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GUERRA SANTA IN TERRA SANTA

LA VERA STORIA
DI CAMP DAVID di Alessandra SCHIAVO

Una ricostruzione ragionata dei negoziati con cui


il presidente Clinton tentò inutilmente di passare alla storia.
I progressi e i punti di attrito fra israeliani e palestinesi.
Lo scontro delle mentalità e la diversa percezione della storia.

D I FRONTE ALLA REALTÀ DI UN CONFLITTO


che si protrae ormai da un secolo e che negli ultimi tempi è divenuto ancora più
drammatico, è doveroso chiedersi a che punto esattamente il «vaso» si è rotto, per
tentare di comprendere quando, se, e su quali basi sarà eventualmente possibile
tornare a rimetterne insieme i cocci. Sui negoziati di Camp David sono state già
dette molte cose. Probabilmente troppe. Perché subito dopo il loro fallimento, il 25
luglio 2000, ciascuna parte si è preoccupata di addossare all’altra la responsabilità
di quanto avvenuto. Dato che anche queste trattative si sono svolte, così come
quelle di Oslo I e Oslo II 1, secondo il principio «nothing is agreed until everything
is agreed» 2, non sono mai stati pubblicati verbali o minute cui oggi si possa fare ri-
ferimento per ricostruire gli esatti confini della verità. Certo è che per Israele le of-
ferte negoziali alla parte palestinese, soprattutto quelle riguardanti Gerusalemme,
lasciavano scoperti molti dei punti più sensibili della sua storia, cultura e società. È

1. Oslo I è la definizione con cui viene comunemente indicata la Dichiarazione dei princìpi (Dop), fir-
mata nel giardino della Casa Bianca il 13 settembre 1993. Si trattava di una svolta epocale: l’Olp, gra-
zie al riconoscimento di Israele, smetteva di essere un’organizzazione terroristica per il mondo intero;
il «diritto ad esistere» di Israele veniva riconosciuto dai palestinesi, il popolo al centro del conflitto me-
diorientale, che così offriva allo Stato ebraico la chiave di accesso al mondo arabo. Venivano inoltre
poste le premesse per la nascita di un’Autonomia nazionale palestinese (Anp) nei Territori, e per il
rientro di Arafat a Gaza dopo lunghi anni di esilio a Tunisi. L’accordo di Oslo II è invece l’intesa (con-
clusa il 28 settembre 1995) che ha regolato le relazioni tra le due parti nel cosiddetto «periodo interi-
nale», prima cioè che iniziassero le trattative finali sulle questioni più delicate: Gerusalemme, rifugiati,
confini, risorse idriche, status della «futura entità palestinese» (vale a dire, nascita o meno di uno Stato
sovrano palestinese).
2. Si tratta di un principio basilare costante in negoziati tanto complessi, confermato anche pubblica-
mente dallo statement emanato dal presidente Clinton a conclusione del vertice: «Le parti si sono im-
pegnate in discussioni senza precedenti, che toccano le questioni più sensibili che le dividono e per
lungo tempo considerate off limits. Secondo il principio operativo per il quale nulla è concordato fin
quando tutto non è concordato, esse non sono certo vincolate a nessuna proposta discussa durante il
summit. In ogni caso, anche se non è stata raggiunta un’intesa, sono stati registrati passi avanti signifi-
cativi su questioni cruciali» (Reuters, 25/7/2000, h. 19.00). 109
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a questo punto che il vaso ha cominciato a scheggiarsi in maniera irreparabile: gli


