. Ma che sia piantonato tutta la notte... non si sa mai! Buona notte e a domani. In bocca al lupo con i tuoi... Grazie Ghino! Tu e gli altri siete i miei uomini, la mia masnada. Insieme faremo grandi cose. Questo solo l'inizio... io sono destinato a imprese gloriose. Lo so per certo! E voi salirete con me! Il povero colono sorrise felice per l'attestato di stima dell'amico e signore. Spesso non comprendeva il significato delle parole e dei concetti

usati da Tano. i continui riferimenti alle gesta dei grandi eroi del passato, il codice cavalleresco, l'onore, la gloria. Lui era un semplice: non sapeva leggere n far di conto, e parlava poco per la difficolt a mettere insieme frasi coerenti e compiute. Per si fidava ciecamente del suo giovane signore e lo avrebbe seguito in capo al mondo mettendogli a disposizione la sua forza e la sua micidiale fionda. Tano si dette una pulita e tocc la zanna di cinghiale che portava sempre al collo. Quell'amuleto lo aveva sempre protetto nei momenti difficili. E ora ne aveva un gran bisogno. Imbocc con decisione le scale che portavano alla sala d'armi, la stanza pi grande della torre dove il signore del castello teneva le udienze di giustizia e gli incontri pubblici, e la famiglia soleva riunirsi per la cena con gli ospiti. La tavola, un enorme pancone di castagno retto da quattro cavalieri e posto al centro della sala, era imbandita con scodelle di zuppa profumale e fumanti, grandi taglieri di legno ricolmi di cacciagione arrosto, pane e numerose brocche di vino. A capotavola sedeva Ubaldino, con la testa sprofondata sul tagliere di carne. I capelli, lunghi e unti, sembravano fare un tutt'uno con la barba incolta che gli copriva la faccia, lasciando trasparire solo due gote rosse e tonde divise da un lungo naso storto. Il lato sinistro del tavolo era occupato da Albizzo e Ugolin d'Azzo, i cugini del reggente, e dal fratello minore Albizzone. Seguivano i suoi pi stretti collaboratori: il notaio ser Jacopo Lupini da Sant'Agata, e il comandante dei soldati ser Ugo da Miralbelio, un ex-colono affrancato per i suoi meriti in battaglia al servizio dei nobili mugellani. Sul lato destro sedevano i numerosi cadetti della consorteria, ospiti al castello per ricevere l'educazione da cavalieri, tra i quali Paganello. Schiatta, Ruggeri e Otto, i quattro figli legittimi di Ubaldino non ancora emancipati, Roberto e Guido, i due figli naturali avuti dalle concubine, e Federico. Greccio, Braccioforte e Ugo, figli dei suoi cugini. L'estremit opposta del tavolo era riservata alle donne della famiglia: Adalasia, moglie di Ubaldino, la sorella Fiona, le due figlie legittime. Elena e Selvaggia, e le tre naturali, Udevera, Ida e Gertrude. Le torce alle pareti illuminavano la sala con un leggero tremolio per l'aria che nonostante i pesanti tendaggi trapassava dalle strette finestre strombate. La luce ondeggiante produceva uno strano effetto sugli arazzi appesi alle pareti: le figure mitologiche e le scene di caccia rappresentate sembravano animarsi. Tano prese posto tra i cadetti della consorteria e afferr un'ala di fagiano, pronto ad affrontare il processo che lo attendeva. Tutti lo guardavano, tranne Ubaldino che indifferente continuava a spolpare i resti di un volatile e ingollare vino. Era l'unico che aveva stoviglie personali. Tutti gli altri condividevano con uno o pi commensali coltelli, cucchiai, ciotole, taglieri e calici. Fu Paganello. uno dei figli legittimi di Ubaldino, a rompere l'imbarazzante silenzio. Il nostro Tano e la sua banda di straccioni hanno compiuto un'altra eroica impresa! Erano cittadini di Firenze? domand grave Albizzo. cugino e coetaneo di Ubaldino. Tano fece un cenno affermativo con la testa, senza fissare negli occhi il

suo interlocutore. Racconta com' andata, Ottaviano! lo invit in tono conciliante ma fermo e formale il fratello di Albizzo, Ugolin d'Azzo, rispettato da tutti per la sua integrit morale, saggezza ed equilibrio. Il giovane prov disagio, come tutte le volte che lo chiamavano con il nome completo di battesimo: "Ottaviano". Lo percepiva come estraneo. Da quando era piccolo lo avevano sempre chiamato col diminutivo "Tano", che ormai considerava il suo vero nome. Dopo un attimo di incertezza, e avuto anche l'assenso gestuale di Ubaldino, narr con dovizia di particolari tutta la vicenda. Nel corso del racconto. mentre i ragazzi pi piccoli come Schiatta, Federico e Ugo, rapiti dall'avventura, lo interrompevano continuamente con una tempesta di domande, gli altri commensali lo ascoltavano in silenzio. I coetanei, con un misto di ammirazione e invidia. Gli uomini adulti, con apparente indifferenza; Ubaldino in particolare non lo degnava di uno sguardo: osservava divertito i suoi levrieri azzuffarsi per gli ossi che gettava loro. Il mercante vivr? chiese Albizzo al termine del racconto. Penso di s rispose Tano, la ferita non profonda e l'ho ben pulita. Comunque domani manderemo a chiamare il chirurgo. Dalla mercanzia che hai descritto il suo riscatto deve valere una fortuna... spero proprio che viva! osserv il notaio Lupini coi suoi occhietti avidi. Dopo cena andr a dare un'occhiata... Hai commesso un'azione grave e sconsiderata! disse d'improvviso Ubaldino, battendo i pugni sul tavolo e chetando all'istante il notaio. Le pupille lucide e dilatate sembravano voler fulminare Tano, che solo per un attimo incroci lo sguardo del reggente, per poi subito inchiodare gli occhi sul tagliere della carne che condivideva con Ruggeti. Nella sala cadde un silenzio di tomba; persino la rumorosa masticazione dei commensali si smorz sino a scomparire, come se tutti avessero d'un tratto interrotto il pasto. Piccolo bastardo insolente prosegu il signore di Montaccianico, tu e quei bifolchi avete massacrato sei mercanti fiorentini sul mio territorio! Sul mio territorio e senza permesso! Tano deglut e inizi a sudare freddo; il poco fagiano che aveva ingerito gli si mise di traverso sullo stomaco; gli occhi sempre fissi sul tagliere. Sostenere lo sguardo del reggente o provare a replicare in un tale frangente significava come minimo il bando dalla signoria. Non os pensare alla pena che gli avrebbe inflitto; il suo futuro era appeso a un filo. Preg San Giorgio e San Martino, i santi protettori dei cavalieri. La tensione nella sala d'arme era altissima. Ubaldino era terribile, come solo lui sapeva essere. Pareva Cerbero: le vene del collo laurino pulsavano ritmicamente sotto la pelle e sembravano scoppiare da un momento all'altro; la bocca contorta in un ghigno malefico e immersa in un folto e informe ammasso di peluria, unta e costellata di resti di cibo; le narici dilatate, gli occhi di fuoco. Tutti conoscevano il suo temperamento imprevedibile e collerico, e sapevano bene che in quei momenti poteva accadere l'inimmaginabile. Un episodio accaduto alcuni anni prima proprio in quella stessa sala, durante una cena, torn prepotentemente alla memoria di Tano. Una scena che rimase impressa nella sua mente per riapparire pi volte, per

anni, in tutta la sua brutalit, durante la notte, sotto forma di incubo. A quella cena erano stati invitati tutti i castellani dell'Alpe, per lo pi parenti lontani di rami collaterali - come suo padre - o esponenti di famiglie minori consorziate, che in nome degli Ubaldini da Montaccianico amministravano i villaggi, castelli, rocche della consorteria collocati nel versante adriatico. Ubaldino era stato gioviale e di buon umore per tutta la cena, poi improvvisamente si era alzato da tavola e recato dietro le spalle del castellano di Cavrenno, nell'alta valle dell'Indice, luogo strategico e turbolento al confine con i possedimenti di Bologna. Gli aveva posto bonariamente le mani sulle spalle, quindi di punto in bianco aveva principiato a lanciargli pesantissime e circostanziate accuse di infedelt. Quello, improvvisamente paonazzo, aveva cercato di giustificarsi, ma Ubaldino non aveva sentito ragioni: le sue possenti mani si erano serrate sul collo dell'infedele castellano come una tenaglia. L'altro aveva cercato di divincolarsi, ma i vicini di panca prontamente lo avevano immobilizzato inchiodandogli coi loro coltelli le mani sul tavolo. Tano ricordava ancora la faccia stravolta di quel tipo, gli occhi dilatati, la bava assieme a resti di cibo che colava dalla bocca, il puzzo acre di escrementi e urina che uscivano incontrollati dal corpo, mentre Ubaldino, imperterrito, lo strangolava lentamente, e tutti gli altri osservavano esterrefatti. Di questo era capace Ubaldino della Pila verso coloro che tradivano e disobbedivano agli ordini. Tano a questi pensieri gett occhiate fugaci ai vicini di panca, soppesando se sarebbero stati capaci di inchiodarlo al tavolo, mentre il reggente lo strozzava con le sue mani. Si port poi la mano destra al collo e da sopra la tunica strinse con forza il suo amuleto. Oggi, tuttavia, mi sento magnanimo prosegui Ubaldino dopo una pausa interminabile. A fronte del tuo grave oltraggio, mi limiter a confiscare tutto il bottino, diciamo a titolo di risarcimento; e a mettere alla gabbia per una settimana i bifolchi che ti sei portato dietro, dopo una bella scarica di frustate, a monito di tutti i villani che oseranno mancarmi di rispetto! E ricorda, la prossima volta che ti comporterai come un selvaggio predone, senza render conto al tuo signore, sarai trattato come tale, senza piet! Quindi squadr lentamente tutti i commensali come a sfidarli a mettere in dubbio la sua autorit. Tano chiuse gli occhi e sbianc: era rovinato: i suoi piani per il futuro dopo tanti sforzi e sofferenze erano naufragati miseramente. In un sol colpo avrebbe perso il denaro per armarsi cavaliere e la fiducia dei suoi compagni. Aveva fatto il passo pi lungo della gamba peccando di vanagloria e cupidigia, e Dio per questo lo puniva duramente. Ma non era finita. Non mi sembra opportuno che uno come Tano diventi cavaliere! rincar la dose Adalasia. la moglie di Ubaldino. Frequenta e combatte a fianco di umili villani, come fosse uno di loro! Coi suoi atteggiamenti infanga la reputazione di tutta la casata! Non degno di essere armato cavaliere! Ubaldino divenne livido e punt il dito indice tutto unto contro la moglie, al capo opposto della tavola. Tu, donna. stai al tuo posto! url sputacchiando sul tavolo una parte della carne che aveva appena rimesso

in bocca. Ti ho gi detto altre volte che non devi parlare in pubblico senza il mio permesso. Hai capito! La donna lo fiss per alcuni attimi con occhi carichi di odio; quindi abbass lo sguardo e si concentr sulla zuppa che stava sorseggiando. Ubaldino fece un rutto sommesso, si lisci la barba e con lo sguardo fisso davanti a s, come perso nel vuoto, prosegu. Ogni atto di ostilit verso mercanti fiorentini che transitano sulla nostra terra proibito. I trasgressori saranno messi sulla forca. Gett quindi un osso di pollo verso il notaio Lupini. Prendi nota scribacchino, e domani stesso avvisa tutti i nostri uomini del Mugello e dell'Alpe. Dopo il cambio di regime a Firenze la situazione politica critica. Dobbiamo stare guardinghi e per il momento non dare pretesti ai Fiorentini per intervenire nel nostro territorio. Diffido del nuovo regime di mercanti e banchieri che ha preso il potere, e il reggente imperiale Federico D'Antiochia, nostro amico e protettore, versa in cattive acque. Tano nel frattempo aveva rialzato la testa e non poteva fare a meno di notare le occhiate penetranti e malevole che gli lanciava la moglie di Ubaldino, con quelle sue pupille verdognole dai riflessi gialli. Pi volte quella donna inquietante e spietata aveva animato i suoi incubi notturni. La faccia cerea, gli occhi sporgenti, in mezzo a due orbite sempre nere, incavate e sormontate da sopracciglia sottili come spilli e da una capigliatura dall'attaccatura innaturalmente alta e raccolta in una crocchia tempestata di pietre preziose. La sognava sempre nelle forme di un grande e terribile insetto, una mantide religiosa. La moglie di Ubaldino lo odiava. Lo aveva osteggiato fin dal suo arrivo a Montaccianico per seguire l'apprendistato da cavaliere insieme a tutti gli altri bambini maschi della casata. I primi anni al castello erano stati un vero e proprio inferno. Aveva sofferto molto l'ostilit e l'odio di Adalasia. Lui, orfano di madre fin dalla tenera et e sbattuto ad appena sei anni in un luogo sconosciuto, sentiva il bisogno di affetto e d'amore materno. Invece si era ritrovato alla merc di una donna crudele e invidiosa. Ricordava ancora nitidamente le notti a singhiozzare per gli ingiusti rimproveri, le umiliazioni e le dure punizioni a cui era sottoposto. Anche i figli illegittimi di Ubaldino erano oggetto della malvagit della perfida moglie. Su loro scaricava la frustrazione per i plateali tradimenti del marito e l'umiliazione di dover dividere il palazzo con le sue concubine ufficiali. Quelli per trovavano conforto e protezione nelle loro madri, e comunque Adalasia li tollerava maggiormente. Se non fosse stato per l'affetto e la stima sinceri, anche se ruvidi, di Ubaldino e le attenzioni della dolce domestica Berta, lui non ce l'avrebbe mai fatta. D'altro canto le asprezze e le sofferenze dell'infanzia lo avevano reso ancor pi determinato e caparbio nei suoi propositi, ne avevano temprato il carattere e indurito il cuore, lo avevano maturato prima degli altri coetanei. Ora che era diventato un uomo. Adalasia non poteva pi punirlo, ma cercava in ogni modo di metterlo in cattiva luce, di diffondere maldicenze sul suo conto, di sobillare i figli e gli altri parenti contro di lui. Grazie a Dio Ubaldino e gli altri cavalieri anziani del castello conoscevano la donna e non prestavano attenzione alle sue manovre.

Tano in tutti questi anni non era mai riuscito a spiegarsi le ragioni di tanto risentimento nei suoi confronti. Era molto ambiziosa e orgogliosa, e per certo mal sopportava che lui. il figlio d'un insignificante castellano di un'insignificante rocca di confine, primeggiasse sui propri figli maschi nelle prove di destrezza. Il particolare favore che Ubaldino, Albizzo e Ugolin d'Azzo, gli avevano sempre mostrato non faceva che acuire ancor pi l'avversione della donna. Forse Adalasia - aveva ipotizzato Tano temeva che il marito lo preferisse ai suoi figli al momento della designazione del nuovo reggente della consorteria. Ma una tale ipotesi era del tutto irrealistica. Il padre di Tano, il mite e modesto Greccio, apparteneva a un ramo minore e pi povero della consorteria e ricopriva l'umile ruolo di castellano della rocca di Tirli, nella valle del Santerno, agli estremi confini settentrionali della signoria; e per aspirare a importanti cariche nella casata non era sufficiente essere il migliore. ma era fondamentale avere un grande patrimonio familiare e appartenere al ramo principale della consorteria, quello dei "da Montaccianico". Il trambusto dei commensali che si alzavano da tavola, spostando sedie e stoviglie, ridest Tano dai suoi pensieri. Era ora di recarsi a dormire. Frastornato come un cane bastonato, segu in silenzio i compagni per le scale di legno che portavano alla loro camerata, nel secondo piano della torre. Perch non hai avvisato nessuno di noi? gli domand a bruciapelo Paganello, mentre saliva al suo fianco. Non capisco perch preferisci a noi, tuoi pari, quei quattro servi che ti porti sempre dietro. Mia madre ha ragione: non meriti la dignit cavalleresca! Tano avrebbe voluto rispondere che si fidava molto pi dei suoi quattro amici che di lui, bench suo consanguineo. Eravamo andati a caccia, ci siamo imbattuti per caso nella comitiva... disse invece con diplomazia, per non dare soddisfazione al cugino. In realt era stato avvertito del tragitto e dell'orario di passaggio dei Fiorentini da un amico di Gianni, che lavorava all'ospitale di Sant'Agata, dove i mercanti avevano fatto sosta. A me queste faccende non interessano disse Ruggeri che seguiva appena dietro di loro, e comunque non vedo perch Tano debba coinvolgerti! Ci credo! Tu ti faresti mettere sotto anche da un grasso mercante cittadino! lo riprese Paganello. La mia arma l'intelletto ribatt prontamente Ruggeri, uno strumento a te sconosciuto! Maledetto pretastro... reag l'altro. I due si guardarono in cagnesco, quindi Paganello acceler il passo, distanziandoli; mentre Ruggeri metteva una mano sulla spalla di Tano per confortarlo. Tra i due giovani correva una buona intesa. Si stimavano anche se coltivavano interessi e ambizioni completamente diverse. Tano si riteneva un uomo d'azione, e aspirava a diventare un grande condottiero. Per questo non disprezzava la cultura come Paganello, ma la considerava uno strumento per meglio coronare il suo sogno. Amava infatti immergersi nelle imprese dei poemi cavallereschi e leggere i racconti delle vite dei grandi personaggi. Ruggeri invece disdegnava lutto ci che comportava attivit fisica e sudore: passava tutto il suo tempo sui

libri, forse anche per il fisico impacciato e la totale mancanza di coordinazione. Il suo modello era lo zio Ottaviano, il Cardinale, e la massima aspirazione intraprendere la carriera ecclesiastica. Tutto sommato, al di l del rapporto di sangue che li legava, erano buoni amici. Prima di potersi coricare Tano fu costretto a rispondere alle domande assillanti dei compagni pi piccoli, che ignari della sciagura che lo aveva colpito, vedevano solo il lato avventuroso della vicenda: vollero sapere ogni minimo aspetto dello scontro, in particolare quelli pi cruenti. Solo quando i piccoli cadetti si sentirono appagati riusc a inginocchiarsi sotto una rozza scultura di legno che rappresentava San Giorgio a cavallo mentre trafiggeva il drago. Quindi si tolse le vesti, le ripose dentro un piccolo baule - unico arredamento della camera - e, nudo come Dio lo aveva fatto, spense le candele e infil nel suo giaciglio, sotto calde pellicce di pecora. Ruggeri, il suo compagno di letto, era gi sotto le pesanti coperte. Grazie per il sostegno! bisbigli Tano al compagno. Mio fratello un idiota. Ma non posso farci nulla. Piuttosto stai attento a non farti troppi nemici. Mio padre non parla per niente. Comunque domenica arriver lo zio Ottaviano e ci aggiorner su tutte le novit della cristianit! Gi, me n'ero scordato! molto che non si ferma in Mugello. Dicono sia impegnalo in Lombardia ad organizzare la resistenza delle citt guelfe contro le truppe imperiali di Ezzelino da Romano termin Ruggeri storpiando in un lungo sbadiglio il nome del comandante ghibellino. Tano, bench spossato, non riusc subito a prendere sonno. Era ancora troppo agitato per l'agguato e il severo giudizio di Ubaldino. Mentre attorno a lui si alzavano i gemiti e i respiri affannosi dei compagni di stanza intenti a masturbarsi, la sua mente stanca e confusa si riempi d'immagini via via pi sfocate e indistinte. Le fasi concitate dello scontro. Il sangue. Le facce stravolte dei mercanti uccisi. Il ghigno crudele di Ubaldino. I suoi compagni a penzoloni nella gabbia, emaciati, sporchi e con gli abiti stracciati. Il sorriso beffardo di Paganello. Si addorment pensando al cugino. Non perdeva mai occasione per attacar briga. Tra loro non c'era mai stato un buon rapporto. Paganello, istigato dalla madre, non lo aveva mai accettato. Si poneva sempre in competizione: si riteneva un grande guerriero e cacciatore, e in queste discipline non tollerava di essere secondo a nessuno.

3
Come accadeva ogni mattina una voce gutturale in uno stentato italico, accompagnata da violenti calci alla porta, svegli dal profondo sonno Tano, Ruggeri e gli altri compagni che dormivano tutti assieme in una camerata del secondo piano della torre signorile, due per ogni pagliericcio. Ruggeri scatt subito fuori dal letto e colto da un freddo pungente indoss in tutta fretta gli abiti: le brache, un paio di calze di lana, una pesante camicia e una corta gonnella di lana grezza. Tano invece non

riusciva ad alzarsi. Era tutto intorpidito e non sapeva come fare a lasciare il morbido giaciglio sotto le tiepide pellicce di pecora. Era tanto che non dormiva cos pesantemente. Dai che fai tardi! lo incoraggi il cugino, mentre il gallo faceva sentire il suo canto. Se non ti muovi ti toccher solo pane per colazione! L'altro si rigir nel letto sbuffando, ma un'improvvisa luce colp i suoi occhi ancora impastati per il sonno. Il piccolo Schiatta aveva tirato i tendaggi e i deboli raggi dell'alba, accompagnati da una folata di aria fredda, erano penetrati nella camera. Non aveva altra scelta. Balz fuori dal giaciglio, si stir e immerse il viso in una bacinella d'acqua gelata. L'impatto fu forte e doloroso, ma almeno lo svegli. Quindi, messi i vestiti, segu di corsa gli altri in cucina per la colazione. Per fortuna i compagni non avevano divorato tutto il companatico; riusc ad accaparrarsi un pezzo di cacio e un uovo sodo. Come ogni mattina la famiglia al completo assist alla funzione religiosa tenuta nella piccola chiesa del castello, intitolata a San Pietro; e come ogni mattina Ubaldino era l'unico che mancava. Tano era irrequieto e infreddolito. Aveva una voglia matta di scaldarsi un po' con gli esercizi previsti per la giornata. Il rettore della parrocchia diede la sua benedizione in uno stentato latino. Prima di recarsi all'addestramento quella mattina era prevista un'altra incombenza per i cadetti ubaldini: assistere alla punizione corporale di Roberto. 11 figlio illegittimo di Ubaldino era stato colto ad abusare contro natura di un compagno pi giovane. Non era la prima volta, ma quella notte la piccola vittima aveva avuto un'emorragia. Episodi di sodomia tra i cadetti erano frequenti: vivevano in promiscuit, poco pi che bambini assieme a uomini quasi fatti, e le meretrici nelle zone di campagna scarseggiavano. Quando venivano scoperti, i colpevoli erano puniti con durezza e platealit. Roberto fu svestito, legato a una panca a pancia sotto e battuto con una verga sulle natiche tra urla strazianti. Grifo, l'armigero addetto alle punizioni corporali dei cadetti, ferm il suo braccio solo quando Roberto, con il posteriore tumefatto e sanguinante, perse i sensi. Tano ringrazi Dio. Quando era piccolo non aveva mai subito violenze. E ora da grande mai era stato colto dalla tentazione di abusare dei pi giovani. A lui piacevano le ragazze e di atti contro natura tra maschi non voleva saperne. Terminato il supplizio di Roberto, i giovani poterono finalmente incamminarsi verso il luogo dell'addestramento, un rado boschetto di querce fuori del castello, vicino Casali. Erano accompagnati dal maestro d'armi Eriberto e dai suoi tre aiutanti; con loro c'era anche un mulo carico di armi e arnesi di vario genere. Ruggeri aveva ricevuto il permesso dal padre di saltare gli esercizi fisici, per concentrarsi sullo studio. Ormai il suo destino era segnato e di sicuro non prevedeva la necessit di usare spada e lancia. Il castello era gi animato e le porte tutte spalancate. Il labbro, il falegname, il calzolaio e gli altri artigiani erano all'opera nelle officine che si affacciavano nello spiazzo racchiuso dalla cerchia di mura. Le donne facevano la fila davanti alla cisterna per prendere l'acqua e affollavano il forno comune per cuocere il pane; mentre altre erano intente ad

accendere e a scambiarsi i fuochi nelle case. I contadini, i boscaioli e i carbonai sciamavano lentamente fuori dalle loro capanne addossate alla palizzata per raggiungere i campi e boschi, con gli attrezzi da lavoro sulle spalle. Tra i loro piedi grugnivano i porci e belavano le pecore che figli e nipoti conducevano al bosco e ai pascoli comuni. Carri trainati da buoi e scortali da uomini d'arme entravano e uscivano dalla fortezza in un rumoroso e polveroso viavai. In entrata giungevano i carri con gli omaggi e i tributi degli uomini legati a vario titolo ai nobili mugellani. Fedeli, servi, coloni e semplici affittuari dei castelli e dei borghi vicini. In uscita partivano i carri degli Ubaldini, carichi dei prodotti agricoli e del bosco, e diretti ai mercati del fondovalle. L'autunno era il periodo tradizionalmente riservato al versamento dei tributi. Erano pagati per lo pi in natura e rappresentavano una parte cospicua dei raccolti accumulali dai villani durante l'estate. In parte venivano ritirati direttamente dalle abitazioni dei contadini per opera dei castellani di Ubaldino, presenti in ogni castello e villaggio. In altri casi erano gli stessi villani che trasportavano i censi al castello del signore. Il grano, la segale, il miglio, il vino, l'olio, le pelli, la carne salata: tutto veniva stipato nei magazzini del cassero sotto l'occhio vigile del notaio Lupini, per poi essere rivenduto ai grandi mercati dei borghi sulla Sieve. Dall'alba al calare del sole il castello era tutto un fermento di uomini, merci e attivit di ogni genere. Montaccianico era il centro pulsante dell'economia dei domini Ubaldini. densamente abitato e residenza non solo dei signori, dei loro armigeri e funzionari, ma anche dei migliori artigiani della zona. Dentro le mura erano collocate le abitazioni e le botteghe dei fabbri, dei falegnami, dei vasai e dei pellicciai. Mentre tra la palizzata in legno e le mura si accatastavano, una sull'altra, le misere capanne dei bifolchi che vivevano della terra e del bosco. L'ascesa di Montaccianico era cominciata agli inizi del secolo, quando gli Ubaldini, nello stupore generale, avevano deciso di trasformare la piccola rocca nella loro principale residenza fortificata. Con un enorme sforzo finanziario e organizzativo, eguagliabile solo dalle pi grandi e nobili famiglie della Toscana, avevano ingrandito e potenziato il castello, trasformandolo nella pi formidabile e grande fortezza della valle; e avevano obbligato buona parte dei loro fedeli che popolavano i villaggi vicini, sia coloni che liberi affittuari, a trasferirsi all'interno delle sue mura. Man mano che il sole si alzava nel cielo senza nubi la temperatura si riscaldava, e quando i giovani cadetti giunsero nel luogo adibito all'addestramento si dovettero togliere gli indumenti pi pesanti. Schiatta, Guido e Ugo e gli altri pi giovani, poco pi che bambini, impugnarono una pesante spada da guerra, imbracciarono uno scudo e, schierati di fronte a pali di faggio ben piantati a terra, iniziarono gli esercizi, il palo rappresentava il nemico che dovevano aggredire, colpire, incalzare ai fianchi, in basso e in alto, facendo attenzione a non scoprirsi. Eriberto li osservava indicando a ciascuno le posture da assumere e gli errori da evitare. Piegati su ginocchia! No rigido! Molleggia! Colpisci di punta! Tieni scudo alto! Dai ancora! Devi rinforzare muscoli! Le ammonizioni verbali erano spesso accompagnate da violenti colpi alle braccia e alle gambe che il maestro d'armi infliggeva con un'asta di frassino dipinta di

rosso. Il bastone di Eriberto - delle dimensioni di un giavellotto da guerra era diventato un vero e proprio incubo per i giovani cadetti, che ogni sera facevano ritorno al castello con il corpo disseminato di lividi bluastri. L'addestramento dei giovani di nobile famiglia per diventare cavaliere iniziava a circa cinque-sei anni e terminava con l'investitura, sui diciottovent'anni. Era molto duro e non tutti riuscivano a portarlo a termine. Sin da bambini venivano abituati a soffrire la fame e la sete, a sostenere il peso delle armi, a marciare e cavalcare senza sosta per giornate intere, sotto le calure dell'estate e i rigori dell'inverno. I loro corpi e animi erano scolpiti anno dopo anno con esercizi e prove estenuanti, per renderli dei temibili guerrieri pronti alla battaglia. Mentre i pi giovani si accanivano sui pali, Tano e gli altri si allenavano a turno con i tre aiutanti di Eriberto. Erano armati di enormi spade senza filo e spuntate. Si proteggevano con pesanti scudi di legno rinforzati da bordi in ferro. I tre istruttori erano veterani originari di Pavia che avevano a lungo militato negli eserciti delle citt ghibelline della Lombardia. Da alcuni anni erano entrati al servizio di Ubaldino come armigeri. Eriberto, invece, era calato dalla Germania giovanissimo, negli anni '30 con uno dei tanti eserciti imperiali che all'epoca imperversavano nella penisola. Dopo aver partecipato alle pi importi battaglie che avevano insanguinato la pianura padana, aveva raggiunto l'apice della sua carriera diventando capitano sotto il comando dello sfortunato re Enzo, il prediletto figlio dell'imperatore Federico II. Nel 1249 dopo la disfatta di Fossalta e la cattura di Enzo da parte dei bolognesi. Eriberto - con l'aiuto di Ubaldino. conosciuto durante una precedente campagna militare - era riuscito a trovare rifugio e protezione nel territorio degli Ubaldini, diventando l'istruttore militare dei giovani rampolli della casata. La rabbia per quel che era accaduto il giorno prima, e soprattutto per quello che sarebbe avvenuto nel prossimo futuro, rendeva Tano particolarmente aggressivo. Mentre scaricava precisi e violenti colpi di spada sullo scudo di uno dei pavesi, come a voler scrollarsi di dosso le preoccupazioni accumulate, la mente correva ai suoi masnadieri che di l a pochi giorni, a causa della sua stupidit, sarebbero stati rinchiusi nella gabbia appesa alle mura del cassero; per una settimana, senza cibo, esposti alle intemperie e al pubblico scherno. Non sapeva come affrontarli, ma forse a quest'ora gi sapevano cosa li avrebbe attesi: le notizie correvano pi veloci del vento, soprattutto se non portavano niente di buono. Doveva ad ogni costo inventarsi qualcosa; aveva ancora qualche giorno per trovare una soluzione. Grazie a Dio, la pena era stata sospesa e rinviata al termine dell'imminente visita del Cardinale. Quanto al suo futuro di cavaliere appiedato e senza un soldo, non voleva neanche pensarci. Le attenzioni di Eriberto si concentrarono ben presto su Otto, il meno portato nelle arti marziali. Devi mettere pi energia in quei colpi! Concentrati! Non stare fermo con gambe! Se non ti svegli in vera battaglia duri poco! Usa testa! Tutti si fermarono a guardare Otto che sotto i colpi dell'avversario era sempre pi in affanno, mentre Eriberto da dietro gli urlava nelle orecchie e lo colpiva senza piet con l'asta rossa ogni volta che sbagliava una posizione o una guardia. Il ragazzo sudava

copiosamente, era tutto rosso in faccia, e ogni attimo che passava i colpi della spada smussata del lombardo raggiungevano il suo corpo pi forti, diretti e violenti. Come non bastasse, Schiatta, Paganello e gli altri lo sbeffeggiavano senza ritegno. Privo di forze, dolorante per i colpi ricevuti e umiliato nello spirito, si gett a terra con le guance rigate dalle lacrime. Quindi si alz di scatto e con la testa bassa prese a correre verso il castello, mentre Eriberto scuoteva la testa. Tano l'osserv fuggire con la coda tra le gambe. Non nutriva molla stima per Otto. Provava solo compassione verso lo sfortunato cugino che, pur essendo diligente e volenteroso. era poco dotato sia nel fisico che nella mente. Dio era stato inclemente con lui. A differenza di Ruggeri, non eccelleva neanche nello studio. Questa situazione lo portava ad essere schivo e permaloso. A peggiorare le cose contribuiva il pessimo rapporto con l'altezzosa madre. Adalasia lo riteneva un debole e per questo non perdeva occasione per disprezzarlo preferendogli i pi intraprendenti Paganello e Schiatta. Otto stava spesso da solo in silenzio e passava molto del suo tempo libero in chiesa con il prete. L'addestramento riprese con il lancio del giavellotto e l'arco. Tano impugn con orgoglio il suo lungo arco di tasso. Lo aveva costruito lui stesso con l'aiuto di Tommaso Belborgo, il gallese che prima di morire per una febbre invernale gli aveva trasmesso la passione per l'arco lungo. Il vero nome del gallese era Thomas Blavbom. ma da quando era entrato al servizio degli Ubaldini lo avevano ribattezzato Tommaso Belborgo. Tano aveva conosciuto Tommaso nella sua terra d'infanzia, la valle del Santerno, l'anno prima di trasferirsi a Montaccianico per l'addestramento da cavaliere. A quel tempo il piccolo Tano viveva assieme al padre a alle due sorelle nella rocca di Tirli. La madre era morta da pochi mesi. Il padre Greccio degli Ubaldini era un lontano consanguineo di Ubaldino della Pila e amministrava l'ultima roccaforte della famiglia sul versante adriatico degli Appennini. L'incontro era avvenuto una torrida mattina d'estate, durante il mercato che si teneva a poche miglia dal castello, lungo la strada che costeggiava il fiume. Nell'occasione una comitiva di pellegrini inglesi in viaggio per la Citt Santa si era fermata per fare provviste e aveva fraternizzato con le persone del luogo. I forestieri avevano destato molta curiosit tra gli abitanti della valle. In particolare Tano era rimasto colpito dai colori stravaganti dei loro indumenti. Molti avevano i capelli rosso fuoco e la faccia bianca e piena di lentiggini, che al sole di quei giorni si era completamente arrostita. Parlavano poi una lingua strana, diversa sia dal forte tedesco che dal sinuoso francese, gli idiomi generalmente utilizzati dai pellegrini provenienti dal nord. Tra loro c'era anche Tommaso, che per ripararsi dal sole portava un cappello con larghe tese. Sembrava un grande fungo. Il giorno successivo all'arrivo dei pellegrini, mentre Tano era a tavola con il padre e le due sorelle pi piccole, un colono aveva chiesto udienza. Durante la notte un gruppo di banditi aveva assalito la comitiva di pellegrini inglesi. La maggior parte degli uomini era stata sgozzata nel sonno. I pochi rimasti e le donne erano stati presi prigionieri. I banditi se li erano portati dietro come bottino. Greccio era andato su tutte le (urie.

Poche volte Tano aveva visto il padre, di solito pacato e riflessivo, cos adirato. I pellegrini avevano chiesto e ottenuto la protezione degli Ubaldini per l'attraversamento degli Appennini e l'assalto dei banditi rappresentava una palese sfida all'autorit sua e di tutta la consorteria. Ben presto si venne a sapere che l'autore del misfatto era un piccolo gruppo di sbandati costituito da coloni e seni che si erano dati alla macchia sui contrafforti della valle del Diaterna, un affluente del Santerno, vivendo di rapine e piccoli funi. Sino ad allora erano stati tollerati. Si erano infatti stabiliti in una zona grigia al confine tra la signoria degli Ubaldini e quelle dei loro vicini, i conti Alberti e il comune di Bologna. Ma con questa aggressione le cose sarebbero cambiate. La mattina stessa Greccio. tramite squilli di tromba e segnali di fumo, aveva radunato in consiglio tutti i castellani della valle. Nel termine di pochi giorni era stata organizzata una spedizione punitiva. Quindici cavalieri armati di tutto punto, preceduti da una decina di esploratori con armamento leggero, avevano cavalcato lungo il torrente Diaterna in direzione del covo dei banditi. Come amava raccontare il padre orgogliosissimo della sua impresa militare. secondo le malelingue l'unica cui avesse preso parte - avevano lasciato i cavalli sul fiume e si erano arrampicali lungo ripidi sentieri tra fitte boscaglie e aspre rocce. Erano piombati sui banditi all'imbrunire. Non era stata vera battaglia, ma carneficina. Le zappe e i forconi dei bifolchi non avevano potuto nulla contro le spade, le lance e le maglie di ferro dei cavalieri ubaldini. Gli uomini erano stati uccisi e decapitati. Le loro donne, prima di fare la stessa fine, erano state brutalmente violentate. Tutte le teste erano state poi riposte dentro un sacco, per essere impalate il giorno successivo lungo la strada principale che costeggiava a mezza costa il Santerno. Il messaggio era chiaro: questa era la fine che attendeva tutti coloro che osavano sfidare l'autorit dei signori della valle. Le misere baracche del rifugio dei banditi erano state incendiate. Gli Ubaldini avevano rinvenuto i pellegrini sopravvissuti in una rudimentale gabbia di legno, legati mani e piedi. Li avevano liberati e scortati sino al castello di Tirli. Tra loro vi era Thomas Blayborn. Era stato in tale occasione che Tano lo aveva conosciuto. Tommaso aveva dimostrato gratitudine per la liberazione e l'ospitalit ricevuta, e si era sdebitato mettendo a disposizione di Greccio le sue doti di abile arciere e artigiano. Aveva imparato presto la lingua del luogo e si era affezionato molto a Tano. Il bambino da parte sua non si voleva mai separare dal nuovo amico straniero. Questi, la sera a veglia, incantava il piccolo Tano con le leggende della sua tetra: la storia dei valorosi cavalieri della Tavola Rotonda e le affascinanti avventure di Tristano e Isotta. Raccontava poi della vita nel suo paese, di come ogni ragazzo fin dalla tenera et si esercitava nell'uso dell'arco per diventare un buon guerriero e servire il proprio re in guerra. Pochi potevano aspirare a possedere un cavallo da guerra e una spada per diventare cavalieri, ma lutti - anche il pi umile contadino o garzone di bottega - potevano diventare arcieri e arruolarsi nelle milizie del loro signore, con la concreta speranza di tornare a casa pieni di ricchezze e di gloria. Era fiero di essere un gallese, un piccolo ma antico e orgoglioso popolo che grazie all'arco lungo riusciva a

tenere a bada i suoi potenti e avidi vicini; primi fra tutti gli inglesi che pi volte, ma inutilmente, avevano tentato di sottometterlo. Tano. entusiasta, aveva preteso che Tommaso lo facesse diventare un arciere. Il gallese, ottenuta l'autorizzazione dal padre e confortato dalla forza di volont e dalle notevoli capacit del bambino, aveva accettato l'incarico. Tommaso aveva poi seguito Tano a Montaccianico, diventando buon amico anche di Ubaldino che da esperto soldato aveva apprezzato subito le capacit dello straniero. Inoltre, come il nipote, rimaneva incantato dalle sue storie di cavalieri, dame, draghi e re. Il gallese aveva provato a insegnare l'uso dell'arco anche agli altri cadetti ubaldini, ma con scarsi risultati. Ruggeri e Otto non erano portati per natura. Gli altri si erano rifiutati di imparare. Come la maggior parte dei cavalieri italici, ritenevano l'arco un'arma da contadini e da vigliacchi. Solo spada, mazza e lancia erano degne di un cavaliere. Se poi occorreva un'arma a lunga gittata c'era la balestra, facile da usare e pi potente dell'arco. Quindi Tano era rimasto l'unico allievo di Tommaso. Tuttavia dopo qualche anno dal trasferimento a Montaccianico e su suggerimento del gallese stesso. Ubaldino aveva consentito che alcuni giovani servi e coloni partecipassero all'addestramento come arcieri. Il signore di Montaccianico si era convinto che un piccolo manipolo di abili arcieri tra i suoi fedeli non poteva che rafforzare la capacit militare della consorteria. Cos Tano, Gianni. Lupolo, Bettino e altri cinque ragazzi del luogo, sotto il duro addestramento impartito da Tommaso, erano diventati temibili arcieri, capaci non solo di usare l'arco come una micidiale arma da guerra e da caccia, ma anche di costruirsene uno insieme alle frecce. Solo Ghino si era rifiutato di imparare, preferendo la fionda che gli aveva lasciato in eredit il padre. Tano prese di mira un vecchio cerro a circa cinquanta passi e cominci a scoccare una serie di frecce sul tronco. A qualche decina di passi gli altri ragazzi si scambiavano colpi di lancia. Paganello e Braccioforte si fermarono a osservarlo, sogghignando. Sul viso avevano dipinta una smorfia di disprezzo. Non solo il nostro balzerottolo di Tirli combatte a fianco dei bifolchi esclam d'un tratto Paganello a voce alla, in modo che tutti nello spiazzo potessero udire, ma si diletta anche nel far uso delle loro armi! Comincio a dubitare che abbia il nostro sangue! Tano, gi coi nervi a fior di pelle, questa volta non riusc a passare oltre la provocazione del figlio di Ubaldino, come spesso era costretto a fare. Inoltre non sopportava di esser chiamato "balzerottolo" e Paganello lo sapeva bene. Balzerottolo era l'appellativo usato dagli Ubaldini del Mugello per indicare in modo dispregiativo i consorti della valle del Santerno, ritenuti pi selvaggi per il loro isolamento in una valle inospitale e povera, e per la lingua parlata, un misto tra romagnolo e toscano. Tra gli sghignazzi dei presenti, Tano. in preda a un furore intestino e cieco, punt contro il rivale l'arco con la freccia incoccata. Dai scagliala! continu a provocare Paganello. non ho paura delle tue freccette di legno! Vediamo se hai coraggio! Ragazzi piantatela! Continuate esercizi! intervenne Eriberto. Ehi Tano abbassa arco... un ordine!

Il tedesco fu interrotto dalla freccia scoccata da Tano che con una traiettoria tesa e dritta colp lo scudo di Paganello, strappandoglielo di mano e proiettandolo vari passi pi indietro. Quello rimase sbalordito: non si aspettava una simile potenza. Ripreso dallo stupore, gett un urlo animalesco e corse furente verso Tano. Questi afferr un'altra freccia e con movimenti meccanici la incocc, tese nuovamente l'arco e mir dritto in mezzo agli occhi del cugino. La rabbia che gli ribolliva nelle viscere si era sciolta in una fredda e risoluta determinazione a regolare una volta per tutte i conti con Paganello; tutto il resto era svanito. In quel momento esistevano solo lui. con in braccio l'arco di tasso, e l'odiato nemico, che lo aveva pubblicamente schernito e gli correva incontro per affrontarlo. Nel momento in cui stava per scoccare il dardo, un violento e improvviso colpo al fianco sinistro gli tolse equilibrio, concentrazione e mira; e la freccia vol alta in cielo con una traiettoria sghemba. Si volt dolorante e furente verso sinistra: Eriberto gli aveva scagliato la sua asta rossa per impedirgli di andare a segno. Lo folgor con occhi traboccanti di odio e rabbia. Ma la sua attenzione fu subito catalizzata da Paganello ormai a pochi passi da lui. Gett via l'arco e si piant ben saldo sui piedi per reggere l'urto della carica e affrontarlo in un corpo a corpo. In pochi attimi i due si scontrarono, avvinghiandosi come cani rabbiosi e scambiandosi pugni e calci. Paganello era molto pi forte e robusto di Tano e avrebbe avuto la meglio se Eriberto e i tre pavesi non fossero intervenuti, con violente bastonate, a dividerli e riportarli alla ragione; mentre gli altri ragazzi - eccitatati dallo scontro - li incitavano a proseguire. Tano era amareggiato. In bocca sentiva il sapore dolciastro del suo sangue: Paganello gli aveva spaccato un labbro. La testa e il torace dolevano. Si pass pi volte la lingua sul taglio e con rabbia sput catarro misto a sangue sul tronco di un carpine. Per scaricarsi camminava veloce lungo il viottolo, con lo sguardo fisso davanti a s e il suo arco stretto in pugno. Dopo il litigio e l'azzuffata aveva abbandonato l'addestramento. Per quel giorno ne aveva abbastanza dei figli e nipoti di Ubaldino: arroganti, boriosi e inetti. Li detestava e li invidiava; loro, senza dover combattere. avevano il futuro spianato con soldi a bizzeffe per comprarsi cavalli, armi, mogli, castelli, benefici e carriere. L'intervento di Eriberto era stato provvidenziale. Non os pensare alla conseguenza della morte di Paganello per mano sua. La rabbia gli aveva offuscato la mente e senza dubbio avrebbe ucciso il figlio di Ubaldino se Eriberto non lo avesse colpito. Non era la prima volta che cadeva preda di simili scatti d'ira: doveva assolutamente imparare a controllarsi se non voleva finire in guai seri. Grazie a Dio quella mattina era presente Eriberto. Pi passava il tempo, pi apprezzava quel tedesco: coi giovani cadetti aveva modi di fare efferati, sino a rasentare una sadica ferocia: ma era un uomo d'onore, giusto e preparato nell'arte della guerra; e se un giorno lui, Tano degli Ubaldini da Tirli. fosse diventato un grande guerriero lo doveva ai duri insegnamenti di quel rude soldato. Non se l'era sentita di tornare subito al castello, e per di pi in quelle condizioni: l lo attendevano domande, rimproveri e sorrisi ironici. D'istinto aveva cos imboccato il viottolo di mezza costa che conduceva a

nord verso i villaggi di Vallappeio e dell'Apparita, nell'alta valle del Cornocchio. Il sentiero, sconnesso e sassoso, saliva in mezzo a boschi intervallati da strisce di terreno coltivate. Alla sua sinistra, in basso, lungo il torrente, intravide i tetti di paglia e di pietra delle Isole, il villaggio dell'amico Bettino. In quella parte di Appennino i pendii erano dolci, la terra fertile, e l'acqua non mancava. Questo aveva consentito ai villani, ormai da molte generazioni, di strappare al bosco e mettere a cultura notevoli appezzamenti di terreno anche in alta quota. Firenze era affamata di grano, legname e carbone: e la vendita di quei prodotti sul mercato di Borgo San Lorenzo rendeva alti profitti. Attravers senza fermarsi il villaggio di Vallappero e poco dopo, quello dell'Apparita. Erano simili: i bambini malvestiti e sporchi giocavano di fronte alle capanne di legno rivestite di canne e di segale intrecciata, rincorrendo cani e galline; gruppi di porci, pi simili a cinghiali che a suini, grufolavano tra i rifiuti e i mucchi di escrementi di cristiano che i villani avevano ammucchiato a fianco delle capanne. Le donne e i vecchi che incroci - gli uomini dovevano essere a lavoro nei boschi e nei campi - lo salutarono rispettosamente e si tirarono da parte per cedergli il passo. Lo sguardo torvo, gli abiti strappati e le ferite sul viso li scoraggiarono dall'importunarlo coi tradizionali convenevoli di benvenuto che la condizione di servi e coloni imponeva loro. Senza quasi accorgersene raggiunse le sorgenti del Cornocchio. vicino alle vette di crinale che separavano il Mugello dalla valle del Santerno. Poggi a terra arco e faretra, si chin e immerse la faccia gonfia e sporca di sangue misto a terra nelle fredde acque del ruscello: sembr che mille aghi acuminati gli pungessero il viso. Si ritrasse e rimase alcuni attimi a occhi chiusi con l'acqua che grondava lungo il collo e le spalle. La testa gir e perse l'equilibrio: si lasci cadere ansimante sul greto del torrente, in mezzo alle foglie umide appena cadute. Si sentiva afflitto e scoraggiato: tutto andava storto; le incessanti preghiere a San Giorgio erano state inutili e forse Dio lo puniva per i suoi peccati d'orgoglio. Ma era mai possibile? Aveva doti superiori ai compagni: primeggiava in ogni arte e disciplina; e Domeneddio non dispensava talenti e virt a caso: per certo aveva un disegno per lui e non poteva essere quello di castellano in una rocca sperduta in mezzo alle capre! Avrebbe fatto grandi cose; ne era pi che sicuro! Si rialz con i pugni chiusi e gli occhi sbarrati. Sicch con uno scatto si mise supino e cont cinquanta piegamenti sulle braccia. Quest'esercizio lo scaricava. Mentre si spolverava la tunica ud un lieve fruscio alla sinistra, dietro un alto cespuglio di rovi. Sfoder il pugnale che portava sempre alla cinta e con un balzo si port dietro l'arbusto. Una ragazzina di qualche anno pi piccola di lui era accovacciata a terra e col suo esile corpo proteggeva due capretti. Tano scoppi a ridere. La giovane non osava guardarlo e rimaneva accucciata a terra come a volersi mimetizzare con il sottobosco. Aveva i capelli rosso fuoco e gli abiti da villana. Chi sei? A chi appartieni? domand l'Ubaldini. La giovane non rispose, e strinse pi forte i capretti che iniziarono a belare. Tano l'afferr per un braccio e la tir su a forza; ma quella continuava a tenere il viso rivolto verso il basso. Spazientito le afferr il

mento e la costrinse ad alzare lo sguardo. I loro occhi si incontrarono. Quelli della ragazza erano grandi e di un verde intenso, come non aveva mai visto. Il viso pieno di lentiggini. Ne rimase impressionato. Non sapeva come giudicarla: non era brutta, ma non rientrava neanche nei canoni di bellezza tradizionale. Gli vennero alla mente tutte le storie che circolavano sui cristiani dal pelo rosso: Turbi, falsi e traditori come le volpi; le donne fattucchiere e streghe; e incontrarne uno sul proprio cammino era di cattivo presagio. Sud freddo, ma le improvvise e silenziose lacrime che riempirono gli occhi della ragazza lo distolsero da tali pensieri. La giovane appariva spaventata e innocua: anzi c'era qualcosa nel suo sguardo profondo che lo incuriosiva e attraeva. E poi anche il suo vecchio amico e maestro gallese, a suo tempo passato a miglior vita, era di carnagione e pelo rosso. Sei forse muta? Ti hanno tagliato la lingua? la incalz. La rossa si asciug le lacrime col dorso delle mani. Erano affusolate e bianche. Quindi rispose, con voce tremante e uno strano accento: Mi chiamo Martina e sono della comunit del Coppo. Tano d'istinto fece un passo indietro e la squadr con occhio severo. Ora capiva perch gli era apparsa diversa dalle ragazze del luogo: apparteneva alla comunit di eretici lombardi che da vari anni si era stabilita presso le sorgenti del torrente; un luogo impervio che da generazioni era stato abbandonato dai coloni. La prese per le spalle e la fece girare su se stessa. Diceva il vero: dietro la gonnella era cucito il cerchio verde, che prima non aveva notato. Palarmi o catari: cos erano chiamati dalla gente del posto, anche se l'appellativo pi comune era quello di eretici. La comunit si componeva di una trentina di persone - uomini, donne e bambini - e proveniva da una cittadina della Lombardia. Il notaio Lupini l'inverno passato gli aveva raccontato la loro storia. Per generazioni erano stati tollerati dai concittadini lombardi. Praticavano i loro culti alla luce del sole e partecipavano attivamente alla vita cittadina. Erano per lo pi fabbri, ma tra loro vi erano anche un medico e un giudice che per vari anni avevano ricoperto prestigiose cariche politiche. Per a met degli anni '30 tutto improvvisamente era cambiato: una forma inspiegabile di isteria collettiva e fanatismo religioso si era impadronita dei loro concittadini che. istigali dai frati mendicanti, avevano iniziarono a perseguitarli e accusarli dei peggiori delitti. Questa ondata di fervore religioso, alimentata dalle infuocate prediche dei frati domenicani, non aveva investito solo la loro citt, ma tutto il nord della penisola, con il nome di Alleluia o Grande Devozione. Per sfuggire alla furia popolare, la piccola comunit di eretici era stata costretta ad abbandonare le proprie case. Avevano preso la via del sud. verso la Romagna, con destinazione finale Firenze, citt tollerante che gi ospitava ben integrate e ricche comunit di catari. Ma appena valicati gli Appennini, un messaggero del vescovo della chiesa catara fiorentina, preavvisato del loro arrivo, li aveva raggiunti per intimare loro di non entrare in citt: costituivano una comunit troppo numerosa e rischiavano di rompere i delicati equilibri di convivenza raggiunti.

Presi dallo sconforto avevano chiesto asilo e protezione al signore della valle in cui si trovavano: Ugolino il Vecchio, il padre di Ubaldino della Pila. Scontato era il rifiuto del feudatario. Gli eretici ponevano seri problemi di ordine pubblico. L'opinione comune manipolata ad arte dalla Chiesa, e in particolare dagli ordini mendicanti, li dipingeva come persone malvagie, emissari di Satana che infrangevano l'ordinamento morale e le leggi divine, praticavano riti esoterici e orgiastici, ammettevano il suicidio e si cibavano di carne umana. Era convinzione comune che ovunque si trovassero attiravano l'ira divina: calamit e sventure colpivano i villaggi e le citt che li ospitavano; e ai fedeli che prestavano loro soccorso era sbarrata la porta del Regno dei Cieli. Al pericolo di sommosse popolari si aggiungevano poi i vari editti imperiali e papali che condannavano senza appello non solo gli eretici, ma chiunque desse loro ospitalit e protezione. E le pene erano tutt'altro che leggere: decadenza da cariche e titoli, confisca di tutti i beni e supplizio del fuoco. Ma Ugolino il Vecchio era un uomo pratico, ghibellino nell'animo e acerrimo anticlericale. Aveva cos soppesato senza pregiudizi l'offerta della comunit di catari, badando solo al proprio interesse: in cambio di protezione e di un piccolo appezzamento di terreno, anche in un luogo inospitale, purch vicino a un corso d'acqua, avrebbero messo a sua disposizione tutte le loro conoscenze e capacit nell'arte della lavorazione del ferro, oltre a versare ingenti censi e buona parte dei proventi del lavoro. Nelle terre degli Ubaldini scarseggiavano i fabbri, uomini necessari quanto disprezzati, e spesso i nobili mugellani dovevano ricorrere ad artigiani forestieri per la produzione di armi e utensili agricoli. Inoltre, nonostante la minaccia di pene severissime, erano sempre di pi i coloni - soprattutto quelli giovani e intraprendenti - che scappavano per emigrare a Firenze in cerca di libert e fortuna. Ugolino era consapevole che in poche decine di anni l'emigrazione di servi e coloni verso la citt aveva prosciugato i suoi territori degli uomini pi valenti; e molti terreni, soprattutto quelli pi impervi, erano rimasti incolli e abbandonati. E l'occasione che si presentava era ghiotta per rimediare in parte a quest'emorragia inarrestabile che stava dissanguando le sue terre. Si era preso alcuni giorni per riflettere e alla fine aveva deciso di ospitarli nel podere del Coppo, gi da anni abbandonato. Era uno dei poderi pi distanti, al termine della valle solcata dal Cornocchio, con alle spalle le vette degli Appennini; ma rimaneva comunque abbastanza vicino al castello di Montaccianico, per tenerli d'occhio e intervenire in caso di bisogno. Nell'accordo raggiunto - solo verbale per non lasciare pericolose prove, senza contare che tutti gli eretici erano incapaci di agire legalmente - i Catari si erano impegnati a non abbandonare per nessuna ragione il podere, n a intrattenere alcun rapporto con i villani del luogo. Per essere riconosciuti dovevano portare sempre un cerchio verde cucito sui propri indumenti. Un castaldo degli Ubaldini si sarebbe recato ogni due mesi nel villaggio per riscuotere i tributi, gli utensili fabbricali, fornire le materie prime e le merci di cui avevano bisogno e raccogliere le eventuali istanze al nuovo signore. Ugolino aveva giudicato fondamentale isolarli per impedire che le idee eretiche contagiassero i suoi sudditi. Non sapeva niente della fede che praticavano, n gli interessava granch; sapeva per che era invisa al Santo Padre e non intendeva attirarsi le sue ire. La

crociata contro gli Albigesi dei primi del secolo - che aveva messo a ferro e fuoco la Linguadoca - costituiva un forte monito a tutti i signori cristiani d'Europa. Nei suoi propositi si trattava solo di una situazione provvisoria. Bastava qualche anno per spremere agli eretici tutte le conoscenze tecniche, avere il podere del Coppo rimesso a nuovo e incamerare nuovi tributi. Poi alla prima occasione utile o alla prima seccatura li avrebbe scacciati o sterminati. Ma le cose andarono meglio del previsto. I villani avevano accettato i nuovi venuti senza tante storie, e quest'ultimi rispettavano i patti: non facevano proselitismo e non davano alcun fastidio; anzi si erano dimostrati abili artigiani: dalle loro lucine uscivano preziosi utensili agricoli e armi. La presenza dei catari del Coppo rimase invisibile quanto l'attivit preziosa. Tano non sapeva niente della religione, dei riti e delle usanze degli eretici, se non per le descrizione a tinte fosche e inquietanti che ne davano i chierici durante le prediche: seni del demonio, agenti di Satana dotati di poteri magici, agitatori inviati sulla terra per corrompere i cristiani, per disgregare la societ e la pace di Dio; cosi erano rappresentati nelle accorate prediche dei frati mendicanti. E lui se n'era ben tenuto alla larga: mai era entrato o si era semplicemente avvicinato al loro villaggio. Tra l'altro era severamente vietato; un castaldo di nome Marco e due suoi compari erano gli unici autorizzati a intrattenere rapporti coi catari del Coppo. Dunque quella timida ragazzina - pens Tano - era una pericolosa eretica. Il buon senso imponeva di odiarla e scacciarla, prima che potesse corromperlo e allontanarlo dalla grazia di Dio. Ma nonostante si sforzasse, non vi riusc. Era intrigante e a modo suo anche attraente, e il fatto che fosse un'eretica stimolava la sua curiosit. Un fremito di desiderio gli contorse le viscere. Poteva gettarla a terra e approfittare di lei, e nessuno avrebbe protestato; non era la prima volta che lui e i cugini abusavano delle villane del luogo. E possedere con la forza un'eretica non avrebbe certo compromesso la sua anima. Per c'era qualcosa nella giovane che lo tratteneva: i gesti, il portamento e lo sguardo profondo la distinguevano dalle ragazzette del posto; e gli incutevano rispetto. Decise di scoprire cosa nascondeva e approfittare dell'occasione per conoscere la fantomatica setta di eretici. Avrebbe intimato loro di non rivelare a nessuno la visita. La giovane continuava a fissarlo con occhi spauriti; era consapevole del rischio che stava correndo. Sono un figlio di Ubaldino della Pila, tuo signore, e ho fame ment Tano. Conducimi al tuo villaggio! Martina spalanc gli occhi incredula. Dai su. che devo rientrare al castello prima di buio! La ragazza, sollevata per la piega che aveva preso l'incontro. sorrise e chin la testa in segno di obbedienza. I due giovani camminarono per qualche centinaio di passi lungo un viottolo ombreggiato. Martina era davanti e guardava fissa di fronte a s. senza osare di voltare la testa o aprire bocca. Le due caprette trotterellavano ai suoi fianchi. Tano la seguiva e ne studiava con

attenzione la figura snella, le gambe lunghe e dritte, i fianchi proporzionati, la ampie spalle, la lunga chioma rossa che scendeva sulla schiena fluttuando a ogni passo. Procedevano in silenzio: intorno a loro l'armoniosa melodia delle piante e delle bestie che popolavano la foresta, prima del lungo inverno. Dopo una mezz'ora di cammino Martina si ferm e tese il braccio destro dritto davanti a s, come a indicare qualcosa. Tano si fece largo tra le felci e l'affianc. Erano arrivati. Gli parve un tipico villaggio di coloni, con le capanne di legno, gli orti, i fienili, le concimaie e i cani che scorrazzavano intorno alle case. Andiamo disse dopo un attimo di esitazione. Mentre attraversavano il villaggio, uno a fianco all'altro, i catari interrompevano le loro attivit e osservavano increduli il giovane straniero. L'arrivo di un forestiero era un evento pi che eccezionale, ancor pi se questi era un nobile. Tano infatti, nonostante gli abiti strappati e la faccia tumefatta, aveva il tipico aspetto e portamento di un giovane signore: alto e con un fisico muscoloso, lo sguardo fiero e sprezzante. E di villani cos non ne vedevano in giro. Diverso stile di vita e diverse abitudini alimentari protratte per generazioni avevano creato quasi due specie umane distinte. Carne in abbondanza, continui esercizi fisici e una vita agiata avevano forgiato uomini forti, sani e belli. Scarsit di proteine, lavori massacranti e vite di stenti conducevano invece a uomini macilenti, sfibrati, fiacchi e spesso anche deformi. Come paralizzati, gli eretici si limitarono a seguire Tano con lo sguardo, e nessuno os fermalo o rivolgergli la parola. Un gruppetto di bambini corse loro incontro e inizi a saltellare, schiamazzare e tirare Tano per le vesti; infastidito cerc di scacciarli, ma i monelli non erano intenzionati a rinunciare all'incredibile novit che il giovane rappresentava ai loro occhi. Ma il divertimento dur poco, poich tre donne accorsero e li trascinarono via a forza tra strilli e pianti. In sottofondo, sopra le grida dei bambini, l'abbaiare dai cani e lo starnazzare dei volatili, Tano ud chiaramente il soffio dei mantici in funzione e il sordo battito dei martelli sull'incudine. Le narici si riempirono del forte odore di carbone e di ferro fuso, tipico delle fucine. Scorse quindi fumi neri e bianchi che uscivano densi dai forni in muratura adiacenti alle capanne; all'ingresso delle officine erano accatastate grandi quantit di carbone, pile di legname da ardere, e balle colme di minerale ferroso che Ubaldino faceva arrivare dalle miniere della costa tirrenica. Ebbe cosi conferma dell'attivit per cui la comunit era tanto rinomata e apprezzata al castello: la misteriosa arte della lavorazione del ferro, che i fabbri si tramandavano di padre in figlio coi suoi segreti e formule alchemiche. Martina si ferm di fronte a un'ampia capanna. Spinse in dentro la porta e fece segno a Tano di entrare. Una vampata di aria tiepida e densa di odori di erbe cotte lo investi. Dopo che i suoi occhi si abituarono all'oscurit, intravide un tavolo al centro della stanza, vari sgabelli e una marmitta fumante sopra un bracere. Il fumo saliva in alto ordinato e usciva attraverso il fumaiolo, un foro praticalo nel tetto. Una donna senza et girava con abilit l'infuso nella marmitta. Un graticcio di canne intrecciate e pesanti tendaggi dividevano la zona giorno dalle camere e dalla stalla per la pecore. Prima che qualcuno aprisse bocca, la tenda che

dava alle camere fu scostata da un uomo smilzo, con barba e capelli lunghi e grigi; era curvo e aggrappato a un bastone di tasso, altrettanto curvo. Questo signore il figlio di Ubaldino della Pila e ha chiesto ospitalit! disse Martina. Che sia il benvenuto nella nostra umile dimora disse l'uomo con dignit e compostezza. Non mostrava nessuna meraviglia o timore, come se quella visita fosse del tutto usuale. Sorella mia. versa un po' di zuppa per il nostro illustre ospite, e tu Martina va' al torrente a prendere una bacinella d'acqua fresca. Si rivolse cosi all'ospite indicando uno sgabello: Prego, accomodatevi! Tano si mise a sedere, mentre la donna gli allungava una ciotola fumante e un cucchiaio di legno. Martina era gi uscita a prendere l'acqua. Il giovane aveva fame e si avvent sulla zuppa di verdure; l'uomo e la donna lo osservavano in silenzio, studiando ogni suo movimento. Appena ebbe finito poggi la ciotola sul tavolo. Chi siete? domand, trattenendo a malapena un rutto. Mi chiamo Silvano e sono un medico rispose l'uomo col bastone; mia sorella si chiama Eva. Ho ancora fame: della carne secca? Non ne abbiamo, ma possiamo offrirvi del buon vino. Vada per il vino! Eva, con gli occhi inchiodati a terra per non incrociare lo sguardo dell'ospite, riempi di vino una tazza di terracotta e la poggi sul tavolo, vicino alla ciotola vuota. Tano con un movimento improvviso le afferr il braccio destro, e le imped di ritrarsi. Donna, perch eviti il mio sguardo? Ti faccio paura? Questa divenne paonazza e lanci un'occhiata implorante al fratello. Non ve ne abbiate a male intervenne Silvano; Eva timida e riservata: non era sua intenzione mancarvi di rispetto. Nel suo passato ha sofferto molto... Il giovane lasci la presa e la donna si accovacci in un angolo buio della stanza, come a voler scomparire. Tano volse cos lo sguardo all'uomo col bastone. Parlami del vostro Dio! Ci fatto divieto di parlare della nostra religione con gli abitanti del luogo... rispose timidamente Silvano, lisciandosi la lunga barba color cenere con striature giallastre. Io non sono un qualsiasi villano, ma il figlio del tuo signore. Ti ordino di parlare e li assicuro che nessuno verr a sapere di questa visita e del nostro colloquio. Anch'io andrei incontro a severe pene e anzi ti chiedo di non rivelare a nessuno dei tuoi confratelli la mia identit disse l'altro in tono autoritario. Quindi, dopo una breve esitazione: Sono curioso di conoscere il vostro credo, di capire perch vi temono cos tanto... Come preferite disse Silvano chinando la testa. Nei suoi occhi brillava una strana luce e sul viso rugoso e scavato comparve un sorriso di compiacimento. Non ti illudere vecchio! La mia semplice curiosit. Conosco le Scritture Sacre e ho una solida fede in Dio Onnipotente e nella sua Chiesa legittima.

Non ne dubito, mio giovane signore. Silvano aiutandosi col bastone raggiunse una parete in ombra della stanza e da un vecchio baule di legno trasse un rotolo di pergamena e lo porse a Tano. Ecco, questo il nostro testo sacro! Quello, dopo un attimo di esitazione, lo prese e, postolo in grembo, cominci a srotolarlo. Ma il Vangelo di Giovanni. scritto in volgare... non adorate Satana! Dicevate il vero quando avete affermato di conoscere le sacre scritture: quello che tenete in mano proprio il Vangelo di Giovanni. Dovete sapere che noi siamo veri cristiani e adoriamo lo stesso DioOnnipotente annunciato dal Cristo e dai suoi discepoli. Tano Io guardava perplesso. Vedo meraviglia nel vostro sguardo, e ne capisco anche il motivo: su di noi girano storie assurde. Ci accusano dei peggiori crimini e misfatti: di adorare Satana, di sacrificare i bambini, di praticare riti orgiastici e pagani. Sono le falsit che i chierici della Chiesa romana vanno raccontando alla gente semplice per screditarci. In realt ci limitiamo a seguire con rigore il Sacro Vangelo. vero, noi ripudiamo la Chiesa romana, i suoi riti blasfemi, le sue gerarchie corrotte e indegne, le sue regole capziose e lontane dagli insegnamenti di Cristo: ma solo perch leggendo il Vangelo ci siamo resi conto che con quella Chiesa e quei chierici mai avremmo raggiunto il Regno dei Cieli e la salvezza eterna. Riflettete! Come pu impartire i sacramenti e indicarti la retta via un uomo come il Papa, che afferma di essere il Vicario di Cristo in terra, ma in realt si comporta come un principe sanguinario, vive nel peccato, si circonda di concubine, conduce eserciti, lancia crociate, giustifica e incita l'uccisione del prossimo! Come potete pensare di ricevere la salvezza per mezzo di tali uomini? Cosa hanno loro in comune con il Cristo e gli Apostoli? Ci che dici vero, e anche i frati francescani criticano... Ipocriti, sono solo degli ipocriti, dei venduti alla gerarchia di Roma per meglio imbonire il popolo. La loro rettitudine. povert e umilt evangelica solo di facciata, e tra pochi anni non riusciremo pi a distinguerli dagli altri chierici! Tano era confuso e si gingillava nervosamente con le persamente che teneva tra le mani. Mi rendo conto di turbarvi con le mie affermazioni. Vi chiedo scusa per questo e non intendo dirvi altro. Tano fece per rendere il Vangelo al vecchio, ma questi lo respinse. Tenetelo voi! Non niente di sacrilego... solo il Vangelo di Giovanni scritto in una lingua comprensibile a tutti. Nei momenti di pace leggetelo e capirete ci che intendevo dire! Quando vi sarete stancato me lo renderete. Il giovane osservava pensieroso le pergamene che teneva in mano. Effettivamente - riflett - era lo stesso testo usato dai chierici cattolici, e non c'era niente di male nel leggerlo; anche se la Chiesa ne vietava sia la traduzione in volgare, sia la diffusione tra i laici. Improvvise urla e grida provenienti da fuori interruppero le sue riflessioni. Eva e Silvano scambiarono tra loro uno sguardo preoccupato e

si precipitarono fuori della capanna. Tano si limit a scostare il panno che copriva la piccola finestra a fianco della porta: non voleva intromettersi nelle loro faccende e rischiare che si spargesse la voce della sua visita. In mezzo allo spiazzo in terra battuta, proprio di fronte alla capanna, si era assiepata una piccola folla; in mezzo intravide tre uomini con le spade sguainate; li riconobbe come armigeri del castello. Uno di loro teneva per le braccia una ragazza e sbraitava verso i curiosi che si accalcavano intorno. Tano ebbe un sussulto: la ragazza era Martina. Appena fuori dalla porta senti piangere sommessamente la madre: si era gettata in ginocchio e pregava; mentre il vecchio arrancava zoppicando, ma deciso, verso il centro dello spiazzo. Si fece largo tra i presenti a affront i soldati. Ecco finalmente l'eresiarca! lo apostrof l'armigero che teneva la ragazza. Lascia stare mia nipote! Non hai nessun diritto su di lei! Siete voi a non avere diritti: scarafaggi, servi di Satana! Fosse per me, vi arrostirei tutti sul rogo! C' un accordo col tuo signore, e tu devi rispettarlo! Per voi sono io il signore! E dovete ubbidirmi! Io sono il braccio destro di Ubaldino e basta una mia parola per appendervi tutti alla forca! La gente intorno ascoltava in silenzio, con gli occhi bassi; e nessuno osava protestare o cercare di liberare la ragazza, che urlava e si dimenava come un capriolo preso al laccio. La paura li rendeva passivi e accondiscendenti: sembravano un branco di cani bastonati con la coda tra le gambe. Tano prov rabbia e disgusto per il loro comportamento. Erano in molti e se solo avessero voluto... Non temere vecchio, non la prima volta che prendiamo una delle vostre streghe. Prima o poi doveva toccare anche alla tua bella nipote. Avverr come le altre volte: ci divertiamo un po' e poi te la riportiamo tutta intera! Maledetti, siete dei malvagi! Brucerete all'inferno! Approfittate della vostra posizione per sopraffare i deboli! State in guardia perch prima o poi si verr a sapere dei vostri delitti, che fate la cresta su tutti i tributi che versiamo, e vi arricchite alle spalle del vostro signore! Taci vecchio diavolo! Uno dei soldati lo colp violentemente con il piatto della spada. Silvano stramazz al suolo tramortito, con la tempia macchiata di sangue. Tano dentro la capanna fremeva di rabbia. Quei tre corrotti infangavano il nome della sua famiglia e taglieggiavano questi poveracci alle spalle di Ubaldino. E poi quella ragazza: lui l'aveva rispettata e non sopportava che quei sudici bastardi la prendessero con la forza davanti ai suoi occhi. Ma era incerto su cosa fare. Mentre pensava si sfregava nervosamente la zanna di cinghiale che portava al collo, come se l'amuleto potesse indicargli la giusta soluzione. L'istinto lo portava a uscire allo scoperto, smascherare quei traditori e trascinarli di fronte a Ubaldino; la forca era la pena pi mite che li aspettava. Ma se lo faceva doveva spiegare la sua presenza nel villaggio: ed erano previste dure pene per chi intratteneva rapporti con i palatini del Coppo: potevano addirittura accusarlo di eresia, ripudiarlo e bandirlo dalla consorteria!

Adalasia non aspettava altro. Al solo pensiero sud freddo e un brivido gli percorse la schiena. L'umiliante processo che aveva subito appena il giorno prima era pi che sufficiente; e non era proprio il caso di aggravare ancor pi la sua gi precaria posizione. Ma non poteva neanche rimanere indifferente a un tale sopruso: andava contro il suo codice d'onore. Ruppe gli indugi. Afferr l'inseparabile arco, che aveva poggiato alla parete della capanna, lo incord, sleg il cappuccio della faretra ed estrasse tre frecce. Usc dalla capanna senza fare rumore e si incammin lentamente verso il centro dello spiazzo. Dalla parte opposta i tre manigoldi, con le spade spianate. stavano arretrando verso il loro mulo. L'animale era gi carico con gli utensili metallici e ai piedi erano state scaricate le balle di carbone e di ferro grezzo destinale ai fabbri. Il capo dei tre armigeri, Marco, si era issato la ragazza sulle spalle come un sacco di grano e le bloccava le gambe con il braccio sinistro mentre col destro impugnava la spada. Al passaggio di Tano la folla di eretici si apr in silenzio. come acqua di superficie solcata da una pinna di squalo. Non appena i tre lo scorsero, si bloccarono e rimasero di sasso. Lasciate la ragazza! url il giovane. Ma ser Tano si giustific uno di loro, solo un'eretica... Ci vogliamo solo divertire un po' aggiunse Marco, senza far del male a nessuno! Ma che vi successo alla faccia? Vi hanno forse aggredito questi demoni? Tano senza prestare loro ascolto incocc la freccia e la punt dritta verso il loro capo. Avete tradito e infangato il nome degli Ubaldini! Vi siete impossessati di beni che non vi appartengono! E per questo non avete diritto a vivere! Al termine della frase il braccio destro si pieg all'indietro all'altezza dell'orecchio trascinandosi la corda; l'arco si tese; la freccia arretr; sicch, appena le due dita che tenevano la corda si distesero, con uno schiocco secco, l'arco torn dritto, la corda al suo posto, e il dardo inizi la sua inesorabile corsa verso il bersaglio, posto a poco meno di cinquanta passi. Un fiotto di sangue usc dalla bocca spalancata di Marco, mentre le mani presero ad armeggiare convulsamente attorno alla gola per tamponare il rivolo di sangue che usciva e togliere il dardo che aveva trapassato da parte a parte il collo; ma in questo modo non resse pi il peso della ragazza che gli caracoll addosso trascinandolo a terra. I due armigeri rimasti impiegarono alcuni istanti per capire cos'era accaduto; quindi gettarono la spada a terra e presero a scappare a gambe levate. Ma Tano non voleva testimoni. e le sue frecce li raggiunsero implacabili alle spalle facendoli stramazzare al suolo senza vita. La folla fissava il giovane con rispetto e timore. Chi il vostro capo? domand Tano. mio zio, ma non si ancora ripreso! Tano si gir verso la voce femminile che aveva parlato e scorse Martina chinata sul vecchio ancora svenuto. I loro sguardi si incontrarono per la seconda volta, e di nuovo prov un senso di disagio e attrazione per la giovane eretica.

Parla pure con me e io riferir a mio zio quando torner in s. Ma sei una donna! Nella nostra comunit le donne hanno gli stessi diritti degli uomini. Parla liberamente. [| giovane si guard attorno e vide che nessuno dei presenti aveva niente da ridire. Si decise quindi a parlare, ma non si fidava a trattare solo con una donna; alz cos la voce per essere udito dalla maggior parte dei presenti. Mi chiamo Tano e sono il nipote di Ubaldino della Pila. Ho ucciso quei tre soldati perch erano dei corrotti e traditori; ma secondo la legge avrei dovuto portarli dinanzi a mio zio affinch fosse lui a giudicarli e punirli. Non l'ho fatto perch avrei messo nei guai sia me che voi, poich tutti noi abbiamo violato le regole. Io rischio una pena corporale e la disapprovazione dei miei familiari, ma voi molto di pi. Quindi per il nostro bene comune vi chiedo di non riferire quanto oggi accaduto. Nascondete i tre cadaveri e sbarazzatevi del mulo e di ogni altra prova. Se qualcuno chieder di loro dite che non li avete pi visti dall'ultima volta! Faremo come desiderate rispose Martina. Si alz in piedi e si avvicin a Tano, vi ringrazio per quanto avete fatto oggi per me sussurr, non eravate obbligato a... L'ho fatto per tutelare il nome e i beni della mia famiglia. Non potevo tollerare un tale affronto. Che Dio vi benedica! aggiunse la ragazza, ancora con le guance rosse e rigate di lacrime. Ma perch nessuno intervenuto in tuo soccorso? domand d'improvviso Tano. Erano solo in tre e agivano contro la legge! Ges Cristo con la sua testimonianza ci ha insegnato a rifiutare la violenza, a porgere l'altra guancia, ad amare il proprio nemico e carnefice, a non servirsi in nessun caso della spada! Ma assurdo! Siete solo un branco di vigliacchi senza onore! Leggete le Sacre Scritture con il cuore aperto e sincero; allora troverete la vera strada per il Regno dei Cieli! Tano la fiss con uno sguardo adirato per alcuni istanti, senza rispondere; quindi le volt le spalle, recuper le sue frecce e senza girarsi indietro imbocc il viottolo che portava a meridione, verso il castello. Martina lo vide allontanarsi all'orizzonte per poi sparire dietro una curva.

4
Come sta il prigioniero? domand Tano al soldato che piantonava il giaciglio del mercante fiorentino. Era appena rientrato dal rocambolesco incontro con la comunit di patarni. rimasto privo di sensi tutta la notte, spesso lamentandosi e gemendo. Da questa mattina sembra star meglio. Forse ha superato il momento critico. Ubaldino passato a vederlo? No, ma ha chiesto informazioni... Maledetto te e tutta la tua famiglia! disse una voce tremolante e debole, che pareva venir dall'oltretomba. Vedo che ti stai rimettendo, vecchio! disse Tano. Cerca di non

morire perch da morto non vali niente! Ti conviene uccidermi subito perch - quant' vero Iddio - non avr pace finch non ti vedr cadavere! Dai, non te la prendere cos! Per una freccia e qualche soldo di meno... Marco, mio figlio... il mio unico figlio maschio era con il convoglio... l'avete ucciso come un cane! Vinciguerra non riusc a trattenere le lacrime. Non siete altro che maledetti banditi, bestie sanguinarie! Finirete tutti sulla forca! Ci spiace per tuo figlio, ma la responsabilit solo vostra! proruppe una voce tonante da dietro le spalle di Tano. Il giovane si volt e vide Ubaldino sull'uscio. Voi mercanti fiorentini prosegu il reggente, siete liberi di attraversare i valichi appenninici solo con il nostro consenso e pagando i dazi previsti! cos semplice! Per la foga le gote si erano avvampate. Il tuo arrogante Comune non ha nessuna giurisdizione qui e i suoi cittadini devono rimettersi alla nostra autorit! La signoria degli Ubaldini su queste terre stata riconosciuta dall'Imperatore. Abbiamo diplomi imperiali sia del grande Barbarossa, che dell'imperatore Federico; l'ultimo risale appena a quattro anni fa. Siete voi i banditi e gli aggressori! Quindi si calm e poggi la pesante mano sulla spalla di Tano. Per quanto accaduto ieri, questo giovane, bench irruente, non un bugiardo. Mi ha raccontato che voi per primi avete alzato le anni rifiutandovi di rimettervi alla sua protezione come legittimo rappresentate degli Ubaldini. Non forse cosi? Vinciguerra non rispose e gir il volto verso il muro invocando il nome del figlio perduto. inutile parlare con questo scosse la testa Ubaldino. Cerchiamo di tenerlo in vita fino al giorno del riscatto! Il notaio ha preso informazioni sul suo conto: un ricco mercante e la sua famiglia lo pagher a peso d'argento! sogghign. Tano fece una smorfia di fronte all'ironia amara di Ubaldino, che per tutta risposta gli tir una pacca sulla schiena cos forte da farlo barcollare. Svegliati ragazzo! Ti ho confiscato la merce, ma non l'ostaggio! Secondo la consuetudine ti spetta la met del riscatto! Tano lo guard esterrefatto, non credeva alle sue orecchie. Quindi cerc subito di approfittare. E per i miei masnadieri? Tu non hai masnadieri! lo riprese duro Ubaldino. Tano si morse un labbro e abbass lo sguardo. Quei quattro bifolchi sbarbati sono miei servi e come tali solo a me devono rispondere. E si faranno una settimana di gabbia come ho pubblicamente dichiarato. Ma non giusto. Sono io che li ho trascinati in quell'impresa! Tu sei un Ubaldini. Loro sono niente. E ci giusto perch rappresenta l'ordine stabilito da Dio disse serio Ubaldino. Quindi, senza consentirgli replica alcuna, lo prese sotto il braccio e lo trascin verso l'uscita. Ma piuttosto, come ti sei conciato cosi? E stato un duro addestramento! tagli corto l'altro, proteggendosi gli occhi dal sole di mezzogiorno, insolitamente forte per la stagione. Bene. bene. Hai tutte le qualit per diventare un grande cavaliere. Ne hai la stoffa, e da oggi anche le risorse... Sicch Ubaldino si gir di scatto

verso Tano. che a stento sostenne lo sguardo dei suoi occhi, due strette fessure sormontale da folte sopracciglia a spiovente, e di un celeste sempre un po' velato per l'enorme quantit di acquavite che trangugiava. Ma rifletti bene su ci che ti sto per dire. Nel mondo di oggi il vero potere non sta nella spada e nella forza. Certo queste sono importanti per affermarsi, accumulare ricchezze, ottenere gloria e farsi giustizia... ma il potere sugli uomini, quello vero, lo si ottiene con altri mezzi. Guarda mio fratello Ottaviano, e poi pensa a me. Io dopo una vita di battaglie, cavalcale e importanti incarichi pubblici, mi ritrovo a quarantacinque anni a essere un ricco signore di queste terre... forse, chiss, potrei diventare anche conte. Mai per riuscir a eguagliare in ricchezza, potenza e prestigio un principe della Chiesa come Ottaviano! Tra il chierico e il cavaliere chi comanda veramente il primo. E poi non pensare che la loro vita sia priva di emozioni! Mio fratello, come cardinale e legato pontificio in Lombardia, comanda eserciti di migliaia e migliaia di soldati. Tu non puoi immaginare! Tano rimase senza parole: se non aveva capito male, il signore di Montaccianico gli proponeva una carriera ecclesiastica; non aveva mai preso in considerazione una tale prospettiva, al di l della sua portata e dei suoi interessi. Una domanda gli sorse spontanea. Perch offri questa opportunit proprio a me? Non sono tuo figlio, n tuo nipote di primo grado. Ci che dici vero... abbozz Ubaldino facendo trapelare un attimo di esitazione; ma durante questi anni prosegu, ti ho seguito attentamente e sono convito che tu sia l'unico della tua generazione con il talento necessario per diventare qualcuno! Paganello un ottimo soldato, valoroso e forte, ma purtroppo gli manca il cervello. Federico e Braccioforte sono due boriosi, buoni solo a bere, sbraitare e fottere contadine. Ruggeri invece molto intelligente e determinato, ma non ha carisma e difficilmente uguaglier mio fratello. Di Otto poi non so proprio cosa pensare. Tu invece hai tutte queste doti. Vedo l'ascendente che hai sui tuoi compagni! Rappresenti una risorsa per la consorteria, una risorsa da valorizzare al meglio! Tano non rispose e chin la testa spaesato: non sapeva cosa replicare. Si riteneva un buon cristiano timoroso di Dio; teneva alla salvezza della sua anima, e si comportava di conseguenza, rispettando la Chiesa e i suoi chierici. Ma sinceramente mai aveva preso in considerazione di prendere gli ordini: oltre ad essere fuori dalla sua portata, non si sentiva adatto per quella strada, e aveva sempre biasimato chi usava l'abito da chierico per accumulare ricchezza e potere. Per lui un uomo di chiesa non doveva sporcarsi le mani con le guerre e gli intrighi politici, ma vivere secondo il Vangelo, con umilt e semplicit. E lui si conosceva: non era pronto a una vita n ascetica fuori dal mondo, n tanto meno in mezzo ai poveri e ai bisognosi. Sarebbe stato un pessimo chierico. Rispettava e stimava il cardinale Ottaviano per ci che era riuscito a diventare, ma - almeno da come ne parlavano - non lo riteneva un uomo vicino a Dio. Aveva maturato questi pensieri osservando e frequentando i frati minori dell'Ordine di San Francesco, la loro testimonianza nella vita di ogni giorno vicino ai deboli e agli oppressi, come indicava il Sacro Vangelo.

Aveva confidato questi suoi pensieri solo a fra'Anselmo, un vecchio e saggio frate del vicino romitorio francescano di Bosco ai Frati. Si recava spesso a trovarlo per confidarsi e pregare. Lo aveva eletto a sua guida spirituale poich solo con lui e gli altri frati del piccolo romitorio si sentiva veramente vicino a Dio. Non poche volte negli anni precedenti, durante momenti di sconforto e tristezza, aveva pensalo di entrare nell'Ordine e consacrare la vita a Dio. Fratello Anselmo gli aveva raccontato che lo stesso Francesco d'Assisi alla sua et era un giovane simile a lui: imbevuto dei romanzi cavallereschi provenzali e bretoni, e bramoso di armarsi cavaliere per rincorrere avventure e gloria. Ma poi durante una spedizione militare invece della gloria terrena e della dignit cavalleresca, trov Dio e divenne un suo cavaliere, il suo miglior cavaliere, scambiando la spada con la preghiera, l'odio con l'amore, le armi terrene con quelle celesti. Le parole del vecchio lo avevano colpito nel profondo e spesso gli tornavano alla memoria: Francesco stato chiamato a Dio che ne ha fatto il migliore dei suoi cavalieri, per riaffermare in questo tormentato mondo il suo messaggio evangelico. Pu darsi che anche tu sia un suo prescelto! Ma Tano con il passare del tempo si era convinto che l'Altissimo avesse altri disegni per lui. A che scopo altrimenti gli avrebbe donato un fisico atletico, una grande abilit nell'uso delle armi e una mente pronta e acuta? Consigliato anche da Anselmo, aveva cosi deciso di assecondare la sua natura: sarebbe diventato un grande guerriero e avrebbe usato la spada, non solo per acquisire gloria e ricchezza personali, e accrescere la potenza e il prestigio della famiglia, ma anche per costruire un mondo migliore secondo i valori del Vangelo. Quando diverrai cavaliere lo aveva rassicurato il frate, e io te lo auguro con tutto il mio cuore poich sei un giovane timorato di Dio e meritevole, saremo entrambi guerrieri di Cristo, anche se con diversi campi di battaglia, armi e nemici. Lo scorrere dei pensieri fu interrotto dalla voce cavernosa di Ubaldino che rimbomb nelle sue orecchie. Rifletti su ci che ti ho detto. Comunque sappi che la famiglia, pi che di braccia armate, ha bisogno di protettori altolocati, inseriti nei centri del potere: la Chiesa e l'Impero. La competizione con Firenze sar sempre pi aspra e ogni giorno che passa quella maledetta citt diventa pi potente, avida e bramosa di terra. Da soli potremo vincere qualche battaglia, ma la guerra a lungo andare ci vedr comunque sconfitti! Te lo dice un uomo che ha dedicato tutta la vita al mestiere delle armi e non si mai tirato indietro di Ironie a qualsiasi nemico. Quindi, vedendo il nipote corrucciato e silente, cambi discorso. Ma non occorre che tu decida ora, ti chiedo solo di rifletterci attentamente. Ne riparleremo con Ottaviano che presto verr a trovarci. Tano trasal al sentire evocare cos spesso il Cardinale. La sua figura lo intimoriva e lo affascinava al contempo. Lo aveva incontrato solo poche volle - diversi anni prima, quando era ancora piccolo - e in occasioni formali. Non si rammentava un granch. L'unico vago ricordo era un senso di disagio. Mai lo aveva visto sorridere o lasciarsi andare. L'atteggiamento era sempre regale e controllato. Lo sguardo torvo e cinico. I suoi occhi lo scrutavano in modo strano, tra il curioso e il distaccato, come a voler violare la sua mente e carpirne i pi reconditi pensieri. Presto lo avrebbe

di nuovo incontrato e probabilmente avrebbero parlato del suo futuro. La sola idea lo inquietava. Toh! Finalmente arrivato il nostro medico! esclam Ubaldino interrompendo i pensieri del giovane. Un uomo sul dorso di un mulo e coperto da un lungo mantello rosso aveva appena oltrepassato la porta del cassero. Dopo brevi convenevoli ser Roberto fu introdotto nelle scuderie dove alloggiava provvisoriamente il prigioniero lerito. Pochi ed esperti gesti bastarono per la diagnosi. Gli tast il polso, guard contro luce le urine raccolte in un apposito vaso allungato e consult dei libri consunti. Sono ottimista, ma per sicurezza mi consulter con il magister Aldo... Non voglio sentire pronunciare quel nome maledetto! sbrait Ubaldino strattonando malamente il medico per il mantello. Che razza di medico sei? Voglio un responso subito e veritiero! Dio con lui... vivr farfugli con scarsa convinzione Roberto, ancora scosso dalla reazione del reggente. Continuale a pulire la ferita con lo stesso composto di erbe prosegui cercando di risistemarsi l'abito, e cambiate le bende una volta al giorno. Bravo disse soddisfatto Ubaldino. Cos ti voglio: pronto e sicuro! Sicch avvolse le spalle del medico con il possente braccio destro. Temevamo di perdere una fortuna con la sua vita! Dobbiamo festeggiare questa bella notizia. Seguici in cucina per il pranzo! Dopo, Tano ti riaccompagner a Sant'Agata. Il viso del medico si illumin come una torcia e, dimentico dello screzio precedente, segu i due all'interno del palazzo. Sant'Agata sul Cornocchio, il borgo intitolato alla martire catanese, distava solo poche miglia dal castello di Montaccianico. Era un villaggio aperto di notevoli dimensioni, il pi grande del piviere. Gli abitanti erano per lo pi dediti all'agricoltura, tanto che lungo i due torrenti che lambivano il villaggio si contavano ben tre mulini. Numerose erano anche le botteghe artigiane, soprattutto di vasai, falegnami e calzolai. Era situato ai piedi dell'Appennino, lungo la principale via di collegamento tra Firenze e Bologna; e per il gran via vai di pellegrini, mercanti e viandanti, erano sorti molti luoghi di ristoro; il pi importante era l'ospitale, un grande edificio interamente in pietra che sorgeva imponente ai piedi della chiesa, tra i due torrenti che costeggiavano il borgo a occidente. Il villaggio era poi dominato da una piccola rocca posta su un vicino colle e presidiata da un castellano degli Ubaldini. I signori di Montaccianico, per, non avevano il pieno controllo di Sant'Agata e non tutti gli abitanti erano loro fedeli. Molti uomini erano ancora legati alla nobile e antica famiglia dei Suavizzi che risiedeva nel vicino castello di Ascianello. I Suavizzi al tempo dei grandi marchesi di Tuscia rappresentavano una delle pi potenti famiglie del contado di Firenze, con terre e castelli sparsi ovunque: dal Chianti al Valdarno. dalla Val di Pesa alla Val di Sieve. Tuttavia durante il secolo precedente la consorteria era implosa e decaduta rovinosamente, come una torre d'argilla. Alcuni dei Suavizzi si erano trasferiti a Firenze, ne avevano acquisito la cittadinanza e si erano dati alla mercatura; altri si erano ritirati nei castelli del contado, rima-

nendo per isolati e deboli. In Mugello il loro principale castello rimasto era quello di Ascianello, dal quale avevano finito per prendere il nome; e tutti ormai li conoscevano come i d'Ascianello. Nel piviere di Sant'Agata gli uomini ancora fedeli agli antichi Suavizzi. con le loro dimore e possedimenti, erano concentrati sul versante occidentale del Cornocchio e rappresentavano una piccola isola circondata dal mare dei possedimenti e degli uomini degli Ubaldini. Tano e il medico si separarono sul sagrato della pieve. Roberto prosegu verso l'ospitale, mentre Tano, legato il ronzino dalla chioma rasata a una staccionata, entr in canonica. Aveva il gravoso compito di riferire a Gianni la decisione di Ubaldino, anche se in cuor suo nutriva concrete speranze di trovare una soluzione; il tempo non mancava. Il portone d'ingresso era socchiuso. Tano varc la soglia. II cortile interno, un giardino ben curato con una notevole variet di alberi da frutto e fiori, era deserto. Indeciso sul daffarsi. il giovane si port al centro del chiostro, nei pressi del pozzo rotondo, per vedere se riusciva a scorgere qualcuno. Ser Tano, fiosso esservi d'aiuto? Salve Maria, passavo di qua e... ho pensato di salutare Gianni. La compagna del padre di Gianni, il diacono Aldo Stabili da Lucca, pos la bacinella ricolma di panni sporchi, si spolver l'abito e fece segno al giovane di seguirla. Era piccola e piena come un pigna, e sul capo aveva una gran massa di capelli ricci che la cuffia a stento riusciva a contenere. Tano not come nel camminare con piccoli passetti muoveva graziosamente gli ampi fianchi. Durante il breve tratto, si gir verso il giovane con un sorriso amichevole. Il Magister sta riposando. Gianni invece dovrebbe essere nella sala lettura. Trovarono il figlio del chierico a un leggio, chino sopra un rotolo di pergamena. Il troppo studio infiacchisce il fisico e fa venire strane idee! lo canzon Tano. Gianni distolse lo sguardo dal rotolo, stropicciandosi gli occhietti furbi e impertinenti, di un azzurro penetrante. Mi aiuta a comprendere meglio il mondo in cui viviamo e a fare le scelte giuste! Va a finire che prenderai la strada di tuo padre! La medicina e l'astrologia non mi interessano... e tu lo sai bene! Io e te abbiamo un altro destino! Pu darsi... sorrise Gianni, pensando agli ambiziosi progetti di Tano; quindi i suoi occhi focalizzarono meglio l'amico. Ma cosa hai fatto alla faccia? Non mi sembrava ti fossi ferito cosi nell'assalto al convoglio. Paganello... Non corre proprio buon sangue tra voi. eh? Alla fine lo uccido, oggi c' mancato poco! Bravo, cos Ubaldino ti stacca la testa. Piuttosto, andiamo nel campo dietro la chiesa che ti faccio provare il mio nuovo arco! I due giovani raggiunsero uno spiazzo a mezzogiorno della canonica, dove Gianni aveva costruito una sagoma umana in paglia e corda, da usare come bersaglio per l'arco. Ieri nella foresta stata la prima volta per te? butt l Tano mentre

incordavano gli archi. Gianni rimase in silenzio, come non avesse udito la domanda. Ouindi alz lo sguardo verso l'amico facendo un cenno col capo. Sul volto il solito sorriso stirato a denti stretti. Come ti senti? lo incalz Tano. Turbato. Non ho chiuso occhio tutta la notte. Uccidere un tuo simile una cosa innaturale. Nessun animale arriva a tanto... solo l'uomo! Non buttarla in filosofia! Cosa c'entrano gli animali coi cristiani? La reazione dei mercanti era inaspettata e ci ha colto alla sprovvista, ma prima o poi doveva capitare! Cosa? Che i mercanti si ribellassero? No, che tu e gli altri uccideste qualcuno in battaglia... ormai siete adulti e pi in l un uomo vive quest'esperienza. pi stupidi rimorsi lo assalgono! Un buon soldato deve essere pronto a uccidere senza esitazione! lo non sono un soldato! Lo diventerai. Sei il miglior arciere del piviere e forse di tutta la valle disse perentorio Tano. Strinse i pugni e spalanc gli occhi verso il cielo, lo. tu e gli altri daremo vita a una societ di guerrieri, andremo a combattere in giro per l'Italia, diventeremo ricchi e potenti. Volt poi lo sguardo verso l'amico e lo strinse per le spalle scuotendolo. Ma per questo progetto ho bisogno di te! Del tuo cervello e delle tue braccia... Prima per devi battermi con l'arco! ribatt l'altro sorridendo a tutta bocca e divincolandosi dalla presa di Tano. Mentre scagliava le frecce verso il pupazzo di paglia. Tano ricord l'arringa che Ubaldino aveva indirizzato a lui e agli altri cadetti in occasione del loro primo duello mortale, quel lontano pomeriggio di primavera. Oggi un grande giorno, per voi e per tutta la famiglia aveva cominciato il signore di Montaccianico con le mani sui fianchi e il petto in fuori: mentre gli occhietti celesti scrutavano i cadetti in fila di fronte a lui. Per la prima volta affronterete degli uomini in uno scontro all'ultimo sangue. Ormai siete tutti tra i dodici e i tredici anni, e questa l'et giusta per iniziare a uccidere! Per essere dei validi guerrieri non basta essere forti, coraggiosi e possedere una buona tecnica militare: occorre anche esser capaci di uccidere come lupi famelici, a cuor leggero, senza piet e rimorsi. Chi arriva all'et adulta senza aver mai ucciso non sar mai un vero guerriero! Tano ricordava di non essere riuscito a staccare lo sguardo dal mucchio di spade ammassate ai loro piedi, rilucenti ai raggi del sole primaverile. Oggi non combatterete contro dei veri soldati. Non siete ancora pronti e verreste fatti a pezzi come cani! Vi allenerete con questi bifolchi condannati a morte. Pezzenti che non hanno niente da perdere. A loro daremo bastoni. Le spade a terra sono per voi. Dimostratevi degni di portare il nome degli Ubaldini! D'improvviso, senza neanche rendersene conto, Tano si era trovato di fronte uno dei villani. In altezza lo superava di una testa nonostante fosse un po' ingobbito; era pelle e ossa, come se lo avessero ciucciato le streghe, e avanzava verso di lui goffamente, ma con determinazione. In mano brandiva minacciosamente un lungo e nodoso bastone di tasso. Aveva capelli e barba lunghi, marroni e crespi, con due occhi neri e lucidi.

L'odore che emanava era terrificante. Il bifolco aveva cercato subito di colpirlo col bastone, approfittando del pi ampio raggio d'azione della sua arma. ma lui aveva parato tutti i colpi. Nonostante l'apparenza. quel tipo aveva ancora forza in corpo, e le sue bastonate lo raggiungevano con vigore e precisione. Solo alcuni giorni dopo lo scontro venne a sapere che Ubaldino per motivare i bifolchi al combattimento aveva promesso loro la libert in caso di vittoria. Tano si difendeva dagli attacchi dell'avversario e con fredda pazienza aspettava il momento giusto per contrattaccare; e quel momento era arrivato presto. Al quinto affondo il villano aveva abboccato a una finta e si era sbilanciato in avanti rimanendo scoperto. Il giovane, colta al volo l'occasione, aveva affondato la lama di punta nel ventre del nemico, per poi subito ritrarsi e tornare in posizione di guardia, come aveva provato centinaia di volte contro il palo. Il bifolco si era accasciato a terra rantolando e reggendosi con le mani il fianco squarciato, mentre lui lo osservava esterrefatto, con i muscoli tesi e bloccati. Finiscilo! gli aveva urlato Ubaldino. Aveva volto lo sguardo al signore di Montaccianico che gli urlava, ma non riusciva a capire cosa. La testa gli ronzava. il cuore gli batteva all'impazzata, la vista si era annebbiata e sentiva la spada tremargli nella mano. Mentre Ubaldino continuava a inveire, con la coda dell'occhio aveva scorto il bifolco rialzarsi e avanzare verso di lui con il bastone in mano, la bocca storpiata in una smorfia di dolore e gli occhi ricolmi di odio. Oliando ormai il bifolco lo aveva raggiunto, Ubaldino, con due falcate, era piombato su di loro. Con un pugno aveva steso il villano, come fosse un fuscello, quindi, tenendolo schiacciato a terra con lo stivale, aveva afferrato per il camiciotto e alzato di peso Tano. Devi ucciderlo! Hai capito piccolo bastardo? inutile saper combattere se non hai il fegato di uccidere. Se non lo fai non diventerai mai un guerriero e finirai i tuoi giorni in un tugurio come quello smidollato di tuo padre! Dimostrami che nelle tue vene scorre il sangue degli Ubaldini! Cos urlando. Ubaldino lo schiaffeggiava e gli sputava addosso. Aveva subito per uri tempo imprecisato. Poi qualcosa era scattato. Una rabbia indicibile gli era montata dentro sino a pervaderlo e farlo reagire. Aveva morso con tutta la sua forza la mano che lo sollevava da terra, costringendo Ubaldino a mollare la presa. Quindi, appena toccata terra, aveva raccolto la spada e come una furia l'aveva conficcala nel volto del bifolco che, immobilizzato dal piede di Ubaldino. lo guardava impotente. In cambio, un'ondata di sangue caldo lo aveva investito in pieno volto. Questo bifolco segaligno con una condanna a morte sul capo era stato il primo uomo che aveva ucciso; e nel suo volto per la prima volta aveva scorto quell'inconfondibile smorfia che si stampa nelle facce di coloro che muoiono di morte violenta, e che solo chi li uccide, mentre li uccide, riesce a cogliere veramente. Tano e Gianni si allenarono con l'arco per tutto il pio- meriggio. Solo al termine dell'addestramento, il primo trov il coraggio di raccontare all'amico gli sviluppi della bravata del giorno prima. Ma sono sicuro che riuscir a trovare una soluzione per evitarvi la gabbia! Abbi fiducia, ne va

del mio onore! concluse Tano imbarazzato. Avevo il presentimento che sarebbe andata a finire male, e guarda caso quelli che ci rimettono sono sempre i soliti! protest stizzito Gianni, arricciando il naso. Abbiamo ancora alcuni giorni e sono disposto a tutto pur di evitare questa ingiustizia. Tu lo sai. Per il mio futuro di cavaliere era essenziale trovare quei soldi... Sono stanco di questo posto e di questa gente! Tano lo prese per le spalle e lo fiss serio negli occhi.Vi sar sempre riconoscente per l'aiuto che mi avete dato. Io vi ho trascinato in questa avventura, e io vi tirer fuori. Siete miei fratelli d'arme: sono disposto a morire per voi! Lo sai bene questo. Alle strette chieder la grazia al Cardinale! Gianni! esclam una voce da lontano. Il diacono Aldo Stabili procedeva a lunghe falcate verso i due giovani, seguito dalla governante Maria, che con le gambe corte e tozze a fatica teneva il passo del compagno. Era un uomo sulla cinquantina, alto oltre la media e magro. Teneva i capelli biondicci rasati come il figlio e una barbetta corta, irregolare e intervallata da vaste macchie di alopecia, ne rivestiva il viso, affilato e tagliato in due da un imponente naso aquilino, lo stesso naso di Gianni. Hai raccolto le piante di mandragora che ti avevo richiesto? domand non appena li raggiunse, puntando i suoi occhi infossati e magnetici sul figlio. S padre, le ho messe sul tavolo della cucina. Hai usato gli accorgimenti che ti avevo indicato per estrarle dal terreno? S padre. A piedi nudi, in silenzio e senza l'aiuto di nessun arnese di ferro. Bene rispose compiaciuto il chierico. Hai portato con te anche Simeone? S. e gli ho spiegalo come fare. Mi apparso interessalo... Molto bene. Tuo fratellastro viene su bene. ancora piccolo, ma sveglio e motivato, e sono sicuro che diventer un grande medico e astrologo come suo padre! Il tono polemico e provocatorio usato dal chierico lasci indifferente Gianni, ormai avvezzo alle sue punzecchiature. Ho saputo che tra qualche giorno arriver il Cardinale prosegui Aldo voltandosi verso Tano. che non aveva ancora degnato di uno sguardo. S, vero rispose quello che conosceva il carattere scontroso e i modi bruschi del padre di Gianni. Ubaldino sta organizzando i preparativi di persona prosegu il giovane. Ci sar una grande festa al castello in suo onore. Sono attese centinaia di ospiti da tutta la valle... Ma io non sar tra quelli! disse acido Aldo, portandosi istintivamente le mani alla stoffa consunta e scolorita che gli avvolgeva il collo. Per certo quell'orso zotico di tuo zio non mi vorr tra i piedi! Padre! Tieni a freno la lingua... disse Gianni, mascherando l'imbarazzo dietro un sorriso forzato. Se ti trovi qui, con un tetto sicuro sopra la testa e ci di che sfamarti lo devi alla generosit di Ubaldino!

