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Atto II

Le cinque chiavi
Alla scoperta dell'interiore

di
Paolo Toso

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Premessa

L'autore ha volutamente usare uno pseudonimo affinché il lettore non sia influenzato o  
meno dalla conoscenza dello scrittore e nel corso di questi testi sarà sempre più chiaro  
perché lo pseudonimo richiama qualcosa di conosciuto. Un punto fondamentale per  
avvicinarsi   a   questi   testi   è   quello   di   comprendere,   secondo   il   proprio   metro   ed  
esperienza, il contenuto fine a se stesso senza l'identificazione con l'autore.
Scopo di questi testi, una volta presenti sui diversi siti e oggi qui riproposti in formato  
PDF, è quello di instillare la curiosità su se stessi, sulla vita e sulla morte, cercando di  
proporre una ricerca interiore che nasca dal personale interesse a migliorarsi e non  
dall'appartenenza ad un gruppo, ad una religione o ad una qualsiasi cosa, fosse anche  
semplicemente un simbolo. Per questo motivo il lettore è responsabile personalmente e  
davanti alla società, civilmente e penalmente, di qualsiasi cosa metterà in pratica e dirà  
dopo aver letto questi testi. La persona ha l'obbligo morale e pratico di approfondire gli  
argomenti   qui   presenti   ed   evitare   il   fai   da   te   nel   caso   di   pratiche   o   consigli   che  
richiedano, in caso di problemi personali, il consiglio di uno specialista.
Se un lettore vorrà riproporre questi concetti sotto simboli, bandiere, etichette o altre  
forme significa che non avrà capito nulla di ciò che è stato scritto e coloro che potranno  
imbattersi in questa persona avranno la possibilità di riconoscerne il gioco di potere  
per andare oltre, perché questi concetti hanno il solo scopo di iniziare la persona ad  
una   personale   ricerca   interiore   per   liberarsi   dagli   schemi   mentali   e   riconoscere   la  
limitatezza del loro io.

Questa riflessione del 2010 nasce come riflessione su come sia importante la crescita  
personale nella creazione di un gruppo. Pensando di poter contribuire in un movimento  
con le sue idee e una propria visione, l'autore ha creato queste diverse riflessioni che  
potranno ora essere utili a qualsiasi persona che intenda intraprendere quella che viene  
indicata come ricerca interiore e, in senso più pratico, la conoscenza di se stessi.
G. Cavasino
­ . ­

Buona lettura

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Indice generale
Le cinque chiavi................................................................................4
LA VERITÀ......................................................................................7
AMPLIAMO L'ESPERIENZA.......................................................11
RISTRUTTURIAMO IL DUALISMO...........................................15
IL QUI E ORA.................................................................................17
LA LIBERTÀ..................................................................................20
LA PRIMA MENZOGNA...............................................................23
LA FORMA E LA SOSTANZA......................................................26
DUE FACCE DELLA MEDAGLIA...............................................28
UNA QUESTIONE DI FORMA.....................................................30
Note.................................................................................................32

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Le cinque chiavi
- Una premessa -

1. LA VERITÀ
La verità è personale ed è relativa. Non c'è una verità assoluta se non quella che si vuole
imporre come un dogma o per fede. Questi ultimi due aspetti non sono negativi, ma
vanno rivisti sotto un'altra luce: i dogmi sono domande in attesa di una risposta, la fede è
fiducia e si può avere fiducia solo se si ha fiducia in se stessi. La verità non può essere
statica perché la vita non è statica, è dinamica e può ampliarsi, se vuole essere sempre
più vera. La verità è come l'acqua, vedi la simbologia del segno zodiacale dell'Acquario:
se è ferma diventa stagnante e malsana, se scorre, si arricchisce di minerali e diventa un
fiume, un mare o un oceano. Quindi, un primo processo che dobbiamo imparare è quello
di essere aperti alle opinioni altrui, cercando di collegare la loro parziale verità alla
nostra, ponendo particolare attenzione al contesto.
Ma cosa è il contesto? Si tratta della storia di ognuno, del significato che si dà alle
parole, degli studi e pensieri. È necessario evitare di affibbiare etichette o di creare
pregiudizi che possano portarci a pensare qualcosa che riguarda più noi che il nostro
interlocutore. Non è un processo scontato, perché richiede da parte nostra una buona
disponibilità all'ascolto, non solo delle parole, ma anche del loro senso e delle emozioni
che raccontano. È faticoso e impegnativo, richiede non solo un'apertura mentale con una
ampia cultura e disponibilità, ma anche una particolare sensibilità verso l'altro. In questo
modo non ci poniamo nella posizione di essere “contro”, ma in quella di essere “con”:
scegliamo cioè un atteggiamento propositivo invece di uno antagonista, che ci aiuterà ad
unire perla dopo perla le nostre conoscenze con quelle degli altri.
La verità è composta da tre processi: la comprensione, la digestione e l'assimilazione.
Non è possibile comprendere un pensiero fin da subito, è necessario sempre un certo
tempo, soprattutto quando non siamo ancora aperti a condividere e a rivedere i nostri
pensieri. La digestione è un processo lento perché ha due processi: il primo è interno e
richiede di smantellare le strutture che potrebbero inficiare la possibilità di dire lo stesso
concetto in modo diverso con lo stesso significato e il secondo è esterno ed è quello di
trovare i collegamenti con quanto già conosciamo senza cadere nell'inganno atavico del
dualismo bene-male, giusto-sbagliato. Dobbiamo comprendere ciò che ci viene detto
secondo i nostri tempi, senza troppa pigrizia, e non usando solo il nostro metro di
giudizio, ma comprendendo il contesto, quindi il metro di giudizio, di chi ascoltiamo.
Così facendo, sarà possibile assimilarlo e quindi farlo nostro. In questo modo eviteremo
l'errore di comprenderlo solo letteralmente e, nel tempo, comprenderemo anche che la
verità non è legata al potere, ma è e basta.

2. AMPLIAMO L'ESPERIENZA
Per poter fare nostro un determinato concetto, dobbiamo utilizzare l'esperienza. Quindi
non basta solo un lavoro di riflessione, ma deve esserci un sua applicabilità nel
quotidiano, un qualcosa che ci permetta di verificare se quanto abbiamo pensato è
valido. Questa chiave potrà sembrare complessa e difficile perché ci sono concetti che
non possono essere applicati giorno dopo giorno, vedi, solo per esempio, la fisica
quantistica. In questo ci viene in aiuto la nostra sensibilità, la nostra innata capacità di

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percepire oltre i sensi, di utilizzare la parte nascosta e inconscia del nostro cervello e del
nostro essere qui e ora. È bene comprendere questa chiave per evitare di accettare
un'affermazione solo perché l'ha detta una persona famosa, in quanto non è importante la
fonte ma il concetto stesso. I concetti sono come un attrezzo, non hanno valenza positiva
o negativa, è l'uso che facciamo che li rende utili o pericolosi.
Per poter valutare un atto è necessario vederlo nel suo insieme fino alle intenzioni con le
quali viene fatto. Questo processo è personale, nessuno conosce le vere intenzioni di una
persona, certe volte neanche l'interessato; conosciamo solo le nostre intenzioni e troppo
spesso giudichiamo gli altri per quello che faremmo noi in una data situazione: e anche
qui dobbiamo renderci conto che spesso ci immaginiamo qualcosa che può non
corrispondere al vero. In merito all'uso o abuso dei concetti altrui, vediamo tutti i giorni
sui media come concetti di valore vengano utilizzati per fare colpo sulla massa e
ottenere denaro e potere.

3. RISTRUTTURIAMO IL DUALISMO
È chiaro che per poter effettuare una migliore comprensione di quanto conosciamo di
nuovo o vecchio e per accedere ad una visione più ampia della realtà, dobbiamo
ristrutturare la nostra concezione di dualismo: non distruggere, ma ristrutturare, ovvero
ricostruire in modo diverso. Un esempio che viene dalla mia esperienza è quello di
comprendere che il male, non è altro che una difficoltà che ci serve per crescere.
Dobbiamo imparare, nei momenti difficili, a rialzarci e a saper perdere, perché non
sempre si può vincere. Cerchiamo di comprendere che la famosa via di mezzo non è
stare fermi al centro, ma è oscillare tra due estremi, visto che, come diceva il mio
maestro di shiatzu, per fare del bene si deve conoscere il male che ne può derivare. Non
dimentichiamo che chi vince a volte, ma io direi sempre, si guadagna certamente onori e
gloria, ma anche la responsabilità, l'impegno e per certi versi il servizio al prossimo.
Purtroppo, spesso mancando quella seria riflessione che è legata alla parte migliore
dell'uomo, la persona che vince si perde nel gioco del potere.

4. QUI E ORA
Quando si può iniziare a lavorare su se stessi? Sempre, soprattutto qui e ora. Qui e ora è
una frase che può dire molto e allo stesso tempo nulla, un po' come quella di Diego
Cugia, scrittore noir e inventore di Jack Folla che affermava: “Bisogna fare buio fuori
per fare luce dentro”. Ci manca la capacità di osservare ciò che non solo accade fuori di
noi, ma soprattutto dentro di noi. Non ci ascoltiamo e non sentiamo quello che si muove
dentro, da ciò che è più evidente come le emozioni a ciò che più sottile come le
sensazioni.
A nessuno viene in mente che ogni parola può essere un sasso lanciato che
apparentemente non colpisce nulla e sembra non fare danno, ma che invece ne fa.
Quando ci salutiamo dobbiamo imparare a non lasciarci con dubbi o rabbia, perché
questi, come l'acqua ferma, andranno a male.
Ognuno di noi ha un suo modo di esprimersi e questo rende tutto più difficile, per questo
motivo è importante che ognuno cerchi, per esprimere i propri pensieri, di usare parole
semplici, chiare e non diano adito a interpretazioni, soprattutto quando si scrive su
internet. Chi ascolta o legge si senta in dovere, se non capisce, di fare domande. Inoltre

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dobbiamo imparare ad ascoltare l'altro non solo nelle parole, ma in quello che è il suo
reale problema: magari una nostra parola detta a proposito può aiutarlo a capire meglio
ciò che non capisce. I problemi caratteriali non dovrebbero essere un impedimento per
la comprensione tra le persone; il consiglio di risolverli da uno psicologo e non in un
gruppo, per quanto sia un buon consiglio, limita la comprensione dello stato d'animo
altrui, che comunque porta a disagi, blocchi ed errati giudizi. Ecco che questa chiave
relativa al qui e ora sottolinea come sia importante comprendere se ciò che diciamo è
adeguato al contesto e al momento.
Dobbiamo sempre domandarci perché facciamo un'affermazione piuttosto di un'altra e
come la facciamo e quale intenzione abbiamo nel farla. Vogliamo dare potere alle idee:
bene, dobbiamo imparare ad usarle, perché indirettamente usiamo un potere. Non
dimentichiamocelo.

5. LA LIBERTÀ
Il quinto punto è la libertà. L'unico concetto che sono riuscito ad esprimere, durante una
mia presentazione, è che la libertà è solo nelle regole e che prima nasce nell'interiore e
poi si esprime nell'esteriore. La consequenzialità di questo concetto è che la nostra
libertà finisce dove inizia quella degli altri. Dove stanno i confini? In questo caso non ci
sono confini definiti, ma sono variabili in rapporto a come stiamo.
Pensiamoci: quando siamo deboli e stanchi, i nostri confini sono ristretti e fragili,
chiunque può penetrarli e abusare di noi. La responsabilità di questo non sta solo in chi
fa l'abuso, ma anche in chi lo subisce. Questo perché abbiamo il dovere di prenderci cura
di noi stessi in ogni ambito del nostro essere e in ogni momento, non solo quando stiamo
male. Per questo motivo diventa importante conoscere lo stato di salute e il
collegamento tra mente e corpo, due elementi di uguale importanza, simili al bene e al
male, due aspetti della stessa realtà. Tenere uniti mente e corpo dovrebbe aiutare a fare
chiarezza su quanto ho detto a proposito della ristrutturazione del dualismo. Solo in
questo modo possiamo parlare di libertà: quando siamo liberi dentro e non abbiamo
troppe strutture mentali che influenzano il nostro pensiero. È un lavoro che dura tutta la
vita perché intimamente legato alla prima chiave: la verità su noi stessi.
Quando riusciremo ad eliminare le strutture che ingabbiano il nostro pensiero e ci
capiterà di sentirci aggrediti, accadrà che sapremo porgere l'altra guancia, in un gesto
che non sarà di sottomissione ma di coscienza della situazione e questo gesto,
inaspettato come un sorriso di fronte ad un fucile, sorprenderà il nostro simile
sciogliendo le tensioni.

Di queste chiavi si potrebbe parlare in un incontro o forse meglio dieci o venti, in modo da poter approfondire
ulteriormente e con diverse visioni, conoscenze ed esperienze il senso di questi concetti. Fare proprie queste
semplici chiavi, come detto in precedenza, non è facile e non è scontato. Non basta un click o un “sono
d'accordo” o un “mi piace” per risolvere la questione: una volta che abbiamo queste cinque chiavi dobbiamo
imparare a capire che dietro a tutto questo c'è nascosta una sola serratura, neppure tanto misteriosa, legata al
potere e all'incapacità dell'uomo a gestirlo se cercato con bramosia o desiderio. Quando avremo visto la
serratura, allora sì che inizierà il vero lavoro, il vero fare. Mi auguro, in queste poche righe, di essere stato
sufficientemente chiaro.