israeliani non hanno compreso perché i palestinesi non hanno accettato le loro
proposte neanche come base di negoziato, tanto da astenersi dal fare contropro-
poste.
Vi sono casi in cui è possibile affermare con ragionevole certezza cosa sia av-
venuto, perché risulta da testimonianze convergenti sia di parte israeliana che pa-
lestinese, sia pure animate, ovviamente, da scopi diametralmente opposti. In un
suo libro 3, Shlomo Ben Ami, già ministro degli Esteri e principale negoziatore
israeliano a Camp David oltre al primo ministro Ehud Barak, racconta che quando
si discuteva del problema di Gerusalemme, Clinton chiese al negoziatore palesti-
nese Sa’eb ’Arı̄qāt di andare a riferire ad Arafat alcune sue proposte e di «chiedergli
una risposta entro un’ora; se non accetta, voglio delle controproposte». Queste ulti-
me, in realtà, «non arrivarono mai», tanto che quella notte segnò la fine del vertice.
Lo stesso episodio viene raccontato più o meno negli stessi termini – ma con l’o-
biettivo di «lodare» l’intransigenza di Arafat che ha «resistito alle pressioni» del gi-
gante americano – da Haniya, uno dei consiglieri del rais palestinese presenti al
vertice 4: «Clinton chiese ad Erekat di portare le proposte al suo leader e di tornare
con una risposta. Posso dare una risposta ora, disse Erekat immediatamente: il pre-
sidente Arafat mi ha dato istruzioni di non accettare niente di meno della sovranità
palestinese su tutte le aree di Gerusalemme occupate nel 1967, e soprattutto su al-
Harām al-Sharı̄f» (la Spianata delle Moschee). Clinton ribadì di presentare le pro-
poste al presidente Arafat e tornare da lui. Le proposte, continua Haniya, non ri-
chiesero molta discussione: i palestinesi decisero di scrivere una lettera a Clinton
per sottolineare l’importanza dei termini di riferimento internazionali 5 come base
di ogni accordo.
L’insistenza palestinese sulla legalità internazionale – che secondo l’interpreta-
zione più estensiva richiederebbe il ritiro integrale da tutti i Territori occupati nel
1967, compresa Gerusalemme Est – ha indispettito gli israeliani, che argomentano
che Arafat non avrebbe potuto in buona fede presentarsi a Camp David pensando
che avrebbe potuto ottenere la soddisfazione integrale delle proprie richieste: altri-
menti, che motivo ci sarebbe stato di negoziare? Nel suo libro Ben Ami sfoga tutta
la sua delusione per l’esito dei negoziati, accusando Arafat di essere «incapace di
dire: siamo giunti a un punto delle trattative dove gli israeliani non possono dare
di più; è dunque necessario che l’accordo si faccia ora; non sono soddisfatto, ma
non è possibile avere di più». Ed aggiunge: «Tutte le grandi decisioni storiche sono
3. SH. BEN AMI, Quel avenir pour Israel?, ed. Puf, Presses Universitaires de France, 2001, p. 120.
4. ’Akram Haniya, redattore capo del quotidiano di Rāmallah al- Ayyām, ha pubblicato su quest’ulti-
mo, dal 29 luglio al 10 agosto 2000, «The Camp David Papers», una vera e propria cronistoria del verti-
ce secondo l’ottica palestinese. L’episodio citato è descritto alle pp. 96-97.
5. Il riferimento è in particolare alle risoluzioni dell’Onu 242 e 338. Si noti comunque che la prima
non è affatto oggetto di interpretazione unanime da parte della comunità internazionale. Secondo la
versione in francese, infatti, essa richiede un ritiro integrale da tutti i Territori occupati da Israele nel
1967 («des territoires occupés»); mentre secondo la versione in inglese, più favorevole agli israeliani,
110 essa richiede un ritiro «da» e non «dai» Territori occupati.
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state assunte nell’insoddisfazione generale, perché non sono necessari dei grandi
leader per prendere decisioni facili. Malgrado avessimo raggiunto un punto che
toccava l’equilibrio stesso della società israeliana, Arafat continuava ad avventurar-
si in campi in cui nessun governo israeliano avrebbe accettato di seguirlo». Dopo
queste premesse, Ben Ami afferma che «Arafat rappresenta al contempo la soluzio-
ne ed il problema» e di vedere «anzi più chiaramente il problema che pone Arafat
che la soluzione che potrebbe apportare»; «pensavo che sarebbe stato possibile
trovare un accordo ragionevole, ma con Arafat è impossibile» 6. I dubbi sull’affida-
bilità di Arafat come partner di pace cominciano quindi, proprio all’indomani di
Camp David, ad accomunare tanto la sinistra che la destra israeliana, sia pure con
la consueta differenza di accenti, per poi accrescersi con l’aumentare della violen-
za sul terreno e della tensione nell’area.
Sulle trattative di Camp David hanno anche pesato, agendo come condiziona-
menti psicologici, tre «precedenti» ritiri israeliani: quello integrale dal Libano meri-
dionale che Israele aveva effettuato il 25 maggio (vale a dire appena poche setti-
mane prima del vertice), richiamandosi esplicitamente alla legalità internazionale e
alla risoluzione 425 dell’Onu; l’offerta di un ritiro pressoché totale dal Golan che lo
stesso Barak aveva proposto all’anziano presidente Assad durante le trattative di
Ginevra svoltesi pochi mesi prima, dal 3 all’11 gennaio 2000 7; il «precedente» del
ritiro integrale dal Sinai che Sadat aveva ottenuto nel 1978 nella stessa residenza di
Camp David da un leader della destra israeliana. Inoltre i palestinesi ribattono alle
argomentazioni israeliane ricordando che a Tābā (la località egiziana dove dal 22
al 27 gennaio 2001 si svolsero nuove trattative) 8, gli israeliani si spinsero oltre, «mi-
gliorando» il loro pacchetto di proposte: non era dunque vero che a Camp David
essi avessero offerto il massimo, ed aveva errato Barak a presentare la propria pro-
posta come il massimo limite negoziale.
È probabile che sul fallimento del vertice abbiano giocato anche la diversa
personalità e formazione culturale dei due leader, che non riuscirono mai a stabili-
re un legame diretto: Barak, da buon generale israeliano noto per la sua propen-
sione a decidere a volte in maniera autocratica, avrebbe condotto le trattative se-
condo un’impostazione del genere «take it or leave it»; Arafat, da leader arabo e
protagonista anche dei precedenti negoziati israelo-palestinesi, si attendeva nego-
ziati di una lunghezza proporzionale alla loro complessità.
Credo che per molto tempo le diplomazie americana ed europea continueran-
no ad interrogarsi su come sia stato possibile non riuscire ad anticipare o immagi-
nare la profondità delle sensibilità palestinesi su alcuni punti, pure cruciali, del ne-
goziato. Questo articolo illustrerà le ragioni del loro rifiuto, non perché si voglia

6. SH. BEN AMI, op. cit., pp. 100-103.


7. Sulle ragioni del fallimento di quel vertice, anch’esso presieduto da Clinton, si veda l’articolo di A.
SCHIAVO sulla Rivista di Studi Politici Internazionali, anno 2001, n. 271 pp. 431-444.
8. Le trattative di Tābā permisero effettivamente di compiere ulteriori e significativi passi in avanti, so-
prattutto sulle questioni di Gerusalemme e dei confini/insediamenti (sia sul fronte della maggiore
contiguità dei territori del futuro Stato palestinese che dell’«assottigliamento» delle aree attorno agli in-
sediamenti ebraici). 111
LA VERA STORIA DI CAMP DAVID

prendere posizione tra le parti, ma perché esse sono meno note al grande pubbli-
co. Col senno di poi, anzi, si può affermare che i palestinesi avrebbero dovuto
continuare a negoziare, accettando come base le proposte americane (o israelo-
americane); che si sarebbe dovuto rinviare a nuove tornate negoziali, evitando di
rivelare al mondo il naufragio delle trattative e di provocare in tal modo reazioni di
rabbia e sfiducia nelle due opinioni pubbliche; che il vertice avrebbe dovuto esse-
re maggiormente preparato.
L’annuncio di quest’ultimo colse effettivamente di sorpresa il mondo intero:
esso venne convocato dagli americani non appena Clinton ebbe notizia dell’am-
piezza del compromesso 9 che Barak era disposto a fare su Gerusalemme. Trovata
la soluzione su questo punto – si riteneva – il resto dell’accordo sarebbe seguito
quasi naturaliter. Ma così non è stato. Hanno sbagliato i consiglieri di Clinton a
non ascoltare i suggerimenti di un Arafat che mostrava di non voler andare a Camp
David tanto presto «perché i tempi non erano maturi», o si è verificata una svolta
imprevista, e la cui portata non è stata colta, nell’Autorità palestinese e nella sua
leadership?
Anche riguardo alla volontà di Arafat di recarsi negli Usa, le versioni israeliana
e palestinese paradossalmente coincidono: Ben Ami descrive un Arafat recalcitran-
te che dimostrò in un loro incontro a Nāblus di dover «essere convinto a recarsi a
Camp David» 10; nei suoi Papers’ Akram Haniya scrive: «Gli americani non hanno
mai ascoltato i suggerimenti palestinesi. Nel giugno 2000 arrivarono nella regione
Dennis Ross e Madeleine Albright; le discussioni si concentrarono sulla possibilità
di convocare un vertice trilaterale. La risposta palestinese fu chiara e ferma: le con-
dizioni non sono mature. (…) Il problema palestinese è molto più complesso per
poter essere risolto in questo modo; sono necessarie parecchie settimane di intensi
negoziati preparatori prima di un summit. Un vertice in questa fase sarebbe votato
al fallimento. (…) Ci sono “linee rosse” palestinesi ad un possibile compromesso
che non possono essere valicate. (...) Arafat si tenne costantemente in contatto te-
lefonico con gli altri leader arabi» 11. L’obiettivo – afferma lo stesso Haniya – era
quello di assicurarsi il loro sostegno per sottrarsi alla «trappola israelo-americana»
«finalizzata a distruggere l’essenza dei diritti nazionali palestinesi».
La ricostruzione degli avvenimenti potrà aiutare il lettore ad elaborare un giu-
dizio autonomo.
Decidere del futuro di Gerusalemme significa affrontare quattro grandi que-
stioni: l’avvenire dei quartieri arabi orientali, esposti sia a nord che a sud; quello
dei «quartieri» palestinesi situati nel cuore di Gerusalemme; quello della Città Vec-
chia di Gerusalemme; quello, infine, estremamente sensibile della disciplina dei