I servigi di medico e astrologo che rendo a lui e alla comunit di Sant'Agata sono pi che sufficienti per ripagare l'umile carica di diacono e la misera ospitalit che mi concede. Cos dicendo si volt, e senza salutare torn sui propri passi, con dietro Maria che lo seguiva trotterellando. Gianni apr le braccia desolato e scosse la testa. Non ti preoccupare, conosco tuo padre sorrise Tano. Altre sono le sue qualit. Aldo Stabili era conosciuto come il medico e l'astrologo pi potente di tutta la valle. Ogni giorno decine di persone, di ogni et e rango, raggiungevano la pieve di Sant'Agata per incontrarlo. Provenivano da tutto il Mugello e anche dalle valli vicine. Alcuni, pur di esser ricevuti, si accampavano sul sagrato della pieve e nei campi attorno per giorni e giorni. La pubblica fama gli attribuiva poteri straordinari nel campo della medicina e della profezia. Tramite una profonda conoscenza delle erbe e lo studio dei corpi celesti e dei loro influssi sugli esseri viventi della terra, sia vegetali che animali, riusciva a curare ogni tipo di malanno e vedere nel futuro delle persone. I suoi consigli erano preziosi come l'oro e da tutti era conosciuto come il "Magister" per antonomasia. Era originario di Lucca. Per vari anni aveva esercitato la sua professione girovagando tra le citt dell'alta Toscana, fin quando non aveva conosciuto Ubaldino della Pila ed era entrato al suo servizio. Si era trasferito con la famiglia al castello di Montaccianico ed era divenuto il medico e l'astrologo personale del reggente. Ubaldino non muoveva un dito senza prima consultarsi con il Magister. Tra loro vi era una grande intesa: erano entrambi uomini schietti, di maniere spicce, caparbi e orgogliosi. Un giorno per il loro rapporto di amicizia, in modo improvviso quanto inaspettato, era mutato in un profondo sentimento di odio e rancore. Nessuno sapeva le ragioni precise del diverbio, anche se correva voce che l'origine di tutto fosse stata l'interpretazione di un sogno che pi volte aveva turbato le notti di Ubaldino. Il rapporto tra i due era gi logoro per l'incapacit del Magister di curare la miopia galoppante che ogni giorno indeboliva sempre pi la vista del suo signore. Aldo si era prodigato con ogni sua scienza per aiutarlo, ma invano. La vista di Ubaldino continuava progressivamente e inesorabilmente a calare. A niente erano valsi gli impacchi di erbe medicinali, l'uso di unguenti ricavati dal cervello di aquila, o l'aver tenuto appeso al collo per mesi e mesi quattro pupille di falco essiccate e avvolte in una pelle di lupo. Ubaldino - sobillato dalla moglie, dal notaio Lupini e da altri componenti della corte ostili al Magister e invidiosi dell'influenza che esercitava al castello - aveva finito per perdere fiducia nelle capacit e nella lealt di Aldo, e un bel giorno, dopo un litigio furibondo, lo aveva scaraventato a terra e quasi soffocato con le sue possenti mani avvolte in guanti di ferro. Aldo per settimane non era riuscito a parlare e ancor oggi, a ricordo di quella serata, portava sul collo il segno di quelle mani ferrate. Da allora Ubaldino non aveva voluto pi vederlo, n sentirne pronunciare il nome. Lo aveva allontanato dal castello, ma in nome della vecchia amicizia e del prestigio che ancora il Magister godeva nella vallata gli aveva consentito di stabilirsi nella pieve

di Sant'Agata col titolo di diacono. Tano e Gianni richiusero alle loro spalle la massiccia porta della canonica e si diressero verso il ronzino che il primo aveva montato per raggiungere il borgo. Mio padre non demorde si sfog Gianni. convinto che io debba seguire la sua professione! Dice che Dio mi ha fornito di un cervello fine e non usarlo sarebbe un peccato! Questo vero! replic Tano. So di essere intelligente e istruito pi del dovuto, e seguire le orme di mio padre sta nell'ordine delle cose; ma qualcosa dentro di me si ribella fermamente. L'idea di dedicare la vita all'astrologia e alla medicina, o peggio alla teologia. mi deprime. Sento che questa non la mia strada, che il mio destino un altro! Noi siamo fatti per la guerra. Il mondo pieno di belle donne, ricchezze e occasioni di gloria: dobbiamo solo andare a prenderle, come si colgono le mele mature dall'albero! E lo faremo assieme. Non ti avevo mai visto in quello stato! cambi discorso Gianni. A cosa ti riferisci? Allo scontro coi mercanti fiorentini... Ubaldino lo chiama il furore della battaglia. Rapisce i guerrieri durante lo scontro e li rende delle bestie selvagge, spietate e assetate di sangue, come i lupi, gli orsi e i cinghiali della foresta. Cosi dicendo Tano si tocc la zanna che portava al collo. Se diverrai un guerriero capiter anche a te! sussurr con lo sguardo perso verso le nuvole rossastre trascinate dal vento. Gianni lo squadr perplesso, prov a rispondere, ma le parole si bloccarono alla vista dell'arcidiacono Alberto, che, appena uscito dalla pieve, li aveva subito adocchiati e si dirigeva verso di loro col sito incedere goffo e affannoso. Il chierico era corto e paffuto. Aveva una testa simile a una pera, per le mascelle larghe e le tempie strette, con una bazza arretrata e piccola, quasi affogata in un molle doppio mento. Il prelato ignor completamente Gianni e si prodig in cerimoniosi saluti a Tano, strizzando gli occhietti in due fessure che quasi scomparivano sotto le borse. Ser Tano. domani verr su al castello per parlare con messer Ubaldino. Ho intenzione di chiedere udienza alla prossima visita di sua eccellenza il Cardinale per promuovere alcune migliorie della pieve. Vorrei ammodernarla secondo il nuovo stile che viene dal nord Europa. Potremo approfittare delle maestranze chiamate per ingrandire Montaccianico! Che ne pensate? Mi sembra del tutto giusto che il pi maestoso castello del Mugello abbia la pieve pi bella! Ottima argomentazione! Se mi consentite, la faccio mia per cercare di convincere i vostri illustri parenti! Solo dopo svariati convenevoli e sorrisi di circostanza, Tano riusc a liberarsi della melliflua compagnia del chierico, che non la finiva di mandare saluti e benedizioni a tutti i suoi familiari. Non so quanto riuscir a resistere in questo posto sospir Gianni non appena l'arcidiacono si fu allontanato. Dei sette tra preti e diaconi del

capitolo l'unico che si salva il pievano, e solo perch non vi ha mai messo piede! Mio padre e Alberto non si sopportano e ogni volta che si incontrano scoppiano scintille. Non ho mai conosciuto un uomo pi avido di quel chierico. Ha l'ossessione del denaro. Quando non impegnato a scovare nuovi modi per spremere pi soldi alla piover gente, preso in liti furibonde con i rettori delle parrocchie del piviere sulla ripartizione delle decime e le altre oblazioni. Ti racconto l'ultima prosegu il tiglio del Magister come un fiume in piena. Come gi sai, le decime, i diritti di sepoltura, le oblazioni dei defunti e tutti gli altri proventi che spettano alla pieve bastano appena a mantenere i chierici e la servit. Da alcuni anni Alberto si convinto che occorre procurarsi una reliquia di Sant Agata. A suo dire aumenteranno le offerte e verranno Pellegrini da tutti i popoli vicini ricoprendo la pieve d'oro, sino a trasformarla in un vero e proprio santuario! L'anno Passato assold tre contadini e per tutto l'inverno gli fece scavare il pavimento del presbiterio, intorno all'altare della chiesa. Era convinto che vi fossero seppelliti resti di Agata! Una leggenda popolare narra che la chiesa venne fondata da antichi guerrieri germanici in possesso di una reliquia della Santa, trafugata da Catania. Non avendo trovato nulla. Alberto propose a mio padre di inscenare una truffa: simulare il ritrovamento delle tenaglie usate per martirizzare Agata sotto il pavimento della chiesa. Naturalmente le tenaglie le avrebbero seppellite loro, per poi farle trovale ai contadini durante gli scavi. Ma mio padre si oppose. Discussero per mesi. Alberto si arrese solo quando mio padre minacci di denunciarlo al vescovo. Quest'autunno per tornato all'attacco e vuole l'autorizzazione del capitolo per andare in Sicilia a procurasi questa benedetta reliquia. Questa poi! disse Tano ridendo di gusto. Poi, improvvisamente serio e rabbuiato in volto, prese l'amico per un braccio. Gianni, non possiamo andare avanti cosi... la Chiesa stracolma di questi loschi personaggi che invece di seguire il Vangelo e occuparsi della salvezza delle anime dei fedeli, accumulano benefici ecclesiastici e si perdono in traffici di ogni genere. Questi chierici sono indegni, abbandonano i fedeli a se stessi, e poi si lamentano che l'eresia acquisti terreno! Nessuno di noi ha mai visto la faccia del pievano di Sant'Agata, quel Tosinghi nominato cinque anni fa dal vescovo. Ogni anno dal suo palazzo di Firenze riscuote le prebende per poi lasciare tutti gli uffici religiosi agli altri chierici. E scommetto che avr anche altre cariche! Sinceramente ho altre cose per la testa. Le beghe della Chiesa proprio non mi appassionano... L'Imperatore e l'Ordine francescano! prosegui Tano infervorato. Federico l'unica persona in grado di riformare il mondo corrotto in cui viviamo, di creare una societ di pace, di giustizia e di vera fede; e i seguaci di San Francesco sono i chierici giusti, inviati dalla Provvidenza, per riformare questa Chiesa, per riportarla al messaggio del Vangelo. Ma. non so... l'Imperatore a me sembra un tiranno come tutti gli altri, preoccupato solo di incrementare il suo potere con qualsiasi mezzo, anche il pi riprovevole e malvagio. I Francescani poi, sono d'accordo con mio padre nel ritenerli un branco di straccioni fanatici e ipocriti, che disprezzano la cultura e godono nel mortificare la loro carne.

Il male che infligge l'Imperatore necessario per raggiungere un bene superiore: creare il regno di Gerusalemme in terra e garantire cos a tutti i cristiani la salvezza; e i frati francescani sono la speranza di un ritorno della Chiesa allo spirito originario del Vangelo. Gianni si offr di riaccompagnare Tano al Castello e nel breve tragitto i due amici continuarono a discorrere animatamente. Tra loro correva un rapporto di stima e intesa reciproche. Tano era consapevole che Gianni era molto pi simile a lui rispetto agli altri ragazzi della masnada. Era istruito, sveglio e orgoglioso. Per questo lo rispettava e lo trattava come un suo pari, non facendo mai pesare il diverso lignaggio. I due discutevano animatamente di religione e politica, arrivando spesso a litigare, sotto gli sguardi stupiti e affascinati degli amici. Gianni era dissacrante e provocatorio; provava gusto a mettere in dubbio e irridere le certezze di Tano, facendolo andare su tutte le furie. Leggendarie erano poi le sue punzecchiature al povero Ghino, che era ossessionato dall'idea di salvare l'anima e prendeva come oro colato qualsiasi cosa dicessero i chierici. Durante il breve tragitto Tano colse l'occasione per domandare informazioni all'amico sul credo praticato dagli eretici del Coppo; ma. con suo grande rammarico, Gianni non seppe aggiungere granch alle solite sommarie e vaghe notizie che circolavano tra il popolo.

5
All'alba del giorno seguente Tano e Ghino lasciarono il castello sul dorso di due vecchi ronzini pezzati dalla chioma rasala. Sullo stomaco un frugale pasto a base di carne di maiale essiccala e pane di segale. Un pallido sole aveva timidamente fallo capolino da Poggio al Pozzo, spazzando via la rada nebbia che avvolgeva il terreno. L'aria pungente e umida penetrava sino alle ossa dei due giovani, nonostante i grossi mantelli che li avvolgevano. Tano non riusciva a fermare il battito dei denti e si calz il berretto in modo da ripararsi le orecchie intirizzite. Ghino invece era a suo agio e particolarmente di buon umore. La dura punizione inflitta da Ubaldino che gli aleggiava sulla testa non lo impensieriva minimamente. Ma lui era fatto cosi: abituato a sofferenze e privazioni fisiche di ogni genere, aveva incassalo la prospettiva della gabbia per una settimana con un sorriso e un'alzata di spalle, come se a doverla scontare fosse qualcun altro. L'unica cosa che lo turbava veramente era il destino della sua anima, e temeva pi la maledizione di un chierico che una coltellata nello stomaco. Borgo San Lorenzo non era lontano. Distava solo una mezz'ora di cavallo al trotto da Montaccianico: ma era risaputo che gli affari migliori al mercato si facevano di prima mattina e quindi Tano aveva pensato bene di essere sul posto all'apertura. Tra pochi giorni, dopo il riscatto, sarebbe diventato ricco e aveva intenzione di acquistare a credito del panno di lana azzurro, il suo colore preferito. Intendeva farsi cucire un nuovo vestito per le prossime festivit di Natale. I due ben presto raggiunsero e oltrepassarono la vicina rocca di Lago, presidiata da fedeli degli Ubaldini e uscirono cosi dal piviere di Sant'Agata

per entrare in quello di Fa- gna. Tutta la diocesi di Firenze, compresa la valle del Mugello e l'alta valle del Santerno, era suddivisa in pivieri, ognuno facente capo a una pieve, la chiesa battesimale. Ogni piviere a sua volta comprendeva vari popoli, e ogni popolo aveva la sua chiesa parrocchiale dedicata a un santo patrono. La definizione del territorio fondala sulle pievi e sulle parrocchie era antichissima - alcuni dicevano risalisse al tempo dei Romani - e come tale molto sentita dalla popolazione, pi dei nuovi e mutevoli confini e appartenenze politiche disegnate dai signori dei castelli o dai comuni cittadini. La campagna, nonostante l'ora, era gi animata. I campi. lunghe strisce divise da muretti a secco e siepi, e intervallati da prati e boschetti di quercia, erano gremiti di contadini intenti alle ultime arature e alla semina. Pi si scendeva a valle, pi gli appezzamenti coltivati erano estesi a scapito del bosco. Decine erano poi le case sparse e i minuscoli insediamenti, per lo pi costruiti in legno e cannicci di segale intrecciata, che spuntavano come funghi tra i campi e in mezzo ai boschetti. Varie volte si imbatterono in gruppi di villani. Alcuni si dirigevano verso i campi e portavano sulle spalle zappe, vanghe e altri attrezzi di legno. Altri accompagnavano i porci nei boschi e le pecore al pascolo. Intonavano canti religiosi e scherzavano tra loro. Apparivano felici. I due giovani fecero abbeverare i cavalli al piccolo borgo di Santa Croce, nei pressi dell'elegante e maestoso palazzo del Cardinale; quindi scesero la valle verso Senni. Improvvisamente si ritrovarono immersi in una fitta e fastidiosa nebbia, che d'autunno difficilmente abbandonava il fondo valle prima della tarda mattinata. II viaggio richiese pi tempo del solito. La terra era inzuppata d'acqua e ostacolava il passo dei cavalli che sprofondavano gli zoccoli nella mota tra rumorosi sciaguattii. Oltrepassarono il Palagiaccio di Senni, una rocca appartenente agli Ubaldini che si ergeva imponente in mezzo alle dolci colline del fondovalle, e finalmente giunsero in vista di Borgo San Lorenzo, il villaggio pi grande del Mugello. Anzi una vera e propria cittadina con pi di duecento fuochi. Il borgo, adagiato sulla riva sinistra della Sieve. era tutto circondato da una malandata cerchia muraria. sormontata da una rudimentale bertesca di legno e intervallata da torri con le fondamenta di pietra e la parte terminale di quercia. Niente a confronto con le possenti cinta e il solido cassero del castello di Montaccianico. Ubaldino della Pila che di guerra se ne intendeva - rammentava sempre che di fronte a un vero esercito dotato di moderne macchine d'assedio quelle difese non avrebbero retto neanche un giorno. I due giovani si soffermarono ad ammirare le torri che svettavano dalla cittadina. Rappresentavano i simboli del potere e del prestigio delle sue pi importanti famiglie, che gareggiavano tra loro per costruirle pi alte e pi robuste; e alcune - nonostante i limiti imposti dal signore feudale del borgo, il vescovo di Firenze - superavano anche i quindici metri. Fecero l'ultimo tratto di strada assieme a una variopinta e odorosa compagnia di viandanti, anch'essi diretti al mercato. Ognuno aveva un abbigliamento tipico che. quasi fosse una divisa, lo contraddistingueva come appartenente a una categoria. I mercanti, coi muli stracarichi di merci di ogni genere. I contadini, coi fagotti di ortaggi issati sulla schiena

e gli animali al guinzaglio e nelle gabbie. I boscaioli e i carbonai, trasandati e neri, dall'aspetto selvaggio e incurvati sotto le balle di carbone. I mendicanti cenciosi, che emanavano un tremendo lezzo. I frati francescani, che senza la tonsura si sarebbero confusi coi mendicanti per la povert degli indumenti e l'umilt dell'aspetto. I pellegrini, con la bisaccia, il grosso bastone dalla punta metallica e l'inconfondibile cappello a larghe tese, rialzalo sul davanti, legato sotto il mento e con ai bordi una miriade di ampolle e altri ricordi dei santuari visitati. Ormai a poche centinaia di passi dalla porta occidentale, si trovarono imbottigliati nel mezzo di un ingorgo di gente. Tano, che da sopra il cavallo sovrastava i carretti e la folla davanti, not che la porta era stranamente aperta solo in parte. Innervosito per il contrattempo, si fece largo incitando il cavallo e menando spintoni a coloro che lo intralciavano, fino a trovarsi ai piedi della torre sopra la porta. Ghino segui sfruttando la scia aperta dall'amico. Ehi ma cosa diavolo succede! Perch questi controlli? url Tano ai due uomini d'arme della milizia comunale che controllavano accuratamente tutti coloro che intendevano entrare nel borgo. Stai zitto e fai la fila con gli altri se non vuoi essere preso a calci! gli intim uno dei due armigeri, senza neanche degnarlo di uno sguardo. Il giovane avvamp dalla rabbia e si trattenne a stento: Figlio di un cane come osi rispondere cos a un Ubaldini? Scusate signore, non sapevo chi foste... in questo caos... balbett l'altro, rosso per l'imbarazzo. In effetti quel soldato non aveva tutti i torti, riflett Tano: era vestito come un comune giovane benestante, senza alcun segno distintivo della casata. Inoltre, non essendo ancora ordinato cavaliere, non cingeva la spada, non aveva gli speroni dorati, n indossava la cotta di maglia con la livrea degli Ubaldini. Come non bastasse, il suo vecchio ronzino, con la colonna vertebrale e le costole sporgenti, come se qualcuno avesse gettato un mantello baio su uno scheletro equino, era tutt'altro che un possente destriero da guerra o un elegante palafreno. Lasciamo perdere, ma perch questi controlli? Sono stati avvistati dei gruppi di lebbrosi aggirarsi in queste zone. Si dice che abbiano aggredito dei casolari isolati vicino Pulicciano! Va bene fammi passare! Lui con me! fece Tano indicando Ghino. Sotto la porta Ghino si avvicin all'amico. Mai sentito che dei lebbrosi attacchino casolari! Magari solo una voce messa in giro! tagli corto Tano. amareggiato per la vicenda. Ancora nessuno lo conosceva fuori dal piviere di Sant'Agata. Non era cavaliere n aveva fatto imprese degne di nota come i membri anziani della consorteria. Tuttavia il solo fatto di essere un Ubaldini gli garantiva rispetto e timore in ogni angolo della valle. Mentre era angustiato da tali pensieri, istintivamente rivolse lo sguardo alla gigantesca immagine di San Cristoforo, rozzamente dipinta nell'interno della porta a fianco di quella di San Lorenzo, e si fece un veloce segno della croce. Ghino lo imit subito. Bastava fissare l'immagine del Santo portatore del Cristo per esser sicuri di non incorrere per tutta la giornata in una morte repentina, senza confessione e salvezza.

Smontarono da cavallo, presero gli animali per le briglie e si diressero verso la vicina piazza dove si affacciavano gli edifici pi importanti della cittadina. Il palazzo del podest, la pieve di San Lorenzo e il Castel Vecchio, un'antica e massiccia rocca posta in posizione leggermente sopraelevata rispetto agli altri edifici. Le vie principali brulicavano di gente e animali di ogni specie. Odori e rumori, forti e contrastanti, provenivano da ogni parte. Versi di animali, profumo di pane fresco, cigolii di carri, fetore di escrementi e urina, scalpiccio di cavalli, essenze di erbe, voci, risate e canti, odore di ferro lavorato. Tano e Ghino furono eccitati e al contempo un po' frastornati dalla confusione e dal movimento. Era l'atmosfera tipica dei giorni di mercato. L'osteria! disse Ghino accennando con lo sguardo un vicolo stretto e buio che partiva dalla piazza. Vai pure, io mi faccio un giro qui intorno poi vado al mercato. Ti aspetto l, non pi tardi di mezzogiorno! si raccomand l'altro; e occhio a non finire tutti i soldi tra le cosce delle meretrici! Ghino rise sguaiatamente e scompar dentro il vicolo coi ronzini per le redini. Tano era allegro e spensierato, e riusc a dimenticare le vicissitudini dei giorni precedenti. Si diresse lungo la via principale del borgo, verso piazza dell'Oriuolo e la successiva porta orientale, porta a Vicchio. Uscito dalle mura, non senza difficolt, raggiunse il vicino convento francescano, al di l del torrente Le Cale, con l'intenzione di fare un'offerta e chiedere un'intercessione al santo di Assisi per essere sostenuto nelle dure prove che lo attendevano prima di coronare i suoi sogni. Il giovane era un fervente devoto di San Francesco come tutta la famiglia, dal cardinale Ottaviano al reggente Ubaldino della Pila. Molte erano state le concessioni e i lasciti della famiglia all'Ordine francescano. Tra tutte, il convento verso cui era diretto e il piccolo romitorio di Bosco ai Frati, uno dei primi in tutta la Toscana. Tra i due Tano preferiva quello pi semplice e intimo di Bosco ai Frati. L. come ripeteva spesso frate Anselmo, i minori rispettavano alla lettera gli insegnamenti di San Francesco, conducendo una vita povera e umile. Di fronte al convento si era formata una fila disordinata di mendicanti e storpi. Erano in attesa di ricevere il pasto giornaliero e ascoltavano rassegnati e distratti la predica di un giovane frate. Il francescano, aiutandosi con ampi gesti delle braccia e smorfie da giullare, narrava l'imminente fine del mondo e la pesatura di tutte le anime. Tano temette di venir importunato da quei poveracci. Nonostante gli insegnamenti di San Francesco, nutriva un profondo senso di disgusto e repulsione verso i mendicanti. Rinunci cosi a entrare nella chiesa del convento e rientr nel borgo per raggiungere il mercato che si svolgeva in uno spiazzo dalla parte opposta delle mura. Per evirare la folla scelse un percorso secondario, passando per viuzze strette, tortuose, maleodoranti. Per poco non inciamp su di un cane accucciato in mezzo alla via, che non aveva visto per la poca luce. Il sole era alto in cielo e la nebbia si era dissolta, ma gli sporti e i balconi delle case si protendevano sulla strada fin quasi a oscurarlo. Dalle finestre dei piani superiori alcune donne conversavano animatamente, coperte dalla biancheria attaccata ad

asciugare sulle stanghe della facciata, e dalle gabbie per gli uccellini appese ai chiodi nei vani delle case. Il mercato era molto vasto, si estendeva dalle mura al torrente Le Cale. Il chiasso era ancora maggiore che nel borgo. Per fortuna per l'aria era pi pulita e c'era pi luce. Si ferm ad ammirare dei saltimbanchi che mimavano scenette comiche, mentre a fianco un altro cercava di far muovere al ritmo di musica un orso incatenato, picchiandolo selvaggiamente con una mazza ferrata. Qualcosa lo tir dal basso per il mantello. Abbass lo sguardo. Un bambino, o forse una bambina - non si capiva se era maschio o femmina, lo fissava implorante con la mano ancora aggrappata al suo mantello. Era tutt'occhi. grandi e cisposi. Il cranio rasato. Il volto emaciato. Il corpo, un fuscello avvolto da una lercio panno grezzo, pareva rompersi a solo toccarlo. Aveva fame. Tano si port le mani alla saccoccia. Molti dei piccoli mendicanti erano dei ladri abilissimi. Il tintinnio metallico delle sue monete lo rassicur. Con uno strattone liber il mantello e guard duro negli occhi il moccioso che si rannicchi a terra. Quindi lo scavalc e si avvicin all'orso incatenato. Il proprietario dell'animale gli sorrise mostrando una fila irregolare di denti marci, mentre in mano stringeva la mazza chiodata grondante sangue. Tano lo ignor e volse lo sguardo all'orso. Aveva il pelo arruffalo e sporco di sangue e terra. Profondi squarci si aprivano in ogni parte del corpo. Le catene rugginose affondavano nella carne e sembravano soffocarlo. Ma la cosa che pi colpi il giovane furono gli occhi: umidi e velati di una tristezza innocente e sconsolata. Ne rimase turbato. Un moto irrefrenabile di rabbia e sconforto lo investi. Umiliare e maltrattare una bestia cosi nobile e fiera era una vera ingiustizia. Ragazzo, per un denaro ti faccio dare una mazzata disse il proprietario dell'orso. Tano sput ai piedi dell'uomo dai denti marci. Si allontan poi senza voltarsi, con un groppo allo stomaco. Dopo aver ordinato le stoffe, si ferm in un banco a prendere una focaccia di miglio e un bicchiere di vino speziato. Ripens al destino che attendeva i suoi compagni e si sforz di escogitare una soluzione. Improvvisamente si ricord di Ghino: l'ora dell'appuntamento era passata da un po' e non si vedeva ancora. Torn dentro le mura per recuperare l'amico. L'osteria era ben illuminata dalle grandi finestre e dalle molte torce attaccate alle pareti. Si respirava l'odore tipico delle osterie: un misto rancido di sudore, olio bruciato e acquavite. Ai vari tavoli di legno sedevano gruppi di uomini intenti a bere, chiacchierare e giocare a dadi. Tra i rudimentali tavoli si aggiravano giovani e discinte donne - con pesante trucco e vistosi orecchini: servivano e intrattenevano i clienti, cercando di adescarli e portarli al piano di sopra. Dopo un rapido sguardo si accorse che Ghino non era ai tavoli. Sal le scale e inizi a scostare i tendaggi che dividevano piccole camerette da letto. Dopo due tentativi trov l'amico. Era addormentato e russava sonoramente abbracciato a una donna formosa e tutta scarmigliata, sopra un semplice pagliericcio posato per terra. Raccolse un bacino pieno di acqua sporca e ne rivers il

contenuto sui due amanti. Si alzarono di soprassalto e spaventati. La donna cominci a inveire tirandogli dei cenci, mentre Ghino tutto imbarazzato si infil la calzebrache. Tano zitt la donna con un'occhiataccia e sollecit l'amico. Giunti nella piazza principale, notarono una folla di gente che si accalcava di fronte all'entrata del palazzo del podest, sotto l'occhio distratto di una decina di uomini d'arme della milizia cittadina. Ghino, senza tante premure, afferr un ragazzetto l vicino e gli chiese il motivo dell'assembramento. C' un processo a un colono fuggito a Firenze fece quello; lo difende un famoso avvocato venuto apposta dalla citt, aggiunse poi allungando la mano per avere una ricompensa. ma Ghino lo cacci con una pedata. Tano incuriosito si diresse verso il palazzo. Non aveva mai assistito a un processo con veri avvocati. Quelli che si svolgevano di fronte a Ubaldino della Pila, erano molto sbrigativi e di diritto, quello imparalo alle lezioni del notaio Lupini, ce n'era ben poco. L'impatto con l'interno dell'edificio fu duro, quasi irreale: un silenzio sacrale li avvolse e cancell come d'incanto il cigolare dei carri, lo stridere dei laboratori artigiani, gli schiamazzi dei ragazzi, le grida dei bottegai, le lamentele dei mendicanti: la penombra di un ambiente malamente illuminato da alcune torce ancorate alle pareti e da sottili raggi di sole che penetravano da alte feritoie, oscur i loro occhi abituali alla luce del sole, ormai forte e limpida dopo la scomparsa della nebbia. Dopo alcuni attimi di smarrimento, appena l'udito e la vista si adeguarono al repentino mutamento, Tano e Ghino si accorsero che il silenzio in realt era un sommesso mormorio da parte di una nutrita folla di persone in piedi e rivolte verso il fondo di una glande sala d'armi. I due cercarono di scorgere ci che destava tanta attenzione e rispetto. Si misero anche in punta di piedi, ma lo sforzo fu inutile. Non restava che farsi largo e cercare di raggiungere una posizione migliore. Si fece avanti Tano con la speranza che l'abbigliamento signorile avrebbe indotto gli altri a scostarsi. Ebbe successo, nonostante qualche pestone e imprecazione. La scena che si present lasci i due giovani stupefatti. In fondo alla sala, su una imponente seggiola di legno, imbottita di pelle e con sgargianti decorazioni color oro e rosso, sedeva il podest. Era un tipo alto e robusto, sulla quarantina. Tano lo conosceva bene per averlo visto pi volte al castello di Montaccianico: si chiamava Baldovino e apparteneva alla ricca famiglia ghibellina dei della Ripa. Ma la cosa che dest maggior curiosit nel giovane fu l'espressione del volto del podest, incorniciata dalla bianca cuffia di cotone, con i prolungamenti legati sotto il mento e sormontata da un elegante cappello a forma cilindrica: gli occhi erano sfuggenti e instabili; le labbra tremolanti; la fronte corrucciata. Frequenti erano poi le occhiate interrogative e preoccupate, ora al giudice seduto al suo fianco, immerso in un'attenta lettura di alcune pergamene srotolate su un tavolino di legno, ora al lato destro della prima fila del pubblico. Tano allung il collo per carpire chi stesse guardando con tanta insistenza il podest, e tra il pubblico in prima fila riconobbe Ugolino degli Ubaldini da Senni, circondato da una decina dei suoi masnadieri. Era in piedi, le

braccia conserte sul petto e sopra le spalle uno splendido mantello blu, fermato da una fiammante spilla d'argento a forma di aquila e impreziosito dal ricamo dell'emblema degli Ubaldini. Al cospetto dell'autorit costituita, rappresentata dal podest e dal giudice, si trovava un giovane uomo con le mani incatenate, tra due soldati della milizia comunale. Tano si sofferm ad osservarlo: le sue vesti, bench di buon tessuto, erano strappate in pi parti; il viso, sporco e incrostato di sangue, era fiero e sprezzante; la barba incolta, i capelli lunghi e arruffati. Il tutto conferiva al prigioniero un aspetto selvaggio e pericoloso. Alle pareti laterali della sala, a fianco di alti tavoli ricoperti di pergamene, si fronteggiavano infine due uomini che dalle vesti apparivano ricchi notai di citt. Improvvisamente uno dei due, impugnando una pergamena, ruppe il silenzio. So qual il trucchetto usato dai signorotti del contado! Fece una breve pausa, si aggiust l'elegante mantello nero e prosegui. Trascinano in giudizio l'ignaro contadino che lavora le loro terre da libero affittuario e che ha manifestato, com' suo diritto, la volont di emigrare in cerca di fortuna; e provano poi, con l'aiuto di testimoni compiacenti e profittando della mancanza di un contratto scritto, la sua condizione di colono, magari estorcendo dallo stesso poveraccio una confessione. In tal modo il suo status di colono viene accertato con una sentenza dell'autorit e diventa perpetuo per lui e per tutti i suoi discendenti! Vergogna, vi meritate l'inferno per questo! Non la prima volta che in Mugello un uomo libero che lavora la tetra di un signore si ritrovi suo servo. Ma questa volta non ha funzionato. Gildo stato scaltro: fuggito di nascosto in citt e ha trovato un buon lavoro come fabbro. Voi poi con l'inganno e la violenza lo avete rapito e riportato dal suo presunto padrone. Ma la permanenza a Firenze, seppur breve, gli ha consentito di accumulare un po' di denaro e di pagarsi come difensore il sottoscritto messer Giancane Bruni, iscritto all'Arte dei Giudici di Firenze. L'uomo dall'altra parte della sala, si slacci bruscamente il mantello e lo gett su di uno sgabello. Quindi ponendosi le mani sui fianchi gonfi il petto. L'azione violenta del mio cliente si giustifica nella riconosciuta e indiscussa facolt del signore di ottenere, anche con la forza, il ritorno nel fondo dei coloni fuggitivi, ovunque si siano rifugiati, nonostante la dignit e i privilegi ottenuti, e malgrado il tempo trascorso. Ma il punto che Gildo di Rabatta non un colono! 1 tre testimoni che abbiamo appena ascoltato dimostrano solo che lui e il suo defunto padre hanno prestato per pi di trentanni i loro servigi di contadini nelle terre del mercante Balduccio Bicci. Ma ci non basta a dimostrare il loro status di colono! Per questo occorre che al trascorrere del tempo si aggiunga una specifica espressione di volont con la quale il contadino abbia dichiarato di voler mutare la propria condizione, e da libero affittuario divenire colono: e accettare cos di legarsi in perpetuo alla terra che lavora e al suo padrone. Siete voi, illustre collega, in grado di provare che le prestazioni e i servigi di Gildo a favore di Balduccio furono fatti come colono? Dov' il titolo? Dov' il contratto di colonato? Il contratto del tutto superfluo, e come tale non va allegalo in

giudizio! di pubblica fama che la condizione di Gildo e della sua famiglia quella di coloni di Messer Balduccio Bicci. I testimoni uditi hanno giurato sul Vangelo di aver visto coi loro occhi Gildo, e prima di lui il padre, non solo lavorare per oltre trentanni la terra del mio cliente. ma compiere nei suoi confronti ripetuti e molteplici atti di sottomissione, quali scassare le sue vigne in collina, scavare fosse e gore nelle sue propriet a Panicaglia, preparare la calce e trasportare le pietre per la costruzione del suo mulino. Non sono forse servigi tipici di un colono? Dal pubblico si levarono brusii di assenso. Se vero che il tempo da solo non pu creare obbligazioni prosegu l'avvocato visibilmente soddisfatto per il consenso espresso dal pubblico, pur vero che su di esso si fonda Vauctoritas della consuetudine e della tradizione. Ed questa autorit che da sola basta a costituire un rapporto giuridico! Questo chiaramente affermato nelle glosse dei pi grandi canonisti! Nel dir questo alz varie pergamene dal tavolo. Ecco gli scritti di Guido da Suzzara. Bernardo di Composteli e Giovanni Teutonico! Orbene il fatto di prestare dei servigi in modo continuativo, per un tempo sufficientemente lungo e per di pi riconducibili alla condizione di colono crea una consuetudine; e come tale non pi solo un mero latto, ma costituisce un diritto. Ma assurdo! Attribuire la condizione di colono al libero contadino che non abbia mai espresso la volont di asservirsi contro i principi del diritto romano. Mentre i due giuristi si affrontavano, il podest si era chinato verso il giudice che gli sussurrava nelle orecchie. Il difensore di Gildo intanto proseguiva. E questo non solo lo affermano i grandi maestri di diritto romano come Azzone, Accursio, Rolando da Lucca e Roffredo; ma viene anche riconosciuto da alcuni vostri illustri colleghi canonisti, Uguccio da Pisa! Ho proprio qui in mano una sua quaestio! Volete forse mettere in dubbio la sua auctoritas? *L'auctoritas dei tre maestri che ho citato maggiore! E poi perch disprezzare cos la consuetudine? la pi oggettiva delle leggi, la voce stessa della natura: promana direttamente dalla realt dei fatti e dal suo ripetersi nel tempo, prescindendo da ogni contributo della volont. Inoltre la specifica consuetudine di cui stiamo parlando accolta in molti statuti comunali, anche di grandi citt. Voi canonisti non siete altro che barbari! Ignoranti che invece di ispirarsi al diritto romano, spulciano la massa caotica e contraddittoria dei decretali papali e attingono alla bruta consuetudine! La folla, pur non comprendendo tutte le argomentazioni e le citazioni, n conoscendo i nomi dei grandi maestri menzionati, era ipnotizzata dallo scontro tra i due giuristi. Signori! intervenne il podest alzandosi faticosamente in piedi e allargando le braccia in segno di tregua, ritengo di aver ottenuto tutti gli elementi necessari per prendere una decisione con l'autorit concessami dal popolo di Borgo San Lorenzo e del vescovo di Firenze, signore di questo borgo. Tano not che tra il podest e Ugolino da Senni ci fu un'occhiata d'intesa. Il podest con la mano destra indic l'uomo al suo fianco e prosegu. Il giudice messer Guglielmo da Manfriano legger la sentenza.

Il giudice si alz in piedi e in tono serio, dopo essersi schiarito la gola, inizi a leggere la sentenza. Udite le testimonianze di Land, Rodolfo e Gianni del popolo di Rabatta, e le argomentazioni degli avvocati Giancane Bruni e Rolando della Torre, e facendo appello alla nostre consuetudini e al diritto canonico sono da accogliere le pretese di messer Balduccio Bicci verso Gildo di Rabatta. Quindi si dichiara che Gildo, avendo lo stesso e il padre prima di lui lavorato per pi di trentanni nel fondo che si trova tra il fiume Sieve e il villaggio di Rabatta e prestato nei confronti del proprietario del fondo messer Balduccio Bicci ripetuti e molteplici atti di sottomissione, riconosciuto colono del fondo stesso e del suo attuale proprietario. Da ci. Gildo. la sua famiglia e tutti i suoi discendenti, nella loro condizione di coloni, non potranno abbandonare il fondo senza il consenso del padrone, dovranno sottostare alle sue richieste di servigi e opere, e potranno essere ceduti assieme al fondo. La folla che aveva tenuto il fiato in attesa del verdetto scoppi in un boato di esclamazioni e commenti. Ma ha vissuto per quasi due anni a Firenze da uomo libero! url, sopra le altre voci, qualcuno tra il pubblico dei curiosi. di pubblica fama replic deciso e perentorio il giudice che lo statuto del comune di Firenze concede la cittadinanza solo a chi soggiorna in citt e versa regolarmente le imposte comunali per dieci anni! I due uomini d'arme della milizia cittadina, dopo la lettura della sentenza, alzarono di peso Gildo e si diressero verso una piccola porta interna della sala, seguiti dal podest e dal giudice. Prima di imboccare la porta Gildo gir di scatto la testa e con rabbia sput in faccia al podest. Questi - colto alla sprovvista - arretr impaurito; sicch - ripresosi - colp pi volte e violentemente alla testa il prigioniero. Le manate furiose e maldestre del podest raggiunsero anche le guardie, che per evitarle si scostarono allentando la presa su Gildo. Accadde tutto in un attimo. Approfittando del trambusto causato dalla reazione scomposta del podest, il prigioniero rifil una gomitata a uno degli armigeri e colp l'altro al volto con le catene che gli bloccavano le mani. Messe fuori uso le due guardie, assest una violenta testata sul petto del podest facendolo cadere a terra semisvenuto e, come una furia, si precipit verso la folla dei presenti che lo separava dall'ingresso principale, urlando come un forsennato e roteando minacciosamente le catene sopra la lesta. Al suo rabbioso incedere, le persone che affollavano la sala - colte da un'improvvisa isteria collettiva - cominciarono a ritrarsi tra grida di spavento, travolgendo i loro vicini pur di allontanarsi dal quel demonio. Tano, come tutti gli altri, rimase paralizzato e affascinato dall'audace azione di Gildo, e ben presto fu travolto dalla moltitudine che cercava di evitare la sua furiosa galoppata verso l'uscita principale. Perse di vista Ghino e con fatica riusc a mantenere la posizione evitando di essere trascinato dalla folla impazzita. Poi, d'improvviso, in tutto quel parapiglia si trov Gildo alla sinistra, con gli occhi fuori dalle orbite e la bocca contorta in un ghigno di folle disperazione. Non ci pens due volte: con un balzo si lanci sul villano e lo trascin a terra. Avvinghiati si rotolarono sul pavimento tempestandosi a vicenda di pugni e calci, sin quando Tano, con

un colpo di reni, riusc a metterlo sotto. Con tutta la forza che aveva gli afferr i polsi e fece pressione verso il basso in modo da stringergli le catene attorno al collo. L'altro si dimenava, scalciava, sbuffava come un cinghiale preso alla rete, ma Tano non mollava la presa e continuava a premergli le catene sulla gola sin quasi a strozzarlo. Quindi intervennero gli armigeri del comune. Colpirono con calci e pugni Gildo alla testa e cessarono solo quando perse conoscenza. Tano si tir su affaticato e dolorante, con l'aiuto di Ghino che nel frattempo lo aveva raggiunto. Si dette una spolverata alla gonnella grazie a Dio non si era rovinata nella lotta - e con la coda dell'occhio si uni agli sguardi impressionati e intimoriti delle persone rimaste nella sala, tutti rivolti agli armigeri del comune che trascinavano Gildo, privo di sensi e con il corpo seminudo tutto intriso di sangue, terra e sudore, verso l'uscita laterale. Era soddisfatto di aver fermato quel malfattore. Aveva abbandonato la terra degli avi e tradito la fiducia del suo signore per fuggire nell'odiata Firenze. L'atteggiamento di Gildo lo aveva per turbato. La grinta, il coraggio e l'orgoglio mostrati nel tentativo di fuga erano del tutto insoliti per un villano. Mentre si accapigliavano a terra, aveva colto nei suoi occhi sentimenti di odio e rivalsa, e ne era rimasto intimorito. Non era mai accaduto prima che un bifolco avesse un tale effetto su di lui. Si vergogn di se stesso, e si promise solennemente che non sarebbe pi accaduto. Quel villano si era sentito in diritto di mettere in discussione l'ordine sociale sancito da Dio e sfidare l'autorit costituita. La permanenza a Firenze, pens Tano, doveva avergli montato la testa. inducendolo a credere di potersi porre alla pari dei nobili. Immerso in queste riflessioni, scorse Giancane Bruni e i suoi due assistenti raggiungere la porta principale tra due ali di folla che faceva largo al loro passaggio. Tano e Ghino uscirono fuori quando il giurista fiorentino era gi in groppa al suo magnifico palafreno nero e si avviava lentamente verso la porta fiorentina. Ma chi questo avvocato Giancane? domand Ghino. uno dei pi stimali giuristi di Firenze rispose pronto Tano; ha studiato e insegnato all'universit di Bologna. stato da poco chiamato dal nuovo regime a Firenze per esercitare la funzione di giudice, e da alcuni mesi siede anche nel Collegio degli anziani. conosciuto per le sue battaglie a favore dei contadini e delle loro aspirazioni di libert. Per questo lo chiamano il "paladino dei villani"! Allora una persona di animo nobile disse Ghino pensieroso. Forse, ma anche vero che incoraggiando i villani a ribellarsi fa gli interessi di Firenze! Tano conosceva il padrone del colono fuggitivo, il mercante Balduccio Bicci. Lo aveva visto molte volte al castello di Montaccianico. Era un importante cliente della consorteria degli Ubaldini e si occupava del commercio del legname e del carbone proveniente dalle loro terre. Questo giustificava la minacciosa presenza durante il giudizio di Ugolino da Senni coi suoi masnadieri: si volevano assicurare che il podest di Borgo San Lorenzo e il giudice, tra l'altro ghibellini e in ottimi rapporti con gli

Ubaldini, prendessero una decisione favorevole agli interessi del loro uomo e indirettamente di tutta la consorteria. La questione era molto delicata. La vittoria del colono avrebbe creato scompiglio e incoraggialo altri villani a imitarlo, ovvero fuggire e trovare rifugio in citt. Negli ultimi anni episodi simili erano sempre pi numerosi. Una pesante pacca sulla spalla fece sobbalzare Tano. Si gir e ride di fronte a s Ugolino da Senni. Che fai qui Tano? Ero venuto al mercato a fare delle compere... rispose imbarazzato, e per caso ho assistito al giudizio. Sin da piccolo aveva sempre nutrito una forte soggezione verso Ugolino, di molti anni pi grande di lui. gi cavaliere emancipato e ritenuto il pi valoroso guerriero degli Ubaldini. In qualit di nipote diretto di Ubaldino della Pila e membro a pieno titolo del ramo principale della famiglia, gi da alcuni anni era il castellano del villaggio di Senni, che governava dalla rocca del Palagiaccio; e al suo servizio aveva un numeroso e agguerrito squadrone di masnadieri. In Mugello era temuto e rispettato da tutti; e molti lo additavano come l'erede predestinato di Ubaldino alla reggenza della consorteria. Hai visto? Il nostro amico Balduccio ha avuto la meglio... sogghign Ugolino gettando occhiate fugaci alla moltitudine che usciva dal palazzo. Speriamo che serva da monito a tutti gli altri coloni! Speriamo. Ti ho osservato oggi in azione e ho saputo della tua ultima impresa a Montalto! butt l Ugolino, continuando a scrutare la folla che defluiva nella piazza. Ah..., si. Ugolino continuava a guardare dietro le spalle di Tano come ci fosse qualcosa che lo attirasse. Bravo! Mi piaci proruppe poi all'improvviso colpendolo con un buffetto alla guancia. Quindi lo guard fisso negli occhi, lo e te dobbiamo parlare di cose importanti. Passa a trovarmi al Palagiaccio uno di questi giorni! Volentieri disse Tano meravigliato di tanta considerazione. Io e i miei uomini facciamo rientro a Senni, ri unite a noi per un tratto di strada? Grazie dell'offerta, ma ho ancora delle faccende da sbrigare qui... Bene, stai attento a non metterti nei guai! Questa fogna pullula di briganti e attaccabrighe. Cos dicendo Ugolino prese congedo e seguito dai suoi masnadieri si incammin verso la porta settentrionale. Tano osserv pieno d'orgoglio che al passaggio del potente consorte la folla si ritraeva ammutolita e ossequiosa, con lo sguardo rivolto verso il basso. Chiss se tra qualche anno lo avrebbero fatto anche con lui, pens. Mentre discorreva con Ugolino, aveva intravisto una ragazza che lo interessava; e questo era il motivo per cui aveva deciso di trattenersi nel borgo. Era presso la fontana pubblica vicino alla pieve. Rideva e scherzava con altre donne, tutte in attesa di prendere l'acqua. Non appena la folla si richiuse dietro Ugolino, rimase per un po' incantato ad ammirarla, come aveva fatto gi altre volte. Era una giovane di circa quindici anni, dai capelli biondo scuro, lisci e lunghi, che le andavano continuamente sul volto e che lei scostava con sensuali movimenti del lungo collo, accompagnati da delicati gesti delle

mani. La pelle era color latte, candida e morbida alla vista; e la bocca grande e sempre un po' corrucciata in una smorfia maliziosa, con labbra carnose, di un rosa acceso e spesso schiuse, come se non aspettassero altro di essere baciate. Gi da alcuni mesi l'aveva adocchiata. La precedente primavera, durante i festeggiamenti della Pentecoste, era rimasto tutto un pomeriggio a fissarla come un ebete, sino a sentire gli occhi indolenziti. Per un attimo i loro sguardi si erano anche incrociati, ma lei era rimasta indifferente, quasi lui fosse stato invisibile come un qualsiasi villano. L'aveva rivista altre due volte, sempre in occasioni pubbliche e da lontano, ma erano bastate per farlo innamorare perdutamente. Non riusciva a staccarle gli occhi di dosso e pendeva dai suoi movimenti, gesti e sguardi. Avrebbe dato un braccio per cogliere la sua attenzione, ma lei, quasi a farlo apposta, non lo degnava di nessuna considerazione. Non si era mai sentito cosi imbarazzato e ferito nella sua dignit, ma non poteva farci niente, era pi forte di lui; ne era stregato. Si era informalo sul conto della ragazza: era l'unica figlia di Mattia Chermontesi, un ricco mercante di stoffe di Borgo San Lorenzo, e abitava con la famiglia in una torre dietro la piazza principale. Ma non era questa l'informazione che pi lo aveva colpito. Gi da alcuni anni Matilda era legata da una promessa di matrimonio a Giovanni de' Cattani, il primogenito di Guinizzingo. signore del castello di Barberino e reggente della famiglia de' Cattani. La consorteria guidata da messer Guinizzingo, antica vassalla dei conti Alberti, controllava vari castelli e borghi tra il Mugello occidentale, i monti della Calvana e la vai di Marina. Bench non fosse opportuno, n saggio. Tano decise che era venuto il momento di conoscere l'incantevole fanciulla. Erano ormai troppi mesi che andava avanti questa situazione imbarazzante. Doveva togliersi lo sfizio, e quello era il momento giusto. Ma con quale pretesto avvicinare la giovane? Non poteva certo fermarla nel mezzo della piazza e presentarsi. La ragazza si sarebbe schermita per una tale arditezza e lui avrebbe fatto la figura dell'imbecille. attirandosi anche le ire del promesso sposo per il pubblico affronto; e Giovanni de' Cattani era conosciuto in tutta la valle per un cavaliere tutt'altro che pacato e docile. D'un tratto gli venne un'idea: non molto nobile ma funzionale ai suoi scopi. Proprio nell'istante dell'intuizione, Ghino gli tir un pizzicotto. Ehi. ce ne andiamo? Comincio ad avere fame e nostalgia... Portami quel moccioso! disse Tano accennando al ragazzino che prima gli aveva dato l'informazione. Ghino gli fu sopra con due falcate, lo prese di peso per la gonnella logora e lo trascin da Tano. La vedi quella ragazza vestita di verde? Il bambino, arrabbiato per il trattamento ricevuto e per essere stato distolto dai suoi giochi, gir la testa dal lato opposto. Ghino alz la mano con fare minaccioso, ma Tano gli ferm il braccio, tolse una moneta dalla borsetta attaccata alla cinta e la porse al moccioso. I suoi occhi si illuminarono e come d'incanto divenne servizievole come un cagnolino. Ghino aspettami coi cavalli fuori dalla porta, ti raggiungo subito... disse Tano. Come vuoi rispose l'altro alzando le spalle.

Tano radun il bambino e i suoi compagni - sette monelli cenciosi che stavano importunando un mendicante accascialo a una parete della pieve - e con tre soldi pisani compr la loro collaborazione per la messinscena che aveva escogitato. Mentre Matilda e la sua fantesca con l'orcio d'acqua sul capo rincasavano, lungo uno stretto vicolo, i monelli saltarono fuori e cominciarono a importunarle. La fantesca con l'orcio pieno d'acqua in testa poteva ben poco, cosi tocc a Matilda adoperarsi per scacciarli. Proprio nel momento pi critico, quando Matilda dalla rabbia per l'impotenza e dallo sforzo era diventata tutta rossa, spunt Tano che con un bastone in mano corse urlando verso i bambini. Questi subito scapparono ridendo e ingiuriando con tremende parole le due donne e il loro salvatore. Tano aiut la fantesca a ripone sul terreno l'orcio e poi si rivolse a Matilda, con un sorriso smagliante. Damigella, al tuo servizio. I loro occhi si incrociarono, ma Tano non riusc a sostenere lo sguardo della giovane e si rifugi in un goffo inchino. Si era perso negli occhi conturbanti di Matilda, di un celeste puro, profondo e trasparente come acqua di fonte. Grazie! rispose ansimando per lo sforzo la giovane, ma sarei stata benissimo capace di scacciarli con le mie forze, anche senza il tuo aiuto. Ne sono certo... comunque colgo l'occasione per presentarmi. Sono Tano degli Ubaldini da Montaccianico, per servirti disse, rosso in viso e imbarazzato come non lo era da anni. Nel rispondere si sofferm a osservare la pelle della giovane, candida pi del latte, quasi celeste come gli occhi, in ogni sua parte: le mani, le braccia scoperte, il collo e il viso; pelle morbida e profumata alla vista. Dopo il piccolo sforzo causato dai bambini, le gote e le orbite degli occhi si erano accese di un rosa intenso come le labbra. Il figlio di Ubaldino della Pila, il signore del Mugello? chiese in tono ironico la giovane, con la sua voce ancora infantile, un po' a cantilena, ma profonda e vibrante. Un membro della sua consorteria rispose vago e senza raccogliere la provocazione. Le intenzioni degli Ubaldini di costituire in Mugello una signoria ed estendere cos il loro dominio su tutto il territorio, compreso Borgo San Lorenzo erano note a tutti, e in particolare ai Borghigiani, direttamente interessati. Grazie ancora per il tuo aiuto, ma ora devo proprio andare. Sono attesa dal mio precettore. Cosa stai studiando? Matilda, arricciando le sopracciglia folte, grandi e bionde, lo guard in tono di superiorit gi pronta per andarsene. Mi attende una lezione sul De Bello Gallico, ma credo che tu non sappia minimamente cosa sia! Gallio est omnis divisa in partes tres quorum unain incolunt Belgae. aliam Aquilani, tertiam qui ipsorum lingua Celtae, nostra Galli appellantur recit a memoria Tano, evitando accuratamente gli occhi della giovane che gli mettevano una strana soggezione. il mio autore latino preferito, conosco il testo quasi a memoria. con le sue opere che ho imparato la grammatica! Adoro Cesare. Fu un grande cavaliere. il pi grande di tutti i

tempi con Alessandro Magno e il nostro imperatore Federico. Non ti immaginavo cosi acculturato disse con stupore Matilda, pensando a tutti i ragazzi di buona famiglia che aveva conosciuto sinora: noiosi, ignoranti e cafoni, interessati solo alla caccia, alla guerra e alla bella vita. Compreso il suo promesso sposo. Ma questo sembrava diverso, e ci la incuriosiva. Comunque prosegui con fare polemico, non penso sia opportuno dare tanta importanza a quei tre personaggi pagani e miscredenti! Ma come... Federico l'Imperatore del Sacro impero romano, difensore della fede e spada della Cristianit! Lui e tutti suoi seguaci sono stati scomunicati por ben due volte dal Santo Padre. Dicono addirittura che Federico sia l'incarnazione dell'Anticristo! Tano si rese conto che la discussione stava prendendo una piega pericolosa, quindi cambi argomento. Anch'io sono meravigliato, difficilmente alle donne consentito avvicinarsi alle lettere! Mio padre un uomo pratico, non ha avuto figli maschi e ha ritenuto opportuno che io studiassi per poterlo aiutare nei suoi commerci. Ah capisco, ma Giulio Cesare non una lettura che si addice a una fanciulla bella e nobile come te! Hai mai letto le avventure di Tristano e Isotta? Veramente no rispose arrossendo Matilda, mi hanno detto che non sono cose per giovani donne di buona famiglia! Non sai cosa ti perdi, ma se vuoi posso fartele avere... possiedo una rara traduzione nella nostra lingua di Tristano e Isotta. Matilda - presa alla sprovvista dall'offerta ed eccitata dall'idea di leggere quelle opere proibite, di cui tanto aveva sentito parlare - si guard attorno con fare furtivo. Va bene sussurr non scorgendo nessuno tranne la sua domestica a sedere per terra e ancora sconvolta per l'assalto dei mocciosi; portameli il prossimo lunedi. Vieni sotto il mio balcone nel primo pomeriggio, dopo che la campana ha suonato l'ora nona, e fischia per tre volte il canto dell'usignolo... ne sei capace? Certo! Bene io sar li ad aspettarti... Sii prudente, non farti vedere da nessuno e soprattutto non ti fare venire strane intenzioni, io sono gi promessa sposa! cosi dicendo si incammin a grandi passi verso casa, senza aspettare la fantesca. Tano si sentiva al settimo cielo. Era riuscito a conquistare l'attenzione e la fiducia di quella bellissima fanciulla: le aveva parlato, l'aveva incuriosita; e ora che l'aveva conosciuta ne era ancora pi attratto. Non si trattava di una semplice infatuazione. Si sentiva strano, stordito, come travolto da un branco di cinghiali. Per lui era una sensazione nuova. Mai prima d'ora si era sentilo cosi turbato e coinvolto emotivamente per una ragazza. La sua prima donna era stata Beila, la fantesca trentenne dalle forme generose che aveva svezzato lui e tutti i compagni del castello; li aveva introdotti ai piaceri della carne coi suoi modi gentili e delicati. Poi erano seguite occasionali avventure con ragazzette di campagna e meretrici. Ma erano rapporti freddi e distaccati; semplice sfogo dell'esuberanza giovanile. E Tano ne era sempre pi insoddisfatto, poich

niente avevano a che fare con quel sentimento di trasporto pieno e irrazionale verso una donna che tanto era decantato nei poemi cavallereschi e nei sonetti. Uno stato d'animo a lui misterioso e sconosciuto. Quella mattina d'autunno era per accaduto qualcosa. Finalmente aveva provato di persona il travolgente sentimento dell'amore. Aveva trovato la sua Isotta per cui combattere e soffrire. Era gi promessa sposa ad un altro, e non a uno qualsiasi; e questo non era un ostacolo da poco: ma se lui aveva fatto subito breccia nel suo cuore, al primo tentativo, un significalo doveva averlo. Era per certo un segno di Dio, che aveva in mente qualcosa per loro. No, non lo voglio come marito! grid in lacrime Matilda mentre camminava nervosamente per la grande sala da pranzo del palazzo. Dai non fare cos, non sei pi una bambina. Comportati da donna matura e responsabile, pensa al bene tuo e della tua famiglia. C' gi un accordo con i Cattani da molti anni... pensa allo scandalo se venisse rotto, e ai danni che potrebbero derivarne alla mia attivit. Il padre attingeva a tutte le sue doti di abile e scaltro mercante per cercare di rabbonirla e convincerla. Ma invano. Pi lui parlava, argomentava, insisteva, pi la giovane si alterava. Non lo amo. non lo stimo... mi ripugna come uomo! volgare, ottuso e non abbiamo niente in comune. Mia cara, lutti i giovani rampolli di nobili famiglie sono cos! normale: poi con il crescere si calmano, maturano diventano pi coscienziosi cos dicendo il mercante con le braccia aperte si avvicin alla figlia con fare protettivo e paterno. Solo al pensiero di una vita con lui mi viene la nausea! fece quella scattando come una molla per fuggire all'abbraccio del padre. D'improvviso si materializz nella sua mente l'immagine del giovane che aveva conosciuto il giorno avanti. Non si ricordava neanche il nome, era un ragazzo come tanti altri. Per era rimasta colpita dalla sua sensibilit e dall'inusuale interesse per le lettere. Non vero che sono tutti uguali pens tra s: il ragazzo di quest'oggi ne la dimostrazione: e come lui ne posso trovare molti altri. L'atmosfera in casa Chermontesi era tesissima. Ora stai esagerando Matilda! Ti ho sempre trattata come una principessa, non ti ho fatto mancare niente. Ho persino provveduto a farti istruire come un maschio! Questo sarebbe il ringraziamento? Lo hai fatto solo nel tuo interesse! Come ti permetti di rispondere cos a tuo padre! La ragazza rimase in un silenzio imbronciato e ostile, con le guance tutte rosse e rigate dalle lacrime Tu non hai niente da dire a tua figlia! prosegu Mattia rivolgendosi bruscamente alla moglie, a sedere su uno sgabello e con lo sguardo rivolto verso il basso. La donna si stropicciava le mani nervosamente, visibilmente combattuta tra l'amore per la figlia da una parte, e l'obbedienza al marito e l'onore della famiglia dall'altra. Allora, sei diventata muta! grid l'uomo, che ormai aveva perso la pazienza. La figlia la fissava con occhi imploranti, con la speranza di trovare in lei un appiglio. Ha ragione tuo padre. Matilda: ti devi rassegnare e pregare Dio

perch tutto vada per il meglio balbett la donna: quando poi avrai dei figli non ci penserai pi! Questo il nostro destino... L'alternativa il convento! aggiunse in tono minaccioso il padre. E con il tuo temperamento non penso proprio sia un posto per te. Un ghigno feroce si era stampato sul suo viso carnoso e glabro. Matilda era giunta al limite. Per la prima volta vedeva i genitori come due mostri che volevano incastrarla contro il suo bene e legarla per tutta la vita a un bruto. Si mise le delicate mani davanti alla faccia e scapp via singhiozzando. Per alcuni lunghi interminabili attimi i due genitori rimasero in silenzio. Mattia, conosci tua figlia prese l'iniziativa la donna. troppo intelligente e testarda: non accetter mai di sua volont di sposare Giovanni de' Cattani. Dovremo costringerla, ma cosi la perderemo per sempre... la nostra unica figlia! Scoppi quindi in un sommesso pianto. Il mercante era furente. Non avrebbe mai permesso a quella mocciosa arrogante di mandare all'aria il matrimonio con il rampollo de' Cattani. Un'occasione unica per estendere i suoi affari anche nel Mugello occidentale e rinforzare al contempo i legami con il nuovo regime di Firenze, a cui quella casata era legata. E il tempo volava: la data delle nozze era stata pattuita per il prossimo giugno: la cosa era ormai di pubblica fama. Si avvicin alla moglie e le poggi affettuosamente la mano sulla spalla per consolarla Non possiamo tornare indietro. Col tempo capir e ci perdoner. La donna si alz e si diresse verso la finestra, per respirare un po' d'aria fresca. Che triste destino riservato a noi donne sospir con amarezza, o recluse in un convento, o sacrificale sull'altare degli interessi della famiglia, come merce di scambio. Che fai, cominci anche tu? l'aggred il marito stringendo i pugni con fare minaccioso. Forse non sei contenta della vita che ti ha riservato Domeneddio? Che non risenta frasi del genere, soprattutto in presenza di Matilda! Bei valori che hai trasmesso a tua figlia, guarda ora il risultato! Avrei dovuto mandarla in convento sin da piccola, l avrebbero piegato il suo carattere ribelle con la verga e il bastone! Cos dicendo afferr una ciotola sulla tavola e la scagli contro il muro. Solo allora si accorse della presenza di due domestiche, spettatrici involontarie del dramma familiare. che si erano rannicchiate in un angolo della stanza sino quasi a mimetizzarsi via via che i toni della discussione si erano accesi. Che diavolo ci fate voi qui! Andate a lavorare! sbrait il mercante. Santo Dio! Sono circondato da donne. Alla fine ne uscir pazzo! Che ho fatto di male per meritare questa croce. Ouindi si volt di nuovo verso la moglie, con gli occhi stretti in due fessure. Sai bene che la dote di Matilda mi coster un occhio della testa, e per nessuna ragione acconsentir che sposi uno qualsiasi! L'alternativa a un matrimonio col Cattani il convento, per tutta la vita.

Parte Seconda
OTTAVIANO DEGLI UBALDINI Suo cimitero da questa parte hanno con Epicuro tutti suoi seguaci, che

l'anima col corpo morta fanno. (...) Qui con pi di mille giaccio: qua dentro 'I secondo Federico, e 'l Cardinale: e de li altri mi taccio. Dante Alighieri Divina Commedia Inferno. Canto X

1
Castello di Montacelameo, Piviere di Sant'Agata Fine ottobre. 1250 Le grida degli uomini di guardia alla torre meridionale risuonarono nell'aria della tarda mattinala. Arriva! Arriva! Il Cardinale sta arrivando al castello! Seguirono possenti squilli di tromba e di corno. Nessuna sorpresa, se non l'imminenza dell'arrivo di Ottaviano, il fratello minore di Ubaldino. Nei giorni precedenti suoi emissari avevano preannunciato la visita; e lo scampanio a festa della pieve di Sant'Agata aveva gi allertato gli abitanti di Montaccianico che l'illustre prelato conosciuto in tutta la Cristianit come "il Cardinale" per antonomasia stava avvicinandosi al castello. Subito dopo l'arrivo dei messi cardinalizi, l'atmosfera si era elettrizzata, e una grande agitazione aveva colto tutti. Erano molti anni che Ottaviano non si fermava nella terra natia, il giorno stesso dell'annuncio erano cominciati preparativi imponenti e concitati per organizzare una degna accoglienza. Battute di caccia per procurare la selvaggina. Spedizioni di boscaioli in montagna per la legna da ardere. Richieste a tutti i fedeli di contribuire ai festeggiamenti con la consegna straordinaria di animali e grano. L'invio di messi a tutti i componenti della consorteria e ai castellani con l'invito per il banchetto di benvenuto. La pulizia del cassero e del castello. L'acquisto di nuovi arazzi per abbellire le stanze che avrebbero ospitato il Cardinale. Tano e i gli altri cadetti colsero l'occasione per lasciare la lezione di grammatica e si precipitarono sulla torre meridionale per godersi lo spettacolo. Non rimasero delusi. Lungo i tornanti della strada che portava al castello da meridione si snodava una lunga processione di cavalieri, carri e uomini a piedi. Apriva il corteo una ventina di cavalieri armati di tutto punto. Procedevano lentamente su eleganti palafreni, tra i bagliori dei raggi solari riflessi su elmi e lance. Seguiva il Cardinale, inconfondibile per il cappello a ruota color porpora, diventato da pochi anni il segno distintivo dei principi della chiesa. Anche il mantello indossato da Ottaviano era di color porpora e coi preziosi bordi d'ermellino copriva parzialmente il suo palafreno nero. Subito dietro, vari dignitari e stretti collaboratori, anch'essi vestiti con eleganti e sgargianti mantelli e copricapo, e su splendi cavalli. Un po' staccati venivano tre enormi carri coperti, con dentro gli effetti personali del legato pontificio. I carri erano seguiti da un numero imprecisato di inservienti laici, in groppa a palafreni, muli e ronzini dalla chioma rasata. L'imponente seguito rappresentava solo una parte della familia cardinalizia di Ottaviano, una delle pi numerose tra i porporati. L'insieme

di persone al suo servizio e a lui legate da vincolo di fedelt annoverava quasi cento fedeli. Il gruppo pi influente era rappresentato dai cappellani che componevano il collegio della cappella cardinalizia. A questi si aggiungevano i collaboratori laici: notai, scrivani, cuochi, panettieri, stallieri, uscieri, scudieri, valletti e uomini d'arme. Il corteo si chiudeva con un'altra trentina di cavalieri bolognesi della guardia personale del Cardinale, cui si aggiungevano alcuni uomini d'arme messi a disposizione dai castellani della consorteria incontrati nel valicare gli Appennini. In testa e in coda sventolavano, appaiati, due stendardi: l'insegna della Chiesa, le chiavi di San Pietro incrociate e sormontate dalla tiara papale, e quella della casata degli Ubaldini, il massacro di cervo bianco su fondo blu. Il corteo, pi che di un uomo di chiesa, appariva quello di un principe; e Ottaviano sembrava un re in mezzo al suo esercito. Ma ci non destava meraviglia. Il Cardinale, con la sua carica di legato apostolico in Lombardia e Romagna, ricopriva un ruolo di primo piano nello scenario politico italiano. Ottaviano aveva fissato la residenza principale a Bologna. in uno sfarzoso palazzo vicino alla chiesa cattedrale. Alla citt sul Reno lo legava uno stretto vincolo affettivo: l aveva iniziato la carriera politica e religiosa, dividendosi tra l'universit, come studente, e il capitolo della cattedrale, in qualit di suddiacono e cappellano papale. Tutti in Mugello conoscevano la storia di Ottaviano. Appena ventenne, col titolo di arcidiacono, era diventato il rettore del prestigioso Studio bolognese; e non ancora trentenne il pontefice Gregorio IX, non potendo eleggerlo al seggio episcopale di Bologna per la giovane et, lo aveva nominato procuratore della diocesi, col pieno appoggio del clero cittadino; la consacrazione a vescovo era stata rinviata al compimento del suo trentesimo anno. Correva l'anno del Signore 1240. Da procuratore episcopale in pochi anni Ottaviano era riuscito nel difficile compito di riappacificare le fazioni nobiliari dei ghibellini e dei guelfi in lotta per il potere, guadagnandosi cosi la stima e la fiducia del popolo bolognese. Nel 1244 il nuovo pontefice Innocenzo IV. invece di nominarlo vescovo di Bologna, lo aveva promosso direttamente alla soglia cardinalizia, col titolo di cardinale diacono di Santa Maria in via Lata; e nel 1245 ne aveva richiesta la presenza oltralpe, per il Concilio di Lione. Il giovane porporato si era trattenuto in Borgogna per due anni, avendo modo di entrare nelle confidenze del Pontefice, che proprio a Lione aveva trasferito la curia papale per sfuggire all'Imperatore. Era ritornato a Bologna nel 1247, insignito del prestigioso titolo di legato pontificio per la Romagna e la Lombardia, e con il compito di organizzare le citt guelfe contro l'Impero. La nuova carica imponeva al Cardinale di spostarsi continuamente tra le citt della Lombardia e della Romagna, per sedare liti, stringere alleanze e guidare eserciti contro le truppe ghibelline. La sua sede principale era rimasta per sempre la guelfa e fedele Bologna. Dove siete finiti! Dai sbrigatevi! Dovete prepararvi per l'accoglienza a vostro zio! Il notaio Lupini, responsabile dei festeggiamenti di

accoglienza, era tutto un tremito di apprensione. Gi i rampolli ubaldini si erano cambiati per l'occasione e tutti euforici si precipitarono fuori dalla torre meridionale. Nello schieramento di accoglienza ognuno aveva il suo posto, dall'ultimo servo al signore del castello. Per l'evenienza erano accorsi tutti i componenti della consorteria, dalle rocche pi disparate del Mugello e della Romagna. Dalla porta d'ingresso del castello erano state formate due file che arrivavano sino al cassero. I servi e i pi umili, al principio, poi, via via, i fedeli pi importanti, provenienti da tutti i villaggi dei dintorni, sino ai familiari pi stretti. Tutti indossavano le vesti migliori e tenevano in mano ramoscelli di ginepro. Il tragitto all'interno del cortile delimitato dalle due schiere terminava in un piccolo palco di legno tutto agghindato, allestito per consentire al Cardinale di fare un piccolo discorso e dare la benedizione alla folla. Tano con i suoi cugini si trovava in prossimit del palco. Appena il primo cavaliere del convoglio oltrepass il pontelevatoio, la folla cominci a sventolare ramoscelli di ginepro e a gioire, urlando frasi di benvenuto. All'arrivo del porporato, le manifestazioni di giubilo si intensificarono. Le campane della chiesetta di San Pietro iniziarono a suonare a festa. La gente gettava i ramoscelli al suo passaggio e allungava le mani per toccarne il mantello o anche solo la gualdrappa del cavallo. Le donne porgevano i pargoli per avere la benedizione. Ottaviano, senza scomporsi, alz la mano destra guantata in segno di ringraziamento, dispensando segni della croce alla moltitudine in delirio. Dalla mano, affusolata e nera, partivano irregolari bagliori creati dai riflessi del sole sui preziosi anelli che portava. Cavalcava il palafreno in modo naturale e sicuro, con portamento fiero ed elegante, degno di un sovrano. Agli occhi di tutti era il simbolo vivente della Chiesa trionfante. Ubaldino and incontro al fratello e lo aiut a scendere da cavallo. I due si abbracciarono. Quindi il Cardinale fu accompagnato sul palco, mentre due paggi suonarono possenti squilli di tromba. Tano aguzz gli occhi per vedere la faccia di Ottaviano, ma invano. Il cappello con la larga tesa proiettava un'ombra che impediva di cogliere i lineamenti e l'espressione del volto. Il giovane moriva dalla voglia di conoscerlo. Il Cardinale zitt la folla alzando le braccia con le palme aperte. Il mantello ricadde all'indietro lasciando trasparire un corpo robusto, avvolto in un'elegante tunica di velluto nero, impreziosita ai bordi da decori ricamati con fili d'oro e seta. Passarono alcuni attimi di silenzio. Con l'autorit concessami dal pontefice Innocenzo, vi benedico nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo! Tra la folla molti si fecero il segno della croce, abbassando il capo. Altri si inginocchiarono con le mani congiunte. Cari fratelli, recitiamo assieme la preghiera al nostro Signore Onnipotente che tutto d e tutto toglie. Nel cortile del castello risuon un intenso e partecipato Pater noster, una delle poche preghiere in latino conosciute a niente da quasi tutti i cristiani, anche i pi ignoranti. Per me riprese il Cardinale, sempre un piacere immenso tornare

nelle mie terre, nel castello della mia infanzia. ritrovare il calore e l'affetto della mia famiglia, dei miei fedeli e amici! Ogni volta che i miei onerosi uffici me lo consentono faccio di tutto per fermarmi in Mugello, a ritemprarmi dai faticosi impegni che porto avanti per il Santo Padre. Voi siete sempre nel mio cuore e nelle mie preghiere. Ogni mia azione e pensiero ha sempre come fine ultimo il bene della nostra Santa Madre Chiesa, della mia famiglia e dei suoi amici! Applausi e grida si levarono dalle schiere dei presenti. Pi volte ho decantato al Santo Padre la bellezza della nostra terra e la fedelt alla Chiesa dei suoi abitanti. E lui mi ha promesso che non appena far rientro in Italia sar ben felice di essere nostro ospite! Le grida di giubilo aumentarono e da pi parti fu scandito il nome di battesimo del Cardinale. Ubaldino raggiunse il fratello sul palco. Cari amici, nel cortile del cassero vi aspetta un ricco banchetto per festeggiare il nostro amato benefattore e protettore Ottaviano. I familiari sono invece attesi all'interno del palazzo, nella sala d'armi. Ottaviano prima di congedarsi volle fare un ultimo appello. Rammentate: tutti noi buoni cristiani dobbiamo vivere nella consapevolezza che fuori dalla Chiesa non c' salvezza per la nostra anima! La moltitudine di servi, coloni e fedeli, si fece un ultimo frettoloso segno della croce per poi riversarsi in modo sguaiato all'interno del cassero, gettandosi come rapaci sui cibi e sulle bevande preparate. I componenti della famiglia e i loro pi stretti collaboratori, scortati da varie decine di uomini d'arme, si diressero invece all'interno del palazzo per il pranzo in onore del legato pontificio. Tano e i suoi compagni, assieme ad altri coetanei della consorteria, precedettero i familiari e si diressero verso le cucine a pianterreno. La consuetudine esigeva che in occasione di banchetti di particolare importanza i giovani non ancora investiti cavalieri servissero ai tavoli i familiari e gli ospiti pi illustri. La disposizione dei commensali a tavola era una questione di massima importanza, fonte di incidenti diplomatici e vere e proprie risse. Compito del padrone di casa era accertarsi che ogni ospite occupasse il posto dovuto, secondo il lignaggio e l'importanza, facendo estrema attenzione a non offendere la dignit e il prestigio di nessuno. Della delicata questione si era occupalo lo stesso Ubaldino. con l'aiuto del notaio Lupini. Gli invitali, circa un centinaio, erano stati sistemati in una grande tavolata a ferro di cavallo, fatta da panche di castagno poste su caprette e ricoperte da un elegante panno color crema ricamato in blu. Sul Iato centrale, quello pi prestigioso, sedeva il Cardinale, l'ospite d'onore. Subito alla sua destra c'erano il fratello maggiore Ubaldino della Pila e il fratello minore Albizzone. Seguivano i cugini Albizzo e Ugolin d'Azzo, il nipote Ugolino da Senni, e i figli di primo letto di Ubaldino, Azzone e Caver- nello; quindi i rappresentanti del ramo di Gagliano della consorteria: il vecchio Canto, in qualit di capofamiglia, e il nipote Catalano. Alla sinistra del legato sedevano i rappresentanti del clero locale e i signori ecclesiastici della valle, tra i quali Adalina, badessa del ricco e influente monastero camaldolese di Luco. Ai tavoli laterali, destro e sinistro, venivano poi - in

ordine di importanza - i componenti del seguito di Ottaviano, i membri della famiglia appartenenti ai rami minori, e infine i clienti e gli uomini di fiducia della consorteria provenienti da tutti i borghi e i castelli del Mugello e della Valle del Santerno. Tutti erano molto felici ed eccitati: per la grande abbuffata di cibo e vino che li aspettava; e per la presenza del prestigioso ospite. Tano mentre si prodigava a disporre sui tavoli degli ospiti vassoi in legno ricolmi di cacciagione - curioso come un gatto - non poteva fare a meno di osservare di sottecchi Ottaviano, che privo del cappello e del mantello appariva in tutta la persona. Ne rimase per deluso. Si aspettava un uomo vigoroso, dai lineamenti decisi e lo sguardo magnetico. Invece, al di l della statura considerevole, la forma che traspariva dalla gonnella di velluto nero era quella di uomo un po' appesantito e flaccido. Ma l'aspetto che pi lo colpi fu l'espressione del volto, tutt'altro che autorevole e decisa. La stretta e sottile bocca e il piccolo naso a punta, sembravano sperdersi nella faccia, larga, un po' gonfia, perfettamente rasata e dai lineamenti sfumati e incerti. I capelli, corti e pettinati all'indietro, lasciavano scoperta una fronte alta e spaziosa. Le palpebre degli occhi, calate come non riposasse da giorni e stesse per cadere addormentato da un momento all'altro, gli davano un'aria apatica, per non dire inebetita. Tuttavia a uno sguardo pi attento, dietro quelle palpebre calate si celavano due occhi vivi e intelligenti, di un nero intenso e brillante. In molti si prodigarono a chiedere lumi e commenti al Cardinale sull'andamento del feroce scontro tra i fautori dell'Imperatore e i seguaci del Papa, che da vari anni insanguinava il nord della penisola, intrecciandosi ai conflitti e alle rivalit storiche tra i comuni cittadini e tra le fazioni all'interno degli stessi. Ottaviano amava parlare di politica e quindi non si fece pregare pi di tanto. Come sapete, il Santo Padre mi ha conferito il comando delle milizie guelfe di Bologna, Mantova e Ferrara per recuperare alla Chiesa le citt romagnole cadute nella mani dei ghibellini. A dispetto delle malelingue che mettono in dubbio la mia fedelt al Papa, ho portato a termine il compito con successo. Tutti lo possono constatare. 1 regimi ghibellini di Faenza e Ravenna sono stati rovesciati; e tutte le citt della Romagna hanno aderito alla Lega guelfa, sotto la guida di Bologna, dalla quale hanno ripreso gli ordinamenti e lo statuto. Re Enzo, il figlio prediletto dell'Imperatore, la scorsa primavera caduto mio prigioniero. Cosa si poteva pretendere di pi? Fece una breve pausa. Bevve un sorso di vino e con la sua voce suadente prosegui. Quest'ultimo anno l'ho trascorso tra la Marca di Treviso e la Lombardia per rinsaldare il fronte della Lega guelfa contro i diabolici Ezzelino da Romano e Oberto Pallavicino, gli ultimi baluardi del ghibellinismo al nord. Cari amici, solo questione di anni! L'ambizioso progetto di Federico di fare dell'Italia un suo possesso sotto 1 Impero e di schiacciare la libert dei comuni e della Chiesa morto nel 1248, con la disfatta di Parma. in corso in tutta la penisola una svolta guelfa che porter al trionfo della Chiesa e dei liberi comuni ovunque! E la nostra consorteria, mai apertamente schierata con l'Impero, ma sempre fedele al Santo Padre, trionfer con loro! Applausi si levarono dalla tavolata, anche se per molti, tra cui Ubaldino

e lo stesso Tano. rappresentavano solo una formale cortesia. I loro volli sorridevano, ma l'animo soffriva. La maggior parte dei commensali era di fede ghibellina e i pi erano dispiaciuti per la piega che aveva preso lo scontro tra Papato e Impero. Gli Ubaldini erano sempre stati fedeli all'Imperatore. Solo quattro anni prima, nel 1246, Federico II aveva formalmente riconfermato i loro titoli con un diploma imperiale, che Io stesso Ubaldino conservava con cura assieme ai tesori di famiglia. Molti di loro durante gli anni '30 avevano militato nelle truppe imperiali contro le citt ribelli della Lombardia. Da giovani, Ubaldino e i cugini Albizzo e Ugolin d'Azzo, assieme a molti altri rampolli delle famiglie ghibelline della Toscana, avevano preso parte all'epica battaglia di Cortenuova del 1237, dove i ghibellini, guidati da Federico in persona, avevano sbaragliato l'esercito della Lega Lombarda. Ubaldino e gli altri avevano creduto al sogno dell'Imperatore e condiviso il suo progetto politico: fare dell'Italia uno stato centralizzato parte dell'Impeto. Poich solo l'Impero, come potere superiore, avrebbe ricondotto le citt, i signori e i popoli - sempre in lotta tra loro e al loro interno - nella giusta strada della pace, dell'ordine e della convivenza pacifica. Solo un Impero forte avrebbe rigenerato la Chiesa, liberandola dal fardello del potere temporale che l'aveva condotta alla corruzione, alla lussuria, a tradire l'insegnamento del Vangelo. E solo la collaborazione tra questo Impero e questa Chiesa avrebbero saputo garantire a tutti i cristiani la via della salvezza eterna. Negli ultimi anni per, con la rapida ascesa politica di Ottaviano ai vertici della Chiesa, le cose erano cambiate. Dopo il Concilio di Lione del '45. ove Federico II era stato scomunicato per la seconda volta dal nuovo papa Innocenzo IV. la storica lolla tra Papato e Impero per l'egemonia sulla penisola aveva assunto toni sempre pi aspri e forti, sino a far tramontare ogni speranza di accordo. Le posizioni dei due poteri universali erano ormai inconciliabili e la pace sarebbe giunta solo con la sconfitta di una parte. In tale contesto di scontro totale. Ottaviano, forte della nuova posizione di principe della chiesa e attivamente impegnato a combattere i ghibellini come legato papale, aveva impedito alla consorteria di schierarsi apertamente a fianco dell'Imperatore come in passato; e ci nonostante nel maggio 1246 Federico li avesse rinnovato i loro titoli con un nuovo diploma. Il Cardinale si era scontrato duramente col fratello Ubaldino, un ghibellino nel cuore che avrebbe seguito Federico II in capo al mondo. I due non si erano parlati per mesi. Ma alla fine il rude e cocciuto uomo d'arme aveva ceduto alle sottili e convincenti argomentazioni dello scaltro e cinico fratello. Dopo l'intervento di Ottaviano, i commensali si erano tuffati sulle prelibale cibarie offerte, chiacchierando rumorosamente tra loro. In sottofondo la dolce melodia di tre musici, fatti venire da Firenze per l'occorrenza. Mentre i domestici e i giovani cadetti si prodigavano a servire fagiani allo spiedo e riempivano i calici di vino aromatizzato, un omettino piccolo e secco, rivestito con un abito attillato e dai colori sgargianti, entr nella sala. Sul capo aveva un berretto con tre lunghe punte che ricadevano verso il basso su tre sonagli. Si prodig in tre cerimoniosi inchini e con un bizzarro accento si present. Illustri signori, cavalieri, prelati e rispettabilissime dame, mi chiamo Forio da Padova e

sono qui per allietare il vostro pranzo con ballate, giochi, musica e storie! Mentre i tre musici, con strumenti a corda e a fiato, cominciarono un'allegra melodia, il giullare padovano, con un balzo portentoso, fece tre giravolte sulle mani e atterr su un piccolo palcoscenico in legno disposto in mezzo alla tavolata a ferro di cavallo. Ricomposto l'abito e il cappello si schiar la voce. Sapete voi magnificientissimi signori quale la storia della nascita del villano... insomma del vostro servo che coltiva i campi e alleva le vostre bestie? I nobili mugellani, incuriositi dallo strano personaggio, distolsero l'attenzione dalla carne e dal vino che avevano di fronte e interruppero le animate discussioni di caccia, affari e politica. Tutti fissavano con aria interrogativa e divertita il piccolo giullare. Benissimo prosegui quest'ultimo, con un ghigno di soddisfazione stampato sul viso per aver catturato l'attenzione, se nessuno di lor signori lo sa, consentitemi di raccontarvelo. Nella notte dei tempi, poco dopo la creazione, l'uomo, esasperato dal duro lavoro nei campi cui era tenuto per campare s e la sua famiglia, si rivolse direttamente a Dio e lo implor di mandargli qualcuno per aiutarlo. Le bestie come il bue. il cavallo, l'asino non erano infatti in grado di supportarlo in tutti i lavori, soprattutto quelli pi umili e disgustosi. Dio. preso dalla compassione, si mise a pensare come dare un aiutino al poveruomo, e mentre rimuginava tra s. ecco che laggi sulla terra vide passare un asino. Subito il Creatore s'illumin e con un semplice cenno della divina mano ingravid l'asinello. Dopo nove mesi, la pancia della bestia era gonfia come un otre... e a un certo punto si sent un gran fracasso, l'asino tir una scoreggia tremenda e con quella salt fuori il villano puzzolente ricoperto di terra e di escrementi! I commensali scoppiarono a ridere fragorosamente; ma non gli uomini di chiesa che, imbarazzati per la commistione tra sacro e profano, osservavano di sottecchi il Cardinale per carpire la sua reazione e adeguarsi. Il porporato inaspettatamente tramut l'espressione serafica in un sorriso appena accennato. I chierici non persero tempo e si unirono subito alle risa dei laici. II giullare fu costretto ad alzare la voce per riprendere il racconto. A questo punto Dio mand a chiamare l'uomo e il villano, e di fronte ai due statu: "D'ora in poi l'uomo sar padrone e signore e il villano seno e contadino. Il villano per vitto avr pane nero con cipolla cruda, fagioli, fava lessa e sputo: dormir sul pagliericcio, camminer scalzo e vestir con un paio di braghe spaccate nel mezzo e slacciate che non debba perder troppo tempo nel pisciare. Ad insegna del suo casato saranno vanga e badile." Gli sghignazzi tra gli uditori, resi disinvolti dal vino trangugiato, aumentarono. Il giullare gesticolando animatamente riport la calma e prosegu. Il Creatore poi, rivolgendosi direttamente al padrone continu: "Di gennaio dagli un forcone in spalla e caccialo a ripulire la stalla. Di febbraio fai che sudi nei campi a franger le zolle ma non darti pena se avr le fiacche al collo, se verr pieno di piaghe e calli, ne avr vantaggio il tuo cavallo liberato dalle mosche e dai tafani

che tutti verranno a stare di casa dal villano. Ponigli una gabella su ogni cosa faccia, mettigli una gabella persino su quel che caca. Di carnevale lascialo pur ballare e pur cantare che abbia da rallegrare. ma poco che non debba dimenticare che a' sto mondo per faticare. Anche di mar/o fallo andare scalzo. Fagli potare la vigna, che si prenda la tigna. Nel mese di aprile che stia all'ovile con le pecore a dormire. a dormire da sveglio. che il lupo affamato! Se l'affamato lupo vuol prendersi qualche armento si prenda pure il villano che Io non mi lamento. Mandalo a tagliar l'erba di maggio con le viole ma guarda che non si perda rincorrendo le belle figliole. Le belle figliole sane. non importa se villane. falle ballar distese con te per tutto il mese. Quando poi ti verr a noia dalla al villano in sposa. in sposa gi incinta che non debba far fatica." Sacrosanto! proruppe Albizzo alzatosi in piedi con un calice ricolmo di vino in mano. Il cugino di Ubaldino intendeva dire altro, ma sopraffatto dal vino barcoll e nonostante il soccorso dei vicini cadde riverso sul tavolo. Le risa si fecero pi sguaiate. Battute e allusioni pesanti volarono tra i commensali. I rampolli ubaldini, seduti all'estremit della tavolata, si avvicinarono per godersi meglio lo spettacolo. Ubaldino, ancora sobrio e desideroso di sentire la fine della storiella - che lo divertiva moltissimo batt pi volte il pugno sul tavolo per riportare ordine tra gli invitati. Poi dispose che le donne lasciassero la sala. Gli uomini di chiesa, avvezzi alle degenerazioni in cui spesso sfociavano i banchetti, rimasero ai loro posti. Tornata un po' di calma il menestrello continu. A che mese eravamo rimasti... ah s, giugno! "Di giugno a prender ciliegie fai che il villano vada, sugli alberi di prugne, di pesche e di albicocche, ma prima, perch non debba mangiarsi le pi belle, fagli mangiar la crusca che gli stoppi le budelle. Di luglio e d'agosto, col caldo che ti manda arrosto, per fargli passar la sete dagli da bere l'aceto e se bestemmia arrabbiato,

non ti preoccupare dei suoi peccati: che il villano sia buono o cattivo sempre all'inferno destinato. Nel mese di settembre. per farlo ben distendere, mandalo a vendemmiare ma prima fagli ben pigiare affinch non si possa ubriacare. D'ottobre bello, fagli ammazzare il maiale e a lui per premio lasciagli le budelle ma non lasciargliele proprio tutte, che vengono buone per insaccare le salsicce. Al villano lasciagli i sanguinacci che sono velenosi e intossicanti. I buoni prosciutti sodi lasciali a quei villani. lasciaglieli da salare, e poi falli portare alla casa tua, che sar un gran bel mangiare. Di novembre o ancor dicembre affinch il freddo non lo debba offendere. per farlo riscaldare mandalo a camminare. mandalo a tagliar legna e fa' che spesso venga. che venga caricato che non si raffredder, e quando si avvicina al fuoco caccialo in un altro luogo, caccialo fuori dall'uscio, ch il fuoco lo rimbambisce. Se fuori piove a dirotto digli che vada a messa, in chiesa riparato e potr anche pregare, piegare per passatempo, che tanto non gli viene niente, che tanto non ne avr salvamento, che l'anima non ce l'ha e Dio non lo pu ascoltare. E come potrebbe avere l'anima questo villano becco se venuto fuori da un asino con una scoreggia?"1 Cosi terminando, tutto rosso in faccia e accaldato dalla foga del racconto, l'artista fece tre inchini e fattosi passare sei palle rosse cominci a farle girare in tondo con le mani. I commensali intanto continuavano a ridere e a commentare il racconto. Sulle altre prevalse la voce di Greccio. il padre di Tano. Bisogna stare attenti ai contadini, alzano sempre pi il capo, chiedono di essere affrancati, cercano di emigrare in citt per trovare fortuna! Tano, che stava riempiendo per l'ennesima volta il calice a Ubaldino, rimase meravigliato dal tono del padre, generalmente pacato e riflessivo, e ne attribu l'insolita disinvoltura al troppo vino. Questo niente! rincar la dose Azzone, il focoso primogenito di Ubaldino. che era appena rientrato da una lunga permanenza al servizio di Oberto Pallavicino, vicario imperiale per la Lombardia. Stanno sorgendo

ovunque comuni. Anche minuscoli popoli di pochi fuochi aspirano a darsi uno statuto, a liberarsi dal controllo del signore. E per riuscire cercano l'appoggio di Firenze, che non aspetta altro per mettere il naso nella nostra terra, per creare dissidi e motivi di intervento con la scusa di difendere la liber di questi villani, di cui in realt non gli importa nulla! Bisogna intervenire subito con la massima risolutezza e soffocare nel sangue ogni tentativo di ribellione! Ben detto nipote! lo incoraggi Albizzo e gli batt una pacca sulla spalla. Poesia satirica attribuita al giullare pavese Matazone da Caligano. come riadattala da DARIO Fo. Mistero buffo, giullarata popolare. Torino. 1997.
1