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1 CHIAVE: LA VERITÀ

Sebbene si sia detto molto nel precedente intervento, desidero qui affrontare un aspetto inconsueto
della verità che può sfuggire all'analisi superficiale. Evitiamo qui qualsiasi disquisizione sulle verità
imposte per assolutismo o dogma o logica, perché anche se portatrici di verità comunque parziali,
per il fatto di essere imposte, non hanno qualsiasi valore e quindi non è possibile accostarle tramite
un dialogo con chi le afferma e non potendoci accostare non sapremo mai il senso di quella verità.
Dobbiamo ricordarci che la verità non suscita dubbi, mentre è lecito e importante avere dubbi sulla
verità in modo da poterla approfondire.
Domandiamoci: perché non c'è verità nella vita, nella società e negli aspetti più personali dell'essere
umano? La risposta è complessa in quanto richiede una visione ampia della società e della natura
dei rapporti tra le persone. Troppo facile definire il problema con la menzogna, si deve andare a
fondo e capire i punti dove ognuno di noi manca: il cambiamento come si è sempre detto, inizia dal
personale e non dalla società o dalle istituzioni. Questa ultima chiave delle cinque che presento,
dovrà essere inserita in serrature che ormai sono parte integrante della società: la pigrizia, la
cupidigia, l'indifferenza, l'uso dell'intelligenza fine a se stessa e, in definitiva, il sovvertimento tra
menzogna e verità, in modo di aprire questi portali e scoprire la verità di se stessi in quel contesto.
Una volta aperti a queste realtà, potremo procedere alla pulizia dei nostri pregiudizi, delle nostre
abitudini e a ridare aria, vita e colore a quella buia parte di noi stessi. Dicevamo...
La pigrizia che spesso reputiamo semplice svogliatezza, in realtà è non una mancanza di volontà,
ma il suo cattivo uso. Sappiamo bene come anche la persona più pigra sia capace di darsi da fare
quando c'è qualcosa che le interessa. Chi è pigro inventa mille scuse e mille menzogne per
giustificarsi e, quando questo non è possibile, incolpa qualcuno a cui, spesso, ha delegato le proprie
azioni e decisioni, quindi risulta molto attivo nel mantenere uno stato di cose che gli fa comodo. Il
fatto è che la pigrizia deriva dal predominio della mente, che inventa una scala di valori del tutto
funzionale a se stessa e spesso viene alimentata da abitudini viziose e da un corpo a cui non viene
lasciata la possibilità di essere ciò che è - una struttura altamente intelligente che necessità di
cambiamento e di attenzioni per rimanere in buona salute.
Se a ciò si aggiungono i cedimenti ad abitudini ormai accettate dalla società e i giudizi di valore dati
in base a necessità di mercato e alle mode, allora si vede bene che la mente, lungi dall'essere
sinonimo di intelligenza, cioè di adattabilità, finisce con l'essere lo strumento di affermazione
dell'ego. A suo modo, nessuno è immune dalla pigrizia e con essa dalla menzogna – è una forma di
pinguedine, di lentezza, di densità dell'animo che preferisce indulgere anche se brevemente a quello
che considera il piacere del noto piuttosto che affrontare l'incognita data da nuove prospettive.
Storicamente esiste tutta una corrente che elogia la pigrizia come rifugio da richieste sociali moleste
e, più recentemente, come marchio d'elezione di esseri lontani dalla massa operosa, superiori, un po'
blasé, che si fanno un vanto di non essere capaci di scegliere, agire, volere. È tipico della modernità
rovesciare un sistema di valori che ha radici nel buon senso e nella conservazione delle specie in
favore di posizioni autodistruttive e autoindulgenti. Volere è potere, nel senso che chi vuole ha la
possibilità di realizzare ciò che desidera: una responsabilità troppo grande che i pigri non vogliono
prendersi e che credono di poter evitare rifugiandosi in un eterno rimandare.
Vero è che la vita è una sola e che ciò che non si fa, o non si ha il coraggio di fare, peserà sulla
nostra coscienza come lo sciupio in tempi di carestia che grida al cielo con lo strazio di chi non ha
avuto niente.
Vero è che la pigrizia genera malessere a livello personale e sociale, ma la cura sta in ciò che

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procura dolore, ovvero nell'esercizio di ciò che non si vuole esercitare. Non dimentichiamo che per
essere pigri dobbiamo comunque agire con la volontà, solo che lo facciamo nel modo più scorretto.
La cupidigia si poggia sui due principi di avere ed essere, i pilastri dell'economia di mercato a cui
siamo soggetti nel mondo moderno: avere come accumulo di beni inutili e dispendiosi ed essere
come affermazione di sé in contrapposizione agli altri, come corsa a un potere sempre più vasto e
certo. L'avere sempre di più si giustifica come soluzione materiale e momentanea al vuoto che
ognuno, consapevolmente o no, si è coltivato fin dall'infanzia. Il possesso è pensato come una
barriera contro ciò che spaventa di più: la debolezza, la solitudine, la povertà, la malattia, la morte.
Tutti noi siamo soggetti allo stesso modo ai rovesciamenti della fortuna ma la nostra società non è
disposta a lasciare spazio al caso, che in un momento annulla e rende risibili i valori fittizi su cui
abbiamo costruito le nostre esistenze. Sappiamo bene che il materialismo da solo non ci porterà da
nessuna parte, eppure facciamo finta di nulla, ci lasciamo abbindolare dalla pubblicità che fa leva
sulla nostra debolezza e accumuliamo beni di tutti i generi, materiali quando acquistiamo oggetti e
proprietà, intellettuali quando ci lasciamo sedurre da termini altisonanti, spirituali quando
deleghiamo le nostre scelte di coscienza a chi riteniamo abbia più titoli e capacità di noi.
Ciò porta inevitabilmente verso l'altro versante: l'essere inteso come contrapposizione, come potere.
Il potere domina la nostra vita, sia che lo ricerchiamo attivamente, sia che ne siamo succubi; siamo
capaci di qualunque sacrificio per accumulare potere, per affermarci: compriamo oggetti, persone e
sentimenti per non trovarci soli di fronte alla nostra fine. Basterebbe un po' di realismo per capire
che niente può esorcizzare la distruzione del nostro corpo e della nostra mente e che solo l'esercizio
quotidiano della volontà nella direzione di una ricerca di senso può renderci un po' meno vuoti, un
po' meno superflui a noi stessi e agli altri. Certo è che la cupidigia è sordità verso se stessi e il
mondo, non è dei sensi, ma della nostra mente, è un non voler sentire.
Il non voler sentire è una forma di indifferenza programmata, una necessità nata dalla difficoltà di
accettare ciò che crea fastidio o dolore. È il modo con cui una mente capricciosa e assolutista mette
da parte ciò che percepisce come una minaccia alla sua sopravvivenza: dal lato pratico ciò si traduce
in una miriade di atteggiamenti che vanno dall'uso continuo di analgesici contro i messaggi dolorosi
del corpo alla rimozione di pensieri molesti, dalla ripetizione continua delle proprie idee per non
lasciar posto a quelle dell'interlocutore all'uso retorico e menzognero delle parole per nascondere il
proprio pensiero, dalla continua ricerca di distrazioni o di stimoli sempre più forti alla chiusura
verso le necessità altrui. Soprattutto è un blocco nei confronti di ciò che viene dal proprio cuore.
La nostra vita è certamente dominata da avvenimenti che vanno contro i nostri desideri e le ferite
che ci portiamo dentro spesso non guariscono e tutto questo dolore a lungo andare ci sembra
intollerabile, soprattutto se non ci diamo la pena di comprenderlo e trasformarlo. Dal paragone tra
noi e gli altri è inevitabile trarre la conclusione che siamo tutti uguali nei meccanismi fondamentali
– tutti cerchiamo di stare al riparo dalla malattia di essere accettati e di essere aiutati se stiamo male.
Se rimaniamo ancorati al rancore per ciò che abbiamo patito ci viene spontaneo far scontare al
prossimo il nostro dolore, che diventa il fulcro della nostra esistenza. In questo caso è chiaro che
non siamo in grado di sopportarne altro e tagliamo i ponti con noi stessi, il mondo e gli altri,
mettendo a repentaglio la nostra stessa umanità e, in definitiva, la nostra esistenza. E quando, per
porre rimedio al nostro disinteresse, ci rifugiamo in un “noi” che si contrappone ad un “loro”, non ci
rendiamo conto che ricadiamo proprio nella limitatezza di quell'io che ci dà tanto fastidio, perché
dove ci sono distanze, dove si sottolineano le differenze c'è sempre indisponibilità a comprendere.

E dove non c'è comprensione c'è spazio solo per la sopraffazione e quindi per il potere.

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L'uso dell'intelligenza fine a se stessa è simile all'uso di un'auto senza che si cambi marcia, senza
che si usino le frecce di direzione: è l'incapacità di rendersi conto che ciò che siamo va oltre le
capacità della nostra mente. Lo facciamo senza accorgercene, ma lo facciamo, vero?, ogni
momento, quando pensiamo che cultura e intelligenza siano la stessa cosa.
Ci sono persone con una profonda cultura che non mostrano un briciolo di intelligenza perché sono
radicate nelle proprie idee da cui non si spostano in nessun caso perché non sono in grado di
abbandonare le certezze che si sono costruite in molti anni. I processi mentali sani dovrebbero
essere volti ad armonizzare analisi e sintesi e a lasciare spazio a ulteriori indagini in caso di dati
discrepanti o imprevedibili, invece tendiamo ad accontentarci di quanto corrobora i nostri pregiudizi
preferendo magari un cumulo di cavilli piuttosto che il rischio di cambiare opinione.
Eppure l'elasticità e l'adattabilità sono la vera intelligenza, che nulla ha a che spartire con
l'attaccamento ad immagini false e irreali – però per essere davvero intelligenti è necessario
raccogliere molti dati e costa fatica. La specializzazione nel nostro mondo contribuisce ad
aumentare il nostro senso di insicurezza – la scienza è appannaggio di una casta specializzata che
non ha nessun interesse a sparire con altri il suo sapere e che non arretra neanche davanti al
continuo contraddirsi delle ricerche.

La moda e il mercato sono volti al continuo capovolgimento di ciò che una volta era
considerato vero perché basato su abitudini di secoli e non offrono strumenti degni di
una qualche considerazione. L'arte, che storicamente precede la scienza e in alcuni casi
è suo sinonimo, ormai è ridotta a pura esibizione di estro estemporaneo e non si poggia
più su tempo, studio e tanta tanta pazienza, dando l'idea che a tutti sia possibile generare
senza fatica opere d'arte significative.

Quanto alla filosofia, essa è relegata al mondo dell'astrazione e per lo più risulta essere dedita alla
spiegazione dello status quo piuttosto che alla ricerca di un'alternativa. La religione, qualunque
religione, è da tempo immagine del mondo nella sua struttura gerarchica - essa offrirebbe un utile
campo di indagine se solo si fosse capaci di osservarla serenamente dall'esterno, mentre invece
diventa motivo di scontro irragionevole e pregiudizievole quando la si vive dall'interno. Si
potrebbero fare milioni di esempi, basterebbe aprire gli occhi per rendersi conto di ciò che ho
scritto, se non vi rendete conto significa che i vostri occhi sono chiusi. Rendersene conto sarebbe
già cosa buona, basterebbe aprire gli occhi. Ma è solo il primo passo, infilare la vostra personale
chiave nella prima serratura e scoprire cosa c'è dietro la porta, dentro quel vostro contesto.
Resta da analizzare l'ultimo fattore, il sovvertimento dei rapporti tra vero e falso oggi attuato come
abitudine dal mondo politico, economico e dell'informazione. È forse il dato più deprimente e
spiazzante dell'ultimo periodo, che a molti lascia l'amaro in bocca e una certa voglia di passare a vie
di fatto per ristabilire i perduti rapporti. Il fatto è che nelle infinite possibilità di questo mondo
rientra anche ciò e non dobbiamo pensare di poter ritrovare i limiti tra vero e falso ribellandoci o
facendo azioni violente, perché sta a chi riceve o emette un messaggio decidere, in base al suo buon
senso, se è vero o falso e prendere una qualche posizione.
La violenta azione di contrasto con ciò che appare come una pensante violazione delle più
elementari leggi della logica e del realismo in realtà va contro il libero arbitrio personale, sia di di
chi propone false verità sia di chi le accetta. È un'azione di potere quella che è volta agli altri, che
sia un dolce risveglio o una violenta lezione di vita. Non dimenticate che i giochi dell'ego, della
mente sono molto perversi: così come nel timido si può celare un arrogante, in chi si chiude in una
stretta nicchia di parte c'è il bisogno di darsi importanza perché si sente niente - un gioco perverso
che può avvenire nel grande come nel piccolo.

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La nostra attuale società si basa sul rovesciamento della realtà, sul rovesciamento dei principi:
perché? Perché non ci sono rapporti tra le persone, non c'è più capacità di rapportarsi umanamente e
in modo aperto, non c'è più scambio né voglia di confrontare le verità personali. Ci si racconta solo
ciò che si conosce già bene e che ci si ripete in un gioco che ha del demoniaco perché la ripetizione
ossessiva fa breccia nella pigrizia e crea importanza. Anche se a parole diciamo di voler cambiare
alla fine nei fatti e nel tempo dimostriamo il contrario.

La verità si costruisce attraverso una lunga e faticosa crescita sulla base di una
conoscenza personale di questi punti e ciò avviene perché la verità non è un dato di fatto
ma un sentire. Non si arriva al sentire netto e preciso in un sol momento perché troppi
sono i fattori che ci impediscono di accedere a ciò che ci arriva – pregiudizi, abitudini,
emozioni. Nemmeno da neonati siamo privi di pregiudizi perché tutto ciò che ci
disturba, a torto o a ragione, lo classifichiamo tra le cose da evitare mentre magari
potrebbe essere utile o addirittura indispensabile.