9. I dettagli del compromesso proposto saranno illustrati in seguito. Per ora basterà ricordare che esso
effettivamente infrangeva per la prima volta in maniera ufficiale (vale a dire nel corso di trattative
condotte dallo stesso governo israeliano, e non – come nel caso dell’accordo informale Beilin-Abu
Mazen del 1995 – da negoziatori senza mandato) il «tabù» di «Gerusalemme, eterna, unita ed indivisibi-
le capitale di Israele».
10. SH. BEN AMI, op. cit., p. 100.
112 11. «The Camp David Papers», pp. 9-10, 59 e 77.
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Luoghi santi. A Camp David gli israeliani hanno comunicato di non aspirare ad an-
nettere i quartieri arabi situati a nord-est e sud-est. In realtà si tratta di agglomerati
che un tempo erano veri e propri villaggi palestinesi, oramai completamente inglo-
bati nella città fino al punto di diventarne «quartieri», a causa dell’enorme sviluppo
edilizio; i loro nomi sono ’Issawiyh, Shu’fāt, Bayt Hanı̄na, Qalandiya, Turı̄, Umm
Tābā, West Sawahra, Kafr ’Āqab e Semı̄rāmı̄s. A questi quartieri si aggiungevano i
campi profughi e di beduini che si trovano all’interno dell’area municipale di Ge-
rusalemme (così come ridisegnata dagli israeliani dopo la guerra dei Sei giorni).
Non sussisteva del resto nessuna ragione storica, né religiosa, per integrarli nella
Gerusalemme «ebraica» 12, ma era la prima volta che gli israeliani comunicavano in
via ufficiale 13 e senza equivoci la loro disponibilità a riconoscere una sovranità pa-
lestinese su aree della città. Per i palestinesi era un importante passo in avanti, ma
essi sottolineavano come in realtà si trattasse di quartieri che non facevano parte
dei confini municipali di Gerusalemme prima della guerra dei Sei giorni: la sovra-
nità palestinese su tali villaggi «doveva» dunque essere riconosciuta non nell’ambi-
to del negoziato sulla città santa (al-Quds), ma nell’ambito del più ampio ritiro
israeliano dalla Cisgiordania.
Per converso, gli israeliani chiedevano di «conservare» la sovranità sui quartieri
palestinesi ubicati nel centro di Gerusalemme (come Wādı̄ al-Janz, Silwān, Shaykh
Jarrāh, Suwwana, Ras al-’Amūd, ma anche, vicinissimo alla Città Vecchia, la strada
Salāh al-Dı̄n ed il quartiere in prossimità della porta di Damasco). Su queste aree i
palestinesi si sarebbero visti riconosciuta solo un’«autonomia funzionale», vale a di-
re l’esercizio di funzioni di tipo eminentemente amministrativo. È stato questo uno
dei motivi del «rifiuto» palestinese: si tratta di aree dove si sono sì installati dei colo-
ni ebrei, ma che restano a stragrande maggioranza di etnia araba. Pertanto, se a
Camp David si fosse potuto applicare il «criterio etnico» indicato da Clinton cinque
mesi più tardi nei suoi «parametri» 14, tali quartieri avrebbero dovuto essere compre-
si tra quelli trasferiti alla sovranità palestinese. Afferma infatti l’ex presidente Usa
senza mezzi termini: «Primo, Gerusalemme dovrebbe essere una città aperta ed in-
divisa, con garanzie di libertà di accesso e di culto per tutti. Dovrebbe comprende-
re le capitali internazionalmente riconosciute di due Stati, Israele e Palestina. Se-

12. Sono eloquenti le affermazioni di Ben Ami a questo proposito: «Quando gli ebrei hanno pregato
per 2000 anni di ritornare a Gerusalemme, non era certo a Koufar Hakeb (nome ebraico di Kafr
’Āqab), Semı̄rāmı̄s o Wādı̄ al-Janz che pensavano. Parlavano della Gerusalemme “ebraica”. (…) Se l’ac-
cordo fosse stato concluso (sulle basi proposte dagli israeliani, n.d.a.) Israele avrebbe avuto come ca-
pitale internazionalmente riconosciuta la Gerusalemme ebraica più estesa della sua storia. Era la Ge-
rusalemme di cui sognava Ben-Gurion nel suo famoso discorso alla Knesset del 1949» (p. 122).
13. Per il pacchetto negoziale proposto dagli israeliani, si vedano sia il citato libro di Ben Ami (pp.
113-114) che «The Camp David Papers» (p. 50).
14. Si tratta delle proposte per un’eventuale ripresa delle trattative che Clinton rese pubbliche, in oc-
casione di un suo intervento all’Israeli Policy Forum di New York il 7 gennaio 2001, pochi giorni pri-
ma della sua uscita di scena. I parametri, elaborati personalmente dal presidente sotto la propria re-
sponsabilità, rappresentano i criteri che a suo giudizio avrebbero dovuto ispirare la pace finale tra
israeliani e palestinesi, ma non i termini esatti dell’accordo, rimesso alla valutazione diretta delle parti.
I parametri sono stati integralmente pubblicati sul quotidiano Ha’aretz del 9 gennaio 2001 (vedi an-
che www.haaretzdaily.com). 113
LA VERA STORIA DI CAMP DAVID