Tano si sofferm a osservare Azzone. Da quando era partito per il nord, ormai tre anni orsono, non lo aveva pi rivisto. Ma era sempre lo stesso: un uomo tozzo e peloso come un cinghiale, con un muso schiacciato simile a un cane. Il volto sempre cupo e arrabbiato, le membra, come incapaci di trovare fermezza, perpetuamente contratte e frementi. Ogni parte del suo corpo sprizzava tracotanza e prepotenza. Azzone si rese conto che Tano lo stava fissando e gli gett un'occhiataccia di sfida. Quello imbarazzato distolse subito lo sguardo e riprese le incombenze di servo, mentre il primogenito di Ubaldino fu distolto dai numerosi assensi al suo discorso, che alti si levarono tra i commensali. Ma tutti tacquero quando il Cardinale alz il braccio in segno di voler parlare. Cari amici, il menestrello con la divertente storiella ha sollevato un'importante questione, direi vitale per noi. Coloro che hanno parlalo prima di me hanno colto il problema, ma hanno fornito la pi sbagliata e stolta delle soluzioni. Ugolino da Senni non trattenne un gesto di scherno verso il cugino Azzone che. ripreso cos duramente dall'autorevole zio, era diventato paonazzo per la rabbia. I due cugini si scambiarono gelide occhiate cariche di odio. Non si erano mai amati e il motivo della lunga permanenza di Azzone in Lombardia era proprio Ugolino da Senni. Bench fossero ormai passati vari anni, Tano si ricordava ancora bene la vicenda che li aveva portati vicino a un duello mortale. Azzone andava pazzo per i cavalli e le belle donne, e pur di soddisfare i suoi desideri era capace di tutto. Durante imponenti giostre per la festa di Pentecoste di quattro anni addietro. Ubaldino aveva messo come primo premio nella competizione con la spada un magnifico destriero bianco proveniente dalla Bretagna. Mai nessuno in Mugello aveva visto un cavallo di tale potenza e bellezza, e tutti i giovani cavalieri si erano cimentati nella gara per ottenerlo. Su tutti era prevalso Ugolino da Senni e come premio aveva ricevuto lo splendido animale. Ma Azzone non aveva retto l'affronto del cugino e, sopraffatto dalla rabbia a dall'invidia, aveva fatto avvelenare il cavallo. I due. quasi coetanei, erano sempre stati in competizione e pi volte erano venuti alle mani; ma questa era stata la

goccia che aveva fatto traboccare il vaso. Ugolino da Senni, accecato dalla rabbia aveva giurato pubblicamente vendetta e sfidato Azzone a un duello mortale. Ubaldino non poteva accettare che il suo primogenito e il nipote prediletto si scannassero a vicenda: quindi per evitare il peggio aveva risarcito Ugolino del danno subito e spedito il figlio in Lombardia al servizio dell'amico Pallavicino. I contadini prosegui il principe della chiesa, devono essere i nostri pi fidi alleati nella inevitabile lotta contro Firenze per il dominio del Mugello e della Romagna occidentale! Il nostro potere si fonda sulla tradizione e sui rapporti di fedelt coi villani. Dobbiamo quindi ascoltarli, dargli protezione e. ove possibile, accogliere le loro lamentele e richieste, insomma accudirli come si fa con i bambini! Badate bene, ci indispensabile per mantenere il nostro dominio. Dovrete essere padroni accorti e benevoli. Non richiedete fitti o censi esosi, ma bassi e in natura, anche solo simbolici. Permettete ai vostri fedeli di condurre una vita dignitosa. Non opponetevi al sorgere delle comunit di villaggio, ma assecondatele e controllatele inserendo uomini a voi fedeli; diventeranno cosi utili strumenti nelle vostre mani. Dovete vincere il disprezzo per i villani e iniziare a vederli come alleati, seppur di rango inferiore. Questo converr anche a loro. Va inculcato in quelle zucche vuote che gettarsi nelle mani di Firenze non li render liberi, ma sostituir un signore a un altro; senza dubbio pi esigente, lontano e insensibile alle loro esigenze. Invece di sudare e spaccarsi la schiena nei campi e nelle stalle per sfamare il signore e la sua famiglia, lo dovranno fare per un'intera citt di quasi centomila abitanti, e la loro condizione non potr che peggiorare! Firenze il futuro per lutti noi! esclam una voce giovanile dal lato sinistro del Cardinale, riservato agli esponenti pi importanti della consorteria. Un silenzio di tomba cadde nella sala e tutti si voltarono verso colui che aveva parlato. Non dobbiamo opporci, ma collaborare con i Fiorentini prosegu Catalano degli Ubaldini da Gagliano, e state pur certi che ne ricaveremo grandi vantaggi e ricchezze... Canto, il capofamiglia dei da Gagliano, lo stratton violentemente per impedirgli di continuare. Tutti gli sguardi degli ospiti, tra mormorii e bisbigli sommessi, si rivolsero al Cardinale. Il giovane cavaliere aveva osato contraddirlo apertamente. L'affronto non poteva essere pi grave. Sono note le simpatie dei nostri parenti di Gagliano per Firenze, nonch i forti interessi che li legano alla citt sull'Amo replic secco Ottaviano, senza guardare in faccia Catalano. Canto, ti consiglio ti tener a freno l'irruenza del tuo giovane consone, poich potrebbe costargli molto cara... Vi chiedo di perdonare mio nipote, vostra Eminenza disse il vecchio Canto, rosso in faccia e tremolante. giovane e impulsivo... e non sempre attribuisce il giusto significato alle parole. Catalano, con lo sguardo inchiodato sul piatto, fremeva di rabbia per la pubblica sconfessione dello zio. ma non os protestare. Ubaldino si alz malamente in piedi, sorreggendosi al suo vicino di

tavola, e dopo un enorme rutto prese la parola. Amici e fratelli, colgo l'occasione per annunciare l'importante decisione del nostro consorte Maffeo: prendere la croce per la liberazione del Santo Sepolcro dagli infedeli! Nei prossimi giorni partir per unirsi all'esercito di re Luigi di Francia che sta coraggiosamente affrontando gli infidi maomettani in Terra Santa. Un brindisi di augurio per il nostro Maffeo, che torner colmo di gloria e mondo da tutti i peccati commessi nella vita! Un uomo senza et, un po' trasandato e stralunato si alz goffamente in piedi dal fondo della tavola. Pi che contento e orgoglioso, appariva rassegnato e affranto. A Maffeo crociato! esclamarono all'unisono i commensali in piedi e con i calici in alto. Tano colse l'occasione per posare il vassoio di carne e dare una gomitata al padre, seduto l vicino. Non mi sembra molto convinto. Tu lo conosci bene? Se non sbaglio viene dalle nostre parti... Greccio si stropicci gli occhi. Non aveva riconosciuto subito il figlio. Oh Tano. sei tu. Quanto tempo che non ci vediamo... oggi non sono molto in forma. Cos' che mi hai chiesto... ah si. Maffeo! un povero cristo, ignorante e violento. il castellano di Frena. Il mese scorso durante uno scatto d'ira, annebbiato dall'acquavite, ha massacrato a colpi d'ascia la moglie e i tre figlioletti. Tano inorrid alla notizia. Abbiamo fatto il Consiglio dei capi famiglia... proprio ieri continu il padre come in trance, per decidere cosa fare di lui. Ed ecco la sentenza: per espiare i suoi spaventosi peccati dovr combattere per sette anni gli infedeli in Terra Santa... di fatto, visto come vanno le cose laggi, una condanna a morte. Attendevamo proprio la ratifica della decisione da pane di Ottaviano, ma... deve averla gi data... dal discorso di... Non riusc a terminare lo stentato racconto. Un conato di vomito lo fece sobbalzare. Quindi si gir di fianco e rimise gran parte della cena sul pavimento cosparso di erbe profumate e pelali di rose; posti proprio per attenuare i forti odori prodotti dai cibi e dai commensali. Tano, disgustato, si allontan. L'aria era tiepida, quasi estiva. Il cielo alto e chiaro, di un azzurro intenso. Dalla torre meridionale del castello di Montaccianico si godeva un panorama suggestivo. Con un colpo d'occhio si abbracciava tutto il Mugello occidentale. Il Cardinale respir a pieni polmoni la brezza pomeridiana e si ridest dal torpore del pranzo di cacciagione accompagnalo dal forte vino dei colli romani; lo aveva ricevuto in regalo durante il suo ultimo viaggio a Roma dal cardinale Riccardo Annibaldi, vicario del papa nella Citt santa. Come non fosse bastato il lungo e pesante banchetto, il Cardinale aveva trascorso le ore successive a ricevere gli omaggi, i doni, le petizioni e le suppliche di una numerosa e variegata folla. Da ogni angolo della valle, notabili, cavalieri. ricchi mercanti, badesse, abati e sindaci di comunit di villaggio, erano accorsi a rendergli omaggio. Alcuni, spinti dalla riverenza e dal timore verso l'autorit che incarnava. altri, mossi dal legame di fedelt che li legava alla consorteria, altri ancora, dalla speranza di ottenere qualche vantaggio. Ma ora finalmente era solo, con la dolce brezza pomeridiana che gli

accarezzava il volto, gli scompigliava i capelli e con un piacevole fruscio faceva garrire il vessillo blu della casata inastato al suo fianco. Durante il giorno amava ritagliarsi un po' di tempo per stare con se stesso, all'aria aperta; possibilmente in luoghi panoramici che consentivano ampie vedute. Osservare dall'alto di un monte o di una rocca i luoghi sottostanti gli dava un senso di potenza e al contempo di estasi mistica. Si sentiva quasi a contatto con Dio; pi che nelle buie e umide chiese. Fosse dipeso da lui - pens - le Case del Signore avrebbero dovuto essere costruite a imitazione dei templi degli antichi: su alture e senza pareti, in modo da poter contemplare la bellezza della natura. Aveva ancora impressi nella mente i magnifici templi greci ammirati in Sicilia, in occasione di un viaggio di anni addietro. Non sopportava le chiese spoglie, disadorne e semplici: le riteneva una mancanza di rispetto verso l'Onnipotente stesso. Bellezza e ricchezza nelle architetture e negli arredi erano necessarie per meglio onorare la grandezza divina, e incutere timore e rispetto nel cuore dei semplici. Il fasto e la ricchezza della Chiesa e dei suoi pi alti rappresentanti non erano fine a se stessi, ma costituivano il simbolo trionfante della potenza divina e del messaggio evangelico. Niente troppo bello per il servizio di Dio. usava spesso ripetere per ribattere alle critiche verso la sua debolezza per il lusso, l'arte e la bellezza. Chiss, forse un giorno da San Pietro avrebbe messo in atto queste sue idee; e cosi fantasticando sul proprio futuro non pot fare a meno di sorridere. Ma il panorama che aveva di fronte lo riport presto a un progetto molto pi concreto e imminente che intendeva portare a termine: assicurare alla sua famiglia il dominio assoluto di tutta la vallata del Mugello, sino ai monti meridionali che la separavano da Firenze. Da lass appariva una cosa facile. Sembrava quasi di toccare con mano i numerosi castelli, rocche e borghi che costellavano la rigogliosa e verde valle solcata dal fiume Sieve, tutta coltivata e curata come fosse un immenso giardino; il giardino degli Ubaldini. Pos lo sguardo sui vicini borghi di Sant'Agata e San Clemente, e sui castelli di Lago e Montepoli. Non lontano, bench non visibili da Montaccianico, gli vennero alla mente i villaggi di Feirone, Manfriano, Grezzano e Ronta, e i castelli di Luco e Pulicciano, a oriente; e gli insediamenti di Marcoiano. Gagliano. e Lucigliano a occidente. A meridione poteva scorgere in lontananza il borgo di Miralbello. il castello di Filiccione e il suo nuovo palazzo di Santa Croce; e oltre, a valle, al di fuori della sua vista, c'erano Senni. Petrona. Ra- batta e la rocca di Coldaia. Tutti borghi e rocche gi nelle mani della consorteria. Mentre osservava il castello di Montepoli, sul vicino costone occidentale, not una coppia di falchi che, spinti dal vento, sorvolavano la valle del Cornocchio jn cerca di prede. Che stile sospir, il predatore pi nobile del creato. Seguendo il volo dei falchi allung lo sguardo a meridione, verso i monti che dividevano la valle della Sieve da quella dell'Arno. Anche su quei contrafforti all'orizzonte, sull'altra sponda del fiume, gli Ubaldini e i loro fedeli avevano il dominio di tutta la valle del Faltona sino alle pendici di Montesenario, con le rocche della Pila, Pignole, Polcanto. e molti altri castelli e villaggi come il Cistio, Uliveta e San Cresci in Valcava. A questi possedimenti in Mugello si aggiungevano poi lutti gli insediamenti al di l del crinale appenninico, nel versante adriatico, lungo

la valle del Santerno. L nell'Alpe, com'era comunemente indicato quel territorio. l'egemonia degli Ubaldini era incontrastata e assoluta da memoria d'uomo. Ma la ricchezza del Mugello non era comparabile a quella dell'isolata e inospitale valle del Santerno. Alla mente di Ottaviano tornarono le leggende che i vecchi maschi della famiglia amavano narrare ai giovani durante le lunghe veglie invernali, di fronte al fuoco. Il dominio sulla valle del Santerno degli Ubaldini risaliva ai lontani tempi delle lotte tra Longobardi e Greci per il controllo dei crinali appenninici che separavano la Toscana longobarda dalla Romagna greca. Allora i gloriosi duchi tosco-longobardi, antenati degli Ubaldini, avevano esteso il loro dominio sull'alta valle adriatica. E tali conquiste sul campo di battaglia erano state sancite e rese definitive dal passaggio alla diocesi fiorentina dei tre pivieri di Cornacchiaia, Camaggiore e Bordignano. Da allora l'alta Valle del Santerno era diventata un contrafforte toscano incuneato in terra di Romagna. Fratello, so a cosa stai pensando! Il Cardinale, immerso nei ricordi, non si era accorto di avere compagnia. Volt lievemente il collo e con la coda dell'occhio scorse Ubaldino che sorseggiava svogliatamente un boccale di vino; dietro al fratello un giovane villano dall'aria effeminata e tre dei suoi levrieri scodinzolanti e con la lingua di fuori. Un giorno da questo castello domineremo tutto il Mugello. E Montaccianico diventer la nostra capitale! prosegui Ubaldino. La strada ancora lunga e piena di ostacoli... disse il porporato mentre, come incantato, continuava a fissare il paesaggio. Non sopporto i cani aggiunse poi con tono seccato, sono animali stupidi, rumorosi e appiccicosi. Ubaldino scosse la testa, ma con un gesto della mano fece segno al giovinetto che lo seguiva di portar via i levrieri. Non riesci proprio a stare solo con te stesso! lo rimprover il prelato non appena furono soli. Amo i miei cani. E quel ragazzo i miei occhi. Vedo sempre meno da lontano e lui mi descrive ci che gli occhi non riescono pi a percepire. Ah! Grazie a Dio... temevo che con gli anni i tuoi gusti fossero declinati verso la perversione completa! Le donne mi bastano, purch siano molte, giovani e sempre diverse: odio l'abitudine sogghign Ubaldino, trangugiando rumorosamente il vino. Ma non sono venuto qui per parlare dei miei gusti sessuali riprese asciugandosi la bocca grondante con il dorso della mano. Gli ostacoli sono Borgo San Lorenzo, Ascianello e Barberino! I due fratelli volsero istintivamente lo sguardo alla vicina fortezza di Ascianello, arroccala su un poggetto tra Montepoli e Sant'Agata. Apparenti, sono solo ostacoli apparenti sospir Ottaviano. Il vero nodo sempre e solo Firenze. Da quando nel secolo scorso l'autorit del Marchese di Tuscia si dissolta, i Fiorentini hanno rivendicato il controllo di tutto il territorio della diocesi, Mugello compreso. Il "loro contado", lo chiamano. E da allora non perdono occasione per interferire nella nostra terra, di indebolire la nobilt locale per estendere ovunque la loro giurisdizione. Da una parte cercano di scalzarci nel sostegno alla debole

signoria del vescovo su Borgo San Lorenzo... Certo, ormai chiaro a tutti che il prelato fiorentino non in grado di controllare i suoi possedimenti in Mugello precis Ubaldino, che conosceva molto bene la situazione di Borgo San Lorenzo per avervi pi volte ricoperto la carica di podest. Sinora si servito di noi per tenere a freno i suoi sudditi prosegui, e Firenze vorrebbe sostituirci in questo ruolo. In tal modo getterebbe i suoi artigli sulla cittadina pi ricca e importante della valle. Appunto riprese Ottaviano infastidito dall'interruzione, e dall'altra parte Firenze fa leva sui forti legami di sangue e d'interesse che le famiglie dei Cattani e dei d'Ascianello hanno coi loro consorti in citt. Se dietro quelle consorterie non ci fosse Firenze, non avremmo nessuna difficolt - con le buone o con le cattive - a prendere i castelli di Barberino e Ascianello e avere cosi il controllo di tutta la valle. S assent Ubaldino col capo, quei due castelli sono le teste di ponte fiorentine in Mugello. Sinora l'autorit imperiale ha messo a tacere le pretese di Firenze disse l'altro, ignorando l'intervento del fratello maggiore, ma la situazione sta mutando velocemente e in modo imprevedibile. Il Guelfismo sta rialzando la testa in tutta la Toscana. Federico D'Antiochia barricato nella fortezza imperiale di Prato e non riesce pi a sedare i continui focolai che scoppiano ovunque contro la sua autorit. Questo un bene per la Chiesa, ma un male per la nostra famiglia che sinora ha goduto della protezione del bastardo dell'Imperatore. A Firenze il regime popolare si sta consolidando e. non appena avr l'occasione, riprender la politica di espansione militare per sostenere i commerci e gli affari della citt: e il Mugello sar uno dei primi obiettivi. Come puoi vedere la situazione critica. Cos argomentando Ottaviano fiss intensamente il fratello maggiore con i suoi occhi neri e penetranti. Come sempre sei molto lucido nelle tue analisi! Ma nel discorso che hai tenuto al banchetto dicevi altro... Sai bene come la penso veramente. Ne abbiamo discusso pi volte. Al banchetto non potevo parlare liberamente. Sono un cardinale legato pontificio e in pubblico, per il ruolo che rivesto, non posso che inneggiare alla vittoria della Chiesa. Ma personalmente e in privato non ho mai rinnegato le nostre tradizioni ghibelline e la fedelt all'Impero. La protezione e le garanzie che ci offre contro Firenze sono ineguagliabili. Ma la parte imperiale irrimediabilmente in rotta. Ouindi inutile continuare a sostenerla. Sino alla disfatta di Parma ho avuto un atteggiamento ondivago e attendista, evitando di combattere sino in fondo Federico, poich lo ritenevo il pi forte. Non a caso, e con grande rischio per la mia reputazione, lasciai i mille cavalieri lombardi e veneti sotto il mio comando dentro le mura di Mantova, evitando che dessero man forte ai cittadini di Parma assediali dall'Imperatore. Ricorderai inoltre che sempre lo stesso anno non inviai i rinforzi promessi ai guelfi fiorentini, decretando cosi il fallimento della sommossa contro il governo ghibellino. E tu sai quante critiche e accuse di tradimento mi sono costate queste scelte! Ho rischiato di cadere in disgrazia presso il Santo Padre e solo per un miracolo sono riuscito a sventare le manovre tese a farmi destituire dalla carica di

legato. Per l'Imperatore ho sempre nutrito una profonda ammirazione, e se il suo progetto avesse qualche possibilit di andare in porto io sarei il primo dei sostenitori. Ma oggi, a come stanno le cose, occorre mettere da parte l'anima e badare solo all'interesse! Resta comunque il fatto che abbiamo tradito l'Imperatore... e dopo tutto quello che ha fatto per noi! Non riuscir mai a perdonarmelo. Lo abbiamo fatto nell'unico interesse della consorteria. e lo sai bene. La lotta tra Papato o Impero per la supremazia in Italia ancora incerta, e chiunque prevalga, l'unico fine che vale la pena perseguire quello di conservare e incrementare la ricchezza e il potere della nostra famiglia. Schierarsi in modo netto da una parte sciocco e rischioso, poich se risulta quella perdente rischiamo di essere trascinati nella rovina anche noi. Il nostro vero e unico nemico. Papa o Imperatore che sia, Firenze. Siamo cos costretti a mettere da parte ideali e convinzioni e comportarci in modo pragmatico, prudente e cinico, mantenendo fin quando possibile i piedi su due staffe per poi schieraci dalla parte giusta al momento giusto. E dopo Parma la parte giusta senza dubbio quella del Papa! E il mio molo di Legato potrebbe garantirci di traghettare la consorteria sulla sponda del vincitore... anche se nutro forti dubbi sulla protezione che ci potr fornire il Papa quando i Guelfi trionferanno anche in Toscana. Nel nuovo regime di Firenze sta prendendo il sopravvento la parte guelfa e il Santo Padre non intender sicuramente rinunciare a un alleato cosi potente... non so fino a che punto riuscir a intercedere presso di lui! Sono sicuro che nella prossima primavera l'Imperatore riprender il controllo della Toscana e spazzer via il governo popolare di Firenze disse Ubaldino serrando le dita intorno al calice ormai vuoto. I due fratelli rimasero in silenzio a fissare il paesaggio per alcuni istanti. La pausa fu rotta da Ubaldino. Hai novit sulla concessione del titolo di conti? Era la fissa di nostro padre. Negli ultimi anni della sua vita non pensava ad altro... il titolo ne sarebbe stato il giusto coronamento. Ho inviato alcune settimane fa il mio camerlengo Ottone Visconti nelle Puglie con una missiva segreta per l'Imperatore. Avr una risposta per i primi mesi del nuovo anno. Senza dubbio il titolo di conti rafforzerebbe la nostra posizione, almeno sulla carta. . Ma cosa hai offerto allo Svevo in cambio? Vuole ancora molto bene al povero figlio Enzo chiuso nelle prigioni di Bologna... e sono certo che farebbe qualsiasi cosa per riaverlo al fianco! Sei veramente diabolico... sghignazz Ubaldino lisciandosi la barba. Qui il diavolo non c'entra! Si tratta solo di politica e di affari di famiglia! Ubaldino si morse la lingua. Sapeva che Ottaviano teneva alla propria reputazione di uomo di chiesa, a fronte delle malevoli voci che circolavano sul suo conto. Lussurioso, ambizioso, spregiudicato, spietato, senza fede e privo di misericordia: erano gli attributi pi usati nel descriverlo. Molti lo accusavano addirittura di essere un epicureo convinto della morte dell'anima. E nel frattempo qui come ci muoviamo? cambi cos discorso. ancora troppo presto per agire. Per il momento ci che devi fare mantenere unita la consorteria e impedire che il ramo dei da Gagliano si

getti nelle mani di Firenze. Per noi sarebbe un disastro! Il vecchio Canto astuto ma pavido, e non oser mai schierarsi apertamente coi Fiorentini. Il vero pericolo rappresentato dal nipote Catalano, quello che ti ha contraddetto durante il banchetto... Che ruolo ha quel tipo? un cavaliere valoroso e tutti lo additano come l'erede designato di Canto alla reggenza dei da Gagliano. Di recente ha sposato una fiorentina, una certa Biliotta della famiglia dei Tosinghi. Quello che dici inquietante... Gli occhi di Ottaviano divennero due fessure impenetrabili. Occorre impedire con ogni mezzo che quest'individuo prenda il posto di Canto! Fai come vuoi, ma toglilo di mezzo il prima possibile! E come? Ottaviano si volt verso il fratello con un sorriso beffardo: Un incidente di caccia, un assalto di banditi, una cena indigesta... Sicch tomo serio: Cura poi i rapporti con i nostri alleati della zona, in particolare coi conti Guidi e i conti Alberti. E qui la tua amata e dolce moglie gioca un molo fondamentale. Mi raccomando... Ubaldino fece un grugnito. Quella strega mi vuole morto, lo vedo da come mi guarda, con quegli occhi giallognoli carichi di odio. A volte temo che possa avvelenarmi o farmi dei sortilegi! Non vaneggiare fratello. solo una donna frustrata e perfida, ma anche molto intelligente. Che interesse avrebbe a ucciderti? Perderebbe ogni potere che le deriva dall'essere tua moglie: l'unica cosa che otterrebbe la restituzione della dote. Il prelato sorrise nel pensare al singolare rapporto che correva tra il fratello e la cognata. Adalasia era la seconda moglie di Ubaldino. La prima era morta giovanissima nel dare alla luce Cavernello, il secondogenito. Il futuro signore di Montaccianico, bench ancora giovane, si era dovuto risposare subito con Adalasia, di vari anni pi grande di lui, a seguito di un accordo politico tra le rispettive famiglie. Sposati senza neanche conoscersi, non si erano mai amati, n stimati. Erano troppo diversi. Lui rude, sanguigno e diretto. Lei fredda, formale e sofisticata. Ben presto Ubaldino, non soddisfatto della moglie, si era circondato di svariate concubine con cui trascorreva la maggior parte delle notti. Con la consorte dormiva in rare occasioni e solo per adempiere ai doveri coniugali: generare figli legittimi per la famiglia. Adalasia aveva accettato questa situazione e manteneva col marito solo rapporti formali. Nelle occasioni pubbliche apparivano sempre assieme, ma di fatto conducevano due vite separate. Lui, con le concubine di notte e con gli armigeri di giorno. Lei, prima coi figli e ora che erano grandi con le dame di compagnia, i domestici e un monaco benedettino dell'Abbazia di Vallombrosa, suo confidente e guida religiosa da quando era nubile. Ubaldino durante i primi anni di matrimonio aveva tentato di liberarsi della moglie, ma invano. La donna aveva fibra resistente e ogni parto invece di indebolirla sembrava fortificarla: vane erano cosi andate le speranze di Ubaldino che morisse durante uno dei travagli. D'altro canto Adalasia apparteneva alla potente casata dei conti Guidi, di cui gli Ubaldini in passato erano stati vassalli e oggi fedeli alleati; e una rottura traumatica del matrimonio col ripudio della moglie era impensabile

poich foriera di conseguenze politiche e militari disastrose. Lei spera di governare tramite i suoi figli riprese Ubaldino, Paganello ne completamente plagiato! Ma il tuo posto non andrebbe certo a Paganello! Non ancora cavaliere, e poi ci sono prima nostro nipote Ugolino da Senni e i tuoi figli di primo letto Azzone e Cavernello. A proposito prosegu Ottaviano, durante il banchetto ho notato che tra Ugolino e Azzone c' ancora ruggine! Si vero ammise desolato Ubaldino. Ho assegnato mio figlio al castello della Pila con la responsabilit di tutti i nostri possedimenti nella valle del Faltona. Spero che quella carica lo tenga occupato abbastanza per non combinare altri guai. Non basta replic secco il Cardinale. Parla con lui e avvertilo che se trover nuovi motivi di scontro con il cugino verr bandito per sempre dal Mugello! Se del caso, organizza una pubblica riconciliazione... Non possiamo tollerare faide all'interno della famiglia! Piuttosto and avanti Ottaviano con un tono pi dolce, che mi dici dei cadetti? Mi arrivata voce che tra loro vi sono giovani valorosi... Ubaldino fece un sorriso malizioso e socchiuse gli occhi in due fessure. Dobbiamo iniziare a parlare del loro futuro riprese il Cardinale, sempre imperturbabile e con lo sguardo rivolto al panorama sottostante. Ho intenzione di incontrarli prima della mia partenza. Si avvolse nel prezioso mantello e fece cenno di congedarsi, ma il fratello maggiore lo trattenne per un braccio. Il prelato lo squadr accigliato. Che c' ancora? Sono preoccupato per il monastero di Luco, le monache hanno cominciato ad alzare il capo... butt l Ubaldino. La nuova badessa Adalina ha avviato una politica contraria agli interessi della consorteria. Rifiuta di favorire i nostri fedeli nella gestione del patrimonio del monastero, respinge la nostra protezione e va affermando pubblicamente che l'unica autorit che riconosce quella del priore di Camaldoli. Quello che dici di una gravit inaudita! sentenzi il Cardinale squadrando severamente il fratello. Chi ce dietro il convento di Camaldoli? Che sai di questa nuova badessa? Chi ne ha appoggiato la nomina? Quante sono le monache della nostra famiglia? Ubaldino rimase spiazzato e non seppe dare risposta alle domande incalzanti del fratello. Il monastero di Luco prosegu Ottaviano, mentre il fratello lo guardava insofferente il pi prestigioso, ricco e potente cenobio della valle e il suo controllo strategico per mantenere intatto il nostro sistema di potere in Mugello. Da pi di un secolo esercitiamo di fatto il patronato sul monastero, da quando il nostro avo Azzo ne strapp il controllo ai Gotizzi, la famiglia dei nostri antichi rivali, gettando le basi della nostra ascesa come consorteria dominante della valle... Non ho bisogno della tua lezione! Conosco la storia della famiglia protest Ubaldino. E allora perch non hai bloccato la nomina di questa Adalina? Pensavo fosse innocua, il monastero non aveva mai dato problemi... Ottaviano tronc le giustificazioni del fratello alzando la mano sinistra.

Dai la priorit assoluta a Luco. Con le buone o le cattive fai in modo che la badessa abbassi la testa... Prima prova a comprarne la fedelt con generose elargizioni; se non accetta passa alle intimidazioni! Sicch volse lo sguardo al panorama lisciandosi le gote perfettamente monde e socchiudendo gli occhi per proteggersi dai raggi del sole. Nel contempo raccogli informazioni sulle famiglie di appartenenza di tutte le monache. Nei prossimi anni, con una strategia di pi ampio respiro, dovremo destinare almeno tre o quattro bambine della consorteria al monastero accompagnando il loro ingresso da ingenti lasciti. Torn nuovamente a scrutare il fratello. Il lavoro non li manca. Bada di non commettere errori. Io attiver i miei contatti a Siena. Pistoia, Arezzo e Pisa. Tenere a freno Firenze interesse di molti. Quando cadr il potere imperiale in Toscana. Firenze non avr pi vincoli e cercher nuovamente di espandersi a danno dei vicini, che ne sono ben consapevoli. Dobbiamo favorire la formazione di un'alleanza antifiorentina che coinvolga le principali citt e famiglie nobili della Toscana per stringere cos quegli arroganti in una morsa soffocante. I nemici dei nostri nemici sono nostri amici! L'Imperatore non finito! sospir Ubaldino con scarsa convinzione. Sono certo che in primavera torner al nord con un vasto esercito e con l'aiuto del Pallavicino e di Ezzelino riporter alla ragione le citt lombarde e la stessa Firenze. Ne dubito ribatt secco Ottaviano. Piuttosto, che mi dici della comunit di eretici del Coppo? Che vuoi che ti dica. Fanno il loro lavoro e non disturbano nessuno, anche se i tre armigeri che tenevano i rapporti con la comunit sono misteriosamente spariti nel nulla. Intendo dire se hai avuto altro genere di problemi... qualcuno del luogo si convertito al loro credo? Da quanto ne so io, no. o almeno i preti non si sono mai lamentati. Sono discreti e obbedienti. Il Cardinale si incup e si massaggi le tempie con la mano destra. Devi stare in guardia. Potrebbero diventare un problema imbarazzante per noi. La comunit grande e alla Curia pontificia sanno della sua esistenza. Ma sono degli ottimi fabbri e ci riforniscono di armi e utensili! Lo so, ma le grane che potrebbero portare sono maggiori. Grazie a Dio in questi ultimi anni la Chiesa ha assestato duri colpi all'eresia, ma il pericolo ancora grande e rappresenta uno dei principali crucci del Santo Padre. E sai bene che la legge equipara l'eresia al delitto di lesa maest e punisce con il supplizio del fuoco e la confisca dei beni tanto gli eretici quanto i loro protettori! Me ne frego degli editti del tuo Papa francese! L'unica autorit che riconosco quella del grande Federico di Svevia! sbrait Ubaldino, infarcendo lo sfogo con una variopinta fila di bestemmie. Il volto del prelato si trasform in una maschera di ribrezzo e disprezzo. Stolto! Ignorante! grid furente. Sono dell'Imperatore le leggi che condannano l'eresia! Ubaldino divenne rosso in faccia e non ribatt, limitandosi a emettere un sordo brontolio.

Se vuoi diventare conte prosegu Ottaviano, devi convertirli o scacciarli al pi presto, prima che diventino un problema! Il cavaliere e il chierico si fronteggiarono in silenzio, l'uno di fronte all'altro, con sguardi truci e bocche tirate. Vostra Eminenza. Messer Ubaldino! Il notaio Lupini avanzava con passetti felpati e incerti verso i due fratelli. Gli occhi bassi e dimessi. Scusino il disturbo, ma mastro Ruggeri da Modena vorrebbe riferivi sull'andamento dei lavori al castello. Una grassa risata di Ubaldino dissolse l'atmosfera di tensione. Mai far aspettare gli architetti, soprattutto se forestieri e pagati a peso d'oro! Lasci il boccale nelle mani dell'imbarazzato notaio e facendo strada al Cardinale si rec verso la sala d'armi. Trovarono l'architetto ad attenderli in piedi, con il cappello in mano. Pur indossando abiti di buona foggia, era tutto sporco di calce e aveva una lunga barba castana e riccioluta. Era imbarazzato e sorrideva compiaciuto come un idiota, mostrando una bocca orrenda, con pochi denti marci. Messere, Vostra Eminenza, i miei omaggi. Si inchin rispettosamente, facendo per alzare una nube di polvere. Il Cardinale si allontan con uno scatto all'indietro e si scoss prontamente il mantello color porpora. Ubaldino trattenne a stento un sorriso ironico scuotendo la testa. Allora, a che punto siamo con questi lavori? domand il principe della chiesa, tenendosi a debita distanza. Come Vostra Eminenza avr constatato, abbiamo terminato il potenziamento del cassero e del torrione. Le mura sono state rinforzate alla base con un'imponente scarpatura e rialzate di tre metri. La cerchia di mura stata fornita di nuove caditoie e bertesche lungo gran parte del camminamento di ronda. Le bertesche sono di quercia, molto resistenti e dispongono tutte di una copertura per difendere i soldati dai dardi nemici. Inoltre si protendono molto verso l'esterno per consentire ai difensori di colpire da ogni parte gli assalitori. La scarpatura della cerchia poi cosi larga che nessuna mina costituir un serio pericolo. In sostanza una fortezza inespugnabile! E per la fortificazione pi esterna? Purtroppo, Eminenza, per rafforzare la palizzata di legno occorrer attendere la primavera... Chi ha mai parlato di una palizzata di legno! sbrait il Cardinale. L'architetto abbass lo sguardo gingillandosi nervosamente col cappello. Quello che voglio una seconda cerchia in muratura sul modello della prima. L'altro era tutto rosso e non osava n rispondere, n tanto meno guardare negli occhi il potente prelato. Sei diventato muto! Parla dunque! lo aggred Ottaviano. Vostra Eminenza, per far questo occorrono ulteriori ingenti risorse... sia materiali che umane! farfugli l'architetto. Il legno abbonda, ma abbiamo terminato le scorte di pietra. Inoltre la manodopera locale insufficiente, e soprattutto mancano alcune maestranze come muratori, tagliatori di pietra, fabbri, maestri scalpellini... Va bene! Basta cos! Ho capito. Ormai l'inverno vicino, quindi ne

riparleremo in primavera. Alle pietre ci penser Ubaldino, come al reclutamento della manodopera della zona per i lavori di bassa manovalanza. Ubaldino si stropicci le mani. Per la pietra grigia non ci sono problemi. La cava del Cornocchio vicina, e domani stesso former delle squadre di cavatori per l'estrazione. La cava di pietra bianca invece a Montecalvi e ci sar qualche problema di trasporto in pi, ma niente di insormontabile. Per la primavera ti far trovare una montagna di bozze perfettamente squadrate e pronte per esser murate concluse soddisfatto. A te prosegu il cardinale guardando dritto negli occhi l'architetto, affido l'incarico di reclutare al nord tutte le maestranze necessarie per trasformare questo misero recinto di legno - degno di un comunello campagnolo - in un'altra cerchia di mura spessa almeno due passi e sormontala da tutte le strutture difensive necessarie: bertesche, caditoie, torri frangimuro e quant'altro serve. Questo castello deve diventare un nido di falchi inespugnabile persino a una nutrita milizia cittadina munita delle pi moderne macchine d'assedio. Quindi datti da fare e presentati a marzo con le maestranze che ti occorrono. Come Vostra Eminenza desidera rispose mastro Ruggeri inchinandosi fin quasi a toccare l'impiantito col capo. Prima di partire, passa dal mio camerlengo che ti fornir le somme necessarie e le lettere credenziali! L'architetto si inchin nuovamente e con lo sguardo basso usc dalla sala. Fratello, tu non scherzi..., ma dove trovi tutte queste risorse? fece ancora incredulo Ubaldino. Stai parlando con un principe della chiesa, legato apostolico per la Lombardia. E poi sono un cristiano molto devoto ai beati martiri Albino e Ruffino...2 Ubaldino, che non era un grande esperto sul culto dei santi, lo squadr con aria interrogativa. 1 Due figure religiose che simbolizzavano ironicamente l'argento e l'oro.

2
I rampolli ubaldini erano stati svegliati pi tardi del solito. per consentire il recupero dai bagordi della giornata precedente. Al banchetto in onore di Ottaviano erano seguili balli, canti e giochi sino a tarda notte. Seduti sugli sgabelli intorno al tavolo di cucina, con gli occhi ancora gonfi, l'alito pesante e la testa che ronzava, aspettavano la colazione. Nessuno di loro si volt quando la porta si apr. Tutti davano per scontato fossero i servi. Chi di voi Tano? La voce rauca e in un accento italico, ma forestiero, non era certo quella dei servi del castello. Indossava una gonnella rossa ricamata e alla cinta aveva una spada in un elegante fodero di pelle. Il copricapo a zuccotto e il mantello erano di un rosso intenso. I ragazzi rimasero interdetti e sui volti si stamp un'espressione tra l'interrogativo e il meravigliato. Sono messer Alberto prosegui il

forestiero, il capitano della guardia del Cardinale. Ho l'ordine di condurre Tano alla sua presenza. Quest'ultimo deglut e fiss sbigottito il capitano. Cosa mai poteva volere da lui il Cardinale? Intendeva forse rimproverarlo per il massacro dei mercanti fiorentini? O forse voleva proporgli di intraprendere la carriera ecclesiastica come aveva accennato Ubaldino? Si alz tra gli sguardi invidiosi e preoccupati dei cugini e quasi come un automa, senza dire niente, segui Alberto. Era convinto che Ottaviano lo avrebbe ricevuto nella sala d'armi del palazzo, invece il cavaliere lo condusse verso il cortile del cassero. Nel mezzo dello spiazzo c'erano tre uomini a cavallo, vestiti per la caccia con corte tuniche di lana, casacche imbottite, calzebrache di pelle e copricapo di feltro verde. Tra loro il giovane riconobbe Ottaviano sul suo magnifico destriero nero. Bench vestito con abiti comuni, per lui inconsueti, si distingueva dagli altri per eleganza e portamento. Uno dei cavalieri indossava uno spesso guanto di pelle foderato su cui era appollaiato un falcone con in testa un cappuccio. Tra le gambe dei tre palafreni scalpitava un puledro baio montato da una bambina di circa dieci anni, dalla carnagione scura e una gran massa di riccioli neri. Anch'essa era vestita con abiti maschili da caccia e lo guardava sorridendo, mentre carezzava con mani esperte la criniera del suo cavallo. Il Cardinale lo chiam a s con la mano. Abbiamo bisogno di una guida pratica dei luoghi. Ubaldino mi ha fatto il tuo nome. Dobbiamo raggiungere una zona aperta e possibilmente ricca di volatili per dare modo al mio falcone Attila di cacciare con profitto. Cosa consigli? Mah... cosi su due piedi esit Tano. Poi gli occhi si illuminarono. Ecco s, un buon posto potrebbe essere Bilancino. alla confluenza tra il Tavaiano e la Sieve. L i due fiumi formano una vasta zona paludosa ricca di selvaggina. Ottaviano lo osserv per alcuni istanti con quella sua espressione un po' assonnata e apatica, senza muovere un muscolo. Le palpebre erano calate come il giorno precedente e. al posto degli occhi, lasciavano trasparire solo due fessure. Quindi distese i lineamenti in un sorriso freddo e controllato. E allora vada per la palude di Bilancino. Procurati un cavallo e il necessario per rimanere fuori tutta la giornata. Questa sera intendo gustare anatre e pernici allo spiedo! Tano si diresse veloce verso le stalle, mentre ordinava a un garzone l vicino di prendere il suo arco, la faretra e una bisaccia con l'occorrente per la giornata. In un baleno fu al fianco dei quattro cavalieri, pronto a guidarli nella battuta di caccia col falcone. Eminenza, vi faccio seguire a distanza da una piccola scorta armata, non si sa mai... disse Alberto. Fai pure, ma istruiscili a dovere: che ci tengano d'occhio, ma non disturbino la caccia! La comitiva usc dal castello guidata da Tano. Nessuno riconobbe il Cardinale. Per evitare noie si era calcato in testa un cappuccio che gli mascherava quasi completamente il volto. I villani presenti fissavano invece con grande curiosit il rapace appollaiato sul braccio guantato del falconiere, o almeno ci che dell'animale si vedeva: il capo era ricoperto

da un cappuccio di cuoio e il corpo con le ali era avvolto in un sacchetto di tela. Bench il falco fosse un animale comune e l'arte della caccia col falcone conosciuta, era raro vederla praticare in quelle zone. La prima parte del tragitto la fecero in silenzio. Cavalcavano uno dietro l'altro in fila indiana: in lesta Tano, seguito dal Cardinale, i due falconieri e la bambina. In coda, distanziati di una trentina di passi, i cinque cavalieri bolognesi della scorta. La comitiva evit il villaggio di Sant'Agata. che costeggi da sud-est per poi dirigersi verso il castello di Gagliano. La giovane guida, con la schiena sbarrata dal lungo arco gallese, osservava il familiare paesaggio che aveva di fronte. Il territorio tra Sant'Agata e Gagliano era formato da dolci colline intervallate da piccoli ruscelli gonfi d'acqua torba per l'intensa pioggia della notte. Il giallo era il colore dominante. Tendente al rossiccio nelle foglie ancora ben salde agli alberi. Incline al marrone nei campi arati. La giornata tersa e leggermente ventilata faceva risaltare i colori dell'autunno. trasmettendo calore e buon umore. Tano era contento. Si sentiva in perfetta armonia con tutto il creato che quella tiepida mattina di autunno appariva in tutta la sua perfezione divina. Solo Dio aveva potuto creare una tale armonica bellezza, pens; e respir a pieni polmoni. Un cavaliere .sopraggiunse al suo fianco e lo distolse dalla contemplazione. Di questi tempi il paesaggio magnifico! Il vento non di tramontana, viene da sud. Una giornata ideale per la caccia. Non trovi? Tano riconobbe la voce nasale del Cardinale e con la coda dell'occhio, senza girare lo testa, ne osserv il profilo, mentre un'ondata di profumo intenso investi le sue narici. Eminenza, non ho mai partecipato alla caccia con il falco, quindi non saprei. Noi di solito usiamo l'arco per i volatili. Ho notato che porti a tracolla un arco. enorme e tozzo. Non ne avevo mai visti del genere! un arco lungo gallese. All'apparenza sembra un'arma rozza e goffa, ma in realt uno strumento micidiale, capace... Mi aveva detto Ubaldino che sei stato istruito da un arciere gallese. Sono curioso di vederli all'opera. E io sono ansioso di vedere all'opera il falco di vostra Eminenza. Fuori dalle occasioni formali come oggi, puoi chiamarmi Ottaviano, senza tanti titoli e cerimonie. Del resto siamo parenti. Io sono tuo prozio, no? Tano annui imbarazzato. Benissimo prosegui il Cardinale dopo una breve pausa, oggi sar la tua prima esperienza di caccia con il falcone, sono sicuro che ne rimarrai affascinato. Ubaldino dice che una caccia da donnette, tutta forma ed estetica, ma poca sostanza. Mio fratello un buon guerriero, ma ha dei grandi limiti in molti altri campi dello scibile umano. La falconeria non solo un'attivit fisica, ma anche una scienza. Tano lo guard in modo dubbioso.

Lascia che ti spieghi meglio prosegu il prelato con piglio professorale. La caccia col falcone una vera e propria arte: oltre a richiedere pratica, pazienza e abilit, presuppone un rapporto intenso e complesso con il rapace - un predatore splendido e nobile, ma difficilissimo da addestrare. Il tempo e gli sforzi per ammaestrare un rapace sono enormi, e basta un niente per perderlo; poche ore lontano dall'uomo e ritorna selvatico! Lo scopo della caccia col falcone non prendere quante pi prede possibili, ma mettersi alla prova in una sfida tra s e il rapace, sino ad avere il pieno dominio del predatore, impersonificarsi in esso, a diventare un tutt'uno. L'Imperatore, un grande appassionato, ha paragonato la caccia con il falco a un volo con la mente... Zio! Orlando ha sete! disse da dietro la bambina. Figliola, berr quando arriveremo alla palude, non manca molto! la rimbrott Ottaviano. Ora per stai buona che stiamo parlando di cose importanti! Nera s'imbronci e chinandosi in avanti sul collo del suo cavallo, cominci a parlargli sottovoce nelle orecchie, lanciando occhiate maliziose ai due uomini, come se stesse parlando male di loro. Tano si domand chi fosse questa misteriosa nipote del Cardinale. Non l'aveva mai vista prima, n alcuno al castello aveva mai accennato alla sua esistenza. Forse il padre della bambina era un caro amico del prelato morto prematuramente. pens. Il suo esercizio riprese il Cardinale, richiede una disciplina rigorosissima e notevoli doti sia fisiche che mentali. Pu essere apprezzata a praticata da pochi prescelti. Non certo un'attivit per villani o zotici come mio fratello! Inoltre non solo un passatempo, ma anche una metafora dell'arte di governo. una palestra di vita utilissima, direi quasi indispensabile, per chi ha responsabilit di governo, poich aiuta a comprendere e dominare la natura e gli uomini. Tano ascoltava con curiosit e meraviglia l'alto prelato, totalmente coinvolto nell'erudita dissertazione sul passatempo preferito. Non si sarebbe mai aspettato che un uomo del suo rango potesse nutrire una tale sfrenala passione per degli uccelli. Queste parole prosegu Ottaviano, non sono farina del mio sacco, ma pensieri dell'Imperatore stesso. Ho avuto modo di leggere dei suoi scritti sull'argomento e ne sono rimasto affascinato. Li acquistai lo scorso inverno da un mercante di Milano. Provengono dal sacco di Vittoria, l'accampamento imperiale costruito durante l'assedio di Parma. Pensa all'ironia della sorte, o meglio agli imperscrutabili disegni divini. Nei progetti dell'Imperatore quell'accampamento doveva essere il nucleo della nuova citt fondata al posto di Parma. E invece sono stati proprio i cittadini assediati che, con una improvvisa quanto furiosa e disperata sortita, hanno travolto l'accampamento imperiale, trafugando gran parte del tesoro degli Svevi. Vittoria, da simbolo tangibile del trionfo imperiale sulla Chiesa e sui comuni guelfi, si tramutata... Che falco questo? si intromise Tano accennando al rapace al loro seguito. Non sopportava il tono di scherno usato dal prelato nel narrare le note disavventure dell'Imperatore. figura verso cui riponeva la massima

stima e devozione. un falco gruero, un animale magnifico. Lo vidi in azione lo scorso autunno mentre mi trovavo a Mantova, dove c' una della migliori falconiere della Lombardia. Apparteneva al defunto conte di San Bonifacio. Appena seppi della morte del povero conte incaricai il vescovo di Mantova di procurarmelo a tutti i costi. Se l'era preso un soldato del conte e per averlo ho sborsato una fortuna. Il Cardinale accarezz dolcemente il falco, quindi concluse la sua dissertazione. La tela che ha addosso serve per proteggere le sue delicate piume durante il trasporto. Mentre Tano ripensava a quanto aveva riferito lo zio, e in particolare alla passione dell'Imperatore per la falconeria, la comitiva valic un'ennesima collinetta e avvist Gagliano. Il borgo fortificato, un tempo una delle principali e pi antiche residenze degli Ubaldini, oggi era la residenza di un ramo minore e collaterale della consorteria, che proprio da quel castello sul Tavaiano prendeva nome. Ottaviano prefer non fermarsi al castello. Lasciarono cosi la via principale e. attraverso i campi, puntarono verso il torrente Tavaiano per riprenderla poi a meridione del borgo. Davanti ai loro occhi si apriva un pianura frastagliata da boschetti di ontani, pioppi e salici. Il torrente correva parallelo alla strada. Il suo alveo si faceva via via pi irregolare sino a disperdersi in vari rivoli che, tra canneti e rovi intervallati da piccoli prati, si gettavano nella Sieve, il fiume che da occidente a oriente tagliava in due la valle del Mugello. Alla confluenza dei due fiumi, in prossimit dei ruderi dell'antico ponte romano con i piloni in pietra, lasciarono la via battuta, e s'immersero in un viottolo dentro la boscaglia. Tano li condusse in una zona paludosa, dove le canne e le alte piante acquatiche prevalevano sui radi alberi d'alto fusto. L'irregolare corso della Sieve, con le sue frequenti esondazioni, aveva trasformato gran parte di quel tratto di fondovalle in una zona acquitrinosa e malsana, selvaggia e scarsamente popolata. Tano ferm il cavallo su un tratto asciutto coperto da un morbido manto erboso. Questo potrebbe essere un luogo adatto sugger a bassa voce. Il Cardinale squadr la zona, poi smont dal cavallo. Gli altri lo imitarono. Uno dei cinque armigeri di scorta prese le redini dei cavalli e li ricondusse sulla strada, a qualche centinaio di passi, dove attendevano gli altri quattro. Il prelato tir fuori dalla sacca un guanto da falconiere e si fece passare il falco dal suo servo che. senza bisogno di istruzioni, si diresse assieme all'altro rimasto verso un fitto canneto in riva a uno stagno d'acqua. I due si muovevano con circospezione e in estremo silenzio. Vediamo chi il miglior cacciatore tra il tuo arco e il mio Attila sussurr Ottaviano. Tano senza farselo ripetere due volte mise la corda all'arco, slacci la faretra e piant alcune frecce nel terreno davanti ai piedi. Non vedeva l'ora di dimostrare al Cardinale la sua abilit. Ehi! Bada di non colpirlo, che mi costato un occhio della testa! lo ammon quest'ultimo. Il giovane si accigli.

L'altro sorrise tra s, intento a liberare dal cappuccio il rapace. Il falco gir nervosamente la testa con le sue pupille tonde, nere e inespressive. La bambina li osservava con occhi curiosi, mentre odorava delle erbe appena raccolte. Nel frattempo i due falconieri di Ottaviano avevano guadato lo specchio d'acqua e raggiunto il canneto con la fitta boscaglia alle spalle. A un cenno del Cardinale, quando l'acqua gli arrivava alle ginocchia, si mossero in dire/ioni opposte e iniziarono a fare un baccano tremendo con bastoni. urla, sonagli. Dal canneto si levarono in volo alcuni passerotti che Tano riconobbe come usignoli di fiume. Il falco non si mosse dal braccio del Cardinale. Poi. inaspettatamente. alcune anatre selvatiche spiccarono il volo starnazzando. Solo allora Ottaviano, con un rapido e deciso movimento del braccio accompagnato da un fioco grido, lanci il falco. Il rapace, con pochi colpi d'ala, acquist un'incredibile velocit e piomb in un lampo su una delle grosse anatre. Tano affascinato dalla scena non arriv neanche a tendere l'arco. La grossa anatra ferita dagli artigli e dal becco del predatore atterr goffamente nell'acqua ove fu raggiunta da uno dei falconieri, mentre il falco, dopo due eleganti volteggi sulla palude, atterr sul braccio teso del Cardinale. Bravissimo Attila! Non mi deludi mai! Ottaviano era estasiato per la prova del rapace. Gli accarezzava le penne e lo guardava con occhi languidi come si trattasse di una bella donna. Estrasse poi alcuni pezzetti di pollo da una sacca che aveva alla cinta e li diede al falco come premio. Nera applaudiva divertita dallo spettacolo e senza dimostrare alcun timore aiutava lo zio a nutrire il rapace. Vostra Eminenza, un bell'esemplare di germano reale! annunci uno dei falconieri di ritorno dal canneto; era tutto fradicio e in mano teneva l'anatra morta. Tano, devi sapere che il falco di sua natura avrebbe attaccato i passerotti, prede pi facili e sicure. Sta proprio qui la sfida: riuscire a dominare il rapace e indurlo ad aggredire una preda pi difficile, anche a rischio della propria vita. Si tratta di piegare la natura al proprio volere! stato molto emozionante. Questo niente a confronto con la falconeria d'alto volo su prede ancora pi difficili come gru o aironi. Nel parlare gli occhi di Ottaviano si illuminavano per l'emozione. Quella veramente una caccia spettacolare: vedere un falco che con le ali chiuse scende in picchiata verticale a velocit impressionante su una grossa preda d un'emozione indescrivibile. Dopo che si furono seduti all'ombra di un grande pioppo. Ottaviano si dilung nel raccontare al nipote tutte le sue pi importanti esperienze nella caccia col falcone. Ogni tanto chiamava in causa il servitore al suo seguito, Manfredo. un esperto falconiere di origine calabrese. Il servo era intento a occuparsi di Attila e alle sollecitazioni di Ottaviano rispondeva a monosillabi e con impercettibili gesti, quasi fosse scocciato. Era un uomo scontroso e di poche parole, ma il migliore nel suo campo - lo giustific il prelato. Tano e Ottaviano si soffermarono a contemplare Manfredo che con mani esperte si prendeva cura di Attila. Lo aveva fatto appoggiare su

di una pertica di legno, gli aveva immobilizzato le zampe con delle apposite cordicelle di cuoio e lo stava ispezionando minuziosamente per vedere se avesse riportato ferite nello scontro. Per rabbonirlo ogni tanto gli allungava dei pezzetti di pollo. La bambina invece, annoiata di sentire quelle storie di falchi, giocherellava con un formicaio scovato in mezzo all'erba. L'attenzione dei quattro venne catturata da un improvviso. forte e vistoso fruscio nel mezzo del canneto. Che fine ha fatto il tuo apprendista? domand Ottaviano al falconiere. Mi ha detto che voleva ispezionare la palude... Manfredo non riusci a terminare la frase: un verrettone di balestra proveniente dal canneto gli trapass il giustacuore di pelle e gli spacc il cuore. Cadde riverso a terra, con rivoli di sangue che uscivano copiosi dalla bocca e dal petto. Tano e Ottaviano si schiacciarono al suolo appena in tempo per evitare altri colpi di balestra che saettarono fischiando sopra le loro teste. Il Cardinale proteggeva la bambina sotto il proprio corpo. un agguato! Sono nel canneto! grid Tano, mentre Nera aveva preso a piangere come un vitellino. Nera, ascoltami! sussurr dolcemente il Cardinale. Striscia accanto a me lungo il terreno, senza mai alzare la testa. Fai conto di giocare coi tuoi compagni. Nessuno ti far del male se fai esattamente quello che ti dico! La bambina annu con le gote rosse e rigate di lacrime. I due uomini si intesero con un semplice sguardo e, con la bambina nel mezzo, iniziarono a strisciare come serpenti lungo il prato sino a trovare riparo dietro il pioppo. Il Cardinale sfoder il pugnale da caccia che aveva alla cinta, Tano invece era disarmato: l'arco era in mezzo al prato a circa una ventina di passi dal riparo. I fruscii tra i canneti aumentavano e si cominciavano a percepire anche delle voci. Siamo sotto tiro ansim Tano, se usciamo allo scoperto ci infilzano con le balestre. Ma non possiamo neanche rimanere qui. Presto saremo raggiunti e in un corpo a corpo senza armi non avremo scampo! La mia guardia del corpo troppo lontana, non ci pu n sentire n vedere. Posso provare a fare una corsa per avvertirli... No. troppo rischioso... le parole di Tano si arrestarono di fronte al rumore di acqua smossa. Si scambiarono un'occhiata allarmata. I sicari stavano venendo a stanarli. La bambina atterrita si era aggrappata alle gambe del Cardinale e aveva affossato la testa nelle pieghe della casacca di pelle, come a sfuggire il pericolo. Tano, dopo un attimo di esitazione, fece cenno al prelato di stare fermo, si tolse gli stivali di feltro e con l'agilit di un gatto prese ad arrampicarsi sull'enorme pioppo che li proteggeva. La mole del tronco imped agli aggressori di notare i suoi movimenti e in pochi attimi raggiunse la frondosa chioma dell'albero. Da lass pot rendersi conto

della situazione. Due uomini malvestiti con copricapo di paglia da contadini e con in mano asce e spade stavano guadando lo specchio d'acqua per raggiungerli. Altri due, traditi dai riflessi del sole sulle parti metalliche delle balestre, erano ancora nascosti nel canneto. La prima coppia di aggressori si term in mezzo alla palude. Parlottarono tra loro per un po', poi, con vistosi gesti delle braccia, invitarono i due balestrieri nascosti a farsi avanti. Non sapevano che lui e Ottaviano erano disarmati, pens Tano: temevano uno scontro due contro due e volevano l'aiuto dei compagni per non correre rischi. Dopo poco dal canneto uscirono i due balestrieri. Anch'essi presero a guadare il piccolo specchio d'acqua per raggiungere i compagni, che intanto erano ormai approdati sulla terra ferma. Tano dalla cima dell'albero, tramite gesti, comunic a Ottaviano il numero degli aggressori e gli intim di uscire allo scoperto al suo grido. Sicch si spinse all'estremit della chioma del pioppo, sin dove i rami potevano sorreggerlo, e rimase in attesa. I pochi attimi trascorsi gli parvero interminabili. Il cuore palpitava. Rivoli di sudore gli scorrevano dalle ascelle lungo i fianchi. Preg intensamente San Giorgio e San Francesco di sostenerlo in questa ardua prova. All'improvviso sotto di lui apparvero i primi sicari. Non ci pens due volte. Con un terrificante grido si lanci su di loro. La sorpresa riusc. Uno. preso in pieno sulla schiena dal ginocchio, cadde tramortito. L'altro, riusc a evitare l'urto, ma inciamp e perse le armi finendo sul coltellaccio di Ottaviano. Anche i due balestrieri, ancora nell'acqua, furono presi alla sprovvista. La lontananza e l'ostacolo dell'acqua gli impedirono di correre in soccorso degli amici. N poterono intervenire con le armi a lunga gittata, per timore di sbagliare bersaglio e colpire i compagni. Solo dopo che quest'ultimi furono sopraffatti lanciarono i loro colpi. Ottaviano si fece scudo con il corpo senza vita del bandito da lui sventrato; e Tano si gett a terra con una capriola. evitando per un palmo il verrettone. L'errore fu fatale per i balestrieri. Mentre erano intenti a ricaricare le balestre, attivit tutt'altro che veloce e semplice, Tano fece a tempo a recuperare l'arco. La prima freccia si conficc sullo sterno di uno dei due, che cadde nell'acqua lasciando una scia di bolle d'aria sempre pi tenue. L'altro, preso dal panico, scagli via la balestra e tra enormi spruzzi d'acqua si gett in una corsa disperata verso il canneto. Non lo uccidere! Lo voglio vivo! grid il Cardinale. Il giovane mir alla spalla del fuggitivo; e l la freccia si conficc, come fosse guidata dalla mente. L'uomo cadde, ma poi riusc a rialzarsi e sparire nel canneto. Tano si gir verso il Cardinale, ma questi era sparito. Lo vide correre verso la strada. Dopo pochi attimi senti in lontananza lo scalpitio di cavalli al galoppo. I cinque cavalieri bolognesi si fecero intorno a Ottaviano. per poi riprendere il galoppo verso Tano. Senza neanche degnarlo di uno sguardo, smontarono da cavallo, sguainarono le spade e si precipitano nell'acqua per raggiungere il canneto. Zio e nipote, uno a fianco all'altro, osservavano in silenzio il fitto

canneto che aveva inghiottito il fuggitivo e i cinque inseguitori. Udivano distintamente i rumori prodotti dagli armigeri. Le voci di richiamo. Il fruscio delle canne. Lo sferragliare delle cotte di maglia. A un certo punto le voci si intensificarono e lo sciaguattio si concentr nella parte destra del canneto. I primi due uomini d'arme che emersero dalle canne trascinavano un corpo esanime e vistosamente imbrattato di sangue nella parte del collo. Tano e Ottaviano riconobbero il giovane apprendista del falconiere Manfredo. Aveva la gola squarciata. Poco dopo saltarono fuori gli altri tre armigeri. In mezzo a loro, spintonato e sorretto allo stesso tempo. l'assalitore sopravvissuto. Si teneva in piedi a stento, la faccia stravolta dal dolore e dalla paura; i capelli, lunghi, sporchi e scarmigliati. La freccia spezzata ancora conficcata dietro la spalla. Ouando il secondo gruppetto approd sul prato, Ottaviano squadr l'uomo che aveva tentato di ucciderlo. La faccia e l'aspetto sono quelle di un contadino della zona mormor tra s; Come ti chiami? Chi ti manda? domand poi in tono accomodante. Quello chin la testa e si chiuse in un silenzio ostile. Non temere: scioglierti la lingua sar semplice come bere una ciotola d'acqua... sogghign il prelato. Tre armigeri vennero inviati a Gagliano con il compito di procurarsi delle bestie da soma. Ottaviano intendeva trasportare tutti i cadaveri al castello di Montaccianico: per dare una cristiana sepoltura ai suoi due inservienti; per cercare di identificare i quattro banditi. Nell'attesa dei carri, Ottaviano, Tano e i due uomini d'arme rimasti si lasciarono cadere sul prato per riprendersi dallo scontro. Il Cardinale, con la bambina rannicchiata nel grembo, si chiuse in un silenzio pensieroso e corrucciato. Lo sguardo era duro e fisso verso un punto indefinito all'orizzonte. Non erano comuni banditi, rimugin Tano. Avevano armi pregiate e poi che senso aveva attaccare dei cacciatori? Che guadagni speravano di ottenere? L'agguato non poteva che essere diretto contro suo zio. Erano sicari pagati per assassinarlo o catturarlo. 11 Cardinale doveva avere molti nemici, concluse il giovane; e di sicuro in questo momento si slava interrogando su chi tra loro fosse il mandante. Ho saputo che intendi intraprendere la carriera militare afferm di punto in bianco Ottaviano, continuando a fissare il vuoto. Tano fu preso alla sprovvista. Beh... si. Il mio sogno diventare cavaliere, comandare una mia compagnia e combattere per l'Imperatore farfugli tutto d'un fiato. Il prelato lo guard torvo. Non mi sembra il momento adatto per schierarsi con la parte imperiale! Non c'eri al pranzo di ieri quando ho parlato della situazione politica? Si. ma io sono convinto che solo l'Imperatore possa salvare la Cristianit dal caos e dall'ingiustizia in cui oggi versa! Sono discorsi impegnativi per un giovane della tua et. Fossi in te mi preoccuperei della carriera, della famiglia e... delle ragazze. Non ti angustiare con problemi pi grandi di te! La giustizia, la pace, l'ordine sono ideali astratti, concetti filosofici che male si adattano alla realt quotidiana. Certo, un buon cristiano timorato di Dio dovrebbe sempre

tenerne conto, e combattere per loro; ma sempre con prudenza e giudizio. Dubito che in questa e nelle prossime generazioni si possa solo giungere in vista di una societ ordinata a questi principi. Tano avrebbe voluto rispondere. Non sopportava e non capiva il cinismo e l'opportunismo che trasudava dai discorsi dello zio; soprattutto per il ruolo che rivestiva. Avrebbe voluto parlare della corruzione in cui versava la Chiesa, delle speranze che riponeva nell'Imperatore. Ma non ne ebbe il coraggio. Temeva di urtarlo. Papa o Imperatore che sia si limit a ribadire in tono risoluto, intendo comunque diventare cavaliere e farmi una posizione combattendo! Non c' dubbio che coraggio e abilit non ti mancano. Mio fratello me lo aveva riferito, e oggi lo hai dimostrato sul campo. Io e Nera ti dobbiamo la vita. Il petto di Tano si gonfi per l'orgoglio. Proprio per questo prosegu Ottaviano, mi sento in dovere di metterti in guardia e offrirti una preziosa opportunit. Mi stato riferito che sei un giovane non solo valoroso, ma anche molto intelligente e por- lato per le lettere. Se tu intraprendessi la carriera ecclesiastica accompagnala dalla frequentazione dello studio di Bologna, col titolo di magister in diritto e il mio sostegno, avresti la strada spianata per incarichi di enorme prestigio. L'altro storse la bocca. Ricorda continu il Cardinale con una voce sinuosa e avvolgente, il futuro non appartiene al guerriero, ma a chi padroneggia il diritto. La Chiesa, i principi e i comuni hanno sempre pi bisogno di uomini di legge. Un giurista con le giuste conoscenze ha possibilit di brillanti carriere ecclesiastiche e civili, foriere di potere, onore e ricchezza. Ma i tempi stringono. Devi deciderti in fretta; e come te dovranno decidere i tuoi cugini. Siete ormai adulti. L'atlenzione di Ottaviano fu attratta da uno sbadiglio di Nera che si era appisolata nel suo grembo. Sorrise a rimirare il visino assonnato della bambina, e questa volta non solo con la bocca, ma anche con gli occhi; Tano lo riconobbe come un sorriso spontaneo e sincero. Il prelato distolse gli occhi dalla bambina e i loro sguardi tornarono a incrociarsi. Non pensare che la vita che conduco sia noiosa riprese Ottaviano. Sono il braccio destro del Pontefice, comando eserciti di decine di migliaia di uomini, dispongo di immense ricchezze e non ho limiti nel perseguire i piaceri che offre la vita. Da anni non frequento donne; ma solo per una scelta personale di castit, e nulla e nessuno mi vieterebbe di averne. Tano non rispose. Guardava dritto di frante a s la chioma dell'enorme pioppo che li aveva salvati dall'agguato. Passarono interminabili attimi di silenzio, mentre le foglie stormivano al vento e gli usignoli fischiettavano tra i canneti della radura. Comunque non voglio angustiarti pi di tanto disse perentorio il prelato. Non sar certo io, con il mio maturo cinismo, a vanificare le speranze di un valente e ambizioso giovane... si infrangeranno di fronte alla dura realt della vita! Io ti ho dato il mio consiglio, se poi sei deciso a prendere la via delle armi, nessuno te lo impedir. Anzi, avrai comunque tutto l'aiuto e l'appoggio dalla famiglia. Ho avuto modo di parlare anche con tuo padre, il quale ha dato carta bianca a me e Ubaldino sul tuo futuro.

Questo non mi meraviglia! Non devi biasimare Greccio. Seppur uomo semplice e di modesto intelletto, un buon cristiano e non ha mai fatto mancare niente n a te, n alla tua povera madre. Di lei ho un vaghissimo ricordo, e comunque non sicuramente buono... Ottaviano si scur in volto. Non ti permetto di parlare cosi di tua madre! Portale rispetto. Bianca era una grande donna... Poi, resosi conto di aver perso il controllo dall'espressione meravigliata e spaventala dipinta sul volto del giovane, si ricompose. Scusami riprese nel suo abituale tono serafico, ma sono ancora scosso per l'agguato. Una donna bellissima, ma triste e distante. Sempre seduta su una poltrona a fissare il vuoto. Indifferente ai richiami del figlio. Incapace di un qualunque gesto di affetto e tenerezza nei suoi confronti. Questo era l'unico ricordo che Tano aveva della madre, morta quando lui aveva solo cinque anni. Spesso la sognava, e sempre allo stesso modo: tutta bianca, il vestito, la faccia, i capelli, con le labbra e gli occhi di un rosso acceso; e piangeva in silenzio. Lui la chiamava disperato, le chiedeva aiuto, ma lei non gli prestava ascolto e persisteva nel suo pianto egoista e solitario. Scacci con forza queste inquietanti immagini dalla mente. Cosa ne farai di quello? chiese accennando col mento al bandito sopravvissuto. Era disteso sul prato assieme agli altri cadaveri, incappucciato e legato come un salame. Lo faremo parlare rispose Ottaviano senza neanche guardarlo. Voglio sapere chi lo ha assoldato. Ho gi dei sospetti, ma voglio la conferma e quando l'avr render di pubblica fama la vicenda. Il tentato assassinio di un principe della chiesa avr conseguenze disastrose per i responsabili! Il sole era alla sua massima altezza e l'aria era fresca per le recenti piogge: una miriade di volatili cinguettava attorno a loro. Ottaviano ordin ai due armigeri di procurarsi un po' di legna secca e di accendere il fuoco per arrostire l'anatra selvatica. Tano nel frattempo provvide con mani esperte a spennare il volatile e infilarlo in uno spiedo di fortuna per la cottura. La giornata, dopo la svolta drammatica della mattinata. stava riprendendo una piega piacevole. Il profumo dell'arrosto e la pace del luogo fecero riacquistare il buon umore allo stesso Cardinale, che quasi si dimentic di aver appena rischiato la vita. Mentre i due armigeri giocavano a dadi e Nera dormiva placidamente sull'erba, Tano e Ottaviano ridevano e scherzavano, parlando di caccia, di donne e di politica. Un osservatore estraneo li avrebbe giudicati due amici di vecchia data. Il giovane non si capacitava di come potessero girare storie tanto orribili sul conto del prelato. Tutti lo dipingevano come un chierico terribile: cinico, spietato e incapace di provare sentimenti. Lui invece si trovava davanti un uomo - senza dubbio sicuro di s, ambizioso e vanitoso - ma anche dotato di un'intelligenza vivace, di grande cultura e di vedute molto aperte. Si intendeva d'arte, di letteratura. di politica, di caccia e di guerra. Amava circondarsi di artisti, letterati e musici, che proteggeva e manteneva nella sua familia. Il ruolo di cardinale e legato papale gli

consentiva di viaggiare moltissimo e mantenere relazioni con le pi importanti corti ecclesiastiche e laiche di tutta la Cristianit. Tano ne rimase affascinato e non si stancava di ascoltarne i racconti e le opinioni, dai quali emergeva chiaramente la visione del mondo e della vita del Cardinale. Pi volte gli balen nella testa di chiedere la grazia per i compagni condannati alla gabbia, ma non riusciva a cogliere il momento giusto. La conversazione cadde sul romitorio francescano di Bosco ai Frati. Come sta il vecchio Anselmo? domand Ottaviano. Il fisico debole, ma la mente pronta. Non lo vedo da molti anni. Mi piacerebbe avere del tempo per andare al romitorio... Io vado spesso a trovarlo disse Tano. un uomo saggio e molto vicino a Dio! Solo con lui riesco ad aprire il mio cuore e a scorgere ci che Dio veramente vuole! Ottaviano lo scrut con diffidenza. Ci che dici vero: un sant'uomo; ma anche molto vecchio e malato, e da anni vive isolato in quel romitorio in mezzo alla foresta, lontano dagli affari del mondo. Temo che abbia perso il contatto con la realt... Il mio consiglio di non prendere alla lettera tutti i suoi insegnamenti! Ti ha mai parlato del suo passato? No. perch? Solo curiosit. Si dice che in giovent abbia viaggiato molto... Non parla mai del suo passato. E dei suoi confratelli, del suo Ordine che pensa? Ma... non so, niente di particolare... Ottaviano si rese conto che il nipote non era un ingenuo. Voleva molto bene al vecchio frate e per nessuna ragione avrebbe rivelato a un rappresentante della Chiesa informazioni che potevano cacciarlo nei guai. Decise cos di parlare in modo franco. So bene quali sono le idee di Anselmo. Pi volte, anni addietro, ho avuto modo di confrontarmi con lui. Anch'io del resto sono un devoto di San Francesco, e ho sempre avuto a cuore il destino dei suoi seguaci. Purtroppo abbiamo opinioni diverse sul futuro dell'Ordine francescano e di come applicare gli insegnamenti del santo di Assisi. Il vecchio Anselmo un intransigente, uno zelante della Regola e si oppone tenacemente ai riformatori che oggi governano i Francescani. Pretende di applicare alla lettera il Testamento e la Regola di San Francesco. Condanna la clericalizzazione dell'Ordine. Rifiuta i privilegi ecclesiastici che garantiscono ai suoi confratelli prosperit e capacit d'azione per diffondere il messaggio di Francesco in tutta la Cristianit. Anselmo non si riconosce in questa Chiesa, lontana dal popolo, avida e bramosa di potere e di denaro! sbott Tano incapace di trattenersi. Dice sempre che oggi il Sacro Vangelo stato accantonato, e sostituito dal diritto canonico, con i suoi decretali, bolle e glosse; che i chierici si disinteressano della cura delle anime del loro gregge per dedicarsi alla politica, al diritto, alla guerra... In parte vero rispose Ottaviano vincendo l'imbarazzo e l'irritazione iniziali per le parole irriverenti del nipote. Ma purtroppo questo il mondo in cui la Chiesa si trova ad agire. Se non facesse uso di questi

strumenti si sfalderebbe e verrebbe schiacciata dai suoi innumerevoli e agguerriti nemici. E questo non deve accadere: la Madre Chiesa insostituibile per la Cristianit. Al di fuori di essa non c' salvezza per l'uomo. Senza la sua guida, bench malferma e imperfetta, la barbarie e il caos prenderebbero il sopravvento e il mondo cadrebbe nell'oscurit, con una babele di credi in lotta tra loro, la rottura dell'unit del mondo cristiano e il trionfo del maligno e degli infedeli. Dio Onnipotente, nella sua onniscienza, ha inviato San Francesco e San Domenico coi loro ordini mendicanti proprio per aiutare la Chiesa nell'arduo compito di abbattere i suoi nemici, guidare i fedeli alla salvezza eterna e al contempo rigenerarsi al suo interno secondo l'insegnamento del Vangelo. Ma perch il rinnovamento e la vittoria della Chiesa avvengano, i Francescani devono seguire l'esempio dei Domenicani. Rispettare la gerarchia. Non porsi in contrasto con il clero secolare. La riforma della Chiesa un processo necessario, ma lungo e difficile. Francesco, pur se combattuto, lo aveva capito e aveva accettato tutta una serie di compromessi per rimanere nell'ortodossia. Oggi, invece, molti suoi seguaci come Anselmo rifiutano ogni accomodamento. Sono accecati da un rispetto sterile e intransigente delle idee originarie di Francesco. E con il loro atteggiamento irresponsabile rischiano solo di far precipitare l'Ordine nell'eresia. Tano osservava perplesso il Cardinale mentre parlava. Non sapeva cosa pensare. Nel suo cuore per sent che il prelato non stava recitando. Credeva realmente in ci che diceva e le argomentazioni usate apparivano molto convincenti. anche se complesse. Tano non era riuscito a seguire sino in fondo il discorso dello zio sui problemi dell'Ordine francescano e dei suoi tormentali rapporti con la Chiesa. Una questione tuttavia lo incuriosiva. Sia il Cardinale che Anselmo erano uomini di chiesa, ma niente li univa. Erano come il giorno e la notte, il fuoco e l'acqua. Il primo era l'emblema della Chiesa trionfante, del potere e della ricchezza. Il secondo, il simbolo della Chiesa sofferente, umile e vicina agli ultimi. Si domand come tali visioni, cosi profondamente contrastanti, potessero convivere nella stessa istituzione. Il discorso prosegu su temi pi frivoli e allegri e la tensione scaturita dal delicato argomento del futuro dell'Ordine francescano e della Chiesa stessa ben presto svan. Il tepore e l'immagine del fuoco scoppiettante, sommati alla familiare atmosfera di complicit e di rilassatezza calata sul piccolo gruppo, riportarono alla mente di Tano le lunghe veglie invernali, quando la famiglia si riuniva nella sala d'armi di fronte al fuoco, su sgabelli e pagliericci di fortuna. A turno i vecchi maschi della famiglia raccontavano leggende popolari e racconti religiosi. I pochi che conoscevano il latino leggevano ad alta voce le Sacre Scritture e a volte, quando capitava qualche raro volume, i poemi cavallereschi. Il notaio Lupini si dilettava a leggere i suoi sonetti e a illustrare le regole dell'astrologia. Ubaldino invece amava ascoltare le gesta dei mitici antenati della casata: dai capostipiti longobardi che avevano disceso le Alpi nella notte dei tempi, al pi vicino Ubaldino del Cervo che aveva vissuto ai tempi dell'imperatore Federico Barbarossa, il nonno dell'attuale Federico. Un'antica leggenda ricollegava l'insegna della casata, il massacro di

cervo, proprio a un episodio accaduto nel secolo precedente, con protagonista Ubaldino del Cervo. A quei tempi il giovane Federico Barbarossa, non ancora imperatore, aveva fatto sosta in Mugello e aveva onorato della sua presenza gli Ubaldini. Questi lo avevano portato a visitare i castelli di famiglia, organizzando in suo onore banchetti, tornei e battute di caccia. Durante una battuta nelle maestose e impervie foreste della valle del Faltona, Ubaldino aveva immobilizzato con la sola forza delle braccia un enorme cervo maschio, per consentire al futuro imperatore di ucciderlo con la propria lancia. Lo Svevo era rimasto talmente colpito dall'audacia e dalla forza del vassallo che per ricompensarlo gli aveva donato il maestoso palco di coma del cervo ucciso, affinch lo conservasse e lo utilizzasse come simbolo della sua casata. Tano quando era piccolo ascoltava incantato i racconti sulle gesta dei cavalieri della famiglia, sulle epiche battaglie combattute in nome dell'Impero e su personaggi del calibro dell'imperatore Federico Barbarossa, del nipote Federico II e degli arcieri saraceni. Quelle storie emozionanti si erano impresse nella sua memoria, in modo profondo e indelebile. I personaggi che le popolavano, ai suoi occhi di bambino. avevano assunto le forme di eroi mitici, e spesso erano venuti a trovarlo nei sogni notturni. Era cosi che aveva maturato inconsciamente il desiderio di diventare un grande guerriero. Era cosi che il marchio fiammante dell'aquila imperiale si era impresso nel suo cuore. Rumore di frasche spezzate e di foglie calpestate proveniente dal querceto tra il prato e la strada interruppe l'atmosfera di serenit e di pace che si era formata in quel lembo di palude. Tutti si aspettarono di vedere spuntare da un momento all'altro i tre armigeri del Cardinale con il carro. Uno dei cavalieri rimasti si diresse verso il bosco per andare incontro ai compagni. Il bolognese per, non fece a tempo a fare alcune decine di passi, che improvvisamente si gir e inizi a correre indietro con un'espressione atterrita. Alle armi, alle armi! Ci attaccano! Tano e Ottaviano scattarono in piedi increduli. Non era ancora finita. Il giovane, superato lo sconcerto iniziale, impugn l'arco e apri la faretra. I due cavalieri bolognesi rimasti sfoderarono le spade e si misero a scudo di fronte al Cardinale, che era sbiancato dallo stupore. Una decina di armati emersero dallo scuro del querceto. L'abbigliamento era simile a quello dei primi assalitori, ovvero di contadini e pescatori del luogo; ma da come maneggiavano le armi e dai movimenti si capiva che era solo un travestimento. I mercenari avevano atteso che i tre armigeri del Cardinale si allontanassero per entrare in azione e sfruttare al massimo la superiorit numerica. Questa volta non intendevano fallire. Gettate le armi e avrete salva la vita! grid uno di loro con fare perentorio. Era alto. Il volto abbronzato, largo e squadrato. I capelli biondi e corti. Il piglio da capo. Tano gett uno sguardo interrogativo a Ottaviano. Quello fece capire di non credere alla promessa del bandito. Lo volevano morto: un cardinale come ostaggio sarebbe stato ingestibile per chiunque, tranne che per l'Imperatore. Il giovane non attese altro. Con un gesto fulmineo alz il

braccio sinistro, tese l'arco e fece partire un dardo in direzione del biondo che aveva parlato. Gli assalitori erano a circa centocinquanta passi e, pur avendo visto Tano imbracciare l'arco, si erano ritenuti al sicuro, fuori dalla sua gittata. Nessuno si era cos mosso quando aveva teso l'arma. EvIdentemente non avevano mai avuto a che fare con un arco lungo. La freccia di frassino con le alette di penna d'oca trafisse il collo del biondo gettandolo al suolo. L'inaspettata morte del capo ebbe l'effetto sperato. Il branco di assalitori piomb nel caos. Arretrarono nel bosco e impiegarono del tempo per riorganizzarsi. Tano colse l'occasione ai volo. Prese per il braccio Ottaviano e Nera, e li spinse verso la palude. Dobbiamo nasconderci nel canneto. l'unica speranza. Sono troppi per affrontarli in combattimento. I due armigeri li seguirono. Muoversi all'interno del canneto non era facile. L'acqua arrivava alla cintola e le scarpe affondavano continuamente nella melma rallentando l'andatura. Ottaviano fu costretto a caricarsi sulle spalle la bambina. Le voci dei sicari, che riorganizzati si erano gettati all'inseguimento, echeggiavano minacciose alle loro spalle. Tano senza rallentare la corsa illustr ai compagni il suo piano. Se rimaniamo qui ci troveranno. Sono in molti e si saranno disposti a ventaglio. L'unica via di fuga il fiume. Se riusciremo ad attraversarlo forse ce la faremo. Ma in piena... la corrente troppo forte! Affogheremo! protest il Cardinale ansimando per lo sforzo. Siamo nelle mani di Dio! tagli corto il giovane. Uno dei cavalieri bolognesi si era intanto fermato. La faccia contratta e gli occhi sbarrati. Dai cammina, che fai! lo apostrof il compagno. Non so nuotare... rispose l'altro, tanto vale che li affronti qui per avere una morte onorevole in combattimento! In questo modo vi garantir un maggior vantaggio! Il Cardinale si port di fronte al cavaliere, che cadde in ginocchio e si fece il segno della croce. Il prelato gli pos una mano sulla testa e lo bened. Quando i quattro fuggitivi uscirono dal canneto e raggiunsero la Sieve. udirono dietro di loro alcune grida e un breve fragore di spade smorzato dal gorgoglio della corrente. Ma il pensiero del generoso sacrificio del bolognese, svan subito di fronte alla spaventosa visione del fiume. Di color matrone scuro, impetuoso nell'incedere. Terribilmente largo. In mezzo ai vortici schiumosi della corrente, tronchi di alberi saettavano a una velocit impressionante, come fossero fuscelli secchi. Proprio davanti a loro uno di questi, lungo pi di tre metri e con ancora la chioma, incapp in un mulinello: si ferm improvvisamente e prese a roteare con violenza su se stesso sino a scomparire in profondit e riemergere pi avanti per riprendere la corsa con maggior vigore. Non avevano tempo per riflettere. Recuperarono un tronco arenato sulla riva e aggrappandosi sopra si gettarono in mezzo all'acqua. Mentre la corrente li trascinava a valle, fecero a tempo a vedere i dieci sicari che spuntavano fuori dal canneto. Gli urlarono contro ingiurie e maledizioni di

ogni genere, ma si guardarono bene dal seguirli. L'acqua era gelida e le vesti, che non avevano fatto in tempo a togliere, ostacolavano i movimenti. Soprattutto l'armigero con l'usbergo aveva grosse difficolt e pi volte rischi di perdere la presa sul tronco e affondare. Tano cerc di liberarlo dall'armatura, ma invano. Nera era aggrappata al collo del prelato; la faccia bianca come un lenzuolo. tremava come una foglia al vento. La corrente li trasport a valle per lungo tratto e grazie a Dio non incontrarono nessun gorgo. Tano e Ottaviano con le gambe cercarono di mantenere il tronco sulla sponda sinistra del fiume, pi sicura poich presidiata da vari castelli della consorteria, ma la corrente li spingeva inesorabilmente dalla parte opposta. Erano ormai a pochi passi dalla riva, quando improvvisamente di fronte a loro si materializz un mulinello. Tano si sent trascinare sott'acqua da una forza irresistibile: sembrava che qualcuno lo tirasse per i piedi verso il fondo. L'acqua si richiuse sopra di lui. Per un tempo indefinito gli sforzi per riemergere in superficie furono vani. Poi come d'incanto la forza che lo trascinava a fondo si attenu. Attinse cos alle ultime energie residue e a occhi chiusi spinse verso l'alto, dimenando all'impazzata gambe e braccia. Come quando uno si risveglia da un terribile incubo, rivide la luce e i polmoni si riempirono avidi di aria fresca. Era vicino alla riva, ma la corrente continuava a trascinarlo in avanti. D'istinto riusc ad aggrapparsi ad alcune fronde di salice protese verso l'acqua che gli balenarono sopra la testa. Rimase per un po' appeso in mezzo alla corrente per riprendere fiato, poi con un colpo di reni si tir sulla riva. Cadde a terra esausto tossendo per l'acqua bevuta. Rimase bocconi col respiro affannoso. Ripreso fiato, si alz. Degli altri non c'era traccia. Un terribile senso di colpa lo aggred: sua era stata l'idea di tuffarsi in acqua. Prov a dare un'occhiata attorno, ma la fitta boscaglia e le foglie ancora attaccate agli alberi gli ostacolavano la visuale. Non aveva scelta, doveva trovarli ad ogni costo: Ottaviano era ancora giovane e aveva un fisico robusto. Non poteva essere affogato! Dentro di s sentiva che era vivo. Con grande difficolt cominci a farsi largo tra la vegetazione lungo la riva. Vagava a casaccio, mosso dalla speranza e dalla disperazione. A ogni faticoso passo, gli arbusti, mille tentacoli di una piovra, si impigliavano nelle vesti e laceravano la carne scoperta. Le mani, le braccia, le gambe e lo stesso viso bruciavano per i tagli continui che si aprivano nel suo corpo. Dio non lo aveva abbandonato. Trov il prelato e la bambina distesi in una radura, cento passi a valle dal suo approdo, abbracciati e svenuti. Cinque pescatori facevano capannello attorno ai due corpi inanimati. Li guardavano incuriositi mantenendosi a debita distanza. Avanz verso il gruppo di persone e alz la mano in segno di saluto. Poi, muovendosi lentamente per non spaventare i pescatori, si accoccol sul corpo esanime del Cardinale, e poi su quello della bambina. Senti il loro cuore. Batteva ancora. Solo allora prest attenzione ai pescatori che lo circondavano in sospettoso silenzio. Avevano facce smunte e inespressive. I capelli e la barba lunghi e incolti. In testa dei berrettacci grigi. Addosso indumenti di pelle e di lana consunti. Ai piedi zoccoli di legno. Due erano sulla

quarantina mentre tre dovevano essere suoi coetanei. Non avevano armi, n erano robusti, ma i due adulti impugnavano pesanti e contorti bastoni di tasso. Amici, sono della famiglia Ubaldini esord Tano. Questo mio zio... siamo caduti nel fiume... se ci aiutate ve ne saremo grati e avrete una ricompensa. Evit di rilevare l'identit di Ottaviano. Non conosceva questa gente, le loro intenzioni e soprattutto chi fosse il loro signore. Forse erano uomini degli Ubaldini. del vicino castello di Campiano, un ramo minore della consorteria che controllava il cruciale ponte sulla Sieve da cui passava la strada che portava a Bologna. Ma potevano anche essere fedeli di qualche signorotto vicino ai Cattani di Barberino o peggio di Firenze. I pescatori apparivano scettici e lo guardavano in modo minaccioso. Tano si rese conto che lui e lo zio non si presentavano nel modo migliore: erano fradici, inzuppati di fango e con gli abiti stracciati. Probabilmente i pescatori non gli credevano e li scambiavano per briganti. Dove siamo di preciso? tent nuovamente. Se ci accompagnerete al castello di Campiano o alla rocca di Coldaia, sull'altra sponda del fiume, verrete ricompensati con cibo e indumenti! I due adulti parlottarono tra loro; sicch quello con la faccia devastata dal vaiolo gli fece un cenno minaccioso col bastone. Caricali il tuo amico sulla schiena e seguici! Tano si senti mancare. Era allo stremo delle forze. Ma dove ci portate? Per risposta l'altro lo colpi violentemente alla gamba col bastone, facendolo cadere dolorante. Non aveva scelta: si fece forza e con le ultime energie rimaste si caric sulla schiena Ottaviano, ancora privo di sensi; mentre uno dei giovani pescatori si prese la bambina. il tragitto gli parve interminabile. Seguirono uno stretto sentiero tra le boscaglie lungo la Sieve per poi addentrarsi in un fitto querceto. Salirono una collinetta per infine raggiungere una radura. L'ambiente era poco illuminalo per le grandi chiome delle querce e degli olmi che impedivano il passaggio dei raggi solari. A malapena Tano riconobbe due o tre capanne che si mimetizzavano tra la vegetazione circostante. Esausto si lasci cadere in ginocchio e poggi il pesante fardello sull'erba. Senti intorno a lui delle voci sempre pi forti e minacciose, intravide varie ombre che si avvicinavano gesticolando; ma tutte queste sensazioni diventarono sempre pi confuse e indefinite fino a spegnersi. Tano! Tano! Svegliati! Apr gli occhi. Era buio. Le narici erano impregnate di un odore nauseante. Percep di essere disteso in mezzo a una poltiglia viscida. Unica consolazione: la voce familiare di Ottaviano, l vicino a lui. Lo avrebbe abbracciato dalla gioia; ma si trattenne. Una volta ripresa coscienza. Tano raccont gli accadimenti successivi al mulinello che li aveva travolti. Ottaviano, da parte sua, gli conferm ci che aveva gi intuito. Erano stati rinchiusi nello stalletto dei maiali, in mezzo a una melma disgustosa di paglia, fango, escrementi e resti di verdure marce. Nella parte opposta al tugurio grugnivano due porci, irritati per l'intrusione degli estranei.

Grazie a Dio la bambina non aveva ancora riacquistato ' sensi, pens Tano: quindi si rivolse al Cardinale: Da quanto tempo siamo qui? Non ne ho idea. Mi sono svegliato poco prima di te. Ma cosa vogliono da noi questi morti di fame? Sanno chi sono? No, ho solo detto che siamo degli Ubaldini e gli ho promesso una ricompensa se ci accompagnavano al pi vicino castello della consorteria. Ottaviano prima di riprendere la parola rimase un attimo in silenzio. Le ipotesi sono due: o ci hanno preso per briganti e come tali ci consegneranno al loro signore; oppure mi hanno riconosciuto e intendono vendermi ai Fiorentini. Lo penso anch'io..., ma come potuto succedere che quei mercenari fossero in agguato? Nessuno, tranne pochi fidati amici e parenti, era a conoscenza della battuta di caccia. L'ho progettata il giorno prima della partenza, nel tardo pomeriggio. E per organizzare un agguato come quello poche ore non bastano... La voce del prelato assunse una strana tonalit, quasi fosse un rantolo. Qualcuno al castello, qualcuno a noi molto vicino, ha tradito... Un improvviso bagliore squarci il buio dello stalletto. Zio e nipote furono costretti a coprirsi gli occhi ormai assuefatti all'oscurit. Fuori, uscite fuori, cani! I due prigionieri emersero a fatica, con in braccio Nera. Dalla posizione del sole in cielo, che si intravedeva nonostante le folte chiome degli alberi, doveva essere mattina. Erano rimasti rinchiusi con i maiali per tutta la notte. Di fronte a loro riconobbero i cinque pescatori che il giorno prima li avevano catturati. Dietro, varie donne e bambini incuriositi facevano capolino da una grossa capanna a pianta circolare, tipica dei pescatori che vivevano nelle zone paludose lungo la Sieve. I tronchi di quercia costituivano la struttura portante del rifugio. Il tetto era rivestilo con mazzi di segale. Le pareti erano formate da un graticcio di canna palustre intonacato con terra argillosa mista a paglia. Nell'aria si sentiva un forte odore di pesce. Mentre i due adulti armati di bastoni li tenevano d'occhio con fare minaccioso, i tre giovani gli legarono le mani dietro la schiena con delle corde. Ottaviano per l'eccessiva stretta non riusc a trattenere un gemito di dolore. Poi prov a trattare. Amici, sono molto ricco, se ci liberate vi ricoprir di monete! I pescatori sembravano non ascoltare, con le facce inespressive e scavate da una vita di stenti. Dopo un lungo silenzio. quello con il volto sfigurato dal vaiolo, reso ancor pi inquietante da un ghigno beffardo che mostrava una fila di denti neri e irregolari, li degn di una risposta. Decider il nostro signore su di voi! Idue Ubaldini si guardarono allarmati. Chi costui? domand con una voce ansiosa Ottaviano. Invece di pronunciare un nome, il vecchio pescatore lo colpi al volto col bastone nodoso. Il Cardinale piomb a terra con la guancia rigata di sangue. Tano lo guard e per la prima volto prov compassione. Ottaviano, principe della chiesa e legato apostolico, si trovava ai piedi di un

insignificante e sfigurato pescatore, con abiti strappati e sporco di escrementi di maiale. Lo aiut a rialzarsi e per evitare altre percosse seguirono i pescatori lungo il sentiero. Oltrepassarono una maestosa quercia sul cui tronco era stato ricavato un tabernacolo intitolato a Santa Maria e si lasciarono alle spalle il bosco di querce. Camminarono per una mezz'ora costeggiando il fiume, sino a quando gli apparve davanti, tra campi e orti coltivati, una villa fortificata nei pressi della Sieve, circondata da una robusta palizzata in legno. Tano la riconobbe come Cafaggiolo e comprese che li stavano conducendo dal loro padrone. Chiarissimo dei Medici, un mercante di umili origini che in pochi anni, grazie al commercio del legname, si era enormemente arricchito. Comprava all'ingrosso il legname dagli Ubaldini e dagli altri possidenti delle foreste montane, lo accatastava presso il porticciolo di Cafaggiolo. e nei momenti di conente favorevole. lo faceva fluttuare lungo la Sieve e l'Amo sino a Firenze, col sistema delle fodere, zattere formate da una decina di tronchi legali insieme. Al redditizio commercio del legname aveva poi aggiunto la pratica dell'usura, che ne aveva moltiplicato la ricchezza. IIgiovane sud freddo. I Medici del Mugello, pur evitando di schierarsi apertamente a favore dei guelfi come il ramo fiorentino della famiglia, avevano un atteggiamento ambiguo: si dichiaravano fedeli degli Ubaldini, ma erano vicini e intrattenevano lucrosi rapporti commerciali coi Cattali di Barberino e Firenze. Non si erano esposti solo perch avevano bisogno dell'autorizzazione e della protezione degli Ubaldini per l'uso del porto di Cafaggiolo. Ai Medici conveniva mantenere un basso profilo e limitarsi a pagare un piccolo dazio agli Ubaldini per proseguire indisturbati nei loro proficui commerci di legname. E questa era la politica portala avanti negli ultimi anni dall'astuto Chiarissimo. Ma se il mercante di Cafaggiolo fosse venuto a conoscenza dell'identit del Cardinale, da opportunista qual'era, avrebbe sicuramente cercato di trarre il massimo profitto dalla situazione: consegnando il prelato ai Fiorentini come ostaggio: o pi probabilmente assassinandolo e trafugando il cadavere, per conto degli stessi che avevano assoldato i mercenari di Bilancino; e il tutto nella piena impunit poich nessuno sapeva che Ottaviano era sopravvissuto all'agguato e alla furia del fiume cadendo nelle sue mani. I pescatori erano suoi uomini e non avrebbero mai parlato. Le guardie alla porta, tre contadini con in mano una lancia arrugginita, li fecero entrare senza problemi all'interno della villa. Tano rimase colpito dalla scena che ebbe di fronte. Nel cortile non c'era uno spazio libero; ovunque erano ammassati tronchi di legname in grandi cataste; e negli spazi tra le cataste erano depositale merci di ogni genere: pellame, pesce secco, carbone e vasellame. L'angolo a nord della palizzata era un'immensa officina all'aperto, con due chiatte in costruzione; e una miriade di garzoni, pescatori, conciatori, carpentieri e falegnami era impegnata in attivit frenetiche. Sembrava un formicaio ove ognuno svolgeva il proprio compito con disciplina e naturalezza. Il frastuono era assordante e nessuno sembr prestare attenzione ai tre prigionieri scortati dai pescatori. Si fermarono davanti a una torre in pietra. Il pescatore anziano parlott

con un armigero di guardia all'ingresso, quindi entr dentro. Tano lanci un'occhiata allo zio, che appariva imperturbabile e indifferente a ci che avveniva attorno, con le palpebre semichiuse e la tipica espressione assonnata. Il giovane si domand se conoscesse i Medici e cosa stesse pensando. Sicch gir nervosamente la testa attorno per farsi venire qualche idea. Il suo ingegno non lo trad. Approfittando della distrazione dei pescatori, che si erano messi a parlottare e scherzare con un fabbro, si spost lentamente, senza dare nell'occhio, verso la vicina forgia. Con la coda dell'occhio scorse un'asta di ferro ancora incandescente e bloccata in una morsa. Tramite movimenti impercettibili allung i polsi legati verso il ferro e inizi a sfregare la corda sull'asta ancora rovente. Il calore alle mani e agli avambracci era insopportabile e ogni poco doveva allontanarli dal ferro per non ustionarli. Al terzo tentativo senti la corda allentarsi: con un semplice strappo avrebbe ceduto. Rincuoralo si guard attorno e adocchi un ronzino maculato, legato a poche decine di passi dalla fucina del fabbro. Ottaviano aveva seguito tutta la scena e con il capo lo incoraggi. Avvenne tutto in un baleno. Con uno strattone si liber della corda e balz in groppa al cavallo privo di sella, liberandogli le redini. I due pescatori non si resero subito conto di ci che accadeva; e solo quando videro il giovane in groppa al ronzino dirigersi verso la porta iniziarono a urlare e corrergli dietro coi bastoni alzati. Le tre guardie al portone cercarono di impedire la fuga ma. del lutto incapaci di usare le lance a dovere, vennero travolte dal cavallo al galoppo. Tano neanche si gir. Spron furiosamente il cavallo stringendo le gambe intorno alla pancia per non cadere. Non gli capitava spesso di cavalcare a pelo e sapeva che era facile perdere l'equilibrio. Ottaviano fu spintonato dentro una glande stanza riccamente arredata da arazzi e tendaggi colorati. Dietro un tavolo di castagno sedeva impettito Chiarissimo dei Medici, un ometto ben vestito ma dal fisico insignificante, quasi ridicolo. Era di piccola statura, un po' gobbo, con un naso minuscolo in mezzo a una testa enorme e sproporzionata rispetto al resto del corpo. Gli occhi per, socchiusi come quelli di un gatto pronto a balzare sulla preda, etano furbi e avidi. Dov' la bambina? proruppe Ottaviano guardandosi intorno con aria preoccupata. Il tuo amico ha creato un gran trambusto nel mio castello! replic il Medici ignorando la domanda. Se lo prendo lo spello vivo! Chiamare castello questa rozza torre circondata da catapecchie di legno mi sembra un po' eccessivo! Ma senti un po' che arroganza! Tipica della famiglia cui dici di appartenere. La tua faccia mi sembra nota, ma non riesco a inquadrarti... chi sei? E che ci facevi nelle mie propriet vestito come uno straccione? Bada che se menti ti far tagliare la lingua! Ottaviano esit. Poi lo guard dritto negli occhi. Sono il cardinale Ottaviano degli Ubaldini, legato del Santo Padre per la Lombardia e la Romagna; e con i miei due nipoti sono rimasto vittima di un... incidente. Le facce dei presenti sbiancarono. Gli occhi sgranati tra stupore e incredulit. Nessuno profer parola.

Chiarissimo si alz in piedi, si lisci l'affilata e linda bazza e inizi a camminare avanti e indietro, denotando un certo nervosismo. Non aveva mai visto di persona il potente Cardinale, ma aveva sentito dire che era in visita in Mugello; e d'altro canto non riusciva a trovare nessun motivo per cui quel tipo lo ingannasse sulla propria identit rischiando la vita. Quell'uomo sporco di escrementi e di fango non mentiva: era certo di avere davanti il famoso prelato. Ti consiglio di prepararmi un bagno caldo, fornirmi abiti appropriati al mio rango e assegnarmi una scorta per accompagnarmi entro la giornata al castello di Montaccianico lo incalz Ottaviano. Quanto alla bambina che era con me. mia nipote prosegu imperioso, esigo che sia trattata con ogni riguardo e portata subito alla mia presenza! Non avrai niente di cui pentirti... tu aggiunse in tono conciliante. Sicch si gir di scatto verso i pescatori che lo avevano catturato e li fulmin con occhi carichi d'odio. Entro domani quei bifolchi devono essere consegnati in catene al capitano della mia guardia! I pescatori arretrarono e lanciarono occhiate disperate e imploranti verso il Medici, che con i suoi occhietti furbi osservava perplesso il Cardinale. So a cosa stai pensando... continu Ottaviano, ma ti metto in guardia. Mio nipote a quest'ora avr gi raggiunto il nostro castello pi vicino e rivelato che io sono qui prigioniero, o meglio tuo ospite... e se mi accadesse qualcosa non vorrei essere nei tuoi panni! Come desidera Vostra Eminenza rispose affabile il mercante di Cafaggiolo. tramutando di punto in bianco l'espressione corrucciata e pensierosa in un seducente sorriso; ma senza fretta... un onore avervi qui come ospite e sar mio dovere garantire al massimo la vostra incolumit! Si rivolse poi in tono brusco a quattro uomini d'arme presenti nella sala: Scortate il Cardinale nella camera all'ultimo piano assieme alla bambina e. per la sua sicurezza, non fatelo uscire senza un mio preciso ordine; e che nessuno entri a trovarlo. Fategli poi avere cibo, acqua calda e vesti pulite! Quindi con un ghigno beffardo e un inchino si conged. Rinchiuso il Cardinale, il Medici si consult col figlio Gianbuono e invi immediatamente un messo a Firenze con un messaggio per l'amico e compagno d'affari Rinuccio Monadi, influente mercante, esponente di spicco dell'Arte di Calimala e da poco entrato nel Collegio degli anziani del nuovo governo cittadino. I tempi erano stretti e se i Fiorentini volevano sfruttare la ghiotta occasione dovevano muoversi in fretta e soprattutto fornirgli precise garanzie e un'adeguata ricompensa. Era consapevole che stava giocando col fuoco, ma l'opportunit era irripetibile e non poteva lasciarsela sfuggire. La giornata di domani sarebbe stata cruciale per il suo futuro. Figlio del castellano di Petrona fedele degli Ubaldini, Chiarissimo dei Medici aveva costruito in pochi anni la sua fortuna, con ingegno, dedizione, spregiudicatezza e l'aiuto della Provvidenza. Il commercio all'ingrosso di legname con il Comune fiorentino, la pratica dell'usura e gli stretti legami con influenti mercanti della citt sull'Arno gli avevano garantito ingenti guadagni, che aveva saputo investire in terre e case. In pochi anni era divenuto l'uomo pi ricco dei pivieri di San Piero e di San

Giovanni in Petroio, nel Mugello centrale. La sua rapida ascesa sociale gli era valsa l'invidia dei signori del luogo, gli Ubaldini dei vicini castelli di Coldaia e Campiano. che osservavano con diffidenza e impotenza i suoi traffici. Ma ora, con l'appoggio del Comune fiorentino, aveva l'occasione di fare il salto di qualit e trasformare il potere economico in potere politico, soppiantando cos la signoria degli Ubaldini in quella zona strategica. Il Cardinale era un nemico giurato di Firenze e i nuovi governanti avrebbero pagalo la sua testa a peso d'oro. Il sonno quella sera lo colse insolitamente tardi, molte ore dopo il tramonto del sole. Nella sua mente turbinavano idee di ogni genere su come meglio capitalizzare il futuro credito verso il Comune fiorentino: avrebbe superato in ricchezza e potere i suoi consorti di Firenze, anch'essi dediti al commercio e all'usura. Era euforico e ottimista, e non riusciva a darsi pace. Si svegli di soprassalto. No, non era un sogno: qualcuno bussava violentemente alla porta della camera da letto. Anche il suo giovane compagno di letto. Mario, si era svegliato e lo guardava spaventato. A giudicare dalla tenue luce che filtrava nella stanza doveva essere l'alba. Chiarissimo si alz da letto. Si raddrizz la cuffia bianca sul capo, indoss un paio di calzebrache e un pesante mantello di lana. Quindi, indispettito e un po' stordito and alla porta. Signore siamo circondati! Da un esercito! grid tutto eccitato un servo. Il Medici lo fiss inebetito, poi volse lo sguardo alle persone dietro di lui, il notaio e il comandante della guardia. Anch'essi con le facce gonfie e gli occhi stralunati per l'ora. Dalle espressioni dipinte sui loro volti capi che si trattava di una cosa seria. Si fece largo con brusche bracciate e si diresse deciso verso la vicina feritoia che dava sull'esterno. Rest di stucco. Tutt'intorno alla palizzata della villa era schierata una vera e propria armata, composta quasi esclusivamente da guerrieri a cavallo. A occhio e croce, ne stim circa settanta, tra cavalieri, scudieri e inservienti Non eia mai stato in guerra e rimase impressionato e affascinato da un cosi alto numero di cavalieri radunati assieme. Armati di tutto punto, con lance, spade, mazze e balestre. Magnifici sui possenti destrieri da guerra. Gli elmi scintillanti e inquietanti, che conferivano loro un qualcosa di inumano. I vessilli fissati sulle lance e tesi al vento. Non ci mise molto a capire chi fossero e cosa volessero. L'insegna d'arme ricamata sulle sopravesti e sulle gualdrappe dei destrieri e dipinta sugli scudi, seppur con innumerevoli varianti, aveva lo stesso tema comune: il teschio di cervo sormontato da due enormi corna bianche su fondo blu. Passato il momento di stupore per lo spettacolo che aveva di fronte, subentr la rabbia. Maledetti... hanno radunato la consorteria al completo... e cosi in breve tempo esclam a denti stretti. Si sa niente del messo che ho inviato a Firenze? domand poi al capo delle sue guardie. Il vecchio soldato alz il braccio e punt l'indice coperto dal guanto di ferro verso una parte dello schieramento. In cima a un'asta conficcata nel terreno era stata infilzala una testa mozza: Chiarissimo riconobbe la

chioma bionda e riccioluta del giovane garzone spedito a Firenze. Sud freddo. Le cose si stavano mettendo molto male. Gli Ubaldini ora sapevano del tentativo di vendere il Cardinale ai Fiorentini. La sua vita e quella di tutti coloro che si trovavano nella villa erano in grave pericolo. Dopo un breve consulto col figlio, il notaio e il capo delle guardie, decise di parlamentare con gli Ubaldini. Le delegazioni si incontrarono di fronte alla porta principale della villa. Da una parte Chiarissimo con il notaio e il figlio Gianbuono. Dall'altra Ubaldino della Pila e Alberto, il capitano della guardia del Cardinale. Il contrasto tra le due coppie di cavalieri che si fronteggiavano era lampante. Ubaldino e Alberto montavano due imponenti cavalli da guerra. Indossavano usberghi di maglia di ferro che li coprivano dalle ginocchia alla testa, con sopra le spalle lunghi mantelli ricamati con l'arme della casata, e schinieri in cuoio alle gambe. Lunghe spade gli penzolavano dalla cinta. Sulle selle dei cavalli, anch'essi ricoperti da gualdrappe insignite, erano fissati gli scudi. L'unica parte del corpo scoperta era la faccia: rasata, pulita e giovanile quella di Alberto; barbuta, rugosa e segnata da lunghe cicatrici quella di Ubaldino. 11 notaio e i due Medici montavano invece due palafreni. Indossavano gonnella e mantello di lana dai colori sgargianti. Zuccotti di feltro in testa. Ubaldino con un ampio giro port lentamente il cavallo dietro a quello dei tre borghesi. Si fece largo in mezzo a loro e, accompagnato da un sinistro cigolio, protese la testa ferrata vicino al viso del mercante di Cafaggiolo, sino quasi a sfiorarlo. Chiarissimo, questa volta hai pisciato fuori dal vaso! Il Medici rimase immobile ed evit lo sguardo beffardo di Ubaldino, che prosegui: Mi sa proprio che a questo giro ci rimetterai l'uccello... Divertito dalla propria battuta pieg la testa all'indietro e inizi a sghignazzare scompostamente, dando mostra della dentatura salda e bianca. Per non cadere si aggrapp alla spalla del notaio che lo guardava inorridito. Chiarissimo era impassibile. Aveva paura, ma si sforzava di non darlo a vedere e di reggere la parte del duro. Dopotutto. cerc di convincersi, era un mercante di successo, abituato a trattare nelle situazioni pi difficili e spuntare sempre le condizioni migliori. Non doveva far altro che mantenere i nervi saldi e attingere alla sua esperienza. Alberto osservava divertito e incuriosito. Non c' voluto molto a far parlare il tuo uomo... oddio, "uomo" dir troppo! continu a infierire Ubaldino tra grasse risate. Forse meglio che la prossima volta, sempre se ci sar, ti scelga i collaboratori per il coraggio e l'audacia piuttosto che per il loro culetto! Chiarissimo, ferito nel suo orgoglio, divenne paonazzo. Noti erano i singolari e poco ortodossi gusti sessuali del mercante. La provocazione aveva colpito nel segno. Tuo fratello nelle mie mani e se lo rivuoi indietro vivo non mi dovrete torcere un capello, n danneggiare alcunch di mia propriet! sbott tutto d'un fiato. Ubaldino allung il braccio, serr la faccia tonda di Chiarissimo nella mano ferrata e con un brusco movimento l'avvicin alla sua. Il mercante, alzato di peso, per poco non cadde da cavallo. Le loro facce erano a un palmo luna dall'altra e Chiarissimo poteva sentire il respiro pesante di

Ubaldino accarezzargli il volto. L'unica cosa che garantisco ringhi Ubaldino a denti stretti, un salvacondotto a te e alla tua infame progenie per la citt degli usurai! Questa l'unica offerta che ti faccio; e non trattabile. Prendere o lasciare! Naturalmente puoi immaginare cosa accadrebbe a te e ai tuoi se non accettassi... senza contare la scomunica del Santo Padre per aver assassinato il suo legato. Non so proprio cosa sia peggiore tra una vita nell'aldil a fianco di Belzeb senza speranza di salvezza e un'orrenda morte tra mille sofferenze. Ho gi in mente il supplizio adatto a un sodomita come te... prova a immaginare! Il Medici, liberato dall'artiglio d'acciaio di Ubaldino, si guard attorno stravolto. La mascella inferiore gli tremava in modo incontrollato facendo sbattere violentemente i denti, il volto era avvolto da un manto di sudore freddo, e gli occhi saltavano da una parte all'altra senza fermezza. Il notaio lo guardava implorante; il figlio era paonazzo dalla vergogna. Con i nervi a pezzi e vinto dalla paura, non ci mise molto a decidere. Va bene per il salvacondotto... balbett. Bravo, hai fatto la scelta giusta. Non ti voglio mai pi rivedere in Mugello. Lo stesso vale per i tuoi bastardi e gett un'occhiata di traverso a Gianbuono. che dal terrore fece arretrare il cavallo di alcuni passi. Quanto alle tue propriet prosegu il signore di Montaccianico. i tuoi uomini dovranno giurare fedelt agli Ubaldini; le mercanzie e le ricchezze che hai accumulato in questi anni coi tuoi loschi e immorali traffici diverranno nostre, a titolo di risarcimento; e la tua villa verr rasa al suolo. Tutti devono sapere il destino che attende chi sfida gli Ubaldini. Mi spiace solo che tua moglie abbia perso l'occasione di avere finalmente tra le cosce un membro virile!