Non lasciamo spazio all'intelligenza, all'adattabilità del corpo in nome di una malintesa tranquillità
della mente, che non vuole essere turbata dalle emozioni – sappiamo bene come le emozioni
travolgano ogni ragionamento. Non lasciamo spazi alla razionalità perché se no saremmo in grado
di accorgerci che le nostre emozione colorano i nostri giudizi e ci impediscono un'analisi serena.
Non lasciamo spazio all'interiorità perché sapiamo che dovremmo fare i conti con la nostra natura di
esseri ripetitivi, fallaci e incapaci di mantenere i buoni propositi. Non lasciamo spazio allo spirito
perché dovremmo farci da parte con il nostro bagaglio esperienziale e i nostri falsi concetti di
tempo, spazio e personalismo.
La verità è un mosaico di dati che il corpo, la mente, l'emotività e l'interiorità percepiscono ciascuno
a suo modo, che ciascuno traduce in immagini secondo il suo linguaggio e la sua ottica. La verità
come realtà con una sua esistenza al di là dell'osservatore è un'utopia, negata dai più moderni
raggiungimenti della scienza più aperta – eppure esiste, al di là del relativismo per cui un dato può
essere vero o falso a seconda dell'angolo di visuale.

Le mezze verità hanno valore se vengono ragionevolmente contestualizzate e possono


portare anche a progressi non da poco ma è necessario non rimanervi attaccati –
ricordiamo che per la tradizione il demonio non dice mai bugie ma solo mezze verità.
Essere veri vuol dire avere il coraggio di affrontare l'indeterminatezza delle molte
mezze verità da cui siamo sommersi ogni giorno per guardarci dentro ed andare oltre il
dolore, le abitudini, le menzogne, l'indifferenza, la pigrizia, la cupidigia per scoprirci
nella nostra reale e completa verità. Chi usa la menzogna ha solo dimenticato la verità di
se stesso.

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2 CHIAVE: AMPLIAMO L'ESPERIENZA
IL CONTESTO E IL CAMBIAMENTO

Finalmente dopo qualche tempo arriva la seconda chiave, si sarà detto qualcuno. Come per ogni
cosa umana è necessario un certo tempo di maturazione dell'esperienza e la stessa chiave ha
necessitato di questo tempo e percorso. L'esperienza che ogni individuo fa nella propria vita, giorno
dopo giorno, è la base da cui apprende ed esprime la propria personalità. Ma questo aspetto non è
così ovvio come superficialmente può sembrare, nasconde il motivo per il quale alcune civiltà si
sono distrutte. Nell'esperienza esistono due tipi di apprendimento: quello formale e quello
informale.
Per formale intendo la scuola e il luogo di lavoro: luoghi deputati in modo indiscutibile alla
diffusione di ciò che serve a vivere nella società. L'apprendimento informale è quello personale,
quello che deriva dalle situazioni e si rivolge verso il proprio stile di vita, il proprio carattere e, in
ultima analisi, verso la propria salute fisica e psichica. Qui, la varietà è tale che è impossibile
descrivere o ridurre a categorie questo tipo di apprendimento. Certo è che questo processo non è
scontato, spesso viene limitato o negato da affermazioni tipo “Il carattere è immodificabile” o “Non
ho tempo per queste cose” o “Sono solo pensieri”, scuse che evitano una riflessione sulla vita e il
proprio comportamento, tanto più necessaria quanto più riguarda lo scopo, i valori portanti della
nostra esistenza, la morte.
Sebbene tendiamo a sfuggire a queste riflessioni e a rifugiarci nella ricerca di fama, successo,
denaro e potere come risorsa contro il vuoto che sperimentiamo dentro di noi proprio perché non
riflettiamo su questi argomenti, la vita ci costringe a guardarci dentro quando ci sottopone a
un'esperienza forte. Tuttavia, data la mancanza di familiarità con l'osservazione di noi stessi, spesso
cadiamo nel qualunquismo di una struttura mentale, in archetipi dolorosi e ripetitivi, in speranze e
fedi mal riposte oppure nel nichilismo. Questi aspetti non sono esperienze che fanno crescere, nel
senso che intendo io, sono solo sterili sfoghi di pressioni emotive interne che si autoalimentano
nella ripetizione, la stessa che usiamo quando deleghiamo a regole e principi imposti con forza o per
legge la nostra responsabilità. L'esperienza, quella che ritengo più vera, fa crescere dentro di noi la
coscienza, la cultura, il senso di responsabilità, l'essere noi stessi: in poche parole, la comprensione
che ogni nostra azione deve essere libera da condizionamenti perché sia significativa.
È nella libertà di ognuno accettare o meno gli ammaestramenti che vengono dalla vita; in alternativa
ci sono tutti i passatempi che la società offre per perdere tempo e occasioni di crescita. Anche la
cultura fine a se stessa, quella che porta a teorie e immagini prive di applicabilità risulta essere un
gioco, in cui le persone si cimentano allo scopo di mostrarsi migliori di altri. Quando un pensiero
diventa ripetitivo, si struttura alla stessa maniera di quando è basato solo sulla logica.

Dov'è allora la differenza? E come valutarla? Il criterio mi sembra abbastanza semplice:


quando un concetto risulta sempre vero e applicabile alla vita, significa che la vita non è
cambiata. Non mi riferisco ai precetti religiosi, ma alle semplici verità di un fumetto
come “Mafalda”: dopo decenni è ancora valido, alla stessa maniera dei monologhi di
Jack Folla o, per chi li ricorda, il film su Cyrano de Bergerac o le tragedie greche.

Per noi che veniamo dopo queste esperienze può essere confortante ritrovare una voce del passato
che ci parla del nostro presente, ma in realtà, se andiamo a guardare bene, è terribile, perché

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significa che l'essere umano non è si evoluto, non si è posto né domande né si è dato risposte – al
massimo si è rifugiato nei miti dell'evoluzione tecnologica, allontanandosi sempre di più da uno
sviluppo morale ed etico che deve sempre tenere conto dell'uomo nel suo insieme, non di una realtà
spezzettata in tanti segmenti senza comunicazione tra loro, così come fa la scienza comunemente
intesa. Risulta ovvio che questa visione è generale e dobbiamo cercare di capirla in modo personale
se vogliamo scoprire dove dentro di noi non c'è cambiamento: ogni volta che noi guardiamo fuori,
in realtà guardiamo dentro.

Quello che vediamo fuori di noi è la rappresentazione di ciò che c'è dentro
e ciò che non ci piace fuori è ciò che dobbiamo cambiare dentro.

Forzare le situazioni esterne significa andare controcorrente: è certamente possibile, ma lo si fa con


grande dispendio di energie e col rischio anche di morire. L'alternativa a questo movimento titanico,
eroico e, diciamolo, anche molto remunerativo in termini di autostima, è cambiare dentro. IL fatto è
che questo cambiamento avviene nell'ombra della propria interiorità e spesso passa inosservato agli
altri, non dà prestigio sociale ed è fatto di cose piccole, umili, anche noiose. Eppure è di questo che
voglio parlarvi. È possibile cambiare davvero, anche se sembra impossibile, perché ciò che ci
ostacola sono solo scuse.
L'esperienza è una summa di dati che rielaboriamo in modo da farci mettere in relazione elementi
apparentemente lontani tra loro. Possono essere dati tratti dalla vita quotidiana, dai prodotti culturali
o dalla vita di un'altra persona: l'importante è che ciò che ci accade venga scandagliato dall'interno,
con un occhio agli aspetti dinamici esterni (il come, il cosa, il quando ecc.) e un occhio all'eco
interna che produce dentro di noi.
Quanto ci accade infatti provoca in noi dei mutamenti, talvolta appariscenti – una reazione di
rabbia, di gioia- talvolta minimali – una variazione del ritmo del respiro, una modificazione delle
secrezioni ormonali – ma il più delle volte non siamo mentalmente disponibili ad accorgercene,
perché pensiamo di essere troppo indaffarati con i problemi della vita quotidiana. In questo modo,
tuttavia, perdiamo il senso di ciò che accade e le sue correlazioni con noi stessi, cosa che ci
impedisce di assumere comportamenti migliori una volta che si dovessero riproporre le stesse
condizioni – a questo serve l'esperienza.
Non è un cumulo di notizie ma un bagaglio di avvertimenti e strategie di difesa per il futuro, visto
che lo scopo primario del nostro organismo è di mantenersi in buona salute e di non esporsi ai
pericoli. Certo, è necessaria un'enorme attenzione ad ogni dettaglio, perché la vita umana non si
ripete mai nella stessa forma, mentre noi tendiamo a fare generalizzazioni grossolane. Per questo è
necessario rimanere attenti e privi di pregiudizi: in questo modo saremo in grado davvero di
percepire le sfumature e le somiglianze tra fatti lontani tra loro e di separare fatti che invece ci
appaiono uguali. L'aggiustamento interno che facciamo sulla base di ciò che abbiamo assimilato con
l'esperienza è il moto del cambiamento che dicevo prima.
Per poter vivere al meglio questo moto dobbiamo incontrare molte persone, persone che saranno in
rapporto alla nostra crescita, perché le cose non accadono per caso e se incontriamo una certa
persona vuol dire che è per noi opportuno incontrarla. In ogni momento dobbiamo renderci conto
delle occasioni in cui siamo coinvolti, perché non rendercene conto significa perdere delle occasioni
che potrebbero non ritornare. Quante sono le occasioni che abbiamo perso? Alcuni cercano di
prendere tempo, si raccontano di non essere pronti: la realtà dei fatti è che le cose capitano nel
momento in cui capitano, sono ora e non nel passato o nel futuro. Non si demanda, non si rimanda,
se si vuole vivere una vita cosciente e seria, che permetta alla nostra coscienza di stare bene e a noi

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di vivere appieno di ogni esperienza. Il tempo passa per tutti e siccome non possiamo sconfiggere la
morte non abbiamo altro modo di aumentare il nostro tempo se non quello di viverlo in tutte le sue
sfumature, in modo che ci risulti ricco e pieno.
Come vedete, tutta la questione dell'esperienza è legata ai singoli e non al mondo. Il mondo è solo
uno specchio dove ci riflettiamo e, che ci piaccia oppure no, è il nostro reale campo di battaglia,
dove il nemico siamo noi e la guerra non è abbattere, negare, distruggere, scappare, circondare, ma
imparare ad abbracciarci con amore l'un con l'altro. Amore che non è non sentimentale, non è
passionale, non è esteriore: è comprensione e compassione interiore. Questi sono aspetti che se
coltivati verso noi stessi in primo luogo si manifestano poi all'esterno, giorno dopo giorno, e vanno
mantenuti vivi nella pratica, altrimenti diventano anch'essi parole vuote, come succede con le parole
dei dotti, che suonano vuote e inutili quando sono solo frutto della mente e suonano piene e ricche
quando lasciano intravedere l'esperienza di chi le ha scritte, quando permettono a chi le legge di
aggiungere la propria esperienza.
A questo punto immagino che ci sarà qualcuno che dirà che la verità sta sempre al 50% dalla parte
di una sola persona. In effetti è sempre così: come nel classico esempio, lo stesso bicchiere si può
vedere mezzo pieno o mezzo vuoto. Ciò che voi percepite di un concetto, di una esperienza, è
sempre un 50% che riguarda voi e un 50% che riguarda il vostro interlocutore. Il fatto è che voi
guardate sempre all'interlocutore e mai a voi e giudicate spesso il primo sulla base di ciò che vi si
muove dentro. Ciò accade perché usate male non solo la vostra mente, ma gli stessi sensi, dato che
non percepite la differenza tra registrare e giudicare, minima in termini di tempo, enorme in termini
di valore.
La percezione di quel 50% perduto è limitata a volte alle sole parole e quando può andare bene se ci
si limita al solo senso letterale di una frase, ma spesso non sapete andare oltre. Non sapete
comprendere il contesto da cui una frase arriva e nonostante questo pensate di capire. Dove è il
problema? Eppure è tanto semplice, è sotto i vostri occhi. Se ci pensate, anche nel caso conosciate
bene chi vi parla, non lo conoscete davvero, non conoscete il suo dolore, le sue forme mentali, le
sue debolezze, le sue intime connessioni tra emozioni e fisico, eppure pensate di comprendere il suo
parlare. Non solo, ma lo giudicate per ciò che dice, gli date un valore morale, lo lodate o lo criticate
senza che vi rendiate conto che ogni essere umano ha valore per il solo fatto di esistere, al di là di
ciò che pensa, dice e fa.
Dentro ognuno di noi ci sono spazi immensi in cui si muovono storie senza parole: cambiare, andare
oltre significa entrare in contatto profondo con le persone, senza le fantasie della New Age, senza i
moti estremi, emotivi e passionali, di certi gruppi, ma ascoltando. Cosa vuol dire ascoltare? Saper
stare in silenzio, non solo con la bocca, ma con la mente. Ascoltare l'interlocutore con tutto il corpo
senza decidere, razionalmente cosa sia giusto o cosa sia sbagliato: non potete permettervi di pensare
se il interlocutore è valido, se dice il vero il falso o di mettergli etichette e simboli, perché così
facendo vi distraete dal vostro compito principale, che è quello di ascoltare. Il grave è che la verità
di un discorso viene distorta non solo a livello personale, ma anche a livello sociale, quando
mettete, come si dice, parole in bocca a qualcuno che non le ha mai dette,parole che derivano dai
vostri pregiudizi e interpretazioni, parole che riflettono il vostro atteggiamento irrispettoso dell'altro
e della verità. Se non avete memoria, acquistate un registratore e registrate i vostri discorsi:
riascoltarsi è molto utile, perché ci sono persone che negano perfino l'evidenza di un discorso
scritto.
Quanto scritto finora sarebbe sufficiente per riflettere sul proprio modo di essere,
tuttavia avevo detto che siamo alla ricerca delle sfumature. Le sfumature sono i giochi
con cui il nostro io nasconde dentro di noi la verità su se stesso, per non essere
disturbato nel suo continuo negare l'evidenza: si può essere atei o credenti, spiritualisti o
materialisti, ma nessuno può affermare che l'io sia la realtà ultima del nostro essere, a

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meno che di non cedere ai suoi peggiori istinti. Già, perché l'io lavora per l'istinto di
sopravvivenza, tutto ciò che nega il suo potere assoluto, tutto ciò che è sfumatura, tutto
ciò che è dettaglio implica necessariamente una limitazione del potere dell'io – e questo
non gli piace, e non piace a noi se non sapiamo sentire la differenza che c'è tra noi e lui.