CAMP DAVID
LUGLIO 2000
Territori autonomi palestinesi
(zone A e B)
Territori proposti
per lo Stato palestinese
Villaggi palestinesi annessi CISGIORDANIA
Territori annessi
da Israele Tulkarim
Zone di sicurezza
israeliane in progetto

Colonie israeliane
e progetti d’estensione Qalqiliya Nablus
Municipio di Gerusalemme
dopo la guerra del 1967

Linea verde
(frontiere del 4 giugno 1967)

Mar
Mediterraneo

Ramallah
ISRAELE Gerico

Gerusalemme Ovest
Gerusalemme Est

Betlemme

Mar
Hebron Morto

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Fonte: Proposta israeliana secondo l’Orient House palestinese
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condo, cosa è arabo dovrebbe essere palestinese, giacché per quale motivo Israele
dovrebbe volere governare in eternità le vite di centinaia di migliaia di palestinesi?».
Quanto alla Città Vecchia, Clinton aveva proposto di dividerla in due: i quar-
tieri cristiano e musulmano ai palestinesi; quelli ebraico ed armeno (contiguo a
quello ebraico) agli israeliani. Era la prima volta che l’eventuale spartizione della
Città Vecchia veniva posta sul tavolo delle trattative ad un livello così alto. Barak ri-
spose che avrebbe accettato tale proposta se Arafat l’avesse accolta come base di
discussione. Ma i palestinesi insistettero – come si è già osservato – sul rispetto del-
la legalità internazionale, ai sensi della quale effettivamente l’intera Gerusalemme
Est (quindi l’intera Città Vecchia) è territorio occupato. Questo provocò pari insod-
disfazione e delusione israeliane, anche perché l’adozione integrale del principio
del rispetto della legalità internazionale comporterebbe che anche il quartiere
ebraico della Città Vecchia, abitato esclusivamente da persone di confessione
ebraica, venisse trasferito alla sovranità palestinese 15 (in contrasto dunque con gli
stessi parametri di Clinton). È ancora vivo d’altronde in Israele il ricordo di quanto
avvenne dopo che, il 28 maggio 1948, Gerusalemme Est venne occupata (perché
ai sensi del diritto internazionale anche in questo caso occorre parlare di «occupa-
zione») dal Regno Hashemita di Giordania: in questo settore l’armistizio israelo-
giordano del 3 aprile 1949 non è mai stato rispettato. L’intesa prevedeva, tra l’altro,
l’istituzione di una commissione congiunta per assicurare il libero accesso ai Luo-
ghi santi, alle istituzioni culturali ebraiche sul Monte Scopus e al cimitero ebraico
sul Monte degli Ulivi. La commissione congiunta non si riunì mai; i giordani igno-
rarono il loro impegno a garantire libero accesso ai luoghi di culto ebraico; il cimi-
tero sul Monte degli Ulivi è stato dissacrato (come sa bene chi conosce Gerusalem-
me, e ha visto la strada che lo taglia in due). La richiesta israeliana di mantenere la
sovranità anche sul quartiere armeno (cristiano) – che ha destato preoccupazione
tra le comunità cristiane in quanto spezzerebbe la continuità dei quartieri cristiani
della Città Vecchia – veniva argomentata con la necessità di controllare, per motivi
di sicurezza, l’accesso al quartiere ebraico confinante.
Infine, il Monte del Tempio/Spianata delle Moschee: il sito dove si concentra
la più alta carica simbolica ed emotiva delle tre religioni monoteistiche. Il presi-
dente Clinton suggerì (molto probabilmente dopo aver opportunamente sondato
gli israeliani) che gli israeliani ne detenessero la sovranità, ma che la delegassero al
Consiglio di sicurezza dell’Onu, il quale a sua volta avrebbe attribuito all’Autorità
palestinese il ruolo di custode dei Luoghi santi islamici gerosolimitani. La delega
all’Onu doveva servire a rassicurare i palestinesi, i quali in questo modo non sa-
rebbero stati costretti a rispondere ad un’autorità superiore israeliana. Ma Arafat
non era pronto a riconoscere alcuna forma di sovranità israeliana, neanche se
svuotata di contenuto effettivo. Israele, da parte sua, era disponibile a discutere di
qualsiasi ipotesi di compromesso, ma non a transigere sul principio del riconosci-

15. S. HATTIS ROLEF, Political Dictionary of the State of Israel, Ed. The Jerusalem Publishing House, p.
164. 115
LA VERA STORIA DI CAMP DAVID

mento di qualche forma di sovranità israeliana sui luoghi fulcro dell’identità nazio-
nale ebraica. Per evitare il naufragio delle trattative, Clinton ed i suoi collaboratori
ricorsero alle formule più fantasiose 16. Ad esempio, quella di «assortire» la delega a
favore dell’Onu con un’associazione del Marocco (che presiede la Conferenza isla-
mica su Gerusalemme) a tale esercizio, a garanzia degli interessi musulmani ed al-
lo scopo di «coprire» Arafat di fronte alle prevedibili critiche degli Stati arabi più ra-
dicali e contrari al processo di pace. Oppure, quella indubbiamente bizzarra di
pervenire ad una definizione «verticale» della sovranità: ai palestinesi la sovranità
su quanto si trova «sopra» il suolo della Spianata (vale a dire le Moschee), e agli
israeliani la sovranità su quanto si trova «sotto» il suolo della Spianata (vale a dire le
rovine del Secondo Tempio). O ancora, quella che avrebbe previsto una «custodia
sovrana» palestinese su al-Harām al-Sharı¯f ed il riconoscimento di una «sovranità
residuale» israeliana sullo stesso luogo 17. Ma nessuna di queste formule rocambo-
lesche fu sufficiente ad evitare il collasso delle trattative. In linea generale, i palesti-
nesi argomentavano che le soluzioni proposte (che essi giudicavano «israelo-ame-
ricane»), lungi dal portare la pace e fare di Gerusalemme una «città aperta», l’avreb-
bero frammentata in una serie di sistemi politici e giuridico-amministrativi diversi,
creando le premesse per il perdurare di una situazione di continua tensione 18.
Su Gerusalemme le versioni israeliana e palestinese in merito alle posizioni te-
nute dalle parti risultano abbastanza concordanti. Più fluido appare invece lo svi-
luppo negoziale in materia di confini. Pare comunque di poter affermare (perché
su questo i racconti sono sufficientemente speculari) che gli israeliani proposero di
trasferire alla sovranità palestinese territori la cui estensione sarebbe stata compre-
sa tra il 91 ed il 97% 19. Una più precisa determinazione dell’esatta percentuale non
è possibile: perché è presumibile che gli israeliani sarebbero stati tanto più «dispo-
sti» sulla questione territoriale quanto più i palestinesi fossero stati aperti sulle altre
materie; perché il calcolo delle percentuali varia a seconda che si consideri o me-
no l’area metropolitana attuale di Gerusalemme (che per i palestinesi è territorio
occupato, mentre per gli israeliani legittimamente annesso); perché le percentuali
possono variare a seconda che si includano o meno i territori che gli israeliani ave-
vano proposto di trasferire alla sovranità palestinese, ma dei quali avrebbero volu-
to mantenere il controllo, attraverso il ricorso a formule di leasing anche a lungo
termine (un’ipotesi quest’ultima che pare essere stata rifiutata dai palestinesi e che
avrebbe dovuto «coprire» circa il 2% del territorio della Cisgiordania); perché, infi-
ne, alcune zone avrebbero dovuto essere oggetto di scambi di porzioni di territo-
rio secondo proporzioni che non risultano essere state fissate. In particolare, i pa-
lestinesi lamentavano che la proporzione proposta dagli israeliani fosse iniqua, o
nella quantità (secondo quanto da essi sostenuto, 9 a 1, cioè 9 territori palestinesi
16. «The Camp David Papers», cit., pp. 48-51.
17. «The Camp David Papers», cit., p. 95.
18. Ovviamente si discusse anche di garanzie internazionali per l’accesso ai Luoghi santi di tutte e tre
le religioni, ma la riflessione su questo tema si arenò quando divenne evidente l’impossibilità di indi-
viduare la «soluzione-quadro» attinente alla divisione politica (e non solo «funzionale») della sovranità.
116 19. «The Camp David Papers», cit., p. 65.
GUERRA SANTA IN TERRA SANTA