3
L'agguato ai Cardinale e la cavalcata degli Ubaldini contro Chiarissimo de' Medici crearono molto scalpore e divennero il principale oggetto di discussione in tutto il Mugello, dalle pi luride taverne ai banchetti dei ricchi mercanti e signori. Molti si chiesero chi potesse essere il responsabile di una cos ardita aggressione al pi illustre rappresentante della potente casata del Mugello. Era convinzione diffusa che i mandanti venissero da fuori. I pi accorti videro la mano di Firenze, insofferente alle manovre politiche del Cardinale. Il giorno successivo, la villa di Cafaggiolo coi magazzini annessi e le barche nel porticciolo sulla Sieve furono dati alle fiamme. Stessa fine tocc alle capanne dei pescatori che avevano osato oltraggiare il Cardinale. In questo caso per a bruciare non furono solo le capanne, ma anche gli abitanti - uomini, donne e bambini - legati e rinchiusi all'interno. Prima del rogo, ai quattro pescatori che avevano catturato il Cardinale furono cavati gli occhi e mozzati orecchi, naso e genitali. La colonna di fumo dell'incendio sal, immobile e minacciosa, per l'intera giornata priva di vento; e fu avvistata in tutta la vallata. Gli Ubaldini convocarono un consiglio straordinario della consorteria, presso il palazzo di Santa Croce, la principesca abitazione privata di

Ottaviano. L'incontro fu esteso a tutti i rappresentanti delle famiglie legate agli Ubaldini da vincoli di amicizia e di alleanza. Lo richiedeva la gravit della situazione. Nell'occasione fu stabilito che nessun membro maschio della consorteria si allontanasse dalla propria dimora senza adeguata scorta. Vennero intensificate le pattuglie armate per il controllo del territorio e incrementati i contingenti di armigeri a difesa dei castelli. Inoltre, come accadeva in ogni consiglio, i vari capifamiglia rinnovarono il giuramento collettivo di mutua assistenza e sostegno, in caso di offesa arrecata a uno di loro o a un loro fedele. La situazione era apparsa ancor pi grave per il destino capitato all'unico degli aggressori caduto vivo nella mani degli Ubaldini. Lo avevano trovato gli armigeri del Cardinale ferito e privo di sensi in mezzo al canneto lungo la Sieve quando erano ritornati coi carri. Il prigioniero il giorno stesso dell'agguato fu rinchiuso nelle segrete di Monlaccianico per essere interrogato e sottoposto a tortura. Ma la mattina seguente i carcerieri andati a prelevarlo lo trovarono morto. A nulla valse interrogare le guardie, uomini di provata fedelt che giurarono sotto la minaccia della tortura di non aver fatto avvicinare nessuno duiante la notte. Anche il tentativo di identificare gli altri componenti della banda di sicari lasciati cadaveri nel luogo dell'agguato fu vano. Nessuno in Mugello, da Barberino a Dicomano, li aveva mai visti: erano forestieri, probabilmente della valle dell'Amo. I cadaveri vennero comunque squartati e un brandello sanguinolento di quei corpi fu inchiodato su ogni porta dei castelli e borghi fedeli agli Ubaldini. Il Cardinale fu costretto a prolungare la permanenza a Monlaccianico per il grave malanno che aveva colpilo Nera a seguilo dell'agguato. La bambina rest a letto per giorni, priva di sensi e con febbre altissima. Ottaviano rimase sempre al suo capezzale e per tre notti di fila vegli su di lei pregando incessantemente. Il quarto giorno, quando ormai i medici del castello la davano per spacciata, miracolosamente cominci a riprendersi. Provvidenziale fu l'intervento del Magister Aldo. Su espressa richiesta di Ottaviano ebbe uno speciale permesso di recarsi al castello e prestare le cure alla bambina. Ubaldino, per non rischiare di incontrare il vecchio amico ora tanto odiato, si trasfer per alcuni giorni nella vicina rocca di Lago. A seguito delle perentorie decisioni prese nel consiglio di Santa Croce, Tano rischiava di saltare l'appuntamento con Matilda. Per recarsi a Borgo San Lorenzo, cittadina dove il partito guelfo era tradizionalmente forte, aveva bisogno di una scorta. Ma quasi tutti gli uomini, compresi i suoi masnadieri, erano impegnati nei pattugliamenti e nei turni di guardia alle mura; e avrebbe potuto distoglierli solo per una valida ragione; di sicuro non per un incontro con una ragazza. Era avvilito e irrequieto come un uccello in gabbia. Aveva conosciuto la donna della sua vita e, nonostante fosse gi impegnata, aveva trovato un pretesto per frequentarla. Era per impossibilitato a raggiungerla, confinato al castello di Monlaccianico. Due sere prima del giorno fissato per l'appuntamento, quando ormai si era rassegnato, si confid con Ruggeri. Lo scaltro cugino gli sugger la soluzione. Da alcuni giorni il notaio Lupini andava lamentandosi che alcune famiglie di fittavoli vicino Borgo San Lorenzo erano in ritardo nel

versare i censi dovuti. Tano avrebbe potuto unire l'utile al dilettevole. ovvero richiedere la scorta armala per sollecitare il versamento dei tributi, e approfittare della cavalcata ufficiale per andare anche all'appuntamento con Matilda. Lo abbracci e lo baci sulla faccia. Sei un angelo invialo dall'Onnipotente! Era il segno, pens, che la Provvidenza divina approvava il suo sincero amore per la ragazza. Non aveva pi dubbi: l'avrebbe condotta all'altare. Una fitta e sottile pioggia calava dal cielo e mischiandosi alla nebbia stemperava i colori del paesaggio autunnale in un grigio ovattato e uniforme. La visibilit non superava i venti passi. I campi vomitavano ovunque pozze e rigagnoli di acqua sporca. La strada era una pista di fango e i cinque cavalieri avanzavano a fatica con le zampe degli animali che sprofondavano nella mota. I lunghi mantelli di lana, inzuppati d'acqua e sporchi di fango, avevano perso i colori originari conformandosi al grigio che tingeva il paesaggio. Il carro al seguito rallentava la marcia, e nei punti critici pi volle dovettero scendere dai cavalli per liberarlo dal pantano. Certo che abbiamo scelto proprio una bella giornata per questa cavalcala! disse Rino, un vecchio armigero, sempre polemico e irascibile. Speriamo in una calda accoglienza dei fittavoli... disse Ghino sogghignando. Puoi esserne certo! Non vedono l'ora di sfamarci e consegnarci i censi dovuti! disse Uberto, un boscaiolo originario della valle del Santerno, da poco arruolato tra gli armigeri del castello. Era sempre allegro, di battuta pronta e parlava in continuazione come una donna. Tano e Gianni cavalcavano appaiati in testa alla colonna e non partecipavano alle chiacchiere dei compagni. Entrambi erano assorti nei loro pensieri, con i cappucci del mantello calati sulla testa per ripararsi dalla noiosa e insistente pioggerella autunnale. Intorno a loro era silenzio. La strada, quasi impraticabile, era deserta; i campi vuoti e desolati. Si sentiva solo il tenue rumore dell'acqua che rimbalzava sul terreno; gli sguazzi degli zoccoli dei cavalli che affondavano nel fango; i cigoli delle ruote del carro; e lo sferragliare delle cotte di maglia dei cavalieri, nascoste sotto i mantelli. Approfittando di un momento di maggior riservatezza Tano confid a Gianni la duplice natura della cavalcata, ancora ignota agli altri. Raccont all'amico dell'incontro con Matilda, si dilung a descrivere la bellezza della giovane nei minimi dettagli, e raccont dell'amore smisurato che provava per lei. Concluse in tono perentorio che sarebbe diventata sua sposa. Gianni guardava l'amico di sottecchi, tra il divertito, per l'animosit e la foga; l'ammirato, per la sicurezza di s e la decisione; e il sarcastico, per l'idealismo e l'inguaribile ottimismo. Caratteristiche che contraddistinguevano perfettamente il generoso e audace Tano. Ma come fai ad essere certo che gli piaci? lo punzecchi Gianni al termine del racconto. Ti sei accertato che non abbia gi un promesso sposo? Hai preso informazioni sulla famiglia? E poi Ubaldino avr gi scelto una sposa per te e i tuoi cugini! Sono certo di piacergli! rispose Tano spazientito. E poi come fa a resistermi... per le altre cose troveremo una soluzione al momento giusto.

So per certo che gi promessa sposa a Giovanni de' Cattani e che non una grande estimatrice dell'Imperatore e della mia famiglia! Gianni lo squadr perplesso e scosse la testa. Tu sei un pazzo furioso! Ti stai per cacciare in un altro guaio, ma questa volta non mi far coinvolgere... Non cerc di convincere l'amico a desistere dai suoi intendimenti: lo conosceva bene, era troppo testardo; e quando si metteva in testa una cosa, anche se folle, nessuno riusciva a fermarlo. E per di pi erano ormai giunti a destinazione. Le propriet degli Ubaldini si trovavano nei pressi del villaggio di San Giovanni Maggiore, in collina, poco a nord di Borgo San Lorenzo. La casa del fittavolo era vicino alla pieve, all'interno del piccolo borgo. Aveva le fondamenta e il piano terra in muratura, mentre la pane superiore e il tetto erano in legno. La porta e le piccole finestre erano sprangate. A prima vista sembrava disabitata, ma osservando bene si notava un rivolo di fumo grigio uscire lentamente dal fumaiolo del tetto. Dentro ardeva un focolare. Ghino e Rino smontarono da cavallo e sferrarono dei calci alla porta della casa. Poco dopo la porta si apr. La donna soffoc un urlo di sorpresa. Probabilmente si aspettava qualcun altro, non certo cinque uomini sconosciuti. infagottati in mantelli fradici e sporchi di fango. Cerc di richiudere la porta, ma Ghino l'anticip inserendo il suo stivale tra l'uscio e la soglia. Non ti preoccupare, non siamo banditi! Veniamo per conto di messer Ubaldino della Pila. Siamo qui per ritirare l'affitto dei terreni, che tuo marito non ha ancora versato... Lui non c'. fuori nei boschi a far legna per le contesse di Luco. Ghino gir lo sguardo verso i compagni con fare interrogativo. Le monache del monastero di San Pietro spieg Gianni. Sono cosi umili che si fanno chiamare nientemeno che "contesse"! Non abbiamo fatto tanta strada con questo tempo da lupi per tornarcene a mani vuote disse Tano. mentre smontava da cavallo. Qual il tuo nome donna? Ida. Bene Ida. Aspetteremo tuo marito in casa. Tu intanto preparaci qualcosa di caldo! La donna, paralizzata dalla paura, si vide sfilare di fronte i quattro uomini che senza tanti complimenti violarono l'intimit della sua casa portandosi attaccala ai mantelli l'aria umida e pungente di quella tenibile giornata. Uberto a malincuore prese in consegna i cavalli e col carro guidato da un servo si allontan in cerca di un riparo e fieno per gli animali. La casa del fittavolo, un certo Duccio, era dignitosa, per essere la dimora di un contadino. Il locale a pianterreno era ampio e confortevole. L'arredamento - un tavolo e due panche di legno, alcune mensole per le stoviglie e gli attrezzi agricoli, e un grosso baule - era di buona fattura. I masnadieri ignorarono le panche di legno e si lasciarono cadere intorno al fuoco, su giacigli formati da pellicce di pecora distese su mucchi di paglia. Prima di stendersi conficcarono le lance nel pavimento di terra battuta e vi appesero i mantelli fradici con la speranza di asciugarli. All'estremit opposta della stanza, in un ambiente separato da un canniccio di fortuna, grufolava un grosso maiale, in mezzo a tre o quattro

galline. Bench il tepore della casa avesse ristorato i quattro dalla dura cavalcata. l'odore che si respirava era insopportabile. L'aria era impregnata di fumo, sudore umano, fieno, escrementi animali e cibo in cottura. Tano e Gianni non erano abituati a questa promiscuit e per attenuare il lezzo si coprirono il naso con delle stoffe bagnate. Ghino e Rino presero a scherzare animatamente tra loro lanciando volgari apprezzamenti alla moglie di Duccio che, terrorizzata, cercava di scaldare un brodo. Dal piano superiore, cui si accedeva con una scala a pioli, ogni tanto facevano capolino tre testoline. La curiosit verso gli ospiti superava di gran lunga la paura generata dalle cotte di maglia, dalle armi e dai loro modi arroganti. Mentre i quattro esattori gustavano rumorosamente il brodo di pollo, entr Duccio. Per essere un villano, era alto e robusto. La carnagione scura, la fronte spaziosa, la mascella quadrata e prominente, gli occhi un po' sporgenti e il naso schiacciato. Aveva l'aspetto di un torello. Rimase come pietrificato e non riusc a spiccicare parola. Tano gli fece cenno di sedersi sulla panca, si present e illustr i motivi della visita, mentre l'altro, muto, lo guardava in cagnesco. Allora non hai niente da dire? termin. Il contadino si volt verso la moglie. Signore, i raccolti sono andati male si giustific Ida; un branco di cinghiali ci ha devastato met del campo di segale e farro, e come se non bastasse si ammalata la vacca... I masnadieri guardarono stupiti la donna. Perch fai parlare tua moglie? Che razza di uomo sei? incalz Tano. Duccio si irrigid e il suo sguardo divenne ancor pi torvo. Non pu parlare, muto intervenne ancora Ida. Ghino e Rino si misero a sghignazzare. Facciamo quello che possiamo prosegu Ida. fissando con occhi imploranti Tano. Mio marito da qualche giorno ha trovato lavoro nelle terre delle contesse di Luco al taglio dei loro boschi. Dicono che i Fiorentini hanno un grande bisogno di legname e pagano bene... alla fine del mese, se Dio vorr, salderemo il nostro debito... ma oggi non abbiamo niente. Il maiale tuo? domand Tano. Il contadino, allarmalo, sgran gli occhi e serr le mascelle. Ma senza di quello non supereremo l'inverno! url Ida con le lacrime agli occhi. Abbiamo tre figli piccoli, che daremo loro da mangiare? Dovevate essere pi previdenti... Signore, vi supplico, se prendete il maiale ci condannate a morte! implor la donna gettandosi in ginocchio, ai piedi di Tano. Nel frattempo Duccio si era alzato in piedi stringendo i pugni con fare minaccioso. Aveva i lucciconi agli occhi, era determinato e pericoloso. Ghino e Rino ridevano di gusto della drammatica scena, ma per precauzione si erano portati le mani all'elsa della spada. Gianni osservava attento e impassibile. La moglie si disperava accucciata a tetra, con la testa tra le mani. Tano avvert la tensione nell'aria. Ouel villano era disperato, ma anche coraggioso e forte. Se gli avessero requisito il maiale, avrebbe sicuramente reagito. Ammir il suo fisico possente, lo sguardo

determinato, gli occhi spalancali, le narici dilatate. Ucciderlo sarebbe stato un inutile spreco. Come Tano aveva previsto, Duccio reag. Senza voltarsi arretr di un passo e con la destra afferr un'ascia appoggiata alla parete. Ghino, Rino e Gianni balzarono in piedi sfoderando le spade. Un cenno di reazione e ti sgozziamo come un cane e poi ci divertiamo con tua moglie! lo ammoni Rino. Il villano non si fece intimorire. La sua mano si serr sul manico dell'ascia. Gli occhi si fecero stretti come due fessure e presero a balenare sui quattro giovani, pronti a cogliere un qualsiasi movimento. Tano si schiari la voce. Viviamo in un mondo difficile Duccio. Io non posso passare sopra la tua mancanza. Se lo facessi creerei un precedente inaccettabile. Mi capisci no? Ma tu sei un uomo forte e giovane... e noi abbiamo bisogno di gente come te. Ecco la soluzione che ti propongo. Giura fedelt agli Ubaldini e come nostro colono impegnati a risiedere nella capanna e a lavorare la terra che ti assegneremo. oltre a prestare i servigi connessi alla tua nuova condizione. In particolare mi riferisco agli obblighi militari. Siamo in un periodo turbolento e abbiamo bisogno di uomini valorosi. Tu. d'altro canto, avresti una buona occasione per metterti in mostra e chiss... potresti lasciare la zappa per la spada! Duccio allent la tensione dei muscoli e abbass lo sguardo. Allora? lo press Tano. Non intendo rimanere tutto il giorno in questo tugurio! Decidi: o il tuo maiale o la tua libert! Ida si strascic a quattro zampe sino ai piedi del marito. si aggrapp alle sue gambe e si tir su. Sicch gli bisbigli qualcosa nelle orecchie. Duccio abbass lo sguardo e distese i muscoli, lasciando cadere l'ascia a terra. Allora la donna si volt e fiss dritto negli occhi Tano. Mio marito accetta di diventare vostro uomo. Tano si alz soddisfatto. Bene, Duccio. Hai fatto la scelta giusta! Non te ne pentirai! Presentati dopodomani a Monlaccianico per il giuramento di fedelt. Quando arrivi al castello domanda del notaio Lupini e di che ti manda Tano. Lui ti istruir. Sull'uscio della capanna si volt nuovamente verso i due fittavoli e cerc gli occhi della donna. Badate bene di non fare i furbi e cercare rifugio a Firenze... vi ritroveremmo e per voi sarebbe la fine! Non appena i masnadieri lasciarono la capanna, Duccio e Ida si fissarono a lungo, smarriti e abbattuti, senza avere il coraggio di aprire bocca. I tre figli erano scesi dal piano superiore e tempestavano la madre di domande su quei misteriosi e affascinanti uomini che erano venuti a trovarli. Ida, con un sorriso forzato, accarezzava meccanicamente la testa dei tre bambini, ma non era capace di rispondere, non ne aveva la forza, e piangeva sommessamente. Duccio strinse a s i figli mugolando una frase incomprensibile. S Duccio assent la donna, la nostra vita cambier e i nostri figli non saranno pi liberi di decidere il proprio futuro. Ma cosa farsene delle libert prosegu asciugandosi le lacrime con il dorso della mano se non hai di che sopravvivere? Molti coloni se la passavano meglio di noi sotto la protezione di un signore, e gli Ubaldini sono i signori pi potenti della valle. Preferivi forse diventare servo delle contesse di Luco? Duccio

scosse vigorosamente la testa. Sai bene che prima o poi sarebbe avvenuto. Ormai tutti i possidenti del Mugello chiedono i canoni in natura. Nessuno vuole pi il denaro. E basta che un'annata vada male per cadere in rovina. Potremo scappare a Firenze questa notte stessa esord una vocina dal basso. Il figlio del mugnaio mi ha detto che molti coloni fuggiti in citt hanno fatto fortuna e alcuni sono diventate persone famose e ricche. Il fittavolo di San Giovanni Maggiore e la moglie guardarono con stupore il pi grande dei loro figli, di appena dieci anni. Duccio rimase un po' soprappensiero, quindi indic la porta e mim qualcosa con le mani. Non dite sciocchezze replic Ida con un gesto imperioso delle mani; siamo soli e poi non avete sentito quel che ha detto il giovane signore! Duccio abbass lo sguardo e acconsent con le testa. Strinse a s la moglie. Poi si lasci cadere in ginocchio, con le mani congiunte e gli occhi al cielo. Hai proprio ragione sorrise la donna. Sei fortunato perch il Signore ti ha concesso una moglie saggia e premurosa. Speriamo solo che ci assegnino un padrone giusto e timorato di Dio. Domani mi recher alla pieve per pregare la Santa Vergine che interceda per noi. Tano prefer non entrare nel dettaglio. Di Gianni e Ghino si fidava, ma non degli altri due. Avrebbero potuto spifferare tutto a Ubaldino, mettendolo in grande imbarazzo. Giustific la deviazione a Borgo San Lorenzo con la necessit di controllare a che punto era la riparazione di alcune cotte di maglia e spade consegnate alcune settimane prima a un fabbro. Giunti alle porte della cittadina, ordin a Rino, a Uberto e al garzone che conduceva il carro di aspettare presso l'osteria del Beccaccio, appena fuori le mura; mentre lui, accompagnato da Gianni e Ghino, sarebbe andato a far visita al fabbro. Le pessime condizioni atmosferiche e la quasi impraticabilit delle strade, trasformate in piste di fango, avevano ridotto l'intenso traffico di uomini, bestie e merci che transitava per le porte della cittadina mugellana. I tre giovani non ebbero quindi difficolt a varcare porta a Marradi. L'appuntamento con Matilda era sotto al balcone che dava sul retro del palazzo Chermontesi, quando le campane della pieve avrebbero suonato l'ora nona. Mancava ancora un po' di tempo, cosi Tano decise di accompagnare i due amici alla taverna dietro la pieve. L. di fronte a carne di maiale sotto sale e a un bicchiere di vino, avrebbe atteso l'ora dell'appuntamento. La taverna era affollatissima. Molti avevano pensato di trovarvi riparo. I tre faticarono a entrare e solo dopo un accurato giro del locale trovarono un posto a sedere, vicino a quattro forestieri. Da com'erano vestiti apparivano mercanti. da come parlavano, pisani. Uno di loro, visibilmente alticcio, raccontava dei suoi viaggi in Terra Santa, delle ricchezze, delle splendide donne e dei magnifici edifici che si potevano vedere nelle citt d'oriente. Di fronte a una ciotola di vino caldo aromatizzato, i tre giovani ascoltavano i racconti del pisano, e ne furono incantati. Nomi esotici e famosi come Gerusalemme, Costantinopoli, Tiro, Antiochia. Ascalona stimolavano la loro fantasia. Non ci voleva molto: mai usciti dalla valle natia, gi avevano difficolt a immaginarsi l'immensa distesa d'acqua

chiamata "mare". L'unico che appariva distratto era Tano. Non poteva fare a meno di pensare all'appuntamento con Matilda e, man mano che il tempo scorreva, pensieri sempre pi angosciosi e allarmanti si accavallano nella sua mente. Matilda aveva cambiato idea e deciso di non presentarsi all'appuntamento. No: si era confidata col promesso sposo e quello per vendicarsi dell'affronto gli aveva teso un agguato. Ancora peggio: la ragazza aveva solo scherzato, si voleva prender gioco di lui e all'appuntamento sarebbe venuta con le sue amiche per deriderlo. Ancora: aveva capito male il giorno dell'appuntamento, magari era ieri e lei lo aveva aspettato per ore invano. Basta, non poteva pi attendere. Si alz di scatto dalla panca e con un gesto della testa fece capire ai due amici che andava all'appuntamento. Quelli annuirono. Come concordato lo avrebbero atteso alla taverna. Avvolto nel lungo mantello e coperto dal cappuccio, lasci la locanda e si diresse verso palazzo Chermontesi. La pioggia era cessata, ma l'aria era umida e pungente. Nel tragitto gli tornarono in mente i lineamenti della giovane, la pelle candida, gli occhi trasparenti. Sotto il braccio stringeva il poema di Tristano e Isotta avvolto in un pezzo di pelle. Giunto sotto il balcone proprio al rintocco delle campane, come pattuito, fischi per tre volte il canto del fringuelIo. Silenzio assoluto. Tornarono prepotentemente alla sua mente i pensieri angosciosi appena scacciati. Ma all'improvviso udi un leggero cigolio, seguito dallo scricchiolio delle assi del terrazzo. Il cuore batteva fortissimo e un groppo gli si era formato in gola. Poi un piccolo visetto bianco, incorniciato da una cuffia dello stesso colore, fece capolino dal ballatoio. Il volto del giovane si distese in un sorriso. Matilda si guard attorno sospettosa; poi gli fece cenno di salire. Per aiutarlo cal una corda. Si sedettero uno di fronte all'altra, sopra un vello di pecora di fronte a un bracere ardente. Matilda cominci a leggere il poema ad alta voce con intensit e partecipazione. Tano, incantato, osservava il volto di lei corrucciarsi in smorfie buffe e infantili, mentre la voce, ora dolce e soave, ora dura e arcigna, gli giungeva come una melodia. L'imbarazzo iniziale si dissolse come neve al sole di primavera. Smarrirono la cognizione del tempo e dello spazio. Per ore lessero, parlarono e risero nella stanza di lei. Sembrava si conoscessero da anni. Si percepivano affini per gusti, sensibilit, curiosit, visione della vita, ottimismo. Lo scricchiolio delle scale di legno li fece ripiombare nel mondo reale. mia madre, la riconosco dal passo sussurr la giovane, ma con lei c' qualcun altro... Tano scatt come una molla. Indoss il mantello e, seguito da Matilda, corse sul balcone. Salt il parapetto e fece per calarsi con la corda, ma poi si gir d'improvviso, afferr Matilda e tutto tremante le baci la bocca. La ragazza, colta alla sprovvista, contraccambi: prima con timore, poi sempre pi coinvolta. Matilda, che fai chiusa in camera da ore? Messer Giovanni qui. venuto a farti visita. La ragazza rimase pietrificata e guard angosciata Tano.

Questo si fece serio. Siamo fatti l'uno per l'altra le sussurr in tono fermo e solenne. Diverrai mia moglie... te lo giuro sul mio onore! Quindi si sciolse delicatamente dall'abbraccio della giovane e si lasci scivolare lungo la corda. Dove sei finita Matilda? Ma che fai sul balcone con questo freddo? Ti vuoi ammalare? La madre era appena entrata nella camera. Volevo solo prendere un po' d'aria, arrivo... rispose Matilda richiudendo la porta che dava sul balcone. Dietro la rotonda figura della madre, scorse la riccioluta e corvina chioma di Giovanni che il cappello di feltro non riusciva a contenere; quindi il suo viso impudente, con la barbetta appena accennata e il piccolo nasetto arricciato all'ins. Un boato di schiamazzi e grida provenienti dalla strada attir l'attenzione di madre, figlia e promesso sposo. Tutti e tre si precipitarono sul balcone per vedere cosa accadeva. Tano era a terra, in mezzo al fango, circondato da quattro giovani armati di bastoni e spade. Matilda rimase di sasso. La madre di lei e Giovanni si guardarono stupiti. Che diavolo succede? Donato, chi quel tipo? domand Giovanni ai suoi amici. Lo abbiamo beccato mentre si calava dal balcone della tua promessa! rispose Donato tutto eccitato. La madre si mise le mani nei capelli e inizi a disperarsi. Giovanni e Matilda si squadrarono in silenzio. Nella mente della ragazza balenarono velocemente una sequela di considerazioni. Poteva trovare una qualsiasi giustificazione che salvasse il suo onore e le apparenze. Era un ladro che aveva scacciato, uno spasimante appena respinto. La dialettica non le mancava. Ma l'istinto la port a tutt'al- tro atteggiamento. Era l'occasione che cercava, il momento buono per rompere definitivamente con il promesso sposo che le avevano imposto sin da bambina. Quel Tano, anche se appena conosciuto, le piaceva. Tra loro c'era intesa e il suo aspetto fisico non era male: aveva lineamenti dolci e regolari. Ci che aveva in mente era un disegno audace, una scommessa rischiosa e difficile; ma il suo istinto le diceva di cogliere l'occasione. Giovanni era immobile e silente. La bocca aperta. Gli occhi smarriti e imploranti. Ma lei non forni spiegazioni, n chiese perdono. Lo fiss dritto negli occhi e sorrise, in tono di sfida e di scherno. Maledetta sgualdrina! url Giovanni, allungandole un violento schiaffo. Con il tuo promesso sposo fai la preziosa e poi te la intendi alle mie spalle con quel bastardo! La ragazza, nonostante il rivolo di sangue che le colava dal labbro spaccato, continuava a fissarlo con un sorriso impudente disegnato sul volto. Non hai niente da dire? E io che mi sforzavo di essere cortese... Mi hai messo in ridicolo! Ora ti faccio vedere... prima sistemo quello la. poi penser a te! Quindi con gli occhi fuori dalle orbite e la bava alla bocca si rivolse agli amici: Tenetelo fermo che arrivo! Si lanci gi per le scale e in pochi attimi fu in strada.

La madre si era ritirata in casa e, riversa su una cassa- panca della cucina, si strappava i capelli dalla disperazione. Matilda, con il cuore in gola, si sporse dal balcone. Ormai il dado era tratto. Aveva compiuto il primo passo, il pi difficile, per rompere il fidanzamento con quell'animale; e per questo si sentiva pi leggera e serena. Ma cosa sarebbe avvenuto se avessero ucciso Tano? Doveva farsi forza e intervenire in suo soccorso. Chi sei? Voglio saper il tuo nome prima di sbudellarti! url Giovanni al rivale ancora a terra. Gli altri quattro giovani lo fiancheggiavano e sorridevano, impazienti di divertirsi con quel tipo. Alle loro spalle si stava formando una piccola lolla di curiosi nonostante la pioggia incessante che veniva gi dal cielo plumbeo. Tano non rispondeva e, come una volpe circondata da una mula di cani, cercava disperatamente con gli occhi una via di fuga. In quei momenti concitati vari pensieri affollarono la sua mente. Non poteva finire cosi, ora che aveva trovato la sua donna... Aveva ancora molte cose da fare, obiettivi grandiosi da raggiungere... Dio era sempre stato con lui, lo aveva aiutato in situazioni difficilissime, non ultima quella in cui aveva salvato Ottaviano. Se lo sentiva fin da piccolo... era un predestinato, scelto da Dio per portare avanti un preciso disegno: aiutare l'Imperatore a restaurare l'ordine, la pace e la parola del Vangelo nel mondo cristiano! Ma ecco la faccia del suo rivale. Lo conosceva solo di nome. Era il primogenito di Guinizzingo da Barberino, erede destinato a guidare la consorteria de' Cattani. Aveva qualche anno pi di lui. Era gi stato ordinato cavaliere. Era noto come un ottimo spadaccino... crudele e collerico... Matilda gli aveva raccontato cose orribili sul suo conto. un nipote di Ubaldino della Pila, e se lo tocchi avrai addosso tutti gli Ubaldini... e farai la fine del Medici! Tutti dalla strada alzarono gli occhi in su e videro Matilda affacciata al balcone. Tutta fradicia per la pioggia che aveva ripreso a cadere, con gli occhi celesti duri e carichi di odio, il volto macchiato di sangue. Alz il braccio destro con il pugno chiuso, come se stringesse qualcosa al suo interno. Sicch lanci con rabbia un piccolo oggetto luccicante verso Giovanni. Rimbalz sul giovane e cadde nel fango. Il Cattani riconobbe il prezioso anello di fidanzamento che le aveva regalato. Lo calpest e lo fece sprofondare. Nel frattempo i masnadieri di Giovanni, al sentire l'identit del giovane disteso in mezzo al fango, ebbero un attimo si esitazione e si guardarono tra loro preoccupati. Giovanni colse la paura nei volti dei compagni. Me ne sbatto! grid. L'ho colto ad amoreggiare con la mia promessa sposa. Tutti qui ne sono testimoni. Io non faccio altro che esercitare la legittima vendetta contro un pubblico affronto al mio onore!. Quindi si rivolse a Matilda: Quanto a te sibil a denti stretti, appena sistemato il tuo amante, vedrai il trattamento riservato alle sgualdrine! La folla di curiosi si era intanto ingrossata. Non capitava tutti i giorni di assistere a un duello tra due rampolli delle pi importanti famiglie della vallata: e. cosa ancor pi piccante, per motivi di donne. Dategli una spada e fate in modo che nessuno ci disturbi! grugni ai

suoi masnadieri, basto io a sistemarlo! Tano si rialz in piedi e raccolse l'arma che gli avevano lanciato. Con la mano sinistra strinse forte la zanna di cinghiale che portava al collo. Il contatto con l'amuleto gli infuse calma e coraggio. I due si fronteggiavano in mezzo alla via, nel fango, circondati da una folla eccitata dall'odore di sangue, che sbraitava e incitava, chi l'uno, chi l'altro dei contendenti; mentre le scommesse fioccavano. Tano non aveva occhi che per l'avversario. La gente intorno con le grida e gli schiamazzi si stemper sino quasi a svanire. I due assunsero una posa di guardia frontale, con le rispettive spade tese verso il volto dell'avversario. Immobili come due statue si studiarono per alcuni attimi. Con un urlo agghiacciante Tano attacc per primo menando un manrovescio. Il Cattani con abilit incroci il colpo con la sua lama e reag con un affondo, che l'altro evit con un balzo all'indietro. Il pubblico, sempre pi numeroso, accompagn lo scambio di colpi con boati di ammirazione. A Tano pareva di essere durante l'addestramento con Eriberto. Unica differenza: le lame delle spade erano affilate e i colpi erano inferti per uccidere. I due si studiarono ancora per scorgere nella postura dell'avversario un punto debole, un varco nella difesa ove affondare la propria lama. Ma entrambi erano abili spadaccini, con alle spalle, a dispetto della giovane et, anni di duro addestramento. Fu Giovanni a riprendere l'iniziativa: con passi veloci si lanci sul nemico, finse un manrovescio per poi colpire a destra. Tano intu le sue intenzioni e par il colpo, ma il violento urto tra le spade lo sbilanci, facendolo scivolare a terr in mezzo al fango. Giovanni approfitt subito della situazione di vantaggio. Si fece sopra l'avversario e, caricata la spada dietro la testa, inizi a menare violenti fendenti dall'alto in basso, con ritmo crescente, senza sosta. Tano. da terra, li parava a fatica e con forza decrescente ne sosteneva il peso. A ogni colpo la propria lama si avvicinava pericolosamente al volto, sospinta da quella dell'avversario; finch un fendente di traverso non gli strapp di mano la spada. Sul volto del Cattani. affaticato e sudato per lo sforzo, comparve un riso beffardo. Ormai lo aveva in pugno e lo avrebbe finito senza piet, nel legittimo esercizio del suo diritto di vendetta. Si lanci sull'avversario, a terra e disarmato, ma prima di raggiungerlo con la lama qualcosa di viscido lanciato dall'Ubaldini gli impiastricci gli occhi e gli oscur la vista. Il colpo and a vuoto. Tano strisci a terra come un gatto, gli si fece di lato e con un calcio lo colpi con forza alle gambe, facendolo cadere nel fango. La situazione si era ora invertita. Giovanni era a terra disarmato. Tano era riuscito a riprendersi la spada e rimettersi in piedi. Con un preciso e violento montante dal basso in alto, come gli aveva insegnato Eriberto, fece saltare in aria l'arma di Giovanni e si apprest a finirlo: ma proprio quando stava per calare la spada sul nemico inerme percep una fitta fortissima dietro la nuca. Gli occhi si appannarono, le ginocchia cedettero e come un sacco di granaglie cadde su se stesso. Si risvegli con un atroce mal di testa. Era a testa in gi. legato a penzoloni su un cavallo lanciato al galoppo. Riconobbe la sella e le zampe del suo vecchio ronzino. Riusc a stento a trattenere un conato di vomito. Raccolse tutte le energie e lanci un urlo.

I cavalli rallentarono l'andatura, sino a fermarsi. Si sent prendere per i fianchi da mani robuste e rimettere dritto in piedi. Per non cadere si appoggi alla sella del cavallo. Di fronte a s riconobbe Gianni e Ghino con le facce sorridenti. Pi distanti, curvi sui loro cavalli. Rino e Uberto. Cos' accaduto? domand ancora intontito. Visto che non arrivavi rispose Gianni, siamo venuti a cercarti sotto la casa di Matilda. Stavi combattendo contro il Cattani... S certo, e mi ricordo che stavo per finirlo! Donato, uno dei sui masnadieri, per salvargli la vita, ti ha colpito alla testa da dietro con un bastone. A quel punto io e Ghino siamo intervenuti. C' stato un parapiglia generale. Sono accorse anche le guardie del podest. Per fortuna c'erano dei masnadieri di Ugolino da Senni tra il pubblico presente al duello. Hanno fatto da scudo e ci hanno aiutato a uscire indenni dal borgo. Tu eri svenuto, ti abbiamo caricato sul tuo cavallo e ce la siamo filata. Questo tutto. Vigliacchi! L'avrei ucciso. E avresti avviato una faida tra noi e i Cattani lo redargu Gianni. Forse stato meglio cosi... Ubaldino potrebbe arrivare a un accordo con il padre di Giovanni e risolvere tutto per il meglio. Non dimenticare che tu l'hai offeso gravemente. Matilda la sua promessa sposa! Ti avevo avvertito che ti saresti cacciato nei guai termin laconicamente. Gi, Matilda... chiss cosa le sar successo... sar sicuramente nei guai! Devo subito andare da lei e chiedere ufficialmente la sua mano al padre! Non cos semplice prosegu Gianni. La faccenda delicata. Sai bene che non corre buon sangue tra i Cattani e la tua famiglia, e in pi il padre di Matilda un ricco mercante guelfo molto vicino ai Fiorentini. Mi sono informato alla locanda. con loro che intrattiene i maggiori traffici. Dietro il matrimonio con il rampollo dei Cattani c' senza dubbio un'alleanza politica e commerciale. Hai combinalo un bel guaio! Tano, ancora frastornato, corrucci la fronte e dopo un attimo di esitazione pose una mano sulla spalla dell'amico. Hai ragione Gianni, prima di tutto devo parlare con Ubaldino. Chiedi udienza al Cardinale sugger Gianni. A causa della malattia della nipote ancora al castello e dopo quello che hai fatto a Bilancino ha un grosso debito con te. Ubaldino non oser opporsi al fratello! Sanno tutti chi comanda veramente... Dopo l'agguato non l'ho pi visto riflett Tano a voce alta. Dicono fosse sempre al capezzale della nipote... ma ora la bambina sta meglio e appena al castello, gli chieder udienza. Grazie Gianni, i tuoi consigli sono sempre preziosi. I due amici lo aiutarono a montare il cavallo: quindi ripresero la via di Montaccianico. Prima di partire Tano si rivolse a Gianni. Dovresti vederla sospir come a volersi giustificare. Le labbra sono un filo scarlatto, l'odore supera ogni profumo, le parole inebriano pi del vino, non c' difetto in lei... Volse cosi lo sguardo verso l'orizzonte grigio. La voglio sposare. E far di tutto perch accada! L'amico lo guard preoccupato e cerc di rincuorarlo con un sorriso di circostanza. Ma in cuor suo era pessimista e lo compativa. Tutti i

matrimoni dei giovani di nobile famiglia, sia maschi che femmine, erano combinati dai reggenti delle consorterie con l'unico scopo di accrescere la potenza della famiglia. Grazie ai matrimoni si stringevano alleanze, si acquisivano nuovi e pi importanti titoli nobiliari e si ingrandivano i possedimenti. Chiss se il credito che Tano aveva con il Cardinale sarebbe bastato a liberarlo da questo destino.

Parte Terza
LA
MORTE DELL'IMPERATORE

Tramontato il sole del mondo che illuminava le genti. Tramontato il sole della giustizia. Tramontato il sole della pace. Estratto della lettera di Manfredi al fratellastro Corrado Dicembre. I250

1
Castello di Montaccianico. Piviere di Sant'Agata Novembre, 1250 Ubaldino si lisciava la barba. In piedi, eretto in tutta la persona, con lo stomaco gonfio e teso come una vela al vento. Lo sguardo pensieroso e la fronte corrucciata. Ottaviano era comodamente seduto su una sedia imbottita, giocherellava con un prezioso pugnale d'argento e fissava Tano, in piedi di fronte a loro. Il giovane aveva la testa abbassata e non riusciva a tener ferme le mani e le gambe, che muoveva in piccoli gesti nervosi. Aveva appena terminato un lungo e appassionato intervento a sua difesa, una vera e propria arringa preparata sin nei minimi dettagli con l'aiuto di Gianni e del cugino Ruggeri. Tre giorni erano trascorsi dall'incidente di Borgo San Lorenzo e nonostante avesse subito chiesto udienza al Cardinale, solo allora gli era stata concessa, ma a riceverlo si erano presentati entrambi i fratelli. Aveva fornito la sua versione del duello col Cattani e manifestato in modo fermo i suoi intendimenti per il futuro, riguardo la carriera e Matilda. Allora che ne pensi fratello? chiese Ubaldino. Noto che il nostro rampollo attira i guai come il miele le api sogghign il Cardinale. Prima l'assalto ai mercanti, poi l'agguato alla Sieve e infine il duello con Giovanni de' Cattani. Non si pu certo dire che sia un giovane ozioso. Non ho ancora capito se per la famiglia rappresenti una risorsa da valorizzare o un danno da allontanare... Si accarezz il mento sempre perfettamente rasato; quindi prosegui. Io e lui abbiamo gi parlato del suo futuro e, nonostante i miei consigli, ancor oggi deciso a diventare cavaliere e intraprendere la carriera militare. Una scelta a mio avviso illogica, sconveniente e direi inutile per il bene della famiglia. L'ho avvertito che in questo modo rinuncia a una brillante carriera ecclesiastica! La dialettica non gli manca e l'abile discorso che ha appena tenuto ne la prova. Ma io sono un uomo cinico c calcolatore, e non

voglio frustrare le aspettative e i sogni di un giovane coraggioso e idealista. Alla sua et si segue, anzi si deve seguire, la via che comanda il cuore! Ubaldino annuiva con la testa, quasi commosso. Si rivedeva da giovane e ammirava il nipote per il coraggio e la coerenza. Lui non ne era stato capace: per il bene della famiglia aveva tradito l'Imperatore, e quest'onta lo avrebbe accompagnato per il resto dei giorni. Ci non toglie continu il Cardinale, compiaciuto delle sue parole, mentre Tano continuava a guardare in basso, che dobbiamo trovare un altro giovane della famiglia da avviare alla carriera ecclesiastica. Ruggeri non basta! Al capitolo della cattedrale di Bologna si sono resi vacanti due posti da suddiacono e ho intenzione di farvi nominare due dei nostri ragazzi. Per il futuro della consorteria strategico avere appoggi altolocati nella Chiesa, e io non sono eterno... Otto potrebbe essere quello giusto! esclam Ubaldino. Chi Otto? Uno dei miei figli legittimi! Non un'aquila, ma nelle lettere se la cava e poi sempre dietro le tonache dei preti! Senza contare che come guerriero non ha gran futuro... Non ho presente questo ragazzo, domani magari lo incontrer. I tempi stringono. Ma torniamo a Tano: il nostro futuro guerriero afferma anche di aver trovato la sposa. Orbene. gi il fatto che un nostro giovane si scelga la moglie senza chiedere il consenso della famiglia, lo definirei molto anomalo, se non irriverente! Ma questo non tutto. Ce anche il piccolo inconveniente che la ragazza gi promessa sposa a un altro uomo, e non a uno qualsiasi, ma al primogenito di Guinizzingo da Barberino, che non definirei nostro amico e alleato. A Ubaldino si illuminarono gli occhi. l'occasione buona per regolare i conti con quel bastardo una volta per tutte. Abbiano forze sufficienti per annientarlo e radere al suolo il suo castello! I Fiorentini sono ancora impegnati a risolvere i contrasti interni e non riusciranno ad allestire un esercito da mandare in soccorso. I Cattani non sono gente senza nome come i Medici replic Ottaviano rigirandosi nella poltrona; sono una casata di nobili natali... Non sono pi nobili dei miei cani! ... ben radicata nella valle prosegu il prelato ignorando l'interruzione, hanno saldi appoggi consortili a Firenze. e un discreto seguito tra gli altri signori della zona come i d'Ascianello. Ma io sono dell'opinione che, al di l del rapporto di parentela che li lega ai consoni emigrati in citt, la loro fedelt a Firenze sia dovuta solo a puro calcolo politico. Temono di essere da noi sottomessi. E non possono certo essere biasimati per questo! Ma ora potremo cogliere l'occasione dell'incidente tra Tano e il loro Giovanni e, con la scusa di una riappacificazione, gettare le basi per un'alleanza. Dobbiamo far capire loro che Firenze rappresenta il nemico comune per le nostre libert e prerogative signorili in Mugello, e cosi portarli dalla nostra parte. Non mi fido di quelli l! sbrait Ubaldino avvampando. Ci odiano e non perderanno occasione per tradirci! Tu non li conosci quanto me... sarebbero disposti a consegnarsi nelle mani dei Fiorentini pur di vederci

distrutti! Nostro padre la penserebbe come me! Ugolino il Vecchio morto, pace all'anima sua. Tocca a noi due decidere per il bene della famiglia. E io, dall'alto della mia autorit, ho indicato la via da seguire! Maledico la mia debolezza di spirito! Avrei dovuto dar retta al Vecchio... lui mi ha sempre messo in guardia sul tuo conto! lo rappresento la salvezza della famiglia! Senza la mia guida e protezione, saresti capace di portarla alla rovina con la tua avventatezza! Non basta fottere tutte le donne che li passano attorno, rimpinzarsi lo stomaco di carne e vino, uccidere orsi e tagliare la testa a qualche villano per guidare la consorteria! Il volto di Ubaldino si trasform in una maschera di rabbia minacciosa. La faccia s'infiamm come se tutto il sangue del corpo vi fosse affluito. Gli occhi roteavano e parevano uscire dalle orbite. 11 petto e le membra erano scossi da tremiti furiosi. L'accordo tra noi era chiaro prosegu con voce avvolgente e mielosa il Cardinale, tu sei il reggente della consorteria, tu sei il capo militare, tu sarai il futuro conte; ma le decisioni politiche, quelle importanti, le prendo io! Per il bene di tutti noi. Ubaldino, fuori di s, si avvicin con passi pesanti al fratello, gli fu sopra e serr i pugni, mentre un'impressionante e colorita fila di madonne transit dal collo gonfio come un otre e sbott storpiata dalla bocca impastata e tremante. Tano arretr terrorizzato e temette per la vita di Ottaviano; ma quello rimase seduto al suo posto a giocherellare con il coltello come nulla fosse. Sei solo un buffone, volgare e ignorante! sentenzi, limitandosi a contorcere il volto in un moto di insofferenza. Come se le parole del fratello minore lo avessero colpito a morte, Ubaldino, di punto in bianco, si spense e si afflosci su se stesso. Quindi, con la faccia stravolta e cerea, si volt e lasci la sala d'armi, a passi lenti, senza dire una parola. Tano era sbalordito; non credeva ai suoi occhi: mai aveva visto nessuno tener testa a una sfuriala di Ubaldino e umiliarlo a quel modo, con tale semplicit. Aveva sempre reputato il signore di Montaccianico un valente comandante militare e un abile governatore, dotato di fiuto politico. Lo aveva dimostrato prima nell'ascendere ai vertici della consorteria, poi nell'amministrare con profitto i possedimenti della famiglia. Senza contare i vari mandati portati a termine con successo come podest del turbolento comune di Borgo San Lorenzo. Ottaviano per, senza peli sulla lingua e con estrema spietatezza, aveva snocciolato i limiti che impedivano a Ubaldino di essere un vero uomo di governo: la mancanza di sangue freddo, il carattere umorale e sanguigno, la debolezza estrema per le donne, il vino e il cibo; senza tralasciare avrebbe aggiunto Tano - la mancanza di cultura, essendo pressoch analfabeta. Il Cardinale, con poche frasi affilate come lame di spada, aveva annichilito il fratello maggiore e rimarcato le gerarchie all'interno della famiglia. Mai Tano si sarebbe aspettato che il temuto signore di Montaccianico soffrisse di una tale sudditanza psicologica nei confronti del fratello minore.

Non ti preoccupare riprese Ottaviano con espressione sorniona e distaccata, gli passer presto; conosco mio fratello. Ma torniamo a noi. Domani stesso invier miei uomini a Borgo San Lorenzo per chiedere ufficialmente a tuo nome la mano di quella ragazza. Non ti preoccupare, il padre non potr rifiutare. Mi sono informato. Quel Chermontesi un mercante molto ricco e influente e ci sar senz'altro utile per il controllo della cittadina. Altri ambasciatori andranno a Barberino per trattare una riconciliazione coi Cattani. In segno di amicizia pensavo di offrire in moglie all'esuberante Giovanni una giovane della nostra famiglia. Si alz in piedi e dopo essersi risistemato con cura la gonnella e il mantello, si avvi verso l'uscita. Nel movimento un'ondata di intenso profumo invest le narici di Tano. Questa era la seconda volta nel raggio di poche settimane che si incontravano, e in entrambe le occasioni Tano non era riuscito a percepire per un solo istante l'odore del prelato. Tutti i cristiani che aveva conosciuto sino ad allora emanavano un odore caratteristico, pi o meno forte, pi o meno disgustoso. Il Cardinale, per, si cospargeva di oli aromatici talmente forti da celare completamente l'odore del proprio corpo. meglio che ritrovi mio fratello riprese il prelato, lascer fare a lui il nome della ragazza... Ho saputo che Giovanni ha denunciato Matilda al vescovo disse Tano. Con quale accusa? Adulterio. Il Cardinale ebbe un attimo di esitazione. Tra loro c'era uno sponsale, quindi l'accusa fondata. Nell'accordo dovremo farla ritirare. Per precauzione far comunque avvertire il vescovo di non tenerne conto! Non ti preoccupare... le leggi si applicano solo ai nemici; per parenti e amici si interpretano. E volgendo le spalle a Tano si diresse verso l'uscita. Grazie per tutto ci che stai facendo per me balbett il giovane, per poi aggiungere tutto d'un fiato: Dopo l'agguato ai mercanti fiorentini Ubaldino ha condannato i miei masnadieri alla gabbia... Mi hai salvato la vita per due volte, e la guarigione di Nera mi ha reso particolarmente magnanimo rispose il Cardinale senza voltarsi, per poi. ormai sull'uscio della porta, girarsi verso Tano con un sorriso enigmatico sulla faccia. Bada bene che con oggi ho pareggiato il conto! Tano rimase solo nelle grande stanza piena di arazzi, scudi e insegne della casata; in piedi, incapace di muoversi. Ancora non riusciva a crederci: era stalo troppo semplice. La lunga attesa per essere ricevuto lasciava presagire il peggio: e di fronte allo scontato rifiuto di Ubaldino e Ottaviano alle sue richieste, aveva gi progettato di rapire la ragazza e fuggire lontano. Invece con un semplice discorso aveva ottenuto lutto e subito: la strada spianata per la carriera militare da cavaliere, Matilda come sposa e la grazia per i suoi masnadieri. Dio era con lui! Quell'oggi stesso si sarebbe recato alla pieve di Sant'Agata a rendere grazie per questi inattesi doni. Un impercettibile scricchiolio attir la sua attenzione. Con un balzo

silenzioso si port di fronte a una delle porte secondarie e la spalanc. Subito arretr con una faccia contratta e spaurita come avesse visto il diavolo in persona. Sarai la rovina della famiglia! Che tu sia maledetto! sibil a denti stretti Adalasia. Gli occhi gialli traboccanti di odio, i pugni serrati. Tano capi che quella strega aveva origliato. Grazie a Dio non aveva nessuna influenza sul marito, e ancor meno sul cognato. Tuttavia la temeva: pur di nuocergli sarebbe stata capace di tutto. Le gir le spalle e la lasci bollire nel suo malanimo. Uscito dal palazzo, respir a pieni polmoni la pungente aria autunnale. Era ancora frastornato e incredulo per la piega che aveva preso la vicenda. Non era facile che a un giovane di nobile famiglia fosse concessa piena libert nella scelta del futuro e della moglie. Nell'attraversare il cortile del cassero not un gruppo di persone vicino alle stalle. Era una coppia di villani ricoperti di vesti logore con al seguito tre bambini dai corpi emaciati. Il figlio pi piccolo piangeva aggrappato alle vesti della madre. Apparivano spaesati e infreddoliti. I due adulti lo fissavano come se lo conoscessero e volessero qualcosa da lui. Tano rimase perplesso, poi improvvisamente si ricord delle facce: Duccio e la moglie Ida, i due villani di San Giovanni Maggiore caduti in disgrazia. Si diresse verso di loro. Moglie e marito piegarono la testa in segno di saluto e rispetto. Avete chiesto del notaio per il giuramento di fedelt? Alla porta ci hanno detto che fuori dal castello per affari, dovrebbe far rientro nella mattinata. Lo stiamo aspettando rispose Ida. I bambini guardavano Tano spauriti e con facce tristi. Andate nella cucina del palazzo a fatevi dare qualcosa da mangiare. Dite che vi mando io. Poi aspettate l. al caldo. Verrete chiamati. Li osserv mentre si recavano con passi stentati e timorosi verso le cucine. All'ingresso si fecero da parte e lasciarono il passo ai suoi cugini Paganello e Braccioforte. Quelli non degnarono d'uno sguardo Duccio e i figli, mentre si lanciarono in volgari apprezzamenti sulla moglie. Solo allora Tano si accorse che la donna, pur malvestita e trascurala. aveva ancora delle belle forme e una faccia carina. Andiamo a tirare di scherma. Vieni con noi? gli domand Braccioforte incrociandolo. Magari vi raggiungo pi tardi... Certo, il nostro eroico balzerottolo si addestra solo nei duelli d'onore! lo provoc Paganello, che tuttavia sorrise e gli pose un braccio sulla spalla. Complimenti per aver battuto quel presuntuoso... e soprattutto per avergli fregato la sposa. Non so proprio con quale faccia possa farsi vedere in giro! Lo hai reso lo zimbello di tutta la valle. Bravo! Rimase meravigliato per i complimenti di Paganello. raramente tenero e solidale con lui. L'odio per Giovanni doveva superare la rivalit e l'invidia che provava nei suoi confronti. Tuttavia il cugino non era stato il solo ad aver manifestato apprezzamento per la sua impresa. Molti armigeri del castello, uomini duri e poco inclini alle cerimonie, si erano sbottonati con parole di stima accompagnate da calorose pacche sulle spalle. Non si era mai sentito cosi fiero e appagato. La strage dei mercanti, il salvataggio del

Cardinale e il duello con il Cattani avevano accresciuto la sua considerazione presso i masnadieri della consorteria, la cui fiducia e stima non si ottenevano tanto facilmente. I due cugini nell'uscire dal cassero salutarono il notaio Lupini. Tano lo raggiunse per avvertilo della presenza di Duccio e gli raccont i fatti. 11 notaio con i suoi modi cerimoniosi e ossequiosi si compliment per come aveva gestito la faccenda; sicch mand un collaboratore a chiamare la famiglia. Jacopo Lupini era un uomo d'et indefinibile, con una faccia smunta, due guancette rosse e pronunciate, e in mezzo una bocca stretta e imbronciata, ma sormontata da labbra carnose e sporgenti. Il mento sfuggente, gli occhi grandi e tristi. I capelli, neri, radi, corti e pettinati in avanti a coprire l'incipiente calvizie. Era sempre di fretta, sempre ben vestito, sempre carico di faldoni e pergamene, e sempre circondato da un codazzo di giovani apprendisti. Da ventanni era a servizio della famiglia, prima di Ugolino il Vecchio, ora di Ubaldino. Fervente ghibellino come il suo signore, si vantava di esser stato nominato notaio dall'imperatore Federico in persona, durante una permanenza a Prato. Gestiva il patrimonio della casata e ne curava tutte le pi importanti questioni giurdiche; oltre a insegnare la grammatica ai giovani rampolli della famiglia da quando il magister Aldo era stato allontanato dal castello. Ubaldino sedeva al centro della sala d'armi, su un'imponente sedia intarsiata, degna di un sovrano. Al suo fianco, in piedi, c'erano Tano, con le braccia conserte, e il sergente Grifo. Il notaio era seduto su un tavolino vicino, intento a scrivere con gli strumenti del mestiere: carta, penna e calamaio. Di fronte a loro la famiglia di San Giovanni Maggiore al completo. Io recit con aria solenne Ida, moglie di Duccio di San Giovanni Maggiore figlio di Sacco, in questo giorno del Signore 19 novembre 1250, nel castello di Montaccianico, in nome e per conto di mio marito incapace di parlare, giuro, di mia spontanea volont, senza inganno e frode, sui Santi Vangeli di Dio e nelle mani di Messer Ubaldino della Pila, signore del castello e reggente della consorteria degli Ubaldini, di essere e rimanere in ogni tempo fedele al detto Messer Ubaldino e a tutta la sua consorteria. Mi impegno altres a osservare tutti i capitoli di fedelt e rinnovare il presente giuramento ogni anno in perpetuo. Confermi il giuramento di tua moglie? domand il notaio al villano muto. Duccio fece segno affermativo con la testa, e il notaio prese a vergare la pergamena distesa sul tavolo. Durante la stesura del verbale tutti rimasero in silenzio, ognuno assono nei propri pensieri, il cui scorrere era accompagnato, in sottofondo, dal fruscio della penna d'oca sfregata sulla pergamena. Tano not che Ubaldino era distratto e incapace di fermezza, con gli occhi che saltellavano in qua e in l nella sala d'armi. Il labbro inferiore fremeva di un tremito lieve, ma continuo, e la faccia era insolitamente bianca. Non aveva ancora smaltito il furibondo scontra col fratello, pens Tano: e il fatto che evitasse di incrociare il suo sguardo, lo sguardo dell'unico testimone al litigio, ne era la prova.

Il notaio si alz in piedi con la pergamena in mano. Io, notaio Jacopo Lupini da borgo Sant'Agata, di fronte ai testimoni ser Tano degli Ubaldini e ser Grifo, certifico che da oggi il qui presente Duccio di San Giovanni Maggiore, figlio di Sacco, assieme alla sua famiglia, diventa fedele e colono di messer Ubaldino e come tale si impegna a risiedere nel territorio del signore, a svolgere le mansioni a lui assegnate, ad accettare le sue leggi, la sua giurisdizione penale e civile e chi in sua vece l'applica. Si d altres atto che i suoi debiti con messer Ubaldino sono rimessi. Terminato il giuramento solenne, Ubaldino e Grifo lasciarono la sala. Il notaio prosegui con le questioni di dettaglio. Hai sette giorni da oggi per trasferirti con la tua famiglia nel villaggio di Zollaia, nel piviere di San Gavino Adimari. Il rettore del villaggio ti indicher la nuova abitazione e la terra assegnata. Per la tua vecchia casa ti daremo due lire in soldi di Pisa. Ma un furto! in pietra... vale molto di pi! protest Ida. Il notaio, senza prestare ascolto alla donna, butt ai loro piedi una manciata di denari presa da un bauletto sul tavolo. Duccio rimase interdetto. La moglie invece si gett a terra in ginocchio per raccogliere le monete. Messer Gottifredo degli Ubaldini da Cignano prosegu il notaio rivolgendosi sempre a Duccio, ma con aria sprezzante e senza neanche degnarlo di uno sguardo, il tuo nuovo signore. Dovrai far riferimento a lui per ogni cosa e fare tutto ci che ti ordina. Il notaio Lupini, sempre ossequioso e reverenziale, anche in modo eccessivo, verso i membri della famiglia, con i villani era oltremodo sprezzante e arrogante. Non eia la prima volta che Tano lo notava e. pur sforzandosi, non riusciva a inquadrare quell'uomo e capire quale ne fosse la vera indole: entrambi gli atteggiamenti, bench opposti, non erano spontanei ma artificiali, costruiti; come se di fronte ai membri della consorteria si sforzasse nel mantenere un atteggiamento dimesso e servile, per poi sfogare scientemente la propria frustrazione contro i poveri villani che gli capitavano a tiro. E per di pi quando maltrattava i villani evitava sempre di guardarli negli occhi, come a voler dissimulare sino in fondo i suoi sentimenti e la sua vera indole. Tra l'altro era l'unico nel castello ad andare d'accordo con tutti i membri della famiglia. Ubaldino si fidava ciecamente di lui. Adalasia lo teneva in grande considerazione. Tutti i cadetti suoi allievi lo apprezzavano come maestro per pazienza e comprensione. Quando anche il notaio, con dietro il codazzo di assistenti, lasci la sala d'arme, rimasero solo Tano e i due coloni. Ida e Duccio apparivano affranti e umiliati. Non vi preoccupate, meglio di quel che sembra cerc di rincuorarli il giovane. un bel posto, la terra grassa e avrete di che sfamare i vostri figli, il rettore un uomo anziano, giusto e comprensivo. Batt una mano sulla spalla di Duccio e li accompagn all'ingresso del cassero. A Tano piaceva quel villano muto. Era forte come un toro e aveva gli occhi di una persona onesta e fedele. In futuro poteva fargli comodo. Se avrete dei problemi col vostro nuovo signore non vi riguardate e

venite pure a trovarmi. Conosco bene Gottifredo! Moglie e marito accennarono uno stentato sorriso e si dileguarono. Nel ritornare verso la torre signorile Tano scorse Adalasia. Era avvolta in un pesante e anonimo mantello di lana grezza e il cappuccio le copriva quasi interamente il volto. Andava tutta trafelata e furtiva verso le stalle. Tano la riconobbe per l'inconfondibile andatura, ondulante e goffa. Decise di seguirla, senza farsi vedere. La moglie di Ubaldino super le stalle e spari dietro una catasta di legna adagiata in un angolo nascosto della cerchia muraria. Il giovane attese per un po', ma non accadde niente. Si convinse che la donna stesse solo svuotando le viscere - dopotutto anche lei aveva i suoi bisogni corporali. Riprese cosi la strada per la torre signorile. Dopo pochi passi incroci Catalano degli Ubaldini da Gagliano. Era acciglialo. Il volto teso. Lo salut a stento. Per quel pomeriggio Ubaldino e il Cardinale avevano convocato il consiglio della consorteria e il cavaliere di Gagliano ne faceva parte. Molti dei membri erano gi arrivati al castello dalla prima mattina. Tano prosegui il cammino, indispettito per l'arroganza e la maleducazione mostrate da Catalano. Un giorno gliel'avrebbe fatta pagare cara, rimugin tra s. Castello di Barberino. Piviere di San Gavino Adiinari 23 novembre 1250 Non ti preoccupare. Ti vendicheremo e avrai l'appoggio di tutta la consorteria. Gli faremo sputare sangue amaro a quel bastardo! Donato stringeva per le spalle Giovanni, cercando di catturare gli occhi e l'attenzione dell'amico. Giovanni aveva lo sguardo fisso nel vuoto, gli occhi stretti in due fessure, i muscoli del viso tirati come la pelle di un tamburo. Non lo ascoltava e rimuginava tra s. Sono dei vigliacchi! proruppe all'improvviso, come un vulcano che erutta dopo lunghi e prolungati brontolii. Non mi appoggeranno mai, qui hanno tutti paura degli Ubaldini, mi costringeranno a una riconciliazione... Non detto disse Donato. Tu devi spiegare bene la vicenda, per filo e per segno. Calca l'umiliazione subita da te e quindi da tutta la consorteria... potresti risvegliare l'orgoglio dei Cattani. Mettili in guardia contro il pericolo di cadere sotto il giogo degli Ubaldini. Matilda proviene da una delle pi influenti famiglie di Borgo San Lorenzo e se gli Ubaldini ottengono il controllo di Borgo sar la fine della nostra libert. Giovanni si gir di scatto. Quel che mi preoccupa non la nostra famiglia, ma gli altri, i d'Ascianello e i Cavalcanti. Quelli, solo a sentire il nome di Ubaldino della Pila, se la fanno sotto... Non approveranno la mia vendetta! Il cigolio della porta interruppe la conversazione. Fece capolino un uomo di mezza et, alto e magro, vestito in nero e con un pronunciato pizzo dello stesso colore che contribuiva ancora pi a slanciarne la figura. Signori, sono arrivati quasi tutti. Messer Giovanni atteso nella sala d'armi.

Siamo pronti rispose Donato. I due giovani, entrambi con nere chiome ricciolute e ben curate, seguirono il notaio lungo lo stretto corridoio del cassero, posto al centro del castello di Barberino. Giovanni era teso: sapeva che lo aspettava un duro confronto. Nel camminare socchiuse gli occhi, strinse con la mano sinistra l'impugnatura del pugnale che portava al fianco e respir con forza l'aria che il freddo tramontano spingeva nelle feritoie. Appena i tre entrarono nella sala d'armi, il brusio della folla in attesa si interruppe. Tutti si portarono ai lati delle pareti per consentire al giovane Cattani di guadagnare il centro della sala. Molti accennarono inchini. Alcuni dei pi vicini gli batterono pacche sulle spalle. Tre domestici passarono svelti tra i cavalieri a raccogliere i boccali di vino. Giovanni fu subito raggiunto dal padre, il giudice Guinizzingo, capo incontrastato della consorteria. Il titolo di giudice gli derivava dall'aver ricoperto per vari anni quell'incarico a Firenze, nel sestiere del Borgo; da allora tutti, anche dopo molti anni, avevano continuato a chiamarlo cos. Guinizzingo pose un braccio sulle spalle del figlio e alz l'altro per avere il silenzio e l'attenzione di tutti. Cari consorti di Barberino, Ascianello, Combiate, Latera, Legri e Firenze, quest'oggi vi abbiamo convocato in consiglio, al castello di Barberino per discutere e prendere i provvedimenti opportuni sull'oltraggio arrecato a mio figlio. Molti di voi sapranno gi di cosa si tratta. Le notizie corrono pi veloci del vento... Ma prima di iniziare la discussione vorrei che Giovanni raccontasse a tutti noi come si sono svolti i fatti. Quindi con un gesto della mano invit il figlio a parlare. Parenti e amici, sin da quando avevo quattordici anni la nostra consorteria si era accordata con la famiglia di Matilda Chermontesi per il nostro matrimonio, che si sarebbe dovuto celebrare quest'estate. Lo sponsale era di pubblica fama, e io in tutti questi anni ho onorato e rispettato la mia promessa sposa. Nonostante ci. Tano degli Ubaldini con l'inganno e la frode ha corteggiato la mia donna. L'ho appurato di persona alcune settimane fa. quando l'ho sorpreso calarsi di sotterfugio dal suo balcone. Stavano amoreggiando furtivamente. Dopo che li ho colti in flagrante, la loro tresca diventata pubblica gettandomi nel ridicolo! Come non bastasse, Tano. sfruttando la potenza della sua consorteria, ha costretto il padre di Matilda a rompere il nostro accordo e acconsentire al matrimonio tra i due amanti. In questo caso umiliando e offendendo non solo me. ma tutti noi! Alti brusii e brontoli si levarono nella sala. Il torto subito da Giovanni di estrema gravit disse Nuti d'Ascianello, e senza ombra di dubbio offende non solo il suo onore, ma anche quello di tutti noi. Mi chiedo quindi se gli Ubaldini abbiano offerto qualcosa in riparazione per il torto di Tano... La settimana scorsa il Cardinale ha inviato un messo con un'offerta di riconciliazione disse il notaio Bonafede. Quali sono le condizioni offerte da quel porco? chiese Sinibaldo da Barberino. Gli Ubaldini, come riparazione e in segno di riappacificazione tra le nostre consorterie, offrono in sposa a messer Giovanni la figlia di Albizzo,

Aldruda rispose con solerzia il notaio. Precisano anche che la dote per il matrimonio sar ragguardevole sia per denaro contante che per diritti su terreni e case. Parla chiaro, scribacchino! inve Nuti d'Ascianello. Seicento lire in grossi d'argento pisani, tre case in pietra a Borgo San Lorenzo e diritti su tre appezzamenti di terra vicino Pulicciano. Molte furono le esclamazioni di stupore. Ma una fortuna! esclam Teci d'Ascianello. Alla fin fine ti quasi convenuto, Giovanni! Come osi dire questo, vigliacco! lo redargu indignalo Saccuccio de' Cattani da Latera. amico e coetaneo di Giovanni; L'onore non si compra! Ma va salvaguardato con il coraggio e la fierezza d'animo; e una volta perso, l'unico modo per riacquistarlo la vendetta. Solo la vendetta di Giovanni pu lavare quest'oltraggio alla nostra consorteria! Tu, caro amico, patii con il cuore e non con la testa lo riprese Carincione d'Ascianello in tono paterno. Ma ci non mi meraviglia, data la tua giovane et... Lasciati consigliare e guidare da chi ha pi esperienza di te. Quindi con l'unico occhio rimasto, affossato in un viso scarno e rugoso, squadr lentamente le facce attorno schiarendosi la gola in modo plateale. L'offerta molto generosa e soprattutto rappresenta una chiara proposta di alleanza tra le nostre consorterie. A Firenze ora comandano i mercanti, i banchieri e gli artigiani. I nobili guelfi stanno riprendendo forza e presto torneranno al potere con l'appoggio del Popolo. I nuovi governanti, se non oggi, domani, cercheranno di impadronirsi del contado. Evidenti e risapute sono le mire di Firenze sul Mugello, zona strategica per il commercio con Bologna e tutto il nord della penisola. Tutto ci inquieta i nostri vicini Ubaldini; temono l'imminente confronto con Firenze e per questo cercano alleati! E che convenienza abbiano ad allearci con gli Ubaldini? disse Donato. Molti di noi sono cittadini di Firenze... Lasciami finire il ragionamento, ragazzo! riprese il vecchio Carincione. Nel probabile scontro tra Firenze e gli Ubaldini. noi dobbiamo rimanere neutrali o, a limite, ma senza esporci pi di tanto, appoggiare il pi debole. Questo, con l'unico fine di preservare lo status quo. Badate bene che solo questa situazione di equilibrio ci consente di mantenere le nostre prerogative e libert. Qualora uno dei due prendesse il sopravvento, per noi sarebbe la fine e saremmo costretti a sottometterci. Fino a pochi anni fa erano gli Ubaldini che dovevamo temere; grazie a Dio, rimanendo uniti e con l'aiuto di Firenze, abbiamo respinto i loro tentativi di soggiogarci. Ma ora ho il presentimento che il vento stia per cambiare. E comunque noi, oggi, non siamo in grado di sostenere una vendetta contro uno degli Ubaldini: la rappresaglia sarebbe devastante e l'eventuale aiuto fiorentino incerto e altrettanto pericoloso. Quindi bisogna accettare la riconciliazione offerta. Il legame che da generazioni abbiamo con Firenze saldo, ma oggi i nostri interessi prevalenti sono qui in Mugello e dobbiamo tutelarli a tutti i costi. Dai, Giovanni, Aldruda non Matilda, ma poteva andarti peggio! Dovrai solo aspettare che le crescano un po' le tette... ridacchi Teci, alludendo alla giovanissima et della ragazza offerta in matrimonio, poco

pi che bambina. Bastardo! url Giovanni, ti spacco quella putrida faccia che ti ritrovi! e cosi dicendo si scagli contro Teci, che preso alla sprovvista arretr, atterrito. Prima che venissero a contatto, Giovanni fu trattenuto da quelli che gli erano attorno e. senza complimenti, spintonato lontano. Questo non un comportamento che si addice al figlio di Guinizzingo. Siamo in consiglio e tra amici, calmate questo sconsiderato! grid Nuti d'Ascianello. Nel frattempo Teci si era ripreso dallo spavento e si rivolse di nuovo a Giovanni. La tua occasione l'hai gi avuta

e hai fallito miseramente! Lo sanno tutti che se non era per i tuoi masnadieri, Tano... Basta con le provocazioni! alz la voce su tutti Falcone de' Cattani. Dobbiamo ragionare e agire nel modo pi opportuno per gli interessi della nostra consorteria. Io sono d'accordo con Carincione e mi dichiaro favorevole alla conciliazione. L'offerta generosa e non ho nessuna intenzione di aprire una faida con gli Ubaldini. Ma vorrei conoscere l'opinione dei nostri consorti di Firenze... Cos terminando guard con fare interrogativo Guicciardino de' Cattani e i suoi due figli. Il mercante fiorentino, che si distingueva dagli altri per gli abiti sontuosi e dai colori sgargianti, fece un passo avanti e allarg le braccia. Cari amici, il fatto che la mia famiglia abbia scelto di vivere a Firenze e l abbia avuto fortuna nell'attivit della mercatura, non attenua i nostri legami di sangue. Sappiate che a Firenze avrete sempre un punto d'appoggio nella mia torre, in piazza San Lorenzo. Ci premesso, confermo quanto detto da Carincione. Bench a Firenze il nuovo regime si sia consolidato sotto la salda guida del Collegio degli anziani, la situazione ancora incerta. I magnali ghibellini estromessi dal potere per ora stanno a guardare, ma tutti sospettano che stiano tramando un colpo di mano. Le milizie cittadine sono in via di riorganizzazione, ma finch le truppe imperiali scorrazzeranno per la Toscana, difficilmente entreranno in azione. Almeno per il momento, in caso di guerra con gli Ubaldini nessuno da Firenze interverr per darvi soccorso. Guicciardino dice il vero aggiunse Manetto Paffiere de' Cavalcanti. Come gi sapete, due anni fa partecipai alla sommossa guelfa, e dopo la sconfitta fui bandito dalla citt assieme a molti cavalieri guelfi. Trovai rifugio nel castello di Ascianello e ormai da due anni vi risiedo stabilmente. Mi sono unito alla consorteria dei d'Ascianallo e ho acquistato una parte del castello per sigillare quest'alleanza. Naturalmente non ho reciso i rapporti con la mia citt e coi tanti familiari e amici l rimasti. Mi tengo costantemente informato degli accadimenti fiorentini e col nuovo regime di Popolo nutro concrete speranze di rimettere piede a Firenze nei prossimi mesi. Detto questo vi confermo che oggi il governo fiorentino non in grado di darvi alcun aiuto contro gli Ubaldini. Quindi la strategia migliore quella di trattare e accettare la riconciliazione. In futuro poi le cose potrebbero cambiare... Le alleanze non sono mai eterne! Si lev un forte brusio nella sala. L'autorevolezza del nobile fiorentino era indiscussa e la bilancia ormai pendeva a favore della conciliazione. Manetto Paffiere non era uno qualsiasi. I Cavalcanti rappresentavano una delle pi nobili e potenti famiglie guelfe di Firenze. Gi membri dell'aristocrazia consolare, negli ultimi decenni avevano incrementato a dismisura il potere economico e l'influenza politica. Grazie alle numerose botteghe, fondachi e case di cui avevano il monopolio in via Calimala e nel Mercato Nuovo, avevano conquistato i vertici della corporazione dei mercanti di lana. l'Arte di Calimala. Inoltre i suoi pi influenti membri, come Cavalcante, Duccio. Tegghia. Bernardo e Ranieri, si erano posti alla guida del partito guelfo e avevano capeggiato gli sfortunati scontri con i ghibellini del 1246 e del 1248. appoggiandosi anche al loro consorte

Aldobrandino. grande predicatore domenicano e priore del convento di Santa Maria Novella. Amici intervenne Giovanni, appena ripreso il controllo dei propri nervi e con la voce rotta dall'emozione, non capite? Questa l'occasione buona per regolare i conti con questi arroganti che da decenni spadroneggiano in Mugello. Ci hanno relegato a un ruolo subalterno, ci umiliano continuamente... ma dov' il vostro onore di cavalieri? E voi consorti d'Ascianello. discendenti della gloriosa e nobile casata dei Suavizzi, un tempo tra le pi potenti di tutta la Tuscia prosegu volgendo lo sguardo a Carincione, come potete allearvi con la famiglia che vi ha depredato dei vostri titoli, beni e prerogative? inutile e inopportuno rivangare il passato... replic con amarezza Carincione. Nella sala piomb un cupo e imbarazzato silenzio, mentre la memoria del vecchio capofamiglia correva ai tacconti uditi da piccolo sulle gesta degli antenati. A quei tempi lontani i d'Ascianello. conosciuti col nome di Suavizzi, erano una delle consorterie pi ricche e influenti della Toscana, con terre e castelli sparsi in tutto il contado di Firenze. Mentre gli Ubaldini erano dei modesti e sconosciuti vassalli di second'ordine. Poi gradualmente, in poche generazioni, tutto si era capovolto. Gli Ubaldini erano diventati i signori pi potenti della valle, e i Suavizzi, come i Gotizi e altre nobili e antiche famiglie, si erano dissolti. Carincione non sapeva darsi una spiegazione di tali accadimenti, avvenuti molti decenni prima della sua nascita; ma dentro di s, grazie alla veneranda et e all'esperienza maturata negli anni, era certo che le cause dovevano essere state molteplici. I contrasti interni tra i vari rami della famiglia. L'assenza di un capo carismatico capace di garantire gli interessi comuni. Un'errata politica matrimoniale. La mancanza di eredi maschi. L'incapacit di trovar protezioni altolocate una volta crollato il potere dei marchesi di Tuscia. La concorrenza spietata di altre consorterie emergenti, quali gli Ubaldini. L'espansione inarrestabile della citt di Firenze sul contado. Giovanni prese la parola Guicciardino de' Cattani. tu parli accecato dall'odio e dalla sete di vendetta. Devi capire che qui sono in ballo interessi di gran lunga pi importanti di una questione d'onore per una donna. L'offerta di riconciliazione adeguata al torto che hai - anzi, che abbiamo - subito. Potrai andare in giro con la testa alta, e in pi con la borsa piena. Firenze c' sempre stala vicina! Come potete tradirla? disse Donalo. Un trattato di amicizia con gli Ubaldini rappresenta solo una scella tattica cerc di rassicurarlo Carincione, ci consentir di evitare aggressioni in questo periodo turbolento, in cui non possiamo contare sull'appoggio di Firenze; e non comprometter affatto la nostra fedelt e amicizia con la citt della quale gran parte di noi ne cittadino a pieno titolo. Giovanni era nero dalla rabbia, i muscoli erano tesi e per non compiere altri alti di cui si sarebbe pentito si chiuse in un silenzio pieno di rancore. Tutti gli sguardi si rivolsero verso Guinizzingo, che per tutta la discussione era rimasto in un silenzio imperturbabile. Il reggente della consorteria era consapevole che toccava a lui

prendere la decisione finale. Con l'espressione pensierosa e tutti gli occhi puntati addosso si diresse verso la feritoia pi vicina, e appoggiando stancamente le mani sulla base in pietra ammir per alcuni istanti il paesaggio al di l delle mura del castello. Il panorama era coperto a intermittenza dallo stendardo della casata de' Cattani, una fascia argentea in diagonale su fondo nero con in alto a destra una stella a sei punte, issato su un'asta delle mura e strapazzato dal forte tramontano. Lo sguardo si concentr sull'impetuoso torrente Stura, rigonfio d'acqua per le recenti piogge. Dopo aver attraversato i vicini campi e orti, arrivava al suo prezioso mulino, poche centinaia di passi al di sotto dello sprone dove i suoi avi avevano costruito la rocca. Con gli occhi risal il corso del torrente sino alle sorgenti sul monte Citerna, lontano all'orizzonte in mezzo alle maestose creste dell'Appennino. Doveva prendere una decisione. Da una parte c'era il figlio umiliato e desideroso di avere una soddisfazione degna di un guerriero e di un uomo d'onore. Dall'altra gli interessi della consorteria che non poteva tollerare un scontro con i potenti Ubaldini. Da un lato il suo ruolo di padre. Dall'altro quello di reggente, responsabile del destino di tutti i parenti, amici e alleati. Parl con voce ferma, scandendo bene ogni singola parola. Indiscusso il legame di amicizia con Firenze. Anni addietro ho ricoperto l'incarico di giudice in quella citt, e ne sono fiero! E sono anche orgoglioso di mantenere ancor oggi la cittadinanza fiorentina, nonostante i mie interessi mi abbiano condotto qua in Mugello. Detto questo, ritengo che per tutelare al meglio i nostri diritti si debba seguire la via indicata da Carincione, Guicciardino e Manetto Paffie- re. Ouindi si volse verso il notaio. Dov' che gli Ubaldini hanno proposto la riconciliazione? Nella pieve di Sant'Agata, il giorno dell'Immacolata Concezione, alla presenza dei due contendenti e di tutti i maggiori rappresentanti delle consorterie. Bene, ci saremo tutti puntualizz Guinizzingo guardando severamente il figlio. bene ammonire Giovanni e i suoi focosi amici aggiunse Carincione. che per consuetudine ogni eventuale atto di vendetta verso Tano degli Ubaldini. in spregio alla decisione assunta in consiglio, determiner l'espulsione dalla consorteria e il bando immediato dei responsabili. La vendetta per un oltraggio subito da uno dei nostri non un fatto suo personale, ma una questione che riguarda tutta la consorteria. Guai a chi agisce al di fuori del consiglio dei parenti e degli amici. Passerebbe dalla ragione al torto! Con l'ammonizione del vecchio Carincione si chiuse il consiglio e tutti i convenuti lasciarono la sala d'armi del castello di Barberino. Rimasero solo Giovanni e il padre. Quest'ultimo, dimessa la veste di uomo con responsabilit pubbliche, si avvicin al figlio e prov a parlargli. Ma Giovanni, senza neanche guardarlo, si diresse verso la porta. Bisogna non aver fretta sussurr il giudice prima che il figlio lasciasse la sala. Frena la rabbia, dissimula l'ingiuria e medita vendetta fino a cogliere il momento opportuno per compierla! Come ha detto il

Cavalcanti, le alleanze non durano in eterno. Sono fatte per essere rotte... Appena Firenze torner a farsi viva in Mugello noi saremo al suo fianco! Giovanni non fu capace di trattenere le lacrime, che tuttavia nascose al padre, rimasto alle sue spalle. Ho perduto il rispetto della gente disse con voce rotta da rabbia e disperazione. Quando attraversavo i borghi della valle nessuno aveva il coraggio di guardarmi in faccia. Ero temuto e ammirato. Ma ora, dopo quello che ho subito, tutti alzeranno la testa e mi fisseranno negli occhi con disprezzo, come fossi un qualsiasi bifolco! Comprendo il tuo dolore, figlio, ma devi resistere per il bene della famiglia. L'ora della tua vendetta verr presto. Seguir il tuo consiglio tagli corto il giovane, per poi subito lasciare la sala. Il piano del Cardinale era andato in porto. i Cattani e i loro alleati avevano accettato la generosa offerta di riconciliazione degli Ubaldini per il torto subito da Giovanni. Nell'occasione sarebbe stata siglata anche un'alleanza di mutua assistenza a difesa di diritti e prerogative nei rispettivi territori di giurisdizione. Anche il padre di Matilda, mercante di simpatie guelfe e in stretti rapporti economici con Firenze, aveva ceduto alla richiesta di Ottaviano. Al principio era apparso riluttante a imparentarsi con gli Ubaldini e cedere la mano dell'unica figlia a uno di loro. Tuttavia, la gioia dimostrata da Matilda nell'unirsi a Tano e soprattutto le convincenti argomentazioni usate dagli uomini di Ottaviano - con la minaccia di terribili rappresaglie in caso di rifiuto - lo avevano persuaso. Alla fine di novembre, prima dell'arrivo dell'inverno, il Cardinale - con dietro l'imponente seguito di armigeri, cappellani e servi - lasci il Mugello in direzione di Bologna. Dalla citt emiliana, sede dei suoi studi universitari e dei primi incarichi ecclesiastici, sarebbe ripartito in primavera per la Marca Trevigiana. Il pontefice Innocenzo IV aveva richiesto il suo intervento per organizzare una crociata contro il terribile ghibellino Ezzelino da Romano, che con le sue masnade imperversava nel nord della penisola. Prima di partire Ottaviano istru a dovere il riluttante Ubaldino e, per non correre rischi, pretese dal fratello il giuramento che avrebbe rispettato la strategia concordata. Pieve di Sant'Agata 8 dicembre 1250 Era il mezzo del giorno, ma i raggi del sole che filtravano dalle alte finestre non erano sufficienti a illuminare l'interno della pieve. I lumini a olio, i ceroni e le torce fissate alle pareti di pietra sopperivano alla debole luce solare. Il coro e le navate erano gremite di uomini, avvolti in pesanti mantelli. Il freddo umido penetrava fin dentro le ossa. La pieve di Sant'Agata, come la gran parte delle chiese mugellane edificate nel secolo precedente, aveva una struttura semplice e austera. L'impianto era basilicale, senza transetto e con tre navate separate da imponenti colonne. Il tetto era a capanna e, cosa singolare, la sua armatura lignea poggiava direttamente sulle colonne, conferendo all'edificio

un aspetto originale che richiamava gli antichi templi pagani. Gli ornamenti sacri della pieve erano pochi e di poco valore: alcuni affreschi corrosi dall'umidit e un crocifisso di legno dipinto di rosso e legato in precario equilibrio alla cancellata verde smeraldo che delimitava il presbiterio. Molti di pi erano invece gli ornamenti laici appesi alle pareli: scudi, armature e insegne cavalleresche di vario genere. Quando moriva un cavaliere era usanza che lo scudo e l'insegna fossero affissi nella chiesa battesimale, per onorarne la memoria davanti a Dio e a tutti i fedeli. Il grave contegno dei presenti, le tremolanti ombre da questi prodotte sulle pareti tempestate di cimeli militari, il gelo pungente dell'aria, creavano un'atmosfera di estrema severit e rigore. Sulle poltrone imbottite a fianco dell'altare, nel mezzo del presbiterio rialzato e delimitato dall'alto cancello ad arcate, non erano seduti n il pievano, n altro chierico del capitolo; ma due signori laici: Ubaldino della Pila e Guinizzingo da Barberino. Al posto dei canonici del capitolo e dei fedeli del piviere si trovavano i rappresentanti della consorteria degli Ubaldini, da una parte, e delle consorterie dei Cattani e dei d'Ascianello, dall'altra. I cavalieri pi importanti delle due casate - una decina per parte - erano seduti nelle panche del coro, a ridosso del cancello. Tutti gli altri erano in piedi lungo le navate; e per consentire loro di vedere cosa accadeva nel presbiterio erano state tirate le tende di panno che solitamente nascondevano ai laici la parte pi sacra della chiesa. Ugolino da Senni sedeva nel coro tra Azzone e Cavernello. i figli di primo letto di Ubaldino. e per quanto possibile. data la penombra, osservava i volti dei dieci pi importanti cavalieri delle consorterie rivali, che sedevano di fronte a lui. Bene o male li conosceva tutti, alcuni di persona altri per sentito dire. Giovanni, il figlio di Guinizzingo, gli era proprio davanti. Aveva gli occhi bassi. Per tutta la cerimonia non aveva mai alzato lo sguardo. Il volto era pallido e contratto in una miriade di smorfie, risaltate dall'affetto chiaro scuro procurato dalla luce di un cerone posto a pochi passi dalla panca. Tali atteggiamenti mostravano vergogna, tensione e insofferenza, una miscela che secondo Ugolino da Senni non prometteva niente di buono. Se non oggi, domani, avrebbe cercato la sua vendetta. L'oltraggio era stato troppo grave. Un bisbiglio alla destra attir l'attenzione di Ugolino. I fratelli Ugolin d'Azzo e Albizzo stavano discutendo animatamente; drizz le orecchie, ma non riusc a percepire le loro parole. Pi avanti ancora intravide Canto e Catalano degli Ubaldini da Gagliano, stravaccati sulla panca con facce imbronciale e annoiate. Ugolino da Senni aveva i piedi intirizziti e il fondoschiena gli doleva. La cerimonia era stata lunga e. come lutti gli altri, non vedeva l'ora di poter lasciare quel luogo umido e buio per raggiungere il tepore del suo focolare al Palagiaccio. Finalmente i notai Lupini e Bonafede. da un tempo incalcolabile chini sull'altare per definire gli ultimi dettagli dell'accordo di riconciliazione e alleanza, fecero segno ai due reggenti delle consorterie di aver terminato. Ubaldino e Guinizzingo. tra sinistri cigoli, si alzarono dalle poltrone e raggiunsero i notai all'altare di pietra, interamente ricoperto di

pergamene. Il notaio Lupini lesse ad alta voce e lentamente i termini dell'accordo, poi invit i due reggenti a sottoscriverlo. Poste le firme, Ubaldino e Guinizzingo si strinsero per le braccia e si fissarono duramente negli occhi. Ouindi si abbracciarono per suggellare la pace, mentre il primo rintocco delle campane si diffuse sordo nell'edificio. Tra un assordante scampanio, i cavalieri si riversarono nel sagrato della pieve, gi tutto ricoperto dalla neve che cadeva lenta e in piccoli fiocchi. Ai margini, i cavalli nitrivano e sbuffavano nervosi con ampie nuvole che uscivano dalle froge. Dietro c'era una folla di curiosi, che allungavano il collo per carpire qualcosa. Sul lato opposto della facciata due servi del capitolo, indifferenti a tutto ci che accadeva attorno, con una rozza pala di legno gettavano calce nella fossa comune, il cimitero della gente semplice. Erano stati appena calati due piccoli corpicini avvolti in sudari. Ai margini della fossa, uno sparuto e grigio gruppo di villani, dai volti rassegnati, assisteva in silenzio alla sepoltura, mentre un diacono recitava delle preghiere. Una tremenda epidemia, ormai da due settimane, falcidiava senza piet i pi deboli, per lo pi bambini e anziani, e la morte era diventata ormai una presenza quotidiana in tutte le famiglie del piviere. I signori mugellani raggiunsero in fretta i palafreni, custoditi dagli scudieri e dai servi. Pochi si trattennero a parlare. Tra questi vi erano Ubaldino e il nipote Ugolino da Senni. Con passo deciso si avvicinarono ai d'Ascianello. intenti a montare le loro cavalcature. Spero che onorerete l'alleanza fece loro Ubaldino. Nel pronunciare la frase non pot fare a meno di gettare un'occhiata di sbieco al castello di Ascianello. La roccaforte, ben visibile dal sagrato, sovrastava minacciosa il borgo di Sant'Agata e la principale strada che attraverso gli Appennini portava a Bologna. La presenza di quel castello costituiva di per s una sfida e un affronto al dominio ubaldino sui valichi appenninici. Non avete niente da temere. Siamo uomini d'onore rispose in modo affabile Nuti d'Ascianello. Voi forse, ma ne dubito per Guinizzingo e i suoi masnadieri insinu Ugolino da Senni. Suo figlio Giovanni era seduto proprio di fronte a me. e non l'ho visto molto convinto... Il consiglio ha deciso per la conciliazione e le decisioni del consiglio sono legge! disse Carincione d'Ascianello; L'importante rispettarsi, non ledere i rispettivi diritti e punire chiunque violi i patti. Vedremo disse freddo Ubaldino. Dopo che i d'Ascianello si congedarono. Ugolino da Senni stratton Ubaldino. Perch invece di legarci le mani con questo ridicolo accordo di alleanza non abbiamo colto l'occasione per metterli a tacere una volta per tutte? Ubaldino non rispose e volse lo sguardo alla pieve. I sui occhi pensierosi si fissarono sull'architrave in pietra del portale, scolpito con motivi a intreccio, e sulle decorazioni della facciata, ricavate con piccole bozze di serpentino e alberese. L'edificio era solido e al contempo elegante. Vi era affezionato. L aveva ricevuto il battesimo ed era stato investito cavaliere. Ma nei suoi piani quella chiesa non aveva futuro. Lui e

il fratello Ottaviano avevano gi deciso che nei prossimi anni il fonte battesimale e il titolo di pieve dovevano essere traslatati nella chiesa dentro le mura del castello di Montaccianico, la futura capitale delle loro signoria. Era il momento migliore! sbott ancora Ugolino, innervosito dall'apatia dello zio. Potevamo radere al suolo i loro castelli. I Fiorentini non sarebbero stati in grado di intervenire per... stata una decisione del Cardinale! tagli corto Ubaldino, e senza aggiungere altro fece cenno al suo scudiero di portagli il palafreno. Villaggio di Grezzano. Piviere di San Giovanni Maggiore Dicembre 1250 Pochi giorni dopo la riconciliazione, Tano e Matilda si rividero. Era la prima volta dopo il burrascoso incontro di novembre. L'occasione fu l'inaugurazione di un ricovero per i lebbrosi intitolato al loro santo protettore Lazzaro. L'opera era stata voluta e finanziata dal Cardinale quale ex voto per la miracolosa guarigione della nipote Nera. Il luogo prescelto per l'edificazione si trovava a nord del villaggio di Grezzano. in mezzo a un bosco di querce lontano da zone abitate. La gestione del lazzaretto era stata affidata ai frati francescani e l'inaugurazione fu fatta coincidere con il giorno dedicato a San Lazzaro. Pagano, membro della nobile famiglia fiorentina degli Adimari e nuovo proposto del capitolo della cattedrale di Firenze, presiedeva la cerimonia di consacrazione del lebbrosario. L'invito gli era stato rivolto espressamente dal Cardinale, a suggellare la recente alleanza tra i due chierici per l'elezione del nuovo prelato fiorentino. Dopo la morte del vescovo Ardingo nel '48, il canonico Pagano, ambizioso, scaltro e con una potente consorteria alle spalle, era riuscito a crearsi una posizione di egemonia all'interno del capitolo fiorentino sfruttando l'assenza forzata del nuovo vescovo Fontana, che per due anni non era riuscito a entrare in citt e assumere il governo della diocesi. A seguito della designazione dello stesso Fontana all'incarico di arcivescovo di Ravenna, i canonici del capitolo, una parte legata a Ottaviano e l'altra a Pagano, per evitare che la nomina del nuovo presule fosse avocata dal Pontefice, avevano subito trovato un accordo per indicare a quest'ultimo un nome: Giovanni Mangiadori, un uomo del Cardinale. In cambio Pagano Adimari aveva ottenuto la carica di proposto. Matilda era raggiante. La giornata soleggiata e tiepida per essere inverno contribuiva a metterla di buon umore. Era sfarzosamente vestita. Il capo agghindato di corone di perle. Con l'aiuto della madre e di due damigelle aveva impiegato tutta la mattina per prepararsi. I suoi occhi erano solo per Tano. Quasi un mese era trascorso dal loro ultimo incontro, ma l'immagine del giovane le era rimasta ben impressa nella mente. Si erano parlati solo due volte: poche, ma pi che sufficienti per far nascere in lei un forte sentimento di affetto, stima e attrazione. Oggi le sembrava ancor pi bello di come lo ricordava, con il copricapo di feltro nero e la lunga gonnella blu. parzialmente coperta dal mantello azzurro. Si erano appena salutati, in modo formale e alla presenza dei parenti. Entrambi

impacciati, emozionati e nervosi, per non poter allontanarsi da quella gente opprimente e starsene per conto loro. Ma per il matrimonio mancavano ancora diversi mesi: era stato fissato per la fine di giugno, dopo la mietitura; e la tradizione cortese richiedeva che i promessi sposi si frequentassero solo in occasioni pubbliche, alla presenza di amici e parenti. La cerimonia era appena cominciata, ma Tano gi scalpitava e sbuffava all'idea di dover stare l in piedi per ore a sentire le litanie di quel chierico. I suoi pensieri corsero al prossimo futuro con Matilda, che a pochi passi da lui, tra la madre e la sorella, gli lanciava sorrisi furtivi e occhiate maliziose. Quindi gli torn alla mente la faccia di Gildo, il villano processato alcuni mesi prima a Borgo San Lorenzo. Lo aveva rivisto proprio quella mattina, mentre si recava al nuovo lazzaretto coi suoi compagni. Si erano incrociati lungo la strada. Gildo era a piedi, con gli attrezzi da lavoro sulle spalle, assieme a una quindicina di villani. Al passaggio dei cavalieri ubaldini, i villani si erano fatti da parte arrampicandosi sul ciglio e chinando la testa. Solo uno era rimasto sulla strada, con lo sguardo fiero e provocatorio: Gildo. Tano aveva riconosciuto i suoi occhi duri e orgogliosi, e ne era rimasto turbato come nella breve colluttazione alla fine del processo. Anche Gildo lo aveva riconosciuto poich aveva cercato i suoi occhi e l'aveva fissato con intensit e odio. Tano era stato sul punto di fermare il cavallo. smontare e dare una bella lezione a quel bifolco arrogante. ma poi aveva deciso di lasciar correre. Gli altri cavalieri non avevano prestato la minima attenzione all'episodio: impegnati in una discussione di caccia, nessuno aveva colto l'atteggiamento di sfida del villano. Gli erano sfilati accanto senza degnarlo di uno sguardo, infangandolo con gli zoccoli dei palafreni, come fosse uno dei tanti alberi lungo la strada. Lo scalpitio di alcuni cavalli al galoppo interruppe di colpo la funzione religiosa e il correre dei pensieri di Tano. Dal folto del boschetto apparvero tre armigeri del comune di Borgo San Lorenzo. Erano stravolti e agitati. Come osate interrompere la cerimonia? li apostrof il canonico Pagano Adimari. morto! morto! balbett uno dei tre. ansimando per la foga con cui aveva spronato il vecchio ronzino. Chi morto? Imbecille! grid il chierico sempre pi adirato. L'Imperatore! Quattro giorni fa. Nelle Puglie... Tutti i presenti furono come pietrificati. Per un tempo indefinito nessuno profer parola. Il silenzio era riempito dal vento tramontano che fischiava tra le nude fronde delle querce. L'imperatore Federico II, l'uomo pi potente della Cristianit, era spirato come un comune mortale. Lui, che si definiva il vicario di Cristo in terra, che aveva sfidato per pi di ventanni l'autorit della Chiesa di Roma, che intendeva risollevare le sorti del Sacro romano impero e portare pace e ordine nella comunit cristianit assoggettando il Pontefice e i comuni cittadini al suo potere. Per i ghibellini un eroe mitico, diretto erede degli imperatori romani, di Carlo Magno e di Ottone il Grande. Per i guelfi l'anticristo apocalittico, portatore di discordia, sovvertitore dell'ordine divino e nemico delle libert comunali. Una figura che nel bene

e nel male aveva comunque affascinato e lasciato un'impronta indelebile nella storia della Cristianit. Incredulit e turbamento furono le prime reazioni della folla. Non possibile, una menzogna!; Sar un altro dei suoi stratagemmi. Si nascosto e non appena il Papa torner in Italia ricomparir pi potente di prima! Alcuni tirarono gi a forza i tre armigeri e intimarono loro di giurare sulla Vergine Maria. Ma questi confermarono tutto. La notizia era di pubblica fama. Tano si sent quasi mancare. Sembrava che il mondo gli fosse crollato addosso. Si mise la faccia tra le mani e cadde in ginocchio. Non riusc a trattenere un silenzioso pianto. Matilda era combattuta: da una parte vedeva la disperazione del promesso sposo e dei suoi compagni; dall'altra le tornavano alla mente i discorsi sentiti in famiglia e in chiesa, ove l'Imperatore era descritto come un demonio, uno scomunicato persecutore dei chierici e della santa madre Chiesa. Non a caso il canonico Pagano si lasci andare a grandi manifestazioni di gioia, con abbracci e baci alle persone che aveva intorno; rientralo poi nel ruolo, ordin ai presenti di mettersi in ginocchio e recitare un Te Deum di ringraziamento a Dio per il miracolo concesso: la liberazione della Cristianit da un cos brutale e odioso diavolo. Molti dei presenti - turbati e sgomenti - seguirono l'indicazione del chierico fiorentino, e recitarono la preghiera con intensa partecipazione. Tano e gli altri rappresentanti della consorteria lasciarono il ricovero e fecero precipitoso ritorno ai loro castelli. La morte dell'Imperatore avrebbe causato un terremoto politico in lutto l'Impero. Toscana e Mugello compresi. Prima di partire Tano approfitt della confusione generata dalla notizia per avvicinare Matilda. Le prese le mani: Non ti preoccupare sussurr con gli occhi ancora umidi, non cambier nulla per noi... alla fine di giugno sarai mia moglie. Aspetto con ardore questo momento, vorrei fosse domani. Ti amo, Tano rispose la ragazza. Quindi arrossi e abbass lo sguardo. Lui le baci le mani bianche come fiori di mandorlo e senza voltarsi corse verso il suo vecchio ronzino.