La cosa è difficile proprio perché si parla sempre di cose nostre: come succede in ottica, più un
oggetto è vicino ai nostri occhi, meno lo vedremo, tanto quanto che se fosse lontanissimo. Le
sfumature sono importanti tanto dentro quanto fuori. Cerchiamo, per esempio, di comprendere il
senso dell'abbraccio di cui ho parlato prima. Volendo parlare simbolicamente, quando il contesto di
una riunione tra persone è una piramide non c'è crescita personale tra i partecipanti, ma solo
accumulo, in quanto la testa della piramide distribuisce le sue nozioni e perpetua un dislivello tra sé
e gli altri, che non può essere colmato dalle notizie che offre, in quanto intrinseco alla struttura
stessa della comunicazione verticistica.
Quando invece il contesto è a cerchio e al centro viene messa non una singola persona, magari con
un curricolo altisonante, ma la condivisione della conoscenza, ognuno è a livello degli altri e dà il
suo apporto e tutto torna utile alla comprensione, anche le cose sbagliate, anche le cose ingiuste,
perché l'obiettivo comune non è accumulare ma è darsi da fare in vista dell'equilibrio delle forze
contrapposte: bene e male, giusto e sbagliato.

In un contesto scolastico, tanto per rimanere in un ambito noto, solo quanto il docente è
parte di una catena che offre la sua conoscenza insieme alla sua esperienza, è un
docente in grado di offrire ai suo i studenti gli strumenti per costruire un'etica che
vivifichi scienza e tecnologia: ciò vuol dire che offre il suo apporto affinché la cultura
non sia fatta di soli numeri. Imparare ad ascoltare l'altro è uno dei processi più difficili,
ma siamo qui per imparare, no? Quando vedete un contesto piramidale, oppositivo,
quello tipico nelle sale da riunione, oppure uno a cerchio con il conferenziere al centro,
vi consiglio di diffidate un po' dell'interlocutore ma mai di ciò che ascoltate, potrebbe
tornarvi utile. E già che ci sono, mi permetto di dare un altro consiglio: se l'esperienza è
ciò che vi interessa, se il vostro scopo è cambiare da dentro, non sentitevi migliori solo
perché frequentate ambienti religiosi, filosofici, alternativi, aggregazionistici, culturali
o politici. Fareste solo un errore e dimostrereste solo di essere superficiali verso e a voi
stessi.

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3 CHIAVE: RISTRUTTURIAMO IL DUALISMO

Cosa è il dualismo? Il dualismo è una concezione filosofica o teologica soprattutto di ambito


occidentale che vede la realtà dominata da due principi opposti ed inconciliabili e che si
contrappone al monismo, per il quale esiste un solo principio unificatore. In oriente invece si è
sviluppato un diverso atteggiamento, che vede il completarsi vicendevole dei duo elementi nel
movimento. La principale differenza quindi è che in oriente si osserva il movimento ed è come
guardare nell'insieme, mentre in occidente l'osservazione è specifica e localizzata nella staticità. A
ben vedere, entrambe le filosofie hanno ragione e anche il monismo, se si prende in considerazione
un solo principio alla volta. Ogni singola aspetto della vita è unico e, allo stesso tempo, parte di un
insieme, dove si manifesta in un contesto singolo e allo stesso tempo in un contesto allargato.

Risulta chiaro che il movimento è la chiave di lettura per la comprensione


dell'attrazione di due elementi che si oppongono. Ma cosa è il movimento? Sarebbe
compito di ognuno comprendere cosa sia il movimento in ogni aspetto umano: dal dire
al fare, dal guardare al giudicare, dallo studiare al vivere, dal mangiare al digerire, dal
pensare all'espressione, dalla percepire all'ascoltare interiormente, dall'ascoltare al
comprendere e così via; ognuno di noi ha le sue esperienze e dovrà trovare i suoi
esempi. Tuttavia voglio fornire una mia personale visione.

Per poter comprendere il movimento si deve guardare sempre al contesto in cui le piccole verità si
muovono, ad esempio: guardare da vicino i particolari di un quadro, ma anche guardare anche
l'insieme da lontano. La scienza moderna pecca gravemente sotto questo aspetto, che deriva dal
fatto che sta ancora imparando a guardare il particolare. In un lontano domani, se riuscirà a
sopravvivere ai propri errori, l'uomo imparerà a guardare solo l'insieme e successivamente cercherà
di guardare a tutti e due gli elementi, traendo una conclusione più completa. È un esercizio
complesso che richiede una scuola continua, in pratica, ci vuole tutta la vita. Questo è uno dei
motivi per i quali la Medicina Tradizionale Cinese e l'agopuntura non hanno risultati: serve uno
sforzo troppo grande per una mente occidentale e, purtroppo - inevitabilmente - sta perdendosi
anche in oriente. Ma ritorniamo al movimento, perché è lì che possiamo comprendere meglio il
concetto di unione del dualismo. Una unione che non è fusione, come molti vorrebbero, ma è
completamento, un o sviluppo del numero due verso il tre. Ora non voglio fare un trattato di
numerologia, perché di sicuro c'è chi è meglio preparato di me: è che credo che sia naturale pensare
come da due elementi possa nascere un terzo elemento - verrà in mente di sicuro la nascita di un
bambino - tuttavia non sempre quest'ultimo potrà essere visibile, ciò dipenderà dal livello e contesto
in cui i due elementi si muovono - verranno in mente, ad esempio, i rapporti omosessuali.

La questione della verità personale, quindi della propria libertà, si muove in questo contesto: se ci
radichiamo nelle nostre concezioni in modo ferreo, anche se logico e su principi incontestabili, noi
bloccheremo il flusso tra questi due elementi. Di fatto, secondo la Medicina Tradizionale Cinese,
una malattia non è altro che la reazione del corpo a due aggressioni. Il corpo è fatto in modo da
reagire ad una cosa alla volta. Per esempio, guardate un bambino che cresce: prima si formano gli
organi, poi le ossa, poi i muscoli e in un ciclo quasi continuo ripassa nuovamente agli organi, alle
ossa, ai muscoli e così via. Anche in caso di infortunio, il corpo risolverà le cose più urgenti prima e
poi piano piano tutte le altre. È meravigliosa questa capacità del corpo se lo lasciamo fare e non lo
inganniamo chimicamente o psicologicamente.

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L'io però crede di sapere di più della natura e del mondo, dimostrando mancanza di rispetto, di
valori e di onestà e causando un distacco tra sé e il corpo di cui pure fa parte. Questo distacco
potrebbe essere definito una malattia di presunzione ed è un grave problema perché blocca, secondo
quanto detto prima, il flusso delle informazioni e delle energie dentro l'uomo. Se non c'è movimento
non c'è neppure la possibilità di una sopravvivenza a breve termine. Anche il mondo virtuale, creato
dall'uomo, è solo un pensato che è vissuto e resterà, nel tempo, solo lettera morta. Quanto leggete
qui, ad esempio, non avrà nessuna utilità se non lo farete vostro e non arricchirà la vostra vita. Non
c'è nulla di più potente del contatto diretto con le persone perché si instauri il movimento degli
opposti, soprattutto quando sono coinvolti tutti e cinque i sensi e, diciamo pure, anche altro.

A questo punto è da comprendere il senso delle verità parziali sulla base di questo principio: due
verità opposte, se in movimento, possono collaborare al loro stesso completamento. Ciò significa
apertura non solo mentale, apertura totale di tutto il nostro essere, in modo che chi ci sta di fronte
sia messo nella posizione di percepire il nostro intero contesto. Nel vaso di un discorso, i due
interlocutori dovranno trasportare la verità dell'altro nel proprio contesto, analizzando secondo il
senso che ognuno darà a quanto ascolta ed evitando pregiudizi e fretta. Quindi, trovate o scoperte le
intenzioni che si celano dietro quelle verità (cosa possibile solo dietro una profonda conoscenza di
se stessi) ciascuno potrà comprendere quali siano i punti di contatto tra i due pensieri. Se questi
punti di contatto produrranno un ulteriore punto di riflessione, quindi un movimento, la verità si
amplierà da entrambe le parti e genererà nuovi indirizzi e percorsi che le due persone potranno
percorrere insieme oppure in modo separato. La potenza di un simile scambio non è minimamente
comprensibile se non con l'esperienza diretta e richiama nuovamente il fatto che in questo percorso
di vita siamo soli e nessuno può sostenerci o aiutarci in qualche modo e il fatto che siamo tutti
collegati e nessuno può fare a meno degli altri, soprattutto di quanti si comportano male, perché essi
mostrano senza ombra di dubbio cosa non si deve fare. Tuttavia si deve stare attenti al giudizio,
perché non esiste niente di assolutamente giusto o assolutamente sbagliato. Si deve anche stare
attenti a non mettersi dalla parte del torto nel voler insegnare agli altri cosa è giusto o meno senza
fornire almeno delle spiegazioni, perché ogni azione ha sempre una conseguenza.

Anche questa stessa pagina contiene informazioni frammentarie che andranno


ampliate. Quando tenevo i miei corsi ho fornito centinaia di esempi presi dalla mia vita
e dalle mie esperienze, che però poco sono serviti quando chi ascoltava non trovava un
esempio, un collegamento, con la propria vita e, magari, un aiuto o un esempio da non
seguire. Non è un lavoro facile, ci si deve scontrare con quel pittoresco diavoletto di io
che ci influenza e ci fa credere di essere la nostra unica identità. Fortunatamente,
invece, siamo anche altro e abbiamo il compito di rendercene conto, educando questo
io nel modo migliore. La sua educazione inizia oggi, qui e ora, senza altre scuse o altri
pensieri, se lo vogliamo.

Spero di aver approfondito cosa per me siano le cinque chiavi e cosa ognuno di noi possa fare nel
suo piccolo. In questo senso non importa quale sia l'argomento di una discussione, l'importante che
ci si sforzi sempre di basarsi sul principio di trovare una condivisione di ciò che ascoltiamo. Tutto
può essere interessante e diventare motivo di scambio, basta trovare il particolare che diverge da ciò
a cui siamo abituati. Così avveniva in un lontano passato anche nei dojo orientali e così può essere
ogni giorno, se lo vorremo.

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4 CHIAVE: IL QUI E ORA

Ci sono alcune filosofie, religioni e perfino alcune teorie psicologiche che sottolineano come sia
importante vivere il presente: alcune suggeriscono di mettere pace nel proprio passato risolvendo
quanto ci disturba, altre di rendersi conto che è inutile rivangare il passato o interessarsi del futuro
ed è meglio cercare di scoprire il proprio grado di consapevolezza quale chiave di comprensione del
presente e solitamente, in questo secondo approccio, viene indicata la meditazione quale strumento
della conoscenza di sé.

Se riflettiamo un momento, quando noi pensiamo al presente, di fatto esso è già passato; ciò ci porta
a considerare l'impossibilità a vivere (pensare) il presente. Tuttavia questo è un errore dovuto
dall'incomprensione tra soggetto e oggetto del problema: il pensiero è sempre proiettato nel passato
o nel futuro, l'azione invece è sempre proiettata nel presente. Ho usato apposta il termine
“proiettata” per offrire l'occasione di una comprensione più ampia del soggetto che vive
quell'esperienza. Apparentemente prendere un bicchiere richiede un certo tempo e qualcuno potrà
pensare che l'azione si svolga nel passato, mentre in effetti è il pensiero che, osservando i diversi
stadi del movimento, ne percepisce il passaggio: quando pensiamo di prendere il bicchiere, nella
nostra mente noi siamo già con il bicchiere in mano, tuttavia nella realtà non lo siamo e questo
significa che la mente è già nel futuro. Se ci fermiamo durante l'azione di prendere il bicchiere, è
ovvio che nella mente non c'è più l'immagine del bicchiere perché qualcosa ha bloccato o
modificato quel processo. Il destino, quello che alcuni pensano già scritto, si basa su questo stesso
principio: non è reale fino a quando non viene realizzato e per realizzato non voglio intendere come
vissuto. Rendetevi anche conto che sto cercando di farvi capire un concetto profondo attraverso
delle parole limitate e quindi fraintendibili.

Andiamo avanti: se nell'azione questo meccanismo è evidente, può esserlo anche per i
concetti? Domandiamoci quante sono le cose che pensiamo nostre e in realtà non lo
sono? Capite dove voglio arrivare con questo discorso? È in questo scambio tra
dinamismo (azione/reale) e staticità (pensiero/virtuale) che si forma la consapevolezza
dell'essere qui e ora, è quel terzo “spazio” invisibile che divide i due estremi: lo yin e lo
yang, il buio e la luce, il bene e il male, ecc.

Avrei potuto utilizzare dei disegni per spiegarmi meglio, ma gli schemi sono molto pericolosi per
una mente abituata alle strutturare e in questo caso non sarebbero stati di aiuto perché sarebbero
stati come un bel discorso chiaro che avremo condiviso senza approfondirlo ulteriormente e
perdendo così l'occasione di riconoscerlo come nostro. C'è una grande differenza tra condividere un
concetto e farlo proprio, tra ascoltarlo e viverlo. Possiamo accorgerci di questa differenza quando,
ascoltato un discorso, non lo sappiamo esprimere a parole nostre oppure quando stentiamo a
ricordare perfino quanto è stato detto e/o abbiamo preso come dato di fatto qualcosa solo basandoci
sulla fonte o sull'importanza che diamo a chi ha parlato. Riflettiamo sopra questo nostro agire, no,
meglio, su questo nostro modo di essere.