di una data dimensione in cambio di 1 israeliano), o nella qualità (terre fertili o edi-
ficabili palestinesi contro fette del deserto del Negev israeliano, o a sud di Gaza a
spese dell’Egitto). I palestinesi inoltre non accettavano che il territorio di Israele
utilizzato per i safe passages meridionale e settentrionale tra Gaza e Cisgiordania
venisse preso in conto come territorio di scambio, in quanto già molta «terra pale-
stinese» era stata de facto destinata alla realizzazione di numerose by-pass roads tra
i vari insediamenti nella West Bank o tra questi ultimi e Israele 20.
In ogni caso, ci si è interrogati sul perché i palestinesi abbiano rifiutato l’offerta
di vedersi restituire, se non tutta, quasi tutta la Cisgiordania. La risposta va probabil-
mente ricercata nell’ambiguità 21 delle intese precedenti, che all’epoca si rivelò indi-
spensabile per chiudere le trattative, ma che ha finito per suscitare aspettative e in-
comprensioni che hanno pesato sui negoziati successivi. In linea con la Dichiara-
zione dei princìpi del 1993, nel corso del periodo interinale l’esercito israeliano si
sarebbe dovuto ritirare dai Territori occupati, salvo che da Gerusalemme e dagli in-
sediamenti (cruciali per la determinazione dei confini, e quindi oggetto, al pari della
«città santa», dei negoziati finali) e salvo che dalle «military security locations», cioè
da alcune aree di cui l’esercito israeliano avrebbe conservato il controllo per motivi
di sicurezza. Israele riuscì a far valere l’assioma secondo cui l’estensione dei ritiri e
delle «zone di sicurezza militare» non avrebbe dovuto essere oggetto di negoziato
congiunto, ma sarebbe stata decisa in via unilaterale 22 in considerazione delle pro-
prie esigenze di difesa. Come conseguenza dell’indeterminatezza della Dop (Decla-
ration of Principles) in questa materia, i palestinesi si attendevano di ricevere, già
nell’arco del periodo transitorio, circa il 90% dei Territori, dato che – secondo i loro
calcoli – Gerusalemme, insediamenti e l’area complessiva delle «military security lo-
cations» israeliane avrebbero coperto al massimo intorno al 10% dei Territori. Israe-
le invece contava – in virtù della facoltà di determinare unilateralmente l’estensione
di tali ultime zone – di mantenere, prima che iniziassero le trattative finali, buona
parte della West Bank 23. Gli stessi laburisti israeliani hanno spesso sostenuto pub-
blicamente che Rabin non intendesse cedere, prima dell’inizio delle trattative finali,
più del 50% della Cisgiordania. Quando dunque gli israeliani offrirono a Camp Da-
vid oltre il 90% della Cisgiordania, Arafat ritenne che non si trattasse di una «golden
opportunity» proposta nell’ambito delle trattative finali, ma di quanto spettasse al
suo popolo di diritto 24 nel quadro dell’ultimo ritiro dell’esercito israeliano dai Terri-
20. «The Camp David papers», cit., pp. 29-40.
21. Questa ambiguità è riconosciuta anche dal capo delle delegazioni israeliane ad Oslo I e II, Uri Sa-
vir, nel suo libro The process. 1100 days that changed the Middle East (New York, Ed. Random Hou-
se), in particolare nel capitolo «Contrasts and contradictions» (pp. 93-120), dove illustra le conse-
guenze sui successivi sviluppi del processo di pace della dottrina di sicurezza israeliana nei Territori.
22. Tale impostazione ebbe anche l’avallo degli Usa, come confermato in una lettera che nel gennaio
’97, al momento della firma degli accordi per il ritiro da Hebron, l’allora segretario di Stato Warren Ch-
ristopher aveva inviato al primo ministro Binyamin Netanyahu: «A hallmark of US policy remains our
commitment to work cooperatively to seek to meet the security needs that Israel identifies».
23. Si veda la sopra menzionata pubblicazione di Caterina Micelli, pp. 66-67.
24. Che tale fosse l’aspettativa di Arafat è confermato anche da Ben Ami. Nel suo libro Quel avenir
pour Israel ? cit., p. 143) l’ex ministro degli Esteri scrive: «Personalmente sono persuaso, pur senza
averne delle autentiche prove, che ad Oslo si era lasciato credere ai palestinesi che in fin dei conti 117
LA VERA STORIA DI CAMP DAVID