2
La notizia della morte dell'Imperatore gett nella costernazione tutti i ghibellini italici che avevano in lui la guida e il protettore, e gli eredi, almeno in un primo momento, non riuscirono a prendere in mano la situazione e conservare ci che il padre aveva costruito. Nelle settimane successive alla morte di Federico II i simboli del potere imperiale in Toscana e in gran parte del nord Italia si sgretolarono come argilla al sole. Federico d'Antiochia, il figlio naturale dell'Imperatore, lasci precipitosamente la Toscana che aveva governato come vicario imperiale dal 1246. Lo seguirono nella fuga, collaboratori, funzionari e giudici. L'efficiente burocrazia, con cui si era tentato di porre la regione sotto il controllo imperiale, si dissolse come polvere al vento. I comuni maggiori, quali Siena e Pisa, pur non abbandonando il campo

ghibellino, si sentirono liberi di agire autonomamente e in poche settimane si rimpadronirono con la forza dei contadi e delle piccole citt vicine, che sino allora avevano goduto della protezione imperiale. Gli Ubaldini piombarono in uno stato di incertezza e di attesa inquieta: una grave minaccia si addensava sopra le loro teste. Negli ultimi decenni il partito ghibellino al potere in Toscana aveva contenuto le mire espansionistiche di Firenze verso i territori vicini, garantendo gli interessi e le prerogative dei piccoli comuni e soprattutto dei signori feudali come i conti Guidi del Casentino, i conti Alberti della Val di Bisenzio. gli Ubertini del Valdarno e gli stessi Ubaldini del Mugello. Federico d'Antiochia, in qualit di vicario imperiale per la Toscana e podest di Firenze, nel 1246 era giunto persino a sottrarre al Comune fiorentino il controllo del contado intorno alle mura. Ma ora che Firenze era libera dai vincoli dell'autorit imperiale tutto cambiava, e per la prossima primavera appariva scontata un'aggressione alle roccaforti dei signori feudali intorno alla citt, per acquisire il controllo diretto e definitivo di quei territori da sempre rivendicati. E il Mugello era sempre stato uno dei principali obiettivi di Firenze, per garantirsi materie prime quali cereali e legname, e strade sicure per valicare gli Appennini in direzione della Lombardia. Come non bastasse, il potere a Firenze era in mano agli ambiziosi e avidi popolani, gli uomini nuovi dediti al commercio, all'artigianato e alla finanza che nell'ottobre 1250, forti della loro smisurata ricchezza, avevano emarginato i nobili cavalieri e instaurato un nuovo regime. il regime di Popolo. Un pericolo mortale incombeva sugli Ubaldini, ma nei mesi seguenti la scomparsa dell'Imperatore, come se il gelo invernale avesse rallentato il normale scorrere delle vicende umane stemperando le conseguenze del clamoroso evento, la vita in Mugello continu a scorrere coi soliti ritmi, in una calma apparente, senza particolari stravolgimenti, soprattutto per i giovani della consorteria. Otto accett senza indugio la proposta del Cardinale di seguire la strada di Ruggeri, e all'inizio della primavera entrambi i figli di Ubaldino erano attesi al capitolo della cattedrale di Bologna per ricoprire la carica di suddiacono, il pi basso degli ordini sacri maggiori. Il suddiaconato di un ricco e prestigioso capitolo rappresentava il primo gradino della carriera ecclesiastica per i giovani rampolli delle nobili famiglie. D'altro canto Paganello, Tano e i cugini Braccioforte e Ugo avevano raggiunto l'et e completato l'addestramento per diventare cavalieri. La tradizione imponeva che la cerimonia d'investitura si svolgesse in occasione della Pentecoste. Quell'anno per, a causa del turbolento contesto politico, il consiglio della consorteria decise di anticipare l'evento alla terza settimana di Quaresima, che cadeva alla fine di marzo. Tano e gli altri tre giovani erano euforici e da Natale ogni loro azione e pensiero fu rivolto all'imminente investitura. L'ingresso nel mondo esclusivo dei nobili guerrieri, con i privilegi e gli oneri connessi, rappresentava uno dei passaggi fondamentali della loro vita. Il cavaliere non era un qualsiasi soldato, ma era il guerriero ricoperto interamente di ferro che per antonomasia combatteva a cavallo, rappresentando un vero e proprio incubo per le fanterie, inermi di fronte alle sue terribili e travolgenti cariche.

Gli Ubaldini attribuivano molta importanza alla cerimonia di vestizione a cavaliere dei loro giovani e non badavano a spese nell'organizzarla. Assieme ai matrimoni, costituiva la festa pi importante per tutta la famiglia, e non a caso in tali ricorrenze i sudditi pagavano un'apposita tassa per contribuire alle spese dei festeggiamenti. Erano previsti fastosi banchetti, giostre con ricchi premi, esibizioni di musici e giocolieri; e oltre ai pi importanti signori laici ed ecclesiastici del Mugello giungevano invitati da tutte le valli e le citt vicine, della Toscana e della Romagna. La cerimonia e tutti i festeggiamenti di contorno si celebravano nella pieve di Fagna e nelle pianure circostanti. poche miglia a valle del castello di Montaccianico. Pieve di Santa Maria a Fagna Met marzo, 1251 Ai primi bagliori dell'alba, nonostante l'aria ancora pungente, una grande folla era accalcata sul sagrato della pieve di Fagna. Le porte erano sprangate. La sera precedente, dopo la confessione e il bagno purificatore. Paganello, Tano, Ugo e Braccioforte vi erano stati chiusi dentro assieme ai chierici della pieve per la tradizionale notte di veglia d'armi, dedicata al raccoglimento e alla preghiera. D'un tratto, mentre le campane presero a suonare, le porte si aprirono dall'interno con un lento cigolio e i chierici invitarono la moltitudine di presenti a entrare in chiesa per assistere alla celebrazione. I quattro aspiranti cavalieri erano inginocchiati di fronte al crocifisso in legno posto sul transetto. Indossavano la tradizionale tunica bianca con il cappuccio sul capo come i penitenti, e sulle spalle il mantello rosso, simboli della purezza e del sangue. La folla segui i chierici e si rivers nella parte anteriore della chiesa battesimale, tra le due file di pilastri quadrangolari che la dividevano in tre navate. Le pareti della pieve e i pilastri erano addobbati da ghirlande di fiori, arazzi e scudi. Appariva pi un'immensa sala d'armi che un luogo di culto. Parte della navata destra era poi ingombrata dai tralicci e dalle transenne dei lavori per la nuova cappella di famiglia degli Ubaldini da Montaccianico voluta e finanziata dal Cardinale. Molti non riuscirono a entrare e si accontentarono di sbirciare e origliare la cerimonia dal sagrato. Dopo che la pieve si fu riempita, segui la messa celebrata dal proposto Pagano Adimari in sostituzione del vescovo Mangiadori che, bench eletto gi da vari mesi, non era ancora entrato in citt per la consacrazione. Senza interruzioni. alla messa segui la solenne cerimonia di vestizione dei cavalieri. A turno i quattro giovani attraversarono il presbiterio e si recarono di fronte all'altare in pietra. Sull'altare era stato posto un prezioso crocifisso in argento, appartenente al Cardinale, e ai suoi piedi quattro spade, con sotto un usbergo, una cotta d'armi e due speroni dorati. Si inginocchiarono e chinarono la testa, ognuno di fronte a una spada. Quindi, sempre in ginocchio, si volsero verso Ubaldino della Pila e Pagano Adimari, in piedi di fianco all'altare. I due rappresentavano il potere temporale e quello spirituale ai cui apici vi erano l'Imperatore e il Papa. Di solito per la cerimonia d'investitura dei cadetti ubaldini intervenivano il Vicario imperiale della Toscana e il vescovo di Firenze, ma in quei tempi convolisi si erano

dovuti accontentare dei due sostituti. Per quattro volte Ubaldino raccolse la spada e la pose sull'altare di fronte al crocifisso. Il chierico la benedisse con l'acqua santa: Esaudisci le nostre preghiere Signore, e degnati di benedire questa spada con cui il tuo servitore desidera essere cinto, affinch attraverso di essa, con la potenza dello Spirito Santo, egli sia capace di resistere e di opporsi a tutti i suoi nemici; e che a tutti i fomentatori di disordine essa ispiri timore, terrore e spavento. Quindi il reggente della consorteria con la spada consacrata tocc di piatto per tre volte le spalle del giovane, mentre recitava la formula di rito che terminava con la frase: Nel nome di Dio, di San Michele Arcangelo, di San Giorgio, e in rappresentanza dell'Imperatore del Sacro Romano Impero, io Ubaldino della Pila ti faccio cavaliere. Il maturo e rude guerriero si commosse. Amava il figlio. i due nipoti e Tano: rappresentavano il futuro della famiglia: erano la luce dei suoi occhi, il suo orgoglio. Li aveva seguiti per dieci lunghi anni, durante tutto l'addestramento; li aveva visti crescere e diventare uomini. Paganello, un ragazzo forte e coraggioso come un toro. Braccioforte. ineguagliabile cavallerizzo e d'animo generoso. Ugo. agile e veloce come una lepre. E infine Tano, il pi dotato e completo dei quattro: il ribelle che non aveva accettato il destino del padre e, con caparbia e audacia, si era conquistato un promettente futuro da cavaliere; il sognatore dai saldi principi e dalle grandi ambizioni; colui che sarebbe arrivato pi lontano di tutti. Ogni volta che poggiava la spada benedetta sulle spalle di ciascuno dei cadetti e recitava la formula di rito non riusciva a trattenere le lacrime. I nuovi cavalieri ricevettero in dono la spada benedetta, gli speroni dorati, l'usbergo e la cotta d'armi con le insegne della casata. Li indossarono uno per volta, con l'aiuto dello stesso Ubaldino che al termine della vestizione diede loro la "gotata", il buffetto simbolico con il quale si ricordava al cavaliere i suoi obblighi e lo si esortava a non subire pi impunemente alcun affronto. I cavalieri novelli consegnarono al proposto Pagano quattro grossi ceri di color verde, simbolo della novella milizia, e una somma di denaro per le anime del Purgatorio. Furono quindi liberi di uscire dalla pieve, da cavalieri, con indosso i simboli del nuovo status. Tano era euforico e, appena i raggi del sole gli accarezzarono il volto, respir a pieni polmoni l'aria di quella splendida giornata di fine marzo. La prima giornata tiepida dell'anno. Pareva che il tempo partecipasse alla sua gioia. Aveva realizzato il sogno di diventare cavaliere. Aveva il diritto di portare la spada alla cinta, di indossare la cotta d'armi della casata, di calzare gli speroni dorati e di sedere al tavolo coi suoi pari. Da ora in poi tutti lo avrebbero chiamato col titolo di "messere" e con i soldi del riscatto poteva permettersi tutto l'occorrente per cominciare una brillante carriera di guerriero. La vita gli sorrideva. Ringrazi Dio e baci la zanna di cinghiale che portava al collo, il suo amuleto. La folla di amici e parenti sommerse i giovani di abbracci, ramoscelli di alloro e acclamazioni. Le campane suonarono a festa. Ai lati del sagrato erano distribuiti boccali di vino e focacce di miglio senza limiti a chiunque, servo o signore, ne facesse richiesta. Il banchetto dur circa un'ora, accompagnalo dalle melodie di musici e dalle rime delle strofe di cantori.

Al termine Ubaldino annunci ufficialmente l'inizio dei giochi e delle prove di destrezza. La giostra che si teneva nell'occasione dell'investitura durava per giorni e si svolgeva nei vasti spazi a ovest della pieve di Fagna. Gli Ubaldini, senza badare a spese, avevano allestito tutte le strutture necessarie: le piste, le arene in terra battuta, le staccionate e gli spalti per il pubblico. Da giorni tutto l'ampio ripiano lungo il torrente Levisone si era costellato di tende, padiglioni e ripari di fortuna, tirati su dai numerosi invitati, partecipanti ai tornei, semplici spettatori e mercanti. Una moltitudine di araldi aveva raggiunto le pi importanti citt, borghi e castelli della Toscana e della Romagna per annunciare la giostra e i ricchi premi messi in palio. I cavalli, le armi e le armature destinate ai vincitori nelle varie discipline, oggetti costosi e molto ambiti, avevano attirato una miriade di cavalieri, spesso privi di risorse e sempre alla ricerca di occasioni per procurarsi bottino e gloria, soprattutto nei periodi di pace. A sua volta la presenza di famosi cavalieri aveva richiamato, da tutto il Mugello e dalle valli vicine, masse di curiosi e mercanti. Persino i villani degli Ubaldini. bench sottoposti a tasse speciali e obbligati a contribuire all'allestimento delle strutture dei tornei, erano contenti: sfamati a saziet e liberi dal lavoro nei campi e nei boschi per tutta la durata dei festeggiamenti, potevano assistere ai giochi, con l'opportunit di vedere radunati assieme il fiore della nobilt locale e di scommettere sui campioni preferiti. Era una grande festa per tutti e soprattutto un'occasione per gli Ubaldini di ostentare in faccia a tutti, amici e nemici, l'ineguagliabile ricchezza, potenza e magnanimit della loro casata. Ugolino da Senni, il campione degli Ubaldini, prevalse nella disciplina pi prestigiosa della giostra: lo scontro con la lancia a cavallo. Tra due ali di folla giubilante aveva sconfitto Rinieri, il campione della consorteria De' Pazzi del Valdamo. Nella spada vinse un cavaliere bolognese di nome Ruberto degli Andal. Nel tiro con l'arco e nella balestra, competizioni minori aperte anche alla partecipazione dei villani, primeggiarono Gianni da Sant'Agata e Antonio da San Miniato al Tedesco. Un episodio spiacevole aveva rovinato per i duelli di spada: Ruberto degli Andal. il vincitore, con un violento affondo aveva mortalmente ferito Catalano degli Ubaldini da Gagliano e lo avrebbe ucciso se non fossero prontamente intervenuti i giudici del torneo a trascinarlo via dall'avversario. Il padrone di casa, Ubaldino, pur dichiarandosi dispiaciuto per l'accadimento che aveva travalicato i modi cortesi dei duelli di spada, liquid il tutto come un incidente imputabile alla foga agonistica, e premi comunque Ruberto. Anche i cavalieri novelli parteciparono ai giochi e si cimentarono sia nello scontro con la lancia a cavallo che nei duelli con la spada; e in entrambe le specialit diedero prova di grande abilit, tenendo testa a esperti cavalieri. Il rigoroso e intenso addestramento del maestro d'armi Eriberto aveva dato i suoi frutti. Tano. bench battuto in entrambe le discipline, rimase entusiasta della giostra, la prima a cui partecipava. Inoltre aveva avuto l'occasione di provare in una situazione di guerra simulata il nuovo destriero Caio, compralo da poche settimane. Incassata la sua parte di riscatto per il rilascio del mercante fiorentino,

si era recato alla fiera dei cavalli di Borgo San Lorenzo per acquistare un destriero da guerra. Conosceva i cavalli e sapeva cosa voleva: una bestia rapida come il vento e forte come un toro. Non gli ci volle molto a individuare il destriero migliore sulla piazza. Bast una breve galoppata di prova ai margini del campo della fiera, lungo la Sieve. per scegliere Caio, un possente destriero albino di quattro anni dalla mole enorme e addestrato alla guerra in Provenza. Appena in groppa, si era subito sentito in sintonia col cavallo, e assieme - lanciali al galoppo - avevano raggiunto velocit incredibili. Il mercante garanti che il cavallo era stato selezionato e addestrato da esperti maestri provenzali: non temeva n l'urto con uomini e cavalli, n i fragori e la mischia della battaglia. Lo pag settanta lire pisane, una cifra folle: ma i soldi spesi per un buon cavallo, erano sempre soldi spesi bene per un cavaliere. Il pubblico apprezz le esibizioni dei nuovi cavalieri e li ricopr di applausi. Matilda, sugli spalti assieme alla famiglia, era raggiante e orgogliosa del futuro marito. Non poteva fare a meno di toccare a accarezzare con lo sguardo il bellissimo anello d'argento che Tano le aveva donato come pegno di fidanzamento. Il padre di lei invece era in disparte, annoiato e in preda a un attacco di sbadigli che non si sforzava di nascondere. Si era sentito obbligato ad assistere al torneo per non offendere la figlia e soprattutto la famiglia del futuro genero; ma al mercante Mattia Chermontesi queste faccende di tornei e cavalieri non erano mai interessate: li riteneva dei giochi infantili, dei perditempo pericolosi, adatti solo a quei parassiti e buoniannulla dei nobili. Sbadigliava, sospirava e scrollava la testa. Aveva una valanga di lavoro che lo aspettava in bottega: lettere da inviare, merce da controllare. grossisti da incontrare, garzoni da istruire; e invece si trovava li inchiodato a perdere tempio prezioso. Cerc di consolarsi nella speranza che il legame con gli Ubaldini gli avrebbe aperto nuove e interessanti prospettive d'affari con la Romagna e la Lombardia. Del resto - pens erano loro che controllavano i passi appenninici... chiss! Alla prima occasione ne avrebbe parlato con Ubaldino, anche se il solo fatto di avere relazioni con quell'uomo gli metteva i brividi. Matilda non pot fare a meno di notare Giovanni, in piedi assieme ai suoi masnadieri lungo la pista della giostra. Anche lui aveva partecipato ai giochi, ma era stato battuto gi nelle fasi preliminari. La fissava impudentemente, con occhi di ghiaccio. Ogni volta che incontrava il suo sguardo. Matilda raggelava e si stringeva forte alla madre. Al calar del sole, dopo le premiazione dei vincitori dei giochi, i festeggiamenti continuarono nel palazzo di Santa Croce, per il tradizionale banchetto d'iniziazione, riservato ai soli cavalieri. La cena dur per ore con innumerevoli potiate di carne e pesce arrosto, zuppe e verdure. Fiumi di vino speziato scorsero nelle gole dei cavalieri. Canti di guerra e racconti di memorabili imprese, epiche battaglie e scontri all'ultimo sangue si susseguirono, tra il reale e il fantastico. L'acquavite aiutava la fantasia e scioglieva la lingua di quei rozzi uomini d'azione, per lo pi analfabeti e non avvezzi a parlare. Tano sedeva in mezzo ai cavalieri della sua consorteria e ascoltava Azzone inneggiare un brindisi in onore del cugino Ugolino da Senni. In

occasione del grande pranzo di Natale al castello di Monlaccianico. di fronte alla famiglia riunita, i due cugini si erano pubblicamente riconciliati, con scambio di doni e abbracci. Ora Azzone intendeva mostrare a tutti che i loro rapporti erano ottimi e che non nutriva pi alcun risentimento verso il cugino. Ugolino lo scrutava con diffidenza, come dietro quei plateali gesti di amicizia si celasse qualche manovra per danneggiarlo, ma non pot sottrarsi all'omaggio e con un sorriso forzato alz il calice verso Azzone. Nella tavola accanto sedeva un gruppo del Valdarno. Tra loro c'era il finalista della giostra, Rinieri de'Pazzi. Era uomo nel pieno vigore dei suoi anni, verso la quarantina; era basso, tarchiato e con la carnagione tanto scura da esser scambiato per un maomettano. Il fisico sprigionava forza ed energia. Mangiava e beveva con voracit e parlava poco, ma quando alzava il viso sporco d'unto dal tagliere e apriva bocca, tutti gli altri tacevano e lo ascoltavano con rispetto. Tano lo guardava di sottecchi: ne era attratto, lo ammirava; avrebbe venduto l'anima per poter combattere al suo fianco per l'Imperatore. Rinieri si accorse delle occhiate indagatrici del giovane cavaliere. Ti ho osservato. Ti muovi bene... e hai un ottimo destriero! Tano sgran gli occhi e un boccone di fagiano gli and di traverso. Se il vicino di panca non gli avesse dato due pesanti pacche sulla schiena sarebbe affogato. Gli altri si misero a ridere. Mi ha insegnato il maestro d'armi Eriberto riusc a farfugliare con la bocca ancora piena di carne. Me ne ha parlato Ubaldino... e mi ha anche detto che sei intenzionato ad annoiarti negli eserciti imperiali. Si. vero. Sarei onorato di poter combattere con te e i tuoi uomini. Ti capisco, da giovane ero come te. Avevo fame di avventure e di imprese guerresche per dimostrare il mio valore e farmi una posizione. E difatti appena ordinato cavaliere lasciai le mie terre e partecipai a innumerevoli campagne militari a fianco dell'Imperatore. Dopo ventanni di guerra mi posso dichiarare soddisfatto. Ho accumulato ingenti bottini e grande fama. Ho preso in moglie la sorella del vescovo d'Arezzo Guglielmino. legandomi alla casata degli Ubertini. Il defunto imperatore Federico, pace all'anima sua, mi ha concesso in feudo vari castelli nel Valdarno. e oggi suo figlio il principe Manfredi mi ha nominato vicario imperiale della Contea di Arezzo e di Citt di Castello. Tano era consapevole che stava parlando con uno dei pi potenti e stimati capi ghibellini della Toscana, secondo solo a Manente degli Uberti, detto Farinata. E ora gli occhi arroganti di quel valoroso cavaliere, per tutta la serata chini sul tagliere di carne, incrociavano i suoi e si parlavano da pari a pari. La pace prosegui Rinieri dopo essersi tirato via col coltello un pezzo di carne incastrato tra i denti, va bene per i mercanti e i villani, ma non per i guerrieri. Noi abbiamo bisogno della guerra come del pane. La pace porta alla noia, all'ozio e alla povert. Tano e gli altri cavalieri vicini annuirono col capo alle parole di Rinieri che prosegu nei suoi ragionamenti. Ricordati che noi non abbiamo niente da spartire coi bottegai e i mercanti della grandi citt toscane e lombarde che, quando il loro podest lo richiede, posano stoffe, panni e denari, e impugnano lancia

e spada. Anche se montano un destriero, sono ben armati e si fanno chiamare cavalieri, non sono dei veri guerrieri. E non temere. nel campo di battaglia si vede subito la differenza: una nostra schiera vale quanto dieci delle loro! Non vedo l'ora di partecipare a una vera battaglia! disse Tano. Ne avrai presto occasione, e senza neanche spostarti dalle tue terre! sghignazz il cavaliere del Valdarno. Bevve un lungo sorso di vino, allontan da s il tagliere e si sfreg le mani sulla tovaglia. Comunque vada prosegu, sei un giovane valoroso e nelle mie terre avrai sempre un punto d'appoggio. I masnadieri di Ubaldino parlano bene di te e questo non avviene mai per caso. Si alz, barcoll e dovette appoggiarsi al tavolo per non cadere. Scusa, ma ora devo proprio pisciare. Mentre il cavaliere guadagnava l'uscita, una ventina di ballerine, pesantemente truccate e con vistose collane e orecchini, entr nell'ampia sala d'armi, portandosi dietro un'ondata di forte profumo e dolce musica. Salirono sui tavoli e. saltellando tra avanzi di cibo, taglieri unti, coltellacci e boccali rovesciati, cominciarono danze sinuose e sensuali. I cavalieri non ressero che pochi attimi. Una a una le ragazze, ballerine d'occasione e prostitute di professione, vennero trascinate sulle panche o stese sui tavoli. 1 vestiti volarono nell'aria pesante della sala e su di loro si avventarono i guerrieri con occhi colmi di desiderio. Tano aveva appena afferrato una brunetta, quando un servitore si materializz al suo fianco. Messere, un villano chiede di voi. Il giovane avvamp dalla rabbia e si trattenne a stento dal picchiare il servo. Digli che lo ricever domani! Ha detto che urgente! insist l'altro. La brama sessuale che pulsava nel corpo pieno di vino di Tano si tramut in istinto omicida. Scacci la ragazza e, afferrato uno spiedo dal tavolo, lo punt alla gola del servo. Questi sbianc e cadde in ginocchio con le mani giunte. Rimasero cos, immobili per alcuni attimi, mentre attorno a loro turbinava un groviglio di corpi nudi. Poi Tano torn in s e gett Io spiedo contro il muro. Conducimi da lui! Fuori del palazzo, a una ventina di passi, un'ombra esile. di bassa statura e incappucciata era in attesa. Aveva in braccio un lungo e stretto fagotto. Nel buio della notte appena attenuato dalla luna, Tano ne individu solo i contorni. Strapp la torcia al servo e si avvicin all'ombra che chiedeva di lui. Procedeva guardingo e con la mano ben salda sull'impugnatura della spada. Un incubo ricorrente nelle ultime notti lo aveva reso nervoso e sospettoso: i masnadieri di Giovanni Cattani, dopo una corsa estenuante, lo afferravano, lo bloccavano e lo sgozzavano senza piet e lentamente, con una sega da falegname. Aveva ancora vivido il ricordo dei denti lucidi della sega che gli laceravano la giugulare, e a seguito di questi sogni era diventato molto sospettoso. Chi sei? domand Tano giunto a pochi passi dalla figura incappucciata. Allung la torcia. Fatti riconoscere! L'ombra si ritrasse dal cono di luce, per poi subito porre a Tano il fagotto che teneva in braccio. Messere, questo un dono della mia comunit per la vostra investitura.

Tano rimase perplesso a fissare il misterioso interlocutore avvolto nell'oscurit, senza prendere ci che gli era stato offerto. La voce apparteneva a una donna. Era familiare. Improvvisamente cap. Martina, la giovane patatina del Coppo che aveva salvato dalle angherie dei masnadieri di Ubaldino. Abbiamo preferito consegnarti il dono in segreto per non destare sospetti... disse la giovane. Grazie fece Tano imbarazzato. Era rimasto colto di sorpresa e non sapeva che dire. Alla sua mente tornarono gli occhi verdi, i capelli rosso fuoco e la faccia bianca e lentigginosa dell'eretica. Era tentato di strapparle il cappuccio e puntarle contro lo torcia per avere conferma dei suoi ricordi. ma non os. stata forgiata dal nostro fabbro pi abile e con i migliori metalli a disposizione prosegu Martina, liberando il jono dal panno che lo avvolgeva. Tano lo afferr e lo pose di fronte alla torcia. Rimase senza parole. Nelle mani si ritrov una spada come non aveva mai posseduto. La brand. La lama massiccia, affilata e con una punta acuminata, risplendeva fiammante ai bagliori rossastri della torcia. L'impugnatura, stretta e di morbida pelle, aderiva perfettamente alla sua mano, racchiusa tra l'elsa, solida e leggermente ricurva verso la punta, e il voluminoso pomo a disco. Il corpo del giovane fu attraversato da un brivido di ebbrezza. Con quella spada in pugno si sentiva un dio invincibile armato per la guerra. La chiamer "Invitta ", disse tra s. Quindi volt lo sguardo verso l'eretica, ma quella si era gi dileguata nell'oscurit. Rote la torcia a destra e sinistra. Nessuna figura si stagli all'orizzonte. Riavvolse la spada nel telo di panno e torn sui propri passi. All'ingresso del palazzo lo attendeva il servo che lo aveva chiamato, ancora spaurito per il rischio corso. Chiss con quali stratagemmi quella ragazza era riuscita a convincerlo a esporsi tanto, rimugin; ma non aveva intenzione di approfondire la cosa in quel momento; magari domani. Gli consegn la spada e gli intim di riporla in un luogo sicuro sino al nuovo giorno. Prima di oltrepassare la soglia, con la coda dell'occhio, intravide un'ombra che entrava in una delle stalle del palazzo. se non ricordava male, quella adibita a ospitale per i cavalieri feriti durante i giochi. L'ombra era alta, avvolta in un mantello e ondeggiava con un passo familiare che gli ricord Adalasia, la moglie di Ubaldino. Esit alcuni istanti sulla soglia della porta, indeciso se approfondire la faccenda o lasciar perdere; quindi, attratto dai mugoli di piacere che provenivano dall'interno, alz le spalle ed entr nel palazzo. La scena che ebbe di fronte una volta nella sala d'armi cancell ogni ricordo della patatina e dell'ombra misteriosa, e il desiderio riemerse dentro di lui in tutta la sua forza: alla penombra di poche torce, corpi umani nudi, unti e sudati si aggrovigliavano sui tavoli e a terra sulle tende strappate, tra mugoli, urla e risate: l'odore forte e acre di arrosto, vino, sudore e liquidi corporei impregnava l'aria e stordiva i sensi. Alla destra riconobbe la riccioluta chioma della moretta poco prima presa e scacciata: era stesa su un tavolo con le gambe divaricate e

cercava disperatamente di districarsi dall'abbraccio rude di un cavaliere completamente ubriaco. Afferr per i capelli l'ubriaco e lo scaravent contro il muro facendolo accasciare come un sacco di grano. Sicch prese la ragazza ancora frastornata e la trascin in un angolo libero della sala. L'orgia dur quasi tutta la notte e Tano e gli altri tre cavalieri novelli, euforici e storditi dal momento magico che stavano vivendo, condivisero coi loro pari i piaceri della carne. Si tolse il cappuccio, si guard attorno per un istante e, con un soffio, spense l'unica candela accesa nella stanza. Nel buio si avvicin a uno dei tre pagliericci. Pos una mano sulla fronte dell'uomo disteso. Questi afferr la mano e la port alla bocca ricoprendola di baci. Ti aspettavo. Mi sei mancata. Non parlare. Non siamo soli... Stai tranquilla. Uno in fin di vita e l'altro un tedesco che non capisce la nostra lingua. Piuttosto, ti ha visto qualcuno entrare? No. Sono tutti al banchetto. Ubriachi e tra le cosce delle meretrici. Dimmi, come stai? Il chirurgo ha detto che la ferita non mortale, ma la gamba non torner come prima... Che sia maledetto! Non stato un incidente... Tuo marito sa di noi? No, questo no. Lo conosco. A quest'ora ti avrebbe gi sfidato a duello. Mi sembra pi una manovra di suo fratello. Al banchetto dello scorso ottobre lo attaccasti in modo diretto e oltraggioso. Quello una serpe velenosa. Non dimentica le offese. Ruberto degli Andal, il cavaliere che mi ha ferito, di Bologna... Appunto. Gli Andal sono suoi alleati. Quel Ruberto lo ha assoldato lui per ucciderti. E ci sarebbe riuscito se non fossero intervenuti i giudici della gara. Ma perch ce l'ha con me? un uomo di potere... avr centinaia di nemici... non penso di essere il primo a contraddirlo in pubblico... Sciocco! Tu non sei uno qualsiasi. Canto vecchio. Presto sarai il capo degli Ubaldini da Gagliano e le tue simpatie per Firenze sono note. Non perdi occasione per manifestarlo. anche in modo importuno e imprudente come al banchetto dell'ottobre scorso. E poi ti sei appena legato in matrimonio con una Tosinghi... Certo, lui non pu accettare che i da Gagliano si alleino a Firenze e portino avanti una politica contraria ai suoi piani... Appunto. Da oggi non devi pi uscire dal tuo castello senza scorta. La tua vita in pericolo e io non voglio che ti accada niente. Quando oggi ti hanno ferito... ho creduto di morire. Sei una donna straordinaria! Ti amo... stenditi al mio fianco... ho voglia di te. Non fare lo sciocco. Potrebbe entrare qualcuno da un momento all'altro. Torner appena possibile. Ti amo. Dopo le festivit di Pasqua un'eccitazione febbrile, tipica dei periodi precedenti le grandi campagne militari, investi gli Ubaldini e i loro castelli del Mugello. Tutti, anche i rami della casata pi recalcitranti e

tradizionalmente fautori di un accordo con Firenze come i da Gagliano, si convinsero che l'invasione fiorentina del Mugello era imminente e inevitabile. I nuovi governanti di Firenze lo dichiaravano pubblicamente nei consigli cittadini. Era terminata la politica di accomodamenti e alleanza con i signori feudali del contado. Priorit per Firenze era assumere il controllo diretto di tutto il territorio della diocesi, e il Mugello ne faceva parte a pieno titolo. Come non bastasse in citt, dietro il regime di Popolo, il partito guelfo, tradizionalmente ostile ai grandi feudatari del contado, riprendeva progressivamente campo a danno dei ghibellini, sempre pi isolati ed emarginati. Nel mese di gennaio i cavalieri guelfi, espulsi due anni prima dal vicario imperiale, furono riammessi dentro le mura cittadine. E nel febbraio i Fiorentini nominarono come loro podest il milanese Uberto da Mandello, noto esponente della Lega lombarda e acerrimo nemico del defunto imperatorie. I ghibellini toscani, invece, dopo la morte dell'Imperatore e il dissolvimento della burocrazia imperiale, non si erano ancora riorganizzati. penalizzati anche dal mancato sostegno degli eredi di Federico II. Il nuovo imperatore Corrado IV era bloccato in Germania, e il vicario imperiale per l'Italia, il fratellastro Manfredi, era impegnato nel Regno di Sicilia a sedare la ribellione dei baroni e delle citt, sobillati dalla Chiesa. Gli Ubaldini, isolati e privi della protezione imperiale come non accadeva da decenni, furono cos costretti a rimboccarsi le maniche e preparare la guerra. Squadre di muratori, falegnami, carpentieri, fatti affluire dalla Romagna e dalla Lombardia, rinforzarono le difese delle rocche principali. Vennero alzate mura, riparate palizzate di legno, scavati profondi fossati, costruite nuove bertesche. Carri pieni di spade, lance, elmi e scudi arrivarono ai castelli; alcuni commissionati agli artigiani della valle, per lo pi acquistati in Lombardia. Schiere di coloni e fedeli, dediti all'agricoltura. alla pastorizia e al lavoro nel bosco, furono arruolati come masnadieri. Era gente che non aveva mai preso in mano una spada; e per questo vennero ordinati in squadroni di trenta unit e affidati a un cavaliere della consorteria per essere addestrati all'uso delle armi. Anche i quattro nuovi cavalieri ebbero un loro squadrone da istruire. Tano, non senza fatica, riusc a convincere Ubaldino a formare un reparto di arcieri armati di arco lungo. Da principio il reggente respinse la richiesta: riteneva pi utili reparti di fanteria ausiliaria armati di spada e lancia. I villani sapevano gi usare l'arco - era il loro principale strumento per la caccia - e non avevano bisogno di un addestramento specifico. Tano, per, gli ramment i racconti del gallese Belborgo. di come il suo piccolo popolo di montanari riuscisse da secoli a preservare la propria indipendenza da invasori pi forti e numerosi; e questo grazie all'uso dell'arco lungo. Il paragone tra gli Ubaldini e il fiero popolo celtico colp nel segno, e alla fine Tano strapp la promessa di avere trenta villani per formare un reparto di arcieri. Nonostante le apparenze, il compito di trasformare in pochi mesi trenta contadini e boscaioli in arcieri capaci di usare in battaglia e con profitto l'arco lungo era tutt'altro che semplice. Era pur vero che molti di loro

avevano pratica con l'arco; ma l'arco da guerra gallese era un'altra cosa: lungo quasi il doppio, pi pesante e duro da tendere; e poi era tirato all'orecchio e non al petto. Senza coniare che come non si stancava di ripetere il povero Tommaso - gli arcieri per essere di una qualche utilit in battaglia non dovevano combattere individualmente e mischiarsi assieme agli altri soldati; ma occupare delle precise posizioni nel campo di battaglia, stare uniti e soprattutto scagliare i dardi assieme e sul medesimo obiettivo. Questo per garantire una linea di tiro estesa e compatta, capace di investire e fermare una carica di cavalleria o di pedoni. Niente a che vedere con la caccia o l'uso dell'arco nella mischia della battaglia. Tano si fece assistere dai suoi compagni, in particolare da Gianni, Lupolo e Bettino, anche loro allievi di Tommaso e abili arcieri. I giovani istruttori dovevano trasmettere tutta la tecnica che conoscevano; ma non era cosa semplice: avevano di fronte uomini giovani e forti, ma ottusi, indisciplinati, aggrappati alle loro esperienze e pieni di pregiudizi. I limiti e le difficolt dell'impresa emersero sin dal primo incontro. L'unico villano che non protestava e seguiva ciecamente le indicazioni di Tano era Duccio. Pur se ignorante e muto, era forte, caparbio e determinato. Teneva in grande considerazione Tano e aveva chiesto lui stesso di poter combattere nel suo reparto. Gli altri villani invece erano tutt'altro che convinti. Perch non ci date una spada o una picca invece dell'arco? Ne ho viste arrivare a decine al castello! Saremmo molto pi utili in battaglia! protest un carbonaio di Grezzano. Dovete capire che l'arco pu essere decisivo in battaglia replic Tano. Un reparto di arcieri pu sgominare uno squadrone di cavalleria. L'arco che ho in mano, all'apparenza rozzo e semplice, un'arma micidiale in grado di perforare qualsiasi usbergo sino a una distanza superiore ai duecento passi. Ma essenziale che tutto il reparto scagli assieme il dardo e al momento giusto. La mira e la precisione del tiro sono importanti ma non essenziali; non siamo a caccia di cervi! Il vostro obiettivo sar una massa di pedoni o cavalieri. Voi dovrete mirare nel mucchio in modo indistinto e qualcuno di sicuro si beccher la vostra freccia. Ma allora perch non usiamo le balestre! disse un ragazzone dalla barba incolta. Le balestre sono armi molto costose. E noi non le abbiamo. Ma badate bene. La balestra rispetto all'arco pi potente, ha un getto pi lungo, pi semplice da usare e richiede meno sforzo; ma ha un grande difetto: richiede molto tempo per la ricarica! Nel tempo che impiega un balestriere a caricare e lanciare il quadrello, un arciere ben addestrato in grado di scagliare ben cinque dardi. E voi capite che di fronte a una carica di cavalleria determinante la velocit di tiro e la possibilit di investire i cavalieri con pi ondate di frecce e a distanze ragguardevoli, prima che si avvicinino troppo e diventino letali! I villani continuavano a diffidare e adocchiavano con facce scettiche e sospettose i lunghi e rozzi archi che i quattro giovani imbracciavano. Ma non potremo provare a usare i nostri archi? insistette uno sulla

quarantina. Era calvo, con due enormi occhi sporgenti e un lungo naso aquilino. Tano guard scoraggiato i compagni: sembrava avesse parlato al vento. Gianni allarg le braccia scuotendo la testa. Di punto in bianco gli occhi di Tano si illuminarono; bisbigli qualcosa nell'orecchio a Bettino, il quale annui e senza dir nulla prese uno dei fantoccini di paglia che usavano per allenarsi e lo port a circa duecento passi. Tano gli grid di rimanere fermo a fianco del bersaglio. Tese l'arco, incocc una freccia e nel completo stupore dei villani prese la mira. La freccia balen dritta sul bersaglio trapassandolo e gettandolo a terra. Molti dei presenti, sbalorditi per la precisione e la potenza del tiro a una tale distanza, corsero verso il fantoccio per accertarsi del colpo. L'esibizione bast a convincerli pi di tanti discorsi. II giorno stesso ognuno dei quattro giovani istruttori prese con s sette villani e per prima cosa insegn loro come costruirsi l'arma da guerra. Tommaso sosteneva che per avere un arco capace di resistere a un uso frequente e alle intemperie occorreva seguire un procedimento di costruzione complesso e lungo. L'arco non si costruiva tutto in una volta: l'albero doveva essere tagliato d'inverno, sgrossato e lasciato a seccare per almeno un anno; sicch, una volta stagionato, la doga di legno era lavorata in momenti e tempi diversi. Ma i giovani arcieri avevano urgenza di procurare gli archi ai trenta villani per iniziare quanto prima l'addestramento, e quindi erano obbligati a concentrare la fabbricazione in poche settimane. L'essenziale era che gli archi resistessero sino all'arrivo dell'inverno. Scelsero un tronco di tasso adatto, lo tagliarono alla lunghezza giusta e lo scartarono sino a ottenere un'asta con l'interno costituito dal cuore del legno, compatto e rigido, e il dorso dal legno pi giovane, tenero e flessibile. Ci avrebbe consentito al legno di flettersi, sotto la pressione della corda tesa, e poi tornare dritto senza spezzarsi una volta scoccata la freccia. Per rinforzare e dare maggior elasticit all'asta fissarono delle sottili strisce di tendine di vacca sul dorso. All'estremit dell'arco attaccarono poi due corni modellati in modo tale da poterci fissare la corda di canapa intrecciata e compattala con colla animale. La differenza tra gli archi da caccia abitualmente usati dai villani e l'arco lungo era enorme e non pochi di loro durante l'addestramento si scoraggiavano e chiedevano di essere assegnati ad altri squadroni. A peggiorare l'atmosfera contribuiva l'atteggiamento di diffidenza e scherno che si respirava al castello. Tutti i cavalieri della casata, pi o meno apertamente, avevano criticato Ubaldino per aver sprecato trenta uomini in stupidi e inutili esercizi con quei goffi archi; e mentre Tano conduceva i suoi uomini all'addestramento, gli stessi cavalieri lo guardavano con occhi scettici e gli sghignazzavano dietro. L'aperta ostilit degli altri scoraggiava ancor pi i villani; ma su Tano aveva l'effetto opposto: lo caricava, aumentava la sua determinazione ad andare avanti e il gusto per la sfida. Avrebbe dimostrato a tutti che lui - un ragazzo appena investito cavaliere senza nessuna esperienza in campo di battaglia - era stato capace in pochi mesi di trasformare un branco di bifolchi in un perfetto squadrone di arcieri in grado di determinare le sorti

di una battaglia! E non poche volte, facendo appello al proprio carisma, riusc a infondere ai trenta villani la sua incrollabile energia e sicurezza. Un sognatore in cerca di sfide impossibili e un inguaribile ottimista, cos lo definiva Gianni. Una mattina piovosa lo scoramento degli uomini era particolarmente palpabile, e anche Lupolo, Bettino e Gianni apparivano demoralizzati. Tano diede fondo a tutte le sue capacit oratorie per rincuorarli e spingerli a non demordere. I miei pari disprezzano l'arco e chi ne fa uso. Loro per hanno in mente il povero contadino con l'arco da caccia, che scaglia una freccia a breve distanza e poi scappa per non venir travolto dai cavalieri; ma non hanno mai visto in battaglia n reparto di arcieri disciplinato e armato con l'arco lungo! Si sforzava di essere il pi convincente possibile. Voleva motivare i suoi uomini, far nascere in loro un barlume di spirito di corpo, di ardore bellico. E per questo era disposto anche a mentire, a dare per certe cose che lui stesso non aveva mai visto. Si limitava a riportare le nozioni e i racconti del defunto Tommaso: del resto lui stesso non aveva mai partecipato a una battaglia, e tanto meno aveva visto all'opera un reparto di arcieri con l'arco lungo. Per fortuna nessuno dei villani gli fece domande al riguardo. Era gente semplice, credulona e priva di malizia. Stupirete i vostri signori! E avrete onore e gloria! concluse il cavaliere. E il bottino? domand un boscaiolo dell'Apparita, un piccolo villaggio di capanne sui monti a nord di Monlaccianico. Tano si rese conto che era inutile parlare di onore e gloria; gli interessi di quella gente erano molto pi concreti. Certo, avrete ricompense in terra, grano, denaro e donne! Con la vittoria occuperemo stabilmente tutte le fertili pianure lungo la Sieve e ciascuno di voi ricever una grassa figlia di mercante in moglie; ma prima dovete diventare veri arcieri e dimostrare in battaglia il vostro valore! Cos dicendo brand in aria il suo arco. In risposta i villani lo acclamarono con animalesche grida di eccitazione, e imitandolo alzarono i loro archi sopra la testa, per poi riprendere pi motivati di prima il duro allenamento. Tano indicava un obiettivo nella piana a circa duecento passi di distanza; poi ordinava il lancio della prima raffica; dopo pochi istanti indicava un altro obiettivo pi vicino, e cos via sino a poche decine di passi. Non lutti riuscivano a seguire un ritmo di tiro cos incalzante; ma avevano di fronte ancora alcune settimane di addestramento, forse anche mesi, prima di andare in battaglia; e per allora almeno la maggior parte doveva essere in grado di eseguire i movimenti senza perdere il ritmo. La rapidit di tiro era essenziale. In caso contrario tutti gli sforzi e le giornate di addestramento sarebbero state inutili. E Tano non voleva, non poteva, fallire: erano in gioco il suo orgoglio e il suo onore di guerriero.

3
Lungo Sieve. Piviere di Borgo San Lorenzo Aprile. 1251

Gli incontri tra Tano e Matilda avvenivano una volta alla settimana, il giorno del Signore, dopo la Santa Messa. Tano ogni domenica si recava a Borgo San Lorenzo e, sempre sotto il vigile occhio di damigelle e parenti, poteva frequentare Matilda. Facevano lunghe passeggiate lungo la Sieve o sulle colline a nord della cittadina, e discorrevano del loro futuro. Talvolta si fermavano in un prato all'ombra di qualche grande quercia e Tano leggeva a voce alta le avventure di Tristano e Isotta o dei cavalieri della Tavola Rotonda. Tutti ascoltavano, incantati e rapiti, le rocambolesche e romantiche saghe. Quel soleggiato e fresco pomeriggio di aprile Tano doveva comunicare una cosa molto importante a Matilda. Non stava nella pelle. Finalmente al termine della passeggiata, quando erano ormai in vista delle mura cittadine, pot avvicinarla e parlare senza essere udito da altri. Matilda, Ubaldino mi ha assegnato l'incarico di castellano della rocca di Cornacchiaia, appena al di l delle montagne, nella valle del Santerno. Non lasci replicare la ragazza e prosegui tutto d'un fiato. Lo so, non sar come stare a Borgo San Lorenzo o in un castello del Mugello, ma Cornacchiaia molto vicina, dista solo tre ore di cammino da Montaccianico e soprattutto un castello molto importante. Si trova sulla via che porta a Bologna! E comunque sar solo una residenza provvisoria, fin quando non riuscir a farmi una posizione e portarti in un vero palazzo, degno di te! La guardava con trepidante attesa e non riusciva a mascherare l'ansia e il nervosismo. Matilda tramut l'iniziale espressione di meraviglia in una smorfia di contrariet e disapprovazione. Tano si senti morire. un bel posto e tu sarai la signora del castello! Avrai ai tuoi ordini damigelle e domestici! prosegui. Improvvisamente Matilda sorrise e lo abbracci. Sar felicissima di seguirti a Cornacchiaia! Il giovane la ricopr di baci, poi, imbarazzato, si stacc dall'abbraccio: erano osservati. Si risistemarono le vesti. Dopo il matrimonio ci trasferiremo al castello. L potrai allevare i nostri figli disse Tano. Lo faremo assieme... puntualizz con dolcezza Matilda. Per quanto sar possibile. Ho intenzione di fare esperienza nell'arte militare e per questo sar costretto a viaggiare per lunghi periodi. Ma come? Mi sposi e poi mi lasci sola? Che bisogno hai di andare a guerreggiare in paesi forestieri? Mi sembra che qui non ti manchino le occasioni! Il giovane rimase perplesso a fissare il viso corrucciato di Matilda. Quindi cerc di spiegarsi. Voglio combattere al fianco di glandi condottieri e in nome dell'Imperatore per acquisire fama e ricchezze sul campo di battaglia. Mi sento predestinato a fare grandi cose, a migliorare questo mondo imperfetto e caotico in cui viviamo. Sono diverso da mio padre: non sono fatto per starmene rintanato in un piccolo castello sperduto tra le montagne ad aspettare la morte! Un fuoco mi brucia dentro. Voglio vedere il mondo e diventare un cavaliere ricco e famoso! Cosa stai dicendo Tano?

Non ti preoccupare, tutte le volte che potr, torner a farti visita! La ragazza scoppi a piangere. Tano era disorientato, non capiva. Per noi qui in Mugello non c' futuro cerc di convincerla. Saremo condannati a rimanere tutta la vita in qualche piccolo castello, sotto l'autorit del reggente della consorteria; con pochi denari e senza libert! Ma potresti diventare tu il reggente! Impossibile. Sar uno dei figli di Ubaldino della Pila, o al massimo Ugolino da Senni. Mai consentiranno a un cavaliere di un ramo minore della famiglia di salire alla reggenza! Cosa importa: siamo giovani e, grazie a Dio. in salute. Ci amiamo e abbiamo risorse per vivere degnamente. quanto basta per avere una vita felice! La ragazza non capiva gli argomenti di Tano, e questo lo mandava in bestia. I suoi occhi divennero duri, la faccia tirata e il tono di voce sali. Sino a quando mio padre sar in vita non otterr l'emancipazione e non potr disporre della mia parte di patrimonio. E poi la maggior parte di quello che erediter sar comunque vincolato alla consorteria, e non potremo usarlo liberamente senza l'autorizzazione del consiglio. Matilda lo guardava con occhi sbarrati e scuoteva la testa come in preda a una crisi isterica. Le guance e le orbite degli occhi erano infuocate e si stagliavano sul viso candido come fal su una landa innevata. Saremo felici solo quando avr conquistato una posizione di rispetto prosegui Tano prendendole le spalle per cercare di calmarla e farla ragionare. E questo potr avvenire se avr occasione di mostrare le mie capacit, se diventer un grande condottiero! Allora sar in grado di garantire a te e ai nostri figli una vita agiata! Rinieri de'Pazzi, il cavaliere che arrivato in finale alla giostra, era nella mia stessa condizione; ma con la spada in pochi anni riuscito a farsi una posizione, ad assicurare un futuro ai suoi figli. Oggi un cavaliere famoso, il capo dei ghibellini toscani e ha decine di castelli! Come fai a non capire? Lo faccio per noi! Ti credevo diverso dagli altri! Parli come Giovanni... mi hai ingannata! gli url in faccia la ragazza. Non ti voglio pi vedere! Si liber dalla sua presa e corse via. Tano rimase di sasso. Non riusciva a capire la reazione di Matilda. Le sue aspettative erano pi che legittime e del tutto comuni per un giovane come lui: senza risorse e schiacciato tra l'autorit paterna e i vincoli familiari. Era scontato che la moglie lo avrebbe atteso a casa, paziente e fedele, che avrebbe pregato per lui mentre era in guerra in cerca di un futuro migliore per i loro figli. Non sapeva cosa dire e cosa fare. Le damigelle e i parenti del seguito lo fissavano senza capire cos'era accaduto, mentre Matilda spariva dietro le mura di Borgo San Lorenzo. Nei giorni successivi Matilda si rifiut di vederlo. Tano era combattuto e angosciato. Sino a quel pomeriggio di aprile si sentiva forte e invincibile. Con la sua spada poteva conquistare il mondo e lo avrebbe conquistato per la sua Matilda. Ma lei, con inaspettata veemenza, come un fulmine a ciel sereno, aveva sconvolto i suoi progetti. Mai avrebbe immaginato di dover scegliere tra la donna amata e la carriera militare; tra gli affetti familiari e la gioia di combattere per i suoi

ideali, di inseguire i suoi sogni. Consapevole di non poter ripresentarsi da Matilda senza prima chiarire con se stesso quali erano le priorit, decise di non insistere per rivederla a ogni costo. Aveva imparalo a conoscere quella ragazza: brillante e amorosa, generosa e sincera; ma anche estremamente caparbia e intransigente. Matilda lo costringeva a fare una scelta netta e lui doveva farla; non poteva esimersi. Per la ragazza la situazione era ancor pi tragica. Con la complicit della madre era riuscita a tener nascosto al padre il litigio con Tano: il mercante - che ancora non aveva digerito il repentino cambiamento di pretendente e di alleanze familiari - non avrebbe reagito bene; ma non sapeva quanto ancora poteva dissimulare il diverbio. Matilda non aveva scelta. Piangeva e pregava che Tano l'amasse al punto di rinunciare ai suoi progetti. Ogni giorno sperava che si presentasse alla porta di casa per chiederle scusa e dichiararle amore incondizionato. Pensava di conoscerlo, ma si era sbagliata: gli uomini erano tutti uguali e usavano le donne solo per avere eredi e sfogare la loro lussuria. Ma se Tano non fosse tornato? Cosa poteva fare lei? Il padre questa volta l'avrebbe bastonata a sangue; e qualora si fosse rifiutata di sposarlo, il minimo che si poteva aspettare era di esser murata viva in un convento di clausura. Una settimana dopo il litigio Tano era disperato e affranto pi che mai. Decise di recarsi al vicino romitorio di Bosco ai Frati, costruito in mezzo a una foresta di querce, in un'ampia distesa tra la Sieve e il castello di Gagliano. Era molto tempo che non si confidava col vecchio frate Anselmo; l'unico uomo che poteva veramente aiutarlo a scorgere un po' di luce nel mare di tenebre in cui era precipitato. L'ultima visita risaliva a pochi giorni prima della Santa Nativit. Dopo la confessione, di fronte a un piacevole fuoco e sorseggiando del latte caldo di capra, avevano parlato a lungo di molte questioni che assillavano il giovane. Tano aveva chiesto al sant'uomo se uccidere dei cristiani per una causa legittima fosse di ostacolo alla salvezza eterna. Spesso gli tornava alla mente il sanguinoso agguato ai mercanti fiorentini dell'autunno; e sempre pi assillante si faceva nella sua mente il rimorso per aver compiuto degli atti peccaminosi. Il francescano aveva ascoltato attentamente il racconto, sicch con aria grave aveva esposto il suo pensiero: Giovanni Battista e Sant'Agostino hanno chiaramente affermato che si pu essere al tempo soldati e cristiani. "Non commettete estorsioni nei confronti di nessuno e accontentatevi del vostro soldo", questo disse Giovanni Battista ai cavalieri che lo interrogavano. Nei disegni divini il cavaliere svolge un ruolo importante: deve proteggere la Chiesa, gli indifesi e il signore a cui ha giurato fedelt dai violenti, dagli assassini e dagli infedeli; e se compir la sua missione con umilt, piet e spirito di sacrificio, Iddio perdoner e approver tutte le sue azioni, anche quelle pi violente e sanguinarie. Non vi invece salvezza per i cavalieri che, accecati dalla cupidigia, dall'orgoglio e dalla lussuria, violano gli obblighi di fedelt e usano le armi per tradire e offendere la Santa Madre Chiesa, i loro signori e gli indifesi. Io ti ho indicato la strada che deve seguire un soldato timorato di Dio per ottenere la salvezza eterna: ora tu stesso sarai giudice delle tue azioni!

Arrivato al Bosco ai Frati, Tano trov il vecchio Anselmo nel chiostro, immerso in una concitata conversazione con un giovane frate che non aveva mai visto prima. Il forestiero, parzialmente coperto dalle fronde di un fico, si distingueva dagli altri confratelli mugellani per l'abbigliamento, indossava un saio nuovo e lindo, e per l'atteggiamento, tutt'altro che dimesso. I suoi occhi celesti erano lucenti, duri e arroganti, tipici di un uomo di grande intelligenza e inquietudine: il viso era bianco, di un bianco stantio e pallido come non vedesse da anni la luce del sole, e ricoperto da una barba rossiccia e rada. Discutevano animatamente e Tano non pot fare a meno di percepire alcuni frammenti di frasi. Mi stanno seguendo da Roma disse il giovane frate, dopo essersi guardato attorno. Non si era accorto della presenza di Tano nascosto dal grosso fico. Ho cercato di seminarli prosegu con fare concitato, ma non ci sono riuscito e... Anselmo cerc di replicare, ma l'altro lo ferm con un gesto perentorio delle mani. Non vi altro posto sicuro. Torner prima possibile! Non so se la scelta giusta, ma ormai non vedo altre soluzioni sospir Anselmo scuotendo la testa perplesso, per poi proseguire con gli occhi lucidi: Porgi comunque i miei saluti a Leone. Spero di rivederlo prima di lasciare questo mondo. Fa' attenzione lo ammoni il forestiero con voce ferma e tonante, sanno della loro esistenza e temo che a Lione sappiano anche di te! Non appena i due frati si accorsero della presenza di Tano. interruppero bruscamente la discussione. Anselmo present il suo interlocutore come Gerardo di Borgo San Donnino. Il frate forestiero per tutta risposta non fece niente per celare il fastidio e con sprezzante arroganza non degn Tano di nessuna considerazione, continuando a lanciare occhiate apprensive attorno a s e sobbalzando a ogni minimo rumore. Era in partenza e, prima di congedarsi e riprendere la strada per Bologna, lasci ad Anselmo un bauletto chiuso con un grosso lucchetto di ferro. Quando rimasero soli, il vecchio frate disse a Tano che Gerardo era un uomo di grande cultura: svolgeva l'ufficio di lettore all'Universit di Parigi ed era uno dei principali collaboratori del ministro generale dell'Ordine francescano, Giovanni da Parma. Anselmo non accenn tuttavia ai motivi che avevano spinto l'influente francescano sin li, nel romitorio mugellano, n Tano fece domande. Il piccolo convento era molto frequentato dai frati di passaggio che lo usavano come punto di sosta per valicare gli Appennini in direzione di Bologna o Roma. Tano per era rimasto molto ferito dall'atteggiamento altezzoso del frate e concluse che la cultura non necessariamente si accompagnava all'umilt e all'educazione. Dimenticato il fugace e spiacevole incontro. Tano raccont ad Anselmo il litigio avuto con Matilda, i dilemmi che lo laceravano, lo sconforto per non sapere cosa fare, cosa fosse meglio per lui. Il vecchio lo ascoltava in silenzio, con pazienza e comprensione; e il giovane si sfogava e apriva il cuore a quel chierico buono e saggio, che godeva della sua massima fiducia. Tano riusciva a confessarsi senza reticenze solo con Anselmo; con gli altri chierici spesso simulava, ometteva; non li riteneva degni di conoscere i pensieri e i sentimenti che lo tormentavano. Il frate lo strinse a s con le smilze braccia. Tano, nessuno pu darti la

soluzione. Devi cercare la risposta nel tuo cuore e pregare, pregare... poich solo il nostro Signore in grado di indicarti la giusta strada. Non temere. Se avrai costanza e fede riceverai un segno. Chiedi l'intercessione a San Francesco e lui ti riveler il disegno che Domeneddio ha in serbo per te! L'incontro con Anselmo aveva fatto bene a Tano: certo, non aveva ottenuto una soluzione; ma si era sfogato, aveva tirato fuori tutto ci che lo rodeva dentro e chiarito i termini della questione che lo assillava. Avrebbe seguito il suggerimento del sant'uomo: pregare e mettere il massimo impegno e dedizione nelle attivit quotidiane. La soluzione sarebbe arrivata da s. L'Onnipotente non lo avrebbe abbandonato e avrebbe mostrato cosa aveva in serbo per lui. Quanto a Matilda, bench con grande sofferenza e sacrificio, non intendeva rivederla prima di aver chiarito quali erano i suoi reali obiettivi. La giovane non avrebbe accettato da lui mezze verit e incertezze sul loro futuro. Tano dedic il mese di maggio interamente all'addestramento del suo reparto di arcieri e ai lavori di consolidamento delle difese dei castelli della consorteria. Il denaro del Cardinale per l'ampliamento della roccaforte di Montaccianico fu dirottato in opere pi urgenti. I grandiosi progetti di erigere una seconda cerchia di mura richiedevano anni di lavoro e quindi la garanzia di avere di fronte un periodo di relativa stabilit e pace. L'improvvisa morte dell'Imperatore aveva sconvolto tutto, e il consiglio della consorteria aveva deciso di dirottare la maggior parte degli sforzi e delle risorse nel consolidamento delle principali rocche a presidio del Mugello e nell'allestimento di un esercito capace di competere in campo aperto con la milizia fiorentina. Durante le fresche giornate primaverili, l'impegno continuo, gli sforzi fisici e il contatto coi masnadieri aiutavano Tano a non pensare a Matilda, ma quando calava l'oscurit non riusciva a distogliere il pensiero dall'amata. Era diventato schivo e scorbutico con gli amici e i commilitoni, evitava di partecipare alle veglie, ai banchetti e alle feste; e quando vi era costretto spesso aveva il pensiero altrove. Persino i suoi uomini pi fidati come Gianni. Ghino. Lupo- Io e Bettino, pur all'oscuro della vicenda, si erano accorti che slava passando un periodo tormentato; ma ne rispettavano il dolore e si comportavano come nulla fosse. Trascorreva molte ora in solitudine, spesso nella piccola cappella di San Pietro del castello di Monlaccianico. Pregava. chiedeva un segno al Signore e a San Francesco. Ma ogni volta che gli occhi cadevano sul piccolo affresco della madonna dipinto su una parete della cappella, l'immagine di Matilda gli tornava prepotentemente alla mente. Il sacro e il profano si mischiavano. Il giovane cadeva quasi in estasi. Gli sembrava di vederla, di poterla toccare e udire. 1 morbidi e profumati capelli, le guance paffute e color latte, gli occhi profondi, le labbra carnose, i sorrisi maliziosi. Come desiderava averla accanto, poterle parlare. La notte era ancora peggio. A terribili incubi si alternavano struggenti visioni erotiche e sempre c'era Matilda: una notte, disperala e adirata con lui, rompeva il fidanzamento e tornava da Giovanni; la notte successiva, sensuale e amorosa, distesa al suo fianco, senza vesti e con i capelli scarmigliati.

Sestiere di Porta San Piero, Citt di Firenze Primi di maggio, 1251 Il buio eia totale. Una fitta coltre di nuvole oscurava la luna e le stelle. In lontananza, a occidente, si udivano i brontoli di un temporale in arrivo, seguili da lampi che squarciavano il nero orizzonte. La citt di Firenze era silenziosa e addormentata, in attesa dell'arrivo dell'acquazzone primaverile. A intervalli regolari si alternavano i latrati di un cane e i lamenti di un condannalo alla gabbia. Le porte e le finestre delle case, delle torri e dei palazzi erano sprangate e le strade deserte per il coprifuoco. Il rumore di passi sul selciato in pietra rimbomb cupo tra le strette vie del sestiere di porta San Piero. Una ventina di uomini, incappucciati e avvolti in pesanti mantelli, procedeva in silenzio lungo le case de' Cerchi. Alcuni avevano delle torce per illuminare il percorso. Oltrepassarono Or San Michele e si fermarono di fronte a un'alta e massiccia torre in pietra appartenente alla consorteria dei Caligai. Bussarono con i pomi delle spade. Qualcuno si affacci da una finestrella del primo piano, quindi la stretta e bassa porta d'ingresso si apr senza rumore e uno per volta i nuovi arrivati entrarono nell'edificio chinando la testa. Due dei componenti della comitiva si separarono dagli altri e tramite una scala a pioli, calata da una stretta botola, raggiunsero il primo piano della torre. Gli altri si trattennero a piano terra. La botola dava direttamente su un'ampia sala, illuminata e calda. Una decina di persone sedeva comodamente su sedie imbottite sorseggiando vino speziato e parlottando tra loro di fronte a un braciere. Un uomo vestito con abiti di buona foggia, ma trasandato nell'aspetto, era in piedi ad accogliere i due nuovi arrivati. Ecco finalmente il Podest e il giudice Giancane esclam il Capitano del popolo, stringendo loro le braccia. Ben arrivati. Mancavate solo voi. Ora siamo al completo. Anche gli altri presenti nella sala si alzarono e si fecero intorno ai due. La botola fu richiusa. Un giovane notaio, chino su un tavolino pieghevole posto sotto una torcia nell'angolo pi luminoso della stanza, segnava accuratamente su una pergamena i nomi dei presenti: il Podest, il Capitano del popolo e i dodici componenti del Collegio degli anziani. Suo compito era redigere il verbale della riunione dei massimi rappresentanti del nuovo governo fiorentino, mentre al piano di sotto una trentina di armigeri della milizia comunale vegliava sulla loro incolumit. Fu il Podest ad aprire la discussione. Vi informo che pochi giorni fa nostri plenipotenziari hanno firmato accordi di alleanza militare e commerciale con Montepulciano e gli Aldobrandeschi. Per la questione del porto com' andata? domand un grassone con un'enorme testa monda e tonda. Nel parlare la flaccida carne della doppia bazza sobbalz e gonfi, come quella di un rospo. L'accordo con gli Aldobrandeschi prevede il diritto di far viaggiare le nostre merci esenti da dazio in tutta la loro contea che, gi sapete, occupa gran parte della Toscana meridionale. Ci sono poi delle clausole segrete che ci consentono di usare gli approdi di Talamone e Porto d'Ercole. In

cambio daremo loro aiuto militare e finanziario contro i Senesi. Perch sono segrete queste clausole? chiese un uomo alto, con i capelli a caschetto color paglia. Rendere di pubblica lama l'accordo sull'uso dei porti maremmani rispose il Podest, costituirebbe una provocazione eccessiva per Siena. Equivarrebbe a una dichiarazione di guerra! Ma noi non vogliamo essere i primi ad attaccare. Molti dei presenti acconsentirono col capo. Per i commerci e la prosperit di Firenze strategico avere un accesso diretto al mare, senza dover dipendere da Pisa che controlla la costa settentrionale. Dobbiamo anticipare i Senesi e ottenere il controllo dei principali porti a sud della regione disse con piglio sicuro il Capitano del popolo agitando le mani. Per la foga le vene del collo si tinsero di blu e si gonfiarono. Speriamo solo che almeno uno dei due porti sia praticabile! Il tutto potrebbe rivelarsi un investimento inutile... sospir con voce roca e nasale un altro, mentre squadrava il Capitano in modo scettico. Comunque prosegui, lo scontro con Siena inevitabile. solo questione di tempo. I suoi capelli, corti e riccioluti, per l'enorme untuosit erano attaccati al cranio squadrato, e alla forte luce delle torce lanciavano riflessi argentei. Siena ha un atteggiamento ambiguo disse il Podest con forte accento milanese. Pur confermando la fedelt al nuovo vicario imperiale Manfredi, ha dichiarato di volere la pace con Firenze e, a dimostrazione dei suoi buoni propositi, ha ospitato i nostri concittadini fatti prigionieri da Federico e liberati dopo la sua morte. D'altro canto ha subito ripreso una politica aggressiva verso i suoi vicini pi deboli. Ha occupato parte della contea Aldobrandesca. tra cui Grosseto, e minaccia da vicino Montepulciano e Montalcino. Non temete, quando verr a conoscenza dei nostri accordi con Montepulciano e gli Aldobrandeschi, uscir allo scoperto e al momento opportuno ci attaccher! gracchi l'uomo dai riccioli argentei, contorcendo il corpo deforme sullo scranno in cerca di una posizione pi comoda. Incurvato, storto e di esile corporatura, come se da piccolo lo avessero messo sotto una pressa, in citt era conosciuto come "lo Stronco"; bench nessuno osasse rivolgersi a lui con tale nomignolo. Per la questione di San Gimignano come siamo messi? domand il grassone dal doppio mento al Podest. Alcuni giorni fa ho inviato un nuovo messo al nostro illustre concittadino e podest di San Gimignano Neri Piccolino degli Uberti; e per l'ennesima volta si rifiutato di sottomettersi a Firenze. Afferma di governare la cittadina in nome dell'Impero e non riconosce altra autorit. Suo fratello Farinata che dice? disse Sinibaldo Andrei. un noto esponente dell'Arte dei medici e speziali. sotto stretta osservazione. Per ora se ne sta buono; ma come tutti i nobili ghibellini della citt cova rancore e non aspetta altro che il momento giusto per insorgere contro il nuovo governo rispose con impeto il Capitano del popolo, con fare di chi la sa lunga. Lo Stronco, coi suoi occhi velati, ma furbi, lo osservava e storceva la

bocca, come avesse detto una bestemmia. L'occasione potrebbe essere l'imminente discesa di Corrado... afferm timido un altro, dall'aspetto molto giovane e ingenuo. Gi. il nuovo Imperatore! disse Giancane. Prima di interessarsi alla Toscana dovr domare la rivolta nel Regno di Sicilia, e il Papa non star certo a guardare... sorrise malizioso lo Stronco. Un conato di catarro gli imped di terminare la frase. Sembrava dovesse lasciarci la pelle da un momento all'altro. Miei signori, arrivato proprio oggi un dispaccio dal Mugello disse il Podest. di un nostro prezioso informatore molto vicino alla corte degli Ubaldini da Montaccianico. Che siano maledetti quei sanguinari banditi! Dobbiamo radere al suolo tutte le loro rocche! sbrait il grassone, che per la foga era diventato tutto paonazzo. L'autunno scorso prosegu con tono afflitto e mesto, mio cognato Vinciguerra stato assalito da alcuni di loro. Tutti i suoi compagni - compreso il figlio - sono stati barbaramente trucidati. Lui stato preso come ostaggio e per riaverlo ho dovuto sborsare ben mille lire in soldi pisani! Non si ancora ripreso dalla perdita del figlio. un uomo distrutto e ora tocca a me mantenere lui e la famiglia! Alcuni seduti vicini cercarono di consolarlo con pacche sulle spalle. Le risorse non ti mancano Rinuccio, sei l'usuraio pi ricco della citt! disse Giancane. Il mercante grassone lo squadr con occhi torvi, ma non os rispondere. Chi stato? domand lo Stronco. Un ragazzo. Uno dei tanti bastardi di Ubaldino della Pila proruppe il Capitano del popolo, togliendo le parole di bocca al Podest; per poi subito aggiungere con gli occhi fuori dalle orbite e coperti da una folta e scarmigliata capigliatura: Con tutte quelle puttane che mantiene deve aver perso il conto dei figli! Si lanci cos in una risata sguaiata che cess di colpo non appena si accorse che nessuno degli altri rideva. Si chiama Tano precis il Podest. Non n figlio n nipote di Ubaldino della Pila. Appartiene a un ramo minore della consorteria. Se non sbaglio originario dell'Alpe. Abbiamo emesso una condanna di morte nei suoi confronti. ma la nostra giurisdizione, almeno perora, non arriva sino alle loro terre! Non possiamo permettere che i nostri traffici con la Lombardia siano ostacolati da questi selvaggi montanari disse il Capitano del popolo in modo solenne, quasi a volersi riprendere dalla precedente caduta di stile. Dobbiamo rendere i valichi appenninici liberi e sicuri. Non dimenticate che la loro consorteria ben radicata sul territorio lo riprese Giancane. Nell'autunno scorso mi sono recato a Borgo San Lorenzo in qualit di avvocato per difendere un loro colono fuggito a Firenze. Nell'occasione ho constatato di persona che hanno una forte influenza in tutta la valle. Dispongono di potenti roccaforti e di centinaia di uomini armati aggiunse il Podest. Senza contare il forte legame che li lega al conte Napoleone degli Alberti e al ramo imperiale dei conti Guidi. Non scordiamo poi che lo scorso dicembre hanno stipulato un'intesa con le consorterie de'

Cattani e dei d'Ascianello. Ma quelle famiglie sono sempre state le nostre migliori alleate in Mugello... Com' possibile? domand Sinibaldo. I nostri informatori hanno riferito che nato tutto da un duello d'onore tra il figlio di Guinizzingo de' Cattani e lo stesso Tano dell'agguato al cognato di Rinuccio. Ancora lui! disse il mercante. Gli Ubaldini disse ancora il Podest sono stati abili nel trasformare una potenziale faida in una vera a propria alleanza, siglata tramite un accordo scritto da notai e sancita con cerimonia pubblica alla presenza dei maggiorenti delle due consorterie. Carta straccia! sibil lo Stronco. Al momento opportuno sapremo riportarli dalla nostra parte. Ce poi quella serpe velenosa del cardinale Ottaviano che gli garantisce la protezione del Santo Padre disse Giancane. Si dice che dietro l'alleanza con i Cattani e i d'Ascianello vi sia la sua mano aggiunse il Podest. Bisogna stare in guardia! ammoni un altro dei presenti con fare circospetto e voce bassa, come se temesse di essere udito. Quell'uomo, con le sue trame diaboliche, pericoloso e spietato. Ha conoscenze e appoggi ovunque, sia tra i ghibellini che tra i guelfi. molto influente nella curia Romana e gode di molti estimatori tra i conti ghibellini fedeli all'Impero. Mi hanno riferito su di lui cose terribili..., altro che Ezzelino da Romano! Un Giuda! Ecco cos'! url stizzito lo Stronco serrando le sottili e nodose dita che terminavano in unghie lunghe e ricurve, quasi fossero gli artigli di un rapace. Aveva perso la sua fredda compostezza e tutti lo osservavano intimoriti, conoscendone bene i trascorsi e l'indole. un traditore della vera fede! Un falso soldato di Cristo! Un lupo travestito da agnello che usa il suo potere e la sua posizione per danneggiare la vigna del Signore! lo non dimentico come ingann me e i miei confratelli nell'inverno del '48. Aveva promesso aiuti e rinforzi da Bologna e dagli Ubaldini, ma nessuno venne in soccorso della nostra sommossa contro il bastardo dell'imperatore che allora comandava in citt. Fu un massacro... e anche il mio amato figlio perse la vita. Non avr pace sino quando non vedr la rovina sua e della sua casata! Nella sala cadde un imbarazzante silenzio. Fu il giudice Giancane, forte della sua autorevolezza, a prendere la parola. Non mi sembra il momento, n la sede, per sollevare questioni personali e riaprire vecchie ferite e faide familiari che tanto hanno nuociuto alla nostra citt... Non si tratta di questioni personali, n di faide familiari. Qui ne va dell'interesse stesso di Firenze! precis lo Stronco, che nel frattempo aveva acquisito la compostezza precedente. Quell'infido prelato ossessionato dall'idea di accrescere la potenza e la ricchezza della sua casata e farebbe qualunque cosa per raggiungere questo obiettivo: persino vendere il Santo Padre all'Imperatore o abbracciare la fede degli eretici, piaga infetta della Cristianit! Ma a parte questo, lui sa benissimo che Firenze rappresenta la principale minaccia all'ascesa della sua consorteria! Tutti voi converrete con me che mai potremmo tollerare una

forte signoria degli Ubaldini nel Mugello! Certo disse il Capitano del popolo scuotendo la testa spettinata. Mai... Lo Stronco lo trafisse con un'occhiata affilata come una spada. Quello si zitti immediatamente e chin la testa. Intendevo dire prosegu il primo, che oggi gli Ubaldini hanno una temibile arma dalla loro parte, il Cardinale, e un obiettivo ben preciso contro cui usarla, Firenze. Lo stesso Mangiadori, il nuovo vescovo, un suo uomo! Dobbiamo al pi presto neutralizzare questo imminente pericolo... Ma un principe della Chiesa, un legato papale! protest uno che non aveva ancora parlato. Come pensi di fare? Vuoi forse attirare su Firenze le ire del Santo Padre? Basta muoversi con astuzia e cautela... replic senza scomporsi lo Stronco. Lo scorso autunno siamo arrivati molto vicini a liberarci di quell'essere demoniaco e cosi dicendo lanci uno sguardo d'intesa con il mercante Rinuccio, che contraccambi con un largo sorriso. Gli altri guardarono preoccupati lo Stronco, all'apparenza un insignificante storpio, un mezz'omo debilitato, con la pelle gialla e squamosa tipica dei malati: in realt un uomo energico, astuto, potente e spietato. Cosa diceva il dispaccio cui hai accennato? domand Giancane al Podest. Gli Ubaldini stanno potenziando le loro rocche rispose quello. Hanno distolto dall'attivit agricola e arruolato centinaia di uomini tra i loro fedeli. Li stanno addestrando all'uso delle armi. A Monlaccianico un continuo via vai di messaggeri e armigeri, e hanno riempito i magazzini di scorte. Distogliere i contadini dai campi un atto di una gravit estrema e pu significare una sola cosa: temono una nostra imminente offensiva e si preparano alla guerra gorgogli compiaciuto lo Stronco. Un timore pi che fondato! puntualizz Rinuccio. La conquista del Mugello e il controllo diretto dei valichi appenninici una priorit per Firenze e per l'Arte di Cali- mala, che io ho l'onore di rappresentare in questo collegio! Del resto il Consiglio dei rappresentanti lo ha rimarcato in pi occasioni ufficiali e a grande maggioranza. Gli altri annuirono con facce preoccupate. Queste informazioni sono molto importanti e dettagliate. Come le ottieni? domand Sinibaldo volgendo lo sguardo al Podest. Preferisco mantenere il riserbo ripose perentorio quest'ultimo. Quindi scambi un'occhiata d'intesa con lo Stronco. Quello si alz in piedi con un movimento felino, che nessuno si sarebbe aspettato da un tipo del genere. Aveva gli occhi sgranati e lucidi. I soldi e la vanit! Queste sono le armi migliori per battere questi signorotti di campagna! Ricordate come abbiamo fatto con i Guidi. Fiss cosi il Podest e il Capitano del popolo. Cercate di scoprire le rivalit interne alla casata. Scovate i loro componenti pi poveri ed emarginati, e per questo insoddisfatti e frustrati. Trovate quelli pi avidi e ambiziosi, ovvero corruttibili. E poi comprateli con argento e cariche! Divide et impera'. Come insegna il grande Cesare concluse il

Capitano del popolo con un largo sorriso, di compiacimento per la citazione latina e d'intesa col capo carismatico del Collegio degli anziani. Tutti a Firenze conoscevano lo Stronco. Si chiamava Manno e apparteneva agli Altoviti, una rinomata e potente famiglia di giuristi che annoverava tra le sue file giudici, notai e avvocati. Dopo aver frequentato lo studio di Bologna, era stato nominato giudice nella citt natale e ben presto, grazie all'acuto intelletto e al carattere determinato, era asceso ai vertici della sua corporazione, l'Arte dei giudici e notai. Ma la fama e il potere a Firenze, pi che alla professione di giudice, erano dovute al fervore religioso, che lo aveva spinto a divenire protagonista delle lotte civili che avevano infiammato la citt sull'Amo a met degli anni '40. La sua ascesa aveva avuto inizio nel 1244 quando il fratello Ambrogio, frate domenicano del convento di Santa Maria Novella, lo aveva invitato a udire le prediche di Pietro da Verona, appena giunto a Firenze. Il giudice, reduce da una grave e terribile malattia che lo aveva condotto sull'orlo della morte, era rimasto affascinato dal predicatore domenicano: la forza di spirito, l'ardente ed energica personalit, il rigore morale, le parole che arrivavano dritte al cuore. Come molti altri Fiorentini sensibili ai richiami della Chiesa, era diventato un suo devoto seguace, e aveva consacrato la vita a Dio e al trionfo della vera fede. Pietro da Verona aveva portato la sua attivit di predicazione a Firenze per espresso volere del nuovo papa Innocenzo IV. Questi appena giunto al soglio pontificio aveva constatato la presenza di due grandi nemici che minacciavano la sua autorit e quindi la Cristianit: l'Imperatore, che non riconosceva il suo potere temporale; e gli eretici, che dilagavano nella penisola mettendo in dubbio i dogmi della Chiesa. E la citt pi importante della Toscana, Firenze, era appunto governata da uomini fedeli all'Impero e tolleranti verso l'eresia che ogni giorno conquistava nuovi adepti. Per riorganizzare il partito della Chiesa contro gli eretici e il governo ghibellino, il Papa aveva utilizzato i fedeli ed efficienti frati domenicani, da poco insediati nel convento di Santa Maria Novella. Aveva nominato l'energico frate Ruggero Calcagni come speciale inquisitore e vicario del vescovo Ardingo nella lotta all'eresia; e aveva inviato a Firenze Pietro da Verona, carismatico paladino dell'ortodossia, campione della fede, grande inquisitore e trascinatore di folle. I giudici in tonaca bianca e mantello nero si erano messi subito all'opera. Le prediche nelle pubbliche piazze, le processioni religiose e la fondazione di associazioni religiose di laici, avevano rappresentato i principali strumenti nelle loro mani per mobilitare e organizzare i fedeli contro gli eretici e il governo ghibellino. Le confraternite laiche erano diventate subito l'arma pi temibile. Queste erano tutte ispirate alla Vergine Maria, proprio per evidenziare la contrapposizione con gli eretici che negavano la divina maternit con il miracolo dell'immacolata concezione; e loro scopo era di riunire i confratelli, in determinate ore della sera, per cantare al lume di candela canzoni in lode della madre di Dio. Ma presto in molte delle confraternite la preghiera e la contemplazione era passata in secondo piano rispetto all'attivit di lotta, anche violenta, contro gli eretici e il governo cittadino. Il Pontefice aveva posto sotto la sua diretta protezione le confraternite fondate dai domenicani e concesso a tutti gli associati un anno

d'indulgenza; e a quelli che avevano trovato la morte nella lotta la totale remissione dei peccati. Tra le confraternite. la pi numerosa e influente era diventata la "Societ della Fede"; e Manno ne era stato subito eletto rettore, col titolo di capitano della fede. I servi della fede - cos si chiamavano i confratelli - erano diventati il braccio armato dell'inquisizione domenicana. Si aggiravano per la citt raggruppati in squadroni, armali di lance brunite e avvolti in mantelli e cappucci neri con sopra cucite croci bianche; i colori delle loro guide religiose. Presto erano divenuti il terrore della citt e sulle loro imprese correvano tenibili dicerie. Dopo neanche un anno di difficile convivenza, gli inquisitori domenicani e le loro confraternite erano arrivati ai ferri coni col governo cittadino, reo di vanificare molte delle sentenze di condanna per eresia emesse dal tribunale dell'inquisizione e di ostacolare l'attivit dei servi della fede. Nell'estate del 1245 la situazione era precipitata. Gli inquisitori, esasperati dal comportamento connivente del podest ghibellino, si erano ritenuti abbastanza forti per passare all'azione. Tutto sembrava andare a loro vantaggio: il Santo Padre dal Concilio di Lione aveva appena scomunicato l'Imperatore, i cavalieri guelfi estromessi dal governo della citt non aspettavano altro che un'occasione per insorgere. e il popolo era insofferente al giogo imperiale. Sicch, assieme al vescovo e scortati dai loro devoti fedeli armati tra cui spiccavano i servi della fede, si erano recati nella cattedrale di Santa Reparata e di fronte a una folla infervorata avevano pubblicamente accusato il podest di proteggere gli eretici, di seguire gli ordini di un imperatore scomunicato e quindi di essere egli stesso un eretico da bruciare sul rogo. Il podest e il partito ghibellino non si erano fatti prendere alla sprovvista ed erano accorsi nel duomo in armi. Per giorni c'era stata una dura battaglia tra le strade della citt, ma alla fine il partito del Papa era rimasto sconfitto, poich la maggior parte del popolo e delle corporazioni, stanca dei metodi degli inquisitori, si era schierata dalla parte dei ghibellini. Manno aveva guidato i servi della fede negli scontri del '45; e bench sconfitto sul campo, era rimasto illeso e rafforzato nelle proprie convinzioni. L'ortodossia e il trionfo della vera fede erano diventate per lui una ragione di vita. Con la sconfitta dei guelfi e dei domenicani, il tribunale dell'inquisizione era stato sciolto e Pietro da Verona e Ruggero Calcagni avevano lasciato Firenze; ma la Societ della Fede - come le altre confraternite mariane - non si era dispersa, e nei convulsi anni che erano seguiti divenne il principale punto di riferimento della resistenza guelfa in citt. Dietro le pratiche religiose e il culto mariano si tramava contro il governo ghibellino e si fomentava odio e ribellione contro l'Imperatore e i suoi seguaci. Manno era diventato la mente occulta del partito guelfo e, memore delle vicende del '45, si era adoperato in tutti i modi per portare il popolo e le corporazioni dalla parte della Chiesa. Il regime autoritario e vessatorio imposto da Federico di Antiochia, nuovo podest di Firenze e vicario imperiale per la Toscana, aveva favorito il suo compito. Tuttavia ancora nel febbraio del '48 un nuovo tentativo di sollevazione dei guelfi da lui ordito era fallito malamente. I rinforzi da Bologna e dal Mugello promessi dal cardinale Ottaviano degli Ubaldini non erano arrivati; e dopo una disperata resistenza i guelfi erano stati sopraffatti e in molti

avevano lascialo la citt. In questo episodio Manno aveva rischiato seriamente la vita. Aveva riportato le gambe spezzate e una freccia lo aveva colpito a un rene. Ne era uscito per miracolo, anche se devastato e storpiato nel fisico; e nella furia della battaglia aveva perso anche l'unico figlio. Il fallimento e il lutto familiare ne avevano ancor pi accresciuto la determinazione e l'astio verso i ghibellini. L'autunno del 1250 era stato invece l'anno del trionfo. Dopo tante sofferenze era riuscito a ottenere il completo favore del popolo e delle pi importanti corporazioni cittadine, e. sfruttando una fallimentare campagna militare dell'esercito fiorentino, aveva promosso e guidato la sommossa che aveva rovesciato il governo ghibellino. Aveva saputo sfruttare e cavalcare abilmente i malumori dei concittadini contro le imposizioni imperiali, le limitazioni delle libert civili, la sottrazione del contado, e le continue e rovinose campagne militari cui i Fiorentini erano costretti. La divina Provvidenza era poi venuta in suo soccorso decretando la morte di Federico II nel dicembre dello stesso anno: l'inaspettato decesso aveva mandato allo sbando il partito imperiale in tutta Italia e aveva consentito al nuovo governo fiorentino di consolidarsi. Manno era stato la mente della sommossa che aveva portato al potere gli uomini nuovi delle arti e delle corporazioni. Sue erano state le costituzioni popolari che avevano avuto il merito di stabilizzare il nuovo regime. Lui era stato l'artefice del rientro in citt dei fuoriusciti guelfi banditi nel '48 e della nomina del nuovo podest. Oggi, tramite il Collegio degli anziani, del quale era il membro pi autorevole e influente, governava nell'ombra la citt. Con una pronta intelligenza, una sciolta oratoria e la conoscenza del diritto, faceva sentire il peso della sua personalit sugli altri componenti del Collegio, in gran parte artigiani e mercanti. Il nuovo podest, il milanese Uberto da Mandello, lo aveva contattato e scelto personalmente, e, appena assunto l'incarico, spaesato e ignaro delle vicende cittadine, era a lui che faceva riferimento. Quanto al Capitano del popolo, era un bamboccio borioso e vanitoso nelle sue mani, non molto brillante ma esecutivo e fedele. Manno godeva poi dell'appoggio incondizionato dei cavalieri guelfi, che non a torto lo vedevano come il perno della nuova alleanza che si andava delineando all'orizzonte tra il popolo e il partito guelfo. Tutti infine temevano la Societ della Fede e gli stretti rapporti di Manno con i frati domenicani e il capitolo della cattedrale; nessuno a Firenze aveva dimenticato i due anni in cui aveva imperversato il tribunale dell'inquisizione di Pietro da Verona e di Ruggero Calcagni. e le bande armate dei servi delle fede si aggiravano per la citt a caccia di eretici o presunti tali.

Parte Quarta
LA LEGA
GHIBELLINA

Nel nome della santa ed indivisibile Trinit, nell'anno del Signore 1251 (...). noi - giudice Jacopo (...), procuratore del Comune di Siena (...) e Ventura (...) di Montepoli, procuratore dei nobili signori Ubaldini (...) -

facciamo tra noi vicendevolmente una vera e perpetua societ e compagnia, promettendoci vicendevolmente di aiutarci, con le anni o senza, dietro richiesta o senza, ovunque in Toscana, contro ogni persona oente (...). E di salvarci, difenderci e mantenerci a vicenda nella persona e negli averi, contro ogni persona o ente, e di fare lo stesso con le persone sottoposte alla giurisdizione di Siena e dei delti nobili della casa dei figli di Ubaldino. Estratto degli accordi tra gli Ubaldini e Siena II Califfo Vecchio del Comune di Siena 23 luglio 1251

1
Citt di Bologna Primi di luglio, 1251 Vostra Eminenza, c' il camerlengo Ottone Visconti che desidera conferire. appena rientrato dalla Toscana. Fallo entrare! Il cardinale Ottaviano sedeva dietro un'elegante scrivania intarsiata, nel centro di una grande sala; lo studio della sua residenza bolognese, uno dei pi prestigiosi palazzi della citt guelfa. La luce forte e diretta del sole di mezzogiorno inondava la stanza, penetrando dalla grande finestra alle sue spalle. Ottone accenn un inchino piegando l'enorme e monda scatola cranica che luccic ai raggi del sole. A un cenno del Cardinale, sprofond su uno scranno imbottito di fronte alla scrivania, mentre i tre notai seduti attorno a una lunga fratina sommersa di pergamene che occupava tutto un lato dello studio fecero un leggero inchino e uscirono. Allora? domand Ottaviano giocherellando con un elegante pugnale. andato tutto bene. I nostri sforzi diplomatici non sono stati vani. Una decina di giorni fa a Pontedera i plenipotenziari dei podest di Pisa, Siena e Pistoia hanno solennemente siglato la lega militare contro Firenze. E tre giorni dopo, in gran segretezza, nei pressi di Siena una delegazione delle pi potenti e nobili famiglie ghibelline di Firenze, Casentino, Valdarno, Mugello, Val di Bisenzio e Romagna ha giurato sul Vangelo a un rappresentante del Comune senese di dar manforte alla Lega ghibellina. Eccellente! Hai fatto un ottimo lavoro. Ma chi guidava la delegazione dei ghibellini? lo incalz l'alto prelato. I cavalieri fiorentini Vendemiolo dei Lamberti e Grifo degli Uberti. un cugino di Farinata. Oltre ai Lamberti e agli Uberti. quali altre famiglie fiorentine hanno aderito alla Lega? Ottone si prese una piccola pausa per scossarsi la sopravveste. Era ancora tutto impolverato per il viaggio. Il Cardinale lo guardava impaziente e ticchettava nervosamente sul tavolo. Ci sono i Guidalotti, gli Abati, i Caposac- chi, gli Amidei, gli Ubriachi, gli Scolari e altre casate minori di cui non ricordo il nome. I nomi che mi hai fatto sono pi che sufficienti. Avremo un caposaldo formidabile dentro Firenze... L'importante mantenere il riserbo sul loro coinvolgimento. Ci servono dentro le mura a fare il doppio gioco!

L'accordo prevede che i ghibellini fiorentini si adoperino per condizionare a favore della Lega le decisioni dei consigli cittadini. Entro met luglio Siena attaccher i conti Aldobrandeschi, mentre Pisa e Pistoia, con una morsa a tenaglia, invaderanno il territorio di Lucca. I ghibellini di Firenze dovranno a ogni costo impedire che l'esercito esca dalle porte della citt per soccorrere i due alleati, cosi da consentire alla Lega di sconfiggerli in piena libert. Firenze si ritrover cosi isolata e con la pressione degli eserciti della Lega alle porte sar pi facile per i cavalieri ghibellini organizzare una sommossa interna. La Lega si impegnata a consegnare loro armi e quattromila lire, per comprare consensi in citt, corrompere funzionari e castellani. E per i signori feudali che controllano i territori intorno Firenze? Hanno aderito le pi importanti casate ghibelline di Prato, i conti Gangalandi di Signa. il conte Napoleone degli Alberti, il conte Guido Novello dei Guidi, gli Ubertini e i Pazzi del Valdarno, oltre naturalmente la tua casata che ho avuto l'onore di rappresentare. Hai accennato qualcosa a mio fratello? No. ho seguito i tuoi ordini alla lettera. Nel viaggio di ritorno ho fatto tappa a Monlaccianico; ma mi sono limitato a portare i tuoi saluti e ho consegnato a messer Ubaldino il forziere di monete d'argento che mi avevi affidato. Come stanno andando i preparativi? C' un grande fermento. Hanno seguito le tue indicazioni. Stanno addestrando all'uso delle armi diverse centinaia di villani e hanno potenziato le difese delle principali rocche. Mi sono limitato a incoraggiarli e li ho invitati ad affrettare i preparativi. Ho riferito che i Fiorentini stanno allestendo un grande esercito. Bene, poi ti istruir cosa riferire a quella testa calda di mio fratello. Meglio lasciarlo all'oscuro sino all'ultimo momento. Non mi fido dei nostri parenti di Gagliano, n di tutte le persone che gravitano intorno al castello. L'autunno scorso ci slavo per lasciare la pelle. C' qualcuno che si fatto comprare... Ah dimenticavo, nei prossimi giorni anche Arezzo entrer nella Lega. Il nuovo podest Ubertino da Gaville ha dato la sua parola. E il vescovo di Arezzo? Guglielmino degli Ubertini sempre asserragliato nel suo fortilizio di Civilella. Ancora non riuscito a farsi consacrare e prendere possesso della diocesi; e comunque non possiamo contare sul suo appoggio. Ha scelto il Partito della Chiesa. Confida nell'aiuto del Santo Padre per riottenere il controllo della citt. Lo scorso maggio, per dimostrare la sua fedelt, ha risposto all'appello del Papa e ha guidato i guelfi aretini e fiorentini contro San Gimignano, in mano ai ghibellini. Questo vescovo mi piace. scaltro e abile. Sono sicuro che prima o poi riuscir a ottenere il controllo della sua citt. Mi sembra di rivedermi quando ero pi giovane... E sono anche sicuro che quando se ne presenter l'occasione cambier casacca e si schierer dalla parte dei ghibellini. L lo conducono il suo animo pi profondo e gli interessi della sua stirpe! Gli Ubertini sono sempre stati una casata fedele all'Impero e sono strettamente legati ai Pazzi del Valdarno e ai Guidi; e tutte queste

consorterie sono minacciate dall'espansione di Firenze. Entro la giornata mi riprometto di dettare una missiva per il prelato aretino. Gli offrir i miei servigi per aiutarlo a prendere possesso della diocesi. Ma piuttosto, che tempi ci sono per l'adesione di Arezzo alla Lega? Proprio mentre mi sono messo in viaggio, il podest di Siena e i delegati del comune aretino hanno avviato le trattative. questione di giorni. Siena ha offerto generosi sostegni economici e militari... I Senesi, dopo che hanno saputo dell'alleanza di Firenze con gli Aldobrandeschi e Montepulciano, sono terrorizzati sogghign il Cardinale. E questo ha favorito il nostro gioco. Senza dubbio. Il Cardinale si alz in piedi raggiante: Una cintura d'acciaio si stretta intorno a Firenze: tutte le maggiori casate e citt della Toscana, eccetto Lucca e qualche altro piccolo comunello, hanno aderito alla Lega ghibellina. Quei mercantucoli e usurai non hanno scampo! Ad eventi eccezionali rimedi eccezionali. L'inaspettata morte dell'Imperatore ha rotto equilibri consolidati da decenni e ha rimesso tutto in gioco: strategie, alleanze e interessi. Ora che l'autorit imperiale si dissolta, tutte le citt e le signorie della Toscana sono tornate a temere l'espansionismo di Firenze, e legarle assieme in un'alleanza militare per contenere i Fiorentini stato pi semplice del previsto. La guerra degli Ubaldini contro Firenze sar la guerra di tutta la Toscana... Se mi consenti, come vanno le cose in Lombardia? Ottaviano si rabbui. Male. Abbiamo perso Piacenza e le famiglie guelfe fuggite dalla citt sono assediate dai ghibellini lombardi nel vicino castello di Rivergaro. E io qui da solo non posso fare nulla per loro! Ho gi spremuto le citt guelfe e il clero lombardo abbastanza. E il Santo Padre? Gli ho inviato inutilmente decine di missive con richiesta di aiuti. Ligure vanesio! tutto preso dal Regno di Sicilia e ha messo in secondo piano la lotta ai ghibellini lombardi, come se Ezzelino e il conte Pallavicino fossero dei docili agnellini! Speriamo che il Santo Padre non venga a conoscenza del tuo coinvolgimento nella Lega ghibellina contro Firenze osserv pensieroso il Visconti. E anche se fosse? Innocenzo, almeno per il momento, non pu niente contro di me. Sono io che gli tengo la baracca in Lombardia. E Bologna con tutta la Romagna pendono dalle mie labbra. Sa bene che in Toscana ho interessi familiari molto forti e non oser ostacolare i miei piani... Ottone si alz e chiese di potersi ritirare. Era visibilmente distrutto e aveva bisogno di riposare, ma il Cardinale lo trattenne. Vai pure a darti una ripulita, ma ti voglio mio ospite per cena. Ti istruir per la prossima missione in Mugello. La questione molto delicata e mi occorrono le tue capacit diplomatiche per tener unita la consorteria. L'adesione alla Lega ghibellina ben presto dovr essere ratificala dal consiglio della famiglia, e occorrer stipulare accordi con i nostri vicini romagnoli, con Guido Novello e con Napoleone degli Alberti; e non tutti i miei amati consorti saranno propensi a entrare in guerra contro Firenze. Uscito il Visconti, gli occhi di Ottaviano si soffermarono sul magnifico

arazzo che occupava un'intera parete dello studio: una scena di caccia col falcone. Chiuse gli occhi e sospir. Quanto avrebbe voluto lasciarsi alle spalle tutte le incombenze che lo incalzavano, raggiungere i suoi falconi e perdersi con loro in mezzo alla campagna. Ma il dovere lo chiamava: le sorti degli Ubaldini e quelle della Cristianit erano nelle sue mani e i giorni che aveva davanti erano decisivi. Spalanc le pupille e si stir la schiena. Suon poi una campanella che aveva sulla scrivania e dopo pochi attimi i tre notai che lo assistevano nel lavoro quotidiano entrarono di nuovo nella stanza e raggiunsero il tavolo di lavoro. Dovevano terminare di illustrargli le questioni pi impellenti da affrontare quel giorno. Era sommerso di petizioni di ogni sorta, provenienti da ogni angolo della Cristianit, dall'Inghilterra alla Sicilia; ma aveva a disposizione ancora buona parte della giornata e tutta la notte, il momento migliore per riflettere ed escogitare piani. Tre ore di sonno a notte, prima dell'albeggiare, gli erano pi che sufficienti per recuperare le forze. Castello di Montaccianico. Piviere di Sant'Agata Met luglio. 1251 La sala d'arme era gremita di cavalieri. Il caldo torrido della stagione e l'odore acre di sudore rendevano l'aria pesante e irrespirabile. Le strette feritoie e le piccole porte non garantivano un adeguato ricambio d'aria; e tenue era l'effetto delle erbe aromatiche sparse sulle tavole di legno del pavimento. Nonostante le tuniche di lino, i cavalieri sudavano copiosamente e respiravano con affanno. Tano, per sua fortuna, si era ricavato un posto vicino a una feritoia e poteva cosi beneficiare della poca ma preziosa aria pulita che riusciva a penetrare. Era in corso la seduta del consiglio della consorteria e Ubaldino della Pila aveva appena terminato il discorso introduttivo. Erano presenti tutti i maschi consacrati cavalieri della casata e delle famiglie alleate; ma solo i guerrieri maggiorenni ed emancipati avevano diritto di parola; gli altri, tra cui Tano, potevano solo ascoltare. Il reggente aveva illustrato la situazione politica, rivelando l'esistenza della Lega ghibellina contro Firenze, stretta tra i grandi comuni di Pisa. Pistoia e Siena e molti dei pi polenti feudatari ghibellini della Toscana, tra cui gli Uberti. gli Ubertini, i Pazzi, i Gangalandi, parte dei Guidi e degli Alberti. Al consiglio si poneva ora la questione se partecipare o meno alla Lega. Il discorso era terminato con la richiesta di adesione, poich - a detta di Ubaldino - si trattava di un'occasione unica per sconfiggere definitivamente l'eterna rivale e affermare una volta per tutte i legittimi diritti degli Ubaldini sul Mugello. Questa volta infatti non avrebbero combattuto da soli come in passato, ma a fianco delle pi nobili casate della Toscana e di grandi citt quali Pisa e Siena, pari a Firenze per ricchezza e potenza militare. Ottone Visconti solo tre giorni prima aveva informato Ubaldino che la consorteria aveva gi formalmente aderito alla Lega ghibellina. Il reggente, appreso che tutto era stato deciso a sua insaputa, era diventato una belva furiosa e si era scagliato con invettive e improperi contro il camerlengo del Cardinale. Per poco non lo aveva gettato gi dalle mura

della torre. Non era la prima volta che il fratello lo trattava come un bamboccio, stringendo e disfacendo alleanze senza consultarlo. A nulla erano valse le giustificazioni fornite con diplomazia da Ottone: l'esigenza di tener sotto la massima segretezza la faccenda e il timore che nel castello si aggirassero spie dei Fiorentini. C'erano voluti due giorni per far sbollire la rabbia di Ubaldino e solo allora - allettato dalla prospettiva di una grande guerra contro l'odiata Firenze in nome della casata e dell'Impero - aveva accettato di affrontare la questione con l'inviato del Cardinale. Ottone aveva insistito sulla necessit che l'adesione alla Lega fosse ratificata dal consiglio e che tutta la consorteria partecipasse compatta alla grande campagna militare. Ubaldino e il camerlengo del Cardinale, per non urtare la suscettibilit dei consorti, avevano deciso di fargli credere che la scelta fosse ancora da compiere: e per cercare di convincere anche i pi restii a prender l'iniziativa di una guerra contro Firenze, avevano invitato al consiglio il capo carismatico dei ghibellini toscani e famoso oratore, il cavaliere fiorentino Manente degli Uberti, detto Farinata. Il capo ghibellino era a fianco di Ubaldino e annuiva vistosamente col capo mentre il reggente parlava. Tano lo osservava con grande curiosit: aveva molto sentilo parlare di lui, ma era la prima volta che lo vedeva di persona. Era sulla cinquantina; alto e robusto; i capelli, tagliati appena sopra le spalle, erano lisci e color paglia; gli occhi grandi e tristi, sotto due folte sopracciglia biondo scuro. Il naso era pronunciato, le labbra carnose e il mento perfettamente rasato. Indossava una sgargiante tunica verde con un elegante cappello di un nero intenso e brillante. Appena terminata l'introduzione del reggente, Ugolino da Senni e Albizzo chiesero e ottennero la parola. Entrambi, gi istrutti a dovere da Ottone Visconti, si dichiararono pronti a scendere in campo per regolare i conti coi Fiorentini e impadronirsi una volta per tutte del Mugello, che apparteneva agli Ubaldini per concessione imperiale. Dello stesso avviso furono i Da Villanova, i Da Ripa, i Giangi e altri rappresentanti di famiglie mugellane consorziate con gli Ubaldini. Dopo una serie di interventi a favore dell'adesione alla Lega ghibellina, ci fu un attimo di silenzio. Tutti guardavano la parte della sala dove aveva preso posto la delegazione degli Ubaldini da Gagliano, guidata dal vecchio Canto e dal nipote Catalano. Quel ramo della famiglia, pur facendo ancora parte della consorteria, da generazioni si era defilato e aveva ceduto la guida della casata al pi numeroso e ricco ramo dei da Monlaccianico. Negli ultimi anni per, sempre con pi forza, aveva preso a criticare la politica aggressiva e di competizione con Firenze portata avanti, prima da Ugolino il Vecchio, e oggi dai figli Ubaldino e Ottaviano. Gli Ubaldini da Gagliano avevano numerosi fedeli e controllavano molti dei castelli e rocche del Mugello occidentale: quindi la decisione che avrebbero assunto era di primaria importanza. Canto si schiar la voce e prese la parola. Cari amici e fratelli, noi siamo stati sempre fedeli alla consorteria e abbiamo seguito con la massima lealt le decisioni del consiglio, anche quando nutrivamo dubbi. Sempre abbiamo anteposto il bene dell'unit della famiglia al nostro interesse particolare. Questa primavera abbiamo aderito alla proposta di

rinforzare le nostre rocche e allestire un esercito per dissuadere il nuovo regime di Firenze a muoverci guerra. Si vis pacem, para bellum Ma oggi, da ci che hanno udito le mie stanche orecchie, la questione del lutto diversa! Stiamo parlando non di difendere ma di attaccare! E mi sorge il dubbio maligno che forse qualcuno di voi gi da questa primavera era a conoscenza di qualcosa... Come osi mettere in dubbio la parola di Ubaldino senza prove? lo apostrof con rudezza Ugolino da Senni. Facevo solo delle ipotesi rispose Canto. Tano not che il vecchio era imbarazzato e impaurito dall'aggressivit di Ugolino. Canto non aveva fama di gran guerriero. Era conosciuto da tutti come un uomo saggio e pacifico; ma anche molto scaltro e opportunista quando si trattava dei suoi interessi. Lasciamo finire il nostro amico di Gagliano disse Ubaldino. Beh... s riprese Canto, stavo dicendo che noi non possiamo accettare di aderire a un'alleanza militare offensiva contro Firenze! Sono troppo forti per noi, non riusciremo mai a prevalere. Gi nei primi anni di questo secolo ci hanno duramente sconfitto; e ogni giorno che Dio Onnipotente manda in terra, la forza e la popolazione di quella citt aumentano a vista d'occhio! Ma ci siete mai stati? Ormai conta quasi centomila anime e dispone di una milizia di svariate migliaia di fanti e cavalieri. Come pensate di resistere a uno dei comuni pi ricchi e potenti di tutta la Cristianit? una guerra persa, potremo vincere qualche battaglia, ma alla fine soccomberemo! L'appoggio dell'Imperatore. gli intrighi del Cardinale e la caparbiet di Ubaldino per quanto ancora potranno contrastare la volont di Firenze di sottomettere il Mugello? Vergognati, vecchio codardo! sbrait Azzone, furente di rabbia. Se non lo avessero trattenuto il primogenito di Ubaldino sarebbe saltato addosso a Canto. Vigliacco! gridarono altri dietro. I da Gagliano si strinsero intorno al vecchio capofamiglia. che. seppur intimorito dall'atmosfera da rissa della sala. prosegu. La nostra una terra troppo vitale per l'economia e la sicurezza di Firenze. Mai rinuncer a controllarla e mai consentir che la nostra casata dia vita a una signoria forte e indipendente in Mugello! Un conato di catarro lo interruppe. Sput rumorosamente a terra. Si schiar la gola e riprese la parola. C' un'unica strada per conservare il nostro potere e la nostra ricchezza. Aveva un tono di voce pi basso, ma alz il dito indice della mano destra per dare maggior enfasi al discorso. Assicurare il libero transito delle merci di Firenze lungo il nostro territorio; e, nel frattempo, integrarsi, ottenere la cittadinanza, entrare nelle istituzioni, nei commerci e nei traffici cittadini come hanno fatto altre consorterie. Da fedeli cittadini di Firenze garantiremo il controllo del territorio e delle strade; e potremo cosi continuare a godere dei nostri diritti e prerogative in Mugello. Venduto! Quanto ti hanno dato! grid Paganello. Il reggente lo fulmin con occhi di fuoco: suo figlio non era ancora emancipato e non aveva diritto di parola. Nella sala cadde un improvviso silenzio di disapprovazione verso il giovane, che abbass lo sguardo imbarazzato. Con il suo intervento aveva mancato di rispetto al padre.