Prima di arrivare a concepire che un pensiero che diventa azione non è più un pensiero perché è nel
tempo presente, dobbiamo fare attenzione ai processi dei nostri pensieri. Ecco, vedo i vostri occhi
smarriti. Cosa significa questa frase? Significa che ogni pensiero, anche quello più intimo e
nascosto, non va perso; tutto viene vissuto e raccolto da qualcosa che sta sopra di noi o meglio sopra
il nostro piccolo io. Per poter comprendere questo passaggio, dicevo, si deve comprendere quanto
sia limitata la mente nel percepire e concepire questo stesso presente: è l'ago della bilancia che resta

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ferma a metà di due estremi e paradossalmente rappresenta l'immobilità assoluta espressa nel
massimo dinamismo che l'uomo può manifestare attraverso l'interazione e la collaborazione tra
corpo e mente. La mente può indubbiamente intuire questo processo ma non potrà mai toccarlo con
mano perché non ha ancora gli strumenti per viverlo e quando li avrà, se mai li avrà, non rimarrà
certo qui a raccontarvelo. Per questo motivo ciò che la mente pensa oggi del presente è solo una
idealizzazione e una teoria.

Cos'altro ci fa percepire il presente? È il corpo nella sua globalità, quando si muove in direzione di
qualcosa d'importante. Muoversi non è un atto esteriore, come si può pensare, è un movimento
interiore. Troppe volte cadiamo nell'inganno di credere che conoscere e apprezzare i valori di un
libro, un sito, un gruppo equivalga a metterli in pratica. C'è chi pratica la meditazione cercando
nell'assenza di movimento un migliore punto di osservazione di sé, ma questa è una strada lunga che
richiede costanza, umiltà e soprattutto resistenza, cosa, quest'ultima, difficile per gli occidentali, che
in genere sono abituati a volere subito il massimo dei risultati senza fatica. Parrebbe, dal mio
discorso, che sia molto più semplice e facile essere nel presente per chi si muove e si adopera
semplicemente nell'azione: vedi quanti si adoperano nell'associazionismo per il bene del prossimo.
Anche con questa pratica, però, la questione non cambia, perché è la consapevolezza o, forse più
comprensibilmente l'attenzione a fare la differenza. Il fatto di affaticarsi, di aver detto una parola
buona, di aver aiutato qualcuno è un indubbio atto di bontà che non ha prezzo, ma il suo valore per
il nostro essere qui varia in rapporto non all'azione in se stessa, ma alla reale consapevolezza con cui
facciamo quell'azione. Perché, ad esempio, possiamo agire con secondi fini, fosse anche quello di
sentirsi buoni o dalla parte giusta, e questa intenzione non migliorerà la qualità di quell'azione e non
ci servirà a migliorare il nostro essere qui e ora.

Ora domandiamoci: quante volte facciamo una cosa pensando ad un'altra? Vedete, questo è il
problema: deve esserci allineamento tra mente e corpo, tra pensiero e azione, tra parola e intenzione.
Purtroppo spesso questi processi non avvengono linearmente ed è per questo motivo che lo
scollamento tra corpo e mente causa per l'essere umano l'impossibilità di essere qui e ora. Allora
cosa possiamo fare? Nulla di più semplice che rieducarci ad essere attenti alle cose che facciamo:
attenti a cosa scriviamo o diciamo, attenti al significato delle parole, attenti alle sfumature dei gesti,
dello sguardo e alle azioni quando siamo per strada o invadiamo lo spazio e i discorsi altrui.
All'inizio, purtroppo, ci accorgeremo solo delle nostre difficoltà, poi con il tempo, ci accorgeremo di
aver lasciato la nostra mente troppo libera di pensare quello che vuole: drogata di una libertà non
sua che non permette alla vostra reale volontà di agire liberamente. Scopriremo il bambino che è in
noi in questo caso, un bambino capriccioso e svogliato.

Ecco, qui inizia la prima educazione di noi stessi. Forzandoci a seguire un programma giornaliero, a
tenere un diario se volete, dove un giorno scriveremo sulla pagina sinistra cosa dobbiamo fare il
giorno seguente e poi la sera successiva cosa abbiamo fatto o non fatto. Il livello di rigidità
nell'applicarci dipenderà solo da noi e potremo arrivare perfino a segnalare ora per ora il nostro
percorso e a cercare di mantenere il programma negli orari che ci eravamo prefissati. Non
meravigliamoci se all'inizio ci sembrerà ridicolo o difficile, più sarà difficile e più avremo la
possibilità di comprendere quanto e come la nostra mente influenza la nostra vita. Se non riusciremo
nei nostri programmi non abbattiamoci, cerchiamo di comprendere le nostre abitudini e accettiamo
che ci vuole tempo per rieducarsi. Solo così possiamo procedere nella conoscenza di noi stessi.
Come vedete, questo semplice esercizio, come altri che potrete inventarvi o scoprire durante il
vostro percorso, vi aiuteranno a scoprire come gestite la vostra vita. Se non prendete in mano la
vostra vita in modo pratico, voi non potrete mai dire di accettare realmente la verità di un altro, ma
farete solo finta di accettare ciò che dice pensando che ognuno è libero di pensare quello che vuole
perché ognuno ha la sua verità. Questo modo di procedere non è una ricerca interiore che si cerca di

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collegare le verità diverse, ma solo una voluta indifferenza che porta a nascondere qualcosa che non
ci convince e ci dà, magari, anche fastidio e per non confrontarci soprassediamo.

Do qualche ulteriore indicazione sui termini da me usati. Quella che io definisco “percezione” viene
chiamata nei testi esoterici del Cerchio Firenze 77 “sentire” oppure nei testi di Krishamurti
“insight” (tradotta in italiano con “quid”). Si tratta di un qualcosa che sfugge ai sensi e si collega
con quello che dovrebbe essere il nostro vero essere. Nel mio scritto riguardo “La libertà” ho fornito
l'idea che il primo passo per iniziare la propria percezione avviene quando siamo costretti a fare
qualcosa che non ci piace perché dobbiamo applicare una volontà che si deve opporre a ciò che
piace al nostro io. Questo distacco tra volontà e io non deve portarci ad uno scollegamento tra
quello che crediamo di essere e quello che siamo; dobbiamo mantenere sempre l'unità di ciò che
siamo, altrimenti cadremo nell'errore di pensare che ci sia un dualismo tra ciò che manifestiamo e
ciò che siamo. In parole povere: non è cambiando nome o vestito che si cambia realmente, ma solo
conoscendo il proprio atteggiamento fino nelle viscere.

Ora vi domando: per procedere nel qui e ora dobbiamo prendere coscienza di cosa sia la
consapevolezza oppure dobbiamo fare nostro questo concetto? Entrambe le cose: il primo passo è
quello di fare nostro il concetto, poi dobbiamo digerirlo, quindi assimilarlo e per ultimo essere quel
concetto. Questo processo che sembra richiedere moltissimo tempo è in realtà un istante, dipende da
quanto siamo trasparenti a noi stessi. Essere trasparenti non significa essere invisibili, perché una
parola descrive un essere e l'altra un fare. Essere trasparenti significa essere senza veli e saper
vedere dentro noi stessi ciò che siamo, quindi anche la parte più negativa di noi stessi. L'immagine
approssimativa che possiamo avere di questo processo è quella di avere un bambino da accudire, di
cui conosciamo tutto o quasi, che necessita sempre di una costante attenzione, cura ed educazione. È
come dire: dobbiamo usare la mente, il corpo, il mondo, piccolo o grande che sia, come se fossero
un bel bambino che necessita di noi, della parte migliore di noi. È un esercizio molto difficile
perché, come ogni bambino, l'io guarda come va la società, che siamo noi, e ci porterà via tempo,
energie e tenterà in ogni modo per distrarci con i suoi capricci e le sue furbizie.

Nonostante le parole forniscano spesso simboli e immagini archetipe, esiste anche un altro aspetto,
forse più legata agli archetipi religiosi e all'ambito degli assoluti: è quella di vedere il mondo come
il risultato dell'azione di un angelo che ha creato qualcosa fuori dal mondo spirituale. C'è la
possibilità che quel dio dell'Antico Testamento non sia il vero Dio di cui parlò Gesù, ma l'architetto
di questo mondo e l'uomo sia il suo figlio manifesto. Tuttavia la benevolenza di Dio e dei suoi Figli
Spirituali non è mancata perché sono entrati in questo mondo per dare l'opportunità di far tornare
l'architetto e le sue creature nello Spirito. Anche in questo caso, l'anima e la sua identità terrena
dovranno prima riconoscere quel padre terribile che voleva instillare la conoscenza del bene e del
male attraverso l'esperienza e, presa coscienza della propria interiorità, superare i suoi stessi limiti e
salire al Padre e allo Spirito. Il figlio generato, l'anima, con questa azione non abbandona il padre
ma anzi gli porge una mano per sollevarlo dalla sua creazione. Questo è andare oltre il qui e ora e
corrisponde alle parole di Gesù: “Farete cose più grandi delle mie” e non dimenticate che non è
importante se sembra un favoletta, quanto quello che fa muovere dentro di voi.

Ora scendiamo un secondo: qui e ora tutto è sempre possibile prima della morte. Tuttavia, come
sempre, dipende da noi e dalla nostra capacità di osservare, accettare, aprirci e riconsiderare le
nostre piccole verità per riuscire nell'intento.

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5 CHIAVE: LA LIBERTÀ
Quella che andremo a vedere non è il termine in sé ma una chiave di lettura che può essere applicata
ad ogni concetto, in modo di appropriarci del suo significato in modo più ampio possibile.
Per poter ampliare il concetto di libertà, dobbiamo studiarlo nella sua forma esteriore e interiore.
Cosa significa? Analizziamo insieme questi due aspetti: la libertà esteriore è quella di muoversi, di
parlare e di pensare secondo la propria testa, vero? Bene, un punto comune che collega tutte queste
azioni è che ognuna di esse è limitata da uno o più fattori. Il muoversi può essere limitato da una
malattia, dalla disponibilità di denaro o dal contesto ove ci troviamo, il parlare può essere limitato
da problemi fisiologici o psicologici e il pensare a sua volta dalle abitudini mentali che abbiamo.
Risulta facilmente comprensibile che viviamo nei limiti (che non siano sempre una maledizione lo
comprenderemo con il tempo).
Se osserviamo bene questi aspetti, sono tutti legati all'esteriore, anche, se può non sembrare, le
strutture mentali e, per comodità, possiamo chiamarle anche abitudini, perché nascono dalla nostra
storia personale: da quello che abbiamo imparato, ci hanno insegnato o inculcato nel corso della
nostra vita.
La libertà interiore è quella che ci costruiamo giorno dopo giorno, quella che ci permette di essere
distaccati, ma allo stesso tempo partecipi alla vita. Qualcuno collegherà il distacco con
l'indifferenza, quest'ultima però non è un processo interiore, ma uno esteriore, legato
all'incomprensione e alla volontà di non accettare e capire la situazione. La libertà interiore si basa
invece su valori che sono legati non alle leggi umane ma ad un sentire e comprendere che va oltre i
limiti da noi conosciuti (o meglio, di cui siamo totalmente consapevoli). È un sentire che viene
definito nel buddismo anche amore universale e compassione. Si tratta della capacità di lasciare
libere le persone a cui vogliamo bene di sbagliare, accettando il fatto che i propri consigli non
abbiano fatto presa. Questa libertà non si costruisce, la si scopre e la si coltiva giorno dopo giorno.
Proprio per questo motivo viene prima di ogni altra libertà e la libertà esteriore, di cui ho parlato
prima, dipende da questa.
Vediamo cosa fa l'essere umano: cerca la libertà esteriore perché ai suoi sensi è più tangibile e vera.
Così parla, scrive, accumula, proclama e, se è in suo potere, impone. Anche se i suoi propositi
possono essere anche buoni, alla fine il suo fare è senza valore. Un fare esteriore senza un essere
interiore non ha valore: il processo interiore non è legato alla mente o a un ragionamento razionale e
per questo motivo non può essere costruito. È importante comprenderne la differenza: ogni volta
che facciamo noi non siamo, per fare dobbiamo essere razionali, ma per essere dobbiamo essere e
basta. Per essere, all'inizio, è necessario scendere dentro di noi stessi attraverso una continua
riflessione, analisi e sintesi di ciò che crediamo. Se useremo i concetti come paletti di libertà o
parziali verità, finiremo solo con il barricarci nelle nostre convinzioni, che se anche giuste, saranno
senza valore, come un bel libro, magari anche ricco, ma senza energia e storia. Le nostre parole
potranno muovere anche emozioni forti, ma succederà come per il dolore: quando una persona è
piena di emozioni basterà poco o nulla per farla emozionare; allo stesso modo una persona vuota di
emozioni avrà bisogno di un forte impatto per emozionarsi - vedi le storie violente al cinema e nei
libri. Questi eccessi, in un senso o nell'altro, sono solo la lampadina d'allarme di uno stile di vita che
non funziona.
Andiamo avanti. L'aspetto esteriore della libertà può essere ulteriormente espanso comprendendo
che esiste una parte fisica e una mentale e che la mente gioca, come l'interiore, un ruolo
fondamentale. La mente va educata in modo che possa diventare un buono strumento. Il nostro io è
solo un frammento del tutto nostro essere qui. Non desidero riportare le storie di persone che
ricordano le vite passate, potete trovare diversi libri in merito, ognuno di voi potrà cercare i

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collegamenti che troverà meglio comprensibili, tuttavia negare a priori una cosa perché la scienza
non è arrivata a confutarla o a dimostrarla non deve fermarci dal prendere atto che ci sono persone
che ricordano vite precedenti e che ci siano religioni che parlano di reincarnazione. Questo ci riporta
ad una domanda difficile: chi siamo? Una bella domanda, vero? Non possiamo avere una risposta a
tutto, però possiamo aprirci ad una visione più ampia, cercando di ammettere che la nostra identità
non è limitata al nostro piccolo capriccioso io personale. So bene che molti avranno da ridire, ma il
problema qui non è affrontare la possibilità della reincarnazione o l'immortalità dell'anima ma
comprendere i passaggi che portano ad ampliare la nostra piccola verità e quindi ampliare la libertà,
perché solo ampliando la nostra consapevolezza verso le verità degli altri potremo imparare a
rispettare il nostro prossimo. Questo passaggio è importante.