tori. Non si trattava cioè di una generosa concessione israeliana, ma della restituzio-
ne, dopo 33 anni, di territori oggetto di un’illegittima occupazione militare 25.
Cruciale, per la determinazione dei confini del futuro Stato palestinese, è il
problema degli insediamenti ebraici. Gli israeliani proponevano di raggrupparli in
tre grandi blocchi 26, in modo da «inglobare» nel loro territorio internazionalmente
riconosciuto circa l’80% dei coloni ed il 70% degli insediamenti. Si sarebbe trattato
in particolare di quelli di maggiori dimensioni, ovvero vicini a Gerusalemme o alla
Linea Verde. Nell’ottica palestinese, l’accettazione della proposta avrebbe compor-
tato un inaccettabile riconoscimento del processo di colonizzazione dei Territori,
che avrebbe conferito legittimità internazionale alla «creeping expansion of soverei-
gnty and occupation» fino ad allora perseguita. In fondo, tale era anche il dichiara-
to obiettivo israeliano. Principalmente allo scopo di difendere le «fin troppo gene-
rose offerte del governo Barak» di fronte alle critiche dello schieramento di destra
israeliano, Ben Ami scrive nel suo libro: «Mai la comunità internazionale aveva ac-
cettato prima di allora l’esistenza degli insediamenti. Oggi invece nessuno più si
oppone all’idea del mantenimento dell’80% dei coloni nei Territori. Dal Consiglio
europeo di Venezia del 1981 fino al nostro arrivo al potere, la Cee e l’Ue avevano
sempre sostenuto che gli insediamenti costituiscono un ostacolo alla pace. Ora
l’Ue ha accettato i parametri di Clinton» 27. Data la loro importanza, si riporta inte-
gralmente il testo di questi ultimi 28 in materia di confini e insediamenti: «Non ci
può essere un’autentica soluzione del conflitto senza uno Stato palestinese sovra-
no e vitale che risponda alle esigenze di sicurezza di Israele e alle realtà demogra-
fiche. Questo implica la sovranità palestinese su Gaza e sulla vasta maggioranza
della West Bank, l’incorporazione in Israele di blocchi di insediamenti, con lo sco-
po di massimizzare il numero di coloni in Israele e minimizzare la terra annessa; la
Palestina per essere vitale deve essere uno Stato dotato di contiguità geografica.
Pertanto, la terra annessa a Israele come blocchi di insediamenti dovrebbe inclu-
dere meno palestinesi possibile, coerentemente con la logica di due patrie distinte.
Per rendere l’accordo duraturo, credo che saranno necessari degli scambi di terri-
torio ed altre intese». Si noti che i parametri di Clinton – come sottolineato dallo

avrebbero potuto ottenere tutto o quasi tutto, e che gli Accordi di Oslo comportavano l’ultimo com-
promesso che erano obbligati ad accettare. Arafat era dunque persuaso che al momento definitivo
non avrebbe dovuto fare nuove concessioni. Si era lasciato convincere che prima dei negoziati defini-
tivi, nel quadro del terzo ridispiegamento dell’esercito israeliano che avrebbe dovuto precederli,
avrebbe ottenuto il 91% dei Territori».
25. È eloquente la frase del rais riportata da ’Akram Haniya, uno dei negoziatori palestinesi a Camp
David e consigliere del presidente Arafat, nei «The Camp David Papers» pubblicati dal 29 luglio al 10
agosto 2000 sul quotidiano palestinese al-Ayyām (p. 94). In un suo colloquio con Clinton, che stava
allora esperendo gli ultimi tentativi per salvare il negoziato, Arafat avrebbe dichiarato: «You say the
Israelis moved forward. They are occupiers. They are not being generous: they are not giving from
their pockets, they are giving from our land. I am only asking that UN resolution 242 be implemen-
ted. I am only speaking about 22% of Palestine, Mr. President» («i Territori occupati corrispondono al
22% della Palestina del mandato britannico, il resto essendo compreso all’interno dei confini israeliani
internazionalmente riconosciuti»).
26. SH. BEN AMI, op. cit., p. 111.
27. SH. BEN AMI, op. cit., p. 127.
118 28. Allocuzione di Clinton all’Israeli Policy Forum di New York, 7/1/2001.
GUERRA SANTA IN TERRA SANTA

stesso presidente – erano stati accettati dalle due parti come base negoziale (nes-
suna delle due, del resto, avrebbe voluto pubblicamente assumersi la responsabi-
lità di dire di no al capo della Casa Bianca), ma entrambe avevano espresso delle
riserve. Inoltre, il fatto che questi parametri siano stati elaborati da Clinton nel gen-
naio 2001, all’indomani dei negoziati di Tābā, significa che anche dopo sei mesi da
quelli di Camp David restavano da fare numerosi progressi su tutti i punti sopra ri-
chiamati. È vero dunque che a Camp David israeliani e palestinesi hanno comin-
ciato ad avvicinarsi come mai in precedenza alla pace finale, ma è anche vero che
il gap tra le reciproche posizioni restava di proporzioni rilevanti.
Il problema del riconoscimento internazionale (della propria capitale e di con-
fini più sicuri ed «allargati» per tenere conto degli insediamenti), come quello del-
l’annuncio della fine del conflitto, è stato fondamentale nell’ambito delle trattative,
costituendo in realtà la tela di fondo sulla quale gli israeliani hanno avanzato le lo-
ro proposte ed i palestinesi le hanno respinte qualora non soddisfacenti. Israele
era pronta a concessioni dolorose solo a condizione che i palestinesi non fossero
tornati a muovere nuove rivendicazioni. Per gli stessi i motivi i palestinesi non era-
no disposti a dichiarare la fine del conflitto o a fornire a Israele le chiavi del rico-
noscimento della loro sovranità su Gerusalemme e sulle colonie fino a quando
non avessero ottenuto soddisfazione sui punti ritenuti irrinunciabili.
Ma al di là di queste importanti motivazioni di principio, i negoziatori dell’Anp
erano preoccupati dalle implicazioni delle proposte di Camp David sulla vitalità
del loro futuro Stato. In base alla mappa presentata dagli israeliani, infatti, il territo-
rio dello Stato palestinese sarebbe stato spezzato in tre tronconi e privato di conti-
nuità. Ciò allo scopo di garantire contiguità agli insediamenti ebraici e tra questi ul-
timi ed Israele 29. Non solo: per poter attuare l’annessione di questi insediamenti
sarebbe stato «fisicamente» necessario inglobare nel territorio di Israele una serie di
villaggi palestinesi, anche ricchi in risorse idriche 30, con le loro «decine di migliaia»
di abitanti. Non è dato conoscere di quante persone si tratti esattamente; secondo
informazioni trapelate sulla stampa israeliana 31 dopo il fallimento del vertice, si sa-
rebbe trattato di «some tens of thousands of Palestinians». Ciò che pare di poter af-
fermare con ragionevole certezza, guardando la cartina della Cisgiordania e i tre
blocchi di insediamenti maggiori che Israele ha sempre dichiarato pubblicamente
di volere annettere, è che sarebbe stato necessario inglobare oltre una ventina di
villaggi palestinesi. È chiaro inoltre che l’annessione di porzioni della Cisgiordania
attorno agli insediamenti ebraici (richiesta da Israele per garantirne nel futuro la lo-
ro «crescita naturale») avrebbe frenato lo sviluppo dei villaggi palestinesi circostan-