Non era la prima volta che l'indole intemperante lo portava a scontrarsi con l'autorit patema; e Ubaldino non aveva peli sulla lingua, sarebbe stato capace di umiliarlo in pubblico pur di riaffermare la sua autorit. Naturalmente approfitt della situazione Canto per riprendere il discorso, le nostre prerogative e il loro titolo di legittimit dovranno cambiare e adeguarsi allo statuto e alle leggi comunali. Sicuramente non potremo fondare la nostra signoria su una concessione diretta dell'Imperatore, ma dovremo giurare fedelt e sottometterci a Firenze! Questa l'unica via per conservare ci che abbiamo. Ricordate le mie parole: il futuro Firenze e non l'Impero! Le ultime parole di Canto scatenarono un putiferio. I sentimenti ghibellini erano molto forti tra i cavalieri ubaldini. Alcuni giovani guidati da Ugolino da Senni e Azzone si scagliarono contro i da Gagliano con grida furibonde. Tra loro Tano scorse Paganello, Ugo, Federico Novello e Fortebraccio. Anche lui era rimasto ferito dalle parole di Canto, e si sarebbe volentieri unito ai cugini; ma si trovava dalla parte opposta della sala e la ressa gli impediva di raggiungere il luogo del tafferuglio. Scoppi un parapiglia generale. La delegazione dei da Gagliano fu accerchiata e sospinta con calci e pugni verso un angolo. Catalano, nonostante fosse ostacolato nei movimenti dalla brutta ferita alla coscia rimediata durante le giostre di marzo, spron i suoi e guid la resistenza. Le risse durante i consigli non erano insolite: e al fine di evitare spargimenti di sangue la consuetudine stabiliva che i cavalieri vi partecipassero disarmati. La calma fu riportata da Ubaldino tramite l'intervento di un manipolo di armigeri armati di bastone, che divise i da Gagliano dagli altri. Amici Ubaldini prese la parola Farinata degli Uberti quando il chiasso si attenu, la vostra casata una delle pi nobili e potenti della Toscana, diretta discendente di gloriosi duchi longobardi che sulle vostre montagne respinsero i Greci. Tutti conoscono il vostro nome e vi temono. Persino le nobili famiglie ghibelline che sino a pochi mesi fa reggevano Firenze vi rispettano; e reputano i vostri diritti in Mugello non solo compatibili con l'interesse di Firenze. ma indispensabili per il controllo del territorio e la sicurezza dei nostri traffici. Ma oggi la situazione radicalmente mutata. La mia citt in mano a una banda di usurai e mercanti avidi e senza scrupoli, insensibili alla tradizione, indifferenti al lignaggio e nemici dell'Impero! L'unico scopo di questa gente senza nome il guadagno, e pur di aumentare la loro ricchezza sono disposti a tutto, persino a vendere la propria citt alla Chiesa e a quella setta iniqua dei guelfi. La vostra tetra, come quella dei vostri vicini, oggetto delle loro brame e non servir a nulla venire a patti con gente cos infida e malvagia, come proponeva Canto. In questo modo non farete altro che gettarvi nelle fauci del lupo! Loro non vogliono arrivare a patti con voi, ma, col denaro o la spada, cancellare i vostri diritti signorili, smantellare i vostri castelli e avere il diretto controllo del Mugello. di pubblica fama. Lo dichiarano apertamente e quotidianamente nei consigli cittadini! Nel parlare, il ciglio destro di Farinata si inarcava e gli occhi saettavano sulle facce attente degli ascoltatori, che assorbivano le sue parole come gocce d'acqua. Si mise le mani sui fianchi e attese qualche attimo prima di riprendere il discorso. Volete forse rinnegare per trenta denari il vostro

glorioso passato e il vostro onore di nobili guerrieri vassalli dell'Imperatore? No!! risposero all'unisono molti dei cavalieri presenti. Tano, infervorato dalle parole del Fiorentino, si un ai compagni. Volete forse deporre la spada di tante magnifiche battaglie per i panni di lana? No! Intendete seguire l'esempio dei cavalieri guelfi che pur di tornare al potere hanno venduto l'anima e l'onore e si sono posti al servizio di questi bifolchi arricchiti? No, mai! gridarono ancora. Chi tra di noi. nobili cavalieri, potr mai tollerare che un popolano qualunque, villano o cittadino, possa mandargli un messo in berretta rossa, citarlo al palazzo del comune e chiamarlo in giudizio? Buh! Buh! Farinata strinse i pugni e alz la voce. Bene! E allora questa l'occasione giusta per rimettere al loro posto questi popolani nati ieri, per ricacciarli nelle sudicie botteghe! Aiutatemi a riconsegnane Firenze alle nobili schiatte, vostre pari e amiche! Prestate la vostra spada per riportare la mia citt in seno al Sacro Romano Impero! Guerra! Guerra! sbraitarono i cavalieri con i pugni chiusi alzali in aria. L'oratoria travolgente di Farinata li aveva infiammali. Il nobile fiorentino sull'onda dell'entusiasmo si rivolse direttamente alla delegazione dei da Gagliano che era rimasta silente e indifferente alle grida di entusiasmo degli altri. E voi cari fratelli di Gagliano principi con tono suadente, perch abbandonate i vostri consorti? La Lega ghibellina forte. Dalla nostra parte abbiamo i pi valorosi cavalieri di Firenze e i comuni di Siena e Pisa! I manigoldi che governano la mia citt sono spacciati! Vincete i vostri timori e impugnate le armi con noi. Questa la nostra grande occasione! Il dialogo e la ragione, a noi tutti cari, oggi non sono in grado di preservare la vostra libert. Dopo la vittoria - sotto l'autorit del nuovo imperatore Corrado, che presto scender in Italia avremo pace e amicizia tra Firenze e gli Ubaldini: e nessuno metter in dubbio i vostri diritti sul Mugello. Canto durante l'accorato discorso di Farinata era rimasto impassibile. Noi rimaniamo fermi sulla nostra posizione si apprest a rispondere sfoggiando grande calma. Firenze non sola e isolala come volete far credere: il santo padre Innocenzo, che Iddio lo preservi, tornato trionfalmente in Italia: questa primavera stato acclamato e osannato in tutte le citt della Lombardia occidentale e ai primi di luglio stato accolto con feste e onori indescrivibili da migliaia di cilladini di Milano. Presto giunger anche in Toscana e il suo arrivo getter in rotta il partito imperiale. Mugoli e proteste salirono dalla folla dei presenti, ma il vecchio capofamiglia non se ne cur. Ci opponiamo a scatenare una guerra contro Firenze prosegui deciso. Una guerra che riteniamo ingiusta, contraria al volere di Domeneddio e sconveniente per i nostri interessi. Quindi la mia famiglia non aderir alla Lega! Nella sala risuon un boato di disapprovazione, mentre Farinata, che Tano riusciva a scorgere dalla cintola in su, rest com'era. Non mut

aspetto, n mosse collo, n pieg sua costa. Si limit a levare le ciglia in su e arricciare la fronte, a mostrare gran disdegno per il vigliacco rifiuto. La voce di Ugolin d'Azzo, ferma e profonda, si impose sulle altre. Canto, noi ci conosciamo da anni e ho sempre nutrito grande stima verso di te. Ma oggi non ti riconosco pi! Solo un uomo in malafede pu giudicare ingiusta e illegittima una guerra intrapresa per difendere la nostra libert e la nostra tetra da avidi usurpatori senza titoli! Canto si imbronci e sdegnato volse lo sguardo altrove, senza rispondere all'appello del cugino di Ubaldino. L'atmosfera si stava surriscaldando nuovamente e parole sempre pi grosse volavano tra i da Gagliano e gli altri. Gli armigeri di Ubaldino a fatica tenevano separati i due gruppi. Ubaldino, Ottone e Farinata parlottarono brevemente tra loro, quindi il signore di Montaccianico prese la parola: Canto, noi rispettiamo la tua decisione, anche se ti invitiamo comunque a ripensarci. Il mio ruolo di reggente della consorteria mi impone per di avanzare una richiesta. Parla, ti ascolto. Esigo da te e dai tuoi il giuramento che in questa guerra rimanete neutrali e che. per nessuna ragione e in nessun modo, darete man forte ai Fiorentini! Senza dubbio rispose prontamente il vecchio capofamiglia. Fategli avere un Vangelo! grid Ubaldino. E tu metti il giuramento per iscritto! ordin poi al notaio Lupini che sedeva su uno sgabello ai suoi piedi. 11 vecchio capofamiglia pose le mani sulla Sacra scrittura. Io Canto degli Ubaldini giuro sul Sacro Vangelo, sui nostri comuni antenati e sul legame di sangue che ci unisce, che mai, n io, n alcuno dei miei uomini, alzer la spada contro uno della consorteria, n dar aiuto e ospitalit ai suoi nemici! Lo stesso giur il nipote Catalano, erede designato alla guida del ramo dei da Gagliano. Citt di Firenze Luglio. 1251 Mentre a Montaccianico si concludeva il consiglio della consorteria con una preoccupante rottura tra i due rami principali della casata, a Firenze l'atmosfera non era meno tesa. A met luglio, quando la Lega ghibellina era divenuta di pubblica fama, i Fiorentini scoprirono che le maggiori citt e signorie della Toscana si erano unite contro di loro. La citt era isolata e accerchiata da temibili nemici che, come falchi volteggianti sulla preda, non aspettavano altro che piombarle addosso e dividersi le spoglie; e i Fiorentini ne erano consapevoli e spaventati. Attacchi improvvisi e incontrollati di isteria collettiva attraversarono il popolo. Le chiese si colmavano di persone invocanti l'aiuto divino. Le processioni si susseguivano senza sosta all'interno delle mura, con in bella vista gli stendardi di tutti i sestieri cittadini. Uomini, donne e fanciulli di

ogni ceto si accalcavano nelle strade dietro i frati mendicanti, con in mano ramoscelli di ulivo e candele accese; sostavano in ogni piazza e chiesa, e l ascoltavano le predicazioni dei frati e cantavano lodi al Signore, alla beata Vergine e al santo protettore Giovanni affinch liberassero la citt dai nemici. Davanti alle sedi delle confraternite di penitenti una fila continua di cittadini di ogni et e condizione sociale chiedeva di aderire. Alcune delle pi nobili e devote donne fiorentine commissionarono a proprie spese una riproduzione in miniatura della citt in argento, con il duomo. San Lorenzo e tutte le torri e palazzi pi importanti, e la offrirono in dono alla beata Vergine. I governanti erano indecisi sulle contromisure da prendere e, pur senza prove, sospettavano della lealt dei cavalieri ghibellini. Le venti compagnie in cui era suddiviso il popolo furono allertate e i rispettivi gonfalonieri e rettori istruiti su come fronteggiare eventuali rivolte. I maggiori esponenti ghibellini furono messi sotto stretto controllo, ma nessuno di loro era stato ancora colto in flagranza di tradimento. II Consiglio generale dei trecento, ove erano rappresentati anche i cavalieri ghibellini, si era spaccato in due: una parte propendeva per prendere l'iniziativa e rompere l'accerchiamento; l'altra, capeggiata dai nobili ghibellini, era per attendere gli eventi e rimanere dentro le mura, come segretamente concordato con la Lega ghibellina. Tocc al Collegio degli anziani prendere la decisione definitiva e, come sempre accadeva dall'avvento del nuovo regime, prevalse la posizione sostenuta dal giudice Manno Altoviti, lo Stronco. Parl per ultimo e il tono del discorso non lasci spazio a repliche. La situazione critica, ma noi abbiamo le forze per prevalere. I nemici sono due. Uno interno. I nobili ghibellini, in attesa del momento giusto per sollevarsi e restaurare il vecchio regime; di sicuro in combutta coi Senesi e i Pisani. L'altro esterno. Appunto i comuni di Pisa. Siena, Arezzo e Pistoia, fiancheggiati dai signori del contado. A prima vista, la soluzione migliore sembra quella di rinchiuderci a riccio all'interno delle mura cittadine; ma alla lunga risulterebbe la scelta pi deleteria. I nostri numerosi nemici, con la politica del carciofo, metterebbero a lacere, uno ad uno, i nostri pochi alleati in Toscana; in primis Lucca, che gi combatte in Versilia; e quindi i conti Aldobrandeschi e Montepulciano. Senza contare che tutti gli altri piccoli comuni, oggi neutrali o a noi vicini, si vedrebbero costretti ad aderire alla Lega per non soccombere. E una volta eliminati tutti i nostri alleati, saremmo veramente soli e accerchiati; con in pi all'interno i cavalieri ghibellini pronti a insorgere. A quel punto sala gioco facile per i ghibellini, con le buone o le cattive, convincere il popolo a rimetterli al potere per evitare la distruzione. D'altra parte se mandassimo la milizia comunale a combattere, la citt rimarrebbe sguarnita e in balia dei traditori interni. La soluzione sta nel mezzo. Annunceremo che la milizia comunale a ranghi completi uscir dalle mura per affrontare Pistoia; l'anello pi debole e perdi pi in procinto di colpire alle spalle l'alleata Lucca. Ma mentre una met dell'esercito muover veramente verso le mura di Pistoia; l'altra, all'insaputa di tutti, si accamper in un luogo vicino alla citt, pronta a intervenire non appena i cavalieri ghibellini tenteranno - e ne sono pi che certo - il colpo di mano. In questo modo avremo due piccioni con una fava:

aiuteremo Lucca; e faremo uscire allo scoperto i traditori ghibellini mettendoli cosi a tacere una volta per tutte. Manno, come ogni mattina all'alba, usci dalla cattedrale di Santa Reparata scortato da venti armati avvolti in lunghi mantelli scuri con una croce bianca. Al suo fianco il proposto del capitolo Pagano Adimari. Con passo spedito, di chi sa dove andare e non ha tempo da perdere, si lasciarono alle spalle il cimitero e imboccarono il corso in direzione dell'Amo. Lo Stronco not Pagano gettare uno sguardo sfuggente all'angolo ove sino a pochi anni prima si ergeva l'imponente torre di Guardamorto. simbolo della potenza della consorteria degli Adimari; e oggi ridotta a un ammasso di ruderi ricoperti di erbaccia. Lo compianse. La torre era possente e alta pi di sessanta metri: la pi bella della citt. I ghibellini l'avevano distrutta per rappresaglia dopo la fallita sommossa guelfa del '48, assieme ad altre trentasei torri di nobili famiglie fiorentine coinvolte nella ribellione. La comitiva svolt in piazza San Cristofano, sempre nel sestiere di Porta San Piero, e entr in un palazzo di fronte alla chiesa. Il giudice e il chierico erano attesi dal priore di Santa Maria Novella Aldobrandino Cavalcanti e da una ventina di cavalieri, massimi esponenti del guelfismo fiorentino. Oltre ai padroni di casa, Tegghiano e Bonaccorso degli Adimari, erano presenti Duccio e Cavalcante de'Cavalcanti e i rappresentanti dei Tornaquinci, Donati, Buondelmonti, Tosinghi e Visdomini. Si salutarono calorosamente. Senza tanti convenevoli Manno illustr brevemente la situazione e rifer la decisione assunta quella notte dal Collegio degli anziani. Spieg che senza prove certe di tradimento non era opportuno attaccare e bandire dalla citt i cavalieri ghibellini. La maggioranza del popolo era ancora su posizioni neutrali rispetto alla contesa tra guelfi e ghibellini; e non avrebbe capito e condiviso un attacco preventivo verso i cavalieri fedeli all'Impero. Con il suo piano invece - se tutto andava liscio - i cavalieri ghibellini sarebbero insorti per riprendere il governo della citt; e a quel punto il popolo li avrebbe additati come traditori della patria e si sarebbe gettato nelle braccia dei cavalieri guelfi. E le sorti del guelfismo si sarebbero unite a quelle del popolo in un legame inscindibile. Quanto al Collegio degli anziani non vi erano problemi. Lo Stronco assicur che con l'appoggio dei ricchi mercanti e cambiatori dell'Arte di Calimala. ben rappresentati nel collegio, ne aveva il pieno controllo. Vantava crediti verso i pi influenti mercanti che controllavano la corporazione. Negli anni precedenti non di rado aveva usato il suo legame coi giudici dell'inquisizione per colpire avversari politici e concorrenti economici. Non temete assicur Manno alla platea dei nobili guelfi. Dopo che i ghibellini saranno smascherati come traditori e banditi dalla citt, mi adoperer con tutti i mezzi per ripristinare i vostri antichi privilegi fiscali e politici, e riabilitare la vostra dignit di cavalieri. solo questione di tempo. Il popolo ha bisogno di voi per condurre le campagne militari e non potr opporsi alle vostre legittime rivendicazioni. E io sar il vostro garante! Mentre Manno era riunito con i cavalieri guelfi nel palazzo degli

Adimari, si ud per tutta la citt l'inconfondibile rintocco della Martinella. La campana di guerra come da consuetudine era stata attaccata all'arco di Porta Santa Maria, vicino al ponte Vecchio, e da quella calda mattina di luglio avrebbe suonato incessantemente - giorno e notte - sino alla partenza dell'esercito. Era il tradizionale avviso per i cittadini di Firenze dell'imminente campagna militare. La stessa mattina gli araldi annunciarono il nome del nemico contro cui avrebbe marciato la milizia e tutte le altre informazioni sulla campagna. La durata della spedizione militare era stata fissata in quattro settimane, e lo scopo era penetrare in profondit nel territorio di Pistoia, devastarne quanto pi possibile il contado e impegnare in uno scontro campale il suo modesto esercito per rompere l'accerchiamento di Lucca. Fu escluso un assedio della citt: attivit lunga, dispendiosa e spesso destinata al fallimento. Rarissimi erano i casi di grandi citt cadute con un assedio; e i comandanti fiorentini lo sapevano. All'alba di una giornata di fine luglio, in via del tutto straordinaria, cinque dei sei sestieri che formavano l'intero esercito fiorentino uscirono a ranghi completi da porta San Pancrazio e presero la direzione di Prato. L'astrologo personale del podest, dopo aver osservato per due notti consecutive le costellazioni e il corso degli astri, indic con decisione insindacabile giorno, ora e luogo della partenza. A presidio delle mura cittadine e dell'ordine interno rimase il sestiere di Porta San Piero, sotto il comando diretto del Collegio degli anziani. L'uscita delle truppe fu accompagnata da squilli di tromba e dallo scampanio di tutte le campane della citt, che suonarono senza sosta sino a quando l'ultima retroguardia dell'esercito non usci dalla visuale dei cittadini assiepati sulle mura occidentali. Nel tradizionale ordine di marcia, migliaia di fanti - soldati da mischia, arcieri, balestrieri, palvesari, frombolieri e guastatori - e centinaia di cavalieri, suddivisi in sei schiere, seguivano il sacro carroccio tirato da quattro pariglie di buoi ricoperti di panni scarlatti, simbolo della citt in guerra. Il carroccio procedeva in testa alla colonna. All'interno custodiva la Martinella. con la quale erano trasmessi i principali ordini all'esercito, e i pi sacri vessilli della citt: il grande gonfalone di seta rossa con il giglio bianco, simbolo del Comune, e quello del Popolo, una croce rossa su fondo bianco. Entrambi i gonfaloni terminavano con una punta biforcuta e sovrastavano il mare colorato e multiforme di bandiere, vessilli, stendardi che seguivano e contrassegnavano le varie compagnie dell'esercito. In mezzo alla lunga colonna avanzavano i carri con le vettovaglie. le tende e tutto l'occorrente per mettere in piedi l'accampamento. Un lungo serpente colorato si snod per miglia in mezzo alla verde e rigogliosa piana a nordovest di Firenze. L'esercito fece una prima sosta appena fuori dalla citt, a San Donato a Torri. Qui avvenne il ricongiungimento con le milizie del contado rimasto fedele a Firenze e le schiere al completo vennero passate in rassegna dal Podest. La colonna si rimise quindi in marcia in direzione del vicino comune di Prato, dove un ulteriore contingente di armati si un ai Fiorentini per muovere assieme contro Pistoia. A Prato, per, quasi la met della milizia fiorentina non segu il resto

dell'esercito verso il pistoiese e, con la motivazione ufficiale di coprire le spalle della colonna principale, si trattenne nei pressi del fiume Bisenzio, sotto il comando del Capitano del popolo. Gli unici a conoscere la vera destinazione del reparto rimasto indietro erano il Capitano del popolo, il Podest e i dodici componenti del Collegio degli anziani; oltre ai cavalieri guelfi, a seguito delle confidenze di Manno. Castello di Monlaccianico, Piviere di Sant'Agata Ultima domenica di luglio, 1251 Tano si alz di scatto dal letto. Non era un sogno: le grida, il rumore di passi e i nitriti di cavallo erano pi che reali. Anche il cugino Ruggeri si era svegliato; non poteva vederlo nel buio, ma lo sentiva muoversi al suo fianco. Prima che i due riuscissero a parlarsi, qualcuno buss alla porta senza tanti complimenti. Si parte, ogni cavaliere al suo reparto! per te! sbadigli Ruggeri, e si tir la coperta di lino sul capo per non sentire i rumori dei preparativi che echeggiavano per tutta la torre. Lui e il fratello Otto tra pochi giorni sarebbero partiti per Bologna come suddiaconi del capitolo della cattedrale. L li attendeva il Cardinale per avviarli alla carriera ecclesiastica. Il giorno prima si erano fatti la tonsura, e i loro compagni si erano divertiti tutto il pomeriggio a tirargli scappellotti sul cranio rasato. Tano non perse tempo. A tastoni recuper tunica, calzebrache e stivali; e ancora nudo usci dalla camerata. Scese le scale assieme a Roberto e Guido che dormivano nel pagliericcio di fianco al suo. Era notte fonda, ma i corridoi della torre brulicavano di armigeri e inservienti che alla luce delle torce correvano da tutte le parti. Era euforico: finalmente era giunto il momento tanto atteso, si partiva per la guerra, la sua prima vera guerra. Baci la zanna di cinghiale che gli penzolava dal collo e usci dalla camerata. Si vest in un baleno mentre scendeva le scale. Arraff un pezzo di formaggio dalle cucine e si diresse verso l'armeria. La stanza era affollata di armigeri assiepati in una disordinata e vociante coda per ritirare l'armamento. Si fece riconoscere e pass avanti a tutti. L'armiere gli allung il suo equipaggiamento. Raggiunse un angolo illuminato della sala e con l'aiuto di uno scudiero indoss gli schinieri rivestiti di cuoio bollito, il corpetto imbottito, l'usbergo di maglia di ferro e la sopravveste con l'emblema della famiglia. Si allacci il cinturone, e cinse Invitta, la nuova spada forgiata per lui dai fabbri patarini. Sul capo calz la cuffia imbottita, il camaglio e l'elmo di tipo normanno con la sola protezione del naso. Non sopportava l'elmo chiuso cilindrico: garantiva una maggior protezione della testa, ma ostacolava la vista e l'udito; e rendeva impossibile l'uso dell'arco. Con arco e faretra in mano usci dalla torre e raggiunse le scuderie del cassero. L Caio lo attendeva. Trov anche Ghino, chino sotto la pancia del destriero e intento a stringere i cinghioni di cuoio della sella. I loro palafreni erano gi pronti. Il fedele servitore, anche se abitava in una capanna del castello, da quando Tano era stato armato cavaliere e lo aveva designato come scudiero personale, aveva il diritto di dormire in una stanza attigua alle scuderie del cassero assieme agli altri scudieri dei

cavalieri del castello. Ghino accolse l'amico con un gran soniso. Aveva la faccia tutta rossa e sudata, non tanto per lo sforzo, quanto per aver lavorato con in dosso la cervelliera e soprattutto il bambagione, una camicia trapuntata e imbottita di cotone. I due giovani senza bisogno di parlare terminarono di preparare il destriero e con i tre cavalli alla briglia uscirono dalle scuderie. Nel cortile del cassero, tra il grande trambusto e la tremolante luce delle torce, Tano riusci a scorgere la fisionomia deforme del sergente Grifo; era intento a parlare con alcuni armigeri. Si fece largo e chiese direttive. Raggiungi il tuo reparto e prima che il sole sorga conducilo alla piana di Fagna, dove si tengono le giostre rispose asciutto il vecchio soldato. Quello il luogo di raduno di lutto l'esercito. Dove siamo diretti? domand Tano. cercando di non fissare l'orribile cavit carnosa e deforme che si apriva nel volto del sergente, al posto del naso. Moriva dalla voglia di sapere contro chi doveva combattere. Eccetto Ubaldino e i suoi pi stretti e fidati collaboratori, tutti gli altri sapevano solo di doversi tener pronti per un'imminente spedizione militare. Ignoti erano il giorno della partenza e la destinazione. Lo saprai l tagli corto l'altro con fare sprezzante. Non sono autorizzalo a riferire altro. Ordini di Messer Ubaldino. Tano fece una smorfia per la delusione e guard storto lo scorbutico sergente, ma prefer non insistere. Grifo non avrebbe mai disobbedito a un ordine di Ubaldino della Pila. Le origini del sergente erano modeste. Figlio di un servo di Ugolino il Vecchio, molti anni addietro aveva seguito l'allora giovane Ubaldino come scudiero in una campagna militare in Romagna a fianco dell'Imperatore. Durante il lungo assedio di una cittadina sul litorale adriatico, all'imbrunire, un'improvvisa sortita degli abitanti aveva travolto l'accampamento degli assedianti tra i quali si trovava Ubaldino. Nell'occasione Grifo si era distinto per coraggio e aveva salvato la vita allo stesso Ubaldino. Gli assediati per lo avevano preso prigioniero e ricondotto con loro in citt. L gli avevano tagliato le orecchie e il naso; e avrebbero anche proseguito con altre terribili torture sino a causarne una morte atroce se Ubaldino non avesse offerto un buon riscatto per la sua vita. Da quel giorno il futuro reggente della consorteria lo aveva voluto sempre al suo fianco, come scudiero e poi in qualit di sergente di masnada. Lo aveva affrancato e elevato al titolo di ser. Di lui si fidava pi che di un figlio: e Grifo contraccambiava con la massima dedizione e lealt. Tano e Ghino lasciarono il castello in groppa ai palafreni e con Caio al seguito. I cavalieri usavano i palafreni per gli spostamenti, mentre i destrieri erano montali solo in prossimit dello scontro, per risparmiarne le forze e averli in piena forma in occasione della carica. Alla luce di una torcia presero la direzione del vasto piano tra il borgo di Sant'Agata e quello di San Gavino. L era accampato il loro squadrone di arcieri. Da alcuni giorni tutti gli uomini arruolati avevano ricevuto l'ordine di lasciare le proprie famiglie e accamparsi, ognuno col proprio reparto, in varie zone nei pressi di Montaccianico. Solo ai cavalieri era permesso di fare ritorno per la notte alle proprie dimore. Tutti si attendevano

un'imminente partenza per la spedizione militare, ma nessuno sapeva quando e dove. I masnadieri facevano le ipotesi pi strampalate e molti vi scommettevano somme non indifferenti. Si fecero riconoscere dalle sentinelle e inchiodarono i cavalli davanti a un fuoco ormai spento, al centro dello spiazzo ove i masnadieri avevano tirato su delle rudimentali tende per ripararsi dal sole di quelle afose giornate di luglio e dalla brezza notturna. I trenta arcieri, immersi in un profondo sonno, erano sdraiati su giacigli di fortuna, gi vestiti e con gli archi e le altre armi al fianco. Ghino, senza scendere da cavallo, suon il corno per tre volte, a intervalli regolari. Era il segnale convenuto per la partenza. Non occorsero ulteriori spiegazioni. Gli uomini si alzarono tra sbadigli e mugoli, presero le armi e si disposero in modo disordinato in piedi, di fronte a Tano, il loro capitano. Miei masnadieri grid Tano con enfasi e scegliendo accuratamente le parole, giunto il momento di mettere a frutto il duro addestramento di questi mesi e mostrare il vostro valore. Avrete gloria e bottino! I villani alzarono gli archi ed emisero grida di gioia. Da molli giorni, troppi, erano costretti a starsene l. lontano dalle famiglie. Erano stanchi e vogliosi di entrare in azione per fare un po' di bottino e tornarsene a casa con i borselli pieni. Anche se non pochi speravano che questa fosse l'occasione buona per cambiar vita e fare fortuna, e Duccio era uno di questi. Il mestiere del soldato era rischioso, ma sempre pi dignitoso che spaccarsi la schiena nei campi e nei boschi. In quei pochi mesi di duro addestramento quei bifolchi avevano acquisito fiducia in se stessi e nelle proprie capacit, e tra loro, come d'incanto, era nato un profondo spirito di corpo. Lo stesso Tano. al principio giudicato come un pivello invasato, giorno dopo giorno, col suo innato carisma, era riuscito a conquistare la stima e la fiducia dei villani. Conosceva il nome, i punti deboli e di forza di ciascuno. Aveva sempre una parola di conforto e incoraggiamento. Era duro e inflessibile quando sgarravano, ma giusto e riconoscente al momento opportuno. Ci sapeva fare con gli uomini e a quel punto lo avrebbero seguito sino in capo al mondo. La masnada di villani segu il suo comandante verso la piana di Fagna. Avevano arco e faretra a tracolla. Coltellacci e asce attaccate alla cintola. Tutti procedevano a piedi, a passo veloce e in silenzio. Tano li guidava in testa alla colonna, in sella al palafreno. Ormai il sole aveva fatto capolino e c'era luce a sufficienza per andare spediti verso il luogo d'incontro. Durante la marcia Gianni e Lupo si affiancarono al capitano. Dove andiamo a combattere? domand Gianni. Ancora non lo so rispose Tano. Ce lo diranno a Fagna. Non capisco tutti questi misteri... disse Lupolo. La sorpresa fondamentale in battaglia. Cogliere un nemico impreparato met vittoria! chiuse il discorso Tano, citando una frase che Eriberto ripeteva spesso. Anche lui come tutti gli altri aveva riflettuto molto sul mistero del nemico da affrontare, ma non aveva trovato una risposta certa: solo ipotesi. Coi Cattani di Barberino avevano stretto da poco un accordo. Borgo San Lorenzo era governata da un podest "amico" e comunque

apparteneva al vescovo di Firenze, anch'esso molto vicino al Cardinale. A oriente, nella bassa Val di Sieve. i Guidi erano loro alleati. L'obiettivo doveva essere o il castello di Mangona. a nord-ovest di Barberino lungo la valle dell'Aglio, o quello di Vernio nella Val di Bisenzio. Entrambi erano andati in eredit al conte Alessandro degli Alberti, guelfo e alleato di Firenze. Pochi giorni prima il fratello di Alessandro, il conte Napoleone, era venuto a Montaccianco per stipulare un trattato di alleanza militare con Ubaldino. Si diceva che odiasse il fratello poich il padre col testamento, in spregio alle costumanze, aveva lasciato quasi l'intera eredit ad Alessandro, discriminando pesantemente l'altro figlio Napoleone. La ragione di questo comportamento risiedeva nelle simpatie ghibelline di Napoleone e nel contrasto che era sono col padre, fedele campione del panito della Chiesa. Probabilmente l'esercito ubaldino avrebbe dato man forte a Napoleone per strappare all'odiato fratello uno dei due castelli. Ubaldino della Pila, su un magnifico palafreno pezzato, era immobile e scrutava fiero e compiaciuto il suo esercito schierato. Al suo fianco i cavalieri che componevano il consiglio di guerra della consorteria. Il fratello minore Albizzone, i cugini Albizzo e Ugolin d'Azzo, il nipote Ugolino da Senni e tre dei figli legittimi, Azzone e Cavernello di primo letto, e Paganello di secondo letto. Tutti in groppa a splendidi palafreni e in tenuta da battaglia. Era il momento della rassegna delle truppe. All'estrema destra era schierata la cavalleria pesante, fotte di un centinaio di cavalieri, per lo pi componenti della consorteria ed esponenti della piccola nobilt locale vassalla degli Ubaldini. coi rispettivi scudieri. Provenivano dai castelli del Mugello e della valle del Santerno. Erano tutti guerrieri esperti, muniti di destrieri da guerra e del costosissimo armamento da cavaliere. Dopo venivano alcuni squadroni di pedoni. Armati di spade, lance e scudi. Protetti da cervelliere o cappelli di ferro. e con indosso bambagioni e corpetti di cuoio imbottito e rinforzati da placche d'acciaio inchiodate. Anch'essi soldati di professione, seppur di umili natali e sprovvisti di cavalli e del titolo di cavaliere, erano i masnadieri degli Ubaldini. gli armigeri di professione che presidiavano il loro territorio e i loro castelli. Infine seguiva il grosso delle truppe appiedate, raggruppate per parrocchia di appartenenza, intorno allo stendardo del santo patrono. Erano circa un migliaio di coloni, servi e piccoli affittuari degli Ubaldini. Boscaioli, carbonai, artigiani e contadini. Soldati improvvisati, privi di alcuna protezione e male armati, con archi, fionde, lance, falci, zappe e bastoni. Tra questi vi era lo squadrone di Tano. Ubaldino. un re in mezzo al suo esercito, si eresse sulle staffe del cavallo per essere visto da tutti. Uomini, questo un grande giorno. Oggi comincia la campagna decisiva che ci porter a dominare tutto il Mugello, in nome di Dio e dell'Imperatore! Vi saranno premi e ricompense per tutti, in denaro, terra e donne! Grida di entusiasmo si levarono dai soldati. Tutti conoscete il nostro nemico: Firenze: ma vi sarete chiesti qual il primo obiettivo... Lo abbiamo mantenuto segreto sino a oggi per assicurare la massima sorpresa e cogliere la prima vittoria senza troppe perdite!

Seguirono alcuni attimi di silenzio. Non volava una mosca. Tutti tendevano le orecchie per carpire le parole del comandante. Ebbene s. noi marceremo su Borgo San Lorenzo! Ci fu un attimo di smarrimento: poi iniziarono isolate urla di approvazione e incitamento sino a quando tutti gli uomini, nessuno escluso, si lasciarono andare al massimo entusiasmo. In quell'afosa alba di fine luglio un boato di urla giubilanti, accompagnato dallo sventolio di vessilli, stendardi e armi risplendenti al sole appena sorto, si alz dalle schiere ubaldine verso il cielo. Borgo San Lorenzo era il pi grande e ricco villaggio della vallata, una vera e propria cittadina abitata da mercanti, artigiani e belle donne: piena di stoffe pregiate, grano e forzieri colmi di argento. Il bottino non sarebbe mancato, e questo mandava in estasi i masnadieri. Ubaldino guardava i suoi uomini gioire e gioiva con loro, con la spada sguainata sopra le testa e la barba che gli ondeggiava sul petto ferrato come fosse animata di vita propria. Tano, alle parole del reggente, sbianc, l, al suo posto nello schieramento, immobile e frastornato, mentre intorno a lui i compagni esultavano e urlavano. Non poteva fare a meno di pensare a Matilda. Da quasi due mesi non la rivedeva, ma la sua immagine era un chiodo fisso nella mente e non passava notte che non la sognasse. Ancora non aveva deciso sul proprio futuro: aspettava un segno che tardava a giungere. La data fissata per il matrimonio si avvicinava e lui non sapeva cosa fare. Sperava che quella campagna militare lo aiutasse, ma non si sarebbe mai aspettato di dover combattere proprio contro i concittadini di Matilda. Forse era proprio questo il segno che attendeva... Ma se lei rimaneva l pens - la sua vita era in pericolo: poteva essere uccisa o violata. I veterani raccontavano che nelle battaglie succedono cose orribili, soprattutto quando ci vanno di mezzo i civili: i soldati perdono la ragione, diventano belve assetate di sangue e si avventano senza piet contro ogni essere vivente - donne, vecchi, bambini e animali. Cadde in un profondo sconforto. Gianni se ne accorse e lo colp con il gomito, mostrando i suoi denti fitti e aguzzi in un sorriso d'incoraggiamento. So a cosa stai pensando... Non ti preoccupare. Riusciremo a portarla in salvo e senza un graffio! Tano guard disperato l'amico e lo ringrazi con gli occhi. Borgo San Lorenzo indispensabile per controllare la valle prosegu nel frattempo Ubaldino. Una volta nelle nostre mani, pi nessuno ci potr fermare. La maggior parte dell'esercito fiorentino impegnato nel pistoiese. Non avranno protezione e rinforzi da nessuno: abbiamo la strada libera! 11 vescovo di Firenze comprender e non oser sollevare alcuna protesta! Ho la parola del Cardinale. Con la voce profonda e tonante, eretto sul cavallo, avvolto in un'armatura fiammante e con la barba e i lunghi capelli mossi dal vento, sembrava un leone rampante che ruggiva. I suoi occhi brillavano di una luce intensa. Era il momento che attendeva da una vita. Il coronamento di un sogno: battere sul campo i Fiorentini e diventare il signore del Mugello. Il titolo di conte sarebbe arrivato subito dopo. Tra uno sfrenato sventolio di stendardi e vessilli della casata mugellana

e dei santi patroni delle parrocchie, i soldati gridarono a squarciagola il nome della cittadina da conquistare e del loro comandante. Borgo! Borgo! Ubaldino! Ubaldino! Uomo rozzo, pressoch analfabeta, intrattabile e dedito ai vizzi pi dissoluti nella vita di tutti i giorni, in guerra si trasformava in un perfetto condottiero: carismatico e amalo dai soldati, ai quali trasmetteva sicurezza e grinta. Del signore di Montaccianico la fama di grande guerriero era proverbiale e indiscussa, come quella dell'ingordigia e della lussuria in fatto di cibo e di donne. Gli uomini d'arme che molti anni prima lo avevano seguito nelle campagne militari in Lombardia, a fianco dell'Imperatore, giuravano che in battaglia, rapito dal furore bellico, perdeva le sembianze umane per acquisire quelle di un devastante orso, capace da solo di spargere morte e terrore nelle schiere nemiche con la sua arma preferita: un'enorme ascia bipenne di tipo normanno. Con quell'arnese si diceva avesse spaccato pi di cinquanta crani, elmi compresi. Il piano approvato dal consiglio di guerra era semplice. Nelle prime ore della mattina dell'ultima domenica di luglio l'esercito ubaldino si sarebbe presentalo in assetto da guerra di fronte alle porte di Borgo San Lorenzo; e col pretesto di proteggere il sacro patrimonio del vescovo e sotto la minaccia di un assalto armato, avrebbe chiesto la consegna della cittadina. Il podest, un fiorentino di simpatie ghibelline e vicino agli Ubaldini, era gi d'accordo e non avrebbe opposto resistenza; e tanto meno i notabili del posto, per lo pi mercanti, artigiani e possidenti terrieri che non avevano mai preso in mano una spada. Senza contare che molti di loro erano filo-imperiali e clienti della consorteria. Non era poi un segreto che le milizie cittadine erano scarse, male armate e prive di addestramento; e l'unica difesa del borgo era costituita da un'esile e sbrecciata cinta muraria. Resistere sarebbe stato un suicidio. Tra l'altro gran parte della milizia fiorentina era appena partita alla volta di Pistoia e difficilmente Firenze sarebbe riuscita a inviare un corpo di spedizione prima di molte settimane. In poche parole: per l'esercito ubaldino doveva essere poco pi che una parata militare. L'unica precauzione per la completa riuscita dell'operazione era la "sorpresa". Gli abitanti di Borgo San Lorenzo non dovevano sospettare niente e quando, appena svegliati, avrebbero trovato di fronte alle mura l'esercito schierato in assetto di guerra, se la sarebbero fatta sotto dalla paura e avrebbero subito consegnato la cittadina. Per conservare il massimo riserbo, solo la cerchia pi ristretta dei cavalieri che componeva il consiglio di guerra era stata messa a conoscenza del piano, oltre al notaio Lupini, responsabile di tutti gli aspetti finanziari e logistici della spedizione. Alle prime ore della mattina, tra squilli di tromba e suoni di corno, una colonna irta di lance e stendardi, lunga centinaia di fanti e decine di cavalieri, comparve sulle colline a nord di Borgo San Lorenzo. Dilag a valle e avvolse la cittadina sulla Sieve in un abbraccio mortale, bloccando tutte le vie di uscita. Il blu dell'arme degli Ubaldini e il grigio delle armature e degli elmi risplendenti ai raggi del sole erano i colori dominanti. Il grosso dell'esercito si schier a nord. Si udirono tre squilli di

tromba e poi un boato terrificante di urla animalesche, spade cozzate sugli scudi e corni riecheggi nella valle, facendo tremare la terra sotto i piedi. Le porte del borgo erano sprangate e le numerose abitazioni tirate su negli ultimi decenni, fuori dalla vecchia cinta e lungo le strade che uscivano dalla cittadina, erano deserte. La milizia comunale e molta gente era assiepata lungo i camminamenti delle mura e sulle torri della porta settentrionale, e osservava la prova di forza dell'orda ubaldina. I Borghigiani, per, apparivano pi incuriositi che spaventati: erano decenni che il Mugello non vedeva schierato un esercito di tali dimensioni. Ubaldino, seguito dai cavalieri che componevano il consiglio di guerra, cavalc verso la porta settentrionale. Il cugino Albizzo aveva affisso sulla lancia una bandiera bianca, segno che intendevano parlamentare. Da una piccola porta secondaria delle muta uscirono quattro cavalieri, anch'essi con lo stendardo bianco. Tano, bench distante alcune centinaia di passi, non riconobbe il podest Baldovino della Ripa tra i rappresentanti del comune. E infatti non c'era. Le due delegazioni si fronteggiarono a poche decine di passi dalle mura. Dove Baldovino? chiese bruscamente Ubaldino. stato destituito ieri dal consiglio del comune e rinchiuso in prigione per tradimento rispose sicuro di s un uomo di mezza et, alto e magro. E in attesa di una nuova nomina da parte del vescovo prosegu, il comune sar retto dai due consoli cittadini e dal pievano. Ubaldino conosceva bene il tipo che aveva parlato, Lotario degli Amoretti, influente membro dell'aristocrazia cittadina. La sua famiglia era ascesa ai vertici del comune nelle ultime generazioni. Grazie al commercio delle stoffe e alla pratica dell'usura aveva accumulato grandi ricchezze, poi investite nell'acquisto di terreni e case in tutto il Mugello e persino a Firenze. Lotario, eletto console l'inverno prima. aveva simpatie guelfe e si era sempre battuto per l'autonomia del comune. Nel recente passato le sue idee lo avevano spesso contrapposto sia al vescovo fiorentino, che non intendeva rinunciare ai suoi diritti signorili sulla cittadina, sia agli Ubaldini. che pretendevano di estendere su di essa la loro influenza. Noi ci conosciamo gi riprese Lotario. Quindi accenn all'uomo alla sua sinistra. Il pievano di San Lorenzo, messer Marsoppino della Tosa, non ha bisogno di presentazioni. L'uomo alla mia destra l'altro console, il notaio messer Zoccolo, e l'altro cavaliere il capitano della milizia comunale, ser Mannuccio Mariscotti. L'assenza del podest aveva spiazzato la delegazione ubaldina, ma il reggente della consorteria non lo dette a vedere e senza batter ciglio si apprest a parlare. Sono qui con i miei uomini in pace. i delegati comunali sorrisero. Intendo prendere sotto la mia custodia Borgo San Lorenzo prosegu Ubaldino. Il vescovo Mangiadori si insediato da appena un mese in citt. ancora debole e in questo periodo turbolento, con Firenze assediata e in guerra. incapace di governare con fermezza i suoi possedimenti. I vostri concittadini sono in pericolo. Per questo sono venuto sin qui con i miei uomini. Consegnateci il borgo e noi

provvederemo alla vostra sicurezza. Avete la mia parola che a nessuno verr torto un capello e sottratto alcunch. Inoltre saranno mantenuti tutti gli istituti e le libert previste dallo statuto. Oggi stesso provvederemo a informare il vescovo della cosa. Strano modo di offrire protezione... disse beffardo il console Amoretti, per poi assumere un'espressione seria e risoluta. Comunque la risposta no! Siamo in grado di badare a noi stessi senza bisogno di un esercito di villani e boscaioli che ci protegga... e poi da chi? Noi gi ricadiamo sotto la protezione di Domeneddio, per mezzo del vescovo di Firenze, nostro signore. Vi ringraziamo comunque della generosa e disinteressata offerta! concluse con un sorriso a mezza bocca. Ubaldino avvamp di rabbia. Mise da parte la diplomazia, arte a lui ostica, e punt minaccioso l'indice contro i quattro delegati del comune. Non sono venuto qui per farmi insultare da un qualsiasi usuraio senza nome! Vi do tempo sino all'ora nona per consegnarmi la citt alle condizioni indicate, altrimenti sarete fatti a pezzi. Vi attaccher con tutte le mie truppe e metter il borgo a ferro e fuoco! Sappiamo entrambi che non avete forze in grado di resistere e che Firenze non pu inviare soccorsi... Non avete alcun diritto! strill il pievano. Il borgo appartiene alla Chiesa fiorentina e senza il consenso del vescovo o di chi ne fa le veci la vostra pretesa nient'altro che un'usurpazione! Ubaldino squadr la faccia piatta e insignificante di Marsoppino della Tosa. Lo aveva conosciuto quattro anni prima, in occasione delle celebrazioni per il suo insediamento a pievano di Borgo San Lorenzo. Negli anni seguenti i loro rapporti erano stati sporadici se non inesistenti. Si etano visti poco, in qualche occasione formale, e parlati ancora meno. Di lui aveva per sentito dir bene. Godeva di grande considerazione tra la popolazione del piviere. Dopo il podest, il pievano era l'uomo pi influente della cittadina e spesso, quando il primo non era forte e autorevole, diveniva il vero rettore del comune. Il podest cambiava ogni anno, mentre il pievano manteneva la carica per lungo tempo con la possibilit di instaurare una fitta rete di legami e clientele. E questo ci che aveva fatto Marsoppino. Come quasi tutti i pievani del Mugello era fiorentino, ma, a differenza dei suoi colleghi e predecessori, si era trasferito a Borgo San Lorenzo occupandosi direttamente del governo della pieve. Aveva alle spalle una nobile famiglia che gli aveva assicurato autorevolezza e conoscenze altolocate per aprire le porte giuste nei palazzi della curia. Nei quattro anni di carica, aveva poi usato in modo abile e spregiudicato il ruolo di amministratore del patrimonio diocesano in Mugello, che annoverava terre e case non solo a Borgo San Lorenzo, ma anche nel castello di Lumena e nei villaggi di San Giovanni Maggiore, Vespignano e Polcanto. Io ho rispetto del vescovo di Firenze e mi considero ancora suo umile vassallo rispose Ubaldino. soppesando bene le parole. Ed proprio per tutelare i suoi diritti che intendo prendere il temporaneo controllo della citt. Appena le acque si saranno calmale sar onoralo di restituirla al legittimo signore. Il seggio vescovile non vacante, e il nuovo vescovo non solo replic il pievano. Nel governo della diocesi e dei suoi possedimenti supportato

dal capitolo della cattedrale e da onorale famiglie che da generazioni ne tutelano il patrimonio e le prerogative... La tua famiglia, assieme a quelle dei Visdomini e degli Allotti, non "tutela", ma "saccheggia" e "viola" il patrimonio e le prerogative del vescovato, con l'unico scopo di accrescere la propria ricchezza! Come ti permetti! Bella gratitudine, dopo tutto quello che i prelati di Firenze hanno fatto per gli Ubaldini nel passato! E quello che noi abbiamo fatto per loro? Siamo sempre stati fedeli vassalli del vescovo e per generazioni gli abbiamo garantito un onorato servizio! Ma ora non voglio stare a rivangare il passato. Il mio comportamento perfettamente legittimo e conforme ai reali interessi della Chiesa fiorentina! Il pievano si alz sulle staffe. Se la metti in questi termini e non recedi dal tuo intento si rivolse alla delegazione ubaldina in tono enfatico e solenne, io messer Marsoppino della Tosa, pievano di Borgo San Lorenzo, con l'autorit concessami dal vescovo e come suo rappresentante in questo piviere, ti scomunico! Sei bandito dalla comunit dei cristiani timorati di Dio e tutti i tuoi uomini sono sciolti dal giuramento di fedelt che li lega a te! Ubaldino rimase perplesso, con gli occhi sbarrati e la bocca aperta. Ouindi gett la testa all'indietro e scoppi a sghignazzare, nel suo modo sguaiato e teatrale. Gli altri cavalieri ubaldini risero con lui. Il pievano stava impettito sul cavallo e, fiero della scomunica lanciata, fronteggiava gli Ubaldini, mentre i suoi tre compagni, colti alla sprovvista, lo guardavano disorientati. Il signore di Montaccianico si fece d'improvviso serio e port il destriero vicino a quello del pievano, come per voler parlare in intimit con lui. Il chierico assapor il gusto della vittoria e tramut l'espressione arcigna e indignata in un sorriso di soddisfazione. La sua autorit morale aveva prevalso sulla forza bruta della spada. Si sentiva come il pontefice Gregorio VII di fronte all'imperatore Enrico IV che, prostrato ai suoi piedi, chiedeva la revoca della scomunica. Oggi, due secoli dopo, il tracotante Ubaldino della Pila aveva afferralo la gravit della situazione e intendeva chiedere perdono. Fece fare alcuni passi al suo cavallo e sporse la testa per udire la supplica dello scomunicato. Ubaldino non profer parola, ma con la mano destra avvolta dal guanto d'acciaio allung un vigoroso schiaffo sulla linda gota del chierico, facendolo volare a terra. Marsoppino prov a rialzarsi, ma ricadde semisvenuto e rantolante. spuntando denti, sangue e saliva. Avete tempo sino a questo pomeriggio, all'ora nona! intim minaccioso ai due consoli e al capitano della milizia, che esterrefatti guardavano il loro pievano dimenarsi a terra in mezzo alla polvere e al sangue. Il capitano scese da cavallo e aiut il chierico a rimontare sul proprio: quindi i quattro delegati del comune girarono i cavalli, e, senza dire una parola, li spronarono verso le mura, gettando di sbieco occhiate cariche d'odio e paura. Ubaldino era indiavolato. Qualcosa era andato storto, ma non riusciva a capire cosa. Non si spiegava la reazione calma e sicura dei quattro

delegati del comune. Com'era possibile che non temessero il suo esercito! Non avevano difese... come pensavano di resistere? E poi il podest... qualcuno li aveva avvertiti... Comunque sia. se guerra volevano, guerra avrebbero avuto! Si alz sulle staffe e url verso i quattro cavalieri, ormai ad alcune decine di passi: Lotario! Per aver salva la vita, oltre alla consegna del borgo, esigo le tue dimissioni da console e il tuo bando perpetuo dalla cittadina! I cavalieri ubaldini rientrarono nelle loro schiere e dopo un breve scambio d'idee ordinarono agli uomini di procurarsi legname per costruire lunghe scale adatte per assaltare il borgo. I lavori dovevano essere svolti di fronte agli abitanti assiepati sulle mura e sulle torri. Si sarebbero resi conto che gli Ubaldini non scherzavano: in caso di rifiuto avrebbero scalato le mura e messo a ferro e fuoco la cittadina. Anche Tano e i suoi uomini si recarono nei boschi circostanti in cerca di tronchi adatti per fabbricare le scale. Sotto la direzione del notaio Lupini alcuni armigeri, con carri e bestie da soma, raggiunsero i castelli e i villaggi nelle vicinanze per procurarsi vettovaglie e foraggi sufficienti per almeno due giorni. La spedizione militare si faceva pi lunga del previsto. Ubaldino era nervoso. Il suo piano era fallito miseramente: era costretto a impegnare le truppe in un maledetto assedio. Anche se le difese erano scarse, chi attaccava era sempre esposto a gravi perdite umane; senza contare che gli Ubaldini non disponevano di macchinari d'assedio come mangani, trabucchi e catapulte, n potevano permettersi di mantenere in attivit un cosi grande esercito per pi di qualche giorno. Anche Tano era nervoso, ma per altri motivi. Pensava a Matilda, l. dentro le mura di Borgo San Lorenzo. Chiss cosa faceva, quali pensieri affollavano la sua mente; forse si immaginava che anche lui era tra gli assediami... Lo sforzo fisico nel bosco lo distolse da questi angosciosi pensieri. Noi non sapevamo niente, ma i Borghigiani si! disse sarcastico Gianni, mentre schiantava un'ascia contro un tronco di quercia. Cosa intendi dire? domand Ghino. chiaro che si aspettavano il nostro arrivo! Non hai visto com'erano tranquilli e sicuri di s? Vuoi dire che non si arrenderanno e che dovremo combattere? chiese Lupolo. L'idea dello scontro lo eccitava. possibile. Ma non capisco come sperino di difendere la citt! disse Tano. Non sono pazzi. Avranno escogitato qualcosa disse Gianni. Nel primo pomeriggio le truppe ubaldine erano nuovamente schierate al completo di fronte alle mura settentrionali della cittadina, con le scale e le armi in bella vista. Al vento garrivano gli stendardi blu con il massacro di cervo bianco che brillava luminoso ai raggi del sole. Tra gli emblemi della consorteria erano mischiate le insegne dei vari popoli che combattevano per i signori del Mugello, con raffigurato, in forme grossolane e colori spenti, il martirio dei rispettivi santi patroni. Dalle tenaglie che strappavano i seni insanguinati di sant'Agata, alla graticola incandescente di san Lorenzo. Dalla croce a X di sant'Andrea, alle pietre

insanguinate di santo Stefano. Tutti erano in trepidante attesa della risposta dei consoli del borgo. La maggior parte dei soldati provava sentimenti contrastanti. Da una parte temeva lo scontro. Per lo pi erano guerrieri inesperti alla prima vera battaglia. Dall'altra per, soprattutto i giovani, erano eccitati all'idea del combattimento e del saccheggio che sarebbe seguito. Una volta dentro la cittadina avrebbero potuto fare ci che volevano. I pi spavaldi la sera precedente si erano giocati ai dadi le dame pi belle del borgo. Poco prima che le campane suonassero l'ora nona, un'anta della porta settentrionale fu aperta e fece capolino un armigero del comune, coperto da un'armatura a scaglie e da un grosso scudo. Teneva per la brglia un asino montato all'inverso da un uomo nudo e legato. Seguivano una ventina di uomini a piedi, in fila uno dietro l'altro, attaccati con una corda alla coda dell'asino. Anch'essi nudi e legati. La strana comitiva si avvi incerta lungo le mura e gli abitanti, assiepati sugli spalti, presero a gettarle contro escrementi, ortaggi e frutta marcia, tra grandi risa e sberleffi. Ben presto gli Ubaldini riconobbero il podest destituito nel poveruomo a cavalcioni dell'asino, e i pi importanti esponenti ghibellini della cittadina negli altri che seguivano a piedi, tra i quali il giudice Guglielmo da Manfriano, messer Cione e Vanni da Lilliano, ser Bruno Bicci e messer Ranieri Mannucci. La comitiva dopo aver costeggiato per un breve tratto le mura rientr nel borgo da una porta minore. L'affronto non poteva essere pi grave. La risposta dei Borghigiani era chiara: mai si sarebbero consegnati agli Ubaldini. A un secco ordine di Ubaldino. squilli di tromba e suoni di corno echeggiarono nella valle. Era il segnale alle truppe di prepararsi all'attacco. Il notaio Lupini, assieme ai viveri, aveva portato al campo vari chierici per gli adempimenti spirituali che solitamente precedevano la battaglia. L'arciprete di San Giovanni Maggiore, assistito da altri chierici, celebr la messa di fronte ai cavalieri. Fu allestito un altare mobile con tutti i paramenti liturgici necessari in una collinetta vicina. Nell'occasione i nobili ubaldini ricevettero la benedizione e l'estrema unzione. Se dovevano morire volevano farlo da cristiani. I pedoni si accontentarono di una frettolosa benedizione impartita da alcuni accoliti che giravano lungo le schiere. Dopo la messa, Tano raggiunse la sua masnada di arcieri. Li trov spauriti e tesi. Uomini, vi illustro la strategia stabilita dal consiglio di guerra. Le truppe appiedate avanzeranno in schiere compatte sino a cinquanta passi dalle mura settentrionali. Davanti e al centro la fanteria con le scale, ai fianchi gli arcieri e i frombolieri. La cavalleria pesante rimarr dietro pronta a intervenire. Coperti dal tiro di arcieri e frombolieri il grosso dei pedoni assalter di petto gli spalti, penetrer dentro il borgo e aprir la porta settentrionale per consentire alla cavalleria pesante di entrare e travolgere le resistenze nemiche. Il vostro compito quello di coprire i fanti che assaliranno le mura bersagliando i soldati nemici sugli spalti. Voi sarete sul lato destro dello schieramento con un reparto di

frombolieri. mentre altri arcieri e frombolieri saranno in quello sinistro. Io combatter nei ranghi della cavalleria, e Ghino sar al mio fianco come scudiero. Qui lascio il comando a Gianni. Obbedite ai suoi ordini come se li impartissi io in persona. Tutto chiaro? Gli arcieri annuirono. Una volta aperta la porta settentrionale e penetrata la cavalleria prosegu Tano, met di voi sotto il comando di Lupolo rimarr fuori a tener d'occhio la situazione, mentre il resto seguir con Gianni i cavalieri dentro il borgo. Fece una piccola pausa e corrug fronte e sopracciglia: Vi avverto. Ubaldino ha espressamente vietato il saccheggio e stabilito la pena dell'impiccagione per chi disobbedisce! Mugoli e grida di disapprovazione si levarono tra gli arcieri. Ma ha anche assicurato che a battaglia finita ognuno di voi ricever una lauta ricompensa... aggiunse il cavaliere. Perch ci impedite il saccheggio? Quei bastardi ci hanno umiliato e deriso! Meritano una dura punizione! sbrait un giovane. Il nostro obiettivo non distruggere Borgo San Lorenzo! replic Tano. Non siamo dei predoni di passaggio: vogliamo sottometterla e governarla da padroni. Beneficeremo cosi delle sue ricchezze in modo duraturo e avremo tutta la valle ai nostri piedi. Tutti sapete che la cittadina pi ricca e grande della vallata, centro dei commerci tra Firenze e Bologna. Chi la controlla, controlla il Mugello. Ora per ottenere questo dobbiamo avere la collaborazione degli abitanti, che potranno continuare le rispettive professioni, commerci e attivit; con la rinuncia per alle libert comunali. Un cumulo di rovine e cadaveri non serve a nessuno! Scrut le facce dei suoi masnadieri. Trov uomini delusi e arrabbiati. Pochi di loro avevano capito il senso del suo discorso, troppo sottile per quelle menti pratiche e semplici. Ma non poteva farci niente, pens con disprezzo, se aveva agli ordini un branco di bestie ignoranti. Si allontan e chiam in disparte i sergenti della masnada: Gianni. Lupolo, Ghino, Bettino e Duccio, che in questi mesi di servizio si era conquistato la sua piena fiducia. Di fronte ai pi stretti amici tolse la maschera del comandante autorevole per assumere un'espressione turbata e apprensiva. Le cose si mettono male. Matilda ancora l e quando il nostro esercito sfonder le difese e entrer nella cittadina, ci sar un tale caos che impedire il saccheggio diverr impossibile... i palazzi pi grandi saranno i primi ad essere presi d'assalto. Devo prelevare Matilda e portarla in salvo prima che le capiti qualcosa... Ma per questo ho bisogno del vostro aiuto! Puoi contare su di noi! rispose Gianni. Gli altri quattro masnadieri annuirono decisi con la testa. Gli sguardi gravi e determinati. Entrate nel borgo assieme alla fanteria, il prima possibile si raccomand Tano, e aspettatemi di fronte alla pieve. Io vi raggiunger l e assieme ci recheremo al palazzo dove abita Matilda. Abbracci uno a uno i quattro amici. A stento trattenne le lacrime. la nostra prima battaglia aggiunse commosso, e vorrei combattere al vostro fianco, ma la mia condizione me lo impedisce... Che Dio sia con voi! Con l'aiuto di Ghino mont il destriero, e senza indugio cavalc verso le

schiere dei suoi pari. Era teso come una corda d'arco. L'emozione e la gioia per la battaglia, la sua prima battaglia, erano offuscate da un pesante senso di colpa: si sentiva responsabile per come si era comportato con Matilda. Oggi, per causa sua, la ragazza correva un grave pericolo. Solo ora si rendeva conto di quanto l'amava... ma come aveva solo potuto pensare di lasciarla per inseguire sogni ingannatori e illusori. Impazziva alla sola idea di perderla senza poterle dichiarare il suo amore. Questo era il segno divino tanto atteso. Ormai ne era convinto: voleva sposarla e vivere con lei una vita tranquilla. lunga e felice. Al diavolo la gloria, l'avventura e l'Impero! All'imperioso e terribile urlo di battaglia di Ubaldino - ,Quis Dominatur Appennini? - l'orda degli assalitori rispose con un ruggito - "Alma Domus Ubaldini!: e sotto quel cocente sole di luglio si lanci contro le mura settentrionali di Borgo San Lorenzo. Era la fanteria ad avanzare: in testa gli squadroni di villani. guidati da sergenti appiedati; subito dietro gli armigeri degli Ubaldini. Questa disposizione garantiva che le maggiori perdite le subissero i villani, poco pi che carne da macello, mentre i soldati di professione avrebbero utilizzato i varchi aperti dai primi nelle difese avversarie per penetrare nel borgo. La cavalleria pesante, con Tano e Ghino nei suoi ranghi, attendeva sui colli a nord, a debita distanza e pronta a intervenire una volta che la porta fosse stata aperta. Gianni, i suoi arcieri e una ventina di frombolieri accompagnarono la carica della fanteria sino a cento passi dalle mura, per poi separarsi e raggiungere delle capanne abbandonate; l si disposero in formazione e presero di mira le bertesche e i camminamenti. Ormai la fanteria era a ottanta passi dalle mura. Gli uomini nelle prime file stringevano tra le mani scale e corde uncinate, e con lo sguardo gi adocchiavano i punti migliori per assaltare la cinta. Tano. in piedi sulle staffe del destriero, osservava estasiato l'esercito della consorteria che piombava come un falco sulla preda. Un colpo di gomito di Ghino, al suo fianco, gli fece alzare lo sguardo sugli spalti delle mura. Pi di una cinquantina di palvesari, enormi scudi rettangolari e convessi dipinti di bianco e rosso, erano emersi sui camminamenti, a formare un'alta e compatta muraglia. Gli arcieri e i frombolieri ubaldini, da entrambi i lati dello schieramento, scagliarono subito i proiettili. Gli scudi rimasero al loro posto, un po' ammaccati e con un nugolo di frecce conficcate. Sembravano enormi porcospini. Poi improvvisamente, da impercettibili fessure tra uno scudo e 303

l'altro, una scarica di quadrelli di balestra piovve sulle prime linee della fanteria ubaldina. Gli assalitori avanzavano compatti e in larghe schiere: pochi furono i verrettoni che mancarono il bersaglio; e l'impeto dell'assalto si blocc di colpo, a cinquanta passi dalle mura: gli uomini delle prime file agonizzavano a terr trafitti dai tozzi quadrelli di balestra; quelli immediatamente dietro trovarono la via sbarrata dai corpi dei compagni riversi a terra, feriti o morti. I sergenti incitarono i sopravvissuti a recuperare scale e corde e proseguire l'assalto, ma i pochi attimi persi per rincuorare i soldati e riorganizzare l'attacco furono fatali. I balestrieri ebbero il tempo di ricaricare le micidiali armi e accanirsi nuovamente sulla fanteria. Altri cinquanta soldati stramazzarono al suolo. A quelle distanze la balestra non lasciava scampo: i pochi cappelli di ferro, cervelliere, bambagioni e i corpetti di cuoio non servivano a niente; gli stessi usberghi di maglia di ferro indossati dai sergenti non riuscivano a bloccare i proiettili di balestra, che si incuneavano tra le maglie, perforavano i camiciotti imbottiti, e affondavano inesorabili nella carne per un palmo. Nonostante la seconda scarica, alcuni soldati riuscirono a raggiungere le mura e lanciarono delle corde uncinate per arrampicarsi. Ma una cascata di sassi e acqua bollente li ricacci gi. contusi e scottati. In quel frangente tuttavia gli arcieri di Gianni e i frombolieri riuscirono a colpire qualche miliziano, che per lanciare i sassi e l'acqua, si era incautamente sporto dalle difese. II grosso della fanteria, traumatizzato dalle improvvise e inattese scariche dei balestrieri, aveva rinunciato all'attacco e stava lentamente arretrando. Avevano assicurato loro che i miliziani a difesa del borgo erano sprovvisti di balestre, se non per qualche vecchio esemplare: la comparsa dei cinquanta balestrieri protetti dai palvesari li aveva colti di sorpresa e gettati nel panico. Anche i sergenti si erano resi conto che mandare avanti i masnadieri in queste condizioni non era opportuno; e cercarono, per quanto possibile, di organizzare la ritirata. Ma mentre stavano arretrando, bench ormai a pi di cento passi, un nuovo nugolo di quadrelli, lanciati con un'ampia parabola, si abbatt su di loro come una grandinata d'acciaio. Il lento e ordinato ripiegamento si trasform in una rotta disperata e confusa. Ubaldino. Tano e gli altri cavalieri, dall'alto della collina, osservavano esterrefatti la disfatta della loro fanteria: un massa di soldati atterriti che risaliva in modo disordinato le colline a nord per cercare scampo dalle micidiali balestre. Un improvviso fragore provenne da Borgo San Lorenzo: la porta settentrionale della cittadina si era spalancata ed erano fuoriusciti una trentina di cavalieri avvolti in corazze ed elmi variopinti, armati di scudo e lancia. Si disposero a schiera in un'unica fila e in ordine serrato caricarono la coda dell'esercito ubaldino in ritirata. Maledetti vigliacchi! sbrait Ugolino da Senni divincolandosi sul destriero. Zio, ma cosa stiamo aspettando, andiamo ad affrontarli!

Dall'alto del poggio i cavalieri ubaldini godevano di una visuale completa del campo di battaglia. Stai fermo al tuo posto! grugni Ubaldino. Per il momento non possiamo fare nulla disse Ugolin d'Azzo. Siamo troppo distanti e i nostri fanti in ritirata ci impedirebbero di manovrare. Potrebbe essere una trappola. un rischio troppo grande per salvare la vita di qualche villano in ritirata. Ormai il grosso dell'esercito quasi in salvo. Tano era schierato a pochi passi da loro e, oltre a udire ci che dicevano, riusciva perfettamente a cogliere i sentimenti che gesti e espressioni del volto tradivano. Il signore di Montaccianico era impassibile, attonito e con lo sguardo fisso sul campo di battaglia. Al fianco un giovane scudiero gli sussurrava nelle orecchie lo svolgimento della battaglia. Tano prov compassione del nobile guerriero: da alcuni anni aveva problemi alla vista e da lontano vedeva sempre pi sfocato; a nulla erano valse le cure del magister Aldo, le preghiere di intercessione dei pi autorevoli chierici mugellani e gli ex voto rivestiti d'argento e disseminati ai piedi degli altari di lutti i conventi e chiese della valle. Quel giovane scudiero lo seguiva ovunque e gli descriveva ci che lui non era pi capace di mettere a fuoco. Mentre gli occhi di Ubaldino erano vanamente inchiodati sul campo di battaglia e le orecchie carpivano avidamente le parole del giovane armigero, Tano cerc di immaginare i pensieri che potevano attraversare la sua mente. Tutto era divenuto chiaro: la spavalderia dei consoli di Borgo San Lorenzo; la deposizione del podest ghibellino; il giglio bianco su fondo rosso raffigurato sui palvesari; i cinquanta balestrieri; e quella trentina di cavalieri. Tutto tornava. Firenze, in segreto e con la connivenza del pievano e della nobilt guelfa, li aveva anticipati: nei giorni precedenti, avvertita dell'imminente attacco, aveva provveduto a inviare un corpo di spedizione in grado di prendere il controllo e difendere la cittadina mugellana. Rimaneva un unico punto oscuro, e non da poco: come facevano i Fiorentini a sapere dell'attacco? Ubaldino aveva preso tutte le precauzioni possibili per mantenerlo segreto sino all'ultimo momento. Neanche Tano, pur vivendo al castello, ne aveva saputo nulla sino a quella mattina. Solo il consiglio di guerra e i pi stretti collaboratori del reggente erano informati... Padre, guarda! Quelli sono gli arcieri di Tano! disse Cavernello, il secondogenito di Ubaldino, alzando il braccio in direzione del borgo e interrompendo il turbinare dei pensieri di Tano. Ma che stanno facendo, sono impazziti! grid Azzone. Ubaldino, Tano e tutti gli altri cavalieri volsero lo sguardo sulla destra del campo di battaglia. Gli arcieri avevano lasciato le capanne dove erano appostati e con passo spedito si diligevano in campo aperto, verso i cavalieri fiorentini che ignari proseguivano la loro carica. Appena i Fiorentini si accorsero del gruppetto di villani armati di arco, rallentarono la corsa, parlottarono brevemente tra loro e decisero di cambiare obiettivo. Riformarono lo schieramento e spronarono i destrieri verso il nuovo bersaglio, pi comodo e meno rischioso del precedente. Nel frattempo sugli spalti delle mura di

Borgo San Lorenzo gli armigeri della cittadina, i palvesari e i balestrieri fiorentini acclamavano e incitavano i loro cavalieri. Ma chi li comanda? domand Albizzo, proprio davanti a Tano. Gianni da borgo Sant'Agata, il figlio del Magister rispose senza pensare il giovane cavaliere. Il dado era tratto. Gianni e gli altri arcieri avevano percorso troppo terreno e non avrebbero fatto pi in tempo a ritornare dietro le capanne. Non avevano altra scelta se non quella di affrontare la carica dei cavalieri fiorentini. Ma era proprio quello che Gianni desiderava: dimostrare a quei boriosi cavalieri imbalsamati di ferrame e in groppa a quei cavalli pachidermici che amavano pi dei figli, il valore e il coraggio di un gruppo di villani appiedati e armati di arco. I miei uomini riusciranno a tener testa alla cavalleria pesante! grid Tano tra l'incredulit generale, in modo da farsi udire da lutti i suoi pari. Risate di scherno si levarono dalla schiera dei cavalieri ubaldini - Si faranno schiacciare come formiche; quegli archetti di legno con le loro esili frecce non possono niente contro un cavaliere corazzato lanciato al galoppo! comment Paganello. Come possono pensare di affrontare la carica di uno squadrone di cavalieri; questo non ardimento. ma vera stupidit! argu Albizzo. Il loro massacro non far che demoralizzare ancor pi i nostri masnadieri! aggiunse laconicamente Azzone. Ma almeno il loro sacrificio consentir alla fanteria di ripiegare senza ulteriori perdite disse Ugolin d'Azzo. Tano non ascolt le parole di derisione e sfiducia dei consorti; tutti i suoi sensi erano tesi verso il teatro dell'imminente scontro. Il corpo, tirato come una corda d'arco, ribolliva dentro l'usbergo che sotto un sole implacabile sembrava prender fuoco. La mano destra, fradicia dentro il guantone di ferro, serrava come a volerla spezzare la lancia di due metri e mezzo appoggiata in verticale sulla staffa destra. Mai come in quel momento avrebbe voluto essere coi suoi uomini. Gianni ordin agli arcieri di schierarsi su due file e incoccare i dardi. Nei loro cuori e nelle teste rimbombava minaccioso il rumore dei cavalli al galoppo. Il terreno tremava sotto i piedi e l'aria cominci a impregnarsi di un forte odore di escrementi: molti degli arcieri, atterriti dalla tensione che precede la battaglia, non avevano trattenuto lo sfogo degli intestini e avevano defecato nelle calzebrache. I trenta fiorentini, con le lance in resta, guadagnavano sempre pi terreno. Avanzavano compatti, in ordine serrato e perfettamente allineati, quasi a formare una muraglia d'acciaio. La velocit dei cavalli aumentava via via che si avvicinavano all'obiettivo. Masnadieri grid Gianni, serrando i denti in un ghigno di rabbiosa sfida, facciamo vedere ai nostri signori di che pasta siamo fatti! Se eseguirete gli ordini e manterrete la calma la vittoria sar nostra, e ci ricopriremo di gloria. Fuga e indisciplina equivalgono a morte cena! Al mio ordine lanciate la prima scarica. Mirate ai destrieri: siamo ancora distanti e i cavalli sono bersagli pi grandi e meno protetti! Quis Dominatur Appennini? Alma Domus Ubaldini.' sbraitarono gli arcieri, inebriati dall'eccitazione e dal terrore.

Dall'alto della collina Ugolino da Senni non stava pi nella pelle. Zio, non pu finire cos! Ne va dell'onore della casata! Questa sconfitta avr un effetto devastante sullo spirito dei nostri uomini e non riusciremo pi a prendere Borgo San Lorenzo! Ci rideranno dietro in tutta la Toscana! Ubaldino era cereo e come pietrificato in groppa al cavallo. Dalla disfatta della sua fanteria per opera dei balestrieri fiorentini non aveva proferito parola; n aveva mosso un muscolo. Si sentiva confuso, amareggiato, impotente di fronte a uno scenario che via via diventava sempre pi catastrofico. Dammi trenta cavalieri aggiunse con foga Ugolino da Senni; aggireremo da destra lo spiazzo e gli piomberemo addosso dalle capanne dove si erano appostati gli arcieri. Li coglieremo di sorpresa! E coi loro cavalli gi provati per la carica contro gli arcieri avremo facile vittoria. Non vanifichiamo il sacrificio dei nostri uomini! Nervi saldi! lo rimbrott Ugolin d'Azzo afferrandolo per un braccio. Non farete a tempo, ormai inutile sospir Albizzone, il fratello minore di Ubaldino. Sono solo un pugno di bifolchi! disse Azzone, scrollando le spalle. Prenditi trenta cavalieri afferm secco Ubaldino, senza distogliere lo sguardo dal campo di battaglia. Ugolin d'Azzo. Azzone. Albizzone e gli altri guardarono meravigliati il reggente, mentre Ugolino da Senni non fece terminare neanche la frase: prese con s i cavalieri pi giovani e si precipit gi verso le capanne. Tano si un a loro, non riusciva pi a starsene l fermo, a guardare: voleva combattere. Ora! All'ordine di Gianni un nugolo di proiettili - la punta d'acciaio a forma di cono allungato, per meglio perforare le maglie di ferro; l'asta di frassino; e la coda di penna d'oca - parti in direzione dei cavalieri fiorentini, ormai a duecento passi. L'impatto dei dardi fu devastante, nonostante la ragguardevole distanza, e suscit meraviglia e sconcerto in tutti coloro che osservavano lo scontro. In grandi nubi di polvere, quattro cavalli, con le frecce penetrate in profondit nel collo e nelle zampe anteriori, rovinarono a terr trascinandosi i cavalieri. Gli altri, incuranti, proseguirono la corsa. Ma dopo pochi attimi un'altra selva di frecce li invest nuovamente, e poi un'altra ancora. Pi si avvicinavano pi i dardi colpivano precisi e con maggior potenza. A nulla valevano l'usbergo di maglia di ferro e le gualdrappe imbottite dei destrieri. A cento passi dagli arcieri erano rimasti solo una quindicina di cavalieri ancora in grado di proseguire la carica. Un'ennesima scarica ne ridusse ancora il numero e costrinse i superstiti a interrompere l'attacco e ritirarsi. Nessuno degli spettatori, sia gli Ubaldini sui colli a nord che i Borghigiani sugli spalli, riusciva a capacitarsi di quanto stava avvenendo. Dopo attimi di smarrimento e sconcerto, parte della milizia comunale, assieme ai balestrieri e ai palvesari fiorentini, sort dalla porta settentrionale per dar man forte ai cavalieri e massacrare quei maledetti arcieri. Il resto dell'esercito ubaldino non rappresentava pi un pericolo: era distante dal campo di battaglia e demoralizzato.

I cavalieri sopravvissuti allo sbarramento di frecce si erano nel frattempo ritirati in un luogo sicuro, pronti a unirsi agli altri fuoriusciti. Gianni e i suoi arcieri esultavano con salti e grida di gioia: avevano vinto il confronto coi cavalieri. Ma un nuovo pericolo si profilava all'orizzonte: un consistente gruppo di armati, inferociti e desiderosi di vendetta per come erano stati umiliati i cavalieri, stava correndo verso di loro. Erano troppi per affrontarli con gli archi: l'unica via di salvezza era trovare rifugio tra le capanne. Si misero gli archi a tracolla e si gettarono in una corsa disperata. La distanza dalle capanne era ragguardevole e gli inseguitori guadagnavano terreno. Gianni con la coda dell'occhio vide che una ventina di cavalieri, tra i quali i Fiorentini sopravvissuti al primo assalto, erano ormai a poche decine di passi, con le lance gi spianate per infilzarli: poteva udirne le grida e il rimbombo degli zoccoli dei destrieri sul terreno. Ormai non avevano pi scampo: erano troppo vicini per affrontarli con gli archi; e poi se si fermavano per incoccare le frecce i miliziani appiedati li avrebbero comunque raggiunti e sopraffatti. Non poteva finire cosi - pens Gianni: trafitto da una lancia alla schiena o travolto dagli zoccoli ferrati di un cavallo. La milza gli scoppiava, il respiro era sempre pi affannoso e la vista annebbiata: smise di pensare e si preoccup solo di correre pi veloce possibile; con la speranza di non venir scelto come primo bersaglio. Le capanne erano ormai vicine e i sopravvissuti alla prima carica avevano la concreta possibilit di aver salva la vita, dileguandosi dietro le prime abitazioni. Quando ormai i Fiorentini erano sopra di loro, dalle capanne sbucarono come furie indemoniate trenta cavalieri avvolti in mantelli blu. Gianni riconobbe il massacro di cervo bianco sugli scudi e quasi pianse dalla gioia: i nobili ubaldini non li avevano abbandonati. Gli arcieri si trovarono d'un tratto nel bel mezzo di uno scontro di cavalleria pesante. Ma i cavalieri guelfi, non appena scorsero lo squadrone ubaldino, caddero nel panico; e invece di affrontalo a ranghi serrati, si sparpagliarono e si dettero alla fuga. Tano vide gli arcieri correre verso di loro con il volto stravolto per lo sforzo e la paura: si rallegr che fossero giunti appena in tempo; pochi attimi di ritardo e i Fiorentini li avrebbero travolti. Assieme agli altri cavalieri sfrecci tra i suoi masnadieri, che esausti si lasciarono cadere a terra; sicch a un cenno del braccio di Ugolino da Senni i nobili ubaldini si ricompattarono e - ignorando i cavalieri in fuga - si precipitarono sulle milizie fuoriuscite dal borgo. I balestrieri e i palvesari fiorentini, gli unici in grado, cercarono di improvvisare una resistenza alla carica dei cavalieri di Ugolino da Senni. Ma la fulmineit dell'azione e la totale sorpresa dell'attacco disorientarono e terrorizzarono i pi. che si gettarono in una precipitosa fuga verso la cittadina. Tano procedeva gomito a gomito coi suoi pari, con il calcio della lancia ben saldo davanti all'arcione della sella imbottita. Il vento caldo dell'estate gli batteva piacevolmente sul viso e penetrava tra le maglie dell'armatura asciugando il sudore che sino alla carica gli era sceso in rigagnoli su tutto il corpo. Con la coda dell'occhio, riconobbe Ugo e Paganello galoppare al

suo fianco. Dalla fanteria fiorentina giunsero alcuni isolati dardi di arco e balestra, ma non sortirono nessun effetto sui cavalieri ubaldini, che avanzavano inesorabili e terribili in un'unica schiera compatta e serrata. Giunti ormai a poche decine di passi dai fanti, Ugolino lanci un urlo agghiacciante che sovrast il rombo degli zoccoli: era il segnale di portare la lancia in posizione orizzontale. Tano. come tutti gli altri, abbass l'asta, e all'unisono trenta lance lunghe come due uomini furono spianate. Mai prima d'ora Tano aveva provato una tale sensazione di potenza e immortalit. In groppa al destriero lanciato a tutta velocit, con le narici dilatate e i denti scoperti e serrati sul morso; piegato lungo il collo dell'animale per accrescerne la velocit; avvolto dalla sella, alta e imbottita; con il calcio della lancia spianata ben serrato sotto l'ascella; lo scudo blu-bianco della casata saldo al fianco sinistro; stretto gomito a gomito coi suoi pari come formassero un tutt'uno; con il rombo assordante degli zoccoli dei cavalli che bruciavano e sconvolgevano il terreno sottostante, alzando alte e dense nuvole di polvere. Vide avvicinarsi sempre pi i fanti nemici e ogni attimo che passava pi nitide divenivano le loro facce atterrite. gli occhi spalancati, le bocche contratte in smorfie di terrore. Punt un fante armato di spada e scudo che invece di scappare come gli altri aveva deciso di battersi, e con tutta la sua forza strinse il calcio della lancia sotto l'ascella per reggere l'urto dell'impatto. Fu per la lancia di Pa- ganello. alla sua destra, a schiantarsi contro il fante. L'asta di Tano si conficc, pochi passi pi avanti nella schiena di un palvesario in fuga: il corpo del fante fu trafitto da parte a parte come un panetto di burro e inchiodato al terreno. Un'onda compatta di ferro lunga una cinquantina di passi investi le prime file dei fanti fiorentini e borghigiani. Tutte le lance dei nobili ubaldini andarono a segno e rimasero sul terreno di battaglia infilzate sui corpi dei nemici. Ma l'effetto distruttivo della carica non termin: dove non arrivarono le lance, giunsero gli zoccoli ferrati dei destrieri lanciati al galoppo, che come mostri usciti dagli inferi travolgevano tutto ci che capitava di fronte. Esaurita la prima carica, i cavalieri girarono gli animali schiumanti di sudore, con le gualdrappe strappate e ricoperte di sangue e terra. All'appello mancava solo un compagno: il cavallo era caduto per un colpo di balestra e il cavaliere appiedato era stato circondato e fatto a pezzi. Nel frattempo i fanti nemici avevano raggiunto la porta del borgo. Ma i miliziani rimasti dentro, pressati dalla popolazione che osservava la battaglia dagli spalti delle mura, avevano gi provveduto a serrare la porta per non rischiare di perdere la cittadina. Infatti l'esercito ubaldino al completo. rianimato dall'incredibile prova di coraggio degli arcieri e dal colpo di mano di Ugolino da Senni, si stava precipitando in un nuovo assalto. Lo guidava lo stesso Ubaldino con la sua ascia bipenne che roteava sopra la testa come la pala di un mulino a vento. Prima dell'arrivo del grosso delle truppe ubaldine, Ugolino ordin ai suoi uomini un'altra carica sui fanti rimasti fuori, ormai rapiti dal terrore e incapaci di difendersi. Sfoderarono cos le spade e si lanciarono nuovamente all'attacco, questa volta in ordine sparso.

Tano fu travolto da un'eccitazione straordinaria. Dall'alto del destriero, ben saldo sulla sella, lasciava cadere terribili fendenti sui fanti nemici. Invitta, la sua pesante e affilata spada, non aveva ostacoli negli scudi, bambagioni, corpetti di pelle e cappelli di ferro, e li tranciava con la stessa facilit della carne. Caio non era da meno e nel mezzo della mischia, coi possenti zoccoli ferrati, sferrava calci micidiali travolgendo e maciullando i corpi indifesi dei fanti. Tano vedeva ovunque sangue, membra tagliate e teste spaccate, e colpiva d'istinto ogni cosa che si muoveva sotto di lui. Intorno aleggiava un dolciastro lezzo di cadaveri. Era preda della furia bellica e, come un centauro indemoniato e invincibile, combatteva con gli occhi dilatati e i denti digrignati in un riso folle, in mezzo a una massa di fanti terrorizzati. facendone scempio. Quando l'orda degli assalitori raggiunse il campo di battaglia, a poche decine di passi dalle mura, e si un a Tano e agli altri cavalieri, dei fanti nemici era rimasto ben poco. Una timida bandiera bianca sventol dalla torre sovrastante la porta settentrionale, ma nessuno vi fece caso: la rabbia, l'esaltazione, la sete di sangue, di vendetta e di bottino si erano impadronite degli assalitori, inesorabilmente lanciati contro la cittadina sulla Sieve. Ormai nessuno li poteva fermare o controllare, neanche Ubaldino della Pila. Gli assalitori, inferociti e galvanizzati, si arrampicarono con scale e corde sulle mura e travolsero i pochi miliziani del comune che non si erano ancora dati alla fuga. Le avanguardie, dopo un breve e furioso combattimento, conquistarono la porta settentrionale e la spalancarono al grosso dell'orda ubaldina che - come un fiume in piena - dilag all'interno della cittadina. Nel breve lasso di tempo che trascorse dall'assalto alle mura all'apertura della porta, Tano torn in s dallo stato di euforia che lo aveva pervaso. Il suo primo pensiero fu Matilda. Dall'alto del cavallo scorse nella mischia degli assalitori i suoi arcieri pronti a irrompere nel borgo. Spron Caio e li raggiunse senza difficolt tagliando la folla: all'incedere del possente destriero i fanti si ritraevano e facevano largo con terrore e rispetto sacrale. Raggiunti i masnadieri, smont e affid il cavallo a Duccio con l'ordine di prendere con s altri tre arcieri e scortarlo nelle retrovie, al sicuro. A piedi, assieme ai masnadieri rimasti, si sarebbe mosso meglio nelle strette vie del borgo. Non appena la porta si spalanc con un gran boato, Tano e gli arcieri, senza quasi toccar terra, furono sospinti assieme agli altri all'interno del borgo. Con occhiate eloquenti Tano implor gli amici di stargli vicino e seguirlo nell'ardua impresa che lo attendeva. L'ebbrezza della battaglia e la gioia per la vittoria erano svanite e avevano lasciato il posto a una grande apprensione per Matilda. Come previsto, impedire il saccheggio era impossibile. Doveva anticipare i suoi commilitoni, raggiungere il palazzo della giovane, prelevarla e portarla in salvo prima che fosse troppo tardi. Nel borgo regnava una calma quasi irreale, le strade erano deserte e la maggior parte delle pone era spalancata: sembrava che la popolazione lo avesse abbandonato. Ma Tano sapeva bene che non era possibile. Squadroni di cavalieri e armigeri della consorteria controllavano tutte le

altre uscite e i ponti sulla Sieve e su Le Cale, proprio per evitare la fuga degli abitanti. Questi si dovevano esser rifugiati nelle pi sicure toni di pietra e nel castello del podest. Come lupi famelici durante l'inverno, gli assalitori - la coscienza ampia come l'inferno, le armi in pugno, gli occhi allucinati, urlando come dannati - si sparpagliarono per le vie della cittadina e piombarono nelle case e nelle botteghe in cerca di bottino. Tano, seguito da Gianni, Ghino, Lupolo. Bettino e altri due masnadieri che avevano resistito alla tentazione del saccheggio, prese subito la via che conduceva al palazzo di Matilda. Si faceva largo con la spada in pugno, mentre intorno a lui divampava irrefrenabile il saccheggio. I suoi occhi annotavano immagini sempre pi drammatiche e selvagge: inizi di incendi; porte sfondale; uomini e donne agonizzanti sulla strada di fronte alle abitazioni, mentre gli assalitori si contendevano il bottino o gi si dileguavano curvi sotto i sacchi colmi di refurtiva; donne dalle vesti strappate inseguite da branchi di soldati; ricchi mercanti e artigiani che vagavano con dita e mani mozzate per aver indossato anelli 0 bracciali. La gola e le narici si riempirono di quell'odore di sangue misto a fumo tipico dei campi di battaglia: acre e dolciastro, pesante e nauseabondo. Nella testa risuonavano 1fragori di scaramucce, i lamenti dei feriti, le urla angosciate delle donne, i pianti dei bambini. Finalmente arriv in vista del palazzo Chermontesi. Nell'ultimo tratto, per la fatica e la tensione accumulate, non riusc quasi a respirare. L'armatura pesava una ventina di chili e correre a piedi con quel caldo, anche per poche centinaia di passi, diventava un'impresa. Di fronte alla robusta abitazione in pietra si era assiepata una quindicina di uomini d'arme; due di loro si stavano accanendo a colpi d'ascia contro la porta di quercia del palazzo. Gli altri, in una lingua simile a quella usata nell'Alpe ubaldina, sbraitavano e minacciavano i proprietari delle peggiori cose se non li avessero subito fatti entrare. Appena in tempo! ansim Lupolo. anch'egli stravolto per la corsa. Non sar facile convincerli a lasciar perdere... disse Gianni; sono mercenari romagnoli! I quindici armigeri non degnarono di uno sguardo i nuovi arrivati. Sono messer Tano degli Ubaldini url il giovane cavaliere con l'ultimo alito di fiato in corpo. Questo palazzo e chi vi abita sono sotto la mia protezione: vi ordino di fermarvi! I soldati romagnoli si trovavano in uno stato di euforica esaltazione e nessuno prest ascolto alle parole del cavaliere, che si dispersero nel fragore del saccheggio. Tano era livido dalla rabbia. Rinfoder la spada e ordin ai suoi uomini di mettere la corda agli archi. Questi lo osservarono perplessi, ma di fronte alla sua determinazione ubbidirono. Al secco ordine dell'Ubaldini sette frecce scoccarono verso il gruppo dei saccheggiatori e cinque di loro caddero come pere mature, senza emettere un gemito. La distanza ravvicinata aveva conferito una tale potenza al colpo che il dardo li aveva trapassati da parte a parte.

I compagni sopravvissuti distolsero l'attenzione dalla porta del palazzo, e, sguainate le spade e con occhi iniettati di sangue, si lanciarono verso i sette intrusi. Per nessuna ragione avrebbero rinunciato al legittimo bottino. Tano e i suoi masnadieri gettarono gli archi e con le spade in pugno li affrontarono. L'urto fu violento e in un primo momento i mugellani, sfruttando la ristrettezza del vicolo, riuscirono a tener testa ai pi numerosi armigeri romagnoli. Ma non potevano resistere ancora a lungo. Uno degli arcieri ebbe lo stomaco lacerato da un affondo di spada e Bettino si accasci al suolo in una pozza di sangue colpito al fianco sinistro da un fendente. L'usbergo e l'elmo protessero pi volte Tano da insidiosi colpi di taglio. Gli avversari li avevano ormai stretti al muro. D'un tratto lo scalpiccio di cavalli al galoppo rimbomb assordante nello stretto vicolo. Tutti si voltarono a guardare: dieci cavalieri chiusi nelle corazze d'acciaio e cuoio, con asce e lance in pugno, avanzavano al galoppo verso di loro come una valanga d'acciaio. Nelle sopravvesti e nelle gualdrappe blu dei cavalli era ricamato il massacro di cervo bianco degli Ubaldini. A pochi passi dai duellanti i cavalieri trassero le redini e fermarono i destrieri in una densa nube di polvere che satur la via. Che succede qui? domand uno di loro. La voce usciva modificata e metallica dalle strette fessure orizzontali dell'elmo cilindrico che gli celava la testa. Questi bastardi ci hanno attaccato per impadronirsi del nostro bottino! Noi siamo arrivati per primi! si giustific uno degli armigeri romagnoli. I compagni annuirono vigorosamente per dar maggior forza alla pretesa del loro capo. La minacciosa presenza dei cavalieri li aveva riportali alla ragione. Ugolino disse Tano che aveva riconosciuto l'armatura e il cavallo, stiamo solo cercando di impedire che l'abitazione della mia promessa sposa sia violata! Tano, sei tu! Non ti avevo riconosciuto... rispose meravigliato Ugolino da Senni. Per veder meglio si tolse l'elmo e lo agganci all'arcione del destriero. Sicch con occhi duri si rivolse ai mercenari della Romagna. Come osate attaccare mio cugino Tano e i suoi arcieri? grazie al loro coraggio che abbiamo preso il borgo! Ma ci volevano impedire il saccheggio... il bottino un nostro diritto! protest lo stesso soldato che aveva parlato prima. Era alto e grosso, con una lunga barba nera e riccioluta, e un occhio guercio. Gli altri armigeri si unirono alle sue proteste. Ubaldino della Pila ha vietato il saccheggio e tutti erano stati avvertiti tagli corto Ugolino con lare imperioso. Uscite immediatamente dalla cittadina e accampatevi fuori delle mura! Te lo puoi scordare... sbrait l'armigero dalla barba nera; non siamo venuti qui per niente! Ugolino, che stava girando il cavallo, impugn una mazza chiodata attaccata alla sella e con un movimento fulmineo la schiant sulla testa del romagnolo. La cervelliera di ferro si frantum come un guscio d'uovo, e dal cranio rotto zampill a fiotti materia cerebrale mista a sangue.