Educare la mente significa riconoscere quanta libertà le diamo ogni giorno e per questo
ora poniamoci la domanda: quanto ci lasciamo influenzare da essa? È importante
saperlo, perché non siamo consapevoli di questa influenza. Come si fa? La vita ci offre
mille situazioni per aiutarci a rispondere, ad esempio le critiche che gli altri ci fanno.
Tuttavia se non siamo aperti ad ascoltare e accettare ciò che sentiremo, questo processo
sarà sempre doloroso e faticoso, quindi, dobbiamo anche aprirci all'attenzione verso noi
stessi domandandoci: quando ci comportiamo male? Fateci caso, è una cosa che
facciamo spesso e spesso troviamo delle scuse o riteniamo di poco valore i nostri tanti
errori. Viaggiamo oltre i limiti di velocità, facciamo sorpassi pericolosi, buttiamo carte
per terra, sparliamo delle persone, diamo giudizi frettolosi, ascoltiamo superficialmente,
mangiamo velocemente, portiamo delle maschere, beviamo poca acqua, non ci curiamo
del corpo, ci conformiamo, non ci ascoltiamo...

Si potrebbe continuare all'infinito con questo elenco e andare anche scendere nelle sfumature, ma
non è questo ciò che importa: ciò che importa è capire che ciò che si fa nasce dalla libertà interiore
che ciascuno possiede. Quale sia questa libertà è una domanda importante.
Libertà è una parola fantastica, ma è evidente che può nascere ed essere coltivata solo attraverso una
comprensione dei limiti e delle regole in cui noi tutti viviamo. Senza regole, senza leggi, senza il
rispetto di queste non può esserci libertà. A questo punto, quando l'uomo è pigro e non vuole
crescere nella comprensione interiore della libertà, gli viene imposta dalla società una pena. Alcune
religioni mettono a morte, altre chiedono una preghiera; ci sono società che uccidono, altre che
multano, altre che detengono le persone in prigione, ma nessuna che cerca di educare. Perché?
Ecco un problema della società moderna: si ritiene che l'educazione sia un fatto da fare
esclusivamente a scuola, mentre educare significa dimostrare con i fatti ciò che si dice. Educare, in
campo giudiziario, significa far fare a chi ha commesso qualche errore qualcosa di pratico che lo
porti a risvegliare, a vivere di persona ciò che ha commesso. Tanto per dare un esempio, anche
stupido: far lavorare sei mesi in ospedali diversi chi ha ucciso una persona, dovrebbe educarlo
meglio di sei anni di inutile carcere e di incontri sporadici con uno psicologo o un educatore che ha
studiato a tavolino ciò che deve dire.
Andiamo avanti. Anche la libertà interiore ha due aspetti, uno lo definisco per comodità mia,
animico e l'altro lo definisco spirituale. Vi sembrerà che stia parlando di qualcosa di intangibile, ma
non è così. È nell'ascolto del silenzio che potrete percepire il senso di ciò che vi dico. L'anima
impara dalle nostre esperienze terrene ed è grazie ad esse che si migliora. Si tratta dell'unica e vera
evoluzione dell'essere, della parte a noi più cara e per certi versi la nostra identità più vera rispetto
all'io. La libertà dell'anima è grande, tanto che può incarnarsi in questa realtà di apparente luce non
una ma diverse volte e se avessimo la percezione di come il tempo è espressione del suo

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cambiamento, capiremmo che le vite non sono consecutive, ma in eterno presenti e molteplici.
Certo, per affrontare questa tematica non basterebbe un intero sito web, ma questa breve pagina può
essere uno spunto per scoprire che magari la vita non finisce lì dove tutti temiamo che finisca.
Noi pensiamo all'aldilà come a un qualcosa di staccato da noi, mentre invece vi siamo sempre
collegati, è solo che non ne siamo giustamente consapevoli. Però c'è un momento nel quale questa
parte spirituale si fa presente nella nostra vita. Quando? Pensateci, quando ci sono le difficoltà e le
persone si riuniscono e lavorano tutte insieme. Ci aiuta e non si pensa alle diversità, scompaiono le
differenze e si agisce tramite un unico aspetto: la volontà. È, questa, la parte più vera di noi che si
manifesta, per esempio, quando ci imponiamo nella pigrizia e cerchiamo di fare qualcosa che non ci
piace. Un esercizio per modificare e riconoscere questo moto interiore è cambiare radicalmente
qualcosa della vostra vita. Cosa? Spegnete la televisione e parlate con il vostro partner. Ascoltate
una buona musica invece di ascoltare la radio. Prendete del tempo per voi e la vostra famiglia.
Come vedete potete usare il quotidiano per conoscere voi stessi e si tratta sempre di fare qualcosa.
Tuttavia sono cose che vi riguardano personalmente e che nessuno potrà fare al posto vostro. Giorno
dopo giorno scoprirete qualcosa di nuovo di voi stessi e prima di quando pensiate percepirete che il
vostro io è come un muscolo che va educato e sviluppato nell'educazione e nella correttezza. Allora
farete attenzione alle sfumature, al linguaggio, al pensiero e ad ogni aspetto della vostra vita e la
libertà non sarà più un concetto astratto, ma un valore aggiunto alla vostra vita. Se sostituite la
parola libertà con verità, a grandi linee, il senso non cambia e questo ci può far pensare come la
libertà sia intimamente legata alla verità.

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ALTRO: LA PRIMA MENZOGNA

Nota: questa riflessione non faceva parte delle cinque chiavi, nata per esigenze totalmente
diverse e non trovando spazio dove era nata, la si propone in questo libro quale chiave
aggiuntiva.

Se guardiamo all'etimologia della parola “menzogna” vediamo che ha che fare con le invenzioni
della mente. Stile di vita per alcuni, inconsciamente è una pratica comune per quasi tutti. Attraverso
questa riflessione cercheremo di vedere come questo accada e quali siano le conseguenze e le
eventuali soluzioni.
Tutti sappiamo cosa sia la menzogna: quello che non conosciamo, forse, è la sua natura. Come per
tutte le cose del mondo, la prima volta è l'inizio della fine: da bambini abbiamo voluto magari
evitare un castigo o un rimprovero, il senso di impotenza di fronte a regole che non capivamo;
crescendo abbiamo voluto evitare il disagio di venir toccati nell'orgoglio, di raccontare qualcosa di
spiacevole a qualcuno che ci voleva bene, abbiamo voluto far cessare una violenza di qualche tipo.
Qualunque siano stati i motivi, abbiamo mentito a qualcuno: ora non è importante soffermarsi sul
chi e sul quando ma rendersi conto che la menzogna è uno scollegamento da ciò che realmente
pensiamo, sentiamo e facciamo. È questo meccanismo quello che ci porta a mentire di continuo,
nonostante i nostri buoni propositi: il nostro io si crede più forte, più furbo, più abile a trarre
soddisfazione rispetto alla nostra volontà, alla società e alla vita.
Anche se esteriormente noi mentiamo a qualcuno, la prima menzogna è sicuramente verso noi stessi
perché noi sappiamo bene cosa stiamo facendo, sappiamo che non siamo veri, leali, onesti e
dobbiamo addestrarci con scuse e metodo per proteggerci dal senso di colpa che deriva in prima
battuta dall'educazione. Per questo motivo alcuni costruiscono attorno alla menzogna un bell'abito
di logica e motivazioni ragionevoli per confermare ciò che dicono, al punto che finiscono essi stessi
per crederla vera, anche quando vengono portate prove contrarie. Spesso la menzogna è
autoreferenziale e si autoproclama come verità, a volte assoluta, a volte relativa ma solo a parole,
non nell'intenzione. Altre volte invece la menzogna è una verità parziale di cui non si riesce a vedere
i limiti o i cui limiti vengono ben occultati - in questo senso, questa stessa riflessione è una
menzogna, perché dipende dalla mia visione delle cose, sta a chi mi legge comprenderne il senso e
renderlo vero rispetto alla sua personale verità.
La menzogna non è una realtà invariabile, è dinamica e cambia in rapporto al contesto: un esempio
viene dagli ideali di certi uomini politici che cambiano bandiera a seconda di come tira il vento
oppure le teorie scientifiche che vengono spacciate per verità assoluta finché successive ipotesi non
ne dimostrino l'infondatezza. Questo vuol dire che la menzogna ha diverse maschere. Riconoscere
la menzogna altrui non è facile soprattutto quando la maschera è ben nascosta o è molto verosimile,
tuttavia ci viene in aiuto la conoscenza delle nostre menzogne, in quanto, quando una persona
mente, qualcosa ci parla oltre le stesse parole, ed è il linguaggio del corpo - un classico esempio è
mentire non guardando negli occhi o toccandosi il naso. Esistono tecniche psicologiche per
riconoscere una persona che sta mentendo e, da pochissimo, alcuni scienziati sono al lavoro su un
apparato che in un futuro lontano potrà leggere il pensiero. In ogni caso le variabili in gioco sono
sempre tante e fidarsi solo di segni esteriori, anche di un impulso elettrico del cervello, può non
servire, visto che le persone sono sempre diverse perfino da loro stesse.
Noi che non siamo né scienziati né psicologi dobbiamo addestrarci a riconoscere la menzogna da
soli. Credete che sia possibile? È ovvio che sapremo riconoscere abbastanza facilmente la
menzogna altrui solo se sapremo riconoscere bene la nostra. Tuttavia, se noi stessi ogni giorno

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mentiamo di continuo, come potremo riconoscere quella degli altri? Molti ora saranno saltati sulla
sedia affermando con fermezza che loro non mentono mai, o quasi. Mai dire mai, si dice, no?
“Quasi” è solo la variabile che nasconde una determinazione data dal timore di essere scoperti.
Senza prendere in esame lo stile di vita stressante, i numerosi farmaci che prendiamo per ogni
nonnulla e che anestetizzano sempre di più il nostro corpo, i cibi pieni di zuccheri, grassi e additivi
industriali che isolano il nostro corpo dalla mente, le droghe e i vizi, possiamo dire tranquillamente
che già solo il nostro parlare diverso dal nostro pensare e agire porta la mente a vivere un mondo
tutto suo, scollegata dal corpo e dalla realtà. Più grande è questo scollegamento e maggiori saranno i
problemi che insorgeranno in un corpo abbandonato a se stesso, magari non proprio nella forma
quanto nel pensiero che lo sostiene. Alcune persone pensano di risolvere questo scollegamento con
l'attività fisica, con una buona alimentazione, con l'uso corretto di farmaci, tuttavia ciò non basta: ci
vuole una vita corretta dove pensieri, parole e azioni siano in sintonia tra loro, a cui giungere con
pazienza, attraverso una seria educazione di se stessi in campo fisico, emotivo, istintuale,
intellettuale, sensitivo.
Ma osserviamo le nostre abitudini, perché sono l'esempio di menzogna più vicino a noi: sappiamo
che fumare fa male, ma lo facciamo lo stesso. Sappiamo che correre con l'auto è pericoloso, ma
corriamo mettendo in pericolo non solo la nostra vita, ma anche quella degli altri. Sappiamo che la
nostra salute richiede ritmi adeguati, un po' di movimento e una dieta varia, invece giorno dopo
giorno viviamo di fretta e non ci diamo neanche il tempo di assaporare ciò che mangiamo.
Sappiamo che i bambini hanno bisogno di attenzione, ma li depositiamo davanti ad un televisore,
nelle palestre o nei doposcuola. Perché? Perché non sappiamo dare la misura alle cose, viviamo in
un dualismo di contrapposizioni: per noi una cosa o è bianca o è nera, mai grigia né tanto meno
colorata. Neanche la conciliazione dei due elementi opposti è la soluzione definitiva, perché non
siamo capaci di trovare punti di contatto tra l'uno e l'altro e cadiamo di volta in volta in uno dei due.
La menzogna nasce da questa opposizione che ci porta a non comprendere il significato profondo di
accoglienza. Accogliere, in questo caso, significa essere aperti, saper ascoltare, saper condividere,
saper cogliere il senso di un discorso nel suo contesto, saperlo far proprio, saper trasportare quella
nuova visione nella propria vita e quindi trasformarla in esperienza viva. Questo è accogliere e se
non sappiamo farlo con i concetti, le parole, non sapremo farlo anche nella pratica, nella vita di tutti
i giorni. È un esercizio impegnativo perché richiede una buona conoscenza di se stessi e un certo
livello di attenzione e concentrazione.
Per poter accogliere si deve saper ascoltare. Quanti non ascoltano l'interlocutore? Quanti seguono
distrattamente un discorso? Quanti non si sforzano di accogliere il discorso altrui e lo
interrompono? Quanti parlano senza dire quello che pensano realmente? Quanti parlano a ruota
libera senza curarsi dell'ascoltatore? Queste sono piccole menzogne, così come lo sono le scuse che
troviamo nel comportarci in questo modo, quando siamo consapevoli del nostro agire. Piccole e
sottili menzogne che ripetiamo ogni giorno con tutti quelli che abbiamo classificato.
Già, classificato, ovvero giudicato a priori o dei quali non ci interessa sapere l'opinione. Se
vogliamo cambiare, dobbiamo partire dalle piccole cose: da una svolta in auto a destra con la freccia
in funzione anche quando non c'è nessuno oppure ascoltare con attenzione chi riteniamo che non
abbia nulla da dirci. Perché dobbiamo educare il nostro io con la volontà, quella volontà che costa
fatica, perché se non lo facciamo la mente non sarà mai un nostro strumento, sarà padrona della
nostra vita, dei nostri pensieri e delle nostre azioni. Riflettiamo bene su questo concetto, perché
quello che crediamo di noi potrebbe essere terribilmente sbagliato e, a maggior ragione, potrebbe
essere sbagliato ciò che crederemo degli altri.
L'esercizio di osservazione, l'accettazione delle critiche, la sospensione del giudizio, la riflessione
prima di parlare sono solo alcuni strumenti che abbiamo per adoperarci al nostro miglioramento. Ma
a nulla servono se non prendiamo la seria decisione di voler cambiare noi stessi: quel primo passo