29. Sul problema della contiguità territoriale dello Stato palestinese furono registrati notevoli progressi
nel corso dei successivi negoziati di Tābā (vedi, oltre al testo di Ben Ami, p. 112, la stampa internazio-
nale ed israeliana specializzate sulla materia e www.monde-diplomatique.fr). Sembra inoltre che a
Camp David gli israeliani si fossero mostrati molto flessibili quanto allo smantellamento dei propri in-
sediamenti a Gaza, e che a Tābā fosse stato raggiunto un accordo sulla loro totale evacuazione, oltre a
quelli di Hebron e Qriyat Arba’ nella West Bank.
30. «The Camp David Papers», pp. 47-48.
31. Quotidiano israeliano Ha’aretz, 25/9/2000. 119
LA VERA STORIA DI CAMP DAVID

TABA
GENNAIO 2001
Territori autonomi palestinesi
(zone A e B)
Territori proposti
per lo Stato palestinese
Villaggi palestinesi annessi CISGIORDANIA
Territori annessi
da Israele Tulkarim
Colonie israeliane che
dovrebbero essere smantellate

Colonie israeliane annesse


Qalqiliya Nablus
Municipio di Gerusalemme
dopo la guerra del 1967

Linea verde
(frontiere del 4 giugno 1967)

Mar
Mediterraneo

Ramallah
ISRAELE Gerico

Gerusalemme Ovest
Gerusalemme Est

Betlemme

Mar
Hebron Morto

120
Fonte: Proposta israeliana secondo l’Orient House palestinese
GUERRA SANTA IN TERRA SANTA

ti. Problemi sarebbero sorti anche in merito alle vie di collegamento tra Hebron e
Betlemme, che avrebbero rischiato di essere «interrotte» dai blocchi di insediamenti
ebraici cosí costituiti.
Quanto alle clausole per la sicurezza di Israele (vale a dire il livello di dotazio-
ni militari dello Stato palestinese e le modalità per un controllo efficace da parte di
Israele della frontiera orientale della «Palestina»), la delegazione guidata dallo stes-
so Barak (ex capo di Stato maggiore e ministro della Difesa) aveva chiesto: la smi-
litarizzazione dello Stato palestinese; la possibilità di stazionare unità dell’esercito
israeliano lungo il Giordano, in modo da arginare o limitare l’impatto di un’even-
tuale aggressione da est da parte di altri Stati arabi (in particolare l’Iraq); il manteni-
mento di tre stazioni di allerta precoce e di cinque «storage warehouses» che l’eser-
cito israeliano avrebbe potuto utilizzare in caso di emergenza; forme di controllo
delle frontiere esterne 32 palestinesi e di ispezione delle merci da loro importate.
Per i palestinesi si trattava di richieste inaccettabili, che avrebbero costituito le
premesse per la continuazione dell’occupazione sotto altre forme, oltre ad essere
lesive della «dignità nazionale» e della sovranità dello Stato nascente. Clinton pro-
pose (confermandolo in seguito nei suoi parametri) che il futuro Stato palestinese
non avrebbe dovuto essere completamente «smilitarizzato»: sarebbe stato sufficien-
te se fosse stato «non militarizzato». Quanto alla richiesta di mantenere delle truppe
nella Valle del Giordano, per Israele si trattava di un’esigenza essenziale 33; per i
palestinesi di un «ridicolo pretesto» 34. I palestinesi, in sostanza, lamentavano che
Israele concentrasse la propria attenzione sui rischi derivanti da Stati meno vicini
(che ben presto avrebbero potuto colpire lo Stato ebraico anche coi missili a lunga
gittata di cui si stavano dotando), piuttosto che sull’opportunità di pervenire con
loro stessi ad un accordo di autentica riconciliazione, capace di neutralizzare alla
base i pericoli ben più immediati che avrebbero potuto concretizzarsi nelle città,
nei villaggi e nei campi profughi di Gaza e Cisgiordania. Secondo la percezione
palestinese, quindi, i negoziatori israeliani erano condizionati ancora dalla «menta-
lità dell’occupante», piuttosto che animati dalla ricerca di un linguaggio basato sul-
la coesistenza e sul rispetto che si deve ad un popolo che si riconosce come egua-
le. Con il procedere dei negoziati, si raggiunse un accordo 35 di principio (sempre
qualora si fosse «chiuso» sugli altri capitoli) sulla possibilità di affidare il compito di

32. Per frontiere esterne si intendono quelle tra la futura «Palestina» e gli altri Stati arabi, che Israele
avrebbe voluto poter supervisionare per controllare l’eventuale afflusso di armamenti, soprattutto pe-
santi, nel giovane Stato palestinese.
33. Una parte importante della dottrina di sicurezza di Israele, elaborata da autorevoli leader laburisti
come Yigal Allon, Galili e poi sostenuta dallo stesso Rabin, è basata sul controllo della Valle del Gior-
dano. Tanto che i governi laburisti hanno dato impulso allo sviluppo degli insediamenti proprio in
questa area, incluso Rabin che soleva distinguere tra «insediamenti di sicurezza» (cioè quelli importan-
ti per la difesa strategica di Israele, e quindi situati lungo la Linea Verde ad ovest o il Giordano ad est)
e quelli «politici» (cioè voluti per motivi elettorali interni, fondati nel cuore della Cisgiordania e a suo
avviso fonte solo di inutili tensioni coi palestinesi).
34. Si veda il testo di BEN AMI, pp. 128-132, e «The Camp David Papers», pp. 47-48 e 91-92.
35. Non è dato sapere se questa proposta di compromesso fu avanzata da parte americana (come so-
stiene Ben Ami) o palestinese (come sostiene Haniya). Ciò che conta, comunque, è che sia israeliani
che palestinesi la accettarono come base di discussione. 121
LA VERA STORIA DI CAMP DAVID