L'armigero colpito cadde sulle ginocchia, quindi si afflosci a terra in una pozza di sangue. Gli altri mercenari, spaventati, riposero subito le armi e si avviarono mesti, tra sommessi borbotti, verso la porta da cui erano entrati. Ugolino ordin a due cavalieri di scortarli sino all'uscita. Si rivolse quindi a Tano. Che fai appiedato come un villano? Tu sei un cavaliere e devi combattere come tale! lo rimbrott. Muoversi a piedi in questo marasma rischioso. Dopo che hai messo al sicuro la tua donna, riprendi il tuo destriero e torna in citt: ho bisogno di cavalieri per riportare l'ordine. Occorre impedire, per quanto possibile, il saccheggio. I consoli, il pievano e gli altri notabili si sono asserragliati nel castello con poche decine di armigeri. Ubaldino sta trattando i termini della resa. Il giovane cavaliere annu e salut Ugolino da Senni. La ferita di Bettino pur profonda non era mortale. Ghino e Lupolo gli prestarono subito soccorso e bloccarono con dei panni l'emorragia di sangue. L'altro con la ferita allo stomaco invece era spacciato: si contorceva con la mani premute sull'addome per non far uscire le budella, e gi sul volto erano comparsi i segni terrei della morte. Tano cerc di farsi aprire la porta. Ma nessuno rispondeva. Forse Matilda e i familiari avevano gi abbandonato la casa, pens; scart subito l'ipotesi: in quel caso la porta sarebbe rimasta aperta... ma allora perch non lo facevano entrare? Di sicuro dalle feritoie dei piani superiori dovevano aver assistito al combattimento. Improvvisamente gli venne in mente il balcone sull'altro lato della strada. Ordin a Gianni e Ghino di rimanere a presidiare la porta principale e si precipit nella via secondaria, dove si affacciava il terrazzo del loro primo incontro. La strada era deserta. Nonostante la zavorra dell'armatura, con una balzo felino si arrampic sull'impalcatura di legno. La portafinestra che conduceva alle camere da letto era spalancata. Ebbe un brutto presentimento. Senza pensare troppo si precipit dentro. La camera di Matilda era tutta sottosopra: il giaciglio divelto, la cassapanca aperta, l'inginocchiatoio spezzato, gli arazzi strappati. Le altre camere del primo piano erano nelle stesse condizioni. Si precipit quindi al piano terra. Per le scale trov il cadavere della fantesca di Matilda, e poco pi avanti quello della madre. Entrambe con la testa spaccata. Il sangue era ovunque: sulle scale di legno, sui muri di calce, persino sui travicelli del soffitto. Anche la sala d'ingresso era vuota e devastata. Si sent mancare: mentre aveva perso tempo a combattere coi romagnoli, altri soldati erano penetrati dal balcone. Se fosse successo qualcosa a Matilda non se lo sarebbe mai perdonato. Con l'anima in gola e la mano sinistra premuta contro la zanna di cinghiale che aveva al collo sotto l'usbergo, si avvicin alla porta che dava nella grande cucina e con un calci la spalanc. Matilda era stretta in un angolo. In mano aveva un coltello da cucina e dietro le sue vesti due bambine si coprivano la faccia con le mani e piangevano disperatamente. La giovane aveva gli occhi rossi e le guance rigate dal pianto, ma lo sguardo era duro e determinalo. Di fronte a lei sghignazzavano due uomini armati d'ascia. Dagli indumenti - corte tuniche, logori corpetti di pelle, cappelli a larghe tese, senza alcuna

protezione di metallo - Tano realizz che si trattava di villani. Il suo inaspettato ingresso li aveva distolti dalla preda. Ora lo fissavano diffidenti e infastiditi. Anche Matilda lo guardava, con occhi preoccupati e supplicanti. Sono messer Tano degli Ubaldini. Quella ragazza sotto la mia protezione. Fuori di qua! I due villani esitarono. Seppur non conoscessero direttamente Tano, avevano ravvisato in lui un nobile signore ed erano combattuti: da una parte la natura di servi li portava a ubbidire, ma dall'altra erano eccitati per la deliziosa ragazza che avevano a portata di mano, un'occasione unica per soddisfare la loro lussuria. Il pi alto dei due, con la faccia devastata dal vaiolo, abbass l'ascia e allarg le braccia. Messere, ce n' per tutti! Possiamo fare a turno... Ubbidite, sporchi bifolchi! I due rimasero interdetti, come a voler soppesare la situazione: il cavaliere era solo; loro erano in due e armati; se lo uccidevano, approfittavano della ragazza per poi tagliare la gola anche a lei e alle due mocciose, e infine scappavano dal balcone; nessuno li avrebbe potuti rintracciare e accusare. D'un tratto il villano che non aveva ancora parlato, un uomo tarchiato e calvo, lanci repentinamente la sua scure verso Tano. Questi si fece di lato, ma non riusc ad evitare che l'arma lo colpisse di striscio alla spalla sinistra. La maglia dell'usbergo devi il colpo. Avvert comunque una forte fitta e un generale intorpidimento della parte sinistra del busto. Profittando del colpo andato a segno i due gli piombarono addosso. Tano con un balzo indietro schiv un goffo colpo d'ascia dello spilungone, che si sbilanci in avanti, e con un fulmineo affondo sbudell il tarchiato. Ora Tano si trovava dalla parte di Matilda. Arretrando lentamente senza perdere d'occhio il villano rimasto - le si avvicin. Stai bene? Sei ferita? sussurr. La ragazza scoppi a piangere per la tensione e lo spavento accumulati e si avvinghi alle due bambine dietro di lei. il villano intanto aveva pensato bene di svignarsela: con l'ascia in mano si era lanciato di corsa su per le scale. Tano raccolse il coltello che Matilda aveva lasciato cadere per terra e si precipit nella sala vicina da cui partivano le scale per i piani superiori. I corpi delle due donne assassinate, rimasti di traverso per le scale, rallentarono la corsa del villano e consentirono a Tano di prendere la mira e lanciargli contro il coltello. La lama rote pi volte su se stessa e penetr in profondit nella schiena del bifolco che cadde travolgendo parte della ringhiera lignea che correva lungo le scale. Tano con un balzo gli fu sopra: non era ancora morto, rantolava e cercava inutilmente di rialzarsi. Senza esitare sfil il coltello dalla schiena, gli afferr la testa per i capelli e gli recise la carotide. Si rialz frastornato e carico di bile. La sopravveste era strappala e sporca di sangue. Gett via il coltello e torn in cucina da Matilda. La trov nell'angolo dove l'aveva lasciata, tremante e china sulle due bambine. Le accarezz i morbidi lunghi capelli castani. tutto finito. Non hai pi niente da temere... non ti lascer mai pi sola...

Matilda lo guard di sottecchi, con occhi rossi e acquosi di lacrime, quindi gli si gett al collo e lo strinse forte a s. Tano si commosse e non trattenne un silenzioso pianto. Ringrazi San Francesco per aver interceduto presso l'Onnipotente. Questo era il segnale che attendeva. Ora non aveva pi dubbi: il suo futuro era accanto a Matilda, nel sicuro e tranquillo castello di Cornacchiaia. Sarebbero stati felici, avrebbero avuto molti figli e non si sarebbero pi separati. Ubaldino della Pila fu clemente. Per come si erano messe le cose, la lunga e afosa giornata di quel fine luglio era finita pi che bene. Borgo San Lorenzo era caduta, anche se con un grande tributo di sangue, sia da parte dei guerrieri ubaldini che degli abitanti della cittadina. Il saccheggio si protrasse per tutto il pomeriggio e a poco valsero gli sforzi dei cavalieri ubaldini di impedirlo. Solo l'imbrunire tranquillizz gli animi degli assalitori, ormai stanchi, sazi di sangue e bottino, appagati nella loro lussuria e annebbiali dall'acquavite. La fresca notte riport la pace. L'intervento dei cavalieri aveva tuttavia evitato l'incendio e la distruzione del borgo. Al momento dello sfondamento delle ultime difese della milizia comunale, tutti i notabili guelfi, responsabili della resistenza agli Ubaldini, si erano asserragliati nel castello di Borgo San Lorenzo, costruito su un terrapieno nell'angolo sud-occidentale della cinta muraria. Tra questi i due consoli, il pievano, il capo della milizia e una parte dell'aristocrazia cittadina, composta da mercanti e possidenti terrieri. Ubaldino, pur di evitare altri combattimenti, accett di trattare e in cambio della resa garant a tutti la vita e un lasciapassare per Firenze. 1 loro beni vennero per confiscati e fu loro vietato - pena la morte - di rimettere piede nel borgo. Nella tarda mattinata del giorno seguente, una lunga colonna di esiliati - dopo un'accurata e umiliante perquisizione personale da parte degli armigeri ubaldini. al fine di impedire che fossero trafugati denaro e preziosi - lasci Borgo San Lorenzo, in direzione di Firenze. Erano gli abitanti di fede guelfa e amici dei Fiorentini che si erano esposti nella resistenza agli Ubaldini, assieme alle famiglie. Il podest destituito fu rimesso al suo posto e tutti gli amici e fedeli degli Ubaldini, che erano stati imprigionali a seguito del colpo di mano favorito dai Fiorentini, vennero liberati, risarciti per i danni subiti e reintegrati nei possessi, prerogative e cariche pubbliche. La milizia comunale fu sciolta e per garantire la difesa del borgo e l'ordine interno venne lasciato un forte contingente di armigeri della consorteria. La guarnigione si acquartier nel castello, l'unica parte della cittadina veramente difendibile, e Ubaldino pose al suo comando Cavernello. Per non urtare oltremodo la suscettibilit della Chiesa fiorentina, Ubaldino ordin al notaio Lupini di scrivere una lettera al vescovo Mangiadori e al proposto Pagano Adimari. Nella missiva il capo della consorteria giustificava l'aggressione al borgo con l'esigenza di proteggerlo dai nemici della pace, si impegnava ad amministrarlo in nome e nell'interesse del vescovo e giurava sul Vangelo di restituirne il controllo al legittimo signore non appena le ostilit si fossero concluse. Con la caduta di Borgo San Lorenzo sotto il controllo diretto degli Ubaldini, tutto il Mugello era nelle salde mani della Lega ghibellina. A

oriente, nella bassa Val di Sieve, i fratelli Simone e Guido Novello dei conti Guidi dominavano tutte le rocche principali; a occidente, i Cattani e i d'Ascianello avevano stipulato un trattato di alleanza con gli Ubaldini e si erano dichiarati neutrali, cos come si era tirato fuori dalla contesa il ramo degli Ubaldini da Gagliano. Inoltre i contrafforti montuosi che separavano il Mugello occidentale dalla Val di Bisenzio erano sotto il saldo controllo del conte Napoleone degli Alberti, che con un ardito colpo di mano - e soprattutto grazie al denaro versato da Pisa e Siena - aveva spodestato l'odiato fratello Alessandro dalla fortezza di Mangona. Numerosi cavalieri romagnoli erano poi scesi in Mugello per rafforzare la presenza ghibellina. Alcuni etano valorosi guerrieri legati alle casate toscane degli Ubaldini, dei Guidi e degli Alberti da vincoli di sangue, consortili e di interesse. Altri etano mercenari assoldali con l'argento del Cardinale. Accordi di reciproco soccorso e alleanza tra il conte Napoleone degli Alberti, i conti Guidi, gli Ubaldini e gli alleali romagnoli suggellarono infine il dominio ghibellino in Mugello e nella bassa Val di Sieve. Mentre Borgo San Lorenzo cadeva, la situazione a Firenze era tutt'altro che definita. Qualche giorno dopo la partenza della milizia cittadina verso Pistoia, i nobili ghibellini, di fronte al fallimento dei tentativi di impedire la partenza dell'esercito, impugnarono le armi e si sollevarono contro il regime popolare - come previsto dal giudice Manno. Dalle loro temibili casetorri impegnarono i popolani e le poche milizie rimaste in una dura lotta. I cavalieri guelfi si schierarono apertamente col regime popolare sin dal principio della rivolta e misero a disposizione tutte le loro energie e mezzi per contrastare gli odiati ghibellini. Ogni via, slargo e piazza era un campo di battaglia; ogni torre e palazzo divenne una rocca dove trovare riparo e bersagliare i nemici con frecce e quadrelli di balestra. In pi parti della citt dense e alle colonne di fumo si levavano nel cielo terso di fine luglio. La gente semplice era barricata nelle case e usciva solo di notte, quando gli ardori della battaglia si assopivano, per poi riprendere vigorosi al primo albeggiare. Solo il pronto e inatteso rientro di quella parte della milizia comunale partita per la campagna pistoiese, ma all'insaputa di tutti accampata vicino alla citt, impedi ai ghibellini di riprendersi Firenze. L'intervento non fu per in grado di metterli a tacere. I ribelli, armati sino ai denti e asserragliati nelle casetorri tra loro intercomunicanti, portavano avanti una strenua resistenza. La notizia della conquista ubaldina di Borgo San Lorenzo, nonostante l'invio di un contingente di balestrieri e cavalieri fiorentini, fu la goccia che fece traboccare il vaso. L'incapacit della milizia di soffocare la rivolta sommata al timore di un intervento da parte dei signori feudali che ora presidiavano le colline a nord di Firenze sino al passo dell'Uccellatoio gett nel panico pi completo il Collegio degli anziani, che subito invi urgenti dispacci al Podest affinch abbandonasse all'istante la campagna contro Pistoia e facesse immediato ritorno in citt con il resto della milizia. I primi di agosto, dopo appena tredici giorni di vittoriosa campagna nel pistoiese, l'esercito comunale fiorentino, con una marcia serrata, rimpatri e determin in modo decisivo le sorti dello scontro interno a favore dei

popolani e dei cavalieri guelfi. Progressivamente, anche se con grande dispendio di mezzi e vite umane, tutti i focolai di rivolta ghibellini furono spenti, le torri diroccate e incendiate, gli uomini uccisi o imprigionati. Molte famiglie ghibelline protagoniste della battaglia urbana, persa ogni speranza di vittoria, scesero a trattative e in cambio della vita accettarono di abbandonare la citt e tutti i loro beni. Tra i fuoriusciti vi erano i maggiori esponenti delle casate degli Uberti, dei Lamberti, dei Caposacchi, dei Da Sommaia, dei Gangalandi, degli Scolari e dei Soldanieri. Altre famiglie, seppur di fede e tradizione ghibellina - come gli Amidei. gli Abati, gli Infangati, i Ghiandoni e i Galigai - approfittarono del minor coinvolgimento negli scontri e decisero di restare, pur consapevoli di venir emarginati ed esclusi dalle cariche pubbliche. Nel mese di agosto ci fu un massiccio esodo di cavalieri ghibellini, con le famiglie e il seguito di servi e fedeli. Alcuni, i discendenti di antiche casate signorili della campagna, si rifugiarono nelle rocche e castelli di famiglia intorno a Firenze. Altri trovarono asilo nelle citt e nei castelli della Lega ghibellina. A Siena si acquartierarono Farinata degli Uberti, il fratello Neri Piccolino. Brancaleone Scolari e Vendemiolo Lamberti. Altri scelsero Arezzo, da poco entrata nella Lega, e Montevarchi, vicina a Firenze e recentemente occupata dal conte Guido di Romena, partigiano ghibellino. Altri ancora si rifugiarono in Mugello sotto la protezione degli Ubaldini. Come i guelfi sconfitti avevano lasciato Borgo San Lorenzo, cos i Fiorentini che parteggiavano per la fazione imperiale abbandonarono la loro citt in mano ai guelfi, che avevano fatto propria la causa del Popolo. I fuoriusciti fiorentini scelsero il borgo di Poggibonsi come sede del quartier generale e con la pretesa di rappresentare la vera Firenze contro gli usurpatori adottarono come emblema il gonfalone cittadino: il giglio bianco su fondo rosso. Per reazione il regime popolare e guelfo di Firenze invert i colori del gonfalone comunale: giglio rosso su fondo bianco.

2
Dopo la conquista di Borgo San Lorenzo, gli Ubaldini e i loro alleati ghibellini occuparono tutta la catena montuosa che divideva la valle dell'Amo dalla valle della Sieve, sino al passo dell'Uccellatoio, presso il borgo di Pratolino. Alternando minacce a blandizie, ottennero il controllo della fitta rete di castelli della zona, per lo pi appartenenti al vescovo di Fiesole, alla badia benedettina di Buonsollazzo e all'eremo di Monte Senario del nuovo ma gi influente ordine dei Serviti di Santa Maria. Tutte le rocche furono presidiate da piccole guarnigioni di arcieri e messe in contatto tra loro tramite un sistema di comunicazione con segnali di fumo. La notizia di un attacco fiorentino sarebbe giunta a Montaccianco nel tempo di un'Ave Maria. Nessuno poteva transitare tra il Mugello e la valle dell'Amo senza cadere nella fitta rete tesa dagli Ubaldini. Obbligatorio diveniva il passaggio dai posti di blocco di Vaglia e Polcanto. collocati sulle due vie principali di comunicazione. La terza strada che collegava Firenze al Mugello passava pi a oriente, lungo il tornente Marina, ed era presidiata dai Cattani e dai loro consorti tramite i castelli di Legri e Combiate.

Guinizzingo da Barberino si era impegnato a impedire ogni tentativo dei Fiorentini di penetrare dalle loro terre. Con i conti Alberti a controllare i valichi appenninici a occidente del Mugello e i conti Guidi quelli a oriente, i signori feudali del contado aderenti alla Lega ghibellina troncarono i collegamenti tra Firenze e il nord Italia, lanciando una sfida vitale alla citt sull'Amo. Tra Firenze e Bologna transitava la quota pi importante del traffico commerciale fiorentino con la Lombardia, Venezia e il nord Europa. Sempre dal nord arrivava a Firenze buona pane del grano necessario a nutrire la popolazione urbana. La citt, a seguito dell'impetuoso aumento demografico degli ultimi decenni, non era pi in grado di sfamare autonomamente la propria popolazione, per lo pi dedita ai commerci, all'artigianato e alla finanza. L'approvvigionamento di grano era cos divenuto una delle priorit dei governanti fiorentini, e l'interruzione dell'afflusso del grano romagnolo e lombardo paventava il concreto rischio di una carestia per il prossimo inverno. Gli Ubaldini, come i loro alleati Alberti e Guidi, erano consapevoli di aver messo alle strette Firenze e, temendo una spedizione militare per forzare il blocco e riaprire le strade per la Lombardia, si erano ben guardarti dallo smobilitare l'esercito che aveva conquistato Borgo San Lorenzo. Nessun masnadiere era stato rimandato a casa. L'arruolamento era stato esteso agli abitanti dei pivieri del Mugello centrale appena caduti sotto il loro controllo. Dalla Romagna erano poi affluiti a dar man forte centinaia di fanti e decine di cavalieri mercenari. L'esercito ubaldino e degli alleati romagnoli aveva assunto dimensioni ragguardevoli. Contava quasi tremila fanti e pi di duecento cavalieri. Il consiglio di guerra della consorteria si era per spaccato sulla strategia da seguire. Ugolino da Senni e Cavemello, mossi dall'audacia dei giovani. erano convinti che l'esercito dovesse rimanere unito e affrontare le milizie fiorentine in una battaglia campale per risolvere una volta per tutte la questione. Dal lato opposto Ugolin d'Azzo e il fratello Albizzo. guerrieri esperti e prudenti, premevano per la strategia tradizionalmente seguita dalla consorteria nei confronti di Firenze: asserragliarsi nei castelli e costringere l'esercito nemico a estenuanti, lunghi e inconcludenti assedi. Ubaldino della Pila era indeciso. Da una parte la via della battaglia campale questa volta era praticabile come mai in passato. L'esercito era ben armato e numeroso. Dopo la presa di Borgo San Lorenzo il morale degli uomini era alle stelle. Firenze non poteva inviare in Mugello un nutrito contingente, poich circondata da numerosi nemici. Inoltre battere i Fiorentini in campo aperto era un sogno che aveva sempre accarezzato. Le controindicazioni erano per molto gravi. In caso di sconfitta sarebbero stati alle merc del nemico e avrebbero rischiato di perdere tutto. E in battaglia la sorte giocava un ruolo determinate. D'altra parte la tradizionale tattica di rinchiudersi nelle roccaforte pur se collaudata e alla lunga vincente sul campo di battaglia, esponeva il territorio a una sicura devastazione per opera dell'esercito nemico, con una coda di carestie, sacrifici e difficolt economiche negli anni seguenti. Il signore di Montaccianico, consigliato anche da Ottone Visconti che vantava un passato di guerriero e podest di grandi citt, decise per una

soluzione intermedia. Met degli uomini d'arme fu posta a presidio dei vari castelli e rocche della consorteria, mentre l'altra met fu divisa in due contingenti acquartierati a valle e pronti a intervenire in caso di attacco dei Fiorentini. Uno dei contingenti si accamp nei pressi di Borgo San Lorenzo, sotto il comando dello stesso Ubaldino e del figlio Cavemello. L'altro nel borgo di San Piero a Sieve con a capo Ugolino da Senni e Ugolin d'Azzo. Azzone si trasfer a Montaccianico per coordinare l'organizzazione delle difese dei castelli nelle retrovie. Albizzo raggiunse Siena per ratificare gli accodi di alleanza e rappresentare la casata presso la Lega ghibellina. Piviere di Santa Felicita a Faltona Primi di agosto, 1251 Le mosche e i tafani non davano tregua. Soprattutto i tafani, neri e brutti come mosconi e velenosi come vespe, coi loro pinzi lasciavano delle fastidiose chiosole rosse su lutto il corpo, in gran pane scoperto e sudato per la gran calura. Procedevano in fila indiana lungo una stretto viottolo che correva sui terrazzi a mezza costa fra la cresta dei monti e il fondovalle. Indossavano corte tuniche di cotone, calzebrache di pelle e cappelli a tesa larga. I pi avevano il torace scoperto. A tracolla l'arco e la faretra, alla cintola asce e pugnali; qualcuno una spada. Sopra di loro si ergeva maestoso Monte Senario ricoperto da foreste fittissime di abeti e querce. Sotto, in basso, scorreva il torrente Carza e accanto la strada che conduceva in Mugello passando per il villaggio di Vaglia. Era il mezzo del giorno e il sole picchiava forte sui corpi muscolosi e abbronzati dei trenta arcieri montati di Tano. Il giorno seguente la conquista di Borgo San Lorenzo, Ubaldino aveva convocato Tano nella sala d'armi del castello. Il reggente non aveva ancora smaltito la tensione: il volto era tirato e gli occhi rossi, lucidi e affossati in enormi e profonde occhiaie. Ti sei comportato bene in battaglia aveva esordito. Tutti gli uomini d'arme della consorteria ti hanno in grande stima. Hai dimostrato di essere un guerriero valoroso, e anche un buon comandante per come hai addestrato gli arcieri. Il loro eroismo ci ha salvato da una disfatta umiliante. Un lampo di gioia aveva attraversato gli occhi di Tano, mentre lo sguardo di Ubaldino si era perso nel vuoto, la testa aveva iniziato a dondolare sconsolata e dalla bocca era uscito un sussurro quasi impercettibile: La battaglia decisa da un branco di bifolchi con l'arco... Si era poi subito ripreso e col consueto vigore aveva fissato Tano dritto negli occhi. Raduna subito i tuoi masnadieri. Il giovane lo aveva guardato meravigliato. S aveva concluso Ubaldino sogghignando dietro le barba. Da oggi quei trenta bifolchi che hai addestrato sono ai tuoi ordini e formeranno la "tua" masnada. Il vostro compito di pattugliare la terra di confine tra noi e i Fiorentini che si estende da Monte Senario al castello di Paterno. Intercetta chiunque tenti di infiltrarsi in Mugello da strade secondarie, avverti immediatamente i distaccamenti a valle in caso di attacco in forze e, ove possibile, fai incursioni e devastazioni in territorio nemico. Grifo verr con te. Il suo aiuto ti sar prezioso! Cavalcavano guardinghi e in silenzio. Le orecchie tese a carpire ogni pi lieve rumore. Bench in sette giorni di pattugliamento non avessero ancora incontrato nessuno, erano molto vicini ai Fiorentini. Il borgo di

Pratolino, la rocca di Cercina e il castello di Calenzano pi a est erano gi territorio nemico. I Fiorentini, una volta sopraffatti i rivoltosi ghibellini, vi avevano prontamente inviato delle guarnigioni di balestrieri. La piccola rocca di Pratolino, gi occupata dagli Ubaldini, l'avevano conquistata dopo un furioso assedio di tre giorni, con grande dispiego di soldati e macchine. La stessa Firenze et vicina. Distava meno di tre ore di cammino dalla cima di Monte Senario. Dal viottolo che stavano percorrendo, nei tratti dove la chioma delle querce si diradava, potevano ammirarla in tutto il suo splendore. Bianca e scintillante al sole estivo, con le sue alte e spesse mura merlate che racchiudevano le decine di chiese con le reliquie di famosi martiri, le vie selciate, i grandi palazzi, le botteghe, i fondachi colmi di mercanzie. Maestose svettavano le torri dei nobili, alte sino a settanta metri. La citt appariva come una macchia bianca lambita dal nastro azzurro dell'Arno e immersa in un mare verde di campi, orti. frutteti, giardini e prati. Ogni volta che Firenze faceva capolino tra le frasche, Tano e Gianni si scambiavano un'occhiata di complicit in ricordo del viaggio fatto assieme due anni prima. Erano gli unici del gruppo ad averla mai visitata. Era stata un'avventura emozionante e indimenticabile. Avevano scoperto un mondo inquietante e travolgente, sin allora ignoto. Dopo il viaggio per mesi i compagni e gli amici, che mai si erano allontanati dal Mugello, avevano chiesto di raccontare ci che avevano visto; e Tano e Gianni, mai stanchi di ricordare, narravano con dovizia di particolari tutto ci che gli occhi avevano potuto assorbire. Alla mente di Tano tornavano le immagini e le sensazioni della sua unica esperienza fuori dal Mugello. Erano entrambi al seguito di Albizzo che in qualit di procuratore della consorteria aveva ottenuto udienza presso Federico d'Antiochia, l'allora vicario imperiale per la Toscana. Tano era stato aggregato alla comitiva come premio per essersi distinto nella prova di caccia al cinghiale, una tappa fondamentale nell'educazione militare dei giovani cadetti. Gianni invece, ossessionalo dall'idea di visitare Firenze, era riuscito a farsi scegliere come scudiero. Dai pellegrini e dai mercanti in transito per il Mugello aveva pi volte udito racconti e descrizioni di questa citt e nella sua mente si era immaginato come potesse apparire; ma la realt aveva superato di gran lunga l'immaginazione. Ramment le grasse risate di Albizzo quando, ormai valicato il passo dell'Uccellatolo e scesi a valle, lui e Gianni avevano scambiato un grande e popoloso borgo munito di toni e palazzi in pietra incontrato lungo la strada per Firenze, e la sua grande chiesa per la cattedrale. Non siamo ancora in citt aveva sghignazzato Albizzo. Quello che vedete solo uno dei tanti sobborghi sorti negli ultimi decenni fuori dalle mura, lungo le strade che portano a Firenze! E la chiesa una semplice chiesa parrocchiale. In effetti subito dopo il borgo si erano trovati di fronte un enorme fossato sormontato da mura altissime e merlate, la cerchia cittadina. In mezzo a una moltitudine immensa e variopinta di persone, animali, carri stracarichi di merci di ogni genere, e sguazzando nel fango per le continue piogge autunnali, avevano valicato una porta sormontata da una

torre che pareva toccare il cielo. Si trovavano dentro le mura cittadine. Mentre Albizzo era impegnato in incontri politici coi dignitari imperiali e cittadini, i giovani avevano approfittato dei due giorni a disposizione per visitare ogni anfratto di Firenze, osservare i suoi abitanti e le loro attivit. La citt era attraversata da un reticolo di anguste e buie viuzze serrate da una fila ininterrotta di case larghe non pi di cinque passi, alte sino a tre piani e addossate le une sulle altre. Formavano un fronte continuo e compatto sulla via tanto da sembrare un unico grande caseggiato. Tano e Gianni si etano persi pi volte in mezzo a quei cunicoli bui e maleodoranti. i muri di base delle case erano in pietra, come lastricate erano le strade pi importanti; mentre in legno erano i piani superiori, i balconi e gli sporti che si protendevano sulla strada, talvolta sino a collegarsi alla casa di fronte. L'uniformit del paesaggio urbano si attenuava nella citt vecchia, ancora delimitata dai resti sbrecciati delle vecchie mura romane, per la presenza di decine e decine di torri signorili, alte sino a toccare il cielo, di possenti palazzi a loro accostati, e delle chiese pi importanti davanti alle quali si aprivano le piazze dove i cittadini mercanteggiavano, si incontravano e chiacchieravano. Erano arrivati a contare pi di ottanta casetorri. altrettanti palazzi e pi di quaranta tra chiese e cappelle. In mezzo a questa selva di case, torri, palazzi, ospitali, chiese e cappelle, il verde della natura era confinato in piccoli angoli. Rari i giardini. Pochi gli orti. Qualche sparuto albero da frutto di fronte alle case, per lo pi fichi. Tutti gli spazi erano occupati da costruzioni o cantieri, e gli stretti intermezzi e chiassi, che ogni tanto si aprivano tra le case, erano delle nauseanti fogne a cielo aperto. I vicoli angusti e l'oppressiva presenza degli edifici, che quasi oscuravano la vista del cielo, erano per compensati da una moltitudine di persone che per lutto il giorno inondava e animava con schiamazzi, odori, colori le vie e le piazze della citt. Dall'alba al tramonto, nei giorni lavorativi e in quelli consacrati a Dio. sotto la pioggia e sotto il sole, le strade brulicavano di uomini e donne di ogni et indaffarati nelle attivit pi disparate. Un groviglio di lingue incomprensibili e mai udite risuonava nelle vie. Abiti di ogni loggia e colore rilucevano per le strade. La citt sembrava ravvivarsi in ogni sua parte e, indifferente alla natura e ai suoi ritmi, emanava entusiasmo ed energia. Molti dei piani terra delle case, soprattutto nella parte vecchia, erano adibiti a fondachi, officine, botteghe e laboratori, dove gli artigiani intagliavano, tessevano, forgiavano i loro articoli, i mercanti stoccavano, inventariavano ed esponevano la loro merce, e i notai, gli avvocati e i medici offrivano i loro servizi. Squadre di operai, scalpellini, falegnami, carpentieri gremivano come formiche gli innumerevoli cantieri disseminati ovunque. I Fiorentini apparivano contenti, ottimisti e sicuri di s. Guardavano i forestieri dall'alto in baso e dileggiavano la moltitudine di villani che in un flusso ininterrotto emigravano dal contado in citt, attirati dalla libert e dal guadagno. I villani si riconoscevano a prima vista dagli abiti, dalla parlata e dalle facce stralunate e sperdute. Certi di ricevere sostegno e aiuto, si acquartieravano nei sobborghi fuori della mura e nei sestieri dove i parenti e gli amici gi si erano stabiliti; e subito erano arruolati nei

cantieri edili e nelle innumerevoli officine dei lanieri, per i lavori pi duri e meno qualificati. Gianni aveva fatto notare a Tano che gli emigrati mugellani erano concentrati nei borghi a nord della citt, in quello di San Lorenzo e della Balla. Tano non si era mai sentito cosi spaesato e impacciato. Timore e stordimento e irritazione erano le sensazioni che la citt gli suscitava. La confusione, gli odori, l'attivit frenetica, la boriosit delle gente, gli abiti sfarzosi e sgargianti. Era un mondo strano e innaturale, come fosse governato da leggi diverse da quelle divine. Mai aveva provalo la sensazione di trovarsi talmente separato e lontano dai colori e dagli odori dei boschi, dei prati e dei campi che sino allora avevano riempito e accompagnato ogni momento della sua vita. 1 Fiorentini, poi, gli erano insopportabili. Arroganti e pieni di s, con quei capelli pettinati e lisciati come le donne. non perdevano occasione per ostentare un senso di superiorit e compiacimento per la ricchezza e la magnificenza della loro citt. Gianni invece si trovava a suo perfetto agio. Non dimostrava alcun segno di fastidio. Era rapito e ammaliato da tutto quello che vedeva. Fraternizzava con le persone incontrate e si comportava con disinvoltura, come fosse nato e sempre vissuto a Firenze. Era strano, ma quella citt produceva effetti del tutto opposti nei due giovani. Gianni ne era affascinato e attratto, quanto Tano respinto e disgustato. L'Arno era il fiume pi grande che i due avessero mai visto: niente a confronto con la Sieve del Mugello o col San- temo dell'Alpe. Il suo letto era enorme e il suo incedere impetuoso. Le forti e continue piogge delle ultime settimane lo avevano ingrossato a dismisura e avevano tinto le sua acque di un marrone scuro. Tre ponti, lunghi e massicci, valicavano il fiume collegando la citt vecchia ai nuovi borghi d'Oltrarno. I pilastri dei ponti affondavano nel letto del fiume sicuri e incuranti della spinta delle corrente che, impotente e schiumante di rabbia, si infrangeva sulla pietra e sulla malta assemblata dall'uomo. Il ponte Rubaconte. dal nome del podest milanese che lo aveva fatto costruire, il pi a monte e il pi recente, eia particolarmente impressionante. Edificato nel punto pi largo del fiume, era strutturato in nove arcate interamente in pietra per una lunghezza complessiva di duecento passi. Queste opere rappresentano la vittoria dell'ingegno umano sulla natura ostile! aveva esclamato Gianni, totalmente rapito dalla scena. E del favore divino aveva aggiunto Tano, profondamente convinto che tali ponti non potessero esser costruiti senza la benedizione del Creatore. Gianni aveva insistito per rimanere sul ponte Vecchio. Sbirciando tra le case e le botteghe appollaiate ai lati del ponte, potevano ammirare il viavai attorno ai fondachi, alle vasche per la tintura e ai tiratoi dei lanaioli, disseminali lungo le rive del fiume. L era concentrata l'industria tessile che aveva reso Firenze una delle citt pi ricche e potenti della Cristianit. Tano si ricordava bene di come l'amico, con la sua parlantina e il suo sorriso da imbonitore, lo aveva convinto a seguire tutte le fasi del processo di lavorazione, dai bozzoli di lana grezza ai panni rossi fiorentini famosi in (un'Europa. Apri gli occhi. Il segreto della ricchezza e della potenza di Firenze sta proprio nella produzione e nel commercio della lana. E noi oggi abbiamo l'occasione di vederlo da vicino! E tutto il

secondo giorno di permanenza in citt lo avevano dedicato alla lavorazione della lana. Avevano cominciato a seguire le carovane di muli carichi di torselli di lana grezza che giungevano in citt dai mercati pi disparati, dal Marocco all'Inghilterra, per finire con la tintura dei panni, l'ultima fase del processo. Gianni era rimasto entusiasta e aveva stretto persino amicizia con un giovane tintore conosciuto ai margini di una vasca in riva all'Arno, nel quartiere di Santa Croce. Aveva la loro et e. nonostante gli sguardi omicidi del tintore anziano, si era dilungato a raccontare della tintura dei panni, che a suo dire rappresentava la parte pi importante e delicata di tutto il processo: Una buona tintura alza il costo del panno sino a un quinto! Parlava con orgoglio del proprio lavoro e la sua massima ambizione era diventare il responsabile di una vasca: un lavoro di prestigio e si guadagna bene diceva sicuro di s. Aveva raccontato che tutto il processo di lavorazione richiedeva quasi sei mesi e che la terza parte dei cittadini di Firenze era impiegata nella lavorazione della lana, anche se la maggior parte era costituita da operai salariati e mal pagati, a fronte di una minoranza che da quell'industria traeva enormi profitti e potere: gli imprenditori lanieri, proprietari delle botteghe e membri delle potente corporazione dell'Arte della Lana. Gianni lo ascoltava rapito e spesso lo interrogava per chiedere spiegazioni sul processo di lavorazione, sugli operai, sui lanieri, sui guadagni. Tano invece si annoiava e ogni poco strattonava l'amico per convincerlo ad abbozzarla con quella storia. Della lana ne aveva abbastanza. Checch ne dicesse Gianni, le guerre non si vincevano certo con le stoffe, ma con il coraggio e la spada. Non gli importava assolutamente niente di quei cenci colorati. Lui aveva ben altri interessi, e poi quello straccione tutto macchiato di tintura, con il suo assurdo entusiasmo, lo infastidiva. Non capiva dove trovasse tutto quest'orgoglio nel passare la vita immerso sino alla cinta in quelle vasche sporche e nauseabonde. L'ennesima puntura di tafano sulla coscia distacc Tano dai ricordi ancora vivi di Firenze, e il suo pensiero torn alla monotona attivit che da una settimana a questa parte svolgeva sui monti che separavano il Mugello dalla valle dell'Amo. Anche quel giorno d'agosto la perlustrazione era iniziata alle prime luci dell'alba e sarebbe proseguita sino al crepuscolo. Dormivano ogni notte in un luogo diverso, dove capitava. Quando erano fortunati, in capanne e fienili abbandonati, o nelle rocche controllate dalla consorteria. Altrimenti all'aperto in mezzo ai prati o nei boschi. La stagione lo consentiva. Gli arcieri apparivano stanchi e annoiati, e sembravano gi aver smaltito l'euforia della vittoria di Borgo San Lorenzo e dei festeggiamenti seguiti. In sette giorni non era successo un bel nulla. Non avevano incontrato anima viva. Le strade a valle e i viottoli di montagna erano deserti e tutti gli abitanti della zona, annusato odore di guerra, avevano abbandonato le loro dimore trovando rifugio a Firenze o nei grandi borghi del Mugello; e i pochi villani rimasti non appena li scorgevano si rintanavano nelle capanne. L'esperienza li portava a diffidare di tutti gli uomini d'arme, di qualunque fazione o partito fossero: il loro passaggio, bene che andasse, portava comunque saccheggi, requisizioni e sopraffazione.

Il rientro al galoppo dei due armigeri inviali in avanscoperta attir l'attenzione di Tano e dei suoi sergenti, che cavalcavano in testa alla colonna, subito dietro di lui. Messere, ci sono tre viandanti che stanno avanzando su questa strada! Saranno qui tra breve disse una delle avanguardie, un giovane tarchiato con una barbetta bionda e rada. Sono armati? disse Tano. Sembra di no, a meno che non nascondano le armi nei bagagli... Dall'abbigliamento paiono pellegrini, ma montano splendidi palafreni. difficile trovare pellegrini con quei cavalli... disse Grifo. Ubaldino della Pila aveva affiancato l'esperto sergente, veterano di molte battaglie, al giovane cavaliere per supportarlo e consigliarlo. Tano aveva preso male la decisione del reggente, come un atto di sfiducia nei suoi confronti; e al principio trattava Grifo con freddezza e sufficienza; ma dopo alcuni giorni passati assieme si era ricreduto. Il sergente di Ubaldino era discreto, rispettava il suo ruolo di comando e le indicazioni e i suggerimenti fomiti risultavano sempre preziosi. Era di carattere taciturno e scontroso, ma le poche volte che apriva bocca non lo faceva a vanvera e le sue parole cariche di esperienza militare pesavano come macigni. Non era di compagnia, n fraternizzava con gli altri che, intimoriti dal viso orribilmente deformato con naso e orecchie mozzale, se ne tenevano a distanza con un misto di timore e rispetto. Potrebbero essere delle spie fiorentine! disse Lupolo. Vedremo riflett a voce alta Tano. per poi rivolgersi ai sergenti: Ghino, Gianni e Grifo prendete tre arcieri e seguitemi. Andremo incontro ai tre pellegrini e li coglieremo di sorpresa. Lupolo. ti lascio il comando della masnada: fai tornare gli uomini indietro sino al casolare che abbiamo appena oltrepassato. Passeremo la notte l. Abbiamo girato abbastanza per oggi. Mi raccomando, prima di acquartierarti fai battere la zona e organizza dei turni di guardia! Noi vi raggiungeremo entro il tramonto. Fermate i vostri cavalli! url Tano ai tre viandanti che procedevano tranquilli in direzione del Mugello. Come vi chiamate? Qual il motivo del vostro viaggio? I tre si fermarono a una trentina di passi dal giovane cavaliere, che assieme a Gianni e altri due arcieri, sbarrava la strada. Siamo poveri penitenti lombardi di ritorno da un faticoso pellegrinaggio nella citt santa di Roma rispose uno dei tre, con un forte accento settentrionale. Smontate dai cavalli e avvicinatevi con le braccia ben in vista e i mantelli aperti! intim Tano, anche se la voce cavernosa del viandante gli richiamava qualcosa di familiare. Prov a osservarlo meglio in faccia, ma il cono d'ombra del largo cappello da pellegrino gli oscurava occhi e naso. I tre parlottarono brevemente tra loro, quindi il lombardo si rivolse nuovamente all'Ubaldini. Ma chi siete? Cosa volete da noi? Il nostro viaggio sotto la protezione dell'Onnipotente e se tenterete di assalirci o derubarci ne risponderete a Lui! Finirete bruciati nelle fiamme dell'Inferno! Tu che hai parlato! Smonta subito da cavallo, levati il copricapo e avvicinati. Non fare scherzi se ci tieni alla tua pellaccia. L'ordine perentorio di Tano fu accompagnato dall'alzarsi di due archi tesi con le

frecce incoccate. II pellegrino, pur di malavoglia, scese dal palafreno, si tolse il cappello e cominci a farsi avanti. Ma dopo alcuni passi Tano fece un sorriso e dando di sprone al cavallo lo raggiunse. Messer Ottone! Ma che ci fate qui. cosi conciato? L'uomo tir un sospiro di sollievo: Ora ti riconosco! Ti ho visto al castello. Sei uno dei nipoti del Cardinale! Che fortuna, credevo foste briganti o mercenari dei Fiorentini! Tano fece un segnale con la mano destra e d'un baleno Grifo e gli altri arcieri emersero dalla fitta boscaglia lungo il sentiero. I Fiorentini non si spingono sin qua si rivolse poi al camerlengo del Cardinale. Questa zona sotto il nostro controllo. E come potete vedere siamo in perlustrazione... Vedo, vedo rispose il Visconti osservando compiaciuto i masnadieri di Tano. Vengo da Roma con un messaggio per Ubaldino... e ci siamo vestiti da pellegrini per attraversare indisturbati il territorio fiorentino. I due uomini con me sono il notaio Ventura da Montepoli, che tu certo gi conosci, e il mio scudiero Capisco, ma coma sta il Cardinale? Molto bene. La notizia della conquista di Borgo San Lorenzo lo ha messo di ottimo umore. fiero di come vi siete comportati! Tano sorrise con soddisfazione e si chiese se qualcuno avesse riferito al Cardinale del ruolo avuto dai suoi arcieri nella presa della cittadina. Quindi si rivolse al camerlengo. Messere, se desiderate, voi e i vostri compagni potete pernottare con noi qui vicino e domani scendere a valle. Puoi chiamarmi semplicemente Ottone, sono un devoto servitore del tuo illustre zio e quindi anche tuo! rispose affabile il Visconti. Ti ringrazio anche per la tua generosa ospitalit, ma preferirei raggiungere entro la notte Montac- cianico per conferire con tuo padre. Ubaldino non mio padre, n sono nipote diretto del cardinale Ottaviano lo corresse il giovane Appartengo a un ramo minore della famiglia! Non di rado lo confondevano con un figlio o un nipote di primo grado di Ubaldino. Qual il tuo nome, se mi consenti? Sono Tano figlio di Greccio degli Ubaldini da Tirli. Gli occhi di Ottone si illuminarono. Ma allora ho avuto l'onore di incontrare il cavaliere che ha consentito la presa di Borgo San Lorenzo! Il merito dei miei arcieri che hanno sbaragliato i cavalieri fiorentini in campo aperto tagli corto Tano con il volto paonazzo per l'imbarazzo. Io mi sono limitato a partecipare all'attacco con gli altri. Era una grande notizia che l'eco della prodezza dei suoi masnadieri fosse giunta sino alle orecchie del Cardinale, ma il fatto che non fosse stato lui a guidarli sul campo lo irritava non poco. Anch'egli aveva combattuto con valore, ma gli eroi della giornata erano stati gli arcieri. Ottone frug nella saccoccia appesa alla cinta di cuoio ed estrasse un rotolo di pergamena che allung a Tano: per te. Te la manda il Cardinale. Se hai bisogno posso leggertela io... Grazie, ma sono capace di leggere il latino! puntualizz Tano. L'altro, dagli occhi incavati ma estremamente vivi e mobili, gli gett

una sguardo di ammirazione: Un grande guerriero, e anche istruito... davvero ammirevole! Tano iniziava a essere stanco del linguaggio forbito e dei modi cerimoniosi del familiare del Cardinale. Bench lo avesse visto in molte occasioni al castello di Montaccianico - Ottaviano lo inviava di frequente in Mugello per curare i suoi affari e portare missive al fratello - era la prima volta che ci scambiava due parole. Quell'uomo sulla quarantina, dal cranio rasato, il portamento superbo e lo sguardo ammaliante, era il pi stretto e abile collaboratore del Cardinale. Erano coetanei e simili per natura: di lui Ottaviano si fidava ciecamente e gli affidava, oltre l'amministrazione di tutti i suoi beni e l'organizzazione finanziaria della familia, gli incarichi pi delicati e importanti. Ottone proveniva da una nobile famiglia milanese, aveva grandi doti intellettuali, una buona formazione giuridica - acquisita alla studio di Bologna col titolo di magister - e un'innata attitudine per la politica e la diplomazia. Tutte doti che gli avevano consentito una veloce carriere al servizio del Cardinale. Si erano conosciuti a Lione nel 1245 presso la curia pontificia di Innocenzo IV. A quel tempo Ottone era un diacono della cattedrale di Milano e ricopriva l'incarico di procuratore dell'arcivescovo Leone da Perego. Ma gi l'anno successivo Ottaviano gli aveva assicurato il prestigioso incarico di podest di Bologna, e nel 1247, scaduto il mandato, lo aveva fatto entrare ufficialmente nella sua familia col titolo di cappellano cardinalizio e quindi di camerlengo. A Ubaldino non piaceva quell'uomo, come non gli andavano a genio il fratello Ottaviano e tutti gli uomini di chiesa che sapevano di politica e di diritto. Si sentiva impotente e inerme di fronte alle armi intellettuali e agli intrighi diabolici di quei chierici. Anche Tano ne diffidava, e cerc cosi di liberarsene il prima possibile. Vi far subito avere una scorta che vi accompagni per la strada pi breve da Ubaldino. Fece quindi cenno a Ghino di avvicinarsi. Quest'uomo che vedi un importate dignitario del Cardinale lo istru quando fu al suo fianco. Ha un urgente messaggio da consegnare a Ubaldino. Prendi cinque uomini e scortalo subito a Montaccianico. A Messer Ottonano, figlio di Greccio degli Ubaldini da Tirli, con la preghiera che la Santa Vergine Madre di Cristo stenda il suo velo di misericordia e protezione su di noi, umili e devoti fedeli, ti scrivo questa missiva, che ti prego di distruggere appena avrai laminato di leggere. In primo luogo mi voglio complimentare per l'eroica impresa dei tuoi masnadieri in occasione della conquista di Porgo San Lorenzo, chiaro che la tua indole e il tuo destino quello di divenire un grande guerriero e. come gi ebbi occasione di anticiparti durante la nostra avventurosa caccia col falcone, io far il possibile, per quanto in mio potere (e ti assicuro che molto), per facilitare la tua carriera. Ti invito tuttavia a domare la brama di combattere, bench comprensibile in un giovane uomo nel pieno delle forze. Non esporti a pencoli e rischi inutili in questo confronto con la nostra eterna rivale. Per il tuo futuro ho grandi progetti. In secondo luogo intendo metterti in guardia da un grave pericolo che incombe sulla tua vita. I miei uomini a Firenze mi hanno informato che il

mercante che prendesti ostaggio lo scorso autunno appartiene a una potente famiglia con esponenti nei pi alti organi del nuovo governo cittadino. E nell 'agguato da te ordito come sai, rimase ucciso il suo unico figfio maschio. Orbene la sua famiglia, per opera di Rinuccio Monaldi, ha chiesto e ottenuto che l'autorit cittadina emettesse nei tuoi confrimti una sentenza di condanna estremamente severa. Non si accontentano di un marcimento dei danni, ma chiedono la tua testa con l'accusa di brigantaggio e omicidio. Sai bene che le sentenze emanate dalle autorit fiorentine sono lettera morta nel nostro territorio, ma se dovessi disgraziatamente cadere nelle loro mani sappi che rischi di essere portato al ceppo. Stai in guardia e che Nostro Signore iddio ti protegga! AD. lisi, XXIII luglio Rilesse per la seconda volta la missiva del Cardinale. Si sofferm a osservare il sigillo impresso sulla ceralacca rossa: un cerchietto gotico con al centro una Vergine in trono col Bambino, e ai suoi piedi, in atto di supplica, un prelato con la mitra. Pass le dita sui solchi e lo port al naso chiudendo gli occhi. Quell'odore acidognolo gli era sempre piaciuto. Arrotol la missiva e la ripose nella saccoccia di pelle attaccata alla cintola. Appena raggiunti i suoi uomini al bivacco l'avrebbe gettata nel fuoco. Per leggerla si era appartato su una collinetta brulla e battuta da un fresco venticello, all'ombra di una vecchia quercia. In basso, nell'aia del casolare abbandonato, poteva vedere i compagni armeggiare con il fuoco, tendere i teli per la notte, prepararsi i giacigli e accudire i cavalli. A differenza delle altre sere, un succulento arrosto di cinghiale e lepre si sarebbe aggiunto al solito pasto di formaggio, fichi secchi e pane di miglio. I suoi uomini pi intraprendenti, approfittando della sosta anticipata, erano andati a caccia nelle boscaglie attorno e il bottino era stato pi che buono. Tre arcieri originari di Cerliano avevano crocifisso il cinghiale a due pali incrociati e lo stavano scuoiando con mani esperte. La carne, senza adeguato trattamento e spezie, sarebbe stata dura e di cattivo odore, ma era carne e nessuno avrebbe fatto complimenti. Tano non aveva voglia di unirsi subito ai compagni. Prefer trattenersi ancora un po' sulla cima della collina per osservare il lento tramonto del sole dietro la cresta di Monte Morello. I suoi pensieri, dopo una breve e frivola divagazione sulla bellezza del paesaggio tinto di rosso dagli ultimi raggi solari, tornarono al contenuto della lettera del Cardinale. Il loro incontro dell'autunno scorso - breve, ma intenso - aveva forgiato un saldo rapporto di complicit. Il tono della lettera non lasciava dubbi. Bench non si fossero pi visti n sentiti da quasi un anno, Ottaviano non si era scordalo di lui. E Tano non pot che rallegrarsi di essere entrato nelle grazie del potente prelato che, addirittura, confermava l'impegno di aiutarlo nella sua carriera di guerriero. Il giovane per aveva giurato a s e alla sua amata di abbandonare questa strada, di rinunciare ai progetti di campagne militari lontano dal Mugello. Aveva promesso. Al termine della guerra contro Firenze, avrebbe preso in moglie Matilda e insieme si sarebbero trasferiti nel castello di Cornacchiaia per condurre una vita tranquilla e felice. La Provvidenza divina aveva deciso che lui seguisse le orme del padre Greccio: castellano nell'Alpe degli Ubaldini al servizio del

ramo principale della consorteria; oggi di Ubaldino della Pila; domani del figlio Azzone o del nipote Ugolino da Senni. Matilda non aveva che lui. La madre era morta durante la battaglia di Borgo San Lorenzo e il padre - quel vigliacco traditore - l'aveva abbandonata. Il mercante, in dispregio all'alleanza matrimoniale con gli Ubaldini, non solo aveva aiutato i Fiorentini a prendere il potere a Borgo San Lorenzo; ma, a seguito della sconfitta e del saccheggio, aveva pensato solo a se stesso, disinteressandosi completamente della sorte delle figlie e della moglie. Si era barricato con gli altri notabili guelfi nel castello della cittadina; e dopo il raggiungimento dell'accordo con Ubaldino si era rifugiato a Firenze. Tano non aveva potuto torcere un capello al quel traditore. Il reggente, in cambio della resa, si era personalmente impegnato a far salve le vite di tutti quelli che si erano rifugiati nel castello. Ma un giorno o l'altro avrebbe avuto l'occasione di vendicarsi. Matilda invece lo aveva cancellato dalla sua vita e non voleva neanche sentirlo nominare. Ormai Tano e le due sorelline rappresentavano gli unici legami che le erano rimasti. E la giovane si era aggrappata a lui come a un'ancora di salvezza in mezzo a un mare in tempesta. Dopo la drammatica conquista di Borgo San Lorenzo. Matilda si era provvisoriamente trasferita a Montaccianico. in una delle stanze riservate agli ospiti. Sarebbe rimasta l sino alla fine delle ostilit. Tano si rammaricava di non aver avuto molte occasioni di vederla e starle vicino in un momento cosi difficile; ma dopo la battaglia, Ubaldino 10 aveva subito spedito nella valle della Carza, e da allora non era pi riuscito a tornare al castello. Era comunque felice che la giovane si trovasse al sicuro dietro le poderose mura della fortezza, e in trepidante attesa del suo ritorno. Scart cosi ogni ripensamento sulla decisione presa sul proprio futuro. Al momento opportuno avrebbe informato il Cardinale. L'odore di arrosto e il cielo sempre pi scuro lo spinsero a raggiungere gli uomini al bivacco. Ma prima di unirsi a loro sfrutt gli ultimi bagliori per leggere alcuni brani del Vangelo di Giovanni. Lo portava sempre con s e quando aveva un po' d'intimit si immergeva nelle lettura. Era la copia in volgare che gli aveva prestato il vecchio pa- tarino del Coppo. A dir la verit pi volte era stato sul punto di gettarlo via. Dopo lo strano incontro con la comunit di palarmi si era sentito in colpa e per vergogna non ne aveva fatto parola con nessuno, neanche con Gianni o frate Anselmo. In questi ultimi tempi per era sorto in lui un forte interesse verso quella comunit e il loro credo. La lettura del Vangelo gli aveva aperto un nuovo mondo, di valori e priorit, spingendolo a rivalutare le scelte radicali compiute dai patarini. L'insegnamento e la testimonianza di Ges Cristo e dei suoi discepoli come riportate nel Vangelo indicavano in modo chiaro la via indicata per la salvezza eterna, e per certo la Chiesa di Roma e i suoi rappresentanti ne avevano completamente travisato il messaggio. Dubbi sempre pi atroci lo assalivano, persino sulla bont della strada di compromesso tra il messaggio originario di Cristo e la chiesa delle gerarchie, del potere e del diritto, intrapresa dagli ordini mendicanti. Tali riflessioni mistiche si intrecciavano poi all'immagine di quella conturbante ragazza dal pelo rosso, che gli era rimasta impressa nella mente e tornava spesso a trovarlo durante la notte, nei sogni.

Castello di Monlaccianico. Piviere di Sant'Agata Primi di agosto, 1251 Che sia maledetto! sbuff Azzone pesticciando i piedi a terra. Mentre io sono qua con le mani in mano a comandare gli scarti della masnada rimasti nelle retrovie, ha messo Ugolino da Senni alla guida di met dell'esercito, nella zona pi importante del fronte. E pensare che sono io suo figlio primogenito! Vecchio bastardo! Ma con lui c' anche Ugolin d'Azzo! disse lo scudiero che gli camminava a fianco, lungo i camminamenti del cassero. Il comando di entrambi. Vostro padre lo ha dichiarato pubblicamente... Inutili formalismi! replic Azzone. Quel che conta il messaggio che ricevono i cavalieri della consorteria, e la decisione di mio padre ha chiaramente messo in luce Ugolino da Senni, come fosse gi una designazione del nuovo reggente. Non siate cosi affrettato nei vostri giudizi. Non penso che Ubaldino avesse tali intenzioni... stato un vero e proprio affronto prosegu Azzone ignorando le parole dello scudiero, come se parlasse a se stesso. Il volto era contratto e tetro; gli occhi stretti in due fessure d'odio perse nell'orizzonte; i muscoli pulsavano vigorosi sotto la tunica di lino. Gliela far pagare molto cara. Mai accetter che mio cugino diventi il nuovo reggente. Pur d'impedirlo sono disposto a tutto, anche a spaccare la consorteria e scendere a patti con Firenze! Risate femminili, trasportate da una repentina folata di tramontano, attrassero l'attenzione dei due soldati. Ehi Guerrino, chi quella pollastrella che passeggia con Adalasia? disse Azzone accantonando di colpo le fosche preoccupazioni che ne oscuravano il futuro. Una nuova donna di mio padre? Non l'avevo mai vista al castello. No messere, la promessa sposa di Tano figlio di... So chi . e so anche che quello scarafaggio figlio di nessuno non si merita tanta bont! sussurr a mezza bocca Azzone. Come si chiama? domand poi con gli occhi inchiodati sulla giovane. Matilda, figlia del mercante Chermontesi di Borgo San Lorenzo. Chi, quello bandito assieme agli altri notabili guelfi? S, messere. giunta al castello da pochi giorni, dopo la conquista di Borgo. Vi metto anche in guardia prosegui lo scudiero tradendo una certa apprensione, che la ragazza legata a Tano da uno sponsale che ha avuto la benedizione di vostro padre e dello stesso Cardinale. Il loro matrimonio era previsto per quest'estate, ma con la guerra... Senza prestare ascolto alle parole del servitore. Azzone aveva gi imboccato le scale che portavano di sotto, al cortile del cassero, dove stavano passeggiando le due donne. Donna Adalasia. fareste la cortesia di presentarmi la giovane al vostro fianco? Adalasia squadr arcigna e diffidente il primogenito di Ubaldino. Quindi stir il volto in un sorriso affabile. Con piacere. Matilda dei Chermontesi di Borgo San Lorenzo. Azzone, figlio di primo letto di mio marito. un onore per noi ospitare al castello una cos nobile e bella fanciulla disse Azzone facendo un profondo inchino.

Matilda, che aveva gi visto in altre occasioni il figlio di Ubaldino e sapeva chi era, arross per l'imbarazzo di tanta galanteria in un guerriero all'apparenza cos rude e ferino. Nei giorni seguenti Adalasia e Azzone diventarono i migliori amici e i principali punti di riferimento di Matilda al castello. Appena arrivata, sconvolta e affranta per la perdita della madre e il ripudio del padre, con Tano lontano, dopo tanta tristezza e sofferenza, trov nei loro modi gentili e accoglienti un saldo rifugio. Quando non era con le due sorelline, passava le lunghe e soleggiate giornate di quel primo agosto con Adalasia, tra passeggiate nei magnifici castagneti attorno al castello, il ricamo e la recita delle preghiere nella cappella del castello. La moglie di Ubaldino era una donna rigorosa e pia, e man mano che le raccontava la sua triste storia a fianco del reggente. la ragazza si sentiva a lei pi vicina e amica. Azzone invece, a dispetto delle voci che correvano su di lui, si mostrava gentile e simpatico, e durante i pasti comuni nella sala d'armi della torre signorile - il cavaliere aveva insistito che Matilda desinasse assieme alla famiglia - la ricopriva di galanti e premurose attenzioni, senza mai eccedere, senza mai mancarle di rispetto. Castello, Borgo San Lorenzo Primi di agosto, 1251 Che storia mai questa? grugn Ubaldino battendo il pugno sul tavolo della sala d'arme. Il notaio Lupini fece un soprassalto per lo spavento. Io ho bisogno di balestrieri! Pi volte, tramite Albizzo, ne abbiamo richiesti a Siena, ma niente da fare. Quegli avidi mercanti ogni volta rispondono che non possono distogliere i balestrieri dai loro castelli... i cittadini non approverebbero! E poi vengo a sapere che li hanno dati ai Guidi, assieme a un grosso reparto di mercenari tedeschi. Voglio balestrieri, non chiacchiere e atti notarili! Dillo a mio fratello che si adoperi per fare pressione sul governo senese! Ubaldino. ti ho spiegato rispose con calma Ottone Visconti, solo per il bene tuo e della consorteria. Le guerre sono sempre imprevedibili ed opportuno premunirsi contro ogni eventualit... Aveva imparalo a conoscere l'irruente fratello del Cardinale e sapeva come prenderlo. I suoi occhi mobili saltavano freneticamente da Ubaldino, seduto dietro il tavolo, al notaio Lupini, in piedi alle spalle del reggente. Cercava nei loro sguardi e nei loro movimenti i punti di debolezza, i cedimenti su cui fare pressione per convincerli. Che tipo ti protezione avrebbero i beni? domand il notaio. 1 principi della chiesa e tutte le loro propriet godono della protezione e dell'immunit del Santo Padre. I quindici porporati che formano il Collegio cardinalizio assieme al Pontefice incarnano la Chiesa romana, e violare le loro persone e i loro beni equivarrebbe a violare il corpo di Cristo! Come diceva il sommo Innocenzo III i cardinali sono pars corporis papae... Lasciamo perdere queste formulette da preti! protest Ubaldino. Quello che intendo dire semplice. Se tutti i capifamiglia emancipati della consorteria trasferiranno i beni e le quote di loro spettanza al Cardinale, in caso di esito infausto della campagna militare tali beni

godrebbero della diretta protezione del Santo Padre! Naturalmente i trasferimenti avverrebbero con donazioni e vendite fittizie, e una volta terminate le ostilit tutto tornerebbe come prima... Ma la guerra la vinceremo noi, quindi il problema non si pone! disse Ubaldino. Ne convinto anche il Cardinale, ma tu sai quanto lui sia previdente e apprensivo quando vi dimezzo l'interesse della consorteria... Dubito che le milizie fiorentine in caso di vittoria si fermeranno di fronte a questi cavilli giuridici! disse il notaio. Non sono cavilli giuridici precis il camerlengo del Cardinale, ma atti di propriet legalmente inoppugnabili e i Fiorentini hanno molto a cuore il giudizio del Santo Padre e soprattutto i proficui affari che intrattengono con la santa madre Chiesa! Ah, su questo non vi sono dubbi, maledetti usurai! disse Ubaldino. I beni appartenenti al patrimonio del Cardinale prosegui Ottone, anche se potranno subire dei danni nelle fasi concitate della battaglia, in nessun caso potranno essere oggetto di attacchi prolungati e di provvedimenti di confisca da parte del governo fiorentino, senza incorrere in una dura reazione del Papa e dell'intero Collegio cardinalizio, con inevitabile scomunica e rappresaglia economica! Io chiedo a mio fratello di usare le sue conoscenze e i suoi soldi per procurarmi balestre e un buon astrologo da usare in battaglia, e lui non solo non mi accontenta, ma richiede che tutti i beni della consorteria siano intestati a suo nome! A Borgo San Lorenzo abbiamo rischiato una catastrofe, e tutto perch ero sprovvisto di un astrologo. Avevo anche suggerito un nome a buon mercato. Un matematico di Forl, giovane ma gi molto bravo, almeno dicono. Ora mi sfugge il nome... ah si. Guido Bonatti! Ubaldino, conosci bene l'avversione del Cardinale per gli astrologi. convinto che siano tutti dei ciarlatani che barattano la Provvidenza divina con il moto degli astri nel cielo! E allora come ti spieghi che tutti i grandi condottieri hanno a servizio un astrologo di fiducia che gli indica le decisioni da prendere in battaglia? L'Imperatore non faceva un passo senza le predizioni di Michele Scoto. Ezzelino da Romano ha sempre con s due matematici e lui stesso si dedica allo studio di quella scienza! Come faccio a vincere se non ho un diavolo di astrologo che mi dica se, dove e quando attaccare? La vittoria in battaglia determinata dall'abilit dei comandanti, dal coraggio dei soldati e dalla Provvidenza divina! Non guasta un buon armamento e un po' di prudenza. E poi, se non sbaglio aggiunse Ottone, il magister Aldo Stabili ancora al tuo servizio. Dicono sia un ottimo astrologo e matematico... Per me come fosse morto! lo interruppe Ubaldino. Non voglio neanche sentir pronunciare il suo nome. un peccato che tra voi due... Va bene, basta cos! Quest'argomento mi ha gi stancato e soprattutto porta sventura! Cosi dicendo il reggente si alz. Pensateci voi due a preparare gli atti necessari, io ho cose pi importanti da sbrigare!

Un'ultima cosa... continu il camerlengo, con un sorriso stampato sulla faccia sempre perfettamente rasata e ordinata. Che c' ancora! grugni Ubaldino gi alla porta. Una buona notizia. Il Cardinale ha avuto uno scambio di note col vescovo di Firenze sulla questione di Borgo San Lorenzo. Quindi? domand il reggente, girandosi di scatto verso il chierico milanese. Giovanni Mangiadori molto sensibile alle richieste del Cardinale. In passato faceva parte della sua familia cardinalizia, ed grazie alla sua intercessione presso il Santo Padre che ha ottenuto il seggio vescovile. Questo lo so gi. Vieni al dunque! lo incalz Ubaldino, ritornato sui propri passi e nuovamente di fronte al camerlengo. Mangiadori non pu che avere un occhio di riguardo verso la famiglia del suo benefattore e le sue legittime aspirazioni. Ubaldino aguzz gli occhi e stir la bocca in un largo sorriso. E in quest'ottica continu il Visconti ha apprezzato i tuoi sforzi nel proteggere i suoi possedimenti in Mugello e dopo la fine delle ostilit valuta favorevolmente l'ipotesi di lasciare Borgo San Lorenzo - diciamo cos - sotto il controllo diretto della consorteria, bench sempre a nome del vescovado... Bravo, cosi mi piaci Ottone! proruppe Ubaldino afferrandolo per le spalle. Mio fratello non stato stupido a prenderti al suo servizio! Vieni, accompagnami al castello della Pila... cos per la strada potremo approfondire meglio la cosa! Il comune sulla Sieve rappresentava un pallino fisso per Ubaldino. L'aveva governato per vari anni in qualit di podest per conto del vescovo, e in quelle occasioni ne aveva apprezzato il dinamismo e la ricchezza, convincendosi che la signoria ubaldina sul Mugello non poteva prescindere dal suo controllo. Il Visconti, sballottato e intimorito dai camerateschi complimenti di Ubaldino, non riusc a disimpegnarsi e fu costretto a seguirlo alla vicina rocca della Pila. Approfitt dell'occasione per spiegare al rude guerriero che l'assenso del vescovo, pur se importante, non era sufficiente per consegnare la cittadina alla consorteria. Occorreva lavorare per superare l'ostilit del capitolo della cattedrale e delle famiglie fiorentine dei Tosinghi e dei Visdomini, che avevano voce nella gestione dei beni della mensa vescovile e che per certo avrebbero richiesto l'appoggio del Santo Padre per ostacolare i disegni del Cardinale. Borgo San Lorenzo si trovava da tempo immemorabile sotto la signoria del vescovo di Firenze, ma di fatto godeva di un'ampia autonomia, conquistata alcuni decenni prima a seguito di aspre lotte. Il prelato fiorentino cercava di mantenere la propria autorit tramite la figura del podest, nominando a tale carica talvolta un esponente degli Ubaldini, altre volte un cavaliere fiorentino. Il podest era poi affiancato da due consoli, eletti tra i notabili della cittadina e confermati dal vescovo con l'accettazione del giuramento di fedelt.

3
Convento di Santa Maria Novella, sobborgo di Firenze fuori le mura Primi di agosto, 1251 Il frate domenicana scost il cappuccio e mostr un volto scavato e pallido. La bazza appena accennata, coperta da un corto e preciso pizzetto e sovrastata da un enorme naso ricurvo, gli conferiva l'aspetto di un falcone. Il giudice Manno Altoviti? domand con forte accento francese. S. Alla risposta affermativa, il frate domenicano gett delle occhiate sospettose attorno, per assicurarsi che nella stanza non vi fosse nessun altro. Sicch infil una mano nella sacca interna del saio, tir fuori un rotolo di pergamena bianca e sottile con sopra impresso il sigillo di papa Innocenzo IV, e con un movimento rapido l'allung al suo interlocutore. Lo Stronco, che aveva riconosciuto nel documento una missiva riservata del Santo Padre, la lesse avidamente. Alz quindi due occhi illuminati di luce ardente verso il chierico. Fra' Stefano da Lione, accomodatevi. Da quando il priore del convento di Santa Maria Novella mi ha annunciato il vostro arrivo non ho pi chiuso occhio. Vi aspettavo con ansia. Cosi dicendo fece per inchinarsi, ma il frate lo blocc con le sue braccia ossute. No, no, non ti prostrare di fronte a un umile servo di Dio... S, ma che rappresenta il Santo Padre e ne riferisce la parola. Venite, accomodatevi, sono ansioso di sapere cosa pu fare un devoto fedele per il bene della Chiesa e il trionfo della pura e unica fede. Il nunzio stiracchi il viso in un breve e languido sorriso di compiacimento e porse il braccio destro. Non usiamo convenevoli tra noi. Come preferisci rispose Manno stringendo senza vigore il braccio proteso. Bene, sar breve e conciso per arrivare subito al dunque. Anticipo che non sono autorizzato a riferirti tutti gli aspetti della questione. Dovrai agire sulla fiducia, consapevole di fare il bene della Chiesa. I miei confratelli mi hanno riferito molto bene di te. Un uomo timorato di Dio che ha messo la propria vita al servizio della giusta causa. Certo, fidati di me. Le accorate prediche del tuo confratello Pietro da Verona mi hanno scosso l'animo e assistere di persona al suo miracolo ha rotto ogni indugio. Di che miracolo parli? Era l'estate del 1244. Mi trovavo in piazza Santa Maria Novella insieme a migliaia di altri fedeli per la predica di fra' Pietro. Allora non ero molto religioso e conducevo una vita dissoluta e nel peccato. Tuttavia una grave malattia, trascinandomi sull'orlo della morte, mi aveva scosso e mio fratello Ambrogio mi convinse a partecipare alla predica di quel frate venuto dal nord. D'un tratto un enorme cavallo imbizzarrito caric la folla, di sicuro per opera del demonio. Avrebbe travolto e ucciso decine di fedeli, ma Pietro, con un semplice gesto della mano e un'invocazione a Dio, lo blocc. La bestia di colpo divenne mansueta. Il miracolo mi sconvolse il cuore e la notte stessa ebbi una visione in sogno, tenibile e

angosciosa. Stavo per morire di nuovo. Mi risvegliai stravolto, terrorizzato e madido di sudore, ma ancora sano e salvo. Ringraziai Dio di avermi dato un'altra possibilit. Da allora gettai alle spalle la vita passata e spalancai senza riserve il cuore a Dio, diventando un suo devoto servitore. Capisco e mi rallegro. Fra' Pietro un atleta di Cristo insuperabile. Ma veniamo a noi. In questa vicenda la tua citt riveste un molo cruciale. Rappresenta il baluardo guelfo in Toscana, in mezzo a traditori, eretici e servi degli Svevi. Innocenzo ripone grande fiducia nella forza e nella fedelt di Firenze. Sapr tener testa ai molti nemici e con l'aiuto di Dio trionfer! Questa premonizione mi rincuora. Stiamo attraversando un periodo difficile. Noi sappiamo che tu sei stimato dai tuoi concittadini e hai una grande influenza sul governo fiorentino. Manno annui compiaciuto. Bene prosegu il domenicano, la tua opera avr un'importanza decisiva nella tenibile lotta che contrappone ormai da decenni le forze del bene, guidate dal Santo Padre, al maligno, incarnato dagli eretici e dai sostenitori dell'Impero. Dimmi. Mi stato riferito che Firenze per rompere l'accerchiamento della Lega ghibellina intraprender una campagna militare in Mugello, contro i signori della zona. Corrisponde al vero? Manno rimase spiazzato dalla domanda e si prese alcuni attimi prima di rispondere. Le opzioni sono varie. Una questa, ma non condivisa da tutti. Alcuni ritengono pi opportuno intervenire prima in Valdamo o contro Pistoia. Il Santo Padre desidera che si dia priorit al Mugello disse in tono risoluto il frate. Mi impegner per esaudire il suo volere; ma. se mi consenti, per quale ragione? Il Mugello pullula di comunit patatine provenienti dalla Lombardia. Il Santo Padre desidera che si estirpi il maligno da quella valle dimenticata da Dio. lo e alcuni miei confratelli di Firenze seguiremo la milizia comunale come inquisitori. Sono gi d'accordo con il priore Adobrandino Cavalcanti. Abbiamo per necessit di poter disporre di uomini d'arme di indubbia fedelt... i miliziani del comune diffidano degli inquisitori e non sono adatti per questo genere di lavoro, cosi delicato e importante... tu mi capisci... Certo, capisco. I miei confratelli della Societ della Fede sono le persone pi adatte per questo compito; e sono a tua piena disposizione sin da oggi. Bene, vedo con piacere che ci intendiamo alla perfezione. I miei confratelli fiorentini mi hanno riferito grandi cose di loro... dei veri guerrieri di Cristo! Ma perch quest'attenzione del Santo Padre per quella selvaggia valle? Vi sono grandi e ricche citt che pullulano di eretici... Non sono autorizzato a dirti altro. Innocenzo ha le sue motivazioni. Il compito a te richiesto di adoperarti affinch Firenze porti la guerra in Mugello e sconfigga i signori ghibellini che controllano la valle. Sotto la

protezione dell'esercito di Firenze, l'inquisizione potr compiere il suo dovere e riportare la parola di Dio. Lo Stronco guard di sottecchi il frate lisciandosi la bazza. Far del mio meglio per convincere il Collegio degli anziani ad aprire le ostilit in Mugello e a farsi seguire dagli inquisitori. Le argomentazioni non mancano e inoltre abbiamo buoni alleati in quelle zone... che daranno una mano a sconfiggere gli Ubaldini e i loro alleati ghibellini. Quindi lo fiss dritto negli occhi: Ma toglimi una curiosit. Non era pi semplice chiedere l'intervento del cardinale Ottaviano degli Ubaldini per estirpare l'eresia dal Mugello? Proprio negli ultimi mesi, approfittando della guerra interna a Firenze, la sua famiglia si impossessata di Borgo San Lorenzo e controlla saldamente tutta la vallata. Il Cardinale ha mantenuto stretti legami con la famiglia e ha grande influenza sul reggente della casata, il fratello maggiore Ubaldino della Pila! Il frate esit un attimo e squadr il suo interlocutore. I due si fronteggiarono per alcuni attimi. Da esperti conoscitori dell'animo umano si studiarono a vicenda cercando di carpire l'uno qualcosa dell'altro. II frate realizz di avere di fronte un uomo fedele, ma anche astuto e abile. Non poteva trattarlo come un bamboccio. con il rischio di ferirne l'orgoglio e renderlo pericoloso. Ti riveler alcune informazioni di massima segretezza che non dovranno uscire da queste mura... Sar una tomba. Ti dice niente il nome di Giovanni da Parma? Ceno. l'attuale ministro generale dell'Ordine francescano. un sant'uomo di grande intelletto, almeno dicono. Negli anni '30 di questo secolo i Francescani hanno vissuto un periodo molto travagliato, con il rischio di uscire dall'ortodossia ed essere scomunicati. Gi prima della morte del Poverello d'Assisi, l'Ordine francescano si era spaccalo al suo interno in due correnti. La parte pi radicale, sulla base di un'interpretazione rigida e intransigente della Regola e del Testamento di San Francesco, rifiutava l'integrazione nella Chiesa, non riconosceva la gerarchia e ne criticava aspramente lo stile di vita contrario all'insegnamento del Vangelo. Il loro ottuso attaccamento alla purezza del messaggio originario del Santo li ha spinti a rifiutare non solo tutte le regole emanate dai ministri generali dopo la sua morte, ma anche le bolle e i privilegi concessi dal Santo Padre. Agli zelanti della Regola si opponeva la maggioranza dei frati, pi moderata e ragionevole. Quest'ultimi, pur di salvare l'Ordine e tenerlo saldamente nell'alveo della madre Chiesa, erano disposti ad accettare una serie di compromessi tra l'ideale primitivo dell'osservanza integrale della povert, umilt e semplicit e la dura realt quotidiana ove la Chiesa era impegnata a combattere il maligno. Grazie a Domeneddio, l'allora pontefice Gregorio IX capi la gravit della situazione e intervenne pi volte e direttamente nel corso del suo pontificato per sostenere in modo deciso la componente riformatrice. Con una pioggia di bolle sminui il valore cogente del Testamento del Santo, svincol i frati dall'obbligo di osservanza letterale del Vangelo contenuto nella Regola, aggir il vincolo della povert integrale consentendo ai singoli conventi di ricevere doni e avere

propriet, ed escluse i laici dall'ammissione all'Ordine. Inoltre, per favorire la diffusione dei Francescani in tutta la Cristianit e vincere la diffidenza del clero regolare, li ricopr di concessioni e privilegi, legandoli per a un rigoroso vincolo d'obbedienza direttamente verso il pontefice. Gregorio dette cosi avvio a quel processo di normalizzazione e integrazione dei Francescani che li ha resi, soprattutto in Italia, dove enorme la loro diffusione e influenza, uno strumento indispensabile nella lotta contro l'eresia e contro il partito dell'Impero. La loro attivit pastorale riscuote successo dove il clero secolare ha fallito: conquistare la fiducia e indottrinare i mercanti e gli artigiani che popolano le citt. Lo stesso Innocenzo ha potuto apprezzare l'opera dei Francescani come predicatori, informatori, agitatori e collettori di fondi a favore della Chiesa. Si dice che l'Imperatore e Ezzelino da Romano ne abbiano espulsi e condannali al rogo a decine! vero, ma il Santo Padre oggi afflitto da una grande preoccupazione. I Francescani, a differenza di noi frati domenicani, non sono ancora uniti e compatti al servizio della Chiesa. I riformatori hanno vinto una battaglia, ma non la guerra. I frati zelanti della Regola, bench sconfitti, minoritari. emarginati e duramente perseguitati, non hanno rinunciato alle loro lesi. Negli ultimi anni si sono rifugiati in romitori isolati in mezzo alle montagne in attesa di tempi migliori; e l, sotto la guida dei vecchi compagni di San Francesco ancora in vita come Egidio, Leone, Rufino e Angelo. praticano lo stile di vita originario del movimento e diffondono ai giovani gli insegnamenti e gli scritti del Santo. Oggi il nuovo ministro generale dell'ordine un loro simpatizzante. Ha reintegrato nei loro incarichi gli oppositori alla riforma banditi dal suo predecessore Crescenzio da Jesi. Non perde occasione per denunciare la degenerazione dei confratelli che collaborano attivamente nella lotta contro i ghibellini e gli eretici. Ha pubblicamente richiamato il rispetto del Testamento. E ha rifiutato pi volte nuovi privilegi offerti dal Santo Padre. Credevo che Giovanni da Parma fosse un riformatore fedele alla Chiesa. Lo , ma la simpatia e la tolleranza dimostrata verso gli zelanti e le sue teorie profetiche riprese da Gioacchino da Fiore preoccupano assai Innocenzo. Lui e il suo collaboratore Gerardo di Borgo San Donnino, come molli altri influenti Francescani, sono ferventi gioachimiti. Sono convinti che la Provvidenza divina abbia assegnato ai Francescani il destino salvifico di traghettare l'umanit verso una nuova et, prima del secondo avvento del Messia e del Giudizio finale; un'et spirituale governata da una Chiesa profondamente rinnovata, ispirata ai principi del Vangelo e guidata da un papa angelico che spazzer via l'attuale Chiesa delle gerarchie, dei sacramenti e del diritto. Ma i Francescani saranno degni di svolgere tale ruolo provvidenziale di guida verso la nuova et solo se riusciranno a preservare lo stato di perfezione evangelica indicato da Cristo e da San Francesco. Da qui l'esigenza di seguire alla lettera il Vangelo e la Regola del Santo di Assisi. I gioachimiti hanno dato un nuovo e vigoroso impulso alla questione della fedelt alla Regola, legandola all'esigenza di rinnovamento della Chiesa di Roma e di tutta la Cristianit in vista della fine del mondo.

Capisco fece frastornato il giudice. Ero all'oscuro di tutte queste vicende... Queste idee, bench molto diffuse all'interno dell'Ordine, non sono ancora maggioritarie e soprattutto non sono uscite all'esterno. Ma sono idee eretiche! Non ancora, ma potrebbero diventarlo e con loro l'intero Ordine francescano. E tale eventualit sarebbe una catastrofe per la Chiesa. Il Santo Padre ne consapevole e per questo intenzionato a tagliare questi rami malati prima che infettino tutto il tronco sospir il frate, per poi riprendere con nuova enfasi. Ora Innocenzo venuto a conoscenza che in Mugello vi una piccola ma pericolosa comunit di questi francescani zelanti e gioachimiti che si oppone alla riforma, intesse stretti rapporti con i catari del luogo e cospira contro la Chiesa. Effettivamente in Mugello i Francescani hanno vari conventi e godono della protezione degli Ubaldini. Sono dei fervidi devoti del Poverello. Appunto, il Santo Padre intende ripulire quella valle infetta. Estirpare l'eresia e cancellare queste comunit di francescani deviati e... non si fida pienamente del Cardinale. Manno non riusci a trattenere un sorriso di soddisfazione. Ouindi non era il solo - pens - a considerare quell'infido prelato, che tanto danno aveva causato a lui e alla sua citt, un pericolo per la Chiesa. E fa bene. una serpe ambiziosa e infingarda. Tre anni fa, durante l'insurrezione guelfa a Firenze, per causa sua... Lasciamo stare il passato. Innocenzo preferisce tenerlo fuori dalla vicenda per non avere complicazioni... Ottaviano molto vicino ai Francescani. Seguendo le orme de) suo benefattore Gregorio IX, ha mantenuto strette relazioni con loro e ha ottimi rapporti con il ministro generale. Senza coniare che tutti i conventi francescani in Mugello, come tu stesso hai accennato, ricadono sotto la protezione diretta della sua casata. Se Ottaviano venisse a sapere della cosa potrebbe interferire, creare dei problemi... Sono in molti a ritenere che faccia il doppio gioco non si rassegn Manno, e che sia stato in stretti rapporti col defunto Imperatore... un uomo spregiudicato che opera solo per accrescere il suo potere e quello della sua famiglia. senza badare all'interesse della santa madre Chiesa. risaputo che aspira a succedere a Innocenzo, e per salire al soglio pontificio sarebbe capace di venir a patti anche con gli Svevi! Non temere. Il Pontefice sa tutto. Nostre fonti hanno rivelato che lui l'artefice occulto della formazione della Lega ghibellina tra le citt della Toscana che oggi minaccia Firenze. Gli occhi e la bocca dello Stronco si strinsero in delle fessure sottili, sotto una fronte rugosa e accigliata. La notizia non lo meravigliava pi di tanto, ma gli fece comunque bollire il sangue nelle vene. Quell'uomo era un pericolo mortale per Firenze. Ma allora perch il Santo Padre non revoca i suoi incarichi e non lo scomunica? Ne ha il potere... Ottaviano un uomo molto potente e in questo frangente il Papa non pu permettersi di farselo nemico. Ha bisogno del suo appoggio, anche se traballante e malfido, per recuperare la penisola alla Chiesa. L'hai detto tu stesso. l'artefice della Lega ghibellina che combatte

contro Firenze e la Chiesa! Come potete... Il punto che al di fuori della Toscana e dopo i tentennamenti dell'inverno del '48. ha guidato con successo i guelfi contro le forze imperiali in Lombardia e in Romagna. Con l'appoggio della milizia bolognese ha riportato numerose vittorie e ha stretto amicizie e clientele nelle pi importanti citt di quelle regioni. A Bologna osannato come fosse il signore della citt e non si muove foglia senza il suo consenso. Comprenderai come il papa non possa farne a meno. Un suo aperto e definitivo schieramento con il partito imperiale destabilizzerebbe molti dei governi guelfi delle citt romagnole e lombarde. Capisco rantol cupo e rassegnato lo Stronco: Parteggia per l'Impero in Toscana e per la Chiesa nel resto d'Italia... Purtroppo il Santo Padre non pu fare affidamento neanche sul cardinale protettore dell'Ordine francescano, Rinaldo di Jenne. intimo del cardinale Ottaviano e in ottimi rapporti con Giovanni da Parma. Maledetti traditori... e pensare che il Papa ha concesso ai cardinali il galero proprio a simbolo di disponibilit al martirio in sostegno della fede! Rammenta che il Collegio degli anziani deve acconsentire che gli inquisitori e i tuoi confratelli si aggreghino all'esercito! Non ti preoccupare. La maggioranza degli anziani pende dalla mie labbra! Mobiliter subito i miei confratelli per organizzare la predicazione della crociala in Mugello. In ogni piazza delle citt sar eretto un pulpito per consentire a voi domenicani di predicare, infiammare gli animi dei Fiorentini, risvegliare la loro fede sopita e scagliare la loro rabbia verso l'eresia che alligna in Mugello e che trova la protezione di quei bastardi Ubaldini. No! No! si affrett a interromperlo il frate, il Papa non vuole nessun clamore! L'opera degli inquisitori dovr essere discreta e priva di notoriet. Come ti ho gi spiegato. una crociata in piena regola contro gli eretici e i loro protettori Ubaldini guasterebbe in modo irreparabile i rapporti. gi al quanto delicati, tra il Santo Padre e il Cardinale. Manno apparve deluso. Gi si immaginava la citt con le piazze e le chiese colme di persone ad ascoltare le prediche infuocate dei frati, come ai tempi di Pietro da Verona. L'unico mio rammarico cerc di mascherare il disappunto, che forse non potr accompagnarti personalmente. Il mio stato di salute me lo impedisce. Tutta colpa di quel maledetto Ottaviano, ma avr modo di vendicarmi... Occorre molta prudenza con quell'uomo! Ma non temere. Se riesci a portare a termine il tuo compito, Innocenzo ti sar pi che riconoscente. A missione conclusa potrai chiedere qualsiasi cosa, sia di ordine spirituale, per il bene della tua anima, che materiale... Manno rantol un sorriso; ma il frate, d'un tratto, da sorridente e gentile che era, divenne scuro in volto, sbarr gli occhi e punt il dito indice tra gli occhi spauriti del giudice fiorentino, che si ritrasse. Le cose che hai udito oggi non dovranno per nessuna ragione uscire dalla tua bocca, anche quelle relative al coinvolgimento dell'Ubaldini nella Lega ghibellina. Il Santo Padre per il momento non ha intenzione di renderlo di pubblica fama. Nuocerebbe al bene della santa madre Chiesa! Noi non ci

siamo mai incontrati. Tu non mi conosci. Io mi aggregher ai confratelli in modo del tutto anonimo. Sappi che oltre te l'unico a conoscere la mia identit e il mio ruolo in questa vicenda il priore di Santa Maria Novella. Sestiere di Porta San Piero, citt di Firenze 15 agosto 1251 Siamo accerchiati da ogni lato e isolati! protest Sinibaldo, il rappresentante dell'Arte dei medici e speziali nel Collegio degli anziani. Se le milizie avessero tardato anche solo pochi giorni il rientro da Pistoia avremmo perso la citt. Le masnade dei signori ghibellini del contado erano gi pronte a irrompere dentro le mura! Appariva preoccupato. Il volto era teso e il corpo contratto in scatti nervosi. Ma questo non si verificato! replic il Podest. Tutto andato per il meglio: la citt saldamente nelle nostre mani e proprio oggi, il giorno dell'Assunzione della Vergine Maria. San Miniato ha respinto la generosa offerta di Siena e si schierata dalla nostra parte. E voglio proprio vedere chi si azzarder a muoverci un assedio! senza dubbio un segno! disse Manno, facendosi il segno della croce. Anche se le truppe nemiche non sono ai piedi delle nostre mura disse il giudice Giancane, di fatto siamo gi assediati. Tutte le rocche e i castelli intorno alla citt nel raggio di quindici miglia sono in mano alla Lega ghibellina che presidia le strade e blocca i nostri commerci. Le scorte di grano termineranno nel giro di un mese! Il mio illustre collega ha ragione disse ancora lo Stronco; ed ovvio che non possiamo affrontare Siena, Pisa e le altre citt della Lega ghibellina senza prima aver regolato i conti coi signori feudali che ci chiudono le strade per la Romagna e la Lombardia. Ora che abbiamo smascherato e scacciato i traditori ghibellini dalla nostra citt, la priorit la sottomissione dei Guidi, degli Ubaldini e degli Alberti per aprirci la via di Bologna. L'inverno alle porte e senza i rifornimenti di granaglie dal nord rischiamo la carestia! Tutti i presenti annuirono. E Pistoia? domand Rinuccio Monaldi. Il doppio mento del grasso mercante sobbalz. Riprenderemo la campagna non appena sistemati i nostri vicini a nord e liberate le strade per Bologna disse con il consueto impeto il Capitano del popolo, accompagnando le parole con convolisi movimenti del corpo che ne accentuavano ancor pi l'aspetto arruffato. Bench il nostro esercito sia il migliore della Toscana per armamento, numero e motivazione - e io stesso l'ho potuto constatare nella vittoriosa campagna di Pistoia - non possiamo aprire pi fronti contemporaneamente... Propongo di rompere l'accerchiamento a nord-est, inviando due contingenti. Uno in Mugello, l'altro nel Valdarno! disse Manno. Gli occhi azzurri balenarono da una faccia all'altra degli interlocutori per carpirne le reazioni; mentre le mani, lunghe e sottili, si avvinghiavano freneticamente tra loro sul grembo. Gli Ubaldini e i loro alleati Romagnoli dispongono di masnade numerose, addestrate e ben armate disse con tono grave Giancane. Lo abbiamo sperimentato a Borgo San Lorenzo; e dopo quella vittoria avranno il morale alle stelle. Senza contare che conoscono il territorio e

presidiano tutte le rocche lungo la valle del Carza e del Faltona. La campagna sar impegnativa e ci occorrer tutta la milizia! I nostri informatori riferiscono che assieme ai mercenari romagnoli dispongono di duemila fanti e trecento cavalieri! disse il Podest. Difficilmente accetteranno uno scontro in campo aperto... disse uno dei tre cavalieri guelfi presenti alla riunione. opportuno che messer Cavalcante de' Cavalcanti e gli altri due cavalieri ammessi alla riunione come osservatori prendano la parola solo se espressamente interpellati! protest Sinibaldo. Nel popolo e nei suoi rappresentanti era ancora forte e radicata la diffidenza verso i nobili cavalieri, sia guelfi che ghibellini. Per decenni con le loro faide e violenze quotidiane avevano messo a ferro e fuoco la citt. Da tempo immemorabile occupavano la totalit delle cariche pubbliche, godevano di enormi esenzioni fiscali e privilegi. e controllavano e sfruttavano a fini privati la maggior parte dei beni del comune, del vescovo e del capitolo della cattedrale. Non perdiamoci in stupide formalit! ribatt lo Stronco. Non dimentichiamoci che il loro aiuto stato decisivo per soffocare la rivolta dei ghibellini. Un aiuto pi che interessato... disse Giancane. In questo difficile frangente prosegu lo Stronco senza dar peso alla provocazione del collega, la loro esperienza e abilit bellica determinante per la vittoria di Firenze sui molti e agguerriti nemici che la insidiano! Per questo oggi sono qui tra noi non solo col diritto, ma con il preciso dovere di esprimere il loro consiglio sulla strategia pi opportuna da seguire. Cos terminando con un gesto della mano invit Cavalcante a proseguire il ragionamento. Stavo dicendo che come al solito si barricheranno nei loro castelli pi solidi nel versante settentrionale della valle e noi saremo costretti ad espugnarli uno per uno, con glande dispendio di denaro, uomini, mezzi e soprattutto tempo... Bene di cui purtroppo non disponiamo disse Sinibaldo. Ci vorranno mesi per prendere quei castelli e noi non possiamo tenere impegnato l'esercito per pi di qualche settimana in Mugello, pena il rischio di lasciare sguarnita la citt contro eventuali attacchi di Siena e Pisa. La defezione dei cavalieri ghibellini ha creato enormi vuoti nelle file del nostro esercito! E noi riempiremo questi vuoti con nuovi cavalieri! fece Manno. Tutti lo guardarono sbalorditi. Propongo di reclutare... Giusto, buona idea! Era venuto in mente anche a me disse il Capitano del popolo sbraitando. Tre anni fa durante una campagna... Manno lo trapass con un'occhiataccia facendogli morire le parole in bocca tra gli sghignazzi dei presenti. Stavo dicendo... recluteremo duecento nuovi cavalieri tra i popolani con un censo superiore alle duemila lire, in grado di procurarsi i cavalli e l'armamento occorrente. L'istituzione dei cavalieri di popolo non una novit. gi stata sperimentata con successo in altri comuni. Quanto alla spedizione contro gli Ubaldini, non saremo soli e coglieremo quei predoni di montagna di sorpresa, puntando direttamente sulla loro roccaforte principale, il simbolo

del loro potere in Mugello, Montaccianico. Caduta la loro capitale e presi prigionieri i capi della consorteria, avremo un effetto domino, e tutti i loro uomini che presidiano gli altri castelli si arrenderanno. Si dice che Montaccianico con gli ultimi interventi finanziati dal Cardinale sia divenuto inespugnabile! disse Giancane. Come pensi di farlo cadere? Rischiamo di infognarci in un assedio di mesi! Come ti ho gi detto, non saremo soli e li coglieremo di sorpresa rispose stizzito Manno. sufficiente che per almeno due settimane la maggior parte della milizia sia impiegata in Mugello, e solo un piccolo contingente nel Valdarno; tanto per tener impegnati i Guidi, i Pazzi e gli Ubertini, e impedire che diano man forte agli Ubaldini. Anche se non riusciremo a prendere Montaccianico, l'impiego diciamo - dei tre quarti dell'esercito ci consentir di devastare l'intera valle e metterne in ginocchio l'economia osserv uno dei tre cavalieri guelfi. Bella consolazione! lo scherni Sinibaldo. Con i castelli in piedi e le forze intatte, non appena il nostro esercito far ritorno in citt, anche se lasceremo qualche presidio, entro l'inverno perderemo nuovamente il controllo della valle e soprattutto dei valichi appenninici! Dov' la convenienza? Il cavaliere guelfo gli gett uno sguardo carico d'odio, ma non riusc a rispondere, poich fu anticipato da Manno. Miei signori, abbiate fede. Ho forse mai tradito la vostra fiducia? No. mai afferm perentorio e con occhi sgranati il Capitano del popolo. Tutti gli altri tacquero e nessuno replic o mise in discussione la parola dello Stronco che, compiaciuto dell'autorit incontrastata che si era conquistato all'interno del collegio, si schiar la gola e riprese la parola. Molto bene: riusciremo a prendere Montaccianico e a schiacciare quei fastidiosi briganti di montagna una volta per tutte! E tutto in meno di un mese. Sicch, contorcendo il corpo deforme in un movimento repentino, si alz dallo scranno e fece tre passi verso la feritoia che dava sulla strada. Tra l'altro continu di spalle agli altri, mentre tutti ne seguivano i movimenti con apprensione, mi stato riferito che in Mugello l'eresia sta proliferando, con la connivenza dei signori feudali e del cardinale Ottaviano, il giuda, il traditore della santa madre Chiesa! Non capisco il nesso tra la nostra campagna in Mugello e il problema dell'eresia! lo interruppe Giancane. Gli altri approvarono l'osservazione con varie esclamazioni e commenti a mezzavoce. Manno si gir di scatto con gli occhi sbarrati e punt dritto verso Giancane il dito indice, come fosse una spada. dovere di ogni cristiano timorato di Dio estirpare l'eresia ovunque si trovi! Un dovere ancor pi cogente per chi ha responsabilit di governo come noi! L'eresia minaccia la pace della nostra comunit, turba l'ordinamento voluto da Dio, e soprattutto pregiudica ai nostri cittadini la salvezza nel Regno dei Cieli! Il Mugello rientra nel nostro contado e nella nostra diocesi. nostro il compito di estirpare l'eresia in nome di Dio! Numerose comunit di palatini lombardi da anni vi hanno trovato rifugio e diffondono indisturbati

la loro menzogne. I preti sono indifferenti o - peggio - conniventi, e i Francescani, invece di contrastare queste serpi velenose col ferro e fuoco, si limitano a predicare! Un grumo di catarro gli imped di proseguire. Se ne liber sul pavimento. Ancora una volta nessuno dei presenti ebbe il coraggio di intervenire. Ci furono alcuni attimi di silenzio, mentre lo Stronco si schiariva la voce e si puliva la bocca grondante di umori con la manica della gonnella. In molti si scambiarono sguardi carichi di angoscia e preoccupazione. Manno riprese la parola. Ho gi avvertito i miei confratelli della Societ della Fede e i frati domenicani. Seguiranno la milizia cittadina e sorretti dalla vera fede estirperanno il male che si insinuato in quella valle! Il Mugello risplender di roghi purificatori! I domenicani intendono bandire una crociata in Mugello? Il Santo Padre ne informato? domand Rinuccio. Il Capitano del popolo cerc d'intervenire, ma Manno lo blocc con un perentorio gesto della mano. No. Nessun proclama, nessuna predica e coinvolgimento del popolo. Gli inquisitori, per loro espressa richiesta, agiranno nel pi stretto riserbo, con il solo ausilio dei miei confratelli. sufficiente che la milizia comunale sconfigga gli Ubaldini e li lasci lavorare indisturbati. Se poi anche gli armigeri fiorentini timorati di Dio condivideranno la nostra opera, saranno i benvenuti! Una cieca fede nella Chiesa romana, il ferro e il fuoco sono ci che ci vuole per il trionfo della verit. Un brivido di paura attravers come una scarica di fulmine i membri del governo fiorentino e un silenzio imbarazzante cadde nella sala d'armi della torre dei Galigai. Nessuno aveva dimenticato la caccia agli eretici promossa cinque anni prima da quegli uomini fanatici e inebriati di fede; i loro visi bianchi e scavati per le veglie estenuanti e i lunghi digiuni; gli occhi infossati e ebbri di follia; le picche brunite che imbracciavano e i mantelli scuri dalle croci bianche in cui avvolgevano i corpi martoriati dalle continue flagellazioni. Come i cavalieri dell'Apocalisse, avevano portato nella citt sull'Arno un periodo concitato e violento, di eccessi e tenore. Molti dei presenti abbassarono lo sguardo. altri si guardarono sconsolati negli occhi, ma nessuno os replicare. Il Capitano del popolo era l'unico che annuiva con vistosi gesti. Io stesso da capitano della Societ della Fede li guider in questa crociata! disse ancora Manno nell'imbarazzo generale. Aveva cambiato idea: l'inquisitore speciale del papa non lo aveva convinto del tutto, nascondeva qualcosa; e questo qualcosa che addirittura agitava i sonni del Santo Padre si trovava in Mugello; e per cerio non poteva essere n uno sparuto convento francescano, n una piccola comunit di eretici in mezzo agli Appennini. Per scoprire cosa si celava dietro la missione del domenicano di Lione aveva deciso di seguire personalmente la milizia e gli inquisitori nella campagna militare in Mugello. E ci nonostante le cagionevoli condizioni di salute che gli impedivano persino di stare a cavallo. Dopo lo sfogo dovuto all'esaltazione mistica e alla tensione religiosa di cui era di frequente preda, Manno, di fronte agli sguardi terrorizzati e imbarazzati dei presenti, comprese di essersi lasciato prendere la mano.

La nuova classe dirigente cittadina, bench avversa all'Impero, diffidava della Chiesa e delle sue pretese di ingerenza negli affari interni della citt, che solo da pochi decenni si era affrancata dalla tutela del vescovo. I Fiorentini erano gelosi delle libert cittadine e le avrebbero difese dai tentativi egemonici del Pontefice con lo stesso ardore usato contro l'Imperatore. Riprese cosi la parola con tono suadente e pacato, come a voler riportare serenit nella sala. Miei signori, valutate anche l'aspetto economico. La persecuzione degli eretici e dei loro nobili protettori porter alla confisca di tutti i beni delle persone coinvolte, e come vuole la consuetudine un terzo del ricavato entrer nelle casse del nostro comune. Se andr tutto liscio, riusciremo a far condannare anche gli Ubaldini e a incamerare tutte le loro propriet! E ciascuno di voi e la citt intera non potr che ricavarne benefici! Mi sembra un'ottima cosa! disse il Capitano del popolo con un sorriso stampato sulla faccia. Nessuno degli altri os replicare e opporsi alle strategie del giudice Manno Altoviti. Troppo forte era il suo potere e la sua influenza in citt; spietata e vendicativa la sua indole.

Parte Quinta
LA RESA DEI CONTI Negli anni di Cristo MCCLI i signori della casa degli Ubaldini co' lloro amistadi di Ghibellini e di Romagnuoli aveano fatta gran raunanza in Mugello per fare oste a Monte Accianico... Giovanni Villani AZum a Cronica Firenze. XIV sec.