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su un cammino che ci porterà lontano. Per poterlo fare, dobbiamo però allontanarci dalla torre che ci
siamo costruiti, dobbiamo scoprire dove sta la porta d'uscita e non credere di essere usciti solo
perché siamo affacciati ad una finestra. Soprattutto se virtuale.
Credo che saranno diversi coloro che diranno che vogliono realmente cambiare e saranno
sicuramente in buona fede, ma poi se ne dimenticano nella routine giornaliera oppure crollano sotto
la spinta delle aspettative. Non dobbiamo pensare di cambiare, dobbiamo farlo, dobbiamo agire qui
e ora e il quotidiano è la nostra più grande palestra. Non c'è scuola o maestro che possa insegnare
qualcosa sulla conoscenza di se stessi, ognuno è solo in questo processo, che lo voglia accettare o
no.
Il passo successivo è comprendere la sottile differenza tra quando si pensa di fare una cosa e quando
la si fa realmente. - Comprendete? Ogni volta che noi diciamo qualcosa, siamo a rischio di mentire
perché in realtà stiamo solo parlando, non per cattiva volontà ma per abitudine. Una domanda:
quanti credono di aver aiutato il mondo per aver aderito su un gruppo su Facebook? Fare un click fa
stare meglio, dà l'impressione di partecipare, ma è un inganno, è una menzogna, perché il vero
cambiamento avviene dentro di noi. Si scende in piazza: bene, cosa cambia dentro? Cosa viene
portato in piazza? Quali le intenzioni? Quali le aspettative? Quali sono i sentimenti in gioco? Se non
si conoscono, quello di scendere in piazza è un gesto senza conseguenze reali per noi stessi, perché
il nostro interiore si trasforma solo attraverso l'azione - un'azione che rappresenta un portare fuori
ciò che si è dentro. In caso contrario rischiamo di caricarci come batterie dell'entusiasmo del
momento e di scaricarci nella vita quotidiana quando non riusciamo a trovare stimoli altrettanto
significativi e diamo inizio a un processo di dipendenza dal gruppo o dalle situazioni.
Se vogliamo mantenere un'unità con noi stessi e il mondo dobbiamo educarci a non mentire. Il
problema non è tanto dire la verità, quanto il modo e il tempo in cui la si dice. Dire una mezza verità
può sembrare una brutta cosa, ma se forniamo gradualmente le conoscenze ad una persona
accompagnandola per gradi, le permettiamo di assimilare le nuove informazioni e di arrivare con i
suoi piedi al punto in questione per continuare poi ciascuno per la propria strada. Si tratta di essere
rispettosi del contesto, cioè rispettosi dell'interlocutore e dei suoi tempi e per poterlo fare è
necessario saper ascoltare.
Inoltre, dobbiamo essere coscienti di come diciamo le cose, di quali parole usiamo, di quale valore
diamo loro, di quali siano le nostre reali intenzioni. Capiterà sicuramente di sbagliare, soprattutto
quando si parla in generale o davanti ad un pubblico, ma è dagli sbagli che l'essere umano può
crescere quando comprende che il senso di colpa è una mannaia, una menzogna atta solo allo scopo
di bloccare la comprensione dell'errore e fa comodo all'io: è simile al gioco di colui che si dimostra
timido per nascondere la propria arroganza. Quando un bambino sbaglia spieghiamogli in cosa
sbaglia, non lasciamolo all'oscuro davanti a reazioni che sanno più di condanna che di amore e
educazione.
Ritengo che gli spunti di riflessione che ho qui raccolto siano sufficienti per iniziare una
personale ricerca della verità. Sempre che non mi sia sbagliato, è ovvio.

Amplia le notizie con:


1. http://www.linguaggiodelcorpo.it/
2. http://www.managai.net/2009/03/mentire-con-la-menzogna/

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ALTRO: LA FORMA E LA SOSTANZA

Nota. Sul nostro sito siamo stati invitati ad approfondire i rapporti tra forma e sostanza:
dopo alcune riflessioni comuni sono nati due testi indipendenti che ciascuno di noi ha
scritto da solo e che, una volta letti, si sono rilevati complementari. Ognuno a suo modo ha
espresso una parte di quella verità che è così chiara da sentire e così difficile da
trasmettere. (c) testo concesso da Grazia Cavasino, edito il 1 maggio 2010.

Nella dualità che caratterizza questo mondo, ogni fenomeno è caratterizzato da due valenze opposte:
per pigrizia mentale o per ignoranza dei contesti spesso se ne tralascia una e ci si appiglia all'altra,
dando per scontato che i nomi siano le cose. Così non è o, meglio, così è quando ci si limita a ciò
che appare, a ciò che è semplice da cogliere. L'altro lato, il lato oscuro della luna, richiede
disponibilità e coraggio, perché è porta segreta verso i demoni del mondo che sciamano come verso
la luce ogni qual volta l'essere umano si lascia pervadere dalla sue proprie paure.
Con un'operazione che ha del semplice e del fantastico insieme, proviamo a rivoltare ciò che
pensiamo della forma. Se partiamo dal presupposto che la forma sia la falsità che copre la verità-
sostanza, appare chiaro che il lato oscuro ci parla di una forma reale e di una sostanza del tutto priva
di fondamento. Come è possibile una cosa del genere? Nel grande inganno di questo mondo,
rimangono tracce flebili, fosforescenti di come stiano in realtà le cose: “sostanza” vuol dire “ciò che
sta sotto”, mentre “forma” sembra derivare da “fumo” e solo successivamente è passata ad indicare
“immagine stabile”. Cosa sta sotto una immagine di fumo?
Se pensiamo alla realtà come a un recipiente vuoto, la forma è ciò che permette al recipiente di
essere; se la pensiamo come a un guanto, la forma è ciò intorno alla quale è stata costruita; se la
pensiamo come a un film, la forma è nelle figure che si agitano sullo schermo. C'è un livello di
realtà che permea la realtà materiale e che la gonfia dall'interno, la struttura, la dà ordine e indirizzo,
le dà sostanza: è la forma, che si riflette in onda, in eco all'interno della realtà. Tutta l'attività di
pensiero si struttura intorno a una forma che è priva di contenuto: non appena l'esperienza aggiunge
dati, questi vengono percepiti come sostanza, mentre invece sono l'onda della percezione della
forma. Essa è presente nella vita di tutti i giorni come l'ordine che trattiene le particelle subatomiche
al loro posto, come tensione verso ciò che altro da noi e che si pensa irraggiungibile in vita e che è
invece alla portata di tutti se solo ci si offre al coraggio di percepire lo stato delle cose.
Lo stato delle cose è uno è bino, contemporaneamente, in forza della dualità si vede ora l'uno ora
l'altro lato, sempre in alternanza; quando si affronta la dualità come una clessidra, ci si annida nel
collo, il luogo in cui tutto si trasforma capovolgendosi. Lì si incrociano i raggi di luce, lì si
raccolgono le onde sonore. Lì ciò che è vero rimane se stesso e anche il suo contrario ed è lì che ci
si rende conto che il mondo dello spirito, il mondo a cui tendiamo è a portata di mano e nondimeno
illusorio come un sogno troppo sognato. Ciò che richiede sforzi non è vero né probabile, ma solo
frutto di una scorciatoia, tecnica o atto di volontà che sia. Alla base di ciò che è complesso si trova
sempre ciò che è semplice; alla base di ogni immagine della realtà si trova un io che cerca una
direzione e si dà da fare. Quando l'io percepisce in sé qualcosa di grande, vi si perde e allo stesso
tempo lo desidera più di ogni altra cosa, per dominarlo e per esserne illuminato dal di dentro, dato
che per sua natura è cosa oscura e, in virtù del giudizio che dà di sé, vile. Ecco che l'io aspira ad
essere ciò che è – perché dentro di sé no può concepire nulla che già non abbia –, ma dato che non
conosce rapporto con la realtà se non tramite le idee, si limita a pensare di essere ciò che è. Si carica
di aspettative, si gloria di successi mai avuti, non si impegna, non accetta di delegare alla volontà il
raggiungimento di ciò che pur desidera, perché la mente non è attrezzata a percepire il divenire: essa

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è dominata da un solo pensiero alla volta, da una sola idea – il tempo sta nella percezione dei sensi e
nella successiva rielaborazione mentale, la quale è in grado solo di mettere in fila eventi che magari
sono simultanei.
Ecco che allora la realtà e le sue leggi, che pure provengono da un'attività di pensiero che la mente
non riesce a percepire in quanto fuori dal tempo, intervengono a barriera e a limite ineluttabile e la
mente si ingegna, si sforza di ottenere dei risultati attraverso dei sistemi che rendano più
approcciabile il suo obiettivo. Ecco che si inventa tecniche, ecco che si concede alle scappatoie dei
patti con il potere cedendo parte della libertà che non possiede e che crede di poter vendere a chi
desidera mantenere questa frattura tra mondo della mente e mondo della realtà. Se la mente riesce a
percepire nel fragore illusorio del tempo la forma, ne rimane paralizzata: con un movimento simile a
quello del caleidoscopio, dove basta un semplice scarto a cambiare il disegno sul fondo del tubo,
emerge la volontà, che sola è in grado di accompagnare l'io verso se stesso, oltrepassando desideri,
velleietà, illusioni.

É questione di desistenza, la volontà. Comunemente si crede che volere sia uno sforzo,
invece è libero gioco del riconoscimento della forma illusoria, lieve adesione a se stessi
e a quella forma veritiera che si offre senza aggettivi alla libera percezione. Aggettivare
è giudicare, anche in linguistica; aggettivare è dare sfogo ai rancori mentali; è
alimentare il divario tra essere e percepire. Tra l'uno e l'altro gli inganni del dualismo,
tra l'uno e l'altro la necessità, la libertà, la serietà di aderire completamente alla forma
in nome della sostanza. Per poi scoprire che sia l'una sia l'altra sono rimandi di un
altrove che chiama, silente sinfonia di spazi tra i silenzi.

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ALTRO: DUE FACCE DELLA MEDAGLIA

Nota. Sul nostro sito siamo stati invitati ad approfondire i rapporti tra forma e sostanza:
dopo alcune riflessioni comuni sono nati due testi indipendenti che ciascuno di noi ha
scritto da solo e che, una volta letti, si sono rilevati complementari. Ognuno a suo modo ha
espresso una parte di quella verità che è così chiara da sentire e così difficile da
trasmettere.

Come ogni cosa di questo mondo, che contiene sempre due facce della medaglia, forma e sostanza
potrebbero essere le facce di una sola medaglia: la manifestazione della vita. Forma e sostanza
potrebbero equivalersi nell'aspetto qualitativo e quantitativo di questa medaglia, una medaglia
illusoria, visto che la vita non è esattamente quello che appare, ce lo sta dicendo la scienza a piccoli
passi, oppure potrebbe essere semplicemente una visione limitata di qualcosa di assai più complesso
e ampio, che varia in rapporto al contesto.
Nella precedente affermazione ho detto “manifestazione” della vita e non la vita stessa: questo è
importante perché la manifestazione è la proiezione, l'illusione, di qualcosa che si trova altrove.
L'esempio della proiezione di un film calza perfettamente: noi vediamo le immagini che si
muovono, ovvero la manifestazione, quando nella pellicola le immagini sono ferme. La forma è
data dalle ombre che si muovono sulla tela che è la sostanza, se guardiamo lo schermo noi vedremo
figure in movimento che hanno una precisa forma, se andiamo dietro lo schermo vedremo la forma
che queste assumono attraverso la luce - saremo portati a pensare che il retro dello schermo sia il
nostro interiore.
Risulterà chiaro che ci troviamo in un contesto che chiamiamo per comodità schermo,
manifestazione della vita, e che siamo alla presenza di in una forma e di una sostanza che è di
questo mondo e in quanto tale, vera. Tutto ciò che viviamo viene registrato dalla nostra mente e dal
nostro inconscio, anche quello che alla consapevolezza del momento sfugge. Nella stessa maniera
quando noi viviamo qualcosa di virtuale, di falso e non reale, diventa per il suo contesto vero e
influenza la nostra mente, la nostra fisiologia, la nostra storia. Guardare o leggere di orrori, di
immagini dissacranti, offensive ci porta ad imprimere dentro di noi quel testo, quel contesto che
modificherà e alimenterà dentro di noi quell'aspetto. Sulla base di questo principio, le pratiche del
pensiero positivo e della meditazione riescono ad allietare l'animo, almeno in parte: la verità è che
siamo immersi nell'orrore, nella paura, in una storia di terrore che si ripete ciecamente e
ciclicamente in modo arcaico e ancestrale. Siamo collegati sempre a queste energie, idee, strutture
chiamate da alcuni egregore, che sono forme antichissime tenute in vita dai pensieri e dalle
emozioni di chi vi crede. Se la scienza non dà conferma e non smentisce queste presenze, di certo
sta cercando di studiarle attraverso coloro che in qualche modo hanno la facoltà di percepirle.
Siamo a livello di schermo e il nostro io si identifica nel film alla stessa maniera di come quando
andiamo al cinema e ci immedesimiamo nell'attore o nella storia stessa, la forza delle fiction, del
teatro, del cinema e dei romanzi è proprio questa. Una medaglia che appare ai nostri occhi e che
possiamo toccare come reale: forma e sostanza esterna. Ad essa si collega l'altra faccia della
medaglia, quella interna: forma e sostanza di ciò che c'è al di là dello schermo. Se uno spettatore
dovesse stancarsi del film potrebbe vedere il buio della stanza e in esso forme non distinte di esseri
che potrà scambiare per demoni, angeli, località inventate o reali, che in realtà sono solo gli
spettatori del film, oppure volgere lo sguardo verso il proiettore rischiando di restare abbagliato
dalla luce e credere che quella sia l'origine del film. Accade lo stesso quando si guarda nell'interiore.
Volendo proseguire nel percorso di ricerca, quello spettatore scoprirà che quelle immagini non sono