«tenere sotto controllo» gli sviluppi ad est del Giordano a contingenti Onu o inter-
nazionali; lo stesso avrebbe potuto valere per il personale delle «early warning
stations» richieste da Israele. In questo contesto, venne contemplata anche la pos-
sibilità di giungere a forme di ispezione congiunta israelo-palestinese delle frontie-
re (sia quella orientale della West Bank con la Giordania, che quella meridionale
della Striscia di Gaza con l’Egitto).
Quanto alla tragedia dei profughi, la vertenza su questo tema ha dimostrato fi-
no a che punto, per costruire un futuro insieme, sia prima necessario convenire su
una lettura comune del passato. Il problema era e resta ad un tempo di tipo ideo-
logico (perché investe la stessa identità nazionale dei palestinesi ed il modo in cui
concepiscono se stessi) e drammaticamente reale. I palestinesi chiedevano due co-
se: il riconoscimento del diritto al ritorno e l’individuazione di soluzioni concrete
per il «re-integro» dei profughi nel loro Stato di insediamento (fosse esso l’odierno
Israele, la nascitura «Palestina», gli Stati arabi dove si erano rifugiati o paesi terzi, tra
i quali venivano presi in esame gli stessi Stati Uniti, ma anche Canada e Ue), assor-
tite da forme di compensazione ed assistenza economica. Tutto ciò sarebbe dovu-
to avvenire tramite la costituzione di un fondo internazionale, al quale il Nordame-
rica, l’Europa ed il Giappone sarebbero stati chiamati a partecipare generosamen-
te. Israele dal canto suo puntava su soluzioni pratiche del problema palestinese,
ma rifiutava di riconoscere la responsabilità storica delle cause di questa tragedia.
Abituato a concepirsi il Davide della Regione e non il Golia, la vittima di una storia
millenaria e non l’aggressore, lo Stato ebraico era disposto al più ad esprimere «di-
spiacere per le conseguenze della guerra del ’48» («sorrow over what befell the Pa-
lestinians as a result of the Arab-Israeli war of 1948»). Se a suo tempo gli arabi
avessero accettato il piano di spartizione dell’Onu, sarebbe subito nato, al lato di
quello ebraico, uno Stato arabo in Palestina. Israele non ha cercato la guerra del
1948, ma ha subìto l’aggressione congiunta dei più importanti paesi arabi dell’epo-
ca. Per i palestinesi, era la negazione della mitologia della Nakba 36, oltre che un
torto alla storia: i profughi avevano lasciato le loro case non solo, o per lo meno
non sempre, perché convinti che avrebbero potuto presto farvi ritorno grazie al-
l’attesa vittoria della coalizione araba, ma anche perché costretti ed incalzati dalle
truppe dell’Haganah e del Lehi. Non assumendo la responsabilità storica del dram-
ma della diaspora palestinese, Israele poteva limitarsi ad impegnarsi ad accogliere
«alcune decine di migliaia di rifugiati» a titolo strettamente umanitario o per motivi
di ricongiungimento familiare, e non le centinaia di migliaia di profughi (se non
milioni) di cui parlava la delegazione guidata da Arafat.
Barak e Ben Ami, inoltre, ribadivano fermamente il limite massimo oltre il
quale nessun governo israeliano si sarebbe potuto spingere: il ritorno illimitato dei
profughi palestinesi avrebbe comportato l’annullamento della natura ebraica dello
Stato, e virtualmente anche la sua scomparsa. Sembra anche che gli israeliani,
36. La «Catastrofe» che ha colpito il popolo palestinese quando è stato proclamato lo Stato di Israele.
Ancora oggi, quando gli israeliani celebrano il loro giorno di indipendenza, i palestinesi commemora-
122 no l’inizio della loro diaspora.
GUERRA SANTA IN TERRA SANTA

preoccupati di non veder nascere alle proprie frontiere orientale (Cisgiordania) e


meridionale (Gaza) uno Stato «polveriera», sovrabitato al punto da trovarsi in con-
dizioni di endemica povertà e sottosviluppo, intendessero regolare nell’accordo
anche il ritmo e le quote massime di assorbimento dei rifugiati da parte dello stes-
so Stato palestinese. Lo conferma anche una lettura attenta dei parametri di Clin-
ton: «Dovrà essere trovata una soluzione anche al problema dei profughi palestine-
si che hanno molto sofferto, in particolare alcuni di loro» (il riferimento è evidente-
mente a quelli libanesi, ai cui bisogni si sarebbe dovuta accordare la priorità). «Una
soluzione che consenta loro di tornare nello Stato palestinese, in un posto che
possano orgogliosamente chiamare “casa”. Tutti i rifugiati palestinesi che lo desi-
derino dovrebbero avere il diritto di farlo».
Queste le ragioni del perché, dopo tanta speranza suscitata dal vertice, il Me-
dio Oriente è tornato a precipitare nel sangue. Sarebbe stato possibile, con la pro-
secuzione delle trattative ed un clima disteso, definire un wording diverso, che
consentisse ai palestinesi di ottenere soddisfazione in merito al riconoscimento da
parte di Israele della sua «quota» (non tutta) di responsabilità per la tragedia dei ri-
fugiati? Avrebbe potuto Israele aumentare il numero degli aventi diritto a tornare
nelle proprietà abbandonate mezzo secolo prima? Arafat avrebbe potuto accettare
di vedersi accordare per il suo popolo un «diritto al ritorno non illimitato» (secondo
la formula successivamente proposta da Clinton)? E Israele avrebbe potuto aderire
a questo compromesso, vale a dire riconoscere il principio del diritto al rientro, ga-
rantendosi al contempo che l’esercizio pratico di tale diritto sarebbe stato sottopo-
sto a precise condizioni? Apparentemente si tratta solo di parole. Simboli. Memo-
rie. Ma il Medio Oriente si nutre come forse nessuna parte del mondo dei propri
miti, dei propri errori e delle proprie tragedie. Il processo di pace, per avere suc-
cesso, richiede una rivoluzione culturale. Più profonda di quanto si fosse immagi-
nato. Qualunque giudizio si voglia dare sugli avvenimenti, è stato il momento del-
la verità e della rottura. Il momento in cui è stata evidente l’insufficienza della fidu-
cia reciproca, dell’educazione a credere possibile una pace, del coraggio (o della
volontà) di voltare veramente pagina. Questa rivoluzione dei cuori e delle menti è
rimasta incompiuta. Ora anche tragicamente interrotta da odio e violenze senza
precedenti.

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