1
Eremo di Monte Senario. Piviere di Santa Felicita a Fattomi 18 agosto 1251 Tano era concentrato e attento come capitava di rado, e i risultati si vedevano: con un attacco combinato di cavallo e alfiere sul fianco sinistro aveva penetrato le difese di Gianni e preso la sua regina. Il gioco degli scacchi lo aveva sempre affascinato, sin da piccolo quando vedeva giocare gli adulti e ascoltava - rapito - la storia della sua origine. Inventato dai guerrieri del lontano e misterioso oriente, fu introdotto in Europa da Palamede, il figlio del sultano di Babilonia che si converti al cristianesimo e raggiunse re Art in Inghilterra per diventare uno dei cavalieri della Tavola Rotonda. Nel viaggio port con s il gioco degli scacchi che insegn alla corte inglese. Da l si diffuse poi in tutta la Cristianit. Era un gioco magico, fatto per sognare. Soprattutto i giocatori che nella vita reale erano guerrieri si sentivano proiettati in una dimensione parallela, in una campo di battaglia perfetto e ordinato, ove due eserciti si

affrontavano secondo regole precise e un rituale prestabilito, di tipo cavalleresco. Era un gioco anche spietato e cinico. L'obiettivo era semplicemente annientare l'avversario, senza possibilit di tregue o patteggiamenti. Solo uno dei contendenti prevaleva. in modo netto e incontestabile, e solo grazie al ragionamento e all'abilit strategica. Limitato era il peso della sorte, che purtroppo, nel mondo reale, diveniva spesso la protagonista delle battaglie. Sia Tano che Gianni preferivano la versione senza dadi, dove la fortuna non aveva alcuno spazio: lutto dipendeva dalla bravura dei contendenti. I due amici approfittavano di ogni momento utile per imbastire una partita con i pezzi di legno che Gianni portava sempre dietro in un sacchetto di pelle. Li aveva scolpiti lui stesso nelle lunghe serate d'inverno ed era riuscito anche a procurarsi la tinta per dipingerli di bianco e rosso, i colori tradizionali: anche se molti iniziavano a preferire il nero al rosso. La scacchiera la creavano sul posto con mezzi di fortuna. Quando andava bene la incidevano su una lastra di pietra, altrimenti ricorrevano alla terra battuta. Niente a che vedere con le scacchiere di re. principi e vescovi; veri e propri gioielli. Anche il Cardinale ne possedeva una nel suo tesoro; Tano non l'aveva mai vista, ma raccontavano che i pezzi fossero scolpiti in avorio e ricoperti di polvere d'oro e d'argento. Anche quel pomeriggio, mentre i soldati allestivano le coperture per la notte e abbeveravano i cavalli, i due amici si erano appartati sotto un castagno con gli scacchi. Il pi forte tra i due era Gianni, ma questa volta Tano era in netto vantaggio. I commilitoni li guardavano di sottecchi o li ignoravano, sempre per con grande diffidenza. Il gioco era stato condannato dalla Chiesa come diabolico e si svolgeva secondo regole astruse e a loro incomprensibili; per di pi i due giovani non vi abbinavano neanche i familiari dadi. Tano aveva cercato di rassicurare gli uomini che il gioco era innocuo e che tutti potevano praticarlo. Era proprio per l'uso dei dadi, e quindi dell'alea, che la Chiesa lo aveva assimilato agli altri giochi d'azzardo e condannato. Ma con suo grande rammarico, nessuno si era offerto d'imparare. Anche Ghino, quando lui e Gianni si cimentavano in una partita, diveniva torvo e taciturno; si allontanava e toccava insistentemente la sua reliquia, un frammento di osso umano incastonato in una collanina di legno e corda. L'aveva acquistata da un losco chierico per un bel gruzzoletto, qualche anno prima al mercato di Borgo San Lorenzo. Il chierico aveva giurato sul Vangelo che apparteneva a San Francesco e che il suo possesso, unito a una vera fede nell'Altissimo, teneva lontano il Maligno. Gianni aveva spiegato a Ghino che il corpo di San Francesco era stato seppellito ad Assisi e che nessun parte era stata trafugata; ma non era valso a nulla e Ghino era convintissimo che si trattasse veramente di un resto del santo. Mentre studiava come mettere sotto scacco il re dell'avversario, Tano ripens allo strano colloquio di due giorni prima con Ugolino da Senni. Il potente nipote di Ubaldino lo aveva raggiunto con una scorta di armati sin lass a Monte Senario. Il motivo ufficiale della visita era un giro d'ispezione della frontiera, ma la vera ragione era tutt'altra, e Tano la scopr durante un colloquio a tu per tu con Ugolino. Si ricordava perfettamente le parole del cavaliere. Tano, io e te ci

intendiamo. Siamo simili. Giovani, valorosi e ambiziosi. In questi ultimi anni ti ho tenuto d'occhio. Ora tu sei un cavaliere a pieno titolo e nella battaglia di Borgo San Lorenzo hai confermato il tuo valore di guerriero. In molti ti hanno osservato mentre con la spada facevi scempio dei fanti fiorentini sotto le mura. Gli uomini della consorteria, da Ubaldino all'ultimo dei castellani, ti tengono in grande considerazione. Devi per comprendere che il futuro di un cavaliere non dipende solo dal suo valore in guerra. Le amicizie e le frequentazioni fuori dal campo di battaglia sono decisive. Sinora ti sei giovato del rapporto col reggente. La sua stima e benevolenza ti hanno protetto dai nemici e aiutato nei momenti difficili. Ubaldino per sta invecchiando e potrebbe morire da un momento all'altro. E quel giorno il potere sar conteso tra me e Azzone. La questione di pubblica fama e gi oggi quasi tutti gli uomini della consorteria hanno fatto la loro scelta. O con me, o con Azzone. Non ci sono alternative o terze vie. I cavalieri sono come le puttane. Hanno bisogno di un protettore e senza di quello rischiano di fare una brutta fine. Anche tu devi schierarti. Ci che ti propongo ora di entrare nella mia masnada. Manterrai il comando diretto dei tuoi uomini, sarai temuto e rispettato in tutta la valle, godrai di protezione, e le occasioni di guadagnare onore e ricchezze non mancheranno. Tano. colto alla sprovvista e imbarazzato per la soggezione che aveva di Ugolino, era rimasto senza parole e non era stato capace di prendere una decisione. La fine della campagna contro Firenze, non oltre. Questo era il tempo che Ugolino gli aveva concesso per decidere. Mentre Tano era assorbito dai suoi pensieri, Gianni distolse un attimo l'attenzione dalla scacchiera e gett uno sguardo sopra le spalle dell'amico, verso il campo in allestimento. L'occhiata fugace - per non allentare la concentrazione sulla partita - si trasform per in uno sguardo prolungato e intenso, accompagnato dal corrugamento della fronte. Tano se ne avvide e gir la testa per vedere cosa aveva catturato l'attenzione del compagno. I masnadieri si erano accalcati sul bordo della radura e guardavano verso settentrione. Indicavano con le braccia qualcosa all'orizzonte e commentavano tra loro, con facce preoccupate e meravigliate. Quella sera dopo il consueto giro di perlustrazione si erano accampati nello spiazzo di fronte all'eremo dei Servi di Maria. I frati fiorentini, dopo l'inizio delle ostilit, avevano abbandonato l'insediamento e si erano rifugiati nel nuovo convento cittadino di Cafaggio dedicato alla Santissima Annunziata. L'eremo era collocato proprio sulle vetta di Monte Senario e da l si godeva un panorama eccezionale di tutta la valle del Mugello. Tano e suoi uomini sostavano volentieri nei pressi dell'eremo. Nei giorni nitidi un uomo con occhi buoni poteva scorgere tutti i castelli e borghi della vallata, e vedere i propri villaggi e castelli aiutava a vincere la nostalgia dei propri cari. Gianni e Tano si trovavano per in posizione sopraelevala e avevano la visuale ostruita dalle chiome dei carpini e delle querce. Ghino, che succede? domand Gianni. Enormi colonne di fumo si alzano dalla valle! Da che parte? fece Tano.

Direi tra Bilancino e San Piero... sembra il castello di Coldaia. ma non sono sicuro. I due amici lasciarono gli scacchi e raggiunsero i compagni nella radura. Bench la luce del sole fosse ormai debole e i colori giallo-marroni del paesaggio estivo sbiadissero inesorabilmente in un grigio uniforme, la colonna di fumo si distingueva benissimo. Densa e scura, si alzava verso il cielo per poi spandersi in un enorme fungo dai contorni sfumati. I soldati si guardavano spaesati. Nessuno sapeva spiegarsi cosa mai avesse causato un simile incendio. Proprio nella tarda mattinala avevano ricevuto un dispaccio di Ugolino da Senni in cui si riferiva che il grosso dell'esercito fiorentino all'alba era uscito dalle mura e stava marciando su Pistoia per riprendere la campagna interrotta il mese precedente. Che facciamo Tano? domand Lupolo. La cosa non mi convince... mi recher immediatamente con una decina di uomini a San Piero per sapere cosa accade. Gianni e Lupolo. voi rimarrete qua a presidiare la posizione con il grosso della masnada. Ghino. Duccio e Grifo verrete con me. Il sole sarebbe calato presto e nel bosco di querce e carpini la debole luce del tramonto Filtrava a stento. Al riparo delle chiome l'aria era fresca e umida. I dieci cavalieri proseguivano in fila uno dietro l'altro, silenziosi e attenti a schivare i rami bassi. Il viottolo scendeva scosceso e in ampi tornanti. D'un tratto il bosco scomparve e lasci il posto a dolci pendii erbosi. Gli ultimi tenui bagliori della giornata inondarono i cavalieri. La notte si preannunciava calda e secca. La stretta valle solcata dal torrente Carza appariva tranquilla. come una qualsiasi sera di fine agosto. Lunge strisce di prato rinsecchito si alternavano a campi di miglio e di grano. Le spighe di frumento, gialle e immobili per la mancanza di vento, erano ancora nei campi. La guerra aveva impedito ai contadini di mieterlo. Il viottolo, sempre pi largo, curato e ormai privo di pendenza, conflu nella via maestra che passando per la pieve di Vaglia portava in Mugello. La strada, che procedeva a mezza costa lungo il Carza. era deserta. I dieci cavalieri senza indugio si diressero a nord, verso il borgo di San Piero. Il villaggio con la rocca era particolarmente importante poich presidiava il grande ponte di legno sulla Sieve, il pi imponente di tutta la vallata che. assieme a quelli di Bilancino, pi a monte, e di Borgo San Lorenzo, pi a valle, assicurava l'attraversamento del fiume anche nei giorni di piena. Tano era di pessimo umore e durante la prima parte- dei tragitto non aveva scambialo una parola coi compagni, se non quelle strettamente necessarie per organizzare la partenza. Avvertiva un brutto presentimento e la frugale cena a base di pane di miglio e carne secca di maiale gli era rimasta sullo stomaco. La comitiva era ormai vicina a San Piero e la valle del Carza si apriva progressivamente man mano che procedevano verso nord, lasciando intravedere all'orizzonte l'imponente cresta degli Appennini. D'un tratto Ghino emise un grugnito e punt il dito verso il cielo. Prima con difficolt, poi sempre pi nitidamente i dieci cavalieri scorsero numerose colonne di fumo nero che si alzavano all'orizzonte tagliando il cielo velato di foschia. Il trotto sostenuto divenne un galoppo a spron battente.

Tutti si immaginavano cosa stesse avvenendo, nessuno osava dirlo apertamente. La battaglia divampava in Mugello. Ma tra chi? Qualcuno aveva tradito? Come era potuto accadere? Perch nessuno li aveva avvertiti? Domande simili si accavallarono nelle menti confuse degli arcieri. I loro pensieri corsero alle famiglie, alle bestie, ai beni lasciati senza alcuna protezione. Anche Tano si preoccup subito di Matilda; ma la consapevolezza che era nel castello di Montaccianico lo rassicur. Comunque fossero andate le cose, quello era il luogo pi sicuro di tutta la valle e non sarebbe caduto in una giornata. La corsa dei cavalieri quasi subito si infranse contro una muraglia di carri, bestie, uomini a piedi e a cavallo. Occupavano tutta la strada e procedevano rumorosamente nella direzione opposta. Gli arcieri furono avvolti dalla massa di quei disperati che cercavano di portare in salvo i loro averi, e a fatica riuscirono ad aprirsi la via verso San Piero. Tano agguant il primo villano che gli pass vicino: Che succede, perch scappate? Il poveruomo sembrava inebetito e lo guardava con occhi stralunati, come se parlasse un'altra lingua. Il cavaliere perse la pazienza e lo schiaffeggi. Rispondi pezzo d'idiota! I Fiorentini, sono migliaia! Sono piombati all'improvviso e hanno sbaragliato l'esercito degli Ubaldini... stanno devastando tutto... incendiano le case e i campi di grano, sbarbano gli alberi, massacrano tutti i cristiani e le bestie che incontrano! l'inferno in terra, l'Apocalisse! Tano lasci andare il villano. In cuor suo lo sapeva gi, ma non voleva crederci. Guard disorientato i commilitoni. Anche loro avevano sentito ed erano rimasti di sasso. Ghino lo stratton. Che facciamo? Dobbiamo avere informazioni pi precise... ringhi Grifo, con il volto pi tetro e arcigno del solito. Nessuno a Montaccianico aveva mai colto un accenno di sorriso nel volto incartapecorito e severo del vecchio sergente. Forse il castello di San Piero non caduto riflett ad alta voce Tano. Una volta l valuteremo cosa fare. Seguitemi! Il villaggio era deserto salvo due cani che latravano in mezzo alla strada. I dieci arcieri si diressero verso il castello. su un poggetto sovrastante la pieve. La rocca era piccola ma ben fortificata, con un'alta e robusta palizzata di legno e un'entrata rialzata e protetta da una torre. La porta era sprangata e nel castello sembrava regnare una calma assoluta. Tano e gli altri si sentirono riavere. Temevano di trovare il luogo abbandonato o, peggio, gi devastato dai nemici. L si sarebbero fatti un quadro pi preciso della situazione. Uscirono dal caseggiato che fiancheggiava la strada e imboccarono il viottolo scoperto e in salita che menava alla rocca. Dopo pochi passi, una pioggia di frecce li invest. Scapparono a gambe levate e ritornarono dietro le ultime capanne del villaggio. Qualcuno stato colpito? domand Tano. S, due rispose Ghino. Uno ha solo un graffio, ma Grifo l'hanno beccato alla spalla... Ci hanno scambiato per Fiorentini! rantol Grifo, mentre due

armigeri lo immobilizzavano e un terzo cercava di estrarre il dardo. Il viso del vecchio soldato era stravolto dal dolore, ma neanche un mugolio usc dalla bocca durate l'estrazione della punta di freccia, n quando gli misero un ferro rovente sopra la ferita per disinfettarla. Tutti i masnadieri rimasero impressionati dal suo coraggio. Un uomo taciturno, scontroso, dai modi bruschi, che non amava fraternizzare con nessuno, ma che i masnadieri, dopo tanti giorni passati assieme, avevano imparato ad apprezzare. Era l'esempio del guerriero perfetto. In ogni momento efficiente e affidabile, incurante del dolore e della paura, saggio e prudente. Tano maledisse la sua avventatezza. Avrebbe dovuto avanzare con maggior prudenza e con una bandiera bianca per avvertire la guarnigione del castello che erano amici. Che stupido era stato... Grifo era ferito per colpa sua! Ubaldino non gliel'avrebbe fatta passare liscia. Voleva un bene dell'anima al vecchio soldato. Comunque non c'era altro tempo da perdere. Strapp di dosso a uno dei masnadieri un logoro camiciotto bianco e da solo si diresse verso il castello. tenendo l'indumento ben in vista nella mano destra. Siamo amici! Sono messer Tano degli Ubaldini. Eravamo in perlustrazione a Vaglia! Vieni avanti con le mani ben in vista! grid qualcuno dall'interno della rocca. A circa venti passi dalla palizzata. Tano pot scorgere dei soldati che si muovevano e parlottavano tra loro lungo il camminamento. Erano armati di arco e calzavano delle cervelliere di cuoio. Dopo poco calarono una scala di corda. Il cavaliere afferr la corda e sali il recinto. Appena balz sul camminamento si trov circondato da cinque uomini d'arme con asce e coltellacci in pugno. Declin nuovamente nome e titolo. Scusateci per l'accoglienza messere, ma quasi buio e abbiamo i nervi a fiordi pelle. Ci aspettiamo da un momento all'altro un attacco dei Fiorentini! L'errore stato mio tagli corto Tano. Ora per vi chiedo di far entrare i miei uomini. Uno di loro ferito. Il pi anziano dei cinque, un uomo sulla cinquantina con una barbetta corta e brizzolata, e un colpetto di pelle di buona foggia, fece cenno a qualcuno di sotto di abbassare il ponte levatoio. Chi comanda qui? chiese Tano al soldato col pizzo. Fino a ieri Ugolino da Senni. Oggi il pi alto in grado sono io. Mi chiamo Guarino. Ma seguitemi nel cassero. Vi illustrer la situazione, almeno per quanto ne sappiamo qua. Sorseggiando del fresco e aspro vino rosso, comodamente seduti su sgabelli di legno della piccola sala d'armi del castello, Tano, Ghino, Duccio e Grifo ascoltarono il resoconto del capitano della guarnigione, che nella vita di tutti i giorni faceva il fabbro. Nella tarda mattinata di oggi sono piombati qui due armigeri feriti e malconci che etano di stanza al castello di Campiano. Ugolino li ha ricevuti proprio in questa sala. C'ero anch'io. La notizia che hanno riferito ci ha lasciati stupefatti e al principio non li abbiamo presi sul serio. A met della mattina un contingente fiorentino forte di centinaia di cavalieri si era materializzato come d'incanto di fronte alla loro rocca e ne aveva chiesto la resa.

Ma come hanno fatto, da dove sono passati? domand Gianni. Sono calati dal passo delle Croci e sono avanzati lungo la sponda destra della Sieve. attraversando indisturbati il castello di Latera e la pieve di San Giovanni in Petrojo, sino al castello di Campiano. Lo immaginavo, sono passali dalla valle del Marina sospir Grifo, con gli occhi rossi e la faccia bianca. Il suo volto, privo di orecchie e di naso, appariva quello di uno spettro. La spalla era fasciata. E i Cattani? Avevano assicurato il presidio della strada! disse Tano. Hanno tradito e stanno combattendo a fianco dei Fiorentini rispose laconico il fabbro. Figli di puttana. Ci hanno preso alle spalle... disse Grifo. Prosegui! disse Tano al capitano della guarnigione. Ugolino non si fidava dei Cattani e aveva lascialo una nutrita guarnigione di arcieri nel castello di Campiano a presidio del ponte di Bilancino. I cavalieri fiorentini erano privi di macchina d'assedio, e non avrebbero mai preso il castello se non fossero intervenute le masnade dei Cattani, dei d'Ascianello e degli Ubaldini da Gagliano. Gli Ubaldini da Gagliano? Tano non credeva alle sue orecchie. Un ramo della famiglia aveva tradito e si era alleato ai Fiorentini. accaduto tutto in poche ore. Mentre i cavalieri fiorentini e i Cattani assediavano la rocca da meridione, gli Ubaldini da Gagliano guidati da messer Catalano si sono presentati dall'altro versante passando dal ponte di Bilancino. Gli assediati credevano fossero venuti in loro soccorso e gli hanno aperto le porte... Alla fine della mattina i Fiorentini e i traditori mugellani controllavano la rocca e il ponte di Bilancino. E Ugolino da Senni? Appresa la notizia. messer Ugolino ha inviato messaggeri in tutti i castelli della consorteria e ai compagni acquartierati a Borgo San Lorenzo. Poi ha lasciato una piccola guarnigione qui a San Piero sotto il mio comando e ha spostato tutti gli altri masnadieri nella rocca di Coldaia per impedire che i nemici dilagassero indisturbati oltre la sponda sinistra della Sieve. Coldaia la nostra rocca pi forte del fondovalle disse Grifo. Ugolino da Senni avrebbe voluto attaccare subito i nemici per riconquistare il ponte e la rocca di Campiano riprese Guarino, ma Ugolin d'Azzo si opposto con forza e lo ha obbligato a tenere gli uomini dentro le mura. E allora? lo incalz Tano. Nel primo pomeriggio un esercito fiorentino di proporzioni inimmaginabili, sempre dal passo delle Croci, ha raggiunto le avanguardie alla rocca di Campiano e dal ponte di Bilancino ha varcato la Sieve. I Fiorentini hanno cinto d'assedio la rocca di Coldaia ove erano asserragliali Ugolino da Senni e Ugolin d'Azzo coi loro masnadieri. Nonostante una strenua resistenza, Coldaia caduta nell'arco della giornata sotto l'assalto di migliaia di fanti provvisti di scale mobili e coperti da un fuoco ininterrotto di enormi mangani e trabucchi, che i genieri fiorentini hanno montato sul posto. La rocca stata incendiata e tutti gli armigeri sono stati passati a fil di spada. I cavalieri ubaldini che fine hanno fatto? Tano era certo che i

Fiorentini non avrebbero mai ucciso i due capi della consorteria. Da morti non valevano niente, mentre come ostaggi sarebbero risultati preziosi. Hanno abbandonato la rocca assieme a tutti gli altri cavalieri prima che i Fiorentini l'assediassero. Ora i Fiorentini dove sono? domand Tano. rassicurato dallo scampato pericolo dei suoi consorti. Dopo la conquista di Coldaia hanno incendiato tutti i campi di grano e miglio attorno. Dove si sono accampati per la notte? domand Grifo, sempre pi stravolto dal dolore. Chi? domand frastornato Guarino. I Fiorentini! Per Cristo sceso in terra... Chi altrimenti? disse Tano. Non lo so, ma si sono diretti verso nord... Noi ci aspettavamo un attacco, ma ci hanno completamente ignorato: si vede che non ci considerano pericolosi... Forse ora si sono accampali nella piana a sud di Fagna. Puntano direttamente al cuore dei nostri territori... disse Grifo. E Borgo San Lorenzo? domand Tano. Senza volerlo pens al padre Greccio che combatteva a fianco di Ubaldino della Pila. Il fabbro di San Piero allarg le braccia. chiaro. Il loro obiettivo Montaccianico! Caduto quello saremo alla loro completa merc osserv Grifo. La resistenza dei nostri armigeri alla rocca di Coldaia e il sopraggiungere della notte hanno provvidenzialmente interrotto l'avanzata fiorentina. L'attacco ormai di pubblica fama e la notte consentir al grosso dei nostri uomini d'arme di asserragliarsi nei castelli e prepararsi al meglio per la guerra d'assedio. Se la rocca di Coldaia fosse caduta subito, tutti i nostri soldati sarebbero rimasti intrappolati a valle e tagliati fuori dai castelli a nord constat Tano. poi corruccio la fronte e si rivolse al fabbro. Quanti uomini hai qui? Quello si sfreg la barba con la mano e strinse gli occhi. All'incirca venti, cinque sono scappati questa mattina assieme agli abitanti del villaggio. Bene riflett ad alta voce il giovane, con cinquanta uomini possiamo ancora fare qualcosa di utile... Si gir bruscamente verso Ghino: Amico mio, parti subito con due uomini e raggiungi Gianni, Lupolo e gli altri. Li voglio tutti qui entro la serata. E noi che facciamo? domand il fabbro Una volta che i miei masnadieri ci avranno raggiunto, tu e i tuoi uomini vi unirete a noi. Stare qui asserragliati ad attendere il nemico inutile. Questa rocca indifendibile, e ormai il teatro delle operazioni si spostato a nord. l che verranno decise le sorti della guerra. Cercheremo di disturbare l'avanzata dei Fiorentini per poi riunirci agli altri. Venderemo cara la pelle... quei bastardi usurai dovranno sputare sangue per avere la nostra terra! Ma. non so..., forse meglio rimanere qua a presidiare il ponte, non si sa mai... balbett il capitano della guarnigione. Tano lo fulmin con occhi di fuoco. Ora comando io! Ma messere, siete ancora un ragazzo, non avete esperienza. e io sono

il capitano della... Non riusc a terminare la frase. Tano lo afferr per il corpetto di pelle e lo attacc alla parete, puntandogli un pugnale al collo: Sporco bifolco, io sono un nobile cavaliere ubaldino, tu non sei niente. Non discutere mai pi i miei ordini se vuoi vivere ancora! E non ti permettere di darmi del ragazzo. Il fabbro, con gli occhi sbarrati e paonazzo dalla paura, annu vigorosamente col capo. Era notte fonda. Molto tempo era trascorso dalla partenza di Ghino, ma ancora non si vedeva nessuno. Tano era impaziente e procedeva nervosamente lungo il camminamento della palizzata. Si sofferm alla luce di una torcia e nella notte rischiarata da una luna quasi piena pot scorgere all'orizzonte un'infinit di fiammelle rosse, subito al di l della Sieve. nella piana sono Fagna. L'esercito nemico prima della fine del giorno era avanzato in profondit e aveva lasciato dietro di s devastazione e rovina. Neanche la notte era riuscita a sopire gli incendi appiccati dagli invasori. Il giovane rifletteva e cercava di convincersi che non tutto era perduto. vero, i Fiorentini avevano vinto il primo scontro; ma solo grazie al fattore sorpresa, reso possibile per il tradimento dei Cattani e degli Ubaldini da Gagliano. Il grosso dell'esercito ubaldino e dei loro alleati romagnoli era intatto e al sicuro. Le pi importanti rocche della consorteria alle pendici degli Appennini erano salde e ben difese, tirate su con possenti mura, su speroni rocciosi o circondate da profondi fossati. Montaccianico poi, dopo gli interventi di potenziamento degli ultimi anni a spese del Cardinale, era pressoch inespugnabile. I Fiorentini potevano pure devastare il territorio, certo con grande danno per la popolazione, ma non potevano rimanere in eterno lontano da casa. Probabilmente se Montaccianico e le altre principali rocche avessero resistito, anche solo per qualche settimana, la cose si potevano ancora aggiustare. La milizia fiorentina, scoraggiata, avrebbe desistito e fatto ritorno alla propria citt, e il potere della consorteria sulla valle sarebbe rimasto intatto. Potevano anche lasciare delle guarnigioni, ma non avrebbero superato l'inverno. Gli Ubaldini le avrebbero spazzate via assieme ai traditori di Gagliano, Barberino e Ascianello. Tano si convinse che occorreva resistere e sfiancare la milizia cittadina. Il corso del tempo avrebbe fatto il resto. Gli Ubaldini non erano soli. Firenze contava molti nemici e non poteva permettersi di impegnare gran parte dell'esercito in Mugello per pi di qualche settimana. Avevano perso solo la prima battaglia, non la guerra. Un sibilo fischi sordo nella calda notte. D'istinto Tano si acquatt dietro la palizzata e gett via la torcia. Era una freccia, che saett dritta e veloce sopra la sua testa. Sbirci al di sopra dei pali di legno e scorse un gruppo di ombre che si aggiravano tra le ultime capanne del borgo. Nel frattempo altri soldati della rocca si erano accorti della visita e lo avevano raggiunto sulla palizzata orientale. Tirarono qualche dardo verso le ombre, ma queste si dileguarono dietro le capanne. Quanti sono? domand Guarino. Difficile a dirsi, avanzano al buio... rispose Tano senza guardarlo. Guardate! Vogliono parlamentare fece uno dei soldati indicando un

armigero che avanzava verso la rocca con in mano una torcia e un drappo bianco. Andr io a sentire cosa vogliono! disse Tano. con un tono che non lasciava spazio a repliche; per poi rivolgersi ai suoi masnadieri accorsi sugli spalti. Roppo e Dino, seguitemi. Il giovane cavaliere seguito da due arcieri del popolo di San Clemente and incontro all'armigero col drappo bianco. Non appena pot vederlo in faccia sput per terra. Era uno dei Cattani di Lalera. Saccuccio, sporco traditore, che vuoi? lo apostrof. Che onore... Tano degli Ubaldini. Il pivello che ha rubato la donna al mio amico Giovanni! disse Saccuccio, mentre la sua mente correva gi all'entit del riscatto che avrebbe richiesto per liberare il cavaliere. Non pensavo di trovare uno di voi qua: i tuoi valorosi parenti appena hanno visto i gonfaloni fiorentini sono scappati con la coda tra le gambe sulle montagne! E per pararsi il culo hanno pensato bene di lasciare i loro bifolchi a morire nella rocca di Coldaia! La guerra non finita e quando i Fiorentini se ne andranno non avremo piet di voi! Sono venuti per restare e noi li aiuteremo! Ormai il vostro tempo passato... rassegnati. Cosa vuoi? Mi sembra evidente. Il castello e la vostra libert! In cambio vi lascio la vita... Con me ho sessanta uomini ben armati e vogliosi di combattere. Siete pochi, demoralizzati, completamente isolati e tagliati fuori dai vostri compagni rintanati nei castelli a nord. Controlliamo tutti i ponti e le strade del fondovalle. Anche Borgo San Lorenzo destinato a capitolare entro domani. Risparmia il fiato. I castelli si prendono con la spada e non con le chiacchiere! Peggio per voi. Saccuccio gett il drappo bianco per terra e ritorn tra le capanne. Tano dispose tutti gli uomini armati di fionda e arco sugli spalti con i dardi pronti. Gli altri con spade, asce e picche nei pressi della porta, la parte pi fragile della palizzata, nonostante fosse rialzata di qualche metro. Tutti i fuochi del castello furono spenti. Dopo un tempo imprecisato, gli assalitori presero a scagliare nugoli di frecce infuocate che, dopo un'alta parabola, si conficcavano sui tetti di paglia e di legno degli edifici interni della rocca. I dardi erano imbevuti di pece e la paglia secca, aiutata dal caldo vento che si era alzato, s'incendi. Gli armigeri della rocca cercarono con ogni mezzo di spegnere il fuoco, con acqua e panni, ma il vento e le continue scariche di frecce incendiarie vanificarono i loro tentativi. Dopo un'ora dall'inizio dell'attacco quasi tutti i tetti erano in fiamme e l'aria impregnata di fumo era divenuta irrespirabile. Tano ordin che tutti i soldati si mettessero dei panni bagnati sulla faccia per aiutare la respirazione. Non resisteremo ancora per molto. Dobbiamo fare qualcosa! grid tossendo Guarino. Come tutti i soldati all'interno della rocca il capitano

della guarnigione aveva gli occhi rossi, eia sudato e sporco di caligine; ma appariva ancora nel pieno delle forze e per niente spaventato dall'incendio. Tano non rispose e lo guard sconsolato. L'essere un fabbro doveva aiutarlo a sopportare questa situazione infernale, pens. Lui invece si sentiva allo stremo delle forze e non sapeva che pesci prendere. Mai come in quel momento senti la mancanza del vecchio Grifo. Avrebbe dato un dito per un suo consiglio, ma la ferita alla spalla lo aveva messo fuori uso. Era dentro la rocca, febbricitante e privo di sensi. Uscire allo scoperto e affrontare il nemico sarebbe stato un suicidio. Protetti dalle capanne e alla luce della rocca in fiamme li avrebbero uccisi tutti con le balestre e gli archi prima del contatto fisico. Rimanere l, per, era improponibile. Nel giro di poco tempo sarebbero morti soffocati o arrostili. L'unica ragionevole possibilit appariva la resa, ma l'orgoglio gli impediva di decidere. Chiuse gli occhi, strinse nel pungo la sua zanna di cinghiale e preg San Francesco di indicargli la giusta via. Il fabbro lo scosse per le spalle. Allora che facciamo? Siamo ancora in tempo ad arrenderci prima di finire bruciati vivi! D'un tratto dalle sottostanti capanne il vento port urla e clamori di battaglia. Tano alz gli occhi al cielo, baci il suo amuleto e ringrazi il santo di Assisi per non averlo abbandonato. Erano salvi. Ghino e gli altri masnadieri erano arrivati appena in tempo. Si alz di scatto e afferr Guarino per le spalle: Usciamo! Di' ai tuoi uomini che si preparino per una sortita. Prenderemo Saccuccio tra l'incudine e il martello! i trenta uomini della rocca si riversarono fuori con le armi in pugno e si gettarono di corsa verso le ultime capanne dove infuriava la battaglia tra gli uomini di Saccuccio e i masnadieri di Tano. Erano tutti neri di caligine, con abili lacerati dalle fiamme e storditi dal fumo; ma felici di uscire da quell'inferno di fuoco e vogliosi di vendetta. Tano impugnava la spada Invitta e un martello da guerra. All'usbergo aveva preferito un pi agile corpetto di pelle rinforzato con piastre di metallo inchiodate. In testa calzava la sua cervelliera rinforzata e munita di nasale. In pochi istanti di corsa furiosa raggiunsero le prime capanne e si avventarono sui nemici. Il castello in fiamme illuminava la scena di battaglia come fosse giorno e consentiva ai soldati di distinguere gli amici dai nemici. Tano con la destra mulinava la spada e con la sinistra infliggeva colpi tremendi con il martello da guerra, un'arma micidiale, da un parte dotata di una testa di martello e dall'altra di una picca corta e appuntita, capace di sfondare ogni sorta di elmo e corazza. Dopo vari colpi andati a segno il martello rimase incastrato nelle fessure di un elmo cilindrico. Lo lasci conficcato nella faccia del nemico, che si divincolava cercando disperatamente di strapparlo via, e prosegui con la spada che impugn a due mani per dar maggior forza ai colpi. Dietro. Duccio gli copriva le spalle con una picca. In preda a cieco furore, colpiva senza sosta i nemici che gli capitavano di fronte, tagliando arti, squarciando toraci e spaccando teste. Il corpo e la faccia erano completamente imbrattati di sangue, appiccicoso e fetido. Pi volte fu costretto a fermarsi per togliersi dagli occhi il sangue

che, liquido per qualche attimo, diventava subito grumoso. Duccio non era da meno. Con la picca parava i colpi che arrivavano ai fianchi di Tano e spesso la calava inesorabile sulle teste dei nemici o ne perforava i ventri. La battaglia era un caotico groviglio di singoli corpo-a- corpo all'ultimo sangue tra le capanne occidentali del villaggio. Non vi erano n ordine, n ranghi, e i bagliori a intermittenza e lontani della rocca, completamente avvolta dalle fiamme, conferivano al combattimento un che di infernale. Dopo un tempo indefinito, gli assalitori, bench pi numerosi, iniziarono a fuggire. Ormai le sorti dello scontro erano decise a favore degli Ubaldini. Tano si accorse delle fughe e in un attimo di lucidit ordin ai suoi uomini di prendere i cavalli e sbarrare ai fuggitivi la strada per il ponte sulla Sieve. Ammassati l'uno sull'altro, avevano mani e piedi legati e un cappuccio sulla testa. Molti avevano il corpo disseminato di ferite. Dieci armigeri alla luce di grandi torce li tenevano d'occhio con le picche spianate. Tano, i suoi sergenti e il capitano della rocca di San Piero, ancora sporchi di sangue e caligine, sedevano poco pi in l. intorno ad un fal. Sorseggiavano boccali di vino e parlottavano ammiccando ai prigionieri. Grifo giaceva tra loro, avvolto in un mantello. Al riverbero del fuoco, coi capelli, la pelle e le armature imbrattate di rosso e nero, sembravano diavoli. Che ne facciamo di loro? domand Gianni. Non possiamo n liberarli, n portarceli dietro... Sono tutti masnadieri dei Cattani. originari del Mugello occidentale disse Ghino. Sono traditori e come tali vanno trattati. Senza piet disse Grifo con una voce che sembrava provenire dall'oltretomba. Allora non sei ancora morto... scherz Lupolo. Grifo ha ragione disse Tano. Il cavaliere ricordava chiaramente gli insegnamenti del maestro d'armi Eriberto. "Un buon cavaliere deve essere leale e giusto coi commilitoni quanto risoluto e spietato coi nemici". "In guerra, piet e compassione devono essere bandite, poich il cavaliere misericordioso mette a repentaglio la propria vita e perde la stima e il rispetto dei suoi uomini". Si alz e con un cenno della mano chiam uno dei soldati di guardia ai prigionieri, per poi rivolgersi ai suoi sergenti. Voglio interrogate Saccuccio, il cavaliere che li comandava. L'ho intravisto in mezzo ai prigionieri. Non possiamo rimanere qua a lungo. Dobbiamo muoverci in fretta per raggiungere le nostre roccaforti a settentrione e le informazioni che possiamo ricavare da quel tipo ci saranno utili. Gli uomini che ho mandato nei pressi del ponte hanno riferito di aver visto dei bagliori sull'altra sponda, forse di un accampamento... disse Gianni. Sar una retroguardia dell'esercito nemico disse Lupolo. probabile che siano rimasti a presidiare il ponte. E il fatto che nessuno di loro sia venuto in soccorso di Saccuccio un buon segno... aggiunse Grifo, davano per scontata la caduta della rocca e quindi non sospettano della nostra vittoria! Dopo poco due guardie trascinarono uno dei prigionieri al cospetto dei comandanti della masnada ubaldina. Lo gettarono ai loro piedi. Tano con

grande soddisfazione gli tolse il cappuccio. Quello cerc di riparare gli occhi dai forti e improvvisi bagliori del fal che ardeva vicino alla sua testa. Saccuccio. sei uno sporco traditore come tutti quelli della tua schiatta bastarda e venduta; ma intendo essere magnanimo con te. 1 tuoi uomini finiranno arrostiti. Beh, non certo una morte bella e onorevole... ma dopotutto quello che avevate riservato a noi... Tu per sei un cavaliere e come tale meriti una morte pi dignitosa e veloce. Lascio a te la scelta... Ma la mia famiglia pu pagare un buon riscatto! url Saccuccio. Non ti conviene uccidermi... Aveva un occhio tumefatto e una leggera ferita sulla spalla destra. I capelli, lunghi e neri, erano intrisi di terra e sudore, e lasciavano intravedere due enormi orecchie a sventola. Guardava Tano supplicante con l'occhio buono, rosso e affossato. Me ne frego del riscatto. Non cerco soldi, ma vendetta contro i traditori e la gloria della mia consorteria! Questa la grande differenza tra le nostre famiglie. Noi siamo una nobile casata che ambisce a governare questa valle. Voi un branco di avidi mercenari non diversi dai vostri padroni fiorentini. Imploro il tuo perdono! Prima di tutto devi rispondere alle mie domande. Ma io non so niente. Ho solo eseguito l'ordine di Guinizzingo di prendere e tenere il castello di San Piero con una parte dei soldati della consorteria, mentre il grosso delle truppe marciava a nord. Quindi Guinizzingo, suo figlio e tutti gli altri traditori sono assieme all'esercito fiorentino? Si. s! Anche gli Ubaldini da Gagliano? S. credo di s. E Borgo San Lorenzo? Domani all'alba un contingente di un centinaio di armati si recher l per ottenerne la consegna. Con loro ci sono anche i fuoriusciti guelfi comandati da Zoccolo, Lotario Amoretti e Mattia Chermontesi. A sentire il nome del padre di Matilda, Tano trasal. E come sperano di prendere il borgo con cento uomini? domand Gianni. Nostri informatori hanno riferito che Ubaldino e il figlio Cavernello. con il grosso della masnada, hanno frettolosamente abbandonato la cittadina appena saputo dell'attacco. Devono essere rimasti pochi soldati l, e il popolo sar sicuramente dalla parte dei vincitori... e voglioso di vendetta dopo il saccheggio... non vorrei essere nei loro panni! Un sorriso beffardo comparve sulla faccia stravolta di Saccuccio. Tano gli sferr un calcio nello stomaco. Tu sei messo peggio di loro! L'altro si contorse mugolando per il dolore. Allora, dimmi: dove sono diretti i Fiorentini? Non lo so rantol Saccuccio. ti ho gi detto tutto! Tano rimase perplesso: quel traditore per certo sapeva molto di pi di quel che dava a intendere. Fallo parlare! farfugli Grifo. Dobbiamo sapere che intenzioni hanno.

Io non so niente! url ancora Saccuccio. Tano vinse gli indugi e fece un cenno a Lupolo, il quale con un ghigno sul volto sfil dalla cinta un coltellaccio e si port alle spalle del prigioniero. Allora? domand ancora Tano. Ti ho gi risposto! Lo giuro sul Sacro Vangelo... La frase si interruppe di colpo e dalla sua bocca uscirono atroci urla di dolore. Lupolo. tutto soddisfatto, mostr ai compagni l'indice destro sanguinolento di Saccuccio. Dicevi? domand Tano. Saccuccio piangeva e si disperava come un capretto che sta per essere sgozzato. Te lo giuro, non so niente... Il giovane cavaliere fece un altro cenno a Lupolo. L'urlo del Cattani fu ancora pi forte. L'armigero gli aveva mozzato un orecchio. Tano sospir, avvicin il volto a quello di Saccuccio e sussurr: Dopo c' il naso, poi il tuo membro virile e infine gli occhi... fai un po' te! Si sono divisi in due contingenti ed entrambi puntano sulla fortezza di Montaccianico url tutto d'un fiato il prigioniero come a volersi liberare da un peso. Uno prender la direzione di nord-ovest verso Lucigliano e Gagliano dove lo aspettano i masnadieri di Catalano. L'altro punter a nord-est verso Senni e Fagna. Confluiranno a tenaglia sulla vostra capitale e faranno terra bruciata di... Questo conferma le nostre supposizioni. Hanno lasciato dei presidi a valle? Non so, veramente non ho idea... credimi! Il ponte sulla Sieve presidiato? Ma... non so... Lupolo. No, no. non lo so. lo giuro... lasciami! Maledetto demonio... Un flusso di urla animalesche e parole senza senso riempi la bocca del prigioniero. Le contorsioni e gli spasimi di dolore di Saccuccio erano spaventosi. Aveva tutto il viso imbrattato di sangue, e al posto del naso una poltiglia di carne maciullata che lasciava intravede le ossa bianche del setto nasale. Il suo viso pareva quello di un mostro. Il fabbro di San Piero era inorridito e guardava con occhi colmi di terrore Tano e i sergenti, che impassibili assistevano alla scena. Tano si schiar la voce e per farsi sentire url in faccia al prigioniero: Parla o il mio amico Lupolo proceder. La castrazione un'operazione molto dolorosa... Trenta fiorentini... sono armati di balestra e presidiano la sponda nord... del ponte. Hanno ordine... di non lasciare il presidio per nessuna ragione e... di non far passare nessuno. Tra voi che accordi c'erano? Come vi riconoscevate? Saccuccio non rispondeva, ma piangeva sommessamente. Tano gli tir un calcio sulla faccia tumefatta. Il poveraccio url di dolore. Il fabbro di San Piero si allontan con il volto cereo e madido di sudore. Gli altri soldati invece si erano avvicinati al fal, richiamati dalle urla di Saccuccio. Assiepati a una decina di passi, osservavano la scena con rispetto e

curiosit parlottando tra loro a basa voce. Parla cane! gli url Lupolo da dietro. Dio lo vuole... la parola d'ordine. Gianni si mise a ridere. Credono di essere a Gerusalemme a combattere i maomettani! In effetti il grido di battaglia dei crociati... ma proprio non capisco riflett a voce alta Tano. Ghino era rimasto scosso dalla notizia. Rabbuiato e ammutolito, guardava con gli occhi a terra quasi si vergognasse di qualcosa. Gianni e Tano si scambiarono un'occhiata. Conoscevano bene l'amico. Forte e coraggioso quanto credulone e suggestionabile. Gianni gli batt una pacca sulla spalla. Sar stata una trovata di qualche veterano della Terrasanta! Nel frattempo Saccuccio, a terra in mezzo alla polvere, non aveva pi la forza di piangere. Gemeva, rantolava e si dimenava come un indemoniato. In uno sprazzo di lucidit protrasse la testa deforme e sporca di sangue e fango verso il cavaliere ubaldino: Ti scongiuro Tano, risparmiami! Perdono! Ti chiedo perdono in nome di Dio! Tano lo squadr disgustato. Non provava compassione per quel traditore. Frate Anselmo non molto tempo prima lo aveva ammonito che un cavaliere per restare nella grazia di Dio doveva essere compassionevole e misericordioso: ma era in guerra e l'uomo disteso ai suoi piedi e la sua famiglia avevano infranto il patto di alleanza e facilitato l'invasione fiorentina. A causa loro tutti i suoi cari, compresa Matilda, erano in grave pericolo, e gli Ubaldini rischiavano di perdere tutti i possedimenti in Mugello. No, pens, non poteva avere misericordia di quell'individuo. Gli Ubaldini combattevano dalla parte della giustizia, per difendere le libert e la tetra da un'aggressione, e Dio era al loro fianco. Gli sput addosso. Il perdono una questione personale tra te e Dio, e tra poco avrai l'occasione di chiarirti direttamente con Lui! Sicch si rivolse ai suoi sergenti: Fate mozzare la mano e il piede destro a tutti i prigionieri e lasciateli dove sono. La provvidenza decider sul loro destino. Quanto a noi partiamo subito, prima che qualche scampato alla battaglia avverta i Fiorentini che presidiano il ponte. Approfitteremo del buio... fate preparare gli uomini. Mentre Tano si allontanava. Lupolo, con un colpo secco alla carotide, pose fine alle sofferenze di Saccuccio de' Cattani di Combiate. I masnadieri ubaldini caricarono i commilitoni feriti su alcuni vecchi e malmessi carri recuperati nel villaggio. Loro destinazione erano i luoghi pi sicuri lungo la valle del Garza. ove gi avevano trovato rifugio gli abitanti di San Piero. Tano autorizz Guarino, il fabbro di San Piero, e altri cinque suoi soldati, i pi attempati, a scortare la comitiva dei feriti e prendere poi il comando dei rifugiati. Guarino era un brav'uomo, di sicuro un buon rettore per la sua comunit. ma poco aveva a spartire con un soldato. Con la masnada sarebbe stato solo d'intralcio, riflett Tano, mentre poteva risultare utile per organizzare e proteggere gli abitanti sfollati. Si port invece dietro una decina di giovani promettenti, vigorosi e senza tanti scrupoli. Grifo all'opposto, bench ferito e debilitato dalla febbre, pretese di seguire la masnada.

I guerrieri rimasti, una trentina, montarono i cavalli e avvolti dall'oscurit si diressero verso la Sieve. Giunti a pochi passi dalla sponda del fiume, scorsero diverse torce accese al di l del massiccio ponte di legno, e udirono delle voci. Era il presidio di balestrieri lasciato dall'esercito invasore. Tano aveva concordato con i masnadieri il piano d'azione. Senza esitazione e in fila per due iniziarono ad attraversare il ponte. In quella calda notte di fine estate gli zoccoli fenati dei cavalli cadevano sulle assi di quercia del ponte come martelli sull'incudine, con tonfi secchi e forti. Dopo pochi passi un grido gutturale sovrast il frastuono degli zoccoli e blocc la loro avanzata. Chi va l! I fuochi di torcia dall'altra parte del fiume confluivano freneticamente verso la sponda e grida incomprensibili di richiamo si alzarono nella notte. Un attimo di interminabile e assoluto silenzio piomb invece sul ponte. 1 guerrieri ubaldini potevano sentire nitidamente il respiro dei cavalli e il proprio cuore battere all'impazzata. Bastava un niente, un semplice sospetto o etTore. e in pochi attimi una grandine di tozzi e micidiali quadrelli d'acciaio li avrebbe falcidiali. Dio lo vuole! grid Tano. Scand bene il motto crociato e si forz di conferire alla voce la massima naturalezza. Un brivido gli percorse da cima a fondo la schiena, mentre fiumi di sudore gli calavano lungo i fianchi dalle ascelle. Saccuccio poteva aver riferito una parola d'ordine sbagliata... Scacci quel pensiero infausto e chiuse gli occhi. Con lutti i compagni trattenne il fiato e attese per alcuni interminabili attimi. Qualcuno dietro di lui bisbigliava una preghiera. Chi siete? domand la voce di prima. Amici, uomini de' Cattani... veniamo da San Piero e dobbiamo raggiungere l'esercito a nord! Bene, venite! Dall'altra parte del ponte la tensione era calata e le torce lentamente facevano ritorno verso i bivacchi poco distanti, che gli uomini di Tano, ormai vicini alla sponda sinistra del fiume, potevano nitidamente scorgere alla luce dei fuochi. Tre uomini andarono incontro alla comitiva. Erano a piedi. Procedevano sicuri, senza armi in pugno. Uno portava una torcia. Abbiamo visto un grande incendio, avete dato fuoco alla rocca? domand uno dei balestrieri fiorentini. Li avete arrostili quei cani selvatici? aggiunse un altro. Tano senza rispondere piant la lancia nel petto privo di armatura del primo che aveva parlato. Gli altri due ebbero la stessa sorte. Si afflosciarono in un tonfo sordo senza avere il tempo di aprire bocca. Quello con la torcia emise un breve lamento, ma lo scalpiccio degli ultimi cavalli sul ponte copr ogni suono. Quando tutti i cavalieri ebbero raggiunto la sponda sinistra, coperti dal buio e alla sola luce della luna e dei fiochi riflessi dei fuochi dell'accampamento, si schierarono in formazione d'attacco e a un secco ordine di Tano, con le picche in resta, si gettarono sui bivacchi degli ignari balestrieri. I nemici, intenti a mangiare e gozzovigliare, capirono di essere

attaccati solo all'ultimo momento, quando i masnadieri erano ormai sopra di loro. Li travolsero e le picche, le mazze chiodate e gli zoccoli ferrati dei cavalli non risparmiarono nessuno. La luce accecante dei tendaggi in fiamme illumin la scena di battaglia consentendo agli assalitori di rincorrere e finire gran parte dei balestrieri. Tano, mentre caricava, pens al suo Caio, al sicuro nelle scuderie del cassero di Montaccianico. L'attivit di perlustrazione sulle montagna non era adatta a un destriero e per questo aveva preferito risparmiarlo e usare il palafreno. Ma quella sera nella carica sent la sua mancanza. L'operazione fu un successo. Con solo due uomini rimasti uccisi, avevano passato il fiume e sbaragliato un intero squadrone di temibili balestrieri fiorentini. La via per Montaccianico era libera. Il territorio Io conoscevano palmo a palmo, ma viaggiare di buio era sempre sconsigliabile: troppo pericoloso per i cavalli- Inoltre erano distrutti dopo quell'interminabile giornata. Tano decise cosi di fermarsi, per le poche ore notturne rimaste, nella fitta boscaglia di olmi e ontani che accompagnava il corso del tornente Levisone, prima di gettarsi nella Sieve. Secondo quanto estorto a Saccuccio. l'esercito fiorentino aveva deciso di evitare la strada principale e diretta per raggiungere Montaccianico, e di dividersi in due contingenti per puntare, con una manovra a tenaglia, a ovest verso Gagliano e a est verso Senni. Questa scelta consentiva ai masnadieri ubaldini di seguire la strada principale per il castello, e se tutto andava liscio avevano concrete speranze di anivare a Montaccianico prima dei nemici. All'alba si sarebbero messi in marcia. Dovevano costeggiare, al riparo della boscaglia, la via maestra che per un breve tratto, sino alla pieve di Fagna, seguiva il tonente Levisone, per poi piegare verso nord-ovest, lungo il corso del Cornocchio. a sua volta affluente del Levisone. Mentre Tano si stava coricando per la breve sosta notturna, Duccio apparve al suo fianco. Oggi hai combattuto con colaggio, come un vero guerriero fece Tano. Se usciremo vivi da questa guerra ti voglio al mio fianco come masnadiere. Il villano farfugli mozziconi di frase incomprensibili e lese il braccio verso nord-ovet toccandosi con l'altro il cuore. Dopo un attimo di esitazione Tano pens di aver intuito i pensieri di Duccio. La tua famiglia si trova nel villaggio di Zollaia... lontano dai castelli della consorteria, e tu sei in pena per loro. Temi che tua moglie e i tre figli non siano riusciti a mettersi in salvo. Non vero? L'altro annui vigorosamente con la testa e sorrise per essere riuscito a comunicare col suo signore. L'esercito nemico ha preso direzioni che passano lontane dal tuo villaggio prosegu il cavaliere, e Zollaia a poche miglia dalla strada che dovremo percorrere domattina. Faremo una piccola deviazione... Duccio scosse la testa con gli occhi dilatati e fece strani gesti con le mani. vero ammise Tano. il pericolo potrebbe venire dagli sbandati e dai predoni in cerca di bottino. Mentre Duccio lo guardava con occhi

imploranti, volse lo sguardo verso il bosco avvolto dalle tenebre e riflett alcuni istanti. Sicch lo fiss dritto negli occhi. Ti do il permesso di anticipare la masnada e metterti subito in viaggio per raggiungere la tua famiglia. Non riusciresti comunque a riposare! Prendi il cavallo che preferisci e conduci i tuoi a San Gavino. Ci incontreremo l nella prima mattinata. Duccio chin il capo e ringrazi con gli occhi il cavaliere. Appena l'oscurit inghiott la figura di Duccio, i pensieri di Tano corsero a Bettino, l'amico rimasto gravemente ferito a Borgo San Lorenzo per portare in salvo Matilda. Ora il giovane boscaiolo si trovava in convalescenza al suo villaggio delle Isole, con la madre e le sorelline. Bench non avesse trovato il tempo di recarsi a trovarlo, si era assicurato personalmente che ricevesse tutte le cure adeguate e che dal castello provvedessero a rifornire la famiglia di tutto il cibo necessario. Mai avrebbe permesso che un suo uomo fosse abbandonato per una ferita riportata in battaglia. Gli Ubaldini erano spietati e duri con i traditori e i nemici, quanto protettivi e premurosi verso i loro fedeli. Gianni poi si era raccomandato al padre di andare a visitarlo almeno una volta al giorno. Chiss se Bettino, Matilda e tutti gli altri che stavano a Montaccianico erano a conoscenza di quanto stava avvenendo a valle. Pens poi a Caio. Mai come quella notte, mentre caricava i nemici, ne aveva sentito la mancanza. Il destriero da guerra era il compagno inseparabile del cavaliere, ci che lo distingueva dai fanti e lo rendeva invincibile e temuto ai loro occhi. Il guerriero montato sul possente cavallo incuteva rispetto e terrore sacrale negli uomini appiedati; e spesso in battaglia la sopravvivenza dipendeva dalle qualit del destriero e dall'abilit del cavaliere nel guidarlo. Per questo lui e gli altri cadetti della consorteria erano stati addestrati sin da piccoli a cavalcare per giornate intere e a montare l'animale al volo, da ogni lato, appesantiti dall'armatura e con in mano la spada. Avevano insegnato loro ad amare e amare e prendersi cura del proprio cavallo come fosse un'amante. E Tano fin dal giorno dell'acquisto di Caio aveva passato col lui molte ore della giornata. Gli parlava. Lo nutriva. Lo puliva personalmente. Ogni volta che gli addestramenti lo costringevano a dormire all'aperto, si sdraiava al suo fianco. E quando durante la battaglia di Borgo San Lorenzo i fanti avevo cercato di colpirlo, era come se avessero tentato di ferire lui stesso. Con l'immagine di Caio nella mente, le palpebre, pesanti come macigni, calarono e un sonno profondo si impossess di lui.

2
Villaggio di Zollaia. Piviere di San Gavino Adimari Alba. 19 agosto 1251 Si svegli di soprassalto con un leggero mal di testa; la gola impastata e il naso irritato da qualcosa di aspro. Si alz allarmata sul pagliericcio. Suo marito non c'era. Scost i tre figli. Approfittando dell'assenza del padre avevano lasciato il loro letto per passare la notte con lei. Li scrut: dormivano placidamente coi visetti innocenti e beati. Allung lo sguardo intorno a s e, grazie ai deboli raggi dell'alba che filtravano dalle fessure

degli scuri, si rese conto che la casa era immersa in una fitta coltre di fumo. Gett un'occhiata allarmata all'angolo dove erano soliti accendere il braciere per cucinare e riscaldarsi, ma era spento. Era ancora piena estate e non poteva che essere spento. Un'improvvisa vampata di calore le invest la faccia ancora assonnata. Alz la testa e sgran gli occhi. Il tetto sprigionava fumo e calore. Era spaventata e disorientata. Non riusciva a darsi una spiegazione, a capire cosa stesse accadendo. Nel mezzo della notte il marito Duccio era tornato all'improvviso a casa, stravolto e malconcio. A gesti e sguardi le aveva raccontalo dei Fiorentini, del tiadimento dei Cattani e dei consorti di Gagliano, del pericolo che incombeva sul villaggio. Lei per sapeva gi abbastanza. Il giorno prima, tutti nel villaggio avevano visto le colonne di fumo che si levavano minacciose da San Piero e nel tardo pomeriggio una famiglia di villani di San Giusto a Fortuna era sopraggiunta a Zollaia con tutti i suoi averi e bestie, raccontando cose terribili dei Fiorentini. Molti del villaggio si erano dati alla macchia nei boschi vicini, altri avevano trovato rifugio da parenti e amici nel vicino borgo di San Gavino, protetto da una palizzata e da un piccola guarnigione di armigeri. Lei, per, non conosceva nessuno e aveva deciso di rimanere a Zollaia con il vecchio rettore del villaggio e poche altre donne e vecchi che non avevano altro posto dove andare. Era rimasta sveglia tutta la notte, pregando che la Santa Vergine tenesse lontani i Fiorentini dal villaggio e facesse tornare suo marito per portarli in salvo. Poi all'improvviso il miracolo. Duccio era apparso. Avevano recitato assieme un'Ave Maria e si erano amati intensamente, come fosse la prima volta. Dal loro matrimonio alcuni anni addietro, mai erano stati separati tanto a lungo. Poi Duccio le aveva gesticolato di rimanere chiusa in casa. Lui sarebbe andato a procurarsi un altro cavallo e prima dell'alba li avrebbe condotti in un luogo sicuro. Appena il marito era uscito, lei aveva pregato ancora la Madonna per ringraziarla di tutto quello che le aveva concesso. I figli crescevano forti e sani. Nel nuovo villaggio avevano trovato una bella capanna e terra fertile. I vicini li avevano accettati sin dal primo momento e il nuovo signore Gottifredo era buono e giusto. L'unico episodio spiacevole si era verificato al castello di Montaccianico, poco dopo il giuramento. Il notaio Lupini l'aveva fatta richiamare da uno dei suoi assistenti per alcune comunicazioni urgenti. Duccio era rimasto coi figli. L'avevano condotta in un seminterrato buio del cassero. L aveva trovalo il notaio che prima le aveva intimato di consegnargli ogni mese un somma di denaro per la avere la sua protezione, se non voleva incorrere in guai seri; poi, senza tanti giri di parole, le aveva ordinato di spogliarsi e stendersi sulla paglia. E tutto senza mai guardarla negli occhi. Lei, incredula, era rimasta in silenzio, immobile come una statua; sicch si era rifiutata con vigore di sottostare alle richieste di quell'uomo malvagio e corrotto. Il notaio non aveva demorso e le aveva paventato le peggio cose per il marito e i figli, ma poi, di fronte alla sua fermezza e alla minaccia di riferire tutto a Tano, l'aveva scacciata malamente ricoprendola d'insulti. Grazie a Dio non l'aveva pi molestala e lei

aveva pensalo bene di tenere per s quella brutta storia. Aveva recitato un'altra Ave Maria, poi, mentre pregava, senza neanche accorgersene, era piombata in un sonno profondo e tranquillo. Ora si era risvegliata senza Duccio e con la casa in fiamme. Ma era inutile lambiccarsi il cervello con questi ragionamenti: era sola e doveva arrangiarsi per salvare la vita dei figli! Li svegli e. e ancora assonnati, li trascin di forza verso la porta. Nerina, la pi piccola, di appena tre anni, scoppi a piangere. Lev l'asse che bloccava il portone e con tutto il suo peso diede una spallata per spalancarlo. La porta vibr, ma rimase immobile. Si ritrasse con un forte dolore alla spalla. Com'era possibile che fosse bloccata dall'esterno? Il fumo era sempre pi fitto e lingue di fuoco aggressive e lunghe si facevano strada tra i travicelli anneriti e fumanti del tetto. Prov nuovamente. Niente, la porta era bloccata. Lasci i figli di fronte alla porta e corse verso l'unica finestra da cui traspariva un po' di luce. Non si apriva. Le sue guance si rigarono di lacrime silenziose. I bambini la guardavano spauriti coi loro occhioni teneri. La pi piccola si disperava sempre di pi. Mamma che succede? Perch non usciamo? domand il pi grande. Ida non rispose, non poteva rispondere. Li raggiunse e li avvolse in un abbraccio protettivo, mentre i suoi occhi balenavano frenetici nella stanza, sino a posarsi su una bacinella d'acqua. L'afferr e vi inzupp lembi di stoffa strappati dalla sua tunica. Li mise sulla faccia dei figli per facilitare la respirazione. Si gett poi verso la porta e aiutandosi con un paiolo di ferro inizi a colpirla con tutta la forza che aveva. Mentre gridava a squarciagola aiuto e invocava il nome del marito, da fuori udi delle voci. L'avevano sentila e qualcuno stava accorrendo per tirarli fuori, pens. Doveva essere Duccio finalmente di ritorno coi cavalli. Erano salvi. Chiuse gli occhi e ringrazi la Madonna. Prov ad aprire la porta, ma questa era ancora bloccata. Le voci fuori intanto erano sempre pi forti. Ma che slavano facendo? Perch non l'aiutavano? L'aria era quasi irrespirabile. Qualche altro attimo e sarebbero morti soffocati; sempre che prima il tetto, ormai avvolto dalle fiamme, non fosse crollato sulle loro teste. I bambini piangevano sommessamente, mentre si reggevano gli stracci bagnati sul visetto e con gli occhi rossi e lucidi la guardavano imploranti. Le sue grida disperate li avevano sconvolti ancora di pi. Non resse il loro sguardo. Si volt verso la porta e accost le orecchie per capire cosa diavolo accadeva l fuori. Una bella morte non c' che dire! Arrostiti come polli! Che c' voluto? Due assi e un po' di chiodi per bloccare le uscite e una torcia sul letto di paglia... Certo che ce ne hanno messo ad accorgersene! Se si svegliavano prima sarebbe stato pi divertente... Ehi guarda l. C' uno che sta correndo come un pazzo verso di noi con due cavalli alla briglia! Ma chi ? Forse ci vuole regalare i suoi cavalli! Non dei nostri. Che faccio lo abbatto con la balestra?

No, no, aspetta: sono curioso di vedere cosa fa! Sta mugolando come un animale... Ma siamo sicuri che non ci sia niente di valore l! No, sta' tranquillo, mi hanno detto che sono dei poveracci e che la donna non niente di che! Quel pazzo che corre deve essere il marito! Scommetto un soldo che non fa in tempo a tirar fuori la moglie e i figli! Accetto. Per me ce la fa! Duccio nel frattempo aveva lasciato i cavalli e lanciando mugolii strazianti correva verso la sua casa in fiamme. Come se non esistessero, pass in mezzo ai cinque armigeri seduti comodamente su dei pagliericci in mezzo all'aia del casolare, a bere vino, mangiare agnello arrosto e godersi lo spettacolo dell'incendio. Ouando giunse a pochi passi dalla casa, inciamp e cadde rovinosamente a terra. Si rialz tramortito e sporco di terra e riprese la sua corsa disperata contro il tempo. Nell'aria afosa di quella mattina d'agosto, resa ancor pi torrida dal calore dell'incendio, le grida mule di Duccio sembravano provenire da un altro mondo. Raggiunse la capanna e con le mani si aggrapp alle assi inchiodate alla polla per cercare di staccarle. Stai a vedere che vinco la scommessa! Tu forse s, ma quel villano perde comunque. Nella casa non fanno pi schiamazzi. Devono esser gi... Un sordo schianto interruppe la discussione dei cinque armigeri. Il tetto della capanna era crollato. I cavalli, legati a un grosso carro trainato da due buoi e carico di sacchi ricolmi di bottino, nitrirono e scalpitarono, innervositi dal boato e dall'odore acre del fumo. Duccio, investito dall'urto dello schianto, fu sbalzato all'indietro di alcuni passi e ricadde a terra privo di sensi, coperto di cenere e detriti. Amen! disse il pi giovane dei soldati, un ragazzone ancora senza peluria sulla faccia. Indossava una calotta d'acciaio e un usbergo, entrambi di buona fattura. Si poggiava svogliatamente sulla spada conficcata sul terreno e osservava con gusto l'incendio del casolare. Dall'inferno in terra a quello divino, per questi cani eretici! Legatelo, prima che si riprenda ordin il pi anziano dei cinque accennando a Duccio. Dagli abiti che indossa dev'essere un masnadiero degli Ubaldini. Ci potr fornire informazioni utili. Ehi. guardate cosa ho trovato! Da una cantonata di una capanna che dava sull'aia, un altro armigero avanzava fiero verso i cinque compagni. Nella sinistra impugnava una picca e con la destra trascinava una fanciulla poco pi che adolescente. I capelli erano castani, lisci e lunghi. Indossava una corta tunica, sporca e strappata. Con le esili braccia cercava di divincolarsi dalla ferrea presa del soldato che la tirava per i capelli: scalciava e piangeva, ma inutilmente. Una puledra selvaggia! E bravo Arturo. La domer io per primo! disse il giovane sbarbato. Le forme acerbe che si intravedevano dalla tunica e la carnagione bianca e tenera della ragazza lo avevano eccitato; e sentiva bruciare dentro di s un fuoco di desiderio. Aveva iniziato la campagna di guerra senza esser mai stato con una donna, ma in pochi giorni aveva recuperato il tempo perduto. Aveva

gi preso due villane con la forza, e ne aveva tratto gran piacere. Ehi, cosa credi! Sei grande e grosso, ma qui sei il pi giovane. L'avrai per ultimo lo rimbrott un tipo tarchiato e pelato, che aveva appena terminato di legare Duccio, ancora svenuto. No. questa la voglio per primo! sbott il giovane fulminando con lo sguardo il tarchiato. Entrambi misero mano alla spada. Calma, calma disse un altro frapponendosi ai due litiganti. Matteo ha ragione. Non giusto che sia sempre l'ultimo a causa della giovane et. In questi giorni ha dimostrato di essere un buon guerriero e di non valere meno degli altri Tutti gli uomini d'arme annuirono. Sar la sorte a decidere l'ordine. Giocheremo a dadi! Giusto! Buona idea, ser Luigi. Il sergente estrasse due dadi d'osso dalla saccoccia e tutti gli altri soldati fecero capannello intorno a lui. La ragazza aveva cessato di piangere e dimenarsi. I polsi le dolevano: la corda con cui l'avevano legata a un tiglio in mezzo all'aia era strettissima e ruvida. Si guard attorno spaurita. La capanna era tutta in fiamme e il fuoco stava aggredendo gli edifici vicini. Dall'altra parte una decina di corpi orrendamente mutilati e straziati di donne, vecchi e bambini erano riversi sulla terra battuta, in un lago di sangue con nugoli di mosche sopra. Il rettore del villaggio, un anziano con lunghi capelli bianchi, era stato denudato e inchiodato alla parete di una capanna. Era stato evirato e il magro e nodoso corpo riportava evidenti segni di tortura inflitti con il fuoco e le picche. D'improvviso emise un gemito: era ancora vivo! La ragazza chiuse gli occhi per non vedere oltre. L'aria era impegnata di fumo e di odore di carne bruciata e sangue. Chin la testa e raccomand l'anima a Dio, mentre i suoi aguzzini giocavano rumorosamente a dadi. Ho vinto, ho vinto. Sono il primo! gioi un tipo con baffi lunghi e stretti, e una bazza affilata e pronunciata. Si tolse la cinta con la spada e si avvicin sghignazzando alla ragazza. Quella, impassibile, non gli rivolse neanche uno sguardo. Era ormai rassegnata all'orrendo destino che la vita le aveva riservato. Dai bella, non fare la faccetta triste... non sono poi cosi male. Hai a che fare con un vero gentiluomo, un cavaliere della Tavola rotonda! I compagni d'arme lo incitavano mimando gesti osceni, quando, d'un tratto, sibili acuti e sinistri varcarono lo spiazzo dell'aia e i cinque soldati vicini al fienile stramazzarono al suolo con varie frecce conficcate nel corpo, senza avere il tempo di reagire. II vincitore ai dadi strabuzz gli occhi e il ghigno si tramut in una smorfia di angoscia. Con un coltello che aveva infilato negli stivali recise la corda che legava la ragazza e si fece scudo col suo esile corpo. Scrut intorno a s, ma non vide niente. Uscite fuori bastardi, o la sgozzo come un agnello! Dal denso fumo nero che avvolgeva la casa e le capanne attorno emersero come spettri una trentina di arcieri a cavallo. Chi sei? Per chi combatti? domand uno di loro. Sono Sebastiano di Firenze, del sestiere di Porta San Pancrazio

rispose quello indietreggiando e avvicinando la lama rugginosa al collo della giovane. Un nuovo mugolio del vecchio inchiodato attrasse l'attenzione dei presenti. Uno dei cavalieri tese l'arco e con un atto di misericordia conficc un dardo nel cranio del rettore del villaggio. Nel frattempo gli altri finirono a colpi di lancia i Fiorentini che non erano ancora spirati e si disposero a semicerchio intorno a Sebastiano e al suo ostaggio. Il Fiorentino sudava e girava nervosamente la testa da una parte all'altra per tener sottocchio i nemici. La uccido! Se vi avvicinate ancora la uccido, quant' vero Iddio! Perch credi che ci importi qualcosa della sorte della giovane? domand quello che aveva parlato prima. dei vostri! solo una semplice bifolca, come te del resto... Cos dicendo l'arciere smont da cavallo e si avvicin, disarmato e con le mani aperte. Chi sei? domand il Fiorentino. I due si fronteggiavano a meno di un passo; tra loro vi era la ragazza che fissava come istupidita l'arciere. Il coltello di Sebastiano premeva sempre pi la gola e una sottile riga di sangue prese a scorre lungo il collo della giovane. L'arciere non staccava i suoi occhi di ghiaccio, tagliati dalla nasiera dell'elmo, da quelli del Fiorentino, che per la tensione sbatteva continuamente le palpebre, deglutiva e sudava. I due si fissarono intensamente per alcuni attimi. Sono messer Tano degli Ubaldini e questi sono i miei masnadieri rispose dopo una lunga pausa l'arciere. L'uomo sbianc. Tano approfitt dell'attimo di esitazione che percep negli occhi di Sebastiano e, forte del suo elmo d'acciaio, con un movimento fulmineo gli tir una testata in fronte. Quello cadde a tetra, tramortito, con il naso spaccato. Una frescura improvvisa al viso ridest Sebastiano. Vedeva appannato. Gli girava la testa. Respirava a fatica e con dolore. Il setto nasale gli doleva. Prov a muovere la braccia, ma erano bloccate; lo stesso per le gambe. Apr la bocca e sput subito della terra che vi era entrata. Era disteso con la faccia in mezzo al terreno. Gli ultimi accadimenti riaffiorarono d'improvviso alla sua mente confusa: il saccheggio, l'incendio della casa, le urla della madre, la ragazza, la morte dei compagni, gli arcieri nemici che lo circondavano. il cavaliere ubaldino che lo fissava... I suoi occhi pian piano misero a fuoco l'ambiente circostante: la terra secca dell'aia, la base del grande tiglio, il bottino raccolto e due stivali di feltro che si muovevano di fronte a lui. Prov a alzare la testa per vedere a chi appartenevano, ma qualcosa di duro e freddo gli spinse con forza la faccia contro il suolo e la bocca, semiaperta per respirare, ingurgit altra terra. Sput disgustato. Eravate solo voi sei in questa zona? Chi sei? Sono quello che ti ha spaccato il naso e che ora ti far passare le pene dell'inferno se non mi dici tutto ci che ti chiedo. Fottiti!

Qualcuno da dietro gli apri la bocca con un arnese di ferro e gli ficc dentro un panno. Segui una vampa di fumo e un gradevole odore di carne bruciata si propag nell'aria. Il prigioniero piangeva con gli occhi sbarrali e la faccia paonazza, si contorceva e mugolava. Qualcuno gli tolse il panno dalla bocca. Qui dietro di te c' un mio uomo con un ferro incandescente e non abbiamo nessuna fretta. Ti bruceremo piano piano tutto il corpo dai piedi alla testa finch non dirai tutto quello che sai. Ci che hai provato solo un assaggio. Scusa se ti tappiamo la bocca, ma faresti troppo chiasso... Allora, dobbiamo continuare? No, no. messere! Sono un berroviere, faccio parte di una squadra di cavalleria leggera di scorta a un reparto di ribaldi e guastatori... siamo stati inviati nelle zone rimaste tagliate fuori dall'avanzata per devastare il territorio e requisire vettovaglie sput tutto d'un fiato Sebastiano. Dove sono i tuoi compagni? Noi c'eravamo attardali... singhiozz il Fiorentino, sono andati avanti, al villaggio vicino. Oltre il tuo reparto vi la possibilit di trovare altri di voi lungo questa strada sino a Sant'Agata? stato deciso di guastare e depredare tutto il territorio dei pivieri di Sant'Agata, Fagna e San Giovanni Maggiore. dove sono concentrati i vostri castelli. Questa mattina sono cinque i reparti in azione... ma non saprei dove sono gli altri... avevamo l'ordine di confluire al castello di Gagliano entro il primo pomeriggio. Di sicuro un reparto sar andato a San Gavino! disse Gianni, che si trovava a fianco di Tano. La scorta ai guastatori formata solo da berrovieri? domand ancora Tano al prigioniero. Si, solo cavalleria leggera. Quanti per reparto? Non pi di dieci E l'esercito dove si trova? lo incalz da dietro Lupolo. Sebastiano rimase interdetto da questa nuova voce; dalla sua posizione non riusciva a vedere a chi appartenesse. Rispondi cane! lo spron Tano. Non saprei... Lo giuro sul Sacro Vangelo! il prigioniero rantolava e girava la testa convulsamente dai piedi di Lupolo a quelli di Tano. Credetemi. II mio reparto era accampato con tutti gli altri nella piana a nord del castello di Coldaia e si distaccato ai primi bagliori dell'alba con l'ordine di battere questa zona. So per certo che una parte dell'esercito diretta a Gagliano. Con loro ci sono anche gli inquisitori e i servi della fede... Che inquisitori? domand Tano. Sono frati domenicani del convento di Santa Maria Novella. Sono comandati da un chierico francese e hanno seguito l'esercito comunale per estirpare l'eresia nella valle... Tano gett un'occhiata preoccupata a Gianni e Ghino; sicch prosegu l'interrogatorio. Dov'erano diretti? Non lo so! So solo che gli faceva da guida un giovane cavaliere di

Barberino! E i servi della fede chi sono? aggiunse Gianni. Confratelli laici membri di un'associazione religiosa di Firenze, vicina ai Domenicani. gente inquietante che veste sempre di nero, anche con questo caldo, e porta ricamata sulla schiena una croce bianca. Le loro picche sono brunite e fanno tutto ci che ordinano i frati! Bravo Sebastiano. Ti sei comportato bene lo rassicur Tano. Sicch si gir verso i suoi masnadieri. Duccio tuo, fanne ci che vuoi! Ma come? Ho detto tutto! Graziami, ti prego! Giuro che torner a casa... No, no lasciami! Dove mi porti... maledetto... Duccio se l'era caricato sulle spalle senza mostrare il minimo sforzo, come fosse un sacco di piume. Da quando si era riavuto non aveva emesso nessun suono e si era accucciato di fronte al fuoco che consumava la capanna. Lo fissava immobile e rapito, come se cercasse di carpire tra la fiamme i volti dei suoi cari. Gli amici avevano capito senza bisogno di chiedere spiegazioni. A parlare per lui erano stati gli occhi, rossi di dolore e pianto, e allucinati di follia omicida. Sebastiano girava la testa convulsamente cercando di capire dove il forzuto soldato ubaldino lo stesse portando. No, il fuoco no! Aiuto! Duccio con un grido liberatorio lo gett in mezzo alla casa incendiata. Bench ormai diminuito di intensit, il fuoco ardeva ancora. Con la faccia stravolta e rigata di pianto il colono si lasci di nuovo cadere a terra di fronte al fal che gli aveva portato via la moglie Ida e i tre figli. Ora si spiega anche il senso della parola d'ordine gi al ponte disse Gianni lisciandosi la corta e rada peluria sul mento; non si tratta solo di una guerra di conquista... anche una specie di crociata per combattere l'eresia aggiunse Tano. mentre il pensiero correva alla comunit di patarini del Coppo, al vecchio medico e alla ragazza dal pelo rosso. Si tocc d'istinto la bisaccia dove teneva il Vangelo in volgare. Ubaldino sempre stato molto tollerante verso i patarini prosegu, e come sapete da anni ospitiamo una comunit di eretici lombardi sui monti a nord del castello di Montaccianico! Vogliono sterminare quella comunit e magari approfittare della situazione per accusare di eresia anche Ubaldino! insinu Gianni. Tano non aveva pensato a quest'ultima eventualit; ma. tra s. ritenne che fosse del tutto plausibile; le leggi imperiali e gli editti del Papa parlavano chiaro: le pene della confisca dei beni e del supplizio del rogo colpivano non solo gli eretici, ma chiunque desse loro protezione e ospitalit. Mio padre stesso dopotutto una specie di eretico disse Gianni, anche se a suo modo... L'arciere di Sant'Agata ricord il passato del padre. Aldo Stabili proveniva da una famiglia di facoltosi mercanti di Lucca che sin da piccolo lo aveva indirizzato verso la carriera religiosa. Si era laureato in un'universit della Lombardia e, ottenuto il titolo di magister in teologia, aveva fatto rientro nella citt natale per occupare la carica di diacono nel capitolo della cattedrale. Una volta a Lucca aveva per realizzato che la sua vera passione non era la teologia, ma la medicina e l'astrologia. Aveva

quindi progressivamente abbandonato gli studi religiosi per dedicarsi anima e corpo alle nuove discipline. Le ricerche lo portarono per a sostenere posizioni non in sintonia con la dottrina ufficiale della Chiesa e a farsi molti nemici nell'alta gerarchia ecclesiastica lucchese. L'essersi poi innamorato della concubina preferita del vescovo fu la goccia che fece traboccare il vaso. In pochi mesi fu imbastito contro di lui un processo di eresia e per sottrarsi al rogo si vide costretto a lasciare precipitosamente Lucca, trascinandosi dietro la compagna, incinta di Gianni. Girovag per alcuni anni tra le citt dell'alta Toscana, fin quando non conobbe Ubaldino della Pila ed entr al suo servizio. Il correre dei pensieri di Gianni si interruppe non appena i suoi occhi incrociarono quelli di Ghino, spauriti come avesse visto un fantasma. Se ne stava in disparte, cupo e silenzioso. Lo raggiunse e gli batt una pacca sulle spalle. Non ti preoccupare. Ghino. Sono solo dei poveri invasati. Gente insana che strumentalizza la parola di Dio per arricchirsi e accaparrare potere. Gli occhi di Ghino si illuminarono come due torce. Ma anche il Santo Padre condanna gli eretici. Me l'ha detto Alberto, l'arcidiacono di Sant'Agata... Lascia stare quell'avido leccaculo! disse Tano, che li aveva raggiunti. Quando tutto sar finito mi accompagnerai al convento di Bosco ai Frati. L vedrai chierici veramente dedicali a realizzare in terra l'insegnamento del Vangelo. Abbi fiducia! L'arciprete dice anche che ospitare gli eretici al Coppo peccato! insist Ghino, con la faccia stravolta e gli occhi persi nel vuoto; E porter rovina e sventura su tutti noi! Dio non approva la nostra guerra! Siamo nel peccato... Tano a udire questa parole perse le staffe e lo schiaffeggi con violenza. Pezzo d'imbecille, non osare dire una cosa del genere! Ghino si prese le gote tra le mani e si allontan ricurvo e spaurito, come un cane bastonalo. Hai fatto bene a colpirlo disse Gianni. Quell'idiota deve svegliarsi! Non pu continuare a credere come un bambino a tutto ci che gli dicono i chierici. Comunque, quando tutto sar finito, ti consiglio di fare una visita all'arcidiacono Alberto per un chiarimento... Tano annui cupo. Romitorio di Bosco ai Frati. Piviere di San Giovanni in Petroio Tarda mattina, 19 agosto 1251 Anselmo, Anselmo stanno arrivando! esclam tutto d'un fiato il giovane frate. La rubiconda faccia era paonazza e grondante di sudore per l'affanno. Dove sono? A poche miglia, saranno qui tra breve, dobbiamo scappare subito! No, no! Io e gli altri confratelli pi anziani rimarremo qui al nostro posto. Affronteremo il destino che Dio Onnipotente ci ha riservalo. Tu piuttosto prepara la tua roba... lo rimarr con voi! protest il giovane scuotendo la testa. Anselmo sorrise e la faccia rugosa assunse un'espressione tenera e

solare: Caro fratello Illuminato, tu sei come un figlio per me... ti abbiamo tirato su noi da quando i tuoi genitori - pace all'anima loro - ti lasciarono orfano per un brutto male. Avevi appena quattro o cinque anni... Le scarne mani del vecchio frate accarezzarono le guance paffute del novizio. Sono ormai giunto alla fine dei miei giorni, ma non temo la morte. Anzi sono pronto a ricongiungermi coi miei confratelli gi passati a miglior vita. Non vedo l'ora di rivedere Francesco, oh Francesco! Lo immagino a fianco del Signore... Il vecchio chierico aveva chiuso gli occhi e oscillava la testa canuta come se fosse in preda a una visone. Frate Illuminato lo osservava intimorito e non osava distrarlo dallo stato di estasi che lo aveva rapito. Ma tu prosegu Anselmo, d'improvviso ritornato in s. devi vivere per compiere un'importante missione! Il suo sguardo era divenuto duro e risoluto. Ma io voglio restare con le! Taci e ascolta. Nella parete pi stretta della mia cella, proprio di fronte al giaciglio, vedrai una pietra pi scura delle altre. Togli la malta intorno e facendo leva con un coltello estraila. Dietro vedrai un piccolo vano segreto. Dentro risposta una cassettina in ferro battuto. sigillata. Illuminato si accigli e assunse un'espressione di rimprovero e sdegno. Anselmo sorrise e scosse le mani per scacciare l'ombra di dubbio colta nel volto del discepolo. Non temere, non ho violato il volo di povert. Il cofanetto non contiene n tesori, n preziosi di alcun genere, ma solo documenti di estrema importanza per il futuro del nostro Ordine e della Chiesa intera... ma mi stai seguendo? Illuminato guardava il maestro con occhi spauriti. Sembrava imbambolato. Lo scossone di Anselmo lo ridest. Si, s, ma... Prendi il cofanetto e senza farne parola con nessuno consegnalo direttamente nelle mani di messer Tano degli Ubaldini! Lo conosci vero? un nipote di Ubaldino e ha solo qualche anno pi di te! Spesso venuto a farmi visita. Il giovane frate annu. Bene, lo troverai al castello di Montaccianico. Dallo a lui assieme a questa missiva... cos dicendo ripose a forza un rotolo di pergamena sigillato tra le mani tremolanti e sudate di Illuminalo. Che Dio ti benedica! La missione che ti assegno di grandissima importanza per il bene della Cristianit! Se non ci dovessimo rivedere ricorda ci che ti ho insegnato. Vivi sempre secondo il Vangelo, in povert e umilt, e avrai aperte le strade del Regno dei Cieli. Non dimenticare mai che il giorno del Giudizio prossimo! Vieni con me. siamo ancora in tempo! disse il giovane. Tremava come una foglia al vento e piangeva come una vite tagliata. No, ci seguirebbero e allora sarebbe tutto perduto... me che vogliono. Va', e non dimenticare ci che ti ho detto! Ma perch ti cercano? Che male puoi aver fatto? Sei un uomo buono e giusto. Per non causare dolore agli animali eviti persino di mangiare la carne! una questione troppo complessa che riguarda il mio passato! Ora non c' tempo per spiegare... Fai come ti ho detto! Non mi deludere...

Il fraticello corse via in lacrime. Anselmo lo guard sparire dentro il refettorio, sicch aiutandosi col bastone attravers il chiostro e raggiunse i confratelli in preghiera, nella piccola e povera cappella in legno del convento di Bosco ai Frati. Dov' il convento? domand il frate domenicano con un'evidente inflessione francese. L. in mezzo a quella foresta! rispose un giovane cavaliere indicando col braccio una collinetta all'orizzonte. Il movimento repentino fece cigolare la cotta di maglia che gli copriva quasi tutto il corpo. Andiamo! ordin il frate in testa al gruppo, e i cinque Domenicani si lanciarono al galoppo, seguiti dalla giovane guida e da una quarantina di armigeri armati con una lancia brunita e avvolti in mantelli scuri con al centro una croce bianca. Un improvviso fragore interruppe la preghiera dei frati. Si guardarono tra loro. Le facce erano quelle di uomini spauriti e disorientati. Continuate a pregare, fratelli. Dio con noi! mormor Anselmo, senza distogliere lo sguardo dal crocifisso in legno fissato sopra l'altare. Il rumore di passi, lo sferragliare di armature e delle voci concitate sempre pi vicine culminarono in un'improvvisa ondata di luce che viol l'oscura pace della cappella. Tutti i frati, tranne Anselmo, si girarono verso il portone spalancato e contro la luce del sole intravidero, stagliale sull'ingresso, alcune sagome di uomini incappucciali con dietro una selva di lance. Dov' frate Cesario da Spira? domand in tono imperioso uno degli uomini incappucciati. Fra di noi nessuno porta questo nome, ma chi siete? Cosa volete da noi umili servitori di Dio? rispose uno dei francescani, un uomo sulla quarantina, di robusta corporatura. Sembrava un saraceno, per la carnagione scura e due labbra gonfie e sporgenti. Era molto che vi aspettavo disse Anselmo senza mutare posizione, ma avete fatto un viaggio a vuoto. Nonostante quello che si vocifera, io non ho niente che possa interessare il successore di San Pietro! Tutti i suoi confratelli si voltarono verso di lui con facce meravigliate. Questo lo vedremo! rispose l'intruso dall'accento francese che aveva parlato prima; quindi rivolgendosi agli uomini d'arme dietro di lui: Prendete questi eretici e portateli fuori nel chiostro! Gli armigeri dai mantelli neri con la croce bianca spintonarono i francescani nel chiostro e li immobilizzarono contro la parete del refettorio sotto la minaccia delle loro lance brunite. Solo fuori dalla buia chiesa i frati del convento si resero conto che gli armati obbedivano agli ordini di cinque domenicani. Fratelli in Cristo, come potete... siamo tutti frati mendicanti! tentarono di protestare alcuni francescani. Ma i seguaci di San Domenico rimasero impassibili ed elusero ogni risposta. Fu il loro capo dall'accento francese a parlare per primo. Sono frate Stefano da Lione e sono qui coi miei confratelli in veste di inquisitore, inviato dal Santo Padre in persona. Sicch mostr a tutti la pergamena col sigillo di Innocenzo IV. I frati del romitorio si strinsero Ira loro e rimasero ammutoliti. La sola

parola "inquisizione" faceva venire la pelle d'oca a tutti coloro che abitavano le tetre cristiane, laici o chierici, cristiani o pagani. lo ti conosco si rivolse in tono implorante il frate dalla pelle scura a uno dei cavalieri di scorta agli inquisitori. Tu sei Giovanni, il figlio del giudice Guinizzingo di Barberino. Di' loro che non abbiamo fatto niente, che predichiamo solo la parola del Signore con umilt e semplicit. Quand'eri piccolo tuo padre ti portava spesso qui... puoi testimoniare a nostro favore! II giovane cavaliere reag con una smorfia di fastidio. Posso solo dire che siete in stretti rapporti con gli Ubaldini rispose dopo un attimo di esitazione: finanziano i vostri conventi e chiese e ne detengono il patronato. Siete strumenti del loro consenso e potere nella valle! Fiati amici dell'Impero, ecco cosa siete! Ma come puoi dire questo! Noi ci limitiamo, con la parola e l'esempio, a divulgare l'insegnamento di Cristo a chiunque lo chieda, ghibellino o guelfo, cristiano o pagano. Mai ci siamo immischiati in questioni di politica! E io non mi immischio in questioni di fede. Mi limito a seguire le indicazioni del Santo Padre e dei suoi delegati. Vedetevela con gli inquisitori... sono qui apposta per voi! cosi dicendo sogghign e gir lo sguardo verso il francese. Il Pontefice colse la palla al balzo l'inquisitore, esige che vengano consegnati tutti i documenti da voi custoditi! Ma..., non capisco rispose il francescano moro, noi abbiamo solo qualche Vangelo e altre poche e comunissime scritture sacre. E allora consegnatemi tutto, senza timore e a nessuno verr torto un capello! sbrait frate Stefano con occhi di fuoco. Sono in chiesa, dietro l'altare... rispose un altro frate. Stava tutto curvo e aveva gli occhi bassi. Bene, voi due! ordin il francese agli uomini d'arme, scortate in chiesa quel frate che ha parlato e tornale qua con tutti i documenti! Stai cercando invano! grid Anselmo. Era cupo in volto e puntava l'indice malfermo contro il francese. Dopo una scossa di fremito il suo corpo s'irrigid in quella posa minacciosa, come una statua di marmo. Invece di spargere sangue e dolore tra gli uomini, redimiti! Apri gli occhi. L'Agnello dai selle occhi e dalle sette corna, simbolo dei sette spiriti di Dio mandali su tutta la terra, gi qui tra noi e ha gi sciolto i primi cinque sigilli. Guerre fratricide dilaniano le nostre citt, i Mongoli pagani premono alle porte e quando entreranno porteranno ovunque devastazioni, saccheggi, carestie e pestilenze. Ogni giorno uomini di vera fede vengono immolati a causa della parola di Dio per opera di falsi chierici come te, come i tuoi cardinali e il tuo Pontefice, che ogni giorno della vostra vita di lussuria, potere, violenza e perdizione rinnegate le parole di Cristo! San Francesco. l'Angelo apocalittico del sesto sigillo, ha indicato la via da seguire per avere impresso il sigillo del nostro Dio sulla fronte! Presto l'Agnello aprir il Settimo Sigillo, e i sette Angeli suoneranno le sette trombe! Allora... Ci che hai appena detto pi che sufficiente per condannarti al rogo! disse frate Stefano con un sorriso beffardo. Una confessione

spontanea delle migliori che abbia sentito nella mia carriera di inquisitore. Il ritorno del frate curvo con i documenti attir l'attenzione dei presenti. Frate Anselmo cominci a barcollare. Era spossato, aveva gli occhi lucidi e la bava alla bocca. I confratelli lo sorressero per evitare che cadesse, poi lo adagiarono delicatamente a terra. Cercate di tenerlo in vita almeno per qualche ora! disse sprezzante il domenicano, quindi si accost ai documenti e vi rovist in mezzo. Ah bene, vedo una copia del Testamento del vostro Francesco! Sapete bene che quest'opera non gradita e non ha nessun valore! Lo ha espressamente stabilito la bolla Quo Elougati di Gregorio IX! E tu Cesario o meglio Anselmo, come oggi ti fai chiamare - da esperto teologo quale sei lo sai bene, non vero? La presenza di questo testo un indizio inconfutabile di devianza del convento! I francescani erano terrorizzati e nessuno os aprir bocca. Tenevano gli occhi bassi e mormoravano preghiere. Un fuoco! Accendete subito un fuoco purificatore! sbrait il domenicano. Mentre gli armigeri che scollavano gli inquisitori ammassavano delle fascine in mezzo al chiostro e i frati del romitorio osservavano esterrefatti e ammutoliti la scena, Anselmo si era ripreso, e da terra, sorreggendosi sui gomiti, alz il busto e continu la profezia. Poi vidi un altro Angelo che volando in mezzo al cielo, recava il Vangelo Eterno da annunziare agli abitanti della terra e a ogni nazione, razza. lingua e popolo! L'avvento dell'et dello Spirito santo, della pace, dell'amore, dell'attesa giubilante della seconda venuta del Cristo... della Chiesa spirituale priva di gerarchie. senza regole, codici e leggi se non quelle del Vangelo, monda dai peccati di lussuria, di violenza e sopraffazione! II domenicano gett il documento che teneva in mano e corse di fronte al vecchio francescano scostando i confratelli che gli erano attorno: Voi, maledetti Francescani, imbevuti di queste idee insane di Gioacchino da Fiore, porterete la Chiesa alla rovina! Esponete tutti i frati mendicanti, compresi noi Domenicani, agli attacchi del clero secolare! E se noi verremo scomunicati tutta la madre Chiesa precipiter nel caos! Lo capisci vecchio idiota? Falsi profeti al servizio della Bestia, l'ora giunta! Mancano pochi anni all'avvento... Frate Stefano si chin sul vecchio, lo afferr per il saio e lo scosse con violenza: Basta con questa storia dell'Apocalisse. Cesario da Spira, in nome del Santo Padre ti ordino di consegnarmi quei documenti! Non sono mai esistiti! Non ci sono! sussurr frate Cesario. I frati del romitorio osservavano attoniti e smarriti. Il domenicano, di scatto, torn in piedi in mezzo a loro, eretto in tutta la persona e superbo, come un gallo in un pollaio; e con occhi fiammeggianti li squadr da distanza ravvicinata. I frati prontamente abbassarono lo sguardo. E voi che avete da dire in proposito? II frate dalla pelle scura si fece coraggio. Mi chiamo Tommaso e giuro sul Vangelo che n io. n i miei confratelli qui presenti sappiano niente di questi documenti!

Non possibile, siete vissuti per anni con Cesario! Il frate che tu ti ostini a chiamare Cesario, noi lo abbiamo sempre conosciuto col nome di Anselmo! Bugiardi! Se non dite le verit vi brucer col fuoco purificatore! Dicono il vero... disse frate Cesario, non ho mai rivelato la mia vera identit! Quindi mi volete far credere che voi non sapevate che questo vecchio Cesario da Spira. Il famoso teologo tedesco che. incontrato San Francesco in Terra Santa, prese il saio e divenne uno dei suoi principali collaboratori. Il frate che ispir la prima Regola, quella respinta dal Santo Padre nel '21 perch troppo radicale. Il frate che esport il vostro movimento oltralpe, nella sua tetra natia. Il frate puro e intransigente che non voleva sporcarsi le mani con i problemi del secolo. Il frate che, sfruttando la sua retorica e l'ascendente sui confratelli, cerc di opporsi alla trasformazione del movimento di penitenti in un ordine religioso al servizio della Chiesa. Il frate che, pur di non impegnarsi nella lotta contro il Maligno a fianco del Santo Padre, chiese a San Francesco il permesso di ritirarsi a vita solitaria e contemplativa in un romitorio, per seguire una vita perfetta, conforme al Vangelo. Il frate che dopo la morte del santo, assieme ai vecchi compagni Leone. Rufino, Simone. Egidio e Angelo, si rifiutava di obbedire ai superiori gerarchici, sobillava i confratelli e cospirava contro il legittimo governo dell'Ordine francescano e contro la Chiesa. Il frate che. per sfuggire alla giusta punizione, con l'aiuto dei suoi compari, simul il proprio omicidio per poi rintanarsi sotto mentite spoglie in questo romitorio. Il frate che. nonostante sia debilitato e ormai alle soglie della morte, ancor oggi continua a tramare contro la Chiesa e ne predice la distruzione! I frati del romitorio, con gli occhi sgranati e la bocca aperta, gettarono uno sguardo di ammirazione verso il loro vecchio compagno. La fama di Cesario da Spira, dato per morto da pi di ventanni per ordine dell'allora ministro generale Elia, era molto diffusa tra i francescani. Ancora dopo tanto tempo era ricordato come il pi santo di tutti i confratelli dopo Francesco. Stefano da Lione socchiuse gli occhi e si lisci il corto pizzo per alcuni istanti. Quindi si volse verso i quattro domenicani e i servi della fede. Frugale ovunque, rigirate ogni pietra e asse di questo buco! E portatemi ogni documento che riuscite a trovare! Raccolse poi da terra il Testamento di San Francesco e con stizza lo gett nel fuoco acceso in mezzo al chiostro. I francescani si fecero il segno della croce e si misero in ginocchio a pregare. Abbiamo trovato solo questi vecchi rotoli quasi illeggibili! Erano in una delle celle! rifer il capitano dei servi della fede, dopo un'ora di ricerche. L'inquisitore, che aveva atteso tutto quel tempo in silenzio con lo sguardo sul fuoco, li afferr come un rapace che si getta sulla preda e si immerse nella loro lettura. Tutti lo guardavano e cercavano di intuire la sua reazione. Bene. bene, un Vangelo scritto in volgare... esclam d'un tratto, quale prova migliore per l'accusa di eresia? Solo i patarini usano questa

roba! Ma guarda! Anche una copia della Concordia veteris eI novi testamenti di Gioacchino da Fiore, con glosse e commenti a margine! Un testo molto utile che sar oggetto di un attento studio. Gett cos i documenti in un sacco aperto. Tutti scritti interessanti e rivelatori dell'indole deviata di questo convento, sospir mentre con delicati e precisi colpetti delle mani affusolate si spolverava il saio, ma non quello che cerco... Alz poi lo guardo verso i suoi uomini e strill loro: legate il vecchio e portatelo vicino al fuoco! I francescani cercarono di fare scudo coi corpi, ma le lance brunite dei servi della fede li tennero a distanza e non poterono nulla per salvare il loro confratello, che fu legato e condotto nel centro del chiostro, di fronte all'inquisitore seduto comodamente su uno sgabello e assorto nella contemplazione del fuoco. Allora, non hai niente da dire? Mi pento di non essermi adoperato abbastanza per impedire ai miei confratelli di tradire il messaggio di Francesco, di rinnegare i suoi insegnamenti e il Vangelo, di vendersi al Pontefice e di sposare le sue lotte di potere! Ma non capisci che senza la protezione del Santo Padre e senza quei compromessi accettati con coraggio e responsabilit dai capi dell'Ordine succeduti a Francesco, il movimento sarebbe imploso o, peggio, caduto nell'eresia? Voler cambiare l'insegnamento di San Francesco consacrato dalla passione delle stimmate come pretendere di cambiare il Vangelo di Cristo. Un sacrilegio! La Regola e il Testamento del santo d'Assisi non sono semplici norme che possono essere corrette e migliorate nel tempo, ma rappresentano la forma di vita perfetta praticata da Francesco a imitazione del Cristo. Un esempio concreto per tutti coloro che vogliano condurre una vita conforme al Vangelo nel segno della povert, dell'umilt, e condividere con Cristo e Francesco dolori e sofferenze. Solo i santi come Francesco possono seguire e imitare il Cristo. Pretendere che lo facciano gli uomini comuni stolto e pericoloso! I tuoi confratelli come tutti gli altri chierici hanno bisogno della disciplina, del rigore, del diritto. della gerarchia; e hanno il sacrosanto obbligo di prodigarsi senza riserve nella lotta contro i nemici della Cristianit e della Chiesa, sotto la guida del Santo Padre, il vicario di Cristo in terra. La Cristianit assediata dal maligno e la lotta del Pontefice la lotta di tutti i cristiani per la salvezza delle loro anime e per un mondo migliore retto dalla parola di Dio. Il vecchio sput ai piedi dell'inquisitore, che si scost all'indietro con un balzo. Consegna al Santo Padre quei documenti ripet il francese, per il bene degli ordini mendicanti e della madre Chiesa stessa! L'Et dello Spirito vicina e con il suo avvento cesser completamente la Chiesa carnale della gerarchia, dei sacramenti. del diritto canonico e verr sostituita da una nuova Chiesa tutta spirituale, del giubilo dell'amore! San Francesco. l'angelo con il segno del Dio vivente, ha indicato la via per la salvezza! E a coloro che, tra mille sofferenze e tormenti, avranno la forza di seguire il suo esempio, sar concesso l'onore di

guidare la Cristianit nella terza et dello Spirito Santo, prima del secondo avvento! Basta con queste idiozie! Tu e i tuoi amici Giovanni Da Parma. Gerardo di Borgo San Donnino e Ugo di Digne ci porterete alla rovina! Non capisci che le vostre strampalate teorie screditano tutti i frati mendicanti, compresi noi Domenicani? In questi ultimi decenni abbiamo acquisito molta influenza e potere nei pi importanti studi di teologia della Cristianit. Ma nel far questo ci siamo attirati l'invidia e la gelosia di tutti gli altri chierici, che colgono ogni pretesto per screditarci agli occhi del Pontefice! Innocenzo oggi dalla nostra parte. consapevole che siamo troppo radicati e conosciuti tra il popolo. Una scomunica, anche solo del vostro Ordine, getterebbe la Cristianit nel caos. Masse di fedeli, principi e notabili, citt intere vi seguirebbero; con il concreto rischio di una frattura insanabile della santa madre Chiesa e del suo assoggettamento all'Impero e all'eresia. Ma se i gioachimiti e gli zelanti della Regola prendessero il sopravvento nel vostro Ordine. Innocenzo, sobillato dal clero secolare, sarebbe comunque costretto a cambiare idea e scomunicarci tutti! Cesario non lo ascoltava. Aveva chiuso gli occhi e mormorava a bassa voce brani dell'Apocalisse. Il domenicano fece un cenno a un soldato l vicino. Questi estrasse dal fuoco un ferro incandescente e lo avvicin alla gambe raggrinzite e scoperte di Cesario. Odore di carne bruciata impregn l'aria del chiostro. Ma nessun gemito fuoriusc dalla bocca del vecchio. I francescani piangevano e pregavano senza sosta. Gli altri domenicani e i servi della fede che assistevano alla scena si guardarono sconcertati per l'imperturbabilit del vecchio frate. Sembrava non avesse sentito nulla. Ancora! Spogliatelo e provate sull'addome! grid frate Stefano. Niente. Il vecchio francescano continuava imperterrito a borbottare brani dell'Apocalisse mischiati a parti della prima Regola di San Francesco e del Testamento; con gli occhi spalancati che fissavano il vuoto. La sua carne si contorceva e si squagliava a contatto col ferro rovente, ma lui rimaneva impassibile. Sembrava quasi che il corpo sotto i ferri non gli appartenesse pi, fosse altro da s. Tutti i presenti, laici e chierici, ne rimasero impressionati. Fragile e delicato nel corpo, mostrava un'energia e una forza di resistenza sovraumane, radicate in una fede assoluta nelle proprie convinzioni, per le quali era disposto a sacrificarsi. Da pi parti si levarono mormorii sul miracolo cui stavano assistendo. L'unico a non demordere era frate Stefano. Non possibile che non senta dolore! Altro che miracolo, questa opera del Demonio! Provate ancora! Sulla pancia! Ma ogni tentativo and a vaiolo. Il corpo nudo del frate, disteso in modo scomposto in mezzo al prato del chiostro, era interamente ricoperto di bruciature. Bianco e scheletrico, ai raggi del sole estivo risplendeva di una luce eterea. Frate Stefano lo guardava livido di rabbia. Le informazioni che aveva ricevuto erano pi che attendibili. I documenti che cercava dovevano

essere l da qualche parte, nascosti. Cesario bench non avesse ancora ritenuto opportuno divulgarli, non li avrebbe mai distrutti. Erano troppo importanti anche per loro... ma forse se n'era separato prima del suo arrivo... certo, perch non ci aveva pensato subito! E per punirsi di tanta stoltezza si colpi violentemente alla testa. Portatemi quel frate l! Quello moro che sembra un maomettano! ordin ai suoi armigeri. Ma io non so niente! Lo giuro sul Vangelo! url frate Tommaso. No. no. lasciatemi! Si era aggrappato a un melo, e urlava e piangeva come un indemoniato. I servi della fede lo colpirono violentemente per vincerne la resistenza; sicch lo trascinarono mezzo tramortito vicino al fuoco. Una secchiata di acqua fredda sul viso lo ridest. Appena vide lo sguardo beffardo dell'inquisitore e sent il calore del fuoco inizi a piagnucolare e balbett: Te lo giuro, non so niente! Abbi piet di me! Far tutto ci che vuoi! II domenicano lo squadr severamente, quindi si lisci il pizzo nero mentre con un bastoncino stuzzicava il fuoco: Tutti i confratelli del convento sono qui nel chiostro? Manca forse qualcuno? Il frate gir febbrilmente la testa intorno a s per cercare il gruppo dei suoi confratelli. Appena l'ebbe individuato si stropicci gli occhi e osserv. Non rispondere al falso profeta, servo della Bestia! lo redargu Cesario, disteso vicino a lui, Cristo con te e ti protegge! Abbi fede e accetta il martirio... beati coloro che muoiono nel Signore... riposeranno dalle loro fatiche, perch le loro opere li seguono... i Servi di Dio col suo sigillo sulla fronte saranno preservali. Non avranno pi fame, n avranno pi sete, n li colpir il sole, n arsura di sorta, perch l'Ag