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reali, ma il frutto di una pellicola che scorre dentro una macchina, che è una sorta di eterno presente
immodificabile, un libro eterno costruito da rivoli infiniti di racconti si raccolgono tramite l'imbuto
del proiettore che proietta un'unica storia. Dietro ad esse una luce, incredibilmente forte, che è facile
confondere con la vera origine del Tutto e che magari cercherà di raggiungere. È l'uno, l'origine di
questo tutto separato dal Tutto, ma avvicinarsi ad esso è come avvicinarsi al sole, alla luce eterna: ci
si brucia e si muore.
Non si muore nel senso della morte umana, immaginaria e illusoria, ma perché si brucia
l'individualità di ciò che crediamo essere: da esseri diversificati finiamo per ritornare all'uno,
all'origine e quindi alla fine di ogni cosa. Crediamo di essere tornati a Casa, in realtà siamo morti,
non esistiamo più e non c'è dolore più grande per un Padre che perdere un figlio.
Vi siete immedesimati nel mio racconto? Non è importante che ciò accada, ognuno è diverso
dall'altro: non vi avvicinerete mai troppo alla luce di un fuoco perché scotta, così la vostra anima
non si avvicinerà all'uno, all'origine. In questa visione interiore la pellicola è la sostanza e il
proiettore, ciò che causa movimento, la forma. L'essere nell'eterno presente è come la conoscenza
assoluta, ma ne rappresenta solo una parte, che non è limitata, ma è fuori dai giochi della mente e
della razionalità che conosciamo. L'uomo può percepire l'essere, ma non parlarne. I miei esempi
sono strutture mentali che mai vi faranno avvicinare a quello che dico se non farete un passo dentro
di voi.
Questo vuol dire che non è possibile andare avanti o ritornare indietro? No; si tratta di comprendere
che la forma e la sostanza sono quattro aspetti di un'unica realtà, quella in cui ci troviamo. La nostra
volontà, non l'io, è nel mezzo, è sempre stata nel mezzo come terzo elemento, fuori dai giochi; è che
l'immedesimazione porta a finire come parte del gioco stesso. Lo spettatore può guardare da un lato
all'altro della sala, vedere diversi film o uno solo, senza rendersi conto che è lui l'artefice di tutto,
perché senza spettatore il film non avrebbe senso e resterebbe solo una pellicola posta in uno
scaffale e il proiettore forse non sarebbe mai stato inventato. In questo percorso lo spettatore ogni
tanto ha delle pause, nelle quali si accendono le luci della sala e può comprendere dove
effettivamente si trova, le immagini di demoni, angeli, spariscono per far posto alla conoscenza di
sé. L'essere ha un momento di grazia e sta a lui uscire dalla sala e comprendere che la Vita è fuori da
quella sala.
Quale sia la vostra forma è importante perché dipenderà da dove il vostro sguardo è rivolto: fuori o
dentro? Per comprendere la struttura del gioco, si deve saper guardare in ogni direzione e
comprendere il contesto dove ci si trova, che è diverso per ogni persona. Per questo ognuno deve
trovare le proprie chiavi per scoprire il migliore percorso per uscire dal cinema: una via di mezzo
che non è un percorso, ma uno stato di coscienza.

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ALTRO: UNA QUESTIONE DI FORMA

Nota. Sul nostro sito siamo stati invitati ad approfondire i rapporti tra forma e sostanza:
dopo alcune riflessioni comuni sono nati due testi indipendenti che ciascuno di noi ha
scritto da solo e che, una volta letti, si sono rilevati complementari. Ognuno a suo modo ha
espresso una parte di quella verità che è così chiara da sentire e così difficile da
trasmettere.

In questi giorni passava per la mente una frase di un maestro di shiatzu che domandava che forma si
ha se non si ha una forma. Le questioni relative alla forma non sono cosa da poco, come si
tenderebbe a credere. La parola “forma” ha diversi significati che concordano tutti sull'idea della
stabilità dell'aspetto esteriore. La forma è la persistenza di ciò che si percepisce con la vista, quindi
in qualche modo rappresenta il biglietto da visita di qualunque manifestazione, tanto è vero che la
grande famiglia di questa parola ha avuto esisti molto distanti tra loro: andiamo da “formaggio”
(latte cagliato messo in forme di legno) a “forma mentis” (le strutture mentali di una persona), da
“formalità” (le procedure burocratiche) a “formula” (i rapporti di dosaggio di un composto
chimico), da “conformista” (colui che si adegua alla forma e non allo spirito di una regola) a
“riformatore” (colui che vuole cambiare la forma di regole stabilite da altri). A buon diritto entrano
anche le parole “informazione”, informatica” e “formazione”.

Fermiamoci su “informazione”. Come tutto su questo pianeta, anche l'informazione


risente di una doppia possibilità di lettura. Comunemente, infatti, viene intesa come il
servizio di diffusione di notizie, ma letteralmente vuol dire “atto di dare forma”. Solo
chi possiede una certa forza e volontà può dare forma a chi lo ascolta. Come a dire che
l'informazione, tanto invocata quale unico baluardo contro la prepotenza del potere, è in
realtà una sorta di lavaggio del cervello. Ogni informazione risente del contesto in cui si
è formata ed echeggia delle credenze del suo divulgatore. Il mito di un'informazione
libera è appunto, un mito, una petizione di principio in un tempo in cui la
sovrabbondanza di informazioni rischia di rendere tutto superfluo perché indistinto da
ciò che si trova intorno.

Anche l'informatica (letteralmente “informazione elettronica”), che accanto all'informazione


dovrebbe risolvere tutti i mali della nostra società, può rappresentare il lato oscuro di un mondo che
è passato dalla sudditanza dei secoli passati alla cittadinanza degli anni del dopoguerra, per arrivare
tristemente al consumismo degli anni '70 e '80 e, ultimamente, all'utenza. Sì, siamo utenti, non più
cittadini, siamo esseri che usano tutto: informazioni, affetti, emozioni, tempo. E servizi. Il fatto che
“usare” sia affine a “godere” è ormai un fatto linguistico lontano quanto la radice sanscrita che
attesta questa sfumatura. L'informatica ha l'innegabile vantaggio di abbreviare i tempi di gestione
delle informazioni, ma porta con sé il banale pericolo di diventare un mondo parallelo, in cui basta
un'operazione sbagliata perché un individuo in carne e ossa non esista più per la burocrazia. Non per
niente i servizi pubblici stanno migrando tutti sul web, dove la razionalizzazione del tempo e delle
risorse umane elimina l'addetto allo sportello, il viso di un essere umano che può risolvere problemi
e capire situazioni di emergenza o di paradossale devianza dallo standard ipotizzato da chi eroga il
servizio. Non per niente si sta lentamente scivolando verso uno Stato che non è più di diritto ma di
abuso, in uno Stato che si serve di decreti-legge e circolari emessi a parziale ma inesorabile
modifica di leggi votate dal Parlamento che inchiodano i cittadini a uno spasmodico slalom tra

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modifiche unilaterali del servizio e limitazioni della responsabilità del potere centrale. Non per
niente è stata necessaria l'introduzione di un ministero per la semplificazione e di uno per
l'innovazione tecnologica: di solito ciò che si decanta come necessario rappresenta il lato luminoso
di una oscura mancanza o, peggio, di una volontaria omissione.
E veniamo all'ultima parola, quella che in sé contiene i germi del cambiamento e della sovversione
dello stato di confusione insito nelle altre due. La “formazione” è stato un cavallo di battaglia degli
anni '90, ora è passata in secondo piano rispetto ad altre priorità. Intorno a questa parola gravitano
significati più o meno affini a quelli di “educazione”, con la variante che la formazione sembra più
tecnica e obiettiva dell'educazione. Non dà spazio ai personalismi, non dà spazio alla creatività, non
dà spazio all'uomo e alla sua umanità. Insomma, è funzionale alla costruzione di un utente-
lavoratore che non crea fastidi e non ragiona se non per settori.
Di certo parole come “cultura” e “autoformazione” sono parole desuete, un po' ridicole come i
collettivi studenteschi e i preti operai e che risultano così radicalmente “contro” da essere spesso
denigrate come surrogato fai da te dell'istruzione formale. È per questo che si può dire che
l'autoformazione è volontà di cercare, studiare, apprendere, applicare, fare proprio ciò che si trova
sul proprio percorso. Chi fa una cosa del genere non dà per scontato nulla e verifica costantemente il
suo percorso e in questo modo i suoi passi sono sicuri. È un percorso lungo e difficile e
comunemente non piace né al potere né alle persone, che per pigro adattamento ai canoni imperanti
si adagiano nel consumo di informazioni su misura.
In questo senso un'operazione di autoformazione è opera di cultura, di coltivazione di se stessi, di
estrazione dei concetti chiave che, rielaborati, servono a costruire dal di dentro una persona libera e
serena. Ma prima di affrontare questo percorso è necessario rendersi conto che il nostro strumento
principe di analisi della realtà, la mente, tende ad avere una vita tutta sua, da cui dipendono i nostri
pregiudizi, le nostre preferenze e perfino le nostre emozioni. Si deve imparare a conoscere i trucchi
mentali che stanno dietro alla nostra incapacità di accedere alle verità degli altri senza che si studino
a tavolino i trucchi e i meccanismi per scoprire gli inganni degli altri.
Quando noi pensiamo che ci stanno ingannando vuol dire che noi stessi stiamo ingannando, magari
non proprio il nostro interlocutore, ma sicuramente noi stessi. Ogni volta che non accediamo ad un
percorso, ad una idea, noi stiamo bloccando il flusso di notizie che avviene durante una
conversazione e, quel che è peggio, ci neghiamo la possibilità di comprendere: l'altro, noi stessi in
rapporto all'altro e, in definitiva, noi stessi come rappresentanti del genere umano. E quando
attacchiamo chi ci sta davanti, perché riteniamo la sua verità una forma di informazione – il
tentativo, cioè, di sostituire la nostra con la sua forma – non facciamo altro che dargli ragione,
perché la ragione non sta nell'informazione, ma nell'intenzione con cui ci poniamo a fare le cose.
Consideriamo il fatto che la forma è un tentativo di non perdere i contenuti. Bene, se non avessimo
forma non avremmo i contenuti, viene da dire. Ma se la vita è un flusso continuo di contenuti che ci
trapassano e ci informano di istante in istante, che necessità abbiamo di fissarci in una forma?
Nessuna, se non quella che permette alla nostra mente di non perdersi. Di non morire. Ma visto che
siamo ben altro che la nostra mente...

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Note sul copyright e copyleft

Le   riflessioni   ivi   contenute   sono   sotto   la   licenza   Creative   Commons   e   possono   essere  
utilizzate   liberamente   secondo   tale   licenza,   ci   piacerebbe   però   che   fossero   comprese   e 
vissute dal lettore attraverso la sua presa di coscienza ed esperienza personale, in modo da  
poterle esprimere con le sue parole e non riportando voci di altri.

–.–

Paolo Toso
L'autore è nato in Friuli (Italia) nel 1963 e 
dal 1980 ha iniziato la sua ricerca interiore. 
Ancora   oggi   è   alla   ricerca   non   solo   di 
conoscere   se   stesso,   ma   anche   i 
collegamenti   tra   le   diverse   filosofie   e 
pensieri sulla vita e la morte.
In   questi   anni   ha   accumulato   un   bagaglio   considerevole,   che 
attraversa   le   tematiche   dell'esoterismo,   delle   religioni   e   delle 
filosofie,   sperimentando   anche   diverse   tecniche   e   meditazioni 
quali   la   Meditazione   Trascendentale   e   le   Shiddi   di   Maharishi 
M.Yogi, il KryaYoga di Yoganada, la radionica con M.Frisari, lo 
Shiatzu e la M.T.C. con M.Boato, C.Liansheng e W.Ohashi, il 
Buddismo a Pomaia, le danze sacre e i giochi non competitivi con 
istruttori di Findhor, il Cristianesimo con Don Nicolino Borgo e 
Don Candido Maffei e tanti altri. Mai contento dei risultati, ha 
sperimentato anche tecniche da lui stesso elaborate. 
Una lunghissima storia che non è possibile raccontare in poche 
righe   e  che   lo  ha  portato  a  riconsiderare  le  sue   concezioni  di 
realtà e di essere. Nel 1993 ha iniziato a portare la sua visione e 
ricerca  attraverso  conferenze,  stage e  corsi  che  gli   hanno  fatto 
ottenere nel 1997 la laurea honoris causa da un'antica accademia 
italiana, da cui in seguito ha ricevuto anche il titolo di Reggente 
esecutivo per la sua regione. Tenendo lui stesso e insegnando nei 
suoi   incontri   il   principio   di   autonomia   e   responsabilità   della 
persona verso la vita e la spiritualità ha ottenuto anche il titolo di 
diacono   della   Chiesa   Syro   Antiochena   Missionaria   Autocefala 
d'Europa. Oggi, si è ritirato per terminare un punto focale della 
sua ricerca.

Per informazioni:
http://paolo.toso.noguide.it
pa2002 (at) libero (dot) it 